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Nietzsche

Lezioni su Nietzsche

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Michail Pestelli
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FRIEDRICH NIETZSCHE (1844 1900).

Di nazionalità tedesca, è stato docente di filosofia classica all'università di Basilea, da


cui tuttavia dopo qualche anno si dimette per motivi di salute e soprattutto di
carattere, vivendo un'esistenza errabonda tra Svizzera, Italia e Francia meridionale. È
stato colpito anche da episodi di malattia mentale che alla fine si è inesorabilmente
aggravata.
Di temperamento irrequieto, non stabilisce legami costanti né con persone né con
luoghi. Agli inizi ammira la filosofia di Schopenhauer, ma in seguito la respinge.
Stringe amicizia col musicista Richard Wagner, nella cui arte vede uno strumento di
rigenerazione, ma successivamente ne rimane deluso poiché rivelatosi ai suoi occhi
un istrione desideroso solo di successo mondano.
Opere principali: Nascita della tragedia; La genealogia della morale; Umano, troppo
umano; La Gaia scienza; Così parlò Zarathustra.
Lo stile è volutamente asistematico e il linguaggio metaforico e aforistico (aforisma=
massima, linguaggio figurato e simbolico).

Premessa.

Il pensiero di Nietzsche è del tutto particolare ed originale per cui non è facilmente
collocabile all'interno di una corrente filosofica: per alcuni aspetti è antipositivista e
per altri anticipa temi che saranno sviluppati dalla filosofia esistenzialista. In generale
persegue un'impostazione antidealistica, come Schopenhauer e Kierkegaard,
definita "irrazionalistica" in opposizione alla razionalità dell'idealismo.
L'irrazionalismo è una corrente di pensiero ancor oggi condivisa da taluni filosofi
che parlano di "crisi della ragione". In verità non sono concezioni contro la funzione
e l'importanza della ragione in sé, quanto piuttosto contro un certo tipo di
razionalismo che considera importante soltanto la ragione trascurando l'importanza
anche delle passioni, degli istinti, dell'inconscio.
Tutta l'opera di Nietzsche è un tentativo di comprendere e descrivere l'epoca
moderna, per giungere alla drammatica constatazione della scomparsa di tutti i
principi e valori morali, religiosi ed estetici tradizionali: si tratta di principi e di
valori, osserva Nietzsche, che non valgono niente. Da ciò il termine di "nichilismo"
(dal latino nihil= niente, nulla) attribuito a questo tipo di filosofia.
Di conseguenza, Nietzsche propone una nuova cultura "eroica" e un nuovo
modello di uomo: il superuomo. L'uomo, come descritto e pensato dalla metafisica
e dalla morale tradizionali, proclama Nietzsche, deve essere superato, deve acquistare
una nuova fede in se stesso ed essere liberato dalle vecchie norme metafisiche e
morali. L'uomo deve oltrepassare da sé e procedere verso il proprio destino: il
superuomo, l'oltre-uomo.
Già Schopenhauer aveva affermato che la vita è cieca irrazionalità, priva di senso e di
qualsiasi fine e che pertanto l'unica soluzione per l'uomo era il distacco dalle cose e
dalle passioni della vita, la rinuncia e la fuga dal mondo, cioè l'ascesi. Nietzsche
condivide questa concezione ma non la conclusione ascetica: la vita non deve essere
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rifiutata ma amata e vissuta nella sua immediatezza, anche nei suoi aspetti irrazionali,
più tragici e crudeli, contro tutti i modelli imposti dalla morale borghese e cristiana.

Spirito dionisiaco e spirito apollineo: le origini e la critica della cultura


contemporanea.

Nietzsche è insoddisfatto della cultura del suo tempo, che giudica falsa ed illusoria.
Perciò compie un'analisi della storia della cultura, fin dalle sue origini, per
comprendere come è nata e come si è via via deformata e corrotta nel tempo.
Il punto di partenza è per Nietzsche l'analisi della cultura greca ed in particolare
l'analisi della nascita della tragedia greca antica, in quanto forma d'arte principale
di quell'epoca. La tragedia greca antica non nasce nel periodo classico della civiltà
greca, quello della civiltà ateniese e della filosofia socratica e platonica, ma sorge
prima, nel periodo presocratico del VI secolo a. C. A questo periodo Nietzsche
rivolge la sua iniziale analisi.
Nietzsche ammira l'atteggiamento che i greci dell'età presocratica avevano nei
confronti della vita. Essi sapevano che la vita è gioia ma anche dolore e
tormento. Soprattutto sapevano che la vita non ha alcun senso, alcuna
giustificazione razionale o teologico-religiosa, ma che è anzi un continuo divenire, un
incessante svolgimento di vicende, dominato da una volontà, da un destino cieco e
crudele (come affermato da Schopenhauer), che non ha altro scopo se non la
realizzazione e l'accrescimento della sua potenza.
Eppure, constata Nietzsche, i greci di quel tempo vivevano pienamente la loro
esistenza. Questo modo di concepire e di vivere la vita è espresso soprattutto dalla
tragedia greca antica. In essa sono rappresentate tutte e due le caratteristiche che
contraddistinguono la vita e la cultura. Nietzsche chiama queste due caratteristiche,
rispettivamente, "spirito dionisiaco" e "spirito apollineo".
Lo spirito dionisiaco (dal dio greco Dioniso, cioè Bacco) è quello che deriva dagli
istinti irrazionali, dalle passioni sfrenate, dalle forze oscure della vita, come espressi
nei riti orgiastici, nelle danze passionali, nei miti terribili che parlano di morte e
distruzione, di maledizione e persecuzione, e che ha la sua massima esaltazione nella
musica, ritenuta l'arte più capace di suscitare passioni.
Lo spirito apollineo (dal dio delle arti Apollo) deriva invece da un sentimento di
serenità, di armonia, di equilibrio provato nei confronti della vita ed ha nella scultura
e nella poesia le sue maggiori espressioni.
Ebbene, entrambi questi spiriti, fra di essi contrapposti, sono rappresentati nella
tragedia greca presocratica di Eschilo e Sofocle. Anzi, lo spirito dionisiaco
assume maggior rilievo, in quanto la tragedia antica ha come elemento
fondamentale il coro, composto dai seguaci di Dioniso mascherati da capri. Lo stesso
eroe tragico, il protagonista, è una maschera, una raffigurazione del dio Dioniso e del
derivante senso di accettazione ebbra della vita, di esaltazione degli istinti e di
coraggio di fronte a un fato, a un destino crudele.
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La contrapposizione tra spirito dionisiaco e spirito apollineo presente all'origine


della tragedia greca viene però meno, secondo Nietzsche, col sorgere della
filosofia socratica e platonica, che comporta il prevalere dello spirito apollineo,
ossia una concezione idealizzata della vita e della cultura, fatta di armonia e di
equilibrio, mentre lo spirito dionisiaco viene svalutato. Socrate infatti, commenta
Nietzsche, pretende di capire e di controllare la vita con la ragione e con la morale,
nell'illusione che la vita e il mondo siano razionali e quindi spiegabili. Platone, col
suo mondo delle idee, ci presenta addirittura l'esistenza di un mondo ideale
soprasensibile, sovrannaturale, superiore al mondo terreno. Ma in realtà quella di
Socrate e di Platone è per Nietzsche una rinuncia alla vita vera che è quella degli
istinti. Con loro, prosegue Nietzsche, comincia la decadenza della cultura e la
morte dello spirito dionisiaco a causa della superiorità che si è voluta attribuire allo
spirito apollineo. Nella contrapposizione tra istinto e ragione si è voluto far prevalere
quest'ultima ma, avverte Nietzsche, questa è una concezione idealizzata e non vera
della vita e della cultura.
Euripide (il terzo grande tragediografo greco) trasferisce infatti nel teatro le nuove
ed idealizzate concezioni moralistiche. Il protagonista delle sue tragedie, ormai
annacquate e svigorite, non è più l'eroe tragico e tormentato ma l'uomo comune,
mediocre ed ingenuo, il quale si illude di trovare la verità in una morale meschina,
che suppone capace di distinguere il bene dal male, mentre invece non sa più
comprendere che l'esistenza è piena di contraddizioni.

La saturazione (l'eccesso) di storia.

Alla critica contro la cultura del suo tempo Nietzsche fa seguire una critica contro lo
storicismo, cioè contro quelle filosofie della storia le quali credono che la storia si
svolga in modo razionale e finalistico nel perseguimento di uno scopo superiore. Ma
la pretesa di poter comprendere razionalmente la profonda ed oscura realtà della
storia e del mondo è per Nietzsche un'illusione. Non che Nietzsche neghi
l'importanza della storia, piuttosto combatte sia contro l'idolatria, il culto
positivistico, dei soli fatti, compresi quelli storici, sia contro le interpretazioni
storicistiche finalistico-provvidenziali.
Innanzitutto, afferma Nietzsche, i fatti sono sempre stupidi perché devono essere
sempre interpretati. Inoltre, chi crede ciecamente nella potenza della storia e nella
razionalità del divenire storico si sottomette ad un eccessivo attaccamento al
passato, che spegne la volontà di agire nel presente e di progettare il futuro, perché
gli appare incerto e precario rispetto alla supposta grandezza del passato.
La saturazione di storia, l'eccessivo attaccamento al passato, sostiene Nietzsche, è
la malattia dell'Ottocento. Fa credere all'uomo di essere il risultato di un lungo
processo, di una lunga catena di eventi e quindi di dover ricercare nel passato il
proprio senso, distogliendolo dal presente ed indebolendo il suo interesse per il
futuro. A causa poi dell'identificazione hegeliana del reale col razionale, la cultura
moderna è arrivata a giustificare ogni evento storico e a collocarlo all'interno di uno
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svolgimento finalistico. Il rischio grave è quello del conformismo: quando si è


abituati a vedere tutti i fatti storici sempre come razionali e necessari, si rinuncia ad
ogni volontà di rinnovamento. Invece ogni vera realizzazione, umana e storica, deve
essere "nuova", deve essere una rottura col passato. È evidente l'intento
antitradizionalista di Nietzsche.
Nei confronti della storia Nietzsche distingue tre atteggiamenti (tre modi di
pensare) e tre tipi di storiografia (di scrivere la storia):
1. la storia monumentale, che cerca solo nel passato i modelli e i maestri di vita;
2. la storia antiquaria, che basa la vita del presente sulle tradizioni del passato;
3. la storia critica, che guarda al passato anche con senso critico e sa condannare
tutti quei fatti storici che sono di ostacolo alla realizzazione di valori nuovi, a
nuovi modi di vedere e di concepire la realtà del presente e del futuro.
Per Nietzsche solo il terzo è l'atteggiamento corretto nei confronti della storia. La
concezione della storia di Nietzsche si sposta quindi dalla teoria alla prassi: la storia
del passato è valida solo se ci insegna ad agire nel futuro e non se ci fa rimanere
attaccati alle passate vicende.

La critica alla filosofia e all'arte del passato e la successiva critica alla scienza.

Sono critiche espresse particolarmente nelle opere "Umano, troppo umano" e "La
Gaia scienza".
Due sono i tipi di pessimismo, dice Nietzsche. Il primo è il pessimismo romantico,
cioè il pessimismo dei rinunciatari, dei falliti e dei vinti, caratterizzato da un
nichilismo inteso come desiderio del nulla. Questo è ad esempio il pessimismo di
Schopenhauer, che è di rassegnazione, di paura e di fuga dalla vita. Ma c'è un
secondo e miglior tipo di pessimismo, di chi eroicamente accetta la vita pur nella
sua dolorosa tragicità e vuole viverla pienamente.
Se critica il pessimismo della filosofia romantica, Nietzsche critica anche
l'ottimismo della metafisica sia tradizionale sia della filosofia idealista le quali,
illudendosi, credono nell'esistenza di essenze e di entità supreme (trascendenti o
immanenti) in grado di garantire lo sviluppo razionale e finalistico della realtà.
Altrettanto criticabile è l'arte quando pretende di rappresentare ideali eterni ed
assoluti.
Inizialmente Nietzsche aveva ritenuto la metafisica e l'arte valori superiori, poi
scopre invece che esse sono debolezze irrimediabilmente "umane, troppo
umane", perché bisogna rendersi conto che il mondo non ha un senso, un fine, e che
è vano ogni intento di attribuirvi un significato nella pretesa di andare oltre la realtà
fenomenica, oltre i fenomeni, per comprendere essenze che invece non sussistono.
Occorre eliminare ogni atteggiamento metafisico ed estetico di tipo dogmatico
(=assoluto, cioè definitivo e indiscutibile) e riconoscere invece i limiti e la finitezza
umana.
Questa fase del pensiero di Nietzsche è stata definita "la fase illuministica", perché
Nietzsche ha avuto in comune con l'Illuminismo la critica della metafisica da una
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parte e, dall'altra, il valore attribuito per contro alla scienza, definita "gaia" poiché
capace di liberare l'uomo sia dai dogmi e dalle illusorie certezze della metafisica sia
dalle false idealizzazioni dell'arte contemplativa.
Nietzsche critica altresì il positivismo, perché giudica ridicola e assurda la sua
pretesa di spiegare razionalmente l'enorme varietà della realtà e dei suoi misteri.
Critica anche il socialismo e il comunismo, giudicati pura utopia, poiché hanno
fiducia nelle masse che sono invece inaffidabili.
Ancora, critica l'evoluzionismo perché, secondo Nietzsche, le specie non si
sviluppano perfezionandosi sempre di più ed inoltre, nella realtà della vita e del
mondo, non è vero che l'evoluzione procede selezionando sempre i più forti, i
migliori, ma spesso invece, nella società, la massa dei deboli e dei mediocri prevale
sui più forti d'animo e di carattere.
In generale, Nietzsche critica ogni filosofia che pretenda di scoprire verità
oggettive, universali ed assolute, trascurando per contro i problemi concreti
dell'esistenza. La filosofia deve essere invece strettamente intrecciata con la vita.
Successivamente, la critica di Nietzsche si rivolge anche contro il culto e
l'esaltazione della scienza e della tecnica, che dapprima aveva invece ammirato. La
scienza e la tecnica, sostiene Nietzsche, propongono i falsi valori dell'uguaglianza di
tutti gli uomini e credono nell'ordine razionale del mondo, mentre ciò che caratterizza
l'esistenza dell'uomo è invece il caos, il disordine, il tragico e il contraddittorio. Così
come sono stupidi i fatti storici, lo sono anche quelli fisici studiati dalla scienza.
Ciò che noi chiamiamo verità scientifica è infatti solo un insieme di opinioni che in
un certo momento, per determinate circostanze storiche o di interessi, vengono
considerate verità assolute, indiscutibili. Anche per la scienza non vi sono fatti
oggettivi, certi, ma solo interpretazioni, punti di vista. Non esistono verità o falsità
definitivamente accertate. Conoscere significa sempre valutare (selezionare,
preferire) e pertanto sono le idee dominanti all'interno della società a stabilire ciò
che si ritiene vero. È interessante notare come alcuni filosofi della scienza
contemporanea, ad esempio Popper, siano stati influenzati da tale posizione.
Di conseguenza è messo in discussione anche il tradizionale concetto di soggetto
conoscente, che diventa un semplice modo di vedere, un punto di vista, un'opinione
rispetto alla certezza della conoscenza che la filosofia, da Cartesio a Kant, aveva
invece sempre attribuito all'io, al soggetto stesso. Nietzsche è peraltro estraneo, non
interessato, ad ogni indagine sulla conoscenza. Per lui il problema della conoscenza
(se sia possibile e valida e come avvenga) non coinvolge direttamente la vita
dell'individuo e quindi è un tema considerato secondario. Ciò che interessa Nietzsche
(come in Schopenhauer e Kierkegaard) è soprattutto l'esistenza concreta del singolo
individuo ed il senso di tale esistenza.
Insomma, la critica di Nietzsche è particolarmente rivolta contro l'idealismo ed il
positivismo della filosofia ottocentesca, i quali hanno finito col trascendere e
trascurare la materialità del mondo, sia perché, da un lato, si è creduto in uno Spirito
assoluto e razionale, lontano dalla condizione terrena e concreta dell'uomo, sia
perché, dall'altro lato, è stato attribuito un valore assoluto, quasi sacro, ai metodi e ai
risultati delle scienze (la scienza come nuova religione).
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La critica alla morale e alla religione.

Si è visto che per Nietzsche la filosofia di Socrate e Platone, avendo criticato gli
istinti e le passioni umane in nome dell'armonia e dell'equilibrio, ha fatto prevalere,
quale guida di vita, lo spirito apollineo su quello dionisiaco rovesciando l'ordine delle
cose: la vita reale invece non è fatta solo di equilibrio e compostezza, ma anche di
passionalità e di sofferta tragedia.
Ebbene, afferma Nietzsche, il cristianesimo e la sua morale hanno accresciuto la
tendenza alla rinuncia degli istinti vitali e degli impulsi delle passioni avviata con
l'etica socratica e platonica. Cos'ha fatto il cristianesimo, si chiede Nietzsche, se
non difendere tutto ciò che è nocivo all'uomo? Esso ha considerato peccato tutti quelli
che sono i valori, i piaceri terreni, mettendosi dalla parte di tutto quanto è debole,
abbietto e mal riuscito. Il cristianesimo è la religione della compassione, ma si
perde forza quando si ha compassione, poiché ostacola il trionfo e la supremazia
degli uomini migliori e più forti in favore degli uomini mediocri. La morale
cristiana è, per Nietzsche, il prodotto del risentimento e dell'invidia degli uomini
deboli i quali, timorosi del dominio dei forti e considerandoli causa della loro
infelicità, hanno prodotto una cultura ed hanno sostenuto una morale ed una
religione che mortifica le forze vitali e passionali dell'esistenza, per esaltare
invece tutto ciò che avvilisce la vita, come la pietà, l'umiltà, la compassione, la
castità, ecc. Quella cristiana è per Nietzsche la morale degli schiavi, basata sulla
rinuncia delle passioni e dei piaceri terreni, che ha dominato la storia dell'umanità.
Nel nome di Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere. In
Dio è divinizzato il nulla (il nulla di ciò che è terreno e di ciò che è vita e passione
terrena). Si tratta dunque di una concezione decisamente nichilistica nei confronti
della morale e della cultura (che non valgono nulla, niente), quali sono state
imposte dalla massa dei mediocri e dei deboli. Quando si scopre che esse sono solo
illusione, allora ciò che resta è niente. Il nichilismo, come stato d'animo, subentra
necessariamente quando si vuole cercare un senso in tutto ciò che accade e ci si
accorge che invece non c'è. Così dicasi anche quando si crede che in tutto ciò che
accade vi sia un ordine e un principio fondamentale che tutto può spiegare. Ma non
c'è un fine nell'universo, né una provvidenza divina, né un ordine razionale delle
cose e neppure una verità assoluta ed immutabile. Il mondo non ha un senso, la sua
condizione, il suo modo di essere, è il caos.
Questa critica radicale di Nietzsche alla cultura e alla morale dominanti è stata
chiamata "filosofia del martello" perché distrugge, come se colpisse con tante
martellate, la tradizione culturale e morale dell'Occidente.
Tutto ciò non significa che per Nietzsche non esista alcun valore etico. Egli
condanna invece la cultura e la morale prevalenti del suo tempo quali si sono
storicamente formate.
Nell'opera "La genealogia della morale" Nietzsche analizza appunto l'origine
della morale e i modi in cui si è sviluppata nel corso della storia. I valori della
morale e della cultura non derivano da principi assoluti e trascendenti (come quelli
posti nel Dio delle religioni) e neppure da sentimenti innati ed immanenti nello spirito
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umano (come sostiene la filosofia idealista). Essi invece derivano e sono imposti dal
dominio di alcuni uomini sugli altri.
In realtà, dice Nietzsche, vi sono due morali: la morale dei signori e la morale
degli schiavi.
La morale dei signori è quella basata sui valori e sulla forza delle passioni eroiche,
dell'intelligenza superiore, dell'individualismo.
La morale degli schiavi, che ha finito col prevalere, è la morale dei deboli, del loro
rancore e della loro invidia nei confronti degli uomini superiori. La massa dei deboli,
non possedendo la forza per emergere ed affermarsi come insieme di individui
superiori, ha imposto una morale che, anziché esaltare i meriti degli uomini migliori,
parla invece di sacrificio, di altruismo, di idealismo, per sottomettere in questo modo
i più forti. È questa per Nietzsche la morale del cristianesimo ma anche quella
della democrazia, del socialismo e del comunismo.
Perciò Nietzsche prende le difese e sostiene la morale dei signori, la quale implica
l'inversione, il rovesciamento di tutti i valori della vecchia morale a favore dei
valori della volontà e della forza d'animo individuali, della gioia degli istinti e delle
passioni, dell'orgoglio di sé. La nuova morale indicata è una morale aristocratica;
ma qui aristocrazia non è intesa come privilegio ereditario dei nobili, bensì come
supremazia degli uomini migliori per intelligenza, per carattere e forza d'animo.
Questa è per Nietzsche l'etica del futuro: alla rinuncia al mondo e agli istinti vitali
essa contrappone l'affermazione di tutto ciò che è terreno e corporeo.

La morte di Dio.

Nietzsche è tra i maggiori interpreti della secolarizzazione (=il distacco della


mentalità moderna dalla mentalità religiosa). Con l'avvento della società moderna e
delle nuove conoscenze l'uomo comincia a rendersi conto che la metafisica, la morale
e la religione tradizionali sono tutte illusioni: non c'è alcun essere supremo, nessun
Dio in cui confidare quale garante di una verità e di una morale assolute e universali.
Il Dio della vecchia morale e della vecchia religione non c'è. Bisogna dunque avere il
coraggio di annunciare che "Dio è morto". Nietzsche ritiene superflua, nel mondo
moderno secolarizzato, ogni dimostrazione della non esistenza di Dio. Per lui è la
stessa presenza del male e del caos nel mondo che smentisce l'esistenza di Dio, il
quale si rivela invece come mera invenzione degli uomini nell'illusione di trovare in
una vita ultraterrena il rimedio contro le incertezze e l'infelicità della vita terrena.
Così, prima da parte dell'uomo folle, che è tra i protagonisti dell'opera "La Gaia
scienza", e poi nell'opera "Così parlò Zaratustra, da parte di Zaratustra stesso,
l'antico riformatore religioso persiano, Nietzsche fa annunciare che Dio è morto.
L'annuncio della morte di Dio non riguarda soltanto la fine del Dio della
religione cristiana e di ogni altra religione, ma il venir meno altresì di tutte le
certezze delle filosofie metafisiche nell'esistenza di principi e di verità assoluti e
immutabili, da cui dedurre la spiegazione e la comprensione del senso e del fine
di tutta la realtà.
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L'ateismo di Nietzsche non è quindi superficiale e semplicemente anticlericale, che è


in fondo indifferenza circa l'esistenza o meno di Dio; al contrario, Nietzsche è
consapevole delle terribili implicazioni che la negazione di Dio e dell'esistenza di
verità assolute comporta. La scomparsa di Dio e della verità salda e stabile è per
Nietzsche un'ammissione dolorosa e tragica perché significa comprendere che non
vi sono più certezze, punti fermi e sicuri. Si tratta di una constatazione amara
che lascia l'uomo solo, senza più entità supreme nelle quali sperare.
Perciò, accorgendosi che Dio non c'è e che non ci sono più verità sicure, l'uomo
allora, per non precipitare nell'angoscia e nella disperazione, deve diventare Dio
lui stesso. È necessario che l'uomo oltrepassi se stesso per diventare superuomo,
oltre-uomo.
L'ateismo di Nietzsche è dunque contrassegnato da un senso di fortissima nostalgia e
rimpianto per la perdita di ogni fede in esseri e verità supremi. "Cristo, esclama
Nietzsche, è l'uomo più nobile e la morte di Dio è l'evento più tragico". La morte di
Dio, cioè la scomparsa di ogni fede in un essere e in verità e principi assoluti, è sì
una liberazione dell'uomo dai dogmi e dalle illusioni, ma porta nell'uomo un
vuoto radicale. L'uomo si sente abbandonato; non sa più a quale essere e a quali
verità superiori rivolgersi. Questo vuoto dovrà essere colmato fuggendo il pericolo
di creare nuovi idoli e nuove religioni, siano questi la scienza (positivismo), lo
Stato (nazionalismo) o il popolo (socialismo e comunismo). Sarà compito
dell'uomo diventare Dio lui stesso, ma questo, dice Nietzsche, è un traguardo
ancora lontano ed il cammino sarà lungo.

Il superuomo. L’"amor fati" e la "volontà di potenza".

Spetta all'uomo divenire Dio lui stesso, cioè divenire superuomo perché, scrive
Nietzsche, "l'uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo". L'uomo è cioè
un essere transitorio, si trova a metà strada rispetto alla bestia (la scimmia) da cui
discende e al superuomo nel quale trasformarsi. Il valore dell'uomo non sta in ciò che
esso è, ma nella sua capacità di oltrepassare se stesso e divenire superuomo. Perciò
non deve rimpiangere il suo destino, che è quello di tramontare come uomo per
diventare superuomo.
Il superuomo è colui che non si aspetta più di trovare il proprio destino e la propria
felicità in una vita ultraterrena, sacrificando e disprezzando la sua vita terrena. Deve
anzi amare e rimanere fedele alla terra, al suo essere terreno, pur nei limiti e nella
tragicità della sua esistenza.
Scrive Nietzsche: "Il superuomo è il senso della terra (la consapevolezza di essere
creatura terrena e non una creatura destinata ad una vita ultraterrena). Un tempo il
sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio. Ma Dio è morto. Commettere
sacrilegio contro la terra (disprezzare la propria condizione di essere terreno), questa
è oggi la cosa più orribile. Chieda quindi l'uomo di essere e di diventare fino in fondo
ciò che è nella sua essenza (nella sua natura): una creatura che ama gioiosamente la
propria vita terrena anche quando è tragedia, che non si vergogna dei propri sensi e
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ha il coraggio di accettare il caos dell'esistenza, nella consapevolezza che nulla c'è al


di fuori della vita terrena, trasformando il peso della necessità e dei limiti della
condizione umana nella propria volontà. L'uomo faccia posto al superuomo che dice:
la vita è enigma, è caos spaventevole, ma così volevo che fosse, così come voglio e
vorrò che sia".
Nietzsche introduce in tal modo le sue teorie del’"amor fati" (amore per il proprio
destino) e della "volontà di potenza".
Il superuomo sa amare il proprio fato, il proprio destino, anche se tragico: non solo
sa accettarlo coraggiosamente ma anzi sa amarlo e, ancor di più, volerlo, volere che
si compi fino in fondo pur se pieno di contrasti. L' amor fati non è quindi
accettazione passiva delle cose. Il destino si vince non opponendo ad esso un'inutile
resistenza ma accettandolo e volendolo, anche se caotico e assurdo.
In tal modo la volontà del superuomo (volere che il proprio destino si compi anche se
tragico) si identifica con la volontà del mondo di Schopenhauer, che è forza cieca ed
irrazionale, volta ad affermare ed accrescere solo se stessa. Nella stessa maniera il
superuomo è proteso all'affermazione di sé, amando la tragicità del proprio stato e
della propria sorte.
Accettando, amando e volendo che il proprio destino si compi, pur se caotico e
assurdo, il superuomo manifesta in tal modo anche la propria "volontà di potenza",
che non significa volontà di dominio, di diventare padrone assoluto delle cose e
degli altri, ma significa capacità di vivere pienamente e liberamente la propria vita,
di realizzare e di trovare il senso della propria esistenza attraverso la gioiosa ed eroica
accettazione del proprio destino. Altre forme di libertà non esistono: volontà di
potenza è libertà di sfogare senza limiti le passioni terrene e gli istinti vitali; è
libertà di produrre nuovi valori, nuovi ideali e una nuova morale, realizzando
così in modo pieno la propria natura e le proprie capacità.
Persino Dio e la metafisica devono morire (venir meno) per non costituire, con le
loro regole, un limite a tale libertà. Persino la vecchia morale deve essere
superata e capovolta, perché la volontà di potenza sta "al di là del bene e del
male", in cui, come tradizionalmente intesi, il superuomo si colloca. Egli non
riconosce limiti (volontà di potenza) e si eleva al di sopra della massa degli
uomini mediocri. Egli è il nuovo tipo di umanità che deve nascere dal superamento
dell'uomo mediante una sorta di salto, di mutazione genetica, così come l'uomo è
stato il risultato del superamento dell'animale (della scimmia da cui l'uomo discende).

L'eterno ritorno.

La teoria dell'eterno ritorno è, secondo lo stesso Nietzsche, il più abissale dei suoi
pensieri. Questa teoria dice che la storia, cioè il divenire, il tempo, non ha un
andamento lineare e progressivo, non è una linea diritta che si allunga sempre di più
attraverso il continuo susseguirsi dei fatti e delle vicende storiche, ma ha invece un
andamento circolare (come si pensava nell'antichità greca), per cui al compimento del
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circolo le vicende del mondo sono destinate ogni volta ripetersi in eterno allo stesso
modo: eterno ritorno delle passate vicende storiche.
Si tratta di una teoria di difficile interpretazione.
Da alcuni è interpretata come una teoria scientifica cosmologica ed astronomica:
l'universo, per quanto grande, è finito, mentre il tempo è infinito; perciò prima o poi il
mondo arriverà nel tempo ad esaurire e a completare tutte le sue possibili
combinazioni, tutte le sue possibilità di mutamento e di sviluppo, e quindi non potrà
allora che ripetere il proprio ciclo.
Per altri invece questa teoria esprime uno stato d'animo, un sentimento dell'uomo
che sceglie di vivere "come se" tutto dovesse ripetersi. In questo senso due sono
le principali interpretazioni:
1. Nietzsche rifiuta la tesi di un andamento lineare della storia e del tempo
perché altrimenti ciascun momento, ciascun attimo, non verrebbe vissuto
pienamente in sé, ma solo in conseguenza ed in relazione all'attimo che lo ha
preceduto nonché nell'attesa dell'attimo successivo. Nessun momento
verrebbe cioè vissuto in sé, per quello che è, ma ognuno acquisterebbe
senso da quelli precedenti e da quelli successivi attesi. Il superuomo è
invece colui che sa amare e vivere intensamente l'attimo presente,
qualunque esso sia, anche tragico e drammatico, realizzando in tal modo la
sua piena libertà, liberandosi così dai vincoli e condizionamenti degli eventi
passati e dalle aspettative, spesso illusorie, del futuro. Ciò significa vivere
senza voler imporre alla vita un qualsiasi ordine e fine predeterminati.
2. Nietzsche respinge la tesi di un andamento lineare della storia e di un suo
continuo progresso verso un fine, uno scopo ultimo perché, secondo Nietzsche,
non c'è alcun finalismo o provvidenza nel mondo e nella storia. Accoglie
perciò la tesi della storia come eterno ritorno delle vicende storiche, che
ciclicamente si ripetono, poiché ciò significa escludere che la storia e la vita
abbiano una qualsiasi direzione, un qualsiasi fine e senso ultimi, come
invece predicato dalla metafisica, dalla morale e dalla religione tradizionali. Il
superuomo è colui che ha il coraggio di accettare e di volere questa
assoluta mancanza di senso della vita e della storia, poiché se la vita avesse
uno scopo determinato da una entità o da un essere superiore, ne
risulterebbe di conseguenza menomata e verrebbe meno la sua propria
libertà e volontà di potenza.
Vi è anche una terza e più sottile interpretazione. La dissoluzione della metafisica,
della morale e della religione ribadita da Nietzsche significa rendersi conto che non ci
sono più verità assolute ed immutabili al di sopra dell'uomo e tali da limitare la sua
libertà. Il superuomo infatti è colui che non è condizionato da entità superiori. Però,
se venisse accettata una concezione lineare della storia e del tempo rimarrebbe ancora
un'ultima condizione immutabile ed insuperabile, tale da limitare la libertà e la
volontà di potenza del superuomo, rimarrebbe cioè l'immutabilità ed immodificabilità
del passato, delle vicende trascorse. Nietzsche accoglie pertanto la tesi
dell'andamento circolare della storia poiché in tal modo il passato è destinato a
ritornare e, ritornando, allora non è più immutabile perché può essere rivissuto dal
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superuomo in modo e con spirito diverso. In tale maniera il superuomo può trionfare
anche sul tempo passato.

La pluralità delle interpretazioni e delle strumentalizzazioni del pensiero di


Nietzsche.

A causa dei temi trattati sovente in modo oscuro, dello stile provocatorio e
paradossale, nonché del linguaggio usato, metaforico e pieno di simboli, sono
derivate disparate interpretazioni ed altresì strumentalizzazioni del pensiero di
Nietzsche.
Nietzsche è stato variamente considerato come esponente o dell'antipositivismo
oppure dell'irrazionalismo o, addirittura, come precursore delle ideologie
antidemocratiche e totalitarie del Novecento, del nazismo in particolare.
Anche sul piano letterario, Gabriele D'Annunzio ci ha dato un'interpretazione
superficiale e falsa del superuomo: si è fermato infatti ai soli aspetti esteriori e non
ha saputo comprendere il senso di eroica tragicità del superuomo di Nietzsche. Per
Nietzsche il superuomo è colui che accetta ed ama anche la condizione tragica
dell'esistenza, mentre il superuomo di D'Annunzio si illude di vincere la tragedia
della vita attraverso il piacere sensuale, il godimento della bellezza e la fama che
deriva da imprese eroiche. Per Nietzsche, ancora, il superuomo è il possibile destino
di tutta l'umanità, anche se soltanto i migliori sono in grado di realizzarlo; per
D'Annunzio invece è il privilegio di pochi raffinati. Più che altro, il superuomo
dannunziano è un esteta velleitario.
Il movimento nazista-hitleriano, a sua volta, non ha esitato ad usare
strumentalmente gli ideali nietzschiani di superuomo, di volontà di potenza e di una
nuova e "pura" razza umana a fini di propaganda e per dare giustificazione ideologica
e culturale al proprio programma di razzismo, di dominio e di statalismo autoritario.
A lungo è durata l'immagine di Nietzsche quale "profeta del nazismo". A questa
interpretazione ha contribuito per prima la sorella di Nietzsche, di sentimenti filo-
nazisti, che ha deformato i manoscritti postumi del fratello. Ma il superuomo di
Nietzsche non ha nulla a che fare con l'ideologia nazista: non è certo l' ariano puro,
perché il superuomo di Nietzsche non fa nessuna distinzione di razza, essendo invece
un traguardo ideale proposto a tutti gli uomini mentalmente superiori di qualunque
razza ed etnia. Il superuomo di Nietzsche non è neppure il nazista che celebra lo Stato
tedesco, il Reich, ma è il filosofo che annuncia una nuova umanità liberata dalle
antiche catene, ivi compresa l'idolatria dello Stato, che è invece centrale
nell'ideologia nazista. "Lo Stato, avverte Nietzsche, è il più freddo di tutti i mostri. È
un idolo che puzza".
In effetti, la filosofia di Nietzsche, pur nelle sue ambiguità, non può essere
strumentalizzata e messa al servizio di nessuna ideologia. Occorre piuttosto
considerare la rilevante influenza del pensiero di Nietzsche sulle principali correnti
filosofiche e culturali di tutto il Novecento, dall'esistenzialismo alla psicoanalisi,
dallo strutturalismo al pensiero critico-utopico.

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