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Hume

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David Hume porta alle estreme conseguenze l’empirismo inglese e critica sia Locke sia tutta

la tradizione metafisica precedente. Secondo Hume la conoscenza umana deriva


interamente dall’esperienza: la mente non possiede idee innate e tutto ciò che conosciamo
nasce dalle percezioni. Egli distingue tra impressioni e idee. Le impressioni sono percezioni
immediate, vivaci e forti, come sensazioni, emozioni ed esperienze dirette; le idee invece
sono copie più deboli delle impressioni, cioè ricordi o immagini mentali. Ogni idea deve
derivare da un’impressione: se non esiste l’impressione corrispondente, quell’idea non ha
valore conoscitivo. Per questo Hume critica concetti metafisici come sostanza, anima o io
stabile, perché non abbiamo alcuna impressione diretta di essi.

La mente umana funziona collegando le idee attraverso i principi di associazione. Il primo è il


principio di somiglianza: colleghiamo cose simili tra loro e costruiamo idee generali, ad
esempio l’idea di “fiore” dopo aver visto molti tipi di fiori, oppure riconosciamo una persona
perché assomiglia all’immagine che conserviamo nella memoria. Il secondo è il principio di
contiguità nello spazio e nel tempo: tendiamo ad associare idee vicine tra loro, ad esempio
pensando a una stanza ricordiamo gli oggetti che contiene o eventi collegati a quel luogo. Il
terzo è il principio di causalità, secondo cui colleghiamo due fenomeni pensando che uno sia
causa dell’altro. Ad esempio diciamo che il fuoco brucia, che il sole sorgerà domani o che
l’acqua ghiaccia. Tuttavia Hume sostiene che la causalità non è una legge oggettiva presente
nella natura: noi vediamo soltanto una successione costante di eventi. Vediamo il fuoco e poi
il dolore della bruciatura, ma non vediamo mai la “causa” in sé. Dopo molte ripetizioni la
mente si abitua a collegare quei fenomeni e nasce così l’idea di causa-effetto. La causalità
quindi deriva dall’abitudine psicologica e non da una necessità razionale.

Hume distingue inoltre tra relazioni tra idee e materie di fatto. Le relazioni tra idee sono verità
necessarie e certe, tipiche della matematica e della logica, come “2+2=4” oppure “un
triangolo ha tre lati”. Il loro contrario sarebbe contraddittorio, quindi qui vale il principio di non
contraddizione: negarle è impossibile logicamente. Le materie di fatto invece riguardano il
mondo reale e derivano dall’esperienza. Dire che “il fuoco brucia” oppure che “domani
sorgerà il sole” non è una verità necessaria, perché il contrario è sempre pensabile senza
contraddizione. Noi crediamo che il sole sorgerà perché siamo abituati a vederlo sorgere ogni
giorno, ma non possiamo dimostrarlo con assoluta certezza. Per questo Hume mette in
discussione il principio di uniformità della natura, cioè l’idea che la natura si comporti sempre
allo stesso modo e che le stesse cause producano sempre gli stessi effetti. Questa
convinzione non può essere dimostrata razionalmente: è soltanto una credenza fondata
sull’abitudine.

Da qui nasce la critica di Hume alla scienza intesa come conoscenza assolutamente certa,
cioè come episteme. Le leggi scientifiche non sono verità necessarie ma generalizzazioni
probabili costruite attraverso l’esperienza. Più un fenomeno si ripete, più aumenta la nostra
convinzione che continuerà a verificarsi. La conoscenza quindi si fonda sulla credenza. La
credenza nasce dalla ripetizione delle impressioni e dalla forza psicologica con cui esse si
imprimono nella mente. Anche i miracoli vengono interpretati in questo modo: non sono
impossibili logicamente, ma sono estremamente improbabili rispetto all’esperienza abituale
dell’uomo.

Hume critica anche l’idea tradizionale dell’io. Cartesio sosteneva che l’io fosse una sostanza
pensante stabile e certa; Hume invece afferma che non abbiamo alcuna impressione diretta
dell’io. Quando osserviamo noi stessi troviamo soltanto percezioni, emozioni, ricordi,
immagini e pensieri in continuo mutamento. L’io quindi non è una sostanza ma un “fascio di
impressioni”. L’identità personale è soltanto il collegamento tra percezioni diverse operato
dalla memoria. Hume paragona la mente a un palcoscenico sul quale scorrono
continuamente immagini e percezioni senza che esista un nucleo stabile permanente.

Per questo la filosofia di Hume assume un carattere fortemente scettico. Egli non sostiene
che la conoscenza sia impossibile, ma che l’uomo non possa raggiungere verità assolute
riguardo al mondo esterno, all’io o a Dio. Tutto ciò che possiamo conoscere sono fenomeni ed
esperienze. La sua filosofia critica il dogmatismo, cioè la convinzione che esistano verità
metafisiche certe e indiscutibili. Hume vuole riportare la filosofia sul piano empirico e
psicologico: la mente deve essere studiata come un fenomeno naturale, osservando il
funzionamento reale delle percezioni e delle associazioni mentali. Per questo egli afferma
che la filosofia deve diventare una “scienza della natura umana”.

Hume appartiene all’Illuminismo del Settecento, ma se ne distacca per il suo scetticismo


radicale. Gli illuministi avevano grande fiducia nella ragione, mentre Hume ne mostra i limiti.
La sua critica influenzerà profondamente Kant, il quale dirà che Hume lo ha “svegliato dal
sonno dogmatico”. Kant infatti cercherà di rispondere al problema posto da Hume salvando la
validità della scienza. Anche per Kant l’io non sarà una sostanza metafisica, ma una funzione
conoscitiva, l’“io penso”, che organizza l’esperienza.

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