Statistica
Statistica
La ricerca scientifica può essere condotta attraverso due approcci distinti: quantitativo e qualitativo.
La statistica si concentra principalmente sulla ricerca quantitativa, che si avvale di strumenti
matematici per l'analisi dei dati.
Entrambe le metodologie di ricerca implicano diverse fasi fondamentali:
Il primo passo cruciale è il disegno della ricerca, dove il ricercatore definisce chiaramente le
informazioni di interesse e prende decisioni cruciali che influenzeranno tutte le fasi successive.
Queste decisioni riguardano la definizione operativa dei concetti di ricerca, l'identificazione delle
unità di analisi e di rilevazione, la scelta tra rilevazione totale o campionaria, l'operativizzazione dei
concetti per renderli misurabili, la creazione degli strumenti di rilevazione e la pianificazione
dell'analisi dei dati.
La fase successiva è la raccolta dei dati, che richiede una pianificazione dettagliata per garantire
un'accurata e completa acquisizione delle informazioni necessarie.
Una volta raccolti i dati, segue l'analisi, dove vengono esaminati e interpretati i risultati ottenuti.
Infine, vi è la fase di comunicazione e diffusione dei dati, in cui i risultati dell'analisi vengono
utilizzati per gli scopi previsti dalla ricerca. Questa fase rappresenta il culmine del processo di
ricerca.
Lessico settoriale
Fenomeno oggetto di studio: Questo termine si riferisce all'aspetto della realtà che si intende
esplorare e analizzare per ottenere nuove informazioni. È il fenomeno collettivo che costituisce il
focus dello studio. Ad esempio, può trattarsi delle abitudini di viaggio degli italiani, delle condizioni
lavorative della popolazione italiana, eccetera.
Rilevazione statistica: Questa definizione indica l'insieme di procedure e operazioni volte alla
raccolta di nuovi dati, mirando a ottenere informazioni pertinenti sul fenomeno oggetto di studio.
Popolazione o universo: Questo termine si riferisce alla totalità delle unità che manifestano il
fenomeno di interesse. Ad esempio, se stiamo studiando le abitudini di viaggio degli italiani, la
popolazione di riferimento sarebbe costituita dagli abitanti dell'Italia. La popolazione può essere
reale, comprendente unità statistiche identificabili e osservabili, come gli italiani, o virtuale, quando
è definibile ma non osservabile, come nel caso di una ricerca sui consumatori di un prodotto, dove
non è possibile identificare i consumatori in modo diretto. In quest'ultimo caso, è necessario
ricorrere a un campione, che rappresenta un sottoinsieme della popolazione, il quale viene
analizzato. Il campione è un insieme selezionato dalla popolazione che possiede caratteristiche
specifiche. La selezione del campione deve avvenire mediante metodi scientifici per garantire che
sia rappresentativo della popolazione, in modo che i risultati ottenuti dal campione riflettano quelli
che si otterrebbero osservando l'intera popolazione. Tuttavia, non è possibile sapere con certezza
quanto il campione sia effettivamente rappresentativo della popolazione.
Unità statistica: Questo termine si riferisce all'elemento che rappresenta la caratteristica di
interesse nello studio statistico. Di solito, si tratta di un individuo o una persona (unità statistica
semplice), ma può anche essere un gruppo di individui con le relazioni tra di essi, come una
famiglia o un'impresa (unità statistica complessa). In alcuni casi, l'unità statistica può anche essere
un oggetto o un altro elemento non umano.
Frequenza: Questo termine indica il numero di volte in cui un certo valore o una certa modalità si
ripete all'interno di un campione o di un insieme di osservazioni.
Raccolta dei dati: La necessità di raccogliere dati sorge ogni volta che si ha l'intento di acquisire
una conoscenza. Esistono due tipologie di fonti attraverso le quali è possibile ottenere i dati:
Primarie: Si tratta di dati nuovi ottenuti in base agli obiettivi di ricerca. Ad esempio, attraverso la
somministrazione di questionari, l'osservazione diretta di fenomeni, sperimenti scientifici o analisi
dei social media. In tutti questi casi, si effettua una nuova rilevazione per acquisire i dati necessari.
Secondarie: Questa categoria comprende dati già raccolti da enti amministrativi (pubblici o privati),
censimenti, indagini Istat, o provenienti da ricerche condotte da altri enti come i sondaggi. Questi
dati sono conservati in archivi accessibili e scaricabili. In caso la fonte secondaria non sia
sufficiente, si rende necessario progettare una nuova rilevazione tramite un'indagine statistica.
Caratteristica (o carattere)
La caratteristica rappresenta il fenomeno oggetto dell'analisi statistica e consente di descrivere una
popolazione o un campione. Può manifestarsi attraverso diverse modalità, che devono essere
esaustive e non sovrapposte. Una caratteristica può essere:
Qualitativa o mutabile: Si manifesta attraverso modalità.
Quantitativa o variabile: Può assumere valori numerici.
Variabili qualitative: Le variabili qualitative possono essere di diversi tipi a seconda della relazione
tra le modalità che presentano.
Variabili ordinali: Le modalità possono essere ordinate in base a una scala. Ad esempio, il livello
di istruzione (elementare, media, superiore).
Variabili sconnesse: Le modalità non possono essere ordinate. Ad esempio, i colori preferiti.
Variabili dicotomiche: Presentano solo due condizioni possibili. Ad esempio, occupato o
disoccupato.
Variabili quantitative: Le variabili quantitative si distinguono tra variabili discrete e continue in base
al tipo di valori che possono assumere.
Variabili discrete: I valori sono generati da un processo di conteggio. Ad esempio, il numero di
auto possedute da una famiglia.
Variabili continue: I valori possono essere espressi non solo come numeri interi, ma anche
decimali. Ad esempio, la distanza dalla città o il fatturato di un'azienda.
Il carattere osservato è rappresentato dalla variabile X. Ogni singolo valore del carattere X è
indicato con xi, dove i varia da 1 a n, e la numerosità dei valori osservati è data da n.
Il termine k indica il numero di modalità e intensità di X. Le frequenze assolute sono indicate con
ni, dove i varia da 1 a k, e rappresentano il numero di volte in cui ciascuna modalità compare nelle
osservazioni. La somma delle frequenze assolute deve essere uguale a n.
Le frequenze assolute forniscono informazioni su quali modalità sono più rappresentate nei dati,
identificando quelle con la frequenza maggiore. Per calcolare la frequenza assoluta, si conta quante
volte un determinato valore compare nei dati.
La frequenza relativa si ottiene dividendo la frequenza assoluta per il totale delle frequenze
assolute. La somma delle frequenze relative è sempre 1.
La distribuzione di frequenza percentuale semplice è una distribuzione che associa alle modalità che
può assumere la variabile X, sia essa quantitativa o qualitativa, il rapporto tra la frequenza assoluta
e il numero totale di unità osservate, moltiplicato per 100.
La frequenza cumulata rappresenta la somma cumulativa delle frequenze. Si parte da un valore e si
incrementa con la frequenza del valore successivo, aggiungendo gradualmente le frequenze
precedenti. Questo concetto può essere applicato alle frequenze assolute, relative e percentuali.
Tuttavia, le frequenze cumulate hanno significato solo se esiste un ordinamento dei valori della
variabile X.
Classi
Per chiarire inequivocabilmente la posizione degli estremi delle classi, in statistica vengono
utilizzati specifici simboli:
|― indica una classe chiusa a sinistra, comprendente il valore iniziale ma non quello finale. Ciò
significa che all'interno della classe sono inclusi valori maggiori o uguali al limite inferiore della
classe e minori del limite superiore.
―| indica una classe chiusa a destra, comprendente il valore finale ma non quello iniziale. Ciò
significa che all'interno della classe sono inclusi valori maggiori del limite inferiore della classe e
minori o uguali al limite superiore.
|―| indica una classe chiusa, comprendente sia il valore iniziale che quello finale. Ciò significa che
all'interno della classe sono inclusi valori maggiori o uguali al limite inferiore della classe e minori
o uguali al limite superiore.
I limiti della classe rappresentano la sua misura minima e massima, definendo così l'intervallo della
classe. Ad esempio, per la classe 10―|25, l'intervallo di valori va da 11 a 25.
L'ampiezza della classe si calcola facilmente determinando la distanza tra i limiti consecutivi delle
classi, ovvero sottraendo il limite inferiore della classe successiva dal limite inferiore della classe
corrente. Ad esempio, per la classe 10―|25, l'ampiezza è pari a 15, calcolata come la differenza tra
il limite inferiore della classe successiva (26) e il limite inferiore della classe corrente (11).
Suddivisione in classi
La suddivisione in classi inizia con l'ordinamento dei valori dall'elemento più piccolo al più grande.
Successivamente, fissiamo il numero di classi k, basandoci sul numero di osservazioni nel nostro
dataset.
Una volta noto k, dobbiamo individuare l'ampiezza delle classi h, che rappresentano i sottointervalli
in cui suddividiamo i nostri dati. Per calcolare l'ampiezza, sottraiamo il valore minimo dal valore
massimo della distribuzione e dividiamo il risultato per il numero desiderato di classi k.
Una volta determinata l'ampiezza delle classi, che dovrebbe essere costante, possiamo identificare
gli estremi delle k classi. Infine, contiamo le frequenze in ciascuna classe per ottenere una visione
completa della distribuzione dei dati.
Rappresentazioni grafiche
Diagramma a radar: Questo tipo di diagramma offre Diagramma a barre: È in grado di rappresentare
la possibilità di confrontare diverse distribuzioni o sia variabili quantitative che qualitative.
variabili. Le linee più centrali indicano valori più bassi. - L'asse verticale è graduato numericamente.
- Per l'asse orizzontale, sebbene non sia un vero
asse, funge da riferimento grafico.
I valori discreti, essendo non continui, trovano
rappresentazione nei diagrammi a barre o a bastoni.
Ortogrammi
Gli ortogrammi sono grafici utilizzati per rappresentare variabili qualitative e quantitative discrete.
Essi riportano la distribuzione di frequenza su un piano cartesiano, disponendo su un asse le
modalità della variabile e sull’altro le corrispondenti
frequenze. Le modalità delle variabili sono
rappresentate da linee, rettangoli o parallelepipedi
aventi tutti base uguale ed equidistanti tra loro.
Linee, rettangoli e parallelepipedi possono essere
disposti verticalmente (diagramma a colonne o barre)
o orizzontalmente (diagramma a nastri), con altezza (o
lunghezza) proporzionale alle frequenze delle
corrispondenti modalità.
Istogrammi
Per le variabili quantitative discrete o continue raggruppate in classi si deve fare una differenza:
• se le classi hanno uguale ampiezza si può utilizzare l’istogramma a basi uguali. Ogni rettangolo ù
avrà come base un segmento corrispondente all’intervallo di valori e, per altezza, un segmento
uguale o proporzionale alla frequenza;
• se le classi hanno differente ampiezza non sarà possibile rappresentare, sull’asse delle ordinate, la
frequenza assoluta o percentuale. In realtà frequenze maggiori associate a classi di ampiezza
maggiore potrebbero essere giustificate dal fatto che tali classi includono un numero maggiori di
valori. È necessario, quindi, depurare le frequenze assolute rispetto all’ampiezza di ciascuna classe,
frequenzaassoluta
calcolando la densità di frequenza: d i=
ampiezza i−esima classe
La densità di frequenza è ottenuta come rapporto tra la frequenza della classe e la relativa ampiezza
della classe. Essa può intendersi come una misura dell’addensamento delle frequenze all’interno di
ciascun intervallo. Sarà la densità di frequenza ad essere posta sull’asse delle ordinate. La frequenza
di ciascuna classe corrisponderà all’area del rettangolo. Tale istogramma è definito a basi differenti.
Piramide dell’età
La Piramide dell'età è uno strumento molto diffuso per rappresentare
gli andamenti delle popolazioni. Consiste in una rappresentazione
delle distribuzioni per età della popolazione maschile e femminile,
evidenziando le variazioni in base all'età. Solitamente, la popolazione
femminile è rappresentata in arancione, mentre quella maschile in
azzurro. Per ogni età, viene visualizzato un rettangolo che mostra,
sull'asse orizzontale, il numero o la percentuale di residenti in un dato
territorio durante un determinato periodo, mentre sull'asse verticale
sono rappresentate le diverse fasce di età. Le aree più scure della
piramide indicano i valori dei residenti di origine straniera.
Il termine "piramide" deriva dal fatto che solitamente il grafico è più
largo nelle fasce di età più giovani e si restringe man mano che si
avanza nelle fasce di età più avanzate. Tuttavia, in alcuni casi, come
quello descritto, questo non avviene. Ad esempio, nella piramide descritta, la fascia di età più
significativa in termini numerici va dai trenta ai cinquantacinque anni.
Cartogramma
Il cartogramma è uno strumento cartografico che
utilizza una mappa geografica per rappresentare
l'intensità di una determinata variabile attraverso
l'uso di diversi colori. In questo contesto, la mappa
dell'Italia è suddivisa per regioni e colorata con
tonalità diverse in base alla densità di
popolazione. Regioni come Lombardia, Lazio e
Campania sono rappresentate con colori più
intensi, indicando una maggiore densità di
popolazione, mentre regioni come Valle d'Aosta e
Molise sono colorate con tonalità più chiare,
indicando una densità di popolazione inferiore.
L'istogramma è una delle rappresentazioni più comuni per le variabili quantitative suddivise in
classi. Quando affrontiamo variabili continue divise in classi, è essenziale indicare gli estremi di
queste classi tra un rettangolo e l'altro. Gli estremi delle classi individuano punti sull'asse
orizzontale. Se le classi hanno ampiezze diverse, non possiamo confrontare direttamente le
frequenze. L'istogramma si presenta come un grafico con un asse orizzontale quantitativo e un asse
verticale legato alla frequenza. Ad esempio, possiamo avere classi di età con frequenze specifiche,
con tutte le classi che hanno la stessa ampiezza.
Dal punto di vista organizzativo, sull'asse delle x, rappresentiamo i valori delle variabili, in modo
che ciascun punto alla base di un rettangolo corrisponda a un estremo delle classi.
Possiamo utilizzare sia frequenze assolute che relative per rappresentare queste distribuzioni.
L'obiettivo principale di questo grafico è identificare dove si concentrano le frequenze più elevate,
per comprendere quali fasce o aree presentino maggiore concentrazione.
In situazioni più complesse, quando abbiamo variabili continue anziché discrete, dobbiamo
individuare gli estremi delle classi e costruire i rettangoli in modo appropriato in corrispondenza di
ciascuna coppia di estremi. In questi casi, poiché le classi hanno ampiezze diverse, non possiamo
confrontare direttamente le frequenze senza rischio di interpretazioni erronee.
Area del rettangolo (classe): È data dalla base (ampiezza della classe) moltiplicata per l'altezza
(densità di frequenza). La densità di frequenza è definita come ni (frequenza assoluta) diviso per
l'altezza del rettangolo, quindi avremo:
Quando le classi hanno la stessa ampiezza, non cambia se si utilizza il grafico con frequenze
assolute o relative. Cambia solo quando le classi hanno ampiezze diverse.
Distribuzione doppia
In una tabella a doppia entrata, si analizzano due caratteri distinti. Ogni cella della tabella fornisce
la frequenza congiunta, cioè il numero di volte in cui entrambi i caratteri si verificano
simultaneamente.
Questa tabella presenta una riga e una colonna contenenti i totali rispettivamente delle colonne e
delle righe. Nell'ultima riga sono riportati i totali delle colonne, mentre nell'ultima colonna si
trovano i totali delle righe. Il totale generale è dato dalla somma di tutti gli elementi della riga e
della colonna.
Le righe e le colonne finali sono chiamate distribuzioni marginali, rappresentando la somma delle
frequenze per ciascuna variabile.
Tabella di correlazione
Analogamente alla tabella doppia, la tabella di correlazione confronta due variabili quantitative. Il
grado di relazione tra queste variabili viene misurato attraverso il coefficiente di correlazione.
Tabella mista
Questa tabella combina un carattere qualitativo e uno quantitativo, rappresentando una
combinazione di variabili di natura diversa.
Notazione
In una tabella doppia, abbiamo sempre utilizzato "ni" per indicare le frequenze, dove "n"
rappresenta le frequenze totali. In questo contesto, le frequenze congiunte si riferiscono alle due
dimensioni della tabella, ovvero alle due variabili presenti nelle righe e nelle colonne. Pertanto, è
fondamentale che ogni cella generica sia associata a una modalità di un carattere di entrambe le
variabili, sia delle righe che delle colonne.
Un approccio consiste nel rappresentare le frequenze utilizzando due valori, “i” e “j”, dove “i”
indica la posizione della riga e “j” indica la posizione della colonna. Ad esempio, "n 1,1" rappresenta
la frequenza situata all'intersezione della prima riga e della prima colonna. È importante notare che
il primo numero si riferisce alla riga e il secondo alla colonna.
3. INDICI DI POSIZIONE
Sintetizzare significa trasformare un insieme di osservazioni e valori relativi a un numero n di unità
statistiche in un unico valore che rappresenti in modo conciso l'intero insieme. Tale processo
consente di condensare una vasta quantità di dati in una singola misura che riflette l'essenza delle
informazioni raccolte su queste n unità.
Gli indici possono essere suddivisi in due gruppi principali: il primo gruppo riguarda la posizione,
la variabilità e la forma dei dati, tipicamente relativi a distribuzioni con una sola variabile. Il
secondo gruppo, invece, comprende indici che considerano più variabili simultaneamente.
L'indice di Posizione, rappresentato principalmente dalla media, ci fornisce un unico valore che
indica la collocazione del fenomeno in esame rispetto a un insieme di numeri, offrendo una visione
generale dei valori con cui stiamo operando. Questo indice ci posiziona in un punto specifico
dell'insieme reale di dati, permettendoci di comprendere l'ordine di grandezza del fenomeno
analizzato. Un valore più alto o più basso indica rispettivamente la presenza di valori superiori o
inferiori nella distribuzione.
L'Indice di Variabilità riflette come le restanti osservazioni si discostano dal valore di posizione.
Quando i valori sono significativamente diversi tra loro, si parla di variabilità elevata. Ad esempio,
se la media è 28, ma tutti i dati sono uguali a 28, la variabilità è nulla poiché non vi è alcuna
discrepanza tra i valori.
Moda
La moda rappresenta il valore più frequente all'interno di una distribuzione e non viene individuata
mediante un calcolo specifico, ma osservando semplicemente quale valore si ripete più spesso. È il
punto di massima frequenza relativa o assoluta e caratterizza in modo significativo la distribuzione.
La sua identificazione dipende dalla frequenza con cui compare all'interno dei dati.
A differenza della media aritmetica, che richiede dati numerici per essere calcolata, la moda può
essere individuata anche in caratteri qualitativi poiché si basa sulla frequenza di occorrenza dei
valori e non su operazioni matematiche. Sebbene l'uso del termine "indice di posizione" per la moda
possa sembrare improprio poiché non posiziona su un asse numerico, ma piuttosto indica una scelta,
viene comunque utilizzato in quanto rappresenta un valore caratteristico della distribuzione, sia essa
qualitativa o quantitativa.
Quando si deve individuare la moda in una distribuzione di frequenza per un carattere quantitativo
suddiviso in classi di uguale ampiezza, si cerca la classe modale, ovvero la classe che contiene la
moda. Tuttavia, è importante notare che non si conosce esattamente il valore specifico della moda,
ma solo la classe in cui si trova. Questa è un'ipotesi, poiché tecnicamente non si può affermare con
certezza che all'interno della classe modale tutti i valori siano diversi tra loro; quindi, nessuno di
essi rappresenterebbe una moda. È possibile che la moda appartenga effettivamente a un'altra
classe.
Per semplificare, si considera la classe stessa come rappresentazione della moda anziché un valore
singolo. Se la distribuzione di frequenza è rappresentata tramite un istogramma, la classe modale
sarà quella che corrisponde al rettangolo più alto. Questo criterio semplificato permette di
identificare la moda visivamente, anche se in realtà si tratta di una stima basata sulla distribuzione
delle frequenze nelle classi.
In presenza di una distribuzione bimodale, si osserva che il numero più elevato di frequenze
appartiene a due modalità distintive, indicando che la distribuzione è caratterizzata da due picchi.
Al contrario, in una distribuzione zeromodale, tutte le frequenze sono uguali, non esiste quindi un
valore che si presenta più frequentemente rispetto agli altri all'interno della distribuzione.
Quantili
I quantili sono valori che vengono individuati lungo una distribuzione ordinata senza la necessità di
un calcolo specifico, ma piuttosto vanno identificati lungo la distribuzione ordinata. Nel caso in cui
i dati non siano già ordinati in modo crescente, è necessario porli in tale ordine.
Questi valori sono posizionati in modo da suddividere la distribuzione in parti di uguale numerosità,
ovvero in modo tale che ciascun quantile includa lo stesso numero di osservazioni.
Mediana
La mediana è l'indice che, quando si tratta di due gruppi di uguale numerosità, divide la
distribuzione in due parti contenenti lo stesso numero di osservazioni.
Per individuare la mediana, si procede lungo la sequenza ordinata dei dati fino a trovare il valore
che, posto al centro, equilibra il numero di osservazioni sia a sinistra che a destra di esso.
È importante sottolineare che la mediana caratterizza la distribuzione attraverso una suddivisione
delle osservazioni e non degli intervalli dei valori stessi.
In pratica, possono verificarsi due situazioni: se il numero totale di osservazioni è dispari, esiste un
unico valore centrale che rappresenta la mediana; se il numero totale di osservazioni è pari, non c'è
un singolo valore centrale e quindi si calcola la media aritmetica tra i due valori centrali.
Distribuzioni di frequenza
Le distribuzioni di frequenza mostrano un quadro dettagliato della distribuzione dei dati. Tra le loro
caratteristiche, spicca la mediana, che rappresenta il valore centrale: il 50% dei dati lo precede e il
restante 50% lo segue. La mediana è facilmente individuabile tramite la frequenza relativa
cumulata, poiché al suo valore corrisponde esattamente il 50%. Quando si attraversa il punto 0,5
della frequenza relativa cumulata, si trova la mediana. Questo è il valore che equamente divide il
dataset in due parti uguali.
Nel caso particolare in cui si incontri un valore esattamente pari a 0,5 per la frequenza relativa
cumulata (F), la mediana è ottenuta calcolando la media tra il valore corrispondente a F=0,5 e il
valore successivo.
Qui, Me rappresenta la posizione della mediana, identificata come x(Me). Questa designazione viene
utilizzata perché tra le unità ni che presentano la modalità x(Me) sarà incluso sicuramente quella (se n
è dispari) o quelle (se n è pari) al centro del dataset.
Quartili
I quartili sono tre punti che dividono la distribuzione in quattro gruppi di uguale numerosità. Il
secondo quartile coincide con la mediana, dividendo la distribuzione in due parti uguali, con il 50%
dei dati sia a sinistra che a destra. Per individuare il primo quartile, si cerca il primo valore di
frequenza relativa cumulata che supera 0,25, mentre per il terzo quartile si utilizza il valore 0,75.
Decili
I decili sono nove valori che dividono la distribuzione in dieci gruppi di uguale numerosità. La
formula per calcolare i decili è la stessa usata per la mediana e i quartili, con la differenza che il
valore fisso può essere 0,1, 0,2, 0,3, 0,4, 0,5, 0,6, 0,7, 0,8 o 0,9.
Percentili
I percentili sono 99 valori che dividono la distribuzione in 100 gruppi di uguale numerosità. La
formula per calcolare i percentili è simile a quella dei decili, dei quartili e della mediana, con la
differenza che il valore fisso può variare da 0,01 a 0,99. I percentili sono utili soprattutto in
distribuzioni molto numerose e vengono impiegati per confrontare il reddito individuale, valutare i
parametri di crescita dei bambini e altro ancora.
Media
La media aritmetica si determina attraverso la logica della trasferibilità di un attributo. Essa
consente di valutare in che misura ciascuna osservazione si discosti dall'equa distribuzione
dell'attributo X.
Proprietà media aritmetica
Internalità: La media di una distribuzione è sempre compresa tra il suo valore minimo e massimo.
Proprietà Baricentrica: La differenza tra ciascun valore osservato e la media è il relativo scarto.
La somma di tutti gli scarti rispetto alla media è nulla, poiché gli scarti positivi e negativi si
compensano reciprocamente.
Linearità: Se una variabile Y è una trasformazione lineare di una variabile X, cioè Y = α + βX,
allora la media di Y può essere ottenuta applicando la stessa trasformazione lineare alla media di X.
Associatività: Se le unità statistiche sono suddivise in gruppi, la media complessiva è uguale alla
media ponderata dei gruppi, dove i pesi sono determinati dalle dimensioni dei gruppi.
Minimizzazione della somma degli scarti al quadrato: La somma dei quadrati degli scarti
rispetto a un qualsiasi valore δ raggiunge il suo valore minimo solo quando δ coincide con la media
aritmetica μ.
La somma dei valori assunti da un insieme di n unità statistiche è pari al valore medio moltiplicato
per il numero di unità, rappresentando così la loro rappresentatività.
La media si colloca sempre tra il valore più piccolo e quello più grande del carattere, evidenziando
un principio di internalità.
La somma algebrica delle differenze tra un insieme di numeri e la loro media risulta essere zero,
evidenziando la presenza di scarti nulli.
La somma dei quadrati delle differenze tra un insieme di numeri e qualsiasi altro numero raggiunge
il suo minimo solo se quest'ultimo corrisponde alla media, caratterizzando così una condizione di
minimo.
Se n valori sono divisi in k gruppi, allora la media di tutti i valori è ottenuta mediante la media
ponderata di tutte le medie dei gruppi, illustrando un principio di associatività.
Inoltre, la media aritmetica rimane invariata rispetto a trasformazioni lineari dei valori considerati,
dimostrando così la sua linearità.
4. INDICI DI VARIABILITÀ
Variabilità e Informazione
Lo studio di un fenomeno risulta significativo soltanto quando questo si manifesta con variazioni di
modalità o intensità tra un individuo e l'altro. Prendiamo ad esempio l'analisi del reddito in una
specifica regione: diventa imprescindibile osservare unità statistiche con redditi differenziati.
L'osservazione di unità con redditi uniformi risulterebbe futile, poiché non apporterebbe alcuna
informazione di rilievo. La variabilità di un fenomeno varia a seconda di quanto le sue
caratteristiche si differenziano reciprocamente.
Differenza interquartile: L'indice della differenza interquartile si distingue come una misura ancor
più robusta rispetto al campo di variazione.
Massima Variabilità: Il massimo valore che la varianza può assumere, e quindi la massima
variabilità, dipende da due elementi variabili da distribuzione a distribuzione: la media al quadrato e
la numerosità delle osservazioni.
La varianza è sempre minore o uguale a questa determinata quantità. È essenziale calcolare questo
indice relativo in base alla specifica distribuzione.
Decomposizione della Varianza: La decomposizione della varianza si basa sulla suddivisione delle
unità statistiche in gruppi. In questo contesto, possiamo considerare l'intero insieme di osservazioni
come un'unica entità e calcolare la varianza complessiva, indipendentemente dall'appartenenza dei
singoli dati ai gruppi.
Questa decomposizione rivela che la varianza totale può essere
espressa come la somma di due componenti:
La varianza interna, che misura la variabilità all'interno di ciascun
gruppo, ovvero quanto le unità statistiche si discostano dalla media
del proprio gruppo.
La varianza esterna, che misura quanto i gruppi differiscono tra
loro. Se le medie di tutti i gruppi sono vicine alla media totale, la
varianza esterna sarà minore, indicando una minore differenza tra le medie dei gruppi e la media
complessiva.
Questa logica è comunemente utilizzata per valutare l'effetto di una variabile qualitativa su una
variabile quantitativa. Tipicamente, quando analizziamo insieme questi due tipi di variabili, è la
variabile quantitativa a definire gli equilibri.
Relazioni statistiche
La connessione tra le due variabili prende nomi diversi:
1) Associazione (bidirezionale): una relazione reciproca tra due caratteri qualitativi.
2) Dipendenza (unidirezionale): una relazione di causa-effetto
Dipendenza media tra due caratteri misti
Dipendenza lineare tra due caratteri quantitativi
3) Interdipendenza (bidirezionale): una relazione di dipendenza reciproca tra due caratteri quantitativi
Correlazione lineare
Un carattere di tipo quantitativo e uno di tipo qualitativo (dipendenza in media)
Esaminiamo un carattere quantitativo suddiviso in classi e un
carattere qualitativo che genera gruppi di osservazioni. In questo
contesto, l'area geografica determina gruppi di regioni del nord, del
centro e del sud. L'obiettivo è valutare se esista un effetto dell'area
geografica sul reddito medio, da cui il concetto di dipendenza in
media. Vogliamo verificare se il carattere qualitativo dipende in
media dal carattere quantitativo. Al variare di uno dei due caratteri,
l'altro cambia o rimane invariato? Quando l'area geografica varia,
il reddito varia o rimane costante? Se osserviamo profonde
disparità nei redditi medi tra le diverse aree geografiche, possiamo
dedurre l'esistenza di un effetto dell'area geografica sul reddito medio. Non ha senso considerare la
relazione inversa: se al variare del reddito, l'area geografica cambia o meno.
Poiché disponiamo di modalità del carattere qualitativo che definiscono questi gruppi, l'approccio
consiste nell'esaminare le medie del reddito rispetto alle tre classi generate dall'area geografica.
Quando trattiamo una distribuzione doppia e calcoliamo le medie parziali (rispetto ai diversi gruppi
generati dalla variabile qualitativa), ottenere risultati precisi può essere estremamente complesso.
Dobbiamo determinare se le variazioni nei redditi tra nord, centro e sud siano attribuibili alla
variabilità intrinseca del reddito o se dipendano dall'effetto dell'area geografica. Se le oscillazioni
delle medie dei tre gruppi sono ridotte, ciò indica che la variazione è principalmente dovuta alla
varietà dei redditi individuali. Al contrario, se le differenze sono significative, allora l'effetto
dell'area geografica potrebbe essere rilevante.
Per calcolare i valori medi, applichiamo la proprietà associativa della media aritmetica e utilizziamo
la decomposizione della varianza. Questa decomposizione consente di suddividere la varianza totale
del fenomeno in due componenti: varianza interna ed esterna. Questo concetto è cruciale poiché il
carattere qualitativo definisce i gruppi. La varianza esterna ci aiuta a comprendere se le differenze
medie sono dovute alla variazione interna tra le regioni (nord, centro e sud) o se sono influenzate
dalla variabile "area geografica".
L'indice ETA (η) o ETA-quadro (η2), essendo il rapporto tra la varianza esterna e la varianza totale,
assume sempre valori compresi tra 0 e 1. In analisi reali, non si verificano mai i due valori estremi.
Quando l'indice è pari a 0, indica che la varianza esterna è nulla; quindi, le medie sono tutte uguali e
vi è una perfetta indipendenza in media. Al contrario, quando l'indice è pari a 1, si verifica una
perfetta dipendenza in media, indicando che l'effetto della variabile quantitativa sulla variabile
qualitativa raggiunge il massimo valore.
Esercizio
Ad esempio, prendiamo in esame due caratteri come il colore dei capelli e della pelle. Supponiamo
che i capelli possano essere neri o biondi, mentre la pelle può essere chiara o scura. È ragionevole
aspettarsi un'associazione tra questi due caratteri: ci aspettiamo che ci siano più individui con
capelli neri e pelle scura rispetto a individui con capelli biondi e pelle chiara.
D'altro canto, consideriamo due altri caratteri in cui non esiste alcun legame evidente, come il
colore dei capelli e il genere televisivo preferito. In questo caso, non ci sono aspettative riguardo
alle frequenze e possiamo ipotizzare una distribuzione casuale.
In sintesi, le frequenze possono fornire un'indicazione sull'esistenza di una relazione tra le variabili.
Se le frequenze sono equilibrate, non c'è associazione; se alcune modalità prevalgono nettamente su
altre, vi è una relazione tra i due caratteri considerati.
È importante notare che non sempre si analizzano frequenze assolute e che le tabelle a doppia
entrata possono essere interpretate sia per righe che per colonne. Inoltre, consideriamo una
relazione bidirezionale, che implica una dipendenza sia dalle righe alle colonne che dalle colonne
alle righe. Pertanto, esaminiamo le distribuzioni condizionate, prendendo in considerazione le righe
e le colonne interne alla tabella.
Per ottenere una visione più chiara delle relazioni tra i due caratteri,
eseguiamo il calcolo dei profili riga. Questo processo consiste nel
dividere ciascun valore della tabella per il totale di riga, creando così
distribuzioni condizionate. I nuovi totali di riga saranno tutti uguali a 1.
Applichiamo lo stesso procedimento anche per le distribuzioni
marginali, dividendo il totale di colonna per il totale della tabella. In
questo modo, il valore sbilanciato di 312 scompare. I profili riga
diventano tutti uguali tra loro, indicando un'uguaglianza nelle
distribuzioni condizionate di riga.
Confrontando le distribuzioni dei capelli rispetto alla scelta, notiamo
che sono tutte simili. Ciò suggerisce che il comportamento del carattere
"colore dei capelli" non varia tra le due modalità di scelta.
In questo contesto, non osserviamo variazioni nell'uno rispetto all'altro
carattere al variare dell'altro. Di conseguenza, possiamo concludere che
vi è un'indipendenza tra i due caratteri.
Possiamo fare lo stesso discorso al contrario, con le colonne.
Connessione
Indice Chi-quadro (Χ2): basato sulla somma dei quadrati delle differenze tra
le frequenze teoriche e le frequenze osservate.
Se i due caratteri sono indipendenti, le frequenze osservate saranno
esattamente uguali alle frequenze teoriche, che rappresentano la condizione
di indipendenza. In tal caso, tutti i termini della sommatoria saranno nulli (indicando l'assenza di
connessione tra X e Y). Se le frequenze differiscono, ciò indica una mancanza di indipendenza.
Maggiore è la discrepanza rispetto alle frequenze teoriche, maggiore è la forza della connessione tra
X e Y.
Questa tabella fornisce i valori che ci aspetteremmo di osservare se i caratteri fossero indipendenti.
Tuttavia, poiché le frequenze osservate differiscono da quelle teoriche, possiamo dedurre che non
esiste indipendenza tra i caratteri.
Nota: Le frequenze teoriche, contenendo numeri decimali, sono stime e possono includere valori
decimali. L'assoluta coincidenza tra frequenze teoriche e osservate è rara; l'importante è
comprendere l'entità della discrepanza. Non esiste una soglia precisa per determinare la forza del
legame.
Indice V di Cramer
L'indice V di Cramer fornisce una misura
della forza dell'associazione tra le variabili.
In questo caso la connessione non è così
robusta.
Indice T di Tchuprov
Un altro indice utilizzato è l'Indice T di Tchuprov, normalizzato e derivato dalla radice quadrata
dell'indice V di Cramer, cioè √T.
Formulazione alternativa
Esiste una formulazione alternativa per calcolare il Chi-quadro,
particolarmente utile quando si trattano frequenze basse. In questo
caso, si considera la somma delle righe e delle colonne della tabella
delle frequenze, moltiplicata per il rapporto delle frequenze al
quadrato, meno uno. È importante notare che in questo metodo non è
necessario calcolare le frequenze teoriche.
Legame bilaterale
Quando le variabili X e Y variano, è fondamentale
determinare se esista un legame tra di esse. Per
illustrare questo concetto, consideriamo gli 8
studenti come punti su un diagramma cartesiano,
posizionati in base alle loro coordinate su entrambe
le variabili. Questo diagramma, noto come
diagramma di dispersione, riveste un ruolo cruciale nell'analisi dell'eventuale relazione tra le due
variabili. L'osservazione della disposizione dei punti ci fornisce importanti indicazioni: una forma
allungata e inclinata suggerisce una connessione tra le variabili. Ad esempio, l'aumento dei valori
della variabile X è generalmente associato a un aumento dei valori della variabile Y. Tuttavia, è
importante notare che questa relazione può non essere valida per tutti i punti: ci possono essere
eccezioni in cui un aumento del voto al test non si traduce necessariamente in un aumento del voto
in matematica, nonostante la tendenza generale sia quella di una correlazione positiva.
Covarianza
La covarianza è un indice che quantifica il tipo di legame esistente tra due variabili.
Matematicamente, è definita come:
Nella formula, si calcolano gli scarti dalla
media per entrambe le variabili e si
moltiplicano tra loro. Il punto nel grafico
cartesiano in cui si intersecano le medie di X
e Y rappresenta il baricentro della
dispersione.
L'analisi dei punti distribuiti nei settori positivi e negativi fornisce un'indicazione chiara
dell'andamento delle variabili rispetto all'asse x: se i punti predominano nei settori positivi, la
covarianza sarà caratterizzata da scarti positivi; al contrario, se prevalgono nei settori negativi, i
termini saranno principalmente negativi. In sostanza, una covarianza positiva indica che,
all'aumentare di X, aumenta anche Y, indicando un legame diretto di interdipendenza positiva tra le
variabili. Viceversa, una covarianza negativa suggerisce una relazione inversa: all'aumentare di X,
diminuisce Y, evidenziando un legame inverso di interdipendenza tra le variabili.
La covarianza assume valori compresi tra meno e più infinito. Quando è uguale a zero, indica
l'assenza di relazione tra X e Y, con una distribuzione equa dei punti nei quattro settori del grafico.
In questo caso, non emerge alcuna forma particolare che suggerisca un legame diretto o inverso tra
le variabili.
Esempio:
Esaminiamo tre distribuzioni doppie, ognuna comprendente due
variabili.
Nel secondo caso, notiamo una maggiore concentrazione di punti nei settori che producono termini
negativi della covarianza. In questo contesto, un aumento della variabile X corrisponde a una
diminuzione della variabile Y.
Nel terzo caso, la covarianza assume un valore prossimo allo zero. Non riscontriamo una prevalenza
di punti in nessuno dei quattro settori del piano cartesiano. In questa situazione, la covarianza vicina
a zero non consente di stabilire con certezza se esista un legame diretto o inverso tra le variabili
esclusivamente dall'analisi grafica.
Riassumendo…
Esempio di calcolo:
Procedura di Calcolo della Covarianza:
1) Calcolare le Medie: Calcolare la media delle variabili X
e Y.
2) Calcolare gli Scarti: Per ciascuna osservazione, calcolare lo scarto tra il valore della variabile X e la
media di X, e tra il valore della variabile Y e la media di Y.
3) Calcolare i Prodotti degli Scarti: Moltiplicare tra loro gli scarti ottenuti per X e Y.
4) Sommare i Prodotti degli Scarti: Sommare tutti i prodotti degli scarti ottenuti nel passaggio
precedente.
Il coefficiente di correlazione
varia da valori molto bassi a valori più alti, e questa
variazione determina la disposizione dei punti nel grafico.
Quando il coefficiente di correlazione si trova al centro
dell'intervallo, cioè intorno a zero, i punti si
distribuiscono casualmente e non presentano un
allineamento particolare.
Esercizio
X Y X-MX Y-MY (X-MX)( Y-MY) (X-MX)2 ( Y-MY)2
1 4 -3,9 -1,3 5,07 15,21 1,69
4 3 -0,9 -2,3 2,07 0,81 5,29
3 9 -1,9 3,7 -7,03 3,61 13,69
6 6 1,1 0,7 0,77 1,21 0,49
7 9 2,1 3,7 7,77 4,41 13,69
9 5 4,1 -0,3 -1,23 18,81 0,09
7 6 2,1 0,7 1,47 4,41 0,49
5 2 0,1 -3,3 -0,33 0,01 10,89
4 5 -0,9 -0,3 0,27 0,81 0,09
3 4 -1,9 -1,3 2,47 3,61 1,69
TOT = 49 TOT = 53 Devianze 50,9 48,1
M(X) = 4,9 M(Y) = 5,3 Varianze 5,09 4,81
Codevianza = 11,3
Covarianza = 1,13
Regressione lineare
La regressione lineare è un metodo utilizzato per studiare la
relazione tra due variabili quantitative, X e Y, in cui X è considerata
la variabile indipendente e Y la variabile dipendente. Si ipotizza che
esista una relazione lineare del tipo y = α + βx.
Cos'è un Modello?
Un modello è una rappresentazione matematica di un fenomeno reale, espressa mediante funzioni,
equazioni e altre forme, che permette di definire i legami tra le varie caratteristiche del fenomeno.
Fenomeno Stocastico o Aleatorio: Nel caso di un fenomeno stocastico, osservando due variabili, si
possono incontrare punti che si distribuiscono attorno a una retta, ma non lungo di essa. Questo
perché, ad uno stesso valore di X, possono corrispondere diversi valori di Y, non esiste quindi una
relazione univoca. In questo contesto, la retta rappresenta
un'approssimazione matematica della relazione, ma nel
fenomeno reale esiste una componente casuale che non può
essere spiegata dalla funzione matematica. Questo è ciò che
definiamo "errore", la parte della variabilità che non può
essere modellizzata tramite una funzione matematica.
L'indice di bontà, noto come R2, è dato dal rapporto tra la devianza di regressione e la devianza di y.
x
e
y indicano le medie.
Il momento dell'analisi
Il concetto di probabilità si riferisce a situazioni che non sono ancora state osservate. Dopo aver
effettuato l'osservazione di un fenomeno, si entra nel campo della certezza, mentre prima ci si trova
nell'ambito dell'incertezza.
Certezza:
Variabili statistiche: si riferiscono a fenomeni che possono assumere diversi valori e modalità.
Distribuzioni di frequenza
Rappresentazioni grafiche che includono la funzione di ripartizione empirica, che traccia
l'andamento delle frequenze relative cumulate, e l'istogramma, che mostra la distribuzione delle
frequenze di un carattere x suddiviso in classi sull'asse y, rappresentando la densità di frequenza.
Incertezza:
Variabili casuali: equivalenti alle variabili statistiche ma relative a un momento precedente
all'osservazione, rappresentano fenomeni non ancora osservati.
Distribuzioni di probabilità: permettono di elencare i possibili valori e conoscere la probabilità con
cui tali valori possono manifestarsi.
Rappresentazioni grafiche: includono la funzione di ripartizione, precursore logico della funzione di
ripartizione empirica, che illustra l'andamento delle probabilità, e la densità di probabilità.
La varianza svolge un ruolo cruciale poiché, se ipotizziamo in modo estremo che la variabilità sia
nulla, tutte le unità statistiche sarebbero identiche, rendendo la statistica superflua. In uno scenario
in cui la varianza è zero, ogni campione sarebbe identico, rendendo la scelta di un campione rispetto
a un altro irrilevante e non comportando alcun rischio di errore. Saremmo in una situazione in cui
basterebbe osservare una singola unità statistica.
Quando la varianza è maggiore di zero, indica che esiste un'informazione significativa da acquisire.
La popolazione è composta da unità statistiche diverse tra loro, così come i campioni, quindi
l'estrazione di un campione rispetto a un altro produce sempre un risultato diverso. Di conseguenza,
più i campioni sono eterogenei, maggiore è il rischio di errore nel sistema statistico.
I risultati potenziali di un esperimento possono essere enumerati o elencati in alcuni casi, mentre in
altri casi, come ad esempio nel caso della previsione del tasso di inflazione dell'anno successivo, ciò
non è possibile poiché i risultati sono infiniti.
1. La prima impostazione è l'impostazione assiomatica, che individua tre elementi primitivi della
probabilità:
1) Prova: un esperimento il cui risultato non è prevedibile con certezza.
2) Evento: un possibile risultato di una prova.
3) Probabilità: un numero associato alla possibilità che si verifichi un evento.
L'impostazione assiomatica include anche gli assiomi, che sono regole fondamentali che governano
l'assegnazione delle probabilità.
4. Impostazione frequentista: secondo cui, all'aumentare del numero di prove (con un numero che
tende all'infinito), la probabilità dell'evento A coincide con la frequenza relativa di tale risultato, a
condizione che tutte le prove si svolgano nelle stesse circostanze. Una critica a questa impostazione
è che non sempre tutte le prove si svolgono nelle stesse condizioni.
Possiamo impiegare le operazioni tra insiemi per definire le combinazioni di eventi elementari e
composti. Gli eventi composti possono essere considerati come l'unione di più eventi elementari.
L'unione di due insiemi costituisce un insieme che contiene gli elementi presenti in entrambi gli
insiemi, mentre l'intersezione tra due insiemi è un insieme che include solo gli elementi comuni a
entrambi.
Gli assiomi del calcolo delle probabilità ci consentono di dedurre le caratteristiche necessarie
affinché un numero possa essere considerato una misura di probabilità:
1) La probabilità è sempre rappresentata da un numero compreso tra 0 e 1.
2) Il valore 1 è associato alla probabilità dello spazio campionario (evento certo).
3) Se consideriamo l'unione di due eventi nello spazio campionario, la probabilità di tale unione è
uguale alla somma delle probabilità dei due eventi se i due eventi sono incompatibili, ovvero se la
loro intersezione è nulla.
Esempio
Operazioni sugli eventi
Unione: è formata da tutti gli elementi che appartengono sia all'insieme A che all'insieme B. In
questo contesto, non possiamo applicare il terzo assioma, poiché gli eventi non hanno intersezione
nulla e quindi non sono incompatibili.
Negazione: Ad
esempio, se
consideriamo
l'evento di
ottenere un numero pari, la sua negazione, indicata come A
complementare, consiste nell'ottenere un numero dispari.
Probabilità Condizionata
Una relazione tra due eventi può influenzare la probabilità dell'altro. Ciò avviene perché valutare la
probabilità di A rispetto all'intero spazio campionario è diverso dall'avere la conoscenza che si è
verificato B, poiché lo spazio campionario si riduce a B. La nuova quantificazione sarà
l'intersezione tra A e B rispetto a B, quindi si calcola il rapporto tra la probabilità di A intersezione
B e la probabilità di B. Questa probabilità è detta probabilità di A dato B, ovvero la probabilità che
A si verifichi dato che B si è verificato.
Indipendenza Stocastica
Due eventi A e B sono indipendenti se il verificarsi di uno non modifica la probabilità dell'altro. Se
la probabilità di A dato B è uguale alla probabilità di A, allora il verificarsi di B non influenza la
probabilità di A, e viceversa. La probabilità di A moltiplicata per la probabilità di B è uguale alla
probabilità dell'intersezione tra A e B.
La dichiarazione di indipendenza tra due eventi non implica che siano incompatibili; possono
comunque avere un'intersezione. Tuttavia, se due eventi sono incompatibili, allora non sono
indipendenti.
Variabile casuale
La variabile casuale è una funzione il cui dominio è lo spazio campionario, associando a ciascun
evento un numero reale. In altre parole, essa traduce gli eventi in numeri, partendo dall'insieme di
eventi (Ω) e associando a ciascuno di essi un valore nel campo dei numeri reali.
Se consideriamo l'osservazione di un fenomeno come un esperimento, essa darà luogo a vari
risultati, ossia ai diversi valori che il fenomeno può assumere. Ad esempio, se osserviamo il reddito
di un gruppo di individui, i possibili valori osservati saranno i risultati dell'esperimento.
La variabile casuale, quindi, associa ai risultati di un esperimento una serie di numeri reali. Ma non
si ferma qui: associa a ciascun numero un valore di probabilità, che è sempre compreso tra 0 e 1.
Prendiamo ad esempio il lancio di una moneta. Gli esiti possibili sono "Testa" (T) e "Croce" (C),
due eventi qualitativi. Definiamo una variabile casuale X come il numero di teste ottenute nel lancio
di una moneta, quindi X può essere 1 se esce testa e 0 se non esce.
Per associare i valori delle probabilità, scriviamo P(xi) = P(X = xi). Ad esempio, avremo:
xi P(xi)
0 ½
1 ½
TOT = 1
Il totale delle probabilità assegnate ai singoli valori della variabile casuale è sempre 1.
Il valore atteso e la varianza sono due parametri fondamentali che caratterizzano una variabile
casuale e forniscono informazioni significative sulla distribuzione di probabilità associata ad essa. Il
valore atteso rappresenta il valore medio o centrale della distribuzione e offre un'indicazione del
punto di riferimento della variabile casuale. La varianza,
d'altra parte, descrive la dispersione dei dati attorno al valore atteso e fornisce informazioni sulla
consistenza dei dati rispetto alla loro media.
Funzione di ripartizione
La funzione di ripartizione è una misura della probabilità che la
variabile casuale X assuma valori minori o uguali a un dato valore
x0 (X ≤ x0). In altre parole, essa rappresenta la probabilità che X
non superi il valore x0.
Nel caso discreto, la funzione di ripartizione è la somma delle
probabilità di tutti i valori della variabile casuale fino al punto x0.
Per attribuire probabilità a fenomeni reali, è essenziale ridurli a schemi teorici, inquadrandoli come
possibili risultati di un esperimento casuale e traducendoli in variabili casuali. L'obiettivo nell'uso di
modelli di variabili casuali è determinare la probabilità dei possibili valori della variabile casuale o
degli intervalli di valori nel caso di variabili continue.
Normale
La distribuzione normale, anche conosciuta come distribuzione gaussiana, è caratterizzata da due
parametri fondamentali: il valore atteso e la varianza. Questi parametri definiscono univocamente
una variabile casuale X distribuita secondo una distribuzione normale. Si possono avere infinite
variabili casuali normali, ognuna con caratteristiche
diverse in base ai valori del valore atteso e della
varianza.
La distribuzione normale presenta una forma
campanulare simmetrica, dove il punto più alto
coincide con il valore atteso della distribuzione.
Tuttavia, possiamo semplificare questo calcolo utilizzando il processo di standardizzazione. Per fare
ciò, generiamo una nuova variabile casuale Z chiamata standardizzata, definita come
X−μ(media)
Z= . Questa trasformazione porta qualsiasi variabile casuale normale ad una forma
σ
standard con media 0 e varianza 1.
- σ = -1 e σ = 1
Il vantaggio è che gli estremi tra i quali è compresa X si possono standardizzare.
2. Distribuzione t di Student: Il rapporto tra una variabile casuale normale standardizzata e la radice
quadrata di una variabile casuale chi-quadro, indipendente dalla prima, divisa per i propri gradi di
libertà, segue una distribuzione t di Student con g gradi di libertà:
Momenti:
Valore atteso (media): E(X) = (a + b)/2
Varianza: Var(X) = (b - a)2 /12
Uniforme discreta
Una variabile casuale uniforme discreta è generata da una prova che può essere assimilata
all’estrazione di una pallina da un’urna contenente n palline identiche, ma numerate da 1 a n. Se X
segue una distribuzione uniforme discreta su n elementi, si scrive X ~ Ud(n).
La probabilità per ciascun valore xi è data da: p(xi) = 1/n dove i = 1, 2, 3, …, n.
Questa variabile casuale può sembrare insignificante da un punto di vista pratico. Se desidero
conoscere la probabilità di ottenere 1 o 0 successi e utilizzo la variabile casuale di Bernoulli con una
probabilità di successo p, allora la probabilità di successo è già nota. Tuttavia, essa assume
un'importanza cruciale quando si definisce una variabile casuale più complessa, come quella
binomiale. Attraverso la variabile casuale di Bernoulli, possiamo stabilire la probabilità di ottenere
x successi in una singola prova, mentre quella binomiale ci fornisce l'espressione per calcolare la
probabilità di ottenere x successi in più prove.
Con la variabile casuale di Bernoulli, si affronta un panorama più articolato, dove il numero di
successi può variare notevolmente. Mentre in una singola prova si può avere solo 0 o 1 successo, in
n prove possiamo ottenere da 0 a n successi.
I valori possibili della variabile casuale sono racchiusi in un intervallo discreto che va da 0 a n. Le
probabilità non sono semplici da dedurre. Per ciascun valore, è necessario utilizzare un'espressione
che varia con x. Pertanto, l'espressione diventa: p(x) = ()
n =¿ x
x
p (1-p)n-x
Immaginiamo di avere un'urna con palline di colori diversi, diciamo 4 palline bianche e 6 nere. Se
consideriamo il successo come l'estrazione di una pallina bianca, allora la probabilità di successo è
p(B) = 4/10 = 0.4. Questo tipo di procedura, noto come schema di estrazione con ripetizione o con
reinserimento, è comune.
La probabilità di ottenere successo in due estrazioni consecutive sarà 0.4 × 0.4, ma solo se
reinseriamo la pallina, poiché altrimenti altereremmo la composizione dell'urna. Supponendo che le
prove siano ripetute e le palline reinserite, la probabilità rimane costante.
Se rappresentiamo questa situazione con una variabile casuale X distribuita come una binomiale
B(n,p), dove n è il numero di prove e p è la probabilità di successo in una singola prova, possiamo
analizzare un esempio con n = 5 e p = 0.4. Vogliamo calcolare la probabilità che la variabile casuale
x assuma il valore 3, cioè la probabilità di ottenere 3 successi su 5 prove. Per avere 3 successi, gli
altri due devono essere insuccessi. Per determinare questa probabilità, dobbiamo considerare sia il
fattore di probabilità sia il numero di combinazioni di successi e insuccessi possibili, il quale è
determinato dal calcolo binomiale.
L'espressione completa diventa: P(x) = n!/(x!(n-x)!)
Il valore atteso sarà E(x) = n ×p, mentre la varianza sarà Var(x) = n × p (1 - p).
Statistiche e Parametri
Definiamo la statistica come una funzione delle osservazioni campionarie. Anche la statistica stessa
è una variabile casuale. Quando definiamo una statistica in generale, essa è considerata una
variabile casuale poiché il suo valore dipende dal campione che viene estratto. Tuttavia, una volta
che abbiamo estratto il campione e calcolato la statistica, diventa la statistica calcolata.
Esempio: Prima di osservare il campione, indichiamo la media con X*, mentre dopo l'osservazione
la rappresentiamo con x*. La differenza sta semplicemente nel passaggio dalla lettera maiuscola a
quella minuscola.
In presenza di un parametro generico θ, utilizziamo una statistica indicata con T n (riferita al valore
casuale), che può essere anche chiamata stimatore. Una volta estratto il campione, questa diventa la
Statistica Calcolata tn, che rappresenta la stima di θ.
Stimatori e Stime
Supponiamo che sulla popolazione sia definita una variabile X, la cui distribuzione, seppur
incognita, è completamente caratterizzata da un parametro θ o da un insieme di parametri θ.
Le n osservazioni campionarie (X1, …, Xn) sono altrettante variabili casuali la cui distribuzione e i
cui parametri sono uguali a quelli della variabile X.
Una funzione delle osservazioni campionarie è una statistica che, nel contesto della stima di un
parametro, viene definita stimatore.
Il valore che lo stimatore assume in uno specifico campione estratto costituisce la realizzazione
campionaria della variabile casuale e rappresenta la stima.
L'obiettivo è trovare, sulla base di un campione casuale X1, X2, …, Xn, un valore o un insieme di
valori per θ (o per θ) che siano la migliore approssimazione possibile del valore incognito della
popolazione. La distinzione tra statistica e stimatore è sottile: gli stimatori sono essenzialmente
delle statistiche, ma la differenza risiede nel fatto che le statistiche sono generali funzioni delle
osservazioni campionarie, mentre, ad esempio, la media campionaria è sia una statistica che uno
stimatore, in quanto mira a stimare il valore atteso.
La stima del parametro θ può essere eseguita attraverso tre possibili strumenti:
Stima Puntuale: Estraggo un campione e calcolo uno stimatore T su questo singolo campione,
ottenendo così un risultato t, che rappresenta la stima puntuale. Questo approccio fornisce un'unica
stima basata sul singolo campione estratto.
Stima per Intervalli: Costruisco un intervallo intorno a t sulla base della variabilità di T al variare
del campione. Tale intervallo, con una probabilità nota, contiene θ. Questo metodo permette di
ottenere una stima più accurata, considerando la variabilità del campione.
Verifica delle Ipotesi: Utilizzo delle informazioni a priori su θ per definire un'ipotesi sul suo valore
e verificare tale ipotesi sulla base del campione t. Questo approccio parte dalla conoscenza
pregressa del parametro θ e utilizza il campione per determinare se tale conoscenza è ancora valida.
Questo metodo consente di confrontare un dato acquisito con un'evidenza empirica derivante dal
campione.
La distribuzione campionaria
La media varia al cambiare del campione, diventando quindi una variabile casuale con la sua
distribuzione di probabilità, nota come distribuzione campionaria.
Per comprendere il comportamento previsto della media al variare del campione, è fondamentale
conoscere le caratteristiche della distribuzione campionaria. Tuttavia, ancor prima di questo,
sarebbe utile comprendere il valore atteso e la varianza della media (ovvero quale sia la media delle
medie campionarie al variare del campione e quanto varia questa media).
Più la media campionaria oscilla da campione a
campione, maggiore è il rischio di errore. Se i campioni
estratti dalla popolazione generano valori poco variabili,
l'errore associato all'estrazione di un campione è ridotto.
Al contrario, se le medie campionarie sono molto diverse
tra loro, il rischio di errore aumenta notevolmente.
Ecco alcune osservazioni sul campionamento senza reintroduzione (CSR) e con reintroduzione
(CCR):
- Quando n = 1, i risultati ottenuti con il CCR coincidono con quelli ottenuti con il CSR.
- Quando n = N, la varianza della media campionaria nello schema CSR è nulla, poiché il campione
coincide con l'intera popolazione e non vi è alcuna incertezza legata al campionamento.
- Quando n < N, il fattore di correzione utilizzato nel CSR è inferiore a 1, il che significa che la
varianza della media campionaria nel CSR è inferiore a quella ottenuta nel CCR.
- Quando n è molto piccolo rispetto alla numerosità della popolazione N, il fattore di correzione per il
CSR è prossimo a 1, rendendo trascurabile la differenza tra i due schemi.
La successione Xn delle variabili casuali X1, X2, …, Xn, indipendenti e identicamente distribuite con
media μ e varianza σ2 costanti, costituisce un campione casuale.
Quando un fenomeno reale può essere visto come la somma o la media di un gran numero di cause
indipendenti, indipendentemente dai modelli probabilistici che generano le singole variabili casuali,
è ragionevole aspettarsi che la distribuzione di probabilità di tale fenomeno possa essere
approssimata dalla distribuzione normale.
In altre parole, ogni volta che ci troviamo di fronte a un fenomeno reale di cui non conosciamo la
distribuzione di probabilità, per campioni di dimensioni
considerevoli, la distribuzione campionaria della media
può essere ragionevolmente approssimata dalla
distribuzione normale.
Indipendentemente dal fatto che conoscessimo o meno
la distribuzione di X, se disponiamo di un campione
sufficientemente grande, possiamo utilizzare la
distribuzione normale per la media campionaria. Questo
ci consente di valutare il risultato del campione rispetto
a una distribuzione nota, permettendoci di determinare
se il nostro singolo campione è associato a una
probabilità alta o bassa.
Distribuzione chi-quadro: La distribuzione chi-quadro non è simmetrica ed è definita solo per valori
maggiori di 0.
Distribuzione t di Student: La distribuzione t di Student è simmetrica, simile alla distribuzione
normale.
Intervallo di Confidenza
Definiamo intervallo di confidenza, rispetto a un parametro θ da stimare, l'intervallo che ha al
centro la stima campionaria t. La probabilità che il valore reale del parametro θ sia compreso tra t-Δ
e t + Δ è pari a 1 - α dove α è il livello di fiducia associato all'intervallo.
L'intervallo di confidenza è quindi definito dai suoi estremi inferiore (Lower) e superiore (Upper).
Per comprendere l'intervallo di confidenza, è necessario distinguere due momenti teorici: prima e
dopo l'estrazione del campione.
Prima dell'Estrazione del Campione: Prima dell'estrazione del campione, parliamo del valore che
assumerà il nostro stimatore T, il quale non ha ancora assunto un valore specifico. In questo
contesto, l'intervallo di confidenza ha estremi T - Δ e T + Δ. Qui, l'intervallo è definito come
intervallo casuale poiché i suoi estremi sono due variabili casuali che possono assumere vari valori
in funzione dei possibili valori dello stimatore.
Dopo l'Estrazione del Campione: Dopo l'estrazione del campione, lo stimatore T ha assunto un
valore specifico t. In questo caso, l'intervallo non è più casuale ma determinato da t - Δ e t + Δ. Una
volta calcolata la stima, l'intervallo casuale diventa un intervallo di confidenza.
È importante non confondere il livello di confidenza con la probabilità che μ sia contenuto
nell'intervallo specifico calcolato dal campione. Il livello di confidenza indica la percentuale di
intervalli di confidenza, calcolati su molti campioni, che conterranno il valore incognito del
parametro.
Poiché la media campionaria varia con ogni campione,
anche l'intervallo di confidenza varia, spostandosi
all'interno della distribuzione. Il valore centrale
dell'intervallo di confidenza è la media campionaria, che
cambia con ogni campione estratto.
Per avere un intervallo che non contiene il vero valore
del parametro, la media campionaria deve trovarsi in
una coda della distribuzione. Quando la media
campionaria cade molto lontano dal valore del
parametro, è possibile che l'intervallo non includa il
valore reale della media.
Supponiamo di voler stimare l'altezza media degli individui attraverso un campione. Posso
selezionare uno dei tanti possibili campioni dalla popolazione. In questi campioni, ci saranno sia
persone molto alte che molto basse, ma è raro ottenere un campione composto esclusivamente da
persone molto alte o molto basse; la probabilità di tale evento è molto bassa.
Quando si verifica l'eventualità di ottenere un campione che si discosta notevolmente dalla media
della popolazione, è possibile che l'intervallo di confidenza costruito non includa il valore incognito
del parametro. Questo accade nel 5% dei casi se abbiamo stabilito un livello di confidenza del 95%.
Nessuno può dire con certezza se l'intervallo calcolato contiene il valore incognito della media, ma
conosciamo il rischio di errore associato all'intervallo stesso.
Esempio:
Valori Frequenti del Livello di Confidenza
1 - α = 95%: α = 0.05, z = 1.96
1 - α = 99%: α = 0.01, z = 2.58
Il livello di confidenza incide sull'ampiezza dell'intervallo di confidenza: più è alto il livello di
confidenza, più l'intervallo sarà ampio. Questo accade perché un livello di confidenza più alto
richiede di catturare una porzione maggiore della distribuzione, aumentando così l'ampiezza
dell'intervallo.
Allo stesso modo, maggiore è la varianza, più ampio sarà l'intervallo di confidenza (a parità di α e
n). Una varianza elevata indica che i possibili campioni sono molto diversi tra loro, rendendo la
stima della media più variabile e meno precisa.
Maggiore è la dimensione del campione n, più piccolo sarà l'intervallo di confidenza (a parità di α e
σ2). Man mano che n aumenta, il campione diventa sempre più simile alla popolazione, rendendo la
stima della media più precisa. Di conseguenza, al variare del campione, la stima cambierà di meno,
riducendo l'ampiezza dell'intervallo di confidenza.
All'aumentare dei gradi di libertà, la curva t di Student tende a restringersi e a diventare più simile a
una distribuzione normale. Con un numero
elevato di gradi di libertà, la distribuzione t di
Student si avvicina alla distribuzione normale
standard.
Determinazione della Numerosità Campionaria Ottimale
Quando il campione e la variabilità di X portano a un intervallo di confidenza troppo ampio rispetto
alla precisione desiderata, è necessario considerare la numerosità campionaria. L'ampiezza
dell'intervallo di confidenza dipende anche dalla dimensione del campione: più grande è il
campione, più stretto sarà l'intervallo di confidenza. Pertanto, aumentando la numerosità del
campione, possiamo ottenere un intervallo più piccolo e più preciso.
Se vogliamo un intervallo di confidenza più stretto, dobbiamo aumentare la dimensione del
campione n.
Esempio
P−π
z= N ( 0 ,1 )
Quindi:
√ π ( 1−π )
n
Esempio:
Esempio:
Stima per intervallo della differenza tra medie
La stima per intervallo della differenza fra medie è un
procedimento che richiede l'estrazione di due campioni, per
i quali calcoliamo le rispettive medie campionarie al fine di
stimare due sottopopolazioni. L'obiettivo è indagare se
queste medie siano effettivamente diverse o se considerare le due sottopopolazioni sia superfluo in
quanto non presentano differenze significative tra loro.
√
2 2
σx σ y
+
nx ny
( )
( X −Y )−( μ x −μ y )
P −z α ≤ ≤ z α =1−α
2
√ σ 2x σ 2y
+
nx ny
2
( √ √ )
2 2 2 2
σx σ y σx σ y
P ( X−Y ) −z α + ≤ ( μ x −μ y ) ≤ ( X −Y ) + z α + =1−α
2
nx ny 2
nx ny
Con questo intervallo di confidenza miriamo a determinare se le medie sono uguali o diverse. Un
indicatore significativo della diversità delle medie è la presenza o l'assenza dello zero all'interno
dell'intervallo. Se l'intervallo include lo zero, ciò suggerisce la possibilità che le medie siano
effettivamente uguali.
Dall’ultimo esempio, se calcoliamo gli intervalli di
confidenza separati per le due medie otteniamo:
Riflettendo sugli intervalli di confidenza: Consideriamo un campione X1, ..., Xn, un parametro θ, e
una statistica Tn il cui valore calcolato sul campione è tn. La probabilità P(θ - Δ ≤ tn ≤ θ + Δ) = 1 - α
ha senso solo se il valore di θ è noto (caso in cui risulta inutile). A meno che... se θ è sconosciuto:
prima di estrarre il campione, tn non è un valore fisso ma una variabile casuale campionaria Tn,
quindi possiamo discutere la probabilità che Tn assuma valori compresi (ossia che tn cada) in un
certo intervallo intorno a θ.
A quale scopo? Per determinare se le nostre conoscenze su θ sono avvalorate dall'evidenza empirica
(cioè dal campione).
Verifica di ipotesi sulla media μ con X distribuito come N(μ, σ2), dove σ2 è nota. La decisione si
basa sui valori critici, con i quali va confrontato il valore-test (ossia il valore della statistica-test
calcolata sul campione).
I valori critici sono derivati dalla distribuzione della statistica-test, fissato il livello di significatività
desiderato per il test.
Dobbiamo determinare se vi è una differenza significativa
tra le medie delle due popolazioni o meno. Se le medie sono
uguali, allora possiamo considerare le due popolazioni come
equivalenti.
Ma a cosa serve esattamente il test sulla differenza tra due
medie?
Se prendiamo due campioni, X e Y, che osservano lo stesso
fenomeno e calcoliamo le rispettive medie campionarie, è
probabile che queste medie abbiano due valori
numericamente diversi. La domanda è: questa differenza è
"significativa"? In altre parole, è dovuta a una differenza
strutturale tra i due campioni, oppure è semplicemente il
risultato di fluttuazioni casuali della media, causate dalla
variabilità intrinseca del fenomeno in esame?