Nuova Serie Ix (2025)
Nuova Serie Ix (2025)
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ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/2025
Direzione
Giuliana Albini.
Comitato Scientifico
Frances Andrews, Ross Balzaretti, François Bougard, Paolo Buffo, Renate Burri,
Marta Calleri, Elisabetta Canobbio, Cristina Carbonetti Venditelli, Maria Nadia
Covini, Beatrice Del Bo, Jean-Baptiste Delzant, Corinna Drago, Bianca Fadda,
Matteo Ferrari, Andrea Gamberini, Clelia Gattagrisi, Marina Gazzini, Paolo Gril-
lo, Marta Luigina Mangini, Salvatore Marino, Liliana Martinelli, Maddalena Mo-
glia, Hannes Obermair, Elisa Occhipinti, Fabrizio Pagnoni, Roberto Perelli Cippo,
Daniel Piñol Alabart, Andreas Rehberg, Antonella Rovere, Kirsi Salonen, France-
sco Senatore, Marianna Spano, Francesca Tinti, Folco Vaglienti, Giacomo Vigno-
delli, Martin Wagendorfer, Lidia Luisa Zanetti Domingues.
Comitato di Redazione
Francesco Bozzi, Elisabetta Canobbio, Marta Luigina Mangini (responsabile di Re-
dazione), Fabrizio Pagnoni, Giacomo Vignodelli.
Ad eccezione dei contributi pubblicati nelle sezioni In apertura e Vetrina, tutti gli
altri testi sono stati sottoposti a un sistema di double-blind peer review. Dopo la
preliminare valutazione del Comitato Scientifico di conformità/pertinenza con la
linea editoriale della rivista, i testi sono stati letti in forma anonima da almeno due
revisori italiani o internazionali. I revisori hanno formulato un giudizio, secondo
una scheda presentata loro, con l’impegno di discrezione nei confronti dell’autore.
I nomi dei revisori sono registrati in un apposito elenco conservato dal Direttore,
pubblicato dopo l’uscita del terzo numero della rivista e successivamente aggior-
nato ogni tre anni all’indirizzo [Link]
Sommario
IN APERTURA
SAGGI
Antonio Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili
monasteri di S. Maria di Licodia e S. Nicolò l’Arena’ in Sicilia: tre privilegi
inediti dei sovrani aragonesi (1336-1361) 225
PRIME RICERCHE
VETRINA
di Elisa Occhipinti
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ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29597
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29597
Elisa Occhipinti
Società Storica Lombarda
[Link]@[Link]
All’età di 93 anni, nella ‘sua’ Massafra (TA), il 10 marzo 2025, è mancato Cosimo
Damiano Fonseca, illustre medievista, attivissimo operatore culturale in vari am-
biti.
Terminati gli studi di teologia e ordinato sacerdote (1954), conseguì il Dottora-
to in Teologia (1956); in seguito si spostò a Milano dove, all’Università Cattolica,
conseguì la laurea in Filosofia, con una tesi in Storia medievale sotto la guida di
Cinzio Violante, di cui divenne assistente.
Dalla collaborazione con Violante scaturì l’idea di approfondire temi pregnanti
della cosiddetta Societas Christiana nei secoli XI e XII in modo da cogliere gli aspet-
ti salienti del superamento della realtà altomedievale: a partire dal 1959 venne
data vita, con cadenza triennale, alle Settimane di Studio, tenute dapprima al Pas-
so della Mendola (BZ) e in seguito in altre sedi; a tali convegni si registrò la parte-
cipazione di studiosi provenienti da molti paesi europei e anche dagli Stati Uniti.
Dopo il trasferimento di Cinzio Violante all’università di Pisa, a Fonseca venne
affidato (a.a. 1964-1965) l’incarico di uno dei corsi di Storia medioevale dell’U-
niversità Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In tale periodo strinse rapporti di
collaborazione con i docenti di Storia medievale dell’Università degli Studi di Mi-
lano, Giuseppe Martini e Gigliola Soldi Rondinini, che sfociarono nell’organiz-
zazione di un Convegno tenuto a Bergamo (settembre 1967) per celebrare l’VIII
centenario della Lega dei comuni padani contro l’imperatore Federico Barbarossa
e in un Seminario tenuto a Varenna (CO) nel settembre 1969, volto a progettare la
schedatura delle famiglie maggiormente presenti nel ricoprire cariche pubbliche
nella Milano del XII secolo.
A partire dall’a.a. 1970-1971 Fonseca passò all’Università degli Studi di Lecce,
dove, qualche anno più tardi, fu eletto Preside della facoltà di Lettere e Filosofia,
tenendo tale incarico per nove anni.
SSMD, n.s. IX (2025)
12
Saggi
Lo spazio della paternità
nei Carmina di Venanzio Fortunato
di Emanuele Piazza
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ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29500
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29500
Emanuele Piazza
Università degli Studi di Catania
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1. Introduzione
«The concept of men as fathers, and the associated cultural expectations of father-
ly emotions and behaviour are areas which have suffered from a serious lack of
research for all historical periods»1: questa riflessione è posta da Emma Southon
quale incipit di un suo contributo del 2012 dedicato al tema della paternità nella
Gallia della Tarda Antichità. La studiosa, dopo aver preso le mosse dal concetto di
patria potestas in epoca romana, sviluppa la sua analisi delle interazioni tra padre
e figli nei secoli V e VI, e altresì investiga la dimensione emozionale del rapporto
tra i patres e la loro prole. Southon sottolinea come il marcato interesse, rispetto ai
secoli precedenti, riscontrabile nelle fonti tardoantiche circa l’espressione dei sen-
timenti legati alla paternità sia un sintomo della crescente influenza che la morale
cristiana esercitava sulle dinamiche familiari2. A partire dagli anni Sessanta del
ventesimo secolo, tali dinamiche avevano iniziato ad avere un’ampia risonanza
grazie alla tesi formulata da Philippe Ariès, secondo la quale la società medievale
non aveva maturato una piena comprensione dell’infanzia, anche sotto il profilo
emotivo3. Tale tesi, nei decenni successivi, è stata oggetto di un’ampia revisione
* Questa ricerca è stata condotta grazie ai fondi del progetto di ricerca “SIMPLE: Studi
Interdisciplinari e Intersezionali sulla Mascolinità e il Patriarcato per La promozione dell’Equità di ge-
nere” (PIAno di inCEntivi per la Ricerca di Ateneo 2024/2026 - Linea di Intervento 1-Università
degli Studi di Catania-Dipartimento di Scienze della formazione). PI: prof. Letterio Todaro.
1
Southon, Fatherhood in Late Antique Gaul, p. 238.
2
Ivi, p. 249.
3
Ariès, L’enfant et la vie familiale.
SSMD, n.s. IX (2025)
4
Dekker - Groenendijk, Philippe Ariès’s discovery, p. 140; v. pure Classen, Philippe Aries and
the Consequences.
5
Renaut, La libération des enfants, p. 42.
6
Classen, Philippe Aries and the Consequences, p. 3.
7
Arjava, Paternal Power, pp. 147 e 162. Sul tema, Nathan, The Family in Late Antiquity,
pp. 15-54; più in generale, si tenga presente Saller, Patriarchy, Property and Death; Francesca
Lamberti, La storiografia sulla familia romana, pp. 14-20; Joye, Includere ed escludere, pp. 189-207.
8
Cooper, The Fall of the Roman Household, p. IX; v. La Rocca, Donne e uomini, p. 11. Peter
Brown fa notare come, dal sesto secolo, «the ancient right of the Roman father to decide whether
or not he would accept a newborn child was spoken of as a custom that belonged to a distant,
pagan age» (Brown, The Body and Society, p. 438).
18
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
ure in each local congregation. Because he was the primary teacher in matters of
religion and the chief dispenser of baptism to the members of his community, he
became the spiritual father par excellence to his flock, a notion that is sometimes
summed up in the word papa, which was originally used to designate any bishop»9:
i vescovi, a seguire Joseph Lynch, erano divenuti i patres spirituali delle città e
delle diocesi loro affidate; essi, tuttavia, quali figure apicali delle gerarchie ec-
clesiastiche, nonché in conseguenza del progressivo indebolimento dell’autorità
imperiale, erano considerati degli imprescindibili punti di riferimento anche in
altri ambiti, vale a dire in quelli politici, militari ed economici. Con il trascorrere
dei secoli, quindi, al prestigio spirituale degli episcopi si affiancava l’auctoritas in
campo temporale, come attestano, per venire più da vicino all’argomento centra-
le del presente contributo, i Carmina di Venanzio Fortunato10. Come ha posto in
evidenza Silvia Cantelli Berarducci in merito alle incombenze di natura politica, e
non soltanto religiosa, attribuite all’alto clero, il «processo di smantellamento del-
la struttura amministrativa imperiale ebbe inizio in Gallia prima e più celermente
che altrove»11; in questo contesto si può asserire che «Fortunatus’ episcopal poems
served an important social function», poiché tali componimenti poetici, a seguire
Brian Brennan, «affirmed the dignity of the episcopacy in general and profiled
the social identity of the individual bishop in his community»12. L’atteggiamento
dei vescovi ritratti nei Carmina sembrava conformarsi al «senatorial system of pa-
tronage and protection» di derivazione romana, un sistema che in ambito eccle-
siastico faceva sì che l’episcopus potesse assurgere al ruolo di pater ecclesiae, pater
pauperum, e pater populi13.
In via preliminare occorre notare che, in relazione alla silloge venanziana, il
tema della maternità – rispetto a quello della paternità – è stato oggetto di analisi
mirate. Si pensi, ad esempio, all’ampio articolo del 2015 di Donatella Manzoli,
studio dal quale si evince come Venanzio abbia rivolto «uno sguardo attento e
partecipe» nei riguardi di alcune significative figure di madri, cogliendone «sfu-
mature e peculiarità tanto nella forza quanto, forse soprattutto, nella sofferen-
za»14. Se, dunque, intensi sentimenti materni emergono nei carmi, ad essi, come si
9
Lynch, Godparents and Kinship, p. 166.
10
Come sottolinea Peter Norton, sebbene «administrative and liturgical functions could
be delegated to deacons and presbyters, the bishop was the spiritual father of the community»
(Norton, Episcopal Elections, p. 3); v. de Nie, Fatherly and Motherly Curing in Sixth-Century Gaul,
pp. 70-71; Hummer, Visions of Kinship, p. 327.
11
Cantelli Berarducci, Elezioni e consacrazioni episcopali, pp. 37-38. Sulla questione,
Heinzelmann, Bischofsherrschaft in Gallien; Scheibelreiter, Der Bischof in merowingischer Zeit;
Van Dam, Leadership and Community, pp. 115-176; Rapp, Holy Bishops in Late Antiquity, pp. 172-
207; Lizzi Testa, I vescovi e il governo della città; Wood, Government, bureaucracy, pp. 559-560.
12
Brennan, The image of the Merovingian bishop, pp. 119-120; v. Beaujard, Le culte des saints
en Gaule, pp. 230-235; Coates, Venantius Fortunatus and the Image of Episcopal Authority; Fiocco,
L’immagine del vescovo; Oudart, L’évêque défenseur des pauvres.
13
Moore, A Sacred Kingdom, p. 195.
14
Manzoli, Il tema della madre, p. 151; v. Brennan, Deathless Marriage; Piredda, La figura
femminile; Pavoni, Un nuovo ideale di donna. Sul tema della maternità medievale, v. Urso, “Buone”
19
SSMD, n.s. IX (2025)
20
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
del VII secolo. «Although we might imagine that the convent of the Holy Cross
brought Fortunatus into a religious, social, and emotional community at variance
with those with which he was otherwise familiar, this does not seem to have been
the case. In addition to Radegund, who had been a queen, a couple of the nuns
at Holy Cross were Merovingian princesses. Institutionally as well, Holy Cross
had close connections with the royal court»: è questo l’efficace confronto che Bar-
bara Rosenwein sviluppa tra le comunità emotive che avevano beneficiato della
presenza di Venanzio, la corte dei reges merovingi, da una parte, il monastero di
Santa Croce, dall’altra21. Comunità i cui membri, a seguire la studiosa statuniten-
se, avevano aderito «to the same norms of emotional expression and value – or
devalue – the same or related emotions»22.
Nella corte e nel mondo ecclesiastico (soprattutto episcopale, non soltanto mo-
nastico), quindi, Venanzio coglie una espressione di quei sentimenti che uniscono
fra loro padri e figli, carnali e spirituali. Tali relazioni sono ricostruite (ed edulco-
rate) attraverso un filtro poetico che lascia intuire come i moti d’animo dei pro-
tagonisti dei Carmina potessero essere codificati e resi comprensibili a vantaggio
di un coeso gruppo sociale, che fosse quello dei sudditi di un sovrano o il gregge
dei fedeli di un vescovo. Qui di seguito si propone l’analisi di alcuni tra i più
rilevanti casi di studio, riguardanti il tema della paternità, che è possibile isolare
nella raccolta poetica di Venanzio; è questa infatti una preziosa testimonianza da
cui trarre un identikit, anzi degli identikit, come si vedrà, dei patres nella società
gallica della seconda metà del VI secolo.
Seguendo l’ordine degli undici libri di cui si compongono i Carmina, è utile pren-
dere le mosse dai primi cinque, dedicati ad argomenti di natura ecclesiastica. Essi
racchiudono un vasto repertorio poetico – che spazia dalla celebrazione della mo-
numentalità degli edifici religiosi all’esaltazione e al ricordo delle virtù dei mem-
bri del clero – in cui si rintracciano non pochi riferimenti alla sfera della paternità.
I vescovi, come ha osservato Simon Coates, nei versi di Venanzio Fortunato ap-
paiono intenti nel dare un chiaro segno del loro potere, della loro auctoritas, che
si concretizza nello sforzo di provvedere al benessere delle città loro affidate; uno
sforzo che viene profuso nel cercare di far fronte all’ampio ventaglio di proble-
matiche connesse alla gestione delle diocesi, all’interno delle quali gli episcopi, da
patres, «serve as a focus of urban identity»23.
Felice di Nantes, pater e papa come veniva elogiato da Venanzio24, dopo un
lungo servizio in ambito laico era divenuto un membro di spicco delle gerarchie
21
Rosenwein, Emotional Communities, p. 107.
22
Ivi, p. 2.
23
Coates, Venantius Fortunatus and the Image of Episcopal Authority, p. 1120.
24
Venanzio Fortunato, Carmi, III 4, vv. 1-2. Da sottolineare il frequente ricorso, da parte
di Venanzio, del titolo di papa in luogo di quello di pater (sul punto, Probert, Fatherhood in Gaul,
21
SSMD, n.s. IX (2025)
ecclesiastiche galliche25; egli aveva «preso la Chiesa in sposa», la quale aveva do-
nato a lui, «pur rimanendo vergine nel corpo», una prole; «i tuoi figli [...]», pro-
clama il poeta, «si rallegrano in te, che li proteggi con la tua ombra paterna»26.
Appare in risalto, in questo carmen, il tema della paternità spirituale che i vescovi
esercitavano sui cittadini (e fedeli) sotto la loro giurisdizione; una paternità che
Venanzio descriveva attraverso un richiamo alla casta unione matrimoniale che
sanciva l’auctoritas e la potentia celeste27 di cui Felice beneficiava alla guida dell’ec-
clesia di Nantes. Di Carentino di Colonia28 si celebrava la «bontà paterna»29 che
gli permetteva di legare strettamente a sé i suoi fedeli. «Tranquillo, mite, quieto,
sereno senza nubi sul volto [...] col tuo volto rendi gioiosi i cuori rattristati [...] sei
veramente padre del popolo, dacché offri aiuto per la sua salvezza»30: era evidente
l’influsso, anche sul piano emotivo, che sulla sua diocesi aveva Carentino, meri-
tevole di lode sia per le sue opere (Carentino aveva ingrandito la basilica di San
Gereone) sia per i sentimenti che ispirava nei suoi concittadini. Era questo anche il
caso di Igidio di Reims31, populi pater per la capacità di provvedere alle necessità di
ciascun fedele, «mutando in gioia i sospiri» come sottolineava Venanzio32. Emer-
ge così il nesso tra la prestigiosa posizione sociale dei membri dell’alto clero e il
valore morale attribuito alle loro figure, connotate positivamente quali amorevoli
patres che agiscono a favore dei loro figli spirituali33.
In diverse poesie si colgono dei rimandi alla sfera affettiva personale di Venan-
zio. Un carmen destinato a un vescovo di nome Agricola riporta il ricordo intimo
che il nostro autore serba del padre di questo praesul34, un genitore che aveva
saputo amare il poeta come un figlio. Sentimenti molto profondi uniscono Venan-
zio ad alcuni vescovi, con i quali, almeno sotto il profilo poetico, aveva creato un
rapporto di natura filiale. Degne di nota, in tal senso, sono le poesie dedicate all’a-
mico Gregorio di Tours35. Lo stile epidittico di Venanzio risalta, ad esempio, nel
22
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
23
SSMD, n.s. IX (2025)
49
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 4, v. 29 (per la traduzione, p. 245).
50
Ivi, IV 4, v. 25 (per la traduzione, p. 245). L’immagine della nutrice è presente nel carmen
dedicato al vescovo Agricola (III 19, v. 7).
51
Iulianus 12 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, pp. 1081-1082.
52
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 23, v. 17.
53
Avitus 5 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, pp. 265-268.
54
Venanzio Fortunato, Carmi, III 22a, vv. 3 e 8 (per la traduzione, p. 229); v. anche ivi, III
21, vv. 1 e 13; III 22, v. 2.
55
Anfio in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, p. 141.
56
Venanzio Fortunato, Carmi, III 24, v. 5 (per la traduzione, p. 233).
57
Leontius 16 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, pp. 1145-1149.
58
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 10, vv. 10 e 11-16 (per la traduzione, p. 255).
59
Eufronius 4 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, pp. 673-679.
60
Venanzio Fortunato, Carmi, III 1, vv. 29-30 (per la traduzione, p. 185).
61
Ivi, III 2, vv. 4-5 (per la traduzione, p. 187).
62
Ivi, III 3, v. 3 (per la traduzione, p. 189).
24
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
vescovo che, è probabile, aveva avuto modo di conoscere durante il suo passaggio
nella città di Martino (nel 568 circa). Sono questi alcuni degli episcopi immortalati
da Venanzio, prodigo nell’attribuire vari titoli onorifici ai membri dell’alto clero
anche con il ricorso sistematico al loro ruolo di patres.
Nei Carmina trovano spazio anche alcuni versi in onore delle episcopae. Va qui
menzionata Placidina63, di cui si magnifica la discendenza, per linea paterna, da
Sidonio Apollinare, genero dell’imperatore romano Avito; Venanzio rileva come
l’appartenenza a una nobile famiglia, e la presenza di un padre aristocratico, Ar-
cadio, avessero dato prestigio a una donna le cui numerose virtutes l’avevano resa
degna di essere moglie di Leonzio II di Bordeaux64. Alla stregua di Placidina –
allargando queste considerazioni ad altre tipologie di figure femminili – anche
una regina merovingia, Teodechilde, doveva la sua nobiltà ai suoi parenti e avi:
frater, genitor, coniux, avus, rispettivamente Teodeberto I, Ermegisclo (re dei Varni),
Teodorico I e Clodoveo65. Considerazioni simili possono avanzarsi anche per la
principessa visigota Brunechilde, le cui qualità davano lustro al padre, il re Ata-
nagildo, e al marito, Sigiberto I66. Donne di primo piano e meritevoli dell’eulogio
venanziano in ragione dei loro illustri natali (per via paterna)67.
Il contesto emozionale, e non potrebbe essere diversamente, appare caratteriz-
zato dal dolore68, dal lutto, nei numerosi epitaphia episcopali composti da Venan-
zio69. Caletrico di Chartres70, ad esempio, era pianto dal poeta, sicuro che, se il
mondo era triste a causa della sua scomparsa, il cielo, invece, ne gioiva71. Appare
stridente il contrasto tra il senso di disperazione di chi assisteva alla morte di un
pater quale era stato Caletrico per Venanzio, e il gaudium di cui il vescovo, per
i suoi meriti (immancabilmente elencati nel componimento), avrebbe goduto in
cielo. La morte dunque – si pensi al caso di Giuliano e Giovanni – non recideva in
maniera inesorabile i legami esistenti con il padre, spirituale o carnale che fosse.
3. Padri regali
È stato evidenziato come Venanzio Fortunato e Gregorio di Tours, nelle loro ope-
re, rappresentino il mondo merovingio della seconda metà del VI secolo con una
63
Placidina 2 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, p. 1489.
64
Venanzio Fortunato, Carmi, I 15, vv. 93-108; Consolino, Gregorio di Tours, Venanzio
Fortunato, pp. 89-91.
65
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 25, vv. 9-10; v. pure ivi, VI 3, vv. 3-4; Theudechildis 1 in
Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, IIIB, p. 1233.
66
Venanzio Fortunato, Carmi, VI 1, vv. 124-131; VI 1a, vv. 29-42.
67
Ivi, II 11, v. 15 (Bertoara, figlia di Teodeberto I: Berthoara in Martindale, The Prosopography
of the Later Roman Empire, IIIA, p. 229); VII 6, vv. 23-24 (Palatina, figlia del vescovo Gallomagno
di Troyes: Gallomagnus 1 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, pp. 845-846).
68
Sul punto, D’Angelo, Le parole del pianto.
69
Donnini, Coordinate spazio temporali, pp. 247-255.
70
Chaletricus in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/1, pp. 459-460.
71
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 7, v. 22.
25
SSMD, n.s. IX (2025)
72
Rosenwein, Emotional Communities, p. 110.
73
Gregorio di Tours, Libri historiarum, V prologus; nello specifico, Halsall, The Preface to
Book V; Wood, The Merovingian Kingdoms, pp. 88-101.
74
Si coglie un indiretto riferimento ai contrasti sorti tra i reges merovingi nel panegirico a
Chilperico I, infra.
75
Di Brazzano, Introduzione, in Venanzio Fortunato, Opere/1, p. 56.
76
Per un’ampia disamina del tema, Reydellet, La royauté, pp. 297-344.
77
George, Venantius Fortunatus, pp. 43-48.
78
Venanzio Fortunato, Carmi, VI 2, v. 12 (per la traduzione, p. 339); v., ad esempio, a
proposito di Sigiberto I, VI 1, vv. 85-86.
79
Ivi, VI 2, v. 20 (per la traduzione, p. 341).
80
Sul contesto politico, segnato da tensioni con l’episcopato, Wood, The Merovingian
Kingdoms, p. 56; George, Venantius Fortunatus: Panegyric in Merovingian Gaul, pp. 231-232;
Halfond, Charibert I.
81
Venanzio Fortunato, Carmi, VI 2, v. 26 (per la traduzione, p. 341).
82
Ivi, VI 2, vv. 47-48 (per la traduzione, p. 341).
83
Brennan, The image of the Frankish kings, p. 5.
26
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
Venanzio pure sotto il profilo emotivo, tanto su un piano pubblico, giacché come
pater avrebbe moltiplicato «le gioie dei cittadini»84, quanto, in una dimensione
familiare, come membro della dinastia regale: egli è motivo di felicità ora per il
proprio padre, ora quale amorevole ‘genitore’ per la zia e le cugine.
La genesi del panegirico in onore di Chilperico I si colloca in un frangente deli-
cato, vale a dire quello del sinodo di Berny-Rivière, convocato dal sovrano per di-
rimere la questione di una grave accusa rivolta a carico di Gregorio. Quest’ultimo
era ritenuto responsabile di aver calunniato la moglie dello stesso Chilperico I, Fre-
degonda, tacciandola di essere un’adultera85. La critica ha notato come il panegiri-
co potesse equivalere a una sorta di voltafaccia da parte di Venanzio nei confronti
del suo amico, in grave difficoltà, ma, a seguire Judith George, «this panegyric can
be seen, with good reason, to have been a brave attempt to vindicate Gregory, and
to defuse what was still possibly a threatening situation for him. Fortunatus was
taking a public stand and passing judgement on Chilperic, though tactfully and
indirectly, and thus risking the king’s anger»86. Nondimeno, Venanzio mira a mi-
tigare gli aspetti più aspri della figura di un rex giudicato negativamente dal suo
amico Gregorio, che apostrofa Chilperico I nientemeno quale Nerone ed Erode
dei suoi tempi per l’ostilità dimostrata verso la Chiesa gallica87. Il nostro poeta, ad
esempio, enfatizza i sentimenti d’amore che Chilperico I ispira nel padre, Clota-
rio I, reso glorioso proprio dalla nascita di un tale figlio. Ecco allora che lo stesso
Clotario I pone Chilperico I al primo posto tra i suoi sette figli, tanto da dedicargli
«tutte le sue attenzioni. Il genitore preferì il figlio che amava di più»; e, commenta
Venanzio, «nessuno può contestare il giudizio del sovrano»88. Non meno signifi-
cativi, in relazione ancora al tema della paternità, sono i versi in cui Fredegonda
(così da allontanare ogni dubbio sulla sua infedeltà) viene elogiata quale degna
sposa di Chilperico I; una consorte, come auspica Venanzio rivolgendosi al sovra-
no, che possa «per lungo tempo onorarti col frutto della prole, dalla quale nasca
poi un nipote, che faccia rivivere in sé suo nonno»89. In realtà, la vita familiare del
rex e della moglie erano state alquanto tristi a causa dei numerosi lutti che aveva-
no falcidiato la loro prole90. Venanzio è partecipe dei loro dolori, compone infatti
una consolatio per la prematura morte dei piccoli Clodoberto e Dagoberto, rassi-
curando la coppia regale sul fatto che «quando il Signore disporrà che risorgano
i corpi sepolti [...] voi, padre e madre, gioirete, tenendoli in mezzo a voi, quando
84
Venanzio Fortunato, Carmi, VI 2, v. 113 (per la traduzione, p. 345).
85
Per il contesto del dissidio tra Chilperico I e Gregorio di Tours, George, Poet as politician,
pp. 9-10; Halfond, The Archeology of Frankish Church Councils, pp. 47-48.
86
George, Venantius Fortunatus, p. 57; Halfond, Sis Quoque Catholicis Religionis Apex, p. 53.
87
De Mico, Chilperico.
88
Venanzio Fortunato, Carmi, IX 1, vv. 36-38 (per la traduzione, p. 467); Reydellet, La
royauté dans la littérature latine, p. 311: «Ces vers me semblent signifier que Clotaire avait voulu
faire de Chilpéric son héritier privilégié».
89
Venanzio Fortunato, Carmi, IX 1, vv. 131-132 (per la traduzione, p. 473).
90
Dailey, Queens, Consorts, Concubines, pp. 133-135.
27
SSMD, n.s. IX (2025)
li vedrete stare tra gli eroi del cielo»91. Il gaudium suscitato da quella che sarebbe
stata la futura risurrezione dei figli perduti è l’unico conforto che Venanzio può
offrire a Chilperico I e a Fredegonda92. Il poeta, nel contempo, augura loro – quasi
profeticamente, visto che poi il loro ultimo rampollo, Clotario II, riuscirà a succe-
dere al padre sul trono – che negli anni a venire il «padre possa giocare» con un
figlio «e la madre possa nutrirlo al suo seno», e che tale erede «arrampicandosi al
collo dei genitori, possa procurare durevoli gioie ai sovrani e alla patria»93: una
tenera manifestazione di affetto familiare – il bambino che abbraccia festoso i ge-
nitori – dalla forte carica emotiva, che mira, grazie all’arte poetica di Venanzio, a
dare un pur piccolo sollievo all’afflizione dei sovrani.
In talune circostanze, invece, si sorvola sul coinvolgimento emotivo del padre,
e re. È quanto avviene nel lungo carmen dedicato alla tragica morte della princi-
pessa visigota Gelesvinta, sorella di Brunechilde e seconda moglie di Chilperico I,
un componimento il cui elaborato intreccio focalizza il dolore straziante provato
dalla madre, Goisvinta, ma poco, quasi nulla, lascia trapelare sullo stato d’animo
del padre, Atanagildo94. Si può dedurre che Venanzio volesse presentare questa
luttuosa vicenda come una dolente riflessione sulle terribili sensazioni che la per-
dita di un’amata figlia suscitava soprattutto in Goisvinta – che nei versi appare
visceralmente legata a Gelesvinta, sebbene questa fosse oramai adulta – senza
descrivere, con pari attenzione, quanto accadeva nel cuore di Atanagildo. È lecito
presumere che questa ‘lacuna’ dipenda dall’intenzione di Venanzio di attutire le
tensioni interne alle corti regali merovingie, e pertanto dalla sua volontà di non
introdurre la questione di un possibile incidente diplomatico con i Visigoti (qua-
lora avesse chiamato in causa, come parte offesa, il loro monarca). I fatti presentati
nel carme attengono più al campo dei legami familiari, recisi da un assassinio già
più che sufficiente in un frangente segnato dalla grave inimicizia tra Brunechilde,
da una parte, e Chilperico I e Fredegonda, dall’altra: la prima, infatti, era deside-
rosa di vendicarsi sui secondi, ritenuti responsabili della morte di Gelesvinta95.
Radegonda è un’altra significativa protagonista dei Carmina. Nel De excidio
Thoringiae Venanzio ripercorre gli eventi occorsi nel 531, anno della conquista da
parte dei Franchi della Turingia, terra natia della santa96. All’epoca di questi av-
venimenti, la futura regina dei Franchi era rimasta orfana del padre, Bertario, uc-
ciso dal fratello Ermenefredo; questi aveva accolto presso di sé la nipote, vissuta
accanto al cugino Amalafredo sino, per l’appunto, al 531. A seguito della sconfitta
patita da Ermenefredo, Radegonda era stata fatta prigioniera dal re merovingio
91
Venanzio Fortunato, Carmi, IX 2, vv. 123 e 129-130 (per la traduzione, p. 479).
92
Per i quali, rispettivamente, Venanzio Fortunato, Carmi, IX 4 e IX 5. Nel carmen IX 3,
Venanzio esorta Chilperico I e Fredegonda a gioire dopo aver sofferto, rinfrancati dal ritorno
della primavera e dalle imminenti festività pasquali.
93
Ivi, IX 2, vv. 138-140 (per la traduzione, p. 481).
94
Ivi, VI 5; Roberts, Venantius Fortunatus’ Elegy.
95
Responsabili anche dell’assassinio di Sigiberto I; Dumézil, La reine Brunehaut, pp. 159-179.
96
Su Radegonda, da ultimi, v. Dailey, Radegund; Urso, Radegonda, regina, e Dalla corte al
chiostro, pp. 5-9 e 13-15.
28
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
97
Amalafridas in Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, IIIA, pp. 50-51.
98
Il poeta, intorno al 567-568, a Poitiers aveva conosciuto Radegonda; Cristiani, Venanzio
Fortunato e Radegonda.
99
George, Venantius Fortunatus, p. 165; v. pure Venanzio Fortunato, Appendice ai carmi, II.
100
Ivi, I, vv. 51-52 (per la traduzione, p. 625).
101
Ivi, I, v. 78 (per la traduzione, p. 627).
102
Artachis in Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, IIIA, p. 131; Delbey,
Amertume et douceur, pp. 1-4.
103
Venanzio Fortunato, Appendice ai carmi, III, vv. 31-32 (per la traduzione, p. 639).
29
SSMD, n.s. IX (2025)
«La sua voce, rotta dall’afflizione delle sue fibre e i suoi occhi rifluenti di lacrime non
gli permettevano di esprimersi»: questi versi descrivono lo strazio di un pater per
la prigionia del figlio, una drammatica condizione alla quale, però, era possibi-
le rimediare invocando l’intercessione del vescovo di Autun, Siagrio106. Le lacri-
me, aggiunge Venanzio Fortunato, rivelavano i «sentimenti di padre, poiché [...]
mentre taceva la lingua nella sua bocca, era la pupilla a parlare col pianto»107.
Le emozioni «sembravano in certo modo parlare miracolosamente senza bisogno
della lingua», tanto che lo stesso Venanzio afferma di essersi immedesimato nello
stato d’animo del genitore108. Questo è un esempio estremamente significativo per
quanto concerne l’espressione delle emozioni della paternità nei Carmina, regi-
strandosi qui – rispetto al tono poetico riservato alla lode del clero – un deciso
cambio di registro nella descrizione dei sentimenti che univano un padre, carnale,
alla sua prole. L’incolumità dei figli, se messa in pericolo, suscitava una profonda
reazione, pianto e disperazione, che trovava una concreta manifestazione esterio-
re: il corpo, come pone in risalto Venanzio, era capace di esprimere dolore senza
ricorrere alle parole. Una dinamica emotiva ben diversa dall’affetto che, quasi fos-
se un cliché, un indistinto gregge di fedeli esprimeva immancabilmente verso il
proprio pastore. Non che da parte del popolo, o di un singolo credente (come lo
stesso Venanzio, del resto), non potesse instaurarsi un reale legame con uno speci-
fico episcopus, ma quando a essere chiamata in causa è la prole, in carne e ossa, di
un pater, ecco che la forza delle emozioni prorompe vivida nei Carmina.
Il tema delle emozioni legate alla paternità riaffiora nei versi di Venanzio in un
componimento indirizzato a Gregorio di Tours. Il nostro poeta si fa nuovamente
104
Venanzio Fortunato, Carmi, VIII 1, v. 23 (per la traduzione, p. 423).
105
Per le diverse interpretazioni del carme, Pisacane, Il De Excidio Thoringiae, pp. 177-208;
Bisanti, «For absent friends», pp. 644-647; Wasyl, An Aggrieved Heroine; Filosini, Tra elegia lieta
ed elegia triste.
106
Syagrius 5 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, pp. 1847-1853.
107
Venanzio Fortunato, Carmi, V 6, vv. 15-18 (per la traduzione, p. 307).
108
Ivi, V 6, v. 30 (per la traduzione, p. 307). Sul carme, Friedrich, The poet, the saint.
30
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
latore di una richiesta, da presentare stavolta al suo amico, da parte di una madre
e di un padre che chiedono aiuto per la loro figlia, ridotta in schiavitù poiché
accusata di furto, ma si precisa, senza alcuna prova. Il padre, incapace di aiutare
la figlia perché povero, ha raccontato l’accaduto a Venanzio che, a sua volta, ha
esortato il vescovo di Tours a imitare nientemeno che il suo illustre predecessore,
Martino109, al fine di riparare al torto fatto a quella fanciulla; «se le cose stanno
diversamente da come afferma l’accusatore», aggiunge Venanzio, «abbi la cortesia
di far uscire la fanciulla e di ricongiungerla al tuo gregge, o padre: restituiscila
poi al suo genitore»110. Rosenwein ha commentato efficacemente questo episodio:
«Like Gregory the Great’s vir Dei, Fortunatus was clearly moved by tears and ex-
tremely concerned about the salvation of souls. But Fortunatus’s motive was not
quite the same as Gregory’s ‘condescension of emotion’; he was most concerned
about the family separation»111. Si introduce qui, traendo spunto dalle riflessioni
di Gregorio Magno sulle emozioni112, il concetto di condescensio passionis113, una
pratica che implica una intensa partecipazione alla vita emotiva degli altri. Ve-
nanzio mira nella sua poesia a svelare la condizione interiore di quei genitori
travolti da un evento critico che poteva mettere a repentaglio la salvezza dei loro
figli. «Only very special people can do it properly [...] Only holy men (sancti viri)
know how to do this», specifica ancora Rosenwein114, il che porta a vagliare come
Venanzio accostasse tra loro due distinte tipologie di padri: et pater adde gregi: hanc
quoque redde patri. Il primo padre di cui si fa menzione nel carmen è Gregorio, il se-
condo è il vero e proprio genitore della puella; l’episcopus, il padre spirituale, appariva
decisamente in primo piano rispetto al paterfamilias, povero di mezzi, la cui autori-
tà si esplicitava soltanto nel raccontare in prima persona – a seguire il resoconto di
Venanzio – l’intero accadimento e, infine, nell’essere colui il quale avrebbe dovuto
ottenere da Gregorio la restituzione della figlia115. Vi è poi un’altra considerazione
da fare, vale a dire che una disperazione eccessiva da parte dei genitori, dinanzi
alla morte di un figlio o a un pericolo che incombe sulla loro prole, poteva in qual-
che misura significare una sorta di rifiuto del volere divino; le emozioni, invece,
dovevano essere contenute e reindirizzate verso il Signore, nell’accettazione del
suo più ampio disegno, essendo consapevoli i patres di dover ricorrere all’inter-
109
Brennan, ‘Being Martin’, pp. 132-134.
110
Venanzio Fortunato, Carmi, V 14, vv. 21-22 (per la traduzione, p. 323).
111
Rosenwein, Emotional Communities, p. 116.
112
Piazza, Una nota sulle emozioni.
113
Gregorio Magno, Moralia in Iob, Praefatio, III 7.
114
Rosenwein, Emotional Communities, p. 85.
115
Venanzio Fortunato, Carmi, X 12a, vv. 7-10: «Gregorio, successore del pio Martino sul-
la sua gloriosa sede, tu che sei il padre del popolo [...] restituisci questa fanciulla a suo padre.
Quel santo continua a illuminare i ciechi per i suoi meriti di pietà: tu restituisci costei al padre
accecato, che così vedrà la luce del giorno» (per la traduzione, p. 535): viene qui riconferma-
to l’accostamento tra Gregorio e Martino, paragonando ai miracula compiuti da quest’ultimo il
bene che, con il suo intervento sollecitato da Venanzio, il vescovo avrebbe fatto a un padre in
ansia per la figlia tratta in arresto (v. anche ivi, X 12 b; X 12c; X 12d).
31
SSMD, n.s. IX (2025)
cessione dei vescovi e dei santi, in grado, oltretutto, di comprendere il loro dolore
interiore.
Va citato pure il caso di Salutare116, il quale aveva perduto una figlia di dieci
anni. La tenera età della bambina, a seguire Venanzio, era motivo di conforto
per il padre, dal momento che la purezza della defunta le avrebbe fatto meritare
il premio eterno del regno dei cieli. Venanzio, tuttavia, sceglie di non dilungarsi
oltre su tali virtutes per non accrescere il rimpianto di un padre colpito da una per-
dita che aveva infranto ogni speranza futura per la figlia: «rapita sulla soglia delle
nozze, ella non è stata portata al talamo secondo il desiderio del padre, bensì al
tumulo»117. Consapevole del peso insopportabile che gravava sull’anima di colui
che definisce un carissimo amico, il poeta propone degli exempla che possano far
comprendere a Salutare come la sua triste condizione di padre, privato di un’a-
mata figlia, trovasse delle celebri corrispondenze in quelle di Giobbe o di Davide.
Il carmen si chiude con l’esortazione rivolta a Salutare di accettare la volontà di
Dio, perché certo della ricompensa che avrebbe atteso nell’aldilà coloro i quali,
come sua figlia, erano de virginitate securi. Simili toni tornano nel componimento
dedicato da Venanzio a un altro padre, Proculo118, che aveva perso Nettario, di soli
vent’anni. A questo genitore erano «toccate prima le lacrime che il compimento
dei suoi desideri», e per tale motivo, sottolinea il poeta, Proculo trovava un moti-
vo di consolazione nella speranza della vita eterna per il figlio119.
Nel lungo epitaffio120 della nobildonna parigina Vilituta, morta di parto121, ri-
suona l’eco della straziante sofferenza del marito, e mancato padre, Dagaulfo122.
«Egli», nota Venanzio, «versa lacrime per una creatura sepolta appena nata: vide
l’oggetto del pianto, non l’oggetto del proprio amore. L’afflizione raggiunse il
culmine per lui quando gli fu rapita la consorte»123. Una grande, duplice, perdita,
per reagire alla quale Dagaulfo veniva esortato da Venanzio a non abbandonar-
si al pianto, giacché l’umana disperazione di un vedovo poteva essere arginata
dalla certezza che Vilituta, grazie alle sue virtutes (rievocate nel poema), avrebbe
ottenuto l’ingresso nel regno dei cieli. È questa la sola certezza che rimaneva a
Dagaulfo, separato crudelmente dai suoi affetti senza aver sperimentato le gioie
della paternità, senza aver mai conosciuto un figlio, un discendente, come riflette
Venanzio124. La nascita di un bambino poteva perciò spezzare, non creare, una
famiglia, un’amara constatazione che viene riproposta da Venanzio nel De virgi-
116
Salutaris 2 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, p. 1700.
117
Venanzio Fortunato, Carmi, X 2, vv. 50-52 (per la traduzione, p. 503).
118
Proculus 7 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, pp. 1546-1547.
119
Venanzio Fortunato, Appendice ai carmi, VIII, v. 6 (per la traduzione, p. 643).
120
Per la struttura del componimento, l’Introduzione in Venanzio Fortunato, Epitaphium
Vilithutae, pp. 11-38.
121
Urso, «Vetustas», «anus» e «vetulae», p. 817.
122
Su queste due figure, rispettivamente, Dagaulfus in Prosopographie chrétienne du Bas-
Empire, IV/1, p. 544; Vilithuta, in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, p. 1976.
123
Venanzio Fortunato, Carmi, IV 26, vv. 65-67 (per la traduzione, p. 273).
124
Ivi, IV 26, v. 58.
32
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
nitate125. Questo carme viene concepito in occasione della nomina della badessa
del monastero di Radegonda, Agnese, la quale aveva il compito di divenire una
mater spirituale per le monache a lei affidate. In questo componimento si elen-
cano i rischi e i dolori derivanti tanto dal matrimonio quanto dalla possibilità di
avere dei figli126, dando così Venanzio un saggio della sua abilità nel modulare la
propria ispirazione poetica a seconda del contesto da lui affrontato: ora, nel De
virginitate per l’appunto, rivolgendosi a una donna, Agnese, che aveva consacrato
la propria esistenza al servizio di Dio e che rinunciava a essere una madre carnale;
ora, nell’Epitaphium Vilithutae, a un uomo, Dagaulfo, che, in un solo istante, non
era più un marito e non sarebbe mai stato un padre.
5. Conclusioni
125
Sulle tematiche affrontate da Venanzio in questo componimento, Campanale, Il De vir-
ginitate; Brennan, Deathless Marriage; Manzoli, Il tema della madre, pp. 46-47.
126
Venanzio Fortunato, Carmi, VIII 3, vv. 319-384.
127
Lupus 7 in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, IV/2, pp. 1210-1211. Venanzio conosce
anche il fratello del duca, il giudice Magnulfo (Magnulfus in Martindale, The Prosopography of
the Later Roman Empire, IIIB, p. 804), «giusto e conciliante [...] secondo le leggi» e «un padre per
la [...] bontà»: Venanzio Fortunato, Carmi, VII 10, vv. 17-18 (per la traduzione, p. 399); v. anche
ivi, IV 2, vv. 7-8 (si tratta di Gregorio di Langres: Gregorius 1 in Prosopographie chrétienne du Bas-
Empire, IV/1, pp. 910-914).
128
Venanzio Fortunato, Carmi, VII 9, vv. 11-12 (per la traduzione, p. 397).
33
SSMD, n.s. IX (2025)
129
Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, vv. 669-671, fonte nella quale il nostro autore
ricorda i suoi familiari con «cuore sincero» (per la traduzione, Venanzio Fortunato, Vita di san
Martino di Tours, p. 153). I sentimenti, meno gioiosi, espressi da Venanzio verso i suoi parenti nel
carme dedicato a Lupo, sono retoricamente utili a far risaltare la bontà del dux, mentre, nel testo
agiografico in onore di Martino, i genitori, il fratello, la sorella e i nipoti sono posti in relazione
all’immaginario viaggio che il libretto della Vita avrebbe fatto (con la sua fama) verso i luoghi di
origine di Venanzio stesso (il quale non può, in questo caso, adombrare alcuna critica negativa
sul suo passato). Un chiaro esempio, quindi, di come Venanzio potesse adattare le sue capacità
compositive a seconda del contesto poetico affrontato.
130
Venanzio Fortunato, Carmi, XI 6, v. 8; Manzoli, Il tema della madre, pp. 141-144.
131
Venanzio Fortunato, Carmi, Prefazione, 4.
132
Benjamin Wheaton, Venantius Fortunatus and Gallic Christianity, pp. 91-111.
133
Venanzio Fortunato, Spiegazione della preghiera del Signore, 5 (per la traduzione, p. 575).
134
Ivi, 9 (per la traduzione, p. 575).
135
Un tema sul quale si tenga presente anche l’ampia trattazione della paternità divina di
Cristo (Venanzio Fortunato, Spiegazione del simbolo, in particolare 4-11 e 15-20).
34
Piazza, Lo spazio della paternità nei Carmina di Venanzio Fortunato
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TITLE
ABSTRACT
L’articolo indaga lo spazio che al vasto tema della paternità è concesso da Venan-
zio Fortunato nella sua silloge poetica. Prendendo le mosse da alcune conside-
razioni a carattere generale sulla figura del pater e sulla sua autorità nei secoli di
passaggio dal mondo romano a quello medievale, è possibile delineare le diver-
se tipologie di figure paterne presenti nei Carmina: vescovi, re, genitori comuni.
Questi protagonisti dei versi di Venanzio esplicano il loro ruolo in maniera al-
quanto diversa, ad esempio ora come pastori del popolo di Dio, ora come guide di
un regno ma anche come padri di futuri eredi al trono, ora come genitori in ansia
per la sorte della loro prole. La sensibilità poetica di Venanzio permette altresì di
cogliere il ventaglio di significative emozioni che arricchiscono i legami esistenti
tra i patres e i loro figli, che siano carnali o spirituali.
The article examines the space given by Venantius Fortunatus to the vast theme of
fatherhood in his poetic sylloge. Starting from some general considerations on the
figure of the pater and his authority in the centuries of transition from the Roman
to the medieval world, it is possible to delineate the different types of paternal fig-
ures present in the Carmina: bishops, kings, ordinary parents. These protagonists
of Venantius’ verses fulfil their role in very different ways, now as shepherds of
the people of God, now as rulers of a kingdom but also as fathers of future heirs
to the throne, now as parents worried about the fate of their offspring. Venantius’
poetic sensibility also allows us to grasp the range of significant emotions that
underlie the bonds between patres and their children, whether carnal or spiritual.
41
SSMD, n.s. IX (2025)
KEYWORDS
42
«De lege sua subdiscendere». Tradizione e usi di
Liutprando 91 nelle carte del regnum Italiae
di Gianmarco De Angelis
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29437
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29437
Gianmarco De Angelis
Università degli Studi di Padova
[Link]@[Link]
*
Il presente saggio rientra tra i prodotti della ricerca del PRIN PNRR 2022 – NextGenerationEU
20227AXMFY - Gendering the Tenth Century: a tailored model for exploring the sources. CUP
C53D23000040006, elaborati nell’ambito dell’unità di ricerca dell’Università di Padova (coord.
Gianmarco De Angelis).
1
I Placiti, II/2, pp. 608-611, n. 303.
2
Il predicato istituzionale è soltanto auto-attribuito nell’apparato di corroborazione.
Facendo seguire al suo nome il titolo di conte, Mainardo si sottoscrive – pare autograficamen-
te – in testa all’escatocollo: un particolare su cui si avrà modo di tornare in seguito (infra, testo
corrispondente a nota 28).
SSMD, n.s. IX (2025)
3
Il Regesto di Farfa, III, pp. 170-171, n. 459.
4
Su formulario, struttura e molteplici funzioni (rappresentative, ricognitive, negoziali, me-
moriali) delle scritture per brevia nei secoli VIII-XI v. Bartoli Langeli, Sui ‘brevi’.
46
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
5
Notevole, soprattutto, quel «de lege sua suadere» in luogo del «de lege sua subdiscende-
re» della lezione maggioritariamente attestata nella tradizione edittale (nel testimone dell’atto
in BAV, Vat. Lat. 8487, pt. 1, f. 202r, lo spazio lasciato bianco tra «sua» e «suadere», con qualche
incertezza anche nella resa grafica della r, evidentemente corretta su altra lettera, porta del resto
a ipotizzare una qualche difficoltà del copista del Regesto di Farfa nella lettura dell’antigrafo, a
sua volta forse imputabile alle forme della circolazione manoscritta del testo legislativo). Una
corruzione non del tutto isolata, peraltro, nelle occorrenze in carte di XI secolo, come si avrà
modo di vedere più avanti e come documentano le citazioni riportate in Tabella 1.
6
Edictus, pp. 144-145.
47
SSMD, n.s. IX (2025)
Dal codice cronologicamente più vicino alla data di emanazione (il Vercellensis
CLXXXVIII, forse della metà del secolo VIII7, che trasmette le leggi fino al numero
139 di Liutprando) in avanti non vi è manoscritto che lo ignori o mostri varianti
significative rispetto alla lezione criticamente restituita sin dall’edizione Bluhme
per i Monumenta Germaniae Historica8.
Le letture di questo testo normativo hanno assunto dimensioni ingenti sin dalla
prima metà dell’Ottocento in ragione anzitutto dell’accezione con cui intendere
la lex qui richiamata da Liutprando. Non è il caso di ripercorrerle qui nel det-
taglio. Basti rinviare alle pagine definitive, sul punto, di Severino Caprioli9. La
sua magistrale esegesi ha chiarito come la disposizione di Liutprando non fosse
minimamente intesa né a legittimare la legge romana all’interno del regnum10 né a
sancire uno «sfaldamento del criterio nazionale per l’imputazione delle norme ai
soggetti»11. Nel regno longobardo dell’VIII secolo, ha ricordato di recente anche
Paolo Delogu, non esistevano «due regimi giuridici o due fori paralleli, uno per i
Longobardi, uno per i Romani»12. Esistevano però «due tipi di situazioni giuridi-
che: o riferibili alla norma delle leggi longobarde o riferibili alle norme romane»
(regole nate per governare «l’esistenza delle chiese e dei monasteri cattolici, dei
loro vescovi, preti e monaci»). Tuttavia, come osservato da Antonella Ghignoli, il
quadro ormai fortemente integrato di momenti di scrittura produceva potenziali
zone d’ombra nelle contrattazioni che non potevano lasciare indifferente il legi-
slatore. È cioè probabile
7
Siewert, Zu den Leges, p. 212.
8
Mette però conto segnalare la lezione di BAV, Vat. Lat. 5359, f. 112r. Al di là di un piccolo
spazio lasciato bianco dopo «lege sua» (con a corretta su altra lettera, forse i), il verbo «subdi-
scendere» appare completamente frainteso: a partire da un originario «suscepere», difatti, la
correzione (di mano dello stesso copista) non è andata oltre un maldestro «suscendere», con
n aggiunta nello spazio interlineare e d corretta da p, sfruttandone interamente l’occhiello ma
senza eradere l’asta discendente sotto il rigo di scrittura.
9
Caprioli, Satura lanx 11; qui, alle pp. 134-136, una limpida – e critica – discussione storio-
grafica della letteratura giuridica a partire da von Savigny.
10
Che del resto è già legittimata in tema di diritto matrimoniale in Liutprando 127 (Edictus,
p. 160): «Si quis romanus homo mulierem langobardam tolerit, et mundium ex ea fecerit, et post
eius decessum ad alium ambolaverit maritum sine volontatem heredum prioris mariti, faida et
anagrip non requiratur; quia posteûs romanum maritum se copolavit, et ipse ex ea mundio fecit,
romana effecta est, et filii, qui de eo matrimonio nascuntur, secundum legem patris romani fiunt
et legem patris vivunt; ideo faida et anagrip menime conponere devit, qui eam postea tolit, sicut
nec de alia romana».
11
Caprioli, Satura lanx 11, p. 134. Di parere opposto rispetto alla revisione operata da
Caprioli si dimostra, ancora in anni recenti, Padoa Schioppa, A History of Law, p. 34: «An edict
[appunto Liutprando 91, citato in nota] allowed Lombards to abandon their own national law
and embrace Roman and viceversa».
12
Delogu, Ritorno ai Longobardi, p. 24. Punto su cui ha insistito in varie occasioni anche
Stefano Gasparri: sul processo di progressiva territorializzazione del potere regio (e della legi-
slazione edittale) nell’età di Liutprando v. almeno, a titolo d’esempio, la sua introduzione a Le
leggi dei Longobardi, pp. LIII-LVI, e Gasparri, Identità etnica, pp. 160-164.
48
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
che, usciti da situazioni documentarie più elementari per le quali la ‘legge dei
Romani’ restava confinata nelle scritture disciplinari o patrimoniali ma sempre
interne ai loca venerabilia, ci si stesse ormai addentrando in situazioni in cui le
due aspettative entravano in profondo contatto, e con continuità, per la via dei
rapporti patrimoniali fra famiglie longobarde ed enti ecclesiastici sempre più
governati da membri di quelle famiglie, prendendo nella scrittura sempre nuo-
ve forme e in quella compenetrandosi13.
Assai dibattuta in storiografia giuridica, come si diceva, per via di quel duali-
smo legislativo che lascerebbe pienamente effettivo sul campo ancora nel pieno
VIII secolo, la norma ha rappresentato però un autentico «enigma esegetico»15 con
particolare riferimento alla formulazione della parte successiva, tutta rivolta a di-
sciplinare una certa (larghissima) fattispecie di situazioni eccettuative rispetto alla
norma stessa:
13
Ghignoli, Istituzioni, citazioni a pp. 626-627.
14
Un’osservazione, rileva acutamente Storti, Carte e notai, p. 669, che suona quasi «pro-
vocatoria» se messa a confronto con quel frammento della novella 66 di Giustiniano (Ut factae
novae constitutiones) in cui l’imperatore si lamentava della generalizzata ignoranza delle leges da
parte dei provinciali.
15
Reimpiego un’espressione ancora di Ghignoli, Istituzioni, p. 625 nota 15.
49
SSMD, n.s. IX (2025)
tales cartolas scribent, culpavelis non inveniantur esse. Nam quod ad heredi-
tandum pertinet, per legem scribant.
3. Rinunciare, obbligarsi
Il senso precipuo di lex come legaliter sibi debitum – come oggetto di un diritto o
di una obbligazione specifici – si precisava a Caprioli, in anni non troppo distanti
dall’emanazione della norma liutprandea, in una carta di Varsi del gennaio 762
documentante l’impegno di un certo Ansoald a non esigere, in caso di futura con-
troversia con i preti della chiesa di S. Pietro, più di quanto egli stesso aveva cor-
risposto al nipote Lopald (due tremissi d’oro e una piccola pezza di terra) come
risarcimento concordato per avere occupato contra rationem i beni di costui19. Al
centro, originata appunto da una pactuitio fra conliberti, stava la rinuncia da parte
di Lopald – dietro insistenze di amici e in considerazione della parentalis caritas – a
ricevere per intero la compositio del guidrigildo nei termini previsti dall’editto («in
16
Caprioli, Satura lanx 11, p. 133.
17
Ivi, p. 137 (i riferimenti a precedenti sono in Rot. 171, 225, 226).
18
Ivi, p. 137.
19
Codice diplomatico, pp. 90-92, n. 159 (762 gennaio 18, Varsi).
50
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
20
Il riferimento è a quanto stabilito in Liut. 134; v. anche Rot. 277. Trovo particolarmente
interessante questo accenno a una intercessione di amici e parenti come stimolo, in definitiva,
alla sudiscessio de lege e dunque alla stipula del patto: è il medesimo motivo («intervenientes et
mediantes amicis vel bonis hominibus») enfatizzato in altra area e cronologia più alta – nelle
Formulae di Marculfo, II.29 – per giustificare, in deroga a quanto previsto dalla Lex Salica, la ri-
nuncia volontaria da parte di un dominus a qualsiasi pretesa su una donna libera che avesse spo-
sato un suo servo, nonché sulla futura prole da loro generata. Il caso è ampiamente valorizzato
da Rio, Legal Practice, pp. 216-223; più diffusamente, alle pp. 212-240, per un esame di soluzioni
contrattuali palesemente contra legem ma attuate sulla base di un vincolante accordo fra le parti.
21
Sono ancora parole di Caprioli, Satura lanx 11, p. 139.
22
Sul reimpiego delle leggi longobardo-franche nelle pratiche giudiziarie e documenta-
rie dell’Italia altomedievale v. Bougard, La loi; Bougard, Capitulare; ora anche in Feletti, La
ricezione.
23
Toubert, Les structures , pp. 1307-1308, e più ampiamente, sulle dinamiche di appropria-
zione (ed esercizio) delle prerogative giudiziarie di matrice pubblica, pp. 1274-1303; sul punto v.
anche le considerazioni di Wickham, Justice, pp. 222-232, e Sergi, L’esercizio del potere.
51
SSMD, n.s. IX (2025)
zia extra-placitaria, ordinata sulla base della convenientia fra attori del territorio e
sempre più largamente egemonizzata dalle istanze dei monaci di Farfa, ai quali il
nuovo papa Benedetto VII guardava certo con inedito favore. Insomma, «le vent
tourne dans les années 1010», e il nuovo breve obligationis che relegava i giudici a
rango di semplici spettatori di un accordo transattivo (e non più di una finis inten-
tionis terrae imposta da loro alla parte soccombente in giudizio o attraverso una
iussio formale entro la cornice del breve refutationis)24 diventava lo specchio fedele
di un’erosione di autorità tutta giocata a supporto delle rivendicazioni giurisdi-
zionali ed economiche del monastero.
Avviati sin dagli esordi dell’abbaziato di Ugo (998-1009) e rinvigoriti nel secon-
do periodo della sua reggenza di Farfa (1014-1027), «the monastery’s attempts to
regain control of effectively-alienated property» sono stati recentemente oggetto
di nuova considerazione da parte di Maya Maskarinec25. La storica statuniten-
se, pur condividendo appieno il quadro di fondo delineato da Toubert, dissen-
tiva dall’autore delle Structures du Latium médiéval su un punto non secondario:
attraverso la rilettura dell’intero corpus dei brevia farfensi di primo XI secolo e
una convincente disamina del reimpiego, in quelli, della citazione (o dell’implici-
ta allusione) legislativa – segnatamente il capitulum 6 di Liutprando –, ne usciva
fortemente valorizzata quella stessa cultura giuridica che era apparsa a Toubert
deteriorarsi irrimediabilmente in connessione con la crisi della giustizia pubblica,
venendo ridotta al più a meri scopi retorici in una documentazione ormai priva
del controllo autoritativo dei giudici al placito26. Gli ampi spazi lasciati dal «bre-
akdown of the traditional system of public justice», annotava Maskarinec, non
venivano riempiti dalle forze egemoni del territorio attraverso pratiche informali
di recupero/appropriazione di giurisdizioni che prescindessero da un quadro le-
galistico condiviso27: al contrario, le moltissime rinunce di beni in favore di Farfa
documentate per brevia obligationis e assimilate – proprio per il tramite della cita-
zione di Liutprando 6 – a donazioni pro anima compiute da individui in lectulo suae
infirmitatis, rappresentavano coerenti e riuscitissime strategie che irrobustivano ti-
toli e credibilità dell’azione, collocandola entro la cornice di una fonte legittimante
alternativa a quella giudiziaria ma certamente non meno autorevole di questa.
24
Toubert, Les structures, p. 1307: «Jusque vers 1010, l’acte final en usage dans les jeunes
juridictions castrales est demeuré le breve recordationis sive refutationis établi par un notaire en
faveur de la partie gagnante sur l’injonction formelle (jussio) des juges territoriaux et des boni
homines».
25
Mi riferisco in particolare a Maskarinec, Citation of Law, citazione a p. 28; Maskarinec,
Legal expertise, e Monastic archives.
26
Toubert, Les structures, pp. 1303-1305.
27
A conclusioni analoghe, sul terreno specifico delle dispute e dell’uso «di formulari inno-
vativi e fortemente contaminati tra refuta, placito, pattuizione e pacificazione», era giunto anche
Vallerani, Scritture e schemi, p. 126, che pure notava come «la turbolenta fase signorile attraver-
sata da Farfa» tra i secoli X e XI non fosse stata «affrontata con un ricorso generico alla violenza
delle corti castrensi o alla mediazione remissiva delle pratiche informali, ma con un uso combi-
nato di coercizione signorile e di memoria documentaria in grado di riportare i rapporti usciti
dall’orbita del controllo monastico all’interno di un quadro di riferimenti contrattuali definiti».
52
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
L’assenza della titolatura pubblica all’interno del testo del placito sembra do-
vuta ad una precisa scelta, volta a negare qualsiasi differenza nella qualità del
potere esercitato dalla coppia […]. Le implicazioni sono chiare: dietro un for-
male mantenimento delle istituzioni di matrice carolingia, ravvisabile nel man-
tenimento dell’unicità del titolo comitale, la realtà è ormai quella di un potere
di tradizione pubblica gestito solidalmente da un unico consortile famigliare,
alla stregua di un bene patrimoniale28.
Di certo – ed è ciò che in questa sede interessa discutere – non risulta che da
quella robustezza e vastità di prerogative tipicamente comitali sia stata tratta con-
seguente capacità (o volontà?) di coercizione. A dispetto di una conclusione che,
con una certa perentorietà, aveva imposto a Emmone di abbandonare qualsiasi
pretesa sui beni rivendicati da Ugo di Farfa («de ipsa intentione iudicaverunt ut
idem Emmo aepiscopus deinde quiesceret et taceret»), il placito era stato incana-
lato fin dalle prime battute sui binari di una procedura schiettamente arbitrale:
mancava – non poteva che mancare – una rinuncia pubblica della parte soccom-
bente, espressa su ordine esplicito dell’autorità e incorniciata da quei gesti e da
quelle ritualità tipiche del consolidato schema processuale della finis intentionis
28
Fiore, Signori e sudditi, pp. 79-80.
53
SSMD, n.s. IX (2025)
terrae29; ed era assente, anche, una di quelle formule con cui, in chiusura del testo,
si ricordava come la notitia fosse stata scritta pro securitate della parte vincente
(espediente consueto, e particolarmente diffuso in Tuscia e nel resto dell’Italia
centrale, «per smorzare una possibile volontà di rivincita dei soccombenti»)30.
Tutto era demandato a sedi, momenti, schemi di scrittura esterni e alternativi al
placito, e non si può escludere che sulla scelta del collegio giudicante – presieduto
da membri di un consortile famigliare in palese conflittualità con Farfa proprio
nell’area ascolana e fermana – pesasse fortemente anche l’ambiguità di una posi-
zione stretta fra esercizio di poteri dell’ordinamento pubblico e prepotenti speri-
mentazioni di sviluppi signorili31.
Nell’intrico di concorrenze (di «aspettative», direbbe Caprioli) che il pronun-
ciamento placitario non aveva saputo (o voluto) sciogliere, la convenientia fra gli
attori che al tribunale si erano rivolti rappresentava certo la soluzione più efficace.
Per conferirle la necessaria stabilitas e accreditarla come punto di coagulo fra le ri-
spettive rivendicazioni, l’attualizzazione di Liutprando 91 offriva un formidabile
arsenale di risorse retorico-giuridiche. Invocare l’autorità di quanto stabilito nelle
leges («quod in aedicti pagina continetur») in materia di atti bilaterali che origi-
nassero da una rinuncia a posizioni attive nell’ordinamento consentiva, in effetti,
di raggiungere un duplice scopo: nel momento in cui suggellava le ragioni di Ugo
legittimando formalmente l’atto anche nei confronti della sentenza arbitrale, la
citazione del testo liutprandeo dava forma a quella familiaris compositio auspicata
dai giudici senza mortificare le aspettative di Emmone, poiché ciascuno, volonta-
riamente, era discesus de lege sua.
Percorrendo una via diversa, giungo così alle stesse conclusioni di Alessio Fiore,
che vede proprio nella convenientia stipulata a margine (e all’esterno) del giudicato
la definitiva chiusura della disputa, «mentre una sentenza sbilanciata come quella
emessa nel placito, probabilmente più legata al diritto in senso stretto e meno ai
concreti rapporti di forza sul terreno, avrebbe potuto provocare una pericolosa
recrudescenza del conflitto»32. Mi distingue dalla sua lettura solo la diversa valu-
tazione del ruolo dei membri della famiglia comitale ascolana nella vicenda: che è
centrale per Fiore (essi avrebbero agito favorendo in prima persona la «transazio-
ne che, pur mantenendo l’orientamento della sentenza, ne stemperava i contenuti,
riconoscendo, seppur parzialmente, i diritti della parte soccombente»); mentre il
ruolo di semplici testimoni all’atto, come detto, al pari dei casi riscontrati in Sabina
da Toubert e Maskarinec, a me sembra relegarli in una posizione ben più defilata
29
Nicolaj, Formulari, pp. 358-359.
30
Ansani, Appunti, p. 132, a cui si rinvia anche per i riferimenti alle fonti. Un esempio di
notitia (et breve refutationis) redatta pro securitate di Farfa e rilasciata nelle mani di Ugo in I Placiti,
II/2, pp. 587-590, n. 297 (1017 maggio, Corneto); anche in Il Regesto di Farfa, III, pp. 215-216, n. 405.
31
Proprio uno dei presidenti del placito del 1019, Gualcherio di Ingelramo, seguito – per-
sino con maggior decisione – da suo figlio Mainardo, è attestato a più riprese nel Chronicon
farfense tra i più attivi usurpatori di beni del monastero nella porzione meridionale del comitato
fermano: Fiore, Signori, pp. 224-225; Allevi, Mainardi, pp. 126-130.
32
Fiore, Signori, p. 207.
54
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
33
Fiore, Il mutamento, p. 195. Su esordi e funzionalità della documentazione pattizia nel
quadro dei meccanismi legittimanti le nuove forme di poteri locali v., in generale, Kosto, The
convenientia. Per esempi di declinazioni territoriali in ambito extra-italiano Crouch, A Norman
conventio; Kosto, Making Agreements.
34
Fiore, Signori, p. 207. Sempre indispensabile, come quadro generale, il rinvio a Geary,
Extra-judicial Means, pp. 569-601.
35
Basterebbe, a darne ragione, la lettera di Rot. 368 («Et post istam inquisitionem tendat
manum ipse camfio in manum parentes aut conliberti sui») e, soprattutto, di Liutprando 8 («De
testibus. Si qualiscumque causa inter conlibertus aut parentis convenerit aut acta fuerit, et homi-
nes boni tres aut quattuor interfuerent, non reprovetur postea ipsa causa, nisi eorum testimonium
55
SSMD, n.s. IX (2025)
non si potrà escludere che implicito fosse il riferimento anche ai primates e sacer-
dotes confratelli di Emmone, la cui voluntas non a caso è ricordata in testa al breve
e il cui consenso alla refuta operata dall’ordinario diocesano viene plasticamente
espresso nell’apparato di corroborazione finale: in questa direzione, nel conside-
rare la citazione legislativa come atto estensivamente interpretativo, mi spingono
a riflettere anche due ulteriori casi che recupero, nell’XI secolo, da carte della me-
desima area.
Datati fra il 1061 e il 108636, confluiti nel Liber iurium dell’episcopato di Fermo (e
a quella istituzione ab origine destinati), sono documenti di diversa tipologia (una
promessa e una refuta) ma accomunati, oltre che dalla forma documentaria (che è
ancora quella del breve), da una committenza che definirei consortile. In entrambi
i casi la citazione di Liutprando 91 è collocata in apertura del testo, immediata-
mente di seguito all’autodenominazione del documento37, e presenta solo leggere,
del tutto indifferenti varianti, compreso un rapido inciso con formulazione alla
prima persona plurale nel secondo breve:
ambe partis credant, qui fuerent inter»). Il glossario di Bluhme (Leges Langobardorum, p. 668)
intende più restrittivamente il termine conliberti (come sinonimo di compagani, homines eiusdem
vici, giusto il senso della glossa al Liber Papiensis – «inter conlibertos, id est vicinos»), e attrae,
seppur dubitativamente, la lettura di Caprioli, Satura lanx 11, p. 137 («privati appartenenti alla
medesima cerchia»).
36
Rispettivamente in Liber iurium, I, pp. 73-75, n. 39, e II, pp. 496-499, n. 271.
37
Breve promissionis, obligationis atque convenientie nel 1061; cessio securitatis, breve promissio-
nis et obligationis et renunctiationis atque convenientie nel 1086.
38
«(…) quia commisisti et obligasti vos supradicto episcopo vel posterisque successoribus
vestris nobis vel supradicti nostris heredibus alia tanta res supradicte Ecclesie vestre». Il testo,
assai scorretto nella concordanza dei casi, non è del tutto perspicuo, ma sembrerebbe comunque
56
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
nella scrittura documentaria poteva senz’altro tornare utile nel vincolare tutti i
membri delle due partes (e segnatamente gli stessi allodieri), magari in caso di fu-
ture contestazioni dei termini della pactuitio. Evenienza che non si dà, per l’appun-
to, quando il patto è tra singoli soggetti (come in una permuta del maggio 1070 fra
Grimaldo del fu Attone e il vescovo di Fermo Ulderico)39, ma che potrebbe avere
avuto una sua ragion d’essere di fronte alla numerosità degli individui coinvolti,
specie se l’azione si poneva all’interno di un contesto di esplicito contenzioso. È
questo il caso che fa da sfondo all’ultimo impiego di Liutprando 91 che mi sia
capitato di rintracciare nella documentazione dell’area.
Il breve del 1086 riguarda la refutatio de castello Agelli, come si sarebbe premu-
rato di rubricare il copista del duecentesco Liber iurium fermano40: la restituzione,
nelle mani del vescovo della città Ugo Candido, di uno dei più robusti (e precoci)
nuclei di signoria episcopale, incorporato però da lì a qualche anno nell’ingente
dotazione patrimoniale del marchese Guarnerio41. A compiere la refuta, si dice-
va, furono dieci homines nominativamente elencati che, anche a nome dell’omnia
loro parentela, rimettevano nelle mani del vescovo ogni intentio, causatio e calupnia
illecitamente avanzate sul castello e rinunciavano a eventuali legittime pretese
sull’oggetto dell’accordo. Lo scopo, dunque, era di chiudere formalmente una lite
che si trascinava da tempo, purgando la propria posizione agli occhi del vescovo
(«emendavimus nos per sapientia et excutievimus nos bis in placito quod conten-
debamus torto»), ma al tempo stesso di fornire garanzie, per il futuro, sulla rinun-
cia a qualsiasi spartizione dei beni contesi fra quelli che Liutprando 91 avrebbe
chiamati conliberti: «da isto die in antea non dicimus nec non contendimus in ipso
monte nec terra nec de partitione et devisione». Fra costoro, si accennava, figura-
vano molti individui legati da vincoli di consanguineità (poco più della metà dei
contraenti: i fratelli Berto e Leto del fu Giovanni, Berardo e Lupo figli di Giovanni,
alludere a un impegno da parte episcopale a contrarre una cessione di beni fondiari di pari va-
lore e/o estensione come contropartita. La cosa sarebbe palesemente extra legem, giusto il dettato
della legge 16 di re Astolfo sul vantaggio necessariamente conseguibile dalla pars ecclesiae nello
scambio. L’alternativa di interpretazione è secca: o si ipotizza il rinvio a uno stadio meramente
preliminare della permuta (da rinforzarsi con ulteriori, future cessioni degli allodieri laici), op-
pure la capacità derogatoria ammessa da Liutprando 91 è qui alla massima forza e si proietta
perfino, annullandone l’effettività, sulla legislazione seriore.
39
Pactum et convenientia, questo, come viene detto nell’incipit che riecheggia Liutprando
91, per sottoscrivere il quale nessuna delle due parti è subdiscesa de lege sua: il rispetto della
disposizione di Astolfo che regolava le permute con una controparte ecclesiastica è totale (ai
4000 moggi di terra dati e in egual misura ricevuti, difatti, Grimaldo aggiunge la metà della sua
porzione delle chiese di S. Salvatore e di S. Bartolomeo «cum dotis et cellis, libris et campanis et
turibulis et cum omni ornamentis vel vestimentis»), e non resta che ricordare come «voluntarie
fecimus istum mutationem».
40
Liber iurium, I, pp. 78-80, n. 43.
41
Già interprete del tentativo di restaurazione del potere imperiale sotto Enrico IV – di cui
era stato ministeriale in terra tedesca – acquisì in enfiteusi dal vescovo di Fermo il castello di
Agello nel 1112: ivi, I, pp. 80-83, n. 44. Sulla politica regionale del duca-marchese e dei suoi figli
v. Fiore, Signori, pp. 48-55.
57
SSMD, n.s. IX (2025)
4. Promesse di donne
Tibi Amizoni presbiter, maister scolarum, de ordine ecclesie plebem Sancti Vi-
ctori sito loco Varese et filius quondam Alberti de loco Vellate, promittimus
atque spondimus nos Ingesinda conius Vuilielmi et Adila conius Lanfranci de
loco Galiate, qui profesi summus lege vivere Langobardorum, nos ipsis Vuiliel-
mo et Lanfranco germanis et mundoaldibus nostris nobis que supra Ingelsinde
et Adilani consencientes et supter confirmantes, ut si quiscumque de lege sua
subdesendere voluerit et pacciones et conveniencia inter se fecerit et ambes
partes consenserit, istud non inputetur contra legem, et qui tale carta scripserit
culpabilis non invenietur esse44.
Si tratta in totale di sette documenti, tutti, appunto, ascrivibili alla classe del-
le cartole promissionis e aventi per autrici donne (in soli due casi agenti insieme
con il coniuge). Donne di legge longobarda, che si impegnano a non avanzare
rivendicazioni su beni fondiari la cui proprietà, in almeno quattro casi, sappia-
mo essere stata appena trasferita a terzi da parte dei rispettivi mariti con atto di
vendita o di donazione: donne che rinunciano, dunque, a far valere i propri di-
42
Evidente, si può aggiungere, è anche la differenziazione dei contenitori diplomatici delle
azioni documentate: se fra Ascoli e Fermo, come visto – con l’eccezione della permuta del 1070,
formalizzata attraverso un’ordinaria cartula concambiationis –, a dominare erano le scritture in
forma di breve, nel Nord Italia ci si serve unicamente di carte di promessa.
43
Elenco completo in Tabella 1.
44
Gli Atti privati milanesi, p. 523, n. 318 (1070 aprile, Galliate); anche in Le pergamene della
basilica di S. Vittore, n. 15.
58
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
ritti su quei beni, a esercitare – direbbe Caprioli – «posizioni attive loro attribuite
dalla norma». Non è specificata la natura di quei beni: escluso, giusta la lettera di
Liutprando 91, che coincidessero con diritti ereditari, è cioè impossibile sapere se
fossero parte del faderfio, su cui i mariti non detenevano, a norma, che diritti di
pura amministrazione, ovvero se rientrassero tra i – sempre genericissimi – dona-
tivi della quarta stabiliti il giorno del matrimonio attraverso cartule de morgincap45.
La cosa doveva risultare non dirimente per i notai redattori e, in definitiva, è di
scarsa importanza anche per noi osservatori postumi: ciò che contava davvero –
e che occorreva documentare puntando alla massima securitas possibile – era la
formalizzazione di un’azione che, nascendo evidentemente contra legem, si nor-
malizzava in virtù del consenso delle donne e il coerente inserimento nel quadro
prospettato dal re legislatore.
Rispetto ai casi ascolano e fermano sopra discussi, la legge di Liutprando era,
per così dire, invocata a conti ormai fatti. Il contesto non coincideva, come ad
esempio nella refuta del castrum di Agello, con quello di una convenientia in cui
una delle parti facesse una concessione all’altra rinunciando a eventuali legittime
pretese sull’oggetto dell’accordo. Qui, invece, la donna sarebbe preliminarmente
subdiscesa dai suoi diritti a favore del marito o più generalmente della comunità
dei beni in modo da poter perfezionare un contratto (di vendita o di donazione)
giuridicamente ineccepibile, iuxta legem, con una terza persona: si configurava
così un’ulteriore, assai più marcata mobilità della norma, che veniva funzional-
mente attualizzata entro la delicata sfera del diritto patrimoniale tra coniugi.
C’era un punto, tuttavia, nelle carte di area settentrionale, in cui i notai redat-
tori mostravano una più spiccata aderenza alla lettera (e allo spirito) della nor-
ma al confronto dei loro omologhi della Marca. Mi riferisco alla ripresa, testuale
e immancabile in tutti i documenti, del fraseggio con cui si annullava qualsiasi
imputabilità di fronte alla legge per gli scribi che avessero raccolto i termini di
una convenientia stipulata derogando dalle norme in vigore: «et qui taliter cartu-
lam scripserit colpabiles non invenietur», leggiamo ad esempio in una carta roga-
ta a Caravaggio nel 105546. La costante attenzione prestata a tale dispensa di re-
sponsabilità giuridica e professionale non può essere casuale, e forse aiuta a dirci
qualcosa anche sul quadro di fondo e sulla cronologia del recupero liutprandeo
in Italia settentrionale.
È difficile sottrarsi all’impressione che dietro alla scelta notarile si debbano co-
gliere gli echi dell’intenso lavorio condotto in quegli anni da giudici e giuristi
impegnati (in Lombardia e altrove) nell’allestimento del Liber Papiensis e poi nella
riflessione sul corpus legislativo di tradizione longobardo-italica47.
45
Bougard, Dot.
46
Le carte dell’antico archivio vescovile di Cremona, I, [Link]
cdlm/edizioni/cr/cremona-vescovo1/carte/vescovo1055-09-00b.
47
L’edizione di riferimento resta quella di Boretius: Liber legis Langobardorum Papiensis di-
ctus. È trasmesso da un frammento (BNM, ms. Lat. V. 81.2751, XI sec. ex.) e da sette manoscritti,
il più antico dei quali (BAM, O. 53 sup. e O. 55 sup.) parrebbe risalire al primo/secondo quar-
to dell’XI secolo (Radding - Ciaralli , The Corpus, p. 78 e ora, con nuove considerazioni su
59
SSMD, n.s. IX (2025)
paternità e destinazione d’uso, Shibata, Die Vorbilder). Su storia e tradizione testuale si consul-
terà con profitto Gobbitt, The “Liber Papiensis”. Del commentario al Liber noto come Walcausina
– di mano del notaio e giudice del sacro palazzo Walcauso, attestato fra il 1055 e il 1079 – si
conoscono, oltre a una tarda testimonianza in codice modenese (ASMo, 130, fine XV secolo) e a
una traccia palinsesta sul verso di una pergamena di area umbra (Spoleto, Archivio Capitolare
del Duomo di S. Lorenzo, Carte di S. Croce di Sassovivo, 2007, 1101), quattro manoscritti inte-
grali (BNF, lat. 9656, terzo quarto dell’XI secolo; ONB, Cod. 471, terzo quarto dell’XI secolo; BL,
Add. MS 5411, metà XI secolo; BML, Plut. 89 sup. 86, fine dell’XI secolo): ne ha fornito recente-
mente un’edizione critica Charles M. Radding, The Recensio Walcausina.
48
Le pergamene degli archivi di Bergamo, II/1, n. 166.
49
Shibata, Die Vorbilder (alle pp. 36-41 la convincente identificazione di Secundus con un
notaio e giudice del sacro palazzo piemontese attivo fra il 1031 e il 1064 e particolarmente legato
alla «Markgrafenfamilie der Arduiniden», di contro alle precedenti letture che ne individuavano
in Pavia [o Milano] provenienza e ambiti di esercizio).
50
The Recensio Walcausina, p. 154. Sulla Walcausina, oltre all’Introduzione alla recente
edizione citata, v. Radding, «Petre te appellat Martinus» e Id., Legal theory.
51
Bougard, «Falsum falsorum».
60
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
52
I principali capitula in questione, oltre a Liut. 91, sono Liut. 22, 117, e Ratch. 8. Sugli scrit-
tori di carte di età longobarda, oltre al classico contributo di Schiaparelli, Note diplomatiche, v.
Everett, Literacy; vi è tornata di recente, con interessanti osservazioni sui problemi del «diritto
vivente» dell’epoca, Storti, Carte e notai, in particolare pp. 657-675.
53
«Au tournant des Xe et XIe siècles, la lex entendue comme le droit dans son acception la
plus technique connaît un intérêt sans précédent, qui se conjugue avec les indices précurseurs
du renouveau du droit romain. L’Italie en est le terrain privilégié. Les préambules des actes
privés s’y peuplent de références à l’edictus, aux capitula, voire au «capitulaire des Lombards».
L’éventail des textes auxquels il est renvoyé, certes, est limité, et l’on peut n’y voir que l’effet
d’une mode, née de la diffusion et de la répétition mécanique d’un formulaire notarial plutôt
que de la connaissance intime du code»: Bougard, La loi, pp. 283-284.
54
Basti qui, sul punto, il rinvio a Nicolaj, Cultura.
55
Costante, nella Walcausina, l’interpretazione della bilateralità strutturale prevista da
Liut. 91 con riferimento al «secundo libro Codicis quae consitutio incipit ‘Si quis in conscriben-
do’ et ut hic legitur ‘Si quis permissum’»: The Recensio Walcausina, p. 155, con identificazione
della citazione giustinianea in C. 2.3.29.
56
Tre casi paradigmatici, relativi ad aree diverse del paesaggio comunale italiano: De
Angelis, Poteri, in particolare pp. 207-337; Rossi, Scritture, pp. 119-145; Internullo, Senato, pp.
189-271.
61
Tabella 1. Liutprando 91 nelle carte del regnum Italiae (secolo XI): un quadro di insieme
62
Data Tipologia Autore/ Regesto Edizione Forma citazionale di Liutprando 91
documentaria Autrice
1 1019 Breve Emmone Il vescovo di Ascoli Emmone ri- Il Regesto repromitto et obligo vel posteros et suc-
settembre, promissionis vescovo di nuncia a ogni pretesa sui beni di Farfa, cessores meos vobis, Hugo abba (…),
SSMD, n.s. IX (2025)
Vallorano et Ascoli rivendicati da Ugo abate di Farfa III, n. 459 pro eo quod in aedicti pagina contine-
(Ascoli obligationis in territorio ascolano e di Suma- tur, ut quicumque de lege sua suadere
Piceno) atque tino, nel luogo detto di Portica e voluerit pactionem, aut convenientiam
convenientiae laddove era stato fondato il mo- inter se facere, isti non imputetur con-
nastero di Tembe, ricevendo come tra legem, et si ambae partes voluerint,
contropartita 300 soldi di denari faciant
d’argento
2 1040 Cartula Alberga Alberga moglie di Vitale, da Mar- Le perga- spondeo atque promitto me ego Alber-
aprile 27, promissionis moglie di ne, si impegna a non rivendicare mene degli ga (…) ut si quiscumque de lege sua
Marne Vitale, di diritti di alcun genere sui trentot- archivi di desendere voluerit paccionis et con-
(Bergamo) legge lon- to appezzamenti di terreno situati Bergamo, veniencia ambes partes consenserint,
gobarda nella predetta località, venduti lo II/1, n. 166 istut non inputetur contra legem et qui
stesso giorno dal marito a Gisel- talem cartulam scripserit culpabilis
berto del fu Vitaliano, da Curna- non inveniatur esse
sco, prete primicerio della Chiesa
di Bergamo.
3 1044 Cartula Germana, Germana, con il consenso di suo Monu- (…) ego Germana femina (…) ut si qui-
marzo, promissionis di legge marito, promette a prete Bernar- menta scumque de lege sua subdesendere vo-
Caselette longobarda do di non avanzare cause su un Novalicen- luerit et pacionem aut convenienciam
(Torino) vigneto di proprietà dello stesso sia, n. 73 inter se fecerint et ambe parte consen-
prete sito in Caselette, ricevendo serint, isti non inputetur contra lege, et
un panno a titolo di launechild. qui ambe parte voluntarie faciunt ei qui
talem cartulam scripserit culpabilem
non invenetur esse
4 1055 Cartula Berta, Berta, figlia di Teudaldo, di Ti- Le carte Si quiscumque de lege sua subdexende-
settembre, promisionis figlia di cengo, di legge longobarda, con dell’antico re voluerit et paccione aut conveniencia
Caravag- Teudaldo, il consenso del marito Agiroldo, archivio inter se fecerit et amme parte volunta-
gio di Ticengo, promette a Uboldo vescovo di vescovile di rio faciunt, isto non inputetur contra
(Bergamo) di legge Cremona che non avanzerà alcu- Cremona, lege, et qui taliter cartulam scripserit
longobar- na pretesa su un terreno, sito nel I, https:// colpabiles non invenietur ese
da territorio di Caravaggio, in locali- shorturl.
tà Murdofio, donato il giorno stes- at/d11Qb
so all’episcopato da Lanfranco,
figlio del defunto Adam, di Ca-
ravaggio, dalla di lui moglie Ita,
nonché dai fratelli Agirardo e Ma-
gifredo, anch’essi figli di Adam,
di Caravaggio.
5 1061 Breve Giovanni Giovanni del fu Grimaldo e Liber Breve promissionis, obligationis atque
giugno, promissionis, del fu Amelgarda del fu Opezo, mari- iurium convenientie sicut in edictis Longobar-
Fermo obligationis Grimaldo to e moglie, nonché Alberigo del (…) di dorum continet pagina, quicumque de
atque e Amel- fu Attone e Rodaldo del fu Ugo, Fermo, I, lege sua subdiscendere voluerint et
convenientie garda del promettono a Ulderico, vescovo n. 39 pactuationem aut convenientiam inter
fu Opezo, di Fermo, che non venderanno ad se fecerint, istos non imputententur
marito e altri che a lui o ai suoi successori, contra legem si ambas partes volunta-
moglie, ovvero che non faranno transa- rie consenserit.
nonché Al- zioni se non tra di loro, la metà
berigo del del castello di Trevenianum con
fu Azzone venti moggi di terra adiacenti al
e Rodaldo castello stesso.
del fu Ugo
63
De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
64
6 1062 Carta Giovanni I coniugi Giovanni figlio del fu Le carte di (…) iusta eadem lege in qua inter cetera
febbraio, promissionis figlio del Domenico di Daverio e Domenica Velate, I, continere videtur ut si quiscumque de
Induno fu Dome- figlia del fu Domenico, di Breb- n. 36 lege sua subdesendere voluerit pacio-
Olona nico di bia, promettono a Pietro, figlio ne aut convenencia inter se fecerunt et
(Varese) Daverio e del fu Pietro, di Induno Olona, di ambes partes voluntarie consenserunt
Domenica rinunciare a qualsiasi diritto su qui contra lege non inputetur qui talem
figlia del fu un sedime edificato di sette tavo- cartam scripserit culpabilis non inve-
SSMD, n.s. IX (2025)
7 1070 Carta Ingesinda Ingesinda e Adila di Galliate, di Gli Atti (…) ut si quiscumque de lege sua sub-
aprile, promissionis e Adila, legge longobarda, consenzienti i privati desendere voluerit et pacciones et
Galliate di Galliate, rispettivi mariti Guglielmo e Lan- milanesi, conveniencia inter se fecerit et ambes
(Novara) entrambe franco, fratelli, promettono ad III, n. 318; partes consenserit, istud non inputetur
di legge Amizone del fu Alberto di Velate, anche in contra legem, et qui tale carta scripserit
longobar- prete della chiesa di San Vittore di Le perga- culpabilis non invenietur esse
da Varese e magister scolarum, di non mene di S.
avanzare pretese su una vigna a Vittore di
lui venduta il giorno stesso dagli Varese, n.
anzidetti Guglielmo e Lanfranco 15
nonché da Aliprando loro fratel-
lo; le donne ricevono un cappello
come launechild.
8 1070 Cartula Grimaldo Grimaldo del fu Attone cede al Liber iu- (…) pro quia tu et ego subscripsimus
[ maggio , c o n c a m b i a- del fu vescovo di Fermo Ulderico vari rium (…) de lege nostra pactum et convenien-
Fermo] tionis Attone terreni siti nel comitato ferma- di Fermo, tiam inter nos fecimus et ambes par-
no nonché la sua porzione delle II, n. 271 tes consensimus et voluntarie fecimus
chiese di S. Salvatore e di S. Bar- istam mutationem non imputetur con-
tolomeo, ricevendo in cambio tra legem
quattromilla moggi di terra nei
territori di Colbuccaro, Petriolo,
Urbisaglia.
9 1086 Cessio Vari Atto del fu Asone, i fratelli Berto Liber iu- Quicumque de lege sua subdescende-
aprile securitatis, homines e Leto del fu Giovanni, Berardo rium (…) re voluerit et pactuatione atque con-
breve del fu Mainardo, Longino del fu di Fermo, I, venientiam inter nobis feceritis, istum
promissionis Azzone, Bernardo e Lupo figli di n. 43 non imputetur contra lege si ambes
Giovanni, nonché Giovanni, Mar- parti voluntarie faciunt
tino e Berto del fu Morrone pro-
mettono al vescovo di Fermo Ugo
Candido di restituirgli il castello
di Agello da loro in passato ingiu-
stamente contestato, rinunciando
altresì a ogni futura spartizione.
10 1093 Carta Agnese, Agnese figlia di Lanfranco pro- Recueil ut si quiscumque de lege sua subde-
luglio, promissionis di legge mette al monastero di S. Pietro Des Chartes scendere voluerit et pacciones atque
Iseo longobar- di Cluny di non avanzare riven- de Cluny, convenientias fecerit, istud non impu-
(Brescia) da dicazioni su una cappella in Cli- V, n. 3669 tetur contra legem quod ambe partes
zano con decime relative donata voluntarie faciunt et qui talem cartam
al monastero stesso da suo mari- scripserit culpabilis non invenietur esse
to Alberto, ricevendo per la sua
promessa un cappello a titolo di
launechild.
11 1100 Cartula Africa Africa detta Cornelia, figlia di Le più (…) iusta capitulare Longobardorum in
luglio 8, promissionis detta Guglielmo Confalonieri, promet- antiche qua inter cetera continetur videtur ut si
infra Cornelia, te di non molestare Girardo del fu carte (…) quiscumque de lege sua subdescendere
castrum di legge Giovanni nel pacifico possesso di di Asti, n. voluerit et pactiones atque convenien-
Gurziani longobar- certi beni in Lavezzolo, ricevendo 202 cias inter se fecerint et ambe partes con-
da un panno come launechild. senserint, istut non imputentur contra
legem quia ambe partes voluntarie fe-
cerint, et qui tales cartulas scripserint
culpabiles non inveniantur esse
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De Angelis, «De lege sua subdiscendere»
SSMD, n.s. IX (2025)
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Medioevo, 59, Spoleto, 28 aprile - 4 maggio 2011, Spoleto 2012, pp. 97-149.
Chris Wickham, Justice in the kingdom of Italy in the eleventh century, in La giustizia
nell’alto medioevo [v.], pp. 222-232.
Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data: 4 settembre 2025.
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SSMD, n.s. IX (2025)
TITLE
«De lege sua subdiscendere». Tradizione e usi di Liutprando 91 nelle carte del regnum
Italiae
«De lege sua subdiscendere». Tradition and uses of Liutprand’s Law no. 91 in the
charters of the Kingdom of Italy
ABSTRACT
A differenza di altri capitula normativi – ampiamente citati nelle carte del regnum
Italiae per l’intero altomedioevo – la tradizione extra-edittale della Legge 91 di re
Liutprando prese avvio improvvisamente e tardi, poco dopo il Mille, e altrettanto
bruscamente, alla fine dello stesso secolo XI, scomparve dalle prassi notarili. In
quella fase, tuttavia, si rivelò una risorsa preziosa al servizio delle esigenze di
irrobustimento della firmitas di tipologie e vicende documentarie specifiche, sia
all’interno sia all’esterno degli spazi in cui l’aveva collocata la legislazione stessa
e l’esegesi di scuola. Quali erano tali spazi? A quali precise esigenze di azione e
documentazione si legava il recupero di una norma vecchia di trecento anni? Con
quali caratteristiche si presentava il suo reimpiego e la sua attualizzazione nelle
carte notarili delle due aree del regnum (i territori subalpini/lombardi e le Marche
meridionali) che ne conservano testimonianza?
Unlike other legislative capitula – widely quoted in the documents of the regnum
Italiae throughout the early Middle Ages – the extra-edictal tradition of King Liut-
prand’s Law no. 91 began suddenly and late, shortly after the year 1000, and just
as abruptly, at the end of the 11th century, it disappeared from notarial practice.
In that period, however, it proved to be a valuable resource at the service of the
need to strengthen the firmitas of specific typologies and documentary events,
both inside and outside the spaces in which legislation itself and the juridical exe-
gesis had placed it. What were these spaces? To what precise needs for action and
documentation was the recovery of a three-hundred-year-old law linked? What
were the characteristics of its reuse and its actualisation in the charters of the two
areas of the regnum (the Subalpine/Lombard territories and southern Marche) that
preserve evidence of it?
KEYWORDS
Alto medioevo, Culture giuridiche, Leggi dei Longobardi, Liber Papiensis, Pratiche
documentarie
Early Middle Ages, Legal cultures, Lombard Laws, Liber Papiensis, Documentary practices
70
Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis:
lo scrivano Pietro Pagano (1182-1195)
di Bianca Fadda
Bianca Fadda
Università degli Studi di Cagliari
biancafadda@[Link]
Tra il X e l’XI secolo i quattro regni giudicali di Torres, Gallura, Cagliari e Arbo-
rea1 hanno ormai acquisito piena autonomia rispetto all’epoca bizantina2 e assun-
1
L’origine dei regni giudicali sardi non è certa. La Sardegna è stata, a partire dal VI secolo,
settima provincia della prefettura bizantina d’Africa. Il preside, o iudex provinciae, era incaricato
del governo civile, le sue competenze erano più o meno quelle degli antichi governatori romani
(amministrative, finanziarie, giuridiche). Sottoposto all’alta autorità del prefetto del pretorio afri-
cano, il preside sardo aveva sede a Cagliari dove, analogamente ai presidi delle altre province,
doveva disporre di un ufficio fornito di personale variamente specializzato, e in particolare di
un consigliere giuridico, di un cancelliere e di vari scrivani, addetti, tra le altre cose, alla tenuta
degli archivi. Del governo locale dell’isola in età bizantina sappiamo molto poco, le fonti sull’e-
voluzione di questa figura sono scarsissime, così come in generale le fonti sulla ‘Sardegna bizan-
tina’. All’inizio del secolo VIII la caduta dell’esarcato d’Africa ha comportato l’isolamento della
regione, che troviamo nel IX secolo amministrata da un ipatos o consul, che sembrerebbe aver
assorbito le funzioni amministrative dello iudex, e quelle militari, in origine affidate al dux, man-
tenendo, peraltro, questi due appellativi, che cominciano ad apparire al plurale, iudices o principes
Sardiniae, nei documenti dei papi Niccolò I (858-867) e Giovanni VIII (872-882). Per un appro-
fondimento sulla Sardegna bizantina, v. Spanu, La Sardegna bizantina; Cosentino, La Sardegna
bizantina; Cosentino, Potere e istituzioni nella Sardegna bizantina; Muresu, La moneta “indicatore”.
Sull’origine dei giudicati, v. Boscolo, La Sardegna dei giudicati; Casula, La storia di Sardegna; Ortu,
La Sardegna dei Giudici; Soddu, Il potere regio. Ulteriori approfondimenti sulla Sardegna giudicale
sono contenuti nei saggi raccolti nel recente volume di sintesi Il tempo dei giudicati.
2
L’autonomia dei giudicati portò alla fine dell’isolamento politico della Sardegna e aprì la
strada a nuovi contatti, che si concretizzarono, da una parte, nei rapporti economici e politici con
SSMD, n.s. IX (2025)
le repubbliche di Pisa e Genova e dall’altra con l’insediamento degli ordini monastici provenien-
ti dal continente, che intrecciarono rapporti legati a interessi economici e religiosi. Per un appro-
fondimento v. Schena - Tognetti, La Sardegna medievale e la bibliografia ivi citata. Per l’arrivo
nell’isola dei monaci Benedettini e degli Ordini Riformati (Vittorini, Camaldolesi, Cistercensi
etc.) si rimanda alla puntuale sintesi e agli aggiornamenti bibliografici presenti in Martorelli,
Insediamenti monastici, pp. 53-65.
3
L’alternanza tra latino e volgare sardo fu determinata principalmente dalla distinzione
delle sfere d’uso assegnate a queste lingue. Il latino, utilizzato integralmente o in parti specifi-
che dei documenti (come l’invocatio), era riservato agli atti riguardanti i rapporti ufficiali della
Sardegna con Pisa, Genova e la Santa Sede, o comunque per testi non destinati agli ambiti giudi-
ziari e amministrativi interni, nei quali invece si privilegiava l’uso del volgare sardo; v. Sanna,
Introduzione agli studi, p. 19; Merci, Le origini, pp. 16-21; Maninchedda, Medioevo, pp. 101-122.
Sull’uso precoce del volgare nelle scritture documentarie sarde, v. Virdis, Sociolinguistica storica
nella Sardegna medievale, pp. 11-34; Lupinu, Manualetto, pp. 150-159. È importante ricordare in
questo contesto che la lingua greca, a differenza del latino, non si alternò con il volgare sardo,
ma subì un processo di estinzione e di adattamento alle nuove forme linguistiche emergenti.
Un esempio celebre di questa trasformazione è la cosiddetta Carta di Marsiglia, un documento
cagliaritano redatto in lingua campidanese e con caratteri greci. Il documento è conservato in
Marseille, Archives Départementales des Bouches-duRhône, 1. H. 88., n. 427; ed. Blasco Ferrer,
Crestomazia sarda, I, pp. 51-62 e II, p. 28; v. anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.017,
p. 47. Recentemente, è stato recuperato e studiato un nuovo frammento pergamenaceo conser-
vato nell’Archivio Capitolare di Pisa, anch’esso scritto in sardo ma con caratteri greci maiuscoli,
contenente la certificazione da parte del giudice di Cagliari Torchitorio de Gunale di una serie
di negozi effettuati da tale Gosantini Frau, per il quale v. Crasta - Soddu - Strinna, Un’inedita
carta sardo-greca.
4
Sull’organizzazione delle cancellerie giudicali v. Besta, Nuovi studi sull’origine; Casula,
Sulle origini delle cancellerie; Cau, Peculiarità e anomalie. Nello specifico, sulla scrivania dei giu-
dici di Cagliari v. Schena, Santa Igia; sulla scrivania dei giudici di Torres v. Schena, Scrittura e
cultura; Martin, Les actes sardes (XIe-XIIè siécle); Fadda, I luoghi di redazione; sulla scrivania del
giudicato di Gallura v. Schena, Civita; Mastruzzo, Un ‘diploma’ senza cancelleria e, relativamente
a quest’ultimo saggio, anche le osservazioni di Zedda, In margine a “un diploma senza cancelleria”.
Per un quadro completo relativo ai documenti giudicali giunti fino a noi, agli archivi che li
conservano e alle motivazioni che sono alla base della loro dispersione archivistica v. Tasca, I
documenti giudicali.
5
Il termine bullatoriu – riferito al sigillo plumbeo di corroborazione – è tratto dalla sche-
da 132 del Condaghe di S. Maria di Bonarcado, nel quale vengono riferiti i provvedimenti del
giudice d’Arborea riguardanti l’asservimento perpetuo al monastero di S. Maria di Bonarcado
di alcuni servi, i quali rifiutavano di prestare i servizi loro richiesti e avevano contraffatto delle
74
Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
carte d’affrancamento munite di sigillo: «Fegerunt sibi carta de liberos et bullarunt cun bulla-
toriu de iudice Comita. Regendosilla custa carta a cua, si girarunt de servire»; v. Il Condaghe di
Santa Maria di Bonarcado, scheda 132, pp. 178-181.
6
Cau, Peculiarità e anomalie, p. 332. Si deve a Cau un accurato e prezioso studio paleografico
e diplomatistico della produzione documentaria sarda dei secoli XI e XII.
7
Fa eccezione il regno giudicale di Gallura; qui i primi documenti emanati dai giudici
sono redatti da professionisti continentali; il causidico Rolando redige il 14 marzo 1112 un atto
di donazione a favore della Cattedrale di S. Maria di Pisa, per conto di Padulesa de Gunale,
figlia del fu Comita e vedova del giudice gallurese Torchitorio de Zori. ASPi, Diplomatico della
Primaziale 1113 marzo 14; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 10, pp. 184-185; Fadda, Le
pergamene relative alla Sardegna nel Diplomatico della Primaziale, doc. 3, pp. 62-64; Matruzzo, Un
‘diploma’ senza cancelleria, doc. 1, pp. 19-2. Il notaio apostolico Ugo scrive, sotto forma di breve
recordationis, la conferma delle concessioni a favore della cattedrale pisana del giudice Ithocor.
ASPi, Diplomatico della Primaziale 1081; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 19, pp. 191-
192; Fadda, Le pergamene relative alla Sardegna nel Diplomatico della Primaziale, doc. 4, pp. 64-66;
Matruzzo, Un ‘diploma’ senza cancelleria, doc. 2, pp. 22-23.
8
Si tratta dell’atto con cui il giudice di Torres Barisone I, insieme al nipote Mariano, già as-
sociato al trono, dona all’abbazia di Montecassino le chiese di S. Maria di Bubalis, oggi chiesa di
Nostra Signora di Mesumundu e quella di S. Elia di Monte Santo, oggi chiesa di S. Elia e Enoch,
ubicate entrambe nel territorio di Siligo (SS). AAMc, caps. XI, n. 11; ed. Codex Diplomaticus
Sardiniae, I, doc. 7, p. 153; Saba, Montecassino, doc. 1, pp. 133-134; Blasco Ferrer, Crestomazia
sarda, doc. 1, pp. 27-28; Maninchedda, Medioevo, doc. 1, pp. 161-162. Sugli aspetti diplomatistici e
linguistici della pergamena di Nicita v. Strinna, La carta di Nicita; Serra, La donazione di Barisone.
9
Del presbitero Furatus de Castra, il cui nome tradisce senza ombra di dubbio l’origine sar-
da, tenuto conto della sua larga diffusione nell’isola tra XII e XIII secolo, ci sono giunte tre per-
gamene. 1112 aprile 30, Ardara: Costantino I de Lacon, giudice di Torres, e sua moglie Marcusa
de Gunale donano all’eremo di Camaldoli la chiesa di S. Pietro di Scano con tutte le sue perti-
nenze (ASFi, Diplomatico Camaldoli 1112 aprile 30; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 13,
p. 186; Schirru, Le pergamene, doc. 1, pp. 59-62); 1113 ottobre 29, Ardara: Pietro de Athen, insieme
alla consorte Padulesa e ad altri notabili della stessa famiglia, con l’autorizzazione del giudice
Costantino I, affiliano all’eremo di Camaldoli la chiesa di S. Nicola di Trullas (ASFi, Diplomatico
Camaldoli 1113 ottobre 29; ed.: Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 17, p. 189; Schirru, Le
pergamene, doc. 6, pp. 72-76); 1120 maggio 24, Ardara: Gonnario di Lacon, fratello del giudice
Costantino I, dona all’abbazia di Montecassino le chiese di S. Pietro di Nurki, S. Giovanni, S.
75
SSMD, n.s. IX (2025)
trona10, i quali insieme a Melaci11, rappresentano gli scrivani di fiducia del giudice
Costantino I di Torres nel primo trentennio del XII secolo.
Nel giudicato di Cagliari, fin dal 5 maggio 1066, è attestato Constantinus diaco-
nus dictus nomine de Castra, il quale scrive, al servizio del giudice Torchitorio, un
atto di donazione a favore dell’abbazia di Montecassino12. Sempre a Cagliari, nel
1108, Benedictus electus episcopus, redige, per conto del sovrano Mariano-Torchito-
rio, un atto di donazione a favore della cattedrale di S. Maria di Pisa13.
Pietro e S. Nicola di Nugulvi e S. Elia di Setin (AAMc, caps. XI, n.14; ed. Codex Diplomaticus
Sardiniae, I, doc. 28, pp. 199-201; Saba, Montecassino, doc. 5, pp. 140-142; v. anche la scheda del
documento in Inventaire, n. 74.003, p. 28). Un’accurata analisi della grafia di Furatus è in Cau,
Peculiarità e anomalie, pp. 354-355.
10
Nel primo ventennio del XII secolo Costantino de Matrona redige la pergamena con
cui i notabili turritani Costantino di Carbian e sua moglie Giorgia de Zori, con l’autorizzazione
del giudice Costantino di Torres, donano al monastero di Montecassino la chiesa di S. Pietro di
Simbranos (AAMc, caps. XII, n. 5; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 11, p. 185; Saba,
Montecassino, doc. 9, pp. 147-148; v. anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.002, p. 27).
Al nome dello scrivano non si accompagna alcuna qualifica, ma potrebbe trattarsi del vescovo
di Bisarcio Costantino de Matrona, che scrisse nel 1082 l’atto di donazione a favore della catte-
drale di S. Maria di Pisa da parte del giudice di Torres Mariano. Tale atto ci è giunto in copia
trascritta in calce alla pergamena, datata 3 settembre 1127, contenente la cessione da parte del
Capitolo metropolitano di Pisa alla Congregazione di Vallombrosa del monastero di S. Michele
di Plaiano, in Sardegna, con tutte le sue pertinenze presenti e future (ASPi, Diplomatico Coletti
1128 settembre 3; ed. Fadda, Le pergamene relative alla Sardegna nel Diplomatico Coletti, doc. 2, pp.
114-116; sul documento v. anche Piras, I benedettini di Vallombrosa, doc. I, pp. 145-147 e Fadda, I
luoghi di redazione, pp. 433-436).
11
Di Melaci ci sono giunte quattro pergamene. <ante o 1112 aprile 25>: Furato de Gitil e sua
moglie Susanna Dezori dotano la chiesa e il monastero di S. Nicolò de Soliu di terre, selve, case,
servi, ancelle, bestiame, mobili, arredi e libri (AAMc, caps. XI, n. 15; ed. Codex Diplomaticus
Sardiniae, I, doc. 16, pp. 188-189; Saba, Montecassino, doc. 16, pp. 162-165; v. anche la scheda del
documento in Inventaire, n. 74.007, p. 33); <1112 aprile 25>: Furato de Gitil e sua moglie Susanna
Dezori donano al monastero di Montecassino la chiesa di S. Nicolò de Soliu (AAMc, caps. XI, n.
16; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 12, p. 185; Saba, Montecassino, doc. 12, pp. 153-155;
v. anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.006, p. 32 e sulla datazione del documen-
to, alquanto controversa, v. Sanna, Osservazioni cronotattiche); <1120(?)> marzo 24: Comita de
Azzen e la moglie Musconiona Dezori donano ai monaci di Montecassino la domus di Bosove
con servi e terre come dotazione del monastero di S. Maria de Iscala (AAMc, caps. XI, n. 38; ed.
Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 46, pp. 199-201; Saba, Montecassino, doc. 10, pp. 149-151; v.
anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.004, p. 29 e sulla datazione del documento v.
Dormeier, Montecassino, p. 51, nota 198; Cau, Peculiarità e anomalie, p. 356, nota 102); <1127> set-
tembre 13, Salvenor: unione delle chiese di S. Maria e di S. Nicolò de Soliu ordinata da Costantino
I di Lacon e da sua moglie Marcusa di Gunale (AAMc, caps. XI, n. 46; ed. Codex Diplomaticus
Sardiniae, I, doc. 15, p. 187-188; Saba, Montecassino, doc. 19, pp. 170-172).
12
Il documento originale, redatto in vico que dicitur Uta (Uta, Ca), è andato perduto, ma
se ne conserva copia nel Regesto di Pietro Diacono; v. Registrum Petri diaconi, III, doc. 639, pp.
1702-1703.
13
Potrebbe trattarsi del vescovo di Dolia che nel 1112 scrisse, di propria mano, l’atto di
conferma della chiesa di S. Maria di Arco, già donata dal suo predecessore Virgilio, al monastero
di S. Vittore di Marsiglia e, per conto del giudice Mariano Torchitorio, la conferma all’abbazia
di S. Vittore di Marsiglia e al monastero di S. Saturno di Cagliari delle donazioni fatte dai suoi
76
Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
Come nel Cagliaritano e nel Logudoro, anche nell’Arborea14 la prima carta, risa-
lente al 15 ottobre 1102, è redatta da un religioso: il presbiteru Mariani, originario
della villa di Nuraci Nigellu15, il quale dichiara di aver scritto il documento sotto
dettatura da parte del giudice Torbeno16, probabilmente perché del tutto ignaro
dei formulari diplomatistici, conosciuti a memoria dal sovrano arborense17. Ap-
pare evidente come il documento non presenti traccia di petitio, intercessio, iussio,
interventio, minuta, recognitio, registrazione, nessuna delle diverse fasi in cui si
articolava il complesso processo di documentazione. La tipologia del documento
rispetta i canoni della tradizione sarda: invocatio alla Trinità, intitulatio, dispositio,
notitia testium, indicazione del nome del redattore con la datatio chronica espres-
sa attraverso il ricorso al calcolo lunare18: «ed ego presbiteru Mariani de Nuraci
Nigellu iscrisi ista carta, atitandomi su donnu meu cun buca sua in Aristanis. In
kalendas Otonbre in XVdice dies e die mezetima e de luna prima». Segue l’estesa
formula sanzionatoria finale, articolata nelle due parti della sanctio negativa e del-
la sanctio positiva, ricorrente nei diplomi giudicali19.
77
SSMD, n.s. IX (2025)
applicare le decisioni del sovrano senza il ricorso alle potenze celesti»; v. Feniello - Martin,
Clausole di anatema, pp. 122-123.
20
Cau, Peculiarità e anomalie, p. 340. Anche il secondo documento arborense, redatto in
sardo, è relativo a questioni interne al giudicato di Arborea: la conferma effettuata dal giudice
Orzocco II, nipote di Nibata e successore di Torbeno, di una donazione precedente fatta dalla
nonna a favore delle domus di Nuraxinieddu e di Massone de Capras. Cau ipotizza che l’anonimo
scriba «abbia agito in un contesto in cui il rinnovo della donazione in favore delle ville oristanesi
andava gestito dal giudice con particolare ostentazione e solennità formali. Da qui il ricorso, da
parte dell’anonimo scrittore, all’onciale: la scrittura che più della carolina si prestava a un’offerta
paludata e prestigiosa dei contenuti, in puntuale assonanza con le esigenze del committente».
Anche questo documento è conservato in ASGe, Archivio Segreto, Genova Ducato, Sardegna 20/360,
n. 3; ed. Casula, Onciale e semionciale, pp. 131-135; Blasco Ferrer, Crestomazia sarda, doc. XIII, pp.
104-105. Si veda anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.014, p. 42. Cau ricostruisce la
storia archivistica delle due più antiche pergamene arborensi e il loro ruolo di munimina affidate
al comune genovese a garanzia di donazioni effettuate dal giudice d’Arborea; v. Cau, Peculiarità
e anomalie, p. 327. Si rinvia al contributo di Cau anche per l’accurata analisi paleografica dei due
documenti. Sul giudice Orzocco II, v. Soddu, Il potere regio, pp. 43, 73.
21
Fadda, Notai e documentazione.
22
Sul giudice Comita, v. Ortu, La Sardegna dei giudici, pp. 70-71; Soddu, Il potere regio, pp.
44, 73.
23
Del documento, relativo al primo collegamento diretto tra i giudici d’Arborea e Genova,
possediamo due esemplari, entrambi originali e muniti di sigillo (deperdito): ASGe, Archivio
Segreto, 2720/10.1 e 2720/10.2. Copia in I Libri iurium della Repubblica di Genova, I/1, doc. 42, pp.
66-69. Sui contenuti, sulla complessa tradizione di questo documento e sul notaio Bongiovanni
v. anche Cau, Peculiarità e anomalie, pp. 324-328. Per un puntuale riepilogo della storiografia del
XIX e del XX secolo riguardante i rapporti intercorsi tra Genova e la Sardegna v. Basso, Genova
e la Sardegna.
24
I Libri iurium della Repubblica di Genova, I/2, doc. 380, pp. 316-317.
78
Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
Appartiene al clero locale lo scrivano della donazione del 1165 del giudice Ba-
risone25 in favore della figlia Susanna: «Ego Petrus Sportatius sacerdos et notarius
curie domini Barisonis iudicis Arborensis qui hec scripsi et complevi cartulam
ista»26. Il documento, sia per l’uso della lingua volgare sia per la struttura del
formulario, riflette pienamente i canoni della tradizione sarda. Risulta particolar-
mente significativo che lo scrivano aggiunga al proprio nome il titolo di notarius
curie, elemento che potrebbe attestare un primo tentativo, da parte del giudice
Barisone, di introdurre un’innovazione nella tradizione cancelleresca del regno
mediante la nomina diretta di un notaio.
Non sono attualmente noti ulteriori documenti riconducibili all’attività del sa-
cerdote-notaio Sportatius, ma nella documentazione superstite degli ultimi decen-
ni del XII secolo è largamente attestato il prete scrivano Pietro Pagano. Figura di
rilievo nell’entourage del giudice Barisone d’Arborea e del figlio Pietro27, rappre-
senta, allo stato attuale delle fonti, l’unico personaggio attestato ad aver ricoperto
ufficialmente la carica di cancelliere in una scrivania pubblica sarda. Il corpus do-
cumentario pervenuto, costituito da sette atti redatti da Pietro Pagano in lingue
diverse – latino, volgare sardo e una commistione di entrambi –, testimonia una
professionalità versatile e di altissimo profilo e si presta a considerazioni di rile-
vante interesse sia sul piano diplomatistico che su quello paleografico.
25
Sulla controversa figura di Barisone, definito da Casula «il più interessante e sfortunato
personaggio di tutta la storia dell’Arborea del XII secolo» (Casula, La storia di Sardegna, p. 324),
si rinvia a Ortu, La Sardegna dei giudici, pp. 120-124; Sanna, Il giudicato d’Arborea, pp. 415-438;
Seche, L’incoronazione di Barisone, pp. 73-93; Puglia, Unanimiter et indissolubiter adnexus.
26
ACSLGe, Perg., n. 4; ed. Fadda - Tasca, La Sardegna giudicale, pp. 543-545. Sul documento
v. anche il saggio di Seche, Dai Lacon-Serra ai Bas-Serra.
27
Sul giudice Pietro I, v. Sanna, Il giudicato d’Arborea, pp. 419-426; Soddu, Il potere regio, pp.
44, 75-78.
28
AAMc, caps. XI, n. 10; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 110, p. 252; Saba,
Montecassino, doc. 38, pp. 203-206. Sulla plica sopravvive il cordoncino del sigillo deperdito.
29
L’espressione indignus sacerdos, riferita all’estensore del documento, ricorre frequen-
temente nei documenti dell’abbazia di Cluny: «Ego Vulfardus indignus sacerdos scripsi» (in
Recueil de chartes, 1, doc. 743, pp. 698-699); «Ego Lambertus indignus sacerdos datavi» (ivi, 2,
doc. 1129, pp. 220-221); «Aymo indignus sacerdos scripsit» (ivi, 3, doc. 1913, pp. 135-136).
79
SSMD, n.s. IX (2025)
di ecclesiastici reclutati dai giudici sardi per la redazione dei documenti, ma l’atto
da lui rogato, nella lingua e nei formulari, rappresenta un unicum nella produ-
zione documentaria sarda. Particolarmente significativo risulta il lungo e solenne
preambolo del documento, arricchito di citazioni evangeliche: «Peccatorum pon-
dere pregravatis principale reperitur remedium ut temporale substantiam Chri-
sti pauperibus errogare festinent, Domino ipso dicente: date elimosinam et ece
omnia munda sunt vobis. Et iterum facite vobis amicos de mamona iniquitatis ut
cum defeceritis recipiant vos in eterna tabernacula»30. Esso testimonia l’elevato
livello di competenza linguistica e culturale dello scrivano, in un contesto in cui
l’ignoranza tra il clero arborense doveva essere particolarmente diffusa e eviden-
te, come emerge con chiarezza dalla singolare richiesta avanzata dal sovrano di
Oristano al monastero cassinese, in cambio della sua generosa donazione: «diri-
gat monachos ex quibus tres vel quatuor ita sint litterati ut si necessarium fuerit
in archiepiscopos et episcopos possint eligi et etiam regni nostri negocia sive in
Romana curia vel in curia imperatoris et ubique valeantur tractare». Tale istan-
za evidenzia la consapevolezza, da parte delle autorità locali, della necessità di
disporre di personale ecclesiastico colto, in grado di assolvere non solo funzioni
religiose, ma anche incarichi diplomatici e amministrativi nei principali centri del
potere, tanto ecclesiastico quanto secolare.
Presso l’Archivio di Stato di Pisa si conserva l’originale di una seconda perga-
mena redatta da Pietro Pagano nel 1184, su incarico dello stesso giudice Barisone.
Il documento è indirizzato all’Opera di S. Maria di Pisa, alla quale il sovrano arbo-
rense dona la domus di Sevenes con servi e ancelle, vari altri poderi, vigneti e capi
di bestiame31. Il documento, nella lingua – il volgare campidanese – e nel formu-
lario rispetta i canoni della tradizione sarda. Lo schema diplomatistico è indigeno:
si apre con l’invocatio in latino, seguita dall’intitulatio, in cui il giudice si esprime
in prima persona, autonominandosi con nome e titolo, e includendo la moglie – in
30
La formula, attestata nei passi del Vangelo di Luca 11,41 e 16,9, ricorre in forma identica
all’interno della falsa donazione, datata 1326, attribuita al giudice arborense Mariano IV de Bas
Serra in favore del monastero di S. Martino di Oristano, fondato dai monaci benedettini prove-
nienti dall’abbazia di S. Nicola di Gurgo. L’atto, trascritto nel Condaxi Cabrevadu, manoscritto
risalente al 1533, è stato pubblicato da Patrizia Serra nell’edizione critica Il Condaxi Cabrevadu.
Secondo la studiosa, il falso attribuito a Mariano costituirebbe un esempio significativo della
prassi, attestata anche altrove, di riutilizzare documenti autentici – come nel caso della donazio-
ne ai Cassinesi del 1182 – sottoponendoli a rimaneggiamenti e adattamenti funzionali alle mu-
tate esigenze storiche; v. ivi, pp. LXVII-LXVIII. La dimostrazione della non autenticità dell’atto è
stata fornita da Simbula, L’archivio del monastero, attraverso un’analisi puntuale che ha messo in
evidenza una serie di evidenti anacronismi presenti nel testo. Tali elementi hanno indotto la stu-
diosa a collocare la redazione del documento apocrifo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
31
ASPI, Diplomatico della Primaziale 1185 giugno; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc.
113, p. 254; Fadda, Le pergamene relative alla Sardegna nel Diplomatico della Primaziale, doc. XIII, pp.
83-85. Si veda anche la scheda del documento in Inventaire, n. 74.016, p. 44. Una lacerazione della
pergamena nella parte centrale del bordo inferiore impedisce di individuare le tracce del sigillo
deperdito. Sulla presenza dell’Opera di S. Maria di Pisa in Sardegna v. Artizzu, L’Opera di Santa
Maria di Pisa; Fadda, Le relazioni.
80
Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
32
I vescovi delle diocesi arborensi sono sempre presenti, in qualità di testimoni, nelle per-
gamene emanate dal giudice d’Arborea. Sul rapporto tra i giudici d’Arborea e i vescovi del ter-
ritorio v. Turtas, Storia della chiesa, pp. 241-242. Turtas sottolinea che «uno dei punti fermi nella
politica arborense fu sempre la strettissima alleanza tra i giudici e i vescovi, e, in particolare,
l’arcivescovo di Arborea: in nessun altro giudicato come quello di Arborea si verificò una tale
partecipazione dei vescovi alla vita politica, alle dipendenze del giudice».
33
V. infra nota 17.
34
V. infra nota 20.
35
Secondo Casula il giudice «volle dare un tono di maggiore importanza al suo scrittorio
81
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Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
Lacon sapiens, curatore di Usellus, Orzocor de Lacon, figlio del defunto giudice
Barisone, curatore di Barbagia, Barisone figlio della defunta donna Vera, curatore
di Mandrolisai, Comida de Lacon Pees, curatore di Valenza.
Tuttavia, molteplici elementi concorrono a testimoniare il diretto coinvolgi-
mento del destinatario nella redazione dei tre atti. In primo luogo, la lingua utiliz-
zata — un latino fortemente permeato da volgarismi, non solo di matrice sarda,
ma anche chiaramente riconducibili all’area italiana — lascia emergere un conte-
sto linguistico composito e culturalmente stratificato. Un ulteriore indizio è for-
nito dal sistema di datazione impiegato, basato sullo stile della Natività associato
all’indizione genovese. Di particolare rilievo risulta, infine, l’assenza delle con-
suete clausole comminatorie finali, sostituite da un solenne giuramento prestato
dal sovrano sui Vangeli, mediante il quale egli si impegna a osservare fedelmente
quanto stabilito nell’atto. A tale giuramento si associano, in forma collettiva, l’ar-
civescovo, il vescovo, gli abati, i priori, gli uomini liberi, i servi e i capitani del
giudicato di Arborea, i quali si obbligano a garantire l’esecuzione dell’accordo da
parte del giudice, impegnandosi, in caso di sua inadempienza, a non prestargli ul-
teriore consiglio né assistenza («amplius ei consilium vel auxilium non dabunt»).
In tale quadro si inserisce anche la presenza, nella sottoscrizione di Pietro Pa-
gano, del signum costituito dal pronome ego, reso in forma monogrammata: una
composizione grafica nella quale la lettera E, sormontata da una croce, ingloba al
proprio interno la g e la o, secondo una soluzione formale che si rivela pienamente
coerente con le prassi documentarie in uso nell’ambiente genovese40.
Gli ultimi due documenti, nei quali Pietro si qualifica parimenti come cancellie-
re, sono conservati in copia nell’Archivio Capitolare di S. Lorenzo di Genova. Nel
primo, redatto il 29 maggio 1189 davanti al legato genovese Lecanozze, il giudice
Pietro, dietro consiglio della propria madre e dei vescovi del giudicato, concede
un reddito annuo perpetuo di 20 lire alla canonica di S. Lorenzo. Per quanto con-
cerne la lingua e il formulario diplomatistico, il documento non presenta elementi
distintivi rispetto ai tre atti redatti e fatti sigillare dal cancelliere nella medesima
data. L’unico elemento di differenziazione risiede nella notitia testium, che, in que-
sto caso, include esclusivamente esponenti del clero locale: i vescovi di Terralba e
di Usellus, il priore del monastero di S. Maria di Bonarcado, l’abate di S. Nicola di
Gurgo e l’armentario della chiesa di S. Maria di Oristano41.
Nel secondo documento, datato 27 aprile 1195, il giudice, insieme alla madre
Pellegrina de Lacon e al figlio Barisone, conferma alla cattedrale genovese la do-
nazione effettuata sei anni prima, precisando di voler così rendere omaggio alla
40
È lecito ipotizzare che il signum sia stato elaborato su modelli genovesi. Come è noto, a
Genova negli anni Trenta del XII secolo, al passaggio tra charta e instrumentum, venne abban-
donato il signum notarile di provenienza alto medievale, elaborato anche con il ricorso a note
tachigrafiche, a favore di quello più propriamente tabellionale, cioè una variazione personale e
irripetibile del pronome Ego; v. Rovere, Signa notarili, pp. 6-11.
41
ACSLGe, ms. PA, f. 38b; ms. PB, f. Xb, 2; ed. in Codex Diplomaticus Sardiniae, I doc. 131,
p. 267 (da PA); Codice diplomatico, II, n. 188, pp. 360-361; Puncuh, Liber privilegiorum, n. 40, pp.
58-59 (da PA). Sul documento v. anche Fadda - Tasca, La Sardegna giudicale, p. 537.
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SSMD, n.s. IX (2025)
memoria del padre e del fratello Torbeno, che era stato sepolto nel chiostro della
chiesa di S. Lorenzo «pro su conventu ki fegi cum sus homines de Ginua»42. L’atto,
redatto in lingua sarda, si conforma a uno schema diplomatistico di matrice indi-
gena. Nel formulario e nella lingua emergono evidenti analogie con il documento
del 118443. I due atti si distinguono principalmente per il sistema di datazione
adottato: lo stile della Natività, associato all’indizione genovese, caratterizza la
donazione in favore della canonica di Genova; mentre lo stile dell’Incarnazione
pisana viene impiegato nell’atto destinato all’Opera di S. Maria di Pisa.
Nella sottoscrizione del documento il Pagano fa anche un chiaro riferimento
all’ufficio in cui operava: «Et ego Petrus Paganus Arborensis curie kancellarius
hanc cartam propria manu scripsi, confirmavi et dedi».
42
ACSLGe, ms. PA, f. 39a-39b; ms. PB, f. XIa, 1; ed. in Codex Diplomaticus Sardiniae, I doc.
143, p. 278 (da PA); Codice diplomatico, III, n. 39, pp. 111-112; Puncuh, Liber privilegiorum, n. 41,
pp. 59-60 (da PA). Sul documento v. anche Fadda - Tasca, La Sardegna giudicale, pp. 537-538.
43
v. supra nota 31.
44
Tale tendenza appare coerente con l’adozione del signum.
45
ASPI, Diplomatico della Primaziale 1187; ed. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, doc. 123, pp.
260-261; Fadda, Le pergamene relative alla Sardegna nel Diplomatico della Primaziale, doc. 14, pp. 85-
88. Sul documento vedi anche Fadda, Notai e documentazione, p. 529. Si può evidenziare il caratte-
re ibrido del documento che, accanto alla sottoscrizione del notaio, preceduta dalla apposizione
84
Fadda, Da indignus sacerdos a kancellarius curie Arborensis
3. Considerazioni conclusive
Pietro Pagano, prete scrivano al servizio dei giudici d’Arborea tra il 1182 e il 1195,
si configura come l’unico cancelliere esplicitamente attestato nell’ambito di una
scrivania pubblica sarda. Dall’umile autodefinizione di indignus sacerdos alla pie-
na assunzione del titolo di kancellarius, la sua parabola testimonia l’evoluzione di
una funzione che, da episodica e informale, si configura progressivamente come
strutturata e riconosciuta all’interno dell’apparato amministrativo del regno.
L’insieme della documentazione superstite, variegato per lingua e per formu-
lari diplomatistici (indigeni e continentali), consente di delinearne un profilo pro-
fessionale caratterizzato da notevole flessibilità e da un elevato grado di compe-
tenza scrittoria. Ne emerge la capacità di Pietro Pagano di adattarsi a interlocutori
e contesti diversi, senza rinunciare alla continuità di una tradizione documentaria
locale. In tale prospettiva, la sua opera si pone come un punto di sintesi tra la
consuetudine cancelleresca sarda e le influenze provenienti dall’area italiana, in
particolare da Genova e Pisa, con cui il giudicato arborense intratteneva relazioni
sempre più strutturate.
L’affermazione di Pietro Pagano riflette non solo le sue capacità personali, ma
anche il progressivo riconoscimento dell’importanza della funzione cancelleresca
nel contesto politico e amministrativo arborense. L’evoluzione del ruolo del can-
celliere nel contesto sardo, e in particolare nel giudicato di Arborea, è strettamente
legata alla crescente complessità delle relazioni politiche e giuridiche dell’isola
con i contesti più ampi, quali il Papato, l’Impero e le repubbliche di Pisa e Genova.
In un simile contesto di espansione e riorganizzazione amministrativa, la ca-
renza di figure ecclesiastiche colte era percepita come un limite strategico, tanto
da indurre i sovrani arborensi a rivolgersi agli ordini monastici per colmare tale
lacuna. Significativo è il fatto che, nell’atto di donazione al monastero di Monte-
cassino del 1182, il giudice Barisone pose come condizione che, tra i dodici o sette
monaci da inviare nell’isola, ve ne fossero tre o quattro litterati, idonei ad essere
eletti vescovi e capaci di trattare gli affari del regno nella Corte pontificia e in
quella imperiale.
In sintesi, la figura di Pietro Pagano non solo incarna l’evoluzione della scri-
vania giudicale di Arborea, ma rappresenta anche un crocevia tra la tradizione
del signum, presentava anche il sigillo (nella plica del margine inferiore sono visibili quattro fori
in cui passava il cordoncino della bulla). Il formulario è quello dell’instrumentum publicum (la
datazione, espressa secondo lo stile dell’incarnazione pisana, si trova nel protocollo, subito dopo
l’invocatio, la sanzione è fissata in mille librae optimi argenti), ma la credibilità del documento è
affidata al sigillo (deperdito) del giudice arborense.
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MANOSCRITTI
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Montecassino, Archivio dell’Abbazia (AAMc), caps. XI, nn. 5, 10, 11, 14, 15, 16, 38, 46;
BIBLIOGRAFIA
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90
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TITLE
From indignus sacerdos to kancellarius curie Arborensis: the scribe Pietro Pagano
(1182–1195)
ABSTRACT
93
SSMD, n.s. IX (2025)
This study examines the evolution of the chancery of the Judicate of Arborea
through the figure of Pietro Pagano, a cleric active between 1182 and 1195. Ini-
tially referring to himself as indignus sacerdos, Pagano later adopted the title of
kancellarius curie Arborensis, and, based on currently available sources, emerges as
the first and only formally attested chancellor within a Sardinian judicial chan-
cery. His activity is notable for the diversity of the surviving documentary corpus
- composed in both Latin and Sardinian vernacular - and for the use of both local
and continental diplomatic formulas.
The analysis of the seven acts attributed to him reveals a high level of scribal com-
petence, in marked contrast with the widespread illiteracy of the contemporary
Arborensian clergy. Pietro Pagano’s work represents a turning point in the insti-
tutionalization of Sardinian chanceries, marking the transition from an informal
documentary practice - typically entrusted to occasional clerics - to a more struc-
tured and professionalized bureaucratic model.
KEYWORDS
94
Frammenti recuperati di memoria scritta:
le imbreviature di un notaio sutrino del XIII secolo
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29448
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29448
Ventidue anni fa Armando Petrucci, in una densa lezione tenuta nella splendida
cornice della Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma in occasione della
celebrazione dei 120 anni dell’Istituto storico italiano per il medio evo, riferendosi
alla ‘memoria scritta’ affermava che essa «costituisce di volta in volta il prodotto
materiale e grafico inerte, ma anche l’unica e irripetibile testimonianza concreta
[della cultura scritta]» e che «proprio in questa sua materialità è insito un pericolo
di fragilità», essendo essa soggetta costantemente nel tempo «a pratiche di ridu-
zione, di eliminazione, di adattamento, dovute sia alle debolezze dei suoi propri
mezzi di registrazione e di trasmissione, fatti di materiali comunque, chi più chi
meno, tutti degradabili, sia alle sempre traumatiche modificazioni dei modelli
grafici e fisici di quegli stessi mezzi e delle pratiche di registrazione testuale di
volta in volta prescelte». Entrando poi nello specifico della trasmissione dei te-
sti, egli aggiungeva che i processi di trasmissione attraverso i quali ci è giunta la
memoria scritta del passato sono fondamentalmente tre: la conservazione diretta,
quella garantita dalla riproduzione dei testi in una o più copie e quella, infine, del-
la ‘conservazione latente’, ossia della sopravvivenza casuale e fortuita di testi (o di
frammenti di essi) o a una calamità – che ne ha causato l’occultamento e dunque
la perdita temporanea ma non la distruzione – o a un processo volontario di can-
cellazione, che tuttavia anche in questo caso non ne ha decretato la distruzione fi-
sica, perché al materiale scrittorio che veicolava quei testi – visto ormai solo come
mero supporto – è stata data un’altra vita, un’altra opportunità, riutilizzandolo
all’interno di altri contesti di produzione e conservazione di cultura scritta (luoghi
SSMD, n.s. IX (2025)
*
Contributo sviluppato nell’ambito del progetto PRIN 2022 PNRR REDDIS-REcycled
meDieval DIplomatic fragmentS finanziato da Unione Europea-Next Generation EU PNRR -
PRIN_2022 - P2022PZS2S_004 - CUP: E53D23020240001.
1
Petrucci, Fra conservazione ed oblio; le due citazioni a p. 77.
2
Un importante contributo in questa direzione è stato dato dal volume Documenti scartati,
documenti reimpiegati, al quale si rinvia anche per la ricca bibliografia.
3
Per i reimpieghi nelle legature v. Petrucci Nardelli, Legatura e scrittura e Caldelli, I
frammenti della Biblioteca Vallicelliana, in particolare alle pp. 29-74.
4
Come scrive Paolo Buffo «Il ricorso a tenie pergamenacee, fisicamente distinte dal sup-
porto di scrittura, fu tra i metodi di sigillatura più praticati dai poteri di tradizione pubblica
dell’area alpina occidentale tra l’inizio del secolo XII – quando divenne frequente l’uso di sigilli
nella documentazione solenne di quei poteri – e i decenni finali del XIII»: Buffo, I documenti
reimpiegati come fonte per la storia degli apparati di governo, pp. 30-36; la citazione a p. 30.
5
Interessanti casi di documenti reimpiegati come «imbottitura di vestiti e calzature, non-
ché rivestimento di mobili e strumenti musicali», rinvenuti in occasione del restauro di «comple-
menti d’arredo, quali sedie e paralumi», sono riferiti da Mangini, Testimoni isolati di protagonisti
assenti, pp. 113-114.
6
Il progetto, intitolato Recycled medieval diplomatic fragments (REDDIS), usufruisce dei
98
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
portanti, sia per il numero e la tipologia di frammenti rinvenuti e censiti sia per le
riflessioni critiche che ne sono scaturite7.
In questa sede desidero illustrare alcuni lacerti pergamenacei provenienti da
due protocolli notarili duecenteschi di Sutri e reimpiegati come carte di guardia
di due codici della Biblioteca Vaticana, i manoscritti Vat. lat. 1469 e 1979. Il loro
ritrovamento non è di poco conto perché retrodata di più di ottant’anni il più an-
tico registro di imbreviature finora conosciuto per questa città8, e apporta inoltre
nuovi elementi alla conoscenza delle pratiche e dell’universo notarili in genera-
le. È noto infatti che questa tipologia di fonti ha subito perdite considerevoli9 e
che l’attuale geografia della conservazione mostra un panorama particolarmente
squilibrato tra aree come quella ligure e in specie genovese – dove la tradizione
risale già alla metà del XII secolo col famoso protocollo di Giovanni scriba del
1154 – e altre invece dove non si hanno tracce di imbreviature se non a partire dal
XIV secolo, circostanza che limita ogni tentativo, da un lato, di conoscere a livello
locale quali fossero le pratiche di registrazione nella loro fase di esordio (le forme
con le quali le imbreviature venivano trascritte e i sistemi adottati per lasciare me-
moria della estrazione dei munda, ad esempio) e, dall’altro, di azzardare confronti
a livello generale10.
finanziamenti PRIN 2022 PNRR - Next Generation EU e vede impegnati gruppi di ricerca di
quattro atenei italiani: Roma, Milano, Genova e Bologna. L’intento è di censire e studiare i fram-
menti documentari latini, ebraici e greci di età medievale reimpiegati, con un approccio scienti-
fico e in un’ottica di storia delle pratiche documentarie. A tal fine è stata creata una piattaforma
digitale open access che ospita le immagini e la descrizione analitica dei frammenti rinvenuti,
delle alterazioni che essi hanno subito, delle loro forme esterne, del loro contenuto (compresi
nomi e date che ancora si possono leggere), del periodo di riuso e del manufatto nel quale essi
hanno trovato una nuova vita. Tale piattaforma, al momento ancora non fruibile, consentirà di
confrontare i dati raccolti grazie a differenti percorsi e modalità di ricerca e di misurare la vastità
del fenomeno; essa inoltre costituirà anche un primo serbatoio di documenti che, dopo essere
rimasti occultati per secoli, verranno nuovamente riportati alla luce, anche se per lo più in forma
frammentaria. Una prima presentazione del progetto in Carbonetti Vendittelli - Mangini -
Modesti - Ruzzin, Il progetto REcycled meDieval DIplomatic fragmentS.
7
Nel corso dei primi due anni della ricerca si sono tenuti quattro incontri di studio dedica-
ti, rispettivamente, alla metodologia descrittiva dei frammenti documentari medievali (Milano,
30 aprile 2024), al loro restauro (Roma, 11 settembre 2024), agli ambiti di produzione, scarto e
riuso (Bologna, 8 novembre 2024), alle pratiche di scarto (Genova, 12-13 dicembre 2024). I contri-
buti saranno pubblicati in accesso aperto nel 2026 dalla Tor Vergata University Press.
8
L’archivio notarile di Sutri, oggi conservato insieme all’archivio storico del comune di
Sutri nel Museo del Patrimonium della città, conserva protocolli solo a partire dal 1348: http://
[Link]/progettorinasco/inventarionline/html/viterbo/Sutri.
html#N106C7
9
Basti il rinvio a Meyer, La critica storica e le fonti notarili e alle sue considerazioni in merito
ai cosiddetti ‘elementi di inganno’ o di ‘distorsione’ offerti dalla documentazione conservata, a
causa della minima percentuale di corrispondenza tra i due binari della tradizione costituiti dai
registri notarili, da un lato, e dagli instrumenta notarili sciolti, dall’altro. Utile anche, nonostante
incompleto, l’elenco dei registri notarili conservati prima dell’anno 1300 redatto dallo stesso stu-
dioso (Meyer, Felix et inclitus notarius).
10
Queste difficoltà sono già state evidenziate da Marta Luigina Mangini che ha trattato in
99
SSMD, n.s. IX (2025)
Tra le città che hanno conservato solo tarde imbreviature c’è ad esempio Roma,
la cui tradizione documentaria medievale manifesta molte ed evidenti criticità e
dove il più antico protocollo tramandatoci non risale più indietro della metà del
Trecento, mostrando ormai forme più che consolidate e mature e sistemi pres-
socché univoci impiegati dai notai in tutti gli esemplari conservati11. Ma l’intera
regione romana non è più fortunata e in tutto il Lazio i lacerti di cartulari nota-
rili precedenti il XIV secolo si riducono finora a pochissimi, nonostante le testi-
monianze della loro esistenza siano numerosissime fin dal secolo precedente. Al
momento si conoscono infatti soltanto tre frammenti di protocolli pergamenacei
duecenteschi, due anagnini, del 1240 e 124412, e l’altro verolano, con la registrazio-
ne di atti degli anni Cinquanta e Sessanta del XIII secolo13; entrambi, dunque, del
Lazio meridionale e di città gravitanti nella sfera di Roma. Questi tre frammenti
duecenteschi rivestono un interesse di non poco conto perché mostrano che in
quell’area e a quell’altezza cronologica le imbreviature non venivano registrate
su fascicoli, bensì su rotoli membranacei formati da più fogli di pergamena cuciti
uno di seguito all’altro. Quelli anagnini, infatti, sono costituiti da ventisei fogli
di pergamena e contengono in totale 399 imbreviature dello scriniario di Anagni
Nicolaus Oliverii; di quello verolano si conservano invece tre rotoli che misurano
rispettivamente mm 160x300, 180x595, 200x350, dove sono registrati 38 documen-
ti del notaio Andreas Maniarante. Sembra certo, inoltre, che i tre rotoli superstiti
di Veroli non siano integri, ma che ai margini superiori e inferiori fossero cuciti
altri fogli di pergamena, come si deduce dalla presenza di una fila di piccoli tagli
verticali praticati in una striscia di circa mm 20 che è stata lasciata in bianco per
consentire la sovrapposizione dei fogli; ne è privo solo il margine superiore del
primo foglio, interamente occupato dal testo14.
È naturale quindi che in questo scoraggiante panorama, il ritrovamento di al-
tri due testimoni, per quanto frammentari, del XIII secolo assuma una rilevanza
particolare. Il fatto poi che essi provengano da un notaio di Sutri gli conferisce
valore paradigmatico e può senz’altro offrire elementi utili anche alla conoscenza
delle coeve tecniche redazionali dei notai romani. Sappiamo infatti che Sutri, un
importante centro della Tuscia meridionale situato a poco più di sessanta chilo-
100
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
metri da Roma, lungo il percorso della via Francigena – che per tutto il medioevo
rappresentò il principale asse stradale d’Europa, collegando le coste settentrionali
della Francia a Roma –, entrò ben presto nell’orbita dell’Urbe. Fin dall’alto me-
dioevo la piccola città della Tuscia e il territorio circostante costituirono una forte
attrattiva per alcuni monasteri romani15 che già nel X secolo vi possedevano chiese
e patrimoni anche consistenti, tanto che gli unici documenti sutrini tramandatici
per quell’epoca si conservano oggi nei loro archivi. Nel XII secolo il controllo di
Sutri fu a lungo conteso tra il pontefice e l’imperatore: per quest’ultimo, infatti,
esso rappresentava un centro strategicamente rilevante per la costituzione di un
distretto territoriale di sua diretta pertinenza che gli consentiva di «controllare
l’espansione dei Comuni e fronteggiare le guerre di confine», oltre che un «suo
punto di forza nei confronti del papa»16. Questo alternarsi del controllo papale e
imperiale sulla città nel corso del XII secolo si riflette bene anche nelle formule di
datazione adottate dai notai sutrini, i quali, nel riferirsi all’autorità riconosciuta,
alternano in maniera significativa il nome del papa e quello dell’imperatore a
seconda degli anni in cui redigono documenti17. Il controllo pontificio su Sutri fu
ristabilito da Innocenzo III nel contesto della sua politica di recupero dei diritti
territoriali della Chiesa di Roma avviata non appena salito al soglio pontificio, ma
alla fine degli anni Venti del XIII secolo la città era già entrata a pieno titolo nella
sfera degli interessi del comune di Roma, che a fasi alterne riuscì a controllarla,
contendendosene il dominio con la Santa Sede18.
La forte contiguità con Roma, testimoniata anche da un vincolo di fedeltà che
legava Sutri e altri centri del territorio circostante al comune capitolino dagli ini-
zi del Duecento e, più avanti, dalla notizia – che si ricava proprio da una delle
imbreviature registrata nei frammenti di cui si sta trattando19 – di uno scriniario
romano che operava al servizio del piccolo comune laziale in qualità di scrinia-
rius comunis, si riflette palesemente nella documentazione sutrina a partire pro-
prio dagli inizi del Duecento. In particolare nel titolo del quale proprio allora
15
Tra questi i monasteri di S. Silvestro in Capite, dei SS. Ciriaco e Nicola in Via Lata, di S.
Paolo fuori le mura, dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea, dei SS. Andrea e Gregorio al Celio
e inoltre il capitolo di S. Pietro in Vaticano e l’ospedale di S. Spirito in Sassia; una dettagliata
analisi dei loro patrimoni sutrini in Vendittelli, Sutri nel medioevo, pp. 27-45.
16
Ivi, pp. 63-69, la citazione a p. 67.
17
Sono datati con la formula temporibus domini N. pape i documenti di Angelus iudex civis
Sutrinus del 1124 e 1131, di Caccialupo civis Sutrinus sacri palatii iudex et notarius del 1142, di
Crescenzo civis Sutrinus et sacri palatii iudex et notarius del 1146 e 1152, di Benedetto iudex civis
Sutrinus del 1170; usa, invece, il riferimento all’imperatore (temporibus domini Federici Romanorum
imperatoris) Alberto civis Sutrinus imperiali auctoritate notarius in un atto del 1172. Di seguito i ri-
ferimenti archivistici e bibliografici dei documenti: a. 1124 (ASRoma, Pergamene, cass. 16, pergg.
114 e 116), a. 1131 (ivi, cass. 16, perg. 117), a. 1142 (Il regesto del monastero dei SS. Andrea e Gregorio,
II, p. 402s), a. 1146 (ivi, p. 404s), a. 1152 (ivi, pp. 405-407), a. 1170 (ivi, p. 410s), a. 1172 (ivi, p.
407s).
18
Vendittelli, Sutri nel medioevo, pp. 71-76.
19
BAV, Vat. lat. 1979, f. 62r, terza imbreviatura: Iacobus Petri Madii scriniarius de Urbe et nunc
scriniarius comunis Sutri rilascia quietanza di pagamento al camerlengo del Comune di Sutri.
101
SSMD, n.s. IX (2025)
I frammenti sutrini dei quali parlo consistono di tre fogli trasmessici – come s’è
detto – grazie al fatto di essere stati riutilizzati per la legatura di due manoscritti
conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, il Vat. lat. 1469 e il Vat. lat. 1979,
entrambi in minuscola romanesca, il primo della seconda metà e il secondo della
fine del secolo XI23. I tre fogli provengono da due protocolli notarili sutrini due-
centeschi redatti su pergamena (proprio come quelli anagnini e verolano) e que-
sto è già di per sé un dato interessante e da sottolineare, poiché in quello stesso
periodo in altre città italiane (e segnatamente in area ligure, piemontese e toscana)
20
Il primo notaio sutrino a definirsi scriniarius sancte Romane ecclesie, oltre che civis Sutrinus,
è Fortebraccio in un atto del 1182 (Il regesto del monastero dei SS. Andrea e Gregorio, pp. 409s), ma
è anche l’unico a usarlo fino alla fine del secolo; dopodiché quello di scriniarius diventa l’unico
titolo impiegato a Sutri dai redattori di documenti.
21
BAV, Vat. lat. 1469, f. 292v prima imbreviatura, del 1° novembre 1262.
22
ASRoma, Pergamene, cass. 17, perg. 221. Nel caso specifico si tratta di un’imbreviatura
dello scriniario sutrino Fortebraccio del 6 agosto 1223, esemplata da suo figlio Angelo che così
dichiara «sicut inveni in dictis patris mei ita scripsi et exemplavi nichil addens nec minuens».
Per i dicta romani è d’obbligo il rinvio a Pratesi, I dicta e il documento privato romano; sul tema
è tornata di recente anche Carbonetti Vendittelli, Dicta e imbreviature romani del XIII secolo.
23
Il BAV, Vat. lat. 1469 contiene diversi testi glossografici, il 1979 il Breviarium ab Urbe con-
dita di Eutropio con gli additamenta di Paolo Diacono. Una descrizione dettagliata di forme e
contenuti di entrambi in Ammirati, Intorno al Festo Farnesiano, pp. 28-36.
102
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
«Et ego Iohannes Pandulfi Domini gratia et sancte Romane ecclesie iudex or-
dinarius et scriniarius interfui cum supradictis testibus litteratis ad abscultan-
dum exemplum cum autentico protocollo scripto manu Andree Petri Oddonis
scriniarii condam bone memorie, cuius scripturam bene cognosco, et ipsi fi-
dem adibeo, quia hoc exemplum fuit fideliter exemplatum de dicto protocollo
auctoritate qua fungor me exemplum meam auctoritatem et meum decretum
interposui et interpono et mea propria manu subscribo».
Abbiamo dunque due date certe in cui Giovanni era in attività, il 1262 e il 1278,
il che restringe un po’ la forbice di datazione del frammento non datato cucito
nel Vat. lat. 1979: considerata infatti la settima indizione, il protocollo al quale
esso apparteneva potrebbe essere ragionevolmente datato al 1249, al 1264, al 1279
oppure al 1294.
Nessuno dei tre fogli presenta una foliazione coeva, il che non mi sembra essere
attribuibile alla loro rifilatura, visto che quello reimpiegato nel Vat. lat. 1469 con-
serva i margini superiore e laterale (dove doveva essere apposta la numerazione)
24
Osservazioni analoghe a proposito dei protocolli lombardi, ancora pergamenacei nella
seconda metà del XIII secolo, in Mangini, Nuovi itinerari di ricerca sui protocolli milanesi del XIII
secolo.
25
BAV, Vat. lat. 1469, f. 292.
26
BAV, Vat lat. 1979, ff. 61 e 62.
27
Ivi, f. 61r, prima e terza imbreviatura; f. 62r, prima e seconda imbreviatura. Vat. Lat. 1469,
f. 292r, seconda imbreviatura; f. 292v, seconda imbreviatura.
28
BAV, Vat. Lat. 1979, f. 61v, seconda imbreviatura.
29
ASRoma, cass. 17bis, perg. 286 del 1° maggio 1261.
103
SSMD, n.s. IX (2025)
30
Nei ff. 292r e 292v del BAV, Vat. lat. 1469 si contano rispettivamente 54 e 52 righe; nei ff.
61rv e 62r del BAV, Vat. Lat. 1979, invece, se ne contano 47, 45 e 38. Impossibile determinare il
numero di righe che occupavano f. 62v.
104
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
nove(m)br(is) d(ie) .I.». Sullo stesso foglio, al recto, al margine superiore compare
invece la sola indicazione «Indict(ione) .VI.». Per inciso aggiungo che la circostanza
che gli atti trascritti su questo foglio siano tutti datati con la sesta indizione anzi-
ché con la quinta, propria dell’anno 1262, non deve meravigliare, poiché a Sutri
(come del resto anche a Roma e in tutto il Lazio) era in uso il computo indizionale
greco con inizio il 1° settembre e questi documenti sono tutti posteriori al giorno
in cui scattava il nuovo anno indizionale.
Dalle date topiche delle quattordici imbreviature complete si ricava che Gio-
vanni operava prevalentemente a Sutri31, in qualche caso presso l’abitazione dei
clienti per i quali rogava («in domo Nicole Guidonis»32, «ante domum Mathei
Petri ser Ranerii»33), ma per lo più in luoghi aperti della città («ante ecclesiam San-
cti Laurentii»34, «ante ecclesiam Sancti Basilii»35, «in platea fori»36), o all’interno di
edifici di culto («in ecclesia Sancte Cecilie»37, «in canonica Sancte Marie»38), in una
occasione l’atto si svolge in casa sua39 e in un’altra «in palatio domini episcopi»40,
ma in questo secondo caso si tratta di un documento di interesse pubblico: una
quietanza rilasciata il 17 maggio da Giacomo Petri Madii scriniarius de Urbe et nunc
scriniarius comunis Sutri al camerlengo del Comune per 20 lire di denari del senato
che gli erano state corrisposte dal precedente camerlengo e dal consiglio per i ser-
vizi da lui prestati dal primo dicembre dell’anno appena trascorso fino al primo
maggio dell’anno in corso41.
Il testo dei documenti è strutturato indifferentemente in forma narrativa o sog-
gettiva, indipendentemente dalla tipologia dell’atto, cosicché nei tre fogli si alter-
nano vendite e refute in cui il notaio espone l’azione impiegando il tempo passato,
introducendola con la formula in presentia mei iudicis et scriniarii et testium 42 e pre-
31
Un solo atto (il terzo di BAV, Vat. lat. 1469, f. 292r, del 28 ottobre 1262) è rogato a
Ronciglione, un piccolo centro sui monti Cimini, distante solo pochi chilometri da Sutri.
32
Che riceve quietanza dall’ebreo Exdra per la restituzione di un prestito di 82 fiorini gros-
si d’argento (ivi, f. 292v, prima imbreviatura).
33
Marito di Blonda filia condam Petri dompne Guide, autrice dell’azione documentata, un
contratto ad pastinandum (ivi, f. 292v, seconda imbreviatura del 5 novembre 1262). Nello stesso
luogo e giorno si svolge anche l’azione registrata immediatamente dopo.
34
Ivi, f. 292r, seconda imbreviatura del 22 ottobre 1262.
35
BAV, Vat. Lat 1979, f. 61r, terza imbreviatura, del 24 aprile.
36
Ivi, f. 61v, terza imbreviatura, del 20 aprile.
37
Ivi, f. 61r, prima imbreviatura, databile tra il 20 e il 23 aprile.
38
Ivi, f. 61r, seconda imbreviatura, del 24 aprile.
39
Ivi, f. 61v, seconda imbreviatura, del 16 aprile.
40
Ivi, f. 62r, terza imbreviatura, del 17 maggio.
41
Ivi, f. 62r: «renuntio et refuto et cetera tibi Ranucio Iohannis Henrici [ca]merario comunis
Sutri … omne ius et actionem et cetera [quod et] quam habeo versus te et dictum comune …
nomine et occasione XX librarum denariorum senatus quas dictus comune mihi dare et solvere
debebat, et eas me confessus sum recepisse a Nicola [….]ni olim camerario comunis et a con-
silio pro meo salario a kalendis [de]cembris [anni] preteriti usque ad kalendas madii proxime
sequentis, ut patet in quaterno quod amodo sit cassum et cetera».
42
Riguardano atti di vendita la prima e la seconda imbreviatura di BAV, Vat. lat. 1469,
f. 292r, e la prima e la terza di BAV, Vat. lat. 1979, f. 61r; la refuta è la prima registrazione di f.
105
SSMD, n.s. IX (2025)
62r dello stesso codice. Sono in forma narrativa, inoltre, un contratto ad pastinandum (seconda
imbreviatura di BAV, Vat. lat. 1469, f. 292v) e un atto di deposito (seconda imbreviatura di BAV,
Vat. lat. 1979, f. 62r).
43
Sono in forma soggettiva i seguenti atti di vendita: terza imbreviatura di BAV, Vat. lat.
1469, f. 292r; terza imbreviatura di f. 292v dello stesso e seconda imbreviatura di BAV, Vat.
lat. 1979, f. 61v; inoltre, la refuta che occupa il secondo posto del f. 61r dello stesso codice. Si
presentano in forma soggettiva anche due risoluzioni di debito (prima imbreviatura di BAV,
Vat. lat. 1469, f. 292v, e terza imbreviatura di BAV, Vat. lat. 1979, f. 61v), una quietanza (terza
imbreviatura ivi, f. 62r) e un testamento (prima imbreviatura, mutila, ivi, f. 61v).
44
Carbonetti Vendittelli, Le più antiche carte del convento di San Sisto in Roma, p. LIII.
45
Entrambi erano già stati segnalati in passato nelle descrizioni dei codici all’interno dei
quali sono stati riutilizzati, ma non sono mai stati presi in considerazione come oggetti di studio
in sé: Nogara, Codices Vaticani latini, pp. 4-6 e 384; Supino Martini, Roma e l’area grafica roma-
nesca, pp. 293-294 e 294-297; Ammirati, Intorno al Festo Farnesiano, pp. 7-93.
46
Supino Martini, Roma e l’area grafica romanesca, p. 295.
47
Ivi, p. 293.
106
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
lat. 1469, non ritiene possibile una individuazione dello scriptorium48. Sul mano-
scritto Vat. lat. 1469 è tornata in anni più recenti Serena Ammirati49, la quale ha
condotto un’analisi puntuale di alcune scritture di tipo documentario, poi erase,
presenti sui fogli del codice e recuperate con l’ausilio della lampada di Wood. Tra
queste una nota obituaria50 e un’altra relativa a un divieto di sepoltura51, entrambe
in minuscola diplomatica; un’altra annotazione, anch’essa successivamente erasa,
fa riferimento a un conte Domenico di Anguillara52. Tutto questo porta la studiosa
a supporre «la permanenza del manoscritto in un ambito latamente cancellere-
sco», magari «presso il notaio che produsse il documento divenuto carta di guar-
dia finale»53, ossia lo scriniario sutrino autore del protocollo. Ammirati osserva
inoltre, e a ragione, che lo stemma cardinalizio della famiglia Barbo aggiunto al
margine inferiore di f. 1r – un ovale blu recante un leone d’argento con una banda
d’oro di traverso –, potrebbe ricondurre indifferentemente a Marco Barbo (elevato
alla porpora il 18 settembre 1467) o a Pietro Barbo, prima che divenisse papa col
nome di Paolo II nel 146454, e valuta la possibilità che il codice, posseduto da Pie-
tro, sia stato anche letto e annotato dal cardinale Marco.
Effettivamente un nesso tra Sutri e Domenico Anguillara c’è, poiché quest’ulti-
mo vi ricoprì la carica di podestà tra la fine del 1310 e l’inizio dell’anno seguente55
e ciò sembrerebbe avvalorare l’ipotesi di una presenza del codice per qualche
tempo a Sutri, dove i suoi margini furono adoperati probabilmente per prove di
penna e per annotazioni avventizie, anche se è difficile pensare che proprio l’au-
tore del frammento di protocollo del 1262 sia il responsabile del suo reimpiego.
C’è invece da considerare la possibilità che dopo essere stato conservato a Sutri, il
Vat. lat. 1469 sia stato recuperato e restaurato intorno alla metà del Quattrocento,
quando entrò in possesso di Pietro o Marco Barbo.
48
Ivi, p. 294.
49
Ammirati, Intorno al Festo Farnesiano, pp. 28-32.
50
BAV, Vat. lat. 1469, f. 99r: «Anno d(o)m(in)i [MCCC]XV m(en)s(is) septe(m)bris die XII,
[in]d(ictione) [X]II. Antonius mag(ist)ri Iacobi […..] m(agiste)r de Sat(r)io dom(u)m sua(m) po-
sita(m) i(n) bu(r)go un(de) n(os) can(cellarius) tenem(us) facire sibi i(n) illa die ma(g)nu(m) offi-
ciu(m) p(ro) o(mn)ia sua que i(n) et(er)num req(ui)escat i(n) pace. Am(en(, am(en), fiat fiat»; ivi,
p. 32 nota 84. Trattandosi di una nota obituaria, penso che la lettura can(cellarius) vada corretta
in cam(erarius) e quella di o(mn)ia in a(n)i(m)a. Ammirati segnala che la stessa nota è ripetuta in
gotica al margine sinistro di f. 105r e che a f. 155r, sempre al margine sinistro, compare un’altra
annotazione «Iacobus d(omini)ce (et) ap(osto)lice auct(oritatis) subn(otarius ?) ep(iscopali)s (?)
d(ic)ty p(a)p(ae) i(n) vic(ariam) (?) quidq(ui)d notu(m) predictu(m) [a]uget req(ui)escire supra (?)
multum luceat(ur) sapie(n)ti q(ui) servatur (et) […] cum stulto ne durat q(ui) e(st) multo» (ivi).
51
BAV, Vat. lat. 1469, f. 99r: «Nos can(cellarius) ordinavim(us) (et) deliberavim(us) q(uod)
nu(m)qua(m) aliq(ui)s de domo Pet(ri) audias sepellia(n)t i(n) eccl(esi)a q(ui)a odit eccl(esi)a(m)
(et) odit can(cellari)a(m)»; Ammirati, Intorno al Festo farnesiano, p. 32, nota 83.
52
BAV, Vat. lat. 1469, f. 153r: «Magnifico et potenti [mag(ist)]ro D(omen)ic(o) co(m)iti
Anguill(a)riae. Tecum principium»; Ammirati, Intorno al Festo farnesiano, p. 32, nota 85.
53
Ivi, p. 32.
54
Tratta della difficoltà di distinguere i codici appartenuti a Marco o a Pietro Barbo
Torroncelli, Note per la biblioteca di Marco Balbo.
55
Vendittelli, Sutri nel Medioevo, p. 85.
107
SSMD, n.s. IX (2025)
Paola Supino descrive il ms. Vat. lat. 1979, come un ‘codice povero’ (contra-
riamente al Vat. lat. 1469 che definisce ‘prodotto di un certo pregio’56). Di piccolo
formato (mm 224 x 16), esso ha infatti numerosi fogli tagliati in maniera molto
irregolare (alcuni addirittura di forma trapezoidale) o ricavati da parti residuali
della pergamena, presenta una fascicolatura anch’essa irregolare e inoltre ha al-
cuni fogli palinsesti solo sul lato carne (ff. 48r, 53v, 56r, 57r/58v, 59r), provenienti
da documenti privati. La studiosa dà anche la lettura della scriptio inferior di una
listarella emergente fra i ff. 48 e 49 (estremo lembo del f. 53), dove si trova parte
della datazione dell’atto riutilizzato «[pon]tificatus anno octabo», in minuscola
documentaria di tipo curiale degli inizi del secolo XI, con a in forma di omega e t a
fiocco57. Stando a quanto scrive Serena Ammirati, quella lettura è stata poi miglio-
rata nel 2006 da Paolo Radiciotti che ha individuato anche il nome del pontefice,
Benedicti, e ha ritenuto che il documento potrebbe essere stato redatto durante il
pontificato di Benedetto VIII (1012-1024) o Benedetto IX (1032-1045), e dunque
nell’anno 1020 o 104058. La stessa studiosa nota, inoltre, che il codice è ricco di anno-
tazioni, in particolare quattrocentesche, una delle quali potrebbe essere un’antica
segnatura da riferire alla biblioteca nella quale il codice era custodito all’inizio del
XV secolo, prima del suo ingresso nella Biblioteca Vaticana, e un’altra – «1431» –
che potrebbe trattarsi di una data, forse da riferire all’acquisizione del manoscritto
o alla sua consultazione. Sul verso dell’ultimo foglio di guardia si trovano inoltre
alcune note di mani più recenti, tra le quali «Bononie studium», «Nobiles Roma-
norum» e «prefectus», che secondo Ammirati fanno pensare all’ambiente cittadi-
no romano dei secoli XIII e XIV e che la inducono a ipotizzare trattarsi di «segni
lasciati dall’élite colta della Roma bassomedievale, che non è inverosimile nutris-
se interessi di tipo storico romano, sia locale sia universale, e possedesse perciò
manoscritti di questo tipo»59.
Le successive vicende del codice sono state ricostruite con estrema precisione
da Antonio Manfredi nei suoi impeccabili lavori sulla biblioteca papale di Niccolò
V60: il manoscritto compare infatti nell’inventario della biblioteca pontificia fatto
redigere nel 1455 su incarico di Callisto III subito dopo la morte del suo prede-
cessore61 e appartiene al folto gruppo di manoscritti che Niccolò V acquisì per la
nuova raccolta libraria papale, in particolare a quello dei codici che il pontefice
recuperò nelle biblioteche romane. Al momento dell’acquisizione era in cattive
condizioni e la legatura fu rifatta, «com’era prassi – scrive lo studioso – e come
mostra, ad esempio, il bifolio di pergamena posto davanti al manoscritto: pro-
56
Supino Martini, Roma e l’area grafica romanesca, p. 294.
57
Ivi, pp. 294-297, in particolare p. 295 e nota 13.
58
Ammirati, Intorno al Festo farnesiano, p. 34 e nota 94, dove segnala anche la presenza di
un’altra scritta parzialmente erasa nel margine superiore di f. 57v, anch’essa in curiale romana
nuova di età tarda.
59
Ivi, pp. 35s; la citazione a p. 36.
60
Manfredi, I codici latini di Niccolò V e Id., Ricerche di codici del medioevo romano.
61
Id., I codici latini di Niccolò V, scheda 366 a p. 230s.
108
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
62
Id., Ricerche di codici del medioevo romano, p. 54.
109
SSMD, n.s. IX (2025)
del notaio autore dei rogiti63, e non siamo in grado di stabilire né a disposizione di
chi fossero i protocolli al momento dello scarto (un notaio o eredi disinteressati alla
sua ulteriore conservazione) né se fossero ancora integri o già ridotti in frammenti.
Sappiamo che anche a Sutri, come è emerso per altri contesti geografici64, i notai
del bassomedioevo e della prima età moderna usarono proteggere i loro protocolli
cartacei con copertine membranacee ricavate da codici e documenti più antichi65,
ma per i fogli delle imbreviature del notaio Giovanni Pandulfi dobbiamo pensare a
un procedimento contrario che, anziché oggetto di cure conservative, ne fece ma-
teriale di riutilizzo immettendoli nel circuito del riciclo.
In merito al reimpiego sappiamo che i due codici dove sono stati cuciti i tre
frammenti furono restaurati e rilegati nel XV secolo: il Vat. lat. 1469 intorno alla
metà del Quattrocento66 e il Vat. lat. 1979 sicuramente a Roma durante il pontifi-
cato di Niccolò V. Dunque, intorno ai decenni centrali del Quattrocento i due fogli
che oggi sono ospitati in questo secondo codice si trovavano a Roma. Erano tra-
scorsi quasi due secoli dalla redazione delle imbreviature che Giovanni Pandulfi
vi aveva registrato e in pratica il loro valore venale era venuto ormai a mancare,
anche se, teoricamente, non era venuto meno quello giuridico. Ma come erano
63
Degli statuti sutrini si conservano una copia autentica del 1856 (ASRoma, Collezione
statuti, 841), due copie semplici del XVII secolo (ivi, 588 e 627/3) e una copia semplice del XVIII
secolo (Biblioteca del Senato, Statuti, 190). L’indice delle rubriche è pubblicato in Nispi-Landi,
Storia dell’antichissima città di Sutri, pp. 499-509.
64
Per un primo orientamento si possono vedere: per Milano Mangini, Nuovi itinerari di
ricerca; per Vercelli Brusa, Maculature liturgiche e Moro, Disiecta membra; per Piacenza Mangini,
Dal registro alla legatura, e ritorno; per Udine Scalon, Libri scuole e cultura nel Friuli medioevale; per
Brescia Giazzi, Frammenti di codici medioevali nelle legature archivistiche; per Cremona Ead., Cultura
e liturgia a Cremona tra Medioevo e Umanesimo; per Genova e Savona Calleri - Macchiavello, Il
reimpiego documentario in Liguria; per Viterbo Siano, Frammenti di classici e Guida generale degli
Archivi di Stato italiani, p. 1403s, dove si dà notizia del fondo Raccolte e Miscellanee dell’Archivio
di Stato di Viterbo, composto di 130 «pergamene intere o frammenti, di cui molti non databi-
li, che provengono dall’archivio notarile distrettuale di Viterbo, dai cui notai furono utilizzate
quali fodere e risguardi dei protocolli»; per Salerno e Amalfi Capriolo, Frammenti documentari
da coperte di protocolli e Ead., Frammenti in scrittura beneventana da protocolli notarili. A Roma le
indagini sui protocolli notarili sono ancora in corso, ma sono stati ritrovati già una settantina di
frammenti documentari del secolo XIV (alcuni distaccati, altri ancora in situ) adibiti a copertine
di registri di imbreviature dei secoli XIV e XV.
65
Nel fondo notarile di Sutri sono stati ritrovati numerosissimi frammenti di codici e
di documenti che erano stati utilizzati dai notai sutrini del XVI secolo per rilegare le loro im-
breviature; le coperte di reimpiego furono distaccate e restaurate nel 1907 presso la biblioteca
Casanatense, a quel tempo diretta da Ignazio Giorgi, dopodiché furono raccolte in quattro serie
oggi conservate nell’Archivio comunale di Sutri: Frammenti teologici (serie A), Frammenti notarili
(serie B), Frammenti di manoscritti giuridici (serie C) e Frammenti letterari (serie D). Nello stesso
anno i frammenti furono illustrati da Vincenzo Federici, Andrea Finocchiaro-Sartorio ed Ernesto
Monaci (Federici, I frammenti notarili dell’Archivio di Sutri, Finocchiaro-Sartorio; Frammenti
giuridici di antiche pergamene rinvenute a Sutri, Monaci, Frammenti di antiche pergamene a Sutri). A
Vincenzo Federici, in particolare, si deve una breve notizia di alcuni dei tanti frammenti diplo-
matici distaccati.
66
Ammirati, Intorno al festo farmesiano, p. 30.
110
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
arrivati quei fogli da Sutri a Roma? e come mai un altro foglio tratto dalle imbre-
viature dello stesso notaio si trova utilizzato nella legatura di un altro codice, il
Vat. lat. 1469, che invece apparteneva a un cardinale della famiglia Barbo?
Una risposta plausibile può venire guardando al contesto culturale romano
di metà Quattrocento. Fu allora, infatti, che raggiunse il suo apice l’umanesimo
romano, che nella Roma curiale si tradusse in una vivace ricerca, copia e circola-
zione di testi su impulso di alcuni cardinali eruditi – che svolsero un ruolo chia-
ramente mecenatizio – e anche di papi come Niccolò V e Pio II. Il primo in parti-
colare – umanista ed esperto bibliofilo oltre che appassionato ricercatore di codici
e rifondatore della biblioteca papale67 – fece condurre ricerche nelle biblioteche
di chiese e monasteri romani al fine di recuperare codici di origine romana e di
epoca romanica (tra i quali – come si è detto – il Vat. lat. 1979) per accrescere la
nuova raccolta libraria68. Il suo progetto fu proseguito anche dai suoi immediati
successori, che incrementarono considerevolmente la collezione, come attestano
anche i conti registrati dal Platina nei primi anni in cui fu bibliotecario della Vati-
cana (la nomina gli fu conferita da Sisto IV nel 1475), che contengono un altissimo
numero di spese per restauri di libri69.
Proprio per effetto del clima culturale che in quei decenni animava la città –
dove fiorivano circoli culturali, circolavano testi classici e manoscritti venivano
commissionati, scoperti, acquistati, scambiati, copiati, restaurati, fatti provenire
da altre città da papi e cardinali per arricchire le loro biblioteche70 – possiamo
immaginare che il mercato librario e della legatoria fosse particolarmente viva-
ce e la domanda di materiale pergamenaceo di reimpiego fosse di conseguenza
molto alta, al punto da determinarne l’afflusso anche da altre località o ambienti
dove questo era disponibile in misura consistente. Ci muoviamo ovviamente solo
nel campo delle ipotesi, tuttavia, tenendo conto di queste circostanze è più che
probabile che i nostri frammenti siano approdati in città insieme a molti altri per
essere venduti sul mercato librario e della legatoria e che le vicende dei due codici
vaticani che ospitano i nostri tre frammenti si siano incrociate proprio a Roma in
occasione del loro restauro.
Resta a questo punto da chiedersi se fu proprio la pratica dei notai sutrini di
usare fogli di pergamena – materiale prezioso e particolarmente adatto al reim-
67
Va a lui, infatti, il merito di aver dato vita al consistente nucleo fondativo della nuova
biblioteca di curia dopo il ritorno dei papi a Roma, dopo che era già andata distrutta alla fine del
XII secolo la collezione antica e lateranense della biblioteca papale ed era andata dispersa quella
ricostruita in età gotica e avignonese; Manfredi, I codici latini di Niccolò V, p. XL.
68
Sulla figura del pontefice e il suo profilo di umanista Miglio, Niccolò V. Per la situazione
della biblioteca pontificia agli inizi del Quattrocento e l’opera di recupero promossa da Niccolò
V, Manfredi, Ricerche di codici del medioevo romano, che sottolinea come proprio le chiese di Roma
abbiano dato «un contributo specifico di codici» dopo il ritorno dei papi da Avignone (p. 55).
69
Id., I codici latini di Niccolò V, p. XII.
70
Il clima culturale che animava Roma in quei decenni e le ricadute che esso ebbe sulla
produzione del libro manoscritto e a stampa è ben illustrato dai contributi pubblicati negli atti
dei due seminari Scrittura, biblioteche e stampa a Roma nel Quattrocento tenutisi a Roma nel 1979
e 1982.
111
SSMD, n.s. IX (2025)
piego allora e nel prosieguo di tempo – come supporto per le proprie imbrevia-
ture nel Duecento ad aver determinato la perdita dei protocolli di quel secolo71
e, a corollario, se anche quelli romani abbiano condiviso lo stesso destino per la
medesima ragione. E inoltre che fine abbiano fatto gli altri fogli delle imbrevia-
ture del notaio Giovanni Pandulfi – nel caso in cui al tempo del loro reimpiego ne
esistessero ancora – e se sopravvivano ancora celati in qualche codice manoscritto
o volume a stampa o siano stati reimpiegati a fini diversi. Ma come ho detto in
apertura, la ricerca ha ancora un lungo percorso da fare e non è escluso che ci
riservi nuove sorprese.
MANOSCRITTI
71
Ignoriamo quanti fossero i notai che operarono a Sutri nel corso del XIII secolo e non
sappiamo neanche quanti abitanti vivessero nella città, che a quel tempo sappiamo essere stata
un centro importante e sede diocesana; dai documenti conservati (in totale poco più di una
ventina), tuttavia, si ricavano i nomi di almeno dodici appartenenti al ceto notarile.
112
Carbonetti Vendittelli, Frammenti recuperati di memoria scritta
BIBLIOGRAFIA
113
SSMD, n.s. IX (2025)
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Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settem-
bre 2025.
115
SSMD, n.s. IX (2025)
TITLE
ABSTRACT
KEYWORDS
116
Marescalchi, ippiatri, trattatisti.
La veterinaria equina, tra formazione e trasmissione
(Italia, XIII e XIV secolo)
di Irina Mattioli
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29597
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29597
Irina Mattioli
Università degli Studi di Milano
[Link]@[Link]
1
Chamberlin, Horse. How the Horse Has Shaped Civilizations.
2
A riguardo v. il lavoro in tre volumi di Daniel Roche, dedicato al cavallo: Roche, La cul-
ture équestre.
3
Barbero, Il cavallo come risorsa bellica.
4
Jean-Claude Maire Vigueur, nel suo Cavalieri e Cittadini, aveva intuito le potenzialità di
un approfondimento su questi animali, in particolare relativamente alle dinamiche di imposi-
zione, assegnazione e risarcimento dei cavalli dell’esercito comunale; Maire Vigueur, Cavalieri e
cittadini. Anche Paolo Grillo ha dedicato alcune riflessioni al potenziale storiografico dei cavalli:
Grillo, Cavalli e cavalieri in pace e in guerra; Id. Cavalli, cavalieri e cavallate. Inoltre, di recente pub-
blicazione, benché tarato perlopiù su un diverso momento storico, vi è il contributo di Fabrizio
Ansani sul cavallo da guerra in Età Rinascimentale che, seppur dedicato soprattutto alla di-
mensione militare e in un orizzonte temporale che inizia sul volgere del XV secolo, conferma il
perdurare dell’importanza di questi animali in merito a decisivi rivolgimenti economici, politici
e culturali; Ansani, Il cavallo da guerra.
5
Due volumi, usciti quasi in contemporanea, a partire dalla loro domesticazione più di
5500 anni fa, sottolineano l’importanza della nostra relazione millenaria con questi animali, con
cui ci siamo co-evoluti; Taylor, Hoof Beats; Winegard, The Horse. A Galloping History.
SSMD, n.s. IX (2025)
6
Grand - Delatouche, Storia agraria del Medioevo, p. 410; Heymering, On the Horses Foot;
Portet, L’hippiatrie médiévale, pp. 11-40.
7
Fuori dall’Italia, il fenomeno è stato indagato sulla base degli inventari di cavalli per le
campagne militari delle guerre edoardiane (1272-1377); Ayton, Knights and Warhorses; Military
Communities in Late Medieval England; Gribit, Horse Restoration (Restaurum Equorum); Herbert-
Davies, The Warhorse in England; Id. Appraising the Warhorse. Sempre in riferimento all’Inghilter-
ra, si segnala inoltre il lavoro di Jordan Claridge, fra cui in particolare la sua tesi di dottorato, che
aggiunge ulteriori informazioni e complessità storiografica all’inquadramento dell’allevamento,
dell’addestramento e del commercio dei cavalli nel paese: Claridge, The Trade of Agricultural
Horses.
8
Questi strumenti amministrativi, che in passato si ritenevano a vocazione esclusivamente
militare, si sono invece rivelati trasversali e al servizio delle necessità del Comune a più livelli:
non fanno infatti esclusivamente riferimento a mobilitazioni belliche, ma anche a missioni di-
plomatiche presso altre città e presso la curia papale – a scopo di rappresentanza, per arbitrati,
rapporti commerciali, o politici – e a spostamenti intra ed extra cittadini in ottica amministrativa;
Mattioli, L’entretien d’un animal essentiel.
120
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
XIII secolo, alla corte di Federico II, vede la luce quella che è ad oggi ritenuta la
prima opera originale di veterinaria dell’Occidente latino medievale9, ossia il De
medicina equorum di Giordano Ruffo10. Nell’indagare i cavalli in queste due realtà
sono emersi inaspettati punti di contatto, che ne suggeriscono, almeno in parte, la
sovrapponibilità e dimostrano tanto l’esistenza di inaspettati canali comunicativi,
quanto la significativa complessità socio-culturale di alcuni dei personaggi che ne
sono protagonisti, ben al di là di quanto fino ad oggi noto11.
1. Un marescalco magister…
9
De Stefano, La cultura alla corte di Federico II, p. 84; Trolli, Studi su antichi trattati, pp.
26-27.
10
Come riferimento generale sull’opera, sulla sua ricchissima tradizione manoscritta e
sull’ampia bibliografia, v. Montinaro, La tradizione del De medicina equorum.
11
Sul tema, v. Mattioli, L’entretien d’un animal essentiel.
12
Come emerge bene nella panoramica offerta in: Raynaud, La fonction de maréchal, pp.
45-63.
13
Poulle-Drieux, Savoir soigner les chevaux, p. 143.
14
Trolli, Studi su antichi trattati, p. 14.
15
Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini, pp. 190-191.
16
Conosciuto in Italia anche col nome di «sant’Alò» e «san Lo», Eligio è patrono di mare-
scalchi, veterinari, fabbri e orafi. Il suo culto, ampiamente attestato in particolare in ambiente
franco-provenzale tra XIII e XIV, ma diffuso in numerose altre aree dell’Occidente latino me-
dievale (fra cui la penisola italiana), non è stato ad oggi sufficientemente investigato. Per un
riferimento generale v. (e bibliografia ivi citata): Notte, La dévotion à saint Éloi, pp. 1051-1074.
Cenni anche in: Lorcin, Prières pour un cheval malade, pp. 323-336: 328.
121
SSMD, n.s. IX (2025)
successivo conferma (e fissa) l’idea che chi doveva occuparsi del difficile compito
di guarire un cavallo, in passato, fosse poco più che un fabbro; fino a tempi piut-
tosto recenti, si sarebbe detto: poco più che un macellaio.
La sovrapposizione professionale, confermata da documenti corporativi a varie
latitudini17, in alcuni casi offre a riguardo anche interessanti fonti iconografiche.
A Bologna, nella Matricola della Società dei Fabbri del 1366, le miniature illustra-
no fabbri e marescalchi all’interno della bottega, impegnati in vari momenti del
loro lavoro; due immagini raffigurano inoltre il miracolo di sant’Eligio, che ferra
comodamente la zampa di un cavallo riottoso dopo avergliela tagliata18. Pochi
anni dopo, nel 1379, un’altra miniatura raffigurante il miracolo di Eligio decora
la coperta dello Statuto dei Fabbri19. In entrambi i casi, seppur stilizzata, c’è una
rappresentazione, oltre che del santo e del cavallo mutilato, anche di un appren-
dista che aiuta nel lavoro, degli abiti dei personaggi, della bottega, della forgia in
azione e dei ferri da lavoro. Un ulteriore esempio, sia pure diversamente declina-
to, è presente a Perugia, in un periodo di poco successivo a quello delle fonti am-
ministrative comunali descritte di seguito. La matricola dell’Arte dei fabbri e cal-
derai, datata 1340-1346, si apre con una miniatura bipartita, ritagliata da un altro
manoscritto e lì incollata: nella metà superiore sono rappresentati la Madonna col
Bambino coi santi Lorenzo e Stefano, e in quella inferiore i membri dell’Arte ingi-
nocchiati in preghiera davanti a Sant’Eligio, qui intento a forgiare ‘solo’ un ferro
di cavallo, ma riconoscibile dall’aureola, nonché ovviamente dall’atteggiamento
degli astanti20.
Nel provare a delineare un ritratto del marescalco bassomedievale, la difficoltà
ad attribuire dei contorni netti, se in parte è data dalla significativa variabilità sto-
rica della professione, dall’altra rimarrà un qualcosa di impossibile da superare se
non si indagano questi personaggi attraverso una finestra dai contorni crono-to-
pici ben definiti. A riguardo, gli utili e numerosi contributi della storiografia fran-
cese in particolare21 – così come quelli di qualsiasi altra realtà coeva accostabile a
quella peninsulare22, già sufficientemente dotata di varietà istituzionale interna
17
Nel livre des métiers di Étienne Boileau, scritto tra 1260 e il 1270, sant’Eligio è indicato come
patrono della corporazione dei fabbri (che include i marescalchi) di Parigi; edito in: Lespinasse
- Bonnardot, Les métiers et corporations, pp. 38-40.
18
Matricola della Società dei Fabbri, ms. 26, ff. 3v e 17r. Parte delle miniature sono inoltre
edite nel catalogo della mostra: Haec sunt statuta, pp. 132-135.
19
Ad opera di Niccolò di Giacomo (scuola bolognese); Statuto dei Fabbri, 1379, Bologna,
Biblioteca Universitaria, ms. 4194, f. 6v. Riprodotta in: Brunori Cianti - Luca Cianti, La pratica
della veterinaria, p. 62.
20
Arte dei fabbri e calderai, ms.3063, f. 1r.
21
V. in particolare i contributi di Yvonne Poulle-Drieux e di Brigitte Prévot riportati in
bibliografia.
22
Negli ultimi anni, soprattutto relativamente al trattato di Giordano Ruffo, discusso più
avanti, il tema sta avendo crescente fortuna in pubblicazioni in lingua inglese, fra cui in partico-
lare gli studi di Sunny Harrison e i numerosi contributi editi nelle pubblicazioni di horse history
della casa editrice Trivent (Budapest), fra cui, specificamente dedicati, v. quelli di Anastasija Ropa
e Jennifer Jobst in The Liminal Horse (Ropa, Crossing Borders; Jobst, Horse Training). Dei contributi,
122
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
123
SSMD, n.s. IX (2025)
dei funzionari del Comune, è del 1277 (ASPG, AC, Offici, reg. 41). Caratterizzati
da una certa varietà per struttura, estensione e completezza, sono comunque tutti
inquadrabili nella tipologia documentaria preposta al funzionamento dell’assi-
gnatio equorum e consistono in una serie di liste di censimento che venivano re-
datte prima della partenza per una missione diplomatica o per una spedizione
militare, oppure in modo sistematico all’inizio di ogni anno. Queste registrazioni,
cavallo per cavallo, riportano le caratteristiche più evidenti al fine identificativo
– colore, macchie del mantello, segni distintivi – oltre che, seppur non sempre, il
valore economico dell’animale26. Già, ipso facto, ricchissime di informazioni, ad
indagine approfondita le carte perugine hanno rivelato ulteriori dati relativi al
sapere ippiatrico, che gettano nuova luce sull’uso attivo di una cultura veterina-
ria ben codificata ed evidentemente più diffusa di quanto si immaginasse27. Le
assignationes riportano infatti, spesso, anche tutta una serie di «magagnae», un
termine che riassume la duplice accezione di affezioni possibili: tanto infortuni,
che malattie.
Queste magagne, numerose e dalla connotazione lessicale tecnico-patologica,
sono prova non solo della considerazione per lo stato di salute degli animali nella
loro valutazione in sede di censimento, ma dell’esistenza di un vero e proprio
sapere specialistico che, se all’occhio dello storico documentarista non appare fa-
miliare, trova invece ampio riscontro nel lessico veterinario dei trattati di ippiatria
del tempo. Del resto, sono proprio questi gli anni in cui si assiste al graduale strut-
turarsi di un approccio ‘medico’ alla cura degli animali28, benché ancora influen-
zato dalla patologia umorale galenica29. La novità della trattatistica ippiatrica del
pieno Duecento è quella di porsi con ottica nuova nei confronti della cura degli
animali, probabilmente rispondendo a stringenti necessità di efficienza, al punto
da riuscire a scollarsi, oltre che da alcune consolidate eredità teoriche di scarsa
efficacia ascrivibili alle auctoritates precedenti, anche da tutto quanto è legato alla
dimensione taumaturgica magico-religiosa30, sia pure solo per beve tempo31.
I marescalchi attivi a Perugia, per il Comune, negli anni tra il primo e l’ultimo
registro schedato sono più d’uno, ma si distinguono sempre in figure ‘apicali’,
a cui viene dato il titolo di «marescalcus comunis», e altri menzionati in modo
sporadico, che sembrano affiancarsi ai principali. Il primo ad occupare quella che
26
Dove questo dato è assente, sembra plausibile supporre l’esistenza di ulteriori redazioni
documentarie complementari a cui si doveva far riferimento, oggi perdute.
27
Ricerche in corso d’opera, nell’ambito del PRIN HistHor La storia sociale dei cavalli nell’I-
talia comunale, stanno documentando la presenza di un simile prontuario di magagne anche per
Siena e Treviso.
28
Sulle principali opere di ippiatria e la loro diffusione tra antichità e Medioevo v. il recen-
te saggio: Sannicandro, Hippologische und hippiatrische.
29
Prévot, Le cheval malade, pp. 458-460.
30
Lignereux, Les soins vétérinaires aux chevaux au moyen âge, p. 45.
31
I testimoni più tardi dell’opera di Giordano Ruffo che si presenta subito a seguire docu-
mentano l’interpolazione di una cultura evidentemente ancora molto legata al ricorso a preghie-
re, magia e astrologia; Montinaro, La tradizione del De medicina equorum, pp. 20-23.
124
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
32
ASPG, AC, Consigli e Riformanze, reg. 7, ff. 216v-218r.
33
[LXXV.] «De extimatione equorum»; Gli statuti viterbesi; p. 169.
34
ASPG, AC, Libra, reg. 1, f. 103v; Grohmann, L’imposizione diretta, p. 246.
125
SSMD, n.s. IX (2025)
tra le 501 e le 1000 libre di patrimonio, la percentuale dei cives con questa classe
di ricchezza è appena del 7,26%. Oltre le 1000 lire d’estimo, troviamo solo il 5,27%
dei focolari35. Il patrimonio del nostro marescalco, dunque, se messo in dialogo
con lo spaccato reddituale della società cittadina, lo colloca nel secondo gruppo
più ricco della città, con un benessere economico rappresentativo del 7% della
popolazione.
Nell’impossibilità di appurare se il benessere economico di Berardo fosse frutto
diretto del suo lavoro o conseguenza di una felice unione matrimoniale, come
sembra forse suggerire la specifica catastale relativa a sua moglie (dato non cano-
nico nel resto della Libra), tutto quanto d’altro sappiamo di lui suggerisce un rilie-
vo sociale piuttosto significativo. A partire dal ruolo di grande potere dato dall’es-
sere primo e ultimo giudice del valore economico di un bene tanto costoso come
un cavallo – e per tutti i maggiorenti cittadini, per anni – posizione che lo porta
ad avere nelle sue mani, in un certo senso, le sorti finanziarie del Comune. Vi è
poi il titolo ricorrente di magister: che indicasse o meno una effettiva formazione
universitario-scolastica o una generica autorevolezza intellettuale, il suo impiego
in documenti amministrativi, per un esperto ippiatra di discreto rilievo socio-e-
conomico, rispecchia probabilmente un uso più che consolidato nell’oralità quo-
tidiana e suggerisce quantomeno un qualche tipo di caratterizzazione nell’ambito
del sapere e della didattica.
2. … e un trattatista ippiatra
A Perugia, su 1480 assignationes di cavalli, in ben 542 casi questi risultano avere
una qualche magagna, ossia poco meno del 40% del totale. Ad eccezione di quelle
descritte in modo generico e non connotate da uno specifico lemma – come ad
esempio «non videt de oculo recto», «cum orecculis muziis», «coctum in gam-
bis», «qui dolet se de gamba destra retro» – praticamente tutte le magagne emerse
sono contenute nel (e interpretabili tramite) il più importante e diffuso trattato
di ippiatria circolante al tempo, composto appena vent’anni prima alla corte di
Federico II36. Le rispondenze di incrocio delle patologie dei cavalli perugini con il
De medicina equorum37 di Giordano Ruffo sono tanto più eloquenti se ci si sofferma
sul fatto che, per quanto ad oggi noto, quello di Ruffo è in buona parte un pron-
tuario di termini nuovi, o perlomeno nuovi alla normalizzazione scritta e privi di
attestazione precedente38.
Sembra plausibile suppore che almeno parte dei marescalchi bassomedievali
si formasse in effetti proprio in questo modo, cioè sui trattati di ippiatria, oltre
35
Id., L’imposizione diretta, p. 96.
36
A riguardo v. Mattioli, L’entretien d’un animal essentiel.
37
L’opera è conosciuta soprattutto sotto il nome di De medicina equorum, ma anche come:
Hippiatria, a causa dell’influenza di edizioni e studi successivi; Bertelli, Giordano Ruffo, p. 145;
Montinaro, La tradizione del De medicina equorum, p. 15.
38
Gualdo, Il lessico della mascalcia; Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 26-28.
126
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
39
Come osserva giustamente Mickaël Wilmart, pur essendo soprattutto ippiatria, la veteri-
naria medievale non è solamente tale e la cura di animali altrettanto onnipresenti nella vita quo-
tidiana del tempo, come cani, uccelli e bestiame meriterebbe un approfondimento; Wilmart,
Saignées et autres manipulations. In generale, testi sia teorici, sia dedicati all’addestramento e alla
proto-veterinaria anche degli altri animali da caccia, ossia cani e falchi, iniziano a moltiplicar-
si durante gli ultimi secoli del Medioevo. Sugli animali da caccia, fra i molti, v. An Smets -
Baudouin van den Abeele, Medieval Hunting.
40
Poulle-Drieux, Savoir soigner les chevaux, p. 150.
41
Von den Drieschn - Peters, Geschichte der Tiermedizin, pp. 85-100.
42
La storiografia ha da tempo riconosciuto al De medicina equorum una funzione di spartiac-
que storico decisivo per la veterinaria equina. Dunlop e Williams decretano che Ruffo: «created
the first medieval European system for naming and grouping equine diseases»; Leclainche scri-
ve: «Pour la première fois, une nomenclature est adoptée et les maladies sont systématiquement
classées»; Dunlop - Williams, Veterinary Medicine, p. 227; Leclainche, Histoire de la médecine
vétérinaire, p. 133.
43
Giordano Ruffo, Jordani Ruffi Calabriensis Hippiatria, p. 116.
44
Ivi, p. 1.
45
Federico II, De arte venandi cum avibus.
46
Giordano Ruffo, Jordani Ruffi Calabriensis Hippiatria, p. 2.
127
SSMD, n.s. IX (2025)
128
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
gli strumenti e dei ruoli operativi del marescalco e dei suoi aiutanti, sulle maga-
gne e soprattutto sulla messa in pratica di cure e rimedi.
Un censimento recente rileva una mole imponente, probabilmente minima par-
te di quanto fu effettivamente copiato e trasmesso: sopravvivono ad oggi alme-
no 189 testimoni del trattato di Giordano Ruffo, di cui 173 sono manoscritti e 16
opere a stampa, in 8 diverse varietà linguistiche (latino, italoromanzo, francese,
occitanico, catalano, gallego, ebraico e tedesco)54. Dire in che misura si trattò del
merito dell’autore, del merito delle circostanze di produzione (la corte federicia-
na), o piuttosto del fortunato tempismo con cui Ruffo rispose a un’esigenza so-
cio-culturale del suo tempo, è difficile. Ciò di cui abbiamo certezza è che questo
scritto, diffondendosi con rapidità eccezionale, influenzò da subito la trattatistica
coeva – fra cui l’Opus ruralium commodorum di Pier de Crescenzi (1233-1320) e il
trattato di mascalcia di Lorenzo Rusio (seconda metà del XIII – metà XIV ca.)55 – e,
in modo diretto o indiretto, praticamente tutta la successiva letteratura ippiatrica
e ippologica dell’Età Moderna, almeno fino al XVI secolo56.
Col progressivo aumento della produzione storiografica su cavalli e ippiatria è
gradualmente aumentato anche l’interesse verso la figura, purtroppo sfuggente,
del suo autore. Nonostante su Jordanus Ruffus de Calabria si tenda a scrivere molto,
complice anche il legame con Federico II, la verità è che le certezze biografiche
sono poche, fortemente complicate dalla possibilità di fare ordine a causa dell’o-
monimia con altri individui del suo stesso casato, oltre che da un patronimico
piuttosto diffuso e di facile alterazione (un nome comunemente scritto nelle va-
rianti: Ruffus, Rufus, Russus, Rusus e addirittura Rubeus, con la conseguente tradu-
zione «Rosso» / «Russo»)57. Le cose certe sono la provenienza calabrese, la nascita
all’incirca all’inizio del XIII secolo, i natali nobili, la parentela con alcune figure
di spicco della corte sveva, l’esser stato cavaliere e un rapporto quantomeno di
amicizia con Federico II. Come osserva Domizia Trolli, infatti, la dedica all’impe-
ratore non può essere vista come un omaggio formale da subalterno, dal quale la
morte di Federico II lo avrebbe probabilmente dispensato58, soprattutto alla luce
del complesso e instabile clima politico che seguì la sua dipartita, nel dicembre
del 125059. Giordano stesso, su di sé, al di fuori della sua attività di ippiatra ci dice
poco; in apertura al trattato si dichiara miles in marestalla del fu imperatore, infor-
mazione che non sembra essere particolarmente dirimente, nella misura in cui la
storiografia ne ha dato interpretazioni piuttosto diverse, spesso in scia di coeren-
54
Montinaro, La tradizione del De medicina equorum, pp. 32-37.
55
Il trattato sull’agricoltura di Pier de Crescenzi, nei passi dedicati ai cavalli, è in larga
parte una trascrizione dei contenuti del De medicina equorum di Giordano Ruffo e di autori pre-
cedenti. Su Lorenzo Rusio, v. invece il paragrafo successivo.
56
Chiodi, Storia della veterinaria, p. 172; Mattioli, Hippiatrie – Médecine vétérinaire équine,
pp. 308-312; Montinaro, La tradizione del De medicina equorum.
57
Ivi, pp.9-10.
58
Trolli, Studi su antichi trattati, p. 20.
59
Fra i molti, v. le recenti pubblicazioni di Paolo Grillo: Grillo, Federico II, pp. 283-296;
Grillo, Manfredi di Svevia.
129
SSMD, n.s. IX (2025)
60
Gualdo, Ippiatria, p. 83.
61
Dunlop – Williams, Veterinary Medicine, p. 225.
62
Leclainche, L’arte veterinaria dal medio evo, p. 197.
63
E bibliografia ivi citata; Montinaro, La tradizione del De medicina equorum, pp. 9-14. V.
anche: Bertelli, Giordano Ruffo, p. 145.
64
Di Folco Ruffo è noto un solo componimento superstite: D’amor distretto vivo doloroso,
contenuto nel ms. Vat. lat. 3793 e edito con commento da Aniello Fratta in: Poeti della Scuola
Siciliana, v. II, pp. 769-777.
65
Per la bibliografia su Pietro Ruffo si rimanda a: Montinaro, La tradizione del De medicina
equorum, pp. 10-11.
66
Il testamento è edito in: Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici Secundi,
pp. 805-810.
67
Signorelli, Vicende della Coltura nelle Due Sicilie, p. 258. A riguardo v. le considerazioni
di: Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 19-20.
68
A riguardo, v. il paragrafo successivo.
69
Giordano Ruffo, Jordani Ruffi Calabriensis Hippiatria, p. 95.
130
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
70
Aprile, L’ippiatria tra l’Antichità e il Medio Evo.
71
La bipartizione in parte ippologica seguita da parte ippiatrica è inoltre tipica dei trattati
arabi; Gaulin, Giordano Ruffo, pp. 427-428; Montinaro, La tradizione del De medicina equorum,
pp. 23-26. Per una panoramica aggiornata sulla temperie culturale dell’ambiente della corte fe-
dericiana: Delle Donne, La porta del sapere.
72
Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 26-28.
73
La «jarda» o «giarda» è una esostosi, consiste cioè in un versamento che si forma nei sac-
chi sinoviali della parte laterale esterna del garretto del cavallo; Trolli, Studi su antichi trattati, p.
31; v. anche: Gualdo, Il lessico della mascalcia, p. 146; Montinaro, L’indagine lessicale, p. 101. Nel
trattato, la jarda è descritta, rispettivamente nel testimone latino e in quello volgare: Giordano
Ruffo, Jordani Ruffi Calabriensis Hippiatria, pp. 69-71; Giordano Ruffo, Lo libro dele marescalcie,
pp. 114-115.
74
Sulla base delle identificazioni proposte da Causati Vanni, elaborate in dialogo con dei
veterinari: Giordano Ruffo, Nelle scuderie di Federico II.
131
SSMD, n.s. IX (2025)
molti casi il lessico ‘di’ Ruffo ha avuto una longevità tale da finire quasi immutato
nell’odierno linguaggio veterinario75.
«De equo infuso vel infundito» / «Del cavallo rinfuso» – «Cavallo rinfuso»76; [=
Podoflemmatite o laminite o rifondimento].
«De curba» / «Dela infermità dela curba» – «Corba»; [= Corba].
«De fistula» / «Dela fistula» – «Fistola»; [= Fistola].
«De gallis» / «Dele galle» – «Galle»; [= Mollette].
«De jarda» / «Dela giarda» – «Giarda»; [= Giarda].
«De spinula» / «Dela infermità dela spinulla» – «Schinella»; [= Spavenio Osseo].
«De sita» / «Dela setula» – «Setula»; [= Setola].
«De superposita» / «Dela sopraposta» – «Sopraposta»; [= Sovrapposta77].
«De supraossibus» / «Deli soprossi» – «Soprossi»; [= Esostosi Multipla].
«De spavanis» / «De sparavagni» – «Spagna»; [= Spavenio molle].
«De verme» / «Del male del verme» – «Verme»; [= Verme o Farcino o morva
cutanea].
Come anticipato, il sapere veterinario medievale, nel XIII secolo, non è ancora og-
getto di insegnamento nelle scuole o nelle università e l’unico modo per formarsi
nella mascalcia è apprenderla da chi già la conosce e la esercita. Tuttavia, come
emerso dalle corrispondenze patologiche sopra riportate, questa pratica acquisita
probabilmente a bottega sembra affiancarsi allo studio di opere scritte (o all’acces-
so al loro contenuto, tramite maestri capaci di fruirne) e all’acquisizione di una te-
oria proto-medica già ben codificata e dalla diffusione piuttosto uniforme. Alcuni
dei più noti ippiatri dopo Ruffo, come Lorenzo Rusio e Dino Dini, ci confermano
che per imparare questo mestiere ci si recava presso altri marescalchi. Ma c’è di
più: l’idea di un’estrazione socio-culturale di discreto livello, unitamente all’ipo-
tesi di una qualche forma di scolarizzazione di almeno alcuni dei più eminenti
marescalchi di età comunale, pare trovare conferma nei profili professionali mul-
tifocali di tutti gli ippiatri-trattatisti di cui abbiamo informazioni personali, ossia
di quelli che non solo esercitavano, ma che in merito redigevano trattati e che a
volte, oltre che marescalchi, erano anche medici, chirurghi, vescovi e/o alchimisti.
75
Queste corrispondenze, le descrizioni delle magagne, i rimedi proposti e le puntuali illu-
strazioni ad esse associate nel testimone italoromanzo berlinese, nonché le effettive rispondenze
con la moderna veterinaria, sicuramente meritorie di approfondimento e riflessione, troveranno
auspicabilmente spazio in futuro in una pubblicazione dedicata.
76
A volte trovato scritto: «rinfuso e malefuso».
77
In questo caso non sembra possibile identificare la magagna con un’affezione specifica
della moderna veterinaria. Viene descritta come una lesione nella carne della corona del piede a
causa di una sovrapposizione di uno zoccolo sull’altro da parte del cavallo.
132
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
78
Vasina, Ugo Borgognoni, in Dizionario Biografico degli Italiani, pp. 773-775.
79
Il Rotolo San Domenico 77/7411, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, è un
dossier testamentario, di cui fa parte il testamento del 1298 (un rotolo di ben 31 carte cucite in-
sieme), e comprende in tutto sette documenti redatti tra la prima metà del 1277 e la fine del 1298.
Oggetto di crescente interesse a partire dal 2016 circa, è stato alla base di un convegno tenutosi
a Bologna nel 2018, a cui è seguita la pubblicazione degli atti: Teoria e pratica medica; nonché
l’edizione integrale nel 2022: Iannacci - Zuffrano, Il dossier testamentario di Teodorico Borgognoni.
80
L’opera è sopravvissuta in vari testimoni. Mancando un’edizione del testo latino, nella
letteratura d’argomento si fa spesso riferimento a un’edizione cinquecentesca di cui è stata fatta
una parziale traduzione in italiano: Tabanelli, La chirurgia italiana, pp. 203-495. Si segnala inol-
tre una traduzione integrale in inglese, fatta sulla base di due stampe più antiche (1498 e 1519):
Houston Campbell, The Surgery of Theodoric.
81
McVaugh, Teodorico Borgognoni.
82
L’idea che pulizia e sterilizzazione fossero aspetti vitali per la guarigione delle ferite fati-
ca a stabilizzarsi, affermandosi davvero solo col chirurgo britannico Lord Joseph Lister, ritenuto
il padre dell’antisepsi; Mccallum, Military Medicine, p. 319.
83
Alecci, Teodorico Borgognoni, pp. 772-773.
84
Per un dettaglio sulle fonti della Mulomedicina di Teodorico Borgognoni, v. Sannicandro,
Sulle fonti della Mulomedicina; Id., Sulla tradizione manoscritta; Schwarzenberger, The
Mulomedicina of Teodorico, pp. 100-101.
85
Ivi, p. 101; Sannicandro, Sulle fonti della Mulomedicina, p. 119.
133
SSMD, n.s. IX (2025)
ma. Configurandosi sostanzialmente come una summa del sapere ippiatrico noto
al tempo, nel suo trattato di veterinaria equina l’apporto originale nei contenu-
ti risulta pressoché nullo. Ci si può domandare quanto le sue capacità e le sue
acquisizioni nel trattamento medico non-animale possano aver contribuito alla
sua efficacia come marescalco, soprattutto in materia di anestesia, sterilizzazione,
cauterizzazione e trattamenti para-chirurgici. Le ragioni del suo coinvolgimento
in ambito veterinario non sono in effetti note e potrebbero forse venir ricondotte,
come suggerito da Lisa Sannicandro, (anche) ad un interesse personale86. Sap-
piamo del resto, da note del suo dossier testamentario, che il Borgognoni, prima
e dopo essere diventato vescovo, nel corso degli anni, aveva ricevuto tutta una
serie di beni, fra cui cavalli, «pro diversis servitiis que fecit cum persona sua di-
versis personis, prelatis clericis et laicis»87. Proprio in merito alla fertile attività di
Teodorico per pazienti di una certa caratura, a corollario, è possibile incrociare un
documento della cancelleria comunale perugina degli anni investigati e presentati
nei paragrafi precedenti, redatto dal notaio Bovicello Vitelli88. Nei libri dei Massa-
ri del Comune di Perugia, in data 18 marzo 1286, troviamo un ordine di rimborso
per danni a delle proprietà di cittadini, a seguito del transito di alcuni membri
della curia circa un anno prima89. Di questa delegazione facevano parte, fra gli
altri, un marescalco nipote del papa, il Cardinale Giacomo Savelli (futuro papa
Onorio IV) e il vescovo di Cervia (Borgognoni fu tale dal 1270 al 1298), descritto,
in questa annotazione, come «medicus domini pape»90. Sappiamo che Perugia era
in effetti stata sede della curia pontificia dal 1284 al 1285, sotto Martino IV, morto
lì esattamente un anno prima, nel marzo del 1285, per un’indigestione di anguille
alla vernaccia91, e che a causa degli accordi comunali era dovere dei cittadini al-
loggiare familiares e membri della curia quando la città era sede papale92.
86
Ivi, p. 120.
87
«Argento et equis et animalibus, ciphis et annulis argenti et auri et aliis rebus»; Rotolo
San Domenico 77/7411, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, c. 3, così come edito in
Iannacci – Zuffrano, Il dossier testamentario di Teodorico Borgognoni, p. 67.
88
Sul notaio perugino, personaggio d’eccezione, v. Merli - Bartoli Langeli, Un notaio e il
Popolo. Si veda inoltre il capitolo dedicato in: Bartoli Langeli, Notai, pp. 211-236.
89
Data la presenza in città dell’allora papa Martino IV tra l’ottobre del 1284 e il marzo del
1285, il soggiorno è da individuarsi in questo lasso di tempo; Paravicini Bagliani, La mobilità
della Curia, p. 268, nota 2.
90
ASPG, AC, Massari, reg. 23, fasc. C, f. 43r. L’eccezionalità di questo titolo è stata notata
anche da Paravicini Bagliani, che ha pubblicato l’edizione della carta in appendice in: Paravicini
Bagliani, La mobilità della Curia, p. 267. Il documento è inoltre brevemente regestato in: Bartoli
Langeli, Perugia e Orvieto, p. 30.
91
L’informazione è riportata da molti commentatori del tempo, fra i quali il contempo-
raneo Francesco Pipino nel suo Chronicon. Così lo ricorda anche Dante Alighieri, che lo pone
nel Purgatorio tra i Golosi: «e quella faccia / di là da lui più che l’altre trapunta / ebbe la santa
Chiesa in le sue braccia: / dal Torso fu, e purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la vernaccia»
(Purgatorio, XXIV, 20-24); Da Campagnola, Martino IV, in Enciclopedia Dantesca, p. 848.
92
A riguardo: Paravicini Bagliani, La mobilità della Curia; Zucchini, Sedi della curia
pontificia.
134
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
Del resto, come emerge con chiarezza dal dossier testamentario del Borgognoni,
il patrimonio che lascia alla sua morte è riflesso proporzionale di una vita costel-
lata da rapporti personali, politici e professionali di altissimo livello, al punto da
richiedere un nutrito elenco di dicta testium (dichiarazioni giurate di testimoni
relative ai suoi beni mobili e immobili), in previsione di possibili controversie
giudiziarie sulla sua eredità93. In particolare, del rapporto con papa Martino IV
abbiamo un riscontro che coinvolge entrambe le ‘anime’ professionali di Teodo-
rico. Il 15 dicembre del 1298, il testimone Figlocarius racconta infatti, fra le altre
cose, che: «Thedericus recepit a domno papa Martino centum sexaginta quinque
florenos auri», essendosi recato di persona, circa 16 anni prima, presso la Curia
Romana: «causa medicandi dictum papam Martinum de quadam egritudine et
unum palafrenum album valde pulcrum»94. Il fatto è suffragato da vari altri te-
stimoni attraverso tutta la documentazione testamentaria95, i quali aggiungono
ulteriori informazioni. Veltro, uno dei tre fratelli di Teodorico, ci conferma che la
vicenda risaliva al periodo orvietano di Martino IV (prima di spostarsi a Perugia),
e che il male da cui il fratello lo aveva liberato attraverso l’«arte sua cerosie» era
una «egritudinem in crure»96, ossia un qualche problema alla gamba. Non ci è
dato sapere per cosa curò il bel palafreno bianco del papa, ma una cosa appare
evidente: questo episodio, da individuarsi all’incirca all’inizio del pontificato di
Martino IV, l’unico attestato nel dossier testamentario, non costituisce un’intera-
zione episodica se, anni dopo, Teodorico soggiorna a Perugia in veste ufficiale di
medico del papa97. Ci si può ben chiedere se, durante questo soggiorno (durato
mesi), il Borgognoni ebbe occasione di conoscere il marescalcus comunis Berardo –
ancora attivo nel 1285 – e di discorrere con lui di cavalli e veterinaria.
Sul romano Lorenzo Rusio, vissuto tra la seconda metà del Duecento e la prima
metà del Trecento, «marescalcus de Urbe», uno degli altri grandi nomi dell’ippia-
tria peninsulare, le notizie biografiche sono limitate a quelle da lui stesso incluse
nella sua opera98. La Mascalcia, accessibile tramite un testimone latino edito insie-
me a un volgarizzamento più tardo, probabilmente piuttosto vicino all’originale
(perduto), è dedicata al cardinale Napoleone Orsini, nipote di Papa Niccolò III, al
93
In merito, v. le considerazioni in: Paravicini Bagliani, Il testamento di Teodorico
Borgognoni; v. inoltre la già citata edizione integrale del documento: Iannacci - Zuffrano, Il
dossier testamentario di Teodorico Borgognoni.
94
Rotolo San Domenico 77/7411, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, c. 21,
così come edito in ivi, p. 157. Menzionato anche in: Sannicandro, Sulle fonti della Mulomedicina,
pp. 120-121.
95
Si veda: «Martino IV, papa» nell’indice dei nomi in: Iannacci – Zuffrano, Il dossier testa-
mentario di Teodorico Borgognoni, p. 230.
96
Rotolo San Domenico 77/7411, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, c. 6, così
come edito in ivi, p. 86.
97
In generale, sui medici alla corte papale del Duecento, nella riedizione del 2023, v. i saggi
in: Paravicini Bagliani, Medicina e scienze della natura.
98
Per un riferimento generale sul personaggio: Brunori Cianti - Cianti, Lorenzo Rusio.;
Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 69-80. Alcune riflessioni sull’inquadramento socio-culturale
di Rusio anche in: Internullo, Ai margini dei giganti, pp. 213-215 e pp. 347-350.
135
SSMD, n.s. IX (2025)
99
Lorenzo Rusio, La Mascalcia, p. 2.
100
Brunori Cianti - Cianti, Lorenzo Rusio.
101
Personaggio approfondito poco sotto.
102
Autore di un Liber mariscaltie, attivo nella seconda metà del XIII secolo, noto solo attra-
verso un manoscritto; v. Hurler, Magister Maurus.
103
Lorenzo Rusio, La Mascalcia, p. 2.
104
Ivi, p. 4.
136
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
105
Dal ms. A 1525 della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, f. 35r; così
come trascritto in Trolli, Studi su antichi trattati, p. 70.
106
Di questa investitura, tuttavia, non c’è traccia nei registri del regno angioino e sono vari
gli elementi biografici legati al personaggio che necessiterebbero di una validazione documen-
taria ad oggi assente; Id., Studi su antichi trattati, pp. 70-73.
107
La bibliografia su di lui è minima e tende perlopiù a reiterare quanto di poco approfon-
dito sul personaggio fino ad oggi; Arquint, Nota sulla datazione della Mascalcia; Brunori Cianti
- Cianti, La pratica della veterinaria, pp. 87-91; Gualdo, Il lessico della mascalcia, p. 146; Poulle-
Drieux, L’hippiatrie dans l’Occident latin, p. 44; Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 93-104; Vitale
Brovarone, Recettes hippiatriques.
108
Riporto qui le trascrizioni della filologa Domizia Trolli, fatte sulla base di un testimone
quattrocentesco, ossia il manoscritto K.1.24 (ital. 1682) della Biblioteca Estense di Modena e in-
tegrate, nel prologo del primo libro, con il più tardo manoscritto (XVI secolo) Laur. Pal. 61 della
Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Trolli, Studi su antichi trattati, pp. 93-94, nota 5.
109
Ivi, p. 94, nota 4.
110
In assenza di studi approfonditi su Dino Dini, manca un censimento fondato e aggiorna-
to; si rimanda dunque a quello più recente di Patrizia Arquint, che conta undici testimoni antichi
manoscritti (datati tra XV e XVI secolo), oltre ad una copia a stampa ottocentesca che riproduce
uno dei precedenti; Arquint, Nota sulla datazione della Mascalcia.
137
SSMD, n.s. IX (2025)
Anche qui, dal punto di vista dei contenuti di veterinaria, l’originalità è relativa;
vi si coglie l’enorme influenza di Vegezio, grandemente riverito dall’autore, che
lo commenta citandolo puntualmente, unitamente a quelle dichiarate di Ruffo,
Teodorico Borgognoni, Aristotele e Ippocrate. Ciò che invece rende unico il tratta-
to di Dini è il suo essere, oltre che una dissertazione di veterinaria equina, anche
una sorta di cronaca autobiografica, ricca di aneddoti, che offre dunque uno spi-
raglio sulla caratterizzazione socio-culturale di questo mestiere e di chi lo esercita
a metà del XIV secolo. In particolare, colpiscono l’enfasi e l’amarezza dell’autore
riguardo il decadere della mascalcia al suo tempo, a causa del livello troppo basso
di coloro che vi si dedicano: essi sono «dello studiare bene scusati, perché la mag-
gior parte sonno figliuoli di lavoratori di terra levati dalla marra e da guardare
pecore, per la qual cagione non possono essere veri artefici, perché sonno sanza
lectere»111. Il trattato, così come quello di Ruffo, è inoltre puntellato di riferimenti
a rimedi collaudati in prima persona e di cui si garantisce dunque l’efficacia, fra
cui una tecnica per arrestare l’emorragia della vena palatale del cavallo attraverso
la pressione di un gheriglio di noce, che suo padre aveva appreso da un marescal-
co loro parente di Cortona: segno che la vocazione di famiglia non si limitava al
ramo fiorentino112.
4. Conclusioni
Da quanto emerso, come visto, sembra più probabile che Giordano Ruffo sia stato
un razionalizzatore della cultura veterinaria del suo tempo, più che esclusivo pio-
niere e onomaturgo. Tuttavia, la repentina diffusione del suo lavoro, unitamente
alla questione riguardante la formazione e la disseminazione di un sapere specia-
listico così tecnico, lasciano ampi margini di riflessione in merito all’accesso alla
cultura scritta dei marescalchi tra Due e Trecento, come anche la figura del magi-
ster marescalcus Berardus da Perugia sembra suggerire. Alla ricerca di altri esempi
e spostando l’attenzione sul resto dei principali ippiatri noti vissuti a cavallo tra
XIII e XIV secolo, pur nell’estrema diversificazione che li caratterizza, ad imporsi
all’attenzione è ciò che li accomuna. Sono infatti tutti dotti compilatori o rielabora-
tori (in ultimo: trattatisti), e, al contempo, veterinari praticanti. Più che la diversità
fra questi individui, dunque, emerge la loro identità condivisa – bifronte, sugge-
stiva, non scontata – e questo nonostante le loro differenze socio-economiche o il
loro variegato inquadramento istituzionale.
Per un sapere come quello ippiatrico del tempo la tecnica e l’apprendimento
sul campo erano componenti fondamentali, ed è in effetti impensabile non fosse
così: «experientia facit artem», asserisce Lorenzo Rusio nella sua opera. Tuttavia,
come lamenta non molti anni dopo il fiorentino Dino Dini, almeno per quella che
era stata la mascalcia tra il secondo Duecento e il primo Trecento, l’esperienza
111
Trascrizione così come in: Trolli, Studi su antichi trattati, p. 94, nota 4.
112
Ivi, p. 95.
138
Mattioli, Marescalchi, ippiatri, trattatisti
non integrata dallo studio era non solo una ricetta per l’imperizia, ma qualcosa
di impensabile. Sembra lecito domandarsi se il momento particolarmente felice in
cui era fiorita la realtà dei marescalchi ‘di livello’ del secondo Duecento – lo stesso
che spiegherebbe lo spiccato profilo socio-culturale cittadino del marescalco Be-
rardo – appena un secolo dopo stava già tramontando, con l’«arte», come la chia-
ma Dini, caratterizzata da bassa empiria e nessuno studio. La polemica passatista
con cui ci si lamenta di chi si improvvisa mestierante senza lo studio delle basi è
un’istanza con cui riesce facile empatizzare e che sembra, entro una certa misu-
ra, propria di ogni epoca e di ogni disciplina. D’altro canto, la lunga strada per
l’affermazione della veterinaria come scienza, che sembrava così bene avviata nel
XIII secolo, alla fine del Medioevo pare in un certo senso attraversare una battuta
d’arresto rispetto allo slancio iniziale113.
Mentre non sappiamo se nell’Italia del tempo esistessero strumenti istituzio-
nali che regolavano l’accesso al mestiere o fissavano un qualche tipo di standard
nelle competenze, la possibilità e la necessità di formarsi in modo opportuno al-
trove sembrano trovare conferma simmetrica nelle forme di monitoraggio e abili-
tazione alla professione. Nel livre des métiers di Étienne Boileau, scritto tra 1260 e il
1270, leggiamo che nella Parigi del tempo, non può praticare il mestiere di fabbro
(di qualsiasi ‘sottocategoria’: marescalco, fabbricante di morsi, di elmi, di griglie o
fabbro generico), chi non ne abbia acquistato licenza dal re tramite il suo maestro
marescalco, che al riguardo ha completa giurisdizione e decide a chi concederla,
sotto pagamento di un massimo di cinque soldi114. Più tardi, ma sulla base di
consuetudini probabilmente stratificatesi nel tempo, nella Spagna del Quattro-
cento è documentata una normativa secondo la quale non si poteva esercitare la
professione senza aver ricevuto una «carta de examen» rilasciata, previo esame
di verifica delle conoscenze, dai marescalchi delle scuderie reali al cospetto del
Protoalbeiterato (tribunale di verifica per l’abilitazione veterinaria)115.
Fra i molti colleghi nominati da Dino Dini, oltre ai suoi familiari, vi è un tale
Andrea, marescalco di gran valore che, racconta l’autore con ammirazione, appe-
na vedeva un cavallo magagnato era capace di indicare subito il libro, il capitolo
e la pagina esatta della Mulomedicina di Vegezio in cui era descritto il male che
affliggeva l’animale116. Nel chiederci se nell’Italia del XIII e XIV secolo si studiava
o meno per diventare veterinari e ippiatri, in attesa di ulteriori dati, non possiamo
che prendere atto del fatto che sicuramente, almeno per alcuni, era così. Trattan-
dosi di una disciplina non inclusa fra quelle insegnate in ambito istituzionale, la
113
Sul generale risveglio dell’interesse per il mondo naturale e le scienze, v. (e bibliografia
ivi citata): Campopiano, Storia dell’ambiente nel Medioevo.
114
«I. Nus ne puet estre Fevre a Paris, c’est a savoir Marischax, Greifiers, Hiaumiers,
Veilliers, Grossiers, que il n’achate le mestier du Roy. Et le vent de par lou Roy son mestre
Marischal, a l’un plus et a l’autre mains, selonc ce qu’il li plera, dessi a v s; les quex v s. il ne puet
passer. II. Li Rois a doné a son mestre Marischal ce mestier et la joustice du mestier, tant come il
li plera»; edito in: Lespinasse - Bonnardot, Les métiers et corporations, p. 38.
115
Sanz Egana, Historia de la veterinaria, pp. 42-95.
116
Moulé, Histoire de la médecine vétérinaire, p. 40.
139
SSMD, n.s. IX (2025)
cosa è di particolare interesse, poiché ci dice molto, se non, in ultima res, sull’effet-
tiva formazione dei marescalchi, su quanto ancora non sappiamo in merito alla
circolazione dei saperi, sulla didattica sapienziale extra scolastica e sulla fruibilità
della cultura scritta all’interno della società.
MANOSCRITTI
Perugia, Biblioteca comunale Augusta, Manoscritti, Arte dei fabbri e calderai, ms. 3063.
Roma, Biblioteca del Senato della Repubblica, Matricola della Società dei Fabbri, 1366,
Statuti ms. 26.
BIBLIOGRAFIA
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TITLE
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ABSTRACT
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istrative records of a 13th-century commune, and on the other, the key treatises
composed and circulating at the time – it becomes possible to enrich the narrative
scope of both. What emerges is a deeper understanding of how veterinary knowl-
edge was compiled and transmitted, as well as insights into the professional and
para-educational dimension of mascalcia, a trade of considerable cultural signifi-
cance in the society of the time.
KEYWORDS
148
Il denaro delle visite pastorali. Considerazioni a partire
da alcuni esempi di Firenze e Lucca tra Tre e Quattrocento
di Jacopo Paganelli
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29006
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29006
Jacopo Paganelli
Università di Pisa
[Link]@[Link]
1. Introduzione
In tempi recenti, le visite pastorali del tardo medioevo hanno destato un rinno-
vato interesse in Italia e in Europa, in termini sia di considerazione storiografica
sia, anche, di edizioni documentarie1. Quest’attenzione non genera certo sorpresa,
visto che ha per oggetto una delle fonti più vive del medioevo maturo, plasma-
to dalle riforme apportate alla Chiesa e alla società dal IV Concilio lateranense
(1215). Così come fu stabilito a margine di quel consesso, gli ordinari diocesani
ebbero l’obbligo di recarsi periodicamente presso gli enti sottoposti alla loro giu-
risdizione «per verificare i titoli di ordinazione e per correggere gli abusi, per assi-
curare una migliore manutenzione degli edifici o una più oculata amministrazio-
ne dei beni»2: lo svolgimento delle visite pastorali divenne una di quelle pratiche
* Mi sia consentito esprimere la mia gratitudine al personale degli archivi da cui è tratta la
documentazione oggetto di questo studio, oltre che a Mauro Ronzani per i preziosi consigli.
Tutte le date s’intendono riferite allo stile comune. Per le unità monetarie rammentate di seguito,
si consideri 1 lira = 20 soldi = 240 denari.
1
Mi limito qui a una cursoria rassegna, per forza di cose incompleta. Solo guardando alla
Toscana, si possono citare: Paganelli, Il vescovo Roberto Adimari; La visita pastorale del vescovo
Onofrio dello Steccuto; La visita pastorale alla diocesi di Pisa; Visite pastorali dal 1257 al 1516; allar-
gando lo sguardo all’Italia settentrionale e al resto d’Europa, v. Magnoni, «Exercere visitacionis
officium»; The Visitation of Hereford; Monjas, Les visites pastorals (quest’ultimo, per un aggiornato
bilancio degli studi).
2
Chittolini, Cenni sui documenti di visita, p. 116.
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che, tra il XII e il XIII secolo, nell’interpretazione di Florian Mazel, contribuì a una
definizione più precisa della geografia diocesana3.
Dai risvolti documentari dell’attività visitale si traggono ovviamente infor-
mazioni su molteplici aspetti, legati tanto alla realtà che i visitatori si trovarono
davanti attraversando la diocesi, quanto alla stessa istituzione vescovile, che di
quell’attività era il motore. Poiché dai verbali filtrano «la spiritualità, la religiosità,
la mentalità, il costume dei più vasti strati della popolazione» in un determinato
«ambiente», in quelle fonti Cinzio Violante coglieva l’osmosi tra l’ambito della
storia locale e quello della storia generale4. Tuttavia, ancora durante gli anni Ses-
santa del Novecento l’interesse per quella tipologia documentaria era condizio-
nato dagli «occhiali deformanti» dell’«ottica tridentina»: si guardava, cioè, alle
visite pastorali medievali soprattutto in funzione di ciò che sarebbe venuto dopo
e, nello specifico, del mutamento innescato nella Chiesa e nella società dalle rifor-
me promosse Concilio di Trento5.
Come sottolineato da Angelo Turchini, tale approccio cominciava a tramontare
già negli anni Settanta, quando sempre più studiosi si sono dedicati a «illustrare
vicende delle Chiese locali», spogliandosi delle lenti deformanti su richiamate e
guardando senza preconcetti – ma misurando la reale efficacia del tentativo dei
presuli di migliorare il contesto che furono chiamati a governare – «all’attività
pastorale degli ordinari e all’organizzazione ecclesiastica di base»6. Al 1971, del
resto, risale il seminale lavoro di Richard Trexler, che ha edito e studiato le costi-
tuzioni delle Chiese fiesolana e fiorentina promulgate tra il Trecento e il primo
Quattrocento7. Tra i risvolti pratici dell’esaurirsi della prospettiva finalistica su
richiamata v’è stata proprio l’attenzione all’applicazione delle norme sinodali at-
traverso lo studio delle visite pastorali: secondo un’efficace espressione di Denis
Hay, infatti, la Chiesa rinascimentale si reggeva sul combinato disposto «of synod
and visitation», che «in theory should have provided inspiration and prevented
abuse»8. Il punto d’arrivo della tendenza qui abbozzata è stato il convegno su
vescovi e diocesi tenutosi a Brescia nel 1987, i cui atti furono pubblicati nel 19909.
Da allora, oltre che per illuminare le «condizioni locali della vita religiosa», le
visitationes tardo-medievali sono state impiegate anche in altri ambiti d’indagine10.
Alcuni storici, come Paolo Pirillo, hanno usato le visite pastorali – giusta la lezione
di Elio Conti, che ha incrociato i dati desumibili dal primo catasto fiorentino con
3
Mazel, L’évêque et le territoire, pp. 307-364.
4
Violante, Gli studi di storia locale, p. 12.
5
Turchini, Studio, inventario, regesto, p. 99; Canobbio, Introduzione, p. 2.
6
Turchini, Studio, inventario, regesto, p. 99; Canobbio, Introduzione, p. 2. Su queste tendenze
v. ad esempio Parmeggiani, Visite pastorali e riforma a Bologna.
7
Trexler, Synodal Law in Florence.
8
Hay, The Church in Italy, p. 48.
9
Tre contributi elaborati in quella cornice si richiamano allo studio delle visite pastorali
anche nel titolo: Sensi, Sinodi e visite pastorali; De Sandre Gasparini, Vescovi e vicari; Vetere, Dal
distretto abbaziale.
10
Mollat, La vie religieuse, p. 26.
152
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
quelli ricavabili dalla visita compiuta dal vescovo fiesolano Benozzo Federighi
(1421-1450) – per approfondire alcune dinamiche di ordine insediativo e demo-
grafico11. Altri studiosi, come Thierry Pécout, hanno letto quei verbali alla luce del
rapporto con la tipologia documentaria dell’inquisitio12; altri ancora li hanno usati
per riflettere su problematiche che incrociano lo spazio e la sua percezione. Una
relazione di visitatio possedeva, infatti, una performatività intrinseca al livello
spaziale: visto che, nel momento in cui rappresentava su carta (ancorché a parole)
un’area (ad esempio quella di un piviere), poteva modificarla o ‘aggiustarla’, in-
contrando l’approvazione o, all’opposto, le resistenze di fedeli, signori e comunità
locali. È su questa tematica che si è appuntato il recente lavoro di Elena Corniolo,
che ha fatto propria una parte rilevante degli spunti proposti da Joseph Morsel13.
Come si evince dal pur sommario quadro degli studi sin qui tracciato, un’at-
tenzione assai minore è stata dedicata alla visita pastorale come fatto economico,
cioè al suo costituire un’azione che ingenerava delle entrate per alcuni soggetti (il
vescovo e i suoi collaboratori) e delle uscite per altri (i preti e i monaci che erano
visitati), e, in sostanza, ai risvolti pecuniari dell’attività visitale. In prima istanza,
coloro che erano raggiunti e interrogati dal visitatore versavano a quest’ultimo un
donativo in denaro, che originariamente corrispondeva alla «hospitality neces-
sarily provided for an ecclesiastical ordinary and his retinue when engaged in a
visitation of the churches and spiritual places of his jurisdiction», e che col tempo
si trasformò in una vera e propria imposta, conosciuta come visitatico o procuratio,
il cui ammontare fu soggetto a tassazione da parte dei papi avignonesi14. Benché
la procuratio mantenesse il proprio legame con l’ospitalità dovuta al visitatore –
come mostra il fatto che (come si vedrà) alcuni beneficiati poterono scomputare
dal suo importo le spese per il vitto e l’alloggio offerti al visitator – nel Trecento era
ormai pacifico considerare che la causa impositionis del visitatico fosse «il munus
della visita, non lo ius hospitalitatis», giacché la procuratio era «prestata anche al
prelato in visita a edifici e persone molto vicine, il cui raggiungimento non com-
portava alcun dispendio economico»15.
Proprio perché – oltre a rappresentare uno strumento del governo episcopale,
un modo per appropriarsi simbolicamente dello spazio fisico della diocesi e un
outil per correggere i comportamenti non conformi alle norme del clero e del po-
11
Conti, I catasti agrari, pp. 87-97 e 125-127; Pirillo, La visita pastorale di Benozzo Federighi.
12
Pécout, La visite est-elle une enquête.
13
Corniolo, Pratiche di appropriazione; Morsel, La faucille et le goupillon.
14
Smith, Procurations and the English Church, p. 566; ma su questa tematica v. anche Di
Paolo, Verso la modernità giuridica, specialmente pp. 123-128; sulla concorrenza tra fiscalità dio-
cesana e fiscalità pontificia relativamente alla procuratio v. Lunt, Financial Relations, pp. 713-717.
Sul risvolto pecuniario di una visita v. Paganelli, «Molte spese pago più che non posso», pp. 300-
301. Tra le uscite che il cappellano di S. Maria Maddalena nella prioria di S. Maria Maggiore di
Firenze denunciò nel 1427 agli ufficiali del primo catasto fiorentino c’erano, appunto, i tre fiorini
all’anno per «charitativi subsidii, visitationi, mostrare titoli all’arciveschovo» (ASFi, Catasto, n.
184, c. 270r).
15
La citazione nel testo in Di Paolo, Teologi e giuristi intorno alla procuratio, p. 227.
153
SSMD, n.s. IX (2025)
polo – la visitatio costituiva uno dei canali attraverso cui il denaro era redistribuito
tra i componenti della Chiesa locale, essa afferiva anche alla sfera della fiscalità
diocesana. In altri termini, effettuare una visita pastorale aveva anche delle conse-
guenze economiche, perché drenava una parte del denaro dei visitati (una parte
spesso non insignificante) in direzione del presule e dei suoi collaboratori: i quali
inoltre, visitando, potevano riscuotere le tasse arretrate e, all’occorrenza, aggior-
nare i ruoli d’estimo delle chiese. Lo indicano con chiarezza le annotazioni che
affollano le carte di alcuni resoconti di visite pastorali toscane del tardo medioevo
e che, come diremo meglio, riguardano la corresponsione del visitatico: tali note
erano vergate a fianco o al di sotto del testo visitale dal notaio del vescovo o dal
suo camerario, che non di rado passavano in rassegna i quaderni visitali per se-
gnalare gli enti che avevano pagato il visitatico e quelli che, al contrario, non lo
avevano fatto. Sono proprio queste annotazioni a dare, anche a una veloce occhia-
ta, l’idea della non trascurabilità dei redditi che un presule percepiva svolgendo
una visita pastorale, dei quali v’era tutto l’interesse a serbare traccia.
Sulla scorta della prospettiva economica appena richiamata si proverà a ra-
gionare sui casi di Firenze e di Lucca. Si tratta di due sedi diocesane che, pur
trovandosi attualmente nella stessa regione, nel basso medioevo non afferirono
alla medesima entità politica: dopo la fase del dominio pisano e la riconquista
della libertas (1369), il comune di Lucca riuscì a preservare la propria autonomia
rispetto al fenomeno di state-building, che condusse la maggior parte delle città e
delle cittadine della Toscana entro i confini dello stato regionale imperniato su
Firenze (Fiesole, Pistoia, Cortona, Arezzo, Volterra e Pisa, ma anche Prato, Pescia,
San Miniato e Colle Valdelsa)16. Dal 1419, la Sede Apostolica concesse al vescovo
fiorentino Amerigo Corsini (1411-1434) le prerogative metropolitiche sulle Chiese
pistoiese e fiesolana: così, diventando il Corsini il primo arcivescovo di Firenze,
la città gigliata diveniva una sede di rango arcivescovile al pari di Pisa17. Lucca,
invece, rimase sostanzialmente al di fuori di questi processi di ricomposizione po-
litica e di conseguente riassestamento dei quadri diocesani, se non per il fatto che
una larga parte della sua vasta diocesi (sostanzialmente la parte a est e a sud del
lago di Sesto, a cavallo dell’Arno, nel XIII secolo controllata dallo stesso comune
lucchese) nel Quattrocento si trovava in mano fiorentina18.
Al di là delle differenze appena delineate, le civitates fiorentina e lucchese of-
frono entrambe dei dati significativi per ragionare sul denaro mobilitato dall’ef-
fettuazione di una visita pastorale. Per Firenze, si useranno sia il registro di conti
relativi alla visita (il cui verbale è a oggi irreperibile) svolta da Amerigo Corsini
nel 1413, riesaminato nel settembre 1427 (essendo in riva all’Arno il legato di Mar-
tino V), sia il resoconto di una nuova visitatio effettuata dal Corsini nel 142219; si
16
De La Roncière, De la ville à l’État régional; Tanzini, La Toscana degli Stati cittadini.
17
Ristori, Corsini, Amerigo; Rolfi, Gli arcivescovi di Firenze, pp. 53-55.
18
A inizio Quattrocento, i Fiorentini provarono (senza esito) a porre rimedio a questa evi-
dente smagliatura: v. Chittolini, Progetti di riordinamento ecclesiastico.
19
ACMF, R n. 75; ASAFi, Atti di visita pastorale n. 2.
154
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
farà inoltre riferimento al quaderno della visita compiuta nel 1393 dal vescovo
Onofrio dello Steccuto (1389-1400)20. Per Lucca, invece, s’impiegheranno le prime
4 unità della serie Visite pastorali (svoltesi tra il 1354 e il 1424) e un fascicoletto di
riscossione del visitatico, compilato tra il 1427 e il 1431 dal gastaldo del vescovile
in Valdera e inserito tra le carte di un registro di censi e livelli episcopali21.
Tra gli spunti di riflessione che si proverà a sviluppare c’è sicuramente il rap-
porto tra l’ammontare della procuratio e l’estimo diocesano, ossia l’elenco delle
chiese allirate che, in alcune diocesi toscane (come, ad esempio, Volterra), scandi-
va tutti gli ambiti afferenti alla fiscalità ecclesiastica (ivi compresa la riscossione
della tassa per la visita pastorale)22. Si vedrà che, mentre a Firenze l’ammontare
del visitatico non era condizionato dall’estimo, ma si risolveva in una quota fissa a
seconda della tipologia di ente (pieve o canonica, da una parte, e ‘semplice’ chiesa
curata, dall’altra), a Lucca invece lo era; tuttavia, in pieno XV secolo i preti e i mo-
naci della città del Volto Santo erano ancora tassati sulla scorta di una lista fiscale
redatta nel 1260: dunque sulla base di uno strumento elaborato più di un secolo
avanti e, soprattutto, in una fase anteriore ai rivolgimenti demografici provocati
dalla pestilenza di metà Trecento23. Né c’è solo questo. Vedremo che la visitatio
diventava anche un fatto economico nel momento in cui i visitatori avevano l’occa-
sione di riscuotere dal clero le imposte non pagate; d’irrogare multe ai preti trova-
ti inadempienti in relazione al rispetto delle norme e/o alla loro preparazione; e di
stabilire ex novo il ruolo fiscale del beneficio visitato nel caso in cui non risultasse
iscritto all’estimo diocesano.
2. Il caso fiorentino
Nel 1427, la scena politica fiorentina era animata dal dibattito sull’introduzio-
ne del catasto: uno nuovo strumento di modulazione dell’imposta diretta, basato
sulle auto-dichiarazioni dei contribuenti (le portate, concepite, secondo uno stan-
dard più o meno definito, per illuminare ogni fonte di entrata) e su un prelievo,
stabilito ex lege, su ciascun tipo di reddito. A tale, nuovo regime, il comune gi-
gliato intendeva assoggettare anche i preti e i religiosi dello stato e dei territori
accomandati ai Fiorentini: anche costoro, come il resto dei contribuenti, sarebbero
stati costretti a dichiarare partitamente i propri cespiti di entrata. Il vescovo Ame-
rigo Corsini fu uno dei più intransigenti oppositori del nuovo sistema fiscale: egli
dava voce alla ritrosia di molti dei titolari dei benefici cittadini più ricchi, restii
ad abbandonare il sistema della valutazione interna al clero e, dunque, a correre
il rischio di pagare di più. Martino V inviò a Firenze un proprio rappresentante,
20
Ivi, n. 1 (edita in La visita pastorale del vescovo Onofrio dello Steccuto).
21
AALu, Visite pastorali, nn. 1-4 (per un quadro v. Sodini, Le visite pastorali) e Mensa n. 121.
22
Paganelli, «Molte spese pago più che non posso»; Id., L’estimo delle chiese della Valdera.
Sull’applicazione degli estimi ecclesiastici nella Lombardia viscontea v. ora Pagnoni, Tassare,
ripartire, esentare.
23
Per Lucca v. Bratchel, Medieval Lucca, pp. 84-85.
155
SSMD, n.s. IX (2025)
24
Queste vicende sono ricostruite in Paganelli, Il catasto del legato apostolico. L’arrivo del
Vitelleschi in Toscana si data al maggio 1427: il 30 di quel mese, infatti, gli esponenti del clero
esente di Pisa, radunati nel palazzo arcivescovile «ubi et in quo loco coadunari et congregari
solitus est clerus predictus pro negotiis dictorum clericorum», nominarono due procuratori per
presentarsi davanti a Giovanni «deputato in civitate Florentie et sui comitatus necnon in omni-
bus partibus in suo districtu et fortia» (ASPi, Diplomatico S. Michele in Borgo, 1428 maggio 30). In
effetti, la lettera con cui il Vitelleschi annunciava al vicario del vescovo di Lucca di essere giunto
a Firenze («sumus Florentie»), chiedendogli d’inviare uno o due ambasciatori presso di lui, è
datata al 15 maggio («datum Florentie quintodecimo mai»): il clero del Valdarno ne discusse il
19 maggio (AALu, Libri antichi, n. 59, f. 22r).
25
Peterson, Archbishop Antoninus, pp. 528-530.
26
ACMF, R n. 75, f. 63v. L’intestazione del registro, datato al 29 dicembre 1412, parla infatti
di «occasione visitationis fiende de anno proximo venturo».
27
Ivi, f. 63v. In assenza di subscriptiones, che il quaderno si debba alla mano di ser Filippo è
suggerito, oltre che da un raffronto paleografico con altri documenti coevi (ASAFi, Atti di visita
pastorale n. 1, f. 33r, e ASFi, Diplomatico Archivio Generale dei Contratti, 1393 dicembre 3), anche
dal f. 63r: «e nel prolagho dinanzi in questo libro di mano di ser Filippo»; sui Da Lutiano v. ora
Borghero, I da Lutiano. Giuliano, come si dirà anche in seguito, risulta camerario anche della
seconda visita effettuata dal Corsini, nel 1422 (ASAFi, Atti di visita pastorale n. 2, f. 83r: «solvit
domino Iuliano»); per la sua denuncia al primo catasto fiorentino in qualità di «priore della
156
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
157
SSMD, n.s. IX (2025)
riguardano l’addizione delle entrate riportate nella seconda sezione del quaderno
(a carta 62v), quella di tutte le entrate censite dal registro (carte 63r-v), e anche il
verdetto del riesame contabile (carte 63v-r).
Come emerge dalla lettura del liber, nel 1412-1413 v’erano alcuni chierici che
svolgevano la mansione di ufficiali incaricati di sovrintendere alle finanze della
visitatio. La designazione di costoro fu predisposta dall’universitas clericorum, che
riuniva i preti della diocesi fiorentina e che, proprio all’inizio degli anni Dieci, era
«eager to augment their role in governing»: tanto da negoziare direttamente con
le autorità laiche le modalità dell’applicazione di una tassa di 100.000 fiorini leva-
ta congiuntamente dalla Sede Apostolica e dal comune gigliato (1409), e promul-
gare (1416) delle costituzioni che, nell’interpretazione di Peterson, rispecchiavano
sia il «model of Florence’s republican government» sia le teorie conciliariste e
l’«impact of Constance». Poiché lo scopo primario dell’organo collegiale del clero
«was to defend the clergy» dalle imposizioni pecuniarie dei poteri superiori, non
stupisce il suo intento di regimare l’autorità del vescovo fiorentino e sorvegliarne
da vicino la visitatio: la quale, infatti, si risolveva nella riscossione di un prelievo
fiscale dai beneficiati della diocesi. Ecco perché la gestione finanziaria della visita
pastorale del Corsini fu avocata dall’universitas clericorum, e demandata agli offi-
tiales da quest’ultima designati31.
Essi, soprattutto, dispensarono Amerigo dalla riscossione diretta del visitatico,
stabilendo ex ante l’entità della procuratio cui il prelato avrebbe avuto diritto, ossia
500 fiorini; il denaro eccedente questa somma, come si può ipotizzare, sarebbe
confluito nelle casse della stessa universitas clericorum. Il problema della desti-
nazione di un eventuale avanzo di cassa, tuttavia, fu ben lungi dal presentarsi.
Mettendosi a riesaminare il registro che ser Filippo da Lutiano aveva allestito nel
1413, infatti, i revisori incaricati dal Vitelleschi scoprirono che, benché dal visi-
tatico fossero stati incamerati 595 fiorini, 1487 lire e 10 soldi, e dalle sanzioni per
morosità o per l’irrogazione delle censure ecclesiastiche fossero giunti 114 lire e
15 soldi, le uscite messe a bilancio (che riguardavano soprattutto pagamenti al
vescovo e ai suoi collaboratori) avevano superato le entrate di 130 lire, 6 soldi e
10 denari.
Ma il disavanzo contabile crebbe ulteriormente a causa delle eccezioni formula-
te dal legato papale: questi, infatti, considerò illegittime tutte le corresponsioni di
denaro in favore del Corsini – eccendenti i 500 fiorini che, come si è detto, erano
stati stanziati in suo favore come corrispettivo della procuratio – che non erano
avvenute in forza di una deliberazione formale degli ufficiali della visita32. In altre
parole erano da ritenersi il frutto di un’appropriazione indebita (nel complesso si
trattava di 249 fiorini e 130 lire) le somme di denaro di cui Amerigo era entrato in
possesso senza il vaglio di uno stanziamento da parte degli officiales incaricati33.
Inoltre, sempre in base allo stesso criterio, il legato contestò la legittimità degli
31
Le citazioni in Peterson, Florence’s Universitas Cleri, pp. 187-188.
32
ACMF, R n. 75, ff. 63v-64r.
33
Ivi, f. 57r.
158
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
emolumenti (75 fiorini pro capite) stanziati in favore dei 7 notai (tra cui ser Filippo)
che avevano redatto una parte della visita pastorale (cui si era aggiunta un’ulte-
riore elargizione di 13 lire e 19 soldi per ciascuno di questi professionisti)34.
Al di là degli aspetti contabili dell’indagine del Vitelleschi, animato dall’intento
di delegittimare il ruolo politico del Corsini alla guida della Chiesa fiorentina,
preme porre l’attenzione su alcune questioni. Benché, in teoria, tutte le decisio-
ni passassero dal filtro delle risoluzioni adottate dagli organi di rappresentanza
del clero fiorentino, e il presule non incamerasse direttamente il visitatico, limi-
tandosi a riscuotere quanto gli era stato destinato ex ante, le eccezioni elaborate
dal legato di Martino V alcuni anni dopo mostrano una realtà un po’ diversa. La
gestione operativa della visitatio (e, dunque, anche del denaro da essa mobilita-
to) fu in mano a persone che componevano la clique di Amerigo, e che tennero
sostanzialmente a suo piacimento i cordoni della borsa: Giuliano «chamerlingo»
era stato vicario generale del Corsini nel 1411 (avrebbe svolto la mansione di ca-
merario anche nel 1422, in occasione della seconda visita pastorale compiuta dal
pastore fiorentino), mentre ser Filippo da Lutiano era un notaio di lungo corso
della curia arcivescovile, giacché aveva redatto una parte del verbale della visita
del 1393 (anch’egli sarebbe tornato a servire il Corsini nel 1422, vergando per lui
una parte del verbale della visitatio)35. In altre parole, ancorché esonerato dalla
riscossione diretta del visitatico (e anche di quell’arbitrio che, come vedremo tra
poco, ne caratterizzava l’esazione), Amerigo ebbe sostanzialmente mano libera
nella gestione corrente del denaro in uscita, che egli poté destinare liberamente a
sé stesso e ai suoi aiutanti anche in assenza di una formale deliberazione assunta
dagli offitiales visitationis.
Si può supporre che il ruolo che la corporazione del clero si arrogò nella ge-
stione delle finanze della visita pastorale del 1413 – tentando di normare le pre-
tese fiscali del vescovo in ordine al visitatico – fosse una sorta di hapax, legato
alle condizioni del contesto politico fiorentino di quel momento. Non certamente
nello stesso clima, infatti, si era svolta la visitatio di Onofrio nel 1393: un registro
di debitori e creditori dell’episcopato (attualmente nel fondo Mensa) rivela che la
riscossione del denaro dovuto per la procuratio vescovile fu interamente gestita
dagli aiutanti del presule, ossia i vicari del vescovo e i professionisti della scrittura
che li accompagnavano, portando a ritenere che Onofrio fosse libero di svolgere
la visita pastorale in piena autonomia e di riscuotere liberamente il visitatico. Lo
scriba episcopale ser Giovanni di Brunetto da Prato raccolse 95 fiorini, 14 lire e 12
soldi «pe’ la vicitazione fecie co’ meser Nicolò vicaro, avendo fiorini I per chiesa
e fiorini II per pieve»; ser Filippo da Lutiano riscosse 64 fiorini «pe’ la visitazione
fecie co’ meser Antonio vicaro nele parti di Mugello», mentre ser Giovanni Neri
«notaio di meser lo vescovo» incamerò 143 fiorini «pe’ la vicitazione fecie co’ meser
Filippo Cavalcanti sul’Arno i’ là». Anche ser Antonio «notaio di meser lo vesco-
34
Ivi, f. 57v.
35
Moreni, Notizie istoriche, IV, p. 166; Aranci, Il codice e gli attori della visita, pp. 22-23; ASAFi,
Atti di visita pastorale n. 2, f. 83r («solvit domino Iuliano libras tres florenorum parvorum»).
159
SSMD, n.s. IX (2025)
vo» si ritrovò in mano 146 fiorini, 14 lire e 9 soldi «pe’ la vicitazione fecie nel detto
anno co’ meser Nicholò vicharo»36.
Un quadro analogo si apprezza in relazione alla visita del 1422, anche se qui
il ragionamento deve muoversi non più sui dati che affiorano da un quaderno di
riepilogo delle finanze del presule, ma sulla falsariga delle annotazioni listate sul
margine del verbale visitale. Il rettore della chiesa di S. Stefano di Paterno (nel pi-
viere di Ripoli), visitata il 4 giugno 1422, in un momento imprecisato versò a mes-
ser Giovanni (pievano di S. Giovanni Maggiore e vicario ad hoc dall’arcivescovo
Corsini) 20 soldi, mentre diede a ser Francesco di Castelfranco «scriba dicti domi-
ni archiepiscopi et sue curie» 10 soldi. La stessa dinamica s’intravede in relazione
alla canonica di S. Maria di Sammontana: il 15 luglio (4 giorni dopo essere stato
visitato) il priore versò «pro dimidio» 4 lire al visitatore «et ser Francisco libram 1
solidos 5»37. È quindi evidente che, insieme al visitatico, i beneficiati erano tenuti
a pagare l’onorario del notaio che accompagnava il visitatore, forse come con-
tropartita monetata del rilascio della quietanza di pagamento della procuratio. La
stessa dinamica s’intravede a Volterra, nella visita compiuta dal vicario generale
di vescovo Stefano da Prato (1411-1435) tra il 1413 e il 141438.
Nella visitatio volterrana, il visitatico fu tarato sull’estimo diocesano del 1356: il
versamento si articolò in due page, l’una di tre soldi, l’altra di due soldi e 6 denari
per lira d’estimo39. Nelle visite fiorentine del 1393 e del 1413, invece, l’ammontare
della procuratio fu modulato sulla tipologia dell’ente ecclesiastico visitato. E in
quella del 1422, svolta anch’essa dal Corsini? Sembra logico supporre che la con-
suetudine di disallineare la procuratio dall’estimo diocesano, basandola, invece,
sulla base della classificazione dell’ente visitato fosse mantenuta. È certo inve-
ce che, a differenza che nella visitatio del 1413, nella visita pastorale del 1422 il
presule manteneva pacificamente il controllo sull’intera filiera del drenaggio del
visitatico, dimostrando di avere l’ultima parola tanto sulle tempistiche della cor-
responsione quanto sull’entità del versamento in denaro.
Dopo essere stato visitato il 13 giugno 1422, il rettore della chiesa di Pogna
(piviere di S. Pietro in Bossolo) ebbe dall’arcivescovo, il 13 luglio, l’ordine di ver-
sare metà del visitatico «per totum mensem augusti, aliam dimidiam per totum
mensem septembris»; lo stesso accadde al prete della chiesa di S. Andrea di Mu-
sciano, visitata il 13 luglio dal vicario arcivescovile: il 18 di quel mese, egli «habuit
terminum a domino archiepiscopo ad solvendum visitationem usque ad medium
36
ASAFi, Mensa, I n. 2, ff. 81v, 81r, 79r, 80v. Su queste figure v. anche Aranci, Il codice e gli
attori della visita, pp. 21-24.
37
ASAFi, Atti di visita pastorale n. 2, ff. 90r, 100r (per la specificazione del ruolo vicariale del
pievano Giovanni).
38
La visita pastorale di Stefano, pp. 122 e 125: il prete di Lucciana pagò 22 soldi «pro scrip-
tura», mentre versò al camerario del presule «pro visitatione» 45 soldi e 6 denari; il rettore di S.
Martino di Strove, invece, pagò 4 lire al camerario vescovile, 22 soldi al notaio, e, anche, 5 soldi
e 6 denari al nunzio.
39
Paganelli, «Molte spese pago più che non posso», pp. 300-301.
160
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
3. Il caso lucchese
40
ASAFi, Atti di visita pastorale n. 2, ff. 97v, 131v.
41
Ivi, f. 97v. Su Tommaso della Bordella v. Zucchini, Tommaso della Bordella.
42
In effetti, i canonisti tardo-medievali sottolineavano la necessità che la visitatio fosse com-
misurata «rispetto alle condizioni dei visitati»: Di Paolo, Teologi e giuristi intorno alla procuratio,
p. 28.
43
AALu, Visite pastorali, n. 1; sul vescovo francese Berengario v. Benedetto, Potere dei chie-
rici e potere dei laici, p. 7; ASLu, Orsucci n. 18, ff. 441r-449v. Sulle chiese di Lucca risulta assai utile
Mansi, Diario sacro.
44
AALu, Visite pastorali, n. 1, f. 26r.
45
Ivi, ff. 29r, 36r, 37r.
161
SSMD, n.s. IX (2025)
papale46, e anche che la ratio del prelievo era di 6 denari per ciascuna delle lire che
componevano la massa estimale. La situazione appena descritta è esemplificata
dalla tabella seguente:
Tab. 1: Rapporto tra il visitatico censito nella visita del Blasini e l’alliramento del 1260.
46
Tuscia I, p. 246-273
47
AALu, Visite pastorali, n. 1, f. 23r; Tuscia I, p. 247.
48
AALu, Visite pastorali, n. 1, f. 88r; Inventario del R. Archivio di Stato, I, p. 24.
49
AALu, Visite pastorali, n. 1, f. 84r.
50
Ivi, f. 147r; Dinelli, Dei sinodi della diocesi di Lucca, pp. 65-66.
162
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
1354. Il camerario, forse richiamandosi a una cedola avuta dallo stesso vescovo,
oppure avendo preso parte egli stesso alla visitatio, annotò che il pievano «solvit
II florenos auri et residuum excomputavi pro pane, ordeo et vino quod habui-
mus in plebe predicta»51. Durante la visita a Castelfranco di Sotto (dove si recò
nel dicembre 1359), il Blasini fu verosimilmente ospitato dai regolari di S. Maria
Maddalena («fuit dominus episcopus cum VI equitibus, uno mulo et IIII familiis
in Castrofrancho pro visitatione expensis abbatie, fratruum et cappellanorum
duobus diebus»)52. Il camerario fornì questi dettagli forse per segnalare che era
stata specificamente l’abbazia a garantire l’ospitalità al vescovo, e che dunque gli
altri beneficiati del piviere non avevano diritto a una riduzione. D’altra parte, è
una cedola attualmente conservata in fondo al registro a suggerire l’esistenza di
aggregati chiericali più piccoli, formatisi, secondo una logica di ripartizione fi-
scale, al livello del singolo piviere e dotati di camerarii (come si vede a Brancoli)53.
La deduzione delle spese sostenute per ospitare il vescovo dall’importo che era
dovuto per il visitatico trovò applicazione anche con Antonio da Riparia (1380-
1383) il quale, coadiuvato dal prete Lippo (suo vicario ad hoc), visitò la diocesi tra
il 1382 e l’aprile 138354. Anche questo vescovo richiese le procurationes giusta la
griglia fornita dall’estimo del 1260, secondo un criterio espresso in apertura dello
stesso registro di visita. Il 16 febbraio 1383 – dunque a visitatio già cominciata – il
vescovo
Il presule fece propria la ratio già adottata dal suo predecessore Berengario,
prelevando il visitatico in ragione di 6 denari per ciascuna lira del ruolo fiscale
elaborato nel 1260. Le annotazioni del camerario di Antonio (Guglielmo primi-
cerio del duomo) mostrano che la ratio di 6 denari per lira si applicava anche
agli enti che erano stati fondati dopo il XIII secolo: poiché essi non comparivano
nell’estimo diocesano duecentesco, la visita pastorale creava le condizioni perché
la lista fiscale della diocesi lucchese fosse aggiornata coi ruoli dei nuovi benefici.
51
AALu, Visite pastorali, n. 1, f. 60r.
52
Ivi, f. 73v. L’indicazione relativa alla consistenza del seguito del visitatore si ritrova an-
che in relazione alla permanenza del Blasini a Santa Croce, parimenti nel Val d’Arno (ivi, f. 64r).
Sul reticolo ecclesiastico di questa zona v. Morelli, La beata Cristiana e le istituzioni ecclesiastiche.
53
AALu, Visite pastorali, n. 1, cedola in fine del registro: «item habui a presbitero Iohanni
camerario plebatus Brancali V florenos auri et VI libras Lucanas parvas».
54
Su questo presule v. Benedetto, Potere dei chierici e potere dei laici, p. 12; ASLu, Orsucci n.
18, ff. 474r-476v. Prete Lippo era canonico della chiesa di S. Donato e rettore di S. Paolino (AALu,
Visite pastorali, n. 2, ff. 9r, 18r).
55
Ivi, f. 1r.
163
SSMD, n.s. IX (2025)
Lo si constata nel caso della chiesa di S. Anna alle Piagge: non censito dall’elenco
del 1260, quell’ente fu ascritto all’estimo per 50 lire (e chiamato a versare 25 soldi);
la stessa sorte toccò all’ospedale di Folco Rustico, estimato per una cifra di denaro
analoga56.
Antonio, dunque, visitava anche per aggiornare l’estimo: e in quest’accezione
la visitatio si fondeva intimamente con la fiscalità diocesana, perché serviva al
presule e ai suoi aiutanti per constatare lo stato patrimoniale di un beneficio ed
elaborarne, sentite le stime reddituali fornite dal rettore, il ruolo fiscale. Tutta-
via, così com’era stato per Berengario, nemmeno Antonio da Riparia mantenne
inalterata l’imposta per tutti i beneficiati, dimostrando anzi una discrezionalità
ancora maggiore rispetto al francese suo predecessore. La procuratio relativa alla
chiesa di S. Pier d’Ottavo, nel piviere di Diecimo, fu limitata a un fiorino «propter
paupertatem et expensas quas fecit in visitatione» (anche qui, dunque, l’ospitalità
ricevuta andò a scomputo del visitatico dovuto all’ordinario)57. Quel balzello non
fu richiesto alle monache di S. Niccolò «propter eorum paupertatem», e nemmeno
al cenobio di S. Paolo di Coselli, a quello di S. Maria di Pontetetto e a quello di S.
Marco dei Borghi, per le religiose del quale il camerario vescovile specificò: «non
molestentur pro visitatione de mandato domini episcopi propter eorum pauper-
tatem»58. Il visitatico del monastero di S. Giustina, nonostante quest’ente avesse
una partita estimale di 3.200 lire, e dunque fosse tenuto a versare 80 lire, fu ridot-
to dal vescovo a tre fiorini («ad quam summam dominus episcopus taxavit»), ai
quali si aggiunsero 30 soldi di emolumento per il notaio59. Un’analoga riduzione a
tre fiorini il presule la dispose per la chiesa lucchese di S. Reparata, pure ascritta
all’estimo del 1260 per 2450 lire60.
L’elenco fiscale di XIII secolo restò alla base della riscossione del visitatico anche
nel contesto delle visitationes di Niccolò Guinigi (1394-1435), effettuate l’una tra il
1399 e il 1401, l’altra nel 142461. Nella prima, compiuta principalmente dal vicario
generale in spiritualibus e in temporalibus Simone «de Entia», «decretorum doctor»
e canonico bolognese, il notaio redattore del verbale riportò non solo l’ammonta-
re del denaro versato dall’ente che di volta in volta era raggiunto dal visitatore,
56
Ivi, ff. 37v, 28r. Su Guglielmo v. Benedetto, Potere dei chierici e potere dei laici, nota 24 p. 8.
57
AALu, Visite pastorali, n. 2, f. 31v.
58
Ivi, ff. 14r, 31v, 32r, 27r.
59
Ivi, f. 16r; Tuscia I, p. 248. Per altri casi di compenso al notaio v. AALu, Visite pastorali,
n. 2, ff. 8r (S. Maria Forisportam, 18 soldi), 9r (S. Donato: 20 soldi), 17v (S. Pietro Siricaiolo: tre
soldi), 19r (S. Salvatore in Muro: 6 soldi), 20v (S. Gregorio: 6 soldi), 21v (S. Giulia: 6 soldi), 23r
(S. Quirico all’Olivo: 12 soldi), 24r (S. Cristoforo: 9 soldi), 36v (Oratorio di S. Maria Annunziata:
12 soldi).
60
Ivi, f. 4r; Tuscia I, p. 247. Poteva anche capitare che un ente godesse di un privilegio par-
ticolare, come si vede per l’ospedale di S. Maria della Misericordia, che versò tre lire di visitatico
«ex privilegio speciali» (AALu, Visite pastorali, n. 2, f. 12v).
61
AALu, Visite pastorali, nn. 3 e 4 (fra le due unità archivistiche, evidentemente rilegate in
un momento successivo, si riscontra un’accentuata commistione tra i fascicoli). Sul Guinigi v.
Benedetto, Potere dei chierici e potere dei laici, pp. 14-15; Ragone, Guinigi, Nicolao; ASLu, Orsucci
n. 18, ff. 493r-501r.
164
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
ma anche il relativo ruolo d’estimo (in numeri arabi), la cui entità coincide con il
valore mostrato dall’estimo del 126062. Nel registro della prima visita di Niccolò
Guinigi l’aspetto fiscale assume una dignità documentaria, potremmo dire, quasi
pari (per modulo di scrittura e mise en page) a quella rivestita dalla visitatio vera e
propria. Rispetto al passato, il vescovo Guinigi mutò anche la ratio del prelievo,
che passò da 6 denari per lira d’estimo a 12 denari per lira d’estimo. In assenza di
una deliberazione esplicita come quella assunta da Antonio di Riparia, l’inaspri-
mento fiscale operato dal Guinigi si deduce grazie a un veloce calcolo matema-
tico: se si prende l’area versiliese, si vede che la chiesa di S. Biagio di Lombrici,
estimata nel 1260 per 25 lire, al tempo di Niccolò pagò 25 soldi; così come la chiesa
di S. Niccolò di Pruno, che versò tre lire e 10 soldi a fronte di un estimo di 70 lire63.
Nello svolgimento della visita Guinigi un ruolo primario ebbero i notai al se-
guito dei visitatori, ossia Francesco di Gabriele Antelminelli e Giovanni Terii: co-
storo, così come si è osservato sopra per ser Filippo da Lutiano (in relazione alla
visita del fiorentino Onofrio), non si limitarono a tenere il calamo in mano e a
verbalizzare le operazioni visitali64. La chiesa dei Ss. Maria e Stefano di Camaio-
re fu visitata il 6 aprile 1401; poi, il 20 giugno 1404 Antonio di Santo, uno degli
operarii di quell’ente, corrispose il visitatico (17 lire e 10 soldi) «michi Francischo
notario dicte curie»; altrove, invece, fu Giovanni il «receptor procurationis dicte
visitationis a dicto domino episcopo specialiter deputato»65. Francesco e Giovanni
furono dunque designati dal vescovo a incamerare i proventi della visitatio e, nelle
mani di questi due professionisti della scrittura, i verbali di visita funzionavano
alla stregua di un titolo di credito: lo mette in luce una cedola inserita in corrispon-
denza della visita compiuta alla chiesa di S. Maria di Gragnano, nel piviere di
Lammari, dal vicario Simone (26 giugno 1401).
Poiché il rettore, prete Iacopo di Simo, non seppe pronunciare «verba confi-
cientia», una manciata di giorni dopo il visitatore lo sottopose a una più attenta
verifica. L’esito fu negativo, e il vicario, visto che prete Iacopo «male et inepte
profert verba conficientia corpus domini nostri Ihesu Christi», e non «scit dicere
offitium suum», gli vietò di celebrare la messa senza una licenza del vescovo, oltre
a condannarlo a una sanzione pecuniaria di 25 fiorini da versare entro tre giorni.
Quando prete Iacopo si presentò in curia, il 14 febbraio 1402, per pagare la multa
che gli era stata irrogata, ser Francesco confezionò la scrittura destinata a giustifi-
care il versamento del relativo denaro al camerario vescovile:
62
Per Simone v. anche ASLu, Diplomatico Certosa, 1400 marzo 29.
63
AALu, Visite pastorali, n. 3, ff. 11v, 2r.
64
Per Francesco v. anche ASLu, Diplomatico Guinigi*, 1427 gennaio 2; per Giovanni v. ivi,
Diplomatico Certosa, 1400 marzo 29.
65
AALu, Visite pastorali, n. 3, ff. 9r, 38r. Ma v. anche ivi, n. 4, f. 33v, fascicolo appartenente
al 1399: «dominus Cione prior solvit procurationem suprascripte visitationis mihi Iohanni pro
libris 2500 extimi, dicens non teneri pro maiori quantitate, videlicet libras LXII, solidos X in
florenis decem auri» (canonica urbana di S. Michele in Foro).
165
SSMD, n.s. IX (2025)
recipiatis, camerari camere episcopalis Lucane, pro ipsa camera a presbitero Ia-
cobo Simi rectore olim ecclesia Sancte Marie de Gragnano dante et solvente pro
quadam condepnatione facta de eo per dominum vicarium presentem domini
presentis Lucani episcopi die II iulii a nativitate Domini MCCCCI ex eo quia
ipse male et inepte proferebat verba conficentia corpus domini nostri Yhesu
Christi, item quia non dicebat nec sciebat offitium et ex aliis causis in dicta sen-
tentia contentis florenos vigintiquinque auri, et quartam partem dictorum flo-
renorum XXV nomine pene, ex eo quia non solvit ad terminum sibi prefixum,
videlicet pro pena florenos XXV , pro quarto florenos VI66.
66
AALu, Visite pastorali, n. 3, carta sciolta a f. 23v. Non è possibile − allo stato delle cono-
scenze − precisare la ragione del lungo intervallo di tempo intercorso tra il momento in cui la
sanzione pecuniaria fu irrogata e quello in cui fu saldata.
67
Ivi: «recipio die XIIII februarii 1402 a presbytero Iacobo suprascripto florenos 31 et boloni-
nos VIIII pro sua condempnatione. Ego Laurentius Dini Lucani episcopi camerarius subscripsi».
68
Sull’attività giudiziaria dei presuli trecenteschi fa ora il punto Tanzini, Una Chiesa a
giudizio.
69
Per Miniato v. AALu, Libri antichi, n. 59, f. 22r; per Baldassarre Manni, poi vescovo di
Lucca dal 1441 al 1448, v. Benedetto, Potere dei chierici e potere dei laici, pp. 28-29; e ASLu, Orsucci
n. 18, ff. 520r-528r.
70
AALu, Visite pastorali, n. 4, ff. 62v, 60v.
71
Tuscia I, p. 247 e 260. Ma anche la canonica urbana di S. Michele in Foro, estimata 2.600
lire, corrispose il visitatico (65 lire) alla ratio di 6 denari per ciascuna lira del ruolo fiscale di XIII
secolo (v. AALu, Visite pastorali, n. 4, f. 33v; Tuscia I, p. 249).
166
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
Della procuratio relativa alla visita del 1424 è rimasto, come si è detto sopra,
il resoconto che Guglielmo pievano di Ponsacco (gastaldo vescovile in Valdera)
inserì nella parte finale del registro impiegato per serbare memoria delle rendite
e dei censi che spettavano ai presuli lucchesi. Tra queste fonti di entrata c’era ap-
punto il visitatico, e non solo quello relativo alla visita del 1424 (che fu incassato
da Guglielmo nel 1427), ma anche quello che fu raccolto in occasione di un’altra
visita pastorale compiuta da Niccolò Guinigi alcuni anni dopo («visitatio domini
episcopi facta 1430, ricolta in 1431 de mense ottubris»), il cui verbale non è giunto
sino a oggi72. Prendiamo la prima mandata di visitatici riscossi, come detto, nel
1427. Vi sono elencati 29 enti sparsi tra i pivieri di Palaia, Triana, Gello Mattac-
cino, Acqui, Tripalle, Padule, Sovigliana, San Gervasio e Appiano, corredati dal
rispettivo ruolo estimale, in numeri arabi (sulla sinistra della carta), e dalla data
e dall’entità del pagamento effettuato (sulla destra); di questi benefici, solo in 11
casi si riscontra la relativa visitatio sul registro di Niccolò Guinigi: ciò vuol dire – al
netto delle mancanze di chi scrive nella puntuale identificazione dei luoghi – che
non per tutti i benefici che furono visitati dal vescovo nel 1424 si è conservata la
rispettiva sezione di verbale visitale73.
Preme evidenziare due aspetti. Il primo è che, come si è anticipato, la procuratio
seguiva ancora l’estimo del 1260, anche in caso di sopraggiunta alterazione del
reticolo pievano. Consideriamo il caso della chiesa di S. Martino di Palaia, origina-
riamente dipendente dalla pieve di S. Gervasio di Verriana e divenuta essa stessa
pieve nel 127974. A quanto consta, nonostante la creazione di un nuovo ambito
pievano i ruoli fiscali degli enti rimasero gli stessi (ancorché ricondotti a benefici
che avevano, di fatto, cambiato piviere): la chiesa di S. Martino non si trovò con un
ruolo d’estimo maggiorato per il fatto di essere divenuta caput plebis (il suo ruolo
fiscale rimase, infatti, di 200 lire), e anche la partita estimale della chiesa dipen-
dente di S. Lorenzo di Gello rimase la stessa (60 lire)75.
Diverso è il discorso per S. Lucia di Montecastello, anch’essa divenuta, nel corso
del XIV secolo, caput di un nuovo piviere: il ruolo fiscale di quest’ente, infatti, fu
alzato dalle 90 lire che aveva nel 1260 alle 220 lire che gli furono ascritte nel 1424. È
necessario però osservare che la chiesa di S. Lucia Montecastello assorbì il benefi-
72
AALu, Mensa, n. 121, ff. 180r-187r. Nell’elenco del 1430 vi sono 33 enti, di cui due esentati
(in parte o in toto) dal pagamento, ossia: la chiesa dei Ss. Maria e Giusto di Marti («est innabile
per niuno modo è da pagare e per tanto li feci gratia soldi diece, pagò soldi trentacinque») e
quella dei Ss. Lucia e Michele di Cercino («è innabile e per niuno modo po’ pagare, per tanto io
li ò lassato soldi 10»). Anche in quest’elenco, la ratio del prelievo che si può ricavare è di 6 denari
per lira d’estimo.
73
Il primo fascicolo del manoscritto ha 31 carte, contrassegnate da una numerazione coeva;
il secondo fascicolo inizia con la carta 32, aggiunge la 33 e prosegue, poi, dalla carta 62 sino alla
72; la numerazione del terzo fascicolo va dalla carta 34 alla carta 61. A queste parti del liber, che
concernono l’attività visitale stricto sensu, è stato aggiunto del materiale di epoche differenti,
segno che il registro è stato ‘ricomposto’; tuttavia, al netto di tale ‘ricomposizione’, l’andamento
della numerazione medievale indicherebbe che non v’è stata la caduta di carte coeve.
74
Giglioli, Una pieve rurale; e soprattutto Morelli, La Valdera “lucchese”.
75
Tuscia I, pp. 269-270.
167
SSMD, n.s. IX (2025)
cio della pieve di Laviano (estimata nel 1260 per 80 lire), caduta progressivamente
in disuso, e, anche, la dotazione di alcune chiese vicine che non figurano nella
lista fiscale duecentesca. In altre parole, se s’ipotizza che la massa estimale delle
chiese inglobate da S. Lucia di Montecastello e non censite dall’estimo del 1260
ammontasse a 50 lire, si può affermare che nemmeno in occasione dell’istituzione
del nuovo piviere di Montecastello la griglia fiscale duecentesca fu stravolta: alla
massa estimale della pieve (consistente in 90 lire) furono semplicemente aggiunti,
come i mattoncini delle costruzioni, i ruoli fiscali della pieve soppressa di Laviano
(80 lire) e di altre chiese vicine (allirate per 50 lire complessive)76.
Un ulteriore aspetto che il fascicoletto di conti tenuto dal pievano di Ponsacco e
gastaldo vescovile in Valdera induce a vagliare riguarda l’entità non trascurabile
del visitatico, giacché, soltanto dalla sua area di pertinenza gastaldile, Guglielmo
avrebbe dovuto riscuotere poco più di 70 lire. Che sono abbastanza, se si pone
mente che le entrate del vescovo di Lucca, nel 1416, furono di circa 644 fiorini
(considerando un fiorino formato da 4 lire, come nel primo catasto fiorentino, si
ottengono 2.576 lire di proventi)77.
4. Conclusioni
Arrivati sin qui, conviene mettere in luce alcuni punti significativi emersi nel cor-
so dell’argomentazione. Ad aver mosso il ragionamento – sviluppato su docu-
menti fiorentini e lucchesi di fine Trecento e d’inizio Quattrocento – è stata la
constatazione che una visita pastorale costituiva un fatto anche economico, giac-
ché mobilitava una considerevole quantità di risorse, ridistribuite all’interno del
reticolo diocesano. Lo hanno mostrato i 500 fiorini che, tra 1412 e 1413, gli ufficiali
designati dal clero fiorentino deliberarono di concedere al vescovo (poi arcivesco-
vo) Amerigo Corsini in qualità di visitatico. Se si pone mente al fatto che le entra-
te arcivescovili ricavabili dal primo catasto fiorentino (1427-1429) ammontavano
a circa 1.400 fiorini all’anno, l’entità della procuratio accordata al Corsini dall’u-
niversitas clericorum fiorentina assume una portata significativa78. L’impressione
dell’importanza non marginale del visitatico nel paniere dei cespiti d’entrata a
disposizione dei vescovi la si è ricavata anche in relazione al caso lucchese: a tale
riguardo, si è ravvisato che i proventi della procuratio riscossa nella Valdera luc-
chese dal gastaldo vescovile nel 1427 ammontavano a poco più di 70 lire, mentre
le entrate complessive dei vescovi di Lucca nel 1416 raggiungevano circa le 2.600
76
Ivi, pp. 267, 270; Morelli, La Valdera “lucchese”, p. 38.
77
Calcolo effettuato a partire da AALu, Mensa, n. 528.
78
Calcolo svolto a partire da ASFi, Catasto n. 194, f. 1v, con la capitalizzazione al 7%. Nel
1411 i Fiorentini fecero presente al papa − attraverso il loro oratore a Roma, Salamone Strozzi
− che il vescovato di Firenze (in quel momento ancora privo della dignità arcivescovile) «à mol-
tissime graveze sì per imposte facte a quello sì perché molti oblighi et allogagioni sono facti per
lo vescovo passato», osservando inoltre che «al vescovo presente non rimane tanto in questo
anno che vivere ne potesse colla sua famiglia» (ASFi, Signori, Missive I Cancelleria, n. 29, f. 10v).
168
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
lire (le quali, alla ratio di 4 lire a fiorino adoperata nel primo catasto fiorentino,
diventano 650 fiorini).
Insomma, svolgere una visita pastorale garantiva a un vescovo lucchese o fio-
rentino del tardo medioevo entrate fresche e non disprezzabili. Tale constatazione
potrà essere estesa, in futuro, ad altri ambiti diocesani: penso, in particolare, a
quelli di Pistoia e di Arezzo, per i quali s’indovina − gettando uno sguardo ad
alcune delle visite pastorali quattrocentesche edite − la corresponsione di un vi-
sitatico tarato secondo l’estimo diocesano79. Tornando a quel che si è detto nelle
pagine precedenti, e appurato che l’aspetto economico della visitatio era a un di-
presso inscindibile da quello correttivo e pastorale, assai meglio indagato dalla
storiografia, si è visto che, da ogni resoconto di visita, il risvolto pecuniario dell’at-
tività visitale emerge con una vividezza cangiante: dalla visitatio compiuta dal
fiorentino Onofrio nel 1393, ad esempio, non affiora pressoché mai; in altre visite,
esso filtra dalle note di riscossione del visitatico, come in quella lucchese del 1424
e in quella fiorentina del 1422; in altre visitationes ancora, infine, le scritture di
ambito finanziario sembrano rivestire una dignità documentaria di poco inferiore
alla stessa relazione di visita. Oltre alla grande variabilità che si riscontra da regi-
stro a registro, per la riscossione della procuratio ogni diocesi seguiva una prassi
sua propria, di modo che sembra impossibile parlare di un modello toscano. A
Firenze l’ammontare del visitatico dipendeva dal tipo di beneficio ecclesiastico,
mentre a Lucca il legame della visita pastorale con la fiscalità diocesana era tanto
stretto che quel tributo era tarato secondo l’estimo dei benefici: e questo, in attesa
che l’attenzione degli studiosi si appunti sugli altri contesti non indagati, avvicina
la città del Volto Santo ad altri esempi toscani noti, come quello volterrano.
Se, come si è ipotizzato, la consuetudine fiorentina, seguita da Onofrio dello
Steccuto e dal Corsini, fu influenzata dalla decretale di Benedetto XII, quando si
ruppe (se si ruppe) il legame tra il dispositivo papale e il modo di riscuotere il
visitatico a seconda della tipologia dell’ente visitato, potremmo dire respectu quali-
tatis sue? D’altra parte, com’è facile intuire, questo sistema doveva essere assai ini-
quo, soprattutto perché non erano pochi i casi in cui una ‘semplice’ chiesa era più
ricca di una pieve, o quelli in cui una cappellania in cattedrale valeva di più di una
canonica posta fuori dalla civitas: prendendo come riferimento il Volterrano, basti
pensare alle partite catastali della pieve di Bibbona (iscritta al ruolo del primo
catasto fiorentino per poco più di 62 fiorini) e della chiesa inframuraria di S. Lo-
renzo in Ponte, nella cittadina valdelsana di San Gimignano (accatastata, invece,
per quasi 100 fiorini); e a quelle dell’altare di S. Biagio dei Forti nel duomo di Vol-
terra (la cui partita catastale era di circa 235 fiorini) e della canonica periurbana di
Monteterzi (accatastata per poco più di 124 fiorini)80. Spostando rapidamente lo
sguardo sul Fiorentino, si può osservare che, nell’autunno 1431, gli ufficiali del ca-
79
Per Pistoia, v. il caso della visita compiuta nel 1417 dal vicario generale di Matteo
Diamanti (1400-1425) in Pacini, Visita pastorale; per il caso aretino, invece, v. la visitatio svolta da
Lorenzo Acciaiuoli (1461-1473) tra il 1466 e il 1468 (Coradini, Visita pastorale).
80
ASFi, Catasto n. 193, ff. 500r, 397v, 353r, 369r.
169
SSMD, n.s. IX (2025)
tasto tassarono la pieve rurale di Gersolé per 6 fiorini e 5 soldi, mentre riscossero
dalla cappellania di S. Antonio dei Giraldi in cattedrale 10 fiorini81.
Né il nesso tra la fiscalità diocesana e lo svolgimento di una visitatio si esau-
riva nella determinazione della taxa per i beneficiati. Si è infatti constatato che
l’effettuazione di una visita serviva anche all’aggiornamento dei ruoli fiscali degli
enti non ancora ascritti all’estimo (operazione evidente nello specchio della visita
di Antonio da Riparia), creava l’occasione per riscuotere le tasse che non erano
ancora state versate e, infine, faceva sì che il visitatore infliggesse sanzioni pecu-
niarie ai chierici trovati inadempienti e/o impreparati. Al contrario del contesto
volterrano, però, a Lucca l’estimo non fu rifatto dopo la peste del 1348, e i preti
della città del Volto Santo usavano ancora, in pieno XV secolo, quello allestito nel
1260, ancorché ritoccato e aggiustato, alla bisogna, nel corso degli anni (si ricor-
derà l’esempio costituito dall’istituzione del piviere di Montacastello). Per quale
ragione a Lucca non si avvertì per lungo tempo l’obsolescenza di una griglia del
prelievo anteriore alla cesura di metà Trecento? Ricerche ulteriori potranno aiuta-
re a rispondere a questa domanda, chiarendo anche quando l’estimo duecentesco
fu definitivamente abbandonato e rifatto ex novo: in età moderna, magari prima di
Trento? Oppure, direttamente, dopo il Concilio?
Sia nelle visite fiorentine sia in quelle lucchesi è emerso come preponderante il
ruolo dei professionisti della scrittura che accompagnavano i visitatori e che, alle
volte, si trovarono a svolgere il ruolo di riscossori del denaro (come nella prima
visita guinigiana), ricevendo anche, a quanto sembra di capire, generosi compensi
(sia che fossero stabiliti ex ante, come nel caso della visita fiorentina del 1413, sia
che fossero raccolti, per così dire, strada facendo, forse come contropartita del
rilascio di una quietanza di pagamento al beneficiato). Anche sotto questo rispet-
to, approfondimenti mirati potranno verificare meglio in che misura una visita
pastorale costituiva un’occasione di guadagno per un notaio curiale: e forse non
è un caso che, tra il 1411 e il 1420, i presuli fiorentini stabilirono che i proventi
incamerati da uno scriba di curia durante lo svolgimento di una visitatio fossero
da ascrivere a quella tipologia di «lucra» che – in ragione della loro consistenza
– «communicari debent», ossia dovevano essere ripartiti fra tutti i professionisti
della scrittura al servizio del presule82.
Il comune denominatore delle visite esaminate è sicuramente il fatto che il
visitatico costituiva un prelievo schiettamente vescovile, poiché originava dalle
prerogative proprie dell’ordinario: dunque, era il presule che lo esigeva (o non lo
esigeva) a propria discrezione, ed era verosimilmente ancora il presule a determi-
nare la ratio dell’imposta. Persino nel caso di maggiore compressione delle pre-
rogative del pastore cittadino (ravvisato a Firenze nel 1412-1413), caratterizzato
dal tentativo di porre la visitatio di Amerigo Corsini sotto la tutela dell’universitas
clericorum e delle sue decisioni collegiali, il prelato fu libero di destinare il denaro
a sé stesso o ai suoi collaboratori anche senza l’avallo formale degli ufficiali della
81
Ivi, n. 425, ff. 18r, 3r.
82
Trexler, Synodal Law, pp. 162, 375 (da cui la citazione nel testo).
170
Paganelli, Il denaro delle visite pastorali
visita. D’altro canto, l’esempio lucchese ha mostrato che il vescovo, recandosi sul
posto e constatando la situazione patrimoniale del beneficio, poteva tarare il pre-
lievo previsto dall’estimo sulle condizioni dell’ente e, forse, anche del beneficiato,
in ordine a valutazioni – oltre che di carattere strettamente economico – anche
squisitamente politiche, da ricostruire grazie a un’attenta disamina delle persone
coinvolte e dei legami esistenti tra loro.
MANOSCRITTI
171
SSMD, n.s. IX (2025)
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TITLE
Il denaro delle visite pastorali. Considerazioni a partire da alcuni esempi di Firenze e Luc-
ca tra Tre e Quattrocento
The finances of pastoral visits. Considerations based on the examples of Florence and Lucca
ABSTRACT
175
SSMD, n.s. IX (2025)
The essay employs an economic perspective to explore the late medieval pastoral
visits. This practice was not only an act of episcopal governance, but also a matter
of financial administration, as it generated significant revenues for the bishops
and entailed costs for the visited, thus falling under the jurisdiction of diocesan
taxation. These revenues were not merely ancillary to other assets; rather, they
serve to underscore the profound interconnection between episcopal power and
economic resources.
KEYWORDS
176
Documenti reimpiegati in Puglia: le custodie per sigilli
dell’archivio di S. Nicola di Bari
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29445
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29445
1. Descrizione
180
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
Fig. 1a: Custodia in pergamena: ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, R25.
vicereale, E12 (1539). Sono tutte edite, tranne l’ultima, in Nitti di Vito, Le pergamene di S. Nicola
di Bari. Periodo angioino (1266-1309), nn. 72, 80, 98, 99-100, 131-132, 135, 138, 154; Nitti di Vito,
Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo angioino (1309-1343), nn. 48, 68, 84, 128; Nitti di Vito, Le
pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo angioino: Giovanna I (1343-1381), nn. 31, 34, 38, 44, 49, 52, 69,
118, 124; Mazzoleni, Le pergamene di S. Nicola di Bari (1280-1414), nn. 41, 52, 75; Mazzoleni, Le
pergamene di S. Nicola di Bari (1329-1439), nn. 9, 18. Solo in Nitti di Vito, Le pergamene di S. Nicola
di Bari. Periodo angioino (1266-1309) si dà conto della presenza delle custodie; in Nitti di Vito,
Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo angioino (1309-1343) e Nitti di Vito, Le pergamene di S.
Nicola di Bari. Periodo angioino: Giovanna I (1343-1381) e in Mazzoleni, Le pergamene di S. Nicola
di Bari (1280-1414) solo della presenza del sigillo; in Mazzoleni, Le pergamene di S. Nicola di Bari
(1329-1439) non si dà conto nemmeno della presenza del sigillo.
6
Tracce di scritte tergali ‘originarie’ sono su ASNB, Archivio capitolare, Pergamene,
Periodo angioino, F13, K23, M8b e su ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo arago-
nese, H framm. 2bis (su questo frammento v. oltre); annotazioni archivistiche contestuali alla
confezione della custodia su ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, D9, D10,
E18, E20, I15, M17a, T2; ivi, C9 le presenta entrambe (il secondo tipo si legge con la luce di Wood:
«1296. / Littera regis Karoli / secundi de donacione / certarum vestium et / librorum et aliorum /
bonorum pro Thesauro / ecclesie Sancti Nicolai»; per il primo tipo v. oltre).
181
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 1b: Annotazioni archivistiche: ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino,
C9.
Le facce sono chiuse da cuciture realizzate con ago e sottili fili di lino grezzo:
alcune di esse sono del tutto o parzialmente cadute o sono allentate, sicché si è
provveduto in pieno secolo scorso a rattoppare quelle più logore con etichette o
nastro adesivo e a rafforzare altre, pur ancora ben chiuse, con i medesimi sistemi7.
Considerando poi che in tempi lontani si vollero proteggere i sigilli anche tra-
mite sacchetti di tessuto vario8 e che in epoca più recente si sono aggiunti altri
7
Completamente scucite sono ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino,
E20, M23, N19; ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo aragonese, H framm. 2bis e
ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo vicereale, E12. I rappezzi marchiano ASNB,
Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, C16, E20, E23, F13, H18, I15, J9, K23, M13,
M20, R25, S7, T2, U19.
8
Servirono venticinque sacchetti di canapa, lino, seta (grezzi, colorati e di vario intrec-
cio), cuciti anch’essi con filo di lino bianco e nello stesso stato di conservazione delle custodie
in pergamena; si fornisce solo l’elenco delle lettere e gli estremi cronologici, precisando che le
edizioni critiche giungono fino al regno di Alfonso il Magnanimo (ASNB, Archivio capitolare,
Pergamene, Periodo aragonese, C2 del 1458 in Idra - Speranza, Le pergamene, n. 52): ASNB,
Archivio capitolare, Pergamene, Periodo svevo, B16; ASNB, Archivio capitolare, Pergamene,
182
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
Fig. 2a: Custodia in tessuto: ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, O15.
Periodo angioino, E19, F5, H24, N4, N10, N12, N13, N16, N17, N26, O15, O18, O19, O22, P1, R23,
T8, U11; ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo aragonese, C14, C17, D21, E16, F1, F7
(1484).
9
Fogli di riviste, buste per lettera, tasche portadocumenti, semplici fogli di carta per scri-
vere o per fotocopie: per esempio, le due custodie doppie (di sacco e di carta) di ASNB, Archivio
capitolare, Pergamene, Periodo angioino, N14 sono chiuse in altrettante buste per lettera.
10
In tema di descrizione e conservazione di frammenti scritti restituiti da pratiche di reim-
piego: Caldelli, I frammenti.
183
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 2b: Sovrapposizione di più custodie. ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo
angioino, N14 (triplice).
2. Epoca di confezionamento
11
Considerata la mancanza dei registri delle conclusioni capitolari relativi al periodo 1503-
1531 e 1572-1632, che avrebbero potuto rivelare la data della commissione a notar Bonazzi, il
termine del 1580 si fissa sulla base di queste considerazioni: il documento ricopiato più recente
è del 1580; Bonazzi svolse la professione certamente tra l’ottobre del 1580 e il novembre del 1622
(ASB, Sala di consultazione, Indice, n. 16; Cioffari, Storia, p. 43).
184
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
Esito dell’opera, concretamente compiuta da due scribi del notaio, che di suo
pugno si limitò soltanto a corroborarla, è il cosiddetto Librone dei privilegi, un gros-
so manoscritto cartaceo di 669 folii a cui furono aggiunte, a metà Seicento, tredici
carte con una ulteriore selezione di documenti in copia autenticati dal notaio apo-
stolico Francesco Polidoro12.
Nell’allestimento del lavoro il notaio scelse di far trascrivere i documenti di
seguito e di far chiudere ciascuna copiatura con sintetiche, ma dettagliate indi-
cazioni in latino tanto su note di cancelleria e sigilli eventualmente presenti sulle
pergamene quanto su altri caratteri estrinseci o note d’archivio ritenute memora-
bili. Il risultato è una fotografia dello stato di conservazione dei documenti in quel
momento; in particolare, si ha la prova che i sigilli in gran parte erano già protetti
da custodie sia in tessuto sia in pergamena.
L’analisi del contenuto del Librone dei privilegi rivela, infatti, che delle ventiset-
te lettere che oggi recano guaine membranacee, tre non furono oggetto di rico-
piatura13 e solo tre non mostravano custodie (già presenti, invece, sulle restanti
ventuno), autorizzando così a supporre che lo scrivano di turno in corso d’opera
abbia dimenticato di menzionarle (ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Perio-
do angioino, E18) oppure che altri interventi conservativi abbiano avuto luogo a
prestazione conclusa (ivi, J9, M13)14.
12
Sullo scorcio del XVI secolo i notai del Regno potevano farsi assistere da scrivani nello
svolgimento del proprio lavoro: è ciò che emerge chiaramente da diversi strumenti pugliesi di
fine Cinquecento e inizio Seicento, per esempio baresi o barlettani; in Barletta, Archivio diocesa-
no Pio IX, Pergamene, Fondo Chicago, 115 del 30 ottobre 1611, il notaio Iohannes Baptista Pacella
di suo pugno precisa, infatti, nella corroborazione: «In cuius rei / testimonium factum est hoc …
instrumentum, manu Luce Bevilacqua scribe ad id per me / notarium electi fideliter scriptum
… / vigore et autoritate potestatis mihi concexe per … generalem huius Regni proregem eius-
que regium Collaterale Consilium quod libere possim et valeam / mea acta publica stipulata ac
stipulanda per duos scribas per me eligendos in protocollis scribi et poni ac in publicam formam
redigi et reasumi facere ... / … prout latius patet ex privilegio … Napoli expedito sub die ulti-
mo mensis februarii anni 1603 …». Si delinea quindi ufficialmente in Puglia in questo periodo
l’immagine ‘moderna’ dello studio notarile, composto da un titolare e almeno da un tirocinante;
figura quest’ultima che trova l’addentellato perfetto in uno dei due scribi di notar Bonazzi: il ba-
rese Giambattista de Pyrris, notaio tra il 1585 e il 1613 (ASB, Sala di consultazione, Indice, n. 21), di
cui sono pervenuti protocolli e strumenti (per esempio: ASNB, Archivio capitolare, Pergamene,
Periodo vicereale, R1 del 1591), individuato grazie all’analisi paleografica. Egli plausibilmen-
te può aver svolto praticantato ‘anonimo’ tra la fine del 1580 e poco oltre (comunque entro il
1585, anno dell’avvio dell’esercizio professionale) affiancando Bonazzi, neo-titolato, nel lavoro
di ricopiatura, anzi, sostituendolo del tutto (insieme a un altro tirocinante non ancora identifi-
cato); e quantunque Bonazzi dichiari, nell’autenticazione apposta a conclusione del opera, di
averla svolta «magno sudore et labore diu noctuque, semper intus dictam eccl[e]/siam» (ASNB,
Archivio capitolare, Volumi di privilegi, bolle, rescritti, 1, Librone dei privilegi, ff. 668v-669r):
un’enfasi che ben si accorda con l’entusiasmo di chi è alle prime armi. Su Francesco Polidoro,
‘cancelliere’ nel 1649: L’archivio, pp. 120, 125, 148, 335, 462; Cioffari, Storia, pp. 450, 506, 622.
13
ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, C16, M23 e ASNB, Archivio
capitolare, Pergamene, Periodo vicereale, E12.
14
A tal riguardo, la presenza o meno sulle tre custodie dell’annotazione archivistica aggiunta
contestualmente alla confezione è stata dirimente per la formulazione delle due ipotesi; v. anche nota 6.
185
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 3a e 3b: Lettera sigillata en placard (ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo
angioino, M11) e relativa coda (ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo aragonese,
H framm. 2bis).
In realtà, in tale deteriorato stato essa apparì già ai ricopiatori, giacché sul Libro-
ne dei privilegi, f. 175v, si ritrova annotato: «Noscitur stetisse sigillus fixus eidem
paginę ipsarum / litterarum, sed ob vetustatem cecidisse», frase che la dice lunga
sullo stato dell’ordinamento dell’archivio in quel tempo16 e getta luce sulla varietà
di tentativi messa in atto per salvaguardare i sigilli: non solo con sacchetti di stoffa
15
Per le definizioni di sigillo en placard, coda semplice e coda doppia: Vocabulaire, nn. 70,
71, 75. Sulle pratiche di sigillatura della cancelleria angioina del Regno di Sicilia citra il testo di
riferimento è sempre Durrieu, Les archives, pp. 180-181. Sulla cancelleria angioina in generale:
Palmieri, La cancelleria; su quella del Principato di Taranto: Magistrale, La cancelleria (descrizio-
ne diplomatica della documentazione emessa) e il recente approfondito Alaggio, Tipologie. Per
il titolo di imperatore costantinopolitano: Grumel, La Chronologie, p. 403.
16
Del tutto ‘trascurato’ fino a metà Cinquecento: Cioffari, Storia, p. 41.
186
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
17
La stessa sorte di ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, M11 toccò
quindi anche ad altri documenti di età angioina sigillati en placard o tramite code doppie, tra
cui si sceglie di segnalare, a mo’ di esempio, ivi, C20, un mandato di Carlo II ai secreti di Puglia
del 1299 (Nitti di Vito, Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo angioino, 1266-1309, n. 84); esso
mostra evidenti tracce del taglio della coda, praticato certamente prima della compilazione del
Librone perché a f. 56v, in calce alla trascrizione della lettera, si legge: «Noscitur stetisse sigillum
pendentem et cecidisse / ob multitudinem aliorum privilegiorum et iam ma/net in arca conser-
vationis eorumdem». Un’ulteriore conferma dell’infelice scelta ‘conservativa’ che decretò invece
la pressoché completa dispersione dei sigilli.
18
Le trascrizioni del Librone di entrambe le lettere sono edite in Nitti di Vito, Le pergamene
di S. Nicola di Bari. Periodo angioino: Giovanna I (1343-1381), nn. 35, 46.
19
Altrettanto vario il vocabolario restituito dal Librone a riguardo dei sacchetti in tessuto, di
cui si fornisce qui solo un campione, ff. 211r, 267v, 269v: la «tela racamata aureo et diversorum
colorum» di ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, N14 (v. note 4, 9), la «cru-
mena de cannavatio» o la «tela de imbracato diversorum colorum», ivi, R23 e R24, entrambe del
13 giugno 1393 (Mazzoleni, Le pergamene di S. Nicola di Bari 1280-1414, nn. 43 e 41).
187
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 4a e 4b: Cucitura della coda di ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino,
M20 e relativa descrizione in ASNB, Archivio capitolare, Volumi di privilegi, bolle, rescritti,
1, Librone dei privilegi, f. 199r.
Tornando al quesito iniziale del paragrafo, suggestiona l’anno 1484 sia perché
l’ultima lettera con sigillo racchiuso in un sacchetto riporta, come detto, tale data,
sia perché proprio nell’autunno prende avvio il priorato di Francesco Caracciolo,
contraddistinto dall’istituzione della prassi di verbalizzazione continua su regi-
stri cartacei delle conclusioni capitolari (a partire dalla riunione del 26 gennaio
1485)20.
L’iniziativa si collocò in un clima di sistemazione organica dell’amministra-
zione patrimoniale di S. Nicola, segnata nella prima metà del secolo dal difficile
governo dei feudi di Rutigliano, Sannicandro e Grumo, che il predecessore del
Caracciolo, Francesco de Arenis, instaurò nel corso del suo incarico (1472-1484) con
lo scopo di recuperare il controllo su quelle terre.
20
Una prassi forse ispirata dall’ambiente curiale romano dove Francesco, figlio di Giacomo,
conte di Brienza, e di Lucrezia del Balzo, risiedeva al tempo della nomina barese in veste di
prelato domestico di Innocenzo VIII. Sul priore (1484-1529?) poche note biografiche: Rotondo,
Serie, p. 14, Cioffari, Serie, p. XXXVI; Cioffari, Storia, pp. 38-40; Melchiorre, Il Quattrocento,
in particolare pp. XIII-XVI. Il rango di prelato di papa Innocenzo, eletto il 29 agosto del 1484 e
incoronato il successivo 12 settembre, determina la collocazione del conferimento della nomina
a priore all’autunno di quell’anno.
188
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
21
Nel primo volume delle conclusioni, che copre il periodo 1485-1502, non v’è traccia
dell’affidamento di un tale tipo di incarico e purtroppo risulta mancante il registro (o i registri?)
delle deliberazioni dal 1503 al 1531 (v. nota 11). Con la serie delle conclusioni capitolari di fine
XV secolo si apre un periodo di progressiva razionalizzazione dell’intero patrimonio scritto di
S. Nicola che nel giro di un secolo, con la predisposizione ufficiale di una biblioteca nel 1565 e
la commissione del Librone nel 1580, determinerà il fondamentale ordinamento delle sue com-
ponenti: libri in Biblioteca, registri nella Cancelleria priorale, ‘pergamene’ nel Tesoro: Cioffari,
Storia, pp. 41-49.
22
Il documento, che contiene il mandato del principe ai consiglieri di sentenziare, è edito
in Idra - Speranza, Le pergamene, nn. 26, 35: la singolarità della forma è commentata adducendo
«motivi ignoti» (p. 126); l’inserto è edito anche in I documenti, n. 62: qui la descrizione richiama
genericamente «ampie rifilature dei bordi con la perdita di molta parte del testo».
23
ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, U8 è edita in Mazzoleni,
Le pergamene di S. Nicola di Bari (1329-1439), n. 9 del 1415. La custodia è pressoché scucita sic-
ché è stato possibile leggervi parzialmente il contenuto e riconoscere la stessa mano di ASNB,
Archivio capitolare, Pergamene, Periodo aragonese, B11.
189
SSMD, n.s. IX (2025)
190
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
24
La letteratura sul celebre principe è cospicua; limitatamente alla biografia si rinvia a
Kiesewetter, Orsini, e a Porsia, Bari, in particolare pp. 145-152, per la storia del capoluogo sotto
la sua amministrazione.
25
Gullino, Moro.
191
SSMD, n.s. IX (2025)
26
Generico il commento in Nitti di Vito, Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo angioino
(1266-1309), p. 100: «A questo suggello servì da involucro una lettera di un doge veneziano a
un principe, come si legge sul dorso del frammento di essa lettera excelso so ..... principi ..... ntino
fratri nostro carissimo. La lettera è del 1463, indiz. XI. Il contenuto resta incerto; il doge firma:
Christophorus Mauri dei gratia dux Venetiarum». Sui rapporti tra il principato di Taranto sotto
gli Orsini e la Serenissima e sulla pirateria marittima lamentata dai veneziani: Kiesewetter,
Problemi, pp. 53-58; recentissimo Vassallo, La flotta.
27
Tra i numerosi studi dedicati da Francesco Senatore alle fonti diplomatiche quattrocente-
sche italiane, si segnalano, per la metodologia descrittiva, la monografia Senatore, Uno mundo
e il saggio Senatore, Ai confini, entrambi dedicati alla lettera cancelleresca italiana.
28
Raimondo del Balzo Orsini, padre di Giovanni Antonio, l’acquistò da Francesco Prignano
tra la fine del 1390 e l’inizio del 1391: Kiesewetter, Problemi, pp. 26-29.
29
I frammenti si aggiungono al corpus di 214 unità sopravvissute di documentazione
cancelleresca dei principi di Taranto prodotta tra il 1399 e il 1463 censite, descritte e edite da
Rosanna Alaggio (I documenti, in particolare p. LXVII).
192
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
30
Tra il 1295 e il 1308 il sovrano angioino annetté alla Tesoreria di S. Nicola, oltre all’arci-
pretura di Altamura, anche il monastero di Ognissanti di Cuti presso Valenzano, le chiese della
Trinità di Lecce e di S. Maria di Casarano, le cittadine di Rutigliano, Sannicandro e Grumo, la
chiesa barese di S. Gregorio: Cioffari, Storia, p. 23. A Bari il principe controllò non solo S. Nicola
tramite il patronato («era in tanta reverentia et tanto temuto che ogni sua littera dicto et facto era
observata»), ma anche la cattedrale («dove non voleva arciveschovo niuno» e «faceva che il capi-
tolo elegeva uno vicario a suo modo però, et quello administrava lo officio de lo arciveschovo»)
nonché il sistema di riscossione dei tributi dovuti alla Corona: Porsia, Bari, pp. 151-152.
31
Squitieri, Un barone, p. 178. L’emissario è Marino Tomacelli, membro di primo piano
dell’amministrazione e diplomazia aragonese: Catone, Tomacelli.
32
Concitato il racconto di Giulio Petroni su come Bari reagì alla notizia: «Saputasi dai bare-
si la morte di lui, riferita da un tale Domenico de Nitto da Bitonto, suo cappellano e dimestico, …
a torme avventaronsi all’odiato presidio, ch’era nella torre di S. Antonio. Andrea di Colapietro,
che lo reggeva … cedette … incontanente si gittarono a smantellarla … i più savi rivolsero l’a-
nimo a riordinare la cosa publica … Onde al quattrodicesimo dì levossi il regio vessillo sulla
rocca, che poi di là recatolo nella Basilica a solennemente benedirsi, l’impiantarono nel mezzo
della piazza del mercato»: Petroni, Della storia, pp. 499-501. Sull’arrivo di re Ferdinando nel
1464 lo stesso autore, p. 505, riferisce che vi entrò «con gran pompa … il giorno 7 di gennaio»
stabilendosi nel castello «dove parecchi giorni ebbe a fermarsi» (almeno fino al giorno 16: v. la
lettera Bari, Archivio del Capitolo Metropolitano, Pergamene, 489, data nel castrum cittadino).
33
Petracca, L’archivio, pp. 388-390: il contributo mette in evidenza la struttura diffusa in
più centri del principato dell’archivio di Giovanni Antonio e fa il punto sul nucleo più consisten-
te di documentazione superstite confluita nel fondo Regia Camera della Sommaria dell’Archivio
di Stato di Napoli.
34
Una sorta di damnatio memoriae dell’operato del principe è evocata da Alaggio, Tipologie, p. LXX.
193
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 6: Strumento di Angelus Miccii de Cossafro a protezione del sigillo di ASNB, Archivio
capitolare, Pergamene, Periodo angioino, T2.
35
Tracce di scrittura sul recto s’intravedono sul verso degli involucri ASNB, Archivio capito-
lare, Pergamene, Periodo angioino, S7 e U19. Strumenti furono usati per le custodie ivi, D9 (veno-
sino), D10a, D10c, E18, E20 (venosino), E23, F13, M13a (napoletano), M13b (napoletano), M17a,
M17b, P23, R25, T2 (barese) ed E12 (barese). In particolare, l’involucro di ivi, T2, accartocciato alla
buona da una mano poco accurata, è un documento scritto nell’anno della sesta indizione (1° set-
tembre 1457-31 agosto 1458) dal notaio Angelus Miccii/Mictii de Cossafro, attivo a Bari tra il 1459 e il
1496 (ventiquattro strumenti conservati presso l’Archivio del Capitolo Metropolitano e l’Archivio
della Basilica di S. Nicola: Occhiogrosso, I signa, pp. 32-36), identificato chiaramente dal signum;
la datazione della custodia fa anticipare almeno di un anno l’avvio dell’esercizio professionale.
Sulla custodia ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo vicereale, E12 v. oltre.
194
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
Per ulteriori quattro furono inoltre utilizzati una lettera di conseguimento del
titolo di notaio apostolico da parte di un cittadino barese, il transumptum dell’au-
dizione di due notai romani, verosimilmente testimoni in giudizio, entrambi del
XV secolo, e un documento di contenuto indefinibile ma esotico, la cui datazione
può essere anticipata anche alla metà del XIV secolo. Solo per un sigillo, infine, fu
riciclata la pagina di un registro di entrate di censi di grano e orzo della seconda
metà del XV secolo, mentre tre involucri sembrano non recare scrittura al loro
interno, probabilmente perché ricavati dalle porzioni inferiori di documenti, soli-
tamente poco o per nulla interessate da grafia36.
Fig. 7: Custodia in carta: ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, C16.
36
Si tratta delle custodie di ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, M23
e Q2, N19 e J9. In particolare, in corso di studio le prime due, ottenute ritagliando la nomina a
notaio apostolico del barese Roberto emessa a Wiener Neustadt nella seconda metà del ‘400, e la
terza, che restituisce le autenticazioni di Guilielmus de Guiglielmeschis di Orvieto, doctor legum e
giudice palatino, e del cittadino romano Nicolaus Sanctus, notaio imperiale; sulla quarta si leggo-
no qua e là solo alcuni vocaboli (Castrinoni, baronia, Senescallie, locumtenentis, Yeraldus) che esclu-
dono l’origine locale del documento. Invece, la pagina cartacea che ricopre il sigillo di ASNB,
Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, C16 è plausibile possa essere stata tratta da
un quaderno di entrate dei feudi di S. Nicola; forme scritte di gestione amministrativa delle
rendite sono infatti attestate nell’archivio capitolare fin dal XIV secolo almeno per Sannicandro
e Rutigliano: L’archivio, pp. 219, 236. Infine, custodie non scritte pendono da ASNB, Archivio
capitolare, Pergamene, Periodo angioino, D10b, H18, M20.
195
SSMD, n.s. IX (2025)
A differenza dei brandelli di corrispondenza del principe del Balzo Orsini, per
i quali sono stati evidenziati possibili legami con S. Nicola, risulta difficile deter-
minare se gli altri documenti reimpiegati riguardassero direttamente o indiretta-
mente la chiesa, subendo l’eliminazione una volta ritenuti non più vantaggiosi, né
se furono acquistati ad hoc ricorrendo al commercio al minuto37: allo stato attuale
delle conoscenze non sono attestati librarii o cartularii in esercizio stabile a Bari nel
medioevo e nella prima età moderna (e nemmeno stampatori almeno fino agli
inizi del XVII secolo)38.
4. Conclusione
37
Circostanza che si ritiene di non accostare al gruppetto di documenti del principe, pur
non potendo escluderla del tutto.
38
Sull’introduzione dell’arte della stampa in città: Sisto, Arte, pp. 13-21.
39
Queste le descrizioni riportate sul Librone, dalle quali non emerge la presenza di cu-
stodie: a f. 75v (ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo angioino, E18) «Extat sigillus
cerę / rubeę, cum cordulis siricis rubeis et croceis pendens»; a f. 149r (ivi, J9) «Extat pendens
sigillus cerę rubeę, cum cordulis siricis / rubeis et croceis»; a f. 173r (ivi, M13) «Extant pendentes
duo sigilli cerę rubeę, cum / zagarellis paginę membranę». Per i documenti ivi, M23 ed ASNB,
Archivio capitolare, Pergamene, Periodo vicereale, E12, non ricopiati, v. nota 13.
40
La custodia, scucita, restituisce l’oggetto del documento (nomina di un procuratore
dell’universitas barese), l’anno 1590, la vistosa sottoscrizione del giudice regio Iohannes Donatus
Affatatis di Bari e nome e signum di Iohannes Stephani, un notaio verosimilmente barese non
registrato nell’Indice.
41
Un’altra spia della non sistematicità di eventuali operazioni di restauro seguite alla
compilazione del Librone è l’assenza sulle custodie di ASNB, Archivio capitolare, Pergamene,
Periodo angioino, J9, M13, M23 ed ASNB, Archivio capitolare, Pergamene, Periodo vicereale,
E12 di annotazioni archivistiche sul contenuto delle lettere che accompagnano (v. sopra).
196
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
scintilla di spirito conservativo che mosse i canonici, entro la fine del Seicento, a
spostare i documenti, dall’arca dove si trovavano accatastati, in sei tiretti sotto l’al-
tare del Tesoro ‘vecchio’. Qui giacquero per quasi l’intero XVIII secolo, tutt’altro
che dimenticati, ma oggetto di un primo raggruppamento in mazzi e, nell’Otto-
cento, di almeno uno spostamento, prima di essere investiti sul finir del secolo
dall’ordinamento sistematico cronologico coordinato da Giambattista Nitto de
Rossi per la pubblicazione nel neonato Codice Diplomatico Barese42. Nel tredi-
cesimo volume il curatore, Francesco Nitti di Vito, decide per la prima volta di
segnalare la presenza delle custodie proponendo anche la seguente riflessione
sulla loro origine: «In un qualche ordinamento, avvenuto probabilmente nel 1600,
si vollero garentire i suggelli cerei col ricucirli in pezzi di pergamena: all’uopo
si tagliarono documenti, che i Capitolari credettero inutili, ma che spesso erano
veramente interessanti»; una felice sintesi di quanto esposto in queste pagine43.
MANOSCRITTI
42
Dal Librone si apprende dell’esistenza di una arca conservationis, mentre da un inventario
del 1692 si ha notizia del collocamento delle pergamene in tiretti, dove restarono almeno fino
al 1781: v. nota 17, Melchiorre, Il tesoro, in particolare pp. 11-13 e nn. 9, 16; non si esclude che
ulteriori notizie di interventi sulle pergamene possano giungere dallo studio delle conclusioni
capitolari seicentesche e settecentesche. Per la storia dell’archivio nei secoli XVII-XIX: Cioffari,
Storia, pp. 43-69.
43
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Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settem-
bre 2025.
TITLE
Recycled documents in Apulia: seal cases from the archive of St. Nicholas of Bari
ABSTRACT
Thirty-two seal cases of royal and princely documents of the 13th-16th centu-
ries made by recycling parchment and paper documents are preserved in the St
Nicholas Basilica’s Archives. The paper speculates on the period and technique
of manufacture and on the choice of materials to be reused. The cases were made
200
Drago Tedeschini, Documenti reimpiegati in Puglia
during a restoration campaign promoted by the Chapter between the late 15th
and early 16th century to improve the administration of the church. In organising
the work, enclosures were made of different materials, and various, often drastic,
operations were carried out to protect the seals. Documents, mainly private ones,
that had no economic interest for the church were used to make the parchment
cases, but documents were also used testifying to the recent domination of the
Prince of Taranto in the city, which ended in 1463 and was to be consigned to
oblivion. Written traces also remain in a cartulary that the canons commissioned
from a Bari public notary in the late 16th century. It is a valuable aid in increasing
knowledge about St. Nicholas’ history and the quantity of its documentary her-
itage, the technical archival vocabulary in use and the organisation of work in a
notary office in a city of the Kingdom.
KEYWORDS
201
El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI):
provisores, notarios y praxis documental
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29436
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29436
La diócesis de Cádiz, fundada por iniciativa del rey Alfonso X el Sabio en el con-
texto de la culminación de la conquista del valle del Guadalquivir para la Corona
de Castilla, era ya una realidad jurídica en la primavera de 12631. Sin embargo,
su marcada situación en el limes fidei del momento ‒y por más de dos siglos‒,
así como la estrechez de su territorio y la pobreza y exigüidad de su población,
dieron como resultado unas estructuras de gobierno y administrativas muy limi-
tadas. Ello, unido a que durante los siglos XIII y XIV el obispo no residió en su
sede, provocó un discretísimo despliegue de las diferentes oficinas gubernativas
con las que todo obispado medieval acostumbraba a contar. No obstante, aunque
sus testimonios escritos hayan aparecido muy tardíamente, no faltó entre ellas el
consistorio.
Al igual que en el resto de diócesis de la Europa medieval2, existió en Cádiz
una oficina de administración de justicia eclesiástica encabezada por un delegado
del obispo que actuaba en su nombre3, máxime cuando ‒como hemos adverti-
do‒ durante la mayor parte del período los prelados gaditanos no habitaron en
el territorio del obispado4. Seguía los modos y usos de su homónima hispalense,
pero sus agentes y productos escritos distan mucho de la solemnidad con la que
1
Sancho de Sopranis, La erección de la silla episcopal; Id., La incorporación de Cádiz, pp.
370-374.
2
Chittolini, «Episcopalis curiae notarius».
3
Hacía ya casi tres siglos que los prelados habían ido cediendo sus competencias judiciales
a otros clérigos de sus diócesis. Le Bras, Le istituzioni ecclesiastiche, pp. 166-168. En Castilla, esto
era ya una realidad al llegar el siglo XIV. Vázquez Bertomeu, La audiencia arzobispal, pp. 11-12.
4
Sánchez Herrero, Cádiz, la ciudad medieval y cristiana, pp. 240-242.
SSMD, n.s. IX (2025)
206
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
10
Archivo Catedral de Cádiz (ACC), sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 31 (1447
julio 25, Cádiz). En este lugar y año sabemos que ejercía su oficio de provisor Martín de Gamis
en tiempos del obispo Gonzalo de Venegas.
11
Camino Martínez, Escribanos al servicio, p. 177.
12
Su relación con Cádiz, a pesar de ser clérigo de la diócesis de Sevilla, venía desde finales
del siglo XIV, cuando en 1394 el propio Andrés García le había reservado un beneficio, al tiempo
que cursaba estudios en Salamanca y en la Escuela de Gramática de Jerez. Álvarez Palenzuela,
Documentos de Benedicto XIII, docs. nn. 755 (1394 octubre 23, Aviñón) y 1719 (1396 julio 17,
Aviñón). Sobre el estudio jerezano, vid. Sancho de Sopranis, Establecimientos docentes, pp. 5-7.
13
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 5. (1430 junio 25, Cádiz). Esta escritura
había sido otorgada ante Bartolomé Martínez, el más longevo notario apostólico de los que
actuó para el cabildo catedral gaditano durante el siglo XV. Jiménez López de Eguileta, Escribir
en la diócesis de Cádiz.
14
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 22, n. 5, doc. n. 14 (1431 marzo 20, Jimena). Sobre las
conquistas de Jimena, vid. Sánchez Saus, Jimena (1431-1451).
207
SSMD, n.s. IX (2025)
rio, esto es, la suscripción y sello del titular, que aquí no se consignan, quedando
en solitario la del propio notario (Fig. 2).
En cambio, la segunda vez que vemos al provisor actuando en su oficina el
stilus curiae ya está consolidado. Se trata de una absolución de penas en las que
habían incurrido el arcediano de Cádiz, Manuel García de Argumedo, el tesorero,
Rodrigo Alfonso de Argumedo, y los racioneros García Fernández y Bartolomé
Martínez, otorgada en el verano de 1438 también ante Juan Romero15. Por lo pron-
to, agrega a su titulación la condición de «subcollector episcopatus et diocesis
gadicensis» por nominación de Gil Fernández de Toledo, abad de Alfaro y colec-
tor mayor del reino, aunque sabemos que la ostentaba antes de 142816; de ahí que
pensemos que pudo ser elegido por Juan González en el mismo comienzo de su
pontificado, que se había iniciado dos años atrás17. Como subcolector y ante la
ausencia prolongada del obispo, Fernández de Almazán se arrogó una autoridad
indiscutible en la diócesis, pues, a más de las prerrogativas propias del cargo de
vicario general, unía a su persona la serie de poderes especiales que estaban re-
conocidos a esta figura de la fiscalidad eclesiástica castellana, particularmente la
capacidad de censurar, amonestar y arrestar18. Como decíamos, ahora sí quedan
incluidos los tres elementos de validación propios del consistorio: la suscripción
y signo del notario, y la suscripción del provisor y su sello, ya anunciado en el
propio tenor documental: «in quorum testimonium presentes litteras fieri nomine
nostro roboratas et sigilli nostri fecimus impresionem muniri».
La de Juan Fernández de Almazán es probablemente la suscripción más ele-
gante de cuantas hemos conocido a los miembros del cabildo catedral de Cádiz
en la Edad Media, con una rúbrica muy elaborada a base de una suerte de cuerda
con nudos, que no oculta, empero, las grafías góticas de su nombre y dignidad
– «Johannes, scolasticus ecclesiae gadicensis» –, trazadas con tanto cuidado que
recuerdan al filón gráfico de las híbridas, presente todavía en concurrencia junto
a las más recientes cursivas cortesana y procesal y que, en el ámbito de la Iglesia,
aún se utiliza para dotar a ciertos productos escritos de mayor formalidad y le-
gibilidad19 (Fig. 3). Por su parte, el sello de placa de 50 x 49 mm., apuesto en las
espaldas y de impronta circular, presenta en su campo interior una cruz arbórea
con base, sobre la que se sitúan cruzadas las llaves de San Pedro, cuyos paletones
pisan la orla exterior por la que además se distribuye una leyenda que hoy se en-
cuentra perdida en su mayor parte e ilegible en lo que queda, pudiéndose adivi-
nar únicamente su trazo en caracteres góticos especialmente mayúsculos (Fig. 4).
15
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 33a (1438 agosto 23, Cádiz).
16
Villarroel González, El rey y la Iglesia castellana, p. 332.
17
Sánchez Herrero, Don Juan González. Sabemos además que en 1437 Fernández de
Almazán era también contador del cabildo catedral. ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 14, n.
5, doc. n. 18 (1442 noviembre 30 - 1442 diciembre 3, Cádiz).
18
Villarroel González, La tributación de los eclesiásticos castellanos. Sobre la fiscalidad ecle-
siástica castellana en general, vid. Nieto Soria, Fiscalidad eclesiástica.
19
Camino Martínez, De Sevilla a León, pp. 395-396.
208
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
Con el fin del pontificado de Juan González también concluyeron las labores al
frente de la vicaría general de Juan Fernández de Almazán, a quien ya no veremos
más en los documentos de su oficina documental. Fue sustituido ya en tiempos
de Juan de Torquemada, cardenal de San Sixto y obispo de Cádiz y Algeciras
(1440-1442), por Diego Rodríguez de Ordiales, que además era canónigo de la ca-
tedral20. En su labor judicial en el consistorio siguió contando con la colaboración
escrituraria de Juan Romero de Cádiz y ante él otorgó en 1441 un mandato para
los vicarios de las villas de Medina Sidonia, Vejer y Alcalá de los Gazules en orden
a la posesión de ciertos préstamos de sus iglesias que habían de dar a Juan Mar-
tínez como racionero y procurador del deán y cabildo21. El mandato, que exterio-
riza aquella facultad propia del provisor – «so pena de excomunión» dirá –, está
suscrito de la mano del propio Diego Rodríguez – «Didacus, canonicus» – (Fig.
5) y de Juan Romero, pero éste en su versión abreviada, sin signo y situado a la
derecha. El sello se ha desprendido del reverso y solo se intuye la forma redonda
de su impronta.
La relación que esta oficina tenía con distintas realidades del territorio diocesa-
no hizo a sus escribanos y, particularmente, a Juan Romero de Cádiz, ser conoce-
dores de un buen número de colegas laicos ejercientes en las distintas poblaciones
de sus límites, adoptando en su caso algunas estrategias documentales que bien
podían haber sido imitadas de ellos al haber manejado, por mor de la praxis co-
tidiana del consistorio, los instrumentos emitidos en sus tiendas de escribanía.
Precisamente por eso, en 1442 el cabildo catedral le requería para que emitiese
una carta de fe y reconocimiento de los nombres y signos de diversos escribanos
públicos, algunos de cuyos documentos habían de ser presentados «en la corte
de nuestro sennor el papa» a causa de un litigio iniciado contra Fernán Cataño,
canónigo de Sevilla, por razón de los préstamos de algunas iglesias de Tarifa,
Alcalá de los Gazules, Conil, Vejer y Medina Sidonia, que habían pertenecido con
anterioridad al también canónigo de Sevilla Fernán Gutiérrez y que él ahora tenía
ocupados22.
El fundamento de la solicitud estribaba en «que, por quanto non eran en la
dicha corte conosçidos los nonbres e signos de los dichos escriuanos públicos de
que estauan firmados e signados, se temía que non sería dada fe plenaria nin cre-
20
La familia Ordiales continuó durante décadas vinculada a la esfera eclesiástica catedra-
licia e, incluso, al mundo de su escrituración. Así, Antonio de Ordiales, «clérigo de la diócesis
de Cádiz e notario apostólico por la apostólica abtoridad», escrituraba en 1513 para el célebre
deán finimedieval Esteban Rajón. Archivo de la Real Chancillería de Granada (ARCHGR), Real
Acuerdo, leg. 4323, pieza 1 (1513 junio 3, Cádiz).
21
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 10 (1441 febrero 14, Cádiz). Fue edita-
do por Rodríguez Liáñez - Anasagasti Valderrama, Medina Sidonia, doc. n. 112.
22
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 14, n. 5, doc. n. 19 (1442 diciembre 1, Cádiz). Debió
de ser práctica habitual en las notarías civiles y eclesiásticas del antiguo Reino de Sevilla durante
la Edad Media el cotejo y el reconocimiento de signos y manos de otros compañeros para certifi-
car su validez, como así lo expresan otros testimonios de la época, algunos de ellos encontrados
en la sede hispalense. Vid. Belmonte Fernández, Un notario apostólico cuestionado.
209
SSMD, n.s. IX (2025)
dulidat» y que, por ende, le requirieron que, «asý commo notario público apos-
tólico e persona pública e fidedigna e cognosçida en la dicha corte», les diese
la escritura que necesitaban. Los escribanos públicos a reconocer eran: Lázaro
Martínez, de Medina Sidonia23, Alfonso Sánchez, de Alcalá de los Gazules, Fer-
nán López, de Vejer, y Pedro Rodríguez, escribano del rey actuante en Tarifa. En
el transcurso del acta, Juan Romero, accediendo a lo solicitado, declaraba que, en
efecto, los conocía y acreditaba ser aquellas sus manos y sus signos, ya que «con
los quales escriuanos e cada vno dellos, por muchas vezes de luengos tienpos acá,
oue e oy día he conuersaçión e práctica por seer todos de vna diocesi e habitar en
poca distançia de tierra».
Nos parece que estamos lejos de distinguir en esta protestación una vincula-
ción más o menos institucional – semejante a una organización colegial – entre
estos profesionales del modo en que ocurría en otras partes del reino24, pero al
menos reconocemos una situación de conocimiento mutuo que, además del posi-
ble establecimiento de sinergias profesionales, hubiera favorecido la acentuación
de una praxis común en el seno mayoritario del officium notariae gaditano.
Durante el tiempo que duró el ejercicio escriturario de Juan Romero al frente
de la escribanía del consistorio hemos podido advertir el auxilio en algunas oca-
siones de dos amanuenses para la puesta por escrito de sus documentos. Aunque
en uno de los casos la mano es imposible de identificar, en otro, sin embargo, es
perfectamente reconocible, pues se trata de la característica escritura en mixta
francesa – ya sea en latín como en romance – del también notario apostólico Bar-
tolomé Martínez, que trabajaba para la oficina capitular25. Hemos de admitir, por
tanto, en él un pluriempleo en la práctica totalidad de lugares para la escritura de
la diócesis gaditana, que redunda en la alta consideración que como rogatario ya
vimos de él a la hora de estudiar la oficina capitular26.
Del consistorio gaditano además dependían otras oficinas diocesanas de índole
menor, a cuyo titular le hacía mantener relaciones no solo con otros agentes ecle-
siásticos, sino también con otros notarios del ámbito civil. Nos estamos refiriendo
a la oficina de recaudación de las tercias reales, cuyos recaudadores, que depen-
dían del contador diocesano y este a su vez del provisor, acudían a los escribanos
públicos del número de la ciudad de Cádiz para la escrituración de su contabi-
lidad. En 1442, por cierto pleito ocasionado entre los capitulares gaditanos y el
canónigo hispalense Fernán Cataño por razón de los préstamos de algunas igle-
sias de Tarifa, Alcalá de los Gazules, Conil, Vejer y Medina Sidonia – que habían
pertenecido con anterioridad al también canónigo de Sevilla Fernán Gutiérrez –,
el procurador del cabildo, el canónigo Bartolomé Martínez, pedía al contador de
la Iglesia de Cádiz, maestre Juan, clérigo capellán de ella, que pidiese a Manuel
23
Jiménez López de Eguileta, La institución notarial en Medina Sidonia, pp. 98-99.
24
Ares Legaspi, La socialización de los notarios compostelanos.
25
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 33a; leg. 14, n. 5, doc. n. 18; leg. 14, n.
5, doc. n. 19.
26
Jiménez López de Eguileta, Escribir en la diócesis de Cádiz.
210
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
González, «escriuano público de la dicha çibdat, que estaua presente, asý commo
escriuano que es de luengos tienpos acá de los recabdadores de las terçias reales
de nuestro sennor el rey, al qual dicho Manuel Gonçález, escriuano, los dichos
recabdadores sienpre recurren para que les dé las cuentas de lo que rinden, asý
en pan commo en dineros, todas las dichas rentas del obispado de Cádiz que
pertenesçen al dicho sennor rey», que le diese información acerca de las cuentas
del año 1437 y que para ello las buscase en «sus registros, notas e prothocolos,
manuales e escripturas» y le diese traslado de ellas27. Amén de la comprobación
de la diversidad de la producción escrita de este escribano del número de Cádiz,
el testimonio sirve para demostrar una vez más lo reducido del grupo de profe-
sionales de la pluma actuantes para la esfera diocesana, en la que, por esta razón,
algunos de sus negocios relativos a su gestión habían de pasar ante agentes exter-
nos a la institución.
Con la llegada del obispo Gonzalo de Venegas (1442-1472) parece que se des-
hizo, siquiera momentáneamente, la tradición consuetudinaria de la elección del
provisor por parte del prelado de entre los miembros del clero local. No sería la
única vez, como luego veremos ya en el siglo XVI. Así, consta que el primero de
los que se tiene noticia durante su pontificado fue Juan de Benavente, racione-
ro de la catedral de Oviedo, que ostentó la vicaría general hasta 144628, pues al
año siguiente lo era ya Martín de Gamis, doctor en leyes29. La aparición de estos
provisores foráneos desencadenó un período convulso para el estamento ecle-
siástico gaditano, dado que, obviando algunas raigambres propias del obispado,
favorecieron a otros clérigos externos, con el consiguiente desacuerdo del cabildo
catedral, cuyos procuradores no dudaron en oponerse y protestar contra su go-
bierno30.
No conocemos el elenco de sucesores de estos primeros oficiales del obispo
Venegas, pero, al menos, sí sabemos que la costumbre local volvió a imponerse,
de modo que en la última etapa de su pontificado designó para el cargo a Rodrigo
Alfonso de Argumedo, que desde 1430 venía fungiendo la dignidad de tesorero
del cabildo31 y era representante además de uno de los linajes más destacados de
la ciudad, donde sus miembros ocupaban altos cargos en los cabildos civil y ecle-
siástico32. En 1463, ocupando ya el de «officialis ac vicarius generalis reuerendi in
Christo patris et domini domini Gundissalui Venegas, Dei et prefate Apostolice
Sedis gratia, gadicensis ac algezirensis ecclesiae episcopi», ordenaba, a petición
del cabildo catedral, el traslado de dos bulas de Clemente VI y Clemente VII so-
bre la erección de la diócesis de Algeciras33. A su conclusión, el tenor documental
27
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 14, n. 5, doc. n. 18 (1442 noviembre 30 - 1442 diciem-
bre 3, Cádiz). El acta había pasado ante Juan Romero de Cádiz, notario apostólico.
28
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 31 (1446 junio 25, Cádiz).
29
Ivi (1447 julio 25, Cádiz).
30
Devís Márquez, Notas sobre el diezmo, p. 245.
31
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 5 (1430 junio 25, Cádiz).
32
Fornell Fernández, Linajes gaditanos, pp. 31-49; Id., El Cádiz medieval, pp. 131-150.
33
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 3, n. 1, doc. n. 22 (1463 mayo 2, Cádiz).
211
SSMD, n.s. IX (2025)
ratificaba los usos validadores que habíamos visto con anterioridad: «roboraui
meius sigilli impressione feci communiri ac per eundem Bartholomeum Martini,
notarium supra et infrascriptum subscribi, signari et in hanc publicam formam re-
ddigi mandaui». En efecto, reconocemos una vez más la mano y la suscripción del
notario apostólico capitular Bartolomé Martínez, que, en esta ocasión ‒aunque
también en la de los dos provisores anteriores‒, acaso por no contar el consistorio
en estos momentos con un profesional de la pluma, hubo de ejercer circunstan-
cialmente su fides publica en el acta de la copia, dejando testimonio de la iussio y
de los actores: «de mandato dicti domini officialis et ad instanciam dictororum
dominorum decani et capituli confeci».
En cualquier caso, resulta interesante reparar en la suscripción de Rodrigo Al-
fonso de Argumedo – «Rodericus, thesaurarius» –, trazada en caracteres góticos
con influencias de la mixta, que antecede a la aposición de su sello sobre una
placa de 44 x 46 mm. e impronta de 22 mm. de diámetro. En su interior, un tipo
heráldico que se corresponde con las armas de los Argumedo: encina y dos osos
empinados al tronco34. No hemos alcanzado a descifrar la leyenda al completo,
pero sus caracteres, minúsculos, obedecen a la herencia gótica textual (Fig. 6).
La labor de Argumedo resultó tan eficaz que prolongó su oficio de provisor
más allá del pontificado de Gonzalo de Venegas, pues largos años después de ha-
ber iniciado el suyo su sucesor, el sevillano Pedro Fernández de Solís (1472-1495),
seguía desempeñando como «thesorero de las Yglesias canónicamente vnidas Cá-
diz e Algezira, prouisor, offiçial e vicario general en lo spiritual e tenporal». Así se
exhibe cuando en 1485 el cabildo catedral necesitó de nuevo el traslado certificado
de cinco bulas pontificias sobre la anexión de préstamos a la mesa capitular, unas
bulas que el propio Rodrigo Alfonso de Argumedo, quien terminaría imponiendo
su «auctoridad y decreto», afirma que «yo por mis propias manos e en presencia
del notario e testigos infrascriptos palpé, vy, examiné e leý e por tales las tomé e
reputé»35, incidiendo con ello en el conocimiento expreso que toda autoridad legal
había de tener del ejemplar a trasladar para poder emitir la pertinente licencia ju-
dicial36. Signo del notario, suscripción del oficial y su sello continúan consagrando
las estrategias de validación en la oficina del provisor (Fig. 7).
El notario ante quien pasó la acción era ya Bartolomé Alonso de Sigüenza, de
nominación apostólica y real, y además clérigo de la diócesis de Sevilla, cuya ads-
cripción a la audiencia eclesiástica de Cádiz está fuera de toda duda al recoger en
su suscripción su condición de «notario del consistorio del dicho sennor proui-
sor». No tenemos duda de que su aparición en la sede gaditana está estrecha-
mente relacionada con el nombramiento en 1472 como obispo de la diócesis de
Fernández de Solís, quien no pisaría su sede hasta muchos años después, justa-
mente cuando lo vemos ser asistido en materia escrituraria y como secretario por
34
García Carraffa, Diccionario heráldico y genealógico, voz Argomedo, pp. 74-75. Las cade-
nas con las que se dice se encuentran atados al tronco los osos aquí son imperceptibles.
35
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 23 (1485 enero 19, Cádiz).
36
Bono Huerta, Historia del Derecho Notarial, I, p. 191.
212
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
el propio Sigüenza37. De esta manera, y ante la ausencia del obispo, que se encon-
traba en Sevilla precisamente como gobernador y provisor del arzobispo Pedro
González de Mendoza38, nuestro notario resultó ser el vínculo exacto con el titular
de la diócesis, controlando, junto al oficial, el gobierno de la misma39.
La última etapa de este estudio se encuentra protagonizada, en primer lugar,
por el notario apostólico Juan Martínez de los Cameros, quien, desde finales del
siglo XV, había sido también el titular de la escribanía capitular40. En la de la au-
diencia del provisor ‒que muy probablemente estuviese encarnado por Mateo
Castellot, prior de la iglesia del Santo Sepulcro de Calatayud41‒ lo apreciamos
actuando un par de veces en 150942. Algunos años después, sería sucedido por su
familiar Francisco de los Cameros, cuyos servicios fueron requeridos igualmente
por los capitulares y el provisor. Para éste lo apreciamos trabajando en 153543.
Durante el pontificado del obispo Jerónimo de Teodoli (1525-1565)44, el más
importante exponente de la secuencia de prelados de origen italiano que jalonan
los dos primeros tercios del siglo XVI, parece que la vicaría general de la diócesis
estuvo encomendada a figuras eclesiásticas llegadas también de Italia, que muy
pronto desplazarían al clero local de los principales organismos de gobierno del
obispado. En efecto, ya en 1531 aparece como provisor de Cádiz y dignidad de
maestrescuela de su catedral Bernardo Florián Costantín ‒ procedente de la fa-
milia genovesa de los Costantini ‒. En ese año recibía en Jerez de la Frontera una
escritura de censo sobre unas casas en Cádiz de manos de doña Catalina Usode-
mar45 y en 1537 la obligación del relojero Pedro de París para hacer un reloj en la
iglesia de Jimena46.
Continuaba en el cargo en 1555, cuando por razón del mismo otorgaba poder a
ciertas personas ante el escribano público gaditano Juan de Medina para alegar en
un pleito incoado ante el doctor Escobar, juez ordinario de la audiencia arzobispal
de Sevilla, entre Diego Díaz de Medina, mayordomo de la iglesia de Jimena, y
37
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 25 (1480 agosto 29, Cádiz).
38
Sánchez Herrero, Sevilla del Renacimiento, p. 308. No se nos escapa el patronímico se-
guntino de Bartolomé Alonso y su posible recalo en Sevilla como integrante del séquito del
arzobispo Pedro González de Mendoza, que llegaba a ella precisamente desde Sigüenza. Es
muy probable que fuese en la sede hispalense donde el notario y Pedro Fernández de Solís se
conociesen.
39
En 1482 vigilaba de cerca incluso la actuación de notarios foráneos en suelo gadicense.
Archivo Histórico Nacional (AHN), sec. Clero, Secular-Regular, leg. 1593 (1482 enero 2, Cádiz).
El escribano en cuestión era Juan de Lobatón, también de nominación apostólica y real y vecino
de Jerez de la Frontera.
40
Jiménez López de Eguileta, Escribir en la diócesis de Cádiz.
41
Conde Mora, El Episcopado Gaditano, p. 116.
42
ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 11, n. 2, doc. n. 10 (1509 enero 2, Cádiz); leg. 7, n. 11,
doc. n. 9 (1509 octubre 12, Cádiz).
43
Rojas Vaca, Los escribanos públicos, p. 329, nota 146.
44
Conde Mora, El Episcopado Gaditano, p. 118.
45
Mingorance Ruiz, Los extranjeros en Jerez de la Frontera, pp. 911-912.
46
Ivi.
213
SSMD, n.s. IX (2025)
Francisco Pérez, cura antecesor del anterior47. Sin embargo, poco tiempo después,
en 1559, advertimos su sucesión tanto en la vicaría como en la dignidad capitular
en su hermano Miguel Juan Costantín, quien, no obstante, seguía siendo auxilia-
do en el funcionamiento de la audiencia por Bernardo, según lo apreciamos en
una carta de poder en la que ambos intervienen48 (Fig. 8).
En definitiva, si ya de por sí la documentación capitular gaditana había sido es-
casa para el período medieval49, aún resulta más avara la relativa al consistorio del
provisor, que apenas ha dejado huella ni tan siquiera para los albores de la Mo-
dernidad. Con todo, las pinceladas aquí mostradas deben ayudar a la constata-
ción de su existencia y, especialmente, al conocimiento de los agentes de escritura
que se situaron al frente de su producción documental. En lo que a los estudios de
Diplomática se refiere, el presente trabajo quiere servir de ayuda para compren-
der mejor una de las instituciones generadoras de productos escritos dentro de la
esfera de la Iglesia menos conocidas, que, si bien cuenta ya con algunos puntos
seguros sobre su funcionamiento y tipología documental emitida en el caso de
algunas diócesis hispanas, aún dista mucho de lo que para la misma conocemos
a nivel internacional.
TA B L A
47
Archivo Notarial de Algeciras (ANA), serie Cádiz, Juan de Medina, año 1555 (1555 octu-
bre 19, Cádiz).
48
ANA, serie Cádiz, Alonso de los Cobos, año 1559 (1559 marzo 22, Cádiz).
49
Jiménez López de Eguileta, Escribir en la diócesis de Cádiz.
214
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
Juan de Benavente,
racionero de la catedral de 1442-1446
Oviedo
Martín de Gamis, doctor Gonzalo de Venegas Bartolomé Martí-
1447
en leyes (1442-1472) nez, not. ap.
Rodrigo Alfonso de
1463-1485 Bartolomé Alonso
Argumedo, tesorero
Pedro Fernández de Solís de Sigüenza, not.
(1472-1495) ap. y real
Juan Martínez de
Mateo Castellot, prior de los Cameros, not.
Oliveiro Carafa (1495-
la Iglesia del Santo Sepul- 1509 ap.
1511)
cro de Calatayud
Bernardo Florián Cos-
1531-1555
tantín, maestrescuela Jerónimo Teodoli (1525- Francisco de los
Miguel Juan Costantín, 1565) Cameros, not. ap.
1559
maestrescuela
FIGURAS
Fig. 1: ACS, FC, sec. IX, leg. 10916, doc. n. 4. 1417, diciembre, 14, martes. Cádiz. Suscripción
de Andrés García, deán y oficial de la Iglesia de Cádiz, y del notario apostólico Nicolás
García de Jerez de la Frontera.
215
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 2: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 22, n. 5, doc. n. 14. 1431, marzo, 20. Jimena.
Juan Fernández de Almazán, provisor y vicario general de Cádiz, junto a Antón Bernáldez,
chantre y procurador del cabildo catedral, piden al mariscal Pedro García de Herrera la
posesión de las iglesias de Jimena tras su conquista. Ante Juan Romero de Cádiz, notario
apostólico.
216
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
Fig. 3: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 33ª. 1438, agosto, 23. Cádiz. Sus-
cripción del maestrescuela, provisor y subcolector Juan Fernández de Almazán.
Fig. 4: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 33ª. 1438, agosto, 23. Cádiz. Sello
del maestrescuela, provisor y subcolector Juan Fernández de Almazán.
217
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 5: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 10. Suscripción del canónigo y
provisor Diego Rodríguez de Ordiales.
Fig. 6: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 3, n. 1, doc. n. 22. 1463, mayo, 2. Cádiz. Suscrip-
ción y sello del tesorero y provisor Rodrigo Alfonso de Argumedo.
218
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
Fig. 7: ACC, sec. 12ª, Archivo Antiguo, leg. 5, n. 1, doc. n. 23. 1485, enero, 19. Cádiz. Sus-
cripción y sello del tesorero y provisor Rodrigo Alfonso de Argumedo, acompañados de la
suscripción y signo del notario apostólico y real Bartolomé Alonso de Sigüenza.
Fig. 8: ANA, serie Cádiz, Alonso de los Cobos, año 1559. 1559, marzo, 22. Cádiz. Suscrip-
ción del provisor y maestrescuela Miguel Juan de Costantín y de su hermano Bernardo
Florián Costantín.
219
SSMD, n.s. IX (2025)
MANUSCRITOS
B I B L I O G R A F ÍA
220
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
221
SSMD, n.s. IX (2025)
María Dolores Rojas Vaca, Los escribanos públicos del número en Cádiz según el pleito de
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ducción a su estudio diplomático, in «Cuadernos de Estudios Gallegos», tomo 45, 110
(1998), pp. 9-29.
Óscar Villarroel González, El rey y la Iglesia castellana. Relaciones de poder con Juan II
(1496-1454), Madrid 2011.
Óscar Villarroel González, La tributación de los eclesiásticos castellanos en el siglo XV:
entre el Rey y el Papa, in Financiar el reino terrenal. La contribución de la Iglesia a finales
de la Edad Media (s. XIII-XVI), ed. Jordi Morelló Baget, Barcelona 2013, pp. 311-339.
TITLE
The consistory of the Church of Cadiz (14th-16th centuries): provisors, notaires and do-
cumental praxis
ABSTRACT
La autoridad judicial de los obispos durante la Edad Media fue delegada de una
forma muy habitual en una figura eclesiástica concreta: el oficial, provisor o vica-
rio general. La diócesis de Cádiz, que hunde sus raíces en el siglo XIII, después de
su incorporación a la Corona de Castilla, fue servida en buena parte del período
por prelados que no residieron en ella. De esta forma, el provisor terminó resul-
222
Jiménez López de Eguileta, El consistorio de la Iglesia de Cádiz (siglos XIV-XVI)
During the Middle Ages, the judicial authority of bishops was very commonly
delegated to a specific ecclesiastical figure: the official, the provisor, or the general
vicar. The diocese of Cádiz, which has its roots in the 13th century after its incor-
poration into the Crown of Castile, was served for a significant part of the period
by prelates who did not reside there. In this way, the provisor ended up being the
effective governor of the bishopric. In accordance with this, he was in charge of a
documentary office, from which all those governmental and judicial documents
emanating from the exercise of the commission were issued. Discovering its hold-
ers, as well as the notaries who acted in its service, constitutes the main objective
of this work, which will also attempt to understand the operating procedures that
were carried out in the audience of the provisor.
KEYWORDS
223
Nuovi dati sulla formazione del patrimonio
dei ‘venerabili monasteri di S. Maria di Licodia
e S. Nicolò l’Arena’ in Sicilia: tre privilegi inediti
dei sovrani aragonesi (1336-1361)
di Antonio Mursia
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/23773
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/23773
Antonio Mursia
Sapienza - Università di Roma
a.mursia86@[Link]
1. Introduzione
1
Leone, Una ricerca in corso, pp. 35-54; Leccisotti, I Monasteri Cassinesi, pp. 99-160;
Sanfilippo, Aspetti di “pneumologia” storica, pp. 46-79. Su questi aspetti v. ancora Cucinotta,
Popolo e clero, e Poidomani, Gli ordini regolari.
2
Mursia, Strutture signorili, pp. 74-80.
SSMD, n.s. IX (2025)
dotazioni Aleramiche3. In tal senso, indispensabili, per far luce sul processo di
costruzione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’, risultano lo studio e l’edi-
zione delle pergamene del Tabulario di S. Maria di Licodia e di S. Nicolò l’Arena.
Fondamentale è stato, infatti, il contributo dato da Clara Biondi e dai suoi allievi,
i quali hanno indagato le carte del monastero riguardanti, però, esclusivamente i
lasciti testamentari4.
In questa sede, al fine di contribuire alla comprensione delle dinamiche sottese
alla costituzione della grande proprietà dell’abbazia benedettina etnea, sono ana-
lizzati e pubblicati tre privilegi inediti di età aragonese, conservati nel Tabulario
di S. Maria di Licodia e di S. Nicolò l’Arena, noti finora solo attraverso i relativi
regesti pubblicati da Carmelo Ardizzone5. Si tratta, nella fattispecie, di un tran-
sunto di lettere di re Pietro II del 19 novembre 1336, con il quale si risolveva la ver-
tenza che opponeva l’abbazia benedettina a Giacomo de Amantea su un uliveto
ubicato in contrada Eremiti, presso Paternò6; un privilegio dell’infante Giovanni,
duca di Atene e Neopatria, del 19 gennaio 1347, tramite il quale si confermava il
legato relativo a una tenuta di terre in contrada Finocchiara, data ai monaci dal
notaio Nicola Cotta (e già ratificato dalla regina Eleonora)7; e, infine, la conferma
da parte della regina Costanza d’Aragona del 13 dicembre 1361, di una permuta
di terre avvenuta tra l’abate Giacomo de Soris e il miles Bernardo de Castellis8. Sono
atti questi di un certo interesse perché, se da un lato rivelano le molteplici azioni
intraprese dai monaci per salvaguardare e implementare il loro patrimonio fon-
diario, dall’altro restituiscono informazioni sugli orientamenti politici e religiosi
dei sovrani aragonesi; sugli interessi dell’aristocrazia siciliana e dei ceti dirigenti
isolani; e infine sui rapporti intessuti dal notabilato zonale con l’abbazia di S. Ma-
ria di Licodia. Il presente contributo si propone, pertanto, di fornire nuovi dati al
dibattito storiografico europeo su tali tematiche, a partire dallo studio di specifici
casi della Sicilia aragonese9.
3
Sulla fondazione o più probabilmente sul ripristino del monastero di Santa Maria di
Licodia, v. Mursia, Signorie e monasteri, pp. 167-182, e Id., Abbas, episcopus, dominus, pp. 48-56.
4
Per quanto riguarda gli studi di Clara Biondi v.: Ead., Troina medievale, pp. 7-146; Ead.,
Mentalità religiosa; Ead., «... de Fortilicio Agrò», pp. 57-76; Ead., «Turris cum molendino»,
pp. 173-194; Ead., «Iuratus et interrogatus dixit», pp. 249-268; Ead., Il testamento di Damiano
Sallimpipi, pp. 39-74. Per quanto riguarda, invece, gli studi dei suoi allievi v., tra gli altri, quello
di Mirabella, Le donazioni, pp. 93-120.
5
Ardizzone, Regesto delle pergamene.
6
Ivi, p. 137.
7
Ivi, p. 180.
8
Ivi, p. 254.
9
Per la Sicilia aragonese v. i lavori di D’Alessandro, Politica e società; Id., Il Mezzogiorno, pp.
525-553; Id., Mezzogiorno angioino e aragonese, pp. 231-242; di Corrao, Corona, pp. 255-280; Id., Un
circuito secular, pp. 74-81; Id., La Sicilia aragonese, pp. 1-19; e, infine, di Tocco, II Regno aragonese
di Sicilia, pp. 104-106; Id., Ceti cittadini, pp. 131-152.
228
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
2. Alle origini della grande proprietà dei ‘venerabili monasteri di S. Maria di Licodia e di
S. Nicolò l’Arena’
Nel 1205, Ruggero Orbus, abate del monastero di S. Agata e vescovo di Catania,
elevò il priorato di S. Maria di Licodia ad abbazia, concedendo al confratello Pie-
tro l’uso della mitra, dell’anello e del baculo10. L’elevazione abbaziale era probabil-
mente scaturita dal prestigio e dalla ricchezza raggiunti dal monastero paternese,
al quale, nei primi anni del Duecento, Ruggero assoggettò anche il priorato di S.
Leone in Monte Gibello, insieme alle sue grange11. In poco più di sessanta anni,
S. Maria di Licodia da monastero di famiglia, fondato o ripristinato da Simone
del Vasto, era riuscita ad assurgere a una delle più influenti abbazie della Sicilia
orientale. L’Aleramico aveva dotato lautamente il suo monastero, concedendo al
monaco Geremia non solo il fondo su cui insisteva l’antico metochion, ma anche la
limitrofa tenuta di contrada Tre Cisterne, il feudo di Pietralunga presso Paternò, il
feudo di πιτελχαμμούτ presso Butera, la vicina clausura di S. Cono e, infine, una
tenuta presso Cerami12. Inoltre, Simone aveva assoggettato a S. Maria diversi edi-
fici sacri rurali, tra i quali S. Filippo in Pantano, il cui chiostro doveva essere di una
certa importanza se, dopo il 1205, l’abbazia di Licodia fu tenuta a corrispondere a
S. Agata di Catania un’oncia d’oro l’anno. Cionondimeno, il fatto che S. Maria fos-
se stato istituito come monastero di famiglia da parte del signore di origine pie-
montese dovette probabilmente influire sulle future vicende del priorato, il quale,
nel corso del XII secolo, non risultò destinatario di alcuna donazione da parte del
notabilato zonale. È possibile, così, supporre che gli avvenimenti che segnarono
gli ultimi anni di vita di Simone del Vasto, accusato di tradimento verso gli Hau-
teville e riabilitato poco prima della sua morte, avessero pesato sulle scelte effet-
tuate dalle classi dirigenti etnee.13 Scelte che ebbero forse lo scopo di rivelare la
lontananza d’intenti da parte del notabilato zonale nei confronti dell’Aleramico,
la cui figura, a differenza di quella del padre Enrico del Vasto, tra gli anni Sessanta
e gli anni Settanta del XII secolo, risultava sgradita negli ambienti di palazzo14.
D’altro canto, proprio in questi decenni, mentre Paternò veniva confiscata agli
Aleramici, Manfredi del Vasto decideva di trasferirsi a Mazzarino, dove la pre-
senza lombarda appariva più robusta15. I ceti dirigenti zonali predilessero, così,
orientare i loro interessi religiosi ed economici verso il priorato di S. Leone in
Monte Gibello, un metochion fondato o ripristinato da Enrico del Vasto: zio di Rug-
gero II, tra i principali artefici della costituzione del Regnum e soprattutto figura
gradita alla corte degli Hauteville16. Il fatto poi che questo priorato fosse dedicato
10
Pirri, Sicilia Sacra, p. 1159.
11
White, Il monachesimo latino, pp. 182-186.
12
Cusa, I diplomi greci ed arabi, pp. 558-562.
13
Garufi, Roberto di San Giovanni, pp. 58-59; Mursia, Strutture signorili, pp. 53-54.
14
Su Enrico del Vasto, v. Garufi, Il conte Enrico di Paternò, pp. 206-229; Id., Gli Aleramici e i
Normanni, pp. 47-83; e Bresc, Gli Aleramici in Sicilia, pp. 147-163.
15
Garufi, Il «castrum Butere», p. 161; Mursia, Strutture signorili, p. 55.
16
Enrico del Vasto ebbe un posto di particolare rilievo nella promotio ad regnum della contea
229
SSMD, n.s. IX (2025)
A partire dal 1333, le case benedettine del versante meridionale dell’Etna furono
rette dall’abate Bartolomeo. Si conosce poco o nulla di questo monaco, se non
che, tra i primi atti del suo mandato abbaziale, egli si preoccupò di far tradurre in
latino il privilegio greco di Simone del Vasto e di farlo ratificare dalla regina Ele-
onora d’Angiò19. La richiesta presentata dall’abate alla Camera reginale scaturiva
probabilmente dal bisogno di possedere un documento in una lingua comprensi-
bile da tutti e forse anche dall’esigenza di munirsi di uno strumento efficace per
salvaguardare i beni e i diritti del suo monastero20. Si può, così, ipotizzare che Bar-
tolomeo, considerata l’ampiezza del patrimonio della sua abbazia, avesse avviato
già in quegli anni una ricognizione di tutti possedimenti di S. Maria di Licodia e
di Sicilia Per questo, v. Caravale, La feudalità nella Sicilia, p. 37; Tramontana, Il re e i baroni, pp.
79-91, e Fuiano, La fondazione del Regnum Siciliae, p. 74.
17
Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 49; White, Il monachesimo latino, p. 409 (edito con
data errata: 1158); Falkenhausen, Tra Catania e Paternò, pp. 178-181.
18
V. appendice documentaria, n. 1.
19
Pirri, Sicilia Sacra, pp. 1157-1158, e C.A. Garufi, Gli Aleramici e i Normanni, pp. 76-79.
20
La Camera Reginale costituì la dote assegnata da Federico III, re di Trinacria, alla consor-
te Eleonora d’Angiò come dono di nozze (1302). Su Eleonora d’Angiò e sulla Camera reginale,
v. Kiesewetter, Eleonora d’Angiò.
230
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
S. Leone in Monte Gibello. Soltanto in questo modo egli avrebbe potuto avere con-
tezza delle proprietà possedute dai monasteri benedettini etnei e avrebbe potuto
scoprire che Giacomo de Amantea aveva usurpato un uliveto dell’abbazia, ubica-
to in contrada Eremiti, a Paternò21. È verosimile che questo uliveto fosse la stessa
proprietà donata da Tommaso anglicus, nel 1210, o il κλεῑσμα concesso dalla di
lui figlia, Agnese Basadonna, nel 122222. Fatto sta che Bartolomeo per poter riavere
la tenuta del monastero dovette ricorrere al baiulo e ai giudici di Paternò, ai quali
presentò i documenti che rivelavano il legittimo possesso dell’uliveto da parte del
monastero.
La vicenda, di cui si ha testimonianza dal transunto di lettere di re Pietro II
del 19 novembre 1336, se da un lato rivela la difficoltà nella gestione dell’ampia
proprietà del monastero da parte dei religiosi, dall’altro svela anche le bramosie
dei ceti dirigenti zonali verso i fondi agricoli prossimi al castrum23. Paternò, d’altro
canto, controllava un territorio amplissimo e assai fertile, che, sin dalla seconda
metà del XII secolo, rappresentò uno dei motivi per cui molte genti giunsero non
solo dalla Sicilia orientale, ma anche dal Centro e dal Sud Italia24. È possibile, così,
avere una conferma di questo dato pure dal cognome di Giacomo nonché dagli al-
tri sottoscrittori del transunto di lettere di re Pietro II, in particolare dai de Crexen-
cio, il cui nome di famiglia era già allora particolarmente diffuso in Campania.
La pergamena del 1336 restituisce ancora notizie interessanti sulla presenza nel
centro abitato etneo di diversi milites, tra cui si annoverava Matteo di Bellacortina:
un personaggio legato di certo a un casale oggi scomparso, ma del quale rimane
traccia nella denominazione della contrada ubicata a sud-ovest dell’attuale città
di Paternò25.
Giacomo de Amantea, i de Crexencio, Matteo di Bellacortina, come probabil-
mente anche gli altri sottoscrittori del documento del 1336, oltre a essere stati
accomunati dall’interesse verso la ‘terra’, dovevano condividere pure un insieme
di valori, che li contraddistingueva nel modo di pensare e di agire. Erano modi
propri delle classi dirigenti, all’interno delle quali si annoveravano anche gli aba-
ti e i priori dei ricchi e influenti monasteri del versante meridionale dell’Etna.
Anzi, abati e priori dovevano essere essi stessi espressione del notabilato zonale,
poiché provenienti da quelle famiglie che costituivano le classi dirigenti, le quali
si mostravano fortemente interessate ad avere il controllo delle grandi proprietà
monastiche.
Quando l’abate Bartolomeo morì, alla guida di S. Maria fu eletto Giacomo de
Soris, esponente di una delle più importanti famiglie catanesi, il quale, durante il
suo mandato, si distinse per le sue capacità organizzative e per avere dato gran-
21
V. appendice documentaria, n. 1.
22
Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 49; White, Il monachesimo latino, p. 409;
Falkenhausen, Tra Catania e Paternò, pp. 178-181.
23
V. appendice documentaria, n. 1.
24
Ivi.
25
Prime notizie sui rapporti tra gli enti monastici, l’aristocrazia e i ceti dirigenti in Sicilia si
ritrovano in Mursia, Eigenkirche ed Eigenkloster, pp. 277-292.
231
SSMD, n.s. IX (2025)
de lustro alla carica abbaziale26. Giacomo, infatti, nel corso degli anni Quaranta
del Trecento, oltre a guidare le case benedettine etnee, fu pure vicario generale
della Chiesa di Catania, reggendo in nome del patriarca di Antiochia Gerardo
di Odone la diocesi isolana27. Fu nel 1343 che egli decise di ricostruire il mona-
stero di Licodia in un luogo più salubre e segnatamente su un poggio poco più a
nord dell’antico metochion italo-greco28. Giacomo, alla pari del suo predecessore,
si premurò, inoltre, di richiedere la ratifica di alcuni beni ottenuti dal monastero
negli anni immediatamente precedenti alla sua elezione, come rivela il privilegio
rilasciato dall’infante Giovanni il 19 gennaio 134729. Il documento convalidava il
possesso di una tenuta in contrada Finocchiara, legata per testamento all’abbazia
di S. Maria dal notaio Nicola Cotta. Costui l’aveva ricevuta dalla regina Eleonora
d’Angiò e, a sua volta, l’aveva donata per redimere la sua anima dai peccati che
aveva commesso in vita. Questa tenuta doveva essere di una certa importanza
non solo per la sua estensione e per la fertilità del terreno, ma anche perché nelle
immediate vicinanze si trovavano una serie di piccole imbarcazioni che permet-
tevano ai viandanti di guadare il fiume Simeto precisamente nel punto in cui si
dipartiva un’importante arteria stradale che giungeva a Caltagirone30. Non a caso,
la tenuta di Nicola Cotta confinava con le ’terre’ possedute da esponenti di pri-
mo piano dell’aristocrazia siciliana, a testimonianza dei forti interessi nutriti dalle
élite isolane verso contrada Finocchiara. In tal modo, essa confinava: a oriente con
quella di Nicola de Lauria, scriba quietacionis gentis nostrae nel 134331; a settentrio-
ne con quella del cavaliere Andrea Guarnieri, indicato, nel 1342, come cancella-
rius familiaris et fidelis della regina Eleonora d’Angiò32; e, infine, a meridione con
quella di Astasio de Gregorio de Tarento, barone di Castania33. La donazione del
notaio Cotta risultava, così, di una certa importanza per i monaci benedettini poi-
ché rendeva palesi gli interessi dell’abbazia di Licodia verso la Piana di Catania
e segnatamente verso un’area altamente contesa da personalità di primo piano
dell’aristocrazia siciliana. I monaci potevano sperare, infatti, di ampliare i loro
possedimenti o di ottenere i diritti su una delle scafe poste sul Simeto, attraverso
nuovi lasciti testamentari, come effettivamente avvenne alcuni anni dopo34.
Nei decenni seguenti, Giacomo de Soris, forte del suo ruolo di vicario generale
della Chiesa di Catania, si premurò anche di riorganizzare i beni dell’abbazia,
26
Notizie su Giacomo de Soris e la sua famiglia si ritrovano in Biondi, Mentalità religiosa,
pp. 171-172 e passim.
27
Costa, Geraldo Oddone, pp. 21-102.
28
BUR, Tabulario dei monasteri di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l’Arena, perg. n. 324 (ex
2. 27. Q. 1).
29
V. appendice documentaria, n. 2.
30
Bresc, Un monde méditerranéen, p. 358; ID., Dominio feudale, p. 96; e Biondi, Mentalità reli-
giosa, p. 179.
31
Marrone, Repertorio della feudalità, p. 330.
32
V. appendice documentaria, n. 2.
33
Marrone, Repertorio della feudalità, p. 187.
34
Biondi, Mentalità religiosa, p. 179.
232
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
4. Conclusioni
35
Marrone, Repertorio della feudalità, p. 86 (Bonisfiliis), pp. 129-130 (de Castellis), e pp. 187-
189 (de Tarento).
36
Sanfilippo, Aspetti di “pneumologia” storica, pp. 76-79.
37
Per quanto riguarda la viabilità connessa con i monasteri del versante meridionale
dell’Etna (S. Maria de Robore grosso, S. Leone in Monte Gibello e S. Nicolò de Arenis), v. Mursia, La
«via que venit a Messana in Adernione», pp. 409-418.
38
Sui possedimenti dell’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme a Paternò, v. Garufi, Per
la storia dei secoli XI e XII, p. 370.
233
SSMD, n.s. IX (2025)
A P P E N D I C E D O C U M E N TA R I A
Originale BUR, Tabulario di S. Maria di Licodia e di S. Nicolò l’Arena, perg. n. 251 (ex 1. 63. F 8), mm.
372 x 436. La pergamena si conserva in buono stato, benché presenti piccole macchie di muffa.
Il sigillo è mancante.
Regesto: Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 137.
234
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
conventus eiusdem dictas regias litteras penes se ad sui cautelam eiusque mona-
sterii et conventus publicatas et in formam publicam reddactas habere rogavit nos
actente idem abbas pro parte et nomine dicti monasterii et conventus eiusdem |
et ex regia parte requisivit nos qui supra iura iudicem et notarium nostrum su-
per hoc officium implorando, ut litteras ipsas publicatas et in formam publicam
redigere deberemus ut ex ipso transumptu quem ad modum et ab ipsis origi-
nalibus | litteris fides et vera probacio assumatur et constet eius. Itaque abbatis
per se dictique monasterii et conventus eiusdem peticionibus et requisicionibus
iusti ut potet ex officio nostro debito annuentes et considerantes eciam quia iuste
petentis | non est denegandus assensus et maxime quia litteras ipsas vidimus,
legimus et in speximus diligenter ipsas que invenimus non abolitas non abrasas,
non cancellatas, seu viciatas sed omni prorsus vicio et suspicione carere | tam
inter scriptura quam in sigillo litteras ipsas de verbo ad verbum nihil in eis per
nos diminuto, addito ac eciam non mutato, ipsas litteras in presentem formam
publicam nostra iudiciali auctoritate interposita reddigi fecimus fideliter | et tran-
scribi, quarum literrarum tenor et forma per omnia talis est: Petrus secundus Dei
gracia rex Sicilie serenissimi domini domini Friderici reverendissimi patris sui
regis eiusdem regni in ipsius administracione generalis | locumtenens, baiulo
et iudicibus terre Paternionis fidelibus suis, graciam suam et bonam voluntatem
providere vobis per alias culminis nostri litteras scriptas exitit in hac forma: Pe-
trus secundus dei gracia rex Sicilie | etc. Baiulo et iudicibus terre Paternionis etc.
Iacobi de Amantea habitatoris dicti terre fidelis nostri querula exposicione nuper
accepimus. Quod eo tenente et possidente quoddam olivetum situm, positum in
territorio dicte terre certis | finibus limitatum, quod iam a pluribus annis elapsis
continuate possessione tenuerat ad quam possiderat pacifice et quiete, venerabilis
in Cristo abbas monasterii Lichodie in eodem oliveto nomine dicti sui monasterii
habere asserens | ius et tamen exponente eumdem ad curiam Cathaniensis vicarii
provocavit proponens, ipsum super peticionem ipsius oliveti vel possessionem
ipsius in eodem ecclesiastico iudicio con venire ad quod forum ipso exponente
tamquam ei | super lite huiusmodi non subiecto comparere negante. Idem vicari-
us predictum abbatem in possessione oliveti predicti fecit induti exponentem ab
eadem possessione de facto totaliter spoliando in eius preiudicium et iacturam. |
Et humiliter supplicavit sibi super hoc oportuno remedio subveniri, qua supplica-
cione admissa, cum gravamina nostris illata fidelibus nostre non debeat auctori-
tas regia tollerare. Immo eos ab oppressuris | illecitis ab eo defendere ex regiminis
debito teneamur sicut ipsos non excedere in alios nostre iurisdicioni non subditos
cohercemus fidelitate nostra firmiteret expresse mandamus quaternus requisito
ad hoc abbate predicto | si vobis sunnarie constiterit de premisis per exponentem
supersit legitimum ex adverso dictum exponentem in possessione predicti oliveti
auctoritate presencium redducatis et eadem possessione | redductun cum favo-
rabiliter defendatis predicentes dicto abbate quod siquidem ius indicto oliveto
dictum eius monasterium habere putaverit illud coram competente iudice per
viam legitimam prosequatur preterea modoet forma | predictis dicto exponen-
ti fructus dicti oliveti post dictam destitutionem perceptos per dictun abbatem
235
SSMD, n.s. IX (2025)
vel alium suo nomine restitui faciatis. Date sane sexto novembris quinte indicio-
nis. Nuper autem predictus abbas dictam magnam | nostram curiam adiens sua
exposicione mostravit quod eo olim procul dubio dignoscente dictum olivetum
predicto suo monasterio legitime pertinere ad curiam apostolice sedis per se vel
alium suo nomine aditum exinde habuit et recursum | et ad suam instanciam
cognicionem et decisionem cause ipsius eadem romana curia fratri Rogerio priori
Cathinensi ecclesie per suos apices delegavit. Cuius delegacionis auctoritate di-
ctus prior vocatis et presentibus partibus | coram eo et auditis examinatis et visis
earun iuribus diligenter predictum olivetum dicto monasterio et eius abbati suo
nomine restituendi sentencialiter terminavit et pro ipsius exemcione sentencie di-
ctus abbas in possessione | predicti oliveti per ipsum priorem seu aliquos ad hoc
eundem priorem specialiter ordinatos nomine dicti sui monasterii corpolariter
fuit inductus. Illudque tenet et possidet ex predictis causa et titulo indicatis ut
de predictis | iudicato et cognitione ipsius factis suplepniter et ordinarie sicut
superius dictus abbas per quoddam publicum instrumentum inde confectum ut
dicta magna curia presentatum docuit et ostendit ex quibus ostenditur manifeste
dictum abbatem non | de facto quia immo cum iuris defensione ademptum fore
predicti possessionem et dominium oliveti dictumque Iacobum precedentes lit-
teras impetrasse tacita veritate. Et propterea supplicavit litteras ipsas tamquam
impetratas | fallaciter retractari, quibus supplicacionibus inclinati cum de expo-
sicione predicti abbatis per dictum instrumentum publicum fides fiat, fidelitate
vestra mandamus ab exemcione predictarum precedencium litterarum penitus
desistentes | nonnulla dicto monasterio eiusque abbatis et fratribus in tenuta et
possessione dicti oliveti pretextu predictarum litterarum precedencium novita-
tem vel molestia faciatis quin immo si eram feceritis illam penitus retractatis. Date
| Agrigenti decimo nono novembris quinte indictionis quod autem in quarta li-
nea ubi legitur nobis abrasum parum appareat quod accidit non vicio sed errore
abrasum extitit per manus mei notarii supradicti, ideo presens instrumentum pro
| bono ut autentico habeatur. Unde ad futuram memoriam et ut de premissis
omnibus fides plenaria habeatur in posterum apud omnes pactum est exinde pre-
sens publicum instrumentum per manus mei predicti notarii | publici nostrum
qui supra iudicis notari et testium subscriptorum subscripcionibus et testimonio
robboratum. Actum Paternione anno mense die et indictione premissis.
✠ Ego Gualterius de Cusencia iudex terre Paternionis qui supra.
✠ Ego presbiter Iacobus de Crexencio testor.
✠ Ego presbiter Ugolinus de Rascaporta testor.
✠ Ego Lucas Millarisius testor.
✠ Ego Thomasius de Crexencio testor.
✠ Ego Matheus de Bellacortina testor.
✠ Ego Guillelmus de Cavallaro testor.
✠ Ego qui supra Philippus de Fino regius publicus eiusdem terre Paternionis no-
tarius predicte scripsi et testor.
236
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
Originale BUR, Tabulario di S. Maria di Licodia e di S. Nicolò l’Arena, perg. n. 356 (ex 1. 63.F. 24),
mm. 358 x 394. La pergamena si presenta in buono stato di conservazione.
Regesto: Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 180.
Iohannes infans Dei gracia ducatuum Athenarum et Neopatrie dux etc. Presentis
privilegii serie notum fieri volumus universis quod religiosus vir frater | Iacobus
abbas monasteri Sancti Nicolai de Arena devotus noster presens nuper in curia
nostra ostendit et presentavit eidem curie quodamm privilegium sub pendenti
| sigillo serenissime domine domine regine Alyonore illustris regine Sicilie dive
momorie recolende domine genitricis nostre quod inspici iussimus et videri sub|-
scripti tenoris: Alyonora Dei gratia regina Sicilie per presens privilegium notum
fieri volumus universis tam presentibus quam futuris quod considerantes satis
grata et | accepta servitia que notarus Nicolaus Cotta noster familiaris et fide-
lis celsitudinis nostre contulit confert assidue et collaturus est annuente domi-
no graciora ad | supplicacionem nichilominus ipsius humiliter culmini nostro
factam eidem notario Nicolao et suis heredibus in perpetuum de suo corpore le-
gitime descendentibus terras | illas pariclatarum seu aratrorum quinque positas
in territorio terre nostre Paternioni in contrata Finoclarie ad officium secreteris et
procuracionis curie nostre eiusdem terre | spectantes subscriptis finibus limitatas
videlicet ab oriente sunt terre que fuerunt seu quas possidebat notarius Henricus
de Leone quas nunc tenet et possi|det sub certa forma a curia nostra Nicolaus de
Lauria miles, ab occidente sunt terre Francisci Cafonti, a septentrione sunt terre
quas ad aratrum tenet et pos|sidet Andreas de Guarnerio miles cancellarius fami-
liaris et fidelis noster, a meridie sunt terre Lombardorum se Astasy de Gregorio
de Tarento militis et si qui alii | sunt confines, quas olim quondam Petrus Sarrotta
miles fidelis noster a curia nostra in tota vita sua tenebat et possidebat et per eius
obitum tam quam de | excadenciis ad manus nostre curie pervenerunt sub annuo
censu tarenorum auri duorum per eum et dictos suos heredes curie nostre ac he-
redibus et successoribus nostris | anno quolibet in perpetuum solvendorum. In
quarum predictarum terrarum corporalem possessionem dictus notarus Nicolaus
penultimo die proxime preteriti mensis novembris | huius quinte indicionis, per
notarium Lucam Millarisium vicesecretum et viceprocuratorem curie nostre in
terra predicta familiarem et fidelem nostrum ad mandatum | nostre celsitudinis
39
Il documento della regina Eleonora inserto nel privilegio dell’infante Giovanni non è
presente nel regesto di Ardizzone, Regesto delle pergamene.
237
SSMD, n.s. IX (2025)
pro inde sibi per litteras nostras fattum positum extitit et inductus sicut de ipsius
corporalis possessionis inducione ex tenore unius | ex tribus quaternis consimili-
bus inde fattis sub sigillis dictorum notari Luce et notari Nicolai magistris rationa-
libus eidem nostre curie familiaribus et fidelibus nostri | per predictum notarium
Lucam proinde destinati que in archivo ipsius nostre curie fecimus conservari
eidem curie nostre costitit de liberalitatis nostre clemencia | gratiose concessimus
et donavimus ac concedimus et donamus fidelitate regia atque nostra heredi que
et successorum nostrorum nec non curie et cuiuscunque alterius iuribus | semper
salvis ah huius autem nostre concessionis et donacionis memoriam et robur per-
petuo valiturum presens privilegium sibi exinde fieri et celsitudinis | nostre sigil-
lo pendenti iussimus communiri. Datum Cathanie anno dominice incarnationis
millesimo trecentesimo tricesimo sexto mense februarii primo eiusdem quin|te
indicionis. Et dictus abbas pro parte dicti sui monasterii devote ac humiliter no-
stro culmini supplicavit ut cum dictus notarius Nicolaus olim in ultimis constitu-
tus | predictum tenimentum terrarum legaviset et donaverit in perpetuum dicto
monasterio prout eius testamento facto per eum terciodecimo novembre unde-
cime indicionis proximo | preterite contineri asseruit et ex tunc possessionem
dictarum terrarum predictum monasterium receperit et habuerit esque teneat et
possideat concessionem seu donacionem | factam dicto monasterio de terris pre-
fatis per predictum quondam notarium Nicolaum non obstante quod ille sibi et
suis heredibus de suo corpore legitime descendentibus | in perpetuum ut predi-
citur per dictam dominam matrem nostram concesse fuerint eidem monasterio in
perpetuum inuitu domini nostri Ihesu Christi et dicti Beati Nicolai | confirmare
de nostra clementia dignaremur; qua supplicacione benigne admissa quia de di-
cto legato seu donacione facta de predictis terris dicto monasterio pre|dictum
quondam notarium Nicolaum et adempcione ac tenuta terrarum ipsarum per te-
norem cuiusdam publici instrumenti inde confecti acti Cathanie anno dominice
incarna|tionis millesimo trecentesimo quadragesimo secundo mense decembris
tercio eiusdem undecime indicionis manu Bonsignori Capu di micha publici ci-
vitatis | Cathanie notarii debita solennitate vallati facientis mentionem de tenore
constiterat de legato et donacione pre|scriptis quod instrumentum dictus abbas
nuper nostre ostendit illudque inspici iussimus et videri sibisque simul cum di-
cto privilegio resignari curie | nostre constat. Considerantes quod si vassallis et
familiaribus nostris liberaliter dona conferimus quanto magis monasterios et per-
sonis religiosis famulantibus Deo [..] do|minium et potestas sunt nobis conces-
sa liberi et graciosi esse debemus predicto monasterio predictam donacionem et
legatum facta per dictum quondam notarium Nicolaum monasterio predicto de
dicta tenuta terrarum aratrorum quinque quatenus limitatum est super in privile-
gio super dicto sibique facte fuerunt per dictum quondam | notarium Nicolaum
de munificentie nostre gratia sub solucione dicti census tarenorum duorum per
dictum monasterium anno quolibet nobis et successoribus nostris sol|vendo in
perpetuum liberaliter duximus confirmandum et sic opus est tenimentum ipsa-
rum terrarum eidem monasterio de novo concedimus et donamus predicto censu
et | cuiuslibet alterius iuribus at clausulis necessariis contentis in dicto privilegio
238
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
Originale BUR, Tabulario di S. Maria di Licodia e di S. Nicolò l’Arena, perg. n. 542 (ex 2. 27. L. 16),
mm 505 x 524. La pergamena presenta diverse macchie di muffa al centro, che rendono difficol-
tosa la lettura del testo. È presente un piccolo frammento del sigillo in ceralacca.
Regesto: Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 254.
Costancia Dei gracia regina Sicilie per presens privilegium notum fieri volumus
tam presentibus quam futuris quod venerabilis et religiosus vir frater Iacobus,
abbas monasteri Sancte Marie de Lycodia, siti in tenimento terre nostre Paternio-
nis ordinis Sancti Benedetici | Cathanensis diocesis et conventus monasteri eiu-
sdem devoti nostri ad nostre maiestatis presenciam attendentes ostenderunt et
presentarunt in curia nostra quodamm publicum instrumentum transationis per-
mutacionis et finalis concordie inter Berardum de Castellis militem civem | civi-
tatis Cathanie ex una parte et eosdem abbatem et conventum eiusdem monasterii
ex altera, inite et firmate post scilicet varias contenciones questiones controversias
et litigia […] inde resultantes et in iudiciis ventilatas de herbagiis seu pastuis cu-
iusdem tenimenti terrarum vocati | Lamancusa positi in territorio terre nostre
Paternionis factum manu notarii Simonis Caropipi publici dicte terre paternionis
aliarumque terrarum et locorum nostrorum olim ducalium notari omni debita
sollemnitate valaltum tenoris et continencie sub sequentis: In nomine Domine
amen. Anno | dominice incarnacionis millesimo tricentesimo sexagesimo mense
ianuarii decimonono eiusdem, quarte decime indicionis, regnante serenissimo
domino nostro domino rege Friderico Dei gracia inclito rege Sicilie Athenarum et
Neopatrie duce regni | eius anno quinto feliciter amen. Nos Thomasius de Cas-
sencio iudex terre Paternionis, Simon Caropipi regius publicus eiusdem terre om-
niumqye civitatum terrarum et locorum olim ducalium Sicilie notarius et testes
subscripti ad hoc vocati specialiter et rogati videlicet | nobilis Blascus Gregori de
Tarento, iudex Guillelmus de Calvino de Cathania, presbiter Tomasius Caropipi,
40
V. Ardizzone, Regesto delle pergamene, p. 246, perg. n. 523 (ex. 1. 59. E. 37).
239
SSMD, n.s. IX (2025)
240
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
bonorum predictorum non potuissent […] concordari pretitulato die partes ipse
coram nobis presentes non vi dolo vel metu cohacti non suasione vel errore ducti
sed sponte omni eorum consilio et provisione muniti de eorum grata et spontanea
volun|tate cum consensu arbitrorum seu abitratorum electorum predictorum ad
hec coram nobis presencium discescerunt et recesserunt ab arbitrio predicto no-
lentes propterea amplius de huiusmodi causa contraversiam habere ad infrascrip-
tum finalem concordiam transacionem et convenci|onem et finale pactum, per-
mutando infrascripta eorum corpora devenerunt in hunc modum videlicet: quod
dictus nobilis Berardus pro se suisque heredibus et successoribus et eadem nobili
consorti sua pro qua de rato promisit ut supra imperpetuum exinde causis de|dit
tradidit presencialiter et corporaliter assignavit dictis monasterii et conventus re-
cipientibus predictum tenimentum terrarum de Lamancusa subscriptis finibus
limitatum et herbagium ipsius cum omni eciam alio iure iaciorum eidem militi et
| consorti sue quomodolibet competenti in dictis tenimento terrarum et herbagio
supradictis et in ipsorum possessionem corporaliter induxit cum omnibus eciam
iuribus iusticiis et omnibus proprietatibus servitutibus et pertinenciis suis con-
suetis et debitis libera tamen et expedita ab omni onere cens|us marinarie vel
cuiuslibet alterius servicii et servitutis prestaturis et prefati domini abbas et yco-
nomus pro parte et nomine dicti monasterii et conventus cum expressa voluntate
et consensu capituli et convetus dicti monasterii ut supra ut similiter nobis plene
constitit ex eisdem concordie tran|sacionis convencionis et finalis pacti et permu-
tacionis causis dederunt tradiderunt et corporaliter ac specialiter assignaverunt
predicto nobili domino Berardo pro se et domina Costancia consorte sua suiusque
heredibus et successoribus imperpetuum quoddam tenimentum terrarum | dicti
monasteri situm et positum in tenimento eiusdem terre Paternionis ultra flumen
in contrata que dicitur de Lascifania subscriptis finibus limitatum nec non et
quamdam peciam terrarum dicti monasterii in eodem tenimento positam circa
flumen in contrata Bede secus terras iudicis Nicolai de | Castellis et secus terras
Sancte Barbare ordinis Theotonicorum et alios confines et in ipsorum possessio-
nem corporaliter ac presencialiter induxerunt cum omnibus iuribus iusticiis pro-
prietatibus pertinenciis et servitutibus earum consuetis et debitis liberas tamen et
expeditas ab omni onere cen|sus marinarie seu cuiuscumque alterius servici seu
servitutis prestacione nec non et uncias auri quinquaginta quatuor et tarenos qui-
decim ponderis generalis quas ex eisdem causis dictus miles propterea confessus
est recepisse et integre habuisse ab eisdem domino abbate et yco|nomo. Renun-
ciando propterea ad hec actioni exceptioni non numerate pecunie non habite non
recepte vel confessioni forte sub spe future numeracionis facte transferentes prop-
terea dicti dominus abbas et yconomus de consensu totius conventus et capituli
dicti monasterii in eumdem militem | uxorem et heredes ac successores suos et
prefatus miles pro se et domina consorte sua heredibus et successoribus suis in
eumdem monasterium et conventum et una pars in alteram omne ius dominium
proprietatem possessionem et potestatem omniaque iura et actiones reales perso-
nales vel | mixtas tacitas et expressas et omnem consuetudinarium ius quas et
quos dictum monasterium et antecessores eorum in dictis terris per eosdem do-
241
SSMD, n.s. IX (2025)
minum abbatem et yconomum eidem domino Berardo traditis et dictus miles do-
mina uxor eius et antecessores eorum in dicto tenimento terrarum de La|mancu-
sa herbagio et iuribus ipsorum habebat habet vel habere potuissent vel possunt ad
eo quod ipso iure transacionis dominii et iurium predictorum liceat partibus ipsis
bona singulis ut supra tradita deinceps perpetuo tenere possidere et […] gaudere
donare alienare et in alium | transferre vel ei et successoribus suis quicquid pla-
cuit libere facere tamque de re propria et de eis et in eis tamquam veri et legitimi
domini et patroni facere velle suum promictens et conveniens una pars alteri per
stipulacionem sollepnem predicta corpora et herbagium et iura iaciorum | sem-
per et omni tempore alter alteri legitime defendere retrahere et autorizare ab om-
nium calupniantibus et molestantibus personis ab omni debito questione molestia
et obligacione penitus liberate et de qualibet evicione […] ac predictas transacio-
nem concordiam convencionem | permutacionem et finale pactum per se heredes
et successores eorum semper omnique tempore firmas habere et ratas tenere et
observare et in premissis vel aliquo promissorum ullo umquam tempore contra-
facere vel venire in iudicio sive extra per eos vel submissam personas pro eis sub
pena unciarum | auri quinquaginta per eumdem dominum abbatem yconomum
et conventum dicti monasteri et successores eorum si extravenerint curie domini
Cathanensis Episcopi vel per eumdem militem heredes eius et successores eius si
contravenerint magne regie curie persolvenda in predicto notario publico pro |
parte curiarum legitime stipulanti sollepniter promissa qua ex una commissa so-
luta vel non premissa omnia et singula firma perdurent cum stipulacionibus viri-
bus dicte pene obligantes proinde una pars alteri videlicet dicti dominus abbas et
yconomus de consensu dictus conventus ut supra eidem militi | suisque heredi-
bus omnia bona dicti monasterii et prefatus miles pro se domina consors […] ei-
dem monasterio suoque conventui omnino bona eorum mobilia et stabilia presen-
cia vel futura habita et habenda ubicumque existencia et apparencia, renunciantes
propterea ambe partes ipse illis iuribus | et legibus quibus permutaciones transa-
cionem et vendiciones per decepcione ultra vel minus precii possunt infringi,
actioni et exceptioni doli quod metus tam condicioni sive causa et in factum pri-
vilegio fori exceptioni doli incidentis in contractum vel dantis causam ipsi con-
tractui privilegio monaste|riorum monacorum eclesiasticarum personarum legis
conveneat in omnibus aliis iuribus legibus constitucionibus consuetudinibus ca-
nonicis et civilibus et ipsorum auxiliis adversantibus in premissis vel aliquo pre-
missorum quibus contra premissa venire possent vel modo aliquo se iuvare vale-
ret. Fin|es vero dicti tenimenti terrarum de Lamancusa sunt hii et sic incipiunt
videlicet a scala que dicitur de chanuni in via publica qua itur Paternione ad ec-
clesiam Sancte Marie de robore gross et ipsa via mediante, ex parte occidentis
confinant cum terris dicti monasterii vocati Lychodie | ascendendo per ipsam
viam usque ad quendam montem qui est secus dictam viam ex parte orientis ubi
de supra est quidam lapis magnus et quedam arbor olivastra et ibi vocatur lu
capu di Lamancusa et inde descendunt fines predicti per cristas que dicuntur li
murtarelli ad cristas | que dicuntur li gistamuli et per alias cristas rasas versus
meridiem usque ad quamdam xaram que descendit a monte Rutundo ubi sunt
242
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
arbores quercus et sicut aque ab hiis cristis dependit versus dictum tenimentum
de Lamancusa. Et de inde limitatur cum predicta xara ex parte meri|diem partem
quod dicitur lu xambulu di Sparvaglia et inde cum ipsa eciam xara ex parte orien-
tis limitata usque ad quoddam iacium quod dicitur iazu russu quod est de perti-
nenciis dicte Mancuse et ab inde cum ipsa xara limitatur usque ad quoddam ma-
gnum riccacium | ubi est quedam rocca magna erecta cum arboribus que dicitur
Scornabeccu de supra et ibi […] la scala de vitavecha et per hos fines limitatur
cum nemore curie tenimenti Paterionis et ab ipso roccaccio incipiunt fines divi-
dentes alias terras dicti militis dictas de Sanctu […] tenimento de Lamancusa per
hunc modum incipiunt. Ab ipso roccaccio […] ac olivastrorum versus occidentem
ubi est arbor melicuccarum et inde versus occidentem veniunt per quomdam li-
mitem usque ad quamdam arborem piragini qui est supra | rupem que dicitur li
bolzi que rupis est supra iacium dicti militis et per rupem concluditur usque ad
scalam superius nominatam de Chanuni fines vero dicti tenimenti terrarum ei-
dem militi ultra flumen traditi sunt hii videlicet: ex parte septentrionis confinan-
tur et limitatur cum | terris dicti […] vallone salso mediante et cum ipso vallone
confinantur usque ad terras heredum quondam notarii Iohannis Fasanella qui
vallonus ex parte occidentis dividit terras dictorum heredum dicti quondam no-
tarii Hiohannis ab eisdem terris eidem militi traditis | usque ad vallonem qui di-
citur la Schifania et mediante vallone ipso ex parte occidentis confinant cum terris
tenimenti Centurbi usque ad viam qua itur Iallam et feudum dictum Luiudeo et
cum ipsa via confinat usque ad terras heredum quondam domini Philippi de Dio-
nisio cum omnibus terris | etiam confinant ex parte meridiei quodam parvo val-
lone mediante usque ad quemdam vallonem magnum […] vallonus magnus ex
parte orientis dividit terras eidem militi traditas a terris monasterii Sancte Marie
Nunciate de Paternione et per vallonem predictum ascendunt fines | predicti
usque ad inicium finium predictorum infra quos est quedam petie terrarum ho-
spitalis Sancti Iohannis Ierosolimitani que confinant cum terris eidem militi tradi-
tis, scilicet cum petia que dicitur de Pizolu ex parte occidentis et cum petia que
dicitur de Suppari ex parte orientis. Unde | ad futuram memoriam et eiusdem
monasterii eorumque successorum cautelam factum est exinde presens publicum
instrumentum manu mei predicti notari qui […] supra iudicis et testium subscri-
pcione et testimonio roboratum. Actum Paternionis anno die et indicione pre|-
missis. ✠ Ego Thomasius de Crixencio iudex terre Paternionis qui supra. ✠ Ego
notarius Philippus de Fino testor. ✠ Ego presbiter Nicolaus Dominicus testor. ✠
Ego Salvus Corsus de Therminis testor. ✠ Ego presbiter Thomas de Caropipi ar-
chibresbiter terre Paternio|nis testor. ✠ Ego Bartholomeus de Senis testor. ✠ Ego
Simon Caropipi qui supra regius publicus eiusdem terre Paternionis omniumque
civitatum terrarum et locorum olim ducalis Sicilie notarius premissa scripsi et
testor. Et nostro culmini humiliter supp|licarunt ut predictam transacionem seu
permutacionem benigne confirmare et acceptare prout ad nos spectat ut vera do-
mina et patrona dicti terre Paternionis ac abbate et conventu dicti monasterii iura
et bona sua omnia sub nostris protectione et defen|sione benignius et graciose
suscipere nostra serenitas dignaretur. Quorum supplicacione benigne admissa
243
SSMD, n.s. IX (2025)
recepto per celsitudinem nostram ispo instrumento transacionis cum aliis instru-
mentis dependentibus ex ipso quia ex tenore prefati instrumenti trans|acionis et
concordie ac aliorum dipendencium ex eodem que inscipi iussimus atque legi
dictum tenimentum terrarum de Lamancusa nec non iurium herbagiorum ipsius
cum omnibus et omnibus proprietatibus et pertinenciis suis in dictum monaste-
rium per dictum Berardum de consensu | uxoris sue imperpetuum fore translata
pariter et transfusa liquet nostre curie satis clare. Considerantesque quod opus
ipsum pium est et placidum regi regum per quem reges regnant et principes do-
minantur, monasteriorum scilicet privilegia liberta|tes et gracias ampliare de
consensu et voluntate et expressa cosciencia serenissimi principis domini Frideri-
ci dicti regni regis illustris domini viri nostri infrascripta omnia et singula ratifi-
cantis et acceptantis ac se sub scribendis abbatem ipsum conventum | monachos
et monasterium ante dictum tenore presentis privilegii sub nostri protectione et
defensione dominii recepimus. Et extenso brachio nostre fortidinis assumimus
graciose ac predictam transationem seu permutacionem cum dicto monasterio
factam et supra | quatenus in dicto instrumento ex eo distinguitur et notatur cum
dependentibus ex ipso divino intuitu ad salutem anime nostre de liberalitate no-
stra et gratia speciali ac ex certa nostra sciencia in quantum ad nos de iure digno-
scitur pertinere tamque vera domina | et patrona specialiter terre Paternionis pre-
dicte acceptamus ratificamus et nostro pleno dominio ac reginali favore perpetuo
confirmamus. Iniungentes de cetero omnibus et singulis tam officialibus quam
aliis privatis personis quatenus monasterium ipsum impersonis | rebus iuribus
tam presentibus quam futuris per eosdem minime molestetur ac nulli predicto-
rum officialium ac privatarum personarum imponere valeant ullo tempore ani-
malia in dicto tenimento de Lamancusa dicti terre civitatis Paternionis absque
speciali licentia dicti monasterii | sub pena consueta dominiis herbagiorum per-
solvenda applicanda dicto monasterio ad huius autem rei memoriam et robur
perpetuum et munimine presens privilegium ex inde fieri iussimus et pendenti
maiestatis nostre sigillo muniri. Datum Cathanie anno domini|ce incarnacionis
millesimo tricentesimo sexagesimo primo terciodecimo die mensis decembris
quintedecime indicionis.
✠ Nos Fridericus rex Sicilie suprascripta omnia confirmamus.
MANOSCRITTI
244
Mursia, Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri’
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TITLE
Nuovi dati sulla formazione del patrimonio dei ‘venerabili monasteri di S. Maria di Lico-
dia e di S. Nicolò l’Arena’ in Sicilia: tre privilegi inediti dei sovrani aragonesi (1336-1361)
New data on the formation of the patrimony of the ‘venerable monasteries of St. Maria di
Licodia and St. Nicolò l’Arena’ in Sicily: three unpublished privileges of the Aragonese
rulers (1336-1361)
247
SSMD, n.s. IX (2025)
ABSTRACT
The article examines the formation of the patrimony of the monasteries of St. Maria
di Licodia and St. Nicolò l’Arena in Sicily, moving from the analysis of three un-
published privileges granted by the Aragonese sovereigns between 1336 and 1361,
known so far only through the relevant registers published by Carmelo Ardizzone.
The study is based on documents preserved in the Tabulario of the ‘venerable mon-
asteries’, which reveal the strategies adopted by the monks to protect and expand
their land holdings through royal privileges, deeds of gift, purchases and sales, per-
mutations and testamentary bequests. The privileges studied include a letter from
King Peter II settling a dispute over an olive grove; a privilege from Infante Giovanni
confirming a land donation; and a ratification from Queen Constance of Aragon on
a land exchange. Not only do these documents illustrate the economic transactions
carried out by the monks, but they also offer insight into the political and religious in-
terests of the Aragonese rulers, the internal dynamics of the Sicilian aristocracy, and
relations with the local notables. The article thus attempts to contribute to the under-
standing of the historical and socio-economic dynamics of Aragonese Sicily and the
formation of the great monastic pro-prieties in the eastern sector of the island.
KEYWORDS
Middle Ages, 14th century, Aragonese Sicily, Monasticism, royal privileges, Ari-
stocracy, Ruling classes
248
La cancelleria del regno aragonese di Napoli attraverso
i registri del grande sigillo di Antonello Petrucci
di Francesco Senatore
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29571
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29571
Francesco Senatore
Università degli studi di Napoli Federico II
[Link]@[Link]
Nel Regno di Napoli, sotto Alfonso V d’Aragona e i suoi successori del ramo
italiano dei Trastámara, la cancelleria, che era una articolazione della corte, era
regolata, in linea di principio, dalle ordinanze emanate da re Pietro III (IV) d’A-
ragona il Cerimonioso nel 1344: le Ordinacions de casa i cort, rimaste un punto di
riferimento nonostante i successivi interventi normativi1. Non abbiamo nessuna
disposizione per il longevo regno di Ferrante (1458-94) e per quelli più brevi dei
figli Alfonso (1494-95) e Federico (1496-1501) e del nipote Ferrandino (1495-96).
Certo, il personale di cancelleria può essere ricostruito per via prosopografica,
repertoriando tutta la documentazione disponibile, con la difficoltà però di non
* Gli importi sono espressi nelle monete di conto napoletane, citate in questo modo: once
12.21.10,5 = 12 once, 21 tarì, 10 grani e mezzo. Si ricorda che 1 oncia = 30 tarì, 1 tarì = 20 grani,
mentre 1 oncia = 6 ducati (quindi 1 ducato = 5 tarì). Per le sigle R1-R11 v. Tab. 2. Il saggio è il ri-
sultato dell’attività di ricerca del PRIN 2020 Per (ri)scrivere la storia del Mezzogiorno bassomedievale.
Forme testuali del potere (secoli XIV-XV), da me diretto. Ringrazio la direttrice Candida Carrino e i
funzionari archivisti dell’Archivio di Stato di Napoli.
1
Per il testo delle ordinanze: Ordinacions (v. anche Schena, Le leggi palatine). Per la corte di
Alfonso: Chilà, Une cour; Ryder, The Kingdom, pp. 54-90; Sáiz, Accompagner. Per la sua cancelle-
ria: I registri Privilegiorum, pp. xi-xvi; Ryder, The Kingdom, pp. 218-219 (cap. Secretaries and seals
con riferimento al regno di Napoli); Sevillano, Cancillerías. Per la cancelleria del regno di Sicilia:
Silvestri, L’amministrazione, pp. 111-168. Per la corte di Ferrante: Russo, La corte.
SSMD, n.s. IX (2025)
poter discernere facilmente tra chi esercitava – e per quanto tempo e con quale
stipendio – un incarico in cancelleria e chi lo deteneva a titolo onorifico. Inoltre, le
note di cancelleria in calce ai diplomi ci restituiscono i nomi degli ufficiali di ver-
tice (cancelliere, vicecancelliere, segretari), raramente quelli dei registratori2, non
quelli della maggioranza degli addetti: secondo le Ordinacions erano 12 scrivans
de manament (notai addetti alla redazione degli atti), 8 scrivans de registre (addetti
alla registrazione degli atti), gli addetti al sigillo, il responsabile delle suppliche,
l’archivario, il portiere, ecc.3.
Due sono gli obiettivi del presente saggio: ricostruire l’organico della cancelle-
ria aragonese di Napoli a partire dal 1455, prima e dopo la morte del Magnanimo
(27 giugno 1458), comprendere se e come essa si enucleò dalla cancelleria ‘gene-
rale’ della Corona d’Aragona già mentre egli era in vita e risiedeva nel regno di
Napoli.
Le celebri Cedole di tesoreria aragonesi, ovvero i registri del tesoriere generale
del re conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e andati distrutti il 30 settembre
19434, non sarebbero stati di aiuto per rispondere a queste curiosità, perché gli ad-
detti alla cancelleria non erano pagati dal tesoriere ma dal protonotaro, percettore
dei diritti del sigillo, sulle somme cioè versate dai beneficiari per l’emissione dei
privilegi e di altri documenti5.
Nel regno aragonese di Napoli i registri del percettore dei diritti del sigillo,
come in genere tutti i libri contabili, erano divisi in due sezioni principali: le entra-
te, in ordine cronologico, con i nomi del beneficiario di ciascun atto, la descrizione
molto sintetica dello stesso, l’entità della tassazione; le uscite, per i salari dei mem-
bri della cancelleria, le spese per il funzionamento della stessa e, con maggiore
dettaglio, le uscite straordinarie deliberate dal sovrano. Questi era infatti libero di
utilizzare la liquidità di un suo amministratore in qualsiasi momento e per qualsi-
asi scopo. Nella sezione delle uscite si leggono nomi, funzioni e stipendi degli ad-
detti alla cancelleria6. A seguire potevano essere trascritti documenti importanti7.
2
Sevillano, Cancillerías, pp. 202-203; Senatore, Les mentions. Sulle note di cancelleria una
conferma a quanto si dice in quest’ultimo lavoro è data dallo spoglio di Pastore, Per la genesi.
3
Ordinacions, § 53-58, pp. 124-131; Sevillano, Cancillerías, pp. 200-213 (con elenchi di ad-
detti sotto il Magnanimo).
4
Quel giorno una pattuglia di soldati tedeschi appiccò il fuoco a una villa a San Paolo
Belsito, presso Nola, dove erano state ricoverate, per sfuggire ai bombardamenti, decine di mi-
gliaia di unità archivistiche dell’Archivio di Stato di Napoli, Palmieri, Degli archivi napolitani,
pp. 257-292.
5
D’Arienzo, Lo ius sigilli; Sevillano, Cancillerías, pp. 215-216 (in entrambi i contributi si
calcola l’ammontare degli stipendi pagati sui proventi del sigillo) e anche Sáiz, Accompagner,
nota 25.
6
Così i registri pervenutici in originale e in copia, elencati nella Tabella 2. Lo stesso si os-
serva nel registro, in lingua latina, dell’infante Pietro (zio di Pietro il Cerimonioso) nel 1342-45:
Romero, Un libro (con edizione delle uscite). Un frammento delle uscite del sigillo segreto regi-
strate in catalano dal protonotaro del re d’Aragona nel 1354 è edito e commentato da D’Arienzo,
Lo ius sigilli, pp. 511-512, 522-523.
7
Come le due lettere di R8, edite in Fonti aragonesi, III, pp. 157-160.
252
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
Alla fine di uno o più esercizi, il percettore dei diritti del sigillo, come tutti co-
loro che amministravano entrate e beni regi nella qualità di ufficiali o appaltatori,
consegnava il registro agli uffici addetti alla rendicontazione contabile: la Regia
Camera della Sommaria nel regno di Napoli, il maestre racional in quelli di Arago-
na e di Valencia. Con il registro erano consegnati anche i giustificativi: ricevute
dei beneficiari dei versamenti, mandati del re, ecc.8.
L’articolazione funzionale della cancelleria del Magnanimo in più sedi fisiche
e presso più luogotenenze (una questione cui tornerò più avanti) fa sì che i re-
gistri del sigillo relativi al regno di Napoli, così come quelli di altri ufficiali lì
attivi, potrebbero trovarsi sia nell’Archivo de la Corona de Aragón, a Barcellona,
sia nell’Archivio di Stato di Napoli, sia, più difficilmente, nell’Archivo del Reino
de Valencia. A Barcellona è presente un solo registro del sigillo degli anni in cui
Alfonso era a Napoli: quello del segretario e protonotaro regio Arnau Fonolleda
(17 ottobre 1448-31 dicembre 1452), che non riguarda però le entrate del sigillo
napoletano. A Valencia – a quanto pare – non ce n’è nessuno9.
Prima di essere distrutti nel 1943, i registri del sigillo relativi al regno di Napoli
si trovavano nella serie dell’Archivio di Stato (fondato come ‘Grande Archivio’)
denominata originariamente Sommaria, Magni Sigilli, poi, probabilmente dai pri-
missimi anni del Novecento, Sigillorum Summarie, definizioni corrette archivisti-
camente, tanto che trovano il loro corrispettivo a Barcellona e Valencia, ma che di
primo acchito potrebbero far dimenticare che i registri erano stati prodotti dalla
cancelleria regia e non dalla Sommaria, dove – è necessario ribadirlo – arrivavano
solo per la rendicontazione. Essi presentano, nelle glosse marginali, i consueti
rilievi dei contabili della Camera (i razionali), rilievi poi organizzati, se necessario,
in elenchi di quesiti (dubia), cui l’ufficiale era tenuto a rispondere10.
Nel 1872, data della relazione a stampa del direttore dell’Archivio Francesco
Trinchera, la serie Magni Sigilli della Sommaria (allora nella sezione Segreteria) era
costituita da 54 registri dal 1458 al 1718, cui si aggiungeva un «Indice»11, probabil-
8
L’obbligo per il protonotaro «tinent los segells» di tenere un registro e di consegnarlo al
maestro razionale è stabilito nelle Ordinacions, § 52, p. 124.
9
ACA, Real Patrimonio, Maestre racional, volúmenes, B 26. In questa serie del Real Patrimonio
e nella corrispondente serie dell’Archivo del Reino de Valencia, Maestre racional sono presenti
numerosi registri dei diritti del sigillo del XIV e XV secolo e, in maggiori quantità, dei secoli
XVI-XVIII. V. il Portal de Archivos Españoles (PARES) <[Link] per Valencia
anche SAVEX Sistema Arxivístic Valencià en Xarxa <[Link] Per approfondire la com-
parazione sarà necessario l’esame autoptico degli originali.
10
In casi del genere, non rari nei processi amministrativi, non è facile l’identificazione uni-
voca di ‘ente produttore’, richiesta dai protocolli di descrizione archivistica. È scorretta, o quan-
to meno ambigua, l’affermazione di Nicola Barone, secondo il quale i registri erano consegnati
alla Sommaria «dovendo questa prendere parte alla spedizione dei diplomi fatta dalla regia
cancelleria», Barone, Intorno allo studio, p. 13. La Sommaria era parte attiva, naturalmente, sia
per l’intervento nell’iter documentario del gran camerario, il capo dell’ufficio (ma è improbabile
che, quando necessaria, la sottoscrizione sua o del suo luogotenente fosse apposta in Sommaria),
sia per la rendicontazione, ma non per la spedizione in senso stretto.
11
Trinchera, Degli archivi napolitani, p. 393.
253
SSMD, n.s. IX (2025)
mente quello che alcuni studiosi citavano come repertorio Magni sigilli, di almeno
599 fogli, anch’esso distrutto. Conteneva i dati essenziali (foglio, data, nome be-
neficiario, natura del diploma, non sempre l’entità del diritto pagato), nello stesso
ordine dei registri originali, per il periodo 1452-150012. Data la brevità delle regi-
strazioni originali si trattava quasi di una trascrizione integrale. Registri del sigillo
dei secoli XVI-XVII si trovavano anche nella serie Collaterale, Sigillorum: nel 1872
erano 64 unità per gli anni 1560-163713. Il Consiglio Collaterale, che a partire dal
secondo decennio del Cinquecento affiancò il viceré, è il succedaneo istituzionale,
in certo senso, della cancelleria di epoca aragonese: anche i registri del sigillo che
esso produceva erano consegnati alla Sommaria per la rendicontazione14.
La serie Magni sigilli della Sommaria fu ordinata proprio durante la direzione
di Trinchera, come dimostra il fatto che in un elenco alfabetico di metà Ottocento,
relativo ai Diversi, una sorta di deposito da cui le unità archivistiche venivano
smistate verso collocazioni più congrue, è annotato, sotto la lettera S e con n. 118,
quanto segue: «Suggello … introito ed esito per l’apposizione del reale suggello»
con 8 items identificati dagli anni 1428-1462, 1463, 1466, 1468-1469 («due volumi»),
1473, 1474, 1492 e «senza epoca – più altri cinque dal 1456 al 1474». La notizia è
circondata da una linea, a significare evidentemente che questi volumi erano stati
trasferiti alla serie Sommaria, Magni sigilli. Le date infatti corrispondono a quelle
di Trinchera, se ipotizziamo un refuso (1428-1462 per 1458-1462)15. Dopo il 1872, i
registri di età aragonese furono ancora ispezionati: in un ulteriore inventario della
Sommaria, sotto la nuova denominazione di Sigillorum se ne elencano 48 unità
(anni 1456-1499)16: fra queste si trova il volume del 1469-70, ancora oggi esistente
(R8), che fu lì ricollocato dal Collaterale Sigillorum17.
Successivamente, nel secondo decennio del XX secolo, nel medesimo inventa-
rio della Sommaria, l’indice dei Sommaria Sigillorum già Magni sigilli fu riscritto e
aggiornato, portando a 50 le unità (anni 1453-1500)18. Fu allora verificata la natura
dei registri: alcuni risultarono essere del percettore dei diritti del grande sigillo,
altri del credenziere (il contabile che registrava le stesse entrate in un libro a ffron-
te19), qualcuno riguardava i diritti di altre tipologie di sigillo (il medio e il picco-
12
Si ricava dalle schede di Volpicella descritte infra, nota 21.
13
Trinchera, Degli archivi napolitani, p. 287.
14
Nei primi due registri della serie, riguardanti il 1560 e il 1561, le entrate sono dettagliate,
come nel Quattrocento, mentre le uscite attestano una prassi diversa perché coprono, per un
importo assai modesto rispetto alle entrate, soltanto le spese di funzionamento dell’ufficio e
i salari del credenziere, lo spagnolo Gregorio de Lara, e del cassiere, il notaio Virgilio (ASNa,
Collaterale sigillorum, 1, 2).
15
Ivi, Inventari antichi, 3 (già Pandetta 32), che riguardava la Sommaria.
16
Ivi, Inventari antichi, 2, f. 111rv. Anche questo inventario riguardava la Sommaria. Esso
è stato dismesso dopo la redazione nel 1965-70 di un ulteriore inventario, oggi in uso, il n. 2.1
(già 20, già 4).
17
Salemme, Un frammento, p. 41.
18
ASNa, Inventari antichi 2, ff. 162r-163.
19
Sull’ufficio del credenziere, largamente attestato al fianco degli amministratori regi e
municipali, v. Morra, Il “libro affronte”.
254
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
20
Le note che accompagnano quest’ultimo indice (ASNa, Inventari antichi, 2, ff. 162r-163r)
si trovano a piè pagina (quindi non sono state aggiunte in un secondo momento). Esse corri-
spondono perfettamente alle spiegazioni fornite da Rogadeo, Codice diplomatico, pp. 453, 456,
464. Sono presenti tre numerazioni dei Sigillorum: il «numero d’ordine» (da 1 a 50) e il «numero
generale progressivo» in rosso (da 34bis a 82) e, aggiunta a lapis nel margine sinistro, la nume-
razione del primo indice (da 1 a 48: ASNa, Inventari antichi, 2, f. 111rv). Tra gli studiosi ricordati
alla nota seguente, Rogadeo, che lavorò entro il 1920, cita la seconda numerazione come antica
(ad esempio scrive «2 olim 35»), mentre Volpicella, che lavorò entro il 1916, utilizza quella a la-
pis. Salemme, Un frammento, pp. 47-50 ha edito il secondo indice, pubblicando opportunamente
anche le note. Segnalo che in questo lavoro Inventari antichi, 2 è citato con la precedente collo-
cazione di Inventario antico ex 4 (numero che si legge ancora sul dorso) e che c’è un refuso nella
tabella a p. 48: la collocazione del registro del 1469-70 (R8), non è ASNa, Museo, Miscellanea di
Scritture, A 24, ma 15, come del resto l’autore dice nel testo. Ringrazio Ferdinando Salemme per
le generose consulenze: insieme con Gianluca Falcucci ha in preparazione un inventario della
serie Inventari antichi, ordinata di recente.
21
I manoscritti con gli spogli archivistici di Eustachio Rogadeo (1855-1920), storico biton-
tino, autore dell’importante Codice diplomatico aragonese per la Società pugliese di Storia Patria
(pubblicato postumo), sono nella biblioteca comunale di Bitonto a lui intestata (BER). Luigi
Volpicella (1864-1949) fece spogli sistematici dei registri e del repertorio, utilizzati per i ricchi
profili biografici che accompagnano la sua edizione nel 1916 del Liber instructionum di Ferrante
(Volpicella, Note). Egli rilegò le sue schede in sei volumi, che donò alla Società Napoletana
di Storia patria: SNSP XXXVIII D 34, 1-6 (in particolare II, pp. 473-559; III, pp. 560-655, VI, pp.
1917-1919). Oltre al repertorio, consultò i registri nn. 30-38 (antichi 62-70), citati con i numeri del
primo indice (supra, nota 20). Di Raffaele Sassone Corsi (1885-1951), autore di un inventario delle
scritture dell’Ordine di Malta (andate distrutte) abbiamo spogli dei Sigillorum su fogli sciolti in
ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 99/194 (ringrazio Gianluca Falcucci per la segnalazione).
Anche Pèrcopo, Artisti cita il repertorio a pp. 5n, 85n.
255
SSMD, n.s. IX (2025)
rio. Essi non presero nota di nessuna informazione contenuta nella sezione delle
uscite.
Sono scampate al rogo del 1943 quattro unità archivistiche, per mera casualità.
Il primo è il più antico registro della serie fin dai tempi di Michelangelo Chiari-
to: il registro del catalano Bernat Lopiz (1452-1455, XV-III ind.), tassatore (taxator),
cioè addetto ad applicare le tariffe stabilite per il sigillo. Di questo registro esiste-
vano in Archivio due fascicoli, cartulati rispettivamente 1-32 e 33-93, con entrate
dal 20 giugno 1452 (prima registrazione dopo l’intestazione) al 31 agosto 1455
(fine della III indizione). Essi ai tempi di Trinchera non erano nella serie Magni
Sigilli, cui furono aggiunti nel tempo intercorso tra il primo e il secondo indice di
Inventari antichi, 2 di cui si è detto. Quando Rogadeo stava lavorando al Diploma-
tico aragonese per l’età di Alfonso, prima cioè della sua morte nel 1920, il primo dei
due fascicoli era irreperibile, come segnalava del resto un’avvertenza nel secondo
indice dell’inventario22. Rogadeo ricorse perciò alla trascrizione di Chiarito del
1759 (n. 2, ex n. 35), dalla quale trasse soltanto le partite relative alla provincia di
Terra di Bari23. Operò la stessa selezione per il secondo fascicolo, che consultò in
originale (n. 1, ex 34bis)24. La dispersione del primo fascicolo si è rivelata provvi-
denziale, perché lo ha salvato dalla distruzione. Esso fu ritrovato, privo della co-
perta cartacea, grazie alla benemerita opera di riordinamento e di inventariazione
della documentazione aragonese condotta subito dopo il disastro dagli archivisti
napoletani e in particolare da Jole Mazzoleni. Fu edito nel 1963 dalla sorella Bian-
ca25, che però non conosceva la precedente edizione, pur selettiva, di Rogadeo.
Ciò le avrebbe consentito di attribuire il fascicolo al tassatore Lopiz e di integrarne
la pubblicazione con gli excerpta pugliesi tratti dal secondo fascicolo. Rogadeo ci
trasmette anche la trascrizione di Chiarito dell’intestazione che si trovava sulla
coperta, probabilmente cartacea, con la nota della consegna in Sommaria: 31 ago-
sto 1456, un anno dopo la fine dell’esercizio26. Il fascicolo superstite ha il formato
22
ASNa, Inventari antichi, 2, f. 162rv. Salemme, Un frammento, p. 47.
23
Rogadeo, Codice diplomatico, pp. 453-456. Il titolo era Regestum Magni sigilli anni 1456
confectum ab u.i.d. Michele Angelo Chiarito anno domini 1759, secondo la trascrizione di Sassone
Corsi (ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 99/194) che consente di correggere gli errori 1556
(sic) e contencium in Rogadeo, Codice diplomatico, p. 453 (errori presenti anche in BER, ms. A19).
24
Rogadeo, Codice diplomatico, pp. 456-463.
25
ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 24, edito in Fonti aragonesi, III, pp. 1-42 (431 re-
gistrazioni) con il titolo editoriale Quaternus sigilli pendenti. Nell’introduzione si dice che era
stato «rinvenuto tra le fonti aragonesi e conservato nella serie Miscellanea I, n. 4, del Museo
storico-paleografico» dell’Archivio (dunque la prima nuova segnatura post 1943, poi cambiata).
Ricordo che tutte le scritture del Museo andarono distrutte nel 1943. L’attuale collezione Museo,
Miscellanea di scritture, fu costituita dopo la II guerra mondiale, raccogliendovi le scritture più
preziose, tra cui quelle aragonesi, che via via venivano rinvenute.
26
La trascrizione di Chiarito era «Quinternus assignatus per Bernardum Lopiz tassatorem
256
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
del bastardello o agenda (mm 299×110), con il segno del riscontro effettuato sul
registro del percettore al margine sinistro di ogni partita: la nota tironiana per con,
che sta per concordat27. Formato e mise en page ricordano senz’altro i registri di Pere
Ram, del figlio Ferrer e di Arnau Fonolleda, protonotari di Alfonso, conservati
a Valencia e a Barcellona28. I razionali della Sommaria confrontavano il registro
de licteris expeditis sub magno pendenti sigillo Regni Sicilie in annis [Link], primae, [Link] et [Link]
indictionis incipiendo a die XX huius dictae XV indictionis, in quo Antonellus (de Petruciis)
de Aversa incipit exercere officium receptoris pecuniarum dicti sigilli. Presentatus in Camera
Summarie per Bernardum Lopiz die ultimo Augusti indictionis 1456, qui iuravit in forma
Camera consueta» (Rogadeo, Codice diplomatico, p. 454, ho modernizzato l’interpunzione).
Sull’originale leggo, grazie alla lampada di Wood: «Quater[nus] […] [tas]|satorem […] li […]
pro […] mag[no] [pen]|denti sigillo regni Sicilie in annis xv, i, | secunde et ter[tie] indictionis, in-
cipiendo a [xx] | iunii dicte xv indictionis», ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 24, f. [1r] (v.
Fonti aragonesi, III, p. 3). Subito dopo si legge la prima registrazione, del 20 giugno 1452. È pro-
babile che l’intestazione letta da Chiarito si trovasse invece sulla coperta cartacea, parte sinistra
di un bifoglio disperso, la cui parte destra era il f. 31, letto da Chiarito e repertoriato da Rogadeo,
oggi inesistente. La nota di consegna in Sommaria («Presentatus in Sommaria…»), trascritta da
Rogadeo, doveva trovarsi, secondo l’uso riscontrabile su molti registri, nella parte inferiore della
coperta. «De Petruciis» tra parentesi è probabilmente un’integrazione di Rogadeo. Va precisato
che il relativo in quo si riferisce al quaderno, perché nel periodo che esso copre Petrucci aveva
cominciato ad esercitare l’ufficio di percettore dei diritti del grande sigillo.
27
In sintesi: del registro del tassatore Lopiz ci sono pervenuti un fascicolo originale di
ff. 1-30 numerazione originale non leggibile ai ff. 1-7 per inchiostro evanito (ASNa, Museo,
Miscellanea di Scritture, A 24, edito in Fonti aragonesi, III, pp. 1-42), che copre le indizioni XV (1452
giugno 20-agosto 31) e I (1452 settembre 1-1453 giugno 11), e la sua copia parziale, opera di
Rogadeo dal testo tràdito da Chiarito già in ASNa, Sommaria, Sigillorum, 2, ex 35 (triplice trascri-
zione dei documenti di interesse barese, in BER, ms. A19, ff. 288v-293r, 344r-337v e 355r-356v; si
citano i numeri grandi a lapis rosso nel margine superiore esterno), con recupero del testo della
coperta e di qualche partita nel f. 31); un secondo fascicolo in copia parziale, opera di Rogadeo,
che copre la parte restante della I ind. (1453 giugno - agosto, ff. 32-42), la II (1453-54, ff. 43 e ss.),
e la III (1454-55, ff. 69-93), già in ASNa, Sommaria, Sigillorum, 1, ex 34bis (duplice trascrizione dei
documenti di interesse baresi, in BER, ms. A19, ff. 282-288v, 338r-344v). Qualche notizia tratta da
questo secondo fascicolo è anche in Sassone Corsi (ivi, Museo, Miscellanea di Scritture, A 99/194,
ff. 1-3). Le trascrizioni di Rogadeo sono state pubblicate in Rogadeo, Codice diplomatico, pp. 453-
456 e 456-463. Un’ulteriore integrazione del registro di Lopiz è possibile grazie alle registrazioni
inserte in una lettera di Alfonso del 12 novembre 1452, che elenca oltre 50 documenti esentati dal
diritto di sigillo e relativi al 1451-52 e a periodi precedenti, ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture,
A 6 (= Privilegiorum 1), ff. 26v-27r. La lettera, il cui originale era dotato del grande sigillo, è una
patente messa pro Petro Bisulduno, cioè per le esigenze di Pere de Besalù, conservatore del regio
patrimonio, che aveva l’incarico di vigilare sulle decisioni che avrebbero potuto danneggiare
il patrimonio regio. L’attestazione di Alfonso si riferisce probabilmente alla prima annualità di
questo registro (è presente la notizia relativa a Michele Riccio che è in Fonti aragonesi III, n. 75,
dove però il diritto di sigillo è menzionato) e alle annualità precedenti, giacché si cita il privile-
gio di nomina di Iñigo de Guevara a gran siniscalco («erectio in magnum senescallum», ASNa,
Museo, Miscellanea di Scritture, A 6, f. 26v), che risale al 26 dicembre 1448 (Ryder, Guevara, Iñigo).
28
Registri delle uscite («dates e pagues») dal 1° giugno 1417 al 27 aprile 1420 (ARV, Maestre
racional, 8293) e dal 1° maggio 1428 al 7 novembre 1430, completato dal figlio Ferrer Ram (ivi, 8296:
Compte del dret de segell sulla coperta originale); registro delle entrate e uscite di Fonolleda, in latino,
con alcune registrazioni in catalano, ACA, Real Patrimonio, Maestre racional, volúmenes, B 26.
257
SSMD, n.s. IX (2025)
del percettore sia con quello del tassatore (per le entrate), sia con quello del cre-
denziere (per le entrate e le uscite), come conferma una annotazione sul secondo
registro superstite29.
Quest’ultimo è il registro dei diritti del grande sigillo del 1469-70, III indizione
(R8), integro, se si eccettuano alcuni fogli strappati, pubblicato anch’esso da Bian-
ca Mazzoleni nel 196330. Il 27 gennaio 1471 il registro fu consegnato in Sommaria
da Bartolomeo Longo di Vico, procuratore di Antonello Petrucci di Aversa, notaio,
«regii secretarii et perceptoris iurium magni sigilli»31. Il registro fu quindi affidato
al razionale Loise de Raimo per controlli di rito, andati a buon fine32. È possibile
che durante la guerra mondiale questo volume fosse rimasto a Napoli, forse per-
ché utilizzato da Jole Mazzoleni, la quale in quel periodo aveva sulla scrivania i
registri Privilegiorum di età aragonese, anch’essi sopravvissuti33. Jole era interes-
sata alla cancelleria aragonese, un interesse che perseguì, nei decenni successivi,
specie quando divenne direttrice dell’Archivio, delineando una specifica sezione
così intitolata nelle guide ai fondi dell’Istituto34.
Anche il terzo registro superstite era probabilmente di Petrucci e riguardava
il grande sigillo per l’anno 1470-71, IV indizione (R9). Ne resta solo un fascicolo
29
Infra, nota 31.
30
ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 15, con il titolo di mano cinquecentesca Magni
sigilli VII sulla coperta, edito in Fonti aragonesi III, pp. 43-160 (1135 registrazioni e due lettere)
con titolo redazionale Sigillorum Summarie magni sigilli XLVI. Nel primo e nel secondo indice
di ASNa, Inventari antichi, 2, ff. 111r e 162v ha il numero 12, ex 46. Una mano della metà del
Novecento annota a penna in calce a f. 111r: «In realtà è un conto presentato in Sommaria degli
introiti ed esiti del diritto del gran sigillo tenuto dal segretario del Regno». Bianca Mazzoleni,
non avendo ricostruito la storia esterna della serie, osservò che sul dorso «è scritto erroneamente
“Collaterale Sigillorum 1469 a 1470”» (Fonti aragonesi, III, p. vii). Questa indicazione stampata sul
dorso è antica, certo precedente al controllo topografico dell’archivario Antonio De Masi (1708,
nota presente nel registro e edita ivi) e corrisponde all’originaria collocazione. Nella seconda
metà del XIX secolo essa fu coperta da un’etichetta in carta che ripeteva Collaterale Sigillorum.
31
La formula di consegna è nel margine superiore di f. 1r e si legge nell’introduzione
all’edizione (Fonti aragonesi, III, p. vii). La trascrivo qui per emendare alcuni refusi e omissioni:
«Presentatus in regia Camera Summarie per Bartholomaeum Longum procuratorem magnifi-
ci domini Antonelli regii secretarii et perceptoris iurium magni sigilli, qui iuravit esse verum
et in ipsius liquidacione non producere aliquas cautelas falsas nec mandatum sibi propterea
directum occupare et quociens fuerit intra † dicere † veritatem in forma Camere etc. die xxvii
ianuarii m°cccclxxi°». L’indicazione de Vico si legge in R5, f. 98r e R8, f. 102r. In R10, f. 103v
Longo è definito computaror dicti secretarii.
32
L’affidamento a Loise de Raymo, che doveva riferire agli altri ufficiali della Sommaria in
bancha, è ed. in Fonti aragonesi, III, p. vii. Nello stesso f. 1r è spiegato come andava fatta la rendi-
contazione: «Fiat collacio cum libr(is) credencerii et taxatoris», e si dà conto, con nota successiva,
del suo buon esito: «Facta collacione cum dicto libri credenzerii concordat» (non edito in Fonti
aragonesi, III).
33
I registri Privilegiorum, p. vi. I registri su cui lavorava Mazzoleni sono in ASNa, Museo A
6-12 (più un Iustitiae in Museo, Miscellanea di Scritture, A 16), i relativi regesti a sua cura furono
pubblicati nel Regesto della cancelleria aragonese di Napoli.
34
Mazzoleni, Le fonti documentarie, I, pp. 64-65. Per gli ordinamenti di Mazzoleni v. da
ultimo Senatore, La corrispondenza, pp. 229-231.
258
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
di 18 ff., dello stesso formato del precedente, con registrazioni dal 6 settembre al
23 ottobre 1470. È stato pubblicato da Ferdinando Salemme nel 202235. È molto
probabile che non fosse conosciuto prima del 1943, anche perché non è identifi-
cabile con certezza con nessuno di quelli presenti nell’ultimo indice prima della
distruzione36.
Non è facile identificare una quarta unità, recentemente portata alla mia atten-
zione da Carolina Belli, che ringrazio. Si tratta di un fascicolo di 16 ff, con registra-
zioni dal 5 ottobre al 30 dicembre37. A differenza degli altri, qui, dopo la notizia
dell’atto con l’indicazione del diritto da pagare, viene indicato il nome di alcuni
addetti alla cancelleria, presumibilmente coloro che erano responsabili del docu-
mento, il cui nome compariva nella formula di mandato in calce al testo38. Si tratta
di [Nicola] de Allegro, [Bernat] Lopiz, Antonello Petrucci e il figlio Francesco,
Giovanni Pontano, [Francesco] Scales, tutti documentati nella cancelleria almeno
fino al 1473, salvo Francesco Petrucci (Tab. 4). La presenza di Pontano a Napoli dal
1477 in poi, e quella, tra i beneficiari, di Francesco Del Balzo duca d’Andria, morto
nel 1482, restringe la datazione del frammento agli anni 1477-148239. La tipologia
dei documenti tassati, tutti legati all’ambito giudiziario (lettere moratorie ed ese-
cutorie, litterae iustae, cessiones bonorum, una sentenza) indirizzano verso l’ipotesi
di un registro tematico, forse connesso all’attività del Sacro Regio Consiglio, al cui
servizio operavano i medesimi scrivani e segretari della cancelleria. Il Consiglio
disponeva di un proprio sigillo. Di più, al momento, non è possibile dire.
3. I registri del sigillo ricostruiti per via indiretta: le quietanze per il percettore Antonello
Petrucci
Possiamo ricostruire, per via indiretta, altri otto registri del grande sigillo di Anto-
nello Petrucci, e ancora un suo registro pecuniarum. È opportuno spiegare che cosa
si intende per ‘via indiretta’. Dopo il buon esito della rendicontazione, Petrucci,
nella qualità di percettore del sigillo, si fece rilasciare dal sovrano, per maggiore
sua garanzia, quietanze definitive (finalis quietancie apodixa) nella forma di una
lettera patente, munita anch’essa del grande sigillo, ma senza corresponsione di
diritti per l’esenzione di cui egli beneficiava: nihil era annotato sull’originale con-
35
ASNa, Carte aragonesi varie, II, 24, ed. Salemme, Un frammento, pp. 51-68 (177 registrazioni).
36
Ivi, p. 40 lo identifica con il n. 18 (ex 59), che però, secondo Inventari antichi, 2, era un
registro del credenziere.
37
Il fascicolo, di 8 ff., numerazione moderna a lapis 1-16, mm 278×173 con tracce di cordi-
cella per la rilegatura, è stato appena collocato in ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 24bis
(maggio 2025). Reca alla fine, f. 16v, la somma totale di once 67.07.00 di entrata (di cui 04.12.00
per il sigillo pendente), presumibilmente riferita all’intero esercizio, visto che in calce a ogni
pagina c’è la relativa somma (quella delle entrate di ottobre a 7v; di novembre a 16v).
38
La formula del mandato («Dominus Rex mandavit mihi…»), seguita dal nome del se-
gretario e delimitata da boucles, era in calce al documento: Senatore, Les mentions, pp. 514-515;
Sevillano, Cancillerías, p. 193.
39
Figliuolo, Pontano, Giovanni e Petrucci, Del Balzo, Francesco.
259
SSMD, n.s. IX (2025)
segnato a Petrucci, in basso a sinistra, mentre nel registro del grande sigillo veniva
scritto «non taxata quia secretarius».
Nelle quietanze furono inseriti tutti i dati necessari: il totale delle entrate, il
dettaglio delle voci di uscita (una per una, con gli opportuni adattamenti lingui-
stici), il bilancio finale con il calcolo dell’avanzo o disavanzo, seguiti da una lunga
e ‘tombale’ formula liberatoria a beneficio dell’ufficiale. Non è possibile appro-
fondire in questa sede gli altri aspetti diplomatistici della finalis quietancie apodixa,
basti dire che nel Quattrocento essa sembra essere tipica delle cancellerie ara-
gonesi. Per gli studiosi, la sua potenzialità informativa è straordinaria: lo hanno
dimostrato Mario Del Treppo, che grazie ad una quietanza in favore del percetto-
re generale Pascasio Diaz Garlón ha potuto confermare il ruolo fondamentale di
quell’ufficiale nella gestione finanziaria del regno, ed Enza Russo, che ha studiato
la prima delle quietanze in favore di Petrucci qui analizzate40.
La cancelleria emise cinque quietanze nel 1467 e nel 1475, elencate nella Tabella
1. Come si può constatare dalla Tabella 2, esse ci consentono di recuperare i dati
sull’amministrazione del diritto di sigillo per 16 annualità (dal 1456-57 al 1473),
corrispondenti a 10 registri del sigillo e al Liber pecuniarum di Petrucci.
40
Del Treppo, Un ritrovato libro; Russo, Il registro.
260
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
41
Non è questo il primo registro tenuto da Petrucci, lo è invece quello presentato da
«Antonellum Petrotiam» nel 1456 e che aveva il n. 265 nel 1655, quando è citato da Toppi, De
origine, Pars I, p. 382. Non esisteva più quando la serie Magni sigilli dell’Archivio di Stato fu
inventariata (supra, par. 1).
42
I diritti iudicum et magistrorum iuratorum riguardano solo l’annualità 1457-58 VI.
43
BER, ms. A19 attesta l’esistenza del registro 3 ex 38 che andava dal 1457 settembre 1 al
1458 marzo 17, VI ind. con la collocazione Summarie, Sigillorum (estratti ivi, ff. 293-301 e 345-352,
editi in Rogadeo, Codice diplomatico, pp. 464-473) e del registro 4 ex 37 che ne doveva essere
la prosecuzione, visto che andava dal 1458 marzo 21, VI ind. a tutto il 1461-62, X ind. (ivi, ff.
331v-333v e 352r-354r), come implicitamente suggerisce lo studioso (ivi, f. 354r). Sul primo dei
due si leggeva la nota di consegna in Sommaria, sempre da parte di Bartolomeo Longo, il 19 no-
vembre 1463 (ivi, f. 293r), data che aveva ingannato in un primo tempo gli archivisti (ivi, p. 464
e Salemme, Un frammento, p. 47). È evidente che le due unità facevano parte di un unico registro
consegnato alla Sommaria in quella data, il ricostruito R3.
44
È possibile che il 7 (ex 42bis) fosse il registro in cui Volpicella (SNSP, ms. XXXVIII D 34,
6, pp. 1917-1919) trovò originali autografi di Petrucci. Lo chiama Sigillorum Summarie VII e indica
le date 1463 (l’anno che effettivamente repertoriò) e 1474 (la data della consegna in Sommaria?).
261
SSMD, n.s. IX (2025)
Tab. 2: Registri del sigillo e Liber pecuniarum di Antonello Petrucci pervenutici per via di-
retta e indiretta46.
45
Così nella Quietanza V a f. 102r, benché la sezione delle entrate sia intitolata Introitus
magni sigilli (Fonti aragonesi, III, p. 45).
46
Nella colonna titolo sono riportate le definizioni contenute nel testo (originale o inserto)
dei registri stessi. Si indica l’antica collocazione dei registri solo se se ne è certi. R3 era di almeno
684 ff.: v. il rinvio in Fonti aragonesi, III (R8), p. 157, n. 1133. R4 era di almeno 556 ff., rinvio ivi,
p. 154, n. 1122. R8 è di 149 ff.
47
Russo, Il registro, pp. 6-14, 17-21. Segnalo che la studiosa ha posticipato di un anno la
datazione di ciascuno dei registri R2-R4, essendosi confusa con il calcolo dell’indizione: quindi
R1 è 1456-57, V ind., e non 1457-58, e così via.
262
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
Gli eventi bellici potrebbero spiegare perché più annualità furono unificate in
un unico registro, eventualità tuttavia non rara nella cancelleria aragonese, come
si vede nei registri dei Ram e di Fonolleda sopra ricordati48. La prassi poi si rego-
larizzò: ogni registro coincise con l’anno indizionale e, dopo un prolungamento a
16 mesi di R9, con l’anno solare (R10: 1472; R11: 1473)49.
Le altre quietanze ci sono pervenute come copie in registro, non un registro Pri-
vilegiorum della cancelleria regia, dove erano senz’altro presenti, ma un registro
della Sommaria (recuperato in stato frammentario dopo il 1943), dove per memo-
ria dell’ufficio le quietanze furono trascritte con una certa rapidità, omettendo, in
due casi, le formule iniziali50. Tutte e quattro furono confezionate nel 1475.
Le intitolazioni con cui si identificano i registri nelle Quietanze fanno riferi-
mento al registro del grande sigillo pendente, cui si aggiunge negli ultimi tre casi
il mediocris. Il sigillo pendente, in cera vermiglia, era assicurato alla plica della per-
gamena mediante nastrini di seta a strisce verticali rosse e gialle detti zagarellae.
Un esemplare napoletano di Alfonso è di 122 mm51.
Petrucci incassava anche i diritti dei sigilli pendenti in oro e in piombo (le bol-
le), e anche quelli del sigillo grande quando era aderente, era cioè applicato me-
diante una nizza agli atti cartacei. I sigilli che abbiamo nominato sono descritti ac-
curatamente nelle Ordinacions. I sovrani aragonesi, su sollecitazione degli addetti
o a seguito di suppliche, dettarono ulteriori disposizioni sulla tipologia di atti per
ciascun sigillo e sul corrispondente tariffario52.
Nel Regno di Napoli (e probabilmente negli altri domini della Corona d’Ara-
gona), tali disposizioni si presentavano in linea di principio come rispettose delle
tradizioni locali: nei Parlamenti generali del 1450 e 1456 la tassa per il sigillo pen-
dente fu adeguata all’importo dei tempi di Giovanna II d’Angiò Durazzo53.
48
Supra, nota 28.
49
Si continuò con l’anno solare anche dopo, come risulta dalle schede di Volpicella in
SNSP, ms. XXXVIII D 34 e di Sassone Corsi in ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A 99/194.
50
Le Quietanze III e IV cominciano con una registrazione di tipo protocollare: «Die… expe-
dita fuit alia quietancia…».
51
Il grande sigillo di 122 mm usato nel 1457 per un indulto in favore del duca d’Andria
Francesco Del Balzo è descritto e riprodotto in Sagarra, Sigillografia, I, p. 200, tavola n. 84. Il pri-
mo esemplare di grande sigillo di Alfonso repertoriato ibidem, tavola n. 83 è di 130 mm. Ivi, a pp.
221-222 e a tavola 89 è descritto e riprodotto un esemplare del sigillo pendente in oro del regno
di Napoli di 65 mm: è quello usato per il giuramento di fedeltà di Alfonso a papa Eugenio IV per
l’investitura di Benevento e Terracina (1445). Fino al febbraio 1436 Alfonso non aveva un grande
sigillo del regno di Napoli: la prima attestazione è del 13 aprile 1436 (Giménez, Itinerario, p. 134;
Ryder, The Kindgom, p. 244). Nella Corona d’Aragona il colore della cera era il rosso acceso fin
dai tempi di Giacomo II e riprendeva la tradizione sveva (Sagarra, Sigillografia, I, p. 200, p. 7).
Foto a colori del grande sigillo in Canellas - Torra, Los registros, tavola II, p. 34. Per zagarella,
voce meridionale di etimo incerto, v. il Grande Dizionario della lingua italiana, s.v. I nastri, visibili
sugli originali, sono accuratamente descritti nelle Ordinacions, p. 196.
52
Ivi, § 98, pp. 195-197 e ss.; D’Arienzo, Lo ius sigilli, pp. 494-498; Sagarra, Sigillografia, I,
pp. 16-17; Sevillano, Cancillerías, pp. 214-216.
53
Scarton - Senatore, Parlamenti, pp. 285, 322.
263
SSMD, n.s. IX (2025)
I sigilli aderenti napoletani sono identificati con nomi diversi da quelli delle
Ordinacions: abbiamo il piccolo (parvus o rotundus) il quadrato (quadrus), e – ai
tempi di Ferrante – il medio (mediocris). Nel 1452 i tre sigilli del regno di Napoli
(pendente, piccolo e quadrato) erano custoditi da tre diversi tassatori e detentori-
bus54. Tutti e tre furono usati per il privilegio con cui furono approvate le richieste
del Parlamento generale del 145055. Nel Parlamento del 1456, in risposta alla de-
nuncia dell’eccessivo carico fiscale per i beneficiari, il sigillo quadrato fu abolito, si
ridefinì il tariffario e si decise che gli atti dovevano avere un solo sigillo56.
Secondo le Ordinacions, il sigillo segreto, custodito dal camerlengo, era nella di-
sponibilità dei segretari del re. I relativi proventi non erano destinati al personale
della cancelleria.
Dunque, nel 1467 Petrucci chiuse ogni pendenza con la Sommaria per gli anni
1456-65, e nel 1475 per il 1465-73. Per rendersi conto della severità dei controlli
messi in atto dalla Sommaria sulla correttezza contabile dei registri e sulla con-
formità dei giustificativi presentati basta ricordare i rilievi puntuali (dubia) che
furono sollevati nel 1474 sui conti di Petrucci dal 1465 in poi. Gli fu contestata la
mancanza del mandato scritto per alcune spese ordinate dal re stesso (chissà, for-
se anche a voce), tra cui l’elargizione di denaro per riscattare un prigioniero del re
di Tunisi, i lavori al castello di Aversa e le spese per i sigilli dei figli del re, nonché
i mancati introiti per le esenzioni. Petrucci presentò una supplica a Ferrante, che
ordinò alla Sommaria di considerare sufficienti le ricevute dei prestatori d’opera
e dei beneficiari57. Ma evidentemente non bastava, per questo l’anno successivo
Petrucci si assicurò quattro quietanze per gli anni 1465-73, mettendosi al riparo da
qualsiasi ulteriore contestazione. Oltretutto, in quanto segretario, non pagava al-
cun diritto per il sigillo. Va aggiunto che, in quegli anni, era di casa alla Sommaria,
con cui interloquiva abitualmente a nome del sovrano58, e della cui produzione
documentaria aveva piena contezza, visto che deteneva almeno dal 1471 l’ufficio
di mastrodatti di quella corte – in altre parole di cancelliere –, esercitato tramite
un sostituto di sua fiducia59. Tutti i processi, documentari e politici, passavano per
54
Ordine a questi tassatori di apporre i tre sigilli su un privilegio in favore di Guglielmo
Lo Monaco di Parigi, 1452 gennaio 10, Il codice Chigi, pp. 208-209. Si tratta del celebre artista che
avrebbe realizzato per Ferrante la porta bronzea di Castel Nuovo. Gli altri sigilli della Corona
d’Aragona, fin dai tempi di Pietro il Cerimonioso, sono il minore o comune, il segreto e quello
dell’anello (Ordinacions, § 98, pp. 195-197). Il sigillo piccolo del regno di Napoli era custodito da
Joan Espanit nel 1447 (Ryder, The Kingdom, p. 248 nota).
55
Scarton - Senatore, Parlamenti, p. 278.
56
Testo del provvedimento ivi, p. 322 e commento p. 147; v. Ryder, The Kingdom, pp.
246-247.
57
Privilegio di Ferrante, 28 febbraio 1474 (lettera patente con grande sigillo pendente), re-
gistrata alla fine di R8 = Fonti aragonesi, III, pp. 158-160.
58
Senatore, La parola del re, pp. 212-214.
59
Barone, Le cedole, p. 234. Volpicella, Note, p. 399 trova la notizia per il 1473 in un reper-
torio dell’ASNa. La concessione dell’ufficio di mastrodatti della Sommaria al proprio segretario
“maggiore” non è un fatto casuale, se si considera che nel novembre 1486 ne fu beneficiato
anche Giovanni Pontano e che ciò avvenne proprio quando Ferrante lo scelse come successore
264
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
lui e per i suoi colleghi, tra cui Giovanni Pontano, segretario responsabile delle
quattro quietanze (II-V)60. Ciò non toglie che le regole della rendicontazione do-
vessero essere rispettate ad unguem.
del Petrucci (Senatore, Novità, p. 293). Lo stesso vale sotto Alfonso: Ryder, The Kingdom, p. 199.
60
Compare infatti nella formula del mandato. La Quietanza I è redatta sotto la respon-
sabilità di Bartolomeo da Recanati. I razionali che si occupano delle quietanze sono Giovanni
Andrea Coco per la II e la IV, Loise de Raimo per la V.
61
Su Petrucci e in generale sul ruolo del segretario nel Quattrocento napoletano v. Delle
Donne, Le cancellerie; Russo, Petrucci; Id., Da Antonello Petrucci; Storti, Riflessioni; Vitale, Sul
segretario regio.
62
Al 13 agosto 1486 (domenica) fu annotato «quo die detenti fuerunt in Castello Novo
dominus locumtenens [= Joan Pou], dominus secretarius, comes Sarni et dominus Anellus
Arcamone et eorum liberi», ASNa, Sommaria, Notamentorum, 3, f. 36v. La Sommaria sospendeva
le sue attività solo la domenica e nei giorni delle feste religiose e civili (ad esempio matrimoni),
come documenta il registro appena citato. La descrizione dell’esecuzione è alla fine del Processo
contro Petrucci, ripresa verbatim dal cronista Ferraiolo, che la rappresenta anche in immagini
nel manoscritto New York, Morgan Library, M 801 a f. 96rv (edizione in Una cronaca napoletana
figurata).
63
Volpicella, Note, p. 399 e nota a 401 (fonte: Repertorio Magni sigilli dell’ASNa). Ryder,
The Kingdom, p. 248, nota 219 dà la notizia errata della nomina di Petrucci a receptor del sigillo
nel luglio o agosto 1452: l’errore è dovuto probabilmente a una confusione fra le schede dello
studioso, che rinvia a Rogadeo, Codice diplomatico, p. 454 (v. l’osservazione sul relativo in quo,
supra, nota 26) e a Toppi, De origine, Pars I, p. 201, dove si cita la lettera a Petrucci sul Panormita
(v. nota seguente).
64
Il cumulo delle tre funzioni è confermato dai registri ricostruiti (Tab. 2), i cui dati ho
265
SSMD, n.s. IX (2025)
Petrucci era allora uno degli scrivani (scribae) di cancelleria: ci è pervenuto l’atto
con cui fu nominato notarium cancellariae a vita, con la specificazione che avrebbe
composto le lettere dotate del grande sigillo, sia quelle commissionare dal re, sia
quelle commissionate dal protonotaro/logoteta e dal gran camerario, due cioè dei
grandi ufficiali del regno di Napoli65. La qualifica di notaio e il dettato della nomi-
na confermano che era uno scrivà de manament. Da quando? L’atto è privo di data,
ma Petrucci operava in questa funzione almeno dal novembre del 1452, quando è
documentato il suo intervento in un privilegio del re discusso nel suo Consiglio66.
Sarebbe diventato segretario solo nel 145867.
Conosciamo anche altri addetti al sigillo napoletano (Tab. 3): in primo luogo
il conservatore del grande sigillo, che era, almeno dal settembre 1448, Niccolò
de Statis di Monopoli, con un salario annuo di once 16.20.0068. Il 3 aprile 1464 ri-
confrontato con la voce che al segretario dedica Volpicella, Note, pp. 399 e 401. Volpicella rinvia
al Repertorio Magni Sigilli, rispettando le definizioni trovate: a una lettura rapida le tre funzioni
potrebbero essere intese come tre diversi uffici, ciò che non è, visto che la retribuzione è sempre
la stessa. Petrucci riceve 36 once all’anno nel 1456-57 in quanto preceptor [sic] iurium sigilli (R2,
f. 8v; Volpicella scrive che la nomina a «percettore» con quello stipendio è del 1458); ha l’ufficio
sigillatoris et perceptoris iurium sigilli ac conservatoris registrorum nel 1463-66 (R4, f. 12r; Volpicella
colloca la conferma dell’ufficio di sigillatore, percettore e conservatore dei registri nel 1459 per
36 once, datando al 4 febbraio nel testo, al 30 dicembre nella nota). Una conferma ulteriore viene
dall’ordine del Magnanimo a Petrucci «fideli scribae familiari nostro … sigillatori ac perceptori
et expensori pecuniarum iuris sigilli maiestatis nostre huius regni» di corrispondere ad Antonio
Beccadelli, appena nominato segretario, la provvigione annua di once 40.24.00 sui diritti del
sigillo, con decorrenza dal 1° settembre precedente, Napoli 22 ottobre 1455 (Toppi, De origine,
Pars III, pp. 266-269, v. Ryder, The Kingdom, p. 223). Toppi indica come fonte il registro Commune
della Sommaria 12 (anni 1454-56), f. 353. Prima di Petrucci sono attestati, come sigillator «regia-
rum litterarum magno regio pendenti sigillo», Giacomo de Civita il 12 settembre [1444] (ASNa,
Museo, Miscellanea di Scritture, A 31, fascicolo 1/3, f. 16r = Fonti aragonesi, IV, p. 7 n. 29, citato da
Ryder, The Kingdom, p. 248), e come sigillator et conservator registrorum Jaume de Villaspinosa nel
giugno 1452 (Fonti aragonesi, III, n. 6, p. 3).
65
ASNa, Sommaria, Diversi, I, 52 bis, ff. 76v-77r, già segnalato da Ryder, The Kingdom, p.
224. Si specificano tutte le fasi della scrittura cancelleresca: «ad conficiendum, dictandum et
scribendum litteras». Secondo gli usi del regno Sicilie citra Farum, il logoteta e protonotaro in-
terveniva nella produzione di determinate tipologie di diplomi, ad esempio quelli in risposta a
suppliche e le nomine di notai e medici, nei quali compariva come tramite della datatio, giacché,
in senso proprio, il diploma era datum per prothonotarium et logothetam, formula seguita dalla
sottoscrizione autografa in accusativo (Senatore, Les mentions, p. 533). Il gran camerario era a
capo della Sommaria.
66
«Antonellus Petrocia ex provisione facta per reverendum episcopum Urgellenensem
praesidentem in Consilio, qui eam vidit et signavit», ASNa, Museo, Miscellanea di Scritture, A
6, f. 28v, nota in calce al testo, sotto la notizia della sottoscrizione autografa di Arnau Roger de
Pallars, vescovo di Urgell e patriarca di Alessandria, che presiedeva il Consiglio regio in quanto
cancelliere del re. Lo stesso si osserva in un privilegio del 4 agosto 1454, ivi, f. 161r.
67
Infra, nota 104.
68
Così è detto in ACA, Cancillería real, reg. 2913, ff. 64v-65r (regesto in I registri Privilegiorum,
p. 462). Nell’atto, segnalato anche da Ryder, The Kingdom, p. 248, si legge de Monteopulo, per pro-
babile errore del registratore. Lo stipendio risulta da R2, f. 8v (1456-57). Prima di lui era stato
conservatore Giovanni de Uliante, attestato nel 1436 (Ryder, The Kingdom, p. 248).
266
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
nunciò all’ufficio e gli subentrò Petrucci con lo stesso salario69. De Statis era anche
titolare dell’ufficio di credenziere del grande sigillo (20 once)70. Il taxator sigilli,
come sappiamo, era Bernat Lopiz, nominato a vita dal Magnanimo con un salario
di 24 once (1442)71.
I nostri registri documentano l’incarico di notator sigilli, per il quale Troilo Pi-
gnatelli fu remunerato in un breve periodo fra il 1457 e il 1462. Aveva forse il com-
pito di apporre la sigla Not(atum) sui privilegi, dopo aver riscontrato che fossero
stati correttamente registrati72?
In sintesi, gli incarichi legati al grande sigillo parrebbero essere quattro: sigilla-
tor/receptor/perceptor iurium sigilli e – insieme – conservator regestrorum; conservator
sigilli; credencerius; taxator sigilli. Petrucci cumulò i primi due e vi aggiunse, nel
1456-58, quello di perceptor iurium magistrorum iuratorum et iudicum (che sorprende
perché i diritti regi al riguardo erano stati aboliti in cambio del raddoppio della
tassa generale nel Parlamento dell’ottobre 145673) e dal 1470-71 anche i diritti del
sigillo mediocris (Tab. 4).
Di più non si poteva, perché sarebbe stato improponibile acquisire gli uffici di
credenziere e di tassatore, necessari per assicurare un duplice controllo contabile.
Al tempo del Magnanimo i segretari erano numerosi e la cancelleria che ope-
rava a Napoli trattava gli affari di tutta la Corona d’Aragona. L’organizzazione
degli uffici di vertice nella corte aragonese in questo periodo è questione di rilievo
nella bibliografia. Essa fu sollevata la prima volta da Ruggero Moscati: in una se-
69
Volpicella, Note, pp. 399, 401 (v. R4, f. 12r). Di lì a poco Petrucci fu nominato anche por-
tiere della cancelleria (ibidem), carica che non compare nei registri qui ricostruiti, e che pure era
stata di De Statis fino al 1448, quando dopo la sua rinuncia era passata a Domenico di Caiazzo
(Alfonso il Magnanimo, 23 settembre 1448, ACA, Cancillería real, reg. 2913, ff. 64v-65r, regesto in
I registri Privilegiorum, p. 462), anche lui assente nei registri qui ricostruiti.
70
De Statis fu nominato dal Magnanimo credenziere il 15 ottobre 1456, nell’anno indizio-
nale di R2, dopo la rinuncia di Tommaso de Venia di Rocca Cilento (I registri Privilegiorum, p.
565. Ryder, The Kingdom, p. 248 legge nel documento Vaia de Cilento: non ho potuto controllare
l’originale). Prima ancora era stato credenziere «in officio cancellarie huius regni Sicilie citra
Farum penes quoscumque conservatores magni nostri sigilli pendentis dicti regni, sigillatores
litterarum et privilegiorum quorumcumque necnon perceptores pecuniarum et iurium nobis
spectantium ex et de iuribus nostri magni sigilli pendentis» lo scriba Sergio De Marinis di Cava,
come recita la nomina a vita, con stipendio di 50 ducati e diritto di nominare un sostituto (1°
febbraio 1449, ACA, Cancillería real, reg. 2913, f. 108rv, regestato in I registri Privilegiorum, p. 470
e ricordato da Ryder, The Kingdom, p. 236).
71
La nomina a «taxatorem omnium et singulorum litterarum a nostra Curia emanancium
sub pendenti sigillo tam graciam quam iusticiam continentium» è datata Pozzuoli 16 marzo
1442, ACA, Cancillería real, reg. 2904, f. 48v (regesto in I registri Privilegiorum, p. 111). Lopiz è
taxator in tutti i registri di Petrucci, dal 1456 al 1473 (tabelle 3-4).
72
R2, f. 9v. Avevo ipotizzato, ma a questo punto non ne sono affatto sicuro, che questa nota
cancelleresca segnalasse la registrazione presso la Sommaria (Senatore, Les mentions, p. 518).
73
R2, f. 8v; R3, f. 10v. Si potrebbe supporre che l’abolizione dell’adiunctum (il raddoppio
della tassa generale) nel Parlamento del 1458 abbia comportato il ripristino del diritto di nomina
di mastri giurati e giudici, anche solo nelle parti del regno dove non era caduto in desuetudine
(Scarton - Senatore, Parlamenti, pp. 142-144, 156 e schede corrispondenti).
267
SSMD, n.s. IX (2025)
rie di articoli pubblicati negli anni ’50 e ’60 del Novecento, egli distinse le «cariche
generali», competenti per tutti i domini di Alfonso, da quelle relative ai singoli
regni, dunque anche la «cancelleria generale» dalla cancelleria «speciale dei vari
regni: di Napoli o di Sicilia, di Valenza o di Aragona e via dicendo»74. La coesisten-
za, a Napoli, della cancelleria generale e delle cancellerie speciali condizionò l’ar-
ticolazione dei registri di cancelleria, per la gran parte copialettere con lettere in
uscita (aperte e chiuse) distinti per regni e per contenuto (Curie e Curie Neapolis o
Curie Valencie, ad esempio)75. Presso i luogotenenti e viceré del sovrano negli altri
regni erano attivi registri con intitolazioni simili. Dopo la morte del Magnanimo
i registri prodotti a Napoli furono richiesti da Giovanni II a Ferrante e da questi
spediti, o potremmo dire versati nell’Archivio della Corona a Barcellona76.
Con riferimento al regno di Napoli, Alan Ryder ha insistito sul fatto che non
esistevano due cancellerie separate, benché a corte fossero presenti ufficiali di
cancelleria intesi «al modo aragonese» (come il vicecancelliere) e altri «al modo
napoletano», rispettosi della tradizione normanno-sveva (come il gran cancelliere
e il protonotario/logoteta)77. È dello stesso avviso Carlos López Rodríguez, se-
condo il quale le cancellerie aragonese e napoletana si fusero nello ‘stampo’ della
prima78.
Per comprendere meglio come operasse concretamente a Napoli una cancelle-
ria generale insieme a tante cancellerie ‘speciali’ conviene evitare di considerarle
come istituzioni dal perimetro rigido, quasi uffici di uno stato ottocentesco – si
perdoni l’estremizzazione, estranea agli studiosi citati. In secondo luogo, convie-
ne fare alcune puntualizzazioni linguistiche. La definizione utilizzata per Petrucci
è scriba in latino, che corrisponde al catalano antico escrivà e all’italiano scrivano:
nel mondo aragonese (quindi anche napoletano) voleva dire semplicemente ‘can-
celliere’. Nella documentazione cancellaria è adoperato come sinonimo nel lemma
scribania e, persino, di prothonotaria79. Questo perché il protonotaro era, secondo le
74
Moscati, Ricerche, p. 25, con cui concorda Del Treppo, Il regno, p. 104 e note pp. 186-187.
75
Canellas - Torra, Los registros.
76
Ivi, pp, 29-30; Lopez in I registri Privilegiorum, pp. xxii-xxviii; Moscati, Ricerche, p. 26.
77
Mutuo la distinzione da Ryder, The Kingdom, pp. 221, 236, che la usa a proposito dei
segretari.
78
«Se fusionaron las cancillerías aragonesas y napoletana en el molde de la primera», I
registri Privilegiorum, p. xv.
79
Pragmatica sanctio in favorem scribarum regnorum et aliorum de regia scribania, Torre del
Greco, 1451 settembre 4, ACA, Cancillería real, reg. 2618, ff. 144v-147v, edito in Chilà, Une cour,
III, pp. 37-40. Il Magnanimo pose un tetto al numero degli scrivani nelle cancellerie presso di
sé e presso la moglie e il fratello, suoi luogotenenti nei regni iberici: «cancellariis seu scribaniis
nostris que geruntur in … locumtenentiis generalibus», «apud cancellarias nostras et dictorum
locumtenentium nostrorum». Sono intese come del re (nostris) anche le cancellerie che operano
per i due luogotenenti. Il limite è di 6 scrivani di mandato e 4 di registro per ciascuna delle tre
scrivanie (dunque esattamente un totale di 18 e 12 come stabilito da una precedente pramma-
tica di Alfonso che viene richiamata) oltre a due segretari per ciascuna e altri addetti. L’atto è
commentato da Delle Donne, Le cancellerie, p. 385; I registri Privilegiorum, p. xv; Sevillano,
Cancillerías, pp. 203-204. L’endiadi protonotaria seu scribania si legge anche nel registro del sigillo
268
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
269
SSMD, n.s. IX (2025)
I registri magni sigilli di Petrucci consentono di ricostruire con una certa sicurezza
l’organigramma della scrivania napoletana o – meglio – l’organigramma degli
ufficiali retribuiti sui proventi del grande sigillo del regno di Sicilia citra Farum.
83
Supra, nota 79.
84
Spesa per i due panni, fabbricati da Joan Albareda di Barcellona, bancalerius, registrata il
25 gennaio 1450, ACA, Real Patrimonio, Maestre racional, volúmenes, B 26, f. 287v.
270
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
R2 R3 R4
UFFICIALI 1456-57, V da 1457-58, VI 1463-65,
a 1461-62, X XI-XIII
Segretari del re
Bartolomeo Antici da Recanati85 15.26.00 122.12.00
Antonio Beccadelli 32.14.00 59.16.00
Tommaso di Girifalco 81.18.00 25.01.05
Arnau Fonolleda 06.20.00 29.14.00
86
Mateu Joan 89.20.00 65.00.00
Egidio Mangione di Napoli87 01.17.00
Francesc Martorell 40.24.00 44.10.00
Antonio da Pesaro 12.22.00
Giovanni Pontano 22.08.10 76.24.03
Bartomeu de Reus 06.20.00 45.10.00
Gaspar Talamanca 27.18.00 65.11.00
Joan Valero 40.24.00 24.00.00
88
Petro Salvator Valls 23.24.00 85.20.00
Scrivani
85
Già «scriptore de meser Martorello segretario regio» (Dispacci sforzeschi, I, p. 493),
Bartolomeo fu nominato segretario dal Magnanimo il 9 aprile 1458, sull’uscio della sua casa:
«essendo dicto Bartolomeo suso la porta de la casa, la prefata maestà, presente molti de suoy
cortesani et altri, lo chiamò a sé et disse: “Poi che te mando a Milano, aciò che vadi cum più
reputatone, sii mio segretario”, et così ha creato suo segretario», ivi, p. 614.
86
Le somme corrisposte a Joan si riferiscono, per R2 e R3, al salario di segretario e alla rata
di 60 once come compensazione dell’abolizione del sigillo quadrato nel 1456 (v. supra): «pro rata
unciarum sexaginta sibi per eundem dominum patrem nostrum [il Magnanimo] assignatarum
super iuribus dicti sigilli in excambium iurium sigilli quatri», R2, f. 8v, v. anche R3, f. 9v (en-
trambe le registrazioni sono in parte su rasura).
87
È nominato tra i segretari, ma non è esplicitamente così qualificato, R3, f. 9v.
88
L’importo indicato in R3 è comprensivo di una somma corrisposta a Joan Olzina, non
dettagliata.
271
SSMD, n.s. IX (2025)
Addetti al sigillo
Niccolò de Statis 16.20.00
conservator sigilli 98.04.15 55.22.10
Niccolò de Statis, 10.15.00
credenziere91
Nicola de Allegro 16.00.00
sostituto pro tempore del credenziere92
Antonello Petrucci 36.00.00
perceptor iurium sigilli e conservator
registrorum 230.12.00
Antonello Petrucci 332.06.00
segretario
Antonello Petrucci 22.06.10
perceptor iurium magistrorum iurato-
rum et iudicum93
Antonello Petrucci 22.16.13
conservator sigilli94
Marino Tomacelli 18.15.00
sostituto del percettore95
Bernat Lopiz 13.06.00 63.08.00 47.07.00
taxator
Tab. 3: Ufficiali retribuiti sui proventi del grande sigillo di Napoli, 1456-1465 (in once, tarì
e grani)96.
89
L’ipotesi che abbia la qualifica di scrivano è formulata sulla base delle attestazioni suc-
cessive (Tab. 4).
90
«In solutum pro rata salarii sui tanquam notatoris litterarum nostre curie dicto nostro
magno pendente sigillo munitarum», R3, f. 9v.
91
In R3 e R4 le somme indicate si riferiscono a entrambi gli uffici: credenziere e conserva-
tore del sigillo.
92
«Pro eius salario officii credencerie dicti sigilli pro tempore quod illud ex concessione
nostra … per renunciacionem dicti Nicolai de Statis exercuit», R4, f. 11v.
93
In R3, f. 10v le somme indicate si riferiscono all’«officio perceptoris iurium … magni
pendentis sigilli, magistrorum iuratorum et iudicum et officii secretariatus»; in R4, f. 12r alla
«provisione sua officiorum secretariatus, sigillatoris et perceptoris iurium … sigilli ac conserva-
toris registrorum» (in parte su rasura).
94
Qui R4, f. 12r precisa «pro officio conservatoris sigilli a tercio aprilis xiie [= 1464], a quo
tempore obtinuit dictum officium per renunciacionem Nicolai de Statis».
95
«Tanquam substituto dicti perceptoris», R4, f. 11v.
96
Gli importi indicati nella tabella corrispondono alle somme effettivamente versate, che
272
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
spesso sono rateazioni del salario (v. Tab. 5). Le qualifiche indicate in corsivo nella prima colon-
na sono ricavate dal testo delle quietanze.
97
Russo, Il registro, p. 5.
98
Nel registro di Fonolleda del 1448-1452 sono presenti, di tutti gli addetti elencati nella
Tabella 3, solo Bernat Lopiz e Mateu Joan con la qualifica di scribae regii, cioè scrivani de mana-
ment, mentre gli altri, tra cui quelli de registre, sono qualificati come de regia scribania, ACA, Real
Patrimonio, Maestre racional, volúmenes, B 26, passim.
99
Lo nota già Russo, Il registro, p. 5. Ryder, The Kingdom, pp. 221-236 elenca oltre 30 segre-
tari di Alfonso. Poco meno della metà erano regnicoli.
100
Ivi, p. 234 (un provvedimento del 1452, di cui Ryder non dà riscontro archivistico, ma
che è del 18 agosto 1452, ACA, Cancillería real, reg. 2917, ff. 49v-50r, stabilì che nessuna lettera
di grazia potesse essere sigillata senza l’intervento di uno dei quattro); p. 228 («the king’s most
intimate counsellors»); p. 226 nota, a proposito della nomina di Martorell, nel 1444, al «notaria-
tus Camere nostre ad scribendum seu dictandum, notandum et subscribendum litteras nostre
maiestatis», nonché i documenti a carattere finanziario, con cenno alle consuetudini napoletane.
101
Oltre che alla scrittura delle lettere dotate di sigillo segreto dovevano occuparsi – stabilì
Pietro – della registrazione delle stesse e di quelle di mano del re, Ordinacions, § 35, pp. 99-100 e
273
SSMD, n.s. IX (2025)
quest’ultima regola, è però evidente che il numero dei segretari si era moltiplica-
to: due per ognuna delle tre scribanias, stabilì il sovrano nel 1451 (una presso di lui,
le altre presso i luogotenenti: la moglie Maria e il fratello Giovanni), ma in realtà
molti di più, utilizzati all’occasione per missioni all’interno e all’esterno dei domi-
ni102. E tuttavia – va ribadito – la cancelleria di Alfonso era una sola: nostrae scri-
baniae si legge nel documento del 1451 appena ricordato. Tant’è vero che nessuno
dei segretari italiani e iberici pagati sui diritti del sigillo napoletano era impegnato
esclusivamente nella redazione di documenti relativi a quel regno.
La continuità dei pagamenti a favore dei segretari dopo la morte di Alfonso non
deve essere sopravvalutata. Le corrispondenze diplomatiche offrono un quadro
ben diverso. A meno di un mese dalla successione di Ferrante un suo cortigiano
denunciò «carestia … de secretarii et de scrivani»103. Qualche giorno dopo l’amba-
sciatore sforzesco a Napoli, Antonio da Trezzo, informò che il re si avvaleva solo
di tre segretari: Tommaso o Maso di Girifalco, «ciciliano ma allevato qua», già al
servizio di Ferrante quando era duca di Calabria; il valenzano Gaspar Talamanca
e Petrucci, che proprio in questi giorni doveva essere stato nominato segretario104.
L’ambasciatore aggiunse che «de cose de stato ne maneza più el dicto Thomas
che altri»105. In effetti il secondo salto di qualità di Petrucci, quello a ‘segretario
maggiore’ del sovrano, non avvenne subito. Petrucci partiva da una posizione di
forza perché nella scribania ormai solo napoletana esercitava le funzioni che erano
state del protonotaro ai tempi di Alfonso, ma dovette conquistarsi la stima di Fer-
rante a scapito di Girifalco nel corso di diversi mesi.
La definizione di segretario maggiore o primo segretario, che talvolta si leg-
ge nella bibliografia, non compare negli atti di nomina, è tuttavia corretta nella
sostanza perché corrisponde alla preminenza di una sola persona non solo nella
cancelleria, ma anche nella negoziazione politica al fianco del re o in sua vece106.
274
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
107
Un atto di Ferdinando di Antequera (1413) stabilì una precisa successione nel caso di
morte di un ufficiale: al protonotaro defunto sarebbe succeduto il primo segretario, a questi il
secondo segretario, e quindi il luogotenente del protonotaro e il primo segretario di mandato, e
così via. La regola non era rigida, perché priorità restava era il funzionamento dell’ufficio, non
la ‘carriera’ delle persone (Sevillano, Cancillerías, p. 189).
108
Durante la guerra, Panormita compose per Ferrante lettere di particolare importanza,
spesso inviate a più destinatari (v. l’introduzione a Pontano, De bello Neapolitano, pp. 32-33,
112-116). Non sorprende che da Trezzo non l’abbia ricordato tra i segretari di cui si avvaleva il
re (supra, nota 104), perché l’umanista, retore raffinatissimo, non esercitava quotidianamente
l’incarico.
109
«Tanta è la voglia che ha el re che’l conte Jacomo restituisca [che, per mandarli miser
Antonio da P]esaro più contento et meglio disposto ad confortare et s[tringere esso conte Jacomo
ad restituire, l’ha f]acto suo secretario cum quella provisione che han[no li altri soy secretarii,
zoè prov]isione de ducati ducentocinquanta vel circa, et questo [ultra l’altra provixione che ha
de duc]ati seicentocinquanta, et ulterius l’ha facto cavaler[i]», poscritto in cifra di A. Da Trezzo
a F. Sforza, [1458] novembre 8, Dispacci sforzeschi, II, p. 158, nota. 25 ducati corrispondono once
41.20.00, somma un po’ più alta di quella solita (v. Tab. 5).
110
R4, f. 11r.
275
SSMD, n.s. IX (2025)
aveva un incarico solo a fini onorifici o politici, che pur contavano qualcosa (Anto-
nio da Pesaro, Brocardo de Persico), dall’altro erano attivi numerosi scrivani privi
di retribuzione perché erano ancora ‘in formazione’ e aspettavano di essere ‘sta-
bilizzati’, di subentrare cioè agli scrivani ordinari111. Tutti, ufficiali a busta paga
e ‘soprannumerari’, guadagnavano grazie al denaro incassato per la scrittura in
originale e in registro o per l’estrazione di copie, un ulteriore costo a carico dei be-
neficiari. Ne siamo certi perché l’eccessivo peso di questi pagamenti è denunciato
nei Parlamenti generali del regno. Nelle decretationes del sovrano in risposta alle
suppliche si distingue tra lo ius sigilli e la taxacio salarii scripturarum (1450) o solutio
da corrispondere a scrivani e segretari (1456). Il Parlamento chiese che «la forma
de ipso pagamento», cioè quanto andava corrisposto per la scrittura degli atti «se
facia con deliberacione de ipsi secretari et regestraturi et ipsi magnati». Per «ma-
gnati» potremmo intendere cortigiani di peso perché titolari di uffici, tant’è vero
che nella commissione ordinata dal Magnanimo in risposta alla supplica figurano
il vicecancelliere Valentí Claver, il reggente della Vicaria Giovanni de Coponibus e
due giuristi del Consiglio regio112.
La tabella 4 sintetizza la situazione nel 1465-1473.
111
Nel 1409 Martino l’Umano fissò un periodo di apprendistato di quattro anni, prelimi-
nare all’ammissione come scrivani straordinari, Sevillano, Cancillerías, pp. 200-201. Per lo scor-
rimento verso posizioni più alte v. il provvedimento di Ferdinando di Antequera citato supra,
nota 107: sono coinvolti anche gli scrivani straordinari. Non è possibile dire con certezza perché
alcuni ufficiali di cancelleria manchino nei registri qui ricostruiti: non erano più in servizio,
erano scrivani straordinari, il loro salario era imputato sul budget di altri sigilli? Quest’ultimo
è il caso del segretario Pericone de Nasello e dello scrivano Juan Perez (Il codice Chigi, p. 78-79
e 350), pagati nel 1448-52 da Fonolleda, ACA, Real Patrimonio, Maestre racional, volúmenes, B 26).
Mancano inoltre, per il regno di Alfonso, gli scrivani Nicola Portello («scrittore della segreteria»
nel 1451 per Minieri Riccio, Alcuni fatti, p. 412) e Michele Bruno (scriba nel 1452, ASNa, Museo
A 6 = Privilegiorum I, f. 27r), il sigillator Giacomo de Civita (1444, supra, nota 64) e il portiere
Domenico Caiazzo (1448, supra, nota 69). Per l’epoca di Ferrante è molto probabile che fosse-
ro soprannumerari i numerosi scrivani della cancelleria/scrivania testimoni dei giuramenti dei
castellani nel 1466-68, tra i quali Francesco Advocato de Lucha, Bernardino de Gravis, Benedetto
Iovine di Napoli, Francesco Salerno, Francesco Scarola, Pietro di Monopoli, Giovanni Spina e
Francesco Scattaretica (SNSP, ms. XXIX E 31, ff. 17r-20v, l’ultimo anche in Barone, Le cedole, p.
207). Si ricorda infine Nicola Pagliaminuta, scriba (un pagamento in suo favore è contestato a
Petrucci perché manca il mandato, Fonti aragonesi, III, p. 158), ancora in servizio nel 1487 (infra,
nota 134).
112
Scarton - Senatore, Parlamenti, pp. 285 (1450) e 322 (1456); v. Ryder, The Kingdom, pp.
250-251.
276
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
Cancelliere113
Ugo 113.04.00 132.27.00 141.25.00 133.10.00 137.15.00 200.00.00 148.10.00
d’Alagno
Giacomo 91.20.00 200.00.00
Caracciolo
Segretari
Bartolomeo 40.24.00 40.24.00 40.24.00 40.24.00 45.12.00 64.11.00 41.20.00 defunto
Antici
da Recanati
Antonello 40.24.00 40.24.00 40.24.00 40.24.00 40.24.00 54.12.00 40.24.00 40.24.00
Petrucci
Giovanni 37.15.00 40.00.00 40.00.00 02.25.00 25.24.15 30.00.00 40.24.00 40.24.00
Pontano114
Scrivani115
Tommaso 25.00.00 25.00.00 25.00.00 25.00.00 25.00.00 33.10.00 25.00.00 25.00.00
Aquosa
Benedetto 07.00.00 12.00.00 12.00.00 12.00.00 16.00.00 12.00.00 12.00.00
Rugio det-
to l’Abbate
Francesco 07.00.00 12.00.00 12.00.00 12.00.00 16.00.00 12.00.00 12.00.00
Scales
Marino 10.00.00 05.05.00 05.10.00
Tomacelli
113
Ugo d’Alagno rinunciò all’ufficio a decorrere dal 15 luglio 1472: l’importo corrisposto-
gli in R10 copre solo i mesi a partire da gennaio. Gli subentrò per la parte restante dell’anno
Giacomo Caracciolo «per nos ordinato post renunciacionem» di d’Alagno (R10, f. 104r).
114
Il 5 luglio 1460 Ferrante aveva concesso a Pontano una provvigione di 40 once, non in
quanto segretario, quale l’umanista divenne in una data successiva (1463), ma per i suoi meriti
letterari, con imputazione dell’uscita sui diritti del grande sigillo (Senatore, Novità, pp. 298-
299). L’importo resta lo stesso anche dopo, venendo adeguato agli altri segretari solo in un se-
condo momento, almeno dal 1472, mediante un incremento di 24 tarì.
115
La qualifica di scriba si legge per Aquosa in R7, f. 100v, R10, f. 104r e R11, f. 105r; per
Rugio in R7, f. 100v, R8, f. 102v e Fonti aragonesi, III, p. 155, R11, f. 105r; per Scales in R7, f. 100v,
R8, f. 102v e Fonti aragonesi, III, p. 155, R11, f. 104r, R11, f. 105r; per Tomacelli in R5, f. 98v, anno
in cui ha un salario più alto perché è sostituto del «conservatoris et perceptoris ac distributoris
iurium dicti sigilli» Petrucci.
277
SSMD, n.s. IX (2025)
Addetti al sigillo
Nicola de 12.00.00 16.20.00 20.00.00 12.00.00 28.26.13 53.10.00 40.00.00 40.00.00
Allegro116
credenzie-
re, scriba e
segretario
Bernat 24.00.00 18.00.00 10.12.00 11.15.00 09.00.00 14.05.00 15.05.00 15.13.11
Lopiz117
tassatore
Antonello 36.00.00 36.00.00 36.00.00 36.00.00 36.00.00 48.00.00 36.00.00 36.00.00
Petrucci
percettore
Antonello 16.20.00 16.20.00 16.20.00 16.20.00 16.20.00 22.06.13,5 16.20.00 16.20.00
Petrucci
conserva-
tore dei
sigilli e dei
registri118
Tab. 4: Ufficiali retribuiti sui proventi del grande sigillo napoletano, 1465-1473 (in once,
tarì e grani)119.
116
Il credenziere De Allegro è definito scriba in R7, f. 100v, quando al salario di credenziere
si aggiungono altre 8 once. Si vide raddoppiare la somma conseguente (20 once), a decorrere dal
20 marzo 1470, grazie ai meriti che gli riconobbe il re e alla necessità di «substentare la famiglia»,
Ferrante a A. Petrucci, 1470 marzo 18, in Fonti aragonesi, III, pp. 157-158 (R8). In R10, f. 104r è
detto segretario e sembra che la somma di 40 once possa riferirsi a entrambi gli incarichi.
117
Lopiz è pagato come tassatore, ma dal 1468-69 (R7, f. 100v) è detto segretario. In
quest’anno e nei successivi è detto taxator privilegiorum (R8, f. 102v, R11, f. 105r), con riferimento
forse ai due sigilli gestiti da Petrucci, il grande e il medio.
118
A partire dal 1468-69 gli furono affidati sia il sigillo grande che il mediocris. È infatti
retribuito «pro sua provisione officii conservatoris dictorum sigillorum» R7, f. 101r e anche suc-
cessivamente si citano entrambi i sigilli (R8, f. 103r e R9, f. 103v). In R8, f. 102r, R10, f. 104v; R11,
f. 105v si citano insieme gli incarichi di conservatore dei sigilli e dei registri, laddove al principio
un unico salario corrispondeva agli incarichi di percettore dei diritti del sigillo e di conservatore
dei registri (Tab. 3).
119
Il registro R6 conteneva, separatamente, i dati di due anni indizionali. Il registro R9 co-
priva 16 mesi, perché comprendeva anche i quattro mesi dalla fine dell’anno indizionale 1470-71
IV alla fine dell’anno solare 1471. Il registro originale del 1469-70 (R8) è oggi privo dei ff. 139-
141v, strappati (Fonti aragonesi, III, p. 154): in essi iniziava la sezione delle uscite, ricostruibile
grazie alla relativa quietanza.
278
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
parlare dei D’Avalos e dei Guevara) e negli uffici finanziari e fiscali. Non però
nella cancelleria, fatta eccezione per Bernat Lopiz.
Sulla base dei dati in nostro possesso, è ora possibile quantificare, con un certo
grado di sicurezza, i salari degli ufficiali120:
Tab. 5: Salari annuali degli ufficiali della cancelleria napoletana, 1473 (in once, tarì e gra-
ni)121.
279
SSMD, n.s. IX (2025)
Si è detto dei vertici della cancelleria aragonese, che erano il cancelliere e il suo
vice: in ottemperanza alle Ordinacions di Pietro il Cerimonioso, l’uno o l’altro pre-
siedevano il Consiglio regio. Ciò provocò malcontento fra i baroni e gli ufficiali
napoletani, che denunciarono il mancato rispetto delle consuetudini locali, secon-
do le quali a presiedere il Consiglio doveva esserci il protonotaro e logoteta123. In
effetti quest’ultimo, che propriamente non faceva parte della cancelleria, continuò
ad intervenire nel processo redazionale di determinati privilegi emessi per bene-
ficiari del regno di Napoli, inserendo la sua sottoscrizione autografa124. A partire
dal dicembre 1443 il giurista siciliano Battista Platamone risulta essere vicecancel-
liere del regno di Napoli. Ryder ritiene che il Magnanimo volesse estenderne le
competenze all’intera Corona d’Aragona sulla base di uno scambio di lettere tra
lo stesso Platamone, il maestro razionale di Catalogna e il Consiglio della città di
Barcellona. Il 6 marzo 1445 quest’ultimo chiarì a Platamone che il vicecancelliere
doveva essere originario di uno dei regni iberici per potervi svolgere le sue fun-
zioni. Non si tratta tanto di una riforma progettata da Alfonso, poi fallita, come si
potrebbe intendere dalle parole di Ryder (in effetti è Platamone che, da giurista,
chiese una consulenza)125, quanto piuttosto del corto circuito tra le cariche di corte
ricoperte da persone fisicamente vicine al re (un re che risiedeva in Italia da oltre
dieci anni) e le tradizioni dei singoli regni. In sostanza la stessa difficoltà che si
sperimentava a Napoli, ma di segno inverso.
Anche nel regno di Napoli c’era un cancelliere, che compare fra le persone re-
tribuite da Petrucci. Non si dice gran cancelliere, come si sarebbe dovuto. Nella
descrizione del regno attribuita a Borso d’Este (1444), il gran cancelliere ‘alla na-
poletana’ è così presentato:
Item lo gram cançeliero delo reame si è Urso Ursino, e suo officio è che niuna
letra poteria andar fuora dela canzelaria dela maiestà delo re per casom alguna
né stato, né condicione, che prima non fosse bollata de soa bolla bem delo re.
Ma quella bolla aspeta a luy, e suo officio è a far bollare, e quelle non bollate
non valleria, como è predicto. E suo titulo è: «Lo magnifico signor Urso Ursino,
gram canceliero delo reame»126.
123
Del Treppo, Il regno, p. 105; Ryder, The Kingdom, pp. 113-115; Scarton - Senatore,
Parlamenti, p. 127.
124
V. supra, nota 65.
125
Ryder, The Kingdom, pp. 140-143 (Alfonso «failed to make Platamone vice-chancellor for
the Crown of Aragon», p. 143).
126
Dispacci sforzeschi, II, p. 14.
280
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
aspeta a luy». Almeno ai tempi di Petrucci non è quello che avveniva, lo abbiamo
visto: la gestione del/dei sigilli era nelle mani di altri. Borso d’Este testimonia
quello che dicevano i regolamenti e i formulari cancellereschi, generalmente con-
servativi. Del resto, non nomina il vicecancelliere Platamone.
Dopo la morte di Orso Orsini, fu nominato cancelliere del regno di Napoli Ugo
d’Alagno (5 maggio 1455), fratello di Lucrezia, la donna amata dal Magnanimo127.
Grazie alla nostra ricostruzione, ora sappiamo che rinunciò alla carica a metà lu-
glio 1472128, quando gli subentrò il conte di Brienza Giacomo Caracciolo (Tab. 4).
Per un breve periodo fu cancelliere anche Brocardo de Persico, come già detto.
In calce ai privilegi di Alfonso il Magnanimo, nella formula del mandato, si
leggono i nomi degli ufficiali coinvolti nell’iter decisionale: sia gli ufficiali ‘gene-
rali’ della Corona d’Aragona, come il conservatore generale del regio patrimonio
e, nella qualità di presidenti del Consiglio regio, il cancelliere e il vicecancelliere,
sia quelli ‘locali’ del regno di Napoli come il gran camerario. A quanto pare, non
compare mai il (gran) cancelliere napoletano129.
Nel 1462 Antonello Petrucci fu nominato luogotenente del gran cancelliere130.
Nell’estate 1452 Joan Olzina aveva ricevuto la stessa nomina dal Magnanimo131.
Gli ufficiali sostituiti sono diversi: per Olzina era il cancelliere dell’intera Corona
d’Aragona: la nomina segnala la sua preminenza fra i segretari regi in quel perio-
do. Per Petrucci si trattava del gran cancelliere napoletano, Ugo d’Alagno. Ma era-
no diversi anche i contesti, perché nel 1462 Petrucci era l’unico responsabile della
cancelleria, della scrivania e della segreteria, che ormai coincidevano. Eppure, se
si sentiva l’esigenza di nominare un luogotenente, la carica di gran cancelliere non
era del tutto decaduta132. Aveva una funzione onorifica, certo, ma questo aggetti-
vo non è sinonimo di ‘ininfluente’. Si pensi alla sua funzione nelle cerimonie: nel
1477 il gran cancelliere, Giacomo Caracciolo, intervenne, armato della penna e del
sigillo al giuramento dell’omaggio al duca di Calabria Alfonso e al figlio principe
di Capua, i successori di Ferrante133.
127
Manfredi, Alagno, Ugo.
128
In quell’anno ricevette da Petrucci once 148.10.00 «in partem solucionis gagiorum» per
i mesi gennaio-giugno e per mezzo luglio 1472 «tempore quo idem Hugo exercuit dictum offi-
cium», R10, f. 104r.
129
Così risulta dal Privilegiorum I in ASNa, Museo A 6 e da alcuni dei Privilegiorum Neapolis
nell’ACA (che però non ho controllato sistematicamente), disponibili in rete (sono quelli rege-
stati in I registri Privilegiorum).
130
«Luogotenente del gran cancelliere», nomina del 20 giugno 1462, citata da L. Volpicella,
Note, pp. 399 e 401 (dal Repertorio magni sigilli).
131
«Locumtenens cancellarii», Fonti aragonesi, III, n. 74, p. 10 (R8), citato da Ryder, The
Kingdom, p. 229.
132
Per Cassandro, Lineamenti, p. 25 le sue funzioni si ridussero «ad un controllo estrinseco
dell’atto emanato dal re ed alla sua registrazione», e alla presidenza dei consigli dei dottori per
il conferimento delle lauree nello Studium di Napoli.
133
Scarton - Senatore, Parlamenti, p. 367 (notizia tratta da una cronaca anonima testi-
moniata da un manoscritto tardo). All’incoronazione di Ferrante, il 4 febbraio 1459, dietro ai
sette grandi ufficiali del regno (tra i quali il gran cancelliere), sfilarono «quelli del Conscilio e
281
SSMD, n.s. IX (2025)
Nel 1455 lo scriba Petrucci era stato nominato, oltre che percettore dei diritti del
grande sigillo, conservator registrorum. Non può trattarsi che dei registri-copialet-
tere (da non confondersi con i Sigillorum destinati a finire in Sommaria dopo la
rendicontazione) contenenti i documenti dotati del grande sigillo del regno di Na-
poli, come i Privilegiorum. Gli altri, ad esempio quelli della corrispondenza (Curie,
Itinerum, Exercituum) restavano nella disponibilità dei segretari.
Sulla plica ripiegata dei diplomi pergamenacei originali si legge, conforme-
mente alla tradizione napoletana, la nota cancelleresca «Regestrata in cancellaria
| penes cancellarium», disposta su due righe delimitate da boucles. Qui il penes
cancellarium è però – a mio avviso – un residuo formulare, perché i registri non
potevano che essere custoditi da Petrucci, certo per conto del gran cancelliere, in
una cancellaria che era la scribania napoletana prima e dopo la morte di Alfonso.
Da segretario maggiore, Petrucci sarebbe poi venuto in possesso anche degli altri
registri.
I registri del grande sigillo gettano un po’ di luce sulla quotidianità della cancelle-
ria ai tempi di Ferrante. Durante la guerra, essa era collocata in una tenda specifi-
ca (trabacca). All’interno c’era una tavola (bancha), coperta da un panno, utilizzata
per appoggiare scritture, registri e denaro. Forse i cancellieri restavano in piedi
dietro alla tavola, se pensiamo alle rappresentazioni iconografiche delle botteghe
dei banchieri. Un costoso panno (once 8.15.17) faceva da parete divisoria («panno
parietis dicte cancellarie»), di un terzo, celandrato, non conosciamo la funzione.
Tutte queste spese straordinarie sono nel registro che copre gli anni 1463-65 (R4).
In tempo di pace, la cancelleria era nelle immediate vicinanze della casa di Petruc-
ci, come informò nella deposizione contro di lui Nicola Pagliaminuta, chiamando-
la «la scrivania dello secretario scita et posita alla strata de Nido» (1487). Proprio
in quel luogo, in una proprietà dei Brancaccio, si trovava anche la scrivania di
Fonolleda, a partire dal 1448134.
secretarii», Dispacci sforzeschi, II, p. 203. Si ricorda la nomina di Domenico di Caiazzo a «portie-
rium dicte nostre cancellarie regni nostri Sicilie citra Farum penes spectabilem et magnificum
Ursum Ursinum de Ursinis», e presso i suoi successori nell’ufficio di cancelliere, 1448 settembre
29 (ACA, Cancillería real, reg. 2913, ff. 64v-65r).
134
«Ipso testimonio stando in la scrivania dello secretario scita et posita alla strata de Nido
dove del continuo ipso testimonio como scrivano dello Signore re stava ad fare facende», edizio-
ne del processo in Porzio, La congiura, pp. xxiii-xxiv. Sul palazzo nell’area v. Rotolo, Restauri.
Appena la corte rientrò a Napoli (prima attestazione del 14 novembre 1448, Giménez, Itinerario,
p. 257), Fonolleda prese in fitto una casa dei fratelli Geronimo e Nicola Brancaccio: v. il paga-
mento della prima rata del fitto della loro «domus in sedili de Nido civitatis Neapolis site, in
qua officium prothonotarie sive regia scribania celebrabatur» in ACA, Real Patrimonio, Maestre
racional, volúmenes, B 26, f. 237r.
282
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
135
«Necessarios pro deportandis regestris et aliis necessariis dicte cancellarie», R8, f. 144v.
136
Spesa di 40 once «pro temtoriis, mulis et salario mulionum», R3, f. 10r. Negli altri registri
si fa riferimento a un solo mulattiere e due muli: R5, f. 98v; R10, f. 104v.
137
R3, f. 10r.
138
«Pro factura unius sigilli pro nostro Consilio et unius cassecte pro ipsius conservacio-
ne», R6, f. 108v. L’aggettivo è nostro perché il soggetto è il re: quando si citano le singole partite
del registro quietanzato, vengono messi alla prima persona plurale gli aggettivi possessivi rife-
riti al sovrano, i quali nel registro erano alla terza persona singolare.
139
«Mastro Hieronimo Liparolo aurifabri s‹c›ulptori sigillorum nostrorum pro sculptura et
factura quatruos [sic] sigillorum, duorum videlicet pro curia illustris don Henrici de Aragonia
nostrigeniti et locumtenentis in provincia Calabrie et reliquorum duorum pro curia illustris don
Cesaris nostrigeniti et locumtenentis in provinciis Terre Bari et Ydronti uncias novem», R10, f.
104v, spesa contestata dalla Sommaria per mancanza del mandato (Fonti aragonesi, III, p. 159).
283
SSMD, n.s. IX (2025)
R2 20.00.00140
1456-57, V
R3 85.07.04141
1457-59, VI-VII
1460-62, X-X
R4 84.22.06142 19.06.11143 103.28.17
1463-65, XI-XIII
R5 31.13.15144
1465-66, XIV
R6 08.21.00 05.15.00 07.02.18 04.12.10 02.14.10 02.07.10145 28.26.08
1466-67, XV (330 lb) (7,5 lb) (3 bl. 6 (381 (23 unità)
ri.) unità)
1467-68, I 07.03.00 02.15.00 10.28.00 02.05.00 01.00.00 02.02.10 25.23.10
(276 lb) (4 lb e (7 bl.) (250 (18 unità)
7,5 once) unità)
R7 13.03.10 02.28.00 07.16.18 02.05.00 02.02.10147 02.09.00148 30.04.08
1468-69, II (442 lb) (4 lb146) (5,5 bl.) (225
unità)
140
Non si distingue tra le seguenti voci di spesa: «pro regestris, cera, zagarellis, registris
cassis, atramento at aliis necessariis pro usu dicte cancellarie», R2, f. 8v.
141
Non si distingue: «pro cartis papiri et pergameni, cera rubea, zagarellis, registris cassis,
atramento, et aliis necessariis pro usu dicte cancellarie», R3, f. 10v.
142
Non si distingue: «pro cera, zagarellis, cartis de papiro et pergameno et quaternis pro
registris», R4, f. 11v.
143
L’importo comprende: once 01.17.04,5 «pro candelis de sepo, candelabris et panno ce-
landrato pro uso dicte cancellarie»; 06.05.10 «pro precio unius trabacche empte»; 08.15.17 «pro
panno parietis dicte cancellarie»; 02.28.00 «pro panno banche dicte cancellarie», R4, ff. 11v-12r.
144
Non si distingue: «pro carta papiri et pergameni, cera rubea et zagarellis, atramento,
regestris et aliis expensiis necessariis pro uso dicte nostre cancellarie», R5, f. 98v.
145
«Pro tinta candelium, spago et aliis necessariis», R6, 107v. La descrizione si ripete nelle
altre quietanze per gli importi classificati nella Tabella 6 come altro.
146
«Czagarellis de serico rubro et †rocei† coloris», R7, f. 101r.
147
«Pro actatura et copertatura certorum regestrorum … factorum tempore guerrarum et
pro certis aliis regestris novis», R7, f. 101r.
148
«Pro tinta candele de sepo, candeleriis, spaho» ecc., R7, f. 101r.
284
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
Tab. 6: Spese per materiale di cancelleria in once, tarì e grani. Altre unità di misura: lb =
libbre, bl. = balla, ri. = risma).
149
Dal riscontro con il registro del credenziere risultava che qui erano stati registrati 15 gr.
in più (Fonti aragonesi, III, p. 156).
150
«Pro factura et expensis regestrorum et quaternorum necessariorum», ivi, p. 156, v. R8,
f. 102v.
151
«Pro tinta, candelis, candelabris, spao», ecc., R8, f. 102v e Fonti aragonesi, III, p. 156.
152
«Pro factura et expensis regestrorum et quaternorum necessariorum», R9, f. 102v.
153
«Pro regestris et quinternis», R11, f. 105v.
285
SSMD, n.s. IX (2025)
La media annuale delle entrate è intorno alle 589 once155. La produzione docu-
mentaria variava nel tempo: i proventi del diritto di sigillo raggiunsero il picco
nei due anni indizionali 1463-1465, evidentemente perché, via via che Ferrante
prevaleva sugli avversari, si incrementarono i privilegi concessi o reiterati ai fede-
li e ai ribelli che gli si sottomettevano. Nel registro di quelle annualità i costi del
materiale di cancelleria e quelli per i muli arrivano a once 103.28.17, la percentuale
di spesa (4,7%) è più alta, ma è compensata dalle maggiori entrate, se osserviamo
che fu maggiore quella del 1468-69 (7,6%), quando le entrate furono inferiori di
un quinto. D’altra parte, l’incremento del consumo di cera e di pergamene non
corrisponde proporzionalmente a maggiori entrate, perché i diritti di sigillo sono
diversi a seconda della tipologia dell’atto e perché la cera è utilizzata anche le
lettere che non comportavano introiti. Nel 1468-69 si arrivò a 400 libbre di cera,
pari a circa 130 kg, ma le pergamene acquistate erano sono solo 225. L’anno dopo
furono 324, cui corrisposero oltre 1.120 privilegi (R8): può darsi il numero 324 si
riferisca all’intera pelle dell’animale.
Un dato quantitativo ci è restituito anche dal numero dei registri che furono ri-
legati e dotati di coperta: 23 nel 1466-67, 18 nel 1467-68. Ci si riferisce, con eviden-
za, ai registri dell’anno o degli anni immediatamente precedenti. Non sono pochi.
Un repertorio dei registri alfonsini relativi al regno di Napoli (1425-27 e 1435-58)
dà notizia di 107 volumi, cui vanno aggiunti i 15 Privilegiorum e i 2 volumi inti-
tolati Regestrum ora a Barcellona. Non si tratta certamente del totale dei registri
prodotti in quei quasi 24 anni di regno156. Con questi dati non è certo possibile
154
Russo, Il registro, pp. 7, 14 fornisce cifre diverse per le uscite e il saldo di R2, rispettiva-
mente 1091.11. 10 e 105.04.13, perché sottrae alle uscite, erroneamente, le entrate mancate a cau-
sa delle esenzioni (once 11.28.00), importo che era già stato sottratto dal totale delle entrate (f. 9r
del registro). Il registro originale presenta due refusi a f. 2r: once 2174.10.19,5 a f. 2r (dato accolto
da Russo) per le entrate di R3 invece del corretto 2164.10.19,5; once 2175.29.17 (dato accolto da
Russo) invece del corretto 2175.28.17 per R4. Il bilancio di R4, a chiusura della prima quietanza,
è reso possibile dal recupero, sull’avanzo, della somma necessaria (once 240.16.17) defalcata dal
credito maturato da Petrucci negli esercizi R2 e R3 (294.08.00,5). Il restante credito (53.20.03)
fu ridotto a 37.22.09,5 per correzioni dei razionali alle entrate e alle uscite di R4. L’incidenza in
percentuale delle spese per materiale di cancelleria (quarta colonna della Tab. 7), è calcolata per
semplicità solo sul valore delle once e, con un arrotondamento, dei tarì.
155
Il dato è indicativo, risultato della divisione del totale delle entrate (once 9425.19.09)
per 16 anni, senza comprendere i due sottomultipli e non includendo i quattro mesi in più per
il passaggio dall’anno indizionale a quello solare. Per un confronto: D’Arienzo, Lo ius sigilli.
156
Si tratta di BNN, ms. XIV A 24, non numerato (ca 240 ff.), mutilo in principio e in fine.
In esso sono indicizzati, su due colonne, i nomi dei beneficiari e dei destinatari (restano solo le
286
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
In una celebre lettera del 7 maggio 1490 Giovanni Pontano, che era succeduto a
Petrucci nel ruolo di segretario ‘maggiore’ di Ferrante, presentò le sue dimissioni:
lettere B-T), evidentemente tratti dalle pandette alfabetiche che si trovavano all’inizio dei re-
gistri. Rogadeo, Codice diplomatico, ricostruisce l’elenco dei registri a pp. xiv-xv. Che non siano
tutti quelli prodotti è evidente se si osservano le date e se, come scrivono Canellas - Torra, Los
Registros, pp. 28, 109-110, si considera che mancano serie certamente esistenti (Curie e Partium) e
che contengono atti di interesse napoletano anche altri registri dell’ACA. I due studiosi correg-
gono in 107 il totale dato da Rogadeo. Sul repertorio v. anche I registri Privilegiorum, rispettiva-
mente a pp. xxii-xxiii e vi, nota. Moscati, Ricerche, p. 26 ritenne erroneamente che il manoscritto
della BNN sia il «verbale di consegna» dei registri inviati da Napoli a Barcellona.
157
Lettera a Ferrante, 1490 maggio 7, edizione in Pèrcopo, Lettere, pp. 32-33.
158
Dal 1486 al 1495, Asor Rosa, Gareth, Benet.
287
SSMD, n.s. IX (2025)
159
Delle Donne, Burocrazia, nota 117, p. 482. Esenzioni sono elencate a pp. 182-183.
160
Per questo calcolo ho diviso il totale delle entrate nel 1456-73 (once 9425.19.09) per 196
mesi (16 anni + quattro mesi).
161
Chittolini, L’onore.
162
L’espressione, che dà il titolo a un saggio di Filippo De Vivo, si legge nella proposta,
presentata invano il 22 dicembre 1456 nel Consiglio del Dieci di Venezia, di un provvedimento
che favorisse l’immediato pagamento dei salari agli addetti della cancelleria. Nella cancelleria
«dici potest locatum esse cor status nostri», De Vivo, Cœur de l’État, p. 714, nota.
288
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
MANOSCRITTI
Cava de’ Tirreni, Biblioteca del Monumento Nazionale Badia della [Link] Trinità (BC),
- ms. XIII 160.
289
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SSMD, n.s. IX (2025)
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bre 2025.
TITLE
La cancelleria del regno aragonese di Napoli attraverso i registri del grande sigillo di An-
tonello Petrucci
The chancellery of the Aragonese Kingdom of Naples reconstructed thanks to the great
seal’s books of Antonello Petrucci
ABSTRACT
294
Senatore, La cancelleria del regno aragonese di Napoli
volume e qualche frammento), sono stati ricostruiti grazie agli inserti nelle quie-
tanze richieste da Antonello Petrucci di Aversa, percettore dei diritti e poi primo
segretario del regno, e alle schede manoscritte di alcuni studiosi. Ci si concentra
anche sul funzionamento della cancelleria di Alfonso il Magnanimo durante la
sua residenza nel regno, con attenzione alla sua articolazione funzionale e fisica in
diverse scribanias. Grazie alla ricostruzione del bilancio della cancelleria si spiega
perché nel 1490 l’umanista Giovanni Pontano, successore di Petrucci, presentò a
re Ferrante d’Aragona le sue dimissioni.
The paper reconstructs the personnel and budget of the Aragonese chancellery
in Naples between 1456 and 1473, until now unknown to the literature, through
the expenses of ten account books of the royal great seal. Secretaries and writers
were paid from the seal rights paid by the beneficiaries of letters produced by the
chancellery. The information contained in the seal books, which were destroyed
in 1943 (except for a single book and some fragments), was reconstructed thanks
to the insertions in the receipts (quietanciae) requested by Antonello Petrucci of
Aversa, who was the recipient of the seal rights and later the first secretary of
the kingdom, and the handwritten files of some scholars. We also focus on the
operating of the chancellery of Alfonso the Magnanimous during his stay in the
kingdom, with attention to its functional and physical dislocation into different
scribanias. Thanks to the reconstruction of the chancellery’s budget we can explain
why in 1490 the humanist Giovanni Pontano, Petrucci’s successor, submitted his
resignation to King Ferrante of Aragon.
KEYWORDS
295
Archivi di comunità e registri consiliari nella montagna
lombarda alla fine del medioevo. Un censimento
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29475
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29475
Andrea Barsacchi
Università degli Studi di Milano
[Link]@[Link]
Pietro D’Orlando
Archivio di Stato di Udine
[Link]@[Link]
Pochi anni fa, sulle pagine di questa rivista, Marta Gravela ha presentato il pro-
* We acknowledge financial support under the National Recovery and Resilience Plan
(NRRP), Mission 4, Component 2, Investment 1.1, Call for tender No. 104 published on 2.2.2022
by the Italian Ministry of University and Research (MUR), funded by the European Union –
NextGenerationEU – Project Title Writing communities. Council records in the late medieval Alps
– CUP G53D23000120006 – Grant Assignment Decree No. 20222XZE8B adopted on 25.05.2023
by the Italian Ministry of Ministry of University and Research (MUR).
Un sentito ringraziamento va a Nadia Bazzani (Bagolino), Gabriele Cosi (Bagolino), Valeria
Faccanoni (Clusone), Lorenza Fumagalli (Bormio), Franco Ligasacchi (Toscolano Maderno),
Franco Nicefori (Castione della Presolana), Claudia Pezzoli (Gandino), Giuseppe Piotti (Salò),
Flavio e Nerio Richiedei (Bagolino) per aver supportato la ricerca presso gli archivi degli enti
locali. Si ringraziano, inoltre, Paolo Buffo, Elisabetta Canobbio, Massimo Della Misericordia,
Marta Mangini e Fabrizio Pagnoni per aver condiviso con gli autori materiali e riflessioni ine-
renti al progetto. Il presente articolo, nato dal confronto costante e proficuo tra gli autori, si
suddivide in cinque paragrafi. I paragrafi 1 e 4 sono stati scritti da Pietro D’Orlando, i paragrafi
2, 3 e 5 da Andrea Barsacchi.
SSMD, n.s. IX (2025)
getto di ricerca Democracies of the Alps. Issues, practices and ideals of politics in moun-
tain communities, 1300-1500 (DEMALPS)1. A fianco di questa iniziativa scientifica
finanziata dall’European Research Council (ERC), ad oggi in corso, si muove il
PRIN 2022 Scrivere la comunità. Le fonti consiliari nelle Alpi del tardo medioevo. Que-
sto progetto, organizzato in due gruppi di lavoro facenti capo rispettivamente
all’Università degli Studi di Milano Statale e all’Università degli Studi di Torino,
si focalizza sulla dimensione documentaria, e in particolare sulle fonti di matrice
consiliare in registro.
Il presente articolo illustra gli esiti delle ricerche condotte finora dall’équipe mi-
lanese. Nei prossimi paragrafi ci si soffermerà innanzi tutto sul metodo e sugli
strumenti di indagine utilizzati; quindi, sul censimento degli archivi comunita-
ri della montagna lombarda; infine, sulle fonti consiliari in registro. L’approc-
cio archivistico e diplomatistico, che sta alla base della ricerca, non si limita alla
semplice ricognizione e alla descrizione delle fonti deliberative, ma si propone di
evidenziare, in ottica comparativa, la sfaccettata e vivace dimensione politica che
contraddistinse le comunità delle Alpi e delle Prealpi centrali tra tardo medioevo
e prima età moderna. I due progetti citati, l’ERC e il PRIN, procedono pertanto
in sinergia, condividendo l’orizzonte storiografico e l’oggetto di studio. Quest’ul-
timo è compreso entro i confini della catena alpina, così come definita dal testo
della Convenzione delle Alpi e dal relativo allegato (1991)2. Nello specifico, per in-
dicare il settore lombardo-svizzero, dal Canton Ticino sino alle Prealpi bresciane3,
si è preferito ricorrere all’espressione ‘montagna lombarda’: un’espressione che,
si avverte, applicata alla cronologia della base documentaria e al contesto storico
di riferimento conserva un certo grado di ambiguità, giacché alla geografia fisica
si sovrappone la mutevole geografia politica del tardo medioevo e della prima
età moderna, in un intreccio di riferimenti storici e di livelli semantici non sem-
pre facilmente districabili. Se infatti il rimando alla dimensione ambientale non
sembra prestarsi a troppi equivoci, ferma restando la varietà dei contesti naturali
ed ecologici che connotano l’area (dalla fascia alpina propriamente detta a quella
prealpina, dai comprensori di valle ai distretti lacuali), il riferimento territoriale
dell’aggettivo ‘lombarda’ compendia ambiguamente la dimensione regionale sia
dello stato visconteo-sforzesco che dell’odierno ordinamento territoriale, in una
sintesi di comodo. L’attributo comprende infatti i territori inquadrati, almeno fino
agli inizi del XV secolo, nel ducato di Milano (dalle Valli Ambrosiane sino al corso
del Mincio) e in seguito sottoposti a dominazioni diverse4.
1
Gravela, Medieval Alpine communal politics; v. anche il sito dedicato a DEMALPS.
Democracies of the Alps, <[Link]
2
La convenzione delle Alpi, <[Link]
convenzione-quadro/>.
3
Al fine di garantire un’individuazione più obiettiva e scientifica dell’area di indagine si è
fatto ricorso al perimetro fissato dalla Convenzione delle Alpi, ivi, <[Link]
org>.
4
Com’è noto, i distretti della Lombardia orientale (grosso modo le attuali province di
Brescia e Bergamo) furono annessi alla Repubblica di Venezia negli anni Venti del Quattrocento.
300
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
La ricerca svolta nell’ambito del PRIN incrocia almeno tre grandi filoni di in-
dagine: la storia delle Alpi, la storia delle comunità rurali, la storia delle forme
documentarie. Mentre i primi due hanno alle spalle una tradizione di studi va-
stissima e pluridecennale (se non secolare)5, il terzo, con specifico riferimento alle
fonti deliberative e consiliari, risulta decisamente più contenuto. Nondimeno, in
anni recenti sono stati pubblicati alcuni importanti lavori di carattere comparati-
vo, che rivelano l’interesse maturato per questa specifica tipologia documentaria.
Di seguito si richiameranno alcune delle principali tappe storiografiche raggiunte
nei rispettivi ambiti, al fine di inquadrare l’orientamento della ricerca in corso ed
evidenziarne l’attualità.
Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso il Gruppo Interuniversitario
per la Storia dell’Europa Mediterranea (GISEM) organizzò due convegni di studi
sulla storia delle Alpi. Gli atti di quegli incontri, impostati secondo la tipica pro-
spettiva interdisciplinare che contraddistinse quell’esperienza scientifica6, sono
ad oggi fondamentali per qualsiasi ricerca di storia alpina. Il volume curato da
Gauro Coppola e Pierangelo Schiera, incentrato sull’età moderna, prende in esa-
me una vasta gamma di tematiche: cartografia storica, demografia, stratificazione
e mutamento sociale, strutture economiche, modelli istituzionali. Avendo accerta-
to in quella prima occasione di confronto la «bontà euristica» dell’indagine, l’invi-
to a proseguire con ulteriori ricerche, lasciato da Schiera, non rimase inascoltato7.
Il volume curato da Gian Maria Varanini prosegue infatti lungo il solco tracciato
dalla precedente pubblicazione, ma focalizzandosi sul medioevo8. In esso si ap-
profondiscono tematiche di storia sociale in parte già toccate (le aristocrazie), in
parte trascurate o presenti sottotraccia (il notariato, le comunità). In entrambi i
lavori lo spazio alpino si configura non solamente come mero luogo di transito,
ma anche come ‘area di civiltà’ (quella della «montagna vissuta», come precisa
Successivamente, benché molto più tardi (1512), anche la Valtellina fu sottratta al dominio mi-
lanese, per passare sotto la dominazione dei Grigioni. Si dà il caso che la base documentaria
su cui insiste la presente ricerca risalga soprattutto alla seconda metà del XV secolo e ai primi
decenni del XVI, da cui la necessità di chiarire la terminologia adottata in riferimento a una
cartina politica non omogenea. Sulla statualità visconteo-sforzesca v. Della Misericordia, La
Lombardia composita; Del Tredici, Il quadro politico e istituzionale; Gamberini, La legittimità contesa.
Sull’espansione veneziana nel corso del XV secolo v. Varanini, Venezia e l’entroterra e Mallet,
La conquista della Terraferma; in particolare sulla Lombardia veneziana v. Pederzani, Venezia e lo
«Stado de Terraferma» e il più recente Valseriati-Viggiano, Venezia in Lombardia. Sulla subordina-
zione valtellinese al governo delle Tre Leghe v. 1512. I Grigioni in Valtellina.
5
Per una panoramica sulla più recente storiografia alpina v. Le Alpi di Clio. Quanto agli
studi sulle comunità (rurali, ma anche sui centri minori) v. i bilanci di Varanini, Studi sulle «co-
munità» e Della Misericordia, Le comunità rurali. Hanno scritto pagine importanti e ancora oggi
molto stimolanti Wickham, Comunità e clientele, in particolare la disamina comparativa alle pp.
199-254 (con un accenno alle Alpi lombarde alle pp. 228-229), e Tocci, Le comunità in età moderna.
6
Rossetti, ‘Scienza e coscienza’ del passato.
7
Lo spazio alpino e in particolare Schiera, Introduzione, da cui è tratta la citazione (p. 20).
8
Le Alpi medievali.
301
SSMD, n.s. IX (2025)
9
Varanini, Prefazione, pp. 8-9.
10
Sulle quali v. però Mainoni, Attraverso i valichi svizzeri. La studiosa, molto attenta ai temi
della fiscalità, ha compiuto ricerche importanti su alcune delle aree qui considerate: v. almeno
Ead., Le radici della discordia (sul distretto Bergamasco in età bassomedievale) e Ead., Per una
storia di Lecco, a cui si rimanda per constatare, se non altro, lo stato lacunoso delle fonti di questo
particolare settore geografico (tra cui la totale perdita dei registri consiliari lecchesi).
11
Chittolini, Principe e comunità alpine. Sul tema della ‘separazione’, con particolare riferi-
mento alle comunità della pianura lombarda, v. Id., Le ‘terre separate’. Più di recente ne ha scritto
Del Tredici, Separazione, subordinazione e altro.
12
Chittolini, Principe e comunità alpine, p. 136.
13
Della Misericordia, Divenire comunità, che rappresenta un po’ la summa delle ricerche
condotte dallo studioso fino ai primi anni Duemila, e da cui poi è scaturita una serie di contributi
mirati: v. almeno Id., Decidere e agire; Id., Figure di comunità; Id., Mappe di carte.
14
Id., Divenire comunità, p. 46.
302
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
15
Le comunità dell’arco alpino occidentale, Oeconomia Alpium e Pluriactivité, frutto, quest’ulti-
mo, della consolidata tradizione di studi portata avanti dal Laboratorio di storia delle Alpi (<https://
[Link]/it>). I temi della connettività, della circolazione e degli scambi economici
e culturali sono centrali nel volume miscellaneo Valli unite da colli. La storia religiosa e sociale
nelle Alpi ante e post-riforma luterana viene approfondita in Una nuova frontiera, mentre la storia
delle istituzioni assistenziali delle aree montane, affrontata in ottica comparativa (dalle Alpi, agli
Appennini, fino ai Pirenei), è oggetto di Ospedali e montagne. Quanto al dialogo interdisciplinare,
in particolare con l’archeologia medievale, v. Medioevo nelle valli, i cui contributi spaziano lungo
tutta la penisola italiana. Per un focus ‘lombardo’ v. Ricerche sulle comunità del Bergamasco e Le
radici della terra. Entrambi i volumi si soffermano sul settore orobico, un territorio che in passato
è stato già oggetto di indagini mirate: v. Bergamo e la montagna.
16
La tradizione di studi di diplomatica comunale conobbe forse uno dei momenti più pro-
pulsivi nella seconda metà dell’Ottocento, passando poi attraverso gli studi di Pietro Torelli
e successivamente di Gian Giacomo Fissore nel corso del Novecento. Sulla fase ottocentesca
v. Erudizione cittadina e fonti documentarie, e in particolare per la Lombardia v. De Angelis,
«Raccogliere, pubblicare, illustrare carte». Sul Torelli, oltre alla sua opera seminale (Studi e ricer-
che di diplomatica comunale), v. anche Notariato e medievistica. Le ricerche di Fissore sul notariato
astigiano (v. Fissore, Autonomia notarile) hanno stimolato una serie articolata di studi, tra cui
– almeno in riferimento al quadro qui discusso – occorre citare il miscellaneo Notariato nell’arco
alpino. Quanto agli intrecci tra archivistica e storiografia v. Archivi e archivisti, in particolare De
Vivo - Guidi - Silvestri, Introduzione a un percorso di studi, con ricca bibliografia.
303
SSMD, n.s. IX (2025)
17
In questa sede, Della Misericordia ha offerto un’ampia panoramica sulle scritture comu-
nitarie della montagna lombarda, evidenziando, tra i vari aspetti, la grande varietà tipologica, i
modelli conservativi reticolari, la persistenza delle forme di matrice notarile, così come alcune
soluzioni innovative in registro: v. Della Misericordia, Mappe di carte. Sugli aspetti conservativi
di responsabilità notarile v. Mangini, «Scripture per notarium», e, per una comparazione con le
comunità dell’Alta pianura milanese, Del Tredici, Senza memoria?
18
Della Misericordia, Figure di comunità, p. 59.
19
Lo ricorda Attilio Bartoli Langeli nella Premessa ad Archivi e comunità, pp. VII-VIII, volu-
me che invece si discosta da questa consuetudine, essendo esso scaturito proprio da un incontro
sanminiatese dedicato all’Archivio come fonte, tenutosi nel 2004.
20
Chiarlone, Fonti.
21
Torelli, Studi e ricerche, pp. 65-82; Cammarosano, Italia medievale, pp. 159-166. Peraltro,
nei primi anni Duemila, Cammarosano promosse una serie di ricerche monografiche focalizzate
su specifiche tipologie documentarie. Purtroppo, l’iniziativa editoriale ha prodotto soltanto due
volumi, tra cui va però ricordato il lavoro di Sbarbaro, Le delibere dei consigli. La monografia, pur
privilegiando gli aspetti procedurali visti alla luce delle fonti normative in materia, offre un utile
resoconto delle principali serie consiliari di ambito cittadino due e trecentesche conservate negli
archivi e nelle biblioteche italiane.
22
V. almeno Tanzini, Delibere e verbali, Id., A consiglio, e il più recente Id., Consigli, delibere
e verbali.
23
La voix des assemblées, e in particolare l’introduzione di Otchakovsky-Laurens, La
304
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
2. Contesti e metodologia
délibération.
24
Le delibere consiliari dei comuni italiani, in cui, nella prevalenza di studi di prospettiva
urbana, si distingue il saggio di Gravela, Le delibere dei Comuni piemontesi, per gli accenni alle
comunità rurali della regione sabauda (pp. 229-234).
25
Varanini, Le scritture pubbliche, pp. 360-363, dove si richiamano i processi di intensifica-
zione amministrativa e di imitazione di modelli e prassi documentarie di origine cittadina da
parte delle cancellerie ‘minori’.
26
Mangini, I Quaterni consiliorum.
27
Della Misericordia, Mappe di carte, p. 186.
305
SSMD, n.s. IX (2025)
todologia cui attenersi. Nel caso del progetto PRIN 2022 Scrivere la comunità. Le
fonti consiliari nelle Alpi del tardo medioevo, l’ambito spaziale di interesse, così come
accennato anche nel paragrafo precedente, risulta implicito nel suo stesso titolo e
si identifica per l’équipe milanese con la montagna lombarda, definita attraverso
il perimetro della Convenzione delle Alpi (1991). Un’area, dunque, eterogenea ed
estesa tra Italia e Svizzera, corrispondente oggi a porzioni significative delle pro-
vince lombarde di Bergamo, Brescia, Como, Lecco e Varese, all’intera provincia
di Sondrio, e per la Svizzera al Canton Ticino e ad alcune valli del Cantone dei
Grigioni (Mesocco, Poschiavo).
Più semplice si è rivelata invece la determinazione della coordinata cronologica
entro cui collocare la ricerca, fissando il terminus ante quem al 1550 ed includendo
così all’interno dell’analisi anche la prima metà del Cinquecento, caratterizzata
dalla crisi dello Stato milanese e dall’affermazione delle dominazioni confederata
e veneziana su vaste porzioni del suo territorio.
Una volta definito il perimetro entro cui la ricerca si sarebbe mossa, si è trattato
di procedere provincia per provincia per censire prima le comunità montane sul
territorio, quindi le sopravvivenze archivistiche con particolare attenzione agli
archivi con documentazione anteriore al 1550 (definiti come ‘archivi di interesse’),
ed infine l’esistenza di serie più o meno omogenee di registri consiliari. Ciascuna
di queste fasi della ricerca ha richiesto strumenti e metodologie specifiche.
Per la determinazione delle comunità nei territori delle diverse province lom-
barde, si è rivelata fondamentale la consultazione dei volumi del progetto CIVI-
TA, disponibili online sul portale Lombardia Beni Culturali, con i profili storici e
documentari tracciati provincia per provincia per i comuni e le comunità storica-
mente attestate, così da stilare un elenco dettagliato di tutte quelle comprese entro
l’area propriamente alpina e prealpina28.
Valutare la consistenza delle sopravvivenze archivistiche, così come la pre-
senza di documentazione anteriore al 1550, ha richiesto un approccio più am-
pio, incentrato su una serie di database e repertori archivistici online: il già citato
portale Lombardia Beni Culturali29, i portali Archivi e documenti30 e LombardiaArchivi
(ArchiVista)31, oltre a SIUSA - Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Ar-
chivistiche dedicato agli archivi della Lombardia32. A questi strumenti di caratte-
re più generico sono stati affiancati altri repertori a vocazione più strettamen-
te territoriale, come gli inventari online del portale Sistema Archivistico di Valle
Trompia33, il Censimento degli archivi storici promosso dalla provincia di Sondrio34, il
portale dell’Archivio di Stato del Cantone Ticino di Bellinzona35, oltre al progetto
28
Lombardia Beni Culturali, <[Link]
29
Ivi, <[Link]
30
<[Link]
31
<[Link]
32
<[Link]
33
<[Link]
34
<[Link]
35
<[Link]
306
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
Il quadro generale emerso dall’analisi dei dati ottenuti ha descritto una geografia
assai eterogenea nel panorama degli archivi delle comunità della montagna lom-
barda. Tuttavia è possibile riconoscere alcune specificità geografiche nelle diverse
aree e interrogarsi sulle possibili soluzioni conservative adottate in passato.
La situazione più desolante, da questo punto di vista, si è osservata nelle pro-
vince di Lecco e di Varese: per quanto riguarda il territorio lecchese, infatti, sono
state censite appena 57 comunità montane ma non è emerso nessun archivio con
documentazione anteriore al 1550. Un panorama analogo quanto agli archivi si
36
<[Link]
37
<[Link]
zione/centro-di-documentazione/9-documentazione/23-archivio-parrocchiale-cattolico-di-bru-
sio>.
38
Fondamentale in questo caso è stata la consultazione delle pagine online degli Archivi
di Stato di Bergamo (<[Link] Brescia (<[Link]
[Link]/home>) e di Sondrio (<[Link]
home>), come pure della pagina del Sistema Informativo degli Archivi di Stato dedicata all’Archi-
vio di Stato di Como (<[Link]
cProgetto=as-como>). Segnalo infine l’inventario completo dell’Archivio storico comunale di
Bormio, accessibile dal portale Progetto archivi storici della provincia di Sondrio, <[Link]
[Link]/_static/ArchiviStorici/testi/archivi/bormio/[Link]>.
39
In particolare gli inventari relativi alla Valsolda (16) e a Luino e Valtravaglia (17).
40
Bündner Urkundenbuch.
41
DEMALPS.
307
SSMD, n.s. IX (2025)
308
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
53
Progetto archivi storici della Provincia di Sondrio, <[Link]
tic/ArchiviStorici/testi/archivi/bormio/[Link]>. In particolare, v. Mangini, I Quaterni
consiliorum.
54
Per l’inventario dell’Archivio comunale di Chiavenna v. Progetto archivi storici della
Provincia di Sondrio, <[Link]
ve/[Link]>. Sul fondo membranaceo di S. Lorenzo v. Mangini, Le pergamene dell’Archivio ca-
pitolare e Ead., Pergamene inedite; quanto al registro sopra menzionato v. Chiavenna, ACL, Verbali
dei Consigli comunali di Chiavenna (1465-1489).
55
SIUSA. Gli archivi della Lombardia, <[Link]
[Link]?TipoPag=comparc&Chiave=223770&RicVM=ricercasemplice&RicFrmRicSemplice=Co-
sio&RicSez=complessi&RicProgetto=reg-lom>.
56
Progetto archivi storici della Provincia di Sondrio, <[Link]
ArchiviStorici/testi/archivi/grosio/[Link]>.
57
Ivi, <[Link]
58
Per un elenco di consistenza del suddetto archivio parrocchiale v. ivi, <[Link]
[Link]/_static/ArchiviStorici/testi/Parr_G_L.htm#RTFToC115>.
59
Ivi, <[Link]
htm>. In particolare, per il registro di consigli, v. ASSo, Fondo Romegialli, b. 33, fascc. 1-3, Consigli
comunali di Sondrio (1487-1526), citato anche in Mangini, I Quaterni consiliorum, pp. 470-471,
nota 23.
60
Per l’Archivio storico del Comune di Tirano v. Progetto archivi storici della Provincia di
Sondrio, <[Link]
htm>. Sull’Archivio storico della Parrocchia di S. Martino v. ivi, <[Link]
[Link]/_static/ArchiviStorici/testi/Parr_S_V.htm#RTFToC251>; infine per l’Archivio storico
del Santuario della Beata Vergine di Tirano v. ivi, <[Link]
ArchiviStorici/testi/archivi/madonn/[Link]>.
309
SSMD, n.s. IX (2025)
61
Archivio ora conservato in Gandino, ASC, sezione Antico Regime, Carte dell’archivio del
comune di Barzizza (1392-1806); v. Archivi e documenti, <[Link]
archivi/?str=127&prg=35>.
62
Lombardia Beni Culturali, <[Link]
archivistici/MIBA000536/?filtro=bergamo>.
63
Ivi, <[Link]
?filtro=bergamo>.
64
Archivi e documenti, <[Link]
65
Lombardia Beni Culturali, <[Link]
chivistici/MIBA002E9C/?filtro=bergamo>. L’archivio della comunità di Leffe risulta disgregato
in due tronconi: la parte sopra indicata, conservata presso il Comune di Leffe, e un’altra passata
all’Archivio del comune di Gandino.
66
Gandino, ASC, Comune di Gandino, Deliberazioni dei consigli (1423-1800).
67
Castione, ASC, Giornali (1442-1798).
68
LombardiaArchivi, <[Link]
v. Comune di Salò. Archivio.
69
LombardiaArchivi, <[Link]
v. anche Lonati, Maderno.
70
Ivi, <[Link]
71
Ivi, <[Link]
72
L’inventario è disponibile online in Archivio di Stato di Brescia, <[Link]
[Link]/fileadmin/risorse/inventari_PDF/0042_Comune_di_Borno.pdf>.
73
Archivi e documenti, <[Link]
74
Inventario dell’archivio storico del comune di Bagolino e Zanolini, La sezione di Antico regime.
75
LombardiaArchivi, <[Link]
310
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
76
Salò, ASC, Provvisioni e ordinamenti, nn. 6-18, e Fogliazzi, nn. 57-76: LombardiaArchivi,
<[Link] e <[Link]
fonds/36419/units>.
77
Toscolano Maderno, ASC, Comune di Maderno, Provvisioni, nn. 5-14: LombardiaArchivi,
<[Link]
78
Gavardo, ASC, Libri dei consigli, nn. 1-23; v. LombardiaArchivi, <[Link]
[Link]/fonds/5338/units/3214>.
79
Bagolino, ASC, Carte di antico regime, Ordini, nn. 3-9; v. Inventario dell’archivio storico del
comune di Bagolino, Inventario, pp. 18-21. Occorre tuttavia ricordare come anche a Bagolino le
prime registrazioni delle sedute del consiglio e della vicinia datino a partire dal 1494 all’interno
di registri dal carattere composito ed eterogeneo, il cosiddetto Gubernerio (destinato perlopiù
alla puntuale rendicontazione delle somme di denaro, multe e condanne riscosse dai consoli
del comune): ivi, pp. 61-65. Per le delibere v. in particolare Bagolino, ASC, Carte di antico regime,
Gubernerio, nn. 164-166 e 168-170.
80
Recuperando, <[Link]
ne/>: per le delibere da parte delle istituzioni comunitarie in particolare v. Poschiavo, ASC,
Pergamene, nn. 7, 52, 143 (V) e 343. Per un inquadramento storico delle vicende del territorio po-
schiavino v. Leohnardi, Das Poschiavino Thal e Marchiroli, Storia della Valle: entrambe le opere,
pur essendo un po’ datate, sono consultabili online attraverso Società Storica Val Poschiavo, <ht-
tps://[Link]/web/20210421072414/[Link]
biblioteca-digitale>. Per i Grigioni italiani si rimanda alle pubblicazioni e alle attività promosse
dalla Società Storica Val Poschiavo e ai contributi della rivista «Quaderni Grigionitaliani».
81
Per Brusio si rimanda alle pergamene del locale Archivio parrocchiale cattolico, con par-
ticolare attenzione a quelle riportanti l’esito di riunioni della comunità: v. Brusio, APC, 1529
agosto 16, 1521 settembre 24 e 1538 ottobre 5. V. anche Bündner Urkundenbuch, II. Band, nn. 1171
(1022, 1271 maggio 17), 1179 (1027, 1272 marzo 27), pp. 589-590, 596; ivi, III. Band, n. 1306 (1105,
1282 gennaio 21), pp. 89-90; ivi, V. Band 1328-1349, n. 2865 (1347 aprile 2/3), pp. 434-437; ivi, VII.
Band, n. 4021 (1378 maggio 9), pp. 280-282.
82
Per Mesocco v. ivi, II. Band, nn. 1183 (1031, 1272 marzo 17) e 1194 (1272 novembre 7),
pp. 600-603 e 611-618; ivi, III. Band, nn. 1284 (1281 dicembre 2), 1615a (1296 novembre 19), 1708
(1301 febbraio 26), pp. 70-73, 356-357, 431-433; ivi, IV. Band, nn. 1939 (1310 luglio 8), 2067 (1315
dicembre 2), 2085 (1316 giugno 29), 2176 (1319 dicembre 30), 2288 (1324 giugno 17), pp. 137-139,
227-230, 249-253, 321-326, 405-409; ivi, V. Band, n. 2819 (1345 dicembre 29), pp. 387-392; ivi, VII.
Band, n. 4291 (1383 novembre 1), pp. 514-518. Su Calanca v. ivi, IV. Band, nn. 1939 (1310 luglio 8),
2080 (1316 giugno 1), 2085 (1316 giugno 29), pp. 137-139, 241-245, 249-253; ivi, V. Band, nn. 2779
(1344 luglio 4), 2820 (1345 dicembre 30), pp. 350-353, 392-396. Episodiche le menzioni relative
311
SSMD, n.s. IX (2025)
L’esame degli archivi locali (29), nonché dei fondi membranacei dell’Archivio
di Stato di Bellinzona (circa una novantina)83, evidenzia infatti una situazione isti-
tuzionale estremamente fluida e complessa, dove a 115 comuni si affiancano e
si sovrappongono parzialmente 42 vicinie e almeno una decina di comunità di
valle o di pieve84. In un simile contesto, con la maggior parte del patrimonio per-
gamenaceo databile al XV e alla prima metà del XVI secolo, si rivelano di parti-
colare interesse gli archivi di Lumino (con 21 pergamene della locale assemblea
dei vicini)85, Bironico (10 atti riconducibili alla vicinia di Camignolo, Crescino e
Bellio)86 e gli archivi patriziali di Losone87 e di Minusio (rispettivamente con 7 per-
gamene riconducibili alle vicinie locali)88; quanto invece ai fondi dell’Archivio di
Stato occorre menzionare per la loro consistenza il fondo dell’archivio comunale
di Intragna89, quello parrocchiale di Carasso90, i patriziali di Bignasco91 e Leonti-
ca92 ed il fondo Pometta93. A fronte dell’impressionante ricchezza del patrimonio
membranaceo ticinese, comprendente anche numerose pergamene di carattere
propriamente consiliare e deliberativo, le principali serie di registri restano tutta-
ad altre comunità della Val Mesolcina (Cama, Leggia, Roveredo, Soazza, Verdabbio), così come
per altre comunità grigionesi, in particolare Castasegna e Soglio, frazioni di Bregaglia. Per un in-
quadramento storico del territorio della Mesolcina si rimanda a un testo ottocentesco: v. Marca,
Compendio storico.
83
Archivio di Stato del Cantone Ticino, <[Link]
ca/[Link]>.
84
Sul territorio ticinese è imprescindibile il rimando a Schaefer, ll Sottoceneri; per un inqua-
dramento storico ulteriore v. Storia del Ticino e Vismara - Cavanna - Vismara, Ticino medievale.
85
Archivio di Stato del Cantone Ticino, <[Link]
ca/[Link]?gruppo=85&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
86
Ivi, <[Link]
vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
87
Ivi, <[Link]
vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>. Il patriziato (detto anche Bürgergemeinde o Bourgeoisie)
è un’istituzione svizzera che si occupa nelle singole comunità della gestione dei beni collettivi,
ripartiti fra i suoi membri; l’accesso al patriziato avviene per via ereditaria ed è distinto dalla
cittadinanza politica.
88
Ivi, <[Link]
vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
89
Ivi, <[Link]
&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
90
Ivi, <[Link]
&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
91
Ivi, <[Link]
&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
92
Ivi, <[Link]
&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
93
Ivi, <[Link]
&vedi_gruppo=Vedi+scheda+gruppo#ris>.
312
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
via quelle dei maggiori centri del fondovalle come Bellinzona94 e Lugano95, rispet-
tivamente con 18 e 13 registri ante 1550.
Il censimento degli archivi ha così permesso di catalogare un totale di ben 772
comunità montane per il territorio della Lombardia (con una novantina di archivi
di interesse cronologico), alle quali vanno aggiunte le 11 comunità dei Grigioni
e le 115 ticinesi, per un totale di circa 850 comunità. A fronte di questi numeri il
panorama relativo alla presenza di serie di registri consiliari si rivela decisamente
più magro, condizionando in maniera decisiva la scelta dei casi studio: si sono
allora privilegiati sia fattori di ordine quantitativo (come nella maggior parte dei
casi considerati: Bagolino, Bellinzona, Bormio, Castione della Presolana, Gandi-
no, Gavardo, Lugano, Maderno e Salò) che conservativo (Chiavenna e Sondrio),
ma in modo tale da permettere di gettare uno sguardo complessivo sull’intero
territorio in esame e di tentare al contempo analisi comparative fra registri di
diversa provenienza, al fine di valutarne specificità ed elementi di convergenza.
Quello che è emerso nel corso del censimento è piuttosto come la geografia
archivistica della montagna lombarda attraverso i suoi pieni e vuoti contribuisca
a definire delle macroaree: una prima, composta dai territori prealpini e alpini
delle province di Como, Lecco e Varese (rimasta politicamente legata a Milano),
pressoché priva di archivi di comunità anteriori al XVII secolo; una seconda, cor-
rispondente all’area svizzera e in parte alla provincia di Sondrio, caratterizzata da
un’estesa presenza sul territorio della documentazione, anche in formato perga-
menaceo (mentre per aree come la Valtellina o la Valchiavenna, così come accen-
nato prima, i registri fanno la loro comparsa stabile dal tardo Quattrocento)96; una
terza simile alla precedente, con diversi archivi a livello locale, estesa sui settori
alpini e prealpini delle province di Bergamo e Brescia e storicamente passata nel
corso del XV secolo sotto l’egida veneziana. Al di là delle probabili perdite e di-
spersioni, gli esiti conservativi attuali della documentazione sembrerebbero sug-
gerire, sulla scia di quanto rilevato da Del Tredici per l’area milanese97, strategie
diverse di conservazione messe in atto nel corso del tempo (o almeno anterior-
mente al tardo Cinquecento e Seicento). Sembra infatti che in alcune aree della
montagna lombarda all’archivio di comunità si sia preferita la conservazione tra
le carte dei notai redattori mentre in altri (esemplare, come si vedrà nel paragrafo
successivo, il caso di Bormio) la costituzione di depositi archivistici da parte delle
stesse comunità è più precoce.
94
ASTi, Fondi dell’Amministrazione pubblica, Enti locali, Comuni e patriziati, Comuni, Comune
di Bellinzona, Registri; v. anche Chiesi, Le provvisioni.
95
Lugano, AP, Registri e atti protocollari, IV.1 Libri dei consigli.
96
Della Misericordia, Mappe di carte, p. 186.
97
Del Tredici, Senza memoria?
313
SSMD, n.s. IX (2025)
Di seguito si presenta una panoramica dei registri consiliari della montagna lom-
barda. Si avverte che la formula utilizzata per indicare questa tipologia documen-
taria rappresenta un compromesso, una soluzione di comodo ritenuta efficace nel
compendiare la comune origine istituzionale e la varietà di denominazioni in uso
all’epoca: libri comunis, quaterni consciliorum, zornali, notaroli. A prescindere dalla
variegata nomenclatura, il focus resta incentrato sulle fonti predisposte per la te-
nuta corrente dell’attività assembleare nelle comunità rurali. Il presente paragrafo
non costituisce una disamina approfondita dell’argomento, piuttosto intende of-
frire alcuni spunti di riflessione sulla ricerca in corso. I nodi sui quali ci si soffer-
merà riguardano la geografia delle fonti, la consistenza della base documentaria,
la cronologia di conservazione, le forme di produzione e di conservazione dei
registri, le tecniche di autenticazione e gli elementi di riconoscibilità delle fonti,
l’organizzazione e la rilevanza dei contenuti. Dal punto di vista cronologico, gli
esempi e i dati riportati riguarderanno soprattutto il Quattrocento98. In questa oc-
casione non si esamineranno le comunità sovralocali (le federazioni di comuni, le
università di valle o di lago), il cui residuo documentario è pur sempre notevole99.
Quanto al quadro geografico, di seguito ci si riferirà a tre macrosettori dell’arco
alpino considerato: il Canton Ticino, la Lombardia settentrionale, la Lombardia
orientale (cioè ‘veneziana’)100.
98
Si anticipa sinora che per tutto il Trecento il panorama documentario è a dir poco mi-
sero: si conserva infatti un solo testimone originale, un esemplare prodotto a Bormio nel 1334
e conservatosi in condizioni mediocri (studiato in Mangini, I Quaterni consiliorum). Per il
Cinquecento, invece, la base documentaria si fa decisamente più cospicua (v. §. 3).
99
Tra le principali vanno annoverate le federazioni di Valtellina, di Valcamonica, di Riviera.
Per una sintesi v. Della Misericordia, La comunità sovralocale. Sulla documentazione prodotta
dall’università camuna v. Faiferri, Scrivere sull’acqua (ma per una disamina attenta del contesto
valligiano v. Della Misericordia, Divenire comunità, pp. 813-844). Sul consiglio di Valtellina v.
Mangini, «Con promessa e titolo di confederatione», con cenni alle fonti di natura compilativa (e
risalenti per lo più alla piena età moderna) alle pp. 73-74; sulla Comunità di Riviera v. Pagnoni,
Fisionomia di un capoluogo e Id. - Valseriati, Tra la Serpe e il Leone. Per altri contesti (Alta Val
Seriana, Val Gandino, Val Brembana, e via dicendo) v. i diversi profili tracciati in Naturalmente
divisi.
100
Per il Canton Ticino si considerano i distretti di Lugano e Bellinzona; per la Lombardia
settentrionale la Valchiavenna e la Valtellina; per la Lombardia orientale la Val Seriana, la Val
Sabbia, la Riviera gardesana. Come si è visto nel paragrafo precedente, restano ampi settori
scoperti, tra cui il Lecchese, la montagna comasca, la Val Brembana, la Valcamonica. Per quanto
riguarda la consistenza demografica delle comunità considerate, è bene ribadire che lo stato la-
cunoso delle fonti medievali concede soltanto larghe approssimazioni. In linea generale, il range
quattrocentesco si dipana tra le 500-1000 unità ipotizzabili per Castione della Presolana, in Alta
Val Seriana (su cui v. l’ottima monografia di Poloni, Castione della Presolana, segnatamente pp.
43 e 50) e le 4000-5000 di un grosso centro come Salò, del resto più affine ad altri contesti pianeg-
gianti (vi si sofferma Pagnoni, Fisionomia di un capoluogo, p. 28-29). Nel mezzo vi è una casistica
varia ma di peso notevole se rapportato al contesto montano: Bormio e Gandino, per citare due
esempi, oscillavano tra le 2000-3000 unità. Un’utile panoramica generale, ma con riferimenti
anche all’area alpina considerata, in Ginatempo, La popolazione dei centri minori, in particolare le
314
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
pp. 49-54.
101
Per citare alcuni esempi, i registri di deliberazioni di Morbegno, in Valtellina, sono anda-
ti perduti (v. Mangini, I Quaterni consiliorum, p. 470); così come quelli di Lovere, sul Sebino, dei
quali restano accenni in una fonte erroneamente catalogata come Libro delle parti di Lovere (BCBg,
Manoscritti, ms. AB 273). Si tratta di un volume fattizio risalente agli anni 1493-1519 e in realtà
riconducibile alla podesteria locale. A ff. 23r-26v è registrata una sentenza in cui si ripercorre
una lite tra il comune e «illos de familia de Marentiorum habitantium in dicta terra» risalente
al 1482, in cui sono menzionati i veri registri consiliari: «…in libris provisionum dicti comunis
Lueris sub die nono mensis maii 1457…».
102
Le unità più frammentarie sono state escluse dal computo (alcuni lacerti bormini risa-
lenti agli anni 1445, 1447, 1491, 1499). Si avverte, inoltre, che non è stato possibile verificare il
dato su Gorno. Dall’inventario depositato in ASBg risulta che si conservi un Libro degli ordini
e delle ragioni risalente agli anni 1464-1566. Resta il dubbio che l’estremo remoto possa riferirsi
solamente all’estimo del comune registrato nei ff. 7v-10v. In maniera poco rigorosa, si è deciso
comunque di inserire il dato (che di per sé non stravolge il quadro complessivo), con la speranza
di poterlo accertare in futuro.
315
SSMD, n.s. IX (2025)
già rilevato Marta Mangini – erano state già pienamente codificate nel corso del
Trecento103.
In ogni caso, è chiaro che nel definire la fisionomia della tradizione documenta-
ria intervengono anche altri fattori, come la struttura materiale delle singole unità
e la loro organizzazione archivistica. Di seguito non ci si soffermerà sull’analisi
codicologica dei registri, se non per sottolineare quanto a fatture diverse corri-
spondessero modalità differenti di gestione documentale. Si considerino gli esem-
pi di Bormio, sul quale si insiste, di Gandino, comunità della Media Val Seriana, e
di Gavardo, all’imbocco della Val Sabbia. Nel primo caso si hanno unità di consi-
stenza esigua, di norma composte da non più di una decina di fogli, calibrate sulla
durata delle singole partizioni dell’anno amministrativo (le tre sorti stagionali:
primaverile, estiva, invernale). Nel secondo caso si opta per una soluzione op-
posta, rappresentata da grossi registri di consistenza notevole (nell’ordine delle
centinaia di carte) organizzati secondo archi cronologici pluriennali, in cui le dif-
ferenti annualità si susseguono senza alcuna soluzione di continuità che non sia
quella indicata dalla consueta datazione cronica delle sedute. Il terzo caso si col-
loca a metà strada: si predispongono registri adeguati alle singole annualità senza
ulteriori partizioni (e lasciando, a volte, diverse carte bianche una volta conclusosi
l’anno amministrativo). Quanto alla scelta del materiale, anche in questo caso, i
quaterni bormini si confermano eccezionali, poiché redatti su fogli pergamenacei:
una scelta rivelatrice della ricercatezza e della cura con cui si confezionavano non
solo le scritture consiliari ma anche quelle contabili, che datano dalla metà del
secolo XIV. È quanto meno inusuale che la documentazione legata all’amministra-
zione corrente, ancora nel tardo medioevo, fosse scritta su supporto membrana-
ceo, un’opzione più consueta per i documenti più solenni e ‘puntuali’ (come gli
statuti)104. A Bormio, invece, questa pratica è attestata sistematicamente anche in
età moderna: una persistenza notevole se si considera che in generale l’utilizzo
della carta era ormai prassi diffusa e plurisecolare.
Proseguendo questo breve excursus, è opportuno ora soffermarsi sul livello,
per così dire, più appariscente e immediato di riconoscibilità delle fonti consilia-
ri, ovvero su quei mezzi grafici e su quegli elementi testuali che ne permettono
l’identificazione tanto sul piano della funzione amministrativa, quanto su quello
dell’appartenenza istituzionale. Ci si riferisce in particolare alle intestazioni dei
registri, che, quando presenti, offrono esiti vari, tanto in termini di differenze ge-
ografiche quanto di oscillazioni interne a una medesima serie: spia, quest’ultima,
di potenziali assestamenti o di sperimentazioni che andrebbero approfondite caso
per caso. Anche questa volta si procede per contrasto, proponendo due esempi
divergenti: da un lato, l’incipit fugace di un registro gandinese; dall’altro, ponia-
103
Mangini, I Quaterni consiliorum, p. 478. Bormio è l’unico caso di studio che permette
un confronto di questo tipo, laddove per gli altri contesti, la cui tradizione documentaria è meno
risalente e più lacunosa, questa impressione rimane plausibile ma non verificabile.
104
Della Misericordia, Mappe di carte, p. 186, dove si accenna, per esempio, agli statuti
cinquecenteschi di Grosotto.
316
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
105
Gandino, ASC, Comune di Gandino, Deliberazioni dei consigli, unità 58 (1495-1502), f.
10r: «Consiliorum liber huius egregie comunitatis Gandini ceptus per Franciscum Maytani
Gandinensem notariumque publicum Bergomensem». Sui notai di origine rurale ma immatri-
colati in città v. Chittolini, Piazze notarili e Mangini, Membra disiecta. Nel caso dell’esempio
citato, è lo stesso diretto interessato a informarci della sua avvenuta immatricolazione presso il
collegio notarile di Bergamo nel 1482: v. ASBg, Atti dei notai, b. 887, Maiti Francesco q. Bertolotto
(1483-1494), fasc. non cartulato (1483).
106
Lugano, AP, Registri e atti protocollari, IV.1 Libri dei Consigli, reg. 2 (1443-1451), f. 2r:
«(ST) Ecce liber conscilliorum, provisionum et ordinamentorum comunis et hominum burgi
de Lugano scriptum et imbreviatum per me Castellanum de Turbino de Lugano notarium dicti
comunis Lugani ac notarium causarum Lugani et valis et cetera, anno presenti currenti millesi-
mo quadringentessimo quadragessimo tercio indictione septima, inceptum die martis decimo
septimo mensis septembris». Un altro esempio di intestazione analitica: Salò, ASC, Provvisioni e
ordinamenti, reg. 1 (1440-1451), f. 1r: «(ST) In Christi nomine. Hic est liber comunis et hominum
de Salodo super quo scribuntur et scripte sunt provisiones et ordinamenta ac reformationes,
incantus utilitatum comunis predicti et alia diversa acta iura et scripturas ipsius comunis per
me Peterzolum filius Requiliani de Salodo notarium dicti comunis et alios notarios comunis
predicti, prout eis notariis iniunctum est et commissum per consiliarios et consules ac homines
de vicinia et per viciniam ipsius comunis diebus et annis inferius anotatis et descriptis, quibus
omnibus adhibetur plena fides et cetera. Qui quidem liber inceptus fuit et inchoatus die ul-
timo mensis iulii MCCCCXL indictione tercia sub consolaria Comini quondam Guielmini de
Gardone habitantis Salodi consulis dicti comunis et sub felici dominatione serenissimi ducalis
dominii Venetorum».
107
Lo dimostrano le oscillazioni interne a una medesima serie: a Lugano il signum compare
accanto alle intestazioni dei primi due registri; nei registri di Salò è più ricorrente, ma comunque
incostante; a Gavardo compare solamente nel registro più antico (1480). Senza contare, poi, le
assenze ‘ricorrenti’: a Gandino, a Maderno, a Bormio. Quanto alle fonti urbane, il rimando è
al più antico registro di deliberazioni del comune di Bergamo (1433-1437): ASCBg, Azioni dei
Consigli, Registri delle azioni, reg. 1 (1433-1437), f. 1r.
317
SSMD, n.s. IX (2025)
Non una legittimità a priori, bensì frutto di un processo di lunga durata, che nella
fase quattrocentesca può dirsi, per le realtà qui considerate, piuttosto consolida-
to. La costituzione di archivi propri e di serie documentarie articolate risulta al
contempo esito e motore di questa maturazione. In quest’ottica, l’inserimento del
singolo pezzo, del singolo registro all’interno di una serie archivistica ne convali-
derebbe di per sé l’autenticità108.
Nondimeno, se si prende in esame la ricorrenza di alcune specifiche forme do-
cumentarie (al netto delle deliberazioni vere e proprie) e la loro rilevanza strut-
turale nell’economia complessiva della fonte, sembra di poter cogliere alcuni altri
elementi di riconoscibilità meno esplicitamente autoreferenziali, ma comunque
efficaci nel certificare la provenienza. Un esempio tratto dall’area pedemontana
bresciana può forse chiarire questo spunto.
Nei libri consiliorum di Gavardo le intestazioni presentano un’articolazione
equilibrata, meno sintetica e sfuggente di quell’unicum riscontrato a Gandino, ma
anche meno circostanziata di quelle apposte sui registri di Lugano o della più
vicina Salò. Non solo si pone l’accento sulla dimensione collettiva, attribuendo
l’appartenenza della fonte alla comunità (liber comunis et hominum…), che è una
caratteristica ricorrente un po’ in tutti i contesti coevi, ma si mette in risalto una
precisa partizione del registro: la cosiddetta descriptio testarum, un elenco della
popolazione maschile di età compresa tra i quattordici e i sessant’anni, ritenuta
idonea a esercitare funzioni di presidio del territorio e a prestare servizio milita-
re109. L’importanza di questo documento non risiede soltanto nel suo contenuto,
ma anche nella sua rilevanza strutturale, essendo posto all’inizio di (quasi) ogni
liber110. Potrebbe quindi essere interpretato come un tratto peculiare e un forte
elemento di riconoscibilità di questa specifica serie documentaria.
Si tratta di un caso isolato o è possibile riscontrare pattern documentali simili
in altre serie e contesti? La singolarità di Gavardo suggerisce, ancora una volta,
la grande varietà degli usi locali nel confezionare i registri, così come nel dare
maggiore rilievo a determinate forme documentarie. Cercando di andare oltre il
binomio ‘disordine-rigidezza’ che contraddistingue le fonti consiliari111, tale per
cui, alla rigidità della struttura deliberativa (propositio-deliberatio) si affiancano le
108
Un punto sul quale si sofferma anche Bartoli Langeli, Le scritture in registro, p. 119.
109
Sulla documentazione anagrafica di ambito ‘militare’ v. Varanini, Imperfezioni fisiche.
110
Se si eccettua il registro più antico (1480), dove la descriptio compare comunque entro le
prime carte (Gavardo, ASC, Libri dei consigli, reg. 1, ff. 13r-16r), nei successivi (1489, 1501, 1508,
e via dicendo) l’elenco è posto regolarmente in apertura. L’importanza di questi documenti è
peraltro evidenziata nelle intestazioni. A titolo di esempio, v. reg. 11 (1520), f 1r: «Liber consi-
liorum comunis Gavardi anni 1520, super quo anotantur ordinamenta, provisiones et teste ab
annis sexdecim usque in sexaginta…». Le descriptiones testarum, comunque, non sono attestate
solamente a Gavardo. A Salò si conservano alcuni esemplari di libri testarum risalenti al secolo
XVI (Salò, ASC, Estimi, Descrizione delle anime, b. 162, fascc. 1, 2, 3), concepiti – in questo consiste
la differenza – come unità documentarie autonome, cioè come documenti in forma di libro am-
ministrativo compiuto.
111
Evidenziato da Cammarosano, Italia medievale, p. 161, e poi successivamente ripreso e
citato – ci sembra – con una certa inerzia.
318
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
scritture più disparate (carteggio, elenchi di beni, note contabili, e via dicendo),
occorre chiedersi se sia possibile individuare delle tendenze che accomunano più
comunità su base, poniamo, zonale/areale/geografica: non tanto per ridurre a uni-
tà una molteplicità di esiti formali e contenutistici davvero ricca (una prospettiva
irrealistica), ma per soppesare la circolazione di determinati modelli documentari
e per cogliere tendenze archivistiche affini oppure peculiari112. Si pensi alla com-
mistione tra scritture propriamente deliberative e scritture fiscali che si riscontra
spesso all’interno di queste fonti. Nei registri luganesi, per esempio, così come
nei fascicoli chiavennaschi, è consueto imbattersi nella registrazione degli estimi
del comune, mentre nei registri del settore orientale della montagna lombarda
questa alternanza non sembra essere attestata113. A Sondrio, invece, si conserva un
registro sui generis, in cui i verbali delle sedute assembleari presiedute dal decano
del comune si limitano ad approvare imposizioni fiscali (talee) e note di spesa con
una frequenza soverchiante e quasi esclusiva, al punto che si sarebbe quasi tentati
di espungere questa fonte dal campione di registri consiliari qui considerato, non
fosse proprio per la sua particolarità nel rimodellare il tipico schema deliberati-
vo114.
112
È un’urgenza avvertita anche da Francesco Senatore a proposito della documentazione
tardomedievale di matrice signorile. A tal riguardo risulta stimolante il concetto di ‘regione
documentaria’, che l’autore propone per individuare «spazi istituzionali omogenei con proprie
specifiche soluzioni» in materia di produzione e conservazione dei documenti; regioni in cui
l’influenza esercitata dalle cancellerie del potere territoriale dominante può essere senz’altro
un catalizzatore dei processi di omologazione documentaria, ma in cui la forza dei modelli lo-
cali risulta altrettanto importante. Questo vale soprattutto per la documentazione in registro,
giacché – come ricorda lo stesso Senatore – «gli uomini, i formulari e le lettere circolavano, i
registri e gli archivi no». Il consolidamento di tradizioni documentarie e amministrative, o la
circolazione di pratiche e modelli di riferimento, vanno necessariamente soppesati caso per caso.
V. Senatore, Per una tipologia, pp. 34-37 (segnatamente p. 36). Ringrazio l’anonimo revisore per
avermi segnalato questo contributo.
113
Al netto di eventuali distorsioni causate dallo stato delle fonti, è un’ipotesi che andrebbe
senz’altro approfondita. D’altronde, non si intende affermare che gli estimi fossero uno stru-
mento sconosciuto alle comunità della Lombardia orientale; semmai, che fossero concepiti e
confezionati come unità documentarie a sé stanti, indipendenti dalle coeve fonti consiliari. Per
Gavardo, ad esempio, si trovano riferimenti al «liber estimi comunis Gavardi» compilato nel
1468, e oggi perduto: ASBs, Distretto notarile di Brescia, b. 159, filza di atti sciolti non numerati,
copia estratta nel 1508. Quanto agli estimi luganesi citati v. Lugano, AP, Libri dei consigli, reg. 1,
ff. 66v-70v (1442); reg. 2, ff. 61r-65r (1445), 166v-171r (1451); reg. 3, ff. 47r-52v (1454); reg. 4, ff.
136r-147r (1470); per gli estimi chiavennaschi v. Chiavenna, ACL, Verbali dei Consigli comunali di
Chiavenna (1465-1489), pp. (il riferimento è alla paginazione, non alla foliazione) 66-76 (1469),
150-159 (1476), 232-240 (1480), studiati in Salice - Scaramellini, Tre estimi quattrocenteschi; v.
anche Iid., La Valchiavenna.
114
ASSo, Fondo Romegialli, b. 33, fasc. 1-3, Consigli comunali di Sondrio (1487-1526). La fonte,
studiata da Della Misericordia, Divenire comunità, pp. 151-176 (v. anche Id., Mappe di carte,
pp. 186 e 228), conserva al suo interno alcune note di insediamento di ufficiali e del carteggio
sporadico (ff. 6v-8r, 23r, etc.). La struttura delle registrazioni è in genere bipartita. In apertura
si ha una sezione protocollare dedicata alla datazione delle sedute, a eventuali formule di con-
vocazione, all’enunciazione dell’oggetto di discussione; segue quindi il tenore dei finanziamenti
319
SSMD, n.s. IX (2025)
organizzato secondo un impianto tabulare appena accennato (accanto alla descrizione delle sin-
gole voci di spesa si distinguono i campi per le lire, i soldi e i denari).
115
I registri gandinesi, denominati libri lectionum, costituiscono una sottoserie delle
Deliberazioni del consiglio (i cui registri veri e propri datano soltanto dal 1495). Il primo liber lectio-
num documenta gli anni dal 1423 al 1486; il secondo gli anni dal 1486 al 1629. L’ampiezza dell’ar-
co cronologico coperto da quest’ultimo rivela la persistenza di questa politica documentaria, alla
cui base stava ormai una maturità archivistica indiscutibile. Le fonti si conservano a Gandino,
ASC, Deliberazioni dei consigli, unità 56 e 57.
116
Si rileva, en passant, che una soluzione simile veniva praticata anche a Bergamo. Si con-
serva, infatti, un codex (in stato assai precario) allestito con il medesimo scopo: ASCBg, Azioni
dei Consigli, Registri delle votazioni, delle nomine e delle elezioni, unità [Link]-1 (1496-1590). Lo stato
lacunoso della documentazione bergamasca (ma anche la sommarietà delle ricerche condotte si-
nora da chi scrive) impedisce di tracciare linee nette circa la genesi e la diffusione di questa spe-
cifica forma documentaria. Tuttavia, il confronto tra la comunità rurale e quella urbana sembra
promettente per poter apprezzare adattamenti, interazioni o divergenze nei rispettivi contesti.
320
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
5. Considerazioni conclusive
Riallacciandoci a quanto esposto nei paragrafi precedenti due sono i nodi prin-
cipali attorno ai quali la ricerca svolta dal progetto PRIN ha permesso di gettare
una luce: un primo, relativo alla geografia archivistica della montagna lombarda,
con i suoi pieni e vuoti, leggibili come possibili indicatori di diverse strategie con-
servative da parte delle comunità prima della costituzione di archivi veri e pro-
pri in età successive. All’interno di questa geografia, in secondo luogo, è emerso
come più salde tradizioni di conservazione fossero messe in atto da capoluoghi di
giurisdizioni di diversa natura ed entità (pievi, contadi, valli, vicariati), come ad
esempio Bellinzona, Lugano, Gandino, Gavardo o Salò, oppure da centri dotati di
ampie autonomie come Bagolino e Bormio, parimenti a capo di territori e contadi
medi e piccoli: comunità dunque dove le esigenze e la complessità dell’apparato
amministrativo in loco spingevano verso una maggior consapevolezza del dato
documentario e della sua conservazione.
Un elemento che trova proprio nell’analisi puntuale delle fonti consiliari lom-
barde una conferma laddove evidenzia una crescente consapevolezza identita-
ria da parte delle stesse comunità e l’adozione di precise soluzioni conservative:
in questo senso uno sguardo comparativo alle fonti, nel tentativo di superare il
binomio ‘disordine-rigidezza’, ha permesso di tracciare una prima, provviso-
ria panoramica dei registri consiliari per la montagna lombarda, evidenziando-
ne piuttosto il carattere di collettore duttile e all’occorrenza multifunzionale. Si
è pertanto preferito adottare un’ottica attenta al dato formale e materiale della
fonte (seguendo in questo una prospettiva implicitamente suggerita da Marta
Mangini)117, estendendo l’analisi dalla semplice geografia alla consistenza delle
basi documentarie, alle cronologie e ai modi di produzione e conservazione e ad
altri elementi interni ai registri quali i fattori di autenticazione e le modalità di
organizzazione dei contenuti. Si tratta di aspetti che mostrano tutti l’elaborazione
nel corso del tempo di strategie diverse e adattabili messe in gioco per questa
tipologia di fonti. Da qui l’augurio che il prosieguo della ricerca e l’avvio di nuovi
studi, in un clima di ormai deciso superamento del passato disinteresse storio-
grafico verso i registri consiliari e la documentazione in generale dei centri rurali,
possano chiarire ulteriormente il quadro che qui è stato tracciato, avvalendosi di
comparazioni tra contesti ed ambiti di natura diversa (urbani e rurali, pianura e
montagna, e così via).
117
Mangini, I Quaterni consiliorum, p. 466.
321
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 2: Fonti consiliari in registro: cronologia e lacune nella tradizione (sec. XV; campione).
322
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
323
SSMD, n.s. IX (2025)
324
Barsacchi - D’Orlando, Archivi di comunità e registri consiliari
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Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settembre
2025.
333
SSMD, n.s. IX (2025)
TITLE
Archivi di comunità e registri consiliari nella montagna lombarda alla fine del medioevo.
Un censimento
Community archives and council proceedings in the Lombard mountains during the Late
Middle Ages. A survey
ABSTRACT
Il presente saggio intende offrire una panoramica sulla ricerca svolta dall’équipe
milanese del progetto PRIN 2022 Scrivere la comunità. Le fonti consiliari nelle Alpi del
tardo medioevo. Un primo aspetto ha riguardato il censimento complessivo degli
archivi comunitari all’interno di un vasto scenario, dal lago Maggiore sino alla
Svizzera e al Garda: si è così delineata una peculiare geografia archivistica attra-
verso cui sono leggibili diverse strategie di conservazione della documentazione.
L’altro punto fondamentale è stata un’analisi formale delle serie di registri consi-
liari conservati per la montagna lombarda. È così emerso come questa tipologia
di fonte, a lungo costretta dalla storiografia nel binomio ‘disordine-rigidezza’, sia
piuttosto uno strumento malleabile e flessibile al servizio delle esigenze di carat-
tere amministrativo espresse dalle comunità.
The paper presents an overview of the community archives of the lombard alpine
region, focusing in particular on the extant late medieval council proceedings.
The research is part of the project Writing communities. Council records in the late
medieval Alps (PRIN 2022). The survey sheds some light on the record-keeping tra-
dition of many communities within a vast scenario, from Southern Swiss Alps to
East Lombard Prealps. The paper adresses archival practices, registers’ material
structure, authentication techniques and content organisation of the sources. It ar-
gues that council registers were not just simple collector devices, but also flexible
tools for specific administrative purposes.
KEYWORDS
334
«Una trattazione nuova e più ampia». Axel Goria
tra Corpus Astense e medievistica del Novecento
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29572
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29572
1. Premessa
1
Utili bilanci in Bartoli Langeli, L’edizione dei testi documentari, pp. 116-131; Ciaralli, La
diplomatica, pp. 133-150.
2
Bartoli Langeli, L’edizione dei testi documentari, p. 118.
3
Norme per la pubblicazione, pp. VII-XXIV.
SSMD, n.s. IX (2025)
4
Olivieri, Il metodo per l’edizione delle fonti, pp. 563-615; Sergi, Antidoti; Negro, Il comma C,
pp. 43-60.
5
Gabotto, Relazione, pp. 13-14.
6
Ministero dell’Educazione nazionale, «Bollettino Ufficiale», I, 2 luglio 1935, p. 2885; per
un quadro: Sergi, Dimensione nazionale, pp. 97-115; Fiore, Regia Deputazione, pp. 659-674.
7
Norme per le pubblicazioni, pp. 542-545.
8
Norme generali, p. 7.
9
Pratesi, Fonti narrative e documentarie, pp. 34-35.
10
Ivi, p. 42.
11
Petrucci, L’edizione delle fonti, pp. 69-80.
12
Cencetti, Progetti di modificazione, p. 25; Petrucci, L’edizione delle fonti, pp. 69-71.
338
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
– costruendo sul piano storiografico un’analisi inedita del rapporto tra scrittura e
quadro politico.
I documenti relativi a Goria e alla sua impresa editoriale conservati presso l’I-
stituto Storico Italiano per il Medio Evo e le carte del suo archivio personale –
schedature, minute, revisioni, testimoni del suo lavoro ultratrentennale – mettono
in evidenza la relazione dinamica tra analisi delle fonti – puntigliosa, ancorché
depurata dalle costrizioni più pedanti – e interpretazione del sistema politico
che i documenti restituiscono. A questo incontro generativo si sarebbe rifatta la
‘scuola’ di Giovanni Tabacco, in particolare con Renato Bordone, nel delineare
una rinnovata attenzione alla storia delle pratiche e dei linguaggi politici tra XII
e XIV secolo13.
13
Bordone, Città e territorio, pp. 194, 266, 271, 272, 274, 310; Id., Progetti nobiliari, pp. 279-
282; Id., Uno stato d’animo, p. 66.
14
Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (in seguito ISIME), Archivio Storico, fasc. 50,
Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Raoul Manselli ad Axel Goria, 25 febbraio 1971. Devo alla cortesia
della dottoressa Marzia Azzolini e all’interessamento dei professori Massimo Miglio e Giuseppe
Sergi la disponibilità dei preziosi documenti conservati presso l’ISIME; sono grato al professor
Fausto Goria per aver offerto la possibilità di consultare il ricco archivio del padre Axel Goria.
15
Arnaldi, Falco, Giorgio, pp. 299-307; Merlo, Falco, Giorgio, pp. 646-651.
16
Miglio, Istituto Storico Italiano; Sergi, Giovanni Tabacco e l’esegesi del passato, pp. 7-13.
17
Archivio Storico Università di Torino, Gli studenti dell’Università di Torino dai registri
339
SSMD, n.s. IX (2025)
sua tesi, dedicata al cronista astigiano Guglielmo Ventura e pubblicata nel «Bul-
lettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano»18, si
innesta sul percorso di approfondimenti relativi a tematiche subalpine che pure,
come ha precisato Giuseppe Sergi, non erano prevalenti negli orizzonti di ricerca
di Falco, più per la sua percezione di barriere metodologiche ascritte alla scuola
torinese che per ridotto interesse: lo chiarisce una testimonianza di Gustavo Vi-
nay che, riferendosi alla prolusione tenuta da Falco a Torino nel 1930, coglieva
il «dramma» della «concretezza analitica che non aveva scopo né dimensione»
senza «il lievito che la maturasse alla sintesi»19.
Un percorso entro il quale si distinguono, accanto a Goria, altri studiosi i cui
esordi sono legati a ricerche di ambito regionale: da Paolo Brezzi, al già citato
Vinay, a Lodovico Vergano, a Geo Pistarino20. Fu lo stesso Falco a segnalare all’I-
stituto romano il lavoro su Ventura per la pubblicazione nel «Bullettino», ancor
prima della laurea di Goria, come si evince da una missiva di quest’ultimo al
presidente Pietro Fedele, il quale non solo espresse apprezzamento per l’articolo
del giovane ricercatore ma gli propose una borsa di studio finalizzata a curare
l’edizione della cronaca venturiana21.
Va osservato che, negli anni seguenti, il progetto di Goria si ampliò a Ogerio
Alfieri e a Secondino Ventura e anzi, secondo il programma non portato a pieno
compimento per problemi di salute, avrebbe dovuto comprendere anche minori
cronache astesi22. Tuttavia, verosimilmente per la riconosciuta validità dell’artico-
lo del «Bullettino» – completato da un ulteriore saggio del 1950 uscito nella «Ri-
vista Storica Italiana» –, l’impresa di Goria restò a lungo identificata con il Memo-
riale di Guglielmo Ventura. Lo conferma il fascicolo conservato presso l’archivio
storico dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo intestato Guglielmo Ventura.
Chronica Astensia relativo all’incarico di completare l’edizione, attribuito nel 2001
a Renato Bordone; anche in una precedente lettera del 1° aprile 1998 di Giovanni
Tabacco a Girolamo Arnaldi, lo storico torinese faceva riferimento al «Memoriale
di Guglielmo Ventura», sollecitandone appunto l’affidamento a Bordone23.
Questi i tratti essenziali dell’impresa di Axel Goria, scandita da una fase inizia-
le di intensa attività editoriale, dal rallentamento causato dalle vicende belliche
e dal succedersi degli incarichi nei Licei di Bassano del Grappa, di Vercelli e dal
340
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
24
Bordone, Axel Goria, p. 660.
25
Goria, Le indulgenze a Roma, pp. 144-151; Id., Pedemontium, pp. 5-24; Id., Un fondo archi-
vistico inesplorato, pp. 147-155; Id., Arborio, Giovanni, pp. 734-735; Id., Arduino di Valperga, p. 62.
Id., Asinari, pp. 391-392; Id., Asinari, Folco, pp. 393-394; Id., Asinari, Tolomeo, p. 395; Id., Beccaria,
Manfredi, pp. 475-478; Id., Beccaria, Manfredi (Manfredino), pp. 475-478; Id., Bianca di Monferrato,
duchessa di Savoia, pp. 16-18; Id., Bonifacio I, marchese di Monferrato, pp. 118-124; Id., Bonifacio
II, marchese di Monferrato, pp. 124-128; Id., Bonifacio III, marchese di Monferrato, pp. 128-131; Id.,
Bressano, pp. 197-199.
26
Si vedano, a titolo esemplificativo, le citazioni di lavori di Goria in Castellani, Gli uo-
mini d’affari astigiani, p. 196; Il papato nel secolo XIII, p. 244; Gerevini, Written in Stone, p. 228;
Doglione, Le ricordanze civili, pp. 1-7. Simonetta Doglione nella sua tesi di dottorato ha proposto
un’edizione del Memoriale di Ventura: Ead., Il Memoriale di Guglielmo Ventura.
27
De Fraja, Gli inizi. Raffaello Morghen, p. 33.
28
Ivi, pp. 21 e 29; Francesconi, «Gli anni favolosi della Scuola Storica», p. 127; Miglio, Pietro
Fedele, p. 31. V. anche La società fiorentina nel basso medioevo; Francesconi, Elio Conti.
341
SSMD, n.s. IX (2025)
su Conti del suo allievo Giovanni Cherubini – «il dramma del tempo che scorre
troppo velocemente»29.
Un condizionamento che limitò anche il pieno compimento degli studi di Goria
i quali non hanno perso peraltro validità e interesse. Grazie ai documenti del suo
archivio si va delineando il laboratorio nel quale è stato perseguito un percorso
quasi quarantennale: una officina impostata sull’analisi metodica delle fonti, sul
dialogo con la storiografia, su revisioni che testimoniano – nella confidenza con i
lessici dei cronisti rimarcata da Renato Bordone30 – un progresso nella compren-
sione del loro modus operandi. Da ultimo una dedizione protrattasi anche negli
anni della malattia, che ha ugualmente valore storiografico, in quanto si è volta
alla sistemazione dei materiali di studio che risultano, grazie a questo ulteriore
sforzo, nel complesso governabili ai fini di una restituzione coerente del corpus
dello studioso piemontese.
L’avvio degli studi universitari di Axel Goria coincide con gli esordi della docen-
za a Torino del suo maestro, Giorgio Falco, che nel 1930 fu il primo titolare della
cattedra di Storia medievale staccata da quella di Storia moderna. Una fase che si
pone nell’intersezione tra linee vitali per la medievistica, per l’incontro tra scuole
e indirizzi di ricerca che avrebbero accompagnato buona parte del Novecento31.
Falco a sua volta si era laureato nel 1911 a Torino con Pietro Fedele, esponente
della scuola romana, che proponeva un insegnamento del Medioevo lontano da
interessi regionali. Si trattava di una visione che differenziava il magistero acca-
demico torinese dalla prospettiva «di sabaudismo e pedagogia civile» propria di
Ferdinando Gabotto, storico formatosi nell’ateneo piemontese che a Torino tenne
solo, come libero docente, il corso di Storia della letteratura italiana nel secolo XV,
ma che con la Società storica subalpina, da lui creata nel 1895, sollecitò un’atten-
zione capillare per la storia regionale e le sue fonti32. Un respiro legato al territorio
che distingueva Gabotto dal suo maestro, Carlo Cipolla, il quale dal 1882 era stato
titolare di Storia moderna e aveva proiettato la ricerca torinese entro quadri di
riferimento internazionali per la sua capacità dialogica rispetto agli studi di area
tedesca e francese, offrendo nello stesso tempo strumenti metodologici, come di-
mostra l’impegno in campo paleografico e diplomatistico33.
29
Cherubini, Elio Conti, p. 31.
30
Bordone, Axel Goria, p. 661.
31
Artifoni, Giorgio Falco, pp. 362-365; Cancian, La medievistica, pp. 135-214; Sergi, Antidoti,
pp. 238-248.
32
Ivi, p. 243; La figura di Pietro Fedele; Fiore, Regia Deputazione, pp. 659-674. Per un con-
fronto con i percorsi della diplomatica in area lombarda – tra «patrio dovere» e professionaliz-
zazione della ricerca – si rimanda al documentato studio di De Angelis, «Raccogliere, pubblicare,
illustrare carte».
33
Artifoni, Carlo Cipolla, pp. 3-31; v. anche Buffo, Carlo Cipolla e il metodo, pp. 467-521; Il
342
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
343
SSMD, n.s. IX (2025)
ricondurre alla visione critica di Falco rispetto all’impianto erudito della scuola
torinese negli anni della sua formazione39, un modello a cui avrebbe reagito con
l’adesione a Croce, in seguito ritenuta tuttavia insoddisfacente perché espressione
di una storia «che tutto spiega, e che, in fondo, giustifica tutto ciò che è accaduto»
e che per questo gli appariva staccata dalla concretezza delle vicende che si pro-
pone di indagare40.
Se si tiene conto di tale travagliato percorso risulta meno contraddittoria, ri-
spetto agli indirizzi prevalenti di Falco, l’attenzione di alcuni suoi allievi per ricer-
che regionali. Esempi di questa tendenza sono, oltre agli studi di Goria su Ventura
e i cronisti astigiani, quelli di Paolo Brezzi sulla Chiesa astense nel Medioevo; di
Lodovico Vergano sul comune di Asti; di Gustavo Vinay che, legato da un rap-
porto «variamente tormentoso o pacificato» con Falco, pubblicò, ne L’umanesimo
subalpino nel secolo XV. Studi e ricerche del 1935, la tesi discussa con Vittorio Cian
e due anni più tardi un articolo sul Memoriale di Secondino Ventura; o ancora di
Geo Pistarino che, allievo di Falco e in seguito trasferitosi alla Sapienza, si laureò
con Fedele ma con una tesi legata a uno dei temi di studio di Falco, cioè il mona-
stero ligure di San Venerio del Tino41.
Proprio all’interno delle relazioni tra la scuola torinese e quella romana si col-
loca l’attività di Axel Goria, il quale grazie a Falco trovò un riferimento in Pietro
Fedele42, che all’epoca viveva la maturità del suo impegno scientifico, dedicando
molte cure al funzionamento dell’Istituto Storico43.
39
Una sintesi efficace è offerta da Enrico Artifoni: «Mi pare insomma che per Falco e forse
per altri della sua generazione si potrebbe per certi aspetti pensare a uno storicismo certamente
dichiarato, ma forse di reazione più che di elezione, nato in primo luogo dall’insofferenza per
una medievistica che, dopo la crisi della scuola economico-giuridica consumatasi prima della
guerra, aveva sostanzialmente abbandonato l’impegno teorico, se non, appunto, nelle zone cul-
turali sensibili all’attività di Croce» (Artifoni, La medievistica in Piemonte, p. 52).
40
Falco, In margine alla vita e alla storia, pp. 94-95.
41
Brezzi, L’organismo politico della Chiesa d’Asti; Vergano, Il potere civile di Asti (poi confluito
in Id., Storia di Asti; su Vergano, v. Lodovico Vergano e la storiografia); Vinay, L’umanesimo subalpi-
no; Id., Il Memoriale di Secondino Ventura, pp. 376-391 (v. Leonardi, Gustavo Vinay, pp. 959-966);
Pistarino, Il patrimonio dell’Abbazia di San Venerio (v. anche Puncuh, Liguria: edizioni di fonti, pp.
321-344; Balletto, In memoria di Geo Pistarino, pp. 289-318).
42
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Pietro Fedele,
11 novembre 1935, 16 e 23 novembre 1936; Pietro Fedele ad Axel Goria, 20 novembre 1936. Goria
inizialmente declinò l’offerta perché intendeva partecipare al concorso per l’insegnamento nelle
scuole superiori per la cattedra di storia, filosofia ed economia politica, bandito il 15 gennaio
1937; risultato vincitore, entrò in ruolo il 10 ottobre 1937 (Ministero dell’Educazione nazionale,
«Bollettino Ufficiale», II, 13 luglio 1939, p. 2119) e divenne ordinario il 16 ottobre 1940 (Ministero
dell’Educazione nazionale, «Bollettino Ufficiale», II, 24 luglio 1941, p. 2395). Come si evince da
una missiva dell’agosto 1937, Goria era interessato al bando per un posto alla «Scuola nazionale
di studi medievali», anche se dovette rinunciare per difficoltà burocratiche legate alla tardiva
chiamata in servizio dopo il superamento del concorso per l’insegnamento (ISIME, Archivio
Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Pietro Fedele, 28 agosto e 30 settembre
1937 e Pietro Fedele ad Axel Goria, 31 agosto e 2 ottobre 1937).
43
Lo mette in evidenza Massimo Miglio, citando le commemorazioni di Carlo Calisse,
344
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
successore alla presidenza dell’ISIME, e di Ottorino Bertolini: Miglio, Pietro Fedele, p. 19.
44
Ivi; v. anche Biscione, Fedele, Pietro, pp. 573-575.
45
Miglio, Pietro Fedele, pp. 20-21 (in particolare la nota 6).
46
Ivi, p. 19; Zabbia, La svolta, pp. 41-45; ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino,
R.I.S., 7, Pietro Fedele ad Axel Goria, 20 marzo 1936 e 9 settembre 1941.
47
Ivi, Axel Goria a Pietro Fedele, 8 agosto 1941.
48
Il Parvum Chronicon Astense e il Chronicon illorum de Solario sono pubblicati in Cronachette
astesi. Tra i materiali di Axel Goria è conservato un dattiloscritto del Parvum Chronicon, mentre
il Chronicon illorum de Solario è trascritto a mano dall’autore (AAG, fasc. Cronache minori astesi,
Chronicon illorum de Solario, anni ’50-’60 del secolo XX); nello stesso fascicolo è anche presente
una copia scritta a mano da Goria, verosimilmente nella fase iniziale delle ricerche sui cronisti,
dell’Incerti Auctoris De nobilium virorum Astensium domibus epigramma, ricavata da
un’edizione stampata a Torino da Ubertino Merula nel 1620 e conservata alla Biblioteca Reale,
della cui pubblicazione si precisa l’utilità («Oltre che il Parvum Chronicon Astense e le cronache
illorum de Solario, in appendice alle cronache astensi si potrebbero pubblicare i Versi rozzi d’autore
345
SSMD, n.s. IX (2025)
ignoto sulle famiglie illustri le quali fiorivano in Asti sul principio del secolo decimoquarto, editi già da
Grassi nella sua Storia d’Asti, ediz. 1817, II, pag. 244. In fine sta scritto Datum Astae 1409»), v.
Bordone, Progetti nobiliari, pp. 279-282.
346
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
che finora di tutte queste altre cronache mi sono interessato soltanto per quel
che riguarda i loro rapporti col Memoriale di Guglielmo49.
9 settembre 1941. XIX
Caro Goria,
sento con molto piacere che il lavoro preparatorio per l’edizione di Guglielmo
Ventura va avanti, nonostante le difficoltà del momento, e vi invio la richiesta
per la Direttrice della Biblioteca Nazionale di Torino. Quanto al pubblicare in
fascicoli separati il Memoriale del Ventura, e le cronache dell’Alfieri e di Secon-
dino, non trovo alcuna difficoltà, purché tra i testi non esista un rapporto cro-
nologico; nel qual caso dovrà, naturalmente, precedere quello che si riferisce al
periodo più antico. Farete poi benissimo ad aggiungere, a guisa di appendice,
tutto ciò che possa completare il Corpus Astense già edito dal Muratori50.
L’archivio dell’Istituto non conserva ulteriori missive dopo quella del 14 set-
tembre 1941 con la quale Goria ringraziava il Presidente per la richiesta indiriz-
zata alla Biblioteca Nazionale di Torino. Fedele sarebbe mancato nel gennaio del
1943 e il suo incarico fu conferito al giurista Carlo Calisse deceduto nell’aprile
1945 e sostituito da Gaetano De Sanctis, in qualità di commissario51. A quest’ulti-
mo si rivolse Goria nel dicembre 1946 per informarsi sul proseguimento del piano
editoriale con una lettera che per esigenze di chiarezza nei confronti del nuovo
responsabile dell’Istituto compendiava i progetti relativi agli autori astigiani:
49
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Pietro Fedele,
8 agosto 1941.
50
Ivi, Pietro Fedele ad Axel Goria, 9 settembre 1941.
51
Zabbia, La svolta degli anni Trenta, p. 55; Miglio, Istituto Storico Italiano.
52
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Gaetano De
Sanctis, 8 dicembre 1946.
53
Miglio, Morghen, Raffaello, pp. 771-775.
347
SSMD, n.s. IX (2025)
54
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Raffaello
Morghen, 31 luglio 1952.
55
Ivi, Gaetano De Sanctis ad Axel Goria, 13 dicembre 1946; Raoul Manselli ad Axel Goria, 17
settembre 1952. Nella lettera del 1947 il commissario scrive genericamente che «dopo il forzato
arresto dovuto a motivi di guerra la pubblicazione dei Rerum Italicarum Scriptores sta ora ripren-
dendo il suo corso normale», mentre nel 1952 nella risposta a firma di Raoul Manselli si precisa
che «l’Istituto resta … in attesa del suo manoscritto che a suo tempo dovrà giungerci al completo
di prefazione, testo, note e indici».
56
V. Goria, Pedemontium, pp. 6-12.
57
Ivi, pp. 5-24.
348
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
58
Pia, La Torre Troiana e il complesso di San Pietro, pp. 8-27.
59
Goria, Un fondo archivistico inesplorato, p. 154.
60
Id., Le lotte intestine in Genova, pp. 253-280: una recensione con espliciti apprezzamenti
nei confronti del contributo di Goria in Veneruso, Schede di bibliografia archivistica, p. 428.
61
Goria, Studi sul cronista, pp. 94-114.
349
SSMD, n.s. IX (2025)
come si evince sia dagli scambi epistolari con Pietro Fedele sia dalle annotazioni
apposte sull’esemplare dei Rerum Italicarum Scriptores muratoriani che questi gli
fece avere, in cui si precisa «inviatomi quando ero a Bassano dall’Istituto Storico
Italiano per il Medio Evo per disposizione di Pietro Fedele, al fine della prepara-
zione della nuova edizione critica»62; d’altro canto il progresso del lavoro è testi-
moniato dalle sopra ricordate lettere del 1941 relative all’ampliamento dell’opera
e alla consultazione dell’esemplare conservato alla Biblioteca Nazionale di Torino
e da quelle successive, indirizzate a De Sanctis e a Morghen63.
Si può ritenere inoltre che il superamento delle emergenze belliche e il trasfe-
rimento a Torino presso il Liceo Galileo Ferraris abbiano garantito a Goria la sta-
bilità necessaria per procedere nell’edizione e nella stesura dei saggi di accompa-
gnamento, pervenuti in redazioni differenti e non del tutto complete. È altrettanto
probabile che l’ampiezza del programma abbia comportato un impegno superio-
re a quanto supposto in un primo tempo. Non sono solo i tempi di elaborazione
di un’opera più ponderosa rispetto alle previsioni a dilatare la durata del lavoro
ma anche le ricerche a cui Goria è sollecitato, a riprova della sua collocazione
nel panorama della medievistica nazionale: se i contributi degli anni Cinquanta
sono connessi all’edizione dei cronisti, le numerose voci del Dizionario Biografico
degli Italiani – cui attende dai primi esiti editoriali dell’opera nel 196164 all’inizio
degli anni Settanta – benché dedicate a figure della storia astigiana e monferrina
originano percorsi autonomi rispetto al lavoro per i Rerum Italicarum Scriptores.
I documenti d’archivio mostrano infatti un’apertura nelle ricerche notevole per
estensione e sistematicità, al punto che – rispetto ai faldoni in genere contenenti
molte decine quando non centinaia di fogli di appunti – gli articoli su rivista e i
saggi destinati a corredare l’edizione dei cronisti appaiono come un esito ‘parzia-
le’ della ricerca.
Si sono conservate cartelline con ricca documentazione sui monasteri cistercen-
si con trascrizioni di inediti conservati presso la Biblioteca Nazionale e l’Archivio
di Stato di Torino; sui monasteri non cistercensi; sul Monferrato, verosimilmente
riconducibili alla preparazione delle voci del Dizionario Biografico; schede ricava-
te «dalla Cronaca di Fruttuaria», «dalla Cronaca di Pietro Azario», da cronache
genovesi, lombarde, emiliane, venete, toscane e «riguardanti l’Italia meridiona-
le»65; una busta contenente centinaia di schede sulle famiglie astigiane tratte dagli
62
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Pietro Fedele,
24 dicembre 1938; in calce alla prima pagina dei Rerum Italicarum Scriptores è ribadito: «fattomi
mandare da Pietro Fedele».
63
Non dovettero naturalmente mancare, come già accennato, ostacoli dovuti alle difficoltà
del dopoguerra, come emerge nella missiva della fine del 1946 a De Sanctis in cui si condiziona
una possibile consegna nel 1947 alla riapertura della Biblioteca Reale: «se nei prossimi mesi mi
sarà concesso di vedere certi codici conservati nella ex Biblioteca Reale di Torino, che al presente
è ancora chiusa, entro il 1947 [il lavoro] potrà venire probabilmente ultimato» (ISIME, Archivio
Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Gaetano De Sanctis, 8 dicembre 1946).
64
Romanelli, I cento volumi del Dizionario Biografico, pp. XIII-XVIII.
65
La documentazione è rintracciabile nell’archivio dello studioso grazie alle denominazioni
350
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
indici del Codex Astensis, ma anche da inediti e da volumi vari della Biblioteca
della Società storica subalpina66. Una ulteriore prova dell’ampliarsi degli interessi,
verosimilmente finalizzato alla compilazione delle voci del Dizionario, viene da
repertori bibliografici manoscritti e dattiloscritti relativi al credito nel Medioevo67
e da ricerche mirate, come quelle relative a Tolomeo Asinari, tra le prime voci
pubblicate a firma di Goria: fin dal 1955, gli erano giunti da Giovanni Tabacco
suggerimenti bibliografici e un microfilm del commento di Asinari al De conso-
latione philosophiae di Boezio il cui manoscritto è conservato nella Österreichische
Nationalbibliothek di Vienna68.
A questa sistematica ricerca si lega probabilmente l’intenzione di dedicarsi a
una nuova storia di Asti, un proposito accennato nell’abbozzo di un messaggio
di ringraziamento nel quale non compare il nome del destinatario, che tuttavia
– poiché lo scritto è conservato in una cartellina intitolata «Importanti. Appunti
presi a San Martino Alfieri» – può essere identificato con la marchesa Margherita
Pallavicino Mossi, moglie ed erede di Giovanni Visconti Venosta, figlio di Luisa
Alfieri di Sostegno:
D’altro canto la competenza di Goria nel governare le fonti astensi era rico-
nosciuta nella comunità degli studi, come dimostrano le informazioni che Aldo
A. Settia nel 1967 gli richiese in riferimento alle falsificazioni cinque-seicentesche
della storia astigiana su indicazione di Giovanni Tabacco:
351
SSMD, n.s. IX (2025)
storiografia astigiana del momento, ritengo senz’altro che non ci sia più alcuna
ragione per cercare ancora70.
70
AAG, fasc. Per le falsificazioni astigiane, Aldo A. Settia ad Axel Goria, 22 settembre 1969. Il
riferimento a Giovanni Tabacco è in una precedente missiva: ivi, Aldo A. Settia ad Axel Goria, 6
settembre 1969. Sul magistero di Aldo A. Settia, v. «Castrum paene in mundo singulare».
71
AAG, Axel Goria a Raoul Manselli, 12 aprile 1962. In questo periodo, Goria usa per le let-
tere e per le copie già a un buon livello di elaborazione la macchina per scrivere, mentre almeno
352
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
Non è chiaro se la missiva sia stata inviata: il fatto che presenti l’annotazione
a matita «Illustre professor Raoul Manselli. Corso Francia, 30» indica che non
era diretta all’ISIME ma presupponeva un contatto più diretto. Potrebbe essere
stata pensata da Goria per avere chiarimenti sull’evolversi dei progetti di pub-
blicazione, che stando alle missive conservate nell’archivio dell’Istituto dovettero
riprendere vigore pochi anni dopo. Lo rivela una lettera del 26 luglio 1965 in cui
il presidente Morghen chiede conferma a Goria dell’intenzione «nel quadro della
riorganizzazione dei Rerum Italicarum Scriptores … di curare l’edizione del Me-
moriale di Guglielmo Ventura»72: se la richiesta di una conferma potrebbe essere
legata anche ai rallentamenti nel percorso di Goria, il riferimento alla «riorga-
nizzazione» dei R.I.S. e la citazione del solo Memoriale – mentre fin dai tempi
di Pietro Fedele era stato accolto l’ampliamento a Ogerio, Secondino e ad altre
fonti astigiane – suggeriscono in primis che ci si trovasse in una fase di ripresa
del programma editoriale e che, per altro verso, i contatti degli anni precedenti
fossero passati in secondo piano, forse in mancanza di scadenze certe per la pub-
blicazione sia da parte del curatore sia da parte dell’Istituto. Inoltre a esigenze
amministrative coerenti con la «riorganizzazione» pare riconducibile la richiesta,
da parte dell’ISIME, della disponibilità a una consegna entro il successivo trien-
nio, ‘retrodatato’ tuttavia a decorrere dal 3 gennaio 1965. Ci troviamo dunque di
fronte a un rinnovato impulso al quale Goria risponde senza manifestare partico-
lari esigenze redazionali o di tempo, in quanto assicura che farà pervenire i testi
«del Memoriale di Guglielmo Ventura e delle altre cronache minori astensi (Ogerio
Alfieri, Secondino Ventura, Chronicon parvum e Chronicon illorum de Solario) entro
il prossimo 1966, possibilmente prima dell’estate»73, indicazione in cui la precisa-
zione dei contenuti sembra volta a ribadire le pregresse scelte editoriali.
Tuttavia le patologie che colpirono Goria a metà degli anni Settanta provocaro-
no un progressivo blocco dei suoi studi74. Lo storico piemontese, infatti, a fronte
fino ai primi anni Cinquanta – a quanto risulta dalla documentazione conservata all’ISIME e
dall’archivio personale – i suoi testi sono vergati a mano: queste modalità suggeriscono che
il manoscritto completo dell’edizione vada collocato dopo la missiva a Raffaello Morghen del
1952 (v. supra, nota 54 e testo corrispondente) – in cui precisa che «il lavoro di preparazione è a
buon punto e … potrà essere ultimato al più tardi entro l’estate del 1953» – e prima delle copie
dattiloscritte verosimilmente databili agli inizi degli anni Sessanta (nella lettera qui citata del 12
aprile 1962 scrive che «il testo delle tre cronache è stabilito»). Se l’intenzione di Goria di conse-
gnare il tutto nel 1966 può confermare che il lavoro doveva risultare in buona parte compiuto,
la mancata risposta a una successiva sollecitazione di Raoul Manselli del 1967 (ISIME, Archivio
Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Raoul Manselli ad Axel Goria, 14 giugno 1967), il
fatto che nel 1971 Goria dichiari che le trascrizioni sarebbero definitive, pur richiedendo ulteriori
collazioni (v. infra note 75 e 76), e infine la presenza di correzioni a mano sulle copie dattiloscritte
conservate permettono di supporre che queste, tra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, non
siano più state ribattute, ma soltanto riviste.
72
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Raffaello Morghen ad Axel
Goria, 26 luglio 1965.
73
Ivi, Axel Goria a Raffaello Morghen, 19 agosto 1965.
74
Bordone, Axel Goria, p. 660.
353
SSMD, n.s. IX (2025)
una trattazione nuova e più ampia a proposito dei rapporti tra le copie mano-
scritte e soprattutto in merito alle numerose interpolazioni (di cui ho indivi-
duato quasi sempre la fonte) introdotte nel secolo XVII nel testo edito poi dal
Muratori75.
I saggi destinati a illustrare l’edizione sono dedicati alla biografia dei cronisti –
rispettivamente con i titoli Ogerio Alfieri e la sua famiglia e Guglielmo Ventura e la
sua famiglia – e all’organizzazione dei loro scritti – L’opera storiografica di Ogerio
Alfieri e Il memoriale di Guglielmo e Secondino Ventura – la cui conoscenza profonda,
75
ISIME, Archivio Storico, fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7, Axel Goria a Raoul Manselli,
8 marzo 1971.
76
Ivi: «per molteplici motivi non ho potuto attendere molto attivamente all’edizione delle
cronache astigiane, che, pur essendo complessivamente a buon punto, non è ancora licenziabile
alle stampe. Nella revisione del testo, che sto facendo, ho notato l’opportunità di una nuova
collazione con alcune copie manoscritte, collazione che ho già intrapresa. Come credo di averle
già detto, a voce o per iscritto, altre volte, tutte le copie pervenuteci del Memoriale di Guglielmo
sono posteriori di almeno due secoli alla composizione della cronaca e in quasi tutte il testo ha
subito molte e gravi alterazioni. La copia cinquecentesca più attendibile, perché sembra derivare
direttamente dall’originale, presenta purtroppo lacune. Di qui discende la necessità della massi-
ma cautela nello stabilire il testo … La prefazione per quel che concerne la cronachetta di Ogerio
Alfieri è a buon punto; è ancora in gran parte da stendere per quanto riguarda il Memoriale di
Guglielmo e di Secondino Ventura».
77
Bordone, Axel Goria, p. 660.
78
L’incontro si tenne il 21 novembre alla Biblioteca Astense: v. Asti dal ’200 al ’400.
354
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
sul piano redazionale e storiografico, avvicina Goria non solo alla struttura delle
narrazioni ma anche all’impostazione intellettuale che le sottende. È proprio l’in-
contro, nell’analisi del curatore, tra i contenuti e la mentalità degli autori – già svi-
luppato negli articoli del 1937 e 1950 – a offrire delle vicende astigiane a cavaliere
dei secoli XIII e XIV una lettura inedita e aderente ai lessici del tempo.
L’unione nel «Corpus Astense» di fonti e autori differenti aggiunge concretez-
za al percorso editoriale e permette di superare i rischi connessi a una «tipizzazio-
ne delle scritture storiche medievali che cerchi di conciliare nomenclatura coeva
e esigenze classificatorie moderne»79. Goria si trovò infatti a gestire un organismo
sedimentato a cui l’edizione muratoriana aveva dato una sistemazione utile ma
che necessitava di essere ricalibrata: in un chiarimento metodologico – inserito sia
nell’articolo del 193780 sia nella prefazione inedita per l’edizione – viene esplicitato
un confronto con editori precedenti, non solo Muratori e Combetti ma anche Fer-
dinando Gabotto e Armando Tallone che, all’interno dei programmi della Società
storica subalpina di inizio Novecento81, tentarono l’impresa editoriale ma dovet-
tero desistere in quanto, sulla base delle copie a loro disposizione, «la redazio-
ne originale del Memoriale di Guglielmo [risultava] pressoché irriconoscibile … a
causa dei ripetuti e radicali raffazzonamenti subiti nel corso dei secoli»; solo gra-
zie al «fortunato ritrovamento di altre copie invano cercate dal Combetti e dagli
altri due studiosi [Gabotto e Tallone]» Goria si propone di «dare alla luce un testo
del Memoriale sicuramente più genuino di quello delle edizioni precedenti»82.
L’attenzione alle dinamiche storico-redazionali e al percorso biografico e in-
tellettuale dei cronisti che emerge nei saggi editi e inediti apre a due questioni
relative alle memorie cittadine successivamente messe in evidenza da Girolamo
Arnaldi, cioè lo statuto dell’opera e i destinatari83: Goria, pur non affrontando di-
chiaratamente questi temi, legge il Memoriale di Ventura – e ancora più le vicende
della traditio della cronaca alfieriana – in modo tale da offrire indirette risposte in
merito ai due nodi appena citati. Un’analisi innovativa delle cronache, dunque,
che chiarisce le scelte dei rispettivi autori: dell’opera di Ogerio è precisata la re-
lazione con «una raccolta diplomatica», verosimilmente conservatasi fino a metà
Seicento, anche grazie a un inedito scoperto da Goria presso la Biblioteca Reale di
Torino84, ed è affermata la probabile titolazione originaria di Cronica, suffragata
da un atto rinvenuto nella stessa biblioteca85. Intuendo il rapporto tra strutture
79
Arnaldi, Annali, cronache, storie, p. 475.
80
Goria, Studi sul cronista, pp. 142-146.
81
Sull’attività della Società e sulla guida di Ferdinando Gabotto: Artifoni, Scienza del sa-
baudismo, pp. 167-191; Olivieri, Il metodo per l’edizione delle fonti, pp. 563-615; Sergi, Antidoti, pp.
243-250; Fiore, Lo spazio sociale della ricerca, pp. 77-91.
82
AAG, fasc. Axel Goria, Edizione delle cronache astesi, Prefazione, p. III, anni ’60 del secolo
XX.
83
Arnaldi, Dino Compagni, pp. 545-594 (edito per la prima volta nel 1983).
84
AAG, Axel Goria, fasc. L’opera storiografica di Ogerio Alfieri, p. 2, anni ’60 del secolo XX.
85
Ivi, p. 10: «Si tratta di un fascicoletto di 8 pagine non numerate, conservato nella Biblioteca
Reale di Torino al numero 23 della Miscellanea patria 35. È intitolato: Sommario della Cronica d’Asti
355
SSMD, n.s. IX (2025)
descritta da Ogerio Alfieri. Ne riferisco testualmente il primo brano …: ‘Ogerio Alfieri Nobile
Cittadino d’Asti … scrisse di suo motto la presente opera, nella quale brevemente mette molti
Istromenti et Privilegi della Città, quali erano dispersi et in oltre tutte le cose notabili che ha po-
tuto raccogliere dalle scritture ch’erano nell’Archivio della Città all’hora Repubblica; Dividendo
tal Cronica in cinque parti’».
86
Cammarosano, I «libri iurium», pp. 309-325; v. Zabbia, I notai italiani e la memoria della
città, pp. 35-47; Varanini, Le origini del comune nella memoria storica cittadina, pp. 89-111; Witt,
The Early Communal Historians, pp. 103-124; Faini, Annali cittadini, memoria pubblica ed eloquenza,
pp. 109-142; Bordone, Dei “Libri iurium”, pp. 47-59.
87
AAG, Axel Goria, fasc. L’opera storiografica di Ogerio Alfieri, p. 14, anni ’60 del secolo XX.
88
Belgrano, Caffaro, pp. LXIX-XCIX; Bordone, Dei “Libri iurium”.
89
Un quadro criticamente esaminato da Vallerani, Modelli di Comune e modelli di Stato, pp.
161-182.
90
L’espressione è ricavata dall’importante puntualizzazione di Zorzi, Le libertà delle città
italiane, pp. 11-30.
91
Una revisione della categoria storiografica delle ‘libertà comunali’ è stata avviata grazie
al saggio di Chittolini, La crisi delle libertà comunali, pp. 3-35.
356
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
92
Doglione, Ventura, Guglielmo, pp. 619-621.
93
Goria, Studi sul cronista, pp. 235, 240.
94
Sul tema della libertas: Zorzi, Le libertà delle città italiane, pp. 13-14.
95
Muratori, In Chronica Astensia, p. 136; Id., De origine et progressu.
96
Id., In Chronica Astensia, p. 138.
97
Grassi, Storia della Città d’Asti, p. 214; Grandi, Repubblica d’Asti, p. 258; Vassallo, Gli
Astigiani, p. 255; Gorrini, Il Comune astigiano, p. 53. Un interessante quadro su uno specifico caso
357
SSMD, n.s. IX (2025)
358
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
359
SSMD, n.s. IX (2025)
plesso prima a livello progettuale e poi nella sua elaborazione. Senza dubbio i
tempi richiesti da un impegno così esteso, tenendo conto dei mezzi a disposizione
dei ricercatori tra gli anni Quaranta e Settanta109, erano molto più ampi rispetto
all’accelerazione che gli strumenti informatici avrebbero consentito qualche de-
cennio più tardi110. Questa dilatazione dell’impegno ha favorito la familiarità di
Goria con i lessici delle fonti ma ha determinato il prolungarsi dei tempi e la man-
cata chiusura del lavoro.
Non si può peraltro ritenere che il progetto fosse ‘fuori scala’ rispetto alle pos-
sibilità del promotore, dal momento che con Goria trova conferma una sorta di
canone delle ricerche storiche astensi – già perseguito da Lodovico Vergano e poi
ripreso con vigore innovativo da Renato Bordone – entro il quale entrano in rela-
zione studi politico-territoriali legate alla fase vescovile e comunale, approfondi-
menti di storia economica e sistematica attenzione alle fonti. Un modello natural-
mente condizionato dalla documentazione disponibile a seconda dei periodi di
attività dei diversi studiosi e, nel caso di Goria, dallo stratificarsi delle ricerche a
partire dalle sistemazioni ottocentesche di Serafino Grassi, Quintino Sella, Carlo
Vassallo e Giacomo Gorrini, agli originali interessi di Carlo Cipolla e del suo allie-
vo ‘locale’ Niccola Gabiani111, ai contributi della stagione gabottiana, fino al nuovo
impulso degli anni Trenta, prodotto dalle ricerche degli allievi di Falco.
6. Conclusioni
Axel Goria grazie all’impegno editoriale e storiografico protratto per diversi de-
cenni ha offerto non solo contributi alla conoscenza dell’opera dei cronisti astensi
ma un’analisi tuttora valida delle relazioni politiche tra Duecento e decenni inizia-
li del Trecento. Sul piano della conoscenza delle fonti ha il merito di aver superato
un’impasse dovuta al fatto che la Società storica subalpina, pur avendo progettato
l’edizione di Ogerio e dei due Ventura, vi aveva rinunciato per le criticità legate ai
testimoni tardivi. L’ambizione di Goria sia di fissare le versioni delle cronache sia
di unire testimonianze minori e di più ridotta circolazione – il Parvum Chronicon
Astense, il Chronicon illorum de Solario e i Versi rozzi – è il segno di una visione arti-
colata del sistema di fonti.
109
Si affaccia, tra gli strumenti di lavoro, qualche fotocopia: sono pervenute alcune pagine
riprodotte dall’opera di Malabayla Clypeus Civitatis Astensis, proveniente dalla Biblioteca
Nazionale di Torino, e dell’inserto manoscritto (in facsimile) del Malabayla stesso facente parte
dell’articolo di Vassallo, Sulle falsificazioni (immagini inserite tra le pp. 76 e 77).
110
L’uso di strumenti informatici avrebbe trovato applicazione in campo storico in una
fase successiva alla piena operatività di Goria: v. Informatica e fonti storiche, pp. 688-1006; Storia
& multimedia; Medioevo in rete.
111
Grassi, Storia della Città d’Asti; Gorrini, Il Comune astigiano; Sella, Del Codice d’Asti;
Cipolla, Appunti sulla storia di Asti; Gabiani, Asti nei suoi principali ricordi; su Gabiani: Niccola
Gabiani storiografo di Asti, pp. 11-30.
360
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
Il suo duplice legame con i rinnovati indirizzi editoriali e con l’eredità dell’eru-
dizione precedente, non estraneo ai rallentamenti nel procedere dell’edizione, ha
comportato un’attenzione assai puntuale alle fonti. L’opera, pur essendo rimasta
inedita, ha in parte trovato voce nei suoi contributi dedicati alla fase di snodo tra
XIII e XIV che hanno circolato costituendo la base per le riflessioni degli storici
che più tardi hanno affrontato questi temi112.
Gli articoli di Goria conservano la loro vitalità per aver indagato il rapporto
tra scritture e quadro politico: Ogerio emerge come il responsabile di una stabi-
lizzazione ufficiale della memoria comunale, alla vigilia della crisi delle partes,
fase prodromica delle vicende di città e territorio che invece vengono analizzate
nella narrazione ‘politica’ di Guglielmo. Questa lettura, che Goria propone già
negli articoli del 1937 e del 1950, comporta uno sviluppo rispetto alla storiografia
precedente, che coglieva prevalentemente la successione cronologica degli eventi,
interpretandoli secondo le visioni correnti nelle varie epoche e attingendo alla
convenzionale contrapposizione tra faziosità interna e perdita della libertà. L’in-
dirizzo di Goria è invece quello di mettere in luce i valori entro i quali si muovono
i cronisti e la concretezza non soltanto delle spinte conflittuali che attraversano
la città ma anche delle relazioni con più ampi e instabili sistemi di relazione: rac-
cordi interni alle partes, alleanze intercittadine, politica imperiale. La confidenza
dell’editore con le proprie fonti – specie in riferimento al ricco Memoriale di Gu-
glielmo Ventura – gli permette di dare significato alla complessità del racconto,
consegnando agli studi successivi l’evolversi del pensiero degli autori che inqua-
drano quasi in presa diretta i fatti dei quali sono protagonisti.
In effetti il rallentamento a partire dai primi anni Settanta e anche l’ultimo in-
tervento pubblico di Goria sul lavoro di una vita, nel 1981, non assumono i tratti
di un lento commiato, lasciando invece l’impressione di un itinerario – certo tra-
vagliato – che ‘passa il testimone’ alla rinnovata medievistica torinese. Animatore
del sodalizio culturale che invitò l’ormai anziano studioso era infatti l’allora diret-
tore dell’Archivio di Stato di Asti Gian Giacomo Fissore, allievo di Raoul Manselli
e protagonista di un prestigioso cammino sia alla guida di Archivi sia nella scuola
torinese come collaboratore di Tabacco e poi titolare dell’insegnamento di Paleo-
grafia e Diplomatica113.
Proprio a Fissore e al già ricordato Renato Bordone si deve l’ammodernamento
della storiografia astigiana, da loro collocata nel quadro della nuova medievistica,
un processo che a partire dagli anni Settanta del secolo XX trasse impulso anche
dal contributo di Goria114. È in fondo la conferma di come le dinamiche che ave-
112
V. supra note 13 e 26.
113
Si rimanda a Sergi, Gian Giacomo Fissore, pp. 47-52; Olivieri, In memoriam di Gian
Giacomo Fissore, pp. 221-222; Cancian, Ricordo di Gian Giacomo Fissore, pp. 273-275, contribuito
utile per la ricostruzione del ruolo di Gian Giacomo Fissore in quella stagione della storiografia
astigiana (v. anche Pia, Fonti e linguaggi della storia, pp. 18-19).
114
Oltre al già ricordato Bordone, Città e territorio, il lavoro che meglio testimonia questi
sviluppi è Fissore, Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca (sul contributo innovativo di
quest’opera: Intervista ad Attilio Bartoli Langeli, pp. 359, 363). Fissore si era avvicinato ai temi di
361
SSMD, n.s. IX (2025)
vano avvicinato storia e diplomatica – entro la frontiera tra adesione alle fonti e
ricerca di più ampi quadri interpretativi, tra filologia, erudizione e indirizzi inno-
vativi – avessero trovato nel diuturno lavoro di Goria uno scrupoloso interprete,
partecipe del cammino degli studi nei decenni centrali del Novecento.
MANOSCRITTI
Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (ISIME), Archivio Storico
- fasc. 50, Axel Goria, Torino, R.I.S., 7.
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Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settem-
bre 2025.
TITLE
«Una trattazione nuova e più ampia». Axel Goria tra Corpus Astense e medievistica del
Novecento
«A new and broader investigation». Axel Goria between the Corpus Astense and 20th
century medieval studies
370
Pia, «Una trattazione nuova e più ampia»
ABSTRACT
L’edizione critica dei cronisti astensi – con i saggi che la completano – costituisce
il lascito inedito di uno dei principali medievisti di formazione torinese del Nove-
cento, Axel Goria, allievo di Giorgio Falco: affidatagli dall’Istituto storico italiano
per il Medio Evo nel 1937, accompagnò gli studi di Goria senza tuttavia vedere la
luce. Rappresenta una sintesi dell’itinerario della medievistica dei primi decenni
del Novecento e nello stesso tempo un’originale apertura agli sviluppi impressi
in seguito dalla scuola universitaria torinese e dall’Istituto romano. Le fonti edite
da Goria, infatti, testimoniano le dinamiche politiche tra Duecento e Quattrocento
nel processo di sperimentazione istituzionale entro il quale l’esperienza comunale
incontra reti di relazione sovraregionali. Questa fase cruciale è indagata restituen-
do voce ai lessici dei cronisti senza aderire a modelli prefissati: lo studio non si
appiattisce sulla dicotomia concordia - discordia, libertà - tirannide ma analizza i
rapporti tra le partes, il popolo e forze di più ampia portata – gli Angiò, la Chiesa e
l’Impero – senza trascurare la dimensione socio-economica. Questo appare l’esito
dell’incontro tra diplomatica e ricerca storica, all’origine della persistente validità
del lavoro di Axel Goria.
The critical edition of the Asti chroniclers and the essays completing it are the
legacy of one of Turin’s leading medievalists of the 20th century, Axel Goria, a
disciple of Giorgio Falco. This work was entrusted to him in 1937 by the Italian
Historical Institute for the Middle Ages in Rome and accompanied Goria’s stud-
ies without, however, being published. It constitutes a synthesis of the itinerary
of medieval studies in the first decades of the twentieth century and an opening
to the developments that the University of Turin and the Roman Institute would
later bring about. The sources edited by Goria testify to the political dynamics be-
tween the 13th and 15th centuries in the process of institutional experimentation
within which the communal experience encounters supra-regional networks of
relations. This crucial phase is investigated through the chroniclers’ lexicon with-
out adhering to preconstituted models: the study does not actually adopt the di-
chotomy concord - discord, freedom - tyranny, but analyzes the relations between
the Partes, the People and broader powers – Anjou, Church and Empire – without
neglecting the socio-economic dimension. This encounter between diplomatics
and historical research is at the origin of the enduring validity of Goria’s work.
KEYWORDS
371
Prime ricerche
Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca
agilolfingia: il caso delle traditiones n. 49 e 50 e i richiami
all’agiografia e ai testi legislativi
di Anna Möseneder-Frajria
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29442
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29442
Anna Möseneder-Frajria
Università degli Studi di Bologna
an.moesenederfrajri2@[Link]
Il Codice di Cozroh conserva più di 700 copie di documenti, la maggior parte dei
quali va dall’anno 744 all’8481. Il principale redattore del codice è Cozroh, attivo
come scriba dei documenti di Frisinga dall’820 e presbiter dal 4 febbraio 824. L’i-
nizio della realizzazione del manoscritto si colloca dunque a partire dall’824/25,
perché, nella prefazione dell’opera, Cozroh informa di aver ricevuto l’incarico del
progetto dal vescovo di Frisinga, Hitto, e di essere quindi stato ordinato presbiter2.
Il codice venne continuato anche durante l’episcopato di Ercamberto, anche se
negli ultimi anni di lavoro Cozroh si fece sempre più aiutare da un gruppo di
copisti più giovani3.
Il manoscritto si presenta come una raccolta di copie di documenti privati,
ovvero transazioni di proprietà (traditiones) alla diocesi di Frisinga. Tali raccol-
te vengono generalmente denominate libri traditionum o Traditionsbücher e sono
considerate particolarmente diffuse nell’area delle attuali Germania meridionale
e Austria e specialmente della Baviera a partire dal IX secolo4. È tuttavia necessa-
*
Il saggio si colloca nel contesto di una borsa di dottorato finanziata dall’Unione Europea -
NextGenerationEU a valere sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) Missione 4,
Componente 1, Investimento 4.1 (DM 118/2023) - Pubblica Amministrazione.
1
BayHStA, Hochstift Freising Archiv 1, ca. 824-848. V. Krah, Die Handschrift des Cozroh, p.
407.
2
Die Traditionen des Hochstifts Freising, pp. XX-XXI.
3
Krah, Die Handschrift des Cozroh, pp. 407-413. Per la descrizione più recente del codice v.
Krah, Cozroh-Codex.
4
Hägermann, Traditionsbücher.
SSMD, n.s. IX (2025)
rio ricordare che questi codici possono rivelarsi profondamente diversi tra loro
per caratteristiche e funzioni5. Il Codice di Cozroh, nonostante sia strutturato per
episcopati6, non segue un principio di ordinamento cronologico o topografico e
la domanda sul suo scopo e sulla sua logica compositiva appare una questione
ancora aperta.
Il primo studio sistematico sui libri traditionum si deve a Oswald Redlich7: egli
riteneva che gli atti contenuti nei Traditionsbücher fossero stati la forma predomi-
nante di registrazione documentaria per secoli fino alla comparsa dei documenti
con sigillo e quindi il modello di edizione più adatto doveva essere quello dei
Diplomata nei Monumenta Germaniae Historica8.
Il lavoro di Redlich influenzò le successive edizioni dei libri traditionum e anche
quella delle traditiones di Frisinga, di Theodor Bitterauf: l’opera segue il principio
cronologico, quindi cambia l’ordine dei documenti rispetto a quello che origina-
riamente avevano nei manoscritti; inoltre, atti provenienti anche da codici diversi
vengono riportati in continuità l’uno rispetto all’altro9.
Alla luce della ricerca più recente10 diventa però necessario porre attenzione al
contesto in cui sono stati copiati gli atti nel IX secolo e interrogarsi sulle ragioni
che hanno portato a una tale disposizione dei documenti. Studi come quelli di
Adelheid Krah hanno mirato a ricostruire l’attività di copiatura, archiviazione e
inventariazione dei documenti dello scriptorium di Frisinga e i processi di acquisi-
zione di documenti conservati in altri archivi11.
Ulteriori indizi possono però essere tratti anche dall’analisi dei testi delle tra-
ditiones, tanto dal loro confronto reciproco quanto con testi giuridici e agiografici
coevi: ciò può fornire informazioni sul contesto e sul significato che poteva essere
attribuito a un documento nel momento in cui veniva realizzato, ma anche sull’in-
terpretazione che ne fu data successivamente, durante l’attività di riordinamento
dell’archivio e di realizzazione del liber traditionum.
5
Secondo Resl, Vom Nutzen des Abschreibens, pp. 205-209, i cartulari non possono più essere
considerati raccolte neutrali di documenti.
6
Quelli di Ermberto e Giuseppe, senza soluzione di continuità, e quelli di Arbeone, Atto,
Hitto ed Ercamberto: v. paragrafo 1.
7
Redlich, Ueber baierische Traditionsbücher; Redlich, Die Privaturkunden.
8
Die Traditionsbücher des Hochstifts Brixen, pp. LVI-LVII. Sull’edizione dei libri traditionum
di Sabiona-Bressanone v. anche Albertoni, Le terre del vescovo, pp. 62-79; Albertoni, I libri
traditionum.
9
Die Traditionen des Hochstifts Freising, pp. XVII-XXXVII.
10
V., per nominarne alcuni, Fichtenau, Das Urkundenwesen; Johanek, Zur rechtlichen
Funktion; Borgolte, Stiftergedenken in Kloster Dießen; Molitor, Das Traditionsbuch, che hanno
messo in luce i diversi aspetti dei libri traditionum, tra cui anche quello sacro, e hanno invita-
to a spostare il focus dell’attenzione alle modalità in cui veniva perseguita la commemorazio-
ne di fondatori e benefattori. V. anche Declercq, Originals and Cartularies; Declercq, History,
Memory and Remembrance; Geary, Phantoms of Remembrance, pp. 81-114; McKitterick, History
and Memory, pp. 28-59.
11
Krah, Die Handschrift des Cozroh; Krah, Der Transfer von Urkundenbeständen.
378
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
Questo contributo vuole concentrarsi in maniera attenta sulle prime due tradi-
tiones copiate da Cozroh nella sezione del codice dedicata all’episcopato di Arbeo-
ne e presentare alcune suggestioni che potrebbero costituire un punto di partenza
per ricerche successive.
Gli studi di Krah hanno individuato tre parti che compongono la struttura del
manoscritto: la prima, dalla prefazione (ff. 2v-4r) a f. 184v, è una raccolta delle
transazioni di proprietà sotto i vescovi Ermberto (730 ca.-748), Giuseppe (748-
764), Arbeone (764-783) e Atto (783-811); la seconda parte (ff. 187v-357r) raccoglie
traditiones e protocolli di processi svoltisi sotto il vescovo Hitto (811-835); la terza
parte (ff. 357r-397r) contiene le transazioni dell’episcopato di Ercamberto (836-
854)12.
I documenti posti in apertura degli episcopati della prima parte del manoscrit-
to sono cartae; queste non solo veicolano solennità attraverso la forma, ma ciascu-
na riporta un contenuto giuridico molto significativo per la diocesi: probabilmen-
te erano conservate singolarmente, vista la loro importanza13. La carta che apre il
periodo dei vescovi Ermberto e Giuseppe è una donazione del duca Tassilone del
750: il duca dona le proprietà della famiglia dei Feringa a Erichinga (Erching) e, nel
medesimo atto, anche alcuni membri della genealogia dei Fagana compiono una
donazione nello stesso luogo.14. Si tratta dell’unica traditio di Tassilone alla diocesi
di Frisinga15.
La donazione che è collocata all’inizio delle traditiones del periodo di Arbeone
non è invece una donazione ducale: il 7 ottobre del 772, a villa Isna, il monaco
Ortlaip dona la chiesa di Sant’Emmerano da lui fondata a Helfendorf, il luogo in
cui – come raccontato nella Vita Haimhrammi16 – il santo ha subito il martirio per
mano del figlio del duca Theodo, Lantperht17. Durante l’episcopato di Arbeone
non avvenivano più donazioni ducali alla chiesa di Santa Maria, tuttavia Cozroh
ha copiato per prima la donazione di un locus sanctus che doveva aver avuto un
ruolo molto importante per giustificare la politica di espansione della diocesi18.
12
Krah, Cozroh-Codex; v. anche Krah, Die Handschrift des Cozroh, pp. 413-429.
13
Ivi, p. 414.
14
BayHStA, Hochstift Freising Archiv 1, ca. 824-848, ff. 9r-10r; Die Traditionen des Hochstifts
Freising, pp. 30-31, n. 5.
15
Jahn, Virgil, pp. 246-247; v. anche Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 234-235.
16
Scritta, come la Vita Corbiniani, proprio dal vescovo Arbeone.
17
BayHStA, Hochstift Freising Archiv 1, ca. 824-848, f. 25r-v; Die Traditionen des Hochstifts
Freising, pp 78-79, n. 50.
18
Jahn, Virgil, pp. 247-248: sembra che la Chiesa di Frisinga sia riuscita a superare la con-
correnza del monastero di Tegernsee per il controllo di quest’area.
379
SSMD, n.s. IX (2025)
La carta che viene posta all’inizio dei documenti del tempo di Atto è infine la
donazione del locus India (San Candido/Innichen) al monastero di Scharnitz da
parte di Tassilone19: anche se la donazione è del 769, quando il vescovo era ancora
Arbeone, questo documento dà modo, secondo Krah, di presentare Atto come
abate di Scharnitz-Schlehdorf e di mostrare come era cominciata la sua carriera
ecclesiastica; inoltre, la traditio doveva essere programmatica per i documenti sui
beni e le contese riguardanti il monastero, nonché confermare la legittimità dei
diritti sulle proprietà incamerate dal vescovo Atto anche prima della caduta del
ducato agilolfingio per mano carolingia nel 78820.
Per le finalità di questo studio, è necessario tornare alla donazione della chiesa
dedicata a sant’Emmerano con cui hanno inizio le traditiones dell’episcopato di
Arbeone; lo scriba è Albaldus21. Ortlaip, il donatore e fondatore della chiesa di
Helfendorf, era un monaco di Chiemsee, come dimostra il fatto che gli fu necessa-
rio chiedere il consenso dell’abate Hrodhart, che è anche tra i testimoni dell’atto22.
La chiesa viene donata assieme alle sue pertinenze: il clero, il personale servile,
i liberti e gli aldiones23, termine longobardo per indicare una categoria di semi-li-
beri che si ritrova in documenti che sembrano riferirsi ai maggiori rappresentanti
dell’élite bavara dell’età di Tassilone24. La presenza degli aldiones, che fanno la loro
comparsa solo in alcuni documenti che si collocano nel 772 e nel 773, è stata inter-
19
BayHStA, Hochstift Freising Archiv 1, ca. 824-848, f. 73r-v; Die Traditionen des Hochstifts
Freising, pp. 61-62, n. 34. V. anche la più recente edizione in Tiroler Urkundenbuch, pp. 30-31, n. 50.
La donazione – finalizzata alla fondazione di un monastero e redatta a Bolzano durante il viag-
gio di ritorno dall’Italia di Tassilone – avvenne con l’esplicito scopo di cristianizzare gli Slavi,
ma San Candido si trovava anche in un punto strategico per il controllo del traffico attraverso le
Alpi, v. Landi, Otto Rubeus fundator, pp. 19-24.
20
Krah, Die Handschrift des Cozroh, p. 415.
21
V. nota 17.
22
Mayr, Zur Todeszeit, pp. 367-373. Helphimdorf si identifica, secondo Bitterauf e
Diepolder, Die Orts- und in-pago-Nennungen, p. 411, con Großhelfendorf; secondo Mayr,
Neuerliche Anmerkungen, p. 205, la chiesa si trovava invece a Kleinhelfendorf.
23
Secondo Kohl, Lokale Gesellschaften, p. 46, gli aldiones corrispondono ai tributales o bar-
scalchi. Queste erano categorie di semi-liberi caratterizzati, come i servi dominici, da uno stret-
to legame con il sovrano e quindi con le terre del fisco (ivi, p. 44). Kohl attribuisce l’utilizzo
del termine longobardo al fatto che Arbeone abbia trascorso almeno parte della giovinezza in
Sudtirolo (ivi, p. 46, nota 202); il vescovo potrebbe inoltre essersi formato presso la corte longo-
barda di Pavia: per Frisinga come «osservatorio assai peculiare» per lo studio delle ‘influenze’
nel testo documentario v. Ghignoli, Koinè, pp. 102-107; v. anche Glaser, Bischof Arbeo, pp. 28-33.
24
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 247-248.
380
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
pretata da Gottfried Mayr come la prova che nel territorio di Helfendorf vi fossero
già beni ducali all’epoca della fondazione della chiesa e probabilmente anche al
tempo della morte dello stesso Emmerano25.
Ortlaip racconta di aver fondato la chiesa dopo aver acquistato quel luogo dai
suoi abitanti e di averla fatta consacrare dal vescovo Ermberto. In seguito alla
donazione nelle mani di Arbeone, «ut ne canones repugnare videar», il monaco
ottiene nuovamente la proprietà in beneficium per la durata della sua vita e per il
sostentamento della figlia.
Non è certo una novità che il linguaggio agiografico svolga un ruolo impor-
tante nelle cartae di Frisinga dell’epoca di Arbeone26. La Vita Haimhrammi è datata
tradizionalmente all’anno 772 sulla base di alcune somiglianze nella descrizio-
ne del luogo del martirio tra il testo dell’agiografia e quello della donazione27:
Helfendorf viene infatti definito certaminis campus nella Vita Haimhrammi – come
nel caso di «ubi […] certaminis elegerat campum»28 – e nella traditio di Ortlaip è
descritto come il luogo «ubi beatus Christi martyr Heimrammus campum elegit
certaminis».
Le tangenze lessicali si riscontrano anche con i testi legislativi: il resoconto del
sinodo di Neuching inizia con «regnante in perpetuum domino nostro Iesu Chri-
sto»29, mentre l’incipit della Vita Haimhrammi presenta la formula «in perpetuo re-
gnante domino nostro Iesu Christo»30. Allo stesso modo della notitia del sinodo di
Neuching si aprono anche altre traditiones di Frisinga risalenti all’anno 772; prima
di quell’anno la formula era già stata utilizzata in una donazione del 20 gennaio
769 (n. 30) e in una del 28 aprile 770 (n. 38) 31.
La conoscenza di Arbeone dei testi legislativi si esprime anche altrove nella Vita
Haimhrammi: dopo aver descritto la vendetta divina contro Lantperht e gli altri
carnefici del martire, Arbeone esorta a temere l’ira dei giusti perché lo Spirito San-
to viene provocato all’ira da coloro che non conoscono «quod scriptum est: Nam
qui illum non habet placatum, numquam evadit iratum». Quest’ultima frase, come
riconosce Bruno Krusch, è una precisa citazione del testo del sinodo di Aschheim
25
Mayr, Neuerliche Anmerkungen, pp. 203-205. Oltre alla donazione di Ortlaip, i documenti
che menzionano gli aldiones sono i nn. 46a, 58, 62, 63 (Die Traditionen des Hochstifts Freising, pp.
74-75, 85-86, 88-89, 89-91). La donazione n. 62 è attestata solo nel codice di Conradus Sacrista
(BayHStA, Hochstift Freising Archiv 3, aa. 1187-1495, f. 15r; v. Krah, Traditionscodex): nel 1187
il sacrestano della chiesa episcopale di Frisinga realizzò una storia della diocesi basata sui suoi
documenti; l’VIII quaternione del codice di Cozroh, oggi perduto, era ancora presente quando
Conradus effettuò la copia (v. Krah, Die Handschrift des Cozroh, pp. 409-411). Sulla proprietà du-
cale a Helfendorf, diversa è l’interpretazione di Diepolder, Arbeos Emmeramsleben, pp. 273-275.
26
Come notato da Krusch in Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, p. 146.
27
Ivi, pp. 6-7.
28
Ivi, cap. 12, p. 43.
29
Concilia aevi karolini, p. 104.
30
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, cap. 1, p. 26.
31
Ivi, pp. 6-7. Per il 772 Krusch menziona le traditiones nn. 43, 47 e 48, ma non segnala che
anche le n. 45ab e 51 iniziano con la stessa formula.
381
SSMD, n.s. IX (2025)
32
Ivi, cap. 29, pp. 69-70, nota 4.
33
Ivi, cap. 24, p. 50. Su Aschheim nell’agiografia di Arbeone v. Diepolder, Aschheim, pp.
166-173.
34
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 344-348.
35
Concilia aevi karolini, pp. 56-58.
36
Werminghoff data il sinodo al 772 (ivi, p. 98), ma oggi viene preferita la datazione al 771,
v. Berg, Zur Organisation der bayerischen Kirche, p. 189, nota 47.
37
Concilia aevi karolini, pp. 98-105; Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 475-477.
38
Ivi, p. 475. Nella Vita Haimhrammi si possono riscontrare ulteriori riferimenti alla lex
Baiuvariorum e ai sinodi, come nel caso del divieto impartito dal sinodo di Neuching di vendere
i servi al di fuori della provincia (Concilia aevi karolini, I, p. 99): come ricorda Jahn, Ducatus
Baiuvariorum, p. 475, nei capp. 37-43, Arbeone narra le vicende di un uomo che viene venduto
come schiavo a dei pagani (Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, pp. 84-95). La lex
Baiuvariorum prevede, inoltre, che l’assassino di un vescovo paghi a compensazione tanto oro
quanto il peso di una veste plumbea creata in base alla taglia del vescovo (Lex Baioariorum I,
X, pp. 66-69); anche qui è stata notata la stretta relazione tra l’agiografia e il testo della lex, che
al suo interno elenca le colpe che possono portare alla deposizione o all’esilio di un vescovo:
«de homicidio, de fornicatione, de consensu hostili, […]» (ivi, p. 68). La Vita racconta infatti che
Emmerano fu ucciso da Lantperht perché accusato di aver ingravidato sua sorella Uta; v. le di-
verse interpretazioni in Arbeo, Vita et passio, pp. 90-92; Mayr, Zur Todeszeit, pp. 364-367; Mayr,
Neuerliche Anmerkungen, p. 213.
382
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
to, tanto da esserne ispirato. La tesi di Mayr trova la sua prima argomentazione
proprio nella narratio del documento di Frisinga: «ipse mihi et vires tribuebat et
intellectum, ipse tempus et locum, ipse suo beneficio spiritui inspirans facultati,
ut congrue succurrere tempori ubi beatus Christi martyr Heimrammus campum
elegit certaminis, ut victor triumphans perennem cum Christo frueret gaudium,
membris solutus amitteret spiritum eius amore, ut ibidem fundarer ecclesiam».
Secondo l’interpretazione dello storico, Dio diede a Ortlaip l’opportunità di ac-
correre proprio nel momento in cui il santo scelse il suo campo di battaglia. La
donazione sarebbe avvenuta allora quando il monaco era ormai piuttosto anziano
e doveva pensare al sostentamento della figlia39. Un altro aspetto da sottolineare
è che Mayr ritiene che la chiesa fondata da Ortlaip sia la stessa menzionata nell’a-
giografia: la Vita Haimhrammi riporta infatti che nel luogo della mutilazione di
Emmerano venne eretta una chiesa in pietra in suo onore («ecclesiam in honorem
ipsius martyris Christi moeniis construxerunt»)40 e similmente, nella sua dona-
zione, il monaco sostiene di aver fondato una chiesa in pietra in onore del santo
(«moeniis ecclesiam praedicti honoris fabricavi martyris»)41.
39
Mayr, Zur Todeszeit, pp. 362-363; Mayr, Neuerliche Anmerkungen, pp. 202, 207. Diepolder,
Aschheim, p. 168, nota 33a, critica sotto diversi aspetti la traduzione di Mayr e in particolare
l’interpretazione dell’espressione «tempori ubi». Al contrario di Mayr, Diepolder, Arbeos
Emmeramsleben, p. 280, ritiene che la traditio di Ortlaip non possa fornire nessuna informazio-
ne sul momento della morte del santo. Sul dibattito riguardo alla cronologia dell’attività di
Emmerano in Baviera e sul periodo della sua morte v. la bibliografia in Mayr, Zur Todeszeit, pp.
359-361; più recentemente, anche Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 39-40, sostiene la datazione
di VIII secolo, mentre Diepolder, Aschheim, pp. 167-169; Hammer, Arbeo of Freising’s ‘Life and
Passion’ e Heitmeier, Bayern in der späten Merowingerzeit, ritengono che il vescovo sia morto
durante gli ultimi decenni del VII secolo.
40
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, cap. 30, p. 71.
41
Mayr, Neuerliche Anmerkungen, pp. 205-206; v. anche Arbeonis episcopi Frisingensis
Vitae sanctorum, p. 71, nota 3.
383
SSMD, n.s. IX (2025)
dentemente stato assegnato a un certo Cotefrid, che però lo aveva perso per una
colpa commessa, secondo quanto stabilito dalla lex Baiuvariorum42. La traditio non
chiarisce quali siano i servitia resi dal donatore a Tassilone, ma Jahn ipotizza che
Hiltiprant possa aver prestato servizi militari durante la campagna di Carantania
nella prima parte del 772 e che la caduta da cavallo possa essere collegata agli
scontri (anche se l’uomo afferma di essere caduto «incaute aequitante»). In quanto
imparentato con Tassilone, il donatore aveva ricevuto in beneficium un bene fisca-
le. Probabilmente anche Cotefrid era un parente del duca; infatti, porta lo stesso
nome del comes alemanno padre del predecessore di Tassilone, il duca Odilone43.
Il documento assume quasi il carattere di atto pubblico: non solo viene richiesta
e concessa la licenza del duca per effettuare la donazione, ma questa avviene da-
vanti al vescovo Arbeone, a tutto il clero della cattedrale e ai testimoni «per aures
tracti», secondo l’uso bavaro previsto dalla lex Baiuvariorum44.
La donazione di f. 25v permette, inoltre, di riscontrare alcune tangenze lessicali
con la Vita Corbiniani, composta probabilmente tra il 765 e il 76945. Alcune evidenti
somiglianze di usi lessicali tra il testo della Vita Corbiniani e quello delle traditiones
di Frisinga scritte da Sundarheri sono già state messe in evidenza da Krusch46,
ma non risultano essere stati sottolineati gli interessanti contatti tra la traditio di
Hiltiprant e un brano dell’agiografia: si tratta del capitolo 21, in cui Corbiniano ha
intrapreso il viaggio di ritorno da Roma.
Precedentemente, durante il viaggio di andata, erano stati rubati al santo due
cavalli in occasioni diverse. Ora, percorrendo la strada inversa, giunto a Pavia,
l’uomo si imbatte in un funerale che sembra essere una cerimonia pubblica a cui
prende parte l’élite della città: Corbiniano riconosce nel cadavere il missus regale,
un praepositus della città che aveva incaricato un servo di sottrargli il cavallo (Ibe-
rum) mentre lui e i suoi compagni attraversavano il Po47. Dopo che Corbiniano è
stato ricevuto presso la corte del re longobardo con grandi onori, la moglie del
defunto giunge disperata per chiedere il perdono del santo. Si apprende che il
ladro, dopo il furto, era stato colto da una misteriosa malattia e «disperatus a
medicis» aveva confessato il suo peccato e aveva chiesto alla moglie di dare al vir
sanctissimus del denaro e di chiedergli di pregare per la clemenza divina. La mo-
glie, infatti, restituisce il cavallo e assieme consegna anche 200 solidi, ma il timore
è che l’anima del reo sia dannata. Solo dopo che lo stesso re si sarà inchinato sup-
plice ai piedi di Corbiniano, quest’ultimo acconsentirà a pregare per la salvezza
del defunto.
42
BayHStA, Hochstift Freising Archiv 1, ca. 824-848, ff. 25v-26v; Die Traditionen des
Hochstifts Freising, pp. 77-78, n. 49.
43
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 478-480. V. anche Störmer, Adelsgruppen, pp. 26-28.
44
Lex Baioariorum, XVI, II, p. 126; ivi, XVII, III e VI, pp. 134-136. Sull’importanza del pub-
blico di questa donazione v. Jahn, Ducatus Baiuvariorum, p. 480.
45
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, pp. 145-146.
46
Ivi, cap. 41, p. 230, nota 5.
47
Ivi, cap. 16, pp 205-206.
384
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
n. 49: «Ego Hiltiprant peccatis meis immi- Vita Corbiniani: «Erat namque cadaver
nentibus quod incaute aequitante de cabal- huius viri, qui Iberum viri Dei rapere non
lo cadere contigit ita, ut cerebrum rumpe- verebat: universis insistens ingens pavor,
rem et a medicis disperatus iacerem quibus quia ipse disperatus a medicis facinus non
doloribus coactus, ut dominum meum et abscondit. […] mulier orbata viro et vidua-
inlustrissimum ducem domnum Tassilo- ta flebili vultu vestigiis viri Dei provoluta
nem deprecare debuissem, ut ex beneficiis est, deducens Iberum viri Dei, a viro suo
illius aliquid ad ecclesiam tradendi conce- machinis diabolicis et nefande insidie rap-
deretur licentiam»48. tum […]; insuper ducenti soliti adferens
viri Dei obtulit, dicens, virum suum eadem
die percussum fuisse, in quo inlecebris ma-
chinis viam viri Dei inpedire non verebat,
ex qua percussione langor cottidie dolori
fomitem ministrasset, et sue disperatus
iam a medicis coniugi praecepisset, ut sub
omnis diligentiae curis ipsum cavallum
custodire deberetur et viro Dei reddi et fa-
cinus animi vulneris nefandum confiteri,
insuper debiti inpensionis aurum deferri,
ut pro eum vir sanctissimus depraecare di-
vinam digneretur clementiam»49.
48
V. nota 42.
49
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, cap. 21, pp. 211-212.
385
SSMD, n.s. IX (2025)
50
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, cap. 22, pp. 212-214.
51
Ivi, cap. 4, pp. 191-193.
52
Lex Baioariorum, IX, I-II, pp. 98-101.
53
Concilia aevi karolini, II, p. 100. Sembrerebbe esserci un collegamento tra questa disposi-
zione e il cap. 37 della Vita Corbiniani: il corpo del santo viene trasportato da Frisinga al castrum
Maiense per essere seppellito, ma viene fermato dai Longobardi che pensano che sotto il sudario
possa nascondersi uno stratagemma per prendere la città, v. Arbeonis episcopi Frisingensis
Vitae sanctorum, cap. 37, pp. 226-227.
54
Ivi, cap. 22, p. 213: «inlecebre machinationis».
55
Lex Baioariorum, II, I, p. 72. Secondo il sinodo di Dingolfing (770-777), l’hereditas può
essere sottratta anche per l’omicidio di un uomo del duca (Concilia aevi karolini, VIIII, p. 95).
Sulla datazione del sinodo v. Berg, Zur Organisation der bayerischen Kirche, pp. 187-188.
386
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
Un’altra disposizione della lex poco distante fa riferimento alla sedizione con-
tro il duca, chiamata in lingua bavara carmulum56. Nella Conversio Bagoariorum et
Carantanorum (a. 870), vengono definite carmula anche le rivolte che scoppiaro-
no durante la campagna di Carantania – conclusa vittoriosamente da Tassilone
proprio nel 772 – che probabilmente si rivolsero anche contro la «Ostpolitik» del
duca57. Vista l’insistenza nelle disposizioni del sinodo di Neuching contro i furti
e le azioni insidiose e illecite, nonché la dura presa di posizione contro chi non
obbedisce al sigillo del duca58, si potrebbe forse pensare che la campagna di Ca-
rantania abbia fornito l’occasione, ad alcune persone di spicco come Cotefrid, di
agire contro la volontà ducale.
3. Conclusione: il contesto delle due traditiones e l’episcopato di Arbeone nel liber tra-
ditionum
56
Lex Baioariorum, II, III, p. 74.
57
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, p. 472. V. anche Deutinger, Das Zeitalter der Agilolfinger, p.
166. Per una cronologia della missione in Carantania v. Wolfram, Salzburg, pp. 282-285.
58
Concilia aevi karolini, XV, p. 103.
59
Come nota anche Brown, Unjust Seizure, pp. 63-64.
60
Arbeonis episcopi Frisingensis Vitae sanctorum, cap. 30, p. 223. Nella Vita Corbiniani il
castrum Maiense sembra aver oscillato tra la dominazione bavara e quella longobarda ed è teatro
di un episodio riguardante l’infanzia di Arbeone (ivi, cap. 40, pp. 227-228). V. Dal Ri - Rizzi, Il
territorio altoatesino, pp. 88-91; Kaufmann, Der Meraner Raum, pp. 100-111.
61
Sulla relazione tra i santi delle agiografie di Arbeone e gli Agilolfingi v. Jahn, Virgil, pp.
233-239.
62
Notitia Arnonis und Breves Notitiae, cap. 1, p. 88.
387
SSMD, n.s. IX (2025)
sia stato visto dal vescovo di Salisburgo Virgilio, autore probabilmente di una
prima versione della Vita del santo, come «die sakrale Begründung des bairischen
Herzogtums durch Rupert»63. È utile ricordare che nel 772 il figlioletto del duca
Tassilone, chiamato proprio Theodo, fu battezzato a Roma da papa Adriano I:
Herwig Wolfram si chiede se la decisione del papa sia stata determinata anche
dal fatto che Tassilone avesse sconfitto i Carantani, una vittoria che poteva essere
paragonata a quella di Costantino contro i pagani64. In ogni caso, con il battesimo,
Adriano I aveva legittimato la casata degli Agilolfingi65.
Tornando alle due traditiones, il richiamo agli exempla dei santi sembra piutto-
sto chiaro e ricorda la necessità di rispettare la lex e i canones; in entrambi i casi
il dono al santo è un mezzo per chiedere il perdono per i propri peccati e, nella
traditio di Hiltiprant, il duca Tassilone, in quanto colui che concede il beneficium e il
consenso per la donazione, riveste la funzione di un intermediario. La sua figura
è rappresentata in modo simile a quella di Corbiniano: colui che, nonostante le
colpe commesse, attraverso le preghiere del fedele acconsente a intercedere per la
salvezza dell’anima.
Il contesto che si può ricostruire dall’analisi di questi documenti sembra dun-
que quello di collaborazione tra il duca e Arbeone: viene trasmessa l’immagine di
due figure che perseguono gli stessi interessi così nell’arricchimento della diocesi
come nel rinnovamento costituzionale del ducato e, infine, nella cristianizzazione
dei Carantani.
La domanda da porsi ora è se Cozroh abbia riconosciuto questi aspetti nelle
due donazioni e se per questo abbia deciso di porle all’inizio della parte dedicata
ad Arbeone. Rispondere a ciò permetterebbe di comprendere quale interpretazio-
ne il redattore del codice (e forse anche il vescovo Hitto) volesse attribuire all’atti-
vità di questo vescovo e alle sue relazioni con Tassilone.
È ipotizzabile che Cozroh si sia velocemente accorto dei parallelismi lessicali
presenti tra la Vita Corbiniani e la traditio n. 49 e che da qui possa essere scaturita
la decisione di porla vicino al documento di Ortlaip.
La solennità della donazione di Ortlaip, in particolare, sembra suggerire che
l’oggetto di transazione non sia una semplice chiesa: come si è già potuto vedere,
Mayr ha mostrato come sia possibile interpretare il testo del documento ritenendo
che il donatore sia stato presente alla morte di Emmerano e che la chiesa da lui
fondata sia la stessa di cui si parla nell’agiografia. Al di là dell’effettiva veridicità
63
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, p. 53. Sulle redazioni della Vita Hrodberti v. Wolfram,
Salzburg, pp. 227-234.
64
Wolfram, Tassilo III., p. 33-34. Il riferimento è all’irlandese Clemens Peregrinus, che, in
una lettera a Tassilone e al popolo bavaro copiata nel liber traditionum di Salisburgo di IX secolo,
paragona il duca a Costantino, v. Ewig, Das Bild Constantins, p. 22. La lettera fu letta forse al
concilio di Neuching, v. Garrison, Letters to a king, p. 322. La fase tra il 763 e il 781 fu quella
di maggior successo per Tassilone. Alleato di Carlo Magno dopo il 768, nel 773 non intervenne
al fianco del re longobardo Desiderio contro l’invasione franca, pur avendone sposato la figlia
pochi anni prima, Deutinger, Das Zeitalter der Agilolfinger, p. 166.
65
Jahn, Ducatus Baiuvariorum, pp. 469-471.
388
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
di questa ipotesi, non è difficile pensare che i lettori del tempo di Cozroh possano
aver avuto la medesima impressione e che questo possa aver contribuito in gran-
de misura alla scelta come prima carta.
Se ne potrebbe dedurre, forse, che il redattore del liber traditionum abbia voluto
valorizzare il ruolo di Arbeone come autore delle due agiografie e come sosteni-
tore del culto dei due santi. Questo anche perché gli riconosceva il merito di aver
prodotto e raccolto per la prima volta a Frisinga una grande quantità di docu-
menti e di essere stato iniziatore, assieme a Virgilio di Salisburgo, dell’agiografia
bavara66?
Tuttavia, se l’intenzione di Cozroh era quella di dare una presentazione del ca-
rattere degli episcopati e del loro ruolo all’interno della storia patrimoniale della
diocesi, è significativo anche che la donazione di Hiltiprant riconosca un ruolo
fondamentale del duca Tassilone e dei suoi più stretti collaboratori nell’arricchi-
mento della Chiesa episcopale. La traditio n. 49 rappresenta con grande efficacia
il periodo di maggiore potenza del ducato di Tassilone: l’anno 772 è stato quello
della vittoria in Carantania e dalla legittimazione della casata agilolfingia da parte
del papa e il riferimento alla lex e al pactus rimanda all’attività giuridica intrapresa
da Tassilone insieme agli uomini del suo seguito e a coloro che erano alla guida
delle istituzioni ecclesiastiche durante gli anni ’70 dell’VIII secolo. Forse anche
questi rientrano tra i motivi per cui Cozroh ha scelto di porre i due documenti l’u-
no vicino all’altro; se così fosse, bisognerebbe riconoscere una grande attenzione e
consapevolezza riguardo alle informazioni che i documenti e la loro disposizione
potevano veicolare.
Non si può omettere il riferimento a ciò che Warren Brown ha definito «prag-
matic memory», ovvero «the ways written records were used to forge useful pasts
for the needs of an institution’s present and future»67. Lo studioso precisa che già
a partire dal singolo documento – e non solo nel momento della realizzazione del
liber traditionum – l’atto scritto «could construct and filter the past for the purposes
of the present or the future in an immediately pragmatic way»68.
Ancora più pregnante diventa allora comprendere l’interpretazione attribui-
ta all’episcopato di un uomo, Arbeone, che alcuni celebri studi considerano uno
stretto collaboratore di Tassilone, ma che fu tacciato in passato (e non solo) di
un’attività filo-carolingia69.
66
È così che viene presentato da Jahn, Virgil, pp. 227-230.
67
Brown, Charters as weapons, pp. 230.
68
Ivi, p. 247.
69
Jahn, Virgil; Jahn, Ducatus Baiuvariorum e Brown, Unjust Seizure (in particolare pp. 64-
67) dipingono l’età agilolfingia come un’epoca di collaborazione tra la diocesi, le famiglie pro-
prietarie e il duca. Per una panoramica della ricerca riguardo alla posizione politica di Arbeone
v. Vogel, Vom Werden eines Heiligen, pp. 137-150. Attualmente alcuni contributi sostengono l’o-
rientamento del vescovo non pienamente concorde con la politica di Tassilone, v. ad esempio
Bothe, Vita Corbiniani, sulla base della rappresentazione delle figure degli Agilolfingi nelle due
Vitae.
389
SSMD, n.s. IX (2025)
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SSMD, n.s. IX (2025)
TITLE
Cozroh’s Liber Traditionum and the Memory of the Agilolfing Era: the Case of Tradi-
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ABSTRACT
Le traditiones del Codice di Cozroh, il liber traditionum della Chiesa di Frisinga rea-
lizzato tra l’824 e l’848 circa, sono state oggetto dell’edizione di Theodor Bitterauf
nel 1905. Seguendo le teorie di Redlich sui libri traditionum, tale edizione consi-
dera le traditiones come atti singoli, che vengono quindi riordinati cronologica-
mente e disposti in continuità con documenti presenti in altri codici dell’archivio
di Frisinga. La ricerca più recente ha però esortato a ricondurre l’attenzione sul
codice stesso e sulla disposizione originale dei documenti. L’articolo propone di
analizzare le prime due traditiones nella parte del codice dedicata all’episcopato di
Arbeone di Frisinga (764-783) alla luce di alcuni parallelismi lessicali con le Vitae
Corbiniani e Haimhrammi e con i testi legislativi di epoca agilolfingia (in primis la
lex Baiuvariorum e le disposizioni del sinodo di Neuching): questi indizi permet-
tono di ipotizzare che la disposizione originale dei documenti nel codice possa
derivare dalla volontà di Cozroh di fornire al proprio pubblico una precisa inter-
pretazione dell’episcopato di Arbeone, intesa a valorizzare il ruolo del vescovo
come autore dei testi agiografici e come collaboratore del duca Tassilone.
The traditiones of the Cozroh Codex, the liber traditionum of the Church of Freising,
produced between 824 and 848 approximately, were edited by Theodor Bitterauf
in 1905. In the footsteps of Redlich’s theories on the libri traditionum, this edition
considers the traditiones as individual acts that are rearranged chronologically
and in continuity with documents attested in other codices of the Freising archive.
More recent research has however urged us to bring attention back to the codex
itself and to the original arrangement of the documents. This article proposes to
analyse the first two traditiones in the part of the codex dedicated to the episcopate
of Arbeo of Freising (764-783) in the light of some lexical parallels with the Vi-
tae Corbiniani and Haimhrammi and with the legislative texts of the Agilolfing era
(primarily the lex Baiuvariorum and the Synod of Neuching): these clues allow us
to hypothesise that the original arrangement of the documents in the codex may
derive from Cozroh’s desire to provide his audience with a precise interpretation
of Arbeo’s episcopate, enhancing the role of the bishop both as the author of the
hagiographical texts and as collaborator of duke Tassilo.
394
Möseneder-Frajria, Il liber traditionum di Cozroh e la memoria dell’epoca agilolfingia
KEYWORDS
Liber traditionum, Cozroh Codex, lexical parallels, Arbeo of Freising, Tassilo III,
Bavaria
395
I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti,
eredi di Bernabò
di Rossella Talerico
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29459
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29459
Rossella Talerico
Università degli Studi di Milano
[Link]@[Link]
*
Il presente articolo è frutto della rielaborazione della tesi di laurea magistrale di Rossella
Talerico, Testamenti viscontei inediti: i casi di Carlo, Mastino e Drusiana, eredi di Bernabò, Università
degli Studi di Milano, Facoltà di Studi Umanistici, corso di laurea magistrale in Scienze Storiche,
a.a. 2023-2024, relatore Andrea Gamberini, correlatore Francesco Bozzi.
1
Kent, Household and Lineage, pp. 21-63; Huges, Struttura familiare, pp. 929-952; Garino,
Testamento e famiglia, pp. 221-242; Id., Insidie familiari, pp. 303-378.
SSMD, n.s. IX (2025)
400
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
importanti del ducato, come Como, Vercelli, Verona. v. Cognasso, L’unificazione della Lombardia,
p. 515; Black, Double duchy, pp. 15-27.
8
«Quam nos Karolus habemus tamquam civis Veneciarum». ASVe, Sezione Testamenti,
Notarile, b. 1039, n. 353., f. 1r.
9
Pietro, definendosi prima «plebanus» e poi «cancellarius», dimostra il ruolo chiave della
Chiesa nelle questioni testamentarie. ASVe, Sezione Testamenti, Notarile, b. 1039, n. 353., f. 1r; La
chiesa di San Barnaba era situata nel sestiere di Dorsoduro. v. Corner, Notizie storiche, p. 424.
10
Dopo aver ottenuto la cittadinanza de extra il 1° ottobre 1369, il notaio operò nel settore
privato. La qualità del lavoro del suo rinomato studio notarile è messa in luce da una mole di
atti conservati in diverse buste dei fondi Cancelleria inferiore – Miscellanea notai diversi e Archivio
notarile dell’Archivio di Stato di Venezia. Tra le numerose attestazioni, si ricorda la conclusione
di un accordo tra il noto monastero femminile del Corpus Domini e Francesco Rabia, benefat-
tore della comunità. In tale circostanza, il notaio definì così la propria identità: «Ego Georgius
de Gibilino condam ser Iacobi de civitate Belluni, civis et habitator Veneciis in contrata Sancti
Iohannis, nominatione apostolica et Imperali auctoritate notarius publicus et iudex ordinarius».
Non meno rilevante della statio notarile è l’abitazione di famiglia, fulcro di una ramificata paren-
tela, tanto bellunese quanto veneziana, i cui intrecci emergono, seppur parzialmente, dalle fonti
archivistiche. Notizie dirette sono fornite da Clemente Miari, suo parente, nonché canonico della
cattedrale e figura eminente di Belluno. Nella sua cronaca, egli offre uno sguardo privilegiato
sui contatti internazionali di Gibilino, che si rivelano significativi, forse ancora di più di quelli di
molti suoi colleghi laici, e, a maggior ragione, ecclesiastici. v. Sorelli, Brevemente, p. 161; Law, A
401
SSMD, n.s. IX (2025)
402
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
L’iter testamentario di Carlo Visconti, inaugurato nel 1399, si articola in una serie
di documenti che offrono una prospettiva privilegiata sulle sue disposizioni nel
53; Takada, «Commissarii mei Procuratores Sancti Marci», pp. 33-58; Mueller, Venezia nel tardo
Medioevo, pp. 175-184.
15
Gli imprestiti veneziani erano una forma di imposizione diretta che anticipò il concetto
di debito pubblico. Per gestirli nacque nel 1225 la Camera degli Imprestiti. v. Besta, Il senato
veneziano, p. 59.
16
È ovviamente un banco di deposito, tra i più antichi di Venezia. Fu essenziale per la
gestione dei flussi finanziari. Ferrara, Documenti per servire alla storia dei banchi veneziani, p. 101;
Mueller, Soranzo dal Banco, pp. 809-811.
17
Letteralmente servo di origine slava. Si traduce con ´schiavo´, ´esclave´, ´slave´. Panero,
Schiavi, p. 25.
18
Secondo alcuni, la schiavitù cristiana era giustificata come un riscatto dal controllo ot-
tomano, garantendo a Venezia migliori condizioni di vita. Panero, Schiavi servi e villani, p. 354;
Lazzari, Del traffico e delle condizioni degli schiavi, pp. 463-50.
19
Verlinden, L’esclavage dans l’Europe, p. 550 e sgg; Livi, La schiavitù domestica, p. 12-13;
Angiolini, Schiave, pp. 92-115; Di Bari, Dal Mar Nero a Bologna, pp. 701-730; Esposito, La margi-
nalità femminile, pp. 193-222.
403
SSMD, n.s. IX (2025)
20
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 1039, n. 353.
21
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 571, n. 125.
22
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 575, n. 740.
23
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 1039, n. 353, f.1r.
24
Tale contrada era situata nel sestiere di Castello, e includeva proprietà e domus magnae
appartenenti a famiglie dell’alta nobiltà, come i Dolfin e i Venier. Corner, Notizie storiche, pp.
34-35.
25
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 571, n. 125, f.1r.; Corner, Notizie storiche, p. 420.
26
Sestiere San Paolo. Corner, Notizie storiche, p. 347.
27
La pratica di redigere più testamenti era frequente tra le persone dell’élite politica ed
economica, in quanto permetteva di adeguare le disposizioni alle mutevoli circostanze personali
o alle modifiche delle proprietà. Rossi, Figli d’anima, p. 403.
28
Giovanni, detto Gianpiccinino, era figlio di Carlo e Beatrice d’Armagnac. Nel 1412 tentò
di conquistare Milano insieme allo zio Ettore dopo la morte di Gian Maria Visconti, ma ven-
ne scacciato da Filippo Maria. V. Litta, Famiglie celebri, V; Cognasso, Il ducato, p. 157; Soldi
Rondinini, Filippo Maria Visconti, pp. 772-782.
29
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 1039, n. 353, f.1r.; I figli maschi erano i soli autoriz-
zati a detenere il titolo di heredes. Zordan, Le persone nella storia, p. 276.
30
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 575, n. 740, f. 2v; Il patrimonio poteva coincidere
con la dote, la quale garantiva maggiore tranquillità nel momento d’uscita dal nucleo familiare.
Rossi, Il testamento nel medioevo, p. 53.
31
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b.1039, n. 353, f. 3r.
32
Bellomo, Ricerche sui rapporti patrimoniali, p. 70.
404
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
33
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 575, n. 740, f. 2v.
34
Marco potrà usufruirne quando raggiungerà «ad etatem annorum vigintiquinque»; in
quanto minorenne, Carlo lo pone sotto la tutela di Lancillotto da Fagnano, suo familiare e già
tutore di Giovanni. ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 575, n. 740, f. 2v.
35
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 575, n. 740, f. 2v.
36
Litta, Famiglie celebri, V.
37
Corner, Notizie storiche, p. 450; ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 1039, n. 353, f. 2v.
38
ASVe, Procuratori di S. Marco de Ultra, b. 162, n.2, f. 1r; La tensione culminò nel 1399,
quando Carlo fu accusato di aver tentato di avvelenare Gian Galeazzo, un gesto che evidenziava
non solo il fallimento di una riconciliazione duratura, ma anche il clima di sfiducia e ostilità
persistente tra i cugini. Verga, Una condanna a morte contro Carlo, pp. 219-221.
405
SSMD, n.s. IX (2025)
lità della propria condizione di esule e della necessità di evitare che maldicenze o
sospetti compromettessero la grazia ducale riconquistata. Per garantire il fedele
adempimento di tali condizioni, Carlo mette a disposizione del procuratore tutti
i suoi beni come pegno, a conferma della solidità del proprio intento39. Questa
sezione testamentaria rappresenta l’unico velato riferimento al conte di Virtù,
mentre sui cruciali avvenimenti che segnarono la sorte della sua famiglia cala
un silenzio sorprendente. L’assenza, congiunta a una certa marginalità rispetto
alle vicende politiche del tempo, sembra riflettere una prospettiva più circoscritta
del Visconti, interamente incentrata sulla protezione dei suoi eredi diretti e sulla
tutela dell’eredità personale, piuttosto che sull’inserimento in giochi di potere più
ampi.
Nell’escatocollo dei tre atti sono riportate le sottoscrizioni della vasta gamma
di testimoni coinvolti: tra questi figurano alcuni esponenti dell’élite ecclesiastica
e politica del momento, come il canonico Giovanni Lauredano40; alcuni familiari
del testatore, come ser Ulrico e ser Rizardo e diversi notai pubblici come ser Fran-
cesco de Gibilino.
Quest’ultimo era figlio del notaio rogatario Giorgio e collaborava nell’attività
notarile paterna insieme a suo fratello Benedetto, segno di una consolidata tradi-
zione familiare nell’esercizio della professione: era prassi diffusa infatti, nel con-
testo veneziano, quella di legarsi professionalmente a un parente41. La presenza di
Francesco alle operazioni di redazione degli atti è altresì indice di come i Visconti
riconoscessero piena legittimità e competenze anche al figlio. Questo doppio coin-
volgimento riflette non solo la fiducia verso la famiglia dei Gibilino, ma anche una
forma di continuità e di garanzia professionale tradotta nella condivisione degli
incarichi, rafforzando ulteriormente il legame fiduciario con la committenza42.
L’ampia presenza di personalità qualificate e di una rete legale di professio-
nisti esperti non solo rafforza la validità giuridica dei documenti, rafforzandone
l’autenticità e la regolarità nel rispetto delle norme legali veneziane, ma la loro
presenza contribuisce anche a prevenire eventuali contestazioni future, in virtù
dell’impostazione rigorosa con cui il Visconti intendeva gestire la sua eredità e le
sue ultime volontà43.
39
Ivi.
40
Giovanni Loredan era sia notaio sia primicerio. V. Corner, Notizie storiche, p. 200.
41
I Gibilino erano notai di stazione: la stazio (cancello nel vulgo veneziano) era il luogo
dove di solito si rogava e si conservava l’archivio, ubicato nella zona di san Marco o Rialto (la
data topica degli atti in analisi indica proprio la zona di «Rivoalti»). Bartoli langeli, Il notariato
veneziano; Sorelli, Brevemente, p. 161.
42
Pedani Fabris, Veneta auctoritate, p. 135.
43
La legge prevedeva la presenza di un numero minimo di testimoni (spesso sette), col
compito di ricordare le volontà del defunto in caso di contestazioni. Folin, Procedure testamen-
tarie, p. 246.
406
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
44
La mancanza di fonti non permette sempre di comprendere pienamente i motivi che, nel
pensiero medievale, si trovavano dietro la scelta di un nome. Per cercare di determinare queste
motivazioni si possono adottare tre angolazioni complementari che influenzarono l’antroponi-
mia medievale: l’ambiente sociale e culturale, la sfera religiosa e quella familiare, le mode del
momento e il patrimonio culturale condiviso. A riguardo, il caso di Drusiana è emblematico nel
mostrare come il valore di un nome potesse variare in base al contesto sociale e culturale, un
fenomeno che riflette le tensioni tra l’ideale letterario e la realtà popolare: attestato in Italia fin
dall’XI secolo, con presenze documentate in diversi luoghi (Vicenza, Lucca, Murano), acquisisce
nel tempo una forte connotazione romanzesca. Tale scelta onomastica all’interno della famiglia
Visconti-Sforza riflette una certa propensione verso l’immaginario cavalleresco e letterario me-
dievale, più che derivare da legami familiari diretti. V. Rajna, Contributi alla storia dell’epopea e del
romanzo medievale, pp. 161-185; Rigutini, Giunte ed osservazioni, p. 48; Klapisch-Zuber, Se faire un
nom, p. 173; Quémer, Le nom de baptême, pp. 31-45.
45
Negli ultimi tempi, una particolare attenzione è stata rivolta ai testamenti femminili, in
un contesto che abbraccia anche la Gender History, con un focus sullo statuto matrimoniale e
sulle norme che regolavano la trasmissione dei beni dotali. Bartoli Langeli, Parole introduttive;
Lumia, Mariti e mogli nei testamenti, pp. 43-64; ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, Atti di Giorgio
Gibilino, b. 571, n. 138, f. 1r.
46
Ivi.
47
Ivi.
48
De Passeggeeri, Summa totius artis notariae, p. II, cap. VIII, rubr. De testamentis, Notula, f.
232r; rubr. De ordine partium testamentorum, f. 246v.
49
I testamenti mettono in luce il ruolo degli enti ecclesiastici come destinatari di beni e di
patrimoni già di per sé imponenti. v. Morozzo Della Rocca, Le Chiese ortodosse, p. 39; Zordan,
Le persone, pp. 369-453.
50
Le Goff, La civilisation, p. 240.
51
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, Atti di Giorgio Gibilino, b. 571. n. 138, f. 1r.
407
SSMD, n.s. IX (2025)
Soranzo. Al riguardo emerge una prospettiva che getta una nuova luce sulle sue
intenzioni: nel 1409, anno della stesura del testamento in questione, Carlo era già
morto. Trovandosi quindi da sola a gestire il patrimonio, la donna decide di mo-
dificare le disposizioni paterne e di concedere i fondi al marito «toto tempore quo
vivet»52 e di dividere l’eredità tra i suoi figli legittimi. La fiducia riposta in Pietro
è indice di una volontà autonoma e di una presa di posizione certamente netta ri-
spetto ai legami familiari esistenti, ma evidenzia anche le tensioni che ne possono
derivare. Pur non potendo essere interpretata come un atto di ribellione né come
il segno di un’ipotetica necessità di gestire la propria agency, la sua decisione,
fondata su una motivazione affettiva, si inserisce in un contesto di complessità
giuridica e sociale. Come è noto, nella normativa e nella prassi, l’amministrazione
dei beni e l’utilizzo dei proventi erano riservati al marito, andando a rendere il si-
stema dotale il fulcro delle relazioni coniugali53. La dote assegnata, quale porzione
del patrimonio, non si limitava a una mera funzione economica, ma era connotata
anche da una rilevanza politica, andando a sancire l’unione matrimoniale tra le
casate più prestigiose, in questo caso con i Contarini di Venezia. A tale riguardo,
è plausibile che le volontà di Drusiana non rappresentino tanto un atto di indi-
pendenza o una sfida alle convenzioni sociali, quanto piuttosto un passaggio di
testimone nella gestione dei beni da Carlo a Pietro.
Questa lettura non sminuisce il ruolo della testatrice, ma piuttosto colloca
quest’ultima in un contesto in cui le donne erano chiamate a partecipare attiva-
mente alla salvaguardia dell’eredità familiare, non come agenti di cambiamento
sociale, ma come custodi di un sistema tradizionale che vedeva nella famiglia
e nei suoi beni un valore primario. Più che un semplice atto di emancipazione
femminile, tale testamento si configura come parte di una più ampia strategia
familiare54.
In tal senso, più che violare la normativa, la Visconti sembra adattarsi alle pro-
prie necessità: sembrerebbe piuttosto anomalo il comportamento di Carlo, che
di fatto si discosta dallo spirito delle normative matrimoniali, trasformando la
dote in una sorta di patrimonio vincolato, invece che in un bene immediatamente
fruibile dal marito. Drusiana, con questa modifica, non tanto sovverte quanto ri-
stabilisce la funzione tradizionale del bene dotale, inserendosi in quella prassi che
vedeva nel marito il naturale amministratore.
Il testamento si chiude con la menzione dei testimoni nell’escatocollo. Vengono
nominati coloro che hanno assistito alla sua redazione per corroborare la validità
del negozio giuridico e che appartengono a vari contesti sociali e geografici, a
evidenziare l’estesa rete di relazioni che contraddistingueva l’élite veneziana e il
circolo di Drusiana: Dioniso Tempesta del fu ser Vittorio di Castrofranco notaio,
52
Ivi.
53
Guerra, Donne medievali, p. 72.
54
Sorelli, Ego Quirina, p. 23; Bellavitis, Dare credito, fiducia e responsabilità, pp. 239-248;
Kuehn, Figlie, madri, mogli e vedove, pp. 431-460.
408
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
Giovanni Domenico del fu ser Jacopo Cristofori di Treviso, Francesco de Ricis del
fu ser Perini cittadino veneziano e il notaio rogatario Giorgio Gibilino55.
55
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, Atti di Giorgio Gibilino, b. 571, n. 138, f. 2v.
56
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, Atti di Giorgio Gibilino, b. 571, n. 112.
57
Sestiere di San Marco, nonché uno dei più antichi fulcri commerciali di Venezia. v.
Dorigo, Venezia romanica, p. 742.
58
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, Atti di Giorgio Gibilino, b. 571, n. 112, f. 1r; La contrada,
in vulgo San Zan Degolà, era situata nel quartiere di Santa Croce. Corner, Notizie storiche, p. 388.
59
Sestiere Castello. Ivi, p. 132.
60
Guglielmo della Scala era figlio illegittimo di Cangrande II, signore di Verona e Vicenza.
Dopo l’uccisione del padre nel 1359, fu probabilmente imprigionato a Cansignorio, per poi
trasferirsi a Venezia nel 1360, dove acquisì prestigio grazie a ingenti somme depositate in suo
favore. Dopo la caduta degli Scaligeri, si alleò con Francesco Novello da Carrara nella speran-
za di restaurare il dominio su Verona, ormai in balia del potere del conte di Virtù. Varanini,
Guglielmo della Scala, pp. 303-406.
61
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 571, n. 112, f. 2v.
62
Secondo il Litta, Maddalena sposò Giovanni II Porro, nipote del famoso Stefano Porro,
conte palatino. Litta, Famiglie celebri, V; Pagnoni, Porro, Stefano.
63
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 571, n. 112, f. 2v.
64
ASVe, Sezione Notarile, Testamenti, b. 571, n. 112, f. 2v.
65
Bernabò Visconti consolidò le sue alleanze internazionali attraverso una serie di matri-
moni strategici, avvalendosi della numerosa prole. Ebbe ben 36 figli, tra naturali e legittimi, e
409
SSMD, n.s. IX (2025)
furono questi ultimi, naturalmente, a essere destinati alle parentele più prestigiose. Nella sua
lungimirante politica matrimoniale, scelse per i figli consorti appartenenti a illustri casati tede-
schi: uno dei suoi matrimoni più strategici fu quello tra sua figlia Verde e Leopoldo d’Asburgo,
che lo rese nonno di una futura stirpe imperiale. Similmente, trattò due alleanze con la Casa di
Baviera: Marco, il primogenito, fu promesso alla figlia del duca Federico, mentre il fratello del
duca, Stefano, si unì in matrimonio con la figlia Taddea. Pizzagalli, Bernabò Visconti, pp. 78-101;
Gamberini, Bernabò Visconti, pp. 541-548.
66
La lettera è del 25 maggio 1385. Romano, Gian Galeazzo Visconti e gli eredi, pp. 13-14 e
309-310, doc. II; Il 5 aprile 1390 si stipulava a Monaco, fra i suddetti duchi e i sindaci dei comuni
di Firenze e Bologna, un’alleanza offensiva e difensiva ai danni di Gian Galeazzo. v. Rambaldi,
Stefano III duca di Baviera al servizio della lega, p. 291 e sgg.
67
Romano, Gian Galeazzo e gli eredi, pp. 309-310.
68
Ivi.
69
Ivi.
70
Ivi.
71
Cognasso, L’unificazione della Lombardia, pp. 513-515.
72
La sistemazione territoriale del confinio di San Moisè si allinea, sotto diversi aspetti,
agli assi principali del complesso di San Marco, di cui il castellum rappresenta un caposaldo
410
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
411
SSMD, n.s. IX (2025)
80
Il manoscritto è una copia seicentesca, conservata all’Archivio Borromeo. Lungo 48 fogli,
raccoglie quattro documenti di rilievo. Il principale è l’atto con cui i quattro figli legittimi, ad
esclusione di Mastino, si riuniscono il 14 febbraio 1380 per ascoltare la lettura del testamento
paterno datato al 16 novembre 1379 e di giurarne l’osservanza. V. Gamberini, Il testamento di
Bernabò, pp. 5-19.
81
Ibid.
82
Del Tredici, La libertà dei ghibellini, pp. 11-32: 27-28; Comani, Sui domini di Regina della
Scala, pp. 211-248.
83
Gamberini, Lo stato visconteo, p. 45; Covini, Regina della Scala e Bernabò Visconti, pp. 79-93.
412
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
periale e da un disegno provvidenziale che gli conferiva una libertà d’azione ben
più ampia. La sua politica fu contrassegnata da un atteggiamento anticittadino,
favorendo l’ascesa dell’aristocrazia signorile e il rafforzamento delle fazioni locali,
sfruttate come leve di controllo. Questa sistematica opera di accentramento gli
permise di sottrarre alle città alcune prerogative di assoluto rilievo, e di centra-
lizzare le più imponenti risorse fiscali del dominio. Lo stato divenne regionale e
centralista e mirò all’unità politica della Lombardia, seppur nei limiti consentiti
dalle circostanze storiche 84.
Le due opposte concezioni del potere affondano le loro radici nelle generazioni
precedenti dei Visconti, riflettendo la natura strutturale delle tensioni dinastiche
e la complessità del processo di formazione statale85. Bernabò non prevedeva una
figura centrale in grado di mantenere la coesione dopo la sua morte: ogni erede
riceveva piena autonomia sui territori assegnati, e l’unico elemento di raccordo
sembrava essere la madre, Regina della Scala86. Per scongiurare eventuali conflitti,
impose ai figli maggiorenni il giuramento di fedeltà al testamento, vincolandoli
alla gestione comune di risorse strategiche, come il ponte di Guastalla, per in-
centivare la cooperazione ed evitare derive centrifughe87. Le sue scelte politiche
combinavano modelli dinastici tradizionali con la necessità di riaffermare, anche
post mortem, la propria autorità signorile e garantire la stabilità tra gli eredi. Gian
Galeazzo superò questo schema introducendo il principio di primogenitura, se-
gnando una svolta verso un modello di governo più accentrato e imperniato sulla
figura del duca88.
Le disposizioni testamentarie di Carlo, Mastino e Drusiana si rivelano preziose
non solo nel disvelare gli intricati processi viscontei, ma anche nel testimoniare il
loro radicamento in un nuovo tessuto urbano, che si configura come parte inte-
grante di un più ampio processo di integrazione sociale e territoriale. Esse aiuta-
no, inoltre, a ottenere qualche dettaglio in più sulla ricostruzione topografica del-
la Venezia tardomedievale, tracciando con meticolosa precisione la dislocazione
delle dimore degli esuli e dei sestieri storici della città, là dove sorgevano i nuclei
principali dell’organizzazione urbana e mercantile, come Dorsoduro, San Marco
e Santa Croce. L’ubicazione delle loro residenze e dei loro immobili nelle zone
nevralgiche testimonia il loro profondo coinvolgimento nelle dinamiche mercan-
84
Del Tredici, I due corpi del duca, pp. 315-342; «Dopo la sua definitiva presa di potere Gian
Galeazzo cambiò radicalmente la composizione dell’esercito visconteo, strutturandolo non più
su reparti direttamente al soldo dello stato e posti agli ordini di milanesi, o comunque di esuli
politici radicatisi in Milano, ma vere compagnie di ventura, autonome, per lo più alle dipenden-
ze di capitani italiani coordinate e guidate dal fedelissimo Jacopo dal Verme» v. Grillo, Carriere
militari e mobilità sociale, pp. 237-255.
85
Ivi.
86
Covini, Regina della Scala, p. 80.
87
Bernabò si preoccupa anche dell’ipoteticità di una crisi dinastica: se tutti i suoi figli ma-
schi legittimi dovessero morire, il dominio sarebbe andato ‘di default’ a Gian Galeazzo. v. Del
Tredici, Il partito dello stato, pp. 57-58.
88
Del Tredici, La libertà dei ghibellini, pp. 27-28.
413
SSMD, n.s. IX (2025)
tili, riflesso della strategia perseguita dai testatori nella capacità di saper sfruttare
il fervore economico della Serenissima. Cruciali al riguardo i saldi legami con i
Procuratori e con i Soranzo: l’uso attento degli strumenti finanziari veneziani è
indice di una politica familiare più matura e pragmatica, che va a sfruttare ogni
strumento disponibile per garantire prosperità89.
Da un punto di vista politico, si assiste a un evidente mutamento di paradigma,
segnato dal passaggio da una concezione espansionistica e di dominio territoria-
le, tipica della visione paterna, a una gestione più circoscritta e meno velleitaria
– resa necessaria dalla loro condizione di esiliati – incentrata sulla conservazio-
ne e sulla valorizzazione del patrimonio familiare. Se nei decenni precedenti l’al-
lontanamento le ambizioni territoriali e la volontà di rivendicare le ambizioni di
Bernabò costituivano un obiettivo primario, successivamente, l’impossibilità di
perseguire un ritorno alla grandezza, attraverso le armi e la politica attiva, impose
loro di mettere da parte rancori e sogni di riconquista, inducendoli a concentrare
gli sforzi sulla tutela della rete familiare e sulla salvaguardia delle proprie ricchez-
ze90. Tale riposizionamento non fu solo frutto di una rassegnata disillusione, ma
anche di una lucida consapevolezza dei limiti imposti dalla nuova congiuntura
politica. La loro rassegnazione, più che un’accettazione serena, si manifestò come
un atteggiamento ambiguo, una sorta di adattamento a circostanze avverse che li
costrinse a piegarsi a nuove logiche di sopravvivenza. Questo sentimento trova
la sua espressione più evidente nella firma delle convenzioni del 1391 e del 1393:
una scelta che, se da un lato suggellò la fine delle loro ambizioni, dall’altro rap-
presentò anche il tentativo di preservare quanto più possibile e di mantenere viva
una forma di influenza.
Non si trattò di una totale rinuncia alle aspirazioni politiche, ma un’evoluzio-
ne delle stesse, adattate alle nuove condizioni imposte dall’esilio91. La stabilità
del nucleo parentale divenne un’ancora di salvezza, e questi cinque testamenti
ne attestano inequivocabilmente l’importanza: emblematiche la meticolosa pia-
nificazione della dote e le alleanze matrimoniali, volte a garantire il benessere e
l’integrazione sociale. Il matrimonio, mero strumento di consolidamento dinasti-
co, appare a tutti gli effetti come parte integrante delle strategie nobiliari, come
dimostrano le unioni di Drusiana coi Contarini e di Lucia coi Dolfin.
I testamenti viscontei offrono un eloquente esempio di come i signori in esilio
abbiano saputo adattarsi alle mutate circostanze, dimostrando come la gestione
patrimoniale fosse profondamente intrecciata alla costruzione della memoria; i
89
Per uno sguardo più ampio a riguardo: Sansovino, Venetia, città nobilissima, Venezia 1581;
Gallicciolli, Delle memorie venete, Venezia 1795.
90
Gamberini, Lo stato visconteo, p. 47; Del Tredici, Il partito dello stato, pp. 57-58.
91
In relazione all’emergente processo di dinastizzazione nelle signorie italiane di fine
Trecento, e all’importanza della discendenza dei signori come fattore di competizione, due re-
centi contributi di Gian Maria Varanini e Dario Canzian approfondiscono il ruolo del potenziale
biologico e le dinamiche, ancora fluide, della successione, viste sia come premessa che come
ostacolo al consolidamento e alla legittimazione del potere signorile. v. Varanini, Forme della
legittimazione e aspirazioni dinastiche, pp. 171-186; Canzian, Condivisione del potere, pp. 439-464.
414
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
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92
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93
Brentano, Considerazioni di un lettore di testamenti, p. 9; scrive Bonnini a tal proposito:
«il testamento rappresenta la posizione assunta da uomini e donne in merito alle loro ricchezze
e in considerazione ai legami familiari. Quindi questo documento sembra essere il “momento
biografico più alto della socialità di cui partecipa l’individuo”. Era il mezzo con cui unire i beni
materiali alla salvezza spirituale nel futuro. E non solo, l’atto stesso di testare andava oltre le
problematiche patrimoniali e religiose, poiché veniva percepito come caratteristico della natura
umana». Bonnini, Per «divinam inspirationem», p. 16.
415
SSMD, n.s. IX (2025)
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420
Talerico, I testamenti di Carlo, Mastino e Drusiana Visconti
TITLE
ABSTRACT
Lo scopo del contributo è l’analisi di cinque testamenti inediti di tre esuli della
famiglia Visconti – Carlo, Mastino e Drusiana – eredi del signore di Milano Ber-
nabò, costretti alla fuga dopo il colpo di mano nel 1385 da parte di Gian Galeazzo
Visconti. Redatti a Venezia secondo la minuziosa prassi notarile locale, le fonti
offrono uno spaccato privilegiato sulla gestione patrimoniale, le strategie dina-
stiche e il radicamento nella Serenissima, divenuta il loro nuovo centro sociale ed
economico. L’analisi rivela l’utilizzo del testamento come strumento politico e di
consolidamento della memoria familiare: le pratiche di tutela del patrimonio si
intrecciano con la volontà di integrarsi nei circuiti istituzionali e finanziari vene-
ziani, le cui istituzioni cittadine assumono una funzione chiave. Ne emerge una
profonda trasformazione delle volontà, che segna il passaggio dall’ambizione di-
nastica alla costruzione di una nuova identità urbana, centrata sulla conservazio-
ne del prestigio visconteo e sul peso decisivo dell’asse ereditario, a testimonianza
delle modalità di azione della nobiltà in esilio nel tardo medioevo.
The aim of this contribution is to analyse five unpublished wills of three exiles
of the Visconti family – Carlo, Mastino and Drusiana – heirs of the Lord of Milan
Bernabò, forced to flee after the coup in 1385 by Gian Galeazzo Visconti. Drawn
up in Venice according to the meticulous local notarial practice, the sources offer
a privileged insight into the management of the estate, the dynastic strategies and
the roots in the Serenissima, which had become their new social and economic
centre. The analysis reveals the use of the testamentary bequest as a political in-
strument and for consolidating family memory: the practices of heritage protec-
tion are intertwined with the desire to integrate into the institutional and financial
circuits of Venice, whose city institutions assume a key role. What emerges is a
profound transformation of wills, which marks the passage from dynastic ambi-
tion to the construction of a new urban identity, centred on the conservation of the
Visconti prestige and on the decisive weight of the hereditary estate, testifying to
the ways in which the nobility in exile acted in the late Middle Ages.
KEYWORDS
421
Vetrina
Il progetto «Il tempo dei cavalieri. Preminenze
cavalleresche, società locali e poteri: nuove prospettive
sulle campagne italiane (secoli XI-XIII)»
di Federico Lattanzio
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29471
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29471
Federico Lattanzio
Università degli Studi di Roma Tor Vergata
[Link]@[Link]
Il tempo dei cavalieri. Preminenze cavalleresche, società locali e poteri: nuove prospettive
sulle campagne italiane (secoli XI-XIII) è un progetto di ricerca PRIN 2022 di dura-
ta biennale, finanziato dall’Unione Europea - Next Generation EU1 e coordinato
tra le due unità delle Università di Roma Tor Vergata (Alessandro Carocci PI di
progetto, Cristina Carbonetti, Federico Del Tredici, con la partecipazione anche
di Alma Poloni dell’Università di Pisa) e Bologna (Maria Elena Cortese vice PI di
progetto, con la partecipazione di Paola Guglielmotti e Fabrizio Benente dell’Uni-
versità di Genova, e di Francesco Pirani dell’Università degli Studi di Macerata).
Il quesito primario del PRIN riguarda modalità, quantità e qualità della pre-
senza dei combattenti a cavallo (milites, equites, scutiferi, masnadieri, cortesi, ecc.)
nelle campagne italiane. L’epoca compresa tra i secoli XI e XIII, infatti, è stata una
fase in cui in tutta Europa i cavalieri hanno rivestito un ruolo fondamentale nella
ridefinizione dei poteri su scala locale. In Italia, tuttavia, gli studi hanno guardato
soprattutto al ceto signorile e alla milizia delle comunità cittadine, occupandosi
poco dei combattenti a cavallo che animavano le comunità di castello e di villag-
gio. In tali contesti essi rappresentavano il gruppo sociale più eminente? Vi erano
presenti in gran numero? E al di là degli aspetti economici, sociali e culturali, co-
storo seppero condizionare le dinamiche locali? In che modo, con quali strumenti
1
Progetto PRIN 2022 The age of knights. Knightly pre-eminence, local societies and powers:
new perspectives on the Italian countryside (11th-13th century) finanziato da Unione Europea-
Next Generation EU - PRIN 2022 - Prot. 2022HFMCYY: [Link]
iltempodeicavalieri/home-page.
SSMD, n.s. IX (2025)
2
Ad esempio Provero, Le parole dei sudditi.
3
Carocci, Signorie di Mezzogiorno.
4
Cortese, Rural milites e Ead., Le frange inferiori della cavalleria.
5
Si fa riferimento a Cross, The aristocracy in England e Crouch, The English Aristocracy.
428
Lattanzio, Il progetto «Il tempo dei cavalieri»
429
SSMD, n.s. IX (2025)
430
Lattanzio, Il progetto «Il tempo dei cavalieri»
I primi risultati del percorso di ricerca sono stati oggetto di due seminari7, che
hanno visto impegnati diversi studiosi coinvolti a vario titolo nel progetto. Il pri-
mo – Il Tempo dei Cavalieri. Società e poteri nelle campagne italiane: casi di studio (se-
coli XI-XIII) – si è svolto in modalità telematica il 27 settembre 2024, presentando
alcuni singoli esempi: Francesca Colangeli ha trattato le evidenze architettoniche
e la cultura materiale nelle campagne toscane; Antonio Berardozzi i cavalieri del
Lazio settentrionale tra Farfa e Corneto; Alessandro Giacomelli il caso di Camu-
gliano, nel pisano; Alma Poloni le forme di eminenza nella Val Seriana; Attilio
Stella i de Castruncolo di Lonigo, tra Verona e Vicenza; Sandro Tiberini i milites del
comitato di Perugia; Nicola Ryssov alcune prospettive su distinzione sociale, reti
clientelari e risorse relativamente all’area veneta; Alberto Sanna talune questioni
intorno a una ricognizione dei feudi a Ivrea; Stefano Degli Esposti i cavalieri, i
valvassori e i signori delle Marche centrali; Victor Rivera Magos una fonte puglie-
se di età angioina (l’inchiesta di Goffredo de Summesot); Paolo Pirillo, infine, i
milites delle campagne fiorentine.
Guardando ai risultati di carattere generale, relativi a contenuti e approcci me-
todologici, è emersa in primo luogo una grande varietà di situazioni: tale etero-
geneità riguarda la cronologia, che muta da area ad area; la presenza, non certo
uniforme quantitativamente in tutte le zone; le località di residenza; le caratteristi-
che peculiari, come nel caso della cultura giuridica, elemento apparentemente più
diffuso nel Mezzogiorno e meno nei territori settentrionali; i rapporti con i signori
(va ad esempio sottolineato come certi cavalieri avessero relazioni con più domi-
ni); i redditi, non collegati esclusivamente al servizio prestato ai signori stessi. Il
gruppo di lavoro, inoltre, ha convenuto sull’importanza della questione cronolo-
gica: la necessità, cioè, di periodizzare le vicende dei gruppi preminenti rurali e il
ruolo cruciale della fase tra tardo secolo X e secolo XI, quando la militarizzazione
si inizia a configurare come processo più chiaro e sistematico. Un tratto distinti-
vo, poi, è apparso in alcune regioni e in certi momenti la detenzione di terre in
feudo, in un’epoca in cui il diritto feudale non era affatto uniformato, né vi erano
volontà ordinatrici: ogni possesso di feudo, pertanto, va preso in considerazione
secondo le consuetudini locali. È stato anche suggerito di evitare la costruzione
di gerarchie terminologiche generali, tenendo piuttosto conto delle differenze tra
aree: il lemma miles in taluni contesti potrebbe non avere il medesimo significato
che in altri. La terminologia, di conseguenza, si deve calibrare anche sulla base
dei differenti retroterra culturali locali. Sono emerse, infine, stratificazione sociale
e mobilità, e in particolare la capacità di cogliere le opportunità di ascesa; men-
tre nella rappresentazione dello status cavalleresco rurale sono apparsi elementi
chiave l’onomastica e il patronato (di chiese, prevalentemente)8.
7
I saggi scaturiti dal primo seminario sono già in fase di raccolta e saranno pubblicati in
«Reti Medievali Rivista».
8
Ringrazio per la preziosa collaborazione su questo resoconto Francesca Mattei, assegnista
nel PRIN dell’unità di Roma Tor Vergata.
431
SSMD, n.s. IX (2025)
9
Del Tredici, Castelli, chiese, mutazione signorile e Id., Comunità, nobili e gentiluomini.
432
Lattanzio, Il progetto «Il tempo dei cavalieri»
433
SSMD, n.s. IX (2025)
tuttavia, si iniziò a fare più chiarezza: quei soggetti esterni che partecipavano al
medesimo sistema di valori – grandi signori, città – cominciarono a voler definire
meglio le situazioni, il che aiutò nelle società rurali a differenziare tra cavalieri
e non. Da quel momento i milites rurali appaiono fra i principali detentori dei
poteri locali, naturalmente a differenti livelli. Fu nel corso di questo secolo, dun-
que, che la dimensione della militarizzazione assunse un ruolo più centrale. Le
società altomedievali erano stratificate e militarizzate, ma avevano forme diverse
di identità nella competizione sociale: portare le armi e combattere a cavallo non
era la più importante. Essere cavalieri divenne elemento distintivo e qualificante
solo dal secolo XII. Per Collavini, in definitiva, l’emersione di questo gruppo fu sì
in certi casi autogena, ma non è nemmeno possibile staccare del tutto queste pre-
minenze dalla ‘mutazione signorile’; pertanto l’idea di una discontinuità rispetto
al periodo precedente andrebbe mantenuta.
È in programma per l’autunno 2025 un convegno di sintesi, che senz’altro farà
maggiore luce su tutte le questioni affrontate.
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434
Lattanzio, Il progetto «Il tempo dei cavalieri»
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Luigi Provero, Le parole dei sudditi. Azioni e scritture della politica contadina nel Duecento,
Spoleto 2016.
TITLE
Il progetto «Il tempo dei cavalieri. Preminenze cavalleresche, società locali e poteri: nuove
prospettive sulle campagne italiane (secoli XI-XIII)»
The project «The age of the knights. Knightly pre-eminence, local societies and powers:
new perspectives on the Italian countryside (11th-13th century)»
ABSTRACT
Il tempo dei cavalieri. Preminenze cavalleresche, società locali e poteri: nuove prospettive
sulle campagne italiane (secoli XI-XIII) è un progetto di ricerca PRIN 2022 di durata
biennale, finanziato dall’Unione Europea - Next Generation EU, che mira a col-
mare la grande lacuna storiografica sulla presenza pervasiva dei combattenti a
cavallo anche nelle comunità di castello e villaggio, dove spesso essi costituivano
la fascia sociale eminente. Si intendono qui illustrare i contenuti e gli obiettivi
del progetto, ma anche i primi risultati del percorso di ricerca intrapreso, emersi
nell’ambito di due incontri seminariali che si sono tenuti l’uno il 27 settembre
2024, l’altro il 27 marzo 2025.
The age of the knights. Knightly pre-eminence, local societies and powers: new perspec-
tives on the Italian countryside (11th-13th centuries) is a two-year PRIN 2022 research
project, funded by the European Union - Next Generation EU, which aims to fill
the great historiographical gap on the pervasive presence of mounted fighters
even in castle and village communities, where they often constituted the eminent
social class. The aim here is to illustrate the project contents and objectives, but
also the first results of the research path undertaken, which emerged during two
seminar meetings held on September 27, 2024, and March 27, 2025.
435
SSMD, n.s. IX (2025)
KEYWORDS
Middle Ages, Rural knights, Italian countrysides, Written sources, Material sour-
ces
436
El proyecto «Notariado y construcción social
de la realidad, II: los registros notariales medievales»
(NotFor II)
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29470
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29470
Miguel Calleja-Puerta
Universidad de Oviedo
mcalleja@[Link]
Pilar Ostos-Salcedo
Universidad de Sevilla
postos@[Link]
2. El punto de partida
5
Maria Cristina Cunha, Maria João Oliveira e Silva.
6
María Dolores Rojas Vaca.
7
Néstor Vigil Montes.
8
José Antonio Álvarez Castrillón, Guillermo Fernández Ortiz, Fernando Floriano
Fernández, Carlos Otero Busta, María Josefa Sanz Fuentes, Héctor del Valle Hortet.
9
Jesús Barbero Rodríguez, Antonio José López Gutiérrez.
10
Agurtzane Paz Moro.
11
Carmen Guerrero Congregado, María Luisa Domínguez Guerrero, Rocío Postigo Ruiz,
César Quijano Martínez.
12
Mauricio Herrero Jiménez.
13
Bonifacio Bartolomé Herrero.
14
Luis Miguel de la Cruz Herranz.
15
Leocadia Pérez González.
16
María Eugenia Alguacil Martín.
17
Roberto Antuña Castro.
440
Calleja-Puerta - Ostos-Salcedo, El proyecto «Notariado y construcción social de la realidad, II»
vidad, que esos libros notariales no se hayan conservado, y que las investigaciones
hayan tenido que conformarse con los documentos expedidos que han perdurado
hasta la actualidad. Y desde luego, el proceso de selección para la conservación
experimentado durante siglos limita necesariamente nuestra visión de la activi-
dad de aquellos notarios en un momento concreto, sesgándola. Por consiguiente,
el interés en hacer estudios comparativos sobre series documentales análogas, y
con ello la necesidad de estudiar aquellos cuadernos de notas en cuanto son los
testimonios documentales más expresivos de la praxis de los notarios públicos,
han concurrido en situar en el centro del nuevo proyecto de investigación a los
registros notariales.
18
Cárcel Ortí, Vocabulaire, p. 38.
19
Nicolaj, Originale, authenticum, publicum.
441
SSMD, n.s. IX (2025)
20
Ostos Salcedo, Los registros. Perspectivas.
21
Guyotjeannin, L’art médiéval du registre.
22
Calleri, Notai e notai giudici.
23
Lopez, The unexplored wealth.
24
Costamagna, La triplice redazione.
25
Aubenas, Étude sur le notariat provençal, pp. 77-90; Bidot-Germa, Un notariat médiéval.
26
Ferrer Mallol, La redacció de l’instrument notarial; Pons Alós, La práctica notarial
valenciana.
27
López Gutiérrez, Génesis y tradición del documento notarial.
28
Nogueira, Tabelionado e instrumento público em Portugal.
442
Calleja-Puerta - Ostos-Salcedo, El proyecto «Notariado y construcción social de la realidad, II»
29
Pons Alós, La práctica notarial valenciana, p. 53.
30
Pagarolas, Los archivos notariales, p. 33.
31
Bartolomé Herrero, Un episodio en el conflicto.
32
Reglero de la Fuente - Herrero Jiménez, Escritura, poder y vida campesina.
33
Seabra, O tabelionado na cidade do Porto, p. 195.
34
Bidot-Germa, Un notariat médiéval.
35
Bretthauer, Le statut du registre, p. 13.
36
Pryor, Business contracts of medieval Provence.
37
Arnoux, De la charte à l’acte de tabellion.
443
SSMD, n.s. IX (2025)
38
Costamagna, La triplice redazione; Ferrer Mallol, La redacció de l’instrument notarial.
39
Bono, Los archivos notariales.
444
Calleja-Puerta - Ostos-Salcedo, El proyecto «Notariado y construcción social de la realidad, II»
serie registral contiene, en principio, todos los tratos y contratos que pasan ante
el notario y ofrece, por consiguiente, una imagen fiel de la realidad jurídica que
se escrituraba. Lo mismo ocurriría en el ámbito judicial. En ello supera en repre-
sentatividad a los documentos expedidos que se han conservado en los archivos
de los beneficiarios, pues estos han sido objeto de procesos de selección y pérdida
que han afectado de forma especial a tipos documentales no destinados a la con-
servación a largo plazo. Más aún, consta que determinados negocios se quedaban
en la fase de registro y nunca llegaban a la expedición. El análisis sistemático de
los tipos documentales contenidos en distintos registros y su comparación entre
distintos espacios – desde el crédito agrario a los contratos de explotación de la
tierra, desde las compañías comerciales y las letras de cambio a los seguros marí-
timos – puede proporcionar una perspectiva inédita sobre las sociedades que los
generaron, sobre sus características y su diversidad, mucho menos dependiente
de su conservación diferencial toda vez que el registro ofrece una imagen fija de
la documentación escriturada en el momento de su creación.
La situación planteada se hace patente cuando se trata de comprender la praxis
notarial en la Corona de Castilla, que fue el objeto de estudio principal en el pro-
yecto NotFor, del que emana esta propuesta. Desde el punto de vista normativo,
el notariado castellano del Antiguo Régimen tiene dos hitos principales, primero
la obra legislativa de Alfonso X, que pasa por ser la regulación más pormenori-
zada del notariado en la Edad Media europea, y luego la Pragmática de Alcalá
promulgada por Isabel I en 1503, que implicó cambios sustanciales en la práctica
notarial medieval y siguió vigente hasta las reformas del Estado liberal.
Ambas normas contienen indicaciones precisas sobre la función y la forma de
los registros notariales, que para la época moderna ya adoptan el nombre conven-
cional de protocolos. Y así, a partir del siglo XVI el número de estos se cuenta ya
por decenas de miles también en la Corona de Castilla. Como contrapartida, ape-
nas se conocen los efectos de la normativa alfonsí, toda vez que los registros nota-
riales anteriores a 1503 que han sido objeto de estudio se reducían a una veintena
en la revisión de De la Obra40, y que en los últimos años apenas se han sumado
unas pocas unidades más.
Esa veintena larga de libros de notas o fragmentos de los mismos, que en total
llegan a sumar poco más de 9.000 asientos, se distribuyen muy desigualmente en
el espacio y en el tiempo: casi un tercio corresponde al Madrid de mediados del
siglo XV, unos 2.000 son de Ágreda del siglo XIV, y se llega a 800 en Orense y a 600
en Bonilla..., datos tan localizados que han limitado las posibilidades de alcanzar
una comprensión global del fenómeno de los registros. En una parte no pequeña
de ellos se han publicado simplemente resúmenes de contenido; en otros casos,
se ha avanzado hasta editar las transcripciones; pero aun en los mejores ejemplos,
los valiosos estudios realizados carecían de un marco general al que atenerse y
con el que cotejar el material que estaba sirviendo como objeto de investigación.
40
De la Obra Sierra, Los registros notariales castellanos.
445
SSMD, n.s. IX (2025)
41
Calleja-Puerta - Fernández Ortiz, El ordenador como herramienta.
446
Calleja-Puerta - Ostos-Salcedo, El proyecto «Notariado y construcción social de la realidad, II»
447
SSMD, n.s. IX (2025)
B I B L I O G R A F ÍA
L’art médiéval du registre. Chancelleries royales et princières, études réunies par Olivier
Guyotjeannin, Paris 2018.
Mathieu Arnoux, De la charte à l’acte de tabellion. Formes locales, régionales ou nationa-
les d’une transition. Réflexions à partir du cas normand, in Tabellions et tabellionages
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Guyotjeannin, Paris 2011, pp. 7-27.
Roger Aubenas, Étude sur le notariat provençal au Moyen-âge et sous l’ancien régime, Aix-
en-Provence 1931.
Bonifacio Bartolomé Herrero, Un episodio en el conflicto realengo-abadengo durante
el reinado de Sancho IV: el cuaderno de pesquisa de Segovia de 1287, in «Anuario de
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Dominique Bidot-Germa, Un notariat médiéval. Droit, pouvoirs et société en Béarn,
Toulouse 2008.
José Bono, Los archivos notariales. Una introducción en seis temas a la documentación nota-
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Isabelle Bretthauer, Le statut du registre entre usage privé et usage public, in Tabellionages
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Roch, Mont-Saint-Aignan 2014, pp. 13-24.
Miguel Calleja-Puerta - Guillermo Fernández Ortiz, El ordenador como herra-
mienta para la investigación diplomática: evolución y perspectivas, in «Documenta &
Instrumenta», 21 (2023), pp. 13-35.
Marta Calleri, Notai e notai giudici, in Esigenze istituzionali e soluzioni documentarie a
Genova nel secolo XII, a cura di Sandra Macchiavello - Valentina Ruzzin, Genova
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Giorgio Costamagna, La triplice redazione dell’instrumentum genovese, in Notai liguri
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La escritura de la memoria. Los registros, eds. Elena Cantarell Barella - Mireia Comas
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Antonio José López Gutiérrez, Génesis y tradición del documento notarial castellano a
través de las fuentes legales alfonsíes, in Escritura, notariado y espacio urbano en la Corona
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Domínguez-Guerrero, Gijón 2018, pp. 33-62.
Giovanna Nicolaj, Originale, authenticum, publicum: una sciarada per il documento
diplomatico, in Charters, Cartularies, and Archives: The Preservation and Transmission
448
Calleja-Puerta - Ostos-Salcedo, El proyecto «Notariado y construcción social de la realidad, II»
TITLE
The project «Notariado y construcción social de la realidad, II: los registros notariales
medievales» (NotFor II)
ABSTRACT
449
SSMD, n.s. IX (2025)
Notariado y construcción social de la realidad, II: los registros notariales medievales (Not-
For II) is a three-year research project (from 01/09/2024 to 31/12/2027) which aims
to study notaries public and the issuing of their charters as an essential compo-
nent in the development of late medieval written culture. Its objectives are the
identification and edition of medieval notarial registers; the study of their expe-
dition, form, use and preservation; and the attempt to understand them from a
European perspective, moving toward a general understanding of these books.
KEYWORDS
450
Progetto ARMARIUM.
Studio delle coperte di registro stemmate dei comuni
italiani: la Collezione Albertini di Fondazione Perugia
di Matteo Ferrari
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29474
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29474
Matteo Ferrari
École Pratique des Hautes Études di Parigi
[Link]@[Link]
Da una trentina d’anni, un’ormai ricca tradizione di studi ha messo in luce come,
dalla metà del Duecento, il mondo comunale e, in particolare, le città rette da re-
gimi di carattere popolare conoscano un incremento esponenziale della produzio-
1
Il progetto ARMARIUM ha ottenuto un finanziamento dall’infrastruttura Biblissima+
ANR-21-ESRE-0005 nell’ambito del bando per progetti partenariali 2024: [Link]
fr/fr/actualites/laureats-quatrieme-appel-manifestation-interet-biblissima-2024-2025. Il proget-
to avrà inizio nell’autunno 2025 e avrà la durata di un anno.
2
L’asta dei 153 lotti in cui la collezione era stata suddivisa, organizzata da Mirabaud
Mercier, si è tenuta il 20 giugno 2024: [Link]
ads/2024/05/Plaquette-Vente-Manuscrits-Mirabaud-Mercier-20.06.24_compressed-[Link].
SSMD, n.s. IX (2025)
3
Sull’argomento, v. almeno Cammarosano, Italia medievale, specialmente pp. 137-139;
Maire Vigueur, Révolution documentaire et révolution scripturaire; Lazzarini, De la «révolution
scripturaire» du Duecento à la fin du Moyen Âge.
454
Ferrari, Progetto ARMARIUM
garantirne una classificazione più efficace e una più semplice identificazione nel
caso in cui fosse stato necessario reperirli per una successiva consultazione4.
Questi elementi grafici sono inoltre sistematicamente accompagnati, in certe
città come Bologna e Perugia già nel corso degli anni Settanta-Ottanta del Due-
cento, dallo stemma dell’ufficiale in carica al momento della redazione degli atti,
sotto la cui responsabilità era posto l’ufficio produttore del registro. Benché l’uso
non sembri rispondere, almeno inizialmente, a una pratica codificata, l’abitudine
di dipingere gli stemmi dei funzionari sulle coperte di registro si radica senz’altro
velocemente. Nel secondo Trecento, a Bologna, già si raccomanda infatti ai ca-
pitani di consegnare, qualche giorno prima del termine del loro mandato, i libri
redatti dai loro notai «pictos ad arma et insignia dicti domini capitanei super co-
pertis». Contemporaneamente, anche i podestà sono tenuti a rispettare una simile
prescrizione5.
L’aspetto di questi stemmi è molto variabile in termini di qualità formale, di
dimensioni e di impaginazione. Dipinti solitamente al centro del piatto anterio-
re esterno della coperta, sono talvolta discreti e, soprattutto agli inizi di questa
pratica, possono essere in qualche caso persino privi di colori (Fig. 2). Più spesso,
però, e in maniera via via più costante a partire dai primi decenni del Trecento,
gli stemmi dei magistrati si impongono visivamente, presentando dimensioni più
importanti, un disegno accurato e colori vivaci. Talvolta, lo stemma è completato
da ornamenti esterni allo scudo, come cimieri e tenenti, oppure è accompagna-
to dall’insegna della circoscrizione amministrativa sulla quale l’ufficio estende la
sua giurisdizione6. Infine, altre scritte e disegni di natura per lo più occasionale
possono essere presenti sulle facce esterne delle coperte e, più regolarmente, al
loro interno. Si tratta di prove di penna e di composizioni figurative di varia natu-
ra e qualità formale, che rammentano le competenze grafiche di cui i notai erano
notoriamente dotati7, ma anche di scritture avventizie, ora di natura più personale
ora legate all’attività professionale dello scrivente, di proverbi o, ancora, di cita-
zioni di opere letterarie. Nelle carte perugine che saranno più dettagliatamente
studiate nell’ambito del progetto ARMARIUM si incontrano, per esempio, una
4
Tali lettere e disegni erano di conseguenza riportati negli inventari d’archivio, come av-
viene a Bologna: Romiti, L’armarium comunis e Il Liber seu memoriale.
5
Gli statuti del Comune di Bologna, pp. 565, 679.
6
Così avviene a Firenze, per esempio, dove la serie di registri con stemmi di funzionari
ha inizio però soltanto nel 1343, poiché la rivolta che mise termine alla signoria di Gualtieri
di Brienne fu accompagnata dalla distruzione dell’archivio giudiziario cittadino: Wolff,
Visualizzazioni giuridiche.
7
Vallerani, I disegni dei notai; Milani - Vallerani, Esperienza grafica e cultura notarile;
Gennari, I disegni dei notai; Buffo - Mangini, Pervasivi, polimorfi, performanti.
455
SSMD, n.s. IX (2025)
8
«In principio erat verbum et verbum erat apud Deum / et Deus erat verbum hoc erat in
principio apud / Deum et omnia propter ipso facta sunt et sine ipso / factum est nichil»: Perugia,
Fondazione Perugia, Collezione Albertini, Matheus (Matheolus) Alexandri de Torellis de Bononia,
capitano del popolo, 1322.
9
«La bufela infernale che malo non resta, mena gle spirte per la sua rapina, voltando et per-
ductendo gle molesta»: Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini, Paulus Petri Iohannis
de Guidonibus de Iterapne, podestà, 1341. Si tratta di una citazione di Dante, Inferno, V, vv. 31-34.
10
«Scimus enim mulierum animum semper virum appetere sicut appetit materia semper
formam, o utinam materia transiens semel in formam posset dici suo contenta formato. Set sicut
de forma ad formam materia p(ro)cedere materiam notum est, sic mulieris concupiscentia dis-
soluta debet procedere de viro ad virum creditur sine fine cum sit quedam profunditas sine fun-
do»: Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini, Ghinus Henrici de Fortiguerris de Senis,
podestà 1376. Si tratta di una citazione da Guido delle Colonne, Historia destructionis Troiae,
II, 17.
11
Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini, Iacobus Lanfranchi de Rangonibus de
Mutina, capitano del popolo, 1389.
12
Oltre a Cerretelli, Sui pittori di stemmi e scudiccioli, si veda, per Bologna, Antonelli -
Boris - Farolfi - Lollini, Lo sguardo del potere, pp. 5-17 e, prima ancora, Cencetti, Stemmi di
podestà e Guadandi, Podestà, Consoli.
13
Su questo progetto dal titolo ‘Authentizität, ‘Stil’ und ‘Originalität’. Die Miniaturen,
Zeichnungen und Zeichen von Notaren auf und in Gerichtsbüchern des 14. und 15. Jahrhunderts im
Staatsarchiv von Florenz - der Bestand ‘Giudice degli appelli e nullità’ (1338-1491), condotto all’Uni-
versità di Stoccarda, v. [Link]
14
Wolff, Visualizzazioni giuridiche ed Ead., Eigenhändigkeit und Kopie.
456
Ferrari, Progetto ARMARIUM
brano essere state principalmente impiegate per illustrare gli stemmi di una data
famiglia o di un dato personaggio, oppure per costituire stemmari parziali15.
Solo alcuni esempi isolati, ma comunque di estremo interesse16, oppure produ-
zioni specifiche e prestigiose, come quelle delle tavolette prodotte per gli uffici di
Biccherna e Gabella del comune di Siena a partire dalla metà del Duecento, sono
state oggetto di studi più approfonditi. Pur presentando un’intestazione associata
a un’immagine, le tavolette senesi possono tuttavia essere assimilate solo parzial-
mente alle coperte flosce appena descritte, a causa dei temi iconografici impie-
gati (gli stemmi sono spesso accompagnati da scene che mostrano il magistrato
al lavoro o che sono ispirate all’iconografia politica della città), della loro qualità
formale (sono realizzate dai migliori artisti disponibili sul mercato) e, soprattutto,
della loro funzione: oggetti nati per rispondere a un’esigenza pratica, le biccherne
diventano infatti rapidamente delle vere e proprie opere d’arte a sé stanti che,
svincolate dal registro stesso, manifestano il prestigio degli uffici preposti alla
gestione delle finanze comunali17.
2. Corpus documentario
457
SSMD, n.s. IX (2025)
parte importante dell’archivio antico del comune di Perugia ad opera della stessa
amministrazione municipale. Principalmente grazie ai verbali del Consiglio degli
archivi del Regno d’Italia18, sappiamo che nel 1853 molte «scritture medievali»
perugine risalenti al XIII-XV secolo furono acquistate da Joseph Spithöver (1813-
1892), antiquario tedesco di una certa fama che, nella seconda metà dell’Ottocen-
to, animava la scena culturale romana19. Negli anni seguenti il comune di Perugia
avviò più volte le pratiche per recuperare la documentazione dispersa, ma senza
mai portare a termine l’operazione. Dopo aver ceduto parecchie coperte «mem-
branacee, e ornate di stemmi a tempera» a un «negoziante forestiere» di Parigi,
nel marzo del 1881 Spithöver intavolò così trattative per cedere tutti i documen-
ti perugini ancora in suo possesso direttamente alle autorità italiane, avvertite
dell’esistenza di questo corpus documentario già nel gennaio del 187820. All’epoca
questo era composto da «2000 volumi tra grossi e sottili di pergamene relative ad
affari giudiziarii, a Gabelle ecc., che dal 1265 vengono alla prima metà del secolo
XVI», ai quali andavano aggiunti più di 2000 pergamene sciolte e molti «altri atti
in carta bambagina», dall’antiquario fortunosamente salvati tra i tanti destinati
dal macero21. Le discussioni si protrassero per diversi mesi, ma si conclusero in
un nulla di fatto: il consiglio sollevò infatti obiezioni sulla competenza delle auto-
rità italiane a intervenire nell’acquisto di pezzi d’archivio venduti da un’ammini-
strazione comunale, in epoca perdipiù preunitaria, e, soprattutto, giudicò la cifra
pretesa da Spithöver per la cessione dei documenti troppo elevata22. Dei duemila
registri perugini oggetto della trattativa si perde così rapidamente la traccia. È
verosimile che, a seguito dello stallo definitivo delle trattative con lo stato italiano,
dopo la riunione del dicembre del 1883 che ancora si occupò delle «pergamene di
Perugia possedute dal libraio Spithöver»23, quest’ultimo avesse deciso di disfarsi
18
Queste vicende sono state ricostruite grazie al contributo di Luisa Clotilde Gentile,
Thibault Pelletier, Andrea Capaccioni e Giovanna Giubbini, che sta approfondendo le indagini
negli archivi perugini e romani per chiarire l’intera storia di questo complesso documentario
ricomposto. Dalle vendite del 1853 deriva anche il fondo Fasano di Gardone, una raccolta di do-
cumenti perugini egualmente dispersi sul mercato antiquario, ma confiscati dallo Stato italiano
come preda di guerra al termine del primo conflitto mondiale «nella villa di un suddito tedesco
a Fasano di Gardone»: Archivio di Stato di Perugia, pp. 3-5.
19
ACS, Consiglio superiore degli archivi, Verbali dell’Assemblea, Verbale della seduta n.
31 (31/01/1878): [Link]
20
Ivi.
21
ACS, Consiglio superiore degli archivi, Verbali dell’Assemblea, verbale della seduta n. 57
(07/03/1881): [Link] L’insieme
è descritto con più precisione ivi, verbale della seduta n. 62 (25/04/1881) che, per un errore forse
di battitura, indica però la presenza di soli «200 volumi circa di atti criminali e di libri d’entrata
e uscita, appartenenti ai secoli XIII, XIV, e XV»: [Link]
ricerca/detail/2720995.
22
ACS, Consiglio superiore degli archivi, Verbali dell’Assemblea, verbale della seduta n.
64 (08/07/1881): [Link] V. an-
che ivi, verbale della seduta n. 66 (14/02/1882): [Link]
ricerca/detail/2721002.
23
ACS, Consiglio superiore degli archivi, Verbali dell’Assemblea, Verbale della seduta n.
458
Ferrari, Progetto ARMARIUM
dell’ingombrante raccolta, vendendola sul mercato. E per rendere i pezzi più ap-
petibili per i collezionisti, come già aveva fatto qualche anno prima, separò vero-
similmente le coperte con stemmi dai fascicoli contenuti al loro interno24.
È difficile dire se le 29 coperte di registro stemmate, prive però dei quaderni in
esse un tempo rilegati, acquisite nel 1920 dal Fitzwilliam Collection Museum di
Cambridge (ms. 299.1-29) facessero parte di una nuova vendita o derivino da quel
nucleo ceduto da Sptithöver prima del 188125. E lo stesso dubbio aleggia sull’origi-
ne delle altre coperte di registro perugine, tutte ugualmente ornate di stemmi, ap-
parse sul mercato antiquario francese nel corso degli ultimi dieci-quindici anni26 e
di quelle che formano la piccola raccolta di proprietà Orsini de Marzo27. Abbiamo
invece ragionevole motivo di credere che al nucleo oggetto delle trattative tra l’an-
tiquario tedesco e le autorità italiane appartenessero le 1749 coperte che formano
la Collezione Albertini di Fondazione Perugia. Fortunosamente rintracciate a par-
tire dalla primavera del 2019 da Thibault Pelletier nell’ovest della Francia, queste
erano sparse in nuclei di consistenza variabile tra i membri di una stessa famiglia.
Non è del tutto chiaro come questo insieme importante di documenti perugini
sia giunto anch’esso Oltralpe, dov’era senz’altro presente un collezionismo inte-
ressato all’arte araldica già nel tardo Ottocento, come prova la già citata vendita
operata da Spithöver a un negoziante parigino prima del 1881. Sappiamo però che
un nucleo consistente della Collezione Albertini è stato rinvenuto in un castello si-
tuato nel comune di Saint-Aulaye (Dordogna), che François Gilbert Viault, medi-
co e professore di anatomia generale e istologia all’università di Bordeaux nonché
antenato comune degli ultimi possessori delle coperte perugine, acquistò nel 1887
e restaurò successivamente in stile neorinascimentale. Il medico di Bordeaux ave-
va sposato nel 1885 Julia Josefa Gregoria Albertini de la Banda (Lima 1853-Borde-
aux 1888), figlia di Louis Eugenio Albertini (Versailles 1823-Parigi 1880), giurista
e diplomatico di origini italo-peruviane, al quale la collezione è stata intitolata
al momento della vendita. Sembra tuttavia difficile che questi abbia potuto ac-
459
SSMD, n.s. IX (2025)
Man mano che venivano ritrovate, le coperte di registro che formano la Collezione
Albertini, che potei in parte esaminare nella primavera del 2019 in compagnia di
Laurent Hablot riconoscendone per primo l’origine perugina, sono state intera-
mente digitalizzate recto/verso impiegando il materiale informatico messo a dispo-
sizione dell’Università di Poitiers (scanner iS2 Copibook A2 HD, risoluzione 400
dpi)30. Nell’ambito del progetto ARMARIUM le 3693 scansioni in formato JPEG
(26,43 GB) così ottenute saranno integralmente versate e indicizzate nella base
ARCA ([Link] biblioteca digitale dell’IRHT che, impiegando le
funzionalità del protocollo IIIF, garantisce la piena interoperabilità delle immagi-
ni e dei loro metadati, nonché la loro conservazione sul lungo termine.
Le immagini così organizzate saranno integrate nella base Armarium che, ela-
borata dal polo informatico dell’Institut de Recherche et d’Histoire des Textes di
Parigi, consentirà anche la strutturazione dei dati ricavati dallo studio dei docu-
menti, con particolare riferimento alla trascrizione degli elementi testuali e alla
blasonatura degli stemmi31. La base Armarium sarà costituita come un’interfaccia
28
Così è riportato nel catalogo d’asta: [Link]
uploads/2024/05/Plaquette-Vente-Manuscrits-Mirabaud-Mercier-20.06.24_compressed-[Link].
29
Le informazioni sui personaggi qui nominati sono state raccolte da Thibault Pelletier.
30
L’operazione è stata realizzata da Thibault Pelletier, grazie all’interessamento di Laurent
Hablot, all’epoca maître de conference in storia medievale all’Università di Poitiers e oggi di-
recteur d’études sulla cattedra di emblematica occidentale all´École Pratique des Hautes Études
di Parigi, e di Martin Aurell, allora direttore del Centre d’Études Supérieures de Civilisation
Médiévales di Poitiers.
31
Un primo lavoro di descrizione degli stemmi e di trascrizione dei tutuli e delle altre
scritture presenti sulle coperte è stato realizzato da Thibault Pelletier in collaborazione con chi
scrive. Nell’ambito del progetto, tali informazioni saranno attentamente controllate in stretta
collaborazione con Paola Monacchia e Maria Grazia Bistoni che hanno già avviato in questi
460
Ferrari, Progetto ARMARIUM
461
SSMD, n.s. IX (2025)
34
Riferimento d’obbligo su tale soggetto è l’opera diretta da Maire Vigueur, I podestà dell’I-
talia comunale. Da un primo sondaggio sulle coperte Albertini sono già emersi nomi di magistrati
e notai non presenti nelle liste, pur ricchissime, di Giorgetti, Podestà, Capitani del popolo e loro
ufficiali.
35
A Prato, un inventario dei libri e delle scritture del comune risalente al 1380 circa ricorda
che i registri prodotti durante il mandato di un magistrato erano conservati in una cassetta
di legno dipinta col suo stemma: Cerretelli, Sui pittori di stemmi e scudiccioli, p. 115 nota 43,
119, 144-148 e Ferrari, Notariato e sapere araldico, p. 101. A titolo d’esempio, si ricorderà che a
Bologna, fra la fine del Duecento e i primi del Trecento, la sola curia del capitano del popolo
produceva una media di due registri al mese: Il Liber seu memoriale, p. 68. Sempre a Bologna,
negli anni Sessanta del Novecento si contavano ancora 5670 registri podestarili ornati di stem-
ma: Gualandi, Podestà, Consoli, p. 193.
36
Questi dichiarano infatti che «la raccolta è poi interessantissima anche per la parte aral-
dica, essendo ogni fascicolo coperto di una pergamena ornata di stemma e di fregi a tempera»:
Verbale della seduta n. 57 del 1881 (07.03.1881), punto n. 1.
462
Ferrari, Progetto ARMARIUM
37
Sul progetto della durata di tre anni, v. [Link]
38
Cencetti, Stemmi di podestà, p. 241.
39
Per la Lombardia, il più antico stemmario conservato è il Trivulziano (Milano, Archivio
storico civico e Biblioteca trivulziana, ms. 1390), composto nel corso della seconda metà del
Quattrocento, sul quale vedasi ora Ferrari, Les armoriaux Trivulziano et Carpani.
463
SSMD, n.s. IX (2025)
e nel 1353, è per esempio identificato da uno stemma che aumenta l’arme fami-
liare, ora, con un capo d’Angiò ma caricato con una sorta di cantone con l’arme
d’Ungheria40, ora, con un capo d’Angiò-Taranto, nel quale però i pendenti del
lambello sono caricati da anelli e crocette d’oro (Fig. 4). Se l’adozione dell’arme del
ramo angioino di Taranto poteva, a queste date, avere a che fare con le tensioni
seguenti la morte di Roberto d’Angiò, incuriosisce constatare che anche Guelfo
Labari de’ Pugliesi di Prato, capitano nel 1316, aumenti lo stemma familiare con
l’insegna degli Angiò-Taranto (Fig. 5): in modo sorprendente, però, quest’ultima
non è messa in capo allo scudo, ma nel cuore di un raggio di carbonchio, mentre
la banda d’argento prende una dentatura d’argento e di rosso che, finora, ho ritro-
vato soltanto in una miniatura del celebre Villani vaticano che illustra la difesa di
Firenze contro i pisani da parte di Filippo di Taranto nel 1315 (BAV, ms. Chigiano
L VIII 296, f. 212v).
Attraverso l’analisi di questo repertorio araldico vasto e formato da stemmi
che possono essere ricondotti, nella maggioranza dei casi, al loro portatore e a un
arco cronologico ben preciso, lo studio delle coperte della Collezione Albertini
permetterà dunque di studiare la nascita, lo sviluppo e gli usi concreti dell’araldi-
ca nella rappresentazione dell’individuo, delle famiglie e dei gruppi socio-politi-
ci nell’Italia comunale; di contribuire all’identificazione dei detentori del sapere
araldico, in un paese in cui gli araldi, veri specialisti del blasone, hanno avuto un
ruolo marginale e dove gli specialisti del diritto sembrano avere invece giocato
una funzione ben più preponderante41; di stabilire, attraverso un confronto con
altre fonti documentarie (statuti e registri di spesa), la rete e lo statuto professio-
nale dei pittori che lavorano per il comune e il ruolo da questi svolto nell’impa-
ginazione delle coperte e, eventualmente, nella realizzazione e concezione stessa
degli stemmi42.
40
Che si ritrova anche in un registro ancora conservato in ASPg, fondo Podestà, b. 118.
41
Come ipotizza Wolff, Visualizzazioni giuridiche, pp. 216-220.
42
A tale proposito, mi permetto di rimandare, per qualche considerazione preliminare a
Ferrari, Au service de la Commune.
464
Ferrari, Progetto ARMARIUM
ILLUSTRAZIONI
Fig. 1a-1b: Coperta di registro realizzata con una pergamena di reimpiego (recto: arme di
magistrato sconosciuto; verso: atto recante la data 14 novembre 1338). Perugia, Fondazione
Perugia, Collezione Albertini di Fondazione Perugia.
Fig. 2: Coperta del Liber solutionum… del giudice di giustizia Iacobus Pasinellus de Reate
(Perugia, 1291). Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini di Fondazione Perugia.
465
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 3: Coperta del Liber accusationum del podestà Palazinus (Pallaciunus) de Palazo de Brescia
(Perugia, 1299). Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini di Fondazione Perugia.
466
Ferrari, Progetto ARMARIUM
Fig. 4: Coperta del Liber inquisitionum del podestà Robertus Actaviani de Belfortibus de Vulter-
ris (Perugia, 1345 o 1353). Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Albertini di Fondazione
Perugia.
467
SSMD, n.s. IX (2025)
Fig. 5: Coperta del Liber bannitorum et bannorum del capitano del popolo Guelfo Labari de
Puliensibus (Pulgensibus) (Perugia, 1316). Perugia, Fondazione Perugia, Collezione Alberti-
ni di Fondazione Perugia.
468
Ferrari, Progetto ARMARIUM
MANOSCRITTI
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), ms. Chigiano L VIII 296,
Giovanni Villani, Nuova cronica.
Roma, Archivio Centrale dello Stato (ACS), Consiglio superiore degli archivi, Verbali
dell’Assemblea, Verbale della seduta n. 31, 57, 64, 88.
Perugia, Archivio di Stato (ASPg), Comune di Perugia, fondo capitano del popolo,
busta 46.
Standford, University Libraries, ms. M0374, Perugia (Italy), Court of the Podestà records,
1290-1386.
BIBLIOGRAFIA
469
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del Medioevo, in Notai tra ars e arte [v.], pp. 89-110
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d’armoiries lombards de la fin du XVe siècle, in De nouveaux regards sur les armoriaux
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in camara actorum populi Bononie del 1324. L’inventariazione archivistica all’inizio del
Trecento, a cura di Armando Antonelli - Giuliano Milani, Roma 2024.
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Dino Puncuh, Genova 2019, pp. 801-824.
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tra Due e Trecento, in Storia, Archivi, Amministrazione. Atti delle giornate di studio in
onore di Isabella Zanni Rosiello, Bologna, 16-17 novembre 2000, a cura di Carmela
Binchi - Tiziana di Zio, Roma 2004, pp. 311-336.
470
Ferrari, Progetto ARMARIUM
Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settem-
bre 2025.
TITLE
Progetto ARMARIUM. Studio delle coperte di registro stemmate dei comuni italiani: la
Collezione Albertini di Fondazione Perugia
471
SSMD, n.s. IX (2025)
ARMARIUM project. Study of Armorial Register Covers in Italian Communes: the Al-
bertini Collection of Fondazione Perugia
ABSTRACT
Dalla metà del XIII secolo, gli uffici comunali italiani trascrivono gli atti da loro
prodotti in registri legati, le cui coperte in pergamena recano lo stemma del po-
destà o capitano del popolo, elementi testuali che specificano la natura degli atti
contenuti e indicano i nomi del notaio e del magistrato incaricati, oltre a dise-
gni e annotazioni spontanee. A questa documentazione ancora poco conosciuta
è dedicato il progetto ARMARIUM (Parigi, EPHE-Saprat/IRHT) che, in questa
prima fase, si concentrerà sull’esame della collezione Albertini, un corpus inedito
di oltre 1700 coperte di registro prodotte dal comune di Perugia nel XIII-XV se-
colo, acquistato nel giugno 2024 dalla Fondazione Perugia. ARMARIUM metterà
a disposizione della comunità scientifica una base di dati che conterrà la digita-
lizzazione integrale di questi documenti e i dati derivati dalla loro analisi, al fine
di contribuire allo studio delle pratiche di rappresentazione degli individui e dei
gruppi sociali nel Medioevo, alla ricostruzione delle reti di reclutamento e della
mobilità degli ufficiali comunali, alla conoscenza della cultura giuridica, lettera-
ria, artistica ed araldica dei professionisti del diritto.
From the mid-thirteenth century onward, Italian communal offices began tran-
scribing the acts they produced into bound registers, whose parchment covers
bore the coat of arms of the podestà or capitano del popolo, textual elements speci-
fying the nature of the recorded acts, and the names of the notary and magistrate
responsible, as well as spontaneous drawings and annotations. The ARMARI-
UM project (Paris, EPHE-Saprat/IRHT) is dedicated to the study of this still lit-
tle-known documentation. In this initial stage, the project will focus on the exam-
ination of the Albertini Collection, an unpublished corpus of over 1,700 register
covers produced by the commune of Perugia between the 13th and 15th centuries,
acquired in June 2024 by the Fondazione Perugia. ARMARIUM aims to provide
the scholarly community with a database containing full digital reproductions
of these documents, together with data derived from their analysis. The project
seeks to contribute to the study of the practices of representation of individuals
and social groups in the Middle Ages, the reconstruction of recruitment networks
and mobility of communal officials, and the broader understanding of the legal,
literary, artistic, and heraldic culture of legal professionals.
KEYWORDS
472
Learning by Re-searching. The experience
of the INTRADAMS Summer School at the Crossroads
of Skill Acquisition and Knowledge Production
di Ludovica Invernizzi
[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29596
Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica, n.s. IX (2025)
Rivista del Dipartimento di Studi Storici ‘Federico Chabod’
Università degli Studi di Milano
<[Link]
ISSN 2611-318X
DOI 10.54103/2611-318X/29596
Ludovica Invernizzi
Università degli Studi di Milano
[Link]@[Link]
From the very beginning, the INTRADAMS (INtegrating TRaditional and Digital
Approaches in Manuscript Studies) Summer School organized by the University
of Milan has had a clear set of objectives: not only to offer Italian and international
students and researchers the opportunity to become familiar with the most recent
technologies in the study of palimpsest materials – specifically Multispectral Im-
aging (MSI) technologies – , but also to foster cooperation among individuals with
different yet complementary areas of expertise and educational backgrounds1.
Quoting the call of the school itself, the course aims at promoting:
1
To learn more about Multispectral Imaging technologies and their possible applica-
tions on palimpsest manuscripts see Bearman - Booras - Chabires, Imaging the past; Davies
- Zawacki, Making Light Work; and Zawacki, Fragments under the Lens. Among the many ini-
tiatives operating with MSI techniques for the study of palimpsest material, here we will just
recall the Lazarus Project that coordinates different sub-initiatives aimed at recovering different
palimpsest materials such as manuscripts, maps and paintings, currently hiding in the col-
lections of several institutions across the world; see more at [Link]
projects/. As concerns projects active in Italy, the partnership with the Library and Archive of
the Chapter of Vercelli has brought to some significant results on artifacts like a 13th century
world map, see Davies, Multispectral Imaging of the Vercelli Mappa Mundi; Ead., Heavenward Gaze,
Earthly Ambitions; and on the renowned Vercelli Book, see Heyworth, New Light on the Vercelli
Book. Furthermore, multispectral imaging analyses are still processing and recovering important
documentary palimpsests from another manuscript of the Vercelli Chapter, the ms. CLXXI, see
Vignodelli, Scarto e reimpiego all’Archivio Capitolare di Vercelli.
SSMD, n.s. IX (2025)
2
As it is stated on the site of the call for the INTRADAMS Summer School, [Link]
[Link]/it/didattica/progetti-e-laboratori/summer-school-intradams.
3
Molinari, Handwritten culture, p. 98.
4
ASCBT, Triv. 1084. The codicological sheet of this manuscript is available on the Manus
Online catalogue at the url: [Link] On the library and its
collections, here follows the institutional site at [Link]
teche/archivio-storico-civico-e-biblioteca-trivulziana; see also Santoro, I tesori della Trivulziana;
ead., I codici medievali; Pontone, I manoscritti datati.
5
The title used to identify the clergyman who had to oversee over minor clerics of the
church. On the role of the Primicerius and the differences between Primicerio maggiore and
Primicerio minore see Compagnoni, Primicerio maggiore, pp. 415-419; Id., Primicerio minore, pp.
419-422.
476
Invernizzi, Learning by Re-searching
6
BCMM, Manoscritti, II-E-02-006 (Liber Primicerii). For the codicological sheet see https://
[Link]/cnmd/0000274260.
7
BCMM, Manoscritti, II-E-02-016 (Fragmentum Calendarii Ambrosiani). For the codicolo-
gical sheet see [Link] On the history and the manuscript
heritage of the library see Ruggeri, Documenti per la storia della Biblioteca; and Codici, persone,
libri e documenti. For the institute’s web page see at [Link]
capitolo-metropolitano/biblioteca-capitolare/.
8
An overview of the teachers and lecturers that take part in INTRADAMS is avai-
lable at this web-page: [Link]
summer-school-intradams.
9
More information on the Hoku software at [Link]
10
ASCBT, Triv. 1084, ff. 54v, 78v.
477
SSMD, n.s. IX (2025)
both the legal nature of the text and its geographical and chronological context11;
and, lastly, a folio containing material of literary origin12.
The operations carried out during the second edition of the school, and then
continued by some alumni after the end of the course, made it possible to further
expand the pool of processed folios, bringing additional documentation to light
and further unfolding the great complexity of the materials used in the manu-
script’s composition. First of all, additional folios containing documents from the
southern Italian area were identified and made accessible again, albeit with vary-
ing degrees of legibility depending on the reuse process. Confirming what had al-
ready been noted in some preliminary analyses of the manuscript, the processing
of the multispectral images revealed the presence of folios subjected to various
methods of erasing previous writing: in some cases, the text had merely been
washed off, while in others it had been further scraped away, making it more
difficult — or at times impossible — to read.
Without going into too much details, no fewer than 60 documents have been
calculated to be within the pages of the Triv. 108413, most of which clearly traced
to the area of the Kingdom of Naples during the Angevin rule, as indicated by ref-
erences to King Robert of Anjou (1309-1343) and Queen Johanna I of Anjou (1344-
1352)14. This is certainly a significant discovery, especially in light of the severe
loss suffered by the Neapolitan documentation over the centuries and particu-
larly during the events of the Second World War15. Also, more folios bearing the
‘curialesque’ type of writing have been found and have been eventually linked to
their possible production setting, again corresponding to late medieval (13th-14th
11
Ivi, ff. 23v, 28v, 84v.
12
Ivi, f. 90v.
13
Ivi, ff. 38r, 69r, 71r, 72v, 73r, 75r, 78v, 79r, 93r, 106v, 107r, 110v, 111r, 117r, 119r, 123r,
125r, 126v, 130v, 144v, 145r, 148v, 150v, 165r, 168v, 184v, 194v, 195r, 196v, 197r, 199r, 207r, 208v,
209r, 212v, 216v, 220v, 226v, 231r, 239r, 241r, 244v, 245r. As regards those documents identified
on both parts of a bifolio see ff. 51r-54v, 58v-63r, 59r-62v, 60v-61r, 84v-85r, 91r-94v, 115r-118v,
162v-167r, 169r-176v, 180v-181r, 188v-189r, 193r-200v, 210v-215r, 211r-214v, 217r-224v,
218v-223r, 219r-222v, 225r-232v, 227r-230v, 228v-229r, 233r-240v, 235r-238v, 236v-237r,
242r-247v, 243r-246v; this means a total of 43 folios and 25 bifolia.
14
For an introduction on the Angevin domination on Naples see Musi, Il Regno di Napoli,
especially the second chapter Angoini e Argonesi, pp. 63-72; also see Storia di Napoli. Volume III,
pp. 1-333. Specifically, regarding King Robert, Queen Johanna and the surviving documenta-
tion from their period see Coniglio, Angiò, Roberto; Kiesewetter, Giovanna I d’Angiò; Ruocco,
Documenti dei Registri Angioini; a recent contribution is in Esposito, I documenti delle arche in carta
bambagina.
15
To give some context, the State Archive of Naples was significantly impacted by many
accidents occured in the years of the Second World conflict, loosing many archival series in the
process. Probabily the most destructive incident was the fire that broke out in September 1943 in
the Villa Montesano at San Paolo Belsito where a great deal of the Archive had been previously
transferred for safety reason. See Damiani - Feliciati, I Farnese tra Roma, Parma e Napoli, pp. 156-
161. Particularly on the events at Villa Montesano see also Tarallo, Tra distruzione, dispersione
e speranza.
478
Invernizzi, Learning by Re-searching
century) southern Italy16. Beyond these findings, students have discovered the
presence of further reused book materials, originating from two different sources.
The first is a manuscript of legal content written in French, detected on at least
three folios, including the one already recovered in 2023 during the first Summer
School (ff. 81r, 89r, 90v). The second, found on four folios (ff. 20v, 21r-v, 27r-v,
30r-v), corresponds with a Latin text recognized as a witness of Terence’s Andria17.
The activity of the third edition turned out to be equally fruitful. In fact, al-
though the Liber Primicerii has fewer palimpsests than the previously studied
manuscript, this indeed allowed researchers to acquire nearly all the images
needed – 26 folios18 – within the time available and concurrently to proceed with
the first processing attempts. The initial results confirm the preliminary observa-
tions made with the aid of the Wood lamp at the beginning of the manuscript’s
analysis: in this case, all the reused materials share both the same nature and
the same context of production, as they are all documentary records concerning
the episcopal church of Milan. Specifically, the identified documents mainly con-
sist of asset transactions and judgements from the bishop’s court, dated between
the second half of the 13th century and the late 14th century19. The perspective
of recovering such documentation presents an important opportunity to deepen
our understanding of the documentary-related practices within the environment
of the Milanese church not only regarding the production of its records, but es-
pecially in relation to the procedures and the criteria applied in discarding and
repurposing them.
In addition, the 2025 class also dedicated its efforts to the Fragmentum Calen-
darii Ambrosiani, which was entirerly photographed using the MSI system. As
mentioned above, the challenge here was to recover the parts of the manuscritps
that had been compromised by chemical reagents – such as the Gioberti tincture,
recognizable by its distinctive bluish traces – commonly employed in the 19th
century as scholars started to study this peculiar kind of material20. In the Ambro-
sian calendar, as in other chemically treated manuscripts, these substances were
16
ASCBT, Triv. 1084, ff. 1r, 3r, 4v, 5r, 6v, 11r, 12v, 13r, 14v, 15r, 17r, 19r, 22v, 23v, 24v, 25v,
26v, 28v, 29r, 34v, 57r, 64v, 95r, 109r, 143r, 203r, 205r.
17
The documents and the other materials found as palimpsest in the Triv. 1084 have been
studied for a preliminary inquiry presented at a seminar held on 12 June 2025 at the Archivio
Storico Civico e Biblioteca Trivulziana di Milano, see the event program at [Link]
[Link]/it/un-codice-della-commedia-e-i-suoi-palinsesti-trivulziano-1084-ricerca-e-didatti-
ca-transdisciplinari.
18
BCMM, Manoscritti, Ms. II-E-02-006 (Liber Primicerii), ff. 137r, 140v, 141v, 144v, 145r,
147r, 148r, 149r, 152v, 160v, 161r, 162v, 163v, 165r, 166r, 169r, 171r, 177r, 179r, 180v, 182v, 185r,
186v, 187r, 188v, 199r.
19
As regards the history of the archive of the Metropolitan Chapter of Milan see Ruggeri,
Contributo alla storia dell’Archivio; see also the introduction in Baroni, Le pergamene del XII secolo,
pp. V-X. On the archbishop’s medieval documentation see Ead., La documentazione arcivescovile.
The records issued by the 13th century Milan archbishops have been published by Maria Franca
Baroni in the Gli atti dell’arcivescovo e della Curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII series.
20
Regarding the treatment of palimpsests with chemical reagents during the 19th century
see Albrecht, Between Boon and Bane: The Use of Chemical Reagents in Palimsest Research.
479
SSMD, n.s. IX (2025)
originally applied to revive palimpsest texts. Today, however, they pose a signifi-
cant concern for the integrity of the artifact and to the readability of the same texts
they were meant to reveal. Given these circumstances, this case offered an ideal
opportunity to apply the MSI methods to attempt to read these scriptures beyond
the damages, in order to finally verify the liability of its existing edition21 and at
the same time to try out the capabilities of this tool in dealing with such tricky
situations.
The work initiated on the different case studies during the INTRADAMS Sum-
mer School has made it possible to uncover the intrinsic complexity of these ar-
tefacts. This sort of initial ‘excavation’ through the ‘layers’ of the palimpsests has
already managed to bring important results in the studying of these materials,
disclosing their high complexity and highlighting the potential such sources offer
on multiple levels. First and foremost, for the material itself hidden beneath the
surface of the currently visible text: discarded and erased in order to be reused,
it is precisely this repurposing that paradoxically ensured its preservation over
time, in a phenomenon well known to those who work with such sources. How-
ever, the potential does not lie solely in the content of the palimpsests — valuable
though it is — but also opens up promising avenues of research into the practices
of reusing book and documentary material in late medieval Italy22. What was the
precise context of production and then discarding of these texts? What were the
criteria for dismissing them? How did they end up converging to form the current
manuscripts? All of these are questions that warrant further investigation.
On the other hand, the inherent heterogeneity of the chosen manuscripts con-
tributed in making them perfect case studies for the purposes of the INTRAD-
AMS Summer School. Their high level of complexity made it possible to fully
capitalize on the heterogeneity of the students themselves and their specific aca-
demic backgrounds. Philologists, diplomatics scholars, paleographers, codicolo-
gists, and graduate students were all able to contribute: while experimenting with
newly acquired technical skills — particularly those related to the processing of
multispectral images — they also applied and shared their prior expertise in ana-
lyzing the emerging material. It was a collective effort that allowed us to expand
our own knowledge and, at the same time, to generate new insights which, we
hope, may serve as a useful foundation for a deeper understanding of the manu-
scripts and their ‘secrets’.
21
Heiming, Die ältesten ungedrucken Kalender der mailändischen Kirche.
22
Studies concerning documentary fragments are quite recent and they are just now filling
the gap with the more advanced research on fragments and palimpsests of book origins. On this
matter, the italian project REDDIS (REcycled meDieval Diplomatic fragmentS) constitutes a par-
ticularly avant-guard initiative directed at delivering a first mapping of documentary fragments
existing in different conservation institutes in Italy, see Mangini, Recycled Medieval Documentary
Fragments; Carbonetti - Mangini - Modesti - Ruzzin, Il progetto Recycled meDieval Diplomatic
fragmentS. For other studies on the re-use of documentary fragments see also the contributes in
the 2023 volume Documenti scartati, documenti reimpiegati.
480
Invernizzi, Learning by Re-searching
What is certain is that the course has proven to be an excellent starting point
for such projects and a major opportunity to generate a new cluster of scholars
capable of joining traditional approaches for the study of manuscripts and doc-
uments with innovative methods to push even further the development of these
disciplines.
MANOSCRITTI
BIBLIOGRAFIA
Felix Albrecht, Between Boon and Bane. The Use of Chemical Reagents in Palimpsest Research
in the Nineteenth Century, in Care and Conservation of Manuscripts 13 (Proceedings of
the Thirteenth International Seminar Held at the University of Copenhagen 13th-15th April
2001), edited by Matthew J. Driscoll, Copenhagen 2012, pp. 147-165.
Gli atti dell’arcivescovo e della Curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Filippo da
Lampugnano (1196-1206), Oberto da Pirovano (1206-1211), Gerardo da Sesso (1211),
Enrico da Settala (1213-1239), Guglielmo da Rezolo (1230-1241), a cura di Maria
Franca Baroni, Milano 2007.
Gli atti dell’arcivescovo e della Curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Leone da Perego
(1241-1257). Sede vacante (1257 ottobre - 1262 luglio), a cura di Maria Franca Baroni,
Milano 2002.
Gli atti dell’arcivescovo e della Curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Ottone Visconti
(1262-1295), a cura di Maria Franca Baroni, Milano 2000.
Gli atti dell’arcivescovo e della Curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Ruffino da Frisseto
(1295-1296). Sede vacante. Francesco da Parma (1296-1308), a cura di Maria Franca
Baroni, Milano 2005.
Maria Franca Baroni, La documentazione arcivescovile milanese in forma cancelleresca
(sec. XI - metà XIII), in Die Diplomatik der Bischofsurkunde vor 1250, herausgegeben
von Christoph Haidacher - Werner Köfler, Innsbruk 1995, pp. 305-317.
Maria Franca Baroni, Le pergamene del XII secolo della Chiesa Maggiore di Milano
(Capitolo Maggiore - Capitolo Minore - Decumani) conservate presso l’Archivio di Stato di
Milano, Milano 2003.
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SSMD, n.s. IX (2025)
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Invernizzi, Learning by Re-searching
Tutti i siti citati sono da intendersi attivi alla data dell’ultima consultazione: 4 settem-
bre 2025.
TITLE
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ABSTRACT
KEYWORDS
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