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Storia Romana

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STORIA ROMANA

Lezione I - 24/02: LE ORIGINI DI ROMA


Gli indoeuropei non hanno lasciato delle tracce dirette di sé ma sono delle popolazioni accomunate da una
circostanza, parlano lingue imparentate tra loro, sono delle popolazioni che hanno come ambiente
originario la Russia meridionale che fiorirono tra 5000-3000 confermate da Marija Gimbutas che parla di
cultura Kurgan. Gli indoeuropei sono una società nomade, fondata sul patriarcato che venerava come culto
le divinità che in genere erano connesse a fenomeni atmosferici. Al loro interno la società poteva
considerarsi tripartita: pastori, sacerdoti, guerrieri. Nei processi più evoluti di queste prime popolazioni
bisognerà intendere queste categorie in senso più lato, i sacerdoti saranno i vertici della vita religiosa ma
anche quelli della vita politica, i pastori saranno anche gli appartenenti ai ceti produttivi e i guerrieri saranno
proprio coloro preposti alla conquista. Dumézil parlò di unità di fondo di miti indoeuropei, personaggi
ricorrenti, sviluppi di vicende accomunati. Tra il 4400-2900 questi popoli cominciarono a migrare perché era
aumentato il livello del mar Mediterraneo che portò allo scioglimento dei ghiacciai, si caratterizzano delle
variazioni climatici che portarono alle ondate migratorie. L’ultima di queste ondate oltrepassò il Danubio e
arrivò in Italia. Di questa ondata facevano parte i Latini, Veneti, a noi interessano i Latini. I Latini si
impegnarono in quell’area che faceva parte del cosiddetto Latium Antico, territorio a sud del Tevere e
confinava con gli Etruschi a nord con i Volsci a Sud e su cui sarebbero sorte poi varie città prima e oltre
rispetto alla stessa Roma. I Latini parlano appunto una lingua indoeuropea, per la precisione una lingua
che a seconda del mondo in cui veniva pronunciata la parola 100 si definisce il gruppo Kentum. Questo
popolo arrivò ad occupare lo spazio che sarà quello che da poi cominciò tutto, la città di Roma. Roma si
trova geograficamente a una ventina di chilometri dalla foce del Tevere e vicino ci sono vulcani attivi che
all’epoca ruttavano sabbia, ghiaia e altri materiali che originarono i tufi, che fecero sorgere una serie di
piccole alture, i cosiddetti colli, i celebri 7 colli di Roma tra cui è compreso un colle su cui ci soffermeremo
ora, il Colle Palatino. Il colle Palatino è a 50 metri dal livello del mare, in una posizione centrale rispetto
agli altri 7 colli, da un lato ha delle pareti impervie che permette di difendersi, d’altro lato è vicino al Tevere,
nella zona ad Est c’è una palude. Fu occupata dal secondo millennio, è una questione il carattere più o
meno stabile di questi occupamenti, in ogni caso si può postulare un’occupazione continua almeno a
partire dal IX secolo a.C., l’occupazione da questo secolo fu stabile. Si determinarono le prime strutture,
piccoli insediamenti, capanne rettangolari con parete di canne e argilla e tetto a spiovente ricoperto di
frasche. Ci sono resti di queste capanne, la capanna doveva presentare 4 fori, c’era una porta all’entrata
preceduta da una copertura. Le pareti sono fatte di canne ricoperte di argilla, al centro della capanna c’era
un focolare che ha funzione connessa non solo alla funzionalità della cottura ma anche alla vita religiosa.
All’esterno una canaletta per il reflusso delle acque piovane. La valle che all'epoca era un sepolcreto
sarebbe stato in seguito il centro della vita civile in ogni epoca. In quella fase però, IX secolo è una palude
utilizzabile solo per le sepolture.

Quand’è che nasce la città di Roma? Quando nasce Roma è una domanda che prima ancora che una
data, implica una questione di metodo; che significa nascita di Roma? Quand’è che nasce una città, qui
bisogna distinguere perché l’urbanizzazione non è sufficiente. La presenza di edifici per quanto folti e
grandi non sempre coincide con la nascita della consapevolezza di appartenere ad una medesima
comunità. Una città nasce quando un gruppo di genti riconosce un’autorità centrale e riconoscendosi come,
quando la dimensione del pubblico si afferma su quella del privato.

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Gli approcci sui quali divergono le origini di Roma sono due:

-​ Rifacendosi alle tradizioni letterarie fornite dagli autori antichi storici su Roma in lingua greca o
latina, che, come atto formativo, attestano la fondazione di Roma da Romolo
-​ Chiamare in causa le testimonianze archeologiche

Durante il Sacco Gallico un incendio aveva compromesso la conservazione delle poche testimonianze
conservate fino ad allora; quindi, su cosa ricostruivano gli autori antichi le origini di Roma su base
letteraria?

Innanzitutto, sulle leggende preesistenti, leggende sia greche che romane fuse insieme, e saranno
conservate nei Carmina Convivalia, testi che dopo banchetti di una certa importanza venivano declamati a
ricordo degli antenati. Gli Annali del pontefice massimo, messi per iscritto su una tavola bianca anno per
anno con gli avvenimenti più importanti. Ennio nel II secolo a.C. definiva Romolo come un nipote di Enea,
però Enea fuoriesce da Troia nel 1184 e la fondazione di Roma per la prevalenza delle leggende romane
alla metà dell’VIII secolo a.C. Questo problema uscì così, la leggenda greca e romana venne fusa insieme,
un mitico Evandro fu il palatino che accoglie enea, il quale avrà un figlio che prende il nome di Iulu che
regna in una città chiamata Albalunga, l’ultimo dei 12 re di Albalonga è Numitore che genera una figlia, Rea
Silvia che genera con Marte Romolo e Remo che nel 753 fondano Roma.

ROMOLO E REMO

Il tema dei gemelli ha sempre suscitato un notevole interesse, è una costante di interesse antropologico
anche perché si instaura un legame frequente fra la coppia gemellare e la regalità. Quello che è inedito è il
fatto che ad un certo punto nella leggenda di questi due gemelli insorge un particolare significato, il
fratricidio l’uccisione di un gemello, non c’è mai alla base della fondazione della città. Una maledizione che
dagli albori accompagnava il percorso di questa città nata da un fratricidio. La leggenda di Romolo e Remo
venne codificata nel III secolo; ricordiamo però che la storiografia romana aveva una intendenza,
intervenire con interpretazione, commenti, slogan sulla contemporaneità a partire dalla storia passata. Fu
così che gli analisti del IX secolo proiettarono il carattere terribile della Guerra Civile intesa come uccisione
fra concittadini nel tessuto delle origini, e andarono ad immaginare che il fratricidio dei concittadini durante
le Guerre Civili fosse stato configurato dal fratricidio di Romolo e Remo che venne conferito soltanto del I
secolo a.C. ed è da allora che Romolo ha ucciso Remo. Enea è già presente in oggetti artistici Etruschi del
VI secolo a.C., soprattutto nella produzione di Deio, una città a Nord di Roma e che con Roma ingaggerà
una serie di conflitti. La leggenda di Roma arrivò a Roma a partire dai contatti con il mondo greco filtrati da
una qualche città che tendenzialmente non si definisce Etrusca. Il mito di Enea non è un mito Etrusco ma
Greco. Roma, dunque, è città Etrusca o Greca? Nel IV-V secolo c’è un autore greco che considerava Roma
come una città Troiana dal punto di vista delle prime origini, però lo stesso la considerava una città Etrusca
dal punto di vista geografico. Licofrone nel poema intitolato ‘’Alessandra’’ postulò una cooperazione della
colonizzazione del Lazio tra due eroi greci Enea e Ulisse con i fratelli Etruschi Tarconte e Tirreno. In età
Augustea, uno storico affermato, postulò invece una città solo Greca, Roma città greca. Durante
l’egemonia culturale nel II secolo a.C. i Romani preferivano ritenersi discendenti dei Troiani attraverso Enea
che avevano trovato il modo di porre a monte dell’albero genealogico di Romolo. Fu con Virgilio che anche
presso i Romani divenne di attualità la polarizzazione fra i sostenitori dell’origine Etrusca e i sostenitori
dell’origine Greca e Romana, Virgilio preferiva abbracciare l’ipotesi di un’origine Etrusca perché Dardano il
fondatore di Troia proveniva da Cortone e dunque Enea non faceva che tornare nell’originaria Etruria. Le
narrazioni letterarie sulle origini di Roma, la questione si impose a partire dalla fine dell’800, in Italia

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predomina una corrente che altrove avevano conosciuto molto prima come ad esempio di Olanda, Ettore
Pais rigetta in blocco tutti i dati della tradizione letteraria sulla Roma Arcaica, corrente che venne chiamata
ipercriticismo. Furono i sostenitori dell’ipercriticismo parallelamente agli sforzi che tendevano a riportare
alla luce i monumenti della Roma Antica ingabbiati da sovra strutture a rilanciare ad un approccio per via
diversa. A prescindere e non più esclusivamente ma ricorrendo alla documentazione degli scavi
archeologici. Con l’inizio del XX secolo l’archeologia venne così a definire il ruolo di scienza da cui in
relazione alla questione delle origini di Roma ci si aspetta di ricevere una conferma o smentita rispetto ai
dati. C’è uno scavo importante di cui assunse la direzione Giacomo Boni, già all’inizio del 1889 vennero i
primi dati di questi scavi, questi scavi vedono emergono un pavimento rettangolare di colore nero che
dunque farà contrasto con le altre lastre che erano bianche, sotto questo pavimento emerge un insieme
confuso di blocchi, frammenti di una specie di cinta consacrata fra le quali si staiava un cippo che ha 4
facce con caratteri incise, il cosiddetto lapis, la pietra nera. Si era di fronte alla più antica iscrizione di Roma
scritta con un altino arcaico, in questa c’era un termine che si distingue dagli altri, ‘’rex’’, re. Questa è
un’importante scoperta perché rex in qualche modo evocava che Roma aveva conosciuto una fase
monarchica e dunque le testimonianze di linee degli altri secondo cui Romolo sarebbe stato il primo re da
questa scoperta uscivano rafforzate. L’archeologia precedette molti benefici e si affrancò dalla storia
accusando un carattere di scienza autonoma. Ci furono poi altri scavi che giunsero a ridisegnare la
cronologia della fondazione di Roma, il primo scavo è Gjerstad che basandosi anche sul materiale
proveniente dagli scavi di Giacomo Boni si convinse che la data inerente alla fondazione di Roma andasse
abbassata (posticipata) fino agli anni della prima pavimentazione del foro, nonché intorno al 575. Sul
sepolcreto sotto al Palatino sarebbero sorte della Capanne che intorno al 575 sarebbero state abbattute nel
momento in cui si pavimentava quell’aria. In questo caso se si fosse affermata la ricostruzione del Gesto
sarebbe stato un colpo non sanabile per la tradizione letteraria con i suoi 7 re che occupano circa due
secoli e mezzo perché Gijstad non nega che Roma abbia conosciuto una fase monarchica ma concentrava
i re in un tempo molto inferiore rispetto a quello postulato dalla tradizione. Secondo quest’ultimo Roma
sarebbe stata fondata per sinecismo, una fusione tra gli abitanti delle comunità del Paladino con quelle del
Campidoglio e del Quirinale che alle fine del VI secolo avrebbero scelto uno spazio comune corrispondente
a quello dell'area del foro → fondazione improvvisa di una città (Stadtgrundung). Aveva Roma la
tecnologia per bonificare la palude che sorgeva lungo l’area sottostante il Paladino, l’area fangosa
chiamata ad ospitare capanne. Gli ingegneri Etruschi furono gli autori di questo, che separava il Paladino
dal Campidoglio, queste acque tendevano a ristagnare perché in quella palude non c’era pendenza e
quindi dovette procedere ad un’opera di drenaggio idraulico.

La teoria di Gijstard venne ribattuta da Herman Muller-Karpe, un modello diverso da quello della
fondazione improvvisa, secondo Muller-Karpe non soltanto andrebbe postulata una urbanizzazione molto
graduale ma addirittura questa urbanizzazione che portò alla nascita di Roma, fu molto lenta e avrebbe
portato a una nascita di un centro urbano già nel corso dell’VIII secolo ma il divenire città a tutti gli effetti di
Roma sarebbe avvenuto con una lentezza molto maggiore, un processo lento caratterizzato da una valle
del foro drenata e si sarebbe completato intorno al 625, una 50 di anni di quanto postulato da Gijerstad. Nel
modello di Muller-Karpe è una formazione che richiede gradualità, Stadtwerdung → modello di formazione
graduale. Lì per lì sembravano le affermazioni di Muller-Karpe si affermavano velocemente anche perché
vennero trovati resti del mondo Egeo in Italia e lui amava immaginare che gli abitanti del Palatino
provenissero proprio dal Mondo Egeo.

Carmine aveva cercato di immaginare una fusione i punti più convincenti di Gijrstad con i punti di
Muller-Karpe, ci sarebbe stata una prima espansione quando il foro era ancora una palude, gli abitanti del
palatino si uniscono con gli abitanti con una specie di Sella che congiungeva gli abitanti della Velia che

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formarono un unico corpo. Questo avrebbe caratterizzato un’espansione, ancora più avanti il foro comincia
ad ospitare le prime capanne e la comunità del settium oncium si unisce con le comunità del Quirinale e del
Campidoglio.

Nell’80 un Americano Albert Ammermann dimostra che la valle del Foro era ancora una palude fino al
625-600. Gli studi di quest’ultimo infliggevano un duro colpo alle tesi dominanti nel primo dopoguerra. A
questo punto entrano in causa anche gli Etruscologici. Gli Etruscologici hanno messo in evidenza la
tendenza della civiltà Etrusca all’urbanizzazione e questa tendenza sarebbe stata operativa ben prima
dell’epoca dell’arrivo dei coloni. Il nono secolo una civiltà che troveremo, la civiltà villanoviana, determina
nell’Etruria Meridionale un abbandono, l’abbandono dei primi insediamenti dell’età del bronzo e il sorgere di
centri urbani, soprattutto il corso del Tevere. Uno dei più grandi Etruscologici italiani Massimo Pallottino ha
posto l’urbanizzazione di Veio con quella di altre località laziali, secondo Pallottino lo sviluppo del centro
urbano nel Lazio sarebbe da ricollegare al modello di matrice Etrusco Villanoviana; gli Etruschi non sono
indoeuropei, furono certamente la più importante popolazione dell’Italia preromana, non hanno mai dato
vita ad uno Stato unitario però già nel VII Secolo in Italia controllavano le coste occidentali e anche spesso
entravano in contrasto con i Greci con il possesso delle coste Tirreniche. Erano organizzati in città
indipendenti che erano governati da figure verticistiche chiamati ‘’lucumuni’’, i quali poi subentrano dei
magistrati annuali elettivi che erano chiamati "zilath"; gli Etruschi si unirono in una lega di 12 città,
sicuramente furono modello per i Romani in vari ambiti, sviluppata era la religione Etrusca, di cui abbiamo
appreso riti e preghiere da un ritrovamento ‘’Libro di Lino’’ scritto su una stoffa usata per avvolgere una
mummia. Aveva un grande peso nella religione Etrusca la ‘’Aruspicina’’, l’arte di interpretare non soltanto il
futuro ma i sentimenti degli dèi nei confronti degli uomini sulla base degli organi interni delle vittime animali
che venivano osservati. Negli organi secondo l’Aruspicina Etrusca si riproduceva l’ordine cosmico e quindi
se per esempio un animale aveva un fegato deformato o in riferimento all’uomo se nascevano bambini con
qualche malformazione ciò indica non solo che l’evento avrebbe potuto avere un esito negativo ma che
l’ordine cosmico era alterato per qualche mancanza che aveva turbato l’armonia degli uomini con gli dèi.
L’Etrusco è tutt’ora una lingua solo parzialmente decifrata perché è una lingua indoeuropea e si può
decifrare una lingua sconosciuta quando si trova un testo dove accanto alla lingua ignota ci sia una lingua
nota per farsi un’idea e poter decifrare la lingua ignota. Su questa base sono stati analizzati anche nella
tradizione letteraria i variegati rapporti che intercorrono fra le 3 civiltà in direzione alla vicenda delle origini
di Roma: Roma, la civiltà Etrusca e il mondo greco. Livio ci racconta una storia che alla base della seconda
fase monarchica romana, c’è un esule di Corinto, che si rende interprete di quel processo di mobilità in
voga tra le classi aristocratiche dell’epoca, nel passare a Tarquinia importa nel Lazio la scrittura, il figlio di
Demarato, da Tarquinia con un vasto seguito si sarebbe trasferito a Roma e sarebbe diventato re con il
nome di Tarquinio Prisco che inaugura la fase Etrusca della monarchia romana. All’apporto della civiltà
Etrusca sulla Roma delle origini rimarcato dagli Etruscologi c’è stata una reazione da parte dei sostenitori
dell’importanza dell’influsso Greco sulle origini di Roma da parte di Tim Cornell: che a livello artistico le
tombe principesche sono caratterizzate da uno stile orientalizzante, il fatto che questo stile accumunasse le
tombe principesche tanto Etrusche quanto Laziali e dunque non Etrusche indicherebbe tutta la fascia
costiera dell’Italia Tirrenica aveva recepito un modello che dunque non era solo Etrusco e non va
interpretato come il riflesso dell’egemonia Etrusca sul Lazio ma era un modello Greco. Con il passare del
tempo, finire del XX secolo e inizio XXI non appassiona più questa antitesi tra Roma città greca o Roma
città Etrusca è chiaro che è avvenuto un processo osmotico, nel senso che è in dubbio sulla base della
bonifica della palude del Foro, sulla costruzione di edifici, gli Etruschi è ovvio che furono a monte su molti
aspetti della civiltà romana ma organizzarono Roma tenendo nel debito punto i modelli greci come
testimonia anche la diffusione del mito di Enea.

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Sul finire degli anni ’80 c’è stato uno scavo epocale fatto da Andrea Carandini, con questo scavo del
versante del Palatino volto verso la Veia, la tradizione letteraria che prima della fine dell’800 era in auge per
poi essere stata in molti momenti del 900 messa in discussione e riscritta, quasi un secolo dopo la
tradizione letteraria sulla nascita di Roma ritorna in auge com’era prima. Sul finire degli anni ’80 Carandini
attua una serie di campagne di scavo che lo portano ad individuare una serie di strati, la grossa scoperta è
che al di sotto di questi tre strati è rivenuto uno strato murario a scaglie di tufo ancora più antico che risaliva
al 730-720, alla sommità di questo strato c’erano le tracce di quella che dovrebbe essere stata una
palizzata, il pomerio post murum, ciò che sta immediatamente dietro il muro che corrisponde al perimetro di
fondazione di una città. Identificata come una conferma del fatto che un primo re chiamato Romolo fondò la
città e con questo si orientava verso quello che era stato il modello di Gijerstad, evento improvviso.

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Lezione II - 25/02: L’ETÀ MONARCHICA
Sin dalla scuola primaria sappiamo che i re di Roma sono stati sette, chiaramente è una leggenda, anche
relazionata all’età media degli uomini del tempo: i sette re per un periodo di 250 anni significherebbe più di
35 anni a testa, sarebbe difficile anche per i sovrani moderni. È in tutto plausibile che l’età media degli
antichi romani, soprattutto per le classi basse, non siano così basse come a volte si legge nelle riviste di
divulgazione, c’era la questione della mortalità natale e perinatale: se in un contesto precario si muore
presto e un altro muore a cent’anni, si dice che l’età media è di 50 anni; in realtà come si vede dalla vita
media dei politici, quindi personaggi di famiglie altolocate che potevano nutrirsi bene e avevano un livello di
igiene accettabile, così quelle dei letterati, le età medie non erano così più basse delle nostre, 5-10 anni.
Moltissimi morivano in guerra, combattevano, era difficile superare i 40-50 anni perché li uccidevano in
battaglia, ma se avessero fatto una vita simile alle nostre sarebbero arrivati tranquillamente avanti con l’età,
Varrone ha vissuto quasi cent’anni e non è l'unico. Con tutto questo, 35 anni di carica, tenendo presente
che queste cariche non si prendono in giovane età, sono del tutto implausibili e quindi questo numero di
sette è sicuramente un numero convenzionale che però adombra una realtà: non è uno Stato ma una
monarchia, almeno secondo la tradizione letteraria. I primi re sono:

1.​ Romolo: 753-716;


2.​ Numa Pompilio: 715-672;
3.​ Tullio Ostilio: 672-640;
4.​ Anco Marzio (Marcio): 640-616;

Sono date convenzionali, ma questi primi quattro re corrispondono a una fase latino-sabina. Romolo fa il
sinecismo con i Sabini e si stabilisce di alternare i sovrani: un latino e un sabino. In questi primi quattro re
già si nota un errore tra Romolo e Numa Pompilio: Tullio Ostilio muore nel 640 e Anco Marcio comincia nel
640, Numa muore nel 672 e Tullio Ostilio comincia nel 672, Romolo muore nel 716 ma Numa comincia nel
715. C’è stato un intervento: alla morte di Romolo si è aperto un periodo in cui il protosenato, composto
dalle famiglie più autorevoli (un centinaio) che Romolo aveva scelto come gruppo consultivo, provò a
superare la monarchia e ad amministrare lo Stato in maniera collegiale, l’esperimento evidentemente non
andò a buon fine e si tornò alla monarchia con Numa Pompilio nel 715.

I re, secondo Dumézil, esprimono quella tripartizione funzionale che nella sua teorizzazione, largamente
condivisa, sarebbe stata alla base di sistemi indoeuropei: Romolo e Numa (i primi due re)
corrisponderebbero alla funzione politica e religiosa, Romolo dà gli ordinamenti allo Stato, Numa stabilisce
i cardini della religione. La prima funzione è politico-religiosa. Tullio Ostilio (terzo re) corrisponderebbe alla
classe dei guerrieri, cioè il suo regno si è svolto prevalentemente alla luce di una perseguita espansione,
chiaramente attuata tramite la guerra, tramite la funzione militare. Il quarto re, Anco Marcio (640-616),
corrisponderebbe alla funzione produttiva, produzione di benessere che significa essenzialmente
allevamento, agricoltura, pastorizia. Quindi quella tripartizione funzionale di Dumézil sarebbe perfettamente
incarnata nella leggenda dal prototipo dei primi quattro re. I nuclei fondamentali del sistema indoeuropeo
vengono declinati a seconda dei popoli indoeuropei che si sviluppano nelle varie parti d’Europa e non solo,
nel caso di Roma prendono questa forma i primi quattro.
In seguito ci sono una serie di re che corrispondono quasi certamente a una dominazione etrusca, non
dichiarata come tale ma rivelata da noi. Questi re sono anche un pochino più storici:

1.​ Tarquinio Prisco: 616-578;


2.​ Servio Tullio: 578-535, “inventa” il comizio centuriato;
3.​ Tarquinio il Superbo: 535-509, chiaramente non si chiamava così ma è stato ribattezzato così da
noi alla luce di quello che è successo anche per distinguerlo dal primo, Tarquinio Prisco, è stato
ribattezzato Tarquinio il Superbo.

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Questa è la leggenda dei sette re, l’età monarchica, dopodiché a Roma non ci saranno più re. Quando si
legge di Caligola, di Claudio, di Marco Aurelio, il termine “regno” è per intendersi, i re non ci sono più, quelli
sono imperatori, la monarchia a Roma c’è solo dal 753 al 509, poi si usano i termini per intendersi. La storia
romana è piena di termini per intendersi, si troveranno molte volte nominati i generali, ma un generale non
esiste nell’antica Roma, non esiste come termine, sono “legati legionum”, “duces”, non sono “generali”, il
“re” non esiste così come le “principesse” non esistono e non esistono i “principi”. Questa monarchia
romana ha una caratteristica che a prima vista stupisce: è elettiva, una monarchia elettiva da 100
senatori, cioè i capifamiglia delle famiglie più autorevoli selezionati da Romolo devono eleggere chi
prenderà il potere assoluto, con il quale entreranno fatalmente in una spirale di competizione. Tant’è che
Romolo, nella versione della leggenda non edulcorata, morirà perché ucciso dai patrizi, cioè dai patres, dai
senatori. L’investitura del re, viene ulteriormente confermata da un’assemblea riunita in curie. Le curie
sono gruppi di uomini - “cum viri”, “uomini riuniti insieme". Il re è affiancato da collaboratori, possono
essere collaboratori militari, in tal caso si parla dei magister populi e magister equitum, il “magister
populi” è il comandante della fanteria e il secondo è il comandante della cavalleria, piccola, imponente e
proto esercito. Ha collaboratori anche nell’esercizio della giustizia: quaestores parricidii, cioè quaestores
che ci sono già in quest’epoca. Il compito dei quaestores cambia.

I re hanno un potere che è quasi incommensurabile, sono capi non solo politici e militari ma, sorprendente
per le nostre civiltà che si basano sulla separazione dei poteri, il re è anche un capo religioso (come se
fosse il papa), in quest’epoca, non in epoca repubblicana dove ci saranno rapporti con il pontifex
maximus. In fase monarchica il re è anche il capo religioso ed è il capo giudiziario: ha tutti i poteri di
vertice, a livello verticistico, dei poteri politici, militari, religiosi, giudiziari. Nel caso della religione è
ugualmente circondato da un vasto apparato di confabulatori che poi sopravviveranno in larghissima parte
in collegi religiosi come in età repubblicana e poi in età imperiale. I pontefici sono gli interpreti del diritto
sacro. Il mondo antico è molto legato a quest’esigenza di interpretare continuamente il volere degli dei,
soprattutto in questa fase, prima di qualsiasi azione importante occorre appurare se gli dei sono d’accordo,
è per questo che il protocollo romano impedirà di cominciare una guerra che in qualche modo non si possa
giustificare al popolo come legittima, doverosa, giusta. Cominciare una guerra in modo ingiusto non si può
fare, ci vuole una motivazione di giustizia per attaccare per popolo, perché mi ha fatto un torto o perché ha
fatto un torto a qualcun'altro che ha chiesto aiuto a me.

Ci credevano veramente?

Cicerone presiede il collegio degli auguri, un collegio religioso, incaricato di interpretare il futuro sulla base
dei presagi che si verificarono. Nel De Divinatione lo scrive espressamente, dice che sa benissimo che la
divinazione non esiste, però è utile che questa sovrastruttura stia in piedi, perché dà la motivazione
psicagogica, le masse venivano trascinate sapendo che la guerra era giusta e gli dei erano al loro fianco.
Per il rituale della devotio quando una guerra sta per essere persa, il generale consacra la sua anima agli
dei Inferi e si scaglia contro il nemico per essere ucciso e quasi sempre le sorti della battaglia si invertono,
come la famosa devotio di Decio Mure della terza guerra sannitica. Gli dei inferi intervenivano veramente?
No, era la spinta psicagogica, la motivazione che scattava nei soldati nel vedere il generale che si
scagliava contro il nemico e si faceva uccidere mentre loro stavano soccombendo, quindi c’era una
reazione d’impulso da parte dei soldati. Quando siamo in svantaggio qualche volta perdiamo, qualche volta
no, come nelle partite moderne e quella volta veniva eternata anche per dimostrare a chi vinceva che
funziona. La religione è un apparato che accompagna tutta la vita di Roma che però le classi alte
strumentalizzavano per mantenere il controllo sul popolo e indurlo a seguirle in ciò che additavano come
giusto, come concordato con gli dei e benedetto dagli dei. Per le classi dirigenti bisogna trovare un ideale
per convincere queste popolazioni a seguirli nelle guerre dell’epoca. La vita di queste persone in età
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repubblicana è durissima per gli uomini, si combatte gratuitamente, si è quasi sempre in guerra, spesso in
età repubblicana ci si ritrova dall’altra parte del mondo conosciuto, si parte a 18 anni e si combatte finché
non si muore, molto spesso, per cui bisogna trovare un ideale, a chi sta nelle prime file contro Annibale,
contro Pirro, contro Vercingetorige, devono fargli capire che se una guerra è giusta e gli dei sono dalla loro
parte è conforme al diritto umano (ius) e divino (fas) sottoporsi a tutto questo. Polibio lo scriveva
chiaramente, è un greco: “la grandezza dello Stato romano ha tra i suoi fondamenti anche questo, il popolo
segue le classi dirigenti ed è tenuto irreggimentato grazie a queste sovrastrutture”. Gli antichi romani delle
classi alto aristocratiche soprattutto in età repubblicana e imperiale ci credevano, ma viene mantenuto in
piedi. “Religio instrumentum regni” è una frase latina, verrà farà tanta presa su Machiavelli ma è latina.

La demagogia è un discorso molto complesso, nella tarda repubblica la classe politica si divide in optimati e
popolari, tutte e due di altissimo lignaggio ma i popolari si appoggiano al popolo, Mario dice che riuscirebbe
a vincere la guerra contro Giugurta, dice di non essere come questi che hanno studiato il greco, che hanno
nobili antenati, dice che ha studiato poco, non aveva tempo perché doveva difendere la patria, per
dimostrare chi sono gli antenati si strappa la tunica e fa vedere il corpo dilaniato dalle cicatrici, il popolo in
visibilio lo elegge console, questo è il demagogo, perché chi scrive la storia è quasi sempre un senatore,
quasi sempre un aristocratico che disprezza i capi che prendono il potere trasportando il popolo e
suscitando la devozione.

Tra gli altri collegi sacerdotali ci sono i feziali, sono un collegio sacerdotale che entra in gioco quando si
tratta di fare cerimonie che regolano l’istituzione della pace o la dichiarazione di guerra a un altro popolo.I
feziali sono un collegio che fa dei rituali che sono concordanti con la stipula di una pace o dell’apertura di
una guerra. Poi ci sono i flamini, gli addetti al culto delle divinità maggiori, c’è un flamine per Giove, un
flamine per Quirino, un flamine per Marte e alla fine era stato previsto un flamine persino per Giulio Cesare
una volta che fosse morto e fosse diventato divino. Cicerone nella seconda Filippica rivolta a Marco
Antonio, “perché non ti fai nominare flamine del culto di Cesare?”. Poi ci sono i Sali, il cui nome richiama la
danza, sono i sacerdoti del culto di Marte, dovevano cercare di propiziare con delle particolare danze, sono
fondamentali nel caso di una guerra in corso. Poi ci sono gli auguri, gli interpreti dei segni mandati dagli
dei. Prima della battaglia si prendono sempre i segni, per esempio si dà il becchime a dei polli che devono
mangiarlo presto e bene, se lo rifiutano è un bruttissimo segno. Gli storiografi enfatizzano questi presagi
quando una guerra fa male. Giunio Pullo nella prima guerra punica fa un rituale di becchime ai polli, i polli
non mangiano, lui fa lo stesso la battaglia e la perde, in quel caso gli viene addossata tutta la responsabilità
della sconfitta perché gli è andata male. Cesare quando combatte in Africa scende dalla nave, inciampa e
frana a terra, un presagio più negativo non ci poteva essere, Cesare carico dice “Africa, io ti tengo”,
siccome la battaglia l’ha vinta tutti hanno esaltato la sua intraprendenza, se l'avesse persa sarebbe stato
biasimato come uno che non ha rispettato gli auspici, anche questo è strumentale. Le fonti vanno sempre
lette con molto scaltrissimo, quando si vuole distruggere la reputazione di qualcuno che oltretutto ha aperto
la battaglia, si attribuisce l’indifferenza verso i presagi che è essenziale, è irrispettoso verso i segni mandati
dagli dei, la carriera è finita, ma non è finita perché non ha tenuto conto dei polli, è finita perché ha perso la
battaglia e politicamente era debole. Per finire le vestali, sono l’unico collegio femminile, sono ragazze che
fanno una vita reclusa, appartata nella piena verginità e sono addette al culto di Vesta, hanno particolari
mansioni, per esempio detenere i testamenti di nomi importanti in assoluta segretezza, il famoso
testamento di Antonio che Ottaviano avrebbe estorto alle vestali e letto pubblicamente con conseguenze
devastanti sulla reputazione di Antonio, probabilmente era stato falsificato.

Quindi il re a vita è capo militare e politico, ma anche religioso, è il più alto rappresentante di tutte queste
figure sacerdotali che lo coadiuvano e lo intornano.

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Dopo la morte di un re, ogni volta che muore un re, il senato, questi membri, questo centinaio di membri
delle importanti famiglie, elegge al proprio interno un inter rex fra un re e un altro (“inter”) che ha 5 giorni di
tempo per trovare un successore che sia condiviso dagli altri. Se non ci riesce passa la mano, se ne elegge
un altro che si sobbarca allo stesso titolo. Romolo, divide la popolazione romana in tre tribù gentilizie
cioè, a differenza di quello che avverrà in età storica, le tribù sono costituite su base gentilizia, cioè in base
all’origine etica:

1.​ Tities: sono associati ai Sabini e al loro primo re che per qualche anno governa insieme a Romolo,
Tito Tazio, eternato dalla prima poesia latina (“O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti”);
2.​ Ramnes: associati a Romolo, probabilmente corrispondono ai Latini (il cinecismo: Sabini e Latini);
3.​ Luceres: un po’ successivi, sono gli Etruschi che guidati da un lucomone avrebbero aiutato Romolo
a vincere la guerra contro i Sabini successiva al ratto delle donne. Erano tutti maschi e per non
estinguersi avevano bisogno di donne, ma nessuna popolazione voleva dare le proprie donne a
questa popolazione perché ancora oscuri, perché di dubbia origine, spesso ex banditi. Allora,
secondo la leggenda, avrebbero attirato gli altri popoli con la scusa di rappresentazioni e spettacoli
e durante queste rappresentazioni avrebbero rapito le donne, il famoso ratto delle Sabine.
Chiaramente una leggenda per spiegare com’è che degli uomini raccolti riuscirono ad espandersi.

In seguito Romolo divise ognuna di queste tribù in 10 curie: “co-virie”, “raggruppamenti di uomini”. Quindi
finirono per essere 30. Quindi il corpo gentilizio diviso in 3 tribù e 30 curie. Ognuno fornisce per le esigenze
della guerra, quindi sia Tities che Ramnes che Luceres, 1000 fanti e 100 cavalieri. Quindi il primo esercito
di Romolo consta di 3000 fanti e 300 cavalieri, questo è l’esercito romuleo del VII secolo, secondo la
tradizione. I 3000 fanti sono comandati da tre tribuni, militum (tribuni militari). I 300 cavalieri sono
comandati da tre tribuni, celerum. Quindi ogni tribù (Tities, Ramnes e Luceres) fornisce 1000 uomini, a
capo di questi 1000 uomini c’è un tribuno militare, quindi sono tre tribuni militari. In più forniscono, ognuna
di queste tribù, 100 cavalieri, totale 300 cavalieri comandati da tre tribuni celerum. Da ogni tribù in
progresso di tempo furono scelti 100 pater familias complessivi, quindi le tre tribù esprimono 100 senatori,
questo è il proto senato romuleo. Il senato è un’assemblea che anche in età storica in teoria non decide
nulla, non ha alcun potere decisionale, in pratica decide tutto. Non è il nostro Parlamento che approva le
leggi, il Senato romano non approva nessuna legge, se non preventivamente informalmente.

LA FAMIGLIA E LA GENS
Il familismo in età italiana nasce da qui. La famiglia è uno Stato nello Stato, in cui domina l’autorità del
pater familias, antico genitivo in -as. Il pater è il padre di famiglia, cioè l’uomo che in quel momento ha la
maggiore importanza nella famiglia, l’uomo più adulto.

Una gens è accomunata dal fatto di avere uno stesso nomen gentilicium. Per esempio Cicerone, il nome
completo è: Marco Tullio Cicerone, il nomen gentilicium è Tullio (Tullius), la gens è la Tullia, quindi lui come
nomen gentilicium ha Tullius, quindi si chiama Marcus Tullius Cicero. Il fratello si chiama Quintus Tullius
Cicero, quindi cambia solo il praenomen, Tullius è come se fosse, per intenderci, il cognome del parentado,
come se la propria famiglia e quella degli zii avessero lo stesso cognome, non è più così ovviamente.
Tullius è il nome della gens, cioè il gruppo parentale nei suoi vari rami. I differenti rami di una gens (la
propria famiglia, quella degli zii ecc.) prendono il nome di familia, quindi la gens ha vari rami, ogni ramo
costituisce una familia. Ad esempio il nonno ha un nomen gentilicium, i suoi quattro figli fanno quattro
famiglie che sono i rami di questa gens, sono distinti dal cognomen. Marcus Tullius Cicero, Marcus è il
nome proprio, il suo nome; Tullius è il nome della gens, la gens Tullia, l’insieme del parentado; il
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cognomen, cioè il nome del ramo del parentado a cui apparteneva Cicero, è Cicero, Marcus Tullius Cicero,
il fratello è Quintus Tullius Cicero.

La gens e la familia sono delle strutture addirittura prestatali, precedono la nascita di Roma in quanto città e
il controllo di un’autorità centralizzata, c’erano da prima di Romolo e del re, quindi dello Stato monarchico.
Sono unità politico-economiche ma soprattutto religiose, il pater familias ha addirittura il potere di celebrare
dei sacramentata, dei rituali religiosi interni alla famiglia, cioè ogni famiglia, oltre a partecipare alla
religiosità pubblica per i suoi rituali, ha dei cerimoniali privati della propria famiglia che vengono celebrati
dal pater familias, dalla persona più autorevole e adulta. Le famiglie più importanti hanno dei clientes, la
clientela, cioè delle persone che si sono affidate a questa famiglia perché le facesse mangiare, le facesse
lavorare, le proteggesse da eventuali soprusi di altri e in cambio fanno tutto quello che il pater familias dice,
lo difendono, lo accompagnano, sono a disposizione per qualsiasi tipo di servizio. Quindi i clientes sono le
persone di rango inferiore, povere, che si rimettono alla protezione di una grande famiglia.

Quello che è difficile far capire è che un romano che nasce in una famiglia ha due capi: uno è l’autorità
statale, in questo periodo il re, poi i supremi magistrati della repubblica e gli imperatori (chi comanda nella
vita pubblica e ufficiale), parallelamente ha un altro capo che è il pater familias. Un altro riferimento per
intenderci è quello della patria potestà. Ad esempio: nessuna legge statale impedisce di fare le due di notte
in discoteca se ho diciassette anni, se però mio padre dice no, per la legge potrebbe imporre di tornare a
casa, fino a diciotto anni. La differenza è che nella società di oggi, l’autorità e il potere dei padri delle nostre
famiglie non può confliggere con quella statale, per cui se il padre improvvisamente decide di alzare le
mani per strada, lo Stato lo arresta mentre per lo Stato romano no, perché il potere del pater familias sui
sottoposti è parallelo e non gerarchizzato. Preporre la plebe, magistratura inviolabile: per lo Stato chi tocca
il tribuno della plebe viene immediatamente messo a morte, Flaminio propone una legge sgradita a tutta
l’aristocrazia, nessuno lo può fermare nemmeno con la forza perché è un tribuno quindi è inviolabile, a chi
si rivolgono i suoi nemici? A suo padre, lo prende a schiaffi e lo riporta a casa, nessuno può fermare il
padre, in quel caso nessuno lo mette a morte perché è il padre, l’autorità del pater familias prevale in quel
momento sulle prerogative del tribuno. Giulio Cesare, a un certo punto è padrone del mondo, su tutto il
mondo meno che su suo padre, suo padre comanda su di lui e può perfino prendergli tutti i soldi, questo è
un paradosso che poi si allenta con il passare dei secoli nella società romana. Se un padre è pazzo e
improvvisamente comincia a mettere a morte i membri della famiglia, in seguito a un processo casalingo,
se un padre impazzisce ed esagera, chi lo ferma? Ogni 5 anni vengono eletti due magistrati censori che
possono esaminare questi casi ed eventualmente punire il padre, ma fino ad allora, l’autorità del padre è
incontrastabile. Il pater familias in casa è una specie di monarca, se decide di esercitare fino in fondo i suoi
poteri non ha nessuno che possa opporvisi. Anche qui la storiografia edulcorerà la situazione e
menzionando molti padri che hanno messo a morte i figli, ne esalteranno per esempio l’aderenza ai valori
del mos maiorum, del costume adito, ad esempio il figlio ha disobbedito all’ordine mentre combatteva
nell’esercito e il padre lo mette a morte, quindi per salvaguardare i costumi, la necessità di obbedirgli.
Come nell’esempio del tribuno della plebe preso a schiaffi, è inviolabile per tutti ma non per un padre, un
padre può fare quello che vuole, poteva anche portarlo a casa e ucciderlo, poi dopo 5 anni ne avrebbe
pagato le conseguenze, ma fino ad allora non avrebbe avuto nessun problema, lo Stato non lo può
fermare: questa è la grossa differenza con l’autorità di oggi, l’autorità del padre o della madre vivono finché
non confliggono con quella statale, a Roma no, è parallela.

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PRINCIPALI AZIONI ATTRIBUITE AI RE

Romolo è figlio di Marte e Rea Silvia secondo la leggenda (i grandi personaggi spesso vengono ricondotti
come filiazione a una divinità). Romolo, come nel titolo di Carandini, è il fondatore, il legislatore, colui che
pone le basi della vita istituzionale e politica romana. Sotto Romolo sarebbe avvenuta la fusione con i
Sabini che avevano occupato il colle Quirinale, anzi Romolo avrebbe addirittura accettato una reggenza
con il loro re Tito Tazio, per qualche anno, negli anni ‘50 dell’VIII secolo, secondo la tradizione regnano
insieme.

Il secondo re, Numa Pompilio, sempre nell’ambito di quella che Dumézil ritiene la prima funzione, la
funzione politico-religiosa, è colui che parla e riceve ispirazione da un’entità soprannaturale, la ninfa Egeria
e pone i fondamenti, le basi della religione romana. Si contraddistingue come un re sapiente, pacifico.
Numa Pompilio è un sabino, secondo la logica dell’alternanza. Dunque proveniva da un ramo minoritario
della popolazione risultante dal sinecismo tra Sabini, questo attesta anche il progresso sociale che avevano
fatto i Sabini, della possibilità di esprimere a livello paritario nell’alternanza un re.

Con Tullio Ostilio Roma comincia ad attuare una decisa politica espansionistica ai danni delle città,
epocale lo scontro con una cittadina che non è mai stata localizzata con precisione ma che è famosissima,
Albalonga, che forse corrisponde all’attuale Castel Gandolfo, è una questione che non è mai stata chiusa.
La città fondata dal figlio di Enea, Iulo, sui colli albani. la guerra con Albalonga è una guerra che si risolve in
singolar tenzone, come avrebbero detto nel Medioevo, cioè quando una guerra è troppo lunga e non si
riesce a risolvere si amava immaginare che ognuna delle due parti contendenti scegliesse uno o al
massimo due/tre guerrieri che si dovevano sfidare tra loro e chi vinceva avrebbe assegnato la vittoria alla
sua parte. I tre fratelli Albani dei Curiazi sfidano tre fratelli romani degli Orazi che appunto risultano vincitori.

Il quarto re è Anco Marcio, un sabino che tra l’altro è anche un nipote, per la leggenda, di Numa Pompilio
e corrisponde alla creazione di benessere: cioè quello di Anco Marcio è un regno sotto il quale Roma vede
uno sviluppo delle proprie capacità produttive e commerciali, costruisce lo scalo portuale sul Tevere che è
chiamato Ponte Tiberino che favorisce le comunicazioni, il commercio. Fa sorgere l’area commerciale
importantissima del foro Boario, come il foro romano sarebbe stato il centro politico di Roma, il foro Boario
è il centro commerciale di Roma presidiato dal Gianicolo, un colle fortificato che Ettore Paratore
notoriamente cercò di far rientrare nei primi sette colli di Roma, ma in realtà, molto probabilmente non è
nella parte di questi primi sette colli.

Il 616 è un momento estremamente importante, con il 616 si instaura il regno di Tarquinio Prisco.
L’avvento al regno dei Tarquini coincide subito con un’adozione di simboli e una costruzione di luoghi
magnificenti che avevano la funzione di trasporre nel loro impatto, nel loro fulgore, il carisma che si voleva
proiettare dell'istituto monarchico. C’è quindi la costruzione di importanti edifici, avviene anche una
vocazione espansionistica che porta a dei conflitti con tutti quei Sabini e quei Latini che non avevano fatto
parte del primo cinecismo. I sovrani etruschi entrano molto spesso in competizione, in scontro con i patrizi
e dunque i sovrani etruschi provano a indebolire il potere dei patrizi, innanzitutto ampliando il numero.
Infatti vengono inseriti, tra i patrizi, 200 membri ulteriori scelti per meriti.

Sempre sotto i sovrani etruschi, con Servio Tullio che è il successore di Tarquinio Prisco le tribù perdono
la loro base fondata sulla provenienza e cedono il posto a quattro tribù su base territoriale. Si è discusso
molto, soprattutto in epoca fascista, se la Roma dei Tarquini (va dal 616 a circa un secolo dopo, 510-509,
quando cade l’ultimo dei Tarquini della leggenda) fosse una piccola città che stava spiccando il volo, o
fosse una grande ed affermata città, questa è la famosa polemica della grande Roma dei Tarquini.
Secondo Giorgio Pasquali Roma sarebbe stata, sotto i Tarquini, una città già grande, già affermata, poco

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etrusca e molto greca. Una grandezza che veniva sottolineata dalle grandi costruzioni che sorgono sotto i
Tarquini, per esempio l’emporio del tempio Giove, Giunone, Minerva sul Campidoglio. Secondo un grande
studioso ungherese delle origini di Roma, Andras Alfoldi, invece Roma sarebbe stata all’epoca una città
ancora piccola, assoggettata, quindi conquistata dagli Etruschi, di cui i Tarquini sarebbero stata
espressione. Si preferiva la soluzione di Pasquali perché era più consona alla pretesa di grandezza di
Roma da veicolare come ideale compattatore. È abbastanza riconosciuto che Roma nel VI secolo ha
completato il suo processo di urbanizzazione e di dotazione di importanti strutture statali grazie ai contatti
con gli Etruschi, senza voler dirimere la questione se gli Etruschi abbiano conquistato Roma o
semplicemente ci sia stato un contatto commerciale o vitale tra le due popolazioni, è chiaramente più
probabile la prima ipotesi. Le aree paludose vennero modificate, gli Etruschi sono grandi ingegneri idraulici,
questo permise agli uomini di affiancare anche l’agricoltura alla pastorizia, permise il recupero con la
pavimentazione del foro in terra battuta di importanti aree perché potessero fungere appunto da centro
politico. L'attuale foro romano divenne il centro della città di Roma, il centro politico, il cuore della città, in
quanto raccorda il colle Palatino con il colle Campidoglio, non è più il sepolcreto acquitrinoso dei primi
secoli, sono modificate con il drenaggio, pavimentato il centro in terra battuta ed è collegato con delle
strade al foro boario, così da poter raccordare il centro politico con il centro commerciale. La parte sotto il
Campidoglio prese il nome di comitium che fu l’area delegata all’attività politica.

La seconda fase della monarchia etrusca corrisponde al regno di Tarquinio il Superbo (lo chiamiamo noi
così, lui si chiamava semplicemente Tarquinio), è un momento politico in cui si amplia a dismisura la
distanza, la frattura, fra il Senato e il re. Il re che tende ad appoggiarsi al popolo, che conquista delle
simpatie favorendo, promuovendo, la costruzione di grandi opere che non soltanto rendono orgogliosi di
vivere in quella città, ma le grandi opere sono anche una grandissima opportunità di lavoro, costruire un
tempio significa che migliaia di persone avevano trovato lavoro per i prossimi anni, questo in quell’epoca
era particolarmente apprezzato. Tarquinio il Superbo cerca di stabilire il principio ereditario nella cessione
del regno, anzi prende molti atteggiamenti che ricordano molto da vicino i tiranni delle città greche della
storia coeva, per esempio si dota di una scorta armata, ciò che i senatori estremamente di malocchio.

Roma sotto i Tarquini si venne dotando, secondo la tradizione, di un’importante cinta muraria, le famose
mura Serviane. Si costruiscono grandi templi, per esempio quello sul Campidoglio che sorgeva sul grande
podio, un tempio alla maniera greca, esastilo, tecnicamente definito periptero e tutte le colonne a lato sine
posticum, cioè senza la chiusura posteriore e con una cella che era preceduta da delle colonne di ordine
tuscanico (si differenzia dal dorico perché il fusto può essere liscio e non scanalato). C’è una gigantesca
quadriga sul fastigium, una gigantesca statua di Giove che era stata realizzata da uno dei grandi scultori e
architetti del momento, l’etrusco Vulca, nel lastricato anche il comitium e venne ricostruita dopo una
ricostruzione la Curia Hostilia.

Quindi Roma comincia a fregiarsi di edifici che la distinguono rispetto a tutte le altre città. Le tribù su base
territoriale sotto i Tarquini arrivano a 21, il numero massimo raggiunto dalle tribù sarebbe stato 35 dopo la
prima guerra punica e non sarebbe più stato ampliato. Si possono postulare grosso modo, anche se quella
delle cifre è una battaglia disperata che andava molto di moda in epoca post-positivista, quando Julius
Beloch e altri ritennero di applicare i metodi del positivismo alla scienza antica e quindi c’era una grossa
attitudine per le ricerche sulla demografia, sui censimenti. Julius Beloch pensò a un massimo di 40.000
abitanti su un ager romanus, su un territorio romano che non doveva essere superiore a 800-850 km2.

La politica estera vide Roma instaurare una serie di foedera, una serie di trattati con le città limitrofe, anche
con l’Etrusca Gabii, una politica che era mirata a prendere il controllo di istituti che raccordavano più popoli,
come ad esempio la Lega dell’Aventino.

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LA CADUTA DELLA MONARCHIA

Secondo la tradizione, la monarchia cade nel 509, Tarquinio il Superbo aveva un figlio, Sesto, che a un
certo punto conduceva una campagna militare contro un’altra città, una piccola guerra, e di sera
nell’accampamento gli ufficiali, i soldati, parlano tra loro. Il tema della serata è chi ha la moglie più virtuosa.
Pare che Collatino, fosse quello la cui moglie, Lucrezia, fosse la donna più casta e più inviolabile in
assoluto, Sesto non è convinto, non ci crede e quindi deve andare a verificare. Si invaghisce questa volta,
la donna non si concede e Sesto la prende a forza. Lucrezia scrive una lettera per spiegare al marito
perché compie un gesto estremo, si suicida perché nessuna donna poteva vivere impudica con l’esempio
di Lucrezia, non voleva continuare a vivere dopo essere stata con un altro uomo che non era suo marito.
Da qui la reazione con un gruppo di uomini guidati dallo stesso Collatino e da Lucio Giunio Bruto contro
una monarchia che sarebbe caduta. Questa è una leggenda, i Romani ammantano sempre leggende dei
nuclei storici.

I primi consoli, cioè i supremi magistrati della Roma che a questo punto non è più monarchica ma è
repubblicana, secondo il racconto degli storiografi, ci sarebbero stati proprio nel 509, cioè il 509 avrebbe
registrato i due primi tipici magistrati supremi della repubblica, i consoli. Quando ci sono i consoli non ci può
essere la monarchia. I consoli sono Lucio Tarquinio Collatino e Lucio Giunio Bruto. La leggenda
continuava in una maniera che viene ritenuta da molti poco congruente. Tarquinio Collatino si chiama
Tarquinio, secondo la leggenda i Romani si sarebbero ricordati a un certo momento che si chiama
Tarquinio, quindi hanno cominciato a odiarlo e lo hanno costretto a lasciare Roma, già questo è
incongruente: arriviamo a un punto in cui sino a questo momento ancora con tantissima buona volontà,
avevamo seguito la storia adesso diventa ancora più difficile, cioè dovevano aspettare che veniva eletto
console per capire come si chiamava? Quindi va in esilio a Lavinio e lascia il posto di console a Valerio
Publicola. Fin qui sembrerebbe un nome normale, “Publicola”. Publicola è un nomen omen perché
Publicola significa “amico del popolo”, quindi anche questo è un probabile nomen omen. Quanto a Giunio
Bruto, che era parente di Collatino, avrebbe perso la vita in guerra. Queste leggende devono essere
decretate, al momento con pessimi risultati, ci sono grandi ipotesi, ogni tot di tempo avere una grande
ipotesi significa che ancora c’è tantissimo spazio per arrivare a una ricostruzione plausibile, non si dice mai
“verità”, la ricostruzione plausibile è ancora molto lontana ed è sempre il nostro obiettivo, la verità non
esiste in storia, è impossibile arrivare a una verità, se osservano 100 persone interpretano e collegano con
legami causa-effetto le scelte e le decisioni in 100 maniere diverse.

Negli anni subito successivi al 509, alla cacciata di Tarquinio il Superbo e del figlio Sesto, Tarquinio il
Superbo e le famiglie si rifugiano nelle città etrusche limitrofe, è la loro origine. Con l’aiuto di Tarquinia e di
Veio, città etrusche e con l’aiuto del sovrano di Chiusi (Clusium), Porsenna, e del figlio Arunte, viene
portato un assedio a Roma. In questo assedio ci sono romani che si distinguono per atti di eroismo, qui i
fautori dell’unitarietà di fondo dei miti indoeuropei e latini sono andati a nozze, perché in queste leggende di
eroismo romano ce ne sono alcune che veramente rivelano la loro origine comune, la loro radice che
affonda nel substrato della mitologia indoeuropea. Tutti conosciamo la leggenda di Muzio Scevola, per
esempio. Ce la racconta Livio nel secondo libro, capitolo XII, Roma è cinta d’assedio e Muzio Scevola è
preso da un senso di riscossa: perché dobbiamo subire l’assedio degli Etruschi? Io entrerò
nell’accampamento degli Etruschi e ucciderò il loro re, il capo della spedizione, Porsenna re di Chiusi.
Arriva nell’accampamento e vede un uomo che sta pagando gli stipendi, già questo ci fa capire che la
leggenda è almeno di IV secolo perché fino ad allora non era previsto un compenso per i soldati, quindi chi
ha scritto la leggenda ha applicato categorie del suo tempo a eventi di più di un secolo precedenti. Muzio
Scevola fa un ragionamento (Muzio che all’epoca si chiamava così, poi detto Scevola, “skaeva” è la mano
sinistra): se paga lui sarà il re, quindi si avvicina e lo pugnala, viene immediatamente arrestato e viene
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portato di fronte al vero Porsenna e capisce che ha ucciso il tesoriere, ha ucciso la persona sbagliata.
Allora fa un discorso: dice che è venuto per uccidere Porsenna ma ha ucciso la persona sbagliata, sono
centinaia a voler fare la stessa cosa, lui ha fatto un errore ma non lo faranno tutti i 200-300 ragazzi che
come lui si sono promessi di ucciderlo, anzi per fargli vedere il suo coraggio dice che farà una cosa? Chi è
che ha commesso l’errore? La sua mano destra, deve essere punita, la mette sul fuoco e la brucia, da quel
momento ha solo la mano sinistra, ecco perché si chiama Muzio Scevola, Muzio “dalla mano sinistra”, gli
restava solo questa. Porsenna rimane sconvolto perché dice se quest’uomo ha avuto questo coraggio di
bruciarsi la mano destra è un uomo caratterizzato da un eroismo incredibile e se ce ne sono centinaia
come lui la sua vita è segnata, dunque si sarebbe rassegnato a fare un accordo di pace e a ritirarsi,
secondo la scrittura della storia dei secoli successivi.

Nella mitologia scandinava, precisamente classico-norrena, c’è una storia estremamente simile: dei del
Valhalla, c’è Odino (corrisponde al padre degli dei), Tyr (corrisponde a Marte). Gli dei, nella mitologia
classico-norrena, quindi dell’Europa del Nord, hanno un problema: è nato un lupo, un lupo che li avrebbe
divorati e uccisi tutti, bisognava trovare un rimedio contro questo lupo. Un lupo che minaccia gli dei del
Valhalla, analogo agli Etruschi che assediano i Romani. La mitologia indoeuropea ha unitarietà di fondo ma
declinata nelle situazioni e nei contesti dei popoli che appartengono a quest’originale unità di fondo ma che
vanno in parti diverse del mondo. Si costruisce una catena per incatenare questo lupo, una catena di ferra,
la si applica al collo del lupo quando è piccolo ma la spezza, se ne costruisce un’altra più forte, la spezza,
la terza la spezza. Non riuscivano a tenere incatenato questo lupo. A un certo punto gli dei riescono a
costruire una catena magica caratterizzata da un sortilegio che l'avrebbe resa indistruttibile e propongono
al lupo, che ormai è diventato grande, di accettare questa sfida. Il lupo è furbo, capisce e non si fa
convincere, dice di volere un pegno se deve accettare questa sfida: uno di voi deve mettere la mano tra le
mie fauci, perché se non riuscirò a spezzare la catena, vuol dire che mi avete ingannato con la magia e mi
vendicherò ai danni della mano della persona che l’avrà messa nella mia bocca. Tutti gli dei si tirano
indietro, hanno paura, tranne uno, Tyr, che è come Muzio Scevola e sacrifica la mano. La storia finisce con
il lupo che non riesce a spezzare la catena, gli dei sono salvi ma il lupo dilania la mano e Tyr rimane senza
la sua mano. Ecco l’unitarietà di fondo dei miti.

È evidente come Roma, cacciata la monarchia, è stata cinta d’assedio dagli Etruschi e la guerra l’ha persa
poi, quando è diventata una potenza nazionale e sovranazionale non poteva accettare di essere stata
messa sotto assedio e di essere stata sconfitta dalla popolazioni etrusca, addirittura da piccole città, da
Gabii, da Veio, da Chiusi. Allora ha riscritto la storia mettendoci questi episodi di eroismo che avrebbero
impresso alle guerre un esito differente da quello che invece fu nella realtà: Roma ha perso la guerra con
gli Etruschi, che nel 508/507/506/505/504/503, dopo la fuga di Tarquinio il Superbo, è stata dominata dagli
Etruschi. Trovarsi gli Etruschi a dominare Roma era una situazione che non piaceva a molti, perché gli
Etruschi erano comunque una potenza, come gruppo di città, c’era una concorrenza commerciale, si
contendevano con gli altri latini il controllo di parti del Lazio, si contendevano con Cuma, in Campania, il
controllo delle coste tirreniche. Quindi, a un certo punto c’è una coalizione: Latini, Cumani, Lega
dell’Aventino che riesce a ritirare Roma dalla dominazione etrusche. Probabilmente dall’inizio del V secolo
Roma non aveva il giogo etruscho al suo interno.

Siamo passati dalla monarchia al consolato, quindi dalla monarchia alla repubblica, intorno al 509.
Secondo la leggenda nel 509 c’è il trapasso dalla monarchia alla repubblica. Segue una dominazione
etrusca, poi c’è una coalizione di altre città stato per liberare Roma dagli Etruschi, città stato che erano
timorose che gli Etruschi comprendessero il controllo con Roma in varie parti del Lazio facendo di Roma
stessa un avamposto per l’espansione.

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Il primo problema è: la monarchia cessò veramente nel 509?

Gli antichi avevano una vera passione per i sincronismi. Ad Atene, intorno al 510-509, viene cacciato
Ippia, figlio di Pisistrato, con conseguente scontro fra Isagora che voleva instaurare l’oligarchia e Plistene
che voleva instaurare la prima democrazia. Le vicende sono molto simili, perché qualche anno prima c’era
stata una fortissima tensione ad Atene perché il fratello di Ippia, anche lui figlio di Pisistrato, Ipparco, aveva
cercato di insinuarsi in una coppia omosessuale, Armodio e Aristogitone. Ipparco insidia Armodio. I due lo
uccidono nel 514 e nel 510 è cacciato anche Ippia da Atene, quindi parallelamente alla cacciata di
Tarquinio il Superbo e di suo figlio Sesto, poco prima erano stati cacciati da Atene Ipparco e il fratello Ippia
figli di Pisistrato. Ippia, grazie all'aiuto degli Alcmeonidi aiutati a loro volta dagli Spartani, cercherà di farsi
reinsediare ad Atene, un po’ come Tarquinio cerca rifugio presso gli Etruschi. Nello stesso arco
cronologico, 510-509-508, l’istituto monarchico cade anche da altre parti: cadde in molte città del Lazio e
cadde anche in molte città dell’Umbria, altri possibili sincronismi, è un’epoca infausta per la monarchia la
fine del VI secolo. I Romani cercarono di legittimare il 509 come anno consacrato a questo passaggio, lo
fecero attraverso un sistema a cui i moderni credono poco, mentre quelli che vogliono salvaguardare il 509
piuttosto osservano un’altra cosa. C’era un solo tempio di Giove Capitolino, dopo la cacciata della
monarchia, ogni anno si svolgeva la cerimonia del clavus fictius: si conficcava un chiodo, uno per anno, nel
304 si sarebbero contati 204 chiodi, sarebbe cominciato subito dopo la caduta della monarchia (509-508).
Chi ci dice che un po’ di chiodi non sarebbero stati aggiunti dopo per far tornare il conto?

Un'altra cosa a cui i moderni guardano con maggior fiducia: la reggia era stata la residenza del re, la
residenza regale. Verso la fine del VI secolo la reggia subisce una modifica nella sua struttura, assume non
più la forma di una residenza reale ma la forma di un tempio. Con il passaggio alla monarchia alla
repubblica, le funzioni religiose che aveva il re, non passano ai magistrati civili, ma passano al capo del
collegio dei pontefici che prende il nome di pontifex maximus ed è una carica vitalizia. Può rivestirla
ovviamente un laico (Giulio Cesare era pontifex maximus), ma non la riveste in quanto console o in quanto
pretore ma la riveste come carica a sé che può cumularsi con le altre ma può anche essere autonoma e
indipendente, quindi il capo della religione pagana è una figura appositamente dedicata a questo. Livio la
chiama rex sacrificulus, altri rex sacrorum, eredita i poteri religiosi del re e la sua cura per officiare tutti i
rituali religiosi, una carica che sopravviverà fino al tardo antico. Si deve assumere questa come prova della
caduta della monarchia verso la fine del VI secolo, ma la questione è molto complessa. Un altro problema:
questi Tarquini chi li ha cacciati? Tarquinio il Superbo, il figlio Sesto, da chi sono effettivamente stati cacciati
da Roma? Dai Latini delle città limitrofe per porre fine al dominio etrusco su Roma? Dagli Etruschi stessi in
una lotta tra rami rivali? Tarquinio Collatino è un cugino del re, si chiama Tarquinio anche lui, è cugino di
Tarquinio detto il Superbo, quindi appartiene a una ramo soccombente della dinastia dei Tarquini. Lucio
Giunio Bruto a sua volta è nipote di Tarquinio il Superbo, quindi i primi due consoli, quelli che hanno
cacciato Tarquinio il Superbo il re, l’ultimo re, erano parenti. Quindi alcuni hanno pensato a una congiura
di palazzo non già per ricacciare il monarca e abbattere la monarchia, ma per sostituire un altro al
precedente. Altri ancora hanno pensato a una congiura dell’aristocrazia monachica, i senatori.
L’aristocrazia in questo caso avrebbe potuto provare a essere governata dall’esponente di un altro ramo
della dinastia dei Tarquini, magari più favorevole. Poteva essere Collatino stesso o dal momento che
Collatino viene esiliato perché si ricordano che si chiama Tarquinio forse il favorito poteva essere stato
Lucio Giunio Bruto o Valerio Publicola. Un altro da mettere al posto del re. C’è una fatto plausibile: i
successori eventuali della monarchia, se segnamo questa ipotesi, sarebbero stati deboli e gli Etruschi di
Veio e di Chiusi avrebbero potuto giudicare quell’occasione ghiotta per prendere il possesso di Roma e
non per reinsediarvi Tarquinio, per prenderne possesso, indipendentemente da Tarquinio.

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Si è notato che il console del 506 si chiama Spurio Larcio, un console del 501 si chiama Tito Larcio, sono
nomi etruschi. È strano che in una Roma che ha abbattuto la monarchia etrusca ed è passata alla
repubblica, secondo la leggenda in piena autonomia, come consoli chiamava a scegliere personaggi
etruschi. Secondo alcuni si tratterebbe di magistrati cui il re Porsenna di Chiusi avrebbe lasciato Roma da
amministrare.

Un tributo nei manufatti, le famose terrecotte etrusche, il cui commercio, il cui afflusso a Roma non si
interrompe fino al 470, anche questo è strano (tu sei in guerra con un popolo ma continui a comprare le
loro terrecotte), sono ancora contatti commerciali, una situazione molto strana. Forse gli Etruschi che erano
stati fiaccati dai Focesi nella battaglia di Alalia nel 535 poterono vedere nella presa di possesso di Roma
un’estrema occasione per riscattarsi. È per questo che nella tradizione anti-etrusca che viene messa in
piedi dai Latini e dai popoli della lega dell’Aventino, arriva l’offerta di entrare nell’alleanza anche da parte di
Cuma, in Campania. Il tiranno Aristodemo di Cuma vuole venire a liberare Roma dagli Etruschi, è strano
(non gli importa a Cuma di Roma), forse era preoccupato che Roma fosse l’avamposto per la ripresa
dell’espansione etrusca, quindi Cuma si allea ai latini nella lega dell’Aventino contro gli Etruschi.

Queste sono piste interrogative, non sappiamo come sono le cose, c’è una versione ufficiale della
storiografia romana e le contro ricostruzioni dei moderni che non la seguono.

I consoli sarebbero stati, secondo la tradizione storiografica i primi magistrati supremi della repubblica,
quindi sono due, non più uno, potere collegiale. La repubblica romana sorge sulle fondamenta dell’odio
radicato nei confronti della monarchia, a tal punto che chiunque venisse sospettato di aspirare alla
monarchia, chiunque venisse sospettato di voler farsi rex, poteva essere subito messo a morte. Quando
viene ucciso Cesare si tratta di stabilire se fosse diventato un tiranno, un rex, perché in tal caso i congiurati
non avrebbero commesso nessun reato ad ammazzarlo, se voleva farsi rex allora va bene, molti
personaggi del V secolo vengono uccisi, perché scrivevano lettere sospettate di voler costruirsi un
consenso per un colpo di stato, quindi venivano messi a morte. Se le azioni demagogiche venivano
sospettare di tendere alla monarchia, iure caesus, c’è proprio una norma di diritto romano (“caesus” -
”ucciso”, “iure” - “a buon diritto").

Questi primi due consoli hanno subito una collegialità perfetta? Cioè i loro poteri sono perfettamente
uguali? Oppure c’è una disegualità nella collegialità?

Secondo la tradizione sono magistrati annuali, elettivi, eletti dai comizi centuriati con poteri eguali,
perfettamente eguali, il potere supremo ce l’avevano uno dei due un giorno sì e un giorno no, erano
perfettamente eguali, secondo la tradizione. Una delle ipotesi che è sempre tra le più in voga invece è
proprio quella di una collegialità inizialmente con poteri disuguali, con uno dei due consoli che comandava
più dell'altro. Questa è un’ipotesi già introdotta dai grandi padri degli studi sulla storia della Roma antica tra
la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900. Questi grandi studiosi facevano notare un’analogia: la magistratura
straordinaria del dittatore, dictator, aveva come il re dei collaboratori, in particolare il magister equitum. Le
magistrature straordinarie sono quelle magistrature che non solo non devono esserci sempre, ma che
sarebbe meglio che non ci fossero mai, nel pensiero istituzionale romano, tra queste c’è la dittatura. Il
dittatore è coadiuvato da un magister equitum che ha un potere ovviamente inferiore al suo, tant’è che è il
dittatore che lo sceglie. Sulla base di questa magistratura a cui si ricorreva nei momenti difficili, vari studiosi
hanno pensato che dal monarca, dal re, non si passò subito ai due consoli con poteri perfettamenti uguali,
ma ci sarebbe stata una fase intermedia durante la quale dal re si sarebbe passati a due magistrati
collegiali ma con poteri diseguali, tramite la dittatura. Questa magistratura inizialmente sarebbe stata

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ordinaria e solo poi sarebbe tramontata per restare come magistratura ordinaria a cui ricorrere in frangenti
emergenziali. Monarchia, dittatore con il magister equitum a lui subordinato e solo dopo due consoli con
poteri esattamente corrispondenti. Del resto anche la leggenda romana contempla nel 509 il passaggio
dalla monarchia ai consoli con poteri perfettamente uguali, però all’interno ha delle cose poco comuni: già
nel 501 i Romani sarebbero ricorsi a un dittatore, cioè a un magistrato straordinario che prende il posto dei
consoli ed è affiancato da un magister equitum, un collaboratore, alla lettera comandante della cavalleria, in
realtà suo subordinato per tutte le funzioni militari. Sarebbe strano che ancora nei festeggiamenti per aver
abbattuto la monarchia, i Romani scegliessero di riaffidare tutto il potere a un solo magistrato, oltretutto con
un etrusco, perché il primo dittatore sarebbe stato Tito Larcio, un etrusco, tutto questo è improbabile. Fatto
molto rilievo in passato, com’è giusto, la tesi del grande Gaetano de Sanctis, ha scritto vari volumi di una
storia dei Romani che per molti eventi della storia romana, cominciando dalle guerre puniche è tutt’ora, a
molto più di 100 anni dalla sua pubblicazione, un volume di riferimento imprescindibile. De Sanctis elaborò
una teoria molto fortunata: i cosiddetti consoli non avrebbero seguito la caduta della monarchia, ma
l’avrebbero provocata. Per De Sanctis questi consoli sarebbero stati i comandanti militari di ognuna
delle tre tribù originarie, per questo sarebbero stati chiamati praetores, “coloro che stanno avanti nello
schieramento militare", il nome “console” è successivo, all’epoca i supremi magistrati della repubblica si
chiamavano pretori (non si confondevano con il magistrato che si chiama pretore? No, perché quest’ultimo
è stato creato nel 366, mentre i consoli nel 509, secondo la tradizione). Quindi originariamente ci sarebbero
stati tre comandanti militari con il nome di praetores (pretori), con il riferimento alla posizione di prima linea
detenuta nella legione dello schieramento militare. Subordinati quali erano originariamente al rex,
avrebbero visto amplificarsi il loro compito, fino a ordire un colpo di stato che prende il posto del re. I
praetores di un certo anno avrebbero battuto il re prendendone il posto e due di loro sarebbero diventati i
supremi magistrati dello stato, mentre il terzo si sarebbe dedicato all’amministrazione della giustizia e
questo ruolo sarebbe poi confluito nella magistratura che storicamente si chiamerà pretura, naturalmente i
due che comandavano erano quelli più importanti. Questo è un nucleo di estremo interesse nella teoria del
De Sanctis che peraltro, nella sua ricostruzione, ha introdotto una proposta molto suggestiva e molto
convincente, la caduta della monarchia e l’interruzione dei contatti con gli Etruschi sarebbe successiva di
alcuni decenni rispetto alla vicenda tradizionale e avrebbe comportato l’interruzione di qualsiasi contatto
commerciale con gli Etruschi (è nel 470 che le terrecotte etrusche spariscono) e la cosiddetta serrata
del patriziato, la chiusura a riccio che vedeva i patrizi configurarsi come ordine superiore con tanto di
monopolio sulle magistrature che avrebbe costituito il materiale per il secolare scontro fra patrizi e plebei.

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Lezione III – 26/02: LE ASSEMBLEE ROMANE
Con populus ci si riferisce al popolo nella sua interezza, quindi sia patrizi che plebei (il discorso dei patrizi
diventa sempre meno rilevante nel corso della storia romana: in tarda età repubblicana resistono solo una
ventina di famiglie patrizie poiché le altre si sono estinte). Si diventa cittadini romani se si nasce da un
padre con cittadinanza romana, anche se la madre era straniera, mentre è discussa la cittadinanza romana
se si nasce da madre romana e padre straniero. La particolarità del sistema romano sta nella disponibilità
nel concedere la cittadinanza: persino gli schiavi potevano essere liberati e i loro figli potevano diventare
cittadini romani, oppure gruppi di persone che si stabilirono a Roma (es. Cesare la concesse a tutti i medici
stranieri disposti a trasferirsi a Roma; la gens Claudia venne accolta nel VI secolo appena arrivata a
Roma). Per far parte del popolo i cittadini devono registrarsi e una volta che il cittadino è tale deve
partecipare alle assemblee: hanno funzioni elettive, deliberative, giudicanti.

Il popolo esiste solo quando viene convocato come tale, per la durata delle assemblee e quindi inizia a
vivere come entità. Ad Atene c’è un’assemblea unica, l’ecclesia, mentre a Roma ci sono tre assemblee più
una. Se un’assemblea ammette al suo interno tutto il popolo (patrizi e plebei) allora si parla di cumitia (cum
+ iri = andare tutti insieme), mentre se limita la partecipazione ad una sola parte del popolo si parla di
concilia (es. concili della plebe).

I COMIZI CENTURIATI
Alle origini le più importanti assemblee sono i comizi centuriati: è un’assemblea del popolo ripartito in
classi di censo e nella suddivisione in centurie che deriva dalla ripartizione in classi di censo. La centuria è
contemporaneamente unità di reclutamento dell’esercito e un’unità di voto. I comizi centuriati sono
l’assemblea del popolo che viene convocato per centurie; votano i maschi (le donne non votano e non
fanno parte delle assemblee) in quanto combattenti nell’esercito, in base alla loro ripartizione in classi di
censo, cioè in base alla ricchezza posseduta (non si misura fino al IV secolo in soldi, ma in proprietà
terriera e in corrispettivi in bronzo mucio). A seconda di quanta ricchezza si ha viene attribuita una classe
che in totale sono cinque: se si viene inclusi in una delle classi si è chiamati a combattere
obbligatoriamente, procurandosi l’armamento sia difensivo che offensivo. Se non si arriva al minimo di
censo non si fa parte di queste classi, si fa parte dei proletari, e non si deve andare nell’esercito, perciò
definiti militesenti. Ogni centuria esprime un voto e le centurie totali sono 193, indipendentemente da quanti
uomini compongono quelle centurie, ed hanno funzioni elettive, deliberative e giudiziarie supreme. Nella
loro convocazione sono presiedute da consoli e pretori.

L’ordinamento centuriato è tradizionalmente attribuito a Servio Tullio, che emanò un ordinamento che gli
studiosi collegano con un cambiamento dell’assetto dell’esercito. Fino a quel momento era in vigore il
modello eroico, costituito da una fanteria leggera di fronte alla quale vi erano pochi grandi personaggi a
cavallo che combattono in duello e portano gloria e fama. Intorno al sesto secolo inizia ad essere importato
dal mondo greco e dal mondo etrusco il modello oplitico-falangitico: gli opliti sono i soldati con armatura
pesante, la falange è la disposizione di combattimento in file, l’uno accanto all’altro (a ranghi serrati). La
vittoria non risiede nella capacità del singolo personaggio di vincere i singoli scontri, ma nella capacità della
legione di fare pressione collettiva e simultanea. Con questo modello si distinguono al massimo le prime
file, ma non c’è più uno che si distingue più dell’altro perché è difficile essere individuati, tanta è la
compattezza della formazione. Questo modello, che richiede grandi pianure, mentre è in difficoltà in territori
impervi e collinari. È per questo motivo che Roma a partire dalla seconda guerra sannitica, dopo la
sconfitta alle Forche Caudine, è costretta a cambiare la struttura dell’esercito e a adottare l’ordinamento
manipolare.

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Combattono i maschi al di sopra dei 17 anni, che sono suddivisi in classi di censo a seconda della
traduzione in moneta dei loro beni immobili. Le classi sono cinque e quelle più numerosi sono quelle più
basse. Lo stato romano è uno stato che chiede poco e dà poco. I comizi centuriati sono convocati in quanto
assemblea del popolo in armi e porta al fatto che devono essere convocati extra pomerium, cioè al di fuori
del confine sacro della città di Roma (non tutta Roma è all’interno del pomerium). Ci sono una serie di
cerchi bianchi che separano la sfera esterna militare dalla sfera interna d’oro che è dedicata alla politica e
alla religione. I comandanti dell’esercito non possono entrare nel pomerium e ciò costituirà un problema
(es. Cesare vuole candidarsi al consolato mentre è proconsole in Gallia, ma non vuole deporre il comando
della Gallia e, a causa di ciò, non può entrare nel pomerium e presentare la sua candidatura. Si parla di
divisione di spazio per cui le armi non devono contaminare la sfera della civiltà. Questo piccolo pomerium,
che inizialmente riguardava solo la città di Roma, verrà poi esteso da Silla fino alla linea del Rubicone e alla
punta dello stivale.

Livio negli Annales ab urbe condita (1, 43): attribuisce a Servio Tullio la riforma, anche se i moderni
tendono a posticiparla.

TRADUZIONE TESTO UNISTUDIUM + COMMENTO:

Tra coloro che possedessero un censo di 100.000 massi di bronzo o superiore (prima classe), creò 80
centurie, 40 di uomini più anziani (dai 46 ai 60 anni) e 40 di più giovani (dai 17 ai 45 anni); i più adulti
furono incaricati di essere a disposizione per la difesa della città (qualora ci sia una guerra, anche
offensiva, i più anziani stanno a presidio di Roma e sono i più giovani che vanno a portare l’attacco alle
città nemiche), i giovani furono incaricati di condurre le guerre all’esterno; a questi furono prescritte come
armi un elmo, uno scudo rotondo di bronzo, le gambiere, la corazza tutte in bronzo (lo Stato non fornisce le
armi, ma è a discrezione di ogni uomo procurarsi ciò che viene richiesto per la sua classe sociale); queste
cose dovevano fungere da protezione del corpo (armi difensive per ripararsi dai colpi dei nemici), mentre
come armi offensive l’asta e la spada; inoltre a questa classe furono aggiunte due centurie di fabbri
(indipendentemente dal reddito e svolgevano il servizio militare senza armi) che fu dato loro l’incarico di
portare in guerra le macchine d’assedio. La seconda classe venne istituita a comprendere un censo tra
75.000 e 100.000 assi e con questi, sia più adulti che più giovani, vennero create 20 centurie; vennero
ordinate come armi lo scudo grande rettangolare (in genere in legno al posto dello scudo rotondo in
bronzo) e ad eccezione della corazza, per il resto le stesse armi (devono spendere di meno perché sono
meno ricchi) [ gli appartenenti alla seconda classe sono numericamente maggiori degli appartenenti alla
prima, ma sono distribuiti in un numero di centurie inferiori]. La terza classe volle che il censo minimo
fosse di 50.000 mila assi; vennero create altrettante centurie (20) e vennero costituite con la stessa
differenza in relazione all’età (composte da adulti e giovani); nemmeno riguardo alle armi venne mutato
nulla, ma vennero esentati dal procurarsi le gambiere (più si scende, più vengono esentati dal procurarsi
qualcosa, poiché si hanno meno soldi; siamo ancora nella fanteria pesante). La quarta classe volle che il
censo minimo fosse di 25.000 assi e vennero create altrettante centurie (20), ma vennero cambiate le armi:
non dovevano procurarsi niente, se non l’asta e un giavellotto (il giavellotto era lungo quasi 2 metri siamo
nella fanteria leggera poiché non hanno armatura per proteggersi poiché non combattono corpo a corpo,
ma lanciano l’arma a distanza). La quinta classe volle 30 centurie e portavano con sé fionde e pietre da
lancio (antecedente dei frombolieri, che in età imperiale saranno un reparto speciale); votano con la quinta
classe delle categorie di persone, cioè furono ascritti a questa classe i suonatori di corno e i suonatori di
tromba e vennero distribuiti in due centurie (gli antichi erano concentrati sull’aspetto psicagogico della
musica). Questa classe veniva censita con un minimo di 11.000 assi di bronzo. Il censo inferiore a questo
comprese tutto il resto della popolazione; con loro venne creata una solo centuria e furono esentati dal
combattimento.
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Dopo aver sistemato così l’esercito di fanti, arruolò 12 centurie di cavallieri tra i cittadini più illustri. Altre 6
centurie, al posto delle 3 create da Romolo, vennero create sotto gli stessi nomi: per comprare cavalli,
vennero stanziati a spese dello Stato 10.000 assi di bronzo e, inoltre, per dare da mangiare ai cavalli le
donne non sposate (o vedove) furono costrette a versare ogni anno 2.000 assi di bronzo (perché non
andavano a combattere e quindi dovevano risarcire lo Stato).

(La maggioranza di 97 centurie si raggiunge facilmente se la classe dei cavalieri e la prima classe votano
compatti, quindi più si abbassano le classi, meno il loro voto conta).

Tutti questi oneri furono spostati dai poveri ai ricchi (il compito di combattere gravava sulle spalle di chi
aveva un reddito più alto, e tanto più quanto fosse stato più alto questo reddito). E pertanto venne
accresciuto il loro peso politico (per compensare delle spese per procurarsi le armi e del rischio della vita,
avevano maggior peso politico nelle assemblee). Infatti, non funzionò più come era stato tramandato da
Romolo e da tutti gli altri re: il voto non fu dato più per testa e con lo stesso peso indistintamente, ma
vennero create delle graduazioni in modo tale che nessuno sembrasse privato del diritto di voto, e tuttavia
tutto il potere fosse nelle mani dei cittadini più ragguardevoli. Infatti, venivano chiamati a votare prima i
cavalieri e subito dopo le 80 centurie della prima classe. A quel punto, se anche non fossero tutte
d’accordo, cosa che capitava molto raramente, venivano chiamate a votare le centurie della seconda
classe, ma non accadeva praticamente mai che si scendesse così in basso da chiamare a votare le classi
più basse.

Quindi, chi è più ricco deve affrontare maggiori spese per difendere o espandere la repubblica,
conseguentemente ha un maggior peso nelle assemblee. Dal punto di vista militare è la conseguenza
dell’introduzione del modello oplitico-falangitico, ma ad Atene era accaduto qualcosa di molto simile:
Solone nel 590 divise gli Ateniesi in tre classi su base timocratica (ricchezza terrena). Si avevano i
cavalieri, gli zeugiti e i teti. I pentacosiomedimmi erano i cavalieri più ricchi e potevano puntare alla carica di
arconte e di tesoriere che sono le cariche più importanti. Le cariche appena inferiori vanno ai cavalieri
meno ricchi e agli zeugiti, mentre i teti possono soltanto partecipare alle assemblee popolari e al tribunale
popolare.

I comizi centuriati, presieduti da consoli e pretori, hanno funzioni elettive, deliberative e giudiziarie:
eleggono i magistrati cum imperio (i magistrati superiori), votano le leggi (inizialmente indipendentemente
dalla loro importanza, e solo loro, in qualsiasi epoca, possono deliberare alle dichiarazioni di guerra); a
Roma non ci sono giudici di professione che emettono le sentenze, ma il pretore istruisce la causa,
raccoglie le prove ma è il popolo che giudica con partecipazione diretta per centurie. Si portano ai comizi
quei processi che possono comportare le pene più gravi, quindi la pena capitale e l’esilio: il carcere non è
una pena, ma un luogo dove vengono tenuti in sicurezza gli imputati in attesa che vengano processati.
Qualsiasi cittadino romano che compia un reato passibile di pena capitale, anche in qualche altra parte del
mondo, se è cittadino romano può fare appello ai comizi centuriati, ed è solo lui che può decidere sulla vita
e sulla morte.

Se il comizio deve eleggere un console, deve essere presieduto da un console o da un dittatore, ma non da
un pretore perché il pretore è di rango più basso del console e non può presiedere un comizio per eleggere
un magistrato superiore al suo rango.

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I COMIZI TRIBUTI

Il popolo è convocato non per appartenenza ad una centuria, ma per appartenenza ad una tribù: con
Romolo le tribù sono su base etnica (in base all’origine), poi con i sovrani etruschi su base territoriale. Fino
alla caduta della Repubblica le tribù erano 4: collina, esquilina, palatina, suburana. Mano a mano che
Roma si espanse, furono create altre tribù, fino ad un massimo di 35 tribù dopo la guerra punica.
Generalmente, gli appartenenti ad un municipio o ad una regione vengono ascritti ad una stessa tribù.

Le funzioni del popolo convocato in tribù sono le stesse dei comizi centuriati. Nel caso delle funzioni
deliberative votano sin da subito anche leggi importanti, a seconda della scelta che il magistrato che le
propone fa. Nelle altre funzioni la graduazione rispetto ai centuriati è evidente: nel caso delle funzioni
elettive, ai comizi tributi vengono eletti magistrati cum potestas, quindi magistrati inferiori nella carriera
prevista per coloro che sono di rango senatorio. Se si fa parte di altri ranghi, cavalieri o popolo semplice,
non si può percorrere questa carriera (dipende quindi dalla famiglia, dai soldi e dalla carriera poiché si
devono ricoprire alcune cariche militari per poi poter aspirare a questa successione). La funzione giudiziaria
riguarda imputati per reati punibili con multe, raramente con l’esilio e mai con la pena di morte. I comizi
tributi si possono tenere dove si vuole e non c’è vincolo per quanto riguarda la sede.

I COMIZI CURIATI

I comizi curiati compongono una particolare eccezione: mentre per i comizi centuriati e i comizi tributi il
criterio è quello della partecipazione diretta del popolo, i comizi curiati funzionano come i parlamenti
moderni, ossia per rappresentanza del popolo. Sono presenti 30 littori, ognuno dei quali rappresenta il
popolo romano suddiviso in 30 curie (sono la convocazione al voto del popolo romano diviso in curie, ma
per questo comizio ogni cittadino romano non può partecipare direttamente, ma viene rappresentato da un
littore). Questi comizi si devono tenere nel Comitium in Campidoglio. A seconda del magistrato che lo
presiede possono avere due compiti:

-​ Se sono presieduti da consoli il loro compito è quello di conferire ai magistrati eletti la Lex
curiata imperium: un console vince un’elezione ed entra in carica un certo giorno, ma finché non è
stata emanata dai comizi curiati la lex curiata è investito della carica soltanto in parte (es. un
console già da quando entra in carica comanda gli eserciti, ma se, come avviene nel 49, vengono
eletti i consoli ma partono subito per la guerra a causa della guerra civile tra Pompeo e Cesare,
siccome i consoli seguono Pompeo e vanno subito in Grecia, non sono stati investiti della lex
curiata e quindi alla fine dell’anno non possono presiedere i comizi curiati per eleggere il console
dell’anno dopo, perché non sono stati ratificati con la lex curiata e quindi non hanno il potere di
presiedere l’assemblea per eleggere i loro successori) → per gli eventi del 44 questa sarà la
strategia di Marco Antonio, per cui alcuni giurati di Cesare erano stati nominati da Cesare capi delle
province e Antonio, da un lato è costretto a confermarli, ma dall’altro richiama a sé la lex curiata e
non li fa partire, ma li fa rimanere a Roma.
-​ Se presieduti da un pontefice massimo ratificano le adozioni e danno esecuzione ai
testamenti → nel 44 Ottaviano è stato dichiarato da Cesare suo erede, ma il testamento per cui
avrebbe ottenuto i soldi di Cesare aveva bisogno di essere confermato, e Antonio, amico del
pontefice massimo, fa si che i comizi curiati non vengano convocati mai.

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I CONCILI DELLA PLEBE

Dopo la prima secessione della plebe (quando i plebei se ne andarono dalla città e fecero sciopero, cioè
“non coltivo i campi e non combatto”) ottengono di avere un’assemblea propria. Partecipano a questa
assemblea divisi per tribù, per cui si può parlare di concilia plebis tributa. I plebei raggiungono fette di
potere sempre maggiori, perché i patrizi gradualmente scompaiono, e a partire dal 287 con la lex Hortensia
tutto ciò che veniva deciso all’interno dei concili della plebe valeva anche per i patrizi, quindi per tutta la
cittadinanza.

Hanno funzioni elettive dei magistrati plebei, cioè i tribuni della plebe, e dei due dei quattro ediles. Hanno
funzioni deliberative delle leggi che vengono portate in votazione dai tribuni della plebe e hanno funzioni
giudiziarie che riguardano processi contro imputati accusati di aver leso i diritti di un plebeo o della plebe.
Sono presieduti dai tribuni della plebe o dagli edili plebei (potea ricoprire questa carica un plebeo di rango
senatorio).

IL SENATO

È soggetto ad un’evoluzione: con Romolo sono 100 membri del senato, poi elevati a 600 con Tarquinio
Prisco, a 900 con Cesare, nell’età triumvirale a 1.000 e Augusto li ridusse nuovamente a 600.

Il senato è un’assemblea consultiva, per cui da pareri non vincolanti (es. i magistrati chiedono consiglio
se proporre o meno una legge), anche se in certi frangenti il senato fu il cuore della decisione politica
romana (nella seconda guerra punica, se non ci fosse stato il senato, Annibale avrebbe preso Roma,
ispirando ai magistrati le mosse giuste per risorgere dalle ceneri e vincere quella guerra). I senatori sono ex
magistrati: dopo aver coperto certe cariche si entrava di diritto in senato a vita. Nei primi secoli si doveva
arrivare ad almeno la pretura, poi nella tarda Repubblica bastava anche solo aver ricoperto la questura per
poter entrare a vita all’interno del senato (o finché non si veniva condannati per aver infranto le leggi).

Alcuni studiosi dell’Ottocento hanno provato a fare un paragone tra i parlamenti moderni e il senato: i
parlamentari moderni sono rappresentanti del popolo e decidono le leggi (ha quindi potere legislativo), ma il
senato romano non vota le leggi e i senatori non ritengono di rappresentare nessuno perché non sono eletti
dal popolo, ma sono ex magistrati. Le leggi le approvano i comizi e i concili, ma sicuramente non il senato,
al massimo le ispirano (funzione consultiva).

Per essere senatori bisogna essere cittadini romani (si deve avere la civitas), si deve risiedere a Roma
perché il senato può essere convocato con urgenza (oltre a non potersi allontanare da Roma per più di
dieci giorni), deve esercitare un’attività non infamante (il lavoro per eccellenza nobile è essere un grande
proprietario terriero e vivere di rendita, al massimo un commerciante su larga scala, perché così si era al
vertice di gruppi sociali, essere avvocati; non si possono fare lavori umili come essere dipendenti, ma
anche essere attori o mimi, ma anche essere atleti, gladiatori, cocchieri delle corse di carri, attività
finanziaria quasi tutti fanno ciò di nascosto, come per esempio Marco Giunio Bruto che prestava soldi al
48% ed ufficialmente era avvocato). Inoltre, bisogna avere almeno il censo della prima classe e bisogna
aver ricoperto alcune magistrature (a seconda dei secoli, ci si accontenterà di aver ricoperto magistrature
anche più basse per accedere al senato).

Il senato ha il compito di avere rapporti con stati stranieri (generalmente a febbraio venivano ricevute le
delegazioni degli stati stranieri), fare i decreti di guerra (decisa dai consoli e dai comizi, ma affinché si
potesse iniziare una guerra e reclutare i soldati servivano i decreti del senato), supervisionare i conti
pubblici (controllati da una pluralità di agenti, solitamente censori della magistratura assieme al senato).
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Fino alla lex publilia del 339 a.C. ogni votazione comiziale andava approvata dalla componente patrizia del
senato: possono, per esempio, annullare leggi tramite l’auctoritas patruum. Dopo il 339 con la lex publilia,
emanata da Publilio Filone, si invertono i momenti: i senatori patrizi devono approvare la legge prima che
arrivi ai concili, in modo tale che se venga approvata non sia poi invalidata. Nella tarda repubblica si giunge
ad una situazione per cui tutto il senato, e non più solo i patrizi, non deve approvare preventivamente una
legge e non deve approvarla successivamente, ma deve restare fuori dai giochi. In particolari circostanze,
però, i senatori possono contestare la regolarità di una proposta di voto o di un’assemblea (es. nel 91 a.C.,
quando scoppiò la guerra sociale contro gli alleati, era stata approvata la concessione della civitas romana
agli italici e il senato riesce ad annullare la votazione, tramite un cavillo di legge).

Dal 121 il senato entra in possesso di un potentissimo istituto, il senatus consultum ultimum, cioè
l’estremo parere del senato: è un provvedimento d’urgenza che si attua quando c’è un pericolo incombente
(nel caso del 121 c’erano i tumulti dei seguaci di Gaio Gracco per l’attuazione del suo programma di
riforme). Il senato chiama i consoli e pronuncia la frase “probilia consules ne quid res publica detrimenti
capiat”, cioè “i consoli facciano in modo che la repubblica non subisca alcun danno” per cui i consoli
devono reprimere una sommossa o sciogliere a qualunque costo le azioni violente. Generalmente, il civis
romano è protetto dalle garanzie costituzionali: un console non può uccidere un cittadino romano anche se
è protagonista di tumulti, senza concedergli la possibilità di appellarsi al comizio centuriato, ma sotto
l’azione del senatus consultum ultimum vengono sospese le garanzie costituzionali per cui i consoli
possono attaccare chiunque. Probabilmente, dopo il 121, l’istituto si sia attenuato nella sua crudeltà perché
nel 63 vengono sorpresi i catilinari (si è ancora sotto senatus consultum ultimum) e vengono portati nel
tullianum (la parte più nascosta del carcere) per essere strangolati, senza che potessero appellarsi ad un
processo; nel 58 il tribuno Clodio emana la Lex Clodia, per cui il console, cioè Cicerone, che non aveva
concesso ai catilinari di appellarsi al comizio centuriati per aver salva la vita deve essere mandato in esilio.

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Lezione IV - 3/03: LE MAGISTRATURE REPUBBLICANE
Cursus honorum, cioè la processione delle cariche in età repubblicana: magistrature previste per la
carriera senatoria, questo discorso funziona fino ad Augusto, poi con l’età imperiale cambia molto. In età
repubblicana, essendoci parecchi secoli da percorrere (dal 509 al 27 a.C. cambiano le cose, più o meno
sono alla stessa distanza che c’è tra il 1500 e oggi, sono modifiche che non sempre controlliamo negli anni
in cui sono intervenute).

Le magistrature romane possono essere ordinarie o straordinarie. Ordinarie significa che ci devono essere
sempre, tutti gli anni, sono normalmente previste; straordinarie che possono anche non esserci, nel caso
di una di queste l’auspicio generale era che non ci fosse bisogno di nominare qualcuno in quella carica. Le
magistrature repubblicane hanno alcune l’imperium e altre la potestas. L’imperium è un comando molto
elevato che comporta il potere di prendere gli auspici, cioè di entrare in contatto con gli dei apprendendone
il volere. Implica il potere di comandare gli eserciti e ha un forte potere coercitivo e edittale, cioè
manifestare la propria volontà tramite editti. La potestas ce l'hanno quelle magistrature che sono sine
imperium, cioè che non hanno l’imperium: è potere coercitivo minore che conserva la possibilità di
manifestare il volere di questi magistrati tramite editti, chi ha potestas non può comandare gli eserciti,
perché non può prendere gli auspici, quindi non può interpretare il volere degli dei che è la precondizione
perché qualsiasi decisione possa rivelarsi proficui per la Repubblica. Se si prende una decisione senza
aver appurato il volere degli dei, quella decisione rischierebbe di non coincidere con l’interesse della
Repubblica.

CARATTERI COMUNI

Caratteri comuni per queste magistrature, cose che possono accomunarle.

Queste magistrature sono gerarchizzate. Significa che un magistrato che detiene una certa carica ha un
potere maggiore di un magistrato che detiene una carica inferiore, c'è una scala in quest magistrature. Il
portiere dei singoli detentori di ogni magistratura pn è uguale: il console conta più dell’edile, l’edile conta più
del questore. Quindi c’è una gerarchia che implica anche che non si può detenere una carica maggiore se
prima non si è detenuta una carica inferiore. L’unica eccezione è costituita dal tribunato della plebe, chi non
è plebeo, ma è patrizio, la salta.

Le magistrature sono collegiali. La Repubblica romana nasce, si posa, affonda le proprie radici su un
terreno molto preciso che è l’odio per la monarchia, per il rex, per l’uomo solo al comando, quindi tutte le
cariche sono collegiali, ognuno che ricopre una carica si ritrova accanto almeno un collega, nelle
magistrature ordinarie. La dittatura no, è straordinaria, infatti si ricorre a questa carica soltanto in frangenti
indesiderati ed emergenziali. Uno ha almeno un collega, in certi incarichi ne può avere 40 in progresso di
tempo ma almeno uno, come nel caso dei consoli, ce l’ha sempre. E se è in disaccordo con questo collega
che succede? Conviene a tutti andare d’accordo con un collega, è capitato che dei consoli fossero in
disaccordo su tutto, ma certo non fanno una gran figura e siccome per chi ricopre un consolato la grande
aspirazione è quella di ricoprire un altro, non conviene farsi ridere dietro o esporre la repubblica a danni
derivanti da questo disaccordo. Però comunque il sistema aveva previsto il modo di far fronte a una
circostanza in cui due non si sopportano perché non convergono su tutto.

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Le magistrature romane sono specializzate. Significa che pur sussistendo degli ambiti su cui possono
mettere bocca più magistrati, grosso modo (inteso alla latina) ogni magistratura si occupa di un determinato
ambito essenzialmente, anche se qualche ambito può chiamare in causa contemporaneamente più
magistrati.

Le magistrature romane sono elettive. Già il re era elettivo, questi magistrati devono essere eletti quasi
tutti, i dittatori no, la dittatura pone problemi. I magistrati di queste singole cariche devono essere eletti, ci
vuole un’assemblea che li vota, che fa convergere sui singoli più voti che su altri. Quale assemblea? Ogni
magistratura va eletta da una precisa assemblea e solo da quella. Ogni assemblea può eleggere solo
alcuni magistrati, i quali possono essere eletti solo da un’assemblea e non da un’altra. Ad esempio il
tribuno della plebe deve spuntarla ai concilia plebis, gli edili ai comizi tributi, i pretori ai comizi centuriati ecc.

Le magistrature repubblicane sono temporanee. I romani non avevano sopportato non solo che l’età dei re
avesse visto un uomo solo al comando, ma l’avesse visto al comando a vita. Quindi le magistrature
repubblicane, per evitare il ripetersi di quell’indesiderata situazione, prevedeno non solo che nessuno sia
solo in quella carica, ma che quella carica sia soggetta a scadenza generalmente un anno, ma ci sono
eccezioni. ad esempio i censori stanno in carica 18 mesi.

Le cariche sono gratuite. I consoli non avevano uno stipendio alto ma un patrimonio si, non prendevano un
sesterzio, un denaro, un soldo, le cariche sono gratuite. Si candidano, pagano a spese proprie la
campagna elettorale, si fanno migliaia di nemici, negli anni 50 del I secolo a.C. affrontano scontri di piazza
in cui rischiano la pelle. Queste sono quelle differenze di civiltà, di contesti storici che richiedono da parte
nostra non solo un salto temporale nel calendario ma nella mentalità, dobbiamo tenere presente che non
stiamo parlando dei nostri tempi, di tutt’altro contesto, un contesto in cui la carriera senatorie prevede una
retroterra di ricchezza patrimoniale familiare. Nascono ricchi, ricchi veramente, hanno proprietà terriere
sterminate, eserciti di persone che lavorano per loro, i soldi sono l'ultimo dei loro problemi, quello che
cercano è la realizzazione attraverso l’esercizio del potere politico e lo stagliarsi sul palcoscenico della
Roma che conta, devono illustrare la loro famiglia detenendo le cariche. Per questo non solo non gli
interessa nulla non guadagnare, ma ci investono. Nel corso dei secoli, quando Roma si formerà un dominio
al di fuori dell’Italia e in tutta Italia, chi andrà ad amministrare le cosiddette province (i territori di proprietari
dello Stato romano al di fuori del pomerium) potrà, in età repubblicana, copertamente arricchirsi,
teoricamente no ma praticamente sì; in età augustea ufficialmente sì perché poi sarà previsto lo stipendio
per i governatori. Queste persone sono rettissime, vivono di rendita, di proprietà terriera, non hanno
bisogno di trovarsi un lavoro, hanno bisogno di trovarsi una vetrina, devono esercitare un potere che
illustrerà, oltre alle loro persone, le loro famiglie. È questo il loro scopo nella vita. Cesare viene ucciso non
solo dai nemici ma da quelli che sono suoi amici e che ha preposto in magistrature di altissimo livello,
perché non era più un vero potere, era un potere per concessione e l’aristocratico romano si realizzava
nella competizione politica per un potere vero, reale, tangibile, non calato dall’alto per concessione da una
persona che ormai era talmente tanto in alto che, secondo alcuni studiosi e secondo l’interpretazione di
qualche passo, era stato perfino equiparato agli dei. Questa carriera senatoria ha bisogno di una
precisazione: comincia con il vigintivirato, 20 posti; se uno si candida per una delle prime cariche del
vigintivirato è un senatore? No, non lo è ancora. In età tardo repubblicana è senatore chi ha ricoperto
almeno la questura (prima bisognava aver ricoperto cariche ancora superiori per poter entrare in senato),
però intraprende la carriera che se percorsa per almeno alcuni gradini lo porterà a entrare in senato, solo
colui che ha alle spalle una famiglia che gli garantisca di poter ambire a traguardi per i quali occorrono soldi
e la possibilità di n dedicarsi ad altri lavori remunerativi. A differenza di quanto accadrà da Augusto in
avanti, in età repubblicana i figli dei senatori non sono sentori, lo diventeranno se ricoprono certe

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cariche,sempre più basse con il procedere del tempo. Nel I secolo a.C. anche chi ricopre la questura,
uscito di carica, entrava a vita nel Senato.

Nel 180 a.c. viene emanata la Lex Villia Annalis, prevede un minimo di età per potersi candidare alle
singole magistrature. ci vuole un’età minima. In precedenza qualcuno poteva saltare delle cariche, da Silla
in poi no, bisogna ricoprirle tutte per arrivare all’ultima. La carriera senatoria comincia a 17 anni con il
servizio militare e i vigintivirati. Per tener a freno all’ambizione di personaggi molto potenti si stabiliscono
delle regole, per esempio dal 180 con la Lex Villia Annalis, fra una magistratura e un’altra (essenzialmente
significa fra un consolato e un altro consolato, perché a nessuno interessa ricoprire le magistrature inferiori,
tutti vogliono arrivare alle superiori) devono passare almeno 2 anni, anche se ci saranno delle eccezioni (i
famosi consolati consecutivi di Gaio Mario).

➔​ Le magistrature non sono prorogabili; i poteri che conferiscono sì.


➔​ Età minima richiesta dalla consuetudine per ricoprire le cariche curuli (quelle successive alla
questura) venne formalizzata dalla Lex Villia Annalis (180 a.C.) e alzata dalla Lex Cornelia de
magistratibus di Silla (81), che rese obbligatoria la questura, prima evitata da non pochi, e stabilì
un’età minima di 30 anni per ricoprirla.
➔​ Con la Lex Villia Annalis si delinea un certus ordo magistratuum, laddove in precedenza si potevano
trovare ad esempio consoli che non erano mai stati pretori.
➔​ Un candidato a una carica del cursus senatorio deve aver completato 10 anni di servizio militare a
partire dai 17 anni.
➔​ Dopo la Lex Villia Annalis, tra una magistratura e l’altra doveva intercorrere almeno un biennio, a
meno di particolari esenzioni.
➔​ Augusto avrebbe permesso ai patrizi di non ricoprire l’edilità.

Magistratura Data origine Durata Elezione Età Numero Competenze


minima

Vigintivirato IV-II 1 anno Comizi Varia Variano


tributi

Questura Età regia 1 anno Comizi 30 (27 Da 4 a 40 Contabilità finanziaria


tributi prima di
Silla)

Tribunato 494 1 anno Concili 32 Da 2 a 10 Ius auxilii


della plebe plebei
Ius intercessionis

Edilità 366 1 anno Comizi 36 2 Cura Urbis


curule tributi
Cura annonae

Cura ludorum

Edilità 494 1 anno Concili 36 2 Cura Urbis


plebea plebei
Cura annonae

Cura ludorum

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Pretura 366 1 anno Comizi 39 Da 1 a 16 Giudiziarie
centuriati

Consolato 509 1 anno Comizi 42 2 Poteri massimo a livello


centuriati civile e militare

Censura 443 18 mesi Comizi 44 4 Censimento


centuriati
Lista senatori

Supervisione contabilità
dello Stato

Appalti

Cura morum

Dittatura 501 6 mesi Consolare o 43 1 Generali e assolute


pretoria, su
indicazione Tipologie:
del senato
Rei gerendae

Rei Publicae
constituendae

Comitiorum habendorum
causa

Magister 501 6 mesi Su 1 Collaboratore col


equitum indicazione dittatore
del dittatore

VIGINTIVIRATO
La prima tappa è il vigintivirato. Il vigintivirato sono 20 posti che appartengono a quattro cariche diverse:

-​ Ci sono ogni anno 10 posti da decemviri stlitibus iudicandis (è stlitibus perché la grafia è arcaica)
per dirimere le cause: sono 10 uomini che coadiuvano il pretore a istituire i processi.
-​ Poi ci sono 4 posti da: tresviri monetales o triumviri monetales, in precedenza chiamati tresviri
auro argento aere flando feriundo, cioè degli uomini che sono incaricati di coniare le monete.
Perché sono 4 se si chiamano tresviri? Perché Cesare ne porta 4 ma prima erano 3. Sono gli
addetti alla zecca, il loro ruolo è molto ambito perché sulle monete si imprimono immagini che
hanno un forte impatto ideologico, per esempio Marco Giunio Bruto fa coniare delle monete che
avevano su un lato la testa dei suoi mitici antenati, tra cui Lucio Giunio Bruto che aveva cacciato il
tiranno, e sull’altro lato della moneta la dea Libertas (della libertà). È un messaggio che in una
società che non ha mass media è fortemente impattante.
-​ I triumviri capitales, anche questi prima 3 poi portati a 4, sono addetti a compiti di ordine pubblico
e hanno anche la tetra mansione di essere attivi durante le esecuzioni, per esempio gli
strangolamenti nel carcere Mamertino, quindi sono addetti alle pene di morte.
-​ Dopo la II guerra punica vengono eletti dei magistrati chiamati prefetti per Cuma e Capua (città
della Campania).

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Questo è appunto il vigintivirato, così chiamato dagli storici moderni (20 posti che sono incipitari della
carriera politica).

Dopodiché c’è un servizio militare decennale da compiere come tribuni nelle legioni. In età repubblicana
si comandano le coorti, si coadiuva il comandante delle legione come ufficiali che ambiscono a percorrere
la carriera senatoria.

Dopodiché ci si candida alle cariche più importanti del cursus honorum che è una carriera a imbuto: tanti
percorrono le primissime tappe, sempre meno percorrono le ultime.

QUESTURA

La prima carica importante è la questura. Soprattutto in età tardo repubblicana una volta che si è ricoperta
la questura poi si entra in Senato, prima no, nei secoli precedenti è ancora troppo poco, bisogna averne
compiuta qualcun'altra. La questura origina sin dall’età monarchica, quindi c’era già da prima della
repubblica, però c’erano i quaestores parricidii, cioè erano magistrati con delle funzioni giudiziarie,
mentre in età repubblicana i questori hanno tutt'altra funzione.

→ Nell’amministrazione finanziaria entrano in causa più magistrati: censori, consoli, questori e perfino
l’assemblea senatoria. I questori a che titolo entrano in causa? Sono quelli che una volta si chiamavano
cassieri della Banca d’Italia (nelle banconote in lire si trovano due firme: il governatore della Banca d’Italia e
il cassiere) - era un funzionario di altissimo livello, era uno solo che aveva la responsabilità esecutiva di
pagamenti che però non ha deciso lui e che lui mette in atto, è responsabile di mandare ad effetto le spese
approvate da altre o altrove. I questori sono gli esecutori contabili delle finanze romane, sono coloro che
materialmente mettono in atto i pagamenti. Per esempio, possono essere in età più avanzata nelle province
a pagare lo stipendio ai legionari che sono lì, oppure possono pagare i fornitori di marmo per costruire un
tempio. Quindi sono dei tesorieri, degli amministratori finanziari con funzioni contabili ed esecutive.

→ Sono eletti dai comizi tributi e conseguentemente hanno la potestas: potere edittale ma non possono
comandare eserciti perché non possono prendere gli auspici, quindi sono eletti non dai comizi centuriati ma
dai comizi tributi.

→ Durano in carica 1 anno, generalmente le magistrature entrano in carica il 1 dicembre, non è così nel
caso del questore (entra in carica il 5 dicembre di ogni anno). Queste datazioni sono convenzionali. Si
utilizza il calendario riformato da Giulio Cesare ma fino al 46 ce n’è un altro. La data convenzionale è il 5
dicembre, aprendo Tito Livio a caso in una qualsiasi pagina, si può trovare una pagina in cui i questori
entrano in carica in un’altra data: si cerca di fare qualcosa di standard, convenzionalmente si dice il 5
dicembre.

→ L’età minima dopo Silla dopo gli anni 80 del I secolo a.C. quando Silla dittatore attua alcune riforme,
bisogna avere almeno 30 anni. Quando bisogna avere almeno 30 anni? Per candidarsi bisogna fare la
campagna elettorale e la candidatura in primavera, le elezioni in genere si tengono in estate per l’anno
successivo. Quindi chi viene eletto questore il 5 dicembre del 63, bisogna che già nella primavera del 63 si
candidi. L’età minima di 30 anni quando li deve avere? Nel momento in cui pone la candidatura, quindi già
in primavera di quell’anno o è sufficiente che l’abbia quando entra in carica se vince, quindi il 5 dicembre o
appena prima? È una grossissima questione, sono state trovate le soluzioni più ardite, come una data
spartiacque. Si ritiene che dovevano averli già nel momento in cui presentavano la candidatura, ad
esempio con Catone Uticense. Spesso tra la candidatura e l’entrata in carica può passare anche un anno,
in caso di posticipo dei comizi, quando bisogna aver l'età minima? Questo è un problema tuttora non
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pienamente risolto, comunque bisogna avere l’età minima di 30 anni. I questori sono una delle magistrature
che maggiormente si accrescerà parallelamente all’accrescersi del dominio romano, avranno un ruolo
centrale quando si tratta di andare ad amministrare un territorio fuori dall’Italia (dall’originario concetto
d’Italia: andava dalla linea magra Rubicone fino alla punta dello stivale, Sicilia esclusa, quindi per par
condicio non erano considerati Italia né la Sicilia né la Gallia Cisalpina, cioè dall’Emilia Romagna in su).

TRIBUNATO DELLA PLEBE

Tribuni della plebe. Sono le magistrature più popolari e più suggestive della storia romana.

→ Il tribunato della plebe è una concessione che i plebei ottengono nell’anno della loro prima secessione,
cioè nell’anno 494, cioè quando si ritirano sul colle che per qualcuno è l’Aventino, in altre versione è
qualche altro colle. È veramente il 494 l’anno in cui avviene la prima secessione e quindi in cui viene eletto
il primo tribuno della plebe? Oggi non ci crede quasi più nessuno, probabilmente il tribunato della plebe e la
prima secessione vanno posticipati di una ventina d’anni. La plebe si ritira sull’Aventino, incrocia le braccia
contro i patrizi e non lavora più la terra dei patrizi, pone un problema ancora maggiore da un punto di vista
militare: la stragrande maggioranza della popolazione romana che sta sul colle con le braccia incrociate
equivale a esporre un cartellone ai popoli confinanti per farsi conquistare. Bisognava che i patrizi venissero
a patti con i plebei prima che qualche popolo nemico ne approfittasse marciando contro Roma.

→ Tra le concessioni che ottengono i plebei dopo la secessione c’è quella di due magistrati, i due tribuni
della plebe, affiancati da due edili: deriva da “aediles”, da “aedes”, “tempio”, i funzionari del tempio -
sarebbe quello di Cerere, Libero e Libera, le divinità dei plebei. Gli edili sono i tesorieri delle offerte del
tempio che i plebi rivolgevano a Libero, Libera e Cerere. Coadiuvano altresì i tribuni, sono i magistrati
incaricati di difendere i plebei dai soprusi dei patrizi inizialmente agli albori della Repubblica romana.

→ Competenze: inizialmente e per tutta la durata della carica e nei secoli successivi hanno Ius auxilii, cioè
“diritto di portare aiuto” a un plebeo minacciato da un patrizio. In età più storica si tradurrà nel diritto di
soccorrere i cittadini dai soprusi eventuali di magistrati. Per esempio, sotto un certo censo non si svolge la
pizia, c’è una guerra: il console mi arruola ma dico che possiedo un censo inferiore a quello previsto perché
io debba obbligatoriamente partire in guerra. Quando Roma alla metà del II secolo a.C. ha un problema
demografico e ha 3-4 conflitti sempre in atto simultaneamente, i consoli non andavano tanto per il sottile, i
consoli reclutavano tutti. Nel 151 e anche in altri momenti, alcuni cittadini che non volevano partire per la
guerra, chiedono aiuto ai tribuni della plebe. Nel 151 i consoli vennero arrestati dai tribuni della plebe che
ricorsero allo ius auxillii: porto aiuto a un cittadino plebeo minacciato.

Lo Ius intercessionis è un potere che in età più storica e soprattutto dai Gracchi in avanti (quindi dal 133
alla fine della Repubblica), farà di questa carica una carica talmente ambita che molti patrizi molti
maledicevano il fatto di non essere nati plebei e si facevano adottare da un plebeo per poter ricoprire
questa carica. Con lo Ius intercessionis i tribuni della plebe potevano porre il veto contro qualsiasi
decisione di un altro magistrato. Ad esempio i consoli vogliono dichiarare Cesare nemico pubblico, Cesare
ha fatto eleggere dei tribuni a lui legati e i tribuni pongono il veto contro questa decisione: Cesare non può
essere dichiarato nemico pubblico perché il veto di un tribuno blocca qualsiasi decisione, qualsiasi
proposta. Solo in due casi i tribuni della plebe non possono porre il veto:

-​ quando il senato ha emanato il senatus consultum e vengono sospese le garanzie costituzionali;


-​ non possono porre il veto contro le decisioni di un dittatore, se è stato eletto un dittatore, il dittatore
ha un potere che non è frenabile da nessuna figura istituzionale, il potere del dittatore è enorme e

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terribile e i Romani avevano un sacco di terrore per questa magistratura anche se certi frangenti la
nominavano (attenziona: il dittatore, anche se quasi tutti la usano sinonimicamente non si elegge, è
uno scempio dire elezione di un dittatore).

→ Il tribunato della plebe dura un anno, convenzionalmente si prende per buono il giorno dell’anno che
vigeva nella Repubblica, 10 dicembre di ogni anno. Quindi dal 10 dicembre di un anno al 9 dicembre
dell’anno successivo dura l’anno di carica di un tribuno della plebe.

→ Chi elegge il tribuno della plebe? La plebe ha una sua assemblea: il concilia plebis tributa, è questa
assemblea che elegge i magistrati plebei. Quindi il tribuno della plebe è eletto dai concilia plebis tributa,
convocati per tribù, ma solo i plebei.

→ Bisogna avere come minimo 32 anni per candidarsi al tribunato della plebe.

→ Inizialmente due, nella tarda Repubblica, il numero dei tribuni della plebe arrivò a 10, ci sono 10 tribuni
della plebe, ogni personaggio potente di Roma (anni ‘50, simultaneamente Crasso, Pompeo, Cesare,
Catone, Favonio, Cicerone, Lucullo) voleva controllare un tribuno della plebe, bastava controllarne uno e
già si aveva la possibilità di bloccare leggi sgradite che si poteva altrimenti portare in mutazione con grave
danno per certi personaggi. Il Senato però ha sempre una strada per eludere il veto: emanare il senatus
consultum ultimum, ma si era in contesti di grave scontro istituzionale e anche facendo così non è del
tutto chiaro se la procedura era veramente legittima (quando scoppierà la guerra civile tra Cesare e
Pompeo proprio dopo che un veto era stato saltato con senatus consultum ultimum).

→ Tra i poteri del tribuno della plebe in età storica c’è il cosiddetto Ius agendi cum populo, “diritto di
trattare con il popolo”: cioè il diritto di convocare l'assemblea dei plebei e portare in dotazione una legge. Il
tribuno della plebe come il console e, solo a livello teorico, il pretore, è un magistrato che può proporre
leggi e può portarle in votazione (il questore no per esempio, il tribuno della plebe si), ad essere precisi le
leggi portate in votazione da un tribuno della plebe si chiamano rogationes. Per esempio le leggi
Graccane, in teoria bisognerebbe parlare di rogatio Sempronia e se approvata diventa un plebiscito, un
plebiscitum, perché approvata appunto dai concilia plebis tributa, mentre le leggi portate in votazione da
un console sono leges (riferimento a leggi ora come rogationes ora come leges).

EDILITÀ

Le edilità è un’altra magistratura che è molto stimolante perché ci consente di mettere in campo più
aspetti, di incentrare il discorso su più aspetti.

→ Gli edili sono 2+2: inizialmente quando la plebe ottiene le sue conquiste dopo la prima secessione
ottiene anche, oltre che 2 tribuni, 2 edili plebei, questi nascono convenzionalmente nel 494 ma più
scientificamente al tempo della I secessione.

Il compito di questi edili plebei è quello di coadiuvare i tribuni e di amministrare le offerte al tempio di
Cerere, Libero e Libera e di tenerlo pulito, in ordine, funzionale.

C’è una dinamica nella progressiva parificazione tra patrizi e plebei: i patrizi fanno una concessione ai
plebei e in cambio chiedono qualcosa. Nel 366, a un certo punto i patrizi concedono ai plebei di potersi
candidare al consolato; in cambio, tra le varie cose, vengono creati due nuovi magistrati: gli edili curuli
(traggono il nome dalla seggiola, la sedia curule, la sedia del potere). Inizialmente questa magistratura era
riservata ai patrizi, quindi dal 366 ci sono 4 edili: 2 plebei e 2 patrizi. plebei e 4 patrizi.

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→ Durano in carica 1 anno e vengono eletti il 1 gennaio anno.

→ Da chi vengono eletti? I due edili plebei vengono eletti dai concilia plebis tributa, mentre i due edili
curuli (patrizi) vengono eletti dai comizi tributi, ed essendo stati eletti dai comizi tributi non hanno
l’imperium e quindi non possono comandare gli eserciti.

→ L’età minima è 36 anni, chi non ha 36 anni non si può candidare a questo tipo di carica regolarmente.
Dolabella si è candidato al consolato nel 44 ed era nato nel 79, questi limiti vivono in tempi normali, se poi
prende il potere qualcuno che decide di fare il bello e il cattivo tempo fa nominare magistrato chi voleva,
però di regola (solitamente, in condizioni normali) l’età è 36 anni.

→ Di che cosa si occupano gli edili in età repubblicana?

Si occupano di varie cose riassumibili in tre definizioni. Le competenze sono le stesse per i due edili plebei
e per i due edili patrizi in età storica. Nel V secolo i patrizi curuli non ci sono, quelli plebei si occupano del
tempio. Nel IV, nel III, nel II e nel I secolo a.C. fino al 27 a.C quando viene istituito il principato si occupano
delle stesse cose. Questa è una carica che da un lato comporta esborsi enormi, spese incredibili. Cesare a
un certo punto diventa padrone del mondo ma non riesce a estinguere tutti i debiti che aveva fatto per
svolgere nel modo migliore la carica di edile, si era indebitato. Dall’altro lato è una cartina tornasole. Ad
esempio chi è il proprietario della SARAS (azienda di raffinazione petrolifera tra le principali nel nostro
Paese)? Chi è il proprietario dell’Inter? Era Moratti, la stessa persona, era anche il presidente della SARAS.
Spesso ci sono cose che rendono popolari, rendono famosi, sono tanti presidenti (oggi squadre di calcio,
formula 1 ecc.) che hanno tantissime attività, alcune gigantesche. Chi arriva all’edilità ha bisogno (ormai è
già a un punto inoltrato del cursus honorum), ambisce ad arrivare al consolato. La carriera è a imbuto,
servono sempre più voti e i posti sono sempre di meno. I questori sono 40 ma i consoli sono 2. Allora si
cerca di approfittare di questa carica per rendersi popolare, perché questa carica aveva alcune funzioni
che rendevano popolari. Per esempio la cura ludorum, “cura dei giochi”. I Romani avevano la passione
per le corse dei carri ma soprattutto per gli spettacoli gladiatori e per i combattimenti delle fiere, degli
animali feroci. Organizzare uno spettacolo di animali feroci o di gladiatori ricadeva tutto sulle spalle degli
edili, non perché c’era stress burocratico, organizzativo ma perché era a spese loro, dovevano pagare loro.
Dove trovavano l’elefante che affronta l’orso? Le tigri che affrontano i leoni? Ci sono imprese specializzate
che devono partire per l’Africa, per l’Asia, per il Nord Europa, devono stare fuori mesi e ottemperare a due
condizioni fondamentali: devono catturare questi animali, non è che possono ammazzarlo o ferirlo, devono
catturarlo in modo tale che sia non solo vivo ma vegeto, deve combattere, non posso catturare un leone
riducendolo in fin di vita, deve essere in forma. Non c’erano armi e anche se ci fossero state non si
potevano usare. Poi viene trasportato a Roma, in modo tale che durante il trasporto che durava anche mesi
questi animali non si ammalassero, portare fiere soprattutto africane attraverso il Mediterraneo poi in Italia
con il raffreddamento del clima, spesso molti si ammalavano e morivano. Per l’impresa specializzata il
complesso pattuito era quello, ma se non arrivava un certo numero di animali veniva decurtato e non
veniva pagato. Nel caso dei combattimenti fra i gladiatori invece ci si rivolgeva al proprietario di un ludus
gladiatorius, la scuola dei gladiatori. C’era un posto dove vivevano tutti, quasi cenobiticamente, fanno una
vita chiusi dentro una specie di caserma, ci sono degli allenatori, ci sono medici, tutto il giorno ci si allena
per poter essere ingaggiati per combattere. Questi edili, se riescono a dare uno spettacolo soddisfacente
con tutti i rischi che questo comporta perché non sempre andavano bene, anche dei gladiatori bisogna
azzeccare le combinazioni: bisogna far combattere un gladiatore di una particolare specializzazione, per
esempio un mirabillone che ha certe armi offensive con uno che sia del peso che dia origine a un
combattimento avvincente, altrimenti il pubblico si stanca. Per gli animali chi ci dice che portati davanti a
30/40/50.000 persone al Campo Marzio per esempio, in età imperiale nel Colosseo, l’orso e il leone avesse

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veramente voglia di combattere fra loro, se si guardavano e ognuno passeggiava per conto suo? Era la
disfatta dell’edile o nel caso dell’età imperiale dell’imperatore. Bisogna che tutto fili per il verso giusto ma se
tutto fila per il verso giusto, il ritorno d’immagine e di popolarità per quell’edile era enorme, di uno
spettacolo azzeccato se ne parlava per decenni. Come i combattimenti contro gli elefanti dell'inaugurazione
del teatro di Pompeo, furono qualcosa che fece epoca, come i 100 leoni portati da Gaio Mario a Roma per
il suo trionfo sui Galli Cimbri e Teutoni, sono quelle cose epocali.

Poi la cura annonae: gli edili dovevano fare in modo che a Roma non mancasse mai l'approvvigionamento
granario che diventa sempre più importante a mano che Roma sta diventando, nel I secolo a.C., una
megalopoli con più di un milione di abitanti, lì il grano deve affluire costantemente e non solo il grano,
questo era compito degli edili in età repubblicana (in età imperiale il praefectus annonae).

Poi la cura urbis: significa manutenzione delle strade, rudimentale illuminazione delle strade e qualche
compito di polizia. Lo stato romano non chiede tasse ai suoi cittadini, fino al 168 a.C. chiedeva una tassa
solo in caso di guerre, da allora in poi dopo che hanno vinto la guerra con la Macedonia arrivammo a Roma
talmente tanti soldi che tolgono anche quella tassa: i Romani non pagano tasse dirette, quelle che riducono
del 50% lo stipendio di chi lavora, a Roma non si pagano. Si pagano soltanto le tasse indirette, cioè quelle
tasse che corrispondono a una manifestazione mediata della capacità contributiva, mentre le tasse dirette
sono manifestazioni immediate della capacità contributiva (nel senso di non mediate). Esempio: se faccio il
pieno di benzina è una manifestazione mediata della capacità contributiva, nel senso che c’è un’azione in
mezzo (io faccio rifornimento di carburante quindi posso spendere dei soldi, se posso spendere dei soldi
allora è giusto che ci ago le tasse), è una tassa indiretta che ha bisogno di una mediazione (vado alla
pompa di carburante, quindi dimostro di avere dei soldi e mi tassano su quelli, sono tasse indirette). Roma
fa pagare soltanto le tasse indirette, non ci sono tasse dirette, questo perché torna a vantaggio della
popolarità dell’edile? Siamo abituati a dare per scontato tantissime cose, esempio: se mi sento male vado
al pronto soccorso e se ho bisogno vado pure alle tre di notte, oppure alle tre di notte sento una che cerca
con il martello di aprire la finestra e chiamo il 112, noi diamo tutto questo per scontato, ma chi lo tiene in
piedi? Perché se mi sento male e vado al pronto soccorso alle tre di notte trovo delle persone che mi
aspettano e mi curano, perché c’è lo Stato che le paga, è il loro lavoro. Perché se c’è uno cerca di entrare
dalla mia finestra in casa qualcuno deve venire armato, perché è il suo lavoro, lo Stato lo paga, con che
cosa si paga tutto questo? Con le tasse. Nell'antica Roma lo Stato non chiede tasse dirette però se ti senti
male di giorno di notte devi trovare una famiglia ricca che ti vuole bene che ha dei medici privati che quel
giorno chiedono al medico di dargli un’occhiata e paga. Se Cicerone, Pompeo, Mario viene assaltato per
strada ha le sue bande paramilitari, le sue guardie del corpo che si è pagato lui, ma se assaltano un
comune cittadino non ha nessuno che lo difende, l’unica possibilità è che si imbatta nel drappello armato
degli edili che svolgono piccole funzioni di polizia, saranno state 10/15 persone a disposizione di ogni edile
che svolgono compiti di polizia urbana. Dovevi essere fortunato che il tuo pericolo si verificava nel
momento in cui passavano ed erano vicini, altrimenti non avevi difese, se l’edile riusciva a soccorrerti in
quel momento diventava popolare, presso di te e presso tutti quelli che assistevano alla scena, perché
sopperiva alla tua necessità in un contesto in cui non era facile farlo, ecco perché questa carica è molto
ambita, permette di rendersi popolare, in quasi tutto quello che si faceva. L’edile diventava popolare.

PRETURA

La pretura è una di quelle cariche che solo poche arrivavano a ricoprire, questa è una carica
estremamente importante, forse la prima carica veramente importante del cursus honorum.

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→ Viene istituita sempre nel 366, è l’anno in cui erano state (367/366) emanate le famose Leggi
Licinie-Sestie con cui il consolato viene aperto ai plebei, quindi bisognava risarcire e indennizzare i patrizi
(gli vengono concessi due edili curuli e gli viene concessa anche questa carica, la pretura, che inizialmente
è riservata ai patrizi, questa riserva, ma questo privilegio durerà pochissimi anni perché poi verrà aperta ai
plebei).

→ Durano in carica 1 anno.

→ Dove vengono eletti? Questi vengono eletti ai comizi centuriati perché hanno l'imperium. Quindi
possono comandare gli eserciti? Si. Lo fanno effettivamente? Quasi mai, solo se i consoli non possono (le
magistrature romane sono specializzate, in genere la guerra è un ambito dei consoli o dei dittatori, quindi il
pretore se ne chiama fuori, però potenzialmente lo può fare). Anche oggi ci sono queste specializzazioni
pur in presenza di poteri effettivi, per esempio se chiamo il numero d’emergenza perché uno cerca di
entrare in camera mia di notte, al 99,9% arrivano carabinieri o poliziotti ma in teoria potrebbero arrivare
perfino le guardie forestali che hanno potere d’autorità giudiziaria, quindi possono arrestarlo, non accadrà
quasi mai, ma se non ci fosse nessun altro e fossimo vicini a un comando forestale in quel momento
arriverebbero le guardie forestali perché hanno potere d’autorita giudiziaria che in genere non esercitano
perché sono specializzati su altre mansioni.

→ L’età minima è 39 anni (3 anni rispetto all’editlità, è un numero che cresce progressivamente).

→ Inizialmente dal 366 al 242/241, fine della I guerra punica, c’è un solo pretore, il pretore di Roma:
praetor urbanus. Nel 241 viene istituito un secondo pretore, praetor peregrinus, a confermare il fatto che
ormai Roma comincia a guardare lontano e da lontano cominciano a guardare Roma per trasferirvisi, Roma
è diventata famosa. Il praetor peregrinus dirime quelle cause in cui almeno una delle due controparti è
straniera. Il numero dei pretori crescerà sempre di più e arriverà addirittura al numero di 16 in età tardo
repubblicana.

→ Le competenze del pretore, e qui la parola ricordativa funziona (perché oggi il pretore si occupa di
giustizia), sono di giustizia. In che senso si occupano di giustizia? La sentenza è dei comizi, sono i comizi
che decidono se condannare qualcuno o no, ma il pretore fa due cose: istruisce i processi e soprattutto
ogni anno emana un editto, il praetor urbanus, il principale dei pretori emana un editto in cui sono
specificati i principi in base ai quali vuole che in quell’anno sia amministrata la giustizia, quindi a partire dai
testi condivisi li declina in modo più peculiare: può scegliere di privilegiare certi reati piuttosto che altri, può
caldeggiare che si applicano pene più gravi a certi reati piuttosti che ad altre, può dare un’interpretazione di
certi articoli difformi rispetto al modo in cui l’aveva stabilita il predecessore nell’emanare lo stesso editto. I
pretori in certi frangenti possono comandare gli eserciti ma molto più spesso prende nome dal pretore il
cosiddetto imperium propretore, comando conferito a qualcuno come se fosse un pretore: era un incarico
di comando che nell’esercito veniva dato a dei cittadini anche privati ma che non avevano ancora raggiunto
la pretura, per lo svolgimento di incarichi precisi e circostanziati, gli si dava un comando propretore, come
se fossero arrivati al grado di pretori, è un comando temporaneo e legato appunto all’adempimento di un
compito specifico.

CONSOLATO

La suprema delle magistrature ordinarie, quelle che ci devono essere tutti gli anni. in consolato. I consoli in
età repubblicana sono i capi dello Stato.

→ La data d’origine convenzionale è l’anno del passaggio dalla monarchia alla repubblica, quindi il 509.
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→ Durano in carica 1 anno, convenzionalmente dal 1 gennaio. Fino al III secolo entravano in carica a
marzo, prima ancora coincidevano entrati in carica con l’inizio e con la fine di una guerra. La loro entrata in
carica e uscita in carica può non coincidere con la fine e l’inizio dell’anno. Questa del 1 gennaio è una cosa
che riguarda la tarda repubblica (II e III secolo a.C.), prima non entravano in carica il 1 gennaio, è inutile
nasconderlo solo a scopo di semplificazione mnemonica.

→ I consoli sono eletti dai comizi centuriati, in questo caso presieduti tassativamente da un console. Se
fossero presieduti da un pretore avremmo la circostanza per cui un magistrato di grado inferiore presiede
un comizio per eleggere un magistrato che è un grado superiore al suo e questo non era possibile.

→ L’età minima viene stabilita dalla Lex Villia Annalis a 42 anni, quindi in teoria non si può essere consoli
prima di 42 anni. Nella tarda repubblica ci saranno delle infrazioni alla norma, come Lucio Cornelio
Dolabella, nato nel 79 e console nel 44 a.C., l’anno in cui viene ucciso Cesare e subentra a Cesare ucciso.

→ I consoli sono due.

→ Di che si occupano? Hanno in teoria tutto il potere, comandano gli eserciti e decidono la politica della
Repubblica. Decidono anche se costruire opere pubbliche.

Questo sistema è un sistema praticamente perfetto che ha consentito a Roma di andare avanti secoli e
secoli. Ad esempio la I guerra punica (364-241): ogni anno entrano in carica due consoli, possibile che ogni
anno tutti e due i consoli (sono circa 25 anni), quasi 50 consoli tutti fossero convinti che bisognava fare la
guerra? E se in un anno i due consoli avessero deciso di fare la pace? È possibile? Teoricamente è
possibile. Ci sono due cose che fecero sì che non accadesse mai che una guerra condivisa coralmente da
tutto il popolo romano fosse bloccata un anno, uno solo da due consoli. Queste due cautele sono: la prima
che il console viene eletto e quindi cercava di capire che aria tira (se si candida qualcuno che ha un
programma troppo pericoloso tipo Catilina si fa in modo di farlo perdere). La seconda è che c’è un organo,
un comitato di pietra, un consesso che a Roma teoricamente non conta niente e che in pratica decide tutto:
è il senato. Quali sono i poteri del Senato? Quasi nessuno, tutte queste cose, tutti questi ambiti della vita
civile e militare ricevono i magistrati non il Senato, però siccome i magistrati di vertice fino a un giorno
prima di entrare in carica stavano in Senato e ci ritornano il giorno dopo uscite di carica, cercano di
mantenere un modus vivendi armonico con l’assemblea, per cui concordano un po’ con loro tutto quello
che deve essere compiuto. Quindi che cos’è che dà unificazione e costanza nel tempo a ogni progetto
politico intrapreso da Roma? Il Senato, è l’assemblea senatoria che in qualche modo è custode della
volontà del popolo e opera un’azione di moral suasion sui consoli perché nessuno attui decisioni in
controtendenza rispetto al sentire nazionale.

Mettiamo due consoli che non si sopportano: Pompeo e Crasso, hanno fatto insieme opere legislative che
hanno segnato la tarda repubblica. Due consoli se anche non si sopportano cercano di andare d’accordo.
Ci sono stati casi estremi: 59 a.c. Cesare e Bibulo che a un certo punto si chiude in casa dopo essere stato
assaltato dagli uomini delle bande paramilitari di Cesare, non è uscito di casa fino allo scadere della carica.
Sono già gli anni del primo triumvirato, anni eccezionali però gli anni 50 sono anche caotici, in cui succede
di tutto. Come si dividono il potere nel caso in cui due consoli non siano in grado di produrre delle decisioni
condivise e dunque di procedere di comune accordo?

Si potevano dividere il potere in due maniere: o a seconda delle sfere (tu decidi nella sfera militare,io
decido in quella civile) o con ordine di tempo (io comando i mesi pari, tu comandi i mesi dispari, un mese
per uno o, in caso di campagna militari, perfino un giorno per uno: è chiaro che è una situazione terribile
che potrebbe indurre il Senato a chiedere ai consoli di fare un passo indietro e nominare un dittatore. Se
c’è una guerra e si comanda un giorno per uno, magari hanno visioni opposte del modo di combattere di
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quella guerra incontrano un disastro e il Senato non lo avrebbe permesso). Non è che facendo così i
consoli di una “torta” comune hanno ognuno il 50% del potere, ogni console ha il 100% del suo potere:
potere collegiale non significa che il potere è un’unità di cui ognuno dei due consoli ne ha metà, ogni
console è depositario della totalità del suo impero inconsulare. Con uno solo si replicherebbe la situazione
di un uomo solo al comando, Roma non permetterà mai in circostanze ordinarie, che ci sia un uomo solo al
comando. La Repubblica romana nasce perché non si ripeta più quella situazione tranne frangenti
emergenziali in cui bisognerà eleggere il dittatore.

CENSURA

La censura è una magistratura ordinaria anche se non viene eletta tutti gli anni, perché è previsto che i
censori entrino in carica ogni 5 anni e che però poi restino in carica un anno e mezzo (18 mesi). Si
ritrovano parecchio lavoro dopo 5 anni che non ci sono e hanno bisogno di più tempo per svolgere il loro
compito che è essenzialmente un compito d’ufficio. Si tratta di una carica istituita per compensare i patrizi
di qualcosa che hanno perso durante la progressiva parificazione con i plebei. Il 443 è un anno importante,
perché poco prima, nel 445, c’era stata la Lex Canuleia, prevedeva la possibilità per i plebei di sposare
patrizi e viceversa. All’inizio dello scontro tra patrizi e plebei si era preclusa la possibilità per patrizi e plebei
di sposarsi tra loro. Per compensare i patrizi di aver fatto questa connessione (una donna plebea può
sposare un uomo patrizio e un uomo plebo può sposare una donna patrizia), in cambio viene istituita una
nuova magistratura: la censura. Inizialmente riservata ai patrizi e ma poco dopo aperta anche ai plebei,
questa è una dinamica costante: si compensano i patrizi per una concessione che hanno accettato, ma
poco dopo quello che hanno avuto diventa estendibile ai plebei.

→ Nel 443 viene istituita la censura.

→ Due magistrati che devono essere stati consuli, quindi devono essere di rango già consolare.

→ Come età minima di 44 anni possono candidarsi alla censura nell'assemblea dei comizi centuriati.
Essendo magistrati eletti ai comizi centuriati hanno l’imperium? In teoria sì, secondo molti in pratica no.
Com’è possibile che un magistrato che è stato console, quindi è stato anche pretore e ha avuto sempre
l’imperium, ora che arriva al gradino successivo al console lo perde. La maggior parte degli studiosi oggi
pensa che i censori non avessero l’imperium perché non gli sarebbe servito a niente in relazione ai compiti
che dovevano svolgere. Non si risolve la questione ma c’è questa divisione tra chi pensa che avessero
l’imperium e chi no. Non sappiamo se avessero l’imperium o no perché non abbiamo mai visto un censore
con un esercito in quanto censore, però non si mai visto e quindi non lo può fare o non si è mai visto
perché sono impegnati in altre cose e non lo fanno, ma volendo avrebbero potuto? Non c’è dato che avalli
questa scelta interpretativa. Se ci fosse stato bisogno, il censore poteva uscire conducendo un esercito? Il
fatto che non sia mai accaduto ci autorizza a pensare che non potessero, ma non è mai accaduto perché
l’hanno fatto altri e quindi non c’era bisogno che lo facessero loro o anche se ci fosse stato bisogno non
avrebbero potuto farlo? Una risposta argomentata non ce l’abbiamo.

→ Si occupano del censimento: devono fare l’elenco dei cittadini e devono attribuire a ogni cittadino le
classi: quanto ha dichiarato quest’uomo? Quanta ricchezza ha? A quale classe lo metto? Gli spostamenti
di classe: uno faceva parte della seconda ma si è impoverito e adesso lo metto nella quarta, oppure uno
faceva parte della quinta, ma si è arricchito e lo mettiamo in terza. C’è anche oggi il censimento ma a livello
statistico essenzialmente. La lista dei senatori: bisogna registrare nelle liste i nuovi magistrati che dalla
questura in su sono entrati a far parte del Senato. Ad esempio c’è Caio che è stato questore e dobbiamo
iscriverlo alla lista dei senatori. C’è anche l’inverso: un senatore che ha cominciato un tipo di attività
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professionale incompatibile con l’attività di senatore viene espulso dal Senato; oppure ha picchiato
selvaggiamente suo figlio senza motivo (il pater familias può fare quello che vuole in famiglia, poi se ha
esagerato ogni 5 anni i questori giudicheranno il suo caso), lì per lì non l’ha potuto fermare nessuno, ad
esempio ha ammazzato di pugni suo figlio, però dopo 5 anni i censori possono decidere di espellerlo dal
Senato e di esiliarlo. La famosa nota censoria: il censore giudica la posizione dei singoli cittadini, può
immettere nel Senato o espellere dal Senato. Hanno la funzione di Corte dei Conti: devono vedere come
sono stati spesi i soldi dello Stato. I consoli hanno fatto bene decidendo quella spesa pubblica o è stata
una sciagura per lo Stato? Se c’è una denuncia vanno a rivedere tutto, esaminano come sono stati spesi i
soldi dall’inizio alla fine del processo di spesa. Danno gli appalti. C’è una censura molto famosa, quella di
Appio Claudio Cieco, in cui sono stati costruiti, è cominciata la costruzione di importanti acquedotti, per
esempio l’Acqua Claudia, l’Acqua Marcia e in cui è iniziata la costruzione di importanti strada (la Via Appia,
Appio Claudio Cieco, il primo tratto fino alla Campania, poi dopo sarebbe stata proseguita con l’altro tratto
fino alla Puglia). Quindi strade, acquedotti, manutenzione di importanti infrastrutture di Roma. Poi c'è la
cura morum che è esaminare il comportamento morale dei singoli cittadini, quindi una carica molto ambita
e anche molto temuta.

DITTATURA

La dittatura è la magistratura d’eccellenza, la magistratura più suggestiva dell’antica Roma. Il dittatore ha


un collaboratore che è il magister equitum, il comandante della cavalleria. La dittatura entra in gioco nella
storia della Repubblica romana soltanto pochissime volte, una decina in tutto. In realtà se ne sono contate
almeno 100 in età Repubblicana (altro che circa 10). La dittatura entra in carica spesso in età repubblicana,
molto più delle dieci volte che si trovavano elencate nei manuali di vari decenni fa.

→ Storicamente il primo dittatore attestato è nel 501 Tito Larcio.

→ La dittatura è una magistratura straordinaria, cioè non solo non ci deve essere tutti gli anni ma
possibilmente non ci dovrebbe essere mai. È una magistratura considerata innaturale perché riesuma il
fantasma dei monarchi cacciati: un uomo solo al comando. Infatti si sono premurati di fissarne la durata
massima: in genere un dictator, un dittatore, deve dimettersi appena ha portato a termine il compito per cui
era stato scelto (ad esempio Cincinnato: c’è l’invasione degli Equi nel 458, si va a chiamare Cincinnato per
nominarlo dittatore, lo trovano nel suo campo - emblema perfetto del romano antico che coltiva l’orto, quindi
moralmente sano, dedito alle attività degne di un senatore - lo si mette a capo dell’esercito, sconfigge
facilmente gli Equi, dopo poche settimane si dimette e torna a coltivare il suo orto, esempio perfetto
eternato naturalmente dalla storiografia). Al massimo un dittatore poteva stare in carica 6 mesi, poi con la
tarda Repubblica (periodo delle eccezioni) tutto questo non vale più, Silla addirittura viene nominato
dittatore a vita, anche se si dimette, Cesare si fa nominare dittatore prima per un anno, poi per dieci anni e
poi nel febbraio del 44 diventa dictator perpetuus, “dittatore per sempre” (siamo in un momento storico in
cui personalità troppo potenti, che sono state proiettate troppo in alto, si rivelano incompatibili con il dettato
costituzionale che travalicano giorno dopo giorno).

→ Il dittatore auspicabilmente dovrebbe essere già stato console e deve avere almeno 43 anni, ma ci
saranno delle infrazioni.

→ Il dittatore non si elegge, non viene eletto. Il Senato (parte da lì il processo di nomina di un dittatore) che
è nell’interesse dello Stato, decide di accorciare la catena del potere, sospendere momentaneamente la
collegialità consolare e mettere nelle mani di una sola persona i poteri supremi. Normalmente convocano
uno dei due consoli ma se i consoli non ci sono possono convocare anche un pretore che ha l’imperium e
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può prendere gli auspici. Per esempio: 217 a.c., dopo la Battaglia del Trasimeno, dei due consoli uno,
Servilio Gemino, è lontano, a Rimini, Flaminio Nepote è morto al Trasimeno e convocano il pretore per
nominare il dittatore, il pretore Pomponio. Quindi il pretore teoricamente può nominare un console, ma lo fa
solo se non ci sono i consoli. Il pretore convoca il comizio centuriato di notte: bisogna rappresentare
visivamente a tutta la cittadinanza che si sta realizzando un’inversione naturale dell’ordine naturale delle
cose, dell'ordine cosmico. Si conferisce il potere a una sola persona), quindi lo si fa nei frangenti opposti a
quelli soliti: le assemblea si fanno di giorno sotto la luce del sole, questa si fa di notte, non c’è nessuno da
scegliere, la persona da nominare dittatore è questa, o lui o nessuno, non c’è nessun altro da preferirgli. I
cittadini dei comizi centuriati hanno due possibilità: o dicono che va bene nominarlo o che non va bene e si
rinizia da capo nominando un’altra persona, ma quella notte non si può scegliere un altro, o si ratifica la
persona individuata o si riparte da capo con perdita di giorni e di tempo, se c’è un esercito alle porte questa
dilazione potrebbe rivelarsi pericolosa. Con il dittatore si ha il caso di un magistrato il cui imperium vale
domi militiaeque, dentro il pomerio e fuori il pomerio. Contro le decisioni del dittatore i tribuni della plebe
non possono porre il veto e non possono esercitare Ius auxilii. Se il dittatore prende me che ho un reddito
inferiore a quello della quinta classe e dice “tu parti per la guerra” non posso convocare come se si
trattasse di un console il tribuno della plebe ad aiutarmi, non può fare niente. Il dittatore ha poteri supremi
contro cui nessuno si può porre. I consoli restano in carica ma non contano niente contro il dittatore. In
genere la dittatura corrisponde a un’emergenza di carattere bellico, di carattere militare: c’è una guerra che
è entrata in una fase per Roma molto pericolosa e quindi si deve nominare un dittatore per accorciare il
tempo di decisione e per evitare che i due consoli possano rallentare la guerra avendovi un approccio
diverso, è quella che si chiama dittatura rei gerendae causa (gerundivo finale - dittatura per gestire la
guerra). Poi con Silla, alla fine degli anni ‘80 del I secolo a.C. entra in gioco una nuova tipologia di dittatura:
dictatura rei publicae constituendae causa,cioè per riformare la Repubblica, Silla come dittatore attua
una serie di riforme istituzionali. Ci può essere anche il caso in cui serva un dittatore per convocare i comizi
elettivi dei magistrati con l’imperium. Prendiamo il 49 a.C., i due consoli seguono Pompeo in Grecia,
ovviamente non sono più a Roma, Cesare prende Roma e prende l’Italia, arriva la fine dell’anno e bisogna
eleggere i consoli per il 48, per l’anno successivo, ma i due consoli non ci sono, come si fa a convocare il
comizio centuriato in assenza dei consoli per eleggere i consoli? Chi lo può fare? Un solo magistrato oltre
ai consoli, il dittatore. Il pretore Emilio Lepido è incaricato dal Senato di nominare un dittatore che convoca
il comizio centuriato e fa eleggere consoli di cui lui è addirittura superiore, quindi lo può fare non solo di pari
grado ma è superiore ai consoli. Quindi questa tipologia, che viene introdotta per la prima volta
probabilmente al tempo della II guerra punica, è la dittatura comitiorum habendorum causa: per
convocare i comizi, sottinteso i comizi centuriati sottinteso per eleggere consoli quando i consoli non ci
sono, il pretore può convocare i comizi centuriati ma non per eleggere i consoli perché è inferiore di grado,
serve il dittatore in assenza di consoli, non c’è nessun altro che può presiedere un’assemblea per eleggere
i consoli.

MAGISTER EQUITUM

Il dittatore si sceglie un collaboratore che conserva l’originaria denominazione di “comandante della


cavalleria” , il magister equitum: dura in carica quanto dura il console, entra in carica quando entra il
console ed esce di carica quando vi esce il console. Viene scelto dal dittatore, generalmente, altrimente
sarebbe un collaboratore con cui non va d’accordo, è lo stesso rischio di due consoli se due consoli non
vanno d’accordo. È vero che qui c’è una diseguaglianza nella collegialità, perché il dittatore è superiore, è
sempre meglio che se lo scelga lui ma ci possono essere delle eccezioni.

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217: anno fatale della battaglia del Trasimeno, come dittatore viene scelto Fabio Massimo, membro dell’alta
aristocrazia patrizia della gens Fabia, perè la plebe era scontenta era scontenta e il Senato per mantenere
compatta la città chiede a Fabio Massimo di non scegliere chi voleva lui come magister equitum, ma di
scegliere Lucio Rufo che era un beniamino della plebe, in quel caso gli assediano l’ufficio di magister
equitum (i risultati si vedranno, avevano visioni opposte della guerra e vanno incontro a un’altra disfatta).
Altre volte, come nel caso di Marco Antonio dittatore, Cesare, quando Cesare è dittatore e Marco Antonio
magister equitum, in quel caso Cesare conferisce al suo magister equitum un incarico particolare:
rappresentarlo in un’area del suo dominio, infatti Antonio torna ad amministrare Roma in Italia mentre
Cesare insedia Pompeo in Egitto, sono gli anni della guerra civile e lo troverà ucciso dagli Eunuchi di
Tolomeo XIII.

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Lezione V – 04/03/2026
PATRIZI E PLEBEI

Dionigi di Alicarnasso ci racconta le origini di Roma e che Romolo divise il popolo tra i patrizi e i plebei. I
patrizi erano coloro che erano ricchi ed avevano nobiltà familiare; tutti gli altri erano i plebei (quindi coloro
che non avevano nobiltà familiare). Assegnò ai patrizi le funzioni direttive e sacerdotali, mentre ai plebei il
compito di lavorare la terra dei patrizi e di svolgere gli altri mestieri. Previde che i plebei potessero affidarsi
alla protezione dei patrizi con un rapporto con cui il patrizio rappresenta il patronus mentre il plebeo il
cliens. Tuttavia, questa è una storia di uno storico che vive 700 anni dopo i fatti. Gli storici moderni hanno in
parte cercato di ricostruire delle interpretazioni sulla scia di Dionigi di Alicarnasso e degli altri autori, ma
hanno anche cercato di seguire strade più autonome.

Di sicuro, il patriziato esiste sin dall’età regia: non è impossibile che all’inizio la distinzione potesse
affondare le proprie radici su una diversità di carattere economico per cui i più ricchi possano aver cercato
di ritagliarsi una posizione prioritaria, ma è un fatto che col tempo gli appartenenti al patriziato
sviluppassero una serie di abitudini, consuetudini, protocolli e rituali specifici, che li distinguevano dal resto
della cittadinanza.

Sono state elaborate moltissime teorie per capire come funziona la distinzione, anche perché ogni epoca
vede una ricostruzione differente che sarà superata dall’epoca successiva. È difficile fare una cronologia e
dell’origine della distinzione: per esempio, nella Germania di Hitler, la distinzione veniva ricondotta ad una
superiorità raziale per cui i patrizi erano gli ariani e i plebei appartenevano a razze inferiori Oggi questa
ipotesi è sepolta in relazione alla storia distorta che veniva percepita all’epoca. Altre ipotesi sono venute
meno, seppur nella scientificità dell’approccio, perché sono cambiate le lenti di visione della storia stessa:

-​ La prima ipotesi vuole che i patrizi fossero gli originari proprietari terrieri e i plebei coloro che si
dedicavano ai mestieri e al commercio. Ciò faceva si che i patrizi fossero più ricchi dei plebei, ma
con il passare del tempo anche chi fosse artigiano o commerciante può raggiungere una ricchezza
cospicua, anche se non sempre registrata ufficialmente, perché in origine il censo veniva calcolato
soltanto sulla base della ricchezza immobile, mentre non veniva registrata la ricchezza mobile. Il
progressivo arricchimento dei plebei inizia a comportare un problema a livello sociale, perché non
sono in blocco i poveri, ma coloro che non sono stati inclusi tra i patrizi, alcuni dei quali potevano
essere molto ricchi. Ciò creò due ordini di problemi sociali:
-​ Alcuni dei plebei non capiscono perché devono contribuire all’esercito e rischiare la loro vita,
ma in cambio non hanno vantaggi politici perché non sono ricchi;
-​ Si determina quindi uno scollamento a causa della differenza di esigenze tra plebei ricchi e
plebei poveri: i plebei poveri chiedevano un miglioramento delle loro condizioni di vita, a
partire dal non essere fatti schiavi se non riuscivano a pagare un debito, mentre i plebei più
ricchi cercano partecipazione politica
-​ La seconda ipotesi teorizzata da Theodor Mommsen è che i patrizi siano gli antichi senatori, mentre
i plebei i loro clientes: il problema di questa risiede nel fatto che chi ha nominato per la prima volta i
patrizi senatori e perché i plebei hanno accettato questa distinzione?
-​ La terza ipotesi vede una distinzione geografica per cui i patrizi siano i Latini del Palatino, mentre i
plebei i Sabini del Quirinale e quindi ci sia stata una fusione nella disuguaglianza. Così gli abitanti
del Palatino si sarebbero riservati una posizione più favorevole all’interno della società nata dalla
fusione con gli abitanti del Quirinale. Prova di questa ipotesi risiederebbe nell’alternanza tra Romolo
e Tito Stazio, e poi nel fatto che i primi quattro re sono in alternanza un Latino e un Sabino;

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-​ La più recente tra le ipotesi attendibili è quella di Mitchell che prende in esame l’ambito religioso per
cui i patrizi erano l’originaria casta sacerdotale, persone in possesso di nozioni inerenti a protocolli e
pratiche religiose, e i plebei sarebbero stati tutti gli altri: la prerogativa principale era quella di poter
interagire con gli dèi e prendere gli auspici.

I FASTI MAGISTRATUUM

Erano elenchi in cui, anno per anno, venivano scritti i nomi dei due consoli (o se gli era capitato qualcosa, i
nomi dei loro successori), ma si notano delle stranezze: le liste dei consoli nei fasti nei primi anni della
Repubblica contengono nomi di origine etrusca e nomi plebei. Per quanto riguarda i nomi dei plebei, in età
tardo repubblicana erano poche le famiglie patrizie, mentre erano molte quelle plebee, solo che i nomi delle
famiglie plebee erano tutte estinte: i nomi sono presenti perché ci sono stati davvero. Si tratta di distinguere
dalla Roma revanscista della Roma diventata una potenza dominante nel mondo conosciuto dai fatti reali
→ ammesso che sia stato veramente cacciato l’ultimo re etrusco, per molti anni gli Etruschi occupano
Roma finché la lega Latina con l’aiuto di Numa non arriva a provvedere alla cacciata degli Etruschi, perché
erano preoccupati che Roma diventasse un avamposto per una nuova espansione etrusca.

Quindi, come mai ci sono dei plebei? Secondo Gaetano De Sanctis, la chiusura a riccio dei patrizi (la
“serrata del patriziato”) per cui all’inizio nella Roma repubblicana esisteva la distinzione tra patrizi e plebei,
ma non esisteva nessun divieto per i plebei di accedere alle cariche. Al termine della prima guerra contro
Veio (483-474 tradizionalmente), Roma (meglio chi rappresenta Roma) perde e vince Veio. Le famiglie più
importanti di Roma, compresa quella che aveva voluto la guerra e che vi aveva investito di più, decise di
interrompere completamente i rapporti con gli Etruschi (ed è qui che si sarebbe verificata la reale
interruzione id rapporti con gli Etruschi), a partire dall’interruzione del commercio per cui cessa
l’importazione dei vasi greci. I patrizi decidono quindi di chiudersi come casta separandosi dal resto della
popolazione e attribuendosi privilegi esclusivi. I patrizi diventano una casta a carattere endogamico
vantando privilegi religiosi, con al vertice alcune famiglie, tra cui la gens Fabia. È da quel momento che i
plebei ricchi, che nell’ordinamento centuriato contribuiscono all’espansione e alla difesa di Roma, che
iniziano a contrastare il predominio politico dei patrizi. L’originaria chiusura delle cariche per i plebei
corrisponderebbe agli anni ‘70 del V secolo a.C. ed ecco perché troviamo nelle liste dei consoli i nomi dei
plebei, perché inizialmente gli era concesso.

LA SECESSIONE DELLA PLEBE

I plebei non accettarono di buon grado questa situazione: inizia così una guerra per lottare per la
parificazione con a capo i plebei ricchi. Tuttavia, si verificò uno scollamento tra i plebei:

-​ I più ricchi vogliono poter accedere alle cariche


-​ I più poveri si sarebbero accontentati di avere libertà terrena e nessuna punizione

Le prime date sono convenzionali:

-​ 494 secessione sull’Aventino: la storiografia riporta questa data, i patrizi sono spaventati che la
maggior parte della popolazione stava iniziando a non lavorare per loro e i mestieri a Roma non
venivano esercitati, ma soprattutto che Roma in quei momenti non sarebbe stata difesa, per cui i
patrizi vengono a patti. I plebei ottengono quindi due rappresentanti, i tribuni della plebe, che
possono soccorrere i plebei mitigando i frangenti più drammatici (come i nexum), e gli edili della
plebe, che devono inizialmente coadiuvare i tribuni e prendersi cura delle offerte e della
manutenzione del tempio;
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-​ 451: i patrizi hanno il monopolio sulle leggi che non sono scritte e solo i patrizi conoscono il diritto e
la procedura (giorni fasti e nefasti → ciò che è lecito, o no, secondo il diritto divino). I plebei ricchi
pretendono la scrittura delle leggi ed inizia la trascrizione delle leggi delle dodici tavole → non
c’è nelle dodici tavole alcun progresso nella sostanza del diritto (c’è ancora la legge del taglione),
ma il progresso è costituito dal fatto che le leggi vengano scritte.
-​ Ci sono varie vicende leggendarie: Appio Claudio, uno dei patrizi incaricati di trascrivere le leggi
avrebbe oltraggiato una donna, Virginia (ricalca l’oltraggio a Lucrezia), ma in ogni caso i patrizi
falliscono il rallentamento della procedura di trascrizione e nel 449 le leggi sono tutte trascritte.

LA SECONDA SECESSIONE DELLA PLEBE

Lex Canuleia del 445: proposta da un tribuno della plebe, portata in approvazione ai cocilia plebis tributa.
Prevede che i matrimoni possono diventare misti. È questo il punto di partenza dello sgretolamento della
pretesa di privilegio dei patrizi, in quanto il loro privilegio si basava anche sulla superiorità genetica. Per
compensare i patrizi di questa concessione viene istituita la censura, inizialmente riservata ai patrizi. I
plebei chiedono di poter arrivare ai vertici del governo e ammettono al massimo che i consoli possono
essere affiancati dai tribuni militum consulari potestate, al massimo 6, che possono essere eletti sia tra i
patrizi che tra i plebei. Di fatto, il primo tribunus militum consulari potestate effettivamente eletto non
arriverà che nel 401 nel mezzo della terza guerra contro Veio (Roma teme di perderla e ha bisogno di una
massima compattezza all’interno della popolazione).

Leggi Licinie-Sestie del 367: concludono un percorso decennale iniziato nel 376, comportano un
pacchetto di provvedimenti, tra cui un limite teorico sul possesso di terreno demaniale. Prevede che uno
dei due consoli potesse essere plebeo (non deve essere eletto per forza un plebeo). Questo stesso destino
riguarda le altre magistrature:

-​ 356: Nomina del primo dittatore plebeo, Marcio Rutilo;


-​ 351: Elezione del primo censore plebeo, Marcio Rutilo;
-​ 336: Elezione del primo pretore plebeo, Publilio Filone → anche la pretura istituita per compensare i
patrizi dell’apertura del consolato ai plebei, si apre ai plebei stessi;
-​ 326-313: Lex Poetelia Papiria → abolisce i nexum;
-​ 300: Lex Ogulnia → i plebei possono entrare a far parte dei collegi sacerdotali supremi: il privilegio
di poter interagire con gli dèi cade definitivamente;
-​ 287: Lex Hortensia → tutte le leggi deliberate nei concilia plebis tributa sono vincolanti per tutti i
cittadini. Da questo momento gli storiografi non distinguono più tra concilia plebis tributa e comizi
tributi.

→ ottengono tutte queste concessioni perché i plebei sono sempre più importanti come forza economica
oltre ad essere sempre più numerosi come popolazione.

È grazie alle guerre che si ampliano gli orizzonti (es. nella terza guerra sannitica i Romani si portano a
Roma le lucaniche, cioè prelibatissime salsicce che entreranno a far parte dell’alimentazione romana).
Quando erano in pace su tutti i fronti, i Romani chiudevano le porte del tempio di Giano e sotto Augusto le
porte erano state chiuse solamente tre volte.

I primi secoli vedono un’escalation di Roma che diventa nel V secolo potenza regionale, nel IV secolo
potenza nazionale e nel III secolo potenza sovranazionale, aumentando sempre più il raggio della propria
influenza. Il V secolo è il momento in cui Roma deve innanzitutto arginare quelle che sentiva e percepiva

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come minacce e poi matura un desiderio espansionistico in relazione ai popoli limitrofi (essenzialmente ad
est gli Equi, a sud i Volsci e a nord-ovest gli Etruschi, oltre a qualche popolo di impatto minore come i
Sabini). Nel 496 per ragioni di supremazia giunge ad uno scontro contro la Lega Latina che termina con la
vittoria al lago Regillo che viene perfezionata nel 493 dal fetus Cassianus, cioè un trattato di alleanza
stipulato dal console Cassio che prevede un’alleanza e un mutuo soccorso con la Lega Latina. Quella
battaglia fu difficilissima e la vittoria venne attribuita all’intervento di qualche divinità. Entra in conflitto anche
con i Volsci nel 491 (leggenda di Coriolano: un romano che si mette alla testa di un esercito nemico ma che
viene dissuaso dalla moglie per tornare nella propria città).

LE GUERRE CONTRO VEIO

Queste tre guerre iniziano a mettere in crisi Roma.

1.​ 483-474: viene intrapresa dalla gens Fabia che dichiara guerra allo stato straniero di Veio (ciò
implica che la gens Fabia fosse ricchissima, perché non viene intrapresa dalla repubblica romana e
dai suoi eserciti, e che Veio non fosse una superpotenza ma una piccola città stato). Ciò avvenne
per ragioni commerciali: la dieta romana era basata su latte, uova e ortaggi, ma è una dieta a
grande base di potassio e con una piccola quantità di sale; i Fabi si contendevano la salina di Silene
con la città di Veio. Entrano in contrasto e la città di Veio ha la meglio: la gens Fabia mobilita le
gentes amiche e decidono di interrompere qualsiasi contatto con gli Etruschi, Roma entra in una
crisi economica e i patrizi si chiudono in quella serrata, mentre i plebei sono estromessi dalle
magistrature → chiusura isolazionistica di Roma verso i vicini e dei patrizi rispetto ai plebei;
2.​ 437-426: inizia ad opera della repubblica romana e si conclude con un duello tra i due comandanti
supremi → il console Cornelio Cosso sfida il re di Veio Lars Tolumnius e riesce a sconfiggerlo.
Quando i romani sconfiggevano il comandante dei nemici in uno scontro singolare, iniziava il rituale
della consacrazione degli spolia opima, cioè dell’armatura del comandante nemico che doveva
essere portato al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio (ciò si verifica 3 volte nella storia
della repubblica romana 1. Romolo sconfigge il re di Cenina, 2. in questa circostanza, 3. nel 222
quando Claudio Marcello sconfigge Viridomaro re dei Galli Insubri).
3.​ 405-396: guerra durissima che dura quasi dieci anni, ma grazie alla terza guerra Roma riesce ad
assorbire una tale quantità di territorio coltivabile che le fornirà la ricchezza per alzare il raggio
contro i nemici e può quindi ambire a diventare una potenza nazionale.

V secolo a.C.

Il V secolo è caratterizzato dalla pressione delle popolazioni locali per portarsi verso la costa Tirrenica e
mettere a rischio, nel caso degli Equi Roma stessa, ma nel caso dei Volsci i possedimenti di Roma sulla
costa. Iniziano così una serie di guerre che danno inizio a degli episodi leggendari (es. Cincinnato viene
nominato dittatore quando si devono combattere gli Equi nel 458). Le guerre contro gli Equi attestate sui
monti Tiburtini ad est di Roma, i cui grandi scontri sono quattro (462; 458; 449; 431) vede nel passo
dell’Algido un punto di scontro comune. Le vicende sono alterne, e la tradizione romana ha riscritto queste
guerre trasformandole tutte in grandi vittorie. Durante il secolo sono attestate guerre a nord contro i Sabini
(468; 460; 449) e a sud contro i Volsci (491; 462; 431), tutte per avere il controllo della costa che è più
fertile.

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IV secolo a.C.

Il IV secolo a.C. è il secolo in cui Roma si proietta verso un ruolo di potenza nazionale. Vari conflitti di
Roma coinvolgono più popoli che non solo riguardano luoghi vicini a Roma, ma anche luoghi più lontani. Si
parla quindi di un concetto più globale.

La Roma che aveva sconfitto Veio nel 396 è una Roma per la quale il IV secolo si inaugurava nella maniera
migliore ed infondeva le più rosee aspettative: grande ricchezza, distribuzione dell’ager Veientinus,
arricchimenti, introduzione di un rimborso spese per chi combatte. Tutto sembrava presagire il meglio, ma
si arrivò al Sacco gallico dei Galli Senoni (secondo Livio è il 390, mentre secondo Polibio è il 387-386). I
Galli sono una popolazione che dal centro-nord dell’Europa iniziano a penetrare in Italia, prima arrivando in
Piemonte e in Liguria, ma anche in Lombardia (soprattutto i Galli Insubri), in Veneto (i Galli Cenomani).
Inizialmente si osmotizzano con le vestigia della città villanoviana e convivono pacificamente con gli
Etruschi (non scendono oltre la pianura padana). Tra la fine del V secolo e l’inizio del IV arriva una seconda
ondata di gruppi dei Galli: in particolare i Galli Boi (si attestano a Bologna) e i Galli Senoni (si attestano a
Senigallia). Molte di queste popolazioni galliche non hanno una vocazione stanziale, ma hanno un obiettivo
di rapidi passaggi finalizzati al saccheggio. I Galli Senoni fanno uno spostamento est-ovest arrivando a
Chiusi, che chiese aiuto a Roma (nella tradizione, se Chiusi chiede aiuto a Roma, allora la stessa Roma è
diventata un punto di riferimento almeno regionale). Gli ambasciatori fecero un pessimo lavoro, perché non
soltanto non convinsero i Galli Senoni a rinunciare all’assedio di Chiusi, ma decisero di voler attaccare
Roma. Mentre i Galli Senoni puntano su Roma, la Repubblica mobilita un esercito e tenta di bloccare
l’avanzata dei Galli. Si affrontano poco a nord di Roma sul torrente Allia, in quello che sarebbe passato alla
storia come il dies Alliensis (giorno nefasto: 2 luglio del 390/387). La strada è quindi aperta per i Galli per
prendere Roma. Livio si contraddice in un passo del V libro e in un passo del X libro: la realtà fu quella che
i Galli arrivano a Roma la mettono a ferro e fuoco, il senato cerca di arrivare ad una trattativa e i Galli,
timorosi di essere presi alle spalle, dietro pagamento di un’enorme quantità d’oro se ne tornano da dove
erano venuti. Tuttavia, la guerra contro Veio era stata vinta da quello che viene visto come un eroe, cioè
Furio Camillo, e Livio scrive nel V libro che gli stessi Galli uscendo da Roma si imbatterono nel suo
esercito che tornava da una vittoria contro un popolo vicino, e Furio Camillo riuscì a distruggere l’esercito
gallico. Tuttavia, nel X libro parlando delle stesse vicende parla di un bottino che non venne mai pagato per
riscatto ai Galli e non venne mai recuperato. Quindi, Livio attinge a due tradizioni differenti non ricordando
di accordarle: la realtà è quindi che Roma perse e i Galli si sono accontentati dell’oro, ma quando Roma
diventa padrona del mondo non accetta tutte le sconfitte dei primi secoli ed inizia a riscrivere la sua storia.

Marta Sordi ci invita a riflettere ad una simultanea concatenazione di eventi: Cere offre a Roma l’hospitium
publicum (offre riparo per statue di culto, donne e bambini), perché Cere non ha un vero e proprio sbocco
sul mare, ma ha uno scalo sul mare che è Pyrgi; Dionigi di Siracusa si espande sull’Adriatico, creando
colonie come Ancona, ed entra in contatto con i Galli Senoni; Dionigi di Siracusa attacca improvvisamente
Pyrgi: attacca la fascia costiera laziale minacciando Cere e Roma, mentre i galli Senoni attaccano via terra
Roma. Ecco perché Cere accetta di accogliere le effigi di culto, le donne ed i bambini romani: è in alleanza
con Roma contro il blocco Siracusa-Senigallia che attaccano Roma e Cere via mare e via terra. La Sordi ha
quindi proposto di elevare l’episodio di per sé insignificante dell’attacco gallico sul piano del disegno
geopolitico nazionale che riguarda l’espansione di Siracusa sull’Adriatico e sul Tirreno.

Questa è però una di quelle sconfitte che fece bene a Roma: capisce che non poteva trascurare la propria
difesa. È in questo periodo che viene costruito il blocco delle mura Serviane, un’enorme cinta muraria che
avrebbe scoraggiato tutti i nemici di Roma dal porre un assedio a Roma. Roma, quindi, investe tutti i
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proventi della vittoria su Veio per riorganizzarsi e premunirsi: viene diviso il territorio di Veio in modo tale
che il maggior numero di cittadini possa contare su un campo (che significa potersi nutrire e poter essere
reclutato perché si ha un reddito minimo).

Negli anni ’50 Roma inizia ad entrare in conflitto con le città limitrofe, per cui e residue potenze cittadine del
Lazio e della Toscana vengono ad una ad una colpite:

-​ 358 vittoria su Ernici e Volsci


-​ 354 vittoria ad est su Tivoli e Preneste, e ad ovest su Tarquinia
Ma Roma inizia ad avvertire un crescente isolamento attorno a sé ed inizia a guardare oltre in cerca di
alleanze. Roma ha un problema di una saldatura tra i tiranni di Siracusa e le popolazioni galliche, e nel
momento in cui Roma è giunta allo scontro con Tivoli e Preneste nel 354, il rischio è che queste popolazioni
potessero lasciare passare Galli e Siracusani sui monti Tiburtini. Roma inizia ad avere il timore di un fronte
alleato latino-gallico-siracusano contro di sé. Nel 354 trova il primo interlocutore nei Sanniti, una potenza
che è attestata in Campania, Molise, in piccola parte in Abruzzo e Puglia. Si stabiliscono delle sfere di
influenza per cui non si sarebbe dovuto superare il confine del fiume Liri (sia verso nord che verso sud), e
si sarebbero agevolati nel caso di qualche attacco di qualche popolo. Non è chiaro se si sarebbero
mobilitati o se fossero state solo agevolazioni del tipo “faccio passare sui miei territori”: il principale obiettivo
è che non sarebbero andati l’uno contro l’altro. Roma, quindi, riesce ad attaccare la lega etrusca che viene
sconfitta e viene stipulata una pace di 40 anni.

Nel 350 i Galli arrivano sui monti tiburtini poco ad est di Roma: li hanno fatti passare i Latini, che Roma
aveva sconfitto nel 354 e diventano quindi ostili nei confronti di Roma. Si parla di un attacco gallico sui
monti Albani: Tivoli e Preneste sono entrati in alleanza con i Galli. Contemporaneamente, ad Anzio c’è un
attacco via mare per mano di Dionisio II di Siracusa, che con lo stesso schema del 387 attacca
nuovamente la fascia costiera tirrenica contigua a Roma mentre i Galli la attaccano via terra. I Galli non
avrebbero preso quella posizione sui monti Tiburtini se non fossero stati aiutati via mare. Tuttavia, Roma
sconfigge i Galli e i Siracusani non osano sbarcare. Avvengono due situazioni: i Latini sono rimasti da soli e
in alleanza con i Campani e i residui Galli superstiti attaccano Roma: questa è la prima guerra contro i latini
(i manuali la collocano dopo la prima guerra sannitica tra il 341 e il 338, ma la Sordi sostiene che vada dal
349 al 347, sulla base di ciò che è accaduto prima).

I tiranni di Siracusa (potenza navale) avevano preso troppo gusto a queste puntate sull’Adriatico e sul
Tirreno perché Roma non ha nemmeno una flotta ed è completamente inesperta. I Romani, tuttavia,
capiscono che devono trovare il modo per cui Siracusa non si spinga più nella fascia costiera del Lazio.
Viene quindi stipulato un trattato tra Roma e Cartagine, all’epoca la più grande potenza navale: Cartagine
entra in alleanza con Roma con il compito di disturbare Siracusa, minacciando attacchi via mare e
costringendola a richiamare le navi in patria, mentre l’interesse di Cartagine risiede nel fatto che Roma è
guardata con grande rispetto dalle grandi potenze dell’epoca. Tuttavia, i Cartaginesi hanno timore che
Roma possa espandersi o che insidiasse i possedimenti di Cartagine in Sardegna o sull’Africa. Roma non
si fida più di chi aveva attorno a sé e le popolazioni limitrofe vedono nei nemici di Roma dei possibili
liberatori; Roma di rimando guarda oltre per i suoi alleati. Ciò che è insito in queste alleanze è che Roma
iniziava un gioco che lì per lì la tutelava contro alcune popolazioni, ma poneva margine a qualsiasi obiettivo
espansionistico.

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Lezione VI - 05/03/2026
I SANNITI

Si attestano nell’Italia centro-meridionale nella zona che ha per confine la popolazione dei Frentani ad est,
la pianura campana ad ovest, la Lucania a sud e i Peligni a nord (parte della Campania, Molise, Abruzzo e
una piccolissima parte della Lucania), anche se non hanno sbocchi sul mare per cui si dedicano
all’agricoltura e alla pastorizia, anche se hanno la tendenza a spingersi verso il mare. La lingua che parlano
è l’osco, lingua indoeuropea che appartiene al gruppo osco-umbro. Si dividono in Caudini, Carricini, Irpini e
Pentri. Sono organizzati in singoli cantoni, ognuno dei quali prende il nome di touto (dalla radice totus che è
l’insieme indistinto delle parti): sono dei cantoni rurali che hanno funzioni auto-governative. Il comandante
generale prende il nome di meddix toutics: mederi significa curare e il meddix, con suffisso d’agente in -x, è
colui che si prende cura di tutti (touto), ha una carica annuale ma che non è collegiale. I sanniti combattono
in legioni che sono organizzate in modo tale da poter proficuamente combattere in territori impervi e le
formazioni militari devono essere molto mobili e provviste di armi da lancio di lunga gittata.

LA PRIMA GUERRA SANNITICA

Nel 354 viene firmato il trattato del Liri, un fiume che nasce nelle montagne abruzzesi e sfocia presso
Gaeta, e che diventa un confine tra il territorio dei romani e quello dei sanniti: Roma non deve intervenire a
sud di questo fiume, i Sanniti a nord. I Sanniti che, assecondando la tendenza a portarsi verso il mare e a
fare pressione verso ovest, portano un attacco contro la città di Teano (vicino l’attuale Caserta) e abitata
dai Sidicini. I Sidicini chiedono aiuto alla Lega Campana che chiede a sua volta il soccorso a Roma. Per
Roma quando si comincia una guerra essa deve essere giusta, altrimenti gli dei non avrebbero favorito la
vittoria: questa guerra, tuttavia, non si presentava come giusta poiché Roma aveva un’alleanza con i
Sanniti, Teano era a sud del Liri e quindi la guerra aveva quindi la possibilità di essere una guerra ingiusta,
se dichiarata da Roma come una risposta della richiesta di aiuto dei Campani. Nell’aristocrazia romana,
che credeva poco agli dèi e al fatto che una guerra fosse o meno ingiusta, si calcolavano degli obiettivi e il
senato risulta spaccato: c’è una parte dell’aristocrazia senatoria che vorrebbe un espansione a nord,
mentre c’è un’altra parte che vorrebbe un espansione a sud e quindi interessata ad una guerra con i
Sanniti. Durante la guerra prenderà il sopravvento prima l’una poi l’altra fazione. Quando Roma decide di
accogliere questo appello, si deve comunque cercare una motivazione per convincere i soldati a
combattere: i Campani si sono rivolti a Roma con una deditio in fidem (tipica di colui che si consegna senza
condizioni, replicando il rapporto tra il patronus e il cliens, che in cambio della protezione del patronus
chiede solo soccorso) ciò permetteva di superare qualsiasi remora.

La guerra vede una vittoria sul monte Gauro del console Valerio Corvo, una vittoria dei Sanniti su Cornelio
Cosso e un’altra vittoria di Valerio Corvo in territori su cui Roma non aveva mai combattuto: la guerra è
praticamente vinta da Roma, ma i soldati che non si sono ammutinati quando i comandanti li hanno
“convocati”, quando hanno vinto si ribellano, scontenti delle condizioni di guerra (abbastanza implausibile).
Ciò costringe Roma, che ha vinto la guerra, a venire a patti con chi ha perso la guerra. Viene firmato un
trattato di pace che vuole che la Campania diventi assoggettata a Roma, ma i Sidicini, per difendere i quali
Roma aveva violato il trattato del Liri, vengono lasciati ai Sanniti. Fatta la tregua con i Sanniti, i Latini
insorgono poiché vogliono un console ogni anno e altre concessioni politiche: Roma dichiara quindi guerra,
i Campani e i Sidicini si coalizzano con i Latini, i Sanniti lasciano passare Roma nei loro territori e i
Romani vincono ai campi Fenectani.

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Tuttavia, questa costruzione non si regge in piedi:

-​ Nella seconda guerra sannitica, Roma ha problemi a vincere una battaglia su territorio montano e si
convince a cambiare tutto l’esercito; ma se con Valerio Corvo aveva vinto facilmente, perché si deve
cambiare l’esercito?
-​ Valerio Corvo sembra che dovesse vincere sempre, anche quando stava per perdere: questa
narrazione viene da Livio che dipende dagli annalisti, cioè gli storici che scrivono sotto forma di
annales, il cui annalista principale è Valerio Anziate, discendente di Valerio Corvo: attribuisce quindi
delle vittorie che o non ci sono state o che non possono essere avvenute su territorio montano in
quegli anni, attingendo alla tradizione delle glorie fondiarie.
-​ Non ha senso né il trattato di pace né l’ammutinamento: se Roma fosse scesa in campo per
rispondere ad un appello di deditio in fidem dei Sidicini, come fa ad accettare delle condizioni di
pace per cui i Sidicini stessi sono assoggettati ai Sanniti?
-​ È implausibile che i Latini abbiano fatto determinate richieste a Roma ed è ancora più implausibile
che i Sanniti, attaccati dai Romani che hanno violato il trattato del Liri, che quando c’è una
coalizione nemica Latini-Sidicini-Campani che sta mettendo in difficoltà Roma i Sanniti li fanno
transitare nei loro territori.

Nel 1969 venne proposta una ricostruzione alternativa da Marta Sordi: la guerra con i Latini, che Livio fa
iniziare nel 340, in realtà precede le guerre sannitiche perché Roma in quel momento è giunta ad una
rottura con i Latini che si sono alleati con i Galli e con i Siracusani; la guerra scoppia nel 349 e si protrae
fino al 347 ed è in questa circostanza che i Sanniti fanno passare i romani sui loro territori perché c’è il
trattato del Liri. Secondo la Sordi, le forche caudine, che nella cronologia tradizionale concludono la prima
parte della seconda guerra sannitica, concludono in realtà la prima, che Roma avrebbe perso. Una
preoccupazione della storiografia romana sarebbe stata quella di presentare Roma come vittoriosa in tutte
le guerre sannitiche, anche se avrebbe costretto a delle contorsioni interpretative (es. immaginare una
tregua di cinque anni all’interno della seconda guerra sannitica, dopo la sconfitta delle forche caudine,
considerandole da anticipare dal 331 al 334 e considerandola come la disfatta che pose fine alla prima
guerra contro i Sanniti).

LA SECONDA GUERRA SANNITICA

Avviene un’importante riforma militare che porta ad una nuova struttura dell’esercito (che avrebbe
combattuto fino alle riforme militari di Mario). All’inizio degli anni ’20 del IV secolo fonda una colonia a
Fregellae nel Lazio. I Sanniti, tuttavia, non gradiscono questa colonia e scoppiò quindi una seconda
guerra. Entra al centro dei giochi la città di Napoli, secondo la dinamica della fazione interna democratica è
contraria ad intese con Roma, mentre quella oligarchica è favorevole, perché praticano il commercio,
hanno soldi da investire e vedono di buon occhio le intese con le grandi potenze. I Sanniti conquistano
Napoli e la fazione oligarchica chiede aiuto a Roma. La corrente interna al senato romano che era
favorevole per un’espansione a sud caldeggia l’intervento, e Roma entra in questa guerra. Scoppia intorno
al 328, continuando per alcuni anni senza grosse vicende fino al 321 quando avviene il giogo delle Forche
Caudine: i consoli del 321 Veturio Calvino e Postumio Albino si attestano con gli eserciti all’entrata di
una strettoia che portava tra i monti (difficile da identificare, ma si pensa che si trovi nella Campania
settentrionale all’altezza di Arpaglia e Santa Maria di Vico), i Sanniti attirano in questa trappola i Romani
che iniziano ad inseguirli in senso ovest-est. Appena i Romani sono entrati, i Sanniti sbarrano l’entrata: non
possono fuggire e i Sanniti sono lì che li aspettano. C’è una battaglia che si risolve presto perché
combattuta su territorio in cui l’esercito romano non ha alcuna speranza. I Sanniti non infieriscono perché
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temono una reazione romana durissima e si limitano ad infliggere un’umiliazione che avrebbe segnato
l’immagine di Roma e li sottopongono al giogo: esso consisteva nel passare sotto le armi avversarie, in
particolare delle lance avversarie a gattoni e mentre passano sono sottoposti a scherno. Il senato romano
vede in questa vicenda in un’umiliazione gravissima, che porta alla tregua quinquennale (per la Sordi le
forche Caudine chiudono la prima guerra sannitica che vedono una sconfitta non distruttiva di Roma).

Roma capisce che deve riformare l’esercito, cambiando dalla falange oplitica (formazione chiusa, ha
bisogno di grandi spazi) in manipoli → la legione diventa manipolare: gruppi di 120 uomini che si possono
spostare in maniera autonoma, senza dover restare uniti al resto dell’esercito (venne poi trasformata da
Mario nel 107 in legione coortale); venne aggiunta la cavalleria per ogni manipolo (120 uomini e una decina
di cavalieri ciascuno). Lo schieramento è su tre linee (princeps, hastati, triari → nel corso dei decenni
vennero invertite la prima e la seconda linea) e anche l’armamento cambia: viene creato uno scudo
rettangolare che copre tutto il corpo e un’arma da lancio, il giavellotto lungo due metri. Così riorganizzata,
Roma ricomincia la guerra (o secondo la Sordi una nuova guerra) nel 316.

Roma inizia bene la guerra, ma nel 316 arrivò una sconfitta presso Lautulae, per mano del meddix Gavio
Ponzio. Roma è disperata e ricorre alla dittatura. Gli Etruschi avrebbero dovuto in questo frangente fare
lega con i Sanniti (Roma sarebbe caduta), ma Etruschi e Umbri esitano ad attaccare; inoltre passa in
Apulia un grande combattente magno-greco, Acrotato di Sparta, per aiutare le città di origine greca, diretto
a Siracusa dove le fazioni oligarchiche lo avevano ingaggiato per combattere il tiranno Aglatocle. I Sanniti
hanno il timore che Acrotato possa saccheggiare i loro territori e dal Lazio tornano a sud. Gli Etruschi
restano tranquilli e Roma torna a respirare.

Roma nel 314 sul Picio Longo attacca la guarnigione sannita a Terracina e nel 313 inizia la successione di
vittorie di Fabio Massimo Rulliano che riprende Fregellae e Calis. Solo nel 311 gli Etruschi insorgono
perché spaventati da quella fazione che voleva l’espansione a nord (gens Fabia), ma vengono sconfitti a
Sutrium dallo stesso Rulliano. I Sanniti cercano di mettere in piedi una coalizione con altre popolazioni che
sono attestate ad est di Roma come gli Equii, i Marsi e i Peligni, ma Rulliano vince ancora, e nel 305 Roma
arriva a Boviano (città principale sannita), ponendo fine alla seconda guerra.

LA TERZA GUERRA SANNITICA

Il III secolo vede l’ultima guerra sannitica (i Sanniti si rassegneranno, ma addirittura Silla, più di 200 anni
dopo, dovette sudare 7 camice per sconfiggere i Sanniti alleati con i Mariani). È questa una guerra di
coalizione in cui i Sanniti invadono al Lucania e i Lucani chiedono aiuto a Roma, che voleva consolidare la
propria espansione nell’Italia settentrionale. Gellio Egnazio, nuovo meddix sannita, forma una coalizione
con Etruschi, Umbri e Galli Senoni. Le famiglie aristocratiche romane hanno un potere inimmaginabile a
livello di reti di relazione: molte famiglie che hanno i propri membri nel senato hanno conoscenze
consolidate nelle aristocrazie etrusche ed umbre, a tal punto che venivano pregati di intercedere presso i
loro referenti in altri popoli affinché convincessero Roma a lavorare insieme. Roma cerca quindi di
intercedere presso le aristocrazie etrusche ed umbre, ma non si fidano. Nel 295 uno dei consoli romani,
Lucius Volumnius Flamma Violens, è un perugino (etrusco → l’Umbria antica è una regione che va da
Otricoli a sud ad Ancona e Ravenna a nord-est, al confine con l’Etruria): ciò riappacifica i rapporti con
Etruschi e Umbri, che si ritirano dalla guerra (Camars e Tricoli non sono entrate mai in guerra).

Le battaglie principali della terza guerra sannitica sono le battaglie di Camars e di Camerino. Negli ultimi 30
anni ha ripreso piedi una vecchia ipotesi che sostiene che Camars è l’antico nome di Chiusi e ciò ha indotto
a pensare a Camars come Chiusi e a cercare una nuova identificazione per Sentinum, trovata in Rapollano
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Terme si sposterebbero in Etruria un contesto bellico che si considerava marchigiano (Camars = Camerino,
Sentinum = Sassoferrato). Tuttavia, Livio (in 10, 27, 1) sostiene che “i consoli di quell’anno, dopo aver
varcato l’appennino, raggiunsero la campagna di Sentinum”, cosa che non accadrebbe andando verso la
Toscana, ma accadrebbe andando verso le Marche.

Queste battaglie decisive iniziano con una sconfitta presso Camerino, che era stata una delle pochissime
città umbre che non era entrata in coalizione, dove Scipione Barbato si era portato per difendere la città ma
venne sconfitto dai Galli Senoni (dotati di carri veloci con cui facevano gli assalti). È a Sentinum che Fabio
Massimo Rulliano e Decio Mure riescono a portare a favore di Roma la sorte della guerra. Mure fa una
devotio: quando un comandante vede che la battaglia si sta perdendo, consacra la propria anima agli dèi
inferi che in cambio daranno la vittoria alla sua parte e si lancia contro i nemici. Livio sostiene che la
battaglia fu durissima, e se vi avessero partecipato anche Umbri ed Etruschi Roma avrebbe perso. Nel 290
ci fu un’invasione ad Aquilonia e Roma vince definitivamente la guerra con i Sanniti che chiedono la pace:
Roma controlla quasi tutta l’Italia, ma restano alcune potenze più vicine alla punta dello stivale, come
Taranto.

Un anno memorabile per progressi strutturali ed infrastrutturali fu il 312 avvenne la censura di Appio
Claudio Ceco che inaugura l’acquedotto Claudio: è un progresso infrastrutturale importantissimo, per
cui migliorano anche le condizioni igieniche che a loro volta migliorano la vita media e prevengono le
malattie. Apre il primo tratto della via Appia che congiunge Roma a Capua. Introduce nel computo del
censo il capitale mobile: si trovano ascritti alla prima e alla seconda classe anche molti commercianti e
finanzieri, ma cambiano i meccanismi decisionali → è una fase di rinnovamento con la creazione di una
nuova classe dirigente. Sotto l’azione di Gneo Flavio, liberto di Appio Claudio, viene pubblicato lo Ius
Flavianum, un calendario in cui si possono svolgere le attività giudiziarie (democratizzazione del diritto che
toglie il monopolio alle classi sacerdotali).

L’ITALIA ROMANA

Ci sono varie strutture che Roma lascia in campo o crea ex-novo per l’amministrazione dell’Italia romana.

MUNICIPI: una città è un municipium (munia + capere) se si è assunta degli obblighi verso Roma;
preesistono alla conquista romana: sono città sconfitte da Roma, lasciando le proprie istituzioni e a
seconda dei casi gli permette di votare a Roma, conferendo una civitas romana quasi a pieno titolo.
Tuttavia, hanno dei doveri: quando Roma deve affrontare una guerra devono mandare dei soldati. La
giustizia è amministrata dai prefetti del pretore di Roma (fino agli anni ’80 del I secolo a.C.).

COLONIA: è un territorio importante in cui non erano presenti delle città; possono essere di diritto romano
o di diritto latino:

-​ Colonia romana: sono romani che vi si trasferiscono, mantengono tutti i diritti della cittadinanza
romana, anche se spesso non più assolti. Hanno il compito di tutelare militarmente le città ed in
tempo di pace devono coltivare il terreno per trarne sussistenza. Hanno magistrati propri chiamati
duoviri e per la giustizia dipendono dal pretore romano;
-​ Colonie latine: hanno tutti i diritti del diritto latino (possono sposare e commerciare con i romani e
possono votare a Roma); devono mandare contingenti per le guerre oltre a difendere la zona.

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SOCII ITALICI: sono popolazioni italiche sconfitte a cui Roma ha lasciato il territorio e non lo ha inglobato
nell’ager romanus; Roma ha stipulato un trattato di alleanza che può essere più o meno favorevole. In caso
di guerra mandano contingenti anche loro (ci sono molti soci italici di città marine dell’Italia meridionale da
cui Roma vuole delle navi ed equipaggi per le navi stesse).

SOCII LATINI: nasce nel 338 (datazione tradizionale) o nel 347 quando vengono sconfitti i Latini e la lega
estirpata e quello di latino non è più un etnico, ma diventa una categoria giuridica e sono coloro che hanno
ottenuto lo Ius Latinum.

Con questa organizzazione, Roma arriverà nel 225 a.C. a poter reclutare ogni anno 750.000 soldati. Ciò
dava a Roma un vantaggio inestimabile poiché anche perdendo alcuni soldati, aveva la possibilità di
reclutarne altrettante.

III secolo a.C.

L’opera storica di Tito Livio ha una lacuna di 10 libri (dall’11 al 20 che coprono gli anni dal 293 al 220), salvo
i brevi riassunti delle perioche. Roma, tuttavia, si affaccia alla storia del terzo secolo da un’altezza
compiaciuta: ha vinto le guerre sannitiche, ha un’organizzazione interna che le permette di reclutare
moltissimi soldati e inoltre iniziano ad essere costruiti grandi arterie stradali, acquedotti, la vita diventa più
piacevole. Gli altri popoli, così, iniziano a guardare Roma, che inizia ad entrare nelle opere dell’ellenismo,
quando cercano soccorso, iniziandola a vedere come protagonista della storia.

LE GUERRE PIRRICHE

Roma si sarebbe trovata a combattere una guerra contro la città di Taranto, ma che avrebbe significato
combattere una guerra contro un esercito greco. Taranto è una città estremamente ricca di pascoli,
ceramiche, il governo è democratico e ha un punto di forza nella sua flotta, mentre latitano le truppe di
terra. Nel 282 la città di Turi (vi si era trasferito Erodoto) attaccata dai Lucani chiede aiuto a Roma, che
invia subito una flotta. Roma aveva stipulato con Taranto un trattato per cui non doveva superare a nord-est
le acque del Capo Lacinio, ma lo violò. La fazione aristocratica filoromana sostiene che Roma si sia
confusa e propone vie diplomatiche, mentre quella democratica è più perentoria e sostiene di affondare la
nave, e la nave venne affondata. I comizi centuriati votano una dichiarazione di guerra. Taranto sa che i
Romani avrebbero combattuto via terra, ma data la sua ricchezza assoldano eserciti mercenari greci: sono
scaltri tatticamente con manovre di cavalleria avanguardistiche (la stessa Cartagine assolderà Santippo per
istruire i propri generali) e viene assoldato Pirro, re dei Monossi che è decaduto e che fu cacciato
dall’Epiro. Pirro sbarca in Apulia nel 280 con un esercito di 25.000 uomini poi raddoppiati grazie all’aiuto di
Lucani, Tarantini e Sanniti. È un esercito impegnato sulla fanteria oplitica e Pirro allestisce una grande
propaganda che lo pone discendere da Achille, oltre a puntare sugli elefanti: quello di Pirro è l’elefante
indiano, meno alto e pesante con zanne ed orecchie più piccole, ma accettano la torretta, una specie di
gabbia che permette ad un guerriero di combattere lì sopra, mentre quella di Annibale è una specie estinta,
la loxodonta pharaoensis, più o meno delle stesse dimensioni ma non accettavano la torretta.

Le prime due battaglie sono disastrose per i romani: nel 280 sconfitta ad Eraclea, nel 279 sconfitta ad
Ascoli di Puglia. Viene proposta una pace da parte di Pirro che manda Cinea a Roma, ma con il discorso
di Appio Claudio Ceco che supplicò i propri concittadini di non accettare alcuna condizione di pace, Roma
non l’accetta. Pirro aveva un esercito limitato rispetto all’esercito romano, e anche vincendo sempre gli
sarebbero terminati i soldati; infatti, cerca di puntare sulla paura dei romani. Quando Roma respinse la
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proposta di pace, Pirro capisce che non avrebbe avuto senso iniziare nuove battaglie, staccandosi
parzialmente da Taranto e iniziando un nuovo programma politico autonomo: si presenta come il vindice
delle città di origine greca che le vuole liberare da tutti coloro che le opprimono (in Italia da Roma, mentre
in Sicilia da Cartagine) ed attacca Agrigento. Viene però firmato nel 278 il quarto trattato tra Roma e
Cartagine. Nel 276 Cartagine sconfigge Pirro sullo stretto di Messina e lo costringe a tornare sul
continente. Pirro inizia a risalire il continente, ma i Romani lo aspettano a Maleventum e che, siccome
Roma sconfigge facilmente Pirro, cambia nome in Beneventum. Dopo questa sconfitta, Pirro torna in
Grecia e Tranato chiede la resa che verrà perfezionata tra il 274 e il 272: i Tarantini diventano socii navales,
cioè sono incaricati di fornire contingenti di navi e di equipaggi per le navi.

L’Italia può essere quindi divisa tra città legate con Roma da trattati (socii) e città che sono direttamente
incorporate nella res publica romana. Resta il fatto che Roma controlla l’Italia fino alla punta dello stivale,
non controlla ancora la Sicilia e la Sardegna (ci sono i Cartaginesi e i Siracusani), né l’Italia settentrionale
(ci sono i Galli).

L’Italia può essere quindi divisa tra città legate con Roma da trattati (socii) e città che sono direttamente
incorporate nella res publica romana. Resta il fatto che Roma controlla l’Italia fino alla punta dello stivale,
non controlla ancora la Sicilia e la Sardegna (ci sono i Cartaginesi e i Siracusani), né l’Italia settentrionale
(ci sono i Galli).

Nel 278 Roma, dopo quello del 509, del 348 e del 306 ha stretto un quarto trattato con Cartagine che
prevede che Roma non entri nella zona di influenza cartaginese (Sardegna e Sicilia) se non per
commerciare ma non con navi da guerra. All’inizio degli anni ’60 Roma si dedica a qualche schermaglia
contro i Galli (es. scontro con i Galli a Riminum), continua a consolidare un’espansione verso altre zone
della pianura padana, ma inizia anche ad interessarsi a costruzioni di flotte. Allo stesso tempo, un gruppo di
mercenari assoldati da Siracusa e poi attestati a vivere presso Messana, i Mamertini (combattenti di
professione), fanno un gioco strano avvicinandosi prima a Siracusa, poi Cartagine e Roma. Roma da
tempo ha iniziato ad eleggere momentaneamente i questores classici, cioè questori incaricati di finanziare
la costruzione di navi. Roma ha rinnovato il trattato con Cartagine nel 278, ma è sollecita verso la
prospettiva di rimanere solamente una potenza di terra senza una flotta e senza qualcuno che sapesse
pilotare le navi.

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Lezione VII - 10/03: LA PRIMA GUERRA PUNICA
Cartagine è il primo nemico che Roma affronta fuori dall’Italia: fino a quel momento Roma non si è spinta al
di fuori dello stivale, quindi c’è un salto di prospettiva con la guerra contro Cartagine, Roma affronta un
nemico che pertiene a uno scenario internazionale.

La città sta in Nord Africa, buona parte della Tunisia occupa l’impero cartaginese ma l'origine dei
cartaginesi è fenicia perché provengono dalla città di Tiro. Intorno all’VIII sec a.C. ci fu questo spostamento
dei coloni di Tiro a partire da est verso ovest, naturalmente come sempre per le civiltà antiche, il mito ha
costruito una leggenda celebrando le vicende cartaginesi:

-​ Elissa-Didone: fondatrice mitica di questa città che, dopo che il marito è stato ucciso giunge presso
l’odierna Tunisi e fonda una città nuova, non a caso chiamata Quart Hadasht, che in punico ha lo
stesso significato di “Neapolis”, “Napoli”, “città nuova”. Quindi la mitica fondatrice, Elissa-Didone, in
fuga dalla città fenicia di Tiro dopo l'uccisione del marito, giunge presso l'odierna Tunisi e fonda
Quart Hadasht, "città nuova". Per non concedersi a larbas re della Libia si suicida gettandosi fra le
fiamme. Fu poi collegata al ciclo di Enea, che diviene la causa del suo suicidio. Secondo il ciclo
mitico sarebbe stata concupita dal re della Libia Iarbas, ma per restare fedele al marito e non
concedersi a Iarbas Didone si sarebbe gettandosi tra le fiamme, naturalmente sono
immediatamente percettibili le similitudini con la rielaborazione mitologica che troviamo nell’Eneide
di Virgilio, in cui ugualmente Didone si suicida gettandosi tra le fiamme, ma in quel caso per la
delusione ricavata da Enea che è una trasposizione del mito della radice dei contrasti tra Roma e
Cartagine.
-​ Cartagine sviluppa molto presto un impero, questo lo fa grazie alle enormi ricchezze finanziarie che
le permettono di assoldare mercenari e per le battaglie di terra più che non per una vocazione
espansionistico-militarista.
-​ Occupa molto presto la Corsica, la Sardegna, soprattutto le coste spagnole orientali e la parte
occidentale della Sicilia. La Sicilia vedeva nella parte orientale il controllo di Siracusa, nella parte
occidentale quello di Cartagine.

Nel corso del tempo cacciò i Greci dalle coste spagnole, dalla Sardegna, dalla Corsica e dalla parte
occidentale della Sicilia, di cui assunse il controllo, mentre sulla parte orientale vigeva il predominio
di Siracusa.

-​ È uno Stato che ha similitudini solo appartenenti con quello di Roma per quanto riguarda le
istituzioni: al vertice ci sono 2 suffeti con poteri civili ma non militari. Potrebbero ricordare di primo
acchito i due consoli, ma i due consoli sono innanzitutto capi militari, invece i due suffeti non
comandano eserciti, sono supremi magistrati civili, mentre gli eserciti sono scelti dall’Assemblea
popolare e non coincidono con i suffeti (sono altre persone rispetto ai suffeti). Quindi i comandanti
militari sono scelti dall’Assemblea popolare.
-​ Lo Stato è uno Stato a matrice oligarchica.
-​ Sono abilissimi nella tinteggiatura delle vesti, sono grandi commercianti e nel corso del tempo
Cartagine è riuscita a diventare potenza economica e grazie alla sua enorme flotta e alla capacità
di ingaggiare eserciti di terra mercenari ha preso il controllo di numerose zone sullo scacchiere
del mondo coevo.

Roma ha visto Cartagine cercarla per dei trattati che tradizionalmente dovrebbero essere 4 (509, 348, 306,
278):

1.​ il primo coincidente con il passaggio dalla monarchia alla Repubblica (509);
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2.​ il secondo è del 348: quando Roma era preoccupata di Siracusa e fa un’alleanza con Cartagine
che si incarica di impegnare Siracusa in Sicilia così distogliendola dalle puntate verso nord lungo il
Tirreno e lungo l’Adriatico;
3.​ discusso il trattato del 306 (sarebbe stato più o meno coincidente con la fine della II guerra
sannitica);
4.​ assolutamente storico il trattato del 278 forte del quale Roma rinuncia ad accettare la pace che gli
proponeva Pirro, dopo le vittorie di Eraclea, di Ascoli di Puglia. Cartagine con questo trattato si
impegnava a presidiare la Sicilia contro l’avanzata di Pirro.

Mercenari Mamertini (da Marte):

➔​ I Mamertini congedati da Agatocle di Siracusa, dopo un fallito tentativo di prendere possesso di


Siracusa, si spostano a Messina, che eleggono a base della loro attività di saccheggio. lerone Il nel
265 li sconfigge presso Milazzo.
➔​ I Mamertini chiedono aiuto allora a Cartagine, che dopo aver aiutato i Mamertini si prefigge di
conquistare Messina contro gli stessi Mamertini
➔​ appello dei Mamertini a Roma.
➔​ Quando Roma manda Appio Claudio Caudex, Cartagine e Siracusa si coalizzano.

I mercenari Mamertini erano stati ingaggiati da Siracusa in Sicilia. Dopo essere stati congedati all'inizio
degli anni ‘80, i Mamertini non si sciolgono ma mantengono unità di gruppo, cercano di prendere Siracusa,
non ci riescono (era troppo forte Siracusa) e vanno a prendere Messana (cioè Messina, sul versante
nord-orientale della Sicilia, la greca Zancle). Facendo base, ponendo la propria base a Messina, i
Mamertina esercitano attività di saccheggio sulla terraferma e di pirateria sul mare. Per questo, Ierone II
di Siracusa nel 265 li affronta in una battaglia navale e li sconfigge presso Mile, l’attuale Milazzo (poco ad
ovest rispetto a Messina). A quel punto i Mamertini chiedono aiuto a Cartagine contro Siracusa (i nemici
dei miei nemici sono spesso miei amici). Cartagine dopo aver aiutato in primo tempo i Mamertini, decide di
approfittare di quest’intesa rivolgendosi contro gli stessi Mamertini per Messana, Messina. I Mamertini, a
quel punto, non potendo contare su Siracusa e non potendo più contare su Cartagine si rivolgono
direttamente a Roma per un aiuto contro Cartagine.

Roma guarda con molta preoccupazione all’espansione cartaginese nella sicilia nord-orientale. Perché il
timore è che Messina potesse diventare una base non soltanto per una conquista della Sicilia e dunque per
una guerra contro Siracusa, ma il timore che i cartaginesi da Messina passassero lo stresso e
minacciassero l’Italia meridionale risalendo fino a insidiare perfino la Campania e Roma stessa. Quindi a
Roma c’è una certa preoccupazione per questa manovra di Cartagine che dopo aver cercato di aiutare i
Mamertini ha occupato Messina. Se ne parla in Senato ma è esitante, non c’è una posizione condivisa.

Secondo Polibio invece “Oi Polloi” come dice nel suo greco, una “maggioranza”, molte persone sono
entusiaste di fronte alla prospettiva di una guerra magari vittoriosa contro Cartagine, magari anche contro
Siracusa e dunque di impossessarsi della Sicilia. Chi sono questi “Oi Polloi”?

Gli studiosi si sono divisi, secondo alcuni si tratterebbe dei comizi centuriati, sono quelli a cui spetta la
dichiarazione di guerra). Secondo altri si dovrebbe pensare invece a delle contiones: una contio in latino è
un'assemblea a carattere informale priva di ufficialità, convocata da qualche aristocratico influente che
intravedeva nella possibile guerra un ascensore per la gloria.

Il trattato del 306 era sostenuto secondo Polibio nella sua storicità (autenticità), uno storico agrigentino,
Filino di Agrigento, è una delle fonti di Polibio per il III sec a.C. (Polibio scrive nel II sec a.C.). Con quel
trattato del 306 Roma avrebbe accettato di non interferire tutte quelle realtà geografiche estranee al coevo
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concetto di Italìa, di Italia e dunque per esempio la Sicilia (nel concetto d’Italia dell’epoca non prevedeva né
la Sardegna né la Sicilia né tutti i territori al di sopra della linea Rubicone ad est e Magra ad ovest).
Cartagine avrebbe accettato di non interferire in tutte le realtà geografiche che invece riguardavano la
penisola italica (lo stivale), fino alla linea Rubicone-Magra, a partire da Rhegion (Reggio Calabria). Se così
fosse stato, se quel trattato del 306 vi fu e se prevedeva questo, effettivamente soccorrendo i Mamertini,
Roma violava il trattato. Invece Polibio ritiene che i romani arrivando in Sicilia non violassero alcun trattato,
quindi la questione è complicata da questo disaccordo tra le fonti:

-​ per Filino c’è un trattato del 306 in base al quale Roma non può interferire nelle questioni siciliane;
-​ per Polibio Roma può benissimo interferire nelle questioni siciliane.

Filino è uno storico agrigentino filocartaginese che combatte contro i romani nella I guerra punica, e dunque
si può pensare che fosse di parte. Però si può pensare che lo stesso Polibio è di parte con la sua
ammirazione per Roma e il suo essersi trovato al seguito di Scipione Emiliano nella terza guerra punica,
quindi entrambi gli storiografi (Filino e Polibio sono di parte).

La questione dell’ottica da cui Roma guardava un intervento in Sicilia in soccorso dei Mamertini è una
questione annosa. Da più di cent’anni è oggetto di disputa fra i più grandi studiosi delle guerre puniche:

-​ Gaetano De Sanctis nella “Storia dei Romani” parlò di difesa preventiva da parte di Roma:
Cartagine prede Messina, Roma dà per scontato che non oggi ma domani, non domani ma al
massimo dopodomani Cartagine sarebbe stata presa dalla tentazione di conquistare l’Italia
risalendo l’Italia meridionale. Roma si porta in Sicilia prima di essere attaccata dai cartaginesi.
Secondo De Sanctis una parte dell'aristocrazia romana avrebbe perfino agito di concerto con i
Mamertini, cioè una parte dell’aristocrazia romana avrebbe convinto i Mamertini a chiesto aiuto a
roma così che si potesse portare ai comizi centuriati la prospettiva di dichiarazione di guerra;
-​ Secondo Filippo Cassola, autorevole storico triestino che ha scritto un testo fondamentale per la
classe dirigente romana nel secolo delle guerre puniche, chiamava in causa la concorrenza
commerciale: Cartagine avrebbe costituito un elemento di difficoltà per un'economia come quella
romana che stava parallelamente all'espansione del dominio, ugualmente facendo un salto di
qualità. Dunque la prospettiva di sbarazzarsi della concorrenza commerciale cartaginese avrebbe
interessato molti esponenti dell'aristocrazia romana;
-​ Luigi Loreto, ha introdotto e applicato alle guerre puniche molte categorie che sono state usate da
politologi come per esempio Luttwak per molti conflitti di tempi vicinissimi ai nostri (parla di
rivoluzione macro strategica), individua in alcune famiglie di Roma, in particolar modo gli Appi e gli
Scipioni, uno schieramento favorevole a cambiare politica: cominciare a guardare al mare e
cominciare a vedere Cartagine come un nemica e non un’alleata, una rivoluzione macro
strategica. Prima Roma è uno Stato che privilegia le battaglie su terra e l’espansione in Italia con
Cartagine come alleata, ora si passerebbe a una situazione opposta: Cartagine nemica e
prospettiva di battaglie sul mare fuori d’Italia;
-​ Oggi molti storiografi si attengono alle considerazioni che erano state elaborate già dalla tradizione
storiografica di Cassio Dione: non ci è giunto direttamente per due libri (la Storia Romana in 80 libri
di Cassio Dione comincia in originale dal XXXVI, per le parti precedenti abbiamo delle epitomi di
Zonara e Xifilino, che sono spesso quando li abbiamo per gli stessi libri per i quali cercassero
l’originale quasi coincidenti. Cassio Dione proiettava l’origine dello scontro fra Roma e Cartagine su
un piano di inevitabilità, perché si sarebbe trattato di due imperialismi di fronte ai quali il mondo era
fatalmente troppo piccolo per una pacifica coesistenza, forse sono categorie che sono un po’
ispirate ai contemporanei da quanto visto nel ‘900, più che essere proprie del mondo antico, perché
ci sono altre superpotenze dell’antichità che hanno vissuto pacificamente per secoli fra loro.
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-​ Una parte della storiografia invece recentemente ha preso un’altra strada, Dexter Hoyos: ha
introdotto la definizione di “unplanned wars”, “guerre non pianificate”. Per lui le guerre puniche,
soprattutto la prima e la seconda (la terza no chiaramente), Roma non andò a cercarsele ma la
situazione gli sfuggì di mano. Guerre prive di una consapevolezza espansionistica di partenza che
incidenti, malintesi, contrattempi o comunque interessi contingenti e perfino estemporanei, alla fine
resero inevitabili. Resero inevitabili per Roma finirci dentro. Per esempio per Hoyos, l'aiuto che
Roma avrebbe prestato ai Mamertini di Messina sarebbe stato non in funzione anti cartaginese ma
in funzione anti siracusana. Allo stesso modo Hoyos ritiene che nel 264 Cartagine avesse intenzioni
ostili soltanto nei confronti di Siracusa e non anche di Roma. È un’interpretazione che ha avuto
molta fortuna e Hoyos è un esperto di guerre puniche. Suscita perplessità pensare che mentre a
Messina c’è una guarnigione cartaginese che ha preso possesso della città, Roma intervenendo a
Messina, pensasse di intervenire contro Siracusa e non contro Cartagine che occupava Messina.
Comunque è un’interpretazione che ha avuto molta fortuna. Roma comincia a guardare al mare. Nel
273 aveva cominciato a fondare colonie sul mare (Paestum e Cosa), istituisce i quaestores classici
(“classis” in latino significa “flotta”) questori incaricati di raccogliere i soldi e commissionare la
costruzione di una flotta, c’è una magistratura specifica per costruire una flotta.

Non solo Hoyos ma una nutrita rappresentanza di studiosi moderni ritiene che l’eventuale invio di una flotta
a Messina per aiutare i Mamertini e liberare la città dai cartaginesi non costituisse una dichiarazione di
guerra contro Cartagine che occupava la città. Filippo Cassola ironizzava su questa situazione che
chiamava di offesa preventiva invece che difesa preventiva, cioè ti attacco direttamente io
preventivamente, perché Cartagine non ha attaccato.

L'interesse subentrato e nuovo, inedito, di Roma per le questi siciliane (Messina, Mamertini) spinse
addirittura, una specie di miracolo, ad allearsi fra di loro Cartagine e Siracusa che si erano fatte guerra
fino al giorno prima. Poi c’è un'estemporanea alleanza tra Cartagine e Ierone II tiranno di Siracusa. Viene
portata ai comizi centuriati la proposta di emanare la dichiarazione di guerra, qui si che possono avere
ragione quegli studiosi che ritengono che davanti ai comizi centruiati la proposta di dichairare la guerra non
fu una proposta in cui si esplicitava che la guerra era contro Cartagine (questo avrebbe potuto spaventare
molti e rendere più difficile l’approvazione della proposta di dichiarazione di guerra), la guerra venne
presentata come rivolta contro Siracusa, anche se naturalmente le famiglie aristocratiche che erano
favorevoli a questa guerra sapevano che Cartagine sarebbe stata compresa necessariamente fra gli
obiettivi. Il Senato era riluttante, i comizi centuriati dichiararono comunque la guerra a Siracusa inviando
uno dei consoli del 264, Appio Claudio Caudex in Sicilia con una flotta.

Bisogna tenere presente che se i comizi centuriati dichiarano la guerra contro Siracusa bisogna capire chi
sono quelli che votano a favore dell’entrata in guerra contro Siracusa, se i cavalieri e la prima classe votano
compatti hanno già la maggioranza. Con le riforme di Appio Claudio Cieco del 312, il capitale mobile è
entrato nel calcolo del censo. Tutto questo per dire che all’inizio del III secolo a.C. le classi più alte
dell’ordinamento centuriato annoverano anche molte persone arricchite con il commercio e la finanza, che
ora sono censite anche se non possiedono terreni e la loro ricchezza è spesso strabordante e valeva loro
l’iscrizione delle centurie della prima classe se non addirittura dei cavalieri. Questo esercito di persone
immesse nelle prime classi dell'ordinamento centuriato fa sì che i comizi centuriati adottino delle decisioni
ispirate ormai in larga misura anche dalla nuova classe imprenditoriale (commercianti, finanzieri, banchieri,
coloro che dall'espansione ci guadagnano perchè si aprono nuove rotte per i commerci e in caso di
conquista si possono trarre ricchezze da nuove zone). La prospettiva di una guerra contro Siracusa che
permettesse a Roma di incorporare la Sicilia orientale da una prospettiva molto ghiotta e figuriamoci se poi
si fossero riusciti anche a prendere Cartagine, quello probabilmente non lo si esplicitò troppo per non
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spaventare il resto del popolo, di fatto la stragrande maggioranza dell’esercito sarebbe stata costituita dal
resto del popolo, da quelli che erano meno ricchi ma che dovevano partire, cioè tutti quelli fino alla quinta
classe, un conto era andare combattere contro Siracusa, un conto era andare a combattere sul mare
contro Cartagine, lì veramente sarebbe sembrata una partenza senza ritorno. Almeno una parte
dell’aristocrazia romana era fortemente attratta dalla prospettiva di una guerra in Sicilia contro Siracusa e
anche contro Cartagine. Per altro quando Roma arriva in Sicilia, tutti i contrasti sembravano appianarsi, c’è
un’intesa fra i Mamertini, Cartagine, Siracusa, ,Messina sarebbe tornata ai Mamertini e già si erano
sistemati tutta la situazione da soli i Cartaginesi senza alcun bisogno dell'intervento di Roma, ma Appio
Claudio Claudex fede finta di non saperlo e di non averlo capito quando glielo spiegarono.

Dobbiamo entrare nella psicologia del consoli: quando all'inizio tutti i consoli attaccano battaglia e
Annibale vinceva sempre, a nessuno veniva in mente che forse conveniva non attaccare battaglia, perché
chi arrivava al consolato si giocava l’occasione della vita (o adesso o mai più, devo vincere, devo
combattere e conseguire la gloria). Ad Appio Claudio Claudex non sembrava vero di poter essere il primo a
combattere fuori d’Italia. Lì potevano pure mettersi d’accordo, far vedere che facevano una festa, andare a
braccetto, sposarsi fra loro, lui sarebbe intervenuto lo stesso, ormai era là con la flotta e voleva combattere.
Questa era la psicologia dei consoli che Annibale conosceva benissimo e giocò buona parte delle sue
chances sulla scommessa che i consoli, all’inizio della seconda guerra punica, non avrebbero mai rifiutato
una battaglia, anche vedendo che tutti quelli prima di loro avevano perso, ognuno sarebbe stato convinto
che a lui non sarebbe accaduto. Quando il dittatore Fabio Massimo avrebbe scelto di non attaccare
battaglia mai più sarebbe stato traumatico.

➔​ Difesa preventiva;
➔​ Concorrenza commerciale;
➔​ Hoyos: guerra non pianificata. Guerra contro Siracusa sfuggita di mano e divenuta guerra contro
Cartagine.

La prima guerra punica è probabilmente la guerra più lunga della storia romana, 23 anni: dal 264 al 24.
Rankov, una quindicina di anni fa, l’ha definita una guerra a fasi. Ci furono costanti cambi d’indirizzo, è una
guerra in cui in un certo momento si privilegiano operazioni navali, in altri momenti le operazioni di terra, in
altri ancora non si combatte proprio, c’è una sorta di tregua non esplicitata, ma di fatto si registrano anni
senza scontri se non di piccolo cabotaggio. Le guerre puniche coincidono anche con anni di
perfezionamento ma anche di modifica delle consuetudini e delle metodiche di funzionamento delle
istituzioni. In tutti questi anni si sperimentano anche a livello istituzionale istituzioni nuove, per esempio il
pretore non più teoricamente ma anche di fatto a volte conduce degli eserciti: se i due consoli sono tutti e
due in Sicilia e c’è una rivolta degli Etruschi, chi lo comanda l’esercito? O si elegge un dittatore, ma
avrebbe significato sminuire i consoli che combattevano in Sicilia, o si affida l’esercito al pretore. Il pretore è
chiamato in causa anche in questo ambito. Poi si ricorse al prolungamento della cariche consolari. I consoli
disciplinatamente ogni 1 gennaio entrano in carica, ma in questo periodo non è così. Al massimo entrano in
carica a metà marzo e in realtà in questo periodo il consolato corrisponde a un’operazione di guerra. In
carico Appio Claudio Claudex e il collega di consolato di portare aiuto ai Mamertini, sono consoli finché non
è finita quest’operazione, quindi si può prolungare il loro mandato. Siracusa quando Roma arriva in Sicilia
defeziona subito dall’alleanza con Cartagine e cerca subito di tornare in una situazione se non di amicizia
di neutralità con Roma. Già dal 262-61 la guerra si sposta sul lato occidentale della Sicilia perché ormai
riguardava Roma e cartagine. Siracusa si stacca subito dall’alleanza con Cartagine e cerca un’intesa con
Roma, chi aveva voluto la guerra a Roma non era interessato alla guerra con Siracusa ma a quella con
Cartagine.

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Dopo otto mesi di assedio Roma espugna Agrigento, nel 261, la città greca di Akragas: è la prima vittoria
di Roma al di fuori dei confini dell'Italia. A questo punto l’obiettivo di Roma viene ricontrattato e si prefigge
di cacciare i cartaginesi dalla Sicilia.

Nel 260 c’è una questione che fa penare gli storiografi antichi e gli storici moderni: la vittoria di Gaio Duilio
a Mylae. Nel 260 Roma ha la sua flotta: finalmente questa flotta è pronta, una grande flotta composta da
120 navi, 100 quinqueremi e 20 triremi, navi i cui timonieri e i cui rematori sono i socii navales (“gli alleati
navali”) dell’Italia meridionale. Le città dell’Italia meridionale hanno fornito ai romani uomini in grado di
controllare queste navi nella prospettiva di una battaglia navale. Roma non avrebbe avuto ancora nessun
grado di farlo. Stavolta comincia male, la flotta viene sconfitta al largo delle isole Lipari, dalla flotta
cartaginese che del resto è la più grande in quel momento del mondo antico, la più temuta. La prospettiva
di una battaglia navale contro Cartagine era più ancora che temeraria utopica, soprattutto per Roma che
non aveva mai combattuto battaglie navali prima di allora. Nel 260 ci si appresta a combattere al largo di
Milazzo, al largo di Mylae (zona compresa tra la terraferma settentrionale-orientale della Sicilia e le isole
Eolie). Gaio Duilio o chi per lui, è molto discussa questa questione storiograficamente, poteva contare per
quella battaglia su un’arma segreta (i cartaginesi non l'avevano mai vista in opera). I romani fissano dei
congegni, dei ponti di abbordaggio attaccati a un palo che quando venivano recise le gomene calavano giù
a formare una passerella di poco meno di 10 m sulla quale i soldati a due a due potevano trasbordare sulla
nave nemica. L’effetto sarebbe stato quello di trasformare una battaglia di mare in una battaglia di terra, da
una nave, attraverso la passerella mobile si invade la nave nemica e si combatte corpo a corpo su una
nave nemica come se ci si trovasse in una battaglia di terra, non c‘è una battaglia tra navi.
Sorprendentemente Roma vince la battaglia navale.
Sono 2 le metodiche con cui si combattevano le battaglie navali: lo speronamento o l’abbordaggio (c'erano
vari congegni per l’abbordaggio ma non ancora questo, è il perfezionamento di congegni).

-​ Corvi: ponti di abbordaggio di circa 10 mt. con speroni in bronzo, fissati alla nave avversaria
avevano l’effetto di trasformare una battaglia in mare in una battaglia di terra. Ma le navi romane
avrebbero potuto reggere il loro peso? Publio non li menziona più dopo Mylae.

Sorprendentemente Roma vince questa battaglia, i moderni hanno sempre guardato con fortissimo
sospetto all’esistenza di questi congegni. Innanzitutto per una prova sulla quale ha insistito molto la Sordi e
che effettivamente è difficilmente spiegabile: se i romani avessero sconfitto Cartagine nella prima battaglia
sul mare grazie ai corvi, perché i corvi scompaiono dalla storia delle battaglie navali di Roma? Non li
ritroveremo mai più impiegati dopo questa battaglia. Molti studiosi hanno fatto notare che le navi romane
non avrebbero potuto reggere il peso di questi grandi congegni, grandi passerelle attaccate ai pali. Bisogna
figurare la situazione: dall’asse mediano della nave cala una pesantissima passerella e già la nave subisce
uno scossone (nel senso del lato in cui cala la passerella), poi centinaia di soldati si portano tutti su quel
lato per trasbordare sulla nave nemica, sarebbero stato concretamente possibile tenere in equilibrio la nave
senza farla affondare su quel lato? Sarebbero riusciti a tenere il mare o il peso avrebbe reso ingovernabile
la nave stessa?. Gli studiosi si dividono in due schieramenti: chi crede che i corvi siano esistiti e chi crede
che i crovi non siano esistiti. Come rispondono coloro che credono all’esistenza dei corvi all’obiezione di
Marta Sordi? Perché sono spariti dalla storia delle battaglie navali, se avevano dato questa mirabolante
vittoria al loro primo utilizzo?
Perché ormai non ci sarebbe stato più l'effetto sorpresa. Quindi considerando i tanti disagi in termini di
equilibrio della nave, considerando le difficoltà di evitare di affondare quando lo si utilizzava, considerando
che Cartagine ormai li conosceva e avrebbe potuto prendere delle contromisure non sarebbero più stati
utilizzati, resta un problema aperto. Dei corvi non ci sono evidenze archeologiche, anzi, perfino l’elogio di
Gaio Duilio (quando moriva qualcuno la famiglia metteva un’epigrafe elogiando tutto quello che aveva
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fatto), il vincitore di questa battaglia con i corvi, non c’è traccia di corvi. Allora molti pensano che i corvi
possa averli inventati il filocartaginese Filino, perché proprio Filino che è antiromano e non Polibio che è
romano? Perché proprio il filocartaginese deve trovare un alibi, una scusa, per giustificare il fatto che si era
drammaticamente perso, si deve trovare un alibi, una scusante, per una sconfitta imprevista e
imprevedibile (come succederà nella seconda punica quando gli storici filoromani quando Roma perde
invocano sempre i terremoti, le nebbie, durante le battaglie che però davano fastidio solo ai romani e mai ai
cartaginesi). Sono metodiche di ricostruzione storiografica da parte degli storici antichi, le tante trappole in
cui la storiografia antica cerca di farci cadere e quasi sempre ci riesce.

Dal 259 al 257 Roma continua a vincere sul mare senza corvi, specialmente in Sardegna e in Corsica,
mentre paradossalmente le operazioni di terra in Sicilia vanno meno bene a Roma.

Nel 256 Roma ambisce di nuovo a un grande progetto: incrementa la propria flotta, reintegra le perdite di
navi e le affida ai due consoli Vulsone e soprattutto Attilio Regolo, per una missione ambiziosa, con uno
scopo molto ambizioso; Roma voleva portare la guerra in Africa, direttamente sui territori di Cartagine in
Africa e non più una guerra da combattere in Sicilia, ma direttamente a Cartagine. Dopo alcuni successi,
prima dell’inverno, uno dei due consoli, Vulsone, riporta le proprie legioni (probabilmente 2) in Italia, mentre
Regolo resta in Africa e sconfigge i cartaginesi a Tunisi su terra (su terra i cartaginesi non potevano
reggere uno scontro ancora con i romani). Pone condizioni di pace inaccettabili, allo stesso modo di come
farà nella II guerra punica Scipione (non vuole la pace ma distruggere Cartagine, quindi le sue condizioni
sono durissime e modellate in una maniera che gli garantiva che i cartaginesi non le avrebbero accettate).

Il problema è che Cartagine a quel punto fa un grosso sforzo economico e affida un forte esercito
mercenario a Xantippo, è un comandante di scuola magno-greca, tra i maestri di Annibale, e sul fiume
Bagradas (fiume del destino per Roma: quando combatteva sul Bagradas andava sempre male, nel
ferragosto del 49 sarebbe morto sul Bagradas Curione per dannazione di Cesare).

➔​ 255: sul Bagradas Santippo sconfigge Attilio Regolo.


Regolo prende il mare per la Sicilia e incappa in una tempesta con conseguente naufragio.

In quel frangente, nel 255, Santippo sconfigge Attilio Regolo, Roma aveva ancora delle difficoltà
nell'affrontare le battaglie di scuole magno greca. Xantippo abbozzava quella manovra con cui Annibale
sarebbe diventato uno specialista grazie anche al fatto di poter contare sulla cavalleria dei Numidi Massili e
dei Numidi Massesili: la manovra avvolgente, la manovra cosiddetta “a tenaglia”. Roma non aveva
ancora elaborato le giuste contromisure, come quella di staccare l’esercito su una maggiore profondità per
evitare l’accerchiamento fulmineo alle spalle di cavallerie africane velocissime. Questa sconfitta sarebbe
stata una sconfitta sopportabilissima, non comprometteva assolutamente niente, ma Attilio Regolo perse la
testa e venne preso dal timore, dalla paura e volle ripartire subito per la Sicilia, nonostante il mare in
tempesta. Durante la traversata Roma andò incontro a un naufragio in cui Regolo perse i ⅔ dei suoi
marinai e della sua flotta. Questo bloccò per vari anni le operazioni navali di Roma.
Riscrittura della storia: Regolo fece un’ingenuità ma la sua memoria anche per effetto dell’attivismo della
famiglia per riscattare lo scacco del proprio congiunto, fece in modo che Regolo venisse idealizzato come il
campione della fides romana, la lealtà che, secondo il mos maiorum dei romani, doveva caratterizzare la
guerra romana rispetto alla guerra degli altri popoli. Roma attacca guerre giuste e le combatte con lealtà,
con la fides. Viene elaborato una specie di mito di Regolo, secondo cui Regolo doveva andare a Roma in
Senato e convincere i senatori a chiedere la pace; se non ci fosse riuscito doveva tornare a Cartagine per
farsi ammazzare. Regolo va a Roma, secondo la leggenda naturalmente, convince il Senato al contrario,
cioè a continuare la guerra, ma campione della fides romana torna effettivamente a Cartagine come aveva
promesso e lì i cartaginesi lo mettono a morte in maniere che cambiano a seconda della fonte che ha
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rielaborato la leggenda (secondo alcune fonti la privazione del sonno, gli avrebbero cucito le palpebre, così
che non riusciva più a chiudere gli occhi; secondo altre fonti sarebbe rotolato giù da una montagna dentro
una botte acuminata; secondo altre versioni ancora sarebbe stato crocifisso: qui la situzione si fa molto
interessante se si pensa che per noi, la fonte che ci dà notizia di questa trazione attingendo chiaramente a
memorie coeve, è però una fonte di I secolo d.C., Silio Italico, un poeta della cosiddetta rinascenza flavia,
in quei decenni una morte in croce fatalmente evocava la morte in croce di Gesù nei momenti in cui
Domiziano era ai ferri corti anche con i cristiani. La pena di morte per crocifisisone fu inventata dai
cartaginesi, quindi la memoria antiquaria cartaginese poteva offrire materiale in questo senso).

Da allora per alcuni anni, le operazioni militari tornarono a concentrarsi soltanto sulla Sicilia. Roma cerca di
togliere a Cartagine le roccaforti della Sicilia occidentale, come Trapani, Palermo, Lilibeo (antico nome di
Marsala, si chiama così perché significa “il porto di Allah” - “Marsa Allah”).

L’ambizione che avrebbe contagiato la classe romana avrebbe comunque indotto il Senato a costruire una
nuova flotta e, nel 249, Roma aveva una flotta pronta a combattere. Abbiamo due consoli del 249 che sono
Publio Claudio Pulcro, membro della famosa gens Claudia, della diramazione dei Claudi Pucri, che
sarebbe stata poi quella del tribuno Clodio (nel 58). L’altro console è Lucio Giunio Pullo.

Pullo muove da Siracusa con la flotta, quindi si proponeva di circumnavigare la Sicilia prima andando
verso sud e poi risalendola in direzione nord-ovest, quindi passando Camarina, Gela e arrivando infine a
Trapani e Lilibeo, ma venne sconfitto. Esattamente come era successo a Regolo, il dramma non fu tanto la
sconfitta ma fu il naufragio. Incappò in un naufragio ritornando verso la Sicilia orientale all'altezza del mare
di Camarina. La tradizione imputò di aver trascurato i presagi negativi: i polli che non beccavano il grano
che gli era stato dato, presagio nefasto, non avrebbe dovuto attaccare battaglia e siccome quella volta la
battaglia l’ha persa, la tradizione gli rinfacciò di non aver tenuto in considerazione il presagio.

➔​ Nel 249, a Trapani, Aderbale sconfigge P. Claudio Pulcro.

A Roma comincia ad affiorare un fronte costituito da quanti vogliono una pace con Cartagine. Anche in
questi frangenti di guerra, c’è una parte dell’aristocrazia romana che mantiene relazioni con una parte
dell’aristocrazia cartaginese. Anche nel corso della II guerra punica, c’è una dinamica che non può stupirci:
molto spesso le guerre, che sono volute dall'assemblea popolare e sono condotte da comandanti che non
coincidono con i suffeti, non sono condivise dal Senato e dall’alta aristocrazia cartaginese. Cartagine
essenzialmente viene sabotata nella II guerra punica proprio dal Senato che non mandava mai rifornimenti,
vettovaglie e rinforzi proprio perché il Senato quella guerra non la voleva, erano i comandanti e il popolo a
volerla. Il naufragio di Camarina potè aver avuto delle proporzioni che probabilmente sono superiori anche
a quelle attestate dalle fonti. Luigi Loreto ritiene che con 200 navi su 210 affondate o catturate, quella di
Camarina sarebbe stata la più grande sconfitta, cioè il più grande disastro navale della storia romana.

Per alcuni anni Roma rinuncia a sfidare Cartagine sul mare, predilige gli scontri terrestri, con i quali
riprende molte postazioni e molte città. Non ha più la flotta, quindi si concentra ad assediare le roccaforti
cartaginesi sulla Sicilia, quasi esclusivamente sulla Sicilia occidentale: rioccupano Trapani, Agrigento,
Palermo, si spostano anche verso la Sicilia centro-settentrionale, quando prendono Solunto e soprattutto
quando prendono Tindari.

Nel 247 il comando dell’operazione di Cartagine viene assunto da un grande comandante: Amilcare
Barca, il padre di Annibale. Secondo la leggenda, avrebbe fatto giurare al figlio quando aveva nove anni di
età, che avrebbe avuto un inestinguibile odio nei confronti di Roma. Amilcare fa riprendere un intenso
programma di attività navale che portano Cartagine a insidiare perfino i porti del Bruzio (i porti dell’attuale
Calabria passando la Sicilia), queste operazioni previdero anche delle puntate addirittura sul litorale
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adriatico, quidni Roma corre ai ripari fondando nuove colonie sia lungo il terreno che lungo l’Adriatico. Il
senato cartaginese non supporta attivamente Amilcare: questa separazione tra poteri civili e militari fece sì
che il senato guardasse sempre con sospetto alle iniziative dei comandanti militari interpretandole come
strumentali all’affermazione della propria gloria.

Una volta messa paura a romani con queste puntate Amilcare decide di tornare a riconcentrarsi sulle
operazioni di guerra in Sicilia: vanno a occupare in Sicilia il “luogo detto dell’Eircte”, collocato da Polibio
1,56,1-11 tra l’attuale Erice e Palermo dal lato del mare, spesso identificato dai moderni o col monte
Pellegrino a nord-ovest di Palermo o, come dal grande studioso Kromayer, col monte Castellaccio a ovest
del Pellegrino. Gradualmente Amilcare riprende il controllo della costa a nord di Trapani e comincia ad
attuare una tattica di guerriglia, evitando grandi battaglie ma puntellando sempre più la riconquista
cartaginese.

Nel 245 si avvicina a Trapani, che stava diventando un po’ il centro del nuovo sforzo bellico cartaginese. Si
impossessa della città che doveva diventare una nuova roccaforte, un nuovo quartier generale: la città
degli ericini, si deve identificare probabilmente con Val d’Erice che è lo sbocco a mare della città di Erice
che è in cima a una collina. Da Val d’Erice è possibile arrivare al mare accedendo alla Tonnara di
Bonagia, occupare quella zona era fondamentale, perché se Amilcare riusciva a prendere possesso in
trittico Erice in collina, Val d’Erice in pianura e la Tonnara di Bonagia sul mare, Cartagine avrebbe potuto
rifornirlo inviando una flotta, quindi si garantiva la possibilità di sostenere lunghe operazioni di guerra grazie
a un approdo ritenuto sicuro. Roma è costretta a rivedere la propria strategia.

Polibio indugia molto nel ribadire che a Roma tornò a prevalere una convinzione: la guerra poteva essere
vinta soltanto tornando a combattere e ad avere successo sul mare. Così nel 243 Roma intraprende una
costosissima operazione per costruire una nuova flotta. Ci sono questori di nuovo incaricati di
sovrintendere a tutto questo. In questo frangente, lo Stato ha bisogno anche dell’intervento dei privati: ha
bisogno che qualcuno gli presti soldi, non ce la fanno le finanze romane da sole a sostenere gli immensi
costi di una guerra e l’ennesima flotta, per cui ci sono i prestiti allo Stato. Roma emette degli antenati
delle odierne obbligazioni di Stato: se Roma avesse vinto la guerra, il capitale sarebbe stato restituito con
gli interessi.

Viene istituita una commissione di sei uomini, i seviri, incaricati di vigilare sul corretto utilizzo di tutte le fonti
di finanziamento raccolte. Viene ricostruita una flotta imponente: 200 quinqueremi, sono imbarcazioni che
hanno una chiglia più stretta, sono veloci, maneggevoli e soprattutto munite di rostri. Ognuna di queste
quinqueremi poteva contenere più di 400 persone: 300 rematori e 120 legionari. Rispetto alle triremi c’è un
maggiore spazio per i legionari per poter agire. Cosa significa “quinquereme”? Ci sono due teorie a
riguardo e nessuno è mai riuscito a scansare definitivamente l’altra: o sono navi con cinque ordini di remi
sovrapposti, oppure viceversa si tratta di navi che sono mosse da un solo ordine di remi ma con cinque
uomini su ciascun remo, quindi in cinque a remare con il singolo remo. Non si sa quale delle due sia la
versione preferibile. Questa lettura vale anche per le triremi.

Uno dei consoli del 242 è Gaio Lutazio Catulo. Questa flotta
appena approntata viene affidata a lui che è un homo novus (non
ha avuto antenati nelle magistrature più importanti: consolato,
pretura ecc.), quidni è un emergente in politica, spesso gli
homines novi sono quelli più disposti al discredito delle fonti
soprattutto se qualcosa dovesse andar mare. Pone sotto assedio
ed espugna la fortezza di Lilibeo, poi attesta la flotta su un’isola
dell’arcipelago piccolo delle Egadi, l’isola di Favignana. Tra le
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isole Egadi, la più vicina al continente è Favignana, poi c’è Levanzo e la più lontana è Marettimo, ci sono
anche due isolotti (Maraone e Formica), senza questi le Egadi sono tre. Amilcare contava di essere
raggiunto proprio alla Tonnara di Bonagia (sbocco sul mare di Val d’Erice) da una flotta cartaginese.
Annone è il comandante che da Cartagine deve partire da Cartagine con navi essenzialmente onerarie, da
trasporto, per rifornire l'esercito di Amilcare. È ovvio che da Cartagine per arrivare alla Tonnara di Bonagia,
che è sulla Sicilia nord occidentale, bisognava passare a nord tanto di Marettimo quanto di levanzo e poi
virare verso oriente per raggiungere il mare nella costa settentrionale-occidentale della Sicilia. A bordo ci
sono nuove leve inesperte, Annone ha il comando, quella flotta che parte da Cartagine ha la funzione
essenzialmente di rifornire, non di combattere. A nord di Favignana, dove si è attestato Lutazio Catulo, c’è
L‘isola di Levanzo: lunga circa 5 km larga 2 km, i greci la chiamavano Phorbantia, per la grande
abbondanza di “phorbe” (“erba”). Ospita numerose grotte calcaree, ha fatto scalpore il ritrovamento a opera
di una turista, decenni fa, della Grotta del Genovese, su cui si possono ammirare incisioni di 10.000 anni fa.
Su quest’isola soprattutto c’è un’altura, il Pizzo Monaco, 300 metri di altezza. Il 10 marzo è il 2266°
anniversario della battaglia delle Isole Egadi. Sebastiano Tusa (soprintendente del mare della regione
siciliana, scomparso il 10 marzo) è stato colui che ha avuto un’intuizione, cioè che a Levanzo,
precisamente a nord-ovest di Levanzo, fosse avvenuta una grande battaglia. Alla metà degli anni ‘80, a
Favignana, un sub, Vincenzo Paladino, riferì di aver notato moltissimi frammenti di ancora in piombo, nel
mare ad est di Capogrosso (a Favignana). In precedenza si riteneva che Annone fosse passato presso un
lato dell'isola di Favignana che prende il nome di Cala Rossa (“Rossa” del sangue degli sconfitti della
battaglia delle Isole Egadi, si riteneva che lì avesse avuto luogo questa battaglia). Si era convinti che
“battaglia delle Isole Egadi” fosse una definizione generica per dire “battaglia svoltasi al largo della Cala
Rossa di Favignana”. Poi nel 2004 un pescatore consegna alla soprintendenza del mare un elmo del tipo
Montefortino (con forma a ogiva allungata, è un elmo introdotto all’inizio del IV secolo e che ha una chiara
origine gallica, prende questo nome perché se ne sono trovati tantissimi nella necropoli di Montefortino, ha
una protuberanza, un’apex a piume, non ha il rinforzo frontale e ha una caratteristica calotta conica,
inconfondibile), l’aveva trovato a nord-ovest di Levanzo, proprio dove probabilmente sarebbe dovuto
passare Annone con la flotta cartaginese, mentre cercava di raggiungere la Tonnara di Bonagia.
Nel 2004 venne alla luce dopo un sequestro un rostro a tridente,
un rostro a forma di becco d’uccello: la lunghezza complessiva è
poco meno di un metro 90 cm, trovato a nord-ovest di Levanzo.
Prima di allora noi conoscevamo un solo altro rostro dell’antichità,
il rostro Diatrit trovato al largo delle acque di Israele. Le battaglie
navali antiche puntavano tutto sull'abbordaggio o sullo
speronamento. Nel caso dell'abbordaggio accosti la nave e lì il
difficile è riuscire a far passare un numero sufficiente di uomini
sull’altra nave senza compromettere l'equilibrio e la stabilità della
nave stessa, non è che devi farne passare sull’altra nave 7-8 ma
centinaia e questo moto simultaneo di tutte queste persone può
far flettere molto pericolosamente la nave su un lato, lì ci vuole
una grossa abilità dei rematori e dei timonieri, ci vogliono anche
condizioni del mare particolarmente favorevoli perché tutto questo potesse andare a buon fine. Invece lo
speronamento ha protagonista assoluto questo congegno del rostro. Il rostro è uno sperone in bronzo che
venne perfezionato semper di più fino a raggiungere questa forma nel corso della guerra del Peloponneso,
quindi ad opera dei [Link] collocato fra la chiglia e la prua delle navi, è agganciato alla parte di legno
delle navi, conficcato sulla parte in legno, e composto da alette orizzontali incrociate al centro con una
sezione verticale (cioè che si snoda verticalmente). Cosa deve fare il rostro? Quando la nave si slancia,
deve assestare sul fianco della nave accostata un colpo a martello. Deve essere assestato in maniera tale
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che poi il rostro non impedisca alla nave cui appartiene di potersi staccare e tornare indietro, cioè il rostro
non deve conficcarsi nella nave avversaria, deve colpirla, affondarne parte del legno e uscire in modo tale
che la nave potesse distaccarsi e riprendere la sua traiettoria. Dopo il 2004 si sono ritrovati molti altri
reperti, soprattutto sul fondo del mare vari rostri. Li trovano tutte le estati e se ne contano poco meno di 30
ormai, mentre pochi anni fa erano ancora intorno a 20. Ritrovati tutti a una profondità di più di 80 metri,
aspettavano lì sotto da più di 2000 anni. La maggior parte dei rostri che si sono trovati sono rostri romani e
hanno anche iscrizioni in latino:

Iscrizione rostro Egadi 1

“C(aius) Sestio(s) P(ubli) f(ilius) Q(uintus) Salonio(s) Q(uinti) [f(ilius)]/sex vir{0} en[bol(um)] probave[re]”

“Gaio Sestio, figlio di Publio, e Quinto Salonio, figlio di Quinto, seviri, hanno fatto il collaudo del rostro”

Si ritrova “seviri”: quella commissione di seviri incaricati di controllare che i fondi per costruire la flotta nel
243 fossero impiegati bene e hanno fatto il collaudo del rostro, cioè prima di pagare hanno controllato che il
rostro fosse stato costruito e fissato in modo tale da poter espletare perfettamente la propria funzione.

➔​ Dopo il 2004 si sono via via ritrovati molti altri reperti, in particolare rostri - ad oggi ventisette dopo
gli ultimi rinvenuti ad una profondità di 85-90 mt. ad opera dell'archeologo Jeffrey Royal con le
attrezzature della RPM Nautical Foundation (tra cui uno scafo con sonar a scansione radiale).
Inoltre: 30 elmi Montefortino, monete in bronzo e in argento, paragnatidi, spade.
➔​ 2017: "Egadi Project 2017": esploratori subacquei che hanno reperito mediante apparecchiature
elettroniche e un veicolo subacqueo filoguidato e munito di telecamere un ampio numero di
manufatti nei fondali del mare a nord-ovest di Levanzo a circa 80 mt. di profondità.

Sono stati trovati anche altri reperti, come paragnatidi, anfore,ceramiche, prima del covid perfino una
spada in metallo, in tutto questo è stato molto importante il contributo di Jeffrey Royal, un archeologo che
ha ideato una fondazione, la RPM Nautical Foundation che ha varie strumentazioni, come uno scafo con
sonar, perfette per trovare i reperti sul fondo del mare. Dal 2014 allo stabilimento Florio della Tonnara di
Favignana (dove è stato inventato a fine ‘800 il sistema di conservare sott’olio) sono in mostra questi reperti
(elmi, anfore, rostri e altro vasellame). Nel 2017 è stato varato un progetto, "Egadi Project 2017", ci sono
sub che hanno trovato tanti manufatti tutti a nord-ovest di Levanzo a 80 metri di profondità. Questi
ritrovamenti ci consentono di ricostruire un quadro diverso rispetto a quello che aveva accompagnato gli
studi su questa battaglia precedenti.

Lutazio Catulo va dall'Eliseo a occupare l’isola di Favignana. Questo comporta una necessità per la flotta
partita da Cartagine al comando di Annone: deve fare uno scalo, non può fare scalo a Favignana e fa scalo
a Marettimo, fa una tappa intermedia per le varie esigenze della navigazione.

Le navi puniche, cartaginesi, approdano a Marettimo, la più lontana delle isole Egadi. Da lì Annone deve
ripartire, con un’andatura che non permette di essere troppo individuabile e oggetto di agguati, con venti a
favore perché la velocità deve essere sostenuta, deve aspettare i venti giusti per poter riprendere il mare.
La sua rotta prevede un passaggio a nord-ovest di Levanzo per poi arrivare sulla costa
[Link] della Sicilia, fino alla Tonnara di Bonagia, attaccata a Val d’Erice. In tutto questo
Annone può orientarsi prendendo a riferimento la sommità del Monte Erice, sopra Val d’Erice e attaccata
alla Tonnara di Bonagia, c’è bisogno di un punto di riferimento. Queste navi devono rifornire l’esercito di
Amilcare e poi agire in sinergia con lui con compiti ausiliari (non si tratta di navi da guerra e non si tratta di
equipaggi di combattenti, sono nuove leve cartaginesi). Si possono reclutare nuove leve (tra 17-18 anni)
ma inizialmente fanno un po’ di tirocinio, non ci si può aspettare che ingaggiano una battaglia e siano in
grado di vincerla. Roma durante queste guerre puniche sviluppa anche quello che sarebbe poi divenuto un
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utilissimo servizio di intelligence ante litteram: Roma ha degli informatori che tengono d’occhio il nemico
e riferiscono ai comandanti, altrimenti Lutazio Catulo non avrebbe potuto sapere che quella flotta di Annone
era diretta alla Tonnara di Bonagia e dunque non sarebbe passato da Favignana all’isola di Levanzo che
sta poco a nord aspettandolo al varco, sapendo che tanto doveva passare da lì, lo sapeva perché ne era
per forza stato informato da qualcuno. Idealmente poteva essere diretta anche a Trapani, dove c’era
un’altra guarnigione cartaginese, invece Lutazio Catulo va talmente a colpo sicuro che si allontana da
Lilibeo vicino a Trapani, per tallonare questa flotta che è sicuro non essere diretta a Trapani. Quindi si
sposta da Favignana, va a Levanzo e va ad occultare la flotta. L’isola di Levanzo era un luogo ideale per un
agguato, ma ci voleva la fortuna che Annone passasse presto perché non c’era acqua dolce, quindi non
potevano aspettare lì più di tanto tempo.

Annone a Marettimo, appena si levano ad ovest i venti che avrebbero spinto la flotta verso est, per
raggiungere quindi la costa siciliana occidentale prende il mare, le navi ripartono da Marettimo. Lutazio
Catulo manda delle vedette sul punto più alto dell’isola di Levanzo (il Pizzo Monaco, a 300 metri di altezza,
sulla cime). Queste vedette da lassù scoprono perfettamente le navi onerarie cartaginesi che da marettimo
si stanno avvicinando verso il lato settentrionale dell’isola di Levanzo. Appena le vedette corrono giù per il
Pizzo Monaco per avvisare Lutazio Catulo del passaggio, Lutazio Catulo ordina l’attacco. Nonostante
questi forti venti che agitavano il mare la battaglia fu facilissima per i romani: Annone non se l’aspettava, è
un imboscata. Quando Annone vede arrivare quelle navi, la prima cosa che gli viene in mente di fare è
invertire la rotta e cercare di scappare, ma non può farlo per lo stesso motivo per cui aveva deciso di non
prendere il mare in quel momento, perché ci sono dei venti che spingono da ovest a est, lui per scappare
dalla flotta romana avrebbe avuto bisogno in quel momento di venti che spingevano a sud-est. Soltanto il
pomeriggio, quando le direzioni dei venti si invertono bruscamente e i venti cominciano a spirare da
nord-est verso sud-ovest Annone, con le poche navi superstiti, può puntare verso Cartagine.

A Levanzo sono state affondate dai romani, il 10 marzo del 241 a.C., 50 navi cartaginesi, secondo le cifre
che ci dà Polibio, e ne furono catturate 70 con 10.000 prigionieri. Una disfatta notevolissima per Cartagine.
Lutazio Catulo torna in Sicilia e riprende l’assedio di Lilibeo sicuro che prima o poi, più prima che poi,
sarebbero arrivati i messaggeri cartaginesi a chiedere la pace e non si sbagliò. Amilcare appena apprende
che quella flotta è stata distrutta, non ne sarebbe stata costruita un’altra e non sarebbe stato rifornito,
decide di chiedere la pace ai romani. Lutazio Catulo torna a Roma e fa erigere in Campo Marzio il tempio
di Giuturna (nella zona dei templi di Largo Argentina, enigma irresolubile). Alcuni come Loreto hanno
cercato di minimizzare la portata della vittoria di Levanzo (a nord-ovest di Levanzo). Cartagine si arrende,
chiede la pace. Annone quando torna in patria viene condannato a morte e la guerra finisce. Si trattò di
un’imboscata ma fu un’imboscata che poneva fine alla guerra, nella misura in cui la madrepatria non
poteva più rifornire gli eserciti in Sicilia.

La Sicilia liberata da ogni residuo di controllo cartaginese e diventa la prima provincia romana. Dunque il
primo possedimento di Roma al di fuori del coevo concetto di Italìa (Italia). Con la vittoria sulla rivale
Cartagine, sulla grande potenza del mondo antico, Roma a un lato diventava enormemente
self-confidence, a questo era difficile ritenere di non poter affrontare qualcuno, però ormai era una
posizione in cui si sentiva pronta ad affrontare chiunque e soprattutto Roma veniva proiettata su un
orizzonte espansionistico mediterraneo che l’avrebbe presto messa in contatto con tutto il mondo
conosciuto. Infatti l’opera di Polibio è un’opera che si proponeva di rispondere a una domanda: come
avesse fatto Roma, in poco più di mezzo secolo, 53 anni, dal 220 al 166, a diventare padrona di tutto il
mondo conosciuto.

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Lezione VIII – 11/03/2026: ROMA TRA LA I E LA II GUERRA PUNICA
Roma vince la prima guerra punica e acquisisce il controllo della Sicilia, ma si trova difronte ad una scelta:
annettere al proprio dominio i territori che conquista oppure stabilire un trattato di alleanza. Se li incorpora
nel territorio della repubblica romana questi possedimenti che sono collocati al di fuori dell’Italia prendono il
nome, a partire dal 241, di province: diventeranno una costante della storia di Roma oltre ad essere un
polo d’interesse centrale → sotto Costantino supereranno le 100 province. La prima provincia romana è la
Sicilia nel 241 a.C. Una provincia ha un governatore che, prima della riforma di Augusto, è un uomo di
rango consolare o rango pretorio (ex console o pretore) e solitamente ha tre compiti:

-​ Tutelare il territorio (funzione militare): comanda le forze militari romane che sono state inviate con
lui a presidiare il territorio contro eventuali invasioni di altri popoli o preservando l’ordine pubblico in
caso di sommosse. In tutte le province c’è una forza militare romana che costituisce il braccio
armato del governatore (dopo Augusto, in certe province non ci saranno i militari);
-​ Funzioni amministrative: concede gli appalti per opere piccole o grandi che siano;
-​ Funzioni giudicanti: mentre a Roma chi vuole che la propria causa sia giudicata deve andare dal
pretore o dai suoi delegati, in provincia è il governatore che percorre la provincia per dirimere le
cause e dare sentenze.

Quasi ogni governatore al ritorno del comando provinciale era sottoposto ad un processo, perché la
carriera politica non comportava nessuno stipendio (fino a tutta l’esistenza della repubblica neanche il
governatore provinciale). Tuttavia, il governatore poteva rifare i soldi spesi per le campagne elettorali
perché essendo che giudicava le cause e concedeva gli appalti, spesso praticavano il peculato, cioè
vendeva appalti e sentenze al miglior offerente, e al loro ritorno venivano denunciati da parte dei provinciali
e sottoposti al reato di repetunde (mal vessazione), tanto che Roma dovette istituire un tribunale speciale: il
collegio giudicante se era affidato ai senatori l’imputato era libero (poiché veniva giudicato da persone che
avrebbero fatto la stessa cosa a lui contestata), se venivano ricoperte da cavalieri (ossia da quanti
volevano andare ma non ce l’avevano fatta) spesso finiva male. Quindi diventò una grave questione
politica.

A differenza dei socii italici, i Romani dai provinciali non vogliono soldati perché non si fidavano della loro
lealtà e preferiscono approfittare della loro sottomissione imponendogli tributi da pagare: chi è civis romano
non paga tasse dirette, a differenza di chi non lo è che paga la tributum capitis (tassa pagata solo per il
fatto di esistere), a meno che la comunità non goda di particolari esenzioni. Si paga anche il tributum solis
che pagano chi ha appezzamenti di terreno coltivabili, oltre a pagare anche le tasse indirette (dazi, tasse
sull’eredità, …).

La provincia costituisce l’ossatura del dominio romano di qui in avanti, spesso diventando la base logistica
quando iniziavano una guerra o la stessa via di scampo (es. quando Marco Antonio tenterà la spedizione
contro i Parti, la base logistica sarà la provincia di Siria). Spesso, durante il periodo imperiale, come
racconta Tacito, si scoprì un arcanuum imperii, cioè una circostanza non immediatamente visibile che
soggiogava all’impero, cioè che l’imperatore potesse essere creato anche al di fuori di Roma: spesso le
province con i rispettivi governatori entreranno in competizione tra loro per esprimere il successore (es.
caso della crisi del 68 d.C.).

Quando viene conquistata una provincia, il conquistatore emana di concerto con il senato una lex province
che è uno statuto della stessa provincia: quali città pagano o non pagano le tasse (civitates immunes, che
ricevono questo privilegio in nome di una precedente alleanza con Roma).

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241-237: guerra di Cartagine contro i suoi mercenari

La prima guerra che si presenta in questo ventennio non riguarda Roma, bensì Cartagine: anche se è
stata persa la guerra, devono essere pagati i mercenari, cosa che non viene fatta subito a causa
dell’enorme multa che Roma le ha imposto. Essi iniziano così a ribellarsi.

C’è una prima rivolta che viene placata da Amilcare Barca (padre di Annibale), ma il seme
dell’insurrezione si sparge anche tra i Cartaginesi in Sardegna. Cartagine attacca i mercenari che sono
situati in Sardegna, ma essi hanno un’intuizione: chiedono aiuto a Roma, che accoglie l’appello dei
mercenari perché la vede come un’occasione perfetta per impossessarsi della Sardegna. Infatti, Roma
dichiara di essere interessata della Sardegna e della Corsica, e Cartagine è costretta a rinunciare alla
Sardegna e alla Corsica. Così nel 237 viene creata la provincia di Sardegna (nel 229 venne
istituzionalizzata dopo l’approvazione del senato della lex province).

Roma inizia ad avere un forte interesse nell’annettere territori al difuori del concetto di Italia: permane però
il problema dei Galli. Già negli anni ’30 i Galli Boi avevano cercato di sconfinare dentro il territorio italiano,
cercando di passare il Rubicone e ad arrivare a Rimini, dove Roma aveva dagli anni ’60 del III secolo
fondato una colonia: passare il fiume Rubicone significava dichiarare guerra a Roma. Bisognava tutelare i
territori dell’attuale Romagna meridionale e Marche settentrionale dalle mire espansionistiche galliche.
Inizia così la proposta di legge del tribuno della plebe Flaminio, la lex flaminia de agro gallico (anche se
tecnicamente sarebbe dovuto essere plebiscito): propone di distribuire l’agro sottratto ai Galli Senoni tra
cittadini disposti a trasferirsi lì con compiti di tutela del territorio e di coltivazione del territorio in tempi di
pace. L’aristocrazia si oppose perché sono grandi proprietari di campi: i terreni per dare reddito devono
essere messi a frutto e ci deve essere chi la lavora. Flaminio con questa legge avrebbe indotto a spostarsi
da Roma migliaia di persone e ciò avrebbe reso più difficile trovare manodopera coltivane e avrebbe
aumentato le loro pretese. L’aristocrazia, quindi, ostacola questa proposta di Flaminio, che non venne
nemmeno approvata nemmeno dai Galli, poiché avrebbero dovuto rassegnarsi dal poter sconfinare verso
Roma, i quali iniziano una collaborazione tra Boi, Insubri, Cenomani (popolazione gallica mercenaria) e i
Gesati. Questa coalizione attraversa l’appennino tosco-emiliano e si scontra con Roma nella parte
meridionale e tirrenica della Toscana a Capo Talamone presso Grosseto, ma vengono sconfitti e Roma
prende il destro da questa insurrezione per sferrare una controffensiva verso i territori dei Galli (Gaio
Flaminio Nepote assieme a Claudio Marcello sono tra i protagonisti). Viene combattuta la battaglia di
Casteggio che ispira una praetexta (il Clastidium) e che porta alla conquista di Mediolanum, fondando delle
colonie per governare il territorio (tra cui Placentia e Cremona).

La Gallia Cisalpina divenne provincia, ma dopo lungo tempo, poiché non viene subito ordinata provincia.
Forse perché Roma non voleva un governatore provinciale a 300 km da Roma con delle legioni a
disposizione e ciò avrebbe significato esporsi ad un colpo di stato: ciò sarebbe stato pericoloso ora, ma
soprattutto dopo Silla quando a Roma non ci saranno più nemmeno forze di ordine pubblico, tanto che
Marco Antonio nel 44 fa l’inferno per farsi assegnare per l’anno successivo la Cisalpina.

Flaminio nel 220 diventa censore, e a conferma della centralità che ha acquisito la Gallia Cisalpina fa
costruire strade per congiungerla, una tra queste è la via flaminia (sono anni di forti progressi infrastrutturali
che mettono Roma in comunicazione con il suo dominio).

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LE GUERRE CONTRO GLI ILLIRI

L’Illiria pullula di pirati che infestano l’Adriatico e il Mediterraneo rendendo difficile il commercio. Il senato
romano protesta con la regina degli Illiri, Teuta, la quale fa assaltare la nave degli ambasciatori, inviati da
Roma per raggiungere un accordo, e uno di loro muore: i comizi centuriati emanano una dichiarazione di
guerra. È una guerra vinta facilmente che porta il controllo di Roma in varie città lungo la costa
dell’Adriatico opposta a quella italiana.

Un consigliere della regina, Demetrio di Faro, passa per Roma e ottiene in premio non solo l’isola di Faro
in Dalmazia, ma anche il compito di fiduciario di Roma nel tenere sotto controllo la situazione per evitare il
riverberarsi dell’attività di pirateria. Tuttavia, dieci anni dopo commette l’errore di voler fare il doppio gioco,
riprendendo a patrocinare l’attività di pirateria. Roma era preoccupata soprattutto che Demetrio potesse
giungere ad un’intesa con Filippo V di Macedonia, che dava segni di insofferenza della nuova situazione
romana. Roma inizia così la seconda guerra illirica, Demetrio viene sconfitto e momentaneamente
l’Adriatico viene liberato dai pirati.

IL PROGRESSO

Sono questi anni anche di progresso culturale, sociale e finanziario. Con l’inizio del III secolo la vita
finanziaria subisce dei cambiamenti: i senatori (informalmente tramite prestanomi) e i cavalieri
(ufficialmente) iniziano a fare prestiti ad interesse (es. Giuno Bruto prestava al 48% annuo di interesse).
Nasce alla fine del IV secolo la corporazione degli argentarii (cioè coloro che lavorano con l’argento) che
costituisce una prima evoluzione di sistema: la banca garantisce nuovo potere d’acquisto comincia ad
impiantarsi quando gli argentarii accettano denaro in deposito e lo prestano ad altri (concedendo credito
creano nuovo potere d’acquisto). Vengono anticipate somme per miglioramenti della vita, costruzione di
opere o pagamenti di stipendi, ma perché Roma potesse dotarsi di un sistema evoluto a livello
commerciale c’è bisogno di una condizione differente, ossia la creazione di una moneta. Nel primo quarto
del III secolo a.C. vengono eletti per la prima volta i triumviri monetales, che sono i responsabili esecutivi
dell’attività di coniazione delle monete. Viene coniata una moneta in bronzo, l’as grave (forma di
quadrilatero e pesa circa 300 g), che costituisce un progresso rispetto all’as rude e all’as signatum perché il
peso è insito all’interno della moneta. Secondo Filippo Quaerelli risalirebbe al 269 l’ingresso della moneta
in argento con la forma quadrigatus per essere poi sostituita dal denarius. Secondo Crawford, nel 225 ci
sarebbe stata la prima coniazione di monete d’oro perché serviva il denaro per la leva straordinaria per la
guerra gallica. Nella civiltà romana ci sarà una situazione di trimetallismo: si hanno monete di bronzo,
argento e oro con rapporto di cambio rigidamente stabilito dai triumviri di cambio. Con il tempo ci saranno
categorie di persone associate a diversi tipi di monete (spesso a seconda del lavoro che si fa). Gli argentari
garantiscono il peso e il cambio delle monete, con un tasso stabilito. Esistono anche i prestiti allo Stato: il
privato o Stati stranieri possono prestare soldi allo Stato romano quando ha bisogno. Gli Stati moderni
hanno un sistemato servizio del debito pubblico per cui emettono obbligazioni (permettono agli Stati
stranieri, privati o aziende di prestare i soldi in cambio di interessi), mentre Roma chiede soldi a privati
quando e se ne ha bisogno (es. dopo Canne emettono obbligazioni, ma in condizioni normali non chiedono
prestiti). Questo avrà un forte riflesso nella società romana perché quando molte famiglie di Roma dopo la
seconda guerra punica accumuleranno ricchezze enormi se ci fosse stato un servizio sistematico del
debito, l’avrebbero prestati allo Stato e avrebbero vissuto di rendita sugli interessi del capitale, ma Roma
non fa ciò e chi ha un’enorme liquidità è costretto a cercare vie di investimento alternative: sviluppo di
agricoltura, pastorizia, impianto di colture specialistica, ecc. Lo stato interviene nelle dinamiche finanziarie
in situazioni particolari (es. in caso di guerra spesso lo stato limita la possibilità di tenere i soldi e riduce il
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fino delle monete). È presente anche l’inflazione ma nel mondo antico non è legata al fatto che aumentano i
costi delle importazioni, ma è dovuta alla riduzione del fino o all’aumento di beni o alle maggiori quantità di
monete coniate. Tuttavia, nel mondo antico non esiste la circolazione fiduciaria e il fino è inserito
direttamente nella moneta (la moneta ha insita in sé il vero valore della moneta). Inoltre, la moneta è uno
dei pochissimi canali di propaganda disponibile.

Questo è anche il ventennio della letteratura latina, in cui i rapporti tra il potere e la produzione letteraria
sono tra i più stretti. Alla fine della prima guerra punica, Livio Andronico fa rappresentare ai ludi scenici
un’opera teatrale (non si sa la tipologia) e questa rappresentazione del 240 è la data della nascita ufficiale
della letteratura latina attingendo anche ai contatti con gli altri popoli. La tragedia di argomento romano
prende il nome di fabula praetexta, trae il nome dalla toga praetexta creata da Gneo Nevio che ha
composto il Clastidium (nel 223 a Casteggio Claudio Marcello ha sconfitto in singolar tenzone il re dei Galli
Insubri Viridomaro) e il Romulus (storia della Roma delle origin). Nasce anche l’epica romana con Livio
Andronico che traduce l’Odissea di Omero, l’Odusia. Per l’epica storico, poco dopo il 210, Gneo Nevio
scrive il Bellum Poenicum che ripercorre in saturni le vicende della prima guerra punica. Antonio La Penna
ha insistito sulla diversa genitura delle opere della letteratura latina: mentre le opere di teatro sono in
origine prodotte da personaggi di bassa estrazione sociale e non Romani, la storiografia è prodotta da
personaggi di alta estrazione sociale, che sono quasi sempre senatori e romani. Nasce la storiografia latina
con Fabio Pittore, un annalista, che scrive un’opera in lingua greca, Storia romana: le imprese dei Romani,
che in forma di annales va dalle origini di Roma alla battaglia del Lago Trasimeno; venne scritta in greco
per farsi conoscere. La storiografia di Roma in lingua latina nascerà più tardi, parallelamente all’estendersi
del suo dominio e la cui lingua era conosciuta in tutto il mondo. Viene scritta l’Origines che è un’opera
importante perché vi si riflettono nuclei ideologici fondamentali: Catone il Censore è un uomo caratterizzato
dall’avversione per la gloria dei singoli e per una convinzione del carattere collettivo dell’eroismo (es. nella
sua opera non individua per nome raccontandone le gesta quasi nessuno, tranne il tribuno Cedicio che si è
immolato per la patria, ma per il resto è fortemente avverso all’esaltazione dei singoli personaggi e
costituirà con la sua ideologia un polo opposto al Circolo degli Scipioni che tendeva a celebrare l’individuo
e a prevedere una dimensione incompatibile tanto con oligarchica eguaglianza della vita politica romana
quanto con la chiusura e la demarcazione tra dei e uomini).

La religione greca prevedeva uno statuto intermedio tra gli dèi e l’uomo, cioè gli eroi (es. Ercole non è
pienamente né un uomo né un dio), ma soprattutto prevedeva che alcuni uomini di eccezionale rilevo
potessero avere una madre divina → a Roma inizia con Scipione. Si iniziano a prevedere onorificenze per
grandi vincitori che prima d’allora non avevano riguardato alcun romano ma solo i popoli stranieri. Si
comincia perfino a delineare una possibilità di divinizzazione e di immortalità dopo la vita (es. Ennio scrisse
l’Euemerus che sosteneva che gli dèi prima di diventare tali erano stati grandi uomini: si inizia a delineare
possibilità di vita ultraterrena). La nuova dimensione di Roma che presto si sarebbe configurata come
l’impero di riferimento per tutto il mondo, l’afflusso di ricchezze inevitabilmente determinano un salto nelle
aspirazioni degli uomini che vincevano le battaglie e dominavano la scena politica, ambendo ad un ruolo
incompatibile con il mos maiorum e con il concetto che dopo la morte siamo tutti uguali. Ciò avvenne anche
grazie al contatto con gli altri popoli portando ad un cambiamento del paradigma politico, sociale e religioso
dei primi secoli.

I RAPPORTI CON LA SPAGNA

Nel 326 viene stipulato il trattato dell’Ebro (fiume che sfocia poco sotto Tarragona e sembrerebbe essere
sopra la città di Sagunto) tra Asdrubale (aveva sposato la figlia di Amilcare Barca) e Roma: gli eserciti di
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Cartagine non possono oltrepassare armati a nord il fiume Ebro (per scopi
commerciali si), mentre non si sa se questo accordo fosse un limite solo per
Cartagine o se valesse anche per i Romani a sud. La maggior parte degli
studiosi ritiene che ci fosse una reciprocità delle condizioni, mentre c’è chi
sostiene che Roma, avendo vinto la prima guerra punica, potesse imporre le
condizioni che voleva. Fu Polibio ad attestare questo patto (II, 13, 7)
prefiggendosi di narrare come Roma in 53 anni fosse diventata padrona del
mondo (220-167), sente la necessità di attestare i secoli precedenti: venne
stipulato tra Asdrubale e i rappresentanti del senato di Roma; alla morte di
Asdrubale, la città di Sagunto è attaccata dal nuovo comandante dell’esercito cartaginese, Annibale. Il
problema risiede nel fatto che Sagunto è sotto l’Ebro:

-​ Secondo Carcopino ci sarebbero stati due fiumi chiamati Ebro e saremmo quindi in errore
pensando solo al fiume della Spagna settentrionale. Sostiene che sarebbe stato un altro fiume
chiamato Ebro, pensando al fiume Segura o al Jucar (che sta sotto Sagunto)
-​ Un’altra parte degli studiosi ritiene che l’accordo dell’Ebro lasciasse in assoluto dominio di Annibale
la parte sotto il fiume Ebro, con l’eccezione di eventuali città che avessero avuto un precedente
accordo con Roma. Questo sarebbe quindi il caso di Sagunto che secondo Gaetano De Sanctis
avrebbe avuto un trattato di alleanza molto prima del trattato dell’Ebro e che quindi avrebbe dovuto
essere salvaguardata da Annibale.

Livio nel XXI libro si sofferma sul malcontento dei Saguntini per la lentezza del processo decisionale a
Roma: mentre a Roma valuta le proposte di Sagunto, Sagunto stessa viene espugnata. Tuttavia, Roma nel
229 è lenta ad accorrere in difesa di Sagunto perché sta combattendo la seconda guerra illirica e non è
escluso che Annibale avesse approfittato di questo.

Sagunto viene attaccata nel maggio del 219 e alla fine di dicembre dello stesso anno Annibale prende
Sagunto. Verso il marzo del 218, Roma inizia a concentrarsi sulla situazione spagnola. Roma tratta
direttamente con il senato cartaginese perché le famiglie senatorie romane hanno rapporti privilegiati con le
famiglie senatorie, ma la condizione richiesta è dura: inviare prigioniero Annibale altrimenti sarà guerra. Il
senato punico scelse la guerra, anche non si sa bene perché: da un lato il prestigio nazionale, ma dall’altro
la condizione oggi ambigua di Sagunto e del trattato dell’Ebro. Inoltre, i Cartaginesi possono aver pensato
che fossero dalla parte della ragione e che Roma stesse infierendo su coloro che avevano sconfitto, per poi
scatenare una reazione revanscista. D'altronde, Annibale è un grande comandante e Cartagine in spagna
con le miniere e i metalli preziosi aveva creato un avamposto per un’implementazione militare. Inoltre,
Cartagine ha un’alleanza con le due etnie dei Numidi (Massili e Massesili) che sono dei combattenti di
cavalleria formidabili, e non è escluso che una parte del senato possa aver visto nella guerra un’occasione
per vendicarsi di quanto accaduto nella prima guerra punica. Annibale però elaborò un piano di guerra
differente ed inaspettato soprattutto per Roma, che avrebbe passato i primi anni di guerra preoccupandosi
di problemi che non sarebbero mai accaduti. Roma, dal canto suo, è confidente di porre un ultimatum a
chiunque avesse voluto, anche se lo scenario della ripresa delle ostilità la lasciava con una difficoltà di
partenza: capire il tipo di guerra che sarebbe stata → la prima guerra punica era prevalentemente navale,
ma soprattutto stata una guerra per il controllo della Sicilia. Le idee erano orientate in direzioni talmente
opposte che i consoli del 218, Scipione Padre e Sempronio Longo, vennero instradati su due territori
opposti: Scipione venne mandato sulle Alpi casomai Annibale avesse valicato le alpi e sarebbe arrivato via
terra in Italia, Sempronio Longo venne mandato in Sicilia casomai Annibale avesse deciso di invadere
l’Italia risalendo la penisola a partire dalla Sicilia con una flotta partita da Cartagine.

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Lezione IX - 12/03: II GUERRA PUNICA
Il piano di Annibale nel momento in cui si predispone ad attaccare Roma va compreso bene: Annibale non
vuole attaccare Roma, anche se chiaramente lo pubblicizza, non vuole espugnare Roma, non vuole
assediare Roma. Annibale, che sarebbe stato fornito soltanto di un contingente relativamente modesto di
effettivi, si proponeva di infliggere a Roma una serie di sconfitte consecutive e veloci subito all’inizio della
guerra. Così avrebbe nello sua speranza indotto molti alleati, soprattutto quelli dell’Italia centrale e tirrenica,
a staccarsi da Roma che sarebbe così tornata ad essere una semplice potenza regionale. Si aspetta
naturalmente un'adesione entusiasta da parte delle città della Magna Grecia, da parte dei Galli, da parte
dei Taurini, mentre il grosso punto interrogativo è se sarebbe permasta la realtà degli Umbri, degli Etruschi,
dei Campani ecc. Quindi c’è una guerra lampo che punta molto sull’effetto sorpresa di tattiche con le quali i
Romani non hanno ancora ben familiarizzato, come la nuova manovra a tenaglia, una guerra fatta anche di
metodiche non corrispondenti al concetto di fides romana, quindi lo spionaggio, lo stratagemma,
l’imboscata.

Il 218 è l’anno in cui Annibale passa le Alpi Cozie. Per dove è passato Annibale di preciso? Secondo
un’ipotesi che oggi è prevalente, Annibale sarebbe passato per le Alpi Cozie attraverso il Colle delle
Traversette, questa è un’ipotesi che oggi è molto in voga, per il momento è l'ipotesi prevalente, perché è
stata supportata da alcune evidenze, quindi si è imposta su ipotesi precedenti come il Monginevro e
Moncenisio. Sono state molto valorizzate recentemente, da allergenomorfologi, i batteri di feci appartenuti a
mammiferi: ci sono resti fossili di batteri come lo clostridium che è ospite ricorrente dell’apparato digerente
di elefanti e cavalli. Annibale era appunto partito con cavalli, 37 elefanti, oltre che 25.000 uomini. Il
radiocarbonio ha cercato di datare questi resti fossili di batteri e il periodo cui possono essere ascritti è
coincidente con quello del passaggio delle Alpi da parte di Annibale. Tutte le fonti alludono del resto a una
geomorfologia che è compatibile con questa identificazione: si parla di roccia a doppio strato, in Livio per
esempio. Annibale arrivando con i suoi uomini, cavalli ed elefanti, si trova davanti una catasta di rocce che
sembrano insormontabili. Livio scrive espressamente che Annibale versa sopra queste rocce dell’aceto,
“infuso aceto”. Giovanale scrive addirittura che “montem rumpit aceto”, “infranse il monta con l’aceto”. Ci
sono state delle ipotesi, una fortunata è quella di Dawson: “Annibale e la guerra chimica”; è un’ipotesi poco
costruita per ciò che descrive successivamente a questo passaggio, ma per quanto riguarda questo
passaggio la suggestione è tutt’altro che improbabile, però è alternativa a quello che oggi si pensa
prevalentemente. Dawson pensò che “aceto” fosse una trascrizione erronea della parola punica “acaste”,
che significa appunto in punico “acido”, qui ritorna alla mente la perizia dei cartaginesi che sono chimici
estremamente abili, come testimoniato dalla tinteggiatura delle lore vesti che esportavano. Oltretutto
Annibale con le miniere spagnole aveva anche un serbatoio di importanti minerali e acidi. Oggi l’ipotesi che
va per la maggiore è un’altra ed è stata additata fin dal 1956 da una spedizione del British Museum. Gli
studiosi hanno notato che Annibale probabilmente dovette appiccare il fuoco al di sotto di questa catasta di
rocce (masse), in modo tale da arroventarla. Poi, per determinare il cambio di temperatura repentino, ha
cominciato a bagnarla con acqua e aceto estremamente freddi: questo determina una reazione per cui la
roccia resta estremamente calda al suo interno, però iniziano ad espandersi per effetto del calore,
all’esterno la roccia si raffredda (quindi abbiamo una parte interna arroventata e in espansione, e una parte
esterna che improvvisamente diventa gelata). Nel momento in cui le due temperature antipodiche entrano
in contatto generano esplosione per la pressione dall’interno verso l’esterno, conseguentemente Annibale
sarebbe riuscito a mandare in frantumi questa barriera di rocce che ostacolava il suo passaggio. Passando
per le Alpi Cozie, sarebbe dunque arrivato nel territorio dei Taurini: i Galli avrebbero aderito
entusiasticamente a lui a tal punto che Annibale riesce quasi a raddoppiare i suoi effettivi portandoli intorno
a 50.000, anche se il passaggio degli elefanti fu un’agonia: di 37 elefanti ne sopravvisse uno solo alle

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temperature implausibili agli organismi degli elefanti. Quando arriva a combattere le prime battaglie in Italia,
Annibale in pratica non aveva più gli elefanti.

Contava moltissimo su una tattica di guerra lampo che doveva appunto consistere in una serie di vittorie
ravvicinate, non necessariamente di grande impatto (non occorreva uccidere chissà quanti nemici), ma
bisognava trasmettere l'impressione ai romani e ai loro alleati che Roma non sarebbe mai riuscita ad
imporsi sul campo contro Annibale. Puntavano sulla manovra a tenaglia che potevano effettuare con
grande agio grazie all'alleanza con le tribù dei Numidi Massesi e Massesili, che erano maestri
nell’effettuare questo tipo di manovra avvolgente. I mercenari celti della prima linea (in prima linea ci si
mettono sempre i mercenari perché non possono sfuggire, o vanno a combattere il nemico o vengono
uccisi da quelli dietro, non possono scappare), cominciano una ritirata simulata, cominciano a
indietreggiare come se non fossero in grado di reggere l’attacco della prima linea romana. Si fanno
inseguire, i legionari della prima linea si incuneano dentro una specie di piccolo arco che si fa sempre più
concavo, finché ai fianchi la cavalleria cartaginese non comincia una velocissima manovra una manovra di
avvicinamento. Conseguentemente i romani si ritrovano improvvisamente alle spalle con esiti catastrofici:
questa manovra è una manovra talmente veloce che addirittura a Canne i romani non si sarebbero
nemmeno accorti da dove fossero sbucati fuori, finché i comandanti non cominciarono a prendere
contromisure, questa manovra sarebbe stata ingestibile per le legioni romane.

Il 218 comincia con quello che Annibale aveva preventivato: le sconfitte in serie di Roma. Battaglie del
Ticino e della Trebbia, primo fiume in Lombardia, secondo nell’attuale Emilia Romagna. Nella prima
battaglia abbiamo Scipione, padre del futuro Scipione Africano, che viene sconfitto e rischia di morire,
viene salvato dal figlio. La seconda battaglia è attaccata dal suo collega di consolato, Sempronio Longo,
inizialmente era stato mandato a sud: quando ci si avvide che Annibale in realtà era arrivato in Italia per via
di terra e che aveva valicato le Alpi, Sempronio Longo si riporta a nord e affronta Annibale sulla Trebbia,
venendo sgominato in pochissimo tempo con la stessa tattica, la stessa manovra avvolgente dei Numidi
Massidi e Numidi Massesili.

Arriva il 217 ed entrano in carica come consoli Gaio Flaminio Nepote e Servilio Gemino. Flaminio Nepote
è l’eroe delle guerre contro i Galli, colui che da censore fa costruire la via Flaminia, l’uomo che voleva
dividere l’ager gallicus tra i coloni romani. Annibale dopo aver sconfitto anche Longo sulla Trebbia si riporta
in Romagna e lì i romani hanno un problema. Per dove scenderà Annibale? I romani temono che Annibale
punti su Roma. Scenderà per Rimini (Ariminum) e poi attraverso il Piceno farà una deviazione in senso sud
ovest per puntare Roma oppure per il passo di Porretta valicherà l’Appennino tosco emiliano, si porterà in
Etruria, e da lì punterà su Roma? Molti studiosi scriveranno che i due consoli sbagliarono a dividersi. Il
problema è che loro non sapevano, perché in quel momento Roma non sa mai cosa fa Annibale, mentre
Annibale sa sempre cosa fa Roma, perché i cartaginesi usavano anche metodiche non convenzionali, tra
cui le spie. I romani non hanno sviluppato fino a quel momento un servizio di spionaggio se non
sporadicamente con Lutazio Catulo alla fine della prima guerra punica, i romani combattono a viso aperto,
con metodiche convenzionali, mentre Annibale se la giocava con ogni possibilità. Annibale in realtà
sarebbe passato per il passo di Porretta, perché i romani non sapevano che a Pisa, che all'epoca aveva
uno sbocco sul mare, sarebbero stati riforniti da una nave punica, quindi in quel momento Annibale ha
necessità di portarsi sulla costa tirrenica. Quindi uno dei due consoli, Servilio Gemino che è andato a
Rimini, è fuori gioco, mentre resta sulla scena Flaminio Nepote nella bassa Etruria dove nel frattempo si è
portato anche Annibale. Quando Annibale arriva nella bassa Etruria, avrebbe potuto nutrire dubbi sulla
volontà di Flaminio di attaccare battaglia, poteva anche pensare: comandanti non sprovveduti come Longo
e come Scipione padre sono stati sgominati senza che la battaglia sia nemmeno combattuta, “quindi rischio
ad attaccare battaglia?”. Annibale aveva fatto una scommessa vincente sull'interpretazione della psicologia
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dei consoli: il consolato è un’occasione irripetibile per passare alla storia, per eternarsi, per conseguire la
gloria. Flaminio non vede l’ora di attaccare battaglia con Annibale che lo avrebbe prontamente esaudito:
Annibale si fa tallonare, si fa pedinare, mentre si sposta verso il lago Trasimeno, proprio le fonti ci
descrivono Annibale che punta verso i monti di Cortona e poi fa una una deviazione verso sud. Ora
stupisce come un comandante di esperienza, di talento, come Flaminio, si fosse veramente illuso di poter
tallonare un esercito ricco infarcito di cavalleria come quello di Annibale, se Annibale non avrebbe voluto:
un esercito di fanti pesanti come fa a tener dietro a un esercito del quale la componente maggioritaria è
costituita dai cavalieri? Se ci riesci è perché ti stanno tirando in agguato.

La questione del lago Trasimeno è una questione annosa: dove si è combattuto? A Tuoro sono
assolutamente convinti che si sia combattuto lì. De Sanctis ha pensato alla zona a nord di Passignano, ma
soprattutto Brezzi e Susini. Giancarlo Susini fino agli anni Sessanta si era convinto che la zona della
battaglia di Trasimeno fosse la zona nord, c’è una strettoia e una vallata, bisognerebbe pensare appunto
alla zona di Sanguineto, del Malpasso, perché lì sono state ritrovate ritrovate del lustrina, cioè delle fosse
troncoconiche in cui venivano cremati i corpi dei soldati e lì sono stati trovati resti fossilizzati dei soldati.
Tutto sembrerebbe combaciare perfettamente ma chi ci dice che i soldati cremati lì fossero proprio i
legionari romani morti durante la battaglia del Trasimeno? Un’illustre scuola di pensiero rappresentata da
Kromayer e poi da Fuchs, già all'inizio del Novecento, pensò invece a una collocazione più a sud per
questa battaglia, cioè il tratto che va da Passignano verso Torricella per quanto riguarda la strettoia e poi le
alture presso Magione. Quindi con spostamento più a sud sulla fascia costiera orientale del lago Trasimeno
della localizzazione della battaglia.

La battaglia del Trasimeno fu essenzialmente un’imboscata. Nel giugno che con il calendario pre giuliano
va convertito con il 9 maggio 217, in una mattinata in cui la nebbia impediva di vedere (ma solo ai romani),
Annibale tende un agguato e lancia all’assalto dei romani i cavalieri e i mercenari gallici che aveva
occultato dietro le sterpaglie sulle alture o a nord di Tuoro o presso Magione. Per i romani fu una strage, lo
stesso Flaminio Nepote perse la vita in quella battaglia. Il collega di consolato, Servilio Gemino, vistosi fuori
gioco perché Annibale non è passato da lì, ha cercato di mandare un contingente di cavalleria veloce in
aiuto, la famosa spedizione di Centenio. Il problema è che Centenio non arriva in tempo per la battaglia
del Trasimeno e si incontra con i cartaginesi in uno scenario che, con buona pace per le celebrazioni che
vengono fatte annualmente a Santa Maria di Plestia sulla base della testimonianza di Appiano, in realtà
non va localizzata lì: a battaglia successiva a quella del Trasimeno avvenne, come ci ha spiegato De
Sanctis sulla valle del Topino, dove Centenio era arrivato probabilmente passando per la via di Fossato e
poi risalendo a nord. Anche questa battaglia si concluse con una disfatta epocale per Roma che quindi
perde nel giro di pochi giorni due battaglie: quella del Trasimeno e quella del cosiddetto lago Plestino che in
realtà va commutata, come denominazione, in battaglia della valle del Topino.

La reazione a Roma avrebbe potuto essere legittimamente di panico: essendo stati sconfitti al Trasimeno e
sulla valle del Topino i romani temevano il peggio, temevano che Annibale, come i Galli del 387 o del 390,
avrebbero puntato su Roma. Livio ci descrive le scene drammatiche che avvengono a Roma in quei giorni:
non soltanto le madri che stazionavano alle porte della città in attesa di messaggeri che arrivassero dal
lago Trasimeno per apprendere se i propri figli o i propri mariti erano ancora vivi o erano morti, il racconto di
Livio è drammatico: svenimenti per la gioia o per la disperazione. Bisognava velocemente organizzare una
risposta all’emergenza, quel frangente è oltretutto drammatico perché dei due consoli uno è morto e l’altro
è lontano. Il Senato prende in mano completamente le redini della situazione. Si riunisce per alcuni giorni
dall’alba al tramonto e infine matura la decisione: bisognava eleggere un dittatore. Come si fa a creare un
dittatore visto che i consoli non ci sono? Il Senato convoca il praetor peregrinus, Pomponio Matone, e gli
ordina di sottoporre rigorosamente di notte (a simboleggiare l’inversione dell’ordine cosmico) ai comizi
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centuriati la nomina del dittatore individuato nella persona di Quinto Fabio Massimo, non a caso è un
frangente in cui il timore è che Annibale e i cartaginesi passino l’Etruria e l’Umbria per puntare su Roma, di
nuovo viene scelto come nel 316 sempre un membro della gens Fabia che aveva legami privilegiati con le
aristocrazie dell’Umbria e dell’Etruria. Il risultato fu che Foligno, Spoleto e Narni chiudono le porte ad
Annibale, nessuno passa dalla parte di Annibale, anzi ostacolano il suo passaggio. L’Umbria e l’Etruria
rimangono fedeli a Roma. Questo è il primo scacco di Annibale, non è riuscito a staccare gli alleati dei
territori intorno a [Link] Fabio Massimo è dittatore e di norma il dittatore può scegliere il magister
equitum; in questo caso, siccome con la scelta di Quinto Fabio Massimo il Senato aveva privilegiato un
esponente dell’aristocrazia conservatrice di più antico lignaggio, lo pregano di accettare senza scelta
personale un collaboratore nella persona di Minucio Rufo, che era uno dei leader maggiormente graditi
dalla parte più popolare. Questa soluzione che lì per lì fu salutata a tutti con una scelta saggia e volta a
compattare la città, in realtà vanificava le ragioni per cui si sceglieva un dittatore: l’unità di intenti e la
rapidità di intenti, perché Minucio Rufo e Fabio Massimo non si trovavano d’accordo su niente.

Annibale, quando vide che le città dell’Umbria gli chiudono le porte, anziché puntare su Roma, fa una
digressione verso est, prende il passo di Colfiorito e punta sul Piceno, non va ad assediare Roma. Molti
hanno cominciato a chiedersi perché Annibale non ha puntato su Roma. La prima risposta è immediata:
perché non ha mai pensato nemmeno un secondo di farlo, non era per quello che aveva invaso l’Italia. A
questo punto è ovvio porsi un’altra domanda: perché non l’aveva mai pensato e non faceva parte del suo
piano? Per il censimento del 226 a.C. Roma poteva recitare, cioè chiamare a imbracciare le armi, ogni
anno 750.000 persone. Poteva chiudersi dentro le mura consolidate dopo il sacco gallico e chi può cingere
d’assedio senza essere più rifornito dalla madre patria, una città che può lanciarti addosso 750.000 uomini
che anche disarmati solo come peso soffocherebbero, e che poteva tranquillamente passare mesi
assediata come sarebbe accaduto poi nel tardo antico a Massenzio che sconfisse con quella tecnica
l’esercito ben più forte di Galerio, per esempio. Annibale sa benissimo che non può asserire Roma e che
deve vincere la guerra staccando gli alleati. Assediare Roma non è neanche un'opzione per Annibale, che
infatti passa subito sul Piceno, svolta subito verso est allontanandosi da roma. Quinto Fabio Massimo
prende in mano la situazione, capisce benissimo, da cui il nome di cunctator (“il temporeggiatore”), che
Roma aveva un solo modo per vincere la guerra: non combattere, non attaccare battaglia. Non c’era
nessun motivo per cui una città che poteva levare ogni anno quel numero di soldati dovesse affrontare
Annibale e farsi ridere con sconfitte ripetute subitanee. Bastava tallonare Annibale, bruciare tutto intorno da
dove passava Annibale, così non raccoglie più grano, non ha più animali, terra bruciata intorno e nessuna
battaglia da ingaggiare. Questa è una tattica Quinto Fabio Massimo e il Senato sapevano essere vincente
ma il modo di vincere a Roma non piaceva. I romani devono attaccare battaglia in campo aperto e vincere
platealmente, questo modo di tirare in lungo una guerra, anche se in prospettiva poteva essere vincente, i
romani non lo sopportavano. Minucio fu il primo a insubordinarsi e ad attaccare battaglia, il risultato fu che
venne immediatamente sconfitto. In quel frangente Roma non poteva attaccare battaglia perché avrebbe
perso. Minucio si scusò con Fabio Massimo e rientrò nei ranghi. Però alla fine dell’anno (217) i romani
erano stanchi di questo modo di combattere ed elessero due consoli: un console plebeo, Terenzio
Varrone, e un console patrizio, Lucio Emilio Paolo.

La mobilitazione fu enorme, assoldarono un esercito di proporzioni straordinarie, quasi 80.000 uomini


erano schierati. Perché non li hanno scaricati tutti e 700.000? Perché non è possibile, già sono dovuti
andare in Apulia, perché Annibale è in Apulia ma soprattutto perché la Puglia, con il tavoliere delle Puglie, è
una delle regioni italiane che ha le maggiori distese e lì riuscirono a schierare 80.000 uomini. Per schierare
80.000 uomini e coordinarli tra loro ci vogliono chilometri, per poterli anche solo disporre senza che franino
addosso l’uno sull’altro, poi bisogna tenere coordinato lo schieramento. Se si hanno a disposizione 700.000
uomini non esiste schierarne 700.000, già siamo al limite delle possibilità teoriche del mondo antico di
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schierare un esercito con 80.000 uomini. Annibale ne ha meno della metà. Roma si era decisa a giocarsi
tutto in questa battaglia campale. Buona parte del Senato muore Canne, la disfatta fu epocale,
l’aggiramento che ci racconta Livio da parte dei Numidi Massidi e Massesili fu talmente fulmineo che scrive
che non se ne erano neanche accorti, se li trovano alle spalle e li ammazzano e non hanno visto come
hanno fatto ad arrivare dietro le spalle, non c’è stato niente da fare, soltanto una piccola parte dell’esercito
riesce tramite le colline della Campania a trovare una via di salvezza, l’umiliazione fu tale che quegli uomini
non vennero fatti tornare a Roma e vennero confinati in Sicilia, perché avevano avuto l’onta di non essere
morti mentre la patria franava.

Molti sfidavano Annibale, dopo Canne che è stata una delle disfatte più epocali della storia romana a
puntare su Roma, ma Annibale non li ascoltò, si aspettava che dopo Canne gli alleati finalmente avessero
defezionato. In quei momenti il Senato di nuovo prende in mano la situazione e si sarebbe guadagnato la
reputazione di baluardo della Repubblica che ne avrebbe determinato la sopravvivenza anche in età
imperiale. Buona parte degli alleati dell’Italia meridionale passarono dalla parte di Annibale ma Annibale
mancò quella parte di scommessa che puntava sulla defezione dei popoli intorno a Roma. Gli alleati
dell’Italia centrale rimangono fedeli a Roma. Il Senato si sforza di reinventarsi come concezione della
guerra. Viene subito rinominato dittatore Fabio Massimo, per qualche tempo non si attacca più battaglia e
si fa terra bruciata intorno ad Annibale che nel frattempo va a svernare Capua, i famosi “ozi di Capua”.

Per le spese militari che si fanno ingenti, lo Stato romano chiede prestiti, il Senato prende quest’iniziativa.
Tutti prestavano tutto, erano tutti terrorizzati dall’idea che Annibale potesse prendere Roma. Il discorso fu
estremamente convincente: vi conviene prestarci fino all’ultimo soldo che ci potete prestare perché se non
vinciamo la guerra arriva Annibale e prende tutto, tanto vale che lo prestate a noi e se le cose vanno bene
ve li restituiremo con gli interessi. Questo fu trovato tra l’altro il fulcro dell’ascesa di Roma da un punto di
vista economico, perché questi soldi poi vennero veramente restituiti con interessi esorbitanti e questa
disponibilità finanziaria immane che si concentrò nelle mani di poche famiglie, spinse a cercare nuove vie
per la coltivazione, l’allevamento e la produzione che avrebbero fatto affluire a Roma una quantità
indescrivibile di ricchezza e prosperità. Nacque da qui, dal fatto che tutti coloro che avevano qualcosa di
capitale, soprattutto di capitale mobile, lo prestarono allo Stato.

Serviva gente in grado di combattere, per definizione i nuovi reclutati sono diciassettenni inesperti.
Potevano essere mandati contro Annibale ma sarebbero stati mandati al massacro e quest’ipotesi non
faceva grande breccia nel cuore delle famiglie. Bisognava mandare gente che fosse allenata a combattere,
che avesse un’età più avanzata. A Roma già avevano cominciato ad essere disponibili, impiegati nelle
campagne, nelle case, nelle tenute e al pascolo, molte migliaia di schiavi. Gli schiavi sono ex combattenti
che hanno perso, fatti prigionieri sono stati venduti come schiavi. Sono anche appartenenti a popoli che
hanno un grosso valore bellico, per esempio i Galli. I legionari romani erano irresistibili nel mondo antico
soprattutto da quando avevano incorporato nelle loro fila i Galli, Galli e romani insieme erano imbattibili per
gli eserciti orientali, i Galli sono combattenti di primissimo ordine. il Senato fece un'offerta molto
convincente agli schiavi: voi avete perso tutto, siete prigionieri, siete nostri schiavi, non avete più nessuna
prospettiva di rivedere le vostre famiglie, i vostri cari, state qui a faticare e siete stati umiliati aspettando la
morte; però vi diamo una possibilità, se combattete per noi e dovessimo vincere vi restituiremo la libertà.
Corsero in massa ad arruolarsi, i famosi volones (da “volo”, “voglio”), determinatissimi, perché tornava a
splendere sul loro cielo la possibilità di riconquistare la vita di prima, erano motivatissimi e il Senato non si
peritò di tentare questa strada mai tentata e fu un’invenzione geniale. Quando Roma comincerà a vincere
le vittorie si susseguirono inarrestabili. I comandanti neutralizzarono quelle le risorse tattiche che avevano
assicurato la vittoria cartaginese, ma nel corpo a corpo i romani tornarono a essere invincibili anche grazie
al volones.
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Roma non andò più per il sottile, improvvisamente Annibale non riesce più ad anticipare nessuna mossa
dei romani dopo il 216-215. Questo perché, ce lo racconta Livio, a Roma hanno iniziato a cercare in ogni
dove le spie e le hanno trovate, le hanno mutilate e ammazzate, da quel momento Annibale non ha più chi
lo informava in anticipo delle mosse dei romani. I romani sviluppano un servizio di controspionaggio e di
spionaggio, da quel momento anche Roma riesce molto spesso ad anticipare le mosse, avrebbe trovato
degli esperti di questo tipo di metodiche come Scipione Africano, che è un comandante modernissimo e
non lesina nessuna metodica che possa condurre alla vittoria, oltre tutto sarà il primo attore della
neutralizzazione della manovra avvolgente.

Decisiva la fedeltà degli alleati dell’Italia centrale, questo è stato un aspetto di cui Roma si sarebbe
ricordata. In quel momento, i popoli intorno a Roma restano fedeli e continuano a mandare contingenti
militari, preziosissimi perché mandano soldati scelti. Tutto sembrava giocare contro Annibale in quel
momento: le defezioni non c’erano, si era andato a confinare nel sud Italia, non veniva rifornito dalla
madrepatria (la madrepatria pochissime volte fornisce Annibale nel corso di questa guerra, quando una di
queste volte, nel 215 gli manda altri elefanti asiatici gli complicò la vita piuttosto che semplificarla, perché
gli elefanti hanno bisogno di una quantità enorme di foraggio, di erba, per potersi alimentare e Annibale
doveva trovare decine di centinaia di chili di vettovaglie e i romani gli facevano terra bruciata intorno).

Molti popoli sbagliano la scommessa, dopo Canne, Siracusa con Ieronimo si allea con Cartagine contro
Roma, sperando di ritornare così alla precedente potenza, ma spaventò moltissimo Roma l’entrata in
campo della Macedonia. Filippo V di Macedonia entra in alleanza con Annibale e promette di mandare
eserciti sull’altra sponda dell’Adriatico. Dopo Canne Roma rischiò veramente di perdere tutto, pochi
frangenti sono stati così drammatici nella storia di Roma (soltanto la rivolta della diaspora contro la
controffensiva partica mentre Traiano moriva, in cui Roma rischiò di passare in un giorno dalla massima
espansione a perdere tutto nel 117). A Canne è morta buona parte dei senatori, è morto un console, 50.000
vittime fra i soldati, la Macedonia e Siracusa che dichiarano guerra, gli alleati dell’Italia meridionale che si
staccano.

Lì il Senato mantenne un notevole sangue freddo, nell’individuare e pianificare tutte le metodiche per la
riscossa. Roma manda subito una flotta navale alla testa di Valerio Levino (sarebbe stato poi definito da
alcuni studiosi moderni come uno dei primi attori della East Lobby, la “lobby orientale”,cioè uomini
interessati ad agire sul fronte orientale - Grecia, Siria e Macedonia - dopo la guerra punica) a bloccare
l'esercito macedone che Filippo V voleva far imbarcare per portarlo sull’altra sponda dell’Adriatico e andò
bene per Roma che la Lega Etolica si mantenne fedele a Roma. La Lega Etolica e i legionari portati da
Valerio Levino bloccarono l’esercito macedone e non gli avrebbero mai permesso di imbarcarsi per portarsi
sull’altra sponda dell’Adriatico: la Macedonia non riesce a entrare nella guerra, Roma si sarebbe ricordata
alla fine della guerra punica questa minaccia, questo tentativo di approfittare della situazione da parte di
Filippo V. Così organizzata Roma pian piano attua una progressiva riconquista di tutto quello che aveva
perso e le vittorie cominciano a susseguirsi.

Nel 212 fu molto d’impatto la riconquista di Siracusa ad opera di Marco Claudio Marcello. Fu d’impatto
perché era coinvolto nella resistenza di Siracusa assediata Archimede, uno dei grandi inventori
dell’antichità, di particolari congegni tra cui gli specchi ustori (convogliava i raggi del sole trasformandoli
quasi in lanciafiamme contro le navi romane). Alla fine Roma riuscì ad espugnare Siracusa e Marco
Claudio Marcello venne onorato con onori che fino a quel momento avevano riguardato soprattutto i re
orientali. Questi uomini, andando a vincere lontano da Roma, entrano in contatto con usi e costumi, onori e
concezioni che erano avulse rispetto al mos maiorum romano e invece caratterizzavano le religioni e le
pratiche di altri popoli soprattutto orientali; se i grandi personaggi romani avrebbero cominciato ad
assaporare la prospettiva di un salto di dimensione: poter ricevere quegli onori, quell’esaltazione, quei
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riconoscimenti che li ponessero percettibilmente al di sopra dei loro simili. Loro, che vincevano quelle
guerre, non si considerano uguali al resto della popolazione e non accettavano più il protocollo
dell’uguaglianza assoluta che invece imponeva il costume romano, perfettamente incarnato dalle Origines
di Catone il Censore che non nomina mai nessuno per nome nel suo racconto della storia, tranne un
tribuno morto per la patria, per cui l’eroismo è collettivo, è il popolo che vince, non è Marcello, non è
Scipione, è Roma e i nomi non vanno neanche fatti. C’è uno scontro di prospettive e i fautori della
conservazione del costume avito ed egualitario e coloro che invece cominciano a coltivare il proprio
carisma, a compiacersi di essere onorati ed esaltati, anche in questo sarebbe stato in prima linea Scipione
Africano, che si vantava di essere nato da un accoppiamento di sua madre con un serpente nelle cui
forme era stato trasposto Giove con cui vantava un rapporto particolare, quando doveva decidere qualcosa
Scipione ostentava di chiudersi nel tempio di Giove Capitolino e di parlare con Giove, i trarre ispirazione da
lui, non che ci credesse davvero, ma il suo carisma agli occhi del popolo ne usciva estremamente
rafforzato.

Nel 211, l’anno in cui viene riconquistata Capua, in Spagna avviene un evento che era nefasto, però per
Roma significò in prospettiva l’inizio di una riscossa: muoiono in battaglia lo zio e il padre di Scipione futuro
Africano, Scipione chiede di subentrare al padre al comando dell’esercito, il Senato fece un’altra mossa
azzeccata: era un Senato terribilmente ispirato quello della seconda guerra punica. Scipione in quel
momento è un questore (un questore è un magistrato che ha la potestas non l’imperium), quindi Scipione in
teoria non poteva comandare eserciti, a meno che non ricevesse un imperium propraetorio, un comando
temporaneo e straordinario come se fosse almeno un pretore e quindi potesse comandare eserciti. Il
senato scommette su quel giovane e gli conferisce l’imperium propraetorio, l’esercito mandato da Roma in
Spagna per riconquistare la Spagna e per impedire che qualche generale cartaginese non portasse eserciti
in Italia, viene affidato al giovane Scipione, a un questore. Scipione si dimostrerà subito di un altro livello
rispetto agli altri generali dell’epoca, anche nel modo di concepire la guerra. Vittoria che attribuiva
all’ispirazione degli dei e questo garantiva ai soldati che il loro comandante fosse assistito dagli dei, per i
romani un comandante fortunato era preferibile a un comandante di talento, doveva essere felix (a Rom il
felix, come si fece chiamare anche Silla, non è il “felice”, quello è il beatus, è chi rende felice, chi propizia
tutto ciò con cui entra in contatto, Scipione giocava su questo: ad esempio attacca una nave cartaginese e
in quel momento il mare vede un vento che soffia alle spalle e raddoppia lo slancio verso la nave nemica, è
Nettuno che mi sta favorendo e lo propagandava, tutto questo era fortemente d’impatto).

Scipione attribuisce un forte rilievo alla diplomazia, alle trattative. Cerca di convincere le tribù spagnole
indigene a passare dalla sua parte abbandonando i cartaginesi, con ogni tipo di espediente (trattative,
promettendo vantaggi, con scena d’impatto - per esempio sconfigge un popolo locale e fa prigioniera la
fidanzata del comandante nemico e gliela restituisce senza averla toccata, dicendo che spera solo che
considererà in nome del favore che gli ha fatto di diventare suo amico). Presto molte tribù spagnole, anche
parallelamente alla riconquista di Roma di tante piazze forti, cominciano a passare dalla parte di Scipione
che, da parte sua, adottando nuove tattiche militari, riconquista la Spagna prontamente, c’è una
successione ininterrotta delle vittorie di Scipio:

-​ nel 209 Nova Carthago;


-​ nel 208 Becula;
-​ nel 206 Ilipa.

Una sola cosa è andata male a Scipione: il fratello di Annibale, Asdrubale, riesce a sfuggirgli e a passare i
Pirenei invadendo l’Italia, ma è aspettato nelle Marche, sul Metauro, da Livio Salinatore (uno dei consoli
del 207) e viene annientato. I romani puntando sull’impatto psicologico decapitarono Asdrubale e quella

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testa mozzata viaggiò dal Metauro (dalle Marche) fino al Bruzio dove si era rifugiato Annibale e gliela
portarono davanti all’accampamento, per fargli vedere che ormai era quasi spacciato.

Scipione tenta addirittura di giocarsi la carta finale: aveva preso delle contromisure per annientare l’esercito
dei cartaginesi neutralizzando la manovra avvolgente, per esempio quella di schierare l’esercito su
lunghissime profondità (se si concentrano le 3 linee in 200 metri la manovra avvolgente viene fatta molto
rapidamente e facilmente, se invece si aumenta la profondità fra le parti e quindi tutto l’esercito viene
schierato lungo un chilometro ci si mette molto più tempo e soprattutto si viene notati; la manovra viene
vista, ci si avvede che si sta per essere accerchiati e ci si ritrae, si torna ancora più indietro per evitare
l’accerchiamento; questa fu una delle mosse di Scipione).

Scipione inizia a tentare la trattativa con il nuovo re dei Numidi Massesili, Siface, e con il nuovo re dei
Numidi Massili, Massinissa. Le trattative furono estremamente estenuanti. Siface alla fine resta fedele a
Cartagine perché il Senato cartaginese riuscì a convincere il padre di una donna bellissima, Sofonisba, a
diventare sua moglie. Il re dei Numidi Massili, Massinissa, passò dalla parte di Roma. La manovra
avvolgente a questo punto era una carta anche a disposizione dei romani, perché metà di quella cavalleria
formidabile si allea con Roma. I Numidi sono divisi in due etnie: i Massili e i Massesili, Scipione cerca di
corteggiarli tutti e due per indurli a passare dalla propria parte; il re dei Numidi Massesili, Siface, alla fine
resta fedele a Cartagine che lo lega all’alleanza dandogli in moglie la figlia di Asdrubale Giscone,
Sofonisba, mentre il re dei Numidi Massili, Massinissa, accetta l’alleanza con Scipione perché scommette
sulla vittoria di Roma e scommette che poi sarebbe diventato importante in Africa, azzecca la scommessa
perché poi per mezzo secolo in Africa avrebbe fatto il bello e il cattivo tempo vessando Cartagine.

Le cose evolvevano talmente bene per Roma che in Senato cambiò la tipologia di discorsi: se 10 anni
prima i discorsi vertevano su come non capitolare, ora nel 205, a Roma ci si scontra in Senato per decidere
se assecondare una proposta di Scipione Africano. Scipione proponeva: non ci interessa niente di Annibale
che è ancora al di là del Bruzio, non può più fare niente, è innocuo, noi dobbiamo piuttosto portare la
guerra in Africa. Roma, secondo Scipione, doveva invadere l’Africa. Tutto questo non piaceva
dell'aristocrazia conservatrice rappresentata soprattutto da Quinto Fabio Massimo (il “temporeggiatore”).

TESTO UNISTUDIUM

Plutarco, Vita di Fabio Massimo 26, 1-3

Di nuovo Fabio, sbarrando il passo a Scipione lungo un’altra strada, cercava di bloccare e trattenere quei
giovani che volevano partire per combattere sotto la sua guida, gridando nelle adunanze senatorie e nelle
assemblee che non soltanto lo stesso Scipione se la dava a gambe dinanzi ad Annibale, ma abbandonava
per mare l’Italia portando via con sé le milizie che ancora restavano, lusingando i giovani con speranze, e
convincendoli così ad abbandonare i loro genitori, le loro spose, e la loro città – alle cui porte incombeva un
nemico potente e invitto. Senza dubbio, con queste affermazioni infondeva timore ai Romani; e così venne
decretato che Scipione si avvalesse delle sole milizie dislocate in Sicilia, e che di quelli che aveva avuto
con sé in Spagna ne conducesse al proprio seguito non più di trecento, di provata affidabilità. Tutto ciò
sembrava conforme alla natura di Fabio. Quando però, dopo lo sbarco di Scipione in Africa, e l’immediata
notizia a Roma di imprese stupefacenti e di azioni insigni per il loro rilievo e il loro splendore, confermate
nel loro annuncio dall’arrivo di molti bottini, dal re dei Numidi fatto prigioniero, da due accampamenti nemici
incendiati e distrutti in un colpo solo con le fiamme che divorarono molti uomini, armi e cavalli, l’invio dei
Cartaginesi ad Annibale di messi che lo esortavano e pregavano di deporre quelle vane speranze e di
tornare in patria a soccorrerla, allora accadde che, mentre a Roma non si faceva che parlare di Scipione
per i suoi successi, Fabio ritenne opportuno che si inviasse un altro a sostituire Scipione, non adducendo
nessun altro pretesto se non la celebre massima, secondo cui sarebbe rischioso affidare alla fortuna di un
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solo uomo poste in gioco così alte, in quanto una singola persona difficilmente può godere di una sorte
propizia per sempre. Così facendo, si attirò il malanimo di molti, che maturarono riguardo a Fabio l’opinione
di un uomo spiacevole e invidioso, reso dalla vecchiaia del tutto vile e privo di prospettive, oltremisura
attonito al pensiero di Annibale.

➔​ C’è un conflitto di prospettive che diventa anche un conflitto generazionale;


➔​ I senatori più anziani sono propensi a concentrarsi su Annibale e farli lasciare l’Italia e considerare
chiusa la guerra;
➔​ Scipione invece dice che stanno vincendo e di finire l’opera, distruggiamo Cartagine portando la
guerra lì;
➔​ C’è lo scontro in Senato;
➔​ Questa pagina sarebbe stata sfruttata anche molto dal fascismo italiano, Mussolini odiava la
lentezza degli ostacoli che per lui erano costituiti dal Parlamento: nel film di Scipione di Carmine
Gallone del 1937, noi vediamo che quando Scipione fa questo discorso in cui vuole portare la
guerra in Africa, i giovani sono entusiasti e fanno il saluto romano mentre scende, invece sono
appunto i parlamentari più anziani che si oppongono alla sua proposta, c’è un senatore che
esclama: “ma insomma, non c’è più consentito nemmeno parlare”, e gli viene risposto da un altro
che sosteneva Scipione “magari fosse così, sarebbe la salvezza di Roma”. Non a caso quel film
vinse il Festival di Venezia ed era stato finanziato in tutta la sua realizzazione con 12 milioni di lire
nel 1937) dal regime;
➔​ sono anni in cui è molto viva questa contrapposizione tra i giovani e la generazione dei genitori e
dei nonni, che si traspone anche nella trama delle guerre di Plauto, lì deve far ridere, la rivalità è
trasposta sul piano della contesa del favore di donne o prostitute, ma è sempre una
contrapposizione tra genitori e figli. Qui è sulle linee politiche;
➔​ “se la dava a gambe davanti ad Annibale”: come se avesse paura ad affrontare direttamente
Annibale;
➔​ una generazione di senatori fa presente che c’è ancora Annibale in Italia, prima bisogna cacciarlo
per restare tranquilli;
➔​ Il Senato salomonicamente dice che se vuole andare in Africa a portare la guerra può andare, ma
loro non gli reclutano un nuovo esercito, porterà i soldati attestati in Sicilia (cioè i reduci di Canne
cui non era stato permesso di tornare a Roma);
➔​ è una sfida per Scipione: gli danno un esercito di persone incapaci, che hanno perso a Canne e che
oltretutto sono invecchiati di dieci anni, più altri 300 di quelli che hanno vinto con lui in Spagna;
➔​ Scipione non si perse d’animo e accettò la sfida.

Scipione si porta in Sicilia e lancia una campagna di reclutamento volontario presso tutti i giovani della
Sicilia che volessero combattere con lui, quindi implementa le sue forze e alla fine crea due legioni di più i
6000 uomini. Unite agli altri reparti, agli ausiliari e alla flotta, riesce a imbarcare su 400 navi che salpano da
Lilibeo più di 20.000 uomini.

Nel frattempo nello stesso 205 si stipula la pace con la Macedonia, chiaramente non ha più l'entusiasmo di
sostenere la guerra a fianco di Cartagine che ne sta uscendo sconfitta. La pace di Fenice sancisce la fine
della prima guerra macedonica. Siracusa è stata già espugnata e riconquistata nel 212. Scipione arriva in
Africa, la situazione è abbastanza paradossale perché Scipione porta la guerra in Africa, quindi il miglior
generale di Roma in quel momento è in Africa, mentre il miglior generale di cartagine è in Italia, nel Bruzio,
ma è praticamente ridotto all’inazione perché la patria non lo rifornisce più, né di vettovaglie né di uomini, è
bloccato nel Bruzio e non ingaggia scontri. C’è una vittoria importantissima di Scipione e Massinissa alleati
ai Campi Magni, viene sconfitto Siface, re dei Numidi Massesili e mandato prigioniero a Roma. Ora
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Cartagine non ha più nemmeno la cavalleria dei Numidi Massesili e il Senato cartaginese è esitante ad
accettare la pace. Scipione impone condizioni durissime, perché Scipione non voleva la pace, vuole
vincere, vuole distruggere Cartagine e legare al suo nome il fatto di aver espugnato quella grande potenza.
Quindi che Cartagine potesse arrendersi senza permettergli di combattere in Africa, era una prospettiva
che parlava con terrore e inaspriva le condizioni. Il Senato cartaginese riprende fiducia nel momento in cui
si decide di richiamare Annibale dall’Italia, comprende che l’unica flebile speranza di poter resistere a
Roma era quella di richiamare Annibale e Annibale dal Capo Lacinio in Calabria prende il mare e ritorna a
Cartagine. Il problema è che Annibale non ha molti mezzi nei confronti di Scipione. Dall’Italia è tornato con
qualche migliaio di veterani, con i mercenari soprattutto liguri e balearici, celti e galli, ma il nervo
dell’eventuale esercito ormai sarebbe stato composto da nuove reclute giovani. Non può più contare sulla
cavalleria di Numidi Massili e dei Numidi Massesili, quindi la manovra avvolgente casomai veniva delegata
alla sola cavalleria cartaginese, fatta da nuove reclute. Tutti erano sicuri che con il ritorno di Annibale le
sorti si sarebbero volte a favore di Cartagine, tutti meno uno: Annibale, che fa di tutto per cercare la pace.
pace. È una situazione che si ripete, spesso eserciti sopravvalutati in cui tutti sono convinti di vincere,
vedono una situazione per cui l'unico che invece è convinto del contrario è il comandante. Sarebbe stata
anche la situazione di Pompeo a Farsalo o di Marco Giunio Bruto a Filippi, con i quadri che costringono il
comandante ad attaccare battaglia, il comandante che non voleva perché disperde nella vittoria.

Livio nel XXX libro ci attesta l’incontro tra Annibale e Scipione Africano. Annibale chiede a Scipione
Africano un incontro, si incontrano e Livio costruisce una narrazione estremamente suggestiva e
drammatica in cui porta avanti quelle che sono le metodiche di costruzione dei discorsi da parte della
storiografia antica. Come faceva a sapere quello che si erano detti Scipione e Annibale? Non solo non lo
sa, ma non gli interessava nemmeno informarsi, perché la storiografia antica non costruisce i discorsi
spinta da una preoccupazione documentaristica, informarsi, attingere a fonti, cercare tracce,
completamente è esulante dalle loro preoccupazioni. La storiografia antica concepisce i discorsi secondo
l’ottica dell’opus rethoricum maxime, per cui la storiografia era concepita come una perfetta palestra per i
futuri oratori. Sono postulazioni psicagogiche che attribuiscono a chi parla ciò che di più efficace e di più
persuasivo avrebbe potuto dire per convincere qualcuno a fare qualcosa. Quindi sono delle pièce retoriche
costruite come se si fosse in una scuola di retorica e la sfida fosse fare il discorso più convincente. Quindi
Annibale si vede mettere in bocca da Livio ciò che avrebbe potuto dire di più efficace per convincere
Scipione a fare la pace. Scipione si vede attribuire ciò che di più efficace avrebbe potuto dire ad Annibale
per fargli capire perché non gli concedeva la pace se non alle sue condizioni [Link] discorso di
Annibale essenzialmente verteva sul fatto che anche lui è stato dopo il Trasimeno “quale tu sei oggi, ti senti
all’apice della gloria, ti senti imbattibile ma una pace certa è più sicura di una vittoria aleatoria, in questo
momento per te cui la pace viene chiesta c’è solo onore, è per noi che la chiediamo che c’è disonore”.
Scipione non se ne diede per inteso, rispose “voi avete cercato la guerra, voi ci avete attaccato, voi avete
provato a devastare l'Italia ed ora avrete la pace soltanto alle nostre condizioni”, in pratica volevano
l'abbandono la città, quindi condizioni inaccettabili e Annibale si rassegnano alla guerra.

La battaglia decisiva si sarebbe disputata a Zama presso l'odierna Naraggara. La battaglia di Zama è una
delle più grandi battaglie dell'antichità anche per la sapienza tattica dei due comandanti, insieme a Farsalo
probabilmente è una delle battaglie in cui la sapienza tattico-strategica antica ha raggiunto il suo apice, tra
l'altro i due eserciti sono comandati da due dei più grandi comandanti del mondo antico, Scipione Africano
e Annibale. L'esercito di Annibale ha una disposizione che noi possiamo ricostruire grazie a Polibio,
laddove Livio ci stava portando fuori strada. Livio attestava i mercenari liguri e balearici nell'ultima fila
dell'esercito di Annibale. I mercenari non si mettono mai nell’ultima fila, perché non avendo una
motivazione sufficiente per portare avanti rischiando la vita una battaglia in cui non devono difendere la
casa, la patria, la moglie e i figli, appena la situazione comincia a incresparsi se ne vanno, se dietro non c’è
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nessuno. Andando avanti rischiano di essere uccisi, ma rischiano anche andando indietro perché quelli
della seconda e terza fila ti ammazzano se provi a scappare (è quello che accadeva a Caporetto
all’esercito italiano). Nella prima fila Polibio ci permette di stabilire che Annibale dispose i mercenari, quindi
i Galli che sono buoni elementi per il combattimento corpo a corpo, sono combattenti robusti in grado di
affrontare le prime linee dell’esercito romano, che all’epoca aveva ancora la formazione manipolare che è
stata riformata nel 316. In seconda fila ci sono le nuove leve (giovani reclutati da Cartagine), qui Annibale
non ci fa tanto conto. In ultima fila ci sono i veterani delle campagne in Italia, i fedelissimi, quelli che non
sarebbero scappati e che Annibale si fida a mettere in fondo all'esercito senza avere nessuno dietro non
avere nessuno dietro (da lì possono andarsene facilmente, quindi ci si deve fidare per mettere qualcuno in
quella posizione e sperare che la mantenga).

Annibale non è uno sprovveduto, Annibale sapeva benissimo che con questo esercito una questione era
quante ore avrebbero resistito, ma l’esito era segnato. C'era una sola possibilità per Annibale di vincere
quella battaglia, infatti cercò di giocarsi tutto su questo e Annibale si preoccupò soprattutto di questo: gli
elefanti. Vengono catturati e impiegati molte decine di elefanti delle foreste nordafricane, la specie che
conoscevano allora, vengono messi davanti a tutto lo schieramento. Dovevano inaugurare la battaglia con
una violentissima carica e travolgere le file dei romani. Dall'altra parte c'è uno dei più grandi in generale
della storia di Roma e naturalmente se lo aspettava. La preoccupazione di Scipione è quella di mettere
fuori gioco questi elefanti da subito (gli andò ancora meglio di quanto aveva calcolato). Cosa escogita
Scipione come piano? Mette in avanti dei soldati armati alla leggera (la fila la prima prima fila è degli
hastati, la seconda fila dei principes e la terza fila dei triarii).

Generalmente gli schieramenti del mondo antico sono a scacchiera. Per ce n’è uno in una posizione, uno
spostato, uno di nuovo in quella posizione, perché se uccidi uno trovi subito davanti o di lato lato un altro,
non hai spazi vuoti in cui puoi portarti dietro le spalle dello schieramento. Invece la battaglia di Zava viene
inaugurata da Scione proprio con lo schieramento a corridoio. Ci sono corridoi vuoti. Scipione tanto
sapeva che davanti ci sarebbero stati gli elefanti e la carica l'avrebbero fatta loro, non gli uomini (l’elefante
non è che con la spada ti fa il giramento e te lo trovi alle spalle, il rischio dell'elefante è che venga dietro e
che ti travolga, non c'è il problema dell'essere accerchiati). Perché comincia con lo schieramento a
corridoio, in cui tutti i soldati sono in file in colonna e accanto c'è lo spazio vuoto? Mette in avanti dei soldati
esca, i velites, gli armati alla leggera che devono provocare gli elefanti. Scipione era diventato esperto di
come far impazzire gli elefanti. suoni roboanti di corno o di tromba, lancio di pece bollente, che facevano
imbizzarrire ovviamente gli elefanti. La battaglia deve cominciare con i velites che vanno a provocare in
questo modo gli elefanti, poi l'elefante lo avrebbe inseguito (per questo ci vuole il corridoio), i velites li
avrebbero portati lontano dallo schieramento e inseguendo questi velites, nelle previsioni di Scipione,
avrebbero percorso i corridoi allontanandosi nel campo di battaglia.

Le cose andarono ancora meglio, perché una parte degli elefanti, quando comincia la battaglia insegue i
velites e quindi si fa portare lontano dallo schieramento senza aver travolto nessuno. Un'altra parte, invece,
vedendosi lanciare la pece bollente, si rigira e travolge i cartaginesi: cercavano la via di scampo dove non
venivano attaccati, questo non era stato previsto. Appena comincia la battaglia, dopo che gli elefanti sono
stati neutralizzati, c'è una carica tremenda di cavalleria di Massinissa che praticamente mette fuori gioco la
cavalleria cartaginese e lì Massinissa compie poi un piccolo errore, perlomeno in rapporto agli ordini
ricevuti da Scipione, cioè si mette all'inseguimento dei cavalieri cartaginesi. Questo fa sì che la battaglia si
protrasse per varie ore perché le prime linee dell'esercito cartaginese, soprattutto i mercenari gallici e liguri,
resistevano e gli hastati, le prime linee romane e le seconde linee non riuscivano a sfondare lo
schieramento nemico. La battaglia si risolve verso il tramonto, quando tornano i cavalieri di Massinissa e
prendono alle spalle i cartaginesi. Lì la battaglia si risolse e Roma potè vincerla.
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Cartagine vide sopravvivere il Annibale ma fu comunque costretta ad accettare una pace che prevedeva
un'indennità di guerra enorme. Roma è riuscita a uscire indenne da una guerra che a un certo punto aveva
disperato di poter sostenere con successo. È un periodo di svolta questo della seconda guerra punica, tutto
sarebbe cambiato: la mentalità, la società, la produzione, l'esercizio delle cariche e soprattutto il
Senato diviene da quel momento il faro, il baluardo della politica. Tuttavia, la seconda punica con i suoi
circa vent'anni di durata che seguivano in più di vent'anni della prima e i tanti anni delle guerre galliche e
illiriche, sarebbe stata anche all'origine di una terribile diseguaglianza sociale. Gli ufficiali provenivano
dalle famiglie più nobili, Scipione stesso, tornano a Roma con fusti di gloria e lo Stato restituisce alle
famiglie i soldi che gli avevano prestato decuplicati. Gli schiavi videro Roma mantenere la parola data,
poterono tornare alle proprie case dai propri cari, avevano recuperato la loro vita quelli che erano
sopravvissuti alla battaglia. Chi sono i veri sconfitti, oltre ai cartaginesi? Sono i soldati della quinta, della
quarta e della terza classe che hanno combattuto in Spagna, in Sicilia, a Canne e hanno vinto in Africa.
Tornano a Roma (questi nella maggior parte dei casi erano piccoli proprietari terrieri) e dopo tutti questi
anni non trovano più il campo o comunque non hanno le risorse finanziarie per poterlo rimettere in
produzione. In buona sostanza, molti di coloro che hanno vinto a Zama, contro Scipione, tornati e patria
sono rovinati, non hanno più niente. Per lo Stato sarebbe stata una sfida cercare di ritrovare loro una
condizione di serenità esistenziale. Da un lato per ragioni sociali: uno Stato non può permettere che una
buona parte della sua popolazione non abbia di che vivere, quindi Roma cerca di inventarsi molte soluzioni
(moral suasion presso le famiglie che erano arricchite per assumerle come braccianti, conquista lo
vedremo di territori lontani da Roma per offrire una chance di ricominciare, dovevano andare in quel
territorio conquistato dove avrebbero un nuovo terreno da coltivarlo). Il II secondo secolo a.C. vede anche
più guerre simultaneamente in atto, se queste persone diventavano povere e perdevano il reddito non
erano più reclutabili; altro che i 750.000 reclutabili nel 226, qui Roma rischiava di fare la fine dell'impero
bizantino quando diventa un esercito di mercenari, nessuna potenza è rimasta tale al culo con i mercenari.
Roma deve trovare un metodo per disinnescare, quella che Toynbee chiamò “la nemesi di Annibale”, la sua
vendetta postuma. Roma ha sconfitto Cartagine, ma Cartagine per poco non fa saltare il sistema sociale
di Roma. La sfida sarebbe stata trovare il modo di ridurre le diseguaglianze sociali e di assicurare un
reddito a tutti. Ancora i Gracchi, alla fine del secolo successivo, cercano di cimentarsi in questa sfida. In
realtà soltanto con le riforme di Mario si sarebbe trovata una via per risolvere questo problema.

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Lezione X – 17/03: L’ESPANSIONE DI ROMA NEL II SECOLO A.C
Polibio, uno storico di lingua greca, all’inizio del suo libro spiega perché si è accinto ad un’opera di questo
tipo: voleva spiegare come avesse fatto Roma in meno di 53 anni (dallo scoppio della seconda guerra
punica alla fine della terza guerra macedonica) ad impadronirsi di tutta l’Italia. Con la seconda guerra
punica Roma fa un salto di prospettiva: gli storici moderni si chiedono se Roma già all’epoca fosse
cosciente di star attuando una politica imperialista e volta alla sottomissione ed annessione.

-​ Theodor Mommsen parlò di un imperialismo difensivo: Roma non avrebbe avuto alcun intento
aggressivo annessionistico, ma si sarebbe trovata in una serie di guerre per difendersi da altri che
attaccarono → nel caso della seconda guerra punica è in parte vero, ma nel caso di altre guerre
non è corretta come interpretazione.
-​ William Harris ammise che questo imperialismo potesse essere preventivo (attacco qualcuno
prima che mi pressi), ma parlò di una politica annessionistica per la Roma di inizio II secolo.
-​ Veyene, alla fine degli anni ’70, se non negò che Roma finì per attaccare in una serie di guerre,
ricondusse questo dato non tanto ad una volontà annessionistica, quanto al desiderio di prevenire
attacchi, estirpando tutte le possibili minacce che gravitavano intorno a Roma.
-​ Jean-Louis Ferrary parlò di soft power secondo cui Roma tramite una politica di alleanza ed
un’accorta rete diplomatica sarebbe riuscita ad entrare in possesso di territori sempre più estesi.
-​ Arthur Eckstein sostenne che l’egemonia romana sarebbe stata accettata, soprattutto dalle classi
dirigenti della periferia dell’impero, perché garantiva la proprietà privata e l’ordine con la sua
presenza militare in una realtà che sarebbe invece stata a rischio per le turbolenze successive alla
caduta di Alessandro e alle instabili dominazioni dei Diadochi. Non c’è alcun dubbio che nei primi
secoli dopo Cristo le classi dirigenti della periferia accettassero Roma, perché garantisce pace,
preserva dalle invasioni barbariche e, nel caso dei ricchi, garantisce la proprietà privata oltre ad
inglobare le ditte provinciali nel senato, ma in età repubblicana il senato è chiuso dagli attacchi. Non
si sa quanto la periferia dell’impero accettasse la dominazione romana perché garantiva la stabilità.

Roma nel 167 è ormai una potenza assoluta del Mediterraneo, anche se non è realmente in possesso di
tutto il mondo abitato, ma certamente vince in successione una serie incredibile di guerre e acquisisce molti
territori. Dopo il 149, con la terza guerra punica, la quarta guerra macedonica e la guerra contro Corinto,
Roma attua una guerra di imperialismo uscente.

LE GUERRE DEL PRIMO SECOLO (guerre da fare dal manuale)

Nella penisola iberica Roma si insedia in due zone: a sud intorno a Gades e a nord sulla costa
mediterranea a Nova Carthago, città simbolo della riorganizzazione annibalica. Nel 197 le nuove Spagne
diventano due nuove province: la zona che gravita intorno a Gades diviene la Spagna Ulteriore, o
Spagna Betica, mentre la zona sulla costa mediterranea diviene la Spagna Citeriore. All’interno della
Spagna c’è però una forte resistenza delle tribù locali, in particolar modo nella Spagna centrale dove vi
sono stanziati gli indigeni (Iberi) e i Galli Celti che adottano una tattica di guerriglia (minore disponibilità
numerica ma maggiore conoscenza del territorio → cercando di massimizzare la battaglia con attacchi
lampo). Si distinse in Spagna Marco Porcio Catone (Catone il Censore).

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Le guerre del II secolo a.C. sono anche le Macedoniche (la prima è all’interno della II punica e poi si
susseguono dal 200 al 197, dal 171 al 168 e dal 150 al 148), le guerre contro Siria (191-188), in Spagna la
guerra tra varie tribù sono varie (periodicamente la guerra riprendeva sempre ma le più note sono 181-179,
153-151 e 143-133). Nel 149 scoppia la terza guerra punica e nel 146 scoppiò la guerra acaica che portò
alla formazione della provincia di Acaia Macedonia.

LE GUERRE SIRIACHE

All’inizio del 200 sul Mediterraneo le acque si increspavano: la Macedonia e la Siria si alleano per
occupare le basi dell’Egitto tolemaico sul mar Egeo; Rodi si allarma nel vedere l’ingerenza della Siria e
della Macedonia in una zona prossima alla sua localizzazione e attacca Filippo V di Macedonia, perdendo.
Decide così di allearsi con Pergamo, città ricca ed importante dal punto di vista culturale, con la quale
riesce a sconfiggere Filippo V di Macedonia. La Macedonia non è stata una forte potenza navale, ma il
timore di Rodi e Pergamo è una controffensiva per via di terra della Macedonia (sempre stata forte nei
combattimenti terreni). Rodi e Pergamo decidono di chiedere protezione a Roma contro la Macedonia.
Roma manda un ultimatum a Filippo V di Macedonia che doveva soprassedere ad un’operazione offensiva
contro l’Egitto e le due alleate. Ma Filippo V volge le sue azioni offensive verso Atene: era una città legata
sia all’Egitto che a Roma.

A Roma, un gruppo dell’aristocrazia, chiamata da uno storico inglese al East Lobby poiché è un gruppo
politico interessato all’espansione in oriente, comincia a proporre ai comizi centuriati la dichiarazione di
guerra a Filippo V di Macedonia. Tuttavia, i comizi sono restii ad accettare la dichiarazione di guerra, tra chi
va contro c’è Scipione l’Africano: per le classi inferiori, dopo i vent’anni di guerra contro Cartagine non c’è
la voglia di imbarcarsi in una guerra orientale; le classi più alte, invece, hanno in parte altrettanta diffidenza
in un’avventura che avrebbe avuto l’effetto di portare via manodopera nel momento in cui si voleva
impiantare ed investire in nuove realtà economico-produttive. Con lo scarto di pochi voti, Tito Quintio
Flamininio e altri personaggi interessati all’espansione in Oriente, come Fulvio Nobiliore, riescono a
convincere i comizi centuriati a dichiarare guerra a Filippo V di Macedonia. Roma la vince molto facilmente
con la battaglia di Cinoscefale (in Tessaglia) del 197. Preziosa per questa vittoria è l’alleanza con la lega
Etolica (lega della Grecia), che aveva già aiutato Roma a contenere Filippo V di Macedonia nel corso della
seconda guerra punica.

Quintio Flaminino ne approfitta per una propaganda: ai giochi del 196 annunciò che Roma restituiva la
libertà alla Grecia. Era ovviamente uno slogan perché all’aristocrazia non interessava tanto prendere
possesso militare di quell’area, quanto poter procedere ad uno sfruttamento commerciale. Lo stesso
Ovidio, per raccontare di Flaminino che restituiva la libertà alla Grecia, parla di un popolo che si assume dei
rischi in nome dell’ideale della libertà del popolo non si sente di dirlo in prima persona ma lo attribuisce alla
gente in maniera imprecisata, iniziando le frasi con “la gente diceva che”, come se egli stesso che fino ad
allora aveva decantato l’eroismo dei Romani non si sente di asseverare quella propaganda.

Questa guerra non fu che il prodromo perché Scipione l’Africano aveva munito Flaminino perché se si
lascia la Grecia libera da presidi militari qualcuno l’avrebbe invasa in quanto non erano più in grado di
difendersi da soli. E ciò avvenne: la Siria di Antioco III, che si era momentaneamente ritirata quando
Roma strinse l’alleanza con Rodi e Pergamo, nel 195 accoglie Annibale, dopo che è stato esiliato da
Cartagine. La Lega Etolica non ha gradito la decisione di non assoggettare nessuna area del territorio
greco e sperava di poter partecipare ad una spartizione dei territori con Roma ed invita quindi Antioco III ad
invadere la Grecia. L’invasione avvenne nel 192 e fu facile per i comizi centuriati dichiarare guerra.

81
Scipione Africano non poté ancora condurre la guerra perché era stato console troppo recentemente e le
operazioni furono portate avanti da alcuni comandanti, tra cui si distinse suo fratello, Lucio Scipione
Asiatico. Nel 191 Acillio Glabrione sconfigge Antioco III alle Termopili, costringendolo a passare il Tauro
per cercare di tornare in Siria. Scipione Asiatico affiancato dal fratello Scipione l’Africano si mette
all’inseguimento di Antioco che porta ad importanti vittorie navali, Pergamo e Rodi si schierano dalla parte
di Roma. Nel 189 Fulvio Nobiliore espugna Ambracia (Ennio gli dedica una praetexta infrangendo la
norma per cui le praetextae dovevano essere dedicate a vicende che riguardassero morti e non personaggi
vivi). Nel 189 Lucio Scipione Asiatico riuscì a vincere a Magnesìa a cui segue nel 188 la pace di Apamea
che pone fine alla guerra Siriaca: Antioco deve abbandonare tutta la regione al di qua del Tauro, affondare
la flotta e consegnare Annibale, che però riesce a fuggire in Bitinia.

LA TERZA GUERRA MACEDONICA

Nel 179 muore Filippo V di Macedonia e sale al trono suo figlio, Perseo guidato da un forte sentimento
nazionalista: vuole rendersi il protagonista di una rinascita macedone. Si prende la Tracia (regione sul Mar
Nero che la Macedonia sperava che Roma, ringraziandola per la partecipazione alla guerra contro la Siria,
le avrebbe assegnato) irritando Roma. Ma Perseo non fu spaventato, anzi tesse una rete diplomatica che
lo portò ad un’alleanza con gli Illiri di re Gensio e con la lega Achea. Nel 171 scoppia la terza guerra
macedonica che non impensierisce Roma tanto che nel 168, dopo la vittoria epocale di Lucio Emilio Paolo
a Pidna su Perseo, giunse a Roma una tale quantità di ricchezze che venne tolta l’ultima tassa diretta che
si pagava quando c’era una guerra. A Roma giunse anche la biblioteca di Della, importante tanto che pare
contenesse i volumi dell’Aristotele perduto. La classe aristocratica iniziò a studiare su questi libri. La
Macedonia venne sottoposta ad un tributo e fu smembrata in 4 repubbliche, ma non venne provincializzata.

Per Polibio questo evento chiude quei 53 anni in cui Roma avrebbe assoggettato tutto il mondo abitato.
Queste vittorie esterne portarono però anche a dei problemi interni, quali sulla trasformazione del modello
economico produttivo: già dopo la II guerra punica, chi aveva prestato soldi allo Stato riceve in cambio
molto capitale e bisognava creare delle destinazioni di impiego per questa liquidità che con le vittorie e
l’indennità di guerra imposte alla Macedonia e alla Siria era destinata ad aumentare. Le famiglie dell’alta
aristocrazia romana e famiglie di rango equestre cominciarono ad investire in strutture che esistevano già
da un secolo, ma non avevano quella funzione, ovvero le ville che sono ancora delle fattorie di campagna
e che sono ancorate alla funzione di centro di produzione agricola e allevamento tradizionale, finalizzato
all'auto sussistenza e solo in piccola parte alla vendita del surplus produttivo. Ma nel II secolo le nuove ville
hanno una missione differente: l’agricoltura passa da essere il centro di attività delle ville, che si dedicano a
culture considerate specialistiche (vite ed olivo) e l’allevamento diviene transumante (spostamento delle
mandrie). A mano a mano che Roma entrava in contatto, soprattutto ad oriente, con generi alimentari o
specie di animali nuovi, le importava in Italia e allevava in parti dedicate delle ville (villatica pastio =
allevamento specialistico). Queste ville erano situate inizialmente nel Lazio meridionale e nella Campania,
perché l’aristocrazia non voleva rischiare con il rapporto se la distanza da Roma fosse stata eccessiva, ma
con il tempo si dissemineranno in tutta Italia e si sposteranno lungo la costa. Nel caso di ville adiacenti al
mare, vennero creati dei canali di comunicazione tra l’acqua marina e grandi vasche per l’allevamento di
pesci (es. alcuni personaggi romani prenderanno il nome dal pesce allevato). Altrimenti se le ville erano
lontane, l’acqua marina si trasportava nelle apposite vasche. Ciò significa che la domanda di questi generi
è elevata ed ha un costo (es. quando venne importata l’albicocca, una singola albicocca costava circa 50
euro). Il banchetto divenne un’arma autopromozionale: essere in grado di offrire un grande banchetto era il
segno che qualcuno aveva i requisiti per ambire alla promozione sociale. Il senato aveva un atteggiamento

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bivalente e una parte dell’aristocrazia non accettava la mondanizzazione della vita sociale e che uomini e
donne fossero tentati dall’edulcorare il proprio stile di vita. Così la parte più conservatrice dell’aristocrazia
tentò di far passare alcune leggi sultuarie, cioè leggi che ponevano i limiti di spesa per ogni famiglia su certi
generi d’acquisto. Per arginare l’ambizione di alcuni aristocratici venne emanata nel 180 a.C. la lex villia
annalis, cioè si deve far passare un certo periodo di tempo tra una carica e l’altra, bisogna aspettare di
avere una certa età per potersi candidare ad alcune cariche, cercando di frenare le ascese troppo veloci.

Furono memorabili gli scontri tra Marco Porcio Catone, trae il nome dalla censura, e Publio Cornelio
Scipione l’Africano, che guardava con favore agli usi e costumi ellenistici ed era disposto a prendere in
considerazione il rapporto tra l’uomo romano e la concezione della politica (inoltre, si vantava di essere
figlio di Giove e di avere un rapporto particolare con lui). Catone, con il suo gruppo di aristocratici tende ad
attaccare gli Scipioni, visti come il simbolo delle tentazioni che avrebbe fatto cadere il mos maiorum. Nel
188 dopo la pace di Apamea, Lucio Cornelio Scipione si era fatto effigiare una statua con abito greco,
prendendo il cognomen ex virtute di Asiatico. Farsi rappresentare in una statua è un’innovazione e un salto
nelle metodiche della propaganda, tanto che c’era chi lo considerava inaccettabile. Nel187 venne accusato
di aver fatto la cresta sull’indennità di guerra pagata ad Antioco e il senato gli chiese un rendiconto.
Scipione Africano, che era stato al seguito del fratello, risponde che non avevano alcuna intenzione di
restituire le spese di guerra che ritenevano offensive. Si vuole portare a processo, ma nel 184 viene
fermato da Tiberio Sempronio Gracco che da tribuno della plebe pone il veto sulla proposta di portare a
processo i due fratelli. Tuttavia, l’accusa viene ritirata e Scipione l’Africano viene accusato di essersi fatto
corrompere da Antioco per ottenere delle condizioni migliori. Viene proposto nuovamente il processo, ma
Scipione decide di ritirarsi a Liternum. Nel 183 Annibale si suicida in Bitinia per non cadere nelle mani di
Roma e Scipione morì in esilio. (Nel 1971 venne pubblicato da Luigi Magni lo "Scipione detto anche
l’Africano” che si concentra sul suo declino così come quello di Gallone si incentra sulla sua ascesa).

Il 184 è anche l’anno della censura di Catone che si caratterizza per una politica di contenimento delle
spese pubbliche e per la chiusura nei confronti di qualsiasi innovazione potesse venire dall’Oriente. Nel 186
c’era stato un Sentatus consultum de Bacchanalibus, volto ad arginare i culti di Bacco nell’Italia
meridionale.

LA TERZA GUERRA PUNICA

Massinissa, dopo il suo schieramento al fianco di Roma, ha guadagnato la funzione di gendarme di Roma
in Africa e, forte di questo ruolo sconfinava nel territorio di Cartagine, che a sua volta si lamentava con
Roma, la quale mandava una commissione arbitrale che dava ragione ai Massinesi. Grazie alle
esportazioni, Cartagine era rifiorita e commercialmente diviene presto fiorente, non intraprende nessuna
guerra e fu in grado di pagare in anticipo le indennità di guerra imposte dopo la II guerra punica. Tuttavia, di
fronte ad un’ennesima provocazione di Massinissa, Cartagine reagisce e tecnicamente avevano violato la
norma che impediva a Cartagine l’autonomia in politica estera. Inizia uno scontro di propagande a Roma:
gli Scipioni non vogliono la guerra contro Cartagine ( si origina il giuramento di Annibale, secondo cui il
padre Amilcare Barca avrebbe costretto il figlio Annibale nel 238 a giurare odio eterno nei confronti di
Roma → tutto ciò per togliere tradizione al conflitto); d’altro canto, Catone il Censore sostenne l’idea che
"Carthago delenda est” (Astin sostenne che si voleva distruggere Cartagine, che era una città militarmente
morta, per il timore che essa sarebbe potuta risorgere, che non sarebbe stato tanto quello di una ripresa
militare, ma un’ascesa commerciale inarrestabile che avrebbe messo in crisi i commercianti italici; Le
Bohec sostenne che il metus Punicus fosse un timore radicato nella psicologia collettiva romana → ancora
nel 49 a.C. Cicerone paragonava l’ascesa di Cesare come la discesa di Annibale; Sallustio riprese un
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postulato dello scomparire del metus Punicus di Posidonio, che avrebbe aperto le porte alla disgregazione
interna → per Roma non sarebbe stata positiva la scomparsa di Cartagine perché se non avessero più
avuto un grande nemico contro cui compattarsi a livello politico interno, ci sarebbero state rivalità interne e
spaccature tra l’aristocrazia e le sue fazioni). Una parte dell’aristocrazia riuscì a far sì che i comizi centuriati
dichiararono guerra a Cartagine nel 149.

Un esercito romano comandato da Cornelio Scipione Emiliano arriva a Cartagine, il senato cartaginese
supplica di evitare la guerra, ma le condizioni imposte da Scipione Emiliano sono inaccettabili: i Cartaginesi
avrebbero dovuto abbandonare la città e trasferirsi. Cartagine quindi si difese, ma nel 146 lo stesso
Scipione Emiliano espugnò e rase al suolo Cartagine, istituendo la provincia d’Africa. Polibio che al
seguito di Scipione Emiliano racconta in un lungo frammento il pianto dello stesso Scipione difronte a
Cartagine distrutta.

LA GUERRA ACIACA

Nello stesso 146 si combatte in Grecia: infatti, la Lega Achea riprende una guerra contro Roma ed occupa
Sparta (città del Peloponneso). Inutilmente Roma manda ambascerie. Alla fine, Lucio Mummio Acaico
espugna Corinto e pone fine alla guerra, a cui aveva partecipato anche la Macedonia, in particolare
Andrisco che, millantando di essere figlio di Perseo, si era proclamato re di Macedonia. Roma riesce a
sconfiggere entrambi e nel 146 costituisce la provincia Acaica Macedonia.

LA SCENA POLITICA NEL II SECOLO a.C.

Spesso a Roma si costituiscono delle partes, cioè formazioni politiche (nome convenzionale) formate da
gruppi di famiglie in nome di obiettivi contingenti modificabili e alleanze che hanno vita breve o duratura →
non ci sono formazioni politiche, ma alleanze tra personaggi potenti. Siccome queste alleanze venivano
rinsaldate tramite i matrimoni, è stato creato persino un indirizzo di studio chiamato prosopografico che
ricostruiscono questi blocchi politici osservando sia la carriera politica che i legami matrimoniali → non ci si
sposa mai con una donna che non sia funzionale ai propri obiettivi.

A metà del II secolo a.C. sulla scena politica romana ci sono tre blocchi politici che corrispondono ad
orientamenti diffusi nella società:

-​ L’aristocrazia conservatrice intransigente, che aveva avuto fino al 149 il suo massimo esponente in
Catone il Censore per poi passare a Scipione Nasica (diventeranno gli ottimati): sono chiusi nei
confronti di qualsiasi istanza di apertura nei confronti del popolo.
-​ L’aristocrazia conservatrice illuminata, che prendeva atto della necessità di procedere verso delle
riforme sociali e Scipione Emiliano è fra i maggiori esponenti
-​ Populares, i cui leader non sono umili ma sono aristocratici del più alto livello e in questo momento
sono i Gracchi, poi Gaio Mario e Giulio Cesare, che nella loro azione politica guardano al popolo
come riferimento

Un ruolo importante comincia a rivestirlo il tribuno della plebe, che nel frattempo sono diventati 10 (aveva il
potere di ius agendi cum plebe, può proporre leggi, e lo ius intercessionis, veto sulle leggi) → legare a sé
un tribuno della plebe porta solo vantaggi.

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LE RIFORME GRACCANE

Danno voce a problemi in evoluzione della società romana. Polibio racconta che Tiberio Sempronio
Gracco sta viaggiando su un carro verso Numanzia (guerra celtiberica del 133), passa attraverso l’Etruria e
vede tutti i territori incolti; pensa quindi che con quei territori molte persone avrebbero potuto recuperare un
reddito, anche perché iniziano a scarseggiare i reclutabili (si arrivò a 1.500 assi come cifra minima di
reddito per essere reclutati → nel 151 e nel 138 i tribuni della plebe arrestarono i consoli ricorrendo allo ius
auxilii poiché si voleva reclutare chi aveva il diritto di essere militi esenti). Sono anni di forti scontri sociali,
rivolte di schiavi (soprattutto in Sicilia), contrasti interni: c’è una disuguaglianza troppo elevata poiché c’è
una parte del popolo che si è impoverita, mentre l’altra parte si è fortemente arricchita.

Fattosi eleggere tribuno della plebe nel 133, Tiberio Sempronio Gracco propone una legge: quando
Roma sconfigge un popolo ne annette un territorio e in Italia lo riassegna sotto pagamento di tasse ed è
presente un numero massimo misura di territorio affittabile, ma i latifondisti le affittavano tramite
prestanome; Gracco propone che il massimo che ciascuno poteva prendere in affitto di terreno demaniale
(ager publicus) era di 500 iugeri (c. 125 ettari) aumentabili per ogni figlio maschio di 250 iugeri fino ad un
massimo di 1.000. Tutto ciò che rimaneva nelle mani della Repubblica veniva distribuito in lotti di 30 iugeri
agli indigenti con la condizione che quei 30 iugeri per i quali non bisognava pagare l’affitto, non li si poteva
vendere. Così facendo si acquisiranno viveri e sarai reclutabile. Se i poveri sono Italici e non hanno la
civitas romana non si sa se ricevessero i 30 iugeri: secondo Cornell si, ma previo conferimento della
romana civitas.

Si forma quindi una commissione di 3 uomini per assegnare questi terreni e nel frattempo sta per scadere il
mandato di Gracco di tribuno della plebe ma si candida per un altro tributato: in genere, l’ambizione era di
iterare un consolato, ed era prassi aspettare prima di ricandidarsi. Tiberio Gracco riesce però a farsi
rieleggere tribuno della plebe. Gli aristocratici opposti si organizzano e convincono il tribuno Ottavio a
porre il veto alla riforma di Tiberio Gracco, ma lo stesso Gracco argomenta che un tribuno della plebe è
eletto per fare l’interesse della stessa plebe: se un tribuno della plebe non fa gli interessi della plebe, come
fa Ottavio, quel tribuno andava considerato decaduto la proposta passa. L’opposizione, quindi, chiamò
Scipione Nasica, leader dell’aristocrazia conservatrice intransigente e pontefice massimo, il quale attacca
con delle bande paramilitari i sostenitori e lo stesso Tiberio Gracco che viene ucciso nello stesso attacco
(Ottavio, poiché aveva ucciso un tribuno della plebe doveva essere strangolato nel carcere mamertino, ma
si cercò una soluzione politica e venne esiliato).

La riforma, tuttavia, andò avanti grazie al fratello Gaio Sempronio Gracco e quando nel 123 divenne
tribuno della plebe porta in votazione un pacchetto di riforme più esteso e più ambizioso di quello del
fratello, ribadendo in primo luogo la lex agraria di Tiberio.

Molte persone, tornando dalle guerre, trovano il loro campo impiegabile a meno di investirci molti fondi;
quindi, si cercano di far assumere come latifondisti. Alcuni emigrano nella Pianura padana, dove Roma ha
portato avanti un’operazione di conquista per trovare nuovo terreno chi a Roma e nel Lazio non aveva
alcuna possibilità. Tuttavia, molti affollavano l’urbe in cerca di fortuna e si trovano a fare da guardie del
corpo ai maggiori personaggi politici che a spese proprie si circondavano di persone che ne garantissero
l’incolumità e potevano, talvolta, essere impiegati come gruppi intimidatori. Queste persone, però,
cominciavano a costituire un problema di ordine pubblico e bisognava trovargli un’occupazione, ma per
potenziare questo progetto di sgombrare Roma da queste masse di persone senza reddito, Gaio Gracco
immaginò un piano di deduzione delle colonie: in punti strategici, Roma inviava gruppi di cittadini che
difendessero quei territori e li coltivassero ricavando sostentamento e reddito. Tra le varie località
individuate ci fu colonia iunonia, sul sito di Cartagine distrutta, proponendo quindi di rifondare Cartagine
85
come colonia romana, facendo inorridire molta parte dell’aristocrazia (soprattutto perché si allontanavano
persone che si sarebbero potute sfruttare nel momento del bisogno e perdendo anche votanti).

Roma inizia a non chiudere gli occhi sui bisogni della popolazione: durante le carestie il prezzo del grano
raddoppia non divenendo accessibile per gran parte della popolazione. Nei periodi di tranquillità, la
Repubblica compra enormi quantità di grano che immagazzina negli horrea sempronias, cioè granai, e nei
periodi di carestia comincia a vendere il grano a prezzo calmierato permettendo a chiunque di potersi
sfamare.

I cavalieri non hanno un coinvolgimento nella vita pubblica e il loro unico compito, poiché svolgono mestieri
infamanti, è quello di giudicare in tribunali speciali permanenti: il reato di malversazione (chiunque
governava la provincia, poiché spesso cercava di guadagnarci, spesso veniva denunciato per concussione)
e diventa un problema chi fa parte di queste giurie. I tribunali speciali che sono quasi solo de repetundis ma
che avrebbero poi riguardato 7 reati, su proposta di Gaio Gracco dovevano essere composti da 1/3 di
giudici senatori e da 2/3 di cavalieri.

Poiché nella legione combattono anche gli alleati italici che sono decisivi per vincere le battaglie, sono
esposti agli stessi rischi ma non hanno la romana civitas, e sono quindi esposti a punizioni più dure,
iniziano a reclamare la cittadinanza romana. L’aristocrazia si chiude e Gaio Cracco propone di dare agli
alleati latini la cittadinanza, mentre agli alleati italici di conferire solo gli ius connubi e ius migrationis
(originari privilegi dello ius latinum). Questo programma era avanguardistico ed erano riforme che
fatalmente sarebbero state introdotte nella società romana.

Gaio Gracco commise però l’errore di andare ad inaugurare la colonia iunonia e assentandosi da Roma,
l’opposizione si riorganizzò. Il console del 121 Lucio Opimio venne convocato dal senato che faceva
entrare nella storia un istituto nuovo: i consoli facciano in modo che la Repubblica non subisca alcun danno
senatus consultum ultimum che permetteva ai consoli di esercitare azioni di forza contro un gruppo, non
dovendo rispondere di eventuali esecuzioni e non dovendo concedere l’appello a nessuno, permettendo
qualsiasi azione. I Gracchiani e lo stesso Gaio Gracco vennero attaccati dai consoli e dalle forze militari e
Gaio Gracco morì con il fratello, ma le soluzioni che aveva portato avanti sarebbero state tutte introdotte
con le buone o con le cattive.

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Lezione XI – 18/03/2026: LA GUERRA GIUGURTINA E LE RIFORME DI MARIO
…. Che avrebbero permesso di attuare le forme gracchiane. Proponeva ad un regnante delle possibiltà: o
ci lasci il regno o ti faremmo guerra.

La guerra avvenne per volere di Gaio Massimo nella Gallia Narabonense, che già alla fine degli anni ‘20
era stata conquistata anche se ci vollero un po’ di anni per la provincializzazione. È anche un conflitto nel
quale si contestualizzano le riforme militari di Mario.

Massinissa era stato l’occhio di Roma in Africa, e forte di questo ruolo aveva posto anche le premesse per
lo scontro con Cartagine. Muore nel 148 e lascia il regno in eredità al figlio Micipsia, che regna fino al 118,
lasciando a sua volta il regno in eredità tra i suoi due figli, Iempsale e Aderbale, e un nipote, Giugurta.
Quest’ultimo subisce un attacco in cui uccide Iempsale e Aderbale si rivolge a Roma. Giugurta va
direttamente a Roma e secondo le fonti se ne torna a Numidia esclamando “oh città in cui tutto è in
vendita”: era riuscito a corrompere il senato che gli assegna la parte più estesa anche se a Aderbale resta
la parte più ricca. Nel 112 Giugurta prova lo stesso gioco con Aderbale, attaccandolo e assediando la città
di Cirta, ma compie un errore: uccide decine di migliaia di italici romani che operavano lì. Sallustio nota che
le dimensioni interne a Roma si proiettarono in una dimensione estera: tutti i contrasti che ci sono sulla
scena politica interna non cessano ma si trasferiscono in un’impresa fuori da Roma. I comizi centuriati sono
costretti a dichiarare guerra, poiché sono stati uccisi degli italici romani, che però buona parte
dell’aristocrazia non vuole perché le aperture lontano dall’Italia sono predilette dai cavalieri (vedono
l’occasione di ampliare la rete d’interesse), ma non piacciono all’aristocrazia senatoria tradizionale
(significa allontanare braccianti da Roma e dall’Italia dove coltivavano a poco prezzo i terreni). I comandanti
militari appartenenti all’alta aristocrazia senatoria portano avanti lentamente questa guerra. Già nel 111
Calpunio Bestia cerca di arrivare ad una pace con Giugurta, Aulo Albino, invece, non si distingue per
imprese che viene sconfitto e subisce il giogo; anche se il nuovo comandante Cecilio Metello inverte il
corso degli eventi, i suoi successi non sono molti. Appartenente alla fazio Metellana (gruppo politico che
per vari decenni avrebbe costituito il cuore dell’aristocrazia) era stato il fautore di un personaggio
talentuoso militarmente, ma privo di antenati illustri, Gaio Mario, il quale si candida al consolato del 107.
Sallustio racconta i discorsi propagandistici dello stesso Mario e che eternano un quadro di un uomo di
azione, concreto e di un comandante concentrato sulla scena militare: pronuncia una polemica contro
l’aristocrazia senatoria, che riteneva parassitaria e che riteneva crogiolarsi sull’eredità degli antenati, Mario
produce un discorso dicendo che non aveva studiato le lettere altine perché non servivano per difendere la
patria, ammetteva di non avere antenati, si strappa la toga e mostra il petto devastato dicendo che quelli
erano i suoi antenati. Quando riesce ad essere eletto come console, e prima ancora di partire per la
campagna africana, procede con una riforma della milizia: si proponeva di risolvere il problema per cui a
Roma è sempre più difficile arruolare i soldati perché la povertà sottrae molti uomini all’obbligo di arruolarsi
quando c’è una guerra. Mario trasforma la milizia da un obbligo che si poteva evitare grazie alla povertà in
una scelta volontaria che poteva anche prefigurarsi ad una soluzione per la povertà: la milizia cessa di
essere obbligatoria su base censitaria, diventando un lavoro volontariamente scelto, con la differenza che
oggi i soldati sono dipendenti pubblici, mentre a Roma no e lo Stato non ha alcun obbligo nei soldati
vengono pagati dal comandante a cui è affidata la guerra. Quando un comandante riceve il compito di
condurre una guerra, provvede a lanciare una campagna di arruolamento volontario e da quel momento
sono suoi soldati non solo per la durata di quella campagna, ma anche per le successive. Durante la milizia
il comandante non versa lo stipendio, ma provvede ai viveri e ai loro bisogni, e durante il saccheggio li
lasciava arricchirsi (n.b. non tutti lo facevano). Per sopraggiunti limiti d’età o per gravi ferite, il comandante
doveva sdebitarsi nei confronti dei soldanti, ma non paga lui, ma deve convincere il senato a dare a quei
soldati terreni o soldi come premio del congedo. Quando ci si arruola per un comandante si fa una
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scommessa: si scommette che il comandante vincerà, che vivrà e resterà in salute per tanti anni, che
resterà in buoni rapporti con il senato. Se il comandante muore o perde, i soldati perdono tutto a meno di
essere scelti da un nuovo comandante. Ciò spiega la ragione delle guerre civili: combattono due legioni
romane perché perdere contro chiunque (anche contro gli stessi romani) era la stessa cosa e perché il
nemico del mio comandante allo stesso modo è mio nemico. Quando un comandante rischia di essere
rovinato (es. il senato minaccia Cesare di essere dichiarato hostis publicus se non avesse congedato
l’esercito), i soldati rimangono dalla stessa parte del comandante (→ i soldati fanno il colpo di stato con lo
stesso Cesare): da quel momento bisognava vincere e la motivazione dei soldati è massima.

La guerra giugurtina viene vinta facilmente sia da Mario ma anche da Lucio Cornelio Silla, che era al
seguito di Mario e riesce a stipulare delle trattative con il re di Mauretania Bocco che gli fa catturare
Giugurta e prende il posto di Massinissa come riferimento di Roma in Africa. Giugurta viene sconfitto e nel
105 strangolato nel carcere mamertino.

Cimbri e Teutoni sono popoli germanici che già nel 120 avevano oltrepassato il Danubio e si erano
spostandosi verso sud, probabilmente partiti da zone dell’attuale Danimarca. Nel 113 nelle zone dell’attuale
Austria c’è una gravissima sconfitta di Papirio Carbone: Roma ha sempre sofferto gli scontri con i popoli
italici e germanici poiché erano gli unici in grado di reggere il corpo a corpo negli scontri (quando Roma
poté fu felice di integrare i Galli nelle sue legioni). Dalla Gallia settentrionale Cimbri e Teutoni si spostano
verso la Gallia Naragonense, con la paura che possano invadere l’Italia. Nel 105 vennero sconfitti ad
Arausio Servilio Cepione e Mallio Massimo e questo fece si che a Roma Mario venne nominato console
per cinque anni consecutivi (104-100), anomalia spiegata con la paura che attanagliò i Romani per unaa
possibile invasione. Inizia così la seconda parte delle riforme di Mario: la legione passa da manipolare a
coortale (coorte) → idealmente una legione aveva 6.000 uomini e una coorte corrispondeva a 600 uomini,
a sua volta poteva essere divisa in 6 centurie comandate da un centurione; la cavalleria sarà composta da
truppe ausiliarie, le armi divengono il pinuum e il gladius. Per favorire il senso di appartenenza, ogni legione
ha un simbolo identitario, spesso un’aquila, tenuta in fondo allo schieramento e preservarla era un onore. I
soldati romani vennero chiamati muri mariani, perché spostandosi spostavano a loro volta tutto il campo,
liberi di potersi attestare dove volevano. Così riorganizzati, Mario riesce a sconfiggere facilmente sia i
Cimbri ai campi Raudi (in Veneto vicino a Rovigo) che i Teutoni ad Aquae Sextiae. Mario si consacra leader
militare, ma si escludevano altresì i conflitti sociali che accompagnano le vittorie che Roma riporta in ogni
scenario geografico.

Nel 100 il tribuno della plebe Apuleio Saturnino propone di ricevere terreni per i cittadini: Roma aveva
acquisito i terreni della Gallia Naragonense e Saturnino propone di distribuirli soprattutto tra i veterani di
Mario, poi vuole iterare il suo tribunato, andando contro al protocollo. Altri uomini della sua stessa fazione
provocavano problemi a Mario; infatti, Servilio Glaucia, pretore che aveva cambiato la composizione delle
quaestiones perpetuae assegnando i posti dei giudici ai cavalieri, si vuole candidare direttamente al
consolato del 99 senza aver lasciato passare due anni (come da protocollo). Ci sono scontri di piazza e
tumulti, tanto che l’aristocrazia senatoria reagisce con le proprie bande paramilitari e il candidato che si
oppone a Glaucia viene assassinato e il senato chiede a Mario (che nel 100 è ancora console) di
provvedere a che la repubblica non subisca alcun danno → senatus consultum ultimum. Mario, tuttavia,
deve attuare un’azione repressiva contro uomini della sua stessa fazione (populares) e Saturnino e Glaucia
vengono uccisi. Tuttavia, Mario subisce una perdita di potere, si fa dare una missione fuori dall’Italia
(Mitridate) e sparisce dalla scena.

88
L’INIZIO DELLE GUERRE CIVILI

Nel 91 il tribuno della plebe Marco Livio Druso fa un pacchetto di leggi per risolvere i principali problemi
sulla scena: distribuire terre, fondare colonie oltremarine (per far si che quella parte della popolazione che
non era riuscita ad essere impiegata nella milizia), distribuire il grano a prezzo calmierato, far entrare in
senato i cavalieri (la proposta vuole immetterne 300, a condizione che le quaestiones perpetuae fossero
tornate ai senatori come collegi giudicanti) e concedere la civitas romana da parte degli italici. Livio
Druso si preoccupa della preventiva approvazione del senato: i concilia plebis tributa approvano le leggi,
ma il senato non ratifica la votazione perché ha fatto votare provvedimenti che non hanno a che fare l’uno
con l’altro e quindi si annullano. Scoppiano quindi tumulti in cui perde la vita lo stesso Druso, ma la scintilla
era ormai accesa.

I socii italici non attendono altre battaglie comiziali, e insorgono gli alleati di una parte consistente e
combattiva ad Ascoli Piceno. Tutti i Romani presenti ad Ascoli Piceno vengono uccisi e inizia una
coalizione tra Piceni, Marsi, Sanniti e Lucani. È una guerra che preoccupa Roma perché si perde la metà
degli effettivi, inoltre i socii conoscono tutte le tattiche dei romani, sapendo come poter mettere pressione a
Roma. Roma si illude di poterli fronteggiare schierando due coalizioni capeggiate da due grandi
comandanti, ma la possibilità di vittoria rapida è complicata. La coalizione è divisa in due fronti: il fronte
settentrionale si porta verso Ascoli, nei territori dei Piceni presso Porfidium, e i comandanti sono il console
Rufilio Lupo con legati Pompeo Stragone e Gaio Mario, ed un fronte che si attesta nella parte
settentrionale della Campania e ha come comandante il console Lucio Cesare e come legato Cornelio
Silla. Questa guerra, tuttavia, portava anche un terzo ordine di problemi: non solo quello numerico o quello
che i socii conoscessero le tattiche, ma se la guerra si fosse protratta per anni entrambi gli eserciti
sarebbero stati dimezzati e neutralizzati gli uni con gli altri e l’Italia sarebbe diventata una facile preda per
chi avesse cercato una provincia → Roma combatteva contro il suo stesso esercito e chiunque avesse
vinto avrebbe comunque messo a rischio Roma, e ciò lo capisce anche l’aristocrazia. Già nel 90 viene
emanata Lex Iulia de Civitate del console Lucio Cesare che sostiene che tutti gli alleati che smettono di
combattere riceveranno subito la cittadinanza. Viene poi emanata la Lex Plautia Papiria nell’89 che spiega
come ottenere la cittadinanza: non basta deporre le armi ma bisogna andare a Roma e registrarsi presso il
pretore. Nell’88 infine viene emanata la Lex Pompeia che concedeva a chi abitava a nord del Po il diritto
latino.

Ciò creava all’aristocrazia senatoria un problema: diventano cittadini romani 600.000 cittadini in più → è più
difficile controllare le votazioni ed il problema risiede soprattutto nei comizi tributi e nei concilia plebis.
L’aristocrazia senatoria cercò di arginare il problema distribuendo gli uomini solo in 8 delle 35 tribù, ma i
socii volevano essere iscritti in tutte le tribù perché non volevano essere limitati nell’esercizio del diritto del
voto. Venne rimandato il censimento e sono diventati nuovi cittadini, ma non contano ancora politicamente.

LA PRIMA GUERRA CONTRO MITRIDATE E LA GUERRA CIVILE TRA MARIO E SILLA

Mitridate osservava da spettatore ciò che accadeva in Italia, notando che Roma fosse in guerra con una
parte del suo esercito, ritenendo quindi che Roma fosse attaccabile. Procede a massacrare 80.000 uomini
nella provincia d’Asia, costringendo a scappare gli ambasciatori inviati da Roma: la dichiarazione di guerra
non tardò ad arrivare. Mitridate dissemina una propaganda in cui si presentava come il vendicatore della
libertà del mondo ellenistico, vendendo accolto i Grecia come liberatore nell’88. Roma aveva concluso
pacificamente la guerra sociale e affida la guerra a Lucio Cornelio Silla: un uomo moderno nei mezzi ma
conservatore nei fini, appartiene alla gens Cornelia e diventa molto potente quando all’inizio degli anni ’80

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sposa Cecilia Metella Dalmatica (viene accolto all’interno della famiglia dei Metelli); conosce le metodiche
di propaganda che il contesto coevo offriva e si propagandava come una persona particolarmente assistita
dalla fortuna (che nella società romana era preferibile rispetto all’essere bravo tanto che si fa chiamare felix
= colui che rende felice ciò con cui entra in contatto → chiama persino i suoi figli Fausto e Fausta). Diventa
pretore nel 97 dopo che si era distinto contro Giugurta e fa costruire una statua pubblica negli anni ’90 in
cui viene raffigurato Bocco che gli consegna Giugurta. Governa la Cilicia nel 96-95 e diventa console
nell’88 quando riceve la provincia la prima guerra contro Mitridale. Appena riceve la nomina di condurre la
guerra contro Mitridate vede il tribuno della plebe Sulpicio Rufo che viene emanata una lex: il comando
viene tolto a Silla e viene affidato a Mario. I soldati che stavano combattendo la guerra sociale con Silla
sarebbero partiti con lui per la guerra contro Mitridate, ma Silla appresa la notizia parla all’esercito che
sarebbe stato congedato a meno che non lo avessero assecondato, avessero marciato su Roma, cacciato
Mario e avrebbero ripreso la città e la guerra. Tutti i soldati lo seguono, tranne uno, Lucullo, un ufficiale di
rango senatorio che affiancava Silla. Per Locullo significava lo stesso che per Silla, a differenza dei soldati,
e quindi si rifiuta. Si vede come Mario con le sue riforme avesse messo nelle mani dei comandanti un
numero sterminato di soldati che potevano assecondarlo, ma che anche in tempi normali gli avrebbero
conferito la possibilità di influenzare le decisioni dei comizi. Silla marcia su Roma e si riprende la guerra.
Mario è costretto a scappare in Africa e Silla parte per la guerra contro Mitridate, sbarca in Epiro, passa per
la Boezia e mette Atene sotto assedio.

L’Italia, nel frattempo, è esposta alla riorganizzazione dei seguaci di Mario. Il console dell’87 Lucio
Cornelio Cinna è un mariano che richiama lo stesso Mario per tornare in Italia una volta che Silla è partito.
Tornato in Italia, sbarca in Campania e assieme ai suoi seguaci fanno una nuova marcia su Roma e
mettono a morte i sillani. Si entra a Roma come se fossero dei nemici stranieri: è il secolo delle guerre civili.
Vengono nominati due comandanti, Valerio Flacco e Flavio Fimbria, perché non possono riconoscere
l’esercito di Silla come illegittimo esercito di Roma, ma lo disconoscono. Mitridate si trova quindi contro due
eserciti di Roma, che operano nelle stesse zone ma ignorando l’uno l’esistenza dell’altro, perché si
sarebbero dovuti scontrare tra loro.

Mitridate subisce insuccessi a ripetizione: affrontato e sconfitto dall’esercito sillano a Orcomeno, e poi
mentre si ritirava viene sconfitto dall’esercito mariano in Macedonia e in Tracia e quindi è costretto a fuggire
da dove è venuto. I due eserciti romani si trovano vicini: c’è un’insurrezione nell’esercito mariano poiché
privo di comandanti di grande prestigio; Fimbria fomenta un’insurrezione che lo mette al comando
dell’esercito di Flacco e viene firmata nel frattempo la pace di Dardania tra Silla e Mitridate (deve tornare
nel Ponto, pagare un’indennità e consegnare la flotta).

I Mariani si stanno riorganizzando per quando sarebbe tornato Silla e i soldati di Mario scommettono: il loro
leader è ormai vecchio e malato (nell’86 Mario si ammala di polmonite e muore di morte naturale) e ha
leader giovani, Fimbria non è nemmeno un grande comandante nonostante abbia preso il comando
dell’esercito. Si trattava quindi di affrontare l’esercito di Silla al quale iniziavano a guardare molti soldati.
Non tutto prometteva bene per Silla, perché in Italia avrebbe trovato sia l’esercito che una popolazione
straniera alleata all’aristocrazia senatoria. Silla, vedendo ciò che è accaduto nell’esercito dei mariani,
manda messaggi agli stessi mariani dicendo che avevano scelto l’esercito sbagliato poiché Mario è morto,
e sarebbe meglio per tutti formare un singolo esercito unendo i due eserciti e così li avrebbe adottati come
suoi solati come se fossero stati suoi sin dall’inizio (Appiano simboleggia la scena con la mano di Silla tesa
verso l’altro esercito). I soldati uccidono Fimbria e passano alla parte di Silla che si trova di fronte ad un
esercito di 600.000 uomini che compattatosi si dirige in Italia.

90
Pompeo Magno, allievo di Silla, stava puntando ad Ancona per raggiungere Cinna → ad Ancona i mariani
insorgono ed uccidono Cinna e Pompeo se ne torna nel Piceno. Nell’83 Silla sbarca a Brindisi ed è
raggiunto da personaggi illustri quali Metello Pio, leader del senato, Licinio Crasso, uomo più ricco di
Roma, Pompeo Magno, figlio di Pompeo Strabone che raccoglie un esercito personale con cui avrebbe
raggiunto Silla mettendosi a disposizione del vincitore. Silla sconfigge facilmente tute le resistenze mariane
che si erano stanziate in Emilia Romagna, in particolare a Faenza, Modena e in Etruria. Mario il Giovane è
assediato a Palestrina e si suicida, mentre Pompeo viene inviato prima in Sicilia poi in Africa per sgominare
le ultime resistenze mariane.

LA DITTATURA E IL CONSOLATO DI SILLA

Il 1 novembre dell’82 a Porta Collina (Roma) i mariani tentano un ultimo assalto assieme ai Sanniti, ma
alla fine Silla riesce comunque a vincere: è in questo momento il leader assoluto sulla scena e si fa
eleggere dittatore (prima volta che non si elegge un dittatore per situazioni belliche o per comizi causam) →
la sua dittatura ha il carattere di scrivere leggi e riformare, non aveva limiti di tempo (a significare quale
altezza la posizione di Silla aveva raggiunto a quel tempo), inoltre può decidere a quale tribù attribuire i
cittadine e chi fare entrare nel senato. Nell’81 Silla, tuttavia, si dimette spontaneamente da dittatore. Nell’80
Silla diventa console.

Il primo atto del governo di Silla sono le proscrizioni: liste con nomi di personaggi nemici di Silla e sono
quasi tutti ricchi perché possono essere impunemente uccisi da chiunque e se si fosse addotto alla prova di
averli uccisi, l’uccisore sarebbe stato ricompensato e le ricchezze dei proscritti andavano alla repubblica →
era il regime del terrore e molte persone venivano uccise solo perché erano ricche.

Da dittatore porta avanti una serie di riforme che avrebbero condizionato la vita politica dei suoi successivi,
tanto che sarebbero state annullate pochi anni dopo:

-​ Il senato viene elevato gradualmente da 300 a 600 membri accogliendo i cavalieri dei municipi
italici. I cavalieri di Roma non vengono accolti poiché avevano appoggiato Mario;
-​ Le quaestiones perpetuae diventano 7 e vengono affidate ai soli senatori;
-​ I confini del pomerium vanno dal Magra al Rubicone (ovest-est), la Gallia Cisalpina viene
istituzionalizzata come una provincia → a Mutina ci sarebbe stato un governatore di legioni: è la più
vicina provincia di Roma;
-​ I componenti delle magistrature vengono ampliati: i questori arriveranno a 40, i pretori 16;
-​ Viene fissata un’età minima per entrare in senato e nella varie magistrature → si vogliono limitare i
poteri dei più giovani (probabilmente si doveva avere l’età minima già nel momento della richiesta);
-​ Non si poteva iterare una carica prima che non fossero trascorsi 10 anni dalla volta precedente → si
vuole porre un freno all’ambizione dei primattori sulla scena politica che volevano ricoprire le
cariche in anticipo sull’età minima e anche a breve distanza di tempo; oltre a far si che nessuno
possa diventare potente;
-​ Consoli e pretori sono disarmati nell’anno in carica: non si potrà più comandare una guerra, ma solo
quando si uscirà di carica (in circostanze normali, in circostanze eccezionali si può derogare) → il
governatore della Cisalpina si trova ad essere il comandante di eserciti più vicino a Roma;

91
-​ Il tribunato della plebe diviene una carica facoltativa, chi si candida non può più ricoprire altre
cariche (vennero poi naturalizzate), inoltre le prerogative vengono ridotte per cui non si può
proporre un veto alle proposte di leggi (c’è chi crede che fosse solo per le proposte dei consoli,
mentre altri sostengono che sono per tutte), viene limitato anche nella funzione di proporre le leggi e
quelle che passavano dovevano essere approvate dal senato (assicurava il senato nei confronti di
progetti di legge non graditi) → una magistratura fino ad allora ambita inizia a perdere importanza

Pompeo Magno ha iniziato la sua carriera in maniera anomala: nasce nel 106, si è trovato a vincere
importanti battaglie della guerra civile tra Mario e Silla senza avere nessuna posizione ufficiale. Pompeo,
dopo aver sgominato le ultime resistenze mariane in Africa, resta lì per mantenere l’ordine sotto volontà di
Silla, ma Pompeo richiede di tornare a Roma e celebrare il suo trionfo (non si può celebrare da chi non ha il
comando supremo dell’esercito e da un cavaliere). Si inizia a farsi chiamare Magno, ma l’acme del
contrasto tra Silla e Pompeo si ebbe nel 79 quando Pompeo inizia ad appoggiare per il consolato del 78
Marco Emilio Lepido, un candidato sgradito a Silla, e perché riesce a farlo eleggere.

Nel 78 muore Silla a causa di un cancro della pelle (descritto da Plutarco → secondo qualcuno sarebbe
stato un cancro dello stomaco con ripercussioni sulla pelle). Gli anni 70 sarebbero stati anni pieni di conflitti
che portarono allo strapotere dei sillani che sono in prima linea per annullare le riforme del proprio maestro:
Silla aveva fatto una riforma per evitare che i vincitori delle guerre smantellassero l’oligarchia di potere di
Roma, ma questa situazione non piaceva più nemmeno agli allievi di Silla; il corso storico aveva messo in
moto ambizioni non compatibili con l’uguaglianza oligarchica, ma anche le soluzioni per accelerare le
carriere e le ascese e nessuno era più disposto a fare un passo indietro alla fine degli anni 70 i sillani
sarebbero affiancati dai mariani nell’annullare alcune delle riforme più devastanti si Silla, come quella che
aveva limitato i tribuni della plebe.

92
Lezione XII - 19/03: DOPO SILLA
La tarda repubblica romana è l’apogeo delle eccezioni alla norma e a quello che è stato il protocollo, anzi il
regolamento rispettato istituzionale per tutti questi secoli.

Marco Emilio Lepido, padre del futuro triumviro, non riesce ad essere eletto ad onta di Silla e si mette alla
testa di una rivolta che avrebbe dovuto reprimere. Infatti Silla aveva proceduto a distribuire buona parte del
territorio dell’Etruria fra i suoi veterani per ricompensarli, quelle che già avevano raggiunto un’età dopo la
quale non potevano combattere, Silla le ricompensa con i terreni che espropria ai legittimi proprietari.
Questo fa sì che in Etruria molti imbracciano le armi, anche per riprendersi da soli il terreno che era stato
loro e che lo Stato gli aveva espropriato. Roma deve mandare i consoli a reprimere questa rivolta, ecco che
Marco Emilio Lepido ha questo compito, dovrebbe fronteggiare la rivolta in Etruria e invece fa lega con loro,
si mette alla testa di quest’insurrezione e anzi domanda, chiede, molto energicamente di poter iterare il
consolato anche nell’anno successivo. Chiaro che il Senato emana subito un senatus consultum ultimum e
dà ordine a Quinto Lutazio Catulo di affrontare Marco Emilio Lepido. Quinto Lutazio Catulo inizialmente
arranca e anzi la rivolta si espande anche in Cisalpina e il Senato ravvisa l’opportunità di ricorrere a un
astro nascente della scena politica del momento, Pompeo Magno, che non ha alcuna carica istituzionale,
non ha intrapreso il cursus honorum, ma gli viene conferito un impero propretore perché potesse
comunque condurre un esercito e Pompeo conduce l’esercito proprio in Cisalpina, dove affronta il padre del
futuro Marco Giunio Bruto che all’epoca era un bambino piccolo, lo sconfigge e lo mette a morte, mentre a
Roma Lutazio Catulo riesce a sconfiggere Marco Emilio Lepido. I soldati di Marco Emilio Lepido cercano
rifugio nella Bassa Etruria, presso Cosa e qui c’è un altro trionfo di Pompeo che sconfigge i miliziani di
Lepido i quali si riorganizzano alla testa di Perperna e cercano scampo in Sardegna. Al seguito di Marco
Emilio Lepido si erano messi soprattutto mariani e dunque il drappello di soldati alla testa di Perperna sono
soldati mariani. C’era un mariano illustre che nel frattempo aveva raggiunto la Spagna, nato nelle
montagne presso Nursia (Norcia), Quinto Sertorio che prima del ritorno di Silla, nell’83, aveva lasciato
l’Italia e si era prefugiato in Spagna con un seguito di mariani. In Spagna si era organizzato attorno a
Huesca, una città nella Spagna nordorientale, nell’attuale comunità autonoma di Aragona. Qui aveva
proceduto all’insegna del motto “Roma è dove siamo noi”, e quindi impianta un antistato. Fa patti con le
tribù locali, apre una scuola che educhi i figli della nobiltà locale alla maniera romana, istruisce i membri
delle tribù spagnole che assolda nel proprio esercito alle tattiche romane. Costituisce un punto di
riferimento per tutti i mariani sulla scena, infatti Perperna, all’inizio degli anni settanta lo raggiunge in
Spagna. Roma manda un comandante di una delle famiglie più potenti dell’epoca a combatterlo, Quinto
Cecilio Metello Pio. Siccome Quinto Cecilio Metello Pio fatica ad avere ragione di Sertorio (Sertorio era un
valido combattente e aveva istruito le tribù spagnole a combattere dove combattevano i romani, di nuovo il
senato ricorre alla carta a Pompeo (è un po’ un deus ex machina che viene chiamato quando il conflitto non
si riesce a controllare). Questa volta Pompeo non si accontenta di un imperium propretore, ma vuole un
impero proconsulare, pur essendo un privato cittadino. Perché vuole un imperium proconsulare e non
propretore? Per non trovarsi subordinato a Quinto Cecilio Metello Pio che è un proconsole che deve
affiancare. Quindi questa volta, come comando straordinario che si affida a un privato, Pompeo non chiede
soltanto un comando straordinario per accettare l’incarico, ma lo vuole di livello consolare, così avrebbe
potuto agire di assoluta parità rispetto a Quinto Cecilio Metello Pio.

In realtà l’ingresso nella guerra da parte di Pompeo non fu dei migliori, il piano prevedeva un sincronismo
d’azione con Quinto Cecilio Metello Pio, in realtà Pompeo arrivava sempre un po’ dopo, non brillava per
interpretare nella maniera migliore questo sincronismo e infatti il suo ingresso sulla scena consiste nella
battaglia del Lauro del 76, si conclude con un insuccesso e la situazione venne recuperata proprio grazie a
Quinto Cecilio Metello Pio. Più che altro il contributo di Pompeo a questa guerra fu importante nella misura
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in cui riuscì a convincere il Senato romano a inviare cospicui rinforzi. Alcune fonti spiegano la disponibilità
del Senato ad accontentare Pompeo sulla base della considerazione per cui molti a Roma non volevano
che Pompeo tornasse, fanno di tutto per lasciarlo in Spagna e lo accontentano mandando rinforzi. La tattica
di Sertorio era molto funzionale a protrarre la guerra perché si volgeva una tattica di guerriglia, conosceva
molto bene la zona, non accettava lo scontro frontale in campo aperto, tendeva agguati e quindi la guerra
andava avanti senza risolversi, anzi a un certo punto secondo Barbara Scardigli già nel 79 ma forse è un
po’ presto (metà anni 70), Sertorio tenta addirittura quello che sarebbe stato un gran colpo ma non gli
riuscì, tenta l’alleanza con Mitridate VI re del Ponto. Ci furono degli accordi, Sertorio dà un suo
luogotenente, Mario, a istruire l’esercito mitridatico secondo le tattiche romane, ma Mitridate rimane
impelagato nello scoppio di una terza guerra contro di lui e non può partire per la Spagna e viene meno la
possibilità di Sertorio di prendere Roma per due fronti. Nel 73 per Perna, arrivato dalla Sardegna
improvvisamente tenta di prendere il possesso della situazione spagnola e uccide Sertorio per essere poi
sconfitto nel 72 da Pompeo stesso e da Metello Pio.

Nel 75 nel frattempo a Roma c’era stata un'importante riforma fatta da Aurelio Cotta, la Lex Aurelia de
tribunicia potestate che cominciava a ripristinare il prestigio del tribunato della plebe che Silla aveva
abbattuto. In attesa che potessero riacquistare pieni poteri nel 70, già nel 75 viene abrogata quella parte
della legge di Silla che voleva che chi ricoprisse il tribunato della plebe non potesse ulteriormente
proseguire poi la carriera e questo già rendeva di nuovo interessante ricoprire questa carica.

Nel 73 c’è una rivolta che avviene in Campania, in una scuola di gladiatori, un ludus. I gladiatori sono ex
sconfitti di guerra, quasi sempre di altre popolazioni che vengono venduti come schiavi ma che per la loro
prestanza fisica vengono comprati dai titolari di queste scuole di gladiatori che forniscono combattenti in
occasione di particolari feste o di particolari eventi dove forniscono i gladiatori che danno spettacolo
combattendo tra loro, ognuno con delle armi di difesa e di offesa peculiari a seconda della formazione a cui
appartenga: ad esempio i retiari (combattono con un tridente e una rete), poi ci sono altre formazioni come
sanniti, mirmilloni ecc. Si cerca di fare in modo che il combattimento sia equilibrato. Si allenano tutto il
giorno, in cambio hanno cure e cibo assicurato, però devono periodicamente combattere contro di loro,
contro coloro con cui vivono insieme, ogni volta che vincono poi vengono reimpiegati in un successivo
combattimento finché fatalmente quasi tutti andavano incontro alla morte. Chi riusciva ad evitare la morte
chiedendo la grazia al pubblico veniva poi assoldato come allenatore, sono comunità che vivono in maniera
appartata dal resto della società e il cui scopo è tenersi in forma per combattere. In Campania un
gladiatore, Spartaco, originario della Tracia, insieme a Crisso originario della Gallia, si mettono alla testa di
una sommossa alla quale si legano subito alcuni ergastolani dell’Irpinia e alcune persone che avevano
perso tutto. Diventa una rivolta sociale in qualche modo. In quel momento non ci sono consoli a Roma
(sono partiti per andare a combattere contro Mitridate) e conseguentemente è uno di quei casi in cui
eccezionalmente il pretore si ricorda di avere l’imperium e gli viene assegnato un esercito. Il pretore è un
pretore d’eccezione, l’uomo più ricco di Roma, di ricchezze leggendarie, Marco Licinio Crasso, un sillano,
faceva affari con i cavalieri, costruiva i palazzi, esercitava attività bancaria, aveva grandissime tenute
terriere ma a cui mancava il prestigio militare, non era un grande soldato e non era nemmeno
fortunatissimo, non aveva vinto grandi battaglie e grandi guerre. Va ad affrontare gli schiavi, nel frattempo
gli schiavi evitano lo scontro perché, pur avendo perso il tempo per fuggire verso nord, verso le loro patrie,
gli schiavi comunque riescono a fuggire verso sud e vanno nel Bruzio. In quel momento Roma ha un
gravissimo problema: il Mediterraneo è infestato da pirati. Da poco il padre del futuro triumviro Marco
Antonio, Marco Antonio (si chiamavano allo stesso modo), era stato incaricato di combattere contro i pirati
nel Mediterraneo e nell’Egeo, ricavò una tale sconfitta, così umiliante, che non ebbe più il coraggio di
tornare a Roma e si fermò a Creta dove morì poco dopo. I pirati mettevano a repentaglio i commerci,

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dunque generavano carestie e mancanza di profitti, con la conseguenza che gli imprenditori si lamentavano
con il Senato e con i consoli perché non si faceva niente contro questo problema.

Arrivati nel Bruzio gli schiavi cercano di passare in Sicilia e poi da lì farsi portare in Africa per cercare di
arrivare alla salvezza liberandosi da Roma e riconquistare la propria libertà. Il problema è che arrivati nel
Bruzio, alla punta della Calabria, non hanno le navi per passare in Sicilia. Chi si offre di dar loro un
passaggio? I pirati, vogliono i soldi, quindi tutto quello che avevano raccolto razziando lo consegnano nelle
mani dei pirati per farsi portare in Sicilia. Fare affari con i pirati è rischioso, sapevano benissimo che già
incombeva la minaccia di una campagna di Roma contro di loro, ci manca solo che traghettassero gli
schiavi in Sicilia, quindi i pirati non se la sentono: prendono tutti i soldi degli schiavi e li lasciano nel Bruzio.
Gli schiavi sono beffati dai pirati, non hanno più nulla e non resta loro che risalire il Bruzio per cercare di
raggiungere la salvezza ma arrivati in Campania, nella valle del Sele, vengono affrontati dall’esercito di
Crasso. Gli schiavi riportano una cocente sconfitta ma una parte di loro riesce a salvarsi e ad attuare quel
piano che avrebbero dovuto attuare dal primo momento, cioè spostarsi verso nord. Lo stesso Spartaco non
riesce a farlo, si portano lungo la Via Aurelia, quindi cercano di passare l’Etruria, per arrivare in Liguria e da
lì il progetto era valicare le Alpi e trovare quella libertà che non avevano trovato a sud. In Liguria incontrano
Pompeo che con il suo esercito stava tornando dalla Spagna e il massacro che Pompeo fece di questi
schiavi sarebbe rimasto impresso negli annali di Roma, dove la stragrande maggioranza vennero uccisi e
quelli che non vennero uccisi vennero portati lungo la via Appia ed esposti alla crocefissione, a perenne
monito di chi si ribellava a Roma. Qui comincia ad alimentarsi la leggenda del Pompeo fortunato, Pompeo
che comincia sempre a combattere quando le guerre sono già quasi risolte e se ne prende il merito, questa
volta in realtà gli schiavi li ha sconfitti Crasso ma la repressione degli schiavi viene legata a Pompeo (la
stessa cosa in Spagna, le battaglie le vinceva Metello Pio ma la guerra aveva cominciato ad andare bene
da quando era arrivato Pompeo, comincia a crearsi un mito che a Pompeo non piaceva molto, è vero che
un comandante romano ama essere considerato fortunato, ma la fortuna è un po’ ambigua, quasi che non
fosse un grande comandante a sua volta, cosa che non era vera, Pompeo era un grandissimo comandante
a sua volta come avrebbe dimostrato negli anni 60. Onusto della gloria di questi successi, Pompeo si
ricorda che deve risolvere il problema di non aver ancora cominciato il cursus honorum. Non si candida per
ricoprire il vigintivirato, poi la questura e il tribunato, lui non scioglie l’esercito, si porta alle porte di Roma e
dice espressamente al Senato che intendeva candidarsi per il consolato direttamente. Per il Senato è uno
scherzo, sarebbe stata una cosa che cent’anni prima avrebbe fatto ridere per tutto il II secolo i romani, a
quel punto non avrebbero fatto nessuna guerra e avrebbero passato il secolo ridendo. Pompeo non stava
scherzando, siamo nel secolo in cui chi vince le guerre può tutto. Ottaviano avrebbe fatto la stessa richiesta
a vent’anni. Il Senato ha un rigurgito d’orgoglio e fa pressioni su Crasso perché con il suo esercito reprimi
Pompeo, ma Crasso da un lato ha timore di affrontare Pompeo, come molti altri non credeva alla fortuna di
Pompeo, ha timore di affrontarlo, d’altro canto gli sovvenne subito un vantaggio: lui esce di carica alla fine
del 72, avrebbe dovuto aspettare due anni per candidarsi al consolato, allora propone a Pompeo un patto,
perché noi due, ex sillani della stessa formazione, anziché combattere l’uno contro l’altro non ci alleiamo e
non ci candidiamo tutti e due, io senza fare l’intervallo dalla pretura al consolato, tu senza fare il cursus
honorum al consolato del 70. Il Senato fu impotente, non c’era niente da fare, questo accordo valse ad
entrambi la candidatura unica e l'elezione al consolato del 70, il primo consolato congiunto di Marco
Licinio Crasso e Pompeo Magno (si faceva chiamare così già dalla fine degli anni 80).

Questo consolato congiunto del 70 sarebbe stato l’anno in cui due sillani invalidano le riforme di Silla che
piacevano meno, a cominciare dalla legge riguardante i tribuni. I tribuni vengono reintegrati in tutti i loro
poteri, possono porre il veto contro chiunque, possono proporre le leggi senza la preventiva approvazione
del Senato. Dopo la lex Aurelia del 75, il consolato congiunto di Pompeo e Crasso abbatte la riforma di
Silla, inerente alla riduzione del potere dei tribuni.
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Quel patto che Roma aveva fatto con Attalo III di Pergamo, nel II secolo a.C. (erano interessati al suo
regno, o se lo prendono con la guerra o quando muore di morte naturale lo lascia in eredità), si è rivelato
una formula molto fortunata, piaceva a Roma e piaceva anche agli interessati, tant’è che l'avevano
proposta anche a Nicomede di Bitinia che aveva accettato. Nel 74 Nicomede, muore di morte naturale, il
testamento doveva andare ad effetto. Mitridate nel 74 (per questo non può aiutare Sertorio) invade la
Bitinia dal Ponto, dichiara il testamento falso, tiene un discorso contro la rapacità di Roma e si candida ad
essere il campione della libertà. Aveva trovato il modo perfetto per cercarsi una guerra.

Nel 73 i comizi centuriati dichiarano la guerra a Mitridate e inviano i consoli del 74, Cotta e Lucullo che da
noi è familiare soprattutto per la sua proverbiale golosità, i “banchetti luculliani” sono entrati nel nostro
vocabolario, anche se si fa riferimento a Lucullo soprattutto quando si ritira dalla vita politica e si dedica
appunto a questa vita di inattività. Cotta è sconfitto sul mare della prima battaglia a Calcedonia, è Lucullo
che riesce a sconfiggere Mitridate sempre nel 72 sia a Cizico che a Cabiria, la guerra non volge così bene
a Mitridate che nel 71 invade il Ponto e costringe Mitridate alla fuga, Mitridate che è in alleanza con il
genero Tigrane di Armenia, si rifugia in Armenia.

Nel 70 Lucullo commette due gravi errori, sono la conseguenza del suo modo di interpretare il ruolo di
generale, comandante: da un lato una rigida disciplina militare, non permetteva ai soldati alcun
saccheggio, non capito l’importanza di coltivarsi la componente militare professionale, dall’altro lato
impedisce coloro che esercitavano la finanza di taglieggiare i provinciali con tasse troppo esose e troppo
alte sui limiti, procede a una riorganizzazione amministrativa della provincia d’Asia che colpisce i
cavalieri, i quali cominciano a fare pressione sul Senato perché si togliesse a Lucullo il comando della
guerra contro Mitridate, il problema è che Lucullo stava portando avanti bene e non era facile motivare una
sostituzione, poi nel 70 Pompeo è ancora console. Mitridate si rifugia in Armenia dal genero Tigrane,
Lucullo si mette all'inseguimento di Mitridate e nell'ottobre del 69 Mitridate banalmente pregò il genero
Tigrane di non attaccare in campo aperto, non accettare una campagna campale, Tigrane non lo ascoltò e
l’esercito di Lucullo sconfisse gli eserciti congiunti di Tigrane e di Mitridate. Gli eserciti orientali non
riuscivano assolutamente a sconfiggere, nemmeno a impegnare un po’ in battaglia le legioni romane se
accettavano il corpo a corpo, gli eserciti orientali che faranno penare i romani saranno quelli di quei popoli
che non accettano il corpo a corpo e puntano su altre tattiche di battaglia, quelle che avrebbero fatto
piangere Crasso ma non solo. C’è un’azione di disturbo che viene portata avanti da alcuni elementi
dell’esercito di Lucullo che da sempre sono guardate con sospetto dagli studiosi moderni e già da qualche
fonte antica, per esempio Publio Clodio Pulcro (futuro tribuno del 58) si rende protagonista di un tentativo di
insurrezione, sparge il seme del malcontento fra i soldati. Il risultato fu che tra la pressione dei cavalieri
Senato e quella di alcuni soldati dell’esercito (da mettere in relazione con questo scontento che c’era a
Roma), al primo insuccesso a Lucullo sarebbe stata tolta la guerra contro Mitridate. L’insuccesso arrivò,
proprio quando dopo che Triario, un legato di Lucullo, venne sconfitto in uno scontro di piccolissimo
cabotaggio in Mesopotamia a Zela, i soldati di Lucullo fanno ammutinamento e si rifiutano di ubbidire
ulteriormente agli ordini, chiedevano la sostituzione del comandante.

A Roma, nel 70, Crasso e Pompeo continuano a portare avanti il loro consolato e il loro progressivo
superamento di alcune (non di tutte) delle riforme sillane. Viene fatto un censimento, per la prima volta
dalla guerra sociale i nuovi cittadini vengono immessi nelle tribù, in tutte le tribù. Roma si sobbarca al
rischio di vedere mutati i propri equilibri elettorali. Le giurie delle quaestiones perpetuae vengono
tripartite: un terzo dei giudici sarebbero stati di rango senatorio, un terzo dei giudici sarebbe stato di rango
equestre, un terzo dei giudici sarebbe stato composto dai tribuni aerarii (non sappiamo chi sono, sono state
fatte delle ipotesi: la più probante delle quali vuole che i tribuni aerarii vuole che i tribuni aerarii siano coloro
che erano per censo appena al di sotto dei cavalieri, ma non ci sono certezze, gli storiografi danno per
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scontato che il lettore lo sappia, parlavano ai contemporanei. Siccome ci sono i senatori e i cavalieri,
saranno quelli che sono potenti ricchi appena al di sotto de cavalieri, sembra un’ipotesi di buon senso). La
censura viene ripristinata e i tribuni hanno ripreso il potere.

C’è il problema dei pirati: negli anni 60 Roma avrebbe deciso di porre fine a queste questioni. La pirateria
non poteva essere ulteriormente supportata, per cui viene proposta una legge da un tribuno della plebe.
Gabinio, che Pompeo avrebbe ricompensato poi con una prestigiosa carriera politica e perfino con il
governatorato della Siria nel 58, propone una legge secondo la quale bisogna concedere a Pompeo un
imperium proconsulare infinitum, cioè senza confini, per poter combattere i pirati nel Mediterraneo. Parla
a favore di questa legge perfino Giulio Cesare che in realtà doveva essere il leader dei populare, nipote di
Gaio Mario quale era, ma Cesare fin da allora interpreta in maniera molto elastica il ruolo di leader
popularis e si guardava bene in quel momento dall’inimicarsi Pompeo. Sulla base di questo posizionamento
di Cesare favorevole a Pompeo, possiamo capire che negli anni 60 queste categorie di mariani e sillani
sono ormai superate e la scena politica si andava organizzando sotto altre dinamiche. Avevano
preventivato che Pompeo, nella migliore delle ipotesi, nel giro di qualche anno avrebbe ridotto la portata
della pirateria nel Mediterraneo. Nel giro di 3 mesi Pompeo ripulisce tutti i mari da qualsiasi pirati, li
sconfigge tutti e a molte navi toglie i rostri e ci abbellisce casa sua a Roma, esponendoli sulla facciata. Fu
un successo senza precedenti, così quando bisognava trovare un sostituto per Lucullo, in quegli anni il
nome si imponeva da solo.

Un altro tribuno della plebe, Manilio, fa una proposta di legge che avrebbe sostenuto anche Marco Tullio
Cicerone - Pro lege Manilia de imperio Gnaei Pompei, una delle orazioni più celebri in cui viene assegnato
a Pompeo il comando della terza guerra mitridatica in sostituzione di Lucullo, le fonti ci attestano il loro
incontro, Lucullo fu molto rigoroso nel consegnare il comando a Pompeo e nel tornare a Roma, da quel
momento Lucullo sarebbe stato nemico indomabile di Pompeo.

L'imperium proconsulare maius, cioè più grande, maggiore in caso di conflitto rispetto a quello di
qualsiasi altro governatore di qualsiasi provincia. Quindi se ci fosse stato un conflitto di competenze,
l’ultima parola sarebbe stata di pompeo perché il suo imperium era maius. Pompeo è un dominatore
assoluto in questo momento della scena politica romana, ha preso il posto, dopo Porta Collina, che aveva
avuto Silla.

Pompeo porta avanti la guerra, fa subito un trattato con i Parti e si garantisce la loro neutralità, non era
scontata. Questa popolazione si era assestata in una zona che corrisponde all’incirca all’Iran e all’Iraq
attuale era stata cercata da Mitridate per un’alleanza con lui e Pompeo riesce a ricondurlo alla neutralità.
Sallustio ci conserva l’epistola di Mitridate al re dei Parti in un frammento delle Historiae. Affronta e
sconfigge Mitridate alla valle del Lico e Mitridate poi si suiciderà nel 63, tramontava con lui quella che era
stata una grande minaccia per Roma.

Pompeo va oltre la sua missione, la spedizione di pompeo diventa una passeggiata trionfale in Oriente:
conquista la Siria e la provincializza (sarebbe stata una provincia di importanza capitale: la provincia che
costituiva la porta per qualsiasi spedizione contro i Parti in futuro ma anche per qualsiasi prospettiva di
commercio con i grandi imperi orientali, era la porta su Oriente, tant’è che durante l'impero sarebbe stata
insieme alle due Germanie, la provincia sulla quale gli imperatori schieravano il maggior numero di legioni,
quattro legioni del principato erano d’istanza stabilmente in Siria.

Giunge ad ingerire perfino nelle questioni inerenti al comando del regno di Giudea, dove stabilisce lui chi
deve regnare, dopo aver espugnato il tempio di Gerusalemme. Crea dai regni di Nicomede e di Bitinia e di
Mitridate suicidatosi la provincia del Ponto-Bitinia, Roma sta prendendo possesso di tutto il mondo
conosciuto, e riorganizza tutta l'amministrazione orientale, questi sono i cosiddetti Acta Pompei, tutte le
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azioni che ha fatto Pompeo ad Oriente, soprattutto la riorganizzazione amministrativa a cui Pompeo ha
proceduto ma che mancava ancora di un anello: il riconoscimento del Senato. Per il momento è
immediatamente esecutivo, Pompeo mette tutto per iscritto, ogni città, ogni zona, quanto deve pagare
tasse, quante sezioni ha, poi il dossier viene mandato al Senato che dovrebbe ratificarlo, in genere il
conquistatore faceva questa proposta che il Senato modificava in piccolissima parte al massimo o ratificava
direttamente. A Roma molti avevano paura che Pompeo tornando si sarebbe reso protagonista di un ritorno
simile a quello di Silla (prendere possesso di Roma, proscrivere gli avversari, metterli a morte e prendere
tutto), a Roma c’è il terrore. Crasso, pur essendo stato un sillano come Pompeo, avendo fatto il console
con lui, fatalmente era in competizione con Pompeo, mentre Pompeo parte per tornare in Italia, lui lascia
l’Italia e sta un anno in giro per il Mediterraneo, ha paura di aspettare a Roma il ritorno di Pompeo, invece
Pompeo fece un ritorno istituzionale al massimo. Alla fine del 62 sbarca a Brindisi e congeda il suo esercito
(li ringrazia e promette in breve tempo terreni). Con questa fiducia, Pompeo torna a Roma dopo aver
deposto l’imperium. C’è una parte della cittadinanza che realizza miglioramenti del proprio tenore di vita,
c’è una parte dell'aristocrazia che si rende protagonista di grande ascese, c’è un’altra parte che invece era
oberata dai debiti e riguardava anche l’aristocrazia, non soltanto il popolino: essere di rango senatorio
comporta avere una vita molto dispendiosa (le campagne elettorali, l'esercizio delle cariche, il
mantenimento delle bande paramilitari di scorta, è tutto a proprie spese).

CONGIURA DI CATILINA

Anche un aristocratico di alto lignaggio poteva indebitarsi notevolmente, era il caso di Lucio Sergio
Catilina, appartenente alla gens Sergia, una delle più nobili di Roma. Nasce nel 108, quindi appena prima
di Pompeo e Cicerone, compie il cursus honorum e nel 78 è questore (è congruente con le magistrature il
fatto che è questore nel 78? Si, ha 30 anni). Raggiunge l’edilità nel 71, è pretore nel 68 e va a governare
l’Africa vetus nel 67/66. È la classica carriera di un aristocratico. Tornato dall’Africa fa quello che facevano
gli aristocratici dell'epoca, cioè candidarsi al consolato, però gli capita altresì quello che capitava a quasi
tutti i governatori all’epoca, cioè viene accusato di concussione per il governo provinciale. In provincia tutti
cercano di farsi della spese, erano tutti ricchi, Catilina no ma in generale gli altri si. Siccome viene accusato
di concussione e non è ancora entrato in carica, deve ritirarsi dalla competizione elettorale. Ha perso
l’occasione. Nel 64 si candida per il consolato del 63 con il sostegno importante di Giulio Cesare e
soprattutto di Marco Licinio Crasso (è il più ricco di Roma, mentre Pompeo è in Oriente) che finanzia
senza limiti di spesa la campagna elettorale di Catilina perché vuole un console che faccia leggi a suo
favore (lui è stato console nel 70 e fino al 59 non può essere console, quindi deve trovare qualcuno che
faccia quello che si attende e finanzia la sua campagna elettorale - è rimasta quella norma delle riforme di
Silla che prevedeva 10 anni fra un consolato e l’altro, questo è a monte di tutti i problemi degli anni 50 oltre
che degli anni 60).

L’aristocrazia ottimate ha paura di Catilina, che però non ha ancora il programma estremistico che gli
attribuisce Sallustio (anticipa troppo i piani rivoluzionari di Catilina che nel 64 non può ancora aver bandito
la bandiera dell’abolizione di tutti i debiti, perché era finanziato da una persona presso la quale metà Roma
era debitrice, quindi non è che Crasso che presta i soldi a mezza Roma finanzia la campagna elettorale di
uno che vuole abolire i debiti), è chiaro che il programma fosse più moderato ma fa paura lo stesso
all’aristocrazia conservatrice che si compatta, si mobilita e riesce a contrapporre Catilina a due candidati
che vincono tutti e due: Marco Tullio Cicerone e Gaio Antonio Hybrida (zio di Marco Antonio, futuro
triumviro).

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Crasso e Cesare la chiudono qui e considerano Catilina un cavallo perdente, ma Catilina ci prova da solo.
Questa volta fa lega con le popolazioni dell’Etruria che avevano perso il campo a favore dei sillani e con gli
umili sia dell’Etruria che dell’Umbria cerca di aspirare al consenso del popolino di Roma, cerca il voto di
coloro che erano in difficoltà, anche fra l’aristocrazia romana. Catilina sperava di coalizzare tutti coloro che
erano in difficoltà anche per l’aristocrazia, perché Cornelio Lentulo Sura era un suo sostenitore, il patrigno
di Marco Antonio, colui che la mamma del futuro triumviro Marco Antonio aveva risposato dopo che il primo
marito padre di Marco Antonio era morto a Creta non avendo il coraggio di tornare a Roma. Questa volta la
campagna elettorale ha tinte estreme, Catilina proclama che eletto console si sarebbe reso artefice di una
legge per le tabulae novae, erano i registri su cui erano iscritti i crediti, quindi i debiti di chi doveva pagare,
vengono azzerate, buttate via e prese nuove, era l’abolizione dei debiti.

Cicerone che è console in carica prende in mano la situazione e si incarica con l’aristocrazia ottimate di
sabotare la possibilità di elezione di Catilina, i comizi sono convocati generalmente per la fine di luglio,
d’estate vengono eletti i consoli per l’anno successivo (quindi i consoli del 62 devono vincere le elezioni
nell’estate del 63). Il giorno delle elezioni Cicerone ha visto un auspicio negativo e fa posticipare i comizi,
questo comporta la rovina per un candidato la cui base di sostegno viene da fuori Roma (chi dall’Etruria si
era sobbarcato per un viaggio di vari giorni per arrivare a Roma non poteva fermarsi lì settimane, spendeva
per il soggiorno, aveva speso per il viaggio e mentre stava lì non faceva niente. Molti dei suoi sostenitori,
vedendo che le elezioni venivano posticipate all’infinito tornava in Etruria. Cicerone riesce a far posticipare
le elezioni per tutto agosto, tutto settembre e per tutta la prima parte di ottobre. Catilina capisce che ormai
la via istituzionale gli era preclusa e comincia a far raccoglie da un suo collaboratore, Manlio, un esercito
armato in Etruria, eventualmente impiegabile per una marcia su Roma. Il piano A era vincere le elezioni, se
non ci fosse riuscito il piano B era la marcia su Roma. IL 21 ottobre Cicerone è riuscito ad apprendere i
piani eversivi di Catilina e li denuncia al Senato che emana un senatus consultum ultimum permanente
che organizza Cicerone a dotarsi di una scorta armata. I comizi vengono rinviati al 28 ottobre, Catilina
perde le elezioni.

Perché nemmeno la plebe di Roma è stata attratta dai piani di Catilina che voleva abolire i debiti? A Roma
gli indebitati erano tanti ma necessariamente circoscritti al popolino, la milizia professionale aveva offerto a
molti una via d’uscita dalla povertà, quelli che non riuscivano a vivere senza i prestiti di qualcuno, in realtà
non avevano interesse all’abolizione una tantum dei debiti, perché chi vive ogni mese contraendo un nuovo
debito per pagare quello precedente, una volta che c’è una norma che azzera i debiti, dal mese successivo
non avrebbe trovato più nessuno a prestargli ancora soldi, perché viene minata la fiducia del sistema. Se
un creditore si vede approvare un provvedimento per cui i soldi che ha prestato, legittimamente, si possono
non rimborsare, dal mese successivo non presta più niente a nessuno, non si fida più. Quindi i debitori
strutturali di Roma non sono attratti da questa misura, che avrebbe reso impossibile trovare altro credito. E
una riforma che può solleticare solo chi si è indebitato una tantum per un caso avverso della vita e non avrà
mai bisogno di altri prestiti, riguardava pochissimi, la maggior parte erano debitori strutturali e quindi non
erano attratti da un programma che avrebbe reso quasi impossibile l’accesso al credito a Roma. Questo
per chi ha un’attività significa quindi un’eventuale chiusura dell’accesso al credito.

Alla fine di ottobre in Etruria l’esercito di Manlio comincia a saccheggiare le campagne organizzato in
formazione militare. Nella notte fra il 6 e il 7 novembre Catilina e i suoi decidono di attentare alla vita del
console Cicerone. Canfora, nel suo recente volume su Catilina, sottolinea che Cicerone aveva un
attivissimo servizio di spionaggio. Lo decidono la sera inoltrata del 6 novembre e pochi minuti dopo
Cicerone ne è già informato, secondo le fonti uno dei congiurati lo rivela alla propria amante che lo rivela a
Cicerone. In realtà Cicerone aveva degli informatori infiltrati e sa sempre in anticipo le mosse dei catilinari.
Quindi Cicerone l’8 novembre mattina, dopo che è scampato a quell’attentato contro il quale si è premunito
99
(si è barricato in casa e ha messo le sue scorte paramilitari a protezione, l’attentato fallisce), denuncia la
cosa in Senato, ed ecco la prima Catilinaria: “Fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza?” L’8 e
il 9 novembre vengono pronunciate in Senato la prima e la seconda delle Catilinarie.

Nel frattempo il collega di consolato Gaio Antonio Ibrida viene inviato con un esercito in Etruria per
reprimere l’insurrezione di Catilina. A metà novembre il Senato dichiara Catilina hostis publicus, chiunque
lo può uccidere impunemente, nessuno gli può dare interdictio aqua et igni (nessuno gli può dare “acqua e
fuoco”, cioè i simboli dell’ospitalità, chi gli dà protezione rischia la pena capitale). Catilina riesce a fuggire
da Roma e si porta in Etruria. A Roma uno dei suoi rappresentanti è il patrigno di Marco Antonio, Lentulo
Sura. I catilinari hanno bisogno di trovare una carta vincente e credono di averla trovata nella presenza a
Roma degli emissari di un popolo che abitava la Gallia Narbonense, gli Allobrogi. Erano vessati dalla
rapacità fiscale che Roma attuava nella provincia della Gallia Narbonense e sono venuti a Roma a
chiedere una remissione delle tasse. I catilinari li contattano e cercano di convincerli a un appoggio armato
all’esercito di Manlio in Etruria. Gli Allobrogi però non si fidano e fanno il doppio gioco: fingono di prestarsi
al patto con i dettagli dell’alleanza, dopodiché si fanno prendere, era tutto concordato, con queste lettere in
mano che vengono esibite al console Cicerone il 2 dicembre del 63 a.C. Così il 3 e il 5 dicembre vengono
pronunciate da Cicerone la terza e la quarta Catilinaria.

I catilinari che erano rimasti a Roma sono tratti in arresto con l’accusa di perduellio (“alto tradimento”). C’è
una riunione senatoria per decidere cosa fare dei catilinari presi a Roma, sono tutti d’accordo per la pena di
morte tranne Giulio Cesare, è stato eletto da poco pontefice massimo e sta già in senato perché ha
ricoperto le tappe del cursus honorum, fa uno strano discorso che gli è valsa l’accusa di complicità con i
catilinari. Dice che bisognava tenere semplicemente in prigionia i catilinari in attesa che sopita l'emergenza
bellica in Etruria si potesse fare luce più in dettaglio per acclarare i fatti. Alla fine, grazie anche al discorso
di Catone (Sallustio ci riporta tutti e due nel Bellum Catilinae), i catilinari sono condannati a morte e
Cicerone lo fa molto velocemente, era ancora vigente il senatus consultum ultimum che in teoria
sospendeva le garanzie costituzionali, quindi Cicerone li fa portare nel Tullianum, la parte più riposta del
carcere mamertino e li fa strangolare. Non si era permesso a dei cives a chiedere la grazia ai comizi
centuriati.

Il senatus consultum ultimum non sospende le garanzie istituzionalmente previste per i cittadini romani?
Evidentemente l’istituto, dal 121 al 63 era andato attenuandosi e forse non si poteva decidere così a cuor
leggero di sospendere le garanzie istituzionali. Questo perché nel 58, il tribuno della plebe Clodio, avrebbe
mandato perfino Cicerone con l’accusa di non aver permesso ai catilinari di chiedere la grazia.

Manlio si porta in Etruria contro Catilina, l’operazione viene condotta soprattutto da Marco Petreio, Catilina
nel gennaio del 62 viene sconfitto e ucciso presso Pistoia. Sallustio avrebbe eternato la fine di Catilina
dando origine a quella creazione letteraria che Antonio la Penna nel ‘76 brillantemente definì “il ritratto
paradossale”. Personaggio che tutta la vita ha seguito delle cause sbagliate ma che in punto di morte rivela
quali qualità avesse e quanta utilità la sua vita avrebbe potuto rivestire per la repubblica se fosse stata
messa al servizio di cause più giuste. È una creazione letteraria che riguarda più pagine della letteratura
latina: Virgilio nella morte del tiranno Mezenzio, Tacito nella morte di Petronio ecc.

GIULIO CESARE

È il dominatore assoluto della scena romana dell’ultima repubblica. Nasce nel 100 da famiglia patrizia. È
nipote di Gaio Mario, perché Mario ha sposato la sorella del padre di Cesare, quindi Mario è lo zio di
Cesare. Cesare nella seconda metà degli anni ‘80 ha sposato Cornelia, figlia di Cinna (il leader mariano
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assassinato nell’insurrezione di Ancona nell’84). Quindi Cesare si schiera subito con i mariani, quindi con i
populares. Silla lo avrebbe poscritto e Cesare scappa da Roma per evitare di essere ucciso, va in Oriente e
torna a Roma nel 78. Riparte ancora per la Grecia dove va a studiare retorica come tutti gli romani, la
Grecia è un soggiorno di formazione pressoché obbligato.

Nel 70 c’è una grande occasione, muore Giulia, la vedova di Mario e Cesare ne pronuncia l’elogio funebre:
è inconsueto, perché in genere non si facevano per le donne, in questo caso viene onorata una donna,
Cesare approfitta dell'occasione, fa rialzare e portare in corteo le statue di Mario. Così anche visivamente si
staglia sulla scena come colui che ha assunto la missione di rivitalizzare i populares.

Rimane vedovo e nel 68 sposa la nipote di Silla, quel silla che l'aveva voluto proscrivere. Nel 67 appoggia
la lex Gabinia per conferire a Pompeo l’imperium contro i pirati. Quindi è un uomo che si configura come un
leader popularis, ma che parteggia anche con la parte opposta, è molto attento a cercare tutte le
opportunità sulla scena. Nel 69 è questore. Nel 65 è edile. Ha 35 anni e l’età minima per l’edilità è 36 (deve
averla al momento della candidatura), ma è congruente perché Silla, nel suo disegno conservatore aveva
previsto un vantaggio per gli ormai pochi membri. I membri delle famiglie patrizie hanno un anticipo di due
anni sulla candidatura alle cariche, quindi il limite d’età per l’edilità è 36 anni ma siccome appartiene alla
gens Iulia, famiglia patrizia, già ai 34 anni si può candidare per l’edilità, quindi a 35 anni è perfettamente
congruente. Nel 62 è pretore e nel 61 è propretore in una delle due Spagne, la Spagna Ulteriore. Va a
governare la Spagna, qui c’è un aneddoto che è rivelatore ( le fonti antiche non creano a caso gli aneddoti:
Cesare mentre sta leggendo un libro scoppia a piangere, si parlava di Alessandro Magno che a 33 anni
aveva conquistato il mondo, lui ne aveva 39 e riteneva non aver combinato ancora niente, quindi piange.
L’imitatio Alexandri sarà un mito per tutto il I secolo a.C., cioè ripetere le gesta di Alessandro Magno.
Sempre secondo un aneddoto, Cesare torna a Roma in anticipo da questo governatorato della Spagna
ulteriore, perché doveva inseguire quello che diventa il suo obiettivo, diventare console ma soprattutto dopo
il consolato compiere una grande impresa che lo consacrasse come un grande leader militare al livello di
Pompeo, di Silla, di Mario.

SCENA POLITICA DELLA FINE DEGLI ANNI 60

In Senato c’è una fazione molto ben rappresentata di aristocratici conservatori che però va divisa in due
parti:

1.​ OPTIMATES: c’è una minoranza conservatrice molto agguerrita che prende il nome di optimates, è
rappresentata soprattutto da Catone, Bibulo, Favonio e Lucullo che sono gli aristocratici più
intransigenti. Sono intransigenti, ostinati nel non voler adottare nessuna misura che possa venire
incontro agli ultimi, ai bisognosi, ai poveri (per esempio l’assegnazione dei terreni dello Stato), sono
intransigenti anche nel non voler permettere ai vincitori delle guerre alcuna ascesa al di fuori del
perimetro istituzionale. C’è una totale chiusura da parte degli ottimati nei confronti di chi intendesse
porsi al di sopra di un’uguaglianza livellatrice;
2.​ BONI: sono i conservatori più moderati. La maggioranza degli studiosi tratta sinonimicamente
optimates e boni, come se fossero una stessa formazione, ma questo impedisce di capire eventi
come quando una parte dell’aristocrazia si dissocia dall’altra e ribalta le votazioni, perché sono due
ali contrassegnate da un diverso grado di conservatorismo. I boni sono conservatori moderati che
strumentalmente, proprio perché non vogliono perdere buona parte del sistema di governo
repubblicano, dei protocolli di quel sistema, non vogliono perdere il sostanziale monopolio de beni
dello Stato, si rendono però conto che alcune concessioni andavano fatte ai troppo poveri e ai
troppo potenti, altrimenti il sistema non avrebbe retto e sarebbe stato spazzato via. Quindi dare una
101
parte per non perdere tutto, per mantenere il sostanziale controllo di tutto. Cicerone dava un
giudizio molto eloquente di Catone in una lettera ad Attico, in una di quelle lettere che era convinto
che nessuno avrebbe mai letto: Catone, uomo onestissimo ma crede di vivere come nelle
Repubblica di Platone invece che nella feccia di Roma. Era fuori dal mondo, chiuso in un idealismo
che gli faceva perdere di vista la realtà. La realtà era che c’erano personaggi che avevano vinto
guerre su guerre e controllavano decine di migliaia di soldati pronti a tutto. Di fronte a questa realtà,
una bella frangia di senatori anziani, con la toga inamidata e imbellettata che al massimo
controllavano 5 o 6 persone di scorta, non avrebbero potuto far niente se questi “warlords” (“signori
della guerra”) avessero deciso di passare all’azione di forza. Ne avevano avuto dimostrazione già
nel 71 quando Crasso e Pompeo decidono di prendersi il consolato e non ne avevano potuto fare
niente. I boni questo lo capiscono, gli ottimati no, è questa la grande differenza. Negli anni 50, in
tutte le battaglie politiche, i boni cercano sempre di non far spezzare la corda, pur volendo
conseguire spesso lo stesso obiettivo degli ottimati, ma gli ottimati sono troppo intransigenti,
sembravano e sembrano tutt’ora, anche gli studiosi professionali, non aver capito che il vecchio
mondo non c’era più, che si era dopo le riforme di Mario in una Repubblica in cui il Senato poteva
essere visto come un nemico alla stessa stregua dei Parti se non veniva a miti consigli.

Pompeo si era comportato in una maniera che definire protocollare è ancora limitativo, ha vinto, ha
conquistato, ha ingrandito Roma, ha proposto la riorganizzazione amministrativa al Senato, ha congedato
l’esercito, si è ritirato a casa sua aspettando che il Senato legiferasse. Il Senato non riconosce i suoi atti,
prende tempo e non assegna i terreni ai suoi veterani, pilotato dalla corrente ottimate stata portando
Pompeo all’esasperazione. Un comandante dell’epoca non regge allo scacco di vedersi umiliato dal Senato
che non riconosce i suoi atti e non premia i suoi veterani, è una situazione di fallimento. Pompeo aspetta e
secondo delle moderne interpretazioni (si è parlato di “tempesta in una tazza di tè”, espressione inglese,
noi diremmo “in un bicchier d’acqua”) il Senato avrebbe voluto procedere a una ratifica non in blocco degli
atti di Pompeo. Questo sfugge a Pompeo che provvede, è in una situazione di congelamento, non ha altri
incarichi e non gli viene riconosciuto ciò che sarebbe stato doveroso aspettarsi, celebra un trionfo
gigantesco ma in concreto non succede niente, solo tanti applausi. Pompeo inizia a guardarsi intorno.

Cesare torna dalla Spagna con questa grande ambizione: avere una grande impresa.

Crasso torna a Roma, dopo che l’aveva lasciata quando tornava Pompeo e assiste sulla scena nel cercare
una direzione di impiego dei suoi sterminati fondi, doveva lanciarsi in qualche nuova avventura politica ma
non riusciva a individuare quale.

Il Senato senza ancora avvedersi di nulla, comincia a temere che qualcuno potesse candidarsi senza la
mano del Senato alla campagna di candidatura per il consolato del 59, nel 60. Allora il Senato si cautela,
per la lex Sempronia, le province che i consoli sarebbero andati a governare dopo l’uscita di carica dal
consolato, dovevano essere decisi prima che venissero eletti i consoli stessi.

➔​ Primavera del 60: si stabiliscono le province per l’anno 58, province che dal 1 gennaio 58 i consoli
del 59 avrebbero governato;
➔​ nel luglio si fanno le elezioni per i consoli del 59 cosicché quando vengono assegnate le province
del 60 per il 58 non si sa ancora quali sono i consoli del 59. Nel dubbio che potesse essere
qualcuno sgradito al Senato, nella primavera del 60, le province consolari per il 58 sono province di
piccolissimo cabotaggio, Silvae Gallesque, sistemare le zone del Bruzio (attuale Calabria).

Questa fu una doccia fredda per Cesare ma non se ne preoccupò più di tanto, una volta diventato console
con il giusto sostegno poteva tornare su questa decisione. Secondo la maggior parte della fonti fu Cesare a
prendere l’iniziativa: sonda Pompeo e sonda Crasso. A Pompeo chiede se fosse contento dello status quo,
102
sicuramente avrebbe risposto no e avrebbe risposto no anche lui (c’è la fazione ottimate che controlla il
Senato e a noi che possiamo contribuire al benessere di Roma ci taglia le ali). A Crasso, con cui era in
buonissimi rapporti (avevano sostenuto insieme Catilina e quando Cesare stava per partire per la Spagna e
viene bloccato dai creditori, i debiti contratti durante l’edilità del 65, è Crasso che presta a cesare i soldi per
placare momentaneamente i creditori con un anticipo), dice di avere un’idea che potrebbe essere utile per
appoggiare qualcuno.

Riesce a convincere Crasso e Pompeo a un’alleanza, quindi si crea un’alleanza a tre: Cesare, Crasso e
Pompeo.

-​ Cesare vuole fare il console per avviarsi a una grande impresa, il Senato ha capito che è ambizioso
e cerca di boicottarlo;
-​ Pompeo deve vedersi riconosciuti i suoi atti amministrativi in Oriente e avere i terreni per i suoi
veterani;
-​ Crasso cerca sempre occasioni per incrementare le proprie ricchezze.

Allora Cesare propone che se lo fanno diventare console, cioè devono trovargli i fondi per la campagna
elettorale e dire alle persone che controllano (decine di migliaia) di votarlo per il consolato, quando
diventerà console farà leggi che torneranno utili a tutti e tre, con il loro bacino di voti devono aiutarlo a farle
approvare, così lui diventando console risolve i problemi di tutti e tre.

Quindi il cosiddetto “PRIMO TRIUMVIRATO” che non si chiamava così perché la denominazione subentrò
soltanto con il XVI secolo, gli antichi parlavano di “mostro a tre teste”, è un accordo informale mantenuto il
più a lungo possibile segreto (sarebbe rimasto segreto almeno fino al febbraio del 59) finalizzato a far
eleggere Cesare al consolato. Quindi tre primi attori sulla scena politica si coalizzano tra loro per cercare,
unendo le forze, di superare il blocco che il conservatorismo dell’aristocrazia senatoria voleva imporre alle
loro ambizioni.

L’aristocrazia senatoria ottimate candida alle elezioni a sua volta un uomo gradito, il genero di Catone,
Marco Calpurnio Bibulo. Alle elezioni dell’estate del 60 per il consolato del 59 sarebbero stati eletti
proprio Bibulo e Giulio Cesare. Sarebbe stato un anno estremamente fertile di eventi che avrebbe
innescato una dinamica alla quale, nel giro di qualche decennio, la Repubblica non sarebbe sopravvissuta.

103
Lezione XIII - 24/03: ANNI CINQUANTA​
Gli anni 50, come gli anni 40, sono un decennio di eventi significativi a vari livelli: Roma si espande in più
direzioni, nel contempo sembra implodere dal punto di vista della scena politica interna.

-​ 59 Consolato di C. Giulio Cesare e M. Calpurnio Bibulo


-​ Cesare presenta una serie di proposte di legge
-​ Periodi probabili per l'approvazione delle proposte di legge:

marzo Lex Vatinia de provincia Caesaris

marzo I Lex lulia agraria

marzo Lex Curiata per l'adozione di Clodio da parte di un plebeo

aprile Lex lulia de publicanis

maggio Lex lulia de actis Cn. Pompei confirmandis

maggio Il Lex lulia agraria et Campana

Il decennio si inaugurava con il 59 a.C., in conseguenza al primo triumvirato, Cesare era riuscito con
l’appoggio di Crasso e Pompeo a farsi eleggere console. L’aristocrazia ottimate organizzandosi,
compattandosi e investendo risorse, era riuscita ad affiancargli un esponente delle proprie file, il genero di
Catone Uticense, Marco Calpurnio Bibulo, si proponeva di boicottare le iniziative di legge che Cesare
come console avrebbe voluto.

La questione della datazione della maggior parte delle proposte di legge dell’anno del consolato di Cesare,
è una delle più complicate questioni della storia romana. Dagli anni ‘20 del ‘900 fino agli anni ‘60 del ‘900 vi
si sono cimentati studiosi di primissimo livello e tutt’ora ci si muove nel solco delle loro proposte alternative,
alla fine degli anni ‘60 non ci sono nuove proposte di soluzione al quadro ma solo l’adesione a una o alle
altre delle altre proposte alternative. Sono datazioni orientative e tutt’altro che solidissime, ognuna presenta
delle obiezioni.

Cesare comincia cercando di soddisfare Pompeo e nel contempo affermare il suo profilo di leader
populares, molto sollecito nei confronti dei bisogni di terra.

A febbraio, secondo Lily Ross Taylor addirittura il 1 gennaio, Cesare propone di assegnare ai veterani di
Pompeo che aspettano il terreno, come ricompensa delle milizie, ma altresì anche ai padri di famiglia
indigenti con 3 o più figli i fertili terreni del Lazio e della Campania (in questa fase, ad eccezione di una
particolare porzione dell’ager campanus: i terreni del centro Italia, soprattutto quelli del Lazio, ma non quelli
della Campania e non quelli dell’ager stellas). La legge viene proposta a febbraio, poi devono passare
(quando il Senato l’ha approvata) circa tre settimane (trinundinum) in cui la legge viene scritta, il popolo può
informarsi e poi si vota. Questa legge fu approvata nel marzo del 59.

Pompeo parla a favore di questa legge, dice che l’avrebbe difesa anche a costo di brandire la spada.
Secondo Giuseppe Zecchini è proprio con questo discorso in favore di questa legge di Cesare che si scoprì
il triumvirato, cioè che Pompeo, Cesare e Crasso erano d’accordo.

Bibulo cerca di opporsi alle iniziative del collega e lo fa con il vecchio sistema: annunciare che aveva visto
presagi sfavorevoli per far rinviare le votazioni (auspicia impetrativa) che, anche se non si palesano agli
occhi della gente, il console può dire di non aver visto in un rapporto particolare con gli dei, è un’arma
politica. Cesare, Pompeo e Crasso ricorsero a un altrettanto annoso espediente per far finire questo

104
istituzionalismo, tesero un agguato a Bibulo, con le proprie bande paramilitari accerchiarono Bibulo e la sua
scorta, insultarono e minacciarono il console e gli rovesciarono in testa perfino un secchio di sterco, da quel
momento Bibulo si chiuse in caso per tutto il resto dell’anno, infatti Svetonio definiva causticamente il 59
come l’anno del consolato “di Giulio e di Cesare” (nel senso che fece il consolato da solo perché l’altro si
chiuse in casa). Prima dell’approvazione della Lex Iulia Agraria, possiamo immaginare essere soggetta a
rinvio nella prima fase di opposizione di Bibulo. Cesare aveva fatto approvare un’altra legge, aveva chiesto
a un tribuno della plebe a lui legato, Batinio (nei Carmi di Catullo, spergiura sul suo consolato), di
presentare una legge (tecnicamente sarebbe stata una rogatio, quando approvato sarebbe stato un
plebisciutm), la Lex Vatinia de provincia Caesaris. Cesare aveva già avuto assegnata come Bibulo in
anticipo all’entrata in carica silvae gallesque (le legioni boschive e impervie del Bruzio), siccome a Cesare
non piaceva questa provincia, chiese al tribuno di fare una legge per cambiare provincia e con la Lex
Vatinia de provincia Caesaris gli viene assegnata una duplice provincia: l’Illirico e la Gallia Cisalpina. In
questa prima fase vengono assegnate Illirico e Cisalpina, a testimonianza del fatto che Cesare per la sua
impresa gloriosa pensava a una campagna contro i Geti contigui all'Illirico, è un progetto che avrebbe
ripreso nel 44 quando stava per partire contro i Parti ma in realtà stava per partire contro i Geti e i Parti,
quindi c’è questo progetto di conflitto ad est contro i Geti.

Il 20 marzo, Cesare riesce al massimo alla fine del mese, in un’altra manovra: consentire a Publio Clodio
di porre le premesse per la sua aspirazione a diventare tribuno della plebe, Clodio è un patrizio - come fa
un patrizio a diventare tribuno della plebe? Si deve far adottare da un plebeo, non è un’operazione facile,
doveva passare per i comizi curiati che se presieduti da un console emanano la Lex curiata de imperio, se
presieduti da un pontefice massimo si occupano di adozioni e ratifiche testamentarie. Ci voleva un
pontefice massimo compiacente, Cesare è lui stesso pontefice massimo, presiede i comizi curiati e fa
adottare Clodio da un plebeo, pochi giorni dopo (nell’aprile) Clodio si candida per ricoprire la carica di
tribuno della plebe per l’anno successivo, sarebbe entrato in carica il 10 dicembre del 59 fino al 9 dicembre
del 58 (le candidature si fanno in primavera e le elezioni d’estate). L’anno successivo la legislazione di
Clodio sarebbe stata dirompente per gli anni 50 e avrebbe avuto un significato enorme.

Cesare si è sistemato la sua provincia, si è fatto dare Gallia Cisalpina ed Illirico, ha accontentato Pompeo,
già a marzo con la I Lex Iulia Agraria, tra i triumviri Crasso ancora non ha ottenuto niente, ed ecco la Lex
Iulia de publicanis, remissione di un terzo del canone d’appalto per la riscossione dei tributi nelle province
d’Asia, sconto di ⅓ sulla riscossione del canone d’appalto della provincia d’Asia. Se per celere il credito
d’imposta della provincia d’Asia di 100, prima si pagava 70, poi c’è uno sconto ulteriore terzo, quindi da
quel momento si sarebbe pagato 47 addirittura, quindi il guadagno per i repubblicani era enorme, questo
beneficava Crasso in due maniere:

1.​ direttamente: tramite prestanomi era dentro questa società di riscossione delle tasse;
2.​ gli assicura il consenso dei cavalieri che si legano a lui: Crasso vuole una contropartita in termini
finanziari,che è una delle attività a cui si dedica.

Alla fine di aprile viene combinato un matrimonio che probabilmente viene celebrato il 1 maggio tra la figlia
di Cesare, Giulia, e Pompeo che aveva divorziato al ritorno dalla terza guerra mitridatica, quindi si era
allontanato dai Metelli, leader della fazione ottimate e si era avvicinato saldamente a Cesare che gli dà in
sposa la figlia. Il matrimonio tra Pompeo e Giulia è stato probabilmente uno dei matrimoni combinati più
felici della storia, perché i due andavano d’accordissimo, il legame era molto forte e proprio la morte di
Giulia di parto nel 54 sarebbe stata un vulnus non sanato per il triumvirato.

A maggio, subito dopo questo matrimonio, Cesare emana una legge per confermare tutta la risistemazione
mitrasiatica di Pompeo, l’altra cosa che Pompeo attendeva: ratifica tutto quello che aveva deciso a livello
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amministrativo e fiscale per i territori conquistati. Cesare fa emanare la legge, hanno risolto facendo
eleggere Cesare console i problemi di tutti, questo schema l’avrebbero replicato più avanti cambiando i
consoli.

Infine, questa volta un tributo al proprio profilo di leader popularis, Cesare decide di assegnare anche i
terreni fertilissimi della Campania (II Lex Iulia Agratia et Campana) che molte fonti fondono insieme alla
prima, ma è distinta ed è successiva, con cui anche i terreni dell’ager stellatis (campanus) vengono
assegnati agli indigenti, è un chiaro segno che Cesare voleva affermare il suo profilo di leader populares
(anche se Cesare per quest’aspetto sarebbe stato sempre molto prudente, cioè popolare ma non
estremista, i suoi fautori avrebbero recriminato su questa realtà nel momento in cui più avanti non volle
accondiscendere alla richiesta di tabulae novae, di azzeramento debiti, ciò che avrebbe innescato una
serie di disordini sociali).

Questa è la principale parte del programma di Cesare nel frattempo si trova un’occasione propizia. Si
determina una situazione per cui poteva essere necessario un intervento in Gallia Transalpina, perché il
popolo amico degli Edui aveva chiesto aiuto a Roma contro gli Elvezi che sconfinavano nel loro territorio
all’interno del movimento degli Elvezi in senso est-ovest che doveva portarli verso la costa atlantica in
cerca di territori fertili e di una soluzione al sovrappopolamento. Gli Elvezi sconfinano sul territorio degli
Edui e chiedono aiuto a Roma. Gli Edui avevano chiesto aiuto a Roma anche nel 61 perché minacciati
dai Suebi di Ariovisto ma il Senato non intendeva aiutare gli Edui contro Ariovisto che era stato dichiarato
socius et amicus del popolo romano. In quel maggio del 59 la situazione nel caso dell’appello degli Edui
contro gli Elvezi è diversa, perché c’è un console, Cesare, che non aspetta che un’occasione per la grande
impresa. A parte la Narbonense già provincializzata c’è tutta un’altra zona che potrebbe essere conquistata
e Cesare baratta subito questa prospettiva con quella della guerra contro i Geti, Cesare si fa assegnare
una terza provincia, la Gallia Transalpina, grazie anche all’appoggio di Pompeo che è diventato suo
genero.

Frank Burr Marsh nel 1927 propose di considerare la Lex Vatinia approvata da marzo, ma propose di
considerarla una legge che avrebbe previsto una concessione enorme e mai più ripetuta per Cesare che
secondo Marsh sarebbe a monte della facile approvazione di tutto il suo programma legislativo in così
breve tempo. C’è una lettera di Cicerone che fa riferimento a un exercitus Cesaris, un esercito di Cesare.
Secondo Frank Burr Marsh l’esercito sarebbe quello che avrebbe reclutato dopo l'approvazione della Lex
Vatinia per partire per le province da lui assegnate. La velocità e il successo della legislazione di Cesare si
spiegherebbero bene pensando a 10-20.000 legionari già assoldati a Cesare e già pronti a Roma accanto a
lui in attesa di partire. Il problema è che così si apre una porta a un assurdo costituzionale perché
bisognerebbe presupporre che Cesare stesse reclutando un esercito da proconsole mentre era ancora
console. In realtà le legioni si reclutavano appena il console usciva di carica, deponeva l’imperium
consulare, assumeva quello proconsulare e poteva partire. Molto meglio intendere l’exercitus Caesaris in
senso metaforico, cioè quella schiera di bande paramilitari di clienti e di alleati, di simpatizzanti, forse anche
con un riferimento ai soldati di Pompeo che mettevano Cesare in una posizione tale da poter forzare gli
eventi e ricorrere come nel caso di Bibulo all’intimidazione, non un fatto inedito a livello istituzionale. Un
valore metaforico dell’exercitus Caesaris è anche quello che sostenne anche Matthias Gelzer nel 1928
reagendo all’interpretazione di Marsh e che autorizzava anche ad altre fonti, Cicerone molto spesso usa
exercitus in riferimento a moltitudini sociali e Appiano parla di “cheir” che in greco significa “mano”
esattamente come “manus” latino, in riferimento a tutte le persone che gravitavano intorno a Cesare senza
bisogno di pensare a un esercito regolare vero e proprio.

Cesare alla fine dell'anno esce di carica e sarebbe partito per la Gallia dopo la metà di marzo. Il 10
dicembre era entrato in carica Publio Clodio Pulcro, si era distinto per la sua intraprendenza già quando
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al seguito di Lucullo, forse in combutta con i cavalieri di Roma, sobillava l’esercito e metteva in difficoltà
Lucullo, infine costringendolo a rassegnarsi all’inazione prima di essere sostituito dal Senato con l’invio di
Pompeo. Già il 4 gennaio, secondo un commentatore di alcune orazioni di Cicerone, Asconio Pediano
(famoso il commento alla Miloniana ma anche ad altre orazioni), ci permette di ricostruire molti eventi della
vita di Clodio, compresa la morte, per la quale è fonte anche più importante di Cicerone con la Pro Milone
(si cita con il nome dell'editore: Asconio Pediano, pagine 8-9, Clark).

Clodio è stato a lungo considerato una pedina nelle mani di qualcuno. Marsh amava immaginare che fosse
una pedina nella mani di Crasso, Theodor Mommsen pensava invece fosse una pedina nelle mani di
Cesare. In realtà è con gli anni 60 del secolo scorso che, soprattutto grazie a Erich Gruen ma non solo, si è
riconosciuta a Clodio un'ambizione e una linea politica autonoma, poteva accostarsi o all’uno o all’altro dei
personaggi importanti ma sempre con in vista la propria affermazione personale come leader della plebe
urbana, è sempre stata questa la sua aspirazione. L’anno prima nel marzo e nell'aprile si appoggia Cesare
ai triumviri ma già nell’agosto del 59 è dietro le quinte dell’attentato alla vita di Pompeo, è un uomo molto
deciso e segue una sua linea, può accostarsi e staccarsi improvvisamente da qualcuno e questo avrebbe
contraddistinto anche il suo rapporto con Cesare, in certi momenti molto stretto e in certi momenti Cesare
lo scaricò perché gli creava più problemi che consensi.

Il 4 gennaio del 58 c'è un pacchetto di leggi presentato da Clodio: Lex de collegiis - Si proponeva di
ripristinare ciò che il Senato aveva voluto evitare negli anni 60 perché foriero continuamente di tumulti e
scontri di piazza, l’associazionismo. Queste collegia erano associazioni professionali (corporazioni), la loro
esistenza metteva Clodio nella condizione di poter contare su un foltissimo seguito di persone da utilizzare
nelle bande paramilitari. Gli anni 50 del I secolo a.C. sono gli anni degli scontri in piazza, la lotta politica si
trasferisce in piazza e si combatte soprattutto a colpi di intimidazioni, di bande paramilitari. Clodio era uno
di questi leader e presto gli si sarebbe contrapposto Milone.

Un uomo che voglia assicurarsi il consenso della plebe, in qualche modo ha bisogno di inventarsi qualcosa
che potesse garantirgli l’adesione incondizionata. Già dai tempi dei Gracchi Roma cercava di venire
incontro alle esigenze degli indigenti vendendo il grano con il prezzo calmierato nei periodi di crisi. Cesare
che a sua volta vuole essere un leader popularis cominciò a distribuire i terreni. Clodio puntò sulle
frumentationes (distribuzioni gratuite di frumento), anche Cesare le avrebbe fatte più avanti ma con un
numero di beneficiari limitato, invece Clodio progettò di distribuire gratuitamente grano a un numero
illimitato di beneficiari, chi ne aveva bisogno lo prendeva. Questo è a monte anche di molte avventure in cui
si imbarcò la Repubblica romana, compresa quella di Catone a Cipro per incorporare il tesoro di Tolomeo.
Roma deve trovare nuove fonti di entrate per poter sostenere un programma costosissimo. Clodio si rese
autore di questo provvedimento che fu estremamente osteggiato dall’aristocrazia conserva con cui Clodio,
non a caso tribuno della plebe, entra in conflitto. Le sue leggi si approvano nei concilia plebis tributa quindi
l’aristocrazia con un programma ostile alle frumentationes non aveva speranze nelle votazioni dei concilia
plebis che però sono vincolanti per tutto lo Stato.

Lex de nota censoria, riguarda la possibilità di un censore di condannare qualcuno anche senza il
consenso di un collega.

Lex de iure et tempore legum rogandarum: gli autori sono ambigui, ce l’attestano Cicerone e altri ma en
passant, le fonti la danno per scontato perché parlano a contemporanei qualificati, parla degli effetti, non ci
riassume il principio, le fonti non si preoccupavano di far capire le cose a noi. Questa legge dovrebbe
vietare l’ostruzionismo messo in atto l’anno prima da Bibulo, avrebbe dovuto vietare il ripetersi di fenomeni
di quel tipo. Potremmo pensare a una legge che vietasse di annunciare auspici sfavorevoli in una riunione
comiziale. Questo però si rivela insostenibile perché ancora Marco Antonio, all’inizio del 44 diceva a
107
Cesare che vedeva auspici sfavorevoli quando Cesare, che era console con lui ma a metà marzo voleva
partire nella campagna contro i Parti, gli disse di voler mettere al suo posto Dolabella. Quindi si potevano
ancora annunciare gli auspici sfavorevoli. Evidentemente la legge di Clodio vietava l’annuncio di auspici
sfavorevoli non in caso di comizi elettivi, come sarebbe stato il caso dell’elezione di Dolabella console, ma
solo in caso di comizi per approvare le leggi, in effetti era quello che aveva messo in atto Bibulo. Però
notiamo che successivamente altri consoli annunciano presagi sfavorevoli anche in occasione di comizi
elettivi. Allora oggi si tende a pensare che la legge di Clodio impedisse l’ostruzionismo nel mondo in cui a
un certo punto l’aveva continuato a mettere in atto Bibulo, cioè dopo che si era chiuso in casa con degli
editti, probabilmente la legge di Clodio ribadiva che chi voleva opporsi invocando gli auspici doveva farlo
sul luogo dell’assemblea, essendo presente sul posto. Quindi sarebbe stata una legge per bollare l’operato
di Bibulo.

Successivamente Clodio fa approvare altre leggi: Lex de provinciis consularibus - è una legge con cui
vuole fare un favore ai consoli del 58, Bisone e Gabinio che a loro volta avevano avuto l’anno prima di
vincere le elezioni le province assegnate, chiunque vincerà le elezioni per il consolato del 58 sappia che le
province sono queste. Quelli che vincono nel 58 le vogliono cambiare, Gabinio voleva la Siria e Clodio gli fa
avere la Siria, poi Gabinio dovette sdebitarsi, per esempio Clodio chiese un favore per il suo amico Marco
Antonio, futuro triumviro, che voleva fare un’esperienza al suo seguito ma non voleva fare il subalterno,
voleva già un incarico di prestigio vincerà, il comandante della cavalleria, deve accontentarlo perché tramite
il comune amico Curione gliel’ha raccomandato Clodio (la politica funzionava per raccomandazioni).

Poi arriva una legge estremamente rilevante per la scena politica del momento: Lex de capite civis
Romani - approvata nella seconda metà di marzo, stesso giorno della Lex provinciis consularibus, questa
legge aveva un contenuto che all’inizio qualcuno poteva far finta di non capire. Chiunque avesse messo a
morte un cittadino romano senza concedergli la possibilità di appellarsi al popolo doveva andare in esilio.
Metteva a rischio Cicerone. Siccome ci sono ambiguità ne fa un’altra a metà d’aprile con nome e cognome,
Lex de exilio Ciceronis, Cicerone deve andare in esilio e nessuno deve ospitarlo a una distanza minore di
quella prevista perché altrimenti sarà condannato insieme a lui. Questa legge poté passare soltanto perché
i triumviri, nella fattispecie Pompeo, abbandonarono Cicerone al suo destino. Secondo Cassio Dione
Cicerone aveva fortemente irritato Cesare non accettando di essere suo legato in Gallia e Cesare lo fece
colpire da Clodio che lo colpisce volentieri perché Cicerone era colui che gli aveva inficiato l’alibi nello
scandalo della Bona Dea.

Alla fine degli anni 60 ci furono a casa del pontefice massimo Giulio Cesare i rituali in omaggio alla Bona
Dea (una divinità), a queste feste sono ammesse soltanto donne. Travestito da flautista Clodio si insinua in
casa di Cesare, viene scoperto e si diffonde la voce di una confidenza eccessiva con la moglie di Cesare
che avrebbe voluto raggiungere travestito da donna. Cesare ripudia la moglie ma non denuncia Clodio, ha
timore di incrinare il proprio ascendente presso la plebe se avesse colpito un suo beniamino. Cesare si
chiama fuori, pur essendo il principale colpito, Clodio dice che in realtà non era possibile che fosse stato in
casa di Cesare perché era andato in Umbria quella notte e smentisce Cicerone, Clodio rischia di essere
condannato, fu salvato soltanto perché i triumviri si mobilitarono e riuscirono a corrompere i giudici, ce lo
racconta proprio Cicerone (giudici preoccupati più che della fama della fame, in riferimento al fatto che
erano stati corrotti per un pezzo di pane). Da quel momento Clodio detesta Cicerone e in questo momento
riesce a farlo esiliare.

108
CAMPAGNA GALLICA DI CESARE

Cesare resta a Roma fino alla partenza di Cicerone per l’esilio, voleva vederlo partire, poi parte per la
Gallia come proconsole. Inizia la famosa campagna gallica di Cesare, impresa che avrebbe consacrato il
talento di conquistatore di Giulio Cesare, qui pone le premesse e affonda le radici della sua fama come
comandante.

Il casus belli, lo scoppio di questa campagna è contingente: portare aiuto alla popolazione degli Edui il cui
territorio era stato invaso dagli Elvezi i quali secondo qualche fonte per il sovrappopolamento, secondo
qualche fonte per la pressione dei Suebi, era intenzionato a lasciare il suo territorio e a portarsi sulla costa
atlantica, durante il cammino invadono il territorio. Cesare con l’esercito raggiunge la destinazione, affronta
gli Elvezi a Bibracte (termine che ricorre spesso nel territorio gallico, significa “fortezza”) nel 58 e sconfigge
facilmente gli Elvezi.

Per la campagna gallica di Cesare abbiamo 2 grandi fonti:

-​ Commentarii de bello Gallico: fonte preziosissima perché è una testimonianza diaristica in diretta,
Cesare scrive un libro per anno, quindi è dettagliatissima, è messa per iscritto da chi compie quegli
eventi, però c’è il rischio della tendenza (l’autore non è disinteressato a fare quella narrazione e ha
un interesse apologetico, a giustificare quello che faceva e a glorificare se stesso). Infatti è molto
distante questa narrazione un’altra molto dettagliata delle guerre galliche;
-​ Cassio Dione: si diffonde per ampie del libro 38 e 40 della storia romana in 80 libri, Cassio Dione è
uno storiografo in età severiana. In riferimento alla guerra gallica di Cesare dice che tranne questo
caso degli Elvezi in Gallia trovò una situazione assolutamente tranquilla, ma era interessato a
conseguire la gloria e ci sta dicendo che Cesare cercava una guerra che non doveva finire con il
soccorso prestato agli Edui contro gli Elvezi. Ci racconta proprio che l'aristocrazia degli Edui ha
capito che Cesare ha portato loro soccorso ma che in realtà più ancora che loro aiutava se stesso
perché cercava pretesti per combattere. Allora Cassio Dione dice che l’aristocrazia pensa subito di
liberarsi di un altro nemico e nel contempo di fare così nuovamente contento Cesare, i Suebi di
Ariovisto, che spesso sconfinavano nel territorio dei Sequani che già avevano imposto ostaggi e
tributi e minacciavano quello continuo degli Edui.

Cesare cerca di giustificare il fatto che protrae questa guerra, anziché sciogliere l’esercito e tornare a Roma
perché la missione era compiuta, con la necessità di prevenire le minacce e consolidare quanto
conquistato. Cesare di Cassio Dione manda subito un’ambasceria al re dei Suebi Ariovisto che in realtà era
un personaggio non facilmente attaccabile, non solo perché i Suebi sono un popolo valoroso, ma anche
perché era stato dichiarato socius et amicus dal popolo romano proprio nell’anno del consolato di Cesare,
quindi deve trovare un pretesto e lo manda a chiamare contanto che conosceva bene Ariovisto e sapendo
bene che chiamarlo per parlare con lui già lo avrebbe irritato, perché era un uomo molto fiero e supponente
e avrebbe risposto nel modo in cui rispose: “se avessi avuto bisogno, Cesare, di qualcosa da te, sarei
venuto io da te. Siccome sei tu che hai bisogno di qualcosa da me vieni tu da me”. Cesare strumentalizza
questa risposta dicendo che la rivelava una mancanza di rispetto non solo per Cesare ma soprattutto per il
popolo romano e quindi crea l’incidente, lo scontro con Ariovisto e lo sconfigge a Vesontio, nel territorio dei
Sequani sopraffatti dall’esercito di Cesare.

Cesare comincia una dialettica contrastiva con il Senato. Per l’aristocrazia senatoria ottimate ma anche per
i boni (aristocrazia senatoria moderata) non c’era più alcuna ragione per restare a combattere in Gallia,
anzi attaccando i Suebi dopo gli Elvezi già Cesare era andato oltre il compito che la legge gli aveva
assegnato, quindi doveva immediatamente rientrare, l’imperium era quinquennale, Vatinio gli aveva fatto

109
conferire un imperium di 5 anni ma sulla Gallia Cisalpina e non sull’Illirico, quindi la Gallia Cisalpina andava
abbandonata.

Cesare non se ne dà per inteso e sempre facendo apologia di se stesso, motivando il protrarsi della
permanenza in Gallia e delle guerre con il desiderio di anticipare le minacce e consolidare la conquista,
Cesare si insinua fra le rivalità di popolazioni galliche nella cui divisioni Cesare prospera. Le popolazioni
della Gallia sono divise tra loro, Cesare mette di volta in volta gli uni contro gli altri, fa guerra agli uni per
aiutare gli altri e poi fa guerra agli altri per aiutare gli uni e la guerra va avanti senza alcuna intenzione da
parte di Cesare di dimettersi dalla provincia della Gallia Transalpina, anzi il suo scopo è quello di
conquistarla e spingersi verso confini sconosciuti.

Nel 57 c’è la vittoria sui Belgi che porta alla conquista di un’altra parte della Gallia transalpina, è
inarrestabile la serie di vittorie di Cesare che nel 56 arriva a contemplare la vittoria sui Veneti che stanno
sulla costa nord-occidentale estrema della Francia. Questa è una guerra che Cesare riesce a vincere n con
un combattimento navale grazie a un espediente di un suo luogotenente, Decimo Giunio Bruto Albino (è
un cesaricida anche lui ma non è il capo della congiura che è Marco Giunio Bruto).

Cesare è circondato in queste campagne da un nucleo promettentissimo di giovani: Decimo Giunio bruto,
Tribonio, Publio Licinio (figlio di Crasso), presto (in questo momento è in Oriente con Gabinio), sarebbe
stato raggiunto da Marco Antonio. Poi ci sono i membri della cosiddetta “cancelleria di Cesare”, uomini che
combattevano ma lo coadiuvavano nella stesura dei Commentarii e dei rapporti diplomatici, per esempio
Balbo, Oppio e soprattutto Aulo Irzio (autore dell'ottavo libro dei Commentarii de bello gallico e forse anche
di qualche opera del cosiddetto Corpus Caesarianum come il cosiddetto Bellum Alexandrinum sulla base di
quello che ci dice Svetonio nella “Vita di Cesare”).

Decimo Bruto ricorse a un espediente di grande successo: legò delle falci a delle gomene con le quali
riusciva a mozzare gli alberi delle navi dei Veneti rendendole ingovernabili e permettendo facilmente
l’arrembaggio delle navi. Cesare riesce a sconfiggere anche i Veneti, però ci si è chiesti perché Cesare
avesse puntato proprio sul popolo dei Veneti. La risposta è apparentemente facile perché i Veneti avevano
dato origine a una ribellione contro Cesare, ma perché? Secondo alcuni studiosi andrebbe valorizzato il
fatto che i Veneti, che avevano intensi contatti commerciali con la Britannia, avrebbero cercato insorgendo
contro Cesare di tutelare i propri interessi commerciali, minacciati dalla prospettiva di un’espansione
romana in Britannia.

Nel 55 tra la tarda primavera e l'inizio dell'estate Cesare compie subito una grande impresa preceduta da
una sorta di passo falso. Secondo i Commentarii de bello Gallico le popolazioni dei Tencteri e degli Usipeti
avrebbero violato una tregua che Cesare gli aveva concesso. Il fiume Reno è uno spartiacque: ciò che sta
a destra, quindi a oriente del fiume Reno, è occupato dai Germani (popolazioni che rappresentano
nell'ottica di Cesare un alter orbis, un mondo diverso, non integrabile nella romanità, fino all'ora nessuno si
era spinto fino allo scontro con le popolazioni germaniche); ciò che stava occidente, quindi a sinistra del
corso del Reno invece era occupato dai popoli gallici, i Gallici erano ritenuti da Cesare integrabili nella
romanità. Cesare giunge allo scontro una prima volta con Usipeti e Tencteri e poi se arriva a una tregua.
Secondo Cesare, i Tencteri e gli Usipeti avrebbero violato la tregua, secondo Cassone è Cesare che viola
la tregua. Cesare insegue con la cavalleria Usipeti e Tenteri fino alla sponda del Reno, approfittando del
fatto che buona parte della cavalleria nemica era uscita per raccogliere frumento approfittando appunto
della presenza di una tregua. Cesare perpetrò un massacro incredibile, le fonti parlano di più di 400.000
vittime in quell'azione comprese donne e bambini. L'impatto fu enorme. A Roma Catone, futuro Uticense,
propose di consegnare Cesare, oltre che di porlo immediatamente dal comando, in mano ai nemici, perché
così la maledizione degli dei avrebbe preservato Roma e si sarebbe spostata solo su Cesare. quindi una
110
consegna apotropaica. Il Senato non fu lo stesso avviso nella sua maggioranza, perché Cesare fino a
questo momento ha un grossissimo vantaggio sui suoi detrattori, vinceva e ampliava la conquista e questo
tornava utile a moltissime categorie a Roma perché i commercianti cominciano a pensare quali commerci
avrebbero con la Gallia conquistata, i pubblicani cominciano a pensare a quali tributi avrebbero potuto
appaltare alla Gallia. In Senato è contestato ma la guerra nessuno seriamente pensa di togliergliela.

Con il pretesto di inseguire quella parte della cavalleria di Usipeti e Tencteri che era riuscita a raccogliere
fomento e che saputo della strage immediatamente ha immediatamente passato il Reno portandosi presso
il popolo amico dei Sigambri, Cesare nel luglio del 55 per la prima volta con un esercito passa il fiume
Reno costruendo il ponte precario. Questo è un passaggio enorme per la civiltà romana. Cesare passava il
[Link] torna poco dopo per non espandersi troppo (non riesce a prendere questi cavalieri ma non gli
interessava, a lui bastava la gloria di aver passato il Reno).

Poco più di un mese dopo, alla fine di agosto, Cesare compie un'altra impresa. Probabilmente partendo il
26 agosto (si riesce a ricavare questi dati perché Cesare nei Commentarii de bello Gallico parla di maree e
di posizione della luna, fasi della luna e grazie alle effemeridi si riesce a ricostruire grazie a queste
indicazioni una cronologia) porta due regioni addirittura in Britannia. Parte dal portus Itius che dovrebbe
corrispondere all’odierna Boulogne, arriva nel Kent che i romani chiamavano Cantium, in un punto che è
stato detenuto a lungo vicino a Dover, per gli ultimi scavi il punto preciso è Pegwell [Link] tempesta
impedì al resto delle navi di raggiungerlo ci furono delle schermaglie e Cesare nel settembre si accontenta
senza avere praticamente ottenuto nulla se non un po' di ostaggi e di tributi di tornare in Gallia, ma intanto
ha compiuto una seconda grande impresa: dopo aver passato il Reno è sbarcato in Bretagna. Oltre agli
orizzonti commerciali, proprio gli orizzonti geografici di questo mondo antico cominciavano a espandersi.
Non che la Britannia fosse sconosciuta, già il cartaginese Imilcone nel 550 l'aveva toccata e probabilmente
Pitea di Marsiglia nel IV secolo a.C. l'aveva circumnavigata ma nessuno ci aveva portato un esercito,
nessuno aveva inteso prenderne possesso sia pure che della zona meridionale. Erano tempi in cui, come
scrive Cassone, non si era nemmeno sicuri dell'insularità della Bretagna, che sarebbe stata acclarata
soltanto come scrive Cassio Dione ai tempi della spedizione di Agricola, il suocero di Tacito sotto
Domiziano.

Clodio giunge a uno scontro sempre più frontale con Pompeo che è nella presupposizione che Clodio
agisca in combutta con Cesare si allontana un po' anche da Cesare che nel frattempo è in Gallia.
Nell'agosto 57 il Senato decreta la possibilità di Cicerone di tornare dall’esilio. Nel settembre del 57
Cicerone torna Roma, abbiamo i discorsi di ringraziamento al Senato e alla popolazione, Cicero pro domu
sua, che pronuncia nel luogo dove sorgeva la sua casa che era stata confiscata illegalmente da Clodio. Per
ringraziare Pompeo che lo aveva deluso al momento esilio, ma poi è grato per l'attività, Cicerone gli fa
conferire un carico, una curatio frumenti che doveva far fronte alla carestia di grano che impazzava in quel
[Link] curatio frumenti metteva nelle mani di Pompeo un imperium quinquennale. Cicerone
sembra intenzionato ad agire a supporto della sponda conservatrice dell'aristocrazia, infatti nell’aprile del
56 era intenzionato a portare di nuovo in discussione in Senato la questione della validità o meno delle
leggi fatte a provare da Cesare nel 59. Cicerone voleva sostenere la tesi di quanti volevano che fosse
invalidata tutta la legislazione di Cesare del 59 perché viziata dalla congruenza dei veti opposti da Bibulo. È
Crasso che prende l'iniziativa. Come ogni inverno, anche in quello fra il 55 e il 56 Cesare era rientrato dalla
Transalpina e si era portato in Cisalpina. Crasso lo va a trovare a Ravenna, parlano e convengono
sull'opportunità di rinsaldare il triumvirato facendo un incontro anche con Pompeo. L'incontro si svolge alla
metà di aprile del 56 a Lucca. Al limite estremo della provincia di Cisalpina, perché Cesare è munito di
imperium e non avrebbe potuto superare il confine. Si incontrano Crasso, Cesare e Pompeo e decidono di
adottare lo stesso schema del 59.
111
Cesare stavolta è fuori gioco perché deve portare a termine la conquista della Gallia e quindi non può fare il
console, deve restare proconsole, però ha bisogno di altri anni da proconsole e il primo mandato gliene
aveva dati soltanto cinque, stava per scadere. Questa volta Pompeo e Crasso erano nelle migliori
condizioni per poter fare loro i consoli e far approvare leggi vantaggiose in termini di province per loro
stessi, ma anche fare in modo che a Cesare venisse rinnovato per altre cinque anni l'imperium sulle Gallie
compresa la Transalpina che era quella che ormai importava a Cesare. C'era un solo problema: si era
nell’aprile del 56 e per presentare le candidature per il 55 si era già in ritardo. L'aristocrazia ottimate
intendeva candidare Lucio Domizio Enobarbo che aveva già annunciato che come prima legge avrebbe
fatto dichiarare Cesare decaduto dall’imperium in Gallia. I triumviri tornano a Roma, cercano di
organizzarsi, al console del 56 Lentulo Marcellino che chiedeva continuamente a Crasso e a Pompeo che
cosa avevano intenzione di fare, rispondo che faranno quello che sarà più vantaggioso per la Repubblica,
hanno bisogno ritengo per capire se potevano ottenere un consenso tale per essere eletti tutti e due.
Ricorrono all'intimidazione e convincono tutti gli altri candidati regolari di ritirare la [Link] risultato fu
che le candidature si riaprirono e questa volta Pompe e Grasso poterono candidarsi, anche se i termini
originali erano scaduti. Domizio Enobarbo si candida a sua volta, lui non ritira la sua candidatura, corre il
rischio di essere ucciso e vede davanti a sé in un agguato il proprio servo strangolato dalle paramilitari di
Pompeo, di Crasso e di Cesare. A quel punto ritira la sua candidatura, Crasso e Pompeo, candidati unici
vengono riletti per il consolato del 55. Era la seconda volta dopo il 70 che ricordate che Crasso e Pompeo
tengono un consolato congiunto. Lo schema è lo stesso. I due dovevano fare leggi vantaggiose per sé e
per Cesare.

Con lex Licinia Pompeia, una legge direttamente consolare, quindi passa per i comizi centuriati, non la
fanno fare da un tribuno che avrebbe significato passare per i concilia plebis tributa ma non si sa perché.
Molti pensano che fosse ormai irrotta con Clodio che controllava buona parte della plebe e che quindi
avessero paura dell'esito di una votazione di legge ai concilia plebis, preferiscono ricorrere al consolidato
meccanismo dei comizi centuriati. Con questa legge il comando di Cesare viene prorogato per altri cinque
anni. Siamo verso la fine verso il settembre/ottobre del 55, sulla base di un calcolo combinatorio che si
basa su una lettera di Cicerone, che dice che poco dopo l'inaugurazione del teatro di Pompeo che (29
settembre 55) venne approvata questa legge si pensa a settembre/ottobre. Però Plutarco dice che la legge
viene approvata poco dopo che Crasso e Pompeo entrano in carica come consoli e quindi si penserebbe
alla primavera. A Cesare viene rinnovato il comando sulla Gallia per cinque anni. Ma fino a quando? È una
questione enorme per la storia romana non ne abbiamo idea e non ne avevano neanche i contemporanei,
tant'è che sull'interpretazione di quando decorresse questo secondo comando e sulle conseguenti divisioni
poi scoppia la guerra civile.

Con lex Trebonia, successiva alla lex Licinia Pompeia, Pompeo si prende le province spagnole per cinque
anni, ma siccome è incaricato della curatio frumenti, non le va a governare direttamente, ma lo fa per
interposta persona, tramite suoi legati. Questa è un'innovazione non soltanto assoluta: un governatore che
non vale nella sua provincia, ma ci manda qualcuno che governa a posto suo, ma avrebbe sunto da
modello per la riforma delle province fatta da Augusto, secondo la tesi di Mayer il vero modello di Augusto
non sarebbe stato Cesare, ma sarebbe stato l'ultimo Pompeo.

La Siria è assegnata invece a Crasso per cinque anni, perché Crasso si prende la Siria? Perché
quest’uomo ha tutto, è il più ricco del mondo, si interessa di tutto, ha affari con tutti, gli manca soltanto una
cosa per essere al livello di Cesare e Pompeo, la gloria militare, ha bisogno di una grande impresa e la
Siria che era già una mette a contatto con i Parti. Oltretutto, particolare non secondario per un uomo che
aveva nei cavalieri e nei commercianti un punto di riferimento, sono il popolo che per via di terra si
frappone, è sulla strada, che avrebbe portato direttamente verso l'impero cinese e verso l'India.
112
Naturalmente Crasso è molto ottimista, pensava di fare una passeggiata turistica per l'Oriente nello
scontrarsi con i Parti, invece avrebbe aperto una questione che sarebbe perdurata per tutto l'impero
romano: la questione degli scontri con i Parti, nella quale i romani hanno sempre nella quale hanno
sempre riportato degli alti e dei bassi. Hanno fatto delle grandi conquiste ma hanno anche subito le
umiliazioni cogentissime, basti chiedere a Valeriano, padre di Gallieno che contro i Parti che all'epoca si
chiamavano Persiani (alla fine degli anni 50 del III d.C.) non soltanto ci perse, ma venne anche scuoiato e
messo sotto sale. I Parti saranno la vera e propria “pecora nera” della storia romana. Stabilita così la
questione (55: Pompeo e Crasso consoli, Pompeo e Crasso a capo di province per cinque anni come
Cesare), Cesare è in spedizione in Africa.

Cesare si è fatto assegnare altri cinque anni di imperium sulla Gallia Transalpina che è l'unica provincia che
ormai gli interessa e può ambire a grandi imprese. Per esempio Cesare non si era ancora fatto una ragione
di questo rientro così veloce, di questa spedizione così infruttuosa che nel 55 aveva dovuto accettare in
Bretagna. La Bretagna poteva essere stata a cuore a molte persone a Roma, appunto se si fosse
impossessato stabilmente almeno della parte meridionale dell'isola, oltretutto a Roma immaginavano ricca
di chissà quali minerali, Cesare avrebbe fatto una cosa estremamente gradita anche ai cavalieri, ai
commercianti, ai finanzieri, anche agli imprenditori di Roma (avrebbero potuto costruire villae, centri di
produzione, in Bretagna). La Bretagna comincia ad acquisire nell'ottica di Cesare un'importanza anche
commerciale notevolissima. Il problema è che Cesare sottovalutava la funzione particolare che la Britannia
aveva per la Gallia. Non soltanto in Britannia ci sono i Celti, cioè i Galli, esattamente come nella
Transalpina, c'è una comunanza di etnia (la Britannia è stata abitata da due tipologie etniche: i Celti o Galli
e i Belgi, nel II secolo a.C. dalla Gallia Belgica molti Belgi si sono spostati in Britannia a tal punto che la
popolazione degli Atrebati della Gallia Transalpina ha un duplicato, cioè è presente anche in Britannia, a
testimonianza di quanti erano migrati nell’isola). La comunanza di etnia celtica che perdurava da vari secoli,
affondava le proprie radici anche in una comunanza religiosa. Tant'è che la classe sacerdotale gallica, i
druidi, avevano la propria terra sacra e la fonte di approfondimenti dottrinari proprio nell'organizzazione
religiosa presente in Bretagna. Vi si recavano alcune volte all'anno proprio per perfezionare la propria
conoscenza di rituali di questa religione che naturalmente conferiva grande valore al mondo vegetale, per
esempio la quercia era il ponte fra la terra e il cielo. Una spedizione per assoggettare la Britannia, agli occhi
dei druidi e dei Galli della Transalpina, costituiva un sacrilegio. Questo rese Cesare fortemente impopolare
in Gallia, mentre fino a quel momento Cesare aveva potuto contare su una diffusa popolarità che gli
permetteva di disunire le popolazioni galliche rimettendo le une contro le altre.

Nel54 Cesare incurante di queste cautele decide di tentare che una seconda volta lo sbarco a Bretagna.
Questa volta parte verso la fine di luglio del 54, sbarca nello stesso punto della volta precedente, quindi
nella contea di Kent che i romani chiamavano Cantio, a Pegwell Bay. Le legioni sono cinque, un numero di
soldati enorme, tant'è che sia Cesare che Cassio Dione concordano sul fatto che i nemici osservavano
dalle alture lo sbarco di Cesare e dei suoi soldati, ma non osano attaccarlo perché rimangono sbigottiti
dalla quantità di soldati. Cesare in Britannia mette in atto simultaneamente la perizia bellica e l'arte della
diplomazia. Viene a sapere che i Britanni si sono coalizzati, più tribù unite contro di lui per resistere. I
Britanni combattevano sulle carri chiamate sede con cui attaccavano il nemico e dopo averlo urtato con lo
slancio del carro ne balzavano giù e proseguivano con lo scontro corpo a corpo. Cesare può tornare in
Gallia, ma la Bretagna si è rivelata molto più povera di quanto non pensassero, non c'erano grandi
ricchezze, c'era soltanto stagno in grande quantità, c'era pochissimo oro, pochissimo argento, non era
interessante da molti profili, infatti a Roma Cicerone una lettera commenta con disappunto gli esiti di questa
conquista da cui molti si aspettavano grandi cose a Roma.

113
Il portato di questa spedizione fu invece un indesiderato. La Gallia sdegnata per la spedizione di Cesare
tenta un'ultima resistenza. Dopo la ribellione sugli sugli Atrebati nel 53, il 52 è l'anno della grande
insurrezione generale della Gallia. Mise veramente paura a Cesare, soprattutto dopo Gergovia. Un
arverno, Vercingetorige che è stato in precedenza alleato dei romani e che dunque conosce bene le
tattiche di Cesare, si mette a capo di una coalizione di tutti i popoli della Gallia finalmente unitisi per
cacciare Cesare. La guerra è molto difficile. La guerra è molto difficile, c’è un primo tentativo di assedio di
Cesare contro Vercingetorige a Gergovia nel territorio degli arverni. Qui anche per il tradimento di due
Edui, Vercingetorige riesce a spezzare l'assedio e a mettere in fuga Cesare. La battaglia decisiva va
concentrarsi intorno alla fortezza di Alesia dove Vercingetorige finisce presto chiuso da Cesare dentro la
città. Cesare costruisce una doppia cinta muraria e tutto intorno dissemina il terreno delle trappole: buche
disseminate di pungoli che avrebbero reso insidiosissima la fuoriuscita all'attacco eventuale da parte dei
Galli.

Qual è il piano di Vercingetorige? Mandare i rappresentanti dei singoli popoli nelle proprie patrie reclutando
nuovi contingenti, in modo tale da poter far accorrere un'armata di soccorso che potesse contare più di
200.000 uomini. A quel punto scatenare un attacco simultaneo: alle spalle l'armata di soccorso
sopraggiungente, d’Alesia sarebbe fuoriuscito Vercingetorige con i suoi e quindi Cesare sarebbe stato
preso dai due lati, alle spalle e frontalmente. Per questo motivo Cesare fa costruire due cinte murarie per
prevenire il rischio di essere schiacciato fra due armate galliche. Vercingetorige aveva concesso un mese
agli emissari che mandava alle proprie patrie per raccogliere questo esercito. I giorni passavano non si
vedeva nessuno, quindi c'è un ritardo della correre, la determinazione dei Galli rischia di essere fiancata,
soprattutto gli assediati entro Alesia, bisognava consegnarsi a Cesare? Qui c'è una delle parti più dei
Commentarii de bello Gallico e della Storie di Cassio Dione. C’è il discorso di Critognato che ricordando
come i romani dovunque fossero andati avevano sempre portato avanti il saccheggio e la rapina, la
sottomissione e l’imposizione di resistere a ogni costo anche accettando di doversi cibare delle carni di
coloro che erano inutili alla guerra, esorta a cannibalismo, chiaramente riguardava feriti, anziani, donne e
bambini. Il Senato è scettico a questa proposta e alla fine, in entrambe le fonti si decide soltanto di far
uscire dalle mura coloro che sono inabili dalla guerra. La speranza è che vedendoli davanti alle mura
Cesare li accogliesse e così sarebbe finito in una situazione di carestia lui, ma Cesare è spietato e ce la
racconta me stesso: “Cesare ordinò ai soldati di non considerabili e di non aprire le porte
dell'accampamento", quindi i fuoriusciti non se li prende nessuno e vanno incontro naturalmente a una fine
orribile, le necessità della guerra resero Cesare impermeabile a qualsiasi solidarietà.

Pure in ritardo alla fine l'armata di soccorso gigantesca dei Galli arriva. Come notava Zecchini nel libro su
Vercingetorige, la condotta della parte finale della guerra di Vercingetorige è un po' deludente, perché il
sincronismo delle battaglie non è mai compiuto: quando attaccano bene l’armata di soccorso
Vercingetorige perde tempo ed è ostacolato dalle buche scavate da Cesare per uscire dalla città, quindi
Cesare può battersi prima con l'armata di soccorso e solo dopo con Vercingetorige, non c’è il sincronismo
di due attacchi simultanei che viene meno e viene meno anche nella battaglia finale con cui Cesare riesce
a sconfiggere sia l’armata di soccorso che Vercingetorige. Da una parte estremamente coinvolgente, il
passaggio di Cassio Dione, 40, 41, 1-3 sulla resa di Vercingetorige.

Cassio Dione, Storia romana 40, 41, 1-3

Vercingetorige avrebbe potuto darsi alla fuga (non era stato catturato e non era ferito): invece, confidando
che l’amicizia un tempo intercorsa con Cesare gli sarebbe valsa il suo perdono (un tempo aveva
combattuto presso di lui), si recò da lui senza farsi neanche precedere da un araldo; tra lo sbigottimento di
114
alcuni soldati, apparve in maniera improvvisa alla presenza di Cesare, che era seduto su una tribuna –
peraltro (Vercingetorige) era molto alto, e terribilmente imponente nella sua armatura. Quando lo
scompiglio cedette il posto alla ritrovata tranquillità, non disse comunque nulla, ma, cadendo sulle sue
ginocchia, a mani giunte, assunse una posa supplichevole. Negli altri, questa scena suscitò compassione
per il ricordo della sua precedente sorte e per la commozione nel vederlo invece ridotto così in quel
momento; ma Cesare lo accusò proprio in relazione a ciò che Vercingetorige pensava lo avrebbe potuto
salvare più di ogni altra cosa: mostrò come la sua colpa fosse ancora più grave, in quanto aveva
contraccambiato l’amicizia con l’ostilità. Per questo, non ebbe pietà di lui né in quei frangenti, quando lo
fece anzi mettere subito in catene, né successivamente, quando, dopo averlo fatto sfilare nel suo trionfo, lo
mise a morte.

➔​ riferimento al trionfo celebrato nel 46 dopo aver vinto le resistenze pompeiane in Africa: ci si è
chiesti perché Cesare che era clemente con tutti, anzi faceva proprio della clemenza una metodica
strumentale in funzione auto propagandistica, non ebbe pietà di Vercingetorige. Zecchini parla
proprio di atteggiamento odioso di Cesare verso Vercingetorige, si pensa che fosse diventato in
assoluto il simbolo della resistenza ai romani e che Cesare con la sua morte avesse voluto
esorcizzare proprio questo simbolo.

115
Lezione XIV – 25/03/2026
Nel 54 muore di parto Giulia, figlia di Cesare e sposa di Pompeo (questo matrimonio aveva funto da
collante tra Cesare e Pompeo), e Pompeo inizia a diventare una preda ambita per molte famiglie chi
militassero un’alleanza con lui. Cesare gli propone in sposa Ottavia, sorella di Ottaviano, ma Pompeo rifiuta
adducendo come pretesto che non fosse abbastanza carina: Pompeo non si sentiva più vincolato al
triumvirato del 55. Nel 53, tra vari presagi negativi, Marco Licinio Crasso lascia Roma per la Siria e l’inizio
di una campagna contro i Parti. La tradizione ha proiettato molti presagi negativi su questa partenza e
l’inizio di questa campagna (es. al porto di Brindisi mentre si stavano imbarcando per partire in Oriente, un
venditore di fichi dell’Acaria urlava cauneas = fichi di cauno e poteva essere inteso come cave ne eas =
vedi di non partire).

L’ingresso ufficiale dei Parti nella storia romana era avvenuto con le guerre mitridatiche (88, 85 e 66). Sono
una popolazione di origine nomade di etnia iranica che nel III secolo si stanziò fra Iran, Iraq e Turchia. Nel
248 il re Arsace inizia ad ampliare l’impero inglobando Babilonia e Media. Non hanno né un esercito
permanente né una vera vocazione espansionistica, ma le tribù all’occorrenza inviano dei contingenti
militari di uomini coordinati dal re. Dal 57 a.C. Orode II diviene re dei Parti e il modo di combattere dei
soldati aveva messo in crisi le legioni romane: hanno poche armi difensive, non hanno scudi, non sono in
grado di porre assedio né hanno flotte. La loro forza risiede in cavalli, cammelli, frecce e corazza: la loro
cavalleria è catafratta, sono cavalieri corazzati che combattono a cavallo armati di picca. Un’altra parte
importante dell’esercito sono gli arcieri, anch’essi montati a cavallo e in grado di lanciare frecce anche
all’indietro e continuamente riforniti, che con i loro archi sono in grado di sferrare con potenza delle frecce
cuspidate triangolari, impossibili da estrarre una volta entrate nella carne e spesso imbevute di veleno. La
corazza dei legionari romani è la lorica hamata, corazza che ha delle piastre congiunte in metallo ma che
non è in grado di arginare le frecce. L’unico metodo con cui combattere era di schierarsi con formazione a
testuggine (accovacciarsi a blocchi rettangolari coprendosi con gli scudi → richiedeva tempo per essere
formata in modo ordinato ed è una formazione solamente difensiva). I Parti venivano aiutati anche da
terreni come il deserto mesopotamico: grandi pianure senza ostacoli naturali. Le cose sarebbero cambiate
quando iniziò a cambiare la corazza (si passa alla lorica segmentata che era in grado di resistere alle
frecce dei Parti).

Dopo essere sconfinato in Mesopotamia nella primavera del 54, Marco Licinio Crasso torna in Siria e viene
raggiunto dal figlio Publio Licino Crasso, mandato da Cesare presso il quale militava in Gallia come
ufficiale. Le fonti attestano che Cesare caldeggiava questa campagna, al punto che manda il figlio Publio
Licinio e un migliaio di legionari gallici in Siria. Crasso avrebbe dovuto puntare su territori impervi e
montuosi che non avrebbero potuto permettere un attacco di cavalleria o il lancio di frecce, come le alturie
dell’Armenia. Ma Crasso avrebbe preferito congegnare un piano che prevedeva l’avvicinarsi alla capitale
dei Parti, passando per la Mesopotamia. Forte la ricongiunzione con i legionari gallici, Marco Licinio Crasso
nella primavera del 53 si appresta ad affrontare un esercito che aveva due blocchi, uno condotto
direttamente dal re Orode che vanamente aveva richiamato Crasso al rispetto dei trattati stipulati con
Pompeo e con Lucullo che Crasso stesso considerava decaduti.

Orode attacca quindi l’Armenia, che era in procinto di allearsi con Crasso, impedendo al re Artavaside II
(armeno) di mandare contingenti a Crasso. Vanamente Artavaside cercò di convincere Crasso a passare
per il suo territorio per raggiungere i Parti (si sarebbe riparato agli attacchi in un luogo adatto), ma Crasso
non si fidò e inizia quindi lo scontro contro Suren, capo dell’altro blocco dei Parti: della tribù dei Surena e
secondo solo a Orode per valore e prestanza. Il 9 giugno 53 i Romani attaccano Suren a Carre
presentandosi con l’agmen quadratum: i velites sono in prima linea e Suren lancia in un primo tempo

116
all’attacco i soli arcieri a cavallo che fanno strage delle prime file. Le fonti ci forniscono narrazioni
discordanti su una controffensiva che avrebbe messo in atto Publio Licinio Crasso: secondo una parte della
tradizione Publio Licinio Crasso avrebbe inaugurato la battaglia con uno sconsiderato attacco alla cavalleria
partica che avrebbe finto di indietreggiare e lo avrebbe aggirato massacrandolo con i legionari gallici e
compromettendo l’esito della battaglia stessa; un’altra parte della tradizione (spt Plutarco) eroizza Publio
Licinio Crasso che si sarebbe sacrificato per permettere all’esercito di ripararsi dalle frecce. Una probabilità
a favore di quest’ultima versione è che in effetti morì, mentre il padre no. Con il sopraggiungere del buio, i
Parti annunciarono a Crasso che gli concedevano una notte per piangere il figlio e la mattina avrebbe
dovuto arrendersi o la lotta sarebbe ripresa. Crasso, tuttavia, si ritira nelle alture di Sinnaca, mentre
l’ufficiale Gaio Cassio Longinio riesce a trovare una via di fuga che lo avrebbe portato in salvo in Siria.
Suren propone a Crasso di scendere dalle alture di Sinnaca millantando che Orode II avrebbe voluto
stipulare una pace, ma si discute molto su questa proposta perché difficilmente avrebbe potuto di propria
iniziativa stipulare una pace con i Romani, forse voleva fregiarsi della gloria; Crasso non voleva scendere
e, secondo Plutarco, cerca di convincere i soldati a non fargli pressione, ma ad aspettare la notte per una
fuga in vie impervie e scoscese. I soldati, tuttavia, impongono che il loro comandante andasse a trattare la
pace, accusandolo che fosse un vigliacco che pretendeva che i suoi soldati andassero contro le armi dei
Parti quando nemmeno lui voleva andare incontro alle parole dei Parti. Nella tradizione di Plutarco, Crasso
si decide chiamando a testimone gli ufficiali, sostenendo che è costretto dai ad andare, ma al resto del
mondo se vi salvate annunciate che Crasso è morto perché ingannato dai Parti e non perché costretto a
farlo dai suoi concittadini. Tuttavia, i Parti riescono a catturare Crasso, lo mettono su un cavallo che
lanciano al galoppo, i suoi ufficiali cercano di afferrare le briglie e nasce una zuffa dove rimangono uccisi
sia Crasso che i suoi ufficiali: la tradizione ricorda per la morte di Marco Licinio Crasso che quando era
ormai cadavere i Parti gli versarono in bocca dell’oro fuso, una pena del contrappasso per la cupidigia che
lo aveva spinto ad andare a combattere una guerra che secondo molti non era prevista e non era giusta.

I Parti presero le aquile delle legioni romane di Crasso e le misero in mostra in una teca esposte al loro re
(cosa non accettabile per i Romani → ai tempi di Augusto si cercò di andare a recuperare queste aquile) e
in secondo luogo, i Parti notarono che un tal Pacciano, prigioniero romano, somigliava molto a Marco
Licinio Crasso: lo fecero quindi travestire da donna, sfilare in trofeo e lo schernirono. Tuttavia, i Romani non
decisero di reagire forse perché per la mentalità romana la vendetta non era immediata, ma in realtà è che i
protagonisti romani sono impegnati in altro (es. Pompeo, che vantava legami con gli stessi Parti, stava
cercando di riposizionarsi sulla scena politica, Cesare è difronte alla ribellione in Gallia e altri grandi
generali non ci sono).

Pompeo in cerca di moglie, inizia ad essere tentato da Cornelia Scipione (figlia di Quinto Cecilio Metello
Pio Scipione, leader dell’aristocrazia senatoria), vedova di Publio Licinio Crasso, con la volontà di tornare
alla sponda ottimate, dalla quale lui stesso discendeva (in opposizione a Cesare nel tentativo di staccarsi
dallo stesso Cesare in una maniera non drammatica). Cesare a sua volta cerca di insediare uomini legati a
sé nelle principali magistrature di Roma:

-​ Insedia nella questura Marco Antonio, uno dei suoi luogotenenti in Gallia che lo aveva raggiunto al
termine della spedizione in Egitto (5/12/52 - 4/12/51): era decisivo per la guerra civile → a Durazzo
se non fosse stato per Marco Antonio la guerra di Cesare sarebbe finita lì
-​ Insedia come tribuno della plebe Scribonio Curione (10/12/51 - 9/12/50): quando viene eletto
induceva tutti gli ottimati a festeggiare, convinto che sarebbe stato un tribuno anticesariano ma era
stato corrotto da Cesare, diventando uno dei suoi referenti prima e durante la guerra civile

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Il 52 per Roma è un anno drammatico: il 17 gennaio Clodio, uno dei candidati della pretura (i comizi
elettivi dei consoli e dei pretori per il 52, nel 53 per gli scontri di piazza vennero continuamente posticipati:
dall’estate all’autunno e poi all’inverno; gli scontri di piazza delle bande paramilitari assoldate dai candidati
alle cariche maggiori hanno paralizzato la vita politica a Roma, trasformandola in un teatro di scontri
quotidiani → vanamente gli inter re cercano di ridurre le candidature e portare a compimento le elezioni),
parte da Roma per andare ad Ariccia. Il 18 gennaio parte da Roma anche Annio Milone, candidato a sua
volta al consolato, dictator di Lanuvio e come tale doveva recarvici per una scadenza religiosa. Presso
Boville si incontrano verso le tre del pomeriggio Milone e Clodio. I frangenti sono confusi, ma nasce una
zuffa, Clodio viene ferito e portato in una taverna per essere soccorso, Milone per paura di una vendetta
futura, fa uccidere Clodio. La salma viene riportata a Roma al tramonto del sole e la moglie di Clodio,
Fulvia della famiglia dei Bambalione, approfitta della situazione per diventare regista del suo funerale,
durante il quale avvennero numerosi tumulti e Roma visse momenti di terrore. La sitazione del 52 stava
diventando ingestibile e il senato ha ritenuto che non sarebbe stato facile far accettare a Cesare in Gallia
una dittatura di Pompeo. Si optò quindi per un consolato sine collega: prevedeva che per almeno due mesi
Pompeo dovesse essere console unico e quando avesse ritenuto opportuno avrebbe potuto accettare un
collega di consolato, e scelse Quinto Cecilio Metello Pio Scipione. Il 24 del mese intercalare (mese
supplementare di 27 giorni), Pompeo è nominato consul sine collega per almeno due mesi: prende
provvedimenti per Milone che viene condannato all’esilio a Marsiglia, vanamente difeso da Cicerone.

Quando scade il proconsolato gallico di Cesare? Vedendo ciò che faceva Pompeo, Cesare si inizia a
porre il problema di cosa accadrà una volta terminato il suo proconsolato che con la lex licinia pompeia il
suo proconsolato era stato rinnovato nel 55 (ricevuto per il primo quinquennio di imperium sulla Gallia con il
plebiscito di Vatinio nel marzo del 59). Avendo l’imperium non può entrare nel poemrium, luogo in cui serve
recarsi per candidarsi ad una carica → è un problema perché l’opposizione non aspetta altro che portarlo a
processo, ma il diritto romano prevede però che finché si detiene una carica non si può andare a processo:
Cesare deve fare in modo di non restare senza carica perché appena l’avrebbe deposta, diventerebbe
imputato [questa situazione psicologica di Cesare è a monte di tutta la questione di tutto lo scoppio della guerra civile].

Nel 52 Pompeo mette mano alla questione delle cariche e delle magistrature tramite due leggi: la Lex de
iure magistratuum e la Lex pompeia de provincis. Pompeo vuole tornare dagli ottimati e che con Cesare
non ci sarà più una convergenza di interessi poiché entrambi troppo potenti, ma non vuole arrivare troppo
presto ad uno scontro con Cesare, ma vuole distaccarsene gradualmente. Infatti, Cesare accetta il
consolato dine collega non contestandolo, a condizione che Pompeo risolva la questione dell’imperium:
Pompeo chiama così i 10 tribuni della plebe e di comune accordo fanno una legge “ad personam”, il
plebiscitum de petitione Caesaris, che prevede una deroga rispetto alla Lex Tullia (deve deporre
l’imperium per consolarsi) permettendo a Cesare di candidarsi in absentia (direttamente dalla Gallia senza
entrare nel pomerium e senza deporre l’imperium) [approvato a fine del marzo del 52]. I tribuni questa
legge presentano e legge passa, ma Pompeo si rende conto, una volta fatta la legge, che avrebbe
compromesso la sua stazza nonostante avesse salvato la forma con Cesare, e pochi mesi dopo fa
approvare la Lex de iure magistratuum: chiunque vuole candidarsi ad una carica, lo deve fare
personalmente davanti al senato [approvata tra l’aprile e l’agosto del 52, prob. il 15 maggio o il 15 luglio
→ datazione incerta]. Pompeo, cercando di barcamenarsi tra la volontà di porre le condizioni per superare
Cesare e il timore di una rottura netta con lui, cerca di rimediare ponendo un codicillo a questa legge: il
senato può autorizzare di volta in volta singole eccezioni. Pompeo, dal canto suo, si fa prorogare il
proconsolato sulle province spagnole, fino al 47, consentendogli di avere legioni alla testa di uomini scelti
da lui (in questo caso Afranio Burro, Varrone e Petreglio).
118
Cesare avrebbe potuto rifare il console, per effetto della Lex Cornelia, solo il 1 gennaio 48, comportando
che nella primavera del 49, se non autorizzato dal senato, sarebbe dovuto andare a Roma, deporre
l’imperium e candidarsi per il consolato del 48 restando vari mesi senza l’imperium. Cesare punta quindi a
prolungare il suo proconsolato in Gallia.

Resta però incerto il computo dei mandati dei mandati di proconsolato di Cesare:

-​ I mandato: 1 gennaio 58 – 31 dicembre 54 (Lex Vatinia)


-​ II mandato: 1 gennaio 53 – 31 dicembre 49 (Lex Licinia Pompeia)

-​ I mandato: inizio marzo 59 – inizio marzo 54 (Lex Vatinia)


-​ II mandato: inizio marzo 54 – inizio marzo 49 (Lex Licinia Pompeia)

Questo secondo computo veniva infatti perfettamente incontro ai desideri di Cesare fino al 52 e alle leggi di
Pompeo. Infatti, per effetto della Lex Sempronia, vigente fino al 52, a Cesare poteva succedere solo uno
dei due consoli eletti nel 50 per il 49, e quindi, siccome il prescelto sarebbe dovuto restare in carica e a
Roma fino al termine del 49, Cesare aveva garantito il comando provinciale sino alla fine di quell'anno. Nel
49 Cesare si sarebbe quindi candidato in assenza per il consolato del 48, il primo utile alla luce della Lex
Cornelia, che imponeva un intervallo decennale fra un primo e un secondo consolato. anche se il mandato
proconsolare fosse scaduto nella primavera del 49, Cesare per legge non avrebbe potuto abbandonare la
Gallia e deporre la carica prima dell’arrivo del suo successore, che non sarebbe arrivato in Gallia prima
della fine del 49. Tuttavia, Pompeo aveva cambiato il metodo nel 52: per effetto della Lex Pompeia de
provincis, i consoli uscenti potavano esser assegnati solo 5 anni dopo essere andati in carica (venne fatto
per arginare la corruzione). Dunque, per avere un sostituto di Cesare come proconsole della Gallia Comata
non si sarebbe più dovuto attendere che i consoli del 50 terminassero l'anno di carica alla fine del 49: già
all'inizio del 49 un console uscito di carica 5 anni prima avrebbe potuto prendere il posto di Cesare, che,
indipendentemente dal fatto che il senato gli concedesse o meno di candidarsi in assenza, a questo punto
sarebbe rimasto in ogni caso senza una carica nel corso del 49.

Alcuni studiosi sostengono che la leges da imperium avessero avuto decorrenza immediata: l’imperium
conferito dalla Lex Vatinia decorre nel momento in cui è stata rinnovata dalla Lex Licinia Pompeia → il
secondo mandato andrebbe conteggiato dal giorno di approvazione della Lex Licinia Pompeia, anche se
non sono trascorsi 5 anni dalla Lex Vatinia. In tal caso, i mandati di Cesare sarebbero stati:

-​ I mandato: 2 marzo 59 - 1 marzo 54 (lex Vatinia), ma interrotto dalla Lex Licinia Pompeia
-​ Il mandato: 1 marzo 55 - 28 febbraio 50 (Lex Licinia-Pompeia)

Cicerone in una lettera (Fam. 8,8,9, ottobre 51) riporta una dichiarazione di Pompeo fatta nel 51: a chi
chiedeva cosa pensasse del proconsolato di Cesare, Pompeo rispondeva che fino al 1 marzo del 50 non
ne vuole parlare, come se la data di scadenza dovesse essere stata quella. Tutto il 50 è occupato dal
tentativo di dirimere questa questione.

Scribonio Curione, tribuno della plebe del 51-50 dalla parte di Cesare, fa votare in senato una proposta il
1 dicembre 50: Cesare deporrà l’imperium a patto che anche Pompeo deponga il proprio sulle Spagne. I
consoli designati ottimati, Caio Claudio Marcello e Lucio Cornelio Lentulo Crure, trovano il pretesto per
superare la votazione e interpretano la discesa di Cesare dalle Gallie come un ostile tentativo di varcare il
Rubicone e varcare il pomerium (che invece intendeva aspettare al confine della Cisalpina). Fanno quindi
annullare la votazione e chiedono a Pompeo di difendere l'Urbe, assumendo un comando militare

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straordinario. Pompeo ritiene questa guerra inevitabile: il 6-7 dicembre tornano dalla Gallia Auirzio, autore
dell’ottavo libro dei commentarii del De Bello Gallico, il quale va a trovare alcuni personaggi ma non chiede
a Pompeo un incontro e riparte poi per la Gallia → a prova del fatto che Cesare non era interessato a
mandare un suo collaboratore per parlare con Pompeo. Il 10 dicembre Pompeo confessa a Cicerone che la
guerra era ormai inevitabile.

Il 10 dicembre Scribonio Curione era uscito dalla carica di tribuno della plebe, ma Cesare riesce ad
insediare e far eleggere Marco Antonio (futuro leader della scena politica e competitore di Ottaviano) e il
21 dicembre 50 pronuncia un comzio in cui attacca Pompeo (segno che Cesare non voleva essere troppo
accondiscendente con Pompeo). Nel gennaio del 49, l’aristocrazia che chiede a Cesare di deporre
l’imeprium proconsolare e tornare privato cittadino, cosa che Cesare non accettava a meno che Pompeo
stesso non lo deponesse a sua volta, visto che entrambi gli imperia erano frutto di contingenze
straordinarie maturate durante il triumvirato.

Il 1 gennaio del 49 Curione torna a Roma da Ravenna (è andato a trovare Cesare) e porta l’ultimatum di
Cesare: è disposto a conservare solo una provincia e solo una piccola parte dell’esercito fino al consolato
del 48 (giusto per avere uno scudo). Ma gli ottimati sono sordi e solo Cesare deve congedare le legioni e
lasciare le province. Di fronte a questa proposta degli ottimati in senato, Marco Antonio e il tribuno Cassio
Longino pongono il veto e la proposta viene bloccata. L’aristocrazia ottimate, che ha dalla sua parte anche
l’aristocrazia dei boni, si organizza per far passare questa soluzione: utilizzano il senatus consultum
ultimum (Cesare lo utilizzerà come pretesto quando passerà il Rubicone). Viene reiterata la proposta di
Cesare come hostis publicus a causa del veto dei tribuni della plebe, ma il veto viene ritenuto superato dal
senatus consultum ultimum il 7 gennaio (le fonti non scrivono la ricostruzione di questi eventi nella
prospettiva di far capire ai posteri ciò che sta accadendo, dando per scontato che i contemporanei
avessero tutti gli elementi per farsi un’idea sulla base dei testi di legge che possedevano → es. Cesare
scrive i Commentarii per giustificare ciò che aveva fatto ai suoi contemporanei). Cesare per tutta la guerra
civile contesta ciò che avevano fatto i suoi nemici, cioè aver eluso il diritto di veto dei tribuni della plebe, e il
fatto che si era sempre ricorso al senatus consultum ultimum contro nemici come provvedimento estremo
in caso di nemici alle porte o rischio di una guerra civile si è quindi millantata la discesa di Cesare dopo i
fatti del 7 gennaio e non prima e l’eccezionalità del provvedimento, secondo Cesare, non sarebbe stata
giustificata dalla situazione contingente, e anzi si sarebbe ricorso al senatus consultum ultimum in maniera
strumentale, ciop per vietare di esercitare una prerogativa sacra (il veto) dei tribuni. Marco Antonio, nel
frattempo, aveva preventivato che quando sarebbe stato emanato il senatus consultum ultimum avrebbe
messo in mano a Cesare un argomento propagandistico di grande efficacia → strumentalizza la figura del
tribuno, tanto che nella seconda Filippica Cicerone, attaccando Antonio, gli rinfaccia tutta la carriera e
riguardo allo scoppio della guerra civile gli dice di “essere stato come Elena per i Troiani”, poiché fugge dal
senato urlando di temere ritorsioni per ciò che aveva fatto e assieme a Cassio Longinio e Curione si
travestono da schiavi e su un carro preso a noleggio lasciano Roma. Cesare, nella notte tra il 10 e l’11
gennaio, con una sola legione passa il Rubicone e arriva a Rimini: passando il pomerium con un
esercito dichiara guerra civile. Quando la mattina dell’11 gennaio vede arrivare Antonio e i suoi colleghi in
quelle condizioni, capisce che erano per lui il miglior strumento propagandistico: convoca sulla tribuna i
legionari spiegando loro il perché fosse stato costretto a passare il Rubicone e a fare la guerra, facendo
vedere loro come l’oligarchia aveva umiliato la figura del tribuno della plebe. Inoltre, Cesare faceva leva su
un altro argomento sul perché aveva deciso di sfidare l’oligarchia che secondo lui si era impossessata
illegalmente di Roma: per la sua dignitas Cesare sarebbe stato disposto persino a morire e con quel
comportamento i suoi nemici gli avevano negato il suo prestigio, rango e riconoscimento dei suoi meriti nei
confronti della patria; ciò nonostante, Cesare in qualsiasi momento è disposto a fare la pace, anche la notte

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precedente alla battaglia di Farsalo (altro argomento propagandistico per far dimenticare che con un
esercito sta marciando verso Roma). Cesare ha una sua legione e deve essere raggiunto dalle altre in
Gallia, ma sfida Roma e il suo dominio che può contare su un elevato numero di legioni e province,
affidando la resistenza ai consoli del 49 ma soprattutto a Pompeo: la guerra si profetizzava impari, ma
Cesare aveva alcune frecce al suo arco.

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Lezione XV - 26/03: LA GUERRA CIVILE DI CESARE
Antonio e Curione raggiungono a Rimini Cesare che ha passato il Rubicone e ha aperto la guerra civile, in
pratica ha invaso l’Italia con un esercito. Cesare si trova con una sola legione, la XIII, una delle legioni dei
veterani della Gallia, sono poco più di 5000 uomini, questa legione poteva essere sufficiente solo nella
misura in cui in Italia non c’erano legioni.

A Roma i consoli del 49, Gaio Claudio Marcello (cugino dell’omonimo del 50, fratello di Marco Claudio
Marcello del 51) e Lentulo Crure, incaricano Pompeo di difendere Roma e l’Italia. In pratica condividono
con Pompeo la direzione di quello che sarebbe stato l’esercito da contrapporre a Cesare. Il senato
autorizza una nuova leva di nuove reclute. Le due strategie sono opposte:

-​ Cesare deve puntare tutto su una guerra lampo, deve fare finire questa guerra prestissimo, nel
momento in cui i suoi nemici non hanno legioni o ne hanno solo di giovanissimi inesperti.
Soprattutto deve impedire a Pompeo e agli altri di lasciare l’Italia;
-​ la strategia di Pompeo e degli altri è proprio quella di lasciare l’Italia perché pressoché tutti i
governatori provinciali dove ci sono legioni stavano con Pompeo, oltretutto Pompeo poteva contare
anche su preziosissimi alleati a capo di regni stranieri come Giuba di Numidia. A quel punto la
guerra non solo si sarebbe protratta molto a lungo, ma Pompeo avrebbe potuto essere raggiunto da
eserciti di tutto il mondo conosciuto. Cesare deve evitare questo, perché quand'anche prima o poi,
inevitabilmente, fosse stato raggiunto da tutte le 10 legioni galliche, sarebbe stato sempre in
inferiorità numerica rispetto a Pompeo.

Cesare vuole mantenere tutto in Italia e far finire la guerra il prima possibile; Pompeo invece deve portarsi
fuori dall’Italia e aspettare di essere raggiunto dalle legioni dei suoi governatori e dagli eserciti dei suoi
alleati.

Pompeo e i consoli a Roma non devono esplicitare troppo questa strategia, non tutta Italia e non tutta
Roma potevano andare dietro a Pompeo in Grecia: donne, bambini, anziani che non si sentivano di
schierarsi sarebbero rimasti in italia e avrebbero temuto l’arrivo di cesare come negli anni 80 avevano
temuto l’arrivo di Mario e di Silla. Non potevano dire apertamente di lasciare l’Italia, basta leggere le
epistole di Cicerone che sono una testimonianza in diretta di quegli eventi per vedere vedere la
disperazione dei contemporanei che sono meno schierati. Cicerone per esempio non sa proprio cosa fare,
lo scrive ad Attico: dice di rimanere a Roma ed esporsi al rischio che l’arrivo di Cesare sia come quello di
Annibale, questo non si era mai verificato oppure mettersi al seguito di qualcuno, ma non sapeva di chi, per
Cicerone ormai se vince Cesare o Pompeo è uguale, per la Repubblica è finita. Capisce che anche se
avesse vinto la guerra Pompeo al posto di Cesare si sarebbe messo troppo al di sopra della possibilità di
coesistere con un’oligarchia quale c’era stata fino ad allora.

Cesare riesce a prendere in pochissimo tempo, in pochissimi giorni, le piazzeforti lungo l’Adriatico come
Osimo, Fano, Ancona, a puntare sul Piceno e perfino a fare incursioni nel centro Italia, manda Scribonio
Curione a prendere Ikuvium (Gubbio) e manda Marco Antonio a prendere Arezzo. Questo era un altro
elemento che Cesare si attendeva: prostrare moralmente la coalizione opposta con una serie di vittorie
veloci e consecutive che potessero indurre la controparte a cercare un'intesa.

Pompeo lascia Roma e con le nuove legioni di giovanissimi si mette in marcia verso l’Apulia. Lo decisero
nella riunione senatoria del 17 gennaio. Scapparono da Roma con una tale precipitazione che i consoli si
dimenticarono persino di prendere il tesoro dello stato e l’oro rimase nell’aerarium. Una reazione di panico
fu quella dei pompeiani (repubblicani): Cicerone stesso biasimava questa di Pompeo che gli sembra
proprio una fuga da Roma e dall’Italia e scrive proprio “non so cosa abbia in testa Pompeo, dove vuole
122
andare, certo che questa fuga è vergognosa”. Hanno abbandonato Roma anche se non hanno esplicitato
che volevano lasciare l’Italia e i più avveduti come Cicerone lo capirono subito.

Memorabile la vicenda di Corfinium in Abruzzo. A Corfinium si era asserragliato, alla testa di un piccolo
contingente pompeiano, Domizio Enobarbo (l’uomo che dove candidarsi al consolato del 55 opponendosi
a Pompeo e a Crasso e che doveva succedere a Cesare il comando della Gallia), quando si vide
asserragliato a Corfinium pensa di aver trovato una possibilità di salvezza nel passaggio attraverso l’attuale
Molise di Pompeo diretto in Apulia, gli manda subito il messaggero dicendo di venire a Corfinium per fare
una deviazione in senso nord-est a soccorrerli, invece Pompeo seguita verso l’Apulia e non devia il suo
itinerario, Cicerone sempre in una lettera commenta: “res confecta est”. Corfinium capitola, Cesare mette le
mani su Corfinium e sul suo nemico storico, Domizio Enobarbo.

Questa è quella che Cicerone chiamava la nova ratio vincendi (“il nuovo modo di vincere” maturato da
Cesare). Cesare concedeva a tutti una scelta: la prima volta che sconfiggeva qualcuno lo lasciava scegliere
se passare dalla sua parte o continuare a combattere con chi aveva combattuto fino a quel momento, ma lo
perdonava una sola volta, se poi lo avesse sconfitto una seconda volta non lo avrebbe perdonato. Così
Domizio Enobarbo sceglie di continuare a combattere per Pompeo e fugge da Corfinium con molta velocità,
Cesare non si fidava molto, lo fece con tale fretta che dimenticò i bagagli e Cesare glieli fece portare,
avvertendolo che era la prima e l’ultima volta che lo perdonava.

Procedette verso l’Apulia: Cesare deve impedire che Pompeo e i consoli si imbarchino per la Grecia, a quel
punto la guerra si sarebbe protratta per un tempo indefinibile. Questo fu il parziale insuccesso di Cesare nel
49, non riesce a impedirlo perché nei primi di marzo Pompeo si imbarca e riesce a passare in Grecia.
Questo è uno scacco per Cesare, simulò il successo di aver liberato l’Italia da Pompeo e dai consoli ma in
realtà si trattava di vincere contro Pompeo, i consoli e il resto del mondo perché Cesare non ha alleati, ha
solo le legioni della Gallia che lo raggiungono e le legioni dalla VI alla XIV. Si riorganizza, manda
luogotenenti ad occupare la Sicilia e la Sardegna perché vuole controllare il traffico anche commerciale
mediterraneo, dopodiché punta su Roma e a Roma tutti tremano, prevedevano sarebbe stato il ritorno di
Mario e di Silla, soprattutto coloro che notoriamente erano pompeiani ma che non avevano potuto
abbandonare l’Italia per tanti motivi, alcuni semplicemente perché erano ormai anziani. Il ritorno di Cesare
non fu nulla di tutto questo, fu estremamente pacifico improntato alla più intransigente legalità. Fece
convocare una riunione senatoria extra pomerium perché lui era in armi e non poteva entrare dentro le
mura. Al di là della forma Cesare è molto deciso nel conseguire i suoi obiettivi, per esempio i suoi nemici si
erano scordati di prendere il tesoro dello Stato ma lui si ricordava che eri rimasto lì e lo vuole prendere, c’è
un tribuno della plebe che pone il veto e rischia di essere ucciso: Cesare non fa conto del veto e lo prende
comunque. Cesare deve finanziare questa guerra che sarebbe stata lunghissima.

Deve mettere al sicuro l’Italia evitando che, se avesse subito raggiunto Pompeo in Grecia, i governatori
delle province spagnole di Pompeo valicassero i Pirenei e tornassero in Italia prendendone possesso.
Quindi Cesare capisce che prima di poter inseguire Pompeo in Grecia deve fare una campagna spagnola,
questo gli sarebbe costato perché Pompeo nel frattempo avrebbe potuto essere raggiunto da rinforzi, infatti
Pompeo manda anche il suocero Metello Scipione in Oriente a raccogliere forze armate, fa appello a Giuba
di Numidia perché gli mandi un contingente, si fa raggiungere dai governatori delle province a lui legate (la
maggior parte del suo esercito proveniva dalle province e dagli stati orientali, l’unico Stato orientale che non
mandò rinforzi a Pompeo fu l’Egitto di Cleopatra).

Pompeo quindi è in Grecia, a Tessalonica, stabilisce lì il quartiere generale e pronunciò la famosa frase che
dicono tutti i fuoriusciti da Roma quando si trovano lontano dalla patria a doversi organizzare “in fin dei
conti Roma è dove siamo noi”. Cesare parte per la campagna spagnola nell’aprile e lascia la reggenza
123
militare di Roma a Marco Antonio, con il compito di portare dalla sua parte gli indecisi a cominciare da
Cicerone (meditava di chiedere la neutralità, cioè di andare sull’isola di Malta schierandosi né con l’uno né
con l’altro e dopo passa dalla parte di Pompeo, l'idiosincrasia tra Antonio e Cicerone era insanabile).

Nella Gallia Narbonense c’è il problema di Marsiglia, perché a Marsiglia da Corfinium si era asserragliato
Domizio Enobarbo, trincerandosi dentro la città e ostacolando il passaggio di Cesare. Cesare capisce che
l’assedio di Marsiglia sarebbe durato troppo per le sue necessità e lo lascia proseguire a due luogotenenti
che si erano distinti durante le guerre in Gallia, Trebonio e Decimo Giunio Bruto Albino. Cesare prosegue
per la Spagna dove con una facilità irrisoria, nell’estate del 49, sconfigge tutti e tre i governatori pompeiani
delle province spagnole: Afranio, Varrone e Petreio. La metodica è la stessa, chiede a loro cosa vogliono
fare e loro gli dicono che avrebbero voluto raggiungere Pompeo in Grecia, lui gli dice che possono partire e
i tre raggiungono Pompeo. Con questa metodica di rendersi popolare, cioè di porre le premesse per cui nel
caso in cui avesse vinto la guerra civile sperava di non trovarsi una buona metà e più di Roma
incurabilmente ostile nei suoi confronti.

Cercava di rendere meno cruenta la situazione di una guerra fra concittadini. Il trionfo non si può celebrare
in caso di vittorie su guerra civile perché è un trionfo sulla morte di concittadini. Ci sono famiglie che
possono vedere il padre in una posizione e il figlio su altre. La guerra anche per Cesare aveva le sue spine,
aveva mandato il numero due Scribonio Curione dal 51 al 50 a combattere in Africa per cercare di fermare
Giuba di Numidia dal raggiungere Pompeo. Curione viene sconfitto e ucciso il 15 agosto del 49 sul
Bagradas, quel fiume che già nel 255 aveva visto la sconfitta di Attilio Regolo contro Xantippo. La morte di
Curione fu molto pesante per Cesare, era uno dei suoi migliori ufficiali. Al ritorno apprende del felice esito
dell’assedio di Trebonio e di Decimo Giunio Bruto a Marsiglia ma Domizio Enobarbo riesce a scappare: non
sarebbe stato perdonato perché l’aveva già perdonato una volta ma riesce a prendere il mare di nascosto e
a raggiungere anche lui Pompeo, tutti si portavano in Grecia a raggiungere Pompeo.

Nel frattempo a Piacenza, verso il novembre del 49, si determina il famoso ammutinamento di una
legione. Non si era più ai tempi delle guerre galliche, c’era bisogno di soldi e vettovaglie da parte di Cesare
per questa guerra da condurre. Cesare era diventato molto meno generoso, la disciplina è dura, le legioni
combattono da anni e anni e a un certo punto c’è l’ammutinamento di una legione a Piacenza, Cesare si
reca sul posto e con atteggiamento inflessibile procede alla decimazione (si fanno bigliettini con il nome di
ogni soldato, si fanno gruppi di 10 e ogni 10 se ne estrae uno, quello estratto viene ucciso, viene ucciso
1/10 dei legionari di Piacenza).

Come si fa a eleggere i consoli del 48? A Roma i consoli non ci sono, sono in Grecia con Pompeo, Pompeo
decide di procedere alle elezioni perché Roma è dov’è lui nella sua ottica, quindi anche lui ha il problema di
eleggere i magistrati per il 48, ma i consoli di Pompeo (Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello) non
possono indire dei comizi. Sono partiti da Roma poco dopo la metà di gennaio del 49 quindi non c’è stato il
tempo per emanare la Lex curiata de imperio dai comizi curiati(la ricevono verso marzo, è solo allora che
sono pienamente consoli e alla fine dello stesso anno possono presiedere i comizi elettivi dell’anno
successivo). Pompeo li conferma consoli, possono continuare a fare i consoli ma non possono indire i
comizi elettivi, non può essere la soluzione di Cesare che non ha i consoli (sono a Tessalonica). L’unica
soluzione nel caso di Roma e dei cesariani era che si nominasse un dittatore comitiorum habendorum
causa per eleggere i magistrati dell’anno successivo. A roma si può creare un dittatore visto che i consoli
non ci sono? I comizi centuriati possono essere presieduti anche da un propretore, quindi è proprio Marco
Emilio Lepido, futuro triumviro, che come pretore provvede all’iter per la nomina di Giulio Cesare come
dittatore per presiedere i comizi per le elezioni dei consoli e pretori del 48. Servilio e lo stesso Giulio
Cesare sono i consoli per il 48.

124
Una volta risolto il problema dei consoli da ambo le parti (sia Pompeo che Cesare), Cesare alla fine del
mese si porta in Apulia per imbarcarsi per la Grecia. Il 4 gennaio del 48, approfittando di una fortuna
incredibile perché trova il mare in una grande bonaccia in quel mese, riesce a imbarcare metà dei legionari
(le navi non erano sufficienti a imbarcarli tutti, l’altra metà dell’esercito viene lasciata in Apulia a colui che
era diventato il nuovo numero due, Marco Antonio). Comincia a farsi sentire la marea e le condizioni del
mare non permettono più una traversato così facile, inoltre i pompeiani attivano dopo il passaggio di
Cesare una guardia molto attenta affidata a Marco Calpurnio Bibulo, il genero di Catone. Marco Antonio
non si sente di prendere il mare con troppa fretta: tra le maree e il posto di blocco di bibulo Marco Antonio
ha il timore di perdere la sua metà dell’esercito e quindi di compromettere la guerra di Cesare
definitivamente. Passano 3 mesi e Cesare dall’altra parte non vede arrivare Antonio (non può mandare
nemmeno lettere per il blocco di Bibulo), anche se non lo scrive mai nei suoi Commentarii, da altre fonti
sappiamo che pensò che Marco Antonio l’avesse tradito insieme alle legioni, è convinto che siano passati
ai pompeiani. Plutarco ci racconta della disperazione di Cesare che una notte di tempesta prese una barca
e voleva tornare in Apulia da solo a prendersi le sue legioni, il timoniere gli disse dove andava con quel
tempo e Cesare avrebbe risposto: “tu non temere, trasporti Cesare e la sua fortuna”. Antonio venne salvato
dalle variabili del caso: Bibulo, siccome il mare era veramente tempestoso si ammala di polmonite e muore,
nel frangente della sostituzione di Bibulo con altri ufficiali, approfittando di qualche giorno più propizio,
Antonio riesce a passare e si ricongiunge con Cesare all’inizio di aprile in Epiro.

Pompeo ha compiuto un errore: si era portato a Durazzo, vicino al punto in cui Cesare era sbarcato,
avrebbe voluto attaccare Cesare perché ha metà dell’esercito. Pompeo aveva un sacro terrore di giungere
allo scontro con Cesare con i legionari che avevano combattuto in Gallia. Cesare in quelle battaglie ha la
forza di combattimento corpo a corpo probabilmente più forte che abbia avuto l’esercito romano, i legionari
italici, romani e gallici, mentre Pompeo ha eserciti di nuove reclute e di pochissimi contingenti orientali
perché già l’avevano raggiunto. Pur essendo in un numero almeno triplo rispetto a Cesare non si sente di
affrontarlo. Si ricordava che ad Alesia Cesare con 60.000 uomini aveva sconfitto più di 300.000 Galli. Sono
tutti convinti che bastano le cifre per far vincere Pompeo in quei frangenti, l’unico che non è affatto convinto
è Pompeo che evita lo scontro. Il problema è che quando l’esercito di Cesare si ricongiunge con l’altra metà
portata da Marco Antonio, è Pompeo che finisce assediato dentro Durazzo. Cesare e Antonio pongono
sotto assedio la città di Durazzo in cui si è trincerato Pompeo. L’assedio va avanti fino a luglio, a
Tessalonica arrivano a Pompeo gli eserciti attesi da tutto il mondo conosciuto: lo raggiunge Giuba, il
suocero Quinto Cecilio Metello Scipione con le legioni della Siria e gli eserciti alleati orientali. Pompeo è
chiuso dentro Durazzo. Approfittando del tradimento degli Allobrogi (come nel caso della congiura di
Catilina) che erano in teoria alleati di Cesare ma forniscono informazioni a Pompeo, decide di tentare una
sortita a luglio del 48. C’è un contrattacco di Pompeo via terra supportato da un attacco via mare. La guerra
civile stava per finire lì, il campo di Cesare stava per capitolare quando Cesare viene salvato da
un’iniziativa autonoma e strepitosa di Marco Antonio che con alcune corti riesce a frapporsi fra la carica dei
nemici e l'accampamento. Induce a pensare a Pompeo che fosse meglio accontentarsi e fuggire da
Durazzo. La guerra civile di Cesare era salva perché l’intervento di Antonio salvò buona parte dell’esercito,
ma il colpo d’immagine fu molto forte, tant’è che tutte le città circostanti chiusero le porte a Cesare,
avevano cominciato a scommettere su Pompeo.

BATTAGLIA DI FARSALO

Pompeo si porta in Tessaglia e Cesare lo insegue. Si arriva in Tessaglia dove presso Palaepharsalus si
svolge lo scontro. Non tutti sul campo di Pompeo erano d’accordo nell’affrontare in una battaglia di terra
Cesare, molti avrebbero preferito una battaglia navale (simile alla situazione ad Azio nel campo di Antonio),
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alcuni avrebbero suggerito a Pompeo perfino di tornare in Italia, ma sarebbe sembrata una fuga. Alla fine
Pompeo si rassegna, non ha più completamente il controllo dei suoi ufficiali e autorevoli senatori come
Afranio o il suocero che lo accusavano di voler rinviare la battaglia per il gusto di stare al comando.
Pompeo a un certo punto si definisce “comandante comandato”.

La collocazione dello scontro è in Tessaglia lungo la piana a oriente di Farsalo e a sud del fiume Enipeo. La
prospettiva dello scontro è che Pompeo è in superiorità, ha un esercito molto più vasto di quello che
impiega. In considerazione della natura del luogo in cui questa battaglia si sarebbe svolta Pompeo schiera
45.000 fanti suddivisi in 11 legioni e poi un contingente di cavalleria di 7000 uomini. Cesare ha meno della
metà di questi effettivi da schierare. Idealmente la legione era 5-6000 uomini ma in pratica quelle di Cesare
non arrivavano neanche a 3000: 22.000 fanti schierati in 8 legioni e 1000 cavalieri.

Ad Alesia Cesare aveva ⅙ dell’esercito dei nemici, contano i numeri ma conta di più la tattica e la qualità.
Pompeo ha un esercito composto quasi esclusivamente da orientali con alcuni nuclei di legionari italici.
Cesare ha delle legioni composte quasi esclusivamente dai veterani che avevano vinto tutte le guerre in
Gallia, quindi italici, gallici, contingenti di cavalleria germanici balearici. Questo è un esercito scelto, solo
Pompeo sembrava rendersene conto. Pompeo sa benissimo che ha una sola speranza per poter
ingaggiare uno scontro aperto: che vada bene subito l’attacco di cavalleria con cui meditava di ingaggiare
la battaglia, punta tutto sulla carica della cavalleria perché non può puntare sul corpo a corpo. Sa
benissimo che gli orientali e i giovanissimi neo reclutati sarebbero stati massacrati con i legionari corpo a
corpo della Gallia. Punta sul lancio dei frombolieri a distanza e sulla carica della cavalleria.

Cesare si schiera davanti a Pompeo e a Domizio Enobarbo sull’ala destra, all’ala sinistra pone Marco
Antonio protetto dal fiume. Si mette sull’ala destra perché è sicuro che l’attacco della cavalleria verrà
portato sull’ala destra, non poteva essere puntato sull’ala sinistra perché c’era il fiume. Se Cesare avesse
resistito al primo attacco di cavalleria avrebbe con ogni probabilità vinto la battaglia. Le fanterie cominciano
a scontrarsi al centro, già si profila un massacro per i pompeiani perché non ci si può scontrare con il
centro dei veterani gallici e Pompeo porta subito l’attacco di cavalleria sull’ala destra preceduto da un
lancio di pietre da parte dei frombolieri soprattutto spagnoli e dalle frecce degli arcieri orientali. Il problema
per Cesare è evitare di finire in rotta ed essere accerchiato. Cesare sottrae alla sua terza linea una corta a
ognuna delle otto legioni che schiera, quindi crea otto corti, utilizza solo quelle, e le altre 16 le toglie dalla
battaglia. Questo perché tutto lo scontro era sull’ala destra. Il resto dello schieramento era pressoché
inoperoso perché Pompeo si guarda bene dal mandare i suoi soldati allo sfondamento del centro della
seconda e della terza linea di Cesare. Cesare ha il coraggio di togliere 16 corti e di farle riposare, mentre
sposta altre corti tutte sulla destra. Le otto corti che ha spostato le manda all’attacco di questa cavalleria
che Pompeo ha mandato all’assalto, quindi aggiunge quasi mille uomini per bloccare sull’ala destra
l’attacco di cavalleria. Quest’ala sinistra di Pompeo mandata all’attacco, in cui c’è anche Pompeo, viene
quasi interamente circondata, a quel punto dopo qualche ora, Cesare rimette in battaglia le 16 corti che
aveva tolto, fresche e con il vigore completamente intatto. Queste attaccano, fanno una carica violentissima
e mettono definitivamente in rotta l’esercito di Pompeo. Pompeo fugge dall'accampamento e cerca la
salvezza, si speculava su dove si fosse rifugiato, si pensava perfino che sarebbe andato a rifugiarsi presso
i Parti con cui aveva fatto dei trattati, alla fine Pompeo si diresse in Egitto perché aveva fatto reinsediare sul
trono di Agabinio Tolomeo XVI e pensava che i figli Tolomeo XIII e Cleopatra gliene sarebbero stati grati e
lo avrebbero accolto.

I pompeiani sconfitti si riorganizzano a Porcera. Si decide dove andare a riorganizzarsi e a chi affidare il
comando delle operazioni. In realtà lo volevano affidare a Cicerone che però rifiutò. Anzi, dichiara che
sarebbe tornato in Italia e avrebbe chiesto a Cesare la clemenza. Si decide nel campo pompeiano di
portarsi in Africa da Giuba I di Numidia e riorganizzarsi lì, alcuni suggerirono di dare il comando generale a
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Catone Uticense, Catone rifiuta perché non era mai andato nel cursus honorum oltre la pretura e preferì
che fosse nominato comandante generale Quinto Cecilio Pio Metello Scipione che invece era un consolare.
Cesare è vincitore, mantiene una linea assolutamente legalista, si fa nominare dal collega di consolato
Servilio dittatore e si fa assegnare Antonio magister equitum. Antonio che aveva reso un altro servigio a
Cesare nella battaglia di Farsalo, era stato poco impegnato perché messo sull’ala sinistra. Antonio trova la
sua occasione di gloria che Cicerone gli avrebbe rinfacciato aspramente nella seconda filippica: a un certo
punto quando la battaglia era praticamente finita, Antonio si mette a inseguire in solitaria Domizio
Enobarbo, immaginava che se fosse riuscito a ucciderlo avrebbe fatto molto piacere a Cesare. Cicerone
nella seconda filippica dirà “hai tracannato il suo sangue”. Antonio lo raggiunge e lo sfida a duello. Se
l’avessero fatto prigioniero sarebbe stato un problema per Cesare che avrebbe dovuto ucciderlo, avrebbe
proceduto all'esecuzione a freddo un uomo simbolo dei repubblicani e si sarebbe attirato morosità senza
pari, invece Antonio lo uccide mentre la battaglia era ancora in corso.

Cesare sceglie Marco Antonio come magister equitum, è in quel momento la consacrazione del numero
due, con una missione particolare: Cesare si sarebbe messo all’inseguimento di Pompeo, quindi sarebbe
andato lontano da Roma e dall’Italia, Antonio sarebbe tornato subito in Italia e ne avrebbe tenuto la
reggenza su Roma e sull’Italia (di solito è il contrario), in un anno in cui non c’erano altri magistrati cum
imperio, non erano stati eletti per l’anno 47 i consoli, quindi non ci sarebbero stati i consoli e non ci
sarebbero stati neanche i pretori, perché se il comizio centuriato non ha ancora eletto i consoli, non può
procedere all’elezione dei pretori.

Antonio in quell’anno incontra dei grossi problemi:

1.​ deve gestire i rapporti con i repubblicani che vogliono chiedere la clemenza di Cesare. Cesare
era stato tassativo con Antonio, li fa stare sulle navi, al massimo sbarcano in Apulia, finché non
esamina lui le vicende caso per caso non deve far tornare nessuno a Roma, però l’impopolarità se
la prendeva Antonio;
2.​ veterani di Cesare rimandati in Italia: sono alcune legioni che ha mandato l’Italia (non va
all’inseguimento di Pompeo con tutto l’esercito). Queste legioni si lamentano le la guerra non finiva
mai, vogliono soldi e in Campania l’insurrezione delle legioni dalla VII alla XIV comincia a fare
vittime anche tra piccoli proprietari, questi uomini si danno al saccheggio. Antonio si porta subito in
Campania ma non ottiene nulla perché quei soldati potevano essere calmati solo dall’arrivo di un
grosso esercito o pagandoli, ma Antonio non aveva soldi. I cesariani lo cacciano a sassate. Un
tribuno della plebe cesariano, Cornelio Dolabella (genero di Cicerone, ha sposato Tullia), approfitta
dell’assenza di Cesare per crearsi una popolarità autonoma e proclama le tabulae novae
(azzeramento dei debiti, ciò che Cesare aveva evitato di fare prima di partire per la Grecia), Antonio
non la può permettere e Roma diviene un teatro quotidiano di scontri di piazza.

Cesare si porta in Egitto dopo aver saputo che Pompeo si era diretto lì e quando arriva trova una scena
che non si aspettava: Tolomeo XIII finge di accogliere Pompeo su suggerimento dei suoi eunuchi, Potino e
Achilla, poi lo ha fatto uccidere di sua iniziativa. Pompeo trova la morte in Egitto. Secondo alcuni si
aggrava così la vendetta degli elefanti: nel 55 quando inaugura il suo teatro offre uno spettacolo di caccia
alle fiere, c’è un massacro anche di elefanti. I contemporanei ricordano che questi elefanti arrivano con la
proboscide rivolta verso il cielo come ad invocare gli dei a testimonianza del fatto che erano stati fatti salire
sulle navi in Africa con il giuramento che non gli sarebbe stato fatto niente di male, mentre invece vennero
uccisi con i giavellotti. Questo avrebbe provocato un grosso risentimento in molti strati dell’opinione
pubblica, come dice Cicerone sembrava quasi che ci fosse una societas, una comunanza tra noi e le belve,
molti rimasero colpiti da quello spettacolo e aleggiò la leggenda della maledizione degli elefanti. Pompeo
trovò la morte in Africa proprio dove erano stati catturati gli elefanti.
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Tolomeo era convinto che avrebbe riscosso la gratitudine di Cesare, mentre Cesare si sdegna
mortalmente con Tolomeo XIII: Pompeo era stato suo genero, era un grande comandante romano, uno
straniero non si doveva permettere di dare la morte a Pompeo il grande. Perdonare Pompeo sarebbe stato
un successo propagandistico per Cesare. Cesare con ogni probabilità l’avrebbe perdonato, invece Tolomeo
portandogli la testa di Pompeo mozzata lo sdegnò in una maniera così clamorosa che Cesare si vendicò.
Di lì a poco scoppiò ad Alessandria un conflitto per la successione: in quel momento regnavano Tolomeo
XIII e Cleopatra in maniera congiunta e c’è uno scontro fra i due. La maggior parte degli alessandrini
parteggiava per Tolomeo XIII e Cesare decide di prendere le parti di Cleopatra. In quel frangente diviene
anche la sua amante e lo sarebbe stata fino alla morte, addirittura in quei mesi del 47 concepiscono un
figlio, Tolomeo XV che avrebbe preso il nome a Roma di Cesarione. A marzo del 47 c’è una guerra: il
bellum alexandrinum, Cesare con le legioni che si era portato in Egitto prende le parti di Cleopatra. In
questi scontri finisce bruciata anche la Biblioteca di Alessandria. Alla fine Cesare riesce a sconfiggere
Tolomeo XIII, i legionari della Gallia anche se in numero ridottissimo avevano pochi nemici, dopodiché nel
giugno lascia l’Egitto e va a vendicarsi di Farnace, un sovrano orientale che aveva appoggiato Pompeo, è
la famosa battaglia di Zela, “veni, vidi, vici”, da quanto rapidamente ha sconfitto Farnace: “sono arrivato,
l’ho visto e l’ho sconfitto”, una passeggiata per Cesare quella contro Farnace.

Gli studiosi sono convinti che Cesare torna a Roma, si sdegna con Antonio perché trova questa situazione
in Italia e decide di punirlo. Chiaramente quando torna Cesare le situazioni si risolvono tutte: ammette ai
pompeiani di tornare a Roma,, c’è l’incontro il 25 settembre del 47 con Cicerone a Brindisi (si abbracciano).
Cesare lo può fare mentre Antonio aveva avuto l’ordine contrario. Va in Campania, riconduce subito
all’ordine le legioni forti perché arriva con l’esercito che aveva vinto in Egitto e a Zela e dice ai veterani di
tornare all’ordine, seguirlo nel proseguo della guerra e prendere ciò che gli spetta oppure possono restare lì
e perdere tutto. Tornano subito all’ordine e a Roma appena si materializza l’ombra di Cesare Dolabella
smette di fare tumulti, quindi tutte le situazioni al ritorno di Cesare si risolvono ma quella piega l’avevano
presa per colpa di Antonio. Cesare perdona i suoi veterani e Dolabella, Cicerone, Domizio Enobarbo ecc.
l’unico non perdonato sarebbe stato Marco Antonio, sapendo che quello che non aveva fatto era perché
non aveva modo di farlo. Gli studiosi amano pensare che l’unica persona al mondo che Cesare non ha
perdonato è Antonio in quel frangente, perché dimenticano che c’è stato. C’è una vicenda in mezzo che
viene sottovalutata: l’acquisto della casa di Pompeo.

Pompeo muore in Egitto dopo aver perso la guerra e i suoi beni vanno all’asta, come quelli di tanti altri
pompeiani. A Roma ci sono le aste per l’acquisto dei beni dei pompeiani. Comprare la casa di Pompeo non
è una transazione economica e basta, significa comprare i beni, la casa, dell’uomo simbolo. Questo
avrebbe portato odiosità a Cesare che non può prendere la casa di Pompeo, allo stesso tempo non può
permetter che se la compri un pompeiano, perché sarebbe subito stato individuato come colui attorno al
quale riagganciare il partito. Ha bisogno che qualcuno vicino a lui potesse comprare quella casa. L’asta fu
combinata, ce lo dice chiaramente Cicerone nella seconda filippica, non si trovò nessun altro disposto a
fare offerte per la casa di Pompeo tranne Marco Antonio. L’attendibilità del discorso di Cicerone è assoluta
perché sta parlando nel 44 a dei contemporanei. È del tutto chiaro che Marco Antonio offre perché gliel'ha
chiesto Cesare che fa in modo che solo lui faccia l’offerta. La cifra era enorme e Cesare si aspettava che
Antonio la versasse all’erario perché ha bisogno disperatamente dei soldi per il proseguo della guerra.
Antonio questi soldi non ce l’ha, non è che sperasse di non pagarla (Cassio Dione ci dice che chi comprava
i beni di tanti pompeiani era convinto che tanto non li avrebbe pagati mai, Antonio però non ha fatto questo
calcolo così ottimistico), sperava che gli venisse dato tempo, si ra arricchito con le vittorie ma non fino al
punto di avere quella cifra. Così quando Cesare torna nell’autunno del 47 a Roma e gli chiede il pagamento
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della casa, Antonio la prende e rifiuta di aprtire con Cesare per l’Africa dove Cesare sarebbe dovuto andare
a scontrarsi con i pompeiani che si erano organizzati in Africa. Cesare tiene lo stesso atteggiamento che
aveva assunto con i legionari della Campania: andare con lui o rimanere lì, Antonio restò a Roma. Parte
per l’Africa e sconfigge, pur essendo di nuovo in grave inferiorità numerica, le resistenze pompeiane il 6
aprile del 46 a Tapso.

Dopo Tapso si innescò una famosa catena di suicidi per i pompeiani, celebre quello di Quinto Cecilio
Metello Pio Scipione Petreio. Si invitarono a pranzo, pranzarono insieme e poi concordarono di uccidersi
vicendevolmente. Il suicidio più drammatico fu quello di Catone Uticense: si suicidò in una maniera
estremamente cruenta che le fonti ci descrivono in particolari raccapriccianti. Perché venne raccontato
dalla tradizione così nei dettagli? Perché Catone divenne un martire della libertà repubblicana, si
componevano elogi di Catone, ne scrisse uno Marco Giunio Bruto e uno Cicerone. C'era anche chi
scriveva anti Catones, tra cui lo stesso Cesare che voleva diventare che Catone diventasse un martire
della causa pompeiana. Raccontando le modalità cruente con cui si era suicidato, era come se la
propaganda cesariana ostile a Catone volesse disumanizzarlo presentandolo come dotato di felinità perché
in grado di sottoporsi a uno strazio di quel tipo. Cesare torna a Roma, detiene il consolato insieme al nuovo
numero due: Marco Emilio Lepido, futuro triumviro, il pretore che nel 49 l’aveva nominato dittatore, è il figlio
di un uomo che è stato ucciso durante gli scontri di inizio anni 70. Chiede di nuovo ad Antonio il pagamento
della casa di Pompeo e Antonio rimane nella sua posizione, Cesare concede una nuova proroga ma molto
più breve. Antonio ormai ha nemici fra i repubblicani e i pompeiani e non ha più amici nella sua parte
originaria. La svolta per lui avviene quando decide di sposare una sua storica amante, Fulvia: non è una
donna qualunque, è la vedova di Clodio e di Scribonio Curione (morto il 15 agosto del 49 sul Bagradas),
appartiene alla ricchissima famiglia dei Fulvi Barbaglioni, cesariani da sempre. Quando Fulvia sposa
Clodio, Clodio comincia ad avvicinarsi a Cesare, quando Fulvia sposa Curione che era un beniamino degli
ottimati, Curione diventa un tribuno il favore di Cesare. Questa volta ugualmente sposando Fulvia, Antonio
pose le precondizioni per cui la famiglia dei Bambalioni lo rimise in buoni rapporti con Cesare che però nel
frattempo è partito per la campagna spagnola. Antonio propone a Cesare di raggiungerlo anche se non è
partito con lui e naturalmente è felice.

Antonio parte per Marsiglia ma come ci racconta Cicerone è costretto a tornare indietro, per le
comunicazioni problematiche, la proroga al pagamento del debito era stata più breve, Antonio viene
raggiunto dalle staffette che lo informano che a Roma i suoi beni sono all’asta perché non aveva pagato la
casa di Pompeo, ce lo racconta nel dettaglio Cicerone nella seconda filippica. Antonio è costretto a correre
a Roma, sistema le cose, riparte velocemente per la Spagna ma non arriva in tempo perché la battaglia c’è
già stata, quindi si ferma a Marsiglia ad aspettare Cesare che, nominato dittatore per 10 anni, in Spagna ha
affrontato le ultime resistenze pompeiane. C’erano rimasti i figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto Pompeo
e Labieno, il grande comandante di Cesare durante le guerre galliche e l’unico ufficiale a passare dalla
parte di Pompeo allo scoppio della guerra civile.

A Munda Cesare rischiò in più frangenti di perdere, non ha più grossi ufficiali al suo seguito, ha tanti soldati
valorosissimi ma è privo di ufficiali a cui poter delegare operazioni distaccate, Labieno sta dall’altra parte,
Curione è morto e Antonio non l’ha raggiunto. Alla fine il 17 marzo del 45 riesce a sconfiggere e a uccidere
Gneo Pompeo e Labieno mentre Sesto Pompeo sfugge dal campo di battaglia e si sarebbe riorganizzato
con un’attività di pirateria. Con la vittoria di Munda Cesare chiude vittorioso le guerre civili. Era in una
posizione di un’altezza assoluta in cui nessuno era mai stato.

A Narbona nell’estate del 45 incontra Antonio, era arrivato viaggiando sul carro insieme a Decimo Giunio
Bruto Albino, a suo nipote Gaio Ottavio (all’epoca è un diciassettenne, già l’ha portato in Spagna e già l’ha
fatto entrare nel collegio dei pontefici) e a Cornelio Dolabella, a cui Cesare aveva proposto di fare il console
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insieme a lui nel 44. Quando a Narbona incontra Marco Antonio, Cesare lo abbraccia e cambiano le
decisioni.

Il 1 gennaio diventò console insieme ad Antonio, Dolabella subentrerà a marzo quando partirà per una
campagna contro i Parti. Dolabella la prese talmente male che in una lettera di Cicerone leggiamo che mesi
dopo in Campania, Cesare quando percorreva le vie battute dalle villae dei più importanti personaggi
romani che in Campania andavano a fare villeggiatura, girava tranquillamente senza scorta solo passando
davanti alla casa di Dolabella si fece circondare dalla scorta sui due lati, aveva paura che tentasse qualche
azione inconsulta nei suoi confronti. In realtà Cesare si rendeva perfettamente conto delle qualità di
Antonio e si ricordava di Durazzo, della Gallia e di Domizio Enobarbo, aveva capito che l’insuccesso del 47
non era stato colpa di Antonio.

CONGIURA CONTRO CESARE

Nel maggio del 45 Cicerone si proponeva di scrivere a Cesare un Symbouleutikón, un trattato sull'arte di
governare, di quelli che erano stati scritti anche ad Alessandro Magno. Dopo un po' di giorni Cicerona torna
sulla questione è dice ad Attico che non lo scrive più perché è inutile, Cesare è come Alessandro Magno,
un uomo rovinato dalla gloria e dai successi. Nel tempio di Quirino era stata posta una statua di Cesare
con scritto in greco hemitheos, “semidio” e poco dopo Theo Iniketo (“al Dio invincibile”) e non si capisce
se il “Dio invincibile” è Quirino o è Cesare. Gli onori che tocca Cesare sono incredibili, Cassio Dione ce ne
nomina più di un centinaio, uno più incredibile dell’altro. Cesare tocca dei vertici mai battuti.

Intanto porta avanti un programma di riforme che lo caratterizzano come popolare non estremista:

-​ riprende il progetto di fondare colonie delle Gallie e oltremare come Caio Gracco (Zecchini ha
assistito molto su questo personaggio come modello di Cesare);
-​ un tribuno che aveva previsto le distribuzioni di grano gratuite a un numero illimitato di
beneficiari. Era Clodio, Cesare, che è un popolare non estremista, rimette le cose a posto: fissa a
150.000 il numero di beneficiari, quindi gli altri indigenti devono trovare qualche altra soluzione
come le colonie oltremarine e in Gallia;
-​ programma di edilizia monumentale pubblica (foro di Cesare). Comincia già quella fase in cui i
grandi uomini vogliono una parte della città che eterni il loro nome e che sia fornita di edifici
monumentali;
-​ programma di bonifiche: varie zone dell'Abruzzo con alcuni lago (Fucino).
-​ vuole rendere Roma attrattiva, soprattutto alle categorie di cui i romani avevano bisogno. C'è
bisogno di medici, Cesare fa una legge per cui tutti i medici che si stabiliscono a Roma prendono
automaticamente la romana civitas;
-​ il Senato viene elevato a 900 membri, immettendovi chiaramente tutti gli uomini legati a Cesare;
-​ approfittando della collaborazione di esperti alessandrini astronomi e matematici provvede a una
riforma del calendario che, da questo momento in poi, vedrà le date degli antichi coincidere con le
date nostre nostre (ad esempio quando parliamo del Trasimeno diciamo 21 giugno ma
probabilmente è il 9 maggio). Calendario solare di 365 giorni +1 giorno intercalare ogni quattro
anni. Quindi non c'è più l'aggiunta del mese intercalare che veniva fatta il 23 febbraio ogni 2/3 anni
con l'aggiunta di 27 giorni (Pompeo fu eletto console unico nel 52 il giorno 24 del mese intercalare).

Tuttavia Cesare non ha la reputazione di essere stato un grande riformatore. Si contesta a Cesare di non
essere stato in grado di fare riforme. Cesare conquistò i campi di battaglia, ma non conquistò fin in fondo
romani. C'è una parte della popolazione che rimane polarizzata su posizioni repubblicane e pompeiane e
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non era ancora disposta a rassegnarsi a un potere accentrato su una sicura persona. Le famiglie più nobili
vivono per vincere la competizione politica e raggiungere un potere che, conteso e soggetto a
compromessi, deve essere reale. Con Cesare che era in una all'altezza incredibile, tanto che come
vedremo secondo alcuni viene dichiarato Dio, sarebbe stato divinizzato in vita, tutti gli altri non avevano
neanche un potere reale, avevano il potere che dipendeva dalla benevolenza di Cesare. Questo per quanto
riguarda le persone con cui spartiva il potere che essenzialmente erano i suoi fedelissimi. Una buona parte
dei congiurati sono cesariani, non ci sono solo i pompeiani estremisti. I nemici non li aveva conquistati,
questa nova ratio vincendi viene bollata come ipocrisia. Cicerone si rivolge a Cesare e lo chiama “rex”:
chiamare qualcuno re nella Roma repubblicana non è esattamente fare un complimento, il re è l'antitesi
della società civile. Non è una questione etica, è perfino una questione rituale. Il rex può essere iure
caesus, si può uccidere legittimamente chi è considerato rex. Tant'è che Cesare quando fa qualche atto di
liberalità, non usa mai il termine “clementia”, usa “misericordia”, “liberalitas”.

Sono due tappe che colpiscono dell’ultimo Cesare. A metà gennaio vengono posti dei diademi sulle statue
di Cesare (simbolo della legalità ellenistica), al ritorno della processioni religiose molti lo salutano come re.
Quando due tribuni della plebe, Sezio e Marullo, fanno arrestare l'uomo che ha saltato per primo Cesare
come rex, Cesare fa deporre subito i tribuni della plebe. Quindi non si capisce se ci tenesse ad essere
salutato come rex e facesse finta di non volerlo. Poi ci sono episodi con cui Lupercali in cui Cesare si vede
offrire da Marco Antonio il diadema all'arrivo della cerimonia religiosa dei Lupercalia. Cesare rifiuta ma è
stato un passo dal riesumare la monarchia a Roma. Si fa nominare in un lasso di tempo che va la fine di
gennaio e la metà di febbraio del 44 dittatore perpetuo (dittatura a vita, non il limite dei sei mesi, la stessa
che era stata offerta a Silla, poi Silla si era dimesso). Una parte della tradizione racconta come Cesare
considerasse le dimissioni di Silla da dittatore: un analabeta in politica. Fu un passo secondo alcuni da
diventare Dio. Secondo alcuni ci è diventato proprio secondo altri fu a un passo. C'è un passaggio di
Cassio Dione che a seconda come lo si interpreta fa propendere per l'una o per l'altra conclusione.
Quest'ultimo Cesare insomma ha grosse difficoltà, viene innalzato sempre di più, ma non è riuscito a far
breccia tra i pompeiani e non è riuscito a tenere sufficientemente legati a sé i suoi. Il Senato si offese
moltissimo quando ricevendo dei rumori Cesare non si alza ai piedi, resta seduto. I motivi di
insoddisfazione cominciamo a diventare trasversali. I pompeiani lo ritenevano autocrate, pure ipocrita,
perché ammantava di slogan come la clemenza e l'ambizione di riprendersi tutto. Non gli perdonavano le
morti di un numero incredibile di familiari, congiunti, compagni di parte. I suoi sostenitori, quelli che avevano
combattuto con lui e che avevano preso le sue parti durante la guerra civile, erano rimasti delusi da varie
cose. I sostenitori non capivano la clemenza: molti pompeiani erano stati preposti a cariche importantissime
perché Bruto ha combattuto contro di lui ma le 46 Cesare lo prepone alla Gallia Cisalpina come
governatore, nel 44 lo fai leggere il pretore urbano, la principale delle preture. Cassio Longino ha
combattuto contro di lui e nel 44 è pretore anche lui. Molti nelle fila di Cesare vedono questi uomini che
volevano ucciderli in battaglia adesso sono premiati in maniera molto superiore a loro. I donativi sono
sempre più ridotti, perché Cesare aveva accumulato un sacco di debiti per vincere tutte queste guerre, i
veterani hanno avuto meno di quello che speravano. Soprattutto anche i suoi sostenitori non erano paghi di
un potere per concessione. Cesare aveva già stabilito chi doveva diventare console fino al 40. Questo tipo
di potere (calato dall'alto per concessione) non era più soddisfacente per uomini politici che erano ricchi e
non avevano bisogno di essere collocati. Quel potere gli interessava nella misura in cui corrispondesse a
una vittoria personale e a un potere reale e non calato dall'altro per concessione. È un po' come il cavallo di
Caligola che reputava allo stesso livello un senatore e il suo cavallo. Davanti a Cesare, cosa può contare il
console? Qualsiasi battaglia che qualche comandante romano vinca la vince il nome di Cesare, i soldi li
controlla lui, gli onori divini vanno a lui, le designazioni le fa lui, si può opporre a qualsiasi decisione. L'unica
cosa che consolava i contemporanei era che Cesare sarebbe partito per una guerra. Alla metà di marzo
131
volevo partire per la campagna contro i Parti e Cicerone esprimeva un auspicio in una lettera “numquam
revertisset”.

Cesare non ce la fece fino in fondo quando si passò dai campi di battaglia ai campi di la pace. Il Cesare
statista, riformatore, amministratore e civile non ebbe lo stesso successo presso nessuno del Cesare
militare che invece era amato e rispettato da tutti. Collins introdusse il paradigma che i tedeschi riassunsero
nella formula “Cesare degenerato”, come se l'ultimo Cesare avesse, forse anche per delle patologie, perso
il contatto con la realtà, parlò proprio di “progressive megalomania”, suggettata dall'episodio in cui non si
alza in piedi davanti al Senato che gli offre gli onori e dall’accettare altri onori ridicoli. Christian Meier, uno
dei maggiori studiosi di Cesare, suggellò questa situazione con il titolo di una monografia “L’impotenza
dell’onnipotente dittatore Cesare”. Cesare era onnipotente ma di fatto non lo fu, un potere che non si
declinava nella pratica dell'ultima parte della sua vita.

TEORIE

Syme 1939: «for all his genius, Caesar was baffled»

Collins 1955: «progressive megalomania»

Meier 1980: Die Ohnmacht des allmächtigen Dictators Caesar

Will 1992; cerca una guerra, dalla quale non voleva tornare

Cesare avrebbe avuto disperato bisogno di trovare una guerra per uscire da quella trappola
dell'amministrazione a Roma e tornare a fare ciò che sapeva fare meglio: combattere e vincere le guerre. A
Roma in sua assenza potevano di nuovo percepirlo indispensabile come durante il caos del 48/47 sotto la
reggenza di Marco Antonio. Cesare cercava una guerra e per quello parte per la campagna partica. La
propaganda diffuse una profezia degli oracoli sibillini: i parti avrebbero potuto essere sconfitti solo da un re.
Probabilmente la seduta senatoria del 15 marzo poteva contenere anche questo fra gli ordini del giorno: la
dichiarazione di Cesare come rex, fermo restando che Cesare non era affatto interessato a un titolo che
corrispondeva molto meno ai poteri che lui aveva di fatto. Questo accederò un progetto che era già in
corso.

Il 15 marzo del 44 a.C. un'opposizione trasversale con una ventina di congiurati dell'estrazione più varia
(pompeiani, cesariani, neutrali), in Senato pugnala a morte Giulio Cesare. Il 15 marzo Roma entra nel
pieno della crisi che non si sapeva dove avrebbe portato. Forse qualcuno lo sapeva un po' meglio di quanto
presuppongono gli studiosi moderni. In realtà i congiurati avevano avuto un piano, forse antistorico nel
concepimento dell'azione, ma molto concreto nel prevedere gli snodi di quelle giornate. Avevano capito che
la scomparsa di Cesare avrebbe fatto contenti anche molti cesariani e quindi una trattativa con loro si
sarebbe potuta facilmente intavolare, non avrebbero trovato non avrebbero trovato tutti sdegnati per la
morte di Cesare. Anzi avrebbero trovato alcune che sarebbero stati contentissimi di sedersi con loro a un
tavolo per vedere come riavviare Roma a un nuovo o corso politico senza Cesare. Avrebbero trovato
sicuramente degli interlocutori disposti a guardare oltre Cesare e a tornare alla competizione per un potere
politico reale.

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Lezione XVI – 08/04/2026: GLI EVENTI DEL 44 E DEL 43
Il 15 marzo 44 Giulio Cesare, uomo più potente del mondo in quel momento, viene ucciso da una
congiura trasversale (vede riuniti dalla stessa parte congiurati ex cesariani, ex pompeiani, persone
neutrali come Cassio Parmense) mentre era in senato intorno a mezzogiorno. Marco Giunio Bruto, Gaio
Cassio Longinio, Decimo Giunio Bruto Albino, Gaio Trebonio, i fratelli Casca, si arroccano sul
Campidoglio con una scorta di gladiatori e di bande paramilitari. Nel pomeriggio scendono nel foro per un
discorso informale dove spiegano la ragione politica della loro impresa. Nel frattempo, i cesariani non
congiurati cercano di riorganizzarsi. Marco Antonio, che in quel momento è console, e Marco Emilio
Lepido, che ha una legione attestata sull’isola Tiberina in procinto di partire per la Spagna Narbonense e la
Spagna Citeriore, sono i maggiori esponenti di Cesare. Lepido si mette a disposizione di Antonio che inizia
a far blindare la città dai legionari e nel frattempo convoca a Roma i veterani di Cesare cui era stato
assegnato il terreno del Lazio e della Campania, poiché le decisioni di Cesare dopo la sua morte potevano
essere revocate, sollecitandoli ad andare a Roma per tutelare i loro interessi. Marco Tullio Cicerone la
sera del 15 marzo in Campidoglio sollecita i congiurati a convocare immediatamente il senato e a far
dichiarare Cesare tiranno: se fosse stato dichiarato tiranno tutte le sue decisioni sarebbero state annullate
e l’assassinio sarebbe stato valido (iure cesus → chi aspira a farsi re può essere ucciso impunemente).
Marco Giuno Bruto e Gaio Cassio Longinio non ascoltano Cicerone, poiché l’unica strada era passare ad
un’intesa con la parte cesariana: i congiurati non sono dei sognatori che pensavano che una volta ucciso
Cesare la repubblica sarebbe risorta (non hanno compiuto alcun tirannicidio di matrice greca), ma hanno
compiuto un omicidio di Stato nel tentativo di riaprire la strada verso il potere reale e non frutto di
concessioni dall’alto. Svetonio, scrivendo Vite dei dodici Cesari (storie degli imperatori), le fa iniziare con
Cesare stesso, nonostante non fosse imperatore. Nella controparte, la maggior parte non sono indignati:
anzi, Antonio vede per se stesso una possibilità di raggiungere un grado di potere reale e non solo per
concessioni, tanto che quando la sera del 15 marzo i congiurati mandano ambasciatori, Cicerone si rifiuta
di prestarsi al ruolo, è a casa di Lepido e Antonio e i due rispondono che non possono dare una risposta e
che ci sarebbe stata una riunione tra cesariani il giorno seguente per capire quale linea avrebbe prevalso
(vendetta o conciliazione). Guardare oltre Cesare era un’aspettativa per riaprire la partita politica per un
potere reale non monopolizzato da una singola persona che era diventata quasi un dio da vivente (è la
prima volta che si parla di divinizzazione di un vivente a Roma). Lepido già all’alba fa discorsi per la
vendetta (si sarebbe attuata con la sua legione e la gloria sarebbe andata a lui), ma Antonio non voleva e
porta avanti la linea dell’intesa solo per pietà e per non spargere sangue di altri concittadini (i veterani sono
giunti a Roma anche per non utilizzare i legionari di Lepido come scorta armata). Alla fine, il 17 marzo
prevale la linea della conciliazione per cui si sarebbe arrivati ad un compromesso con i congiurati: Cesare
non è un tiranno e i suoi uccisori sono riabilitati e confermati nelle posizioni date dallo stesso Cesare (es.
Bruto e Cassio rimangono pretori e nel 43 sarebbero andati a governare nelle province; Decimo Bruto e
Trebonio partono subito per le province).

Tutto sembrava risolto, anche se ci sono alcune incognite. Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di
Cesare, impone, urlando in sento, la lettura del testamento di Cesare: la popolazione si divide. Antonio
commette l’errore di accettare l’apertura del testamento di Cesare, sperando di essere un erede: uno
studioso tedesco sostiene che il testamento è un fatto inerente al diritto privato e Cesare non può
trasmettere il potere per eredità, però anche se si tratta di assegnare i propri beni o di adottare qualcuno
come figlio, si sarebbe trasformata in un’indicazione di favore verso qualcuno che lo avrebbe proiettato
facilmente al ruolo di suo successore. Antonio, che ha da poco riconquistato una posizione di preminenza
nella pars caesaris e scelto come collega di consolato, sperava di ottenere quel ruolo. Il 19 marzo viene
aperto il testamento in casa di Antonio e Cesare adotta Gaio Ottavio, figlio di una sua nipote (futuro

133
Ottaviano Augusto). Antonio, che aveva cercato di conciliare tutti gli estremi, deve scegliere: non è lui il
favorito di Cesare e sarebbe presto planato sulla scena politica Augusto (difficile competervi contro poiché
figlio di Cesare e quindi probabilmente il figlio di un dio). Il 20 marzo, giorno del funus publicum di Cesare,
Antonio cerca di fare un discorso in cui deve cercare di sostenere Cesare per non dimostrarsi un cesariano
ingrato, ma non può nemmeno esaltarlo espressamente perché avrebbe fatto il gioco di Ottavio. Tuttavia, la
situazione sfugge di mano: il popolo, il cui rimpianto per Cesare raggiunge l’apice quando apprende che ha
lasciato 300 sesterzi ad ogni cittadino e i giardini a beneficio del popolo romano, vuole portare
immediatamente la salma di Cesare sul tempio di Giove, e la salma viene cremata intra pomerium
(sacrilegio poiché non si attende che fosse traslata in Campo Marzio) → si scatena una caccia ai
congiurati, i quali scappano da Roma e le case vengono incendiate. Antonio, come console, è costretto a
ricorrere alla precipitatio de saxo, un’azione di coercizio che lo mette in pessima luce: uccide coloro che
volevano vendicare Cesare e da quel momento cerca di rimediare con azioni di compromesso, cercando
un’alleanza con i moderati e con cesariani disposti a vedere in lui il capo della pars fondata da Cesare. I
cesaricidi iniziano ad essere dimenticati da Antonio anche se non può attaccarli direttamente perché
avrebbe vanificato il compromesso del 17 marzo, ugualmente i cesariani estremisti non disposti a guardare
oltre Cesare sono messi all’angolo ed iniziano a guardare alle mosse dell’erede.

Ottavio era stato inviato ad Apollonia in vista della campagna contro i Parti e qui, il 24 marzo, apprende
della morte di Cesare e alla fine del mese si reca in Apulia e decide, dopo un incontro con Balbo, di
accettare con l’eredità di Cesare anche la missione politica. Si ferma in Campania per il mese di aprile
dove incontra cesariani scontenti e personaggi che erano di pensiero opposto come Cicerone; fa una
campagna promozionale presso i veterani di Cesare in Campania e arriva a Roma soltanto nel mese di
maggio. Per tutto aprile fu costretto a puntellare il suo compromesso, uccise un uomo, tale Amazio (o Falso
Mario), che sosteneva di discendere dalla famiglia di Cesare e voleva quindi la sua divinizzazione,
minacciando l’incolumità dei repubblicani che collaboravano con Antonio. Antonio quindi lo mette a morte e
permette ai cesariani che erano stati nominati capi di province di partire per le province stesse: Decimo
Giuno Bruto raggiunge la Gallia Cisalpina, Gaio Trebonio (colui che aveva intrattenuto Antonio fuori
dall’aula mentre Cesare veniva ucciso) raggiunge la provincia d’Asia. Quando a maggio Ottavio incontra
Antonio rimproverandogli di essere stato tiepido verso Cesare perché non ha punito i cesaricidi,
reclamando i soldi dell’eredità, inizia uno scontro tra i due che porterà a propagande opposte.

I cesariani si dividono tra chi vede il loro leader in Antonio e chi in Ottavio (la cui bandiera ideologica
diviene “vendetta di Cesare, guerra ai cesaricidi”). Il 3 giugno Antonio fa approvare la Lex de
permutatione provinciarum per cui rinuncia al proconsolato in Macedonia per andare in Gallia Cisalpina,
togliendolo a Bruto. Gli stessi cesaricidi ad inizio agosto ottengono di poter lasciare la carica di pretori e
partire per le province di Creta (Bruto) e in Africa (Cassio). La propaganda di Antonio e Ottaviano polarizza
Roma, Cicerone entra in contrasto con Antonio con le orazioni Filippiche e lo scontro diventa insanabile
quando Antonio attacca in setato il 19 settembre Cicerone, il quale replicherà con la II Filippica (non
pronunciata ma solo scritta). Ottaviano viene informato del sentimento antiantoniano di Cicerone e
comincia a cercarlo per consigli politici. Questo avvicinamento è incredibile perché Cicerone è uno dei
patrocinatori dei cesaricidi: l’odio per Antonio fece maturare una strana politica per cui poteva essere
possibile allearsi con Ottaviano solo contro Antonio, e Ottaviano finge di assecondare questa utopia
politica. Marco Giuno Bruto dice in un’epistola a Cicerone di non aver capito nulla della scena politica e di
volere un padrone diverso da Antonio. Ottaviano riesce ad avere anticipati i soldi dell’eredità di Cesare da
finanziatori importanti e corrompe i legionari che tornavano in Apulia dalla provincia di Macedonia per
portarsi in Gallia Cisalpina, ma Ottaviano convince almeno 2 delle 5 legioni (legio Martia e legio quarta) a
passare dalla sua parte. Antonio non riesce a far decretare Ottaviano nemico pubblico per aver corrotto i

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legionari e anzi, alla fine di novembre deve lasciare Roma per portarsi verso la sua provincia, chiedendo a
Bruto di lasciare la Cisalpina, ma lui si rifiuta perché aveva raggiunto la Cisalpina solo nell’aprile e per
legge poteva starci un anno. Antonio, quindi, parte per la Gallia Cisalpina con le legioni che erano tornate
dalla Macedonia e pone d’assedio Modena, capoluogo della Cisalpina.

Cicerone comincia a premere affinché il senato riconosca Ottaviano. Ottaviano effettivamente fa un colpo di
Stato poiché un privato cittadino non poteva mettere su un suo esercito e a fine novembre era persino
entrato a Roma per un discorso propagandistico approfittando dell’assenza di Antonio: aveva quindi
bisogno della legalizzazione delle sue azioni per non essere definito hostis publicus e di avere un ruolo
affinché il suo esercito possa essere messo al servizio della repubblica contro Antonio. I soldati di
Ottaviano e di Antonio erano stati soldati di Cesare e non erano entusiasti di fare la guerra tra di loro.
Quando Ottaviano pronuncia il 10 novembre a Roma il discorso contro Antonio, i suoi soldati finché
parlava di guerre contro i cesaricidi lo esaltavano, ma quando si inizia a parlare di guerra contro Antonio lo
lasciano solo → questa rivalità troverò un argine nella situazione psicologica dei soldati che non hanno
entusiasmo di farsi la guerra tra di loro. Cicerone si adopera in favore di Ottaviano: pronuncia il 20
dicembre la III Filippica in senato, e il 4 gennaio 43 fa conferire a Gaio Ottavio un imperium pro
praetore, per permettergli di condurre formazioni militari in nome della repubblica, affiancando gli eserciti di
nuova leva consolare id Irzio e Pansa (nuovi consoli) se Antonio avesse continuato a cingere d’assedio
Decimo Giuno Bruto. Tuttavia, le trattative non vanno a buon fine e inizia la guerra di Modena.

LA GUERRA DI MODENA

A livello di storia militare, le località della guerra di Modena e della battaglia di Filippi sono ostiche da
ricostruire (a Filippi la ricostruzione in dettaglio di Appiano e di Cassio Dione sono le uniche che ci restano,
ma si contraddicono). Gli eserciti consolari sono affiancati da un esercito di Ottaviano e dall’altra parte
abbiamo Antonio che si ritiene essere il legittimo governatore della Cisalpina per il 43, anche se non lo è.
Antonio ha soltanto 3 legioni, ma attende che alcuni suoi luogotenenti, tra cui Ventidio Basso, gli portino
nuovi eserciti, frutto di reclutamento privato, dal sud e dal centro Italia.

A Forum Gallorum il 14 aprile c’è uno scontro, abbastanza favorevole per Antonio (ci sono delle ferite per
i consoli che si riveleranno fatali), ma è sotto le mure di Modena che il 21 aprile Antonio subisce uno
scacco per cui l’esercito di Ottaviano ha la meglio e lo costringe a lasciare l’assedio di Modena. Antonio
cerca di fuggire verso le alpi occidentali, perché c’erano governatori provinciali vicini a lui, tra cui Marco
Emilio Lepido, a cui aveva fatto conferire il pontificato massimo in sostituzione a Cesare, Munazio Placco e
Asinio Pollione. Alcuni di questi governatori portano avanti un doppiogioco con il senato che chiede di non
accogliere Antonio nel loro accampamento.

Ottavio ha sì sconfitto Antonio, ma non si è messo ad inseguirlo, anzi i consoli muoiono per ferite contratte
in battaglia. Questi fatti risultano strani, anche perché Svetonio accusa Ottavio di aver avvelenato i consoli
→ Ottavio si sarebbe ricordato che sarebbero rimasti vacanti i posti da console per il resto dell’anno, anche
se in teoria questo discorso non lo toccava. Sia il senato che Cicerone ordina ad Ottavio di seguire Antonio,
ma non lo fa. Nel frattempo, sta arrivando a Modena l’esercito di Ventidio Basso, che sarebbe dovuto
andare in soccorso ad Antonio, e al suo arrivo va a colloquio con Ottaviano (Appiano nel terzo libro dei
Bella civilia parla di amichevole vicinanza tra i due). Tuttavia, Antonio continua quindi la sua ritirata verso le
province occidentali e Basso si ferma a Modena. A Roma per pochi giorni c’è il trionfo di Cicerone (Appiano
la definisce “monarchia di un oratore”), che era stato il tessitore di una trama secondo la quale era convinto
che Ottaviano avrebbe potuto farsi strumento della repubblica contro Antonio, ma in realtà gli eredi di

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Cesare capiscono che era una posizione ben salda e non c’era spazio per una coesistenza tra Antonio e
Ottaviano e il loro conflitto avrebbe portato un avanzamento della pars pompei, poiché la pars caesaris si
sarebbe estinta: Ventidio Basso e Ottaviano sostengono che logorarsi in quelle battaglie conveniva soltanto
ai nemici della pars caesaris.

Il 29 maggio l’accampamento di Lepido si apre ad Antonio che per sollecitare la pietà è arrivato con un
aspetto incolto e abiti trasandati e tiene un discorso retorico. Lepido scrive al senato che ha dovuto aprire
l’accampamento perché i soldati glielo hanno imposto. Anche gli altri governatori giuravano sul nome di
Antonio, che viene a dotarsi di più di 10 legioni. Ottaviano, dal canto suo, fa una proposta che lo stesso
Cicerone e il senato trovano irricevibile: vuole candidarsi al consolato, ma non ha né l’età né il cursus
honorum alle spalle.

Decimo Giuno Bruto scrive in una lettera del 24 maggio 43 a Cicerone (Epistulae ad Familiares 11, 20, 1)
cosa Ottaviano pensasse di lui:

[…] lo stesso Cesare (che è Ottaviano) non aveva niente in realtà di cui lamentarsi davvero sul tuo conto,
se non quel detto che diceva che tu avevi detto, che quel giovane andava lodato, ornato e portato fino in
cielo; ma non avrebbe permesso di essere portato tanto in alto.

→ Cicerone ritiene che si potesse avvalere di questo ragazzo, sbarazzandosene appena ci fosse stato
bisogno. Infatti, con la controproposta di Ottavio i giochi sono chiari: il senato voleva punire Ottavio per non
aver inseguito Antonio e non voleva dare terreni per beneficare i suoi veterani, e Ottaviano cambia la
proposta di avere terreni con la volontà di andare in senato.

Alla fine di luglio del 43, appurato che Antonio stesse nella Gallia Narbonese, con 8 legioni Ottaviano
entra a Roma. Indice le elezioni i cui unici candidati erano sé stesso e il cugino Quinto Pedio, che vengono
eletti consoli in supplenza: tutti i congiurati e chi li aveva patrocinati vengono portati a processo e dichiarati
nemici pubblici per opera della Lex Pedia de interfectoris Caesaris. Bruto non accetta l’invito di Cicerone
di tornare in Italia con l’esercito raccolto insieme a Cassio, poiché avrebbero dovuto affrontare l’esercito di
Cesare, anche se sapevano che prima o poi sarebbe stato inevitabile.

Il senato è senza dubbio a maggioranza cesariana, ma coloro che conoscono il funzionamento della
politica sono ex pompeiani → i senatori messi da Cesare non sono in grado di manovrare la situazione
politica. Ci sono intermediari che cercano di conciliare Ottaviano e Antonio, le cui legioni appartenevano
tutte a Cesare è forte la pressione dei soldati di non continuare a combattere gli uni contro gli altri. Marco
Emilio Lepido è tra i più attivi nel cercare di riavvicinare Antonio e Ottaviano e a fine ottobre del 43 c’è
l’incontro presso il torrente Lavinio tra Antonio, Ottaviano e Lepido e pianificano il da farsi della scena
politica → la parte di Cesare è ricompattata. Il 27 novembre viene emanata la lex Tizia, proposta dal
tribuno della plebe Publio Tizio, per cui i tre sono dichiarati triumviri rei pubilcae costituendae. È un
triumvirato ufficiale dello Stato che dura 5 anni, che sarebbe scaduto alla fine del 38, e hanno imperium
consulare domi militiaeque (= in patria e fuori). Il punto di riferimento militare sono ormai gli eserciti che si
stanno raccogliendo in oriente.

Come al tempo di Silla, avvengono le proscrizioni, cioè liste di nomi, e qualsiasi persona poteva essere
uccisi da chiunque e se si portava la prova di aver ucciso qualcuno di loro si veniva ricompensati → per
volere di Antonio viene incluso Cicerone e Ottaviano lo abbandona al suo destino: Cicerone viene
raggiunto da Popilio Lenate il 7 dicembre 43 mentre cercava di imbarcarsi nel Lazio; viene ucciso e gli
vengono mozzate lingua e mani appese poi sui rostri da Antonio e sua moglie Fulvia. Ottaviano avrebbe
faticato nel riscattare la sua immagine. Queste proscrizioni avevano anche la finalità di acquisire i beni dei
proscritti, perché i cesariani hanno bisogno di molte risorse e beni per la guerra contro i cesaricidi.
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Marco Giuno Bruto e Cassio Longino, che nel 43 dovevano governare rispettivamente Creta e Smirne, non
raggiungono le province e si attestano in Macedonia (poi conferita come provincia a Bruto) e in Oriente
(Cassio in Oriente ha una certa reputazione, perché protagonista della ritirata dopo la disfatta di Carre) per
raccogliere truppe e beni. Tra il gennaio e il febbraio 42 Bruto richiama Cassio ad un incontro poiché
quest’ultimo voleva attaccare l’esercito di Cleopatra. Si incontrano così a Smirne, dove decidono che
avrebbero reclutato persone. Bruto torna in Macedonia e nella marcia sconfigge i Traci Bessi.

→ Moneta d’oro, è stata considerata come coniata da Giuno Bruto nei giorni
successivi all’uccisione di Cesare, ma non è possibile perché i congiurati erano
impegnati nelle trattative diplomatiche e poi non erano restati a Roma per la paura
della caccia al congiurato. Mentre ha senso nel frangente in cui deve esaltare i
legionari al suo cospetto. Sul recto Bruto è raffigurato con barba appena abbozzata;
legenda che riconduce la coniazione a L. Pletorio Cestiano, e che definisce Bruto
IMP(erator). Sul verso si stagliano due pugnali che contornano un berretto frigio (il pileus, simbolo di libertà perché
usato dagli schiavi che venivano affrancati), con al di sotto la legenda EID(ibus) MAR(tiis) ad evocare le Idi di marzo

L’esercito di Bruto e di Cassio è composto da Orientali che non avrebbero sostenuto il corpo a corpo, e da
legionari ricevuti nel momento di acquisizione delle province o reclutati da altri eserciti, ma pur sempre
appartenenti all’esercito di Cesare.

Plutarco, Vita di Cesare 69, 5-7

Plutarco presenta una leggenda che costituisce la parte finale della vita di Cesare di Plutarco: gli antichi
credevano che ognuno di loro avesse un genus (simile ad un angelo custode, chiamato in greco daimon),
che è un’entità sovrannaturale che si prende cura di loro; quello di Cesare sarebbe rimasto costernato dalla
persona che doveva proteggere e si sarebbe promesso di far morire in pochi anni la persona tutti i
cesaricidi (muoiono effettivamente tutti nelle maniere più strane). Mentre Bruto e Cassio si stavano
avvicinando alla Macedonia per scontrarsi con Antonio e Ottaviano, il genus si avvicina a Bruto per
infondergli terrore:

Mentre Bruto stava per far passare l'esercito da Abido sull'altro continente, nella notte si riposava - come
usualmente - dentro la tenda, non dormendo, ma pensando al futuro. Si dice infatti che egli fosse il meno
incline al sonno fra tutti i comandanti, e che avesse una naturale capacità di restare sveglio per periodi di
tempo lunghissimi. Ebbene, gli sembrò di sentire un rumore presso la porta, e volgendo lo sguardo alla luce
della lanterna, che già cominciava ad estinguersi, ebbe la spaventosa visione di un uomo la cui grandezza
era al di fuori della norma, e il cui aspetto ostile. Sulle prime ne fu sconvolto, ma, quando vide che quello
non faceva e non diceva nulla, e che se ne stava in silenzio presso il suo giaciglio, gli chiese chi fosse mai.
Il prodigio gli rispose: «Sono, o Bruto, il tuo cattivo demone: mi vedrai, a Filippi». Al che Bruto, a sua volta,
impavidamente disse: «Ti vedrò». E il demone immediatamente sparì.

LE BATTAGLIE DI FILIPPI

Lo scontro avviene in Macedonia e c’è una questione cronologica sulle battaglie che avvengono a Filippi.
Ottaviano già dopo il passaggio verso l’altra sponda dell’Adriatico inizia ad ammalarsi, ma per non lasciare
solo Antonio a combattere arriva sul teatro dello scontro. In entrambi gli schieramenti c’è un comandante
che è molto più abile e famoso dell’altro (Cassio > Bruto, Antonio > Ottavio). Secondo alcune fonti, Cassio
e Bruto avrebbero fatto un patto del suicidio, cioè se le cose fossero andate male si sarebbero suicidati.

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Sull’altro fronte, Ottavio non ha la fretta di iniziare lo scontro, anche perché è ammalato e di fatto non
prende parte al primo scontro: le fonti più benevole cercano di giustificarlo e Plinio il Vecchio sostiene che
lui non combatté e passa il tempo della battaglia immerso nella palude.

La ricostruzione di questi scontri è estremamente problematica: c’è chi sostiene che queste battaglie sono
del 23 ottobre e del 16 novembre o del 3 ottobre e del 23 ottobre. La prima battaglia venne iniziata da
Marco Antonio che si ritrova a combattere contro l’esercito di Cassio, mentre l’esercito di Bruto inizia a fare
impeto contro l’accampamento di Ottaviano e riesce ad avere la meglio. Sull’altro fronte, Marco Antonio
vince accerchiando Cassio, costretto poi a fuggire dal campo di battaglia e a ritirarsi su un’altura. Cassio è
pessimista sullo scontro tra Bruto e Ottaviano e non ha notizie sullo scontro → manda Titinio ad informarsi
sull’esito dello scontro, ma ritarda e improvvisamente arriva un esercito: Cassio ha il terrore che sia
l’esercito di Antonio e Ottaviano, quando in realtà era di Bruto vincitore. Tuttavia, a causa di una polvere
altissima e non vedendo le aquile delle legioni, Cassio da per scontato che sia l’esercito nemico e si suicida
con lo stesso pugnale con cui aveva ucciso Cesare. Quando Titinio aveva capito cosa fosse successo, si
suicidò a sua volta.

Bruto a questo punto si trova ad ereditare ex soldati di Cesare (quindi di Antonio) e quella parte di esercito
orientale che aveva reclutato Cassio. Nel suo esercito regna l’anarchia (analogia per le fonti tra Pompeo a
Farsalo e Bruto a Filippi). La posizione che a Filippi occupavano gli eserciti di Bruto era vicino al mare e
poteva quindi essere riforniti via terra o via mare, mentre i cesariani erano sul fronte opposto e quindi
potevano essere riforniti in maniera sporadica. Siccome sarebbe arrivata la stagione invernale, Bruto
voleva sospendere gli incontri, ma i soldati non comunicano tra loro perché appartenenti a gruppi etnici
differenti, le diserzioni sono all’ordine del giorno e Ottaviano convince i nemici a passare dalla sua parte,
offrendo in caso di passaggio la prospettiva di essere considerati suoi soldati sin dall’inizio → ciò induceva
Bruto ad affrettare i tempi.

Inizia la seconda battaglia (23 ottobre 42) e ancora Ottaviano sembrava inutile, nonostante avesse
partecipato alla guerra. Fu Antonio a sconfiggere Bruto, che uscito vivo dalla battaglia fu costretto a ritirarsi
su un’altura, i due quadri ufficiali lo esortano a fuggire e Bruto nella notte rispose che bisognava fuggire con
le mani suicidio di Bruto portando a termine la ultio cesaris, per cui il demone era riuscito a far si che il
dominio su Roma riguardasse solo i cesariani.

I triumviri si dividono così Roma:

-​ Antonio: Gallie + Oriente per fare un’altra campagna contro i Parti e per l’espropriazione di terreno
per i veterani di Filippi (=> significava togliere terreno ai legittimi proprietari e quindi diventare
impopolare), assicurandosi obiettivi che Cesare non era riuscito a raggiungere e rivelandosi il vero
erede di Cesare
-​ Ottaviano: Spagne + Italia si prende l’Italia perché effettivamente a Filippi ha fatto tutto Antonio
-​ Lepido: Africa

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Lezione XVII - 9/04
GUERRA DI PERUGIA

Dopo la guerra di Filippi, Ottaviano mandato in Italia deve procedere all’operazione scomoda di
sistemazione dei terreni ai veterani (non soltanto di Filippi, anche quelli che avevano maturato in Italia il
congedo e avevano combattuto nelle guerre precedenti, volevano terreni che dovevano essere espropriati
ai precedenti proprietari).

L’Italia e soprattutto l’Umbria e l'Etruria sono in preda a un malcontento da parte dei precedenti proprietari.
Questo malcontento pensarono a strumentalizzarlo contro Ottaviano, Lucio Antonio (fratello di Marco
Antonio) e Fulvia (moglie di Antonio, aveva sposato nel 46 e grazie a questo matrimonio si era riavvicinato
a Cesare dopo la rottura per il pagamento della casa di Pompeo comprata all’asta della casa). Lucio
Antonio e Fulvia intessono una propaganda che consisteva in questo: Marco Antonio, di cui si
professavano interpreti, avrebbe voluto restaurare la repubblica ma non lo poteva fare perché c’era
Ottaviano, era una chiara invenzione. Se il Senato avesse dato l’appoggio a Lucio Antonio e a Fluvia
avrebbero guidato una spedizione contro Ottaviano per sgombrare la scena da lui. Questa propaganda ha
un certo effetto e fu così che Lucio Antonio e Fulvia raccolsero un piccolo esercito che ebbe la benedizione
del Senato. Ottaviano reagisce e a sua volta ordisce una spedizione impiegando anche alcuni dei suoi più
validi comandanti come Salvidieno Rufo.

Ottaviano costringe Lucio Antonio e Fulvia ad asserragliarsi dentro le mura di Perugia. Ottaviano cinge
d’assedio Luico Antonio e Fulvia dentro le mura di Perugia. Perusia nella ripartizione geografica e
amministrativa dell’epoca è in Etruria, non in Umbria. I comandanti delle province antoniane si avvicinano a
lui dalle Spagne e dalla Gallia, Asinio Pollione, Munazio Planco, Ventidio Basso, tutti i governatori legati
a Marco Antonio.

Il fratello di Marco Antonio, Lucio Antonio, e la moglie di Marco Antonio, Fulvia, assediati dall’esercito di
Ottaviano. Gli eserciti a disposizione dei governatori provinciali legati ad Antonio sono 4-5 superiori a
quelli di Ottaviano, stanno attestati sulle colline intorno a Perugia ma non intervengono. Quindi Ottaviano
assedia la moglie e il fratello di Antonio ma i governatori non attaccano Ottaviano perché Marco Antonio
non faceva trapelare alcuna intenzione. Lì Marco Antonio commette il primo errore di questi anni: se
avesse dato ordine a Munazio Planco, Asinio Pollione e Ventidio Basso di attaccare con le loro legioni, più
di 10, il piccolo esercito di Ottaviano la partita sarebbe finita lì. Marco Antonio non lo fece, probabilmente
perché era molto concentrato sull’obiettivo partico, forse Antonio sperava che lo capissero da soli che
avrebbero fatto una cosa gradita attaccandolo, resta il fatto che le fonti tramandano che i governatori delle
province occidentali legate a Marco Antonio non attaccano Ottaviano perché in assenza di ordini di Marco
Antonio non volevano essere responsabili di una guerra civile.

Il risultato fu che Lucio Antonio e Fulvia dovettero capitolare, Perugia fu colpita in una maniera durissima, ci
fu l’esecuzione di centinaia di decurioni (senatori dei municipi - a Roma si chiamano “senatori” nei municipi
“decurioni”), la città venne incendiata gran parte e Ottaviano usò la stessa condotta ambigua di Marco
Antonio che non diede alcun ordine di attaccare Ottaviano che lo ripaga con la stessa cortesia, Fulvia e
Lucio Antonio sono lasciati liberi di andarsene da Perugia. Ottaviano ha recuperato una situazione che
poteva essere molto pericolosa per lui: i governatori delle province occidentali legate ad Antonio ritornano
nelle proprie province, questa è una delle volte in cui Ottaviano è riuscito a scamparla molto bene, per lui
poteva essere finita.

Tuttavia, questo episodio della guerra di Perugia, frutto del malcontento per le confische territoriali per
premiare i veterani, aveva lasciato dei chiari strascichi tra Antonio e Ottaviano. Ottaviano chiede ad Antonio
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un incontro per rinsaldare i loro patti, l'incontro si sarebbe dovuto svolgere in Apulia, a Brindisi. Ottaviano
prende male questa convocazione perché vuole concentrarsi sulla scena orientale mentre è costretto a
tornare in Italia. Antonio liquiderà questi incontri velocemente, era in Egitto dove si lega a Cleopatra ed era
volto alla prospettiva partica.

Nell’ottobre del 40 a Brindisi c’è l’incontro tra Antonio e Ottaviano che arrivato a Brindisi minaccia di non
voler più incontrare Antonio, perfino dà ordine alla sua flotta di ostacolare lo sbarco di Antonio. Antonio
sbarca in un altro punto ed è pronto ad andare all’attacco di Ottaviano, occorrono i mediatori per ricomporre
la situazione fra i due. Uno dei più grandi misteri di questa vicenda è l’improvvisa morte di Fulvia. Antonio
rimane vedovo, nell’imminenza dell’incontro di Brindisi, Fulvia è ancora una donna molto giovane. I sospetti
mai comprovati aleggiano, uno dei modi con cui venne data sanzione nel patto tra Antonio e Ottaviano a
Brindisi fu un matrimonio: Antonio rimasto vedevo doveva sposare Ottavia, sorella di Ottaviano (la
provvidenza degli dei pagani ci vede benissimo, Antonio era rimasto vedovo alla vigilia di quell'incontro).
C’è una spartizione territoriale e le Gallie, le Spagne (“Gallie” e “Spagne” perché ci sono più province) e
l’Italia vennero assegnate a Ottaviano, Antonio si concentra sull’Oriente. Lepido ottiene l'Africa.

C’è un protagonista sulla scena, Sesto Pompeo, uno dei due figli di Pompeo Magno (Gneo Pompeo
primogenito è morto a Muda), Sesto Pompeo invece è sopravvissuto a Buda ed è diventato il punto di
riferimento di un’intensa attività di pirateria, è anche un’attività politica perché tutti coloro che non
apprezzavano lo status quo attuale finiscono per imbarcarsi sulle sue navi. Sesto Pompeo è un punto di
riferimento anche politico, tutti coloro che sono scontenti dello status quo finiscono sulle sue navi, si
imbarcò perfino Giulia, la madre di Marco Antonio. È un personaggio simbolico, è l’ultimo riferimento per la
fazione pompeiana, lo stesso Marco Antonio aveva cercato di far leva sul valore simbolico del personaggio
riabilitandolo. Questa Attività di pirateria è un problema per Ottaviano che ha la gestione in Italia e quindi
anche dei mari attorno all’Italia. Nel 39 Ottaviano chiede di nuovo ad Antonio di convergere a Capo Miseno
per un incontro a tre: Ottaviano, Antonio e Sesto Pompeo. Si stipula un patto con Sesto Pompeo sancito da
un matrimonio, Ottaviano avrebbe sposato Scribonia, una parente di Sesto Pompeo (avrebbe avuto da
Scribonia l’unica figlia, Giulia Maggiore) e il patto prevedeva che Sesto Pompeo sarebbe diventato una
specie di reggente delle isole maggiori: Sicilia, Sardegna e Corsica. In questo frangente Sesto Pompeo
propose segretamente ad Antonio (nelle navi di Sesto Pompeo c’è anche la madre di Antonio) di allearsi
loro due e sbarazzarsi di Ottaviano. Marco Antonio rifiuta e resta leale ad Ottaviano. Questo è un grave
errore di Antonio. I soldati di Cesare e di Antonio non avrebbero avallato una guerra civile contro Ottaviano
in quei frangenti. È più plausibile che abbia rifiutato per la fretta di riportarsi in Oriente dove ormai erano
concentrati i suoi pensieri.

RINNOVO DEL TRIUMVIRATO

Il secondo triumvirato è stato stipulato nel novembre del 43 e scadeva alla fine del 38, alla fine del 38 il
triumvirato esiste ancora? C’è la questione intricatissima del rinnovo del triumvirato, la questione segue
altre vicende. Nel 38 Ottaviano aveva avuto la bella idea di dimenticarsi del suo scarso talento militare e
attaccare Sesto Pompeo rinnegando il patto del 39 in un frangente in cui uno dei suoi fedelissimi, il più
grande ammiraglio dell’antichità, Marco Vipsanio Agrippa, era impegnato in combattimenti di terra sulle
Alpi, quindi attacca Sesto Pompeo da solo pensando che fosse una cosa semplice, non aspetta il suo
grande ammiraglio e Sesto Pompeo distrugge tutta la flotta di Ottaviano. Quindi Ottaviano si trova senza
flotta ed è costretto a riconvocare Antonio a Taranto che deve ripartire per l’Oriente per raggiungere l’Italia.
Questa volta non soltanto accorre e non approfitta della difficoltà di Ottaviano di cui avrebbe potuto liberarsi
in più occasioni, ma gli presta 120 navi per prendersi la rivincita contro Sesto Pompeo a fronte della
140
promessa di Ottaviano di mandargli 20.000 legionari per la campagna contro i Parti (non sarebbero mai
arrivati). C’è la questione del rinnovo del triumvirato che viene affrontata quando nel settembre del 37, nove
mesi dopo che era scaduto il triumvirato, Antonio e Ottaviano si incontrano a Taranto. A questo incontro è
dedicata una satira di Orazio dei due amici che sono spesso in frizione.

Viene rinnovato il triumvirato, retroattivamente 1 gennaio del 37 oppure come pensa Emilio Gabba il 37
ormai non si contra e il rinnovo parte dal 1 gennaio del 36? Ottaviano scrive espressamente che il
triumvirato finisce il 31 dicembre del 33, quindi per Ottaviano il rinnovo è stato retroattivo (dal 1 gennaio del
37 al 31 dicembre del 33). Marco Antonio invece nel 32 fa coniare monete con la legenda “triumvir”, quindi
per Marco Antonio il 32 è anno ancora triumvirale e questo farebbe propendere per la tesi di Gabba
secondo cui il 37 è l’anno illegale e il secondo quinquennio decorrerebbe dal 1 gennaio del 36. Theodor
Mommsen pensava che il triumvirato rinnovato a Taranto non avrebbe mai avuto fine, è stato rinnovato
all’infinito senza una scadenza temporale ma è una tesi che non gode di notevolissima fortuna.

Ottaviano deve affrontare con le navi ricevute da Antonio Sesto Pompeo e organizza una complessa
operazione per cui Sesto Pompeo doveva essere attaccato contemporaneamente da una flotta proveniente
dai lidi dell’Etruria e da un’altra flotta proveniente dall’Apulia che dovevano arrivare con perfetto
sincronismo. Il sincronismo si rivelò tutt’altro che perfetto perché prima arriva Ottaviano che
immancabilmente viene sconfitto da Sesto Pompeo, questa volta quando arriva l’altra flotta c’è Agrippa
che sconfigge facilmente la flotta di Sesto Pompeo nelle coste siciliane settentrionali. Sesto Pompeo riesce
a fuggire, si porta in Oriente e chiede a Marco Antonio di rifugiarsi presso di lui. Marco Antonio manda un
sicario, Marco Tizio, per ucciderlo. Con il 36 finisce non soltanto la vicenda terrena di Sesto Pompeo, ma
secondo la propaganda augustea finiscono anche le guerre civili. Ottaviano dice che ha posto fine alle
guerre civili. Per la propaganda di Ottaviano, la vittoria di Nauloco del 3 settembre del 36 pone fine al
secolo delle guerre civili cominciato con le esibizioni graccane e la sommossa di Scipione Nasica del 133.
Quindi la guerra con Antonio nella propaganda di Ottaviano non era una guerra civile, le guerre civili
finivano con la morte di Sesto Pompeo. Questa era una grossa questione a livello ideologico e storiografico
per gli antichi, lo stesso Appiano nelle guerre civili in un punto sposa la propaganda augustea e ritiene le
guerre civili finite a Nauloco, in un altro punto invece considera la guerra contro Antonio una guerra civile, a
testimonianza del fatto che a seconda della tradizione a cui attingeva erano presenti discrepanze
nell’interpretazione della vicenda dello scontro finale con Marco Antonio.

ANTONIO E CLEOPATRA

Antonio dopo Filippi si sposta in Oriente. Convoca a un incontro Cleopatra VII regina d’Egitto, discendente
dalla famiglia dei Tolomei, i successori di Alessandro. Cleopatra è preoccupata da questa convocazione di
Antonio, da un lato aveva buone ragioni per essere ottimista, perché l’Egitto di Cleopatra VII era stato
l’unico stato orientale che a Filippi aveva appoggiato Ottaviano e Antonio e non i cesaricidi, dall’altro lato il
tono della convocazione era stato brusco. Cleopatra organizza una cerimonia di incontro perfetta: l’incontro
si sarebbe svolto a Tarso in Cilicia, Cleopatra crea una scenografia maestosa che viene propagandata
come Iside che andava incontro a Dioniso, come un incontro tra due divinità. Arriva su una nave
imponente sulla quale ricevette Antonio, l'incontro andò così bene che Antonio andò a vivere
immediatamente nel palazzo di Cleopatra ad Alessandra d’Egitto e i due fondarono un’associazione, il
synodos amimetobion (“la compagnia dei viventi inimitabili”, “coloro che vivono una vita che non ha
eguali), tra battute di caccia, passeggiate, nuotate, crociere sul Nilo, perfino cinghiali che venivano arrostiti
uno all’ora perché in qualsiasi momento avessero avuto voglia di cibarsi della carne di cinghiale doveva
essere sempre cotta a puntino, lo sforzo più continuo. Da Shakespeare in poi questa storia ha
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appassionato varie epoche, questo amore portato al diapason, totalizzante. Pare che Cleopatra non fosse
di bellezza eccezionale.

Plutarco, Vita di Antonio 27, 3 - 28, 2

Infatti, stando a quanto si racconta, in sé la bellezza di Cleopatra non era senz’altro unica, né tale da
lasciare senza fiato quanti la guardavano, ma trovarsi accanto a lei esponeva a una presa indistricabile: il
suo aspetto, unito all’attrattiva insita nel suo conversare ed al suo carattere che pervadeva il suo approccio
agli altri, conteneva una specie di pungiglione (come se trovandosi accanto a lei e parlando con lei uno
venisse punto e gli venisse instillato un veleno che indissolubilmente lo legava a lei). Quando parlava, il
suono della sua voce procurava una sensazione di piacere; volgeva la sua lingua, come se fosse uno
strumento a molte corde, facilmente verso l’idioma che voleva, ed erano davvero pochi i barbari con cui
parlava avvalendosi di un interprete, mentre alla maggior parte di loro dava da sola le risposte, come nel
caso degli Etiopi, dei Trogloditi, degli Ebrei, degli Arabi, dei Siri, dei Medi e dei Parti (conosceva quasi tutte
le lingue del mondo). Si racconta che anche di molti altri ancora conoscesse le lingue, mentre i regnanti
che la avevano preceduta (sono i Tolomei, di origine macedone) non si erano degnati di apprendere
nemmeno quella egiziana, ed alcuni avevano anzi dimenticato anche la lingua macedone (la loro originale).
Cleopatra rapì dunque l’animo di Antonio, in una misura tale che, mentre a Roma sua moglie Fulvia (guerra
di Perugia) si scontrava con Ottaviano per gli interessi del marito, e mentre un esercito partico (del quale i
generali del re avevano designato come comandante supremo Labieno Partico - il figlio del numero 2 di
Cesare morto a Musa, nell’intenzione di invadere la Siria - in quegli anni i Parti fanno pressione sulla
provincia di Siria) incombeva sulla Mesopotamia, ebbene lui, Antonio, lasciò che Cleopatra lo portasse ad
Alessandria. Là si diede ad attività e a giochi degni di un ragazzino in vacanza, dissipando e facendo
spreco in una vita di mollezze di ciò che Antifonte ha definito il bene più prezioso: il tempo. Avevano infatti
fondato un’associazione detta “di coloro che vivono una vita inimitabile”: ogni giorno si invitavano a
banchetto gli uni con gli altri, con incredibile profusione di spese.

➔​ Plutarco è molto severo con Antonio, presenta la vita di Antonio come una delle pochissime che non
contengono un personaggio positivo ma negativo, da tenere presente per evitare i suoi
comportamenti, da quando conosce Cleopatra per Plutarco Antonio viene meno a se stesso e
diventa la caricatura di ciò che era stato;

Sincero o meno il sentimento, l’unione fra i due era indispensabile. Cleopatra ha bisogno di stringere il
legame con un plenipotenziario sulla scena politica romana, perché in vista di questo le si prospettavano
garanzie di autonomia per l’Egitto e la prospettiva di stabilità del regno stesso che avrebbe permesso la
successione dei figli. Cleopatra in quel momento è già madre di Cesare, Tolomeo XV, secondo molti
dell’epoca avuto da Cesare nel corso della liaison del 47, Cesare nel 46 portò Cleopatra anche a Roma, a
vivere presso la sua casa a Trastevere, e Cleopatra tornò in Egitto soltanto nel 44 alla morte di Cesare.
Marco Antonio ha bisogno delle ricchezze dell’Egitto per poter pianificare e allestire la grande spedizione
che aveva in animo di portare contro i Parti. Non soltanto c’era la questione di riuscire dove Cesare aveva
fallito, nel senso che non aveva fatto in tempo a cimentarsi e Crasso era stato sconfitto.

SPEDIZIONE CONTRO I PARTI

I Parti dal 53 in poi sono un popolo molto inquieto soprattutto nei confronti della Roma dei cesariani, sono
stati un popolo legato a Pompeo, aveva pensato anche di rifugiarsi presso di loro dopo Farsalo. Con Giulio
Cesare, Antonio e Ottaviano, i Parti non intravedono nessuna garanzia di trattati e NEL 39 mettono
pressione ai confini della provincia di Siria. Nel 39 Licinio Saxa, un generale antoniano, viene sconfitto dai
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Parti e anche lui perde le aquile, vengono sottratte le aquile delle legioni anche di Licinio Saxa che vengono
esposte nella teca dei re come [Link] 38 riesce ad arginare i Parti Ventidio Basso.

Fino al giugno del 40 Antonio resta stabilmente in Egitto, c’è comunque un legame sentimentale con
Cleopatra, tant’è che concepiranno dei figli. Nel 38 Ventidio Basso sconfigge Siria sul Monte Gindaro
Pacoro e Labieno. In Siria ci sono donazioni territoriali di Antonio a Cleopatra: comincia a distribuire fra
Cleopatra e i suoi figli dei territori di proprietà dell’impero romano in Oriente. Secondo alcuni studiosi questa
era una cosa che Antonio non si poteva permettere, è una specie di annuncio di potere da parte di Antonio.
Secondo altri invece non faceva che portare avanti quella politica di re vassalli e di stati clienti che aveva
caratterizzato la scena politica romana in Oriente fin da Pompeo durante la seconda guerra mitridatica e la
riorganizzazione dell’area orientale.

Dopo aver liquidato sbrigativamente gli incontri di Brindisi, Miseno e Taranto, Antonio nel 36 può dedicarsi a
quella che doveva essere per lui poco più che cinquantenne il coronamento della sua esistenza la
spedizione contro i Parti. Viene concepita in tutti i dettagli, c’è persino un’alleanza con il re Artavaside
dell’Armenia che doveva mandare dei contingenti di rinforzo. Viene rigettato tutto in maniera inappuntabile,
non commette l'errore di Crasso che dalla Siria puntò direttamente sul guado del Tigri e dell’Eufrate per
addentrarsi sul deserto mesopotamico finendo vittima dell’assalto della cavalleria catafratta dei Parti.

Antonio fece quell'itinerario prudente che avrebbe dovuto fare Crasso: si inoltra sulle alture dell’Armenia e
della Media-Atropatene (attuale Azerbaijan) che avrebbe dovuto portarlo e portarlo a Fraspa, la partica che
Antonio si proponeva di cingere d’assedio. Nel suo esercito c’era un’ampia componente incaricata di
trasportare le numerosissime macchine d'assedio. Questa ossessione dei Parti aveva oscurato la luce di
Antonio da tanti punti di vista, non soltanto nella gestione diplomatica delle vicende d’Italia ma anche nella
conduzione delle campagne, Marco Antonio è un comandante allo stesso livello di Cesare e di Scipione. È
quasi impossibile sconfiggere Antonio in una battaglia di terra, in quel frangente Antonio fece un errore: a
metà del cammino necessariamente lentissimo per il territorio impervio (Montagne di 2000 m e una
stagione che sta per diventare fredda, con macchine d’assedio gigantesche), Antonio medita un piano,
invece che perdere tempo metà dell’esercito poteva procedere in marcia veloce e portarsi a Fraspa, l’altra
metà sarebbe arrivata dopo. Antonio arriva dopo qualche settimana a Fraspa, anziché alcuni mesi, il
problema è che una volta arrivato a Fraspa i Parti si sono asserragliati dentro la mura, non attaccano
battaglia in campo aperto, quindi Antonio non può far altro che passare il tempo in attesa di essere
raggiunto dall’altra met dell’esercito con le macchine d’assedio. I Parti non pensavano di attaccare una
campagna campale contro Marco Antonio, l’ultimo orientale che aveva attaccato una battaglia aperta
contro le legioni romane era stato Tigrane contro Pompeo. I Parti sapendo che c’è metà esercito lasciata
indietro con le macchine d’assedio, conseguentemente quelli non sono i legionari scelti, non solo genieri e
nemmeno soldati di prima scelta e non c’è nemmeno Marco Antonio. Quindi mandano subito un
contingente di cavalleria ad attaccarli, il risultato è che Oppio Staziano, il fiduciario di Marco Antonio che
doveva portare la seconda metà dell’esercito viene attaccato dai Parti durante il suo lento spostamento ed
è un massacro, a quel punto Artavaside d’Armenia capendo che ha fallito la spedizione non manda più i
suoi soldati. Marco Antonio si ritrova informato dai messaggeri della novità mentre è sotto le mura di
Fraspa senza le macchine d’assedio e con l’inverno che stava arrivando. Era del tutto chiaro che
rischiavano di morire tutti, bisognava tornare subito in quello che sarebbe stato l’unico porto di salvezza di
fronte ai prevedibili agguati dei Parti, bisognava tornare nella provincia di Siria dove le legioni d’istanza
dell'impero romano avrebbero dissuaso i Parti dal protrarre eventuale inseguimento. Non era facile,
bisognava farlo in fretta perché l’inverno incombeva, bisognava trovare le vettovaglie e non conoscevano
bene la strada, dovevano affidarsi a guide arabe che molto spesso si dimostrarono infide. Proprio in quei
momenti in cui Antonio si configurava come l’immagine plastica del perdente seppe, come gli riconosce lo
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stesso Plutarco, cimentare al massimo l'affezione dei soldati nei suoi confronti (non si faceva portare nella
lettiga o stava nella tenda, marciava di fronte a tutti, beve per primo dai corsi d’acqua per vedere se è
potabile, mangia per primo l’erba per vedere se è commestibile, visitava tutti i feriti e i malati, a un certo lo
pregarono di salvarsi). Dopo una marcia penosa in cui perde ⅓ della seconda metà dell’esercito riesce a
tornare in Siria (significava la salvezza) dove trova ad aspettarlo Cleopatra con tutto l’apparato che si era
portata da Alessandria d’Egitto. In quei momenti bisognava schierarsi: essere con Antonio o contro Antonio
e quindi avvicinarsi Ottaviano. Cleopatra sceglie ancora lo sconfitto nella spedizione partica.

OTTAVIANO E ANTONIO

Ottaviano nella sua propaganda spaccia le sconfitte di Antonio in Partia per dei successi, non si diminuisce
l’avversario che si intende affrontare perché se si perde è uno smacco interiore mentre se si esalta si può
dire che si è vinto contro un grande avversario, conviene esaltarlo. Ottaviano già nel 36 dopo la vittoria di
Sesto Pompeo sa che il corso storico l’avrebbe portato a scontrarsi con Antonio e gli conviene veicolare
presso i contemporanei l’immagine di un Antonio ancora integro, vittorioso e infallibile su terra, così
avrebbero preso sul serio quella campagna e avrebbero avuto timore dei progetti che Ottaviano attribuiva
ad Antonio.

Antonio compie alcune azioni che propagandate bene potevano generare una grossa paura presso i
romani, nelle poesie di Properzio e di altri autori augustei c’è la paura che il sodalizio tra Antonio e
Cleopatra avrebbe portato Roma a una posizione subordinata all’Egitto. Pompeo parla delle zanzariere del
Sistro, simbolo dell’Egitto come il cane Anubi che prendono possesso di Roma: è la propaganda di
Ottaviano, c’è un romano che si è legato a una regina orientale e hanno piani minacciosi su Roma, è un
romano che vince, ancora integro, un grande generale che mette paura.

Antonio capisce che deve recuperare prestigio soprattutto presso gli Egiziani, quindi ha bisogno di una
guerra facile per poter poi lanciare una campagna contro i Parti perché Antonio non si è rassegnato, vuole
rilanciare la sua immagine per poi ricimentarsi contro i Parti. La guerra facile la trova subito, Artavasde
d’Armenia l’aveva tradito, non aveva mandato rinforzi dopo la disfatta di Oppio Staziano, quindi si allea con
Artavasde di Media, dice ad Artavaside d’Armenia di far sposare uno dei suoi figli con sua figlia e per
quello veniva in Armenia. Artavaside cade nella trappola, Antonio irrompe in Armenia con le sue legioni e
parte dell’esercito di Cleopatra, prende l’Armenia, mette in catene Artavaside e lo porta a sfilare in trionfo
ad Alessandria. L’immagine di Antonio è rilanciata. Antonio che è sposato con Ottavia comincia a
trascurare la moglie a tal punto che quando Ottavia è in Grecia e sta per imbarcarsi per raggiungerlo e
portargli vari oggetti da Roma lui gli dice di tornare indietro e Ottaviano presenta questo fatto che Antonio
ha respinto Ottavia come un’azione turpe.

Configura la sua relazione con Cleopatra come un legame sacro, una ierogamia tra Iside/Afrodite
(Cleopatra) e Osiride/Dioniso. A Cleopatra e ai suoi figli assegna molti territori che teoricamente erano
dell’impero romano. A Cleopatra e a Cesarione (Antonio lo riconosce come figlio di Cesare, quindi
Ottaviano precipita nel prestigio di essere il figlio adottivo di Cesare) l’Egitto, a uno dei figli avuti da
Cleopatra, Alessandro Helios, assegna l’Armenia e parte della Media, a Tolomeo XVI (altro figlio avuto con
Cleopatra) la Cilicia, la Fenicia e la Siria, alla figlia femmina Cleopatra Selene la Cirenaica e la Libia.
Naturalmente Ottaviano presenta a Roma tutto questo un abuso di potere: un romano che tratta con i suoi
territori che appartengono alla Repubblica (sono chiamate “le donazioni di Alessandria”, da donatio imperii).
Ottaviano nella sua propaganda insiste sull'oltraggio che Antonio ha recato a Ottavia rimandandola a Roma
dalla Grecia, Ottavia stava crescendo le figlie che aveva concepito con Marco Antonio, Antonia Maggiore e
Antonia Minore (avrà un ruolo importante durante l’alto principato).
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Un passaggio della vita di Antonio di Plutarco fa vedere come Antonio che era di per sè un uomo
imponente, quindi anche il suo demone è immaginato ben robusto e piazzato, fosse sempre baldanzoso e
spavaldo tranne quando si trovava vicino al demone di Ottaviano. Un modo immaginifico degli antichi per
spiegarsi perché Antonio ha fatto tutta quelle serie di errori che hanno salvato Ottaviano, perché
ogniqualvolta si trattava di prendere una decisione inerente a Ottaviano Antonio compiva sempre un errore.

Plutarco, Vita di Antonio 33, 2-4

Al seguito di Antonio c’era un uomo dotato di facoltà divinatorie; di origine egizia, era di quelli che
esaminano i cieli natali (astrologo). Costui, sia che intendesse compiacere Cleopatra, sia che fosse invece
sincero, si rivolse ad Antonio con estrema franchezza, dicendogli che la sua sorte, pur essendo splendida
ed eccelsa, tuttavia era oscurata da quella di Ottaviano. Il suo consiglio era quello di frapporre la maggior
distanza possibile tra lui e quel giovane. «Il tuo demone» – disse – «ha soggezione del suo: così, mentre
quando è da solo è baldanzoso e superbo, all’avvicinarsi di quello diviene alquanto umile e spaventato
(rannicchiato)». Non c’è dubbio che i fatti sembravano confortare le parole dell’Egiziano, perché, a quanto
si dice, in ogni occasione in cui per gioco tiravano a sorte su qualsiasi cosa e lanciavano i dadi, ebbene
Antonio usciva da sconfitto; spesso, poi, mandavano a lottare i galli e le quaglie da combattimento, ed a
vincere erano quelli di Ottaviano.

Nel 33 Ottaviano è determinato a chiudere la partita con Antonio. Perché Ottaviano è così ansioso di
sfidare Marco Antonio? Ottaviano sapeva che ultimamente Antonio aveva perso e aveva commesso una
serie di errori, quindi la lucidità dell’ultimo Antonio agli occhi di Ottaviano non era più quella del protagonista
del contrattacco di Durazzo o della spedizione di Gabinio. L’esercito di Antonio sarebbe stato formato
necessariamente da due componenti: una parte egizia (quella di Cleopatra) e una parte romana. Questo
avrebbe determinato tre ordini di problemi:

-​ non sono tutti legionari romani, c’è una parte orientale più debole nel corpo a corpo. Ottaviano se
avesse ottenuto il comando degli eserciti stanziati nelle province occidentali e delle nuove leve
reclutate in Italia avrebbe avuto una componente migliore nel corpo a corpo;
-​ Ottaviano può puntare su Vipsanio Agrippa e poteva sperare di orientare la scelta del terreno di
scontro sul mare;
-​ l'esercito di Antonio formato da due componenti non era nemmeno tutto l’esercito di Antonio,
l’esercito egizio era l’esercito di Cleopatra, dunque Antonio avrebbe dovuto accordarsi anche con le
aspettative di Cleopatra.

Ottaviano sarebbe stato spacciato se lo scontro fosse stato su terra e contava di no. Innanzitutto perché il
contributo della parte egizia sarebbe stato necessariamente su mare, quindi Cleopatra avrebbe spinto in
questa direzione. Antonio doveva scegliere: o rompeva con lei o doveva accettare che lo scontro finale
fosse su mare.

Dal 33 Ottaviano comincia a portare avanti con decisione la campagna denigratoria di Antonio: lo accusa
per la donatio imperii, per la sua condotta irriguardosa contro Ottavia (non è chiaro se Antonio e Cleopatra
si fossero regolarmente sposati in Egitto, quello che è sicuro è la ierogamia che è una cosa religiosa -
anche Cesare concepisce un figlio da Cleopatra e poi torna tranquillamente dalla moglie a Roma, non
abbiamo prove in senso contrario per Antonio, i territori potevano essere per la politica degli stati vassalli,
certezze non ce ne sono, sono ipotesi ricostruttive).

Antonio accusa Ottaviano come contro-propaganda di aver messo fuorigioco Lepido, infatti Ottaviano ha
fatto disertare tutto l’esercito di Lepido e lo ha praticamente espulso dal triumvirato, lo ha lasciato soltanto

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pontefice massimo, non gli ha mai mandato i 20.000 legionari nell’incontro di Miseno e non gli ha nemmeno
restituito le 120 navi che gli aveva prestato.

Ottaviano dal 31 dicembre del 33 considera chiuso il triumvirato, nel 32 dice di aver ottenuto dalle vergini
vestali (custodi dei testamenti dei grandi personaggi) il testamento di Antonio. Probabilmente è un falso e
in quel falso Ottaviano diceva di aver trovato disposizioni precise come il trasferimento della capitale
dell’impero ad Alessandria, un dominio romano che avrebbe trovato il nuovo baricentro nell’Egitto. Nella
poesia augustea, da Orazio a Properzio, tirano tutti un respiro di sollievo perché hanno avuto paura di
trovarsi assoggettati all’Egitto.

Che titoli ha Ottaviano finito il triumvirato per farsi assegnare una guerra contro Antonio? Non c’è nessuna
guerra contro Antonio: dichiara guerra all’Egitto, a uno Stato straniero. Antonio è un disertore che come
Labieno che si era messo al servizio dei Parti o come Coriolano che nel 491 a.C. si era messo al servizio
dei Volsci, combatte con uno Stato straniero. Il fatto che Antonio conduca l’esercito egizio non significa che
siano in guerra civile, perché le guerre civili le ha fatte finire lui (nelle Res Gestae scrive “postquam bella
civilia exinxeram” - “poiché avevo posto fine alle guerre civili, l’Italia ha giurato sul mio nome incaricandomi
della conduzione della guerra contro uno Stato straniero - l’Egitto di Cleopatra VII”), non soltanto non è una
guerra civile, ma Ottaviano può condurla perché ha posto fine alle guerre civili. Questo è il teorema
propagandistico di Ottaviano che chiaramente non fu condiviso da tutti: i consoli del 32 Sosio e Domizio se
ne vanno da Roma e raggiungono Antonio, era chiara l’impalcatura strumentale di questa propaganda, ma
questa è la versione che dà Ottaviano che anche una volta diventato Augusto avrebbe continuato a ribadire
per tutta la vita: le guerre civili sono finite nel 36, quella del 31 è una guerra contro l‘Egitto, c’è un romano
disertore a capo delle truppe egizie. Marco Antonio che nel 32 pensava di prendersi la rivincita contro i
Parti non può, gli eventi portavano verso lo scontro finale con Ottaviano e doveva dimenticare per il
momento la prospettiva partica.

Già nel 32 Antonio si porta a Patrasso in Grecia, ci sono scontri preliminari con la flotta di Ottaviano e di
Agrippa. Tutti gli scontri preliminari del 32 sono sfavorevoli ad Antonio e Cleopatra, ci sono anche molte
malattie, alla fine del 31 le due flotte si portano in Acarnania, nel golfo di Ambracia, siamo presso Azio. I
campi di Ottaviano e Antonio sono molto vicini. Nell'esercito di Antonio tutto quello che può andare male va
male, soprattutto a livello di rapporti: il grosso problema Antonio è la natura composita del suo esercito. Gli
ufficiali di Antonio giungono ai ferri corti con Antonio stesso e gli intimano di rimandare in Egitto Cleopatra e
il suo esercito che creano soltanto confusione (c’è una forte difficoltà di comunicazione, i soldati non
parlano la stessa lingua e le aspettative sono diverse, Marco Antonio e i suoi ufficiali sanno che Marco
Antonio avrebbe con ogni probabilità vinto facilmente Ottaviano su terra, ma Cleopatra non ha alcuna
intenzione di una battaglia su terra che avrebbe azzerato il contributo della componente egizia del suo
esercito, Cleopatra ha portato la flotta, le 120 navi pesanti di Antonio che diventano più di 200 con le
acquisizioni). Agrippa e Ottaviano non soltanto sapevano che avrebbero perso su terra ma probabilmente
non lo avrebbero nemmeno accettato.

Perché Antonio si rassegna alla battaglia navale? Non era sicuro che spostandosi in Tessaglia o in
Macedonia dove ci sono le grandi pianure dei grandi scontri, Ottaviano e Agrippa l’avrebbero seguito.

BATTAGLIA DI AZIO

L'interpretazione della battaglia Azio è difficile e variata nei decenni. Per gli antichi non c’è nessun dubbio
che abbiano vinto Agrippa e Ottaviano e abbiano perso Antonio e Cleopatra. I moderni non sono convinti
che le cose siano andate così. Dato un dettaglio: quando si affronta una battaglia navale il tesoro di guerra
146
(ricchezze e soldi portate dietro per le spese della campagna) viene lasciato ben nascosto a terra per
evitare che finisca incendiato o affondato, si imbarca soltanto se il progetto è di non tornare più a terra a
riprenderlo. Antonio e Cleopatra imbarcano il tesoro di guerra. Lo dicono le fonti senza contraddizioni,
quindi Antonio e Cleopatra non intendevano tornare a riprendere il tesoro sul continente del Golfo di
Ambracia. Scegliere per Marco Antonio di giocarsi tutto su una battaglia navale comportava due
conseguenze:

-​ Marco Antonio non ha mai combattuto una battaglia navale prima d’ora ed incontra il più grande
ammiraglio dell’antichità, è la prima della sua vita e affronta Agrippa che addirittura aveva inventato
l’harpax (uno strumento, congegno, per arpionare le navi di Sesto Pompeo);
-​ non può imbarcare tutto l’esercito sulle navi altrimenti non sono manovrabili, già le navi egizie sono
enormi rispetto alle liburne di Agrippa e Ottaviano, quindi deve lasciare metà dell’esercito a terra e
gran parte dei legionari di Antonio sono fuori gioco con la scelta della battaglia navale.

Secondo gli studiosi questa scelta sarebbe stata ispirata da una considerazione: se si combatteva su terra
e si perdeva i nemici avrebbero bruciato la flotta e i superstiti non avrebbero avuto più vettovagliamenti.
Viceversa se si combatteva su mare, comunque fossero andate le cose, i soldati di terra potevano via terra
tornare in Egitto. Chi aveva interesse a tornare in Egitto dopo una sconfitta? Avrebbero tornato qualsiasi
offerta da parte di Ottaviano piuttosto che andare in uno stato straniero dopo una sconfitta.

La battaglia comincia il 2 settembre del 32, dopo 3 giorni in cui il mare fu molto mosso. Lo scontro è
miglioratissimo perché le navi di Ottaviano e di Agrippa sono molto più veloci di quelle di Antonio e
Cleopatra, ma sono leggere quindi quando vanno a speronare le navi di Antonio non hanno slancio e non
infliggono danni. La giornata sembrava passare come un nulla di fatto, quando all'inizio del pomeriggio il
vento comincia a stirare molto forte in direzione est-ovest, è il vento che ha bisogno chi è schiacciato verso
oriente (all'entrata del Golfo ci sono le navi di Agrippa e di Ottaviano, le navi di Cleopatra e Antonio sono
nella parte interna del Golfo). In quel momento il vento soffia verso l'uscita del Golfo e Cleopatra approfitta
di un momento in cui c'è un'apertura nello schieramento di Ottaviano-Agrippa per insinuarvisi e uscire dal
Golfo insieme a tutte le navi egizie. Antonio, venendo Cleopatra uscire dal Golfo, secondo Plutarco per la
sua insana passione e perché “l'animo di chi ama vive nel corpo dell’amata” avrebbe perso la testa e si
sarebbe messo all'inserimento di Cleopatra, lasciando quasi tutte le sue navi dentro il Golfo perché a un
certo punto le navi di Agrippa e Ottaviano rinchiudono il barco che si era aperto e non passa più nessuno.
La battaglia andò avanti fino a notte, perché le superstiti navi di Antonio continuarono a combattere. La
situazione è paradossale: Ottaviano e Agrippa urlavano ai comandanti delle navi antoniane per chi stavano
combattendo visto che Antonio ha tenuto dietro la sua amante. I soldati continuano a combattere finché
Agrippa e Ottaviano non cominciano a lanciare i proiettili incendiari e soprattutto non cominciano a
imbastire trattative concrete. Se smettono di resistere e di combattere possono venire a patti e li potrebbero
anche adottare come loro soldati ed essere ricompensati allo stesso modo, infatti Canidio Crasso che era
rimasto a capo per delle truppe di terra parte da solo per l'Egitto perché aveva capito che di quei legionari
non sarebbe venuto più nessuno, il comandanti li aveva lasciati lì.

È dalla fine dell’Ottocento che i moderni si chiedono che cosa fosse successo veramente ad Anzio, gli
antichi non avevano dubbi: Antonio ha tradito il suo esercito, Antonio e Agrippa hanno vinto la battaglia di
Azio e con essa tutta la guerra contro Antonio. I moderni non credono più a nessuno di queste condizioni
integralmente. Innanzitutto dopo Azio non era deciso assolutamente nulla. In Egitto Antonio e Cleopatra si
sarebbero potuti riorganizzare (Cleopatra doveva continuare a scommettere su Antonio come nel 36). In
secondo luogo non è chiaro l'obiettivo di giornata di Antonio e Cleopatra che venivano da un anno di
malattie, sconfitte e dissapori e hanno imbarcato il tesoro di guerra.

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Kromayer scrisse del cosiddetto tradimento di Cleopatra, per molti Cleopatra che aveva tradito Antonio nel
momento in cui esce fuori dal Golfo e lo costringe per starle dietro ad abbandonare tutto l'esercito.
Kromayer dà una lettura diversa che all’epoca venne cestinata dai contemporanei ma cent’anni dopo è
diventata l’interpretazione prevalente: Antonio che aveva capito che la campagna era ormai compromessa
(tutti gli sconti preliminari erano andati male, Cleopatra non avrebbe mai permesso una battaglia di terra
che avrebbe azzerato i meriti dell'Egitto), sarebbe stato intenzionato soltanto a tornare in Egitto e
riorganizzarsi lì. Siccome Antonio sta nella parte interna del Golfo per riuscirci deve rompere il blocco,
riesce a farlo e secondo Kromayer Antonio, per cui tutta la battaglia sarebbe stata concepita come una
battaglia di sfondamento (aprirsi un varco per tornare all'Egitto) avrebbe conseguito un obiettivo di
giornata. Antonio riesce a uscire dal Golfo, ma non poteva pensare che Antonio e Agrippa vedendo uscire
le prime 60 navi egizie fossero rimasti lì, è ovvio che a un certo punto avrebbero chiuso il parco dopo
essere stati colti di sorpresa a questi primi passaggi. Quindi buona parte delle navi di Antonio sarebbero
rimaste ad Azio. Quindi Antonio, se anche Cleopatra avesse ancora avuto fiducia in lui, si sarebbe ritrovato
in Egitto a volersi riorganizzare con un esercito ormai in prevalenza egiziano. Non avrebbe più avuto quella
garanzia di vittoria in qualsiasi momento se fosse profilata l'occasione di una battaglia di terra che gli dava
la presenza dei legionari, erano rimasti pochissimi ad Antonio. Antonio faceva conto che le truppe di terra
sarebbero tornate in Egitto, però non era scontato che tutti fossero disposti a puntare ancora su Antonio
scopertosi così sottomesso a Cleopatra. Infatti le truppe passano dalla parte di Ottaviano e non lo segue
nessuno in Egitto. Aldo Ferradino diceva che in realtà Antonio ha iniziato la battaglia per vincerla, non c’è
riuscito perché quando è uscito dal Golfo gli ufficiali non lo hanno seguito, ma sono tornati indietro perché
lo hanno tradito. L’interpretazione più valida è che Antonio ha un piano A: ingaggiare una battaglia navale
per vincerla, però ha messo in conto anche un piano B e per quello ha imbarcato il tesoro di guerra. Se la
battaglia dovesse far presagire un risultato di parità, Il piano B prevedeva il ritorno in Egitto per evitare di
passare ancora un anno, all'arrivo della stagione invernale in Grecia.

Vengono tolte le armi ad Antonio su ordine di Cleopatra per evitare che si suicidasse, Antonio si rende
conto che la maggior parte delle sue navi sarebbero rimaste lì e l’umore atrabiliare sarebbe peggiorato
quando in Egitto si sarebbe reso conto che le navi non sarebbero mai arrivate lì perché passate dalla parte
di Ottaviano. Le fonti attribuiscono a Cleopatra, dal momento stesso in cui torna in Egitto, i piani C: fuggire
in Spagna, sul Mar Rosso…A un certo punto Antonio e Cleopatra decidono di fare i conti con Ottaviano
che li ha inseguiti in Egitto Antonio e Cleopatra. A Roma ci sono molti tentativi di fare un colpo di stato e di
riprendere possesso del potere. Mecenate è stato lasciato da Ottaviano a Roma a reggere l’urbe in sua
assenza e continuamente gli mandava dispacci per farlo tornare il prima possibile (c'è anche il tentativo di
colpo di stato di Lepido, il figlio del triumviro). Ottaviano si è portato all'inseguimento di Antonio e Cleopatra
ma deve cercare di prenderlo il prima possibile. Antonio e Cleopatra lo sanno e gli chiedono di aprire la
trattativa. Ottaviano risponde che con Antonio non intendeva trattare, mentre a Cleopatra rispose che se
avesse allontanato o fatto fuori Antonio non avrebbe negato nessuna cosa ragionevole.

Ottaviano è costretto a tornare a Roma, punisce Lepido e torna in Oriente. Antonio contava moltissimo su
Pinario Scarpo, il governatore della Cirenaica, è un governatore provinciale che riteneva suo amico. In
Cirenaica ci sono legioni d’istanza, se Pinario Scarpo avesse mandato le sue due legioni, la situazione
cominciava a diventare accettabile. Ottaviano manda una parte dell'esercito in Egitto attraverso la
Cirenaica, un'altra parte attraverso la Siria. Per Antonio fu durissimo quando apprese che la parte che
doveva passare per la Cirenaica non incontrò ostacolo perché Pinario Scarpo era passato dalla parte di
Ottaviano. I romani scommettevano su Ottaviano perché ormai Antonio ha un esercito egizio. Ottaviano si
porta a capo di quella parte dell'esercito che attraverso la Siria doveva arrivare in Egitto compiendo lo
stesso itinerario di Gabinio nel 57 con lo stesso Marco Antonio quando vanno a rimettere sul trono Tolomeo

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XII. Passano attraverso la Siria per la Giudea ed entrano in Egitto via Pelusio. Il governatore di Pelusio
preposto alla città da Cleopatra gli consegna la città, secondo alcune voci con la complicità di Cleopatra.

In un altro scontro Marco Antonio ingaggia la battaglia e dopo poco l'esercito egizio si arrende contro i suoi
ordini. Alla fine di luglio nel 30 la flotta di Ottaviano è all'imboccatura del porto di Alessandria d'Egitto. Se
fosse entrato in città, l'Egitto sarebbe capitolato. Antonio lo sa e organizza un’estrema resistenza
pianificando la battaglia. Il 1 agosto appena la battaglia comincia l'esercito egizio si arrende e passa dalla
parte di Ottaviano che fa entrare in città.L'esercito egizio non combatte perché naturalmente non è
l'esercito di Antonio, non prende ordini principalmente da Antonio. Ottaviano così il 1 agosto prende
possesso di Alessandra d'Egitto. Cleopatra manda un dispaccio ad Antonio. Si era suicida. Marco Antonio
si colpisce con un violento fendente, con una coltellata molto violenta al petto, però non muore subito e nel
frattempo apprende che in realtà Cleopatra non si era ancora suicidata. Secondo le fonti si fa portare da lei,
la perdona e la esorta a salvarsi se ci fosse riuscita in maniera onorevole. Sempre secondo le fonti, la
regina avrebbe appreso in realtà che Ottaviano la voleva tenere viva soltanto per farla sfilare nel trionfo,
come era stato per Vercinge, per Giugurta e altri. Fina da Orazio (Carmina 1,37) appena ha preso questo
Cleopatra si suicida, poco prima nella metà del 30. Il famoso suicidio di Cleopatra per il morso della naja
haje, il cobra egizio il cui veleno aveva testato sulle prigioniere e si era resa conto che dava la morte più
veloce e meno dolorosa. Si sarebbe suicidata con le sue due ancelle, Ira e Carmione. Il serpente è stato
portato da un contadino nascosto sotto le foglie di fico. Nessuno ha visto questo serpente, però secondo
Plutarco se ne sarebbero viste le tracce sulla sabbia che portava verso il mare. La versione lascia un po'
desiderare, perché il cobra egizio deve stare alcune ore prima di poterne mordere altre, invece muoiono
tutte e tre insieme. Se si approfondisce la questione, come fa un contadino quel giorno a portare un cesto
di fichi in omaggio a Cleopatra che era presidiata dalle guardie di Ottaviano che temeva che si suicidasse?
Se si va a guardare nei meandri della religione egizia, ci si accorge che la morte per un morso naja haje
dava la [Link] che colpisce tutta questa vicenda è che le fonti antiche non si espongono.
Plutarco affronta questa questione non prendendosi, in alcuni punti, la responsabilità di quello che sta
affermando, come se sapesse che è una versione artatamente diffusa.

Plutarco, Vita di Antonio 86, 1-6

Si racconta che l’aspide venne introdotto assieme a quei fichi, celato fin dalla superficie dalle loro foglie;
così avrebbe ordinato Cleopatra, ed il rettile doveva piombarle sul capo senza che ella se ne avvedesse.
Non appena prese i fichi e lo vide, esclamò: «Ah, stava dunque qui dentro!», e poi si scoprì il braccio per
offrirlo al morso. Ma alcuni affermano che l’aspide fosse custodito all’interno di un orcio, e che Cleopatra,
fattolo uscire, prese ad irritarlo con un fuso d’oro: allora il rettile si sarebbe slanciato verso il suo braccio ad
avvinghiarlo. La verità non la sa nessuno. In seguito si diffuse anche la versione secondo cui Cleopatra
avrebbe portato con sé un veleno contenuto in uno spillone cavo, e che nascondesse tale spillone fra i
capelli; sennonché, sul suo corpo non spuntarono né una macchia, né alcun altro segno di avvelenamento.
Nemmeno il rettile venne visto dentro la stanza; dicevano di averne scorto le tracce, segni di andamento
strisciante lungo il mare, verso il quale dava la stanza e guardavano le finestre. Vi furono quanti
affermavano di aver notato sul braccio di Cleopatra la presenza di due segni di puntura, sottili e poco
distinguibili. Sembra che anche Cesare abbia prestato fede a costoro: infatti nel trionfo venne portata
un’immagine di Cleopatra stessa, con un aspide che l’avvinghiava. Così dunque si dice che si svolsero tali
vicende.

La salma di Cleopatra non l’ha mai trovata nessuno. Tutt'oggi non si sa dove sia la tomba, si sapeva dov'è
la sepoltura di Antonio, ma nessuno ha mai saputo dove è stata posta la tomba e quindi la salma
Cleopatra. Qui le soluzioni sono due e tertium non datur. O Cleopatra è stata ingenua nell'aver puntato
tutto, anziché sulla possibilità di Antonio di riorganizzare l'esercito egizio, su Ottaviano e sulla sua
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clemenza, quindi ha intessuto con lui un doppio gioco mortale ai danni di Antonio che fa sparire dalla scena
perché gli annuncia che si era suicidata e Antonio si colpisce a morte, Ottaviano però intendeva portarla in
trionfo e dunque l’ha beffata (Cleopatra è stata ingenua e ha fatto la scommessa sbagliata su Ottaviano, è
quello che ritiene la stragrande maggioranza degli studiosi). L’alternativa è che alla luce della discordanza
delle versioni sulla morte di Cleopatra che sembrano quasi create ad arte (perfino quella dell’aspide che dà
divinizzazione), dei progetti di Cleopatra di fuggire da qualche parte del mondo (proposito che ha da subito)
e poi instaura una relazione privilegiata con Ottaviano (parla con lui), del fatto che la salma di Cleopatra
non è mai stata trovata (in trionfo venne portata una statua della regina) e che non avrebbe negato nulla
nell’ambito del ragionevole, nulla vieta di pensare che Cleopatra avesse concordato con Ottaviano (una
volta tolto di mezzo Antonio e che Ottaviano fosse riuscito a prendere l’Egitto con la rapidità che la
situazione politica di Roma richiedeva) di poter andare a vivere con un alto appannaggio di ori e ricchezze
indisturbata in qualche altra parte del mondo. Tertium non datur: o è stata ingenua o ha beffato tutti ed è
andata a vivere indisturbata da qualche altra parte.

150
Lezione XVIII – 10/04/2026
Augusto, Res Gestae 34

Sono un testamento politico scritto dallo stesso Augusto ed è come lui stesso voleva che si ricordasse il
suo percorso politico:

Nel sesto e settimo consolato [anno 28 e 27, perché divenne console nel 43, nel 33 e ininterrottamente dal
31 al 23], dopo che (poiché) avevo posto fine alle guerre civili, assunto il controllo dell’impero grazie al
consenso di tutti [giuramento comune delle province per cui gli fu affidata la guerra contro Cleopatra], ho
trascritto la repubblica dal mio potere alla libera volontà del senato e del popolo romano [nel 28 viene
coniata una moneta in cui si celebra il fatto di aver restituito tutto nelle mani del senato, dopo aver celebrato
i trionfi nel 29]. Per questo mio merito io venni chiamato Augusto per delibera del senato [riunione del 16
gennaio 27 su cui proposta di Menazio Planto Ottaviano venne ufficialmente chiamato Augusto è un
deverbativo da augeo con il significato di colui che fa prosperare; Augusto si riferiva anche all’augurio
augustus sotto il quale era stata fondata Roma] e la porta della mia casa venne a nome dello stato
pubblicamente ornata con rami d’alloro e una corona civica [si attribuiva a chi aveva salvato in vita
l’esistenza di concittadini] venne appesa sulla soglia e venne inoltre posto uno scudo d’oro nella curia Iulia,
per la cui iscrizione si diceva che il senato e il popolo romano l’avevano conferito a motivo del mio valore,
della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietas. Dopo di allora [27] per quanto riguarda
l’auctorictas sono stato sicuramente superiore a tutti, ma per quanto riguarda il potere effettivo io non ne ho
avuto nulla di più di tutti gli altri che mi furono colleghi in ciascuna magistratura.

→ la realtà è che Augusto non aveva quasi nessun potere veramente inedito, e l’eccezione della sua
posizione era il cumulare tutti insieme questi poteri, oltre aver posto fine alle guerre civile e avere ricchezze
leggendarie. È l’insieme degli elementi che caratterizzano la sua persona che lo rendono ineguagliabile.

AUGUSTO E L’ISTITUZIONE DEL PRINCIPATO

Il 13 gennaio 27 Ottaviano, che si è già fatto ascrivere numerosi poteri (dal 36 già sacrosancitas e dal 30 lo
ius auxili), rimette il potere nelle mani del senato e riceve in cambio l’imperium consolare decennale sulle
province di Cilicia, Cipro, Gallia, Siria e Spagna rinnovato per tutta la vita, oltre che sull’Egitto, anche se ha
uno status particolare. Il 16 gennaio 27 assume la denominazione di Augustus e il ruolo di princeps.

(guarda manuale) Nell’estate del 23, dopo la congiura di Morena, c’è la sistemazione definitiva dei poteri
su cui si basa il principato: Augusto depone il consolato (assunto poi solo nel 5 e nel 2 a.C.) e in cambio
assume per tutta la vita la tribunicia potestas (non è tribuno ma ha i loro poteri) e l’imperium maius
(nonostante sia incompatibile con il ruolo di tribuno) → se fosse stato un semplice imperium sarebbe stato
uguale a quello di altri magistrati, ma specifica che è più grande di quello di altri e inoltre non ha limiti né di
tempo né di spazio, può esercitarlo persino intra pomerium. Può inoltre far eleggere chiunque nelle cariche
raccomandando un candidato (commendatio) e se non fosse stato eletto, avrebbe usato la cooptatio
mettendolo direttamente in senato, anche se non è stato eletto per quella carica. Possiede quindi imperium
e tribunicia potestas senza detenere le magistrature che in età repubblicana li contemplavano, e dunque
senza essere soggetto ad elezione, alla temporalità ed alla collegialità. Nel 19 riceve la censoria potestas
(può scegliere chi mettere in senato e lo riduce a 600 membri), e nel 12 alla morte di Lepido diventa
pontifex maximus: da allora gli imperatori sarebbero stati pontefici massimi fino al 383 con Graziano. Nel 2
a.C. riceve l’appellativo di pater patriae.

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Il principato, però, non è una monarchia: non si eredita e non si trasmette automaticamente, ma servono
determinati passaggi affinché salga un successore voluto dal suo predecessore. Questi poteri
appartenevano tutti alla Roma repubblicana, ciò che è inedito è la declinazione del potere e il cumularsi
sulla stessa persona. L’avere grandi ricchezze e l’aver vinto molte guerre fidelizza consenso verso un
princeps e verso la sua dinastia, anche se il principato non si eredita.

Ronald Syme, australiano studioso della storia romana nel Novecento, ne “La rivoluzione romana”
pubblicato una settimana dopo lo scoppio della II guerra mondiale, rilegge l’avventura di Augusto in
controluce con l’affermazione dei regimi assoluti del Novecento, sia quello tedesco che quello di Mussolini.
Quando suggella l’avventura di Augusto, gli italiani potevano veder rievocata anche la vicenda di Mussolini:

«Nel narrare i fatti di questo che è il periodo centrale della storia di Roma non mi è stato possibile sottrarmi
all'influsso di storici quali Sallustio, Pollione e Tacito, che erano tutti di sentimenti repubblicani. Ne deriva un
atteggiamento decisamente critico nei riguardi di Augusto. Se, in confronto, Cesare e Antonio sono trattati
piuttosto benignamente, ciò potrà spiegarsi con il carattere e la mentalità dello storico Pollione [...]. Tuttavia,
alla fine, non resta che accettare il principato, poiché esso, se da un lato abolisce la libertà politica,
dall'altro vale a scongiurare la guerra civile e a salvare le classi apolitiche. Libertà o governo stabile: questo
fu il dilemma di fronte al quale si trovarono i Romani; per parte mia, ho tentato di risolverlo esattamente a
modo loro»

→ non è un mistero che l’affermazione del fascismo in Italia venne favorita dal re (che si aspettava che
avrebbe ripristinato l’ordine in un paese la cui parte settentrionale era completamente messa a soqquadro
dall’occupazione delle fabbriche e incombeva lo spettro della III internazionale). Sayme riconoscerà ad
Augusto il merito di aver trasformato il suo piccolo partito politico in un governo (fasci di combattimento >
fascismo), togliendo di fatto la libertà, ma ripristina la pace.

LA RIFORMA DELL’AMMINISTRAZIONE

Roma viene divisa nel 7 a.C. in 14 regiones (da Porta Capena a Trastevere) e ogni zona prende la
denominazione di regio ed ha un capocircoscrizione che è un senatore, e sono divise da un punto di vista
religiosa da 265 vici (quartieri) amministrati da un vicomagistri che ha l’obbligo di portare avanti i culti.

A capo dell’amministrazione generale di Roma è un magistrato di rango senatorio, con la denominazione di


praefectus Urbis (unico di rango senatorio, poiché gli altri sono di rango equestre), figura che nel corso del
tardoantico assumerà sempre più prerogative.

L’Italia, invece, è divisa in 11 regiones (non tutti i confini corrispondono a quelli attuali).

LA RIFORMA PROVINCIALE

Le province vengono divise in tre tipologie (l’Egitto resta un caso a parte):

1.​ Province senatorie: per l’epoca augustea sono Acaia, Africa, Asia, Cipro, Creta E Cirene, Gallia
Narbonense, Macedonia, Ponto e Bitinia, Sicilia, Sardegna e Corsica, Spagna Betica; sono
governate da ex consoli o ex pretori sorteggiati dal senato, raramente per più di un anno. Sono
province ormai pacificate per cui Roma non si aspetta problemi né a livello di tumulti interni né a
livello di invasioni da parte di altri popoli, tanto che non ci sono legioni di stanza, ma coorti ausiliari
152
(solo in Asia e in Africa ci sono delle legioni possono però cambiare status, es. Giudea). Le tasse
sono riscosse dai questori, mentre i procuratores curano l’amministrazione delle proprietà imperiali;
2.​ Province imperiali: sono Aquitania, Cilicia, Dalmazia, Galazia, Gallia Belgica, Gallia Lugdunense,
Lusitania, Pannonia, Siria, Spagna Tarraconense; sono governate da ex consoli o ex pretori, per tre
anni o più, nominati dal princeps, per conto del quale governano come Legati Augusti pro praetore.
Sono province per le quali Roma si attende problemi di ordine interno ed esterno. Hanno il comando
sulle legioni di stanza (numero a seconda della necessità), necessarie perché si tratta di aree non
pacificate o a rischio invasione. Le tasse sono riscosse dai procuratores;
3.​ Province equestri: Alpi Cozie, Alpi Marittime, Alpi Pennine, Giudea, Mesia, Norico, Rezia e
Vindelicia; sono governate da praefecti o da procuratores (entrambi di rango equestre) e
corrispondono ad aree ritenute di scarsa importanza e non esposte a rischi militari, spesso semplici
distretti militari. In caso di necessità, il governatore della più vicina provincia invia una legione in
soccorso. Hanno di stanza truppe ausiliari

L’Egitto non è una provincia: è un possesso privato dell’imperatore. Nessun senatore può entrare in Egitto
senza l’esplicito permesso dell’imperatore. È comandato da un prefetto di rango equestre ed è l’unico
cavaliere a capo di legioni, poiché ci sono due legioni di stanza. È il principale serbatoio di grano assieme
alla Sicilia e alle Spagne: chiudere l’esportazione di grano dall’Egitto significava ridurre Roma alla fame.

IL CURSUS HONORUM EQUESTRE (spesso domanda d’esame)

Fino al II secolo a.C. i cavalieri erano un settore della milizia e dopo la II guerra punica possono essere
giudici nelle quaestiones perpetuae (prima per la concussione poi anche per altri reati). Augusto vuole che i
cavalieri divengano parte importante dell’amministrazione dello stato e crea un cursus honorum parallela a
quella dei senatori. Li vuole coinvolti nell’amministrazione dell’apparato burocratico, nella milizia e
nell’amministrazione di Roma, di Italia e delle province. In molti casi (es. Publio Cornelio Tacito) può
promuovere un cavaliere di sua iniziativa allo status di senatore. Se per far parte del rango senatorio serve
avere un patrimonio di almeno 1.000.000 sesterzi di censo annuo, per far parte del rango equestre occorre
avere un patrimonio di almeno 400.000 sesterzi di censo annuo, la cittadinanza romana e precisi requisiti di
moralità (non bisogna esporsi alle note censorie → Augusto era fortemente interessato alla morale dei
propri cittadini, tanto da emanare leggi su questo argomento).

Il cursus honorum equestre inizia con un periodo nelle milizie:

1.​ Prefettura di coorte: la coorte è una divisione delle legioni e i cavalieri sono prefetti delle coorti;
2.​ Tribuno militare angusticlavio: a meno di diventare prefetto dell’Egitto, i cavalieri svolgevano
servizio nelle legioni per un anno con l’incarico di tribuni militaria angusticlavi; nella legione c’è il
comandante in capo che è il governatore provinciale o un legato della legione (senatore), un tribuno
militare laticlavio (ufficiale di rango senatorio che ha la fascia di porpora obliqua larga) e cinque
ufficiali di rango equestre che hanno la fascia di porpora obliqua stretta (angusticlave);
3.​ Prefettura d’ala: alla fine dell’anno tornano nella loro destinazione originale (reparti ausiliari) con il
compito di prefetti d’ala, cioè nella cavalleria.

Come quello senatorio, solo una parte di cavalieri continua il cursus honorum dopo la prefettura d’ala,
arrivando al grado di procuatores: grandi funzionariati, che prendevano il nome di procuratele, e che erano
distinti in base allo stipendio annuo. Avevano il compito di presidio dell’esazione delle tasse,
nell’amministrazione delle proprietà dell’imperatore o negli incarichi da capo ufficio dell’amministrazione di
Roma.
153
Per pochi uomini, la carriera poteva culminare con le grandi prefetture:

-​ Prefettura dei vigili [istituita nel 6 d.C.]: i vigili sono un corpo di 7 coorti di 500 uomini ciascuna;
inizialmente il loro compito era quello di spegnere gli incendi, ma dopo poco tempo assumono
l’incarico di polizia notturna (sono comunque soldati armati), mentre quella diurna è composta dalle
3 coorti del praefectus Urbi (senatore)
-​ Prefettura dell'annona [istituita nell' 8 d.C.]: prefetto di rango equestre incaricato nel far sì che a
Roma i mercati non restino vuoti
-​ Prefettura della flotta [con Claudio e Nerone detenuta anche da liberti]: l’Italia è circondata da due
flotte imperiali, di cui una fa base a Capo Miseno in Campania, mentre l’altra da capo a Ravenna
-​ Prefettura del pretorio [istituita nel 2 a.C.]: i pretoriani sono organizzati in 9 coorti di 500 uomini
l’una che sono la guardia personale incaricata di preservare la sicurezza dell’imperatore; è in
genere comandata da due prefetti, ma in certi periodi come sotto il prefetto Seiano ridotti ad uno
solo; sono i soldati scelti e hanno condizioni particolari come il fatto che il loro servizio dura solo 16
anni per poi essere congedati con honesta missio, comportava i massimi riconoscimenti ed
un’assicurazione per il futuro (i militari sono ora dipendenti pubblici); fino a buona parte del I secolo
d.C. possono essere soltanto romani o eccezionalmente umbri e poi italici, solo nel tardo antico
provinciali determinò strane forme di potere: dalla riforma di Silla a Roma non c’erano state coorti,
mentre ora ce ne sono 19; gli imperatori stessi non si fidano della situazione di Roma perché in
caso di prefetti di particolare carisma (es. Elio Seiano) i pretoriani possano rispondere al proprio
prefetto e non all’imperatore e le legioni più vicine erano quelle della Cisalpina; perciò, quando gli
imperatori decideranno di fare cose estreme (es. Nerone quando uccide sua madre Agrippina) si ha
paura che i pretoriani avrebbero ucciso loro stessi
-​ Prefettura dell'Egitto [il primo fu C. Cornelio Gallo nel 29 a.C.]: vertice, all’inizio dell’impero, della
carriera equestre; è significativo che per l’amministrazione dell’Egitto, possesso personale
dell’imperatore, si sia pensato di affidarla a cavalieri e non a senatori

Sotto l’impero i comizi continuano a vivere per circa un secolo, ma la loro funzione viene limitata a quella di
ratificare la scelta dei magistrati e degli imperatori. I magistrati verranno eletti in senato, le leggi non
vengono più votate ai comizi ma si imporranno le delibere del senato e gli editti e le costituzioni degli
imperatori. Il senato diventa anche tribunale (giudica i processi) e talvolta può farlo lo stesso imperatore. Le
cariche restano vigenti ma diviene solo un riconoscimento alle famiglie di certi individui e i loro poteri reali
sono ridotti.

L’ORGANIZZAZIONE DELL’ESERCITO

Augusto riorganizzò l'esercito in 28 legioni composte effettivamente da 5.000 uomini, che dopo il disastro
di Teutoburgo nel 9 d.C. si ridussero a 25 (Quintilio Varo portò al massacro 3 legioni) gli imperatori spesso
interrompono la conquista quando c’è un’emergenza in altri fronti dell’impero (es. Domiziano che ferma la
conquista della Caledonia da parte di Agricola, ma al contempo c’era un’insurrezione in Germania e in
Dacia). L’esercito era organizzato in cavalleria e fanteria leggera (delegata agli auxilia) e fanteria pesante
(delegata ai legionari). Ogni legione annoverava un massimo di 6.000 uomini, in totale annoverava circa
125.000 legionari e altrettanti ausiliari in servizio permanente, che devono tenere sotto controllo tutta
Europa + Asia e Africa. Il servizio durava 20 anni da effettivi + 5 anni da veterani (spesso volontari.

Permane il carattere identitario della legione: ogni legione ha un numero, un nome e spesso simboli propri
ed un titolo (es.: X Fretensis; IV Flavia Felix).

154
I soldati, quasi sempre professionisti volontari (ma in certi frangenti la leva poteva essere obbligatoria),
ricevono dall'aerarium militare i premi, e inoltre uno stipendio dal fiscus, di ammontare diverso in base al
grado e al luogo del servizio. La paga minima di un legionario era comunque di 225 denarii/anno (somma
estremamente bassa, ma probabilmente gran parte dell’introito derivava dai premi).

Ogni legione, per lungo tempo formata esclusivamente da militari romani ed italici (già dalla fine del II
secolo i provinciali sono ammessi nell’esercito anche come ufficiali), ed al comando del governatore
provinciale o (in presenza di più di una legione) di un legatus legionis, coadiuvati da 1 tribuno militare
laticlavio (senatorio) e da 5 tribuni militari angusticlavi (equestri) per ogni legione, era teoricamente
suddivisa in 10 coorti di fanti di 480 uomini ciascuna (a loro volta suddivise in 6 centurie di 80 uomini
ciascuna), e aveva circa 120 cavalieri, ma appunto in genere le legioni non constavano di più di 5.000
uomini in totale.

Le truppe di ausiliari (auxilia), ancora nell'Alto Principato formata in prevalenza da peregrini (senza
cittadinanza romana) reclutati nelle province imperiali occidentali (tranne nel caso dei reparti speciali), e
divisi in piccoli reparti di fanteria e cavalleria o di fanteria + cavalleria, in numero pressoché eguale a quello
dei legionari. Al termine del servizio militare, i soldati ausiliari ricevevano la cittadinanza romana
(romanizzazione). Fino ad Adriano, i cives Romani sono ammessi solo in frangenti emergenziali, ed
equiparati nel trattamento ai legionari; da Marco Aurelio, i cives saranno prevalenti anche negli auxilia.

Le flotte più importanti sono assegnate al comando dei prefetti e attestate a Miseno e a Ravenna.

LE VICENDE MILITARI

27-19: Augusto in una prima fase e poi i suoi luogotenenti domano le ultime resistenze in Spagna e in
Lusitania; vittorie contro Asturi e Cantabri. Nel 13 definitiva divisione della Penisola Iberica 3 province:
Spagna Betica, Spagna Tarraconense e Lusitania

27-19: Annessione delle Alpi occidentali, soprattutto grazie alle vittorie sui Salassi in Valle d’Aosta

25: Provincializzazione della Galazia

25: Spedizione in Arabia di Elio Gallo, secondo prefetto dell’Egitto che succede a Cornelio Gallo che venne
giustiziato

25: Publio Petronio attacca con successo la Nubia (regione sottostante all’Egitto) della regina Candace
(Candace stessa significa regina)

22 (da fare dal manuale): Spedizione orientale determinata dalla necessità di dare agli armeni un nuovo re
(Marco Antonio ha condotto in catene il re Artavaside ad Alessandria) poiché il trono d’Armenia è stato
preso dal figlio Artaxias, che però era antiromano e quindi intollerabile per Augusto, presso il quale viveva
il fratello Tigrane. Augusto si determina a far sostituire Artaxias con Tigrane, partendo per un viaggio in
oriente che nel 21 lo vede in Grecia e nel 20 in Siria dove Augusto ha due problemi: riuscire a determinare
questa sostituzione e per far ciò poteva irrompere con le 4 legioni della Siria (non si fida poiché c’erano pur
sempre i Parti). Allora da ordine a Tiberio (figlio primogenito della moglie Livia) di raggiungerlo in oriente
con un esercito di più di 100.000 uomini, con il quale avrebbe avrebbe conquistato la Partia e avrebbe
recuperato le aquile delle legioni che umiliavano Roma con la presenza nella teca del re dei Parti, che non
erano più le aquile delle legioni di Crasso, ma anche le aquile delle legioni di Decilio Saxa e di Oppio
Staziano. Quando Livia nell’8 a.C. vuole spingere le quotazioni del figlio Tiberio come successore di
Augusto, commissiona una statua (ritrovata nel 1863 nella Villa di Prima porta) che rappresenta un Augusto
155
loricato su cui ci sono vari disegni di uomini, tra i quali lo stesso Tiberio con ai piedi una lupa e accanto a lui
donne che piangano, immagine delle province che Tiberio ha conquistato, e un uomo che si genuflette, che
era Fraate IV, re dei Parti, il quale nel terrore di essere attaccato dall’esercito di Tiberio, nel 20 si presenta
spontaneamente ad Augusto restituendo le insegne legionari e Augusto rinuncia alla guerra contro i Parti e
alla sottomissione e provincializzazione della Partia. È questa una questione estremamente complessa: su
alcuni articoli c’è come una congiura del silenzio come quello di Downson sulle armi chimiche di Annibale;
in particolare l’articolo di Rafael Sidi che doveva essere un articolo sui legami politici di Seiano, e che
invece fa presente che Cassio Dione ha dedicato un intero libro ad un dialogo fittizio ma che recupera
situazioni reali: Augusto, vincitore dell’Egitto è indeciso se instaurare direttamente una monarchia o lasciare
in teoria la repubblica ma con una posizione di preminenza che viene conferita da alcune prerogative,
parlandone con Agrippa e Mecenate. Mecenate gli consiglia di instaurare una monarchia, mentre Agrippa
no (rappresentano due partiti sempre in contrasto, seppur filoaugustee). Agrippa alla fine degli anni 20 non
solo porta avanti il progetto che vede la costruzione del Pantheon in Campo Marzio, ma sposa la figlia di
Augusto. I poeti del circolo di mecenate sulla fine degli anni 20 esortano tutti Augusto alla conquista della
Partia e alla sua provincializzazione, mentre Agrippa sostiene un’espansione a nord dell’Europa. Quando
Augusto rinuncia alla guerra partica, Mecenate perde il posto e subentra Augusto alla direzione del circolo
di Mecenate: la poesia augustea cambia tono. Orazio, che per tutti gli anni 20, scrive il Carmen seculari e le
Odi romane, dopo che aveva sempre detto di non voler scrivere un poema epico; Properzio, che ha persino
irriso Augusto nei primi tre libri, nel 16 pubblica il quarto libro celebrando le glorie di Roma; lo stesso Virgilio
voleva bruciare la sua opera. Molto probabilmente ci fu uno scontro di prospettive tra con Agrippa che
attaccava Mecenate.

In generale, Roma preferisce provincializzare le province occidentali, mentre ad Oriente preferisce fare
trattati e lasciare che i locali presiedessero stati clienti. Con l’inizio degli anni ‘10, la direttrice della
conquista diviene l’Europa centro-settentrionale (Germanie, Lesia e Pannonia)

16-15: Annessione delle Alpi centrali e orientali

14-9: Annessione di Pannonia e Mesia

12-7: Conquiste in Germania fino al Reno portate avanti dai fratelli Tiberio e Druso I

9 d.C.: Sconfitta di Quintilio Varo ad opera dei Cherusci di Arminio nella selva di Teutoburgo. Le fonti
ricordano il delirio di Augusto nell’apprendere questa notizia. Questa sarebbe stata una direzione obbligata
dell’offensiva romana negli anni successivi.

Augusto che non fu mai un grande soldato, è stato però un grande politico capace di avere delle visioni
ampie: aveva capito che una conquista per essere duratura e uno stato riformato per consolidarsi aveva
bisogno di componenti irrinunciabili, propaganda, azione culturale, un disegno e un progetto inerenti alla
società. La Roma arcaica con il suo mos maiorum diventa la stella polare che comincia con l’esaltare il
recupero dei valori romani (poetica di Virgilio).

Nel 18 a.C. viene pubblicata la Lex Iulia de maritandis ordinibus, che incentivava i matrimoni
ostacolando però i matrimoni tra classi sociali differenti. Viene inoltre ribadito che il matrimonio dovesse
essere funzionale alla procreazione. Nel 17 venne pubblicata la Lex Iulia de adulteriis coercendis volta a
punire ogni forma di adulterio, anche quello delle donne rimaste vedove con uomini sposati (crimen di
stupro): le donne adultere potevano essere relegate sulle isole, mentre gli uomini potevano essere uccisi o
relegati sulle isole con confische patrimoniali a discrezione dei mariti o dei padri offesi. Nel 9 d.C. venne
pubblicata la Lex Papia Poppaea che prevedeva sanzioni per i celibi con l’intento di incentivare la natalità,
mentre prevede vantaggi per chi si sposa e fa figli.
156
A livello culturale, Augusto si fece promotore di un recupero dei generi arcaici della letteratura latina
(Orazio dissentiva su questa scelta) ma soprattutto tramite Mecenate raccoglie attorno al palazzo un
gruppo di poeti che auspicava potessero veicolare i valori sui quali intendeva rifondare Roma (es. Virgilio
con le Bucoliche e Georgiche, anche se scritte prima di entrare nel circolo; Orazio con le Odi). Mecenate e
Augusto si aspettavano un poema epico che celebrasse le sue gesta (l’Eneide è l’opera che si avvicina di
più). Quando Augusto assume direttamente la direzione del circolo, gli autori sono meno liberi.

Inoltre, Augusto si fa anche promotore di un programma architettonico di primo livello, concependo il foro di
Augusto, illustrato dal tempio di Marte Cultore, ed inaugurato nel 2 a.C.; fa inoltre costruire il mausoleo in
cui venivano tumulate le ceneri dei suoi discendenti, l’ara pacis inaugurata nel 13 a suggello di come aveva
ristabilito la pace.

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Lezione XIX - 14/04: LA SUCCESSIONE AD AUGUSTO
Augusto ha portato a compimento il suo programma. Quando si parla di successione ad Augusto, cioè
Augusto che deve trovarsi un successore, dobbiamo sgombrare il campo da equivoci che rischierebbero di
presentarsi subito: non siamo di fronte a una monarchia, non c’è un potere che deve essere
istituzionalmente e costituzionalmente trasmesso, il principato non si eredita ma è chiaro che un
personaggio potente come Augusto hanno l’aspettativa di poter additare un successore che ne raccolga
l’eredità e ne porti avanti la politica. Il modo in cui un princeps può instradare qualcuno per prendere il
proprio posto è conferirgli particolari poteri come la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare (sono
le basi fondative del potere dei Principes). Poi sono quelli di adottarli nel proprio testamento come figli o di
lasciare loro il patrimonio, sono indicazioni che afferiscono all’ambito del diritto privato, è chiaro che sono
significative anche in un discorso inerente al piano pubblico. Restare nell'ambito di una medesima dinastia
è importante perché una dinastia ha il proprio prestigio, ricchezze, clientes (tante persone sono legate a
una dinastia, tante lavorano grazie a una dinastia e la continuità non sta a cuore solo ai principes).

Un successore per divenire tale deve superare tre tappe sul piano istituzionale:

-​ deve essere riconosciuto come tale dal Senato;


-​ deve essere riconosciuto come tale dai comizi centuriati;
-​ devono giurare sul loro nome i corpi militari (pretoriani e legionari).

Quando si è compiuto questo iter un successore è veramente tale: la volontà del predecessore sul piano
istituzionale non significa assolutamente nulla. Il principato non è una monarchia, il potere non si trasmette
in via automatica.

Augusto morì di morte naturale il 19 agosto del 14 d.C. a Nola in Campania. D’estate soprattutto ad
agosto i grandi personaggi della Roma del tempo amavano trascorrere la villeggiatura soprattutto in
Campania. Augusto è lì, Tiberio stava partendo per le campagne a nord e viene richiamato mentre è
ancora nella parte meridionale del Lazio perché Augusto sta per morire all’età di 77 anni. Santo Mazzarino
ne “L’impero romano” ci sintetizza perfettamente gli ultimi momenti della vita di questo imperatore eternati
dalle fonti e in particolar modo da Svetonio.

«L'ultimo giorno della sua vita (19 agosto 14 d.C.) si fece portare uno specchio, si fece pettinare. Chiese
agli amici: "Ho rappresentato bene questo mimo della vita?". Ed egli stesso diede la risposta, con due versi
greci: "se vi è piaciuto il giuoco, date il vostro plauso, e tutti con gioia accompagnatemi". E poi a Livia, alla
donna amata che aveva conciliato il feroce rivoluzionario col senato: Livia nostra coniugii memor vive ac
vale. Era la morte di uno stoico: l'impero romano è stato anche, con Augusto come con Adriano e Marco
Aurelio, come poi con Gallieno, e soprattutto con Giuliano, uno stato di monarchi-filosofi».

(S. Mazzarino, L'impero romano, I, Roma-Bari 1990, p. 95).

Ronald Syme che in controluce con Augusto legge la vicenda di Mussolini, così suggella la vita di Augusto
con frasi che sono una ripresa molto da vicino di eventi della storia molto vicina nel tempo a Syme che nel
1939 da oxford scriveva “The roman revolution” tradotta in italiano da Traia.

«Mori nell'anniversario del giorno in cui aveva assunto per la prima volta il consolato, dopo la marcia su
Roma (19 agosto del 43, dopo le teoricamente regolari e formalmente ineccepibili elezioni). Erano passati
cinquantasei [Link] tutto questo tempo, nell'azione come nella politica, rimase fedele a se stesso e alla
carriera che gli si era aperta quando arruolò un esercito privato (qui Syme sta traducendo le “Res Gestae”
di Augusto) e "liberò lo Stato dal predominio di una fazione", Il dux era diventato princeps e aveva
trasformato una fazione in un governo (come Mussolini con i fasci di combattimento). Per il potere, aveva
158
sacrificato ogni cosa. Ma aveva guadagnato la vetta di ogni ambizione umana, e con la sua ambizione
aveva salvato e rigenerato il popolo romano»

(Re Syme, La rivoluzione romana, nuova edizione a cura di G. Traina, Torino 2014 [Oxford 1939], p. 583).

Tiberio Claudio venne chiamato al capezzale dell’imperatore morente. Augusto si pose molto presto il
problema di indicare implicitamente o esplicitamente al Senato e al popolo romano chi avrebbe dovuto
prendere il suo posto.

Nel 25 Giulia Maggiore, unica figlia che Augusto ha avuto in vita sua (da Scribonia, parente di Sesto
Pompeo che aveva sposato nel 39), viene data in sposa al figlio della sorella di Augusto, Marco Claudio
Marcello (nato dal console del 50 e da Ottavia, sorella di Augusto/Ottaviano). Giulia Magione è nata nel 39,
Marcello cresce a palazzo insieme Tiberio sembrava avviato alle più alte ambizioni. Nel 23
improvvisamente muore (famosi versi di Virgilio nell’Eneide: “Tu Marcellus eris”, secondo Servio la madre
sentendo questi versi in una delle declamazioni che Virgilio faceva sarebbe svenuta dal dolore). Giulia
rimasta vedova viene dal padre avviata a un nuovo matrimonio, è chiaro che chi sposava Giulia veniva
prefigurato come il successore: Marco Vipsanio Agrippa, coetaneo di Ottaviano, nato nel 63, all’epoca è
un quarantatreenne che sposa la diciottenne Giulia Maggiore. I due hanno 5 figli: Gaio Cesare (nato nel
20), Giulia Minore (19), Lucio Cesare (17), Agrippina Maggiore (nata tra il 14 e il 15, più il 14 che il 15) e
Agrippa Postumo (chiamato così perché nasce dopo la morte del padre nel 12 a.C.). I due primogeniti
maschi nel 17 vengono adottati da Augusto: Gaio e Lucio Cesari, Augusto sembrerebbe essersi
prefigurato una doppia successione alla sua morte, prima Agrippa (marito della figlia) e poi i figli di Agrippa
(i suoi nipoti di sangue). Questa doppia successione ha formato nella mente di alcuni studiosi un teorema
audace: la diarchia, le coppie al comando, in realtà non dobbiamo attribuirlo agli antichi → c’è una doppia
successione: prima l’uno e poi gli altri, è esattamente lo schema che poi ci sarebbe stato con Tiberio e
Germanico, soltanto con la seconda parte del II secolo d.C., cioè con Marco Aurelio e Lucio Vero ci
sarebbe stata la diarchia (due imperatori, la coreggenza: i correggenti ci sono soltanto con gli anni 60 del II
sec d.C.)

Nel 12 muore anche Agrippa a 51 anni, questa successione non portava eccessiva fortuna. Nell’11 viene
individuato per una successione che non sarebbe stata così serena, il figlio della seconda o secondo
alcune fonti terza moglie di Augusto, Livia Drusilla, sposata nel 38 e compagna di quasi tutta la sua vita.
Livia aveva avuto dal precedente marito Tiberio Claudio Nerone 2 figli: Tiberio e Druso I. Il primogenito
Tiberio nato nel novembre del 42, nell’11 viene fatto divorziare da una moglie che amava moltissimo,
Vipsania Agrippina, e viene fatto sposare con Giulia Maggiore. Questo matrimonio si rivelò presto infelice,
Giulia Maggiore è una donna molto emancipata, indipendentemente dalla sua moralità (le fonti tendono a
descrivere in cattiva luce, forse come conseguenza dell’emancipazione di Giulia Maggiore, è uno dei
prototipi delle matrone che fra la tarda Repubblica e il tardo principato assumono un ruolo centrale di fatto,
anche se non contemplato dall’ufficialità protocollare, all’interno delle grandi famiglie di Roma). Giulia
Maggiore e poi sua figlia Giulia Minore avrebbero fondato un circolo apparentemente solo letterario, in
pratica anche politico (uno dei membri di questo circolo e forse amante di Giulia Maggiore fu Iullo Antonio,
unico figlio maschio sopravvissuto di Marco antonio, messo a morte da Augusto quando si decise la
repressione di questo circolo per aver scoperto delle trame politiche).

Tiberio si stancò presto dell'infedeltà e dell’eccessiva emancipazione di questa donna che ai suoi occhi
(tradizionalista) poteva essere considerata eccessiva e forse anche amareggiato dall'adozione da parte di
Augusto nel 17 di Gaio e Lucio Cesari (stabiliva una sorta di concorrenza per la successione) stabilì una
svolta: nel 6 Augusto di concerto con sua madre gli vuole affidare una missione orientale, rappresentare
Roma a Oriente e procedere a una risistemazione dei territori, la cui amministrazione andava ridefinita,
159
Tiberio rifiuta e chiede di sull’isola di Rodi e studiare filosofia, è pregato di dimenticarsi di lui (da imperatore
avrebbe lasciato Roma per andarsene a Capri e non ne avrebbe fatto più ritorno).

Nel 2 la nemesi della successione di Augusto riprende la sua azione: Lucio Cesare non ancora
diciannovenne muore improvvisamente in Gallia, a Marsiglia. Due anni dopo Gaio Cesare a meno di 24
anni muore anche lui e la successione torna totalmente in alto mare (erano i successori dopo che Tiberio
esce di scena). Tiberio nel frattempo era rientrato a Roma, forse anche su pressione della madre che
assilla il marito per far tornare in gioco suo figlio. La dinastia sembrava quasi priva di successori se non
fosse per la presenza sulla scena di Agrippa Postumo, l’ultimo figlio di Giulia Maggiore. Su questo
giovano aleggia una strana leggenda del discredito, sarebbe stato inaffidabile, borderline, soggetto ad
attacchi d’ira, poco stabile psichicamente e viene mandato al confino sull’isola di Pianosa. Sono vicende di
difficile spiegazione: Agrippa Postumo non viene preso in considerazione ma appena muore Augusto,
probabilmente Livia manda dei sicari ad ucciderlo; questi sicari precedono di poco altri emissari che
arrivavano sulla stessa isola in cerca di Agrippa Postumo dalla Germania in questo caso per prenderlo e
portarlo fra le legioni di Germania dove avrebbe dovuto essere eletto anti-imperatore, il disegno in questo
caso era della sorella Agrippina Maggiore.

Il 26 giugno del 4 d.C. Augusto elabora un nuovo piano di successione che va ad effetto: Augusto
conferisce l’imperium proconsolare e la tribunicia potestas, quindi addita come successore Tiberio, figlio
della seconda/terza moglie Livia, ma gli impone di adottare a sua volta (una volta che fosse diventato
imperatore) come successore Germanico, figlio di suo fratello. Questo a Tiberio dovette spiacere
particolarmente non solo perché la mentalità e la concezione del principato di Germanico era molto diversa
dalla sua, ma anche perché Tiberio aveva un figlio maschio, Druso II o Druso Minore (nella dinastia
Giulio-Claudia ci sono 3 Drusi, quindi conviene chiamarli Druso I, II, III).

Schema riassuntivo:

25: Giulia Maggiore, figlia di Augusto e Scribonia, sposa M. Claudio Marcello, figlio del console del 50 e di
Ottavia

21: M. Vipstanio Agrippa sposa Giulia, vedova di Marcello

17: Augusto adotta Caio e Lucio Cesari, figli di Agrippa e di Giulia

12: Morte di Agrippa

11: Tiberio Claudio Nerone, figlio del pretore del 42 e di Livia, seconda moglie di Augusto, è costretto a
sposare Giulia figlia di Augusto

6: Esilio volontario di Tiberio a Rodi

2 d.C.: Morte di Lucio Cesare a Marsiglia

4: Morte di Gaio Cesare in Licia

4: Augusto adotta Tiberio e fa adottare Germanico da Tiberio

Il Senato e il popolo sono pronti alla successione di Tiberio, nel 14 si rende protagonista di quella che per
Tacito è una recita conforme all’ipocrisia del suo carattere. Per la storiografia sul primo principato gli
imperatori, tranne Augusto, sono tutte figure macchiate da difetti quasi incompatibili con il ruolo che si
trovarono a ricoprire: Caligola la follia, Nerone la crudeltà, Claudio la stupidità, Tiberio l’ipocrisia e la libidine
(sembrano figure che ricordano una casa di cura più che una successione di imperatori). Però c’è il dato in
controtendenza per cui l’impero romano è in continua espansione, comincia con questi imperatori
160
un’ascesa di Roma che sarebbe durata per un secolo e mezzo: tutti vogliono abitare a Roma, è un cantiere
continuo (grandi edifici, templi, fori), il benessere aumenta per tutti, le conquiste si ampliano
progressivamente, la medicina, l’alimentazione, l’ingegneria…tutto è in forte progresso. Siamo costretti a
tenere una via di mezzo con la storiografia, non ne possiamo prescindere ma dobbiamo tenere presente
che se non l’evento tuttavia le connessioni causa-effetto sono alterate. Tacito come gli altri grandi autori
non si inventano i fatti, se dicono che un personaggio è morto in un certo punto in una certa situazione non
siamo legittimati a dubitarne. Quello su cui si innesta ciò che in abito di storia della storiografia si definisce
“tendenza” è nella concatenazione dei fatti. Per esempio, in questo caso c’è Tiberio che apparentemente
non vuole diventare imperatore, auspica una gestione collegiale del potere: che lo abbia detto è fuori
dubbio, non possiamo dubitare di questo (per la reputazione di Tacito, chiunque al mondo poteva
controllare, ci sono tanti casi in cui Tacito viene sempre confermato, inoltre scrive per contemporanei che
possono verificare). La “tendenza”, il rischio di andare fuori strada, si inserisce nella concatenazione dei
fatti: perché Tiberio dice così? Perché è un ipocrita e in realtà voleva diventare un imperatore o perché era
sincero? Così quando parte per Capri, è fuori discussione che lo faccia. Lo fa secondo Tacito perché era
diventato un vecchio libidinoso e là avrebbe potuto dare sfogo alle sue perversioni. Secondo altre fonti
perché era diventato talmente brutto che non si poteva guardare (deformità esteriore come specchio di
quella interiore). Noi dobbiamo pensare a qualche causa meno soggettiva, la troviamo in contro luce
quando parla di “impotentia Liviae” (la madre che esorbitava dal suo ruolo lo condizionava in tutte le sue
decisioni, qui troviamo motivazioni più oggettive: un personaggio che aveva nelle sue corde la tendenza a
reagire alle insoddisfazioni andandosene lontano e restando da solo). La fonte esercita la sua “tendenza”
nelle motivazioni: rapporti causa-effetto. I fatti che raccontano le fonti sono sempre veri, è il significato di
questi fatti continuamente da recuperare perché la storiografia ne dà un altro in quanto chi scrive o è
senatore o cavaliere, entrambi respirano l’ideologia elevata della alte classi sociali che molto presto
entrarono in contrasto con gli imperatori e la loro vendetta è stata deformarne la memoria. La storiografia
del I secolo d.C. e della prima parte del II è ostile agli imperatori. Per questa ragione la loro immagine esce
in questo modo, non possiamo credere veramente alla follia contraddetta dall’ascesa inarrestabile di Roma
in questi anni, dobbiamo recuperare i vari termini delle vicende storiche occorse in questi secoli.

Tacito, Annales 1, 11

Versae inde ad Tiberium preces. Et ille varie disserebat de magnitudine imperii, sua modestia: solam divi
Augusti mentem tantae molis capacem; se, in partem curarum ab illo vocatum, experiendo didicisse quam
arduum, quam subiectum fortunae regendi cuncta onus. Proinde in civitate tot inlustribus viris subnixa non
ad unum omnia deferrent: plures facilius munia rei publicae sociatis laboribus exsecuturos. Plus in oratione
tali dignitatis quam fidei erat; Tiberioque, etiam in rebus quas non occuleret, seu natura sive adsuetudine,
suspensa semper et obscura verba: tunc vero nitenti ut sensus suos penitus abderet, in incertum et
ambiguum magis implicabantur. At patres, quibus unus metus si intellegere viderentur, in questus, lacrimas,
vota effundi; ad deos, ad effigiem Augusti, ad genua ipsius manus tendere, cum proferri libellum recitarique
iussit.

Le preghiere si volsero quindi verso Tiberio. E lui vagamente disquisiva della grandezza dell’impero e della
sua piccolezza (contrapposizione per asindeto): quella del Divo Augusto era la sola intelligenza capace di
reggere un peso così grande; quanto a sé, chiamato a compartecipare alle fatiche (ai compiti di governo) si
direbbe proprio da lui con l’esperienza aveva imparato quanto arduo, quando soggetto alla sorte fosse il
peso di portare tutto sulle proprie spalle. Pertanto in una civiltà che poteva contare su tanti uomini illustri
non conferissero ogni potere nelle mani di una sola persona: una pluralità di persone più facilmente
avrebbero adempiuto associando le proprie forze ai doveri della Repubblica. In un discorso di questo tipo
c’era più contegno formale che sincerità. Tiberio anche nelle questioni in cui non intendeva restare coperto,
161
sia per natura sia per consuetudine aveva sempre parole mezze e velate: quando poi si sforzava di
nascondere nel profondo i suoi veri sentimenti, allora sì che le sue parole si avviluppavano semper più
nell’incertezza e nell’ambiguità. Ma i senatori, che avevano una sola paura se dessero l’impressione di aver
capito, se profondevano in lamentele, pianti, voti; tendevano le mani verso gli dei, verso la statua di
Augusto, verso le ginocchia di lui stesso finché Tiberio cede e ordinò che gli venisse letto il libellum (libro
logistico con tutte le risorse dello Stato).

➔​ Con Tacito siamo all’apogeo della lingua latina e della costruzioni di quadri da parte della letteratura
latina, ci descrive un’umanità con tinte così realistiche e penetranti che sembra prenderci di peso e
portarci lì, la difficoltà è addentrarsi nella lingua latina affrontata al massimo delle sue espressioni
con variationes, ellissi, chiaroscuri e asindeti per poterla capire fino in fondo;
➔​ Augusto è morto e bisogna convincere Tiberio ad accettare la successione;
➔​ per Tacito di troviamo di fronte a una commedia: Tiberio fa finta di non voler diventare imperatore e
tutti gli altri devono fare finta di non sapere che fa finta;
➔​ Augusto appena morto è diventato un divus, non è un deus ma divus (deus è chi è da sempre dio,
divus chi lo diventa), la religione romana romana consente solo di diventarlo dopo la morte: bisogna
che un senatore giuri di aver visto un’aquila ghermire lo spirito del morto dalla pira per portarlo fra
gli dei, a quel punto si diventa divus. Al di là della formalità protocollare un imperatore diventa divus
se il Senato è d’accordo (Caligola non diventò divus, un grande imperatore come Adriano rischiò di
non diventarlo se il suo successore non l’avesse imposto e per questo venne chiamato Pius per la
sua pietas, Antonino Pio);
➔​ Tacito pur essendo senatore non fa un’apologia del senato di quel tempo, anzi condanna i suoi
predecessori dell’assemblea senatoria perché si erano asserviti ai capricci dell’imperatore;

Tiberio diventa imperatore. Il primo successore di Augusto subito confermato dal Senato e dai comizi
centuriati, dalle legioni e dai corpi militari presenti nell’Urbe, è Tiberio, il figlio di Livia, Tiberio Claudio
Nerone. Ecco perché si parla di dinastia giulio-claudia: Giulia è la dinastia di Augusto, Claudia è quella di
Tiberio. Questa prima dinastia avrebbe regnato fino al 9 giugno del 68 quando si suicida Nerone.

LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA

Augusto (27 a.C.-14 d.C.) - Scribonia → Giulia Maggiore

Marco Antonio - Ottavia → Antonia Maggiore, Antonia Minore

Tiberio Claudio Nerone - Livia → Tiberio (14 d.C.-37 d.C.), Druso l

Tiberio - Vipstania Agrippina → Druso Il

L. Domizio Enobarbo - Antonia Maggiore → Domizia, Cn. Domizio Enobarbo, Domizia Lepida

Druso 1 - Antonia Minore → Germanico, Claudia Livilla, Claudio (41 d.C.-54 d.C.)

Agrippa - Giulia Maggiore → Caio Cesare, Giulia Minore, Lucio Cesare, Agrippina Maggiore, Agrippa

Germanico - Agrippina Maggiore → Nerone, Druso III, Caio Cesare ("Caligola" [37 d.C.-41 d.C.]),
Agrippina Minore, Drusilla, Giulia Livilla

Druso Il - Claudia Livilla → Giulia, Germanico Cesare, Tiberio Gemello

Cn. Domizio Enobarbo - Agrippina Minore → Lucio Domizio Enobarbo

162
Il determinismo familiare nel mondo antico è estremamente operativo e condizionante.

Da Augusto e da Scribonia nasce Giulia Maggiore che recuperiamo per il matrimonio con Vipsanio
Agrippa. Marco Antonio (anche se confitto la famiglia non viene messa al bando, le sue figlie sono madri di
primissimo piano nella dinastia giulio-claudia) e Ottavia hanno due figlie, sopravvivono e vengono cresciute
dalla madre (sorella di Augusto), sono Antonia Maggiore e Antonia Minore. Antonia Minore avrebbe
avuto un ruolo di primissimo piano nel principato di Tiberio nella successione di Caligola a Tiberio. È
un’epoca in cui le donne assumono un'importanza centrale, non con ambizione autopromozionale (una
donna a Roma non può diventare imperatrice e non può neanche votare), ma diventano punti di riferimento
fondamentali per gli uomini di cui possono promuovere le carriere. Per una matrona dell’alta società
romana è fondamentale essere la moglie o la madre di personaggi maschili importanti, in particolare
dell’imperatore. Agrippina Maggiore e Agrippina Minore avrebbero immolato la loro esistenza al
conseguimento di questo obiettivo e in alcuni casi le donne sarebbero state decisive per l’ascesa degli
uomini: Nerone doveva tutto alla madre Agrippina Minore.

Dal primo marito di Livia (nel 39 diventa moglie di Augusto) nacquero due figli: Tiberio (primo imperatore,
diventa imperatore nel 14, a 55 anni - è nato nel 42 a.C. e regna fino alla sua morte, alla metà di marzo del
37) e Druso I. Druso I muore giovane per una caduta da cavallo nel 9 a.C. e si continua a discutere se la
sua morte segni il punto d’arrivo degli Annali di Tito Livio (142° libro) o se il punto d’arrivo fosse il 9 d.C. La
prima figlia di Antonio e Ottavia era Antonia Maggiore che sposa il fratello di Tiberio (quello che muore nel 9
a.C. in Germania per la caduta da cavallo).

Da Lucio Domizio Enobarbo e Antonia maggiore è importante il figlio maschio, Gneo Domizio
Enobarbo, perché concepirà con Agrippina Minore il futuro imperatore Nerone che nasce nel dicembre
del 37.

Da Antonia Minore e Druso I nascono 3 figli molto importanti: Germanico (uno dei più famosi imperatori
mancati, uno personaggio di primissimo piano nel principato di Tiberio, nasce probabilmente nel 15 a.C.),
Claudia Livilla (riuscì ad essere la vedova sia di Gaio Cesare figlio di Agrippa e Giulia Maggiore che di
Druso II figlio di Tiberio, poi si sarebbe legata al prefetto del pretorio Seiano) e Claudio (nato nel 10 a.C. e
futuro imperatore dal 41 al 54, era figlio della figlia di Marco Antonio).

Un matrimonio estremamente prolifico è tra Agrippina Maggiore e Germanico, i due ebbero nove figli, ma
tre morirono. Sono sopravvissuti tre maschi e tre femmine. Nel 5 d.C. nasce Nerone (non è il futuro
imperatore che nascerà nel 37 da Agrippina Minore e Domizio Enobarbo), morirà al massimo nel 31,
probabilmente nel 30. Il secondo genito sopravvissuto è Druso III, nasce probabilmente nell’8, potrebbe
anche non essere impossibile che fosse nato nel 7. Il terzo è Caligola (chiamato così per una trovata
propagandistica della madre, si vestiva come i legionari mentre si trovava a Mogonziacum in Germania,
“caligola” = “scarpette”; “stivaletti”, nasce il 31 agosto del 12 d.C., probabilmente ad Anzio). Le tre sorelle
sono Agrippina Minore (nasce nel novembre del 15), Drusilla (nasce alla fine del 16, fu la sorella
prediletta di Caligola e la prima donna ad essere divinizzata a Roma, morì nel giugno del 38 e Caligola la
volle divinizzare il 23 settembre del 38, giorno in cui era nato Augusto con il nome di Panthea) e Giulia
Livilla (nasce a Metilene durante la missione orientale di Germanico nel gennaio del 18, non va confusa
con Claudia Livilla, figlia di Druso I e Antonio Minore).

Dal matrimonio tra Gneo Domizio Enobarbo e Agrippina Minore nasce il futuro imperatore Nerone
(Lucio Domizio Enobarbo, regnò dal 54 al 68).

163
TIBERIO (14-37)

Molto diverso dai politici dell'antichità e della modernità, capace di svolte improvvise. Gli autori di un libro
ormai diventato un classico, “La storia di Roma”, Cary e Scullard così descrivevano Tiberio:

«Con la sua personalità egli procurò un esempio classico di quello che secondo Aristotele è il tipo di uomo
tragico: un uomo con molte buone doti, ma con un difetto che per fatale gioco delle circostanze finisce per
oscurarne tutta la vita [...] Indiscutibili e collaudate poi le sue qualità di soldato e di governante. Lo insidiava
però una diffidenza innata per le proprie possibilità e di qui gli venne quell'atteggiamento freddo e riservato
che lo rendeva impenetrabile e che, quasi per ritorsione alla percezione di un senso di solitudine, lo rese
sospettoso di chiunque».

(M. Cary - H.H. Scullard, Storia di Roma, II, trad. It. Bologna 1981 [London 1973], p. 389 s.)

Di sicuro è un uomo che non faceva niente per piacere, è stato un soldato, un alto ufficiale che ha
condotto a termine con successo la conquista della Germania, Pannonia, tutti gli scenari bellici con i quali si
era cimentato. È un uomo fortemente conservatore, a differenza di Augusto non veniva da una famiglia
equestre ma di alto lignaggio senatorio (la Gens Claudia), questo lo portò ad arrivare all'impero quasi pago
di quello che aveva, non volle nessuna delle onorificenze che aveva preso Augusto, non volle essere
chiamato pater patriae. Quando in Oriente gli chiesero il permesso di poter tributare onorificenze divine
perché in Oriente era concesso, Tiberio rispose che era giusto e doveroso nei confronti di Augusto ma
quanto a sé non ne voleva. Non avrebbe avuto nemmeno la divinizzazione perché l’ultimo Tiberio entrò in
profondo conflitto con il Senato, non gli interessava avere l’apprezzamento del Senato né di chiunque altro,
lasciò Roma nella speranza di essere seccato il meno possibile da chiunque. Aveva un profondissimo
senso delle istituzioni: quando morì Germanico non assunse tutto, continuò le sue giornate come prima e
tutti lo criticarono, il passo fu brevissimo dla concludere che era stato lieto della morte di Germanico che lo
oscurava dal fatto addirittura che potesse averla ordita la morte di Germanico. Tutti furono costretti a
cambiare questo giudizio quando poco tempo dopo morì il suo unico figlio maschio e tenne lo stesso
atteggiamento: continuò tutte le sue occupazioni perché le disgrazie dei singoli non dovevano riverberarsi
sullo Stato. Fu molto segnato dai contrasti che si verificarono non solo dentro Roma ma dentro il palazzo e
lo convinsero del fatto che non poteva fidarsi di nessuno e tutti quelli che lo circondavano lo facevano
soltanto per l'occasione di impadronirsi del suo potere.

Il principato comincia ora, è in questi anni che se ne cominciano a comprendere a fondo le dinamiche.

Germanico è un personaggio molto ingombrante per Tiberio, secondo molti avrebbe dovuto essere lui il
vero successore. È un personaggio brillante, Gianpiero Rosati, lo ha definito il “principe del futuro”, è
probabile che guardassero a lui così. Nel 12 Germanico è nominato console e alla fine dell’anno è
nominato comandante generale delle otto legioni che sono in Germania dal momento della disfatta di
Quintilio Varo a Teutoburgo. Già Augusto mandò subito due legati legionis, Gaio Silio nella Germania
Superior con 4 legioni (II, XIII, XIV, XIV) e Aulo Cecina Severo nella Germania Inferior (quella al di sopra
del corso del Reno verso l’Olanda) al comando delle legioni I, V, XX, XXI. Questi due legati legionis sono
ognuno al comando di 4 legioni e Germanico ha la supervisione generale, è il comandante, si tratta di
vendicare Teutoburgo, ’è un punto di vista diverso tra Germanico e Tiberio:

-​ per Tiberio si tratta di vendicare il prima possibile quello scacco, recuperando prestigio e
pacificando di nuovo la Germania che dopo Teutoburgo è un’area caratterizzata da una palpabile
instabilità.
-​ Germanico poté coltivare un’ambizione ulteriore, Tiberio era convinto di dover restare aderente a
una raccomandazione che gli aveva fatto Augusto morente al proprio capezzale, cioè din non
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estendere i confini dell’impero. Per Tacito era la raccomandazione di un invidioso, voleva che
nessuno portasse l’impero ad avere più territori di quelli che era riuscito ad annettere lui, in realtà
era la raccomandazione di uno che il gioco l’aveva ampiamente vinto nella vita e ne conosceva
meglio di tutti i rischi e le caratteristiche.

Tiberio essendo stato un grande generale comprende quello che Augusto voleva dire: espandere i confini
richiede un forte sforzo non solo per riuscirci ma anche per conservarli. Bisogna mettere le legioni e per
evitare di perdere un territorio, se si concentrano le forze militari lì, poi si sguarnisce un altro punto e si
innesta la stessa dinamica che portò sotto Traiano al rischio di passare dalla massima espansione mai
raggiunta al perdere tutto. Tiberio si sarebbe accontentato di quell’obiettivo: vendicare Teutoburgo e
pacificare la Germania. Germanico no e si proponeva di portare il confine più a nord, non accontentarsi di
averlo portato fino al fiume Reno ma portarlo fino al fiume Elba, significava non solo vincere campagne
militari ma anche fare un’accorta opera di diplomazia in cui Germanico era carente. Germanico si porta la
moglie e un figlio, Caligola, negli accampamenti. Agrippina Maggiore invera quello che in Properzio era
stato il sogno epistolare di Aretusa che sogna potesse essere in Oriente a combattere al fianco dell’amato
e, come molte donne di quest’epoca, segue il marito negli accampamenti militari, ha “ingens animi” (ha
visioni, obiettivi, strategie per raggiungere un potere sempre più ampio, quando muore Augusto Agrippina
tenta di scansare Tiberio e imporre per la successione suo fratello Agrippa Postumo grazie alle sue legioni
di Germania, le stesse che poco più di 50 anni dopo sarebbero realmente calate in Italia per imporre un
successore non concordato dal Senato, Agrippina intuisce la forza di quelle legioni con più di mezzo secolo
d’anticipo e ha ripiegato sul fratello - voleva far diventare imperatore il marito che si dichiara non
disponibile). Germanico sapeva bene che donna aveva sposato, se ne sarebbe ricordato anche in punto di
morte quando le diede l’estremo consiglio, era pienamente consapevole delle ambizioni di sua moglie che
l’avrebbero portata a un punto di non ritorno nei rapporti con Tiberio.

Le campagne vanno bene d’estate e male d’inverno. D’estate si combatte e Germanico vince, nell'inverno
dovevano stringere rapporti diplomatici con le tribù sconfitte per evitare che le tribù sconfitte l’anno prima si
ribellassero l’anno dopo. Nel 15 Germanico compie una fortunata spedizione contro i Catti, c’è un episodio
che ci fa capire come Germanico e Agrippina fossero avanti dal punto di vista della capacità di
comunicazione e psicagogica che avevano sui soldati: alla vigilia della battaglia contro i Catti li portano alle
pendici del Kalkriese, vicino a dove pensano si sia svolta la battaglia di Teutoburgo, c’erano ancora dopo
sei anni centinaia di salme insepolte dei legionari di Quintilio Varo. Germanico addita ai soldati questa
visione dicendo che così possono capire perché sono lì, dopodiché procede a tumulare le salme. Tiberio fu
profondamente urtato da questo episodio, non soltanto perché Tiberio era anche un augure e in quanto tale
non doveva entrare in contatto con la morte, ma soprattutto perché capiva che era un espediente
propagandistico, questo proiettava su di lui una luce che Tiberio non condivideva, non perché fosse geloso
di Germanico ma perché vedeva un modo di esercitare il potere che era quanto più distante dal suo modo
di essere schivo, conservatore e repubblicano. Germanico e Agrippina travestono da legionario il piccolo
Caligola che viene portato nell'accampamento di Mogontia già da quanto aveva meno di due anni, i
legionari lo vedono crescere in mezzo a loro, si affezionano a lui che si vestiva come loro e combatteva con
loro in simulati allenamenti. Questo sarebbe stato l’inizio di un rapporto estremamente profondo fra le
legioni di Germania e Germanico, Agrippina e Caligola. Le legioni di Germania sarebbero state un porto
sicuro per questa famiglia. Agrippina partecipò perfino, in posizione defilata, alle battaglie con l’incarico di
crocerossina ante litteram.

Nel 16 c’è la vittoria della guerra di Idistaviso, le legioni di Germanico sconfiggono i Cherusci di Arminio e
i loro alleati. Germanico è abilissimo nello sfruttare il canale di Druso che collegava i fiumi con il mare del
Nord, alterna attacchi di cavalleria a imboscate, la flotta andò incontro a un naufragio nel ritorno.
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Germanico stava pianificando le battaglie dell’anno successivo in cui si sarebbe dovuto portare il confine
fino all’Elba ma Tiberio lo richiama a Roma, considerava esaurite le campagne di Germania. Le fonti
leggono tutto questo come un segno dell’invidia di Tiberio per i successi di Germanico. In realtà un
imperatore, come fece Domiziano quando richiamò Agricola che stava conquistando la Scozia ma non gli
diede il tempo, deve tenere presente tutta la scacchiera. C’è una situazione molto difficile in Oriente: molti
Stati sono rimasti senza un regnante (Cilicia, Cappadocia, ma soprattutto l’Armenia). Volone proveniente
dal popolo dei Parti è stato cacciato dal fratello, chiede aiuto a Roma e Tiberio non può recargli altro che
cercare rifugio nella provincia di Siria. In Armenia ora c’è un sovrano partico non concordato con Roma,
c’era bisogno di una missione in Oriente. Chi più indicato di Germanico essendo nipote di sangue di
Marco Antonio per via delle clientele orientali? La casa di Antonia Minore è un continuo crocevia di dinasti,
principi ereditari, intellettuali, plenipotenziari dell’Oriente che vanno a soggiornare e a visitarla anche in
ricordo delle relazioni con Marco Antonio. Inoltre Germanico era in Germania da anni e ormai Tiberio aveva
compreso quello che da quelle campagne si poteva e non si poteva conseguire: Germanico vinceva le
battaglie ma non riusciva a creare stabilità in quella regione perché trascurava la fase diplomatica.

Convince Germanico a rientrare nei ranghi di Tiberio promettendogli la missione orientale, il trionfo e il
consolato congiunto con lui nel 18. Nel maggio del 17 Germanico celebra così il suo trionfo: sfila a Roma in
un carro maestoso con la moglie la Agrippina Maggiore in un carro maestoso e con cinque figli, ancora non
è nata la sesta. Sul carro ci sono Nerone, Druso III, Caligola, Drusilla e Agrippina Minore. Germanico sta
appunto per partire per la missione in Oriente. Tiberiosceglie di mandare Germanico in Oriente, ma vuole
farlo controllare da vicino memore delle mosse propagandistiche di Agrippina in Germania da qualcuno di
cui si fidava e che fosse di sentire simile al suo. Per cui fa una mossa che alla luce di quello che avvenne
gli si sarebbe ritorta contro: sostituisce il governatore della Siria, che sarebbe stata la provincia su cui
Germanico avrebbe fatto base, richiama così il governatore Cretico Silano che era Il futuro consuocero di
Germania, perché la figlia di Cretino Silano era fidanzata con [Link] Germanico avrebbe avuto in
Cretino Silano un interlocutore nella massima fiducia. Lo sostituisce con un Calpurnio Pisone, un
conservatore che detestava Germanico e che diventando governatore della Siria sarebbe stato per
Germanico un interlocutore difficile. Col senno di poi, sembra quasi che Tiberio fin da allora avesse
pianificato di rendere difficile la vita a Germanico.

Germanico sfruttò la sua missione orientale per la massima propaganda. Portò con sé la moglie e
Caligola, porta lui e non i primogeniti maschi perché puntava su di lui per la successione a se stesso.
Germanico promuove sempre Caligola, è l'unico figlio che porta fra le legioni di Germania, è l'unico figlio
che porta in Oriente. Vai in Egitto e ordina, siccome c'era una carestia ad Alessandria d’Egitto di aprire i
granai imperiali, quindi risolve la crisi di grano che si era creata in Egitto. Tutto questo dispiacque
notevolmente a Tiberio: erano iniziative non concordate e non era normale che Germanico andasse in
Egitto perché era un senatore e i senatori non possono andare in Egitto. Addirittura gli egiziani cominciano
a rivolgersi a Germanico come a un dio. Esce dall'Egitto e dà ordine a Calpurnio Pisone di spostare metà
delle legioni di stanza in Siria in Armenia perché sarebbero state la sua sicurezza nel momento in cui
andava in Armenia per imporre il successore. Calpurnio Pisone non manda le legioni di Siria in Armenia,
Germanico si ritrova in Armenia da solo. Appena torna in Siria ci fu uno scontro durissimo con Calpurnio
Pisone. Germanico a inizio ottobre del 19 si ammala ad Antiochia. A Roma quasi tutta la città si sparge il
capo di cenere, sono tutti in ansia, Germanico sembra guarire, poi improvvisamente peggiora. Si parlò di
magia nera, una fattucchiera Martina venne portata prigioniera in Italia, accusata di aver agito in complicità
con Calpurnio Pisone e con la moglie Plancina per avvelenare e fare sortilegi contro Germanico.
Germanico prima di morire, caccia dalla Siria Calpurnio Pisone, ha un imperium proconsulare maius
(superiore a quello dei governatori di tutte le province orientali e quindi può cacciare il Pisone dalla Siria).
Pisone tentò di rientrarvi dopo la morte di Germanico, ma gli ufficiali del circolo di Germanico gli
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impediscono di rientrare in Siria e lì commise l’errore di chiedere alla scorta di farlo entrare a forza e stava
per scoppiare un conflitto fra i sostenitori degli amici di Germanico e Pisone. Prima di morire Germanico
chiama la moglie dal suo capezzale. Quest'uomo ha meno di 35 anni, disse alla moglie di vivere nel loro
ricordo, prendersi cura dei figli e soprattutto di non mettersi nei guai sfidando, per la sua ambizione, chi è
più potente di lei. Agrippina invece sin da subito mise in atto un’efficacissima propaganda: in tutto il viaggio
di ritorno per nave dalla Siria fino a Brindisi, tenne sul grembo un'urna con le ceneri dei marito, si presenta
subito come una vedova misteriosamente privata del marito da chissà quale trama (a Roma da subito si
volle far passare la morte di Germani come un complotto ordito da Calpurnio Pisone e l’imperatore era
preoccupato perché era stato lui a mandare Calpurnio Pisone in Siria, circolavano voci per cui sarebbero
stati mandati degli arcana mandata - delle istruzioni segrete in un libellum consegnato da Tiberio a
Calpurnio Pisone).

Roma era afflitta per la morte di Germanico e ci fu un processo. Tiberio non ebbe nulla in contrario a un
processo a Pisone per stabilirne l’eventuale colpevolezza. Il processo si svolse a maggio o alla fine del 20.
Gli imputati sono Calpurnio Pisone e la moglie Plancina. L'accusa di avvelenamento in realtà era
indimostrabile. I capi di imputazione sui quali bisogno rischiava la condanna erano piuttosto quello di aver
gioito per la morte di Germanico, che lo esponeva al reato di maiestas, e soprattutto quella di aver cercato
di rientrare con la forza nella provincia di Siria da cui lo aveva cacciato Germanico, che poteva equivalere a
un colpo di stato. Il processo non si celebra nei comizi (con l'età imperiali le funzioni giudicanti dei comizi
decadono e il tribunale nel caso di processi ai danni di un senatore è costituito o dall'imperatore stesso o
dal Senato). L'imperatore non ne vuole sapere e il processo si sarebbe celebrato di fronte a un tribunale
senatorio. Tacito giganteggia la sua narrazione: ci presenta anticipando le dinamiche che poi ritroveremo
nella morte di Seiano, la moglie Plancina che inizialmente giurava che avrebbe seguito il marito fino in
fondo in questa disgrazia processuale, ma siccome era molto amica di Livia, madre di Tiberio, pregò Livia
di intercedere per lei. Livia lo fece, Tiberio accolse la raccomandazione ma la esplicitò e Plancina venne
rinviata a un altro processo che si sarebbe dovuto celebrare più avanti. Calpurnio Pisone capì che una
volta che la sua posizione era stata staccata da quella di Plancina protetta da Livia si aggravava. Durante
quest'udienza Pisone non ascoltava l'accusa degli avvocati, ma aveva incrociato lo sguardo di Tiberto, era
uno sguardo nel Tiberio quale le fonti ci hanno ritratto perfettamente, uno sguardo che non lasciava
trasparire né rabbia né favori, uno sguardo impassibile e impenetrabile. In quel momento Pisone capisce
che per lui era finita. Torna a casa, Tacito racconta come si prende cura del corpo, dopodiché scrive una
lettera a Tiberio in cui lo prega soltanto in nome della loro antica amicizia (erano stati consoli insieme nel 7
d.C.) di non fare male a suo figlio che era stato in Siria con lui e che aveva soltanto eseguito i suoi ordini.
Dopodiché, al mattino, quando gli schiavi nella domus di Calpurnio Pisone aprono le porte della camera da
letto, lo trovano ucciso, si era suicidato. Tiberio accolse la sua richiesta e non soltanto non fece del male al
figlio di Pisone, ma addirittura gli favorì la carriera. Questo contribuì in molti a vedere l’ombra lunga di
Tiberio dietro quello che era accaduto. Sembrava come se Tiberio avesse bisogno di un colpevole per
placare la folla per la morte di Germanico e grato a Calpurnio Pisone per averlo capito, risparmiava e
favoriva suo figlio. La notte in cui si suicidò Calpurnio Pisone fu tentato di fare un gesto estremo, portate
davanti al tribunale senatorio quelle segrete istruzioni che gli avrebbe dato Tiberio in cui sarebbe stato
sarebbero state contenute delle direttive inerenti ad azioni estreme contro Germanico. Perché non lo fece?
Sempre in Tacito, che costruisce tutto questo teorema di scarsa attendibilità, entra nella narrazione
prepotentemente un personaggio che convince Calpurnio Pisone a non farlo perché ci avrebbe pensato lui
a risolvere la situazione: Seiano, il prefetto del pretorio di Tiberio (aleggia quasi il sospetto che fosse stato
lui a ucciderlo).

Tra i partiti filagustei, al momento della morte di Augusto, nel partito di Agrippa alla guida sarebbe
subentrata Livia, madre di Tiberio che avrebbe convinto tutti a far succedere ad Augusto suo figlio Tiberio.
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L'altro partito avrebbe avuto tra i vertici famiglie molto importanti come quelle dei Corneli Lentuli degli Aelii.
La Gens Aelia aveva adottato il figlio di un cavaliere di Volsena, Seio Strabone che aveva come nonna
paterna la sorella della moglie di Mecenate. Seio Strabone aveva un figlio, Seiano che sarebbe stato
adottato da un certo Lucio Elio membro della gens Aelia. Ecco Lucio Elio Seiano. Questo partito
originariamente di Mecenate poi passato nelle mani dei Corneli Lentuli, avrebbe chiesto delle contropartite
per permettere che Tiberio succedesse ad Augusto, tra cui la promozione di alcuni esponenti. Nel 14 i due
prefetti del pretorio sono padre e figlio: Seio Strabone ed Elio Seiano, sono i due prefetti del pretorio (i capi
delle guardie del corpo dell’imperatore). Molti non credono a questo patto fra due partiti, però è strano
trovare un padre e un figlio tutte e due prefetti del pretorio (è l'unica volta nella storia di Roma). Inoltre
l'anno successivo, il padre di Seiano, viene mandato in Egitto come prefetto dell’Egitto (in quel momento la
carica più prestigiosa per un cavaliere). Il figlio rimane comandante unico dei pretoriani e può concentrare
tutte e nove le corte pretoriane nel castro pretorio, prima erano tutte dislocate per Roma, adesso sono tutte
concentrate come una piccola legione. Seiano viene continuamente elogiato ed esaltato da Tiberio, nel 22
salva l'imperatore da un incendio, gli viene fatta costruire una statua in suo onore per volere di Tiberio.
Seiano (comandante delle guardie del corpo) capiva sempre quello che voleva dire Tiberio senza farlo
parlare, era la cosa a cui Tiberio teneva di più, non parlare. Un rapporto così privilegiato che a un certo
punto destò la gelosia di colui che morto Germanico sembrava il successore obbligato di Tiberio, il figlio
maschio Druso II. Non sopportava Seiano, erano venuti perfino le mani. Tutto questo in una Roma in cui
senza più Germanico, Agrippina scruta l’orizzonte in cerca del modo in cui far tornare la partita sui suoi figli
maschi, non poteva più diventare la moglie dell’imperatore ma voleva diventare almeno la madre. Il
successore di Tiberio sembrava Druso, i nubi neri si addensavano sul cielo delle ambizioni di Agrippina,
però Druso II ha questa conflittualità con Seiano, l'uomo di cui Tiberio si fida ormai ciecamente.

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Lezione XX - 15/04
Già nel 20, quando Germanico in ottobre morì, si pensava che il successore incontrastato fosse Druso II.
Druso e Tiberio concessero la possibilità al figlio di Germano e Agrippina, Nerone, di candidarsi alla
questura 5 anni prima del previsto: l’età minima era di 25, lui poté accedere a 20. Questo presupponeva
grandi progetti per il giovane, era sicuramente una mossa per tenere a bada la madre che dopo la morte
del marito aveva fatto intendere di avere grandi progetti per i propri figli.

Nel 21 ci fu il consolato congiunto tra Tiberio e Druso. Nello stesso anno Tiberio, nonostante fosse
imperatore, abbandonò la città e andò in campagna. Fu la stessa mossa che fece 5 anni dopo. Lasciò
quindi il figlio a governare da solo nonostante l’ingombrante presenza di Seiano. Rientrò a Roma un anno
dopo solo perché la madre Livia era in fin di vita. Nel 22 fece conferire al figlio Druso II il primo grande
segnale di auspicio di successore: gli venne fatta conferire dal senato la tribunicia potestas → La tribunicia
potestas era il potere fondamentale dei tribuni della plebe nell'antica Roma, esteso agli imperatori (a partire
da Augusto nel 23 a.C.) per legittimare la loro autorità suprema. Garantiva l'inviolabilità personale
(sacrosanctitas), il diritto di veto (intercessio) sulle decisioni del Senato e il potere di proporre leggi.

Tacito, con gli Annales, scritti 100 anni dopo rimangono però la principale fonte storica; ci presenta un
rancore inestinguibile tra Seiano e Druso II, dove Seiano auspicava di inserirsi nella partita della
successione di tiberio, anche se la via era imberbe in quanto Druso era ancora in vita, c’erano i figli di
Germano e Agrippina, i figli di Druso II e Livilla. Dovette cominciare ad edificare un lungo piano di
eliminazioni. Tacito pensò che Seiano decise di procedere per un percorso occulto, oscuro le cui tappe
non erano visibili nitidamente. Prima decise di sedurre la nuora di Tiberio, sorella di Germanico, figlia di
Antonia Minore e Druso I: Livilla, descritta come brutta da fanciulla ma che crescendo era diventata molto
bella. A differenza di Agrippina maggiore la cui pudicizia era impeccabile, Seiano nel caso di Livilla pensò
di poter sedurre la giovane per poi eliminare Druso. Compresa la complicità di Livilla intrapresa una
relazione con lei, potendosi avvalersi della complicità del medico privato di lei per un avvelenamento di
Druso II tramite un veleno ad azione ritardata per simulare una malattia progressiva. L’avvicinamento tra
Livilla e Seiano è un dato reale; quello su cui si innesta la tendenza storiografica di Tacito sono le
motivazioni dell’avvicinamento in diretta dipendenza dalla cronologia di questo. Il problema di Tacito non è
raccontare il falso, ma che egli alteri leggermente i fatti portando a diverse interpretazioni.

Dopo la morte di Druso II, figlio di Tiberio, nel 14 settembre del 23 Seiano ripudiò la moglie Apicata per
dimostrare a Livilla la propria buona fede. Inizialmente nessuno sospettava nulla, il padre addirittura
giudicava lo stile sregolato del figlio che lo avrebbe portato alla morte. Non prestò alcun giorno di lutto
perché secondo la propria filosofia un evento personale non doveva intaccare l'impero. Il collegamento tra
Druso II e la sua morte e la relazione tra Seiano e Livilla venne resa pubblica solo dopo 8 anni alla morte di
Seiano e suo figlio. Quando la madre del giovane vide la salma del figlio galleggiare nel Tevere (ucciso),
presa dalla rabbia, scrisse una lettera a Tiberio rivelando la trama di Seiano e Livilla contro Druso II.
L’imperatore mise in moto una giuria di inchiesta. Nerone e Druso II vennero portati davanti alla corte del
senato: Tiberio puntava su di loro per una eventuale discendenza e fece tutto un discorso inerente a ciò.
Nel teorema di Tacito è chiaro che Livilla avesse accettato di essere sedotta in prospettiva di quello che le
prometteva Seiano: ma aveva bisogno di ciò? Lei era già moglie di un futuro sicuro imperatore, e non era
possibile che avesse sabotato ciò soprattutto per un uomo che era un cavaliere ed esterno alla famiglia.
Non si tratta di una teoria credibile. Eppure l’unione tra Seiano e Livilla era vera, tanto che venne chiesto
a Tiberio di convolare a nozze. Dopo la morte naturale di Druso II, a prescindere dalla ricostruzione di
Apicata, Livilla perse la speranza di diventare moglie di un imperatore ma le restava la possibilità di
diventare madre di uno: dopo il parto di due gemelli nel 20, sono uno sopravvisse, Tiberio gemello. Dopo

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che al senato alla fine del 23 Tiberio rese chiaro di voler rendere successori Nerone e Druso III, Livilla si
allarmò che il proprio figlio (in quanto molto più giovane dei precedenti) non avrebbe avuto speranze di
puntare al trono e così si legò al potente prefetto del pretorio Seiano nella speranza che il suo appoggio
avrebbe potuto spingere i figli di Agrippina Maggiore a compiere passi falsi spingendo Tiberio a
riconsiderare la questione della successione. Tacito gioca quindi su una questione di mesi nel piano di
Seiano e Livilla: se la liaison fosse avvenuta prima si sarebbe trattato di un delitto da parte dei due amati
per un’ascesa sociale di entrambe (molto improbabile data la situazione di Livilla), se invece fossero
divenuti amanti dopo allora il quadro sarebbe più chiaro - si sarebbe trattata di una mossa disperata di
Livilla di legarsi in extremis ad un uomo potente per evitare di cadere nell’oblio con il figlio.

Tacito nel 12° capitolo degli Annales ci parla del funerale di Druso II. Apparentemente il popolo e il senato
erano disperati, piangevano per ciò ma in cuor loro non riuscivano a celare la gioia della speranza che la
domus germanii tornasse a fiorire. Da qui si inaugurò uno scontro politico, che vedeva da una parte
Tiberio che sopportava male il comportamento di Agrippina e il legame tra Seiano e Livilla e un gruppo
politico che Agrippina Maggiore cominciava a raccogliere tra cavalieri simpatizzanti e soprattutto senatori -
chiamato da Tacito Partes Agrippine. Tiberio, Seiano e Livilla dovevano fare in modo che Agrippina e i
suoi figli facessero dei passi falsi. Iniziò così un cursus per cercare di rovinare Agrippina: il mezzo per fare
ciò venne sviluppato tramite due mezzi:

-​ il carattere di Agrippina e la contumacia della donna;


-​ far circondare Agrippina di falsi amici per carpire informazioni e frasi per realizzare delle accuse.

Gli anni 20 furono anni molto cupi dato lo scontro politico, venatores vennero posti nei punti nevralgici della
città per far si che chiunque potesse essere ascoltato. Agrippina Maggiore seguiva nella sua successione
al trono un ordine cronologico. Il suo gruppo politico era formato da cavalieri e senatori ex sostenitori di
Tiberio → Mario Pani teorizza l’inversione dei gruppi di sostegno - teoria molto valida ma con un
appunto da fare. Siccome Roma all’inizio del 24 era spaccata già chiaramente in due non si può che
affermare che questo fosse il risultato di un processo già in atto da mesi. Rispetto alla cronologia di Pani
che colloca l’inizio di queste inversioni nel 24, l’inversione dovrebbe essere data al 22-23. L’inversione
consisteva nel fatto che in precedenza, nel 11-12, quando Germano si recò in Germania e dopo la missione
orientale a Roma c’era chi preferiva Tiberio a Germano perché favoriva un modello tradizionale del
principato, mentre chi favoriva Germanico invece preferiva una forma di impero nuova fondata sul
carisma del princeps e molto vicino ai modelli orientali. In nome delle stesse aspirazioni ed esperienze
politiche, ora, roma vedeva le basi invertite: chi preferiva un principato edificato sulla novitas si trovava a
favore di Tiberio in quanto sosteneva un cavaliere, distaccandosi dal modello dinastico e tradizionale.
Coloro che invece volevano una struttura più tradizionale passarono alla fazione di Agrippina, in quanto
voleva la successione dei propri figli e la trasmissione dinastica del principato. C’è da sottolineare che
questi cambiamenti non furono un trasferimento di blocchi compatti: molti rimasero fedeli alle originarie
fazioni. Il primo attacco di Seiano contro Agrippina e i propri sostenitori fu un'esecuzione giudiziaria, si
inventano accuse → si cercò di tutto per costruire delle accuse, si cominciò anche a scavare nel passato e
laddove non venne trovato nulla Seiano riportò nell’uso un capo di imputazione introdotto per la prima volta
nel 100 a.C: Maiesta, lesa maestà, ovvero tutto quello che poteva essere interpretato come una mancanza
di rispetto nei confronti dell’imperatore. Cremuzio Cordo storiografo definito di opposizione aveva definito
Cassio "l'ultimo vero romano”, questo fu preso come capo di accusa perché all’epoca se si definiva Cassio
L’ultimo dei romani si mancava di rispetto nei confronti di Tiberio in quanto i due (Tiberio e Cassio) non
erano legati dal sangue. È un reato jolly, in quanto si utilizza quando non si poteva costruire un’accusa ben
definita. Le fonti riportano 23 condanne per Crimen laesae maiestatis nella storia romana.

170
Le famiglie che sostenevano Seiano erano diverse, ad esempio vediamo i Corneli Lentuli, tra le famiglie al
vertice del circolo di Agrippa e Mecenate. I membri della famiglia dei Cornelii Lentuli videro i propri familiari
essere sfacciatamente prediletti da Seiano a tal punto da fare collezione di consolati. L’esercito romano
aveva 25 legioni all’epoca dove c’era:

-​ un proconsolato decennale di Cornelio Lentulo Getulico, che Seiano assegnò alla Germania
Superior con 4 legioni;
-​ il suocero Apronio nella Germania Inferior con 4 legioni;
-​ Calvisio Sabino, il cognato, in Pannonia con 3 legioni.

Quindi metà delle legioni romane erano controllate dalla famiglia dei Lentuli alleati di Seiano.

Ci furono però anche delle famiglie molto potenti ostili a Seiano, si parla di familismo → fenomeno tipico
dell’europa latina e fortissimo nell’antica Roma dove famiglie ricchissime che avevano legate a loro
tantissime persone erano in grado di controllarne anche la posizione politica portando avanti politiche
unitarie nel corso dei decenni. Queste famiglie ostili a Seiano non ottennero consolati durante il suo
mandato. Nel momento in cui l'imperatore riuscì a trasferire le votazioni in senato, Tiberio e Seiano
riuscirono a manovrare direttamente le nomine. Quindi l’aristocrazia romana era divisa su questi due fronti.
La persecuzione giudiziaria di Seiano cominciò con il processo a Gaio Silio e sua moglie. Gaio Silio era il
legato della Germania Superior nel 12 quando Germano venne nominato supervisore generale delle 8
legioni in Germania (4 della Germania superior, 4 della Germania inferior). Seiano andò ad indagare nel
passato di Gaio SIlio e lo accusò di essersi lasciato corrompere da un principe della popolazione galla degli
Eduli. Venne accusato di repetundis e portato al processo: lui e la moglie vennero condannati. Furono amici
di Agrippina e Germano e quindi sostenitori della Pars Agrippina fin da subito (non cambiarono
schieramento) → i sostenitori di Agrippina furono i primi ad essere colpiti, in quanto Seiano aveva terrore
del sostegno ad Agrippina di un ex console autorevole come Gaio Silio. Il processò però non terminò in
quanto si suicidò prima della fine di esso. Generalmente quando un imputato si suicidava prima della fine
del processo, manteneva i propri beni facendo si che i figli potessero usufruirne. Negli anni 20 ci fu una
lunga trafila di suicidi per le stesse motivazioni di Gaio Silio. Nel 25 ci fu un discorso importante di Seiano a
Tiberio: gli chiese di poter sposare Livilla. Tiberio non era contento di ciò in quanto fino a 2 anni prima
Livilla era stata la moglie del primo figlio ormai morto (Druso II), infatti si oppose. Si giustificò però:

-​ No perché Livilla era una principessa, moglie di Gaio Cesare e madre di un futuro imperatore
mancato - Druso II. Lei non si sarebbe accontentata di essere sposata ad un cavaliere →
Campanello di allarme per Seiano che doveva capire che non sarebbe entrato nella dinastia.
-​ Non poteva farlo sposare Livilla in quanto a Roma tutti lo rimproveravano di averlo favorito troppo:
probabilmente coloro che rimproveravano Tiberio erano i membri delle famiglie avverse a Seiano, e
non si esclude che fossero parte di questo gruppo anche le matrone della famiglia Livia, come la
madre stessa di Tiberio oppure di Antonia Minore, cognata di Tiberio per il quale lui aveva
un’ammirazione profonda.

Nel 26 allora Tiberio prese il pretesto per lasciare Roma andando in Campania ad inaugurare dei templi.
Nella Roma antica non si faceva nulla senza consultare gli astrologi, Tiberio non faceva eccezione. Gli
astrologi nel momento in cui Tiberio uscì da Roma osservarono il moto degli astri nei segni e concordarono
che Tiberio da vivo non avrebbe più rimesso piede a roma. La profezia si realizzò: Tiberio non rientrò più a
Roma, solo tre volte giunse nelle vicinanze della città. Vi rientrò solo il 28 marzo del 37 da morto.

Con Tiberio a Capri (scelta perché all’epoca era pressoché inaccessibile) Seiano prese il ruolo di tramite,
informando Roma del volere dell’imperatore e viceversa. Si può presumere che anche alcuni parenti stretti
come Antonia Minore però gli facessero spesso visita. Nel 27 Agrippina Maggiore e Nerone vennero posti
171
sotto controllo e i rapporti tra Agrippina e Tiberio precipitarono. Nel 26 Seiano, che Agrippina
comprende essere manovrato da Tiberio, mise sotto accusa sua cugina Claudia Pulchra. Agrippina si
precipitò da Tiberio trovandolo nel bel mezzo stava facendo un sacrificio ad Augusto e lì lo umiliò
accusandolo di essere un ipocrita perché nonostante stesse venerando Augusto da morto, stava
tormentando il vero sangue (Agrippina era legata ad Augusto in quanto era suo nonno materno, TIberi oesa
stato semplicemente adottato da lui). Si narra nel IV libro di Tacito che in un pasto Tiberio offrì una mela ad
Agrippina e che questa la fece mangiare prima ai servi; Tiberio vedendo questa scena disse alla madre
Livia “Hai visto? Teme che io sia un avvelenatore. Non vi lamentate poi se io voglio tentare qualcosa di
estremo contro di lei" → Probabilmente il freno di Tiberio fino a quel momento era sempre stato la madre,
che non aveva permesso al figlio di compiere gesti estremi contro i membri della famiglia. Si capisce che
ciò era vero perché nel 29 Livia morì. Caligola e le sorelle si erano trasferite presso di lei (gli altri fratelli
erano già sposati) dato che la madre era stata messa sotto sorveglianza in una casa ad Ercolano. L’elogio
funebre di Livia venne realizzato da Caligola: questo significava che anche Livia stessa aveva
cercato di promuovere Caligola. Alla morte di Livia, Caligola e lei si trasferirono nella casa di Antonia
Minore, la nonna materna. Punto di consultazione di importanti senatori e centro di affluenza di personaggi
importanti → era come una celebrità a Roma data la sua parentela con Marco Antonio. Nel 30 in una
letteraria inviata da Tiberio mantenuta segreta per volere di Livia dai consoli venne portata in tribunale: si
trattava di accusa giudiziaria contro Agrippina e Nerone. Vennero accusati di comportamenti generici,
ottenuti grazie a tutte informazioni riferite da Seiano e i propri informatori: Agrippina era arrogante e Nerone
assumeva comportamenti non consoni alla morale. Seiano addirittura sfruttò Giulia, moglie di Nerone. Il
popolo era contrario alla condanna dei due; si creò così un corteo spontaneo contro Tiberio e Seiano. Molti
addirittura esortarono a recarsi presso le legioni di Germania, ma Agrippina non lo fece. Seiano però si
spaventò ponendo comandanti legati a sé (vedi sopra) → a dimostrazione che il princeps non poteva
tutto contro tutti. Alla fine del 30 Seiano riuscì ad ottenere dal senato la condanna di Agrippina e Nerone
che consistette nell’esilio nelle isole: Agrippina a Pandataria e Nerone a Ponza. Addirittura tramite Domizia
Lepida moglie di Druso III Seiano ottenne delle confessioni che riuscirono a far rinchiudere lo stesso
Druso III in una parte del palazzo augusto.

La Parts agrippina aveva perso il proprio pilastro e Seiano era sempre più potente: a Roma egli poteva
tutto. Svetonio addirittura riporta una diceria che girava a Roma dove il popolo sosteneva che Tiberio fosse
l'imperatore di un’isola, Seiano di Roma. Addirittura il suo compleanno divenne una festa quasi religiosa.
Improvvisamente Tiberio si prefissò di abbattere Seiano. Ritorna qua la questione di un imperatore non
onnipotente nel suo dominio: era deciso a toglierlo di mezzo ma aveva paura di questo progetto in quanto i
sostenitori del nemico erano molti. Allora elaborò un progetto molto elaborato, che sarebbe cominciato
elogiando Seiano al massimo e concedergli tutti gli onori per ottenere la sua fiducia per poi colpirlo quanto
non se lo sarebbe aspettato. Concesse a Seiano di sposare Livilla, nel 31 lo scelse come compagno di
Consolato → in quell’epoca i consoli facevano “da vetrina” e cambiavano circa ogni 4 mesi. A Seiano
venne dato l’imperium proconsolare e avendo fatto il console venne eletto come senatore: mancava solo
ottenere la Tribunicia Potestas. Nel VI libro degli Annali di Tacito però c’è una grande lacuna in questi
anni. Ci si basa allora sulla testimonianza di Svetonio e Cassio Dione. Nell’ottobre Tiberio convocò a
Capri il prefetto dei vigili: Sutorio Macrone e lo incaricò di far condannare dal senato e di uccidere Seiano.
Gli conferì i gradi di nuovo del prefetto del pretorio e avrebbe dovuto agire segretamente senza che Seiano
non avesse sospettato nulla. Tutto il piano si basò su una scommessa: Sutorio Macrone sarebbe riuscito a
convincere i pretoriani a non reagire di fronte alla condanna del loro precedente prefetto?

Nella parte opposta al continente dell’isola delle navi Tiberio fece schierare delle navi e sul continente
incaricò degli addetti di fare dei segnali di fumo in base alle notizie arrivate da Roma sull’esito della
questione di Seiano: se il segnale fosse stato negativo e i pretoriani si fossero ribellati e avessero preso il
172
controllo di Roma, Tiberio sarebbe andato presso le legioni di Egitto o di Africa. Macrone tornò a Roma e
nel mattino del 18 ottobre incontrò nel foro Seiano, dicendogli di portare una lettera che gli conferiva la
Tribunicia Potestas da parte dell’imperatore. Macrone ora doveva riuscire nella parte più difficile.
Portandosi dai pretoriani portò i nuovi gradi dei pretoriani, li informò delle decisioni dell’imperatore e che
veniva concesso loro un grande premio in denaro in cambio di restare tutto il giorno nella caserma e non
fare nulla. I 4500 pretoriani rimasero chiusi nella caserma; in quella giornata solo i vigili svolsero il
compito di pattuglia e che erano stati comandati precedentemente da Macrone stesso. Durante la riunione
senatoria di consacrazione del potere di Seiano, nella testimonianza di Cassio Dione si legge di come tutti i
senatori inizialmente lo assalirono per congratularsi. Mentre la lettera inviata da Tiberio veniva letta, il
conferimento della Tribunicia potestas non appariva e anzi, l’imperatore cominciò ad assumere un tono
sempre più negativo nei confronti di Seiano e persone vicino a lui, fino ad attaccarlo direttamente. I senatori
allora ad uno ad uno cominciarono ad allontanarsi. Macrone e Grecinio Lacone fecero prendere Seiano
dai vigili, dopo un processo sommario, Seiano venne portato fuori dal senato e ritenuto colpevole. Il
popolo romano cominciò a inveire contro di lui; infine venne portato nel carcere di Mamertino e ucciso, con
lui anche i suoi tre figli. Ma cosa si era veramente prefissato Seiano?

-​ Essere reggente di Tiberio Gemello, fino a che non fosse diventato imperatore. Tiberio negli anni 20
però aveva sessant’anni, quindi in una possibile ascesa Tiberio Gemello avrebbe potuto
raggiungere il trono in età adulta e quindi senza la necessità di un reggente.
-​ Essere lui stesso imperatore.

Molti studiosi hanno fatto di Seiano un uomo che fin dall’inizio era consapevole di dove voleva arrivare ma
è molto difficile che all'inizio avesse saputo cosa volesse. Probabilmente Seiano aveva fatto
dell’allineamento con Tiberio la sua stella polare. Seiano asseconda Tiberio e Tiberio gli era grato
lasciandolo fare. Subentrarono in questo rapporto idilliaco poi due dinamiche:

-​ Opposizione a Seiano da parte di grandi famiglie a causa del suo grande potere, avendo urtato
Antonia minore che era interessata alla promozione dei propri nipoti per la dinastia → Boddington
e Pani e la teoria della rivolta dei nobili: Famiglie potentissime che unitesi ad Antonia minore
avrebbero convinto tiberio della pericolosità di Seiano per la dinastia. Anche perché probabilmente
negli ultimi anni Seiano aveva cominciato ad osare tutto ed allontanarsi da Tiberio e dal suo volere.
-​ Pericolosità per la dinastia. Antonia Minore guardava con timore alla morte di Nerone in esilio,
Agrippina sull’isola, all’arresto di Druso III. Seiano si era schierato contro tutti i figli di Germanico ma
solo contro Caligola non aveva potuto nulla in quanto viveva presso Antonia minore. Sicuramente la
matrona puntava molto sul giovane ma non solo: anche Livia e Tiberio stesso auspicavano a
vederlo come successore (vedi: elogio funebre Livia).

L’unico dubbio che sorge agli storici è chi effettivamente volle scagliarsi contro le partes Agrippinae: era
stato Tiberio che non potendosi scegliere direttamente contro la famiglia aveva strumentalizzato Seiano
oppure era stato tutto un complotto di Seiano e Livilla che aveva imposto ciò a Tiberio?

Morto Seiano Caligola venne fatto trasferire a Capri. Tiberio voleva vivere con lui. Si trattava di un periodo
di osservazione. Secondo alcuni studiosi a Capri ci sarebbe stata una competizione di sangue con Tiberio
gemello, nato nel 20 per valutare chi fosse il degno erede di Tiberio. Tiberio Gemello era svantaggiato per
età e per essere figlio di Livilla. Secondo Francesca Cenerini si deve credere alle fonti secondo le quali
Livilla venne messa a morte dopo per mano di Tiberio. Le fonti però non esplicitano che la donna fosse
stata condannata a morte; Livilla ha subito la damnatio memoriae che solitamente sì, colpisce chi è
condannato a morte. Due problemi sorgono: essere stata la promessa di un condannato però non era di
per sé un crimine e la commissione di inchiesta non la ritenne mai colpevole dell’assassinio del marito. Se
173
però Livilla e Seiano avessero effettivamente reso complice il medico privato della donna, questo sarebbe
stato immediatamente eliminato in quanto complice e possibile testimone ma ciò non accadde → era un
non libero e quindi poteva essere sottoposto alla tortura. Come ricorda la storia romana però Giulia
Maggiore, figlia di Augusto, subì la damnatio memoriae ma non venne uccisa. Livilla quindi potrebbe aver
subito lo stesso, anche perché c’è una storia importante che porta a pensare ciò. Emilio Scauro fu un
sentore che nel 32 venne portato a processo per complicità con Seiano. Venne portato a processo anche
nel 34 accusato di adulterio con Livilla e di aver realizzato pratiche magiche. Come punizione un ramo della
tradizione vuole che la donna venne affidata ad Antonia Minore (sua madre), che la volle far morire di fame.
Non è certo che fosse stata lasciata morire di stenti, anzi è poco probabile però era chiaro che tra le due
doveva adombrare necessariamente un diverbio sulle questioni dinastiche: Antonia avrebbe sostenuto
Caligola, Livilla invece Tiberio Gemello. Un importante alleato di Caligola, Sutorio Macrone, divenne il
nuovo prefetto del pretorio. Portò avanti una persecuzione giudiziaria per tutti coloro che avevano
sostenuto Seiano e che avevano accusato Caligola → già all’epoca cominciò una propaganda contro
Caligola in quanto era molto temuto. In particolare c’era un circolo a Capri formato da matrone, dalla moglie
Ennia e Trasillo. Trasillo, forse nonno o padre di Ennia, era l’astrologo di fiducia di Tiberio. Questo circolo
tentò di avviare Caligola alla successione. La sua carriera venne promossa prepotentemente: questura con
5 anni d’anticipo, inserimenti nelle cariche sacerdotali e venne fatto sposare con la figlia del princeps
senatus Giunio Silano, ma morì di parto nel 36. L’affinità con Tiberio era sorprendente. Erano entrambi
affascinati dalla cultura dell’altro. Caligola però dovette sopportare l’intransigenza di Tiberio nei confronti dei
suoi parenti: Agrippina morì in esilio e anche tutti i fratelli morirono → non ci fu miglior servo e peggior
padrone di Caligola, a quanto sostengono le fonti. Il 16 marzo del 37, alla morte di Tiberio, Caligola figlio
di Germanico divenne imperatore. Il 28 marzo del 37 Caligola entrò a Roma acclamato dalla folla.
Perfino le fonti più avverse a Caligola, come Svetonio, che fanno passare Caligola come un pazzo però
affermano che venne fortemente apprezzato non solo dai romani ma anche da altri popoli come i Parti al
momento della sua ascesa.

Caligola

Svetonio, Vita di Caligola, 13

Sic imperium adeptus, populum Romanum, vel dicam hominum genus, voti compotem fecit, exoptatissimus
princeps maximae parti provincialium ac militum, quod infantem plerique cognoverant, sed et universae
plebi urbanae ob memoriam Germanici patris miserationemque prope afflictae domus. Itaque, ut a Miseno
movit, quamvis lugentis habitu et funus Tiberi prosequens, tamen inter altaria et victimas ardentisque
taedas densissimo et laetissimo obviorum agmine incessit, super fausta nomina “sidus” et “pullum” et
“pupum” et “alumnum” appellantium.

In quel momento rispetto a Claudio fratello di Germanico, di venti anni in più di Caligola, venne boicottato in
favore di Caligola come imperatore da molti (anche dalla sua stessa madre). Era famoso per il mito del
padre Germanico e per i tragici eventi che avevano colpito la propria famiglia. Pertanto, come partì da
Miseno, nonostante accompagnasse il corteo funebre di Tiberio, incontrò tra le aree delle fiaccole ardenti
persone gioiose e in festa che lo chiamavano: Stella, Pulcino, Pupo e Nostro alunno.

Una parte dell’aristocrazia e dei cavalieri avevano paura di una possibile vendetta del nuovo imperatore in
quanto ex collaboratori di Seiano, ma Caligola smentì qualsiasi preoccupazione. Voleva cominciare il
proprio mandato con una riconciliazione tra le parti invitando i suoi sottoposti a “non fare del male con la
memoria”. Andò in senato e chiese ai senatori di aiutarlo e di consigliarlo in questo nuovo compito quasi
come se fosse un figlio, onorò la memoria di Augusto e Tiberio e promosse i parenti superstiti (le 3 sorelle e
la nonna Antonia minore). Antonia minore però morì il 1° maggio, quasi dopo un mese che Caligola venne
174
fatto imperatore. Inaugurò il principato sulla scia della memoria familiare e andò a recuperare a Ponza e a
Pandataria le ossa della madre e del fratello andandole a tumulare nel mausoleo di Augusto. Fece coniare
il padre sulle monete. Aveva una forte alleanza con il popolo in quanto lo amava. Caligola puntava sempre
al supporto del popolo e si mostrava come uno di loro → Assistette a numerosi ludos, corse dei carri
favorendo anche una squadra (i verdi) e partecipando a sfottò e inni. Era circondato da due circoli:

-​ Consiglieri politici: il Prefetto del pretorio Macrone e l’ex suocero Giunio Silano.
-​ Circolo dei familiari: Drusilla, Giulia Livilla e Agrippina minore in aggiunta a Marco Lepido in quanto
marito di Drusilla.

A corte per il momento era presente anche Tiberio gemello, nominato erede dei beni di Tiberio insieme a
Caligola ma venne adottato come figlio da Caligola.








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Lezione XXI - 16/4
Una volta riuscito a succedere a Tiberio tutto sembrava svolgersi al meglio fino a che nell’ottobre del 37
Caligola si ammalò in maniera molto grave, facendo perdere ai contemporanei la speranza che si potesse
riprendere. Tutte le fonti, anche quelle più ostili differenti da Svetonio, concordano che tutto il mondo era in
lutto con lui, perfino popoli lontani. Da sempre si discute quale fosse la malattia che portò Caligola in
punto di morte. La questione è complicata dal fatto che le fonti attestano per l’imperatore una malattia già
dall'infanzia, ovvero, l’epilessia. Leggendo però i testi la malattia del 37 non coincide con quella di cui era
già affetto: all’epilessia cronica si sarebbe aggiunta un’altra malattia. Svetonio con il capitolo 50 pose le
basi della prima o seconda malattia di Caligola. Caligola era descritto come molto alto e robusto ma con
gambe e collo esili, occhi e tempie incavati, pallido, pelato e soffriva di insonnia. Le fonti utilizzano la
metodica della discrepanza: tutti i parenti dai genitori ai fratelli erano di una bellezza leggendaria ad
eccezione di lui. Era descritto come mostruoso, quasi somigliante ad una capra. Secondo alcune fonti dato
ciò era vietato pronunciare tale parola in sua presenza, ciò avrebbe addirittura fatto scattare la pena di
morte. Sembrava quasi che si volesse collegare la deformità interiore con quella esteriore.
Molti storici, filologi con anche medici ed esperti di semiotica medica si dedicarono allo studio della malattia
che afflisse Caligola. Tra i risultati più significativi di tutte le diagnosi si ricordano:
●​ Lucas, Un imperatore psicopatico, 1967. Presentò Caligola come un pazzo. Questa immagine
condannò a lungo Caligola. L’obiettivo principale non era però descrivere l’imperatore, anche se in
realtà venne utilizzato per criticare Guglielmo II che non poteva essere attaccato direttamente.
●​ Robert Katz, La malattia di Caligola, 1972. Secondo lui Caligola era affetto da ipertiroidismo a
seguito dei sintomi di: insonnia, appetito costante e arti esili. Va anche detto però che elementi
come gli occhi e le tempie incavati non corrispondono a questa condizione (solitamente è l’opposto:
si hanno occhi sporgenti).
●​ Massaro e Montgomery, Gaio - matto, cattivo, malato o tutti e tre?, 1978. La loro diagnosi era
inerente ai disturbi psichiatrici ma non solo: Caligola sarebbe stato affetto da una forma di
encefalite che lo avrebbe portato quasi in punto di morte e contemporaneamente dalla così
chiamata in psichiatria mania, ovvero alternanza di stati eccitativi e di depressione, tipica anche del
disturbo bipolare.
●​ Battuta e Hallegue, Quale patologia psichiatria per l’imperatore romano Caligola? 2009. Si
ipotizzò l'unione del disturbo bipolare e della personalità perversa.
●​ Cristofoli: Scritto sulla rivista Politica Antica, Carocci, 2017. Nel capitolo 50 di Svetonio si
sottolinea in un passaggio che Caligola era consapevole di avere dei problemi, della “cattiva salute
della sua mente” e pertanto aveva pensato di ritirarsi per purificarsi il cervello. Quindi ciò fa sì che si
tratti di una patologia non egosintonica → non è pazzo, non perde contatto con la realtà;
solitamente i pazzi non sono consapevoli del loro stato. Si può parlare di nevrosi consapevole,
come ad esempio un tic oppure un problema più serio del quale però il soggetto è pienamente
consapevole. Caligola infatti può essere imperatore. Non si deve perdere di vista il fatto che
Caligola passò costantemente l'infanzia e adolescenza a contatto di: pericolo, disgrazie, sofferenze
e numerosi morti in famiglia senza poter fare nulla a riguardo. Si tratta di una condizione che afflisse
anche i soldati tornati dal Vietnam, che trovò posto nella bibbia delle medicine nel 1994 sotto il
nome di Disturbo Post Traumatico da Stress, problematica di tipo cronica-moderata che porta
alternanza di stati di euforia e depressivi, reazioni eccentriche, momenti di panico → tutto a livello
non egosintonico.

Il Caligula di Camus (1941) fa parte della trilogia dell’assurdo insieme a Lo straniero e Il mito di Sisifo.
Quando si parla di Camus è fondamentale portare in argomento anche Sartre e Heidegger per diverse
ragioni.
Sarte → Non condivideva né l'idealismo né il positivismo. Si ispirò a Heidegger e a partire dal marxismo
sfociò nella sua posizione di un mondo privo di logica. Quando l’uomo moderno si rende conto di essere
straniero in una realtà senza senso (assurdità), l’unica forma di riscatto che ha è impegnarsi nelle azioni, da

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dove nasce il concetto di intellettuale engagé. In italia tale immagine viene parzialmente assorbita dalla
narrativa neorealista. → mondo che non ha i mezzi per decifrare i significati del caos
L’uomo di Sartre è libero di fare delle cose anche se non sa dove lo porteranno, quindi induce ogni progetto
umano a muoversi sul filo dell’assurdo. Il senso della vita è essere consapevoli di questa assurdità.
Heidegger → Heidegger credeva invece nel Da-Sein, essere qui: la realtà non solo ha un senso ma questo
è già preassegnato.
Negli anni in cui Camus compose il Caligula, l’autore cominciò ad essere sempre più tendente ad un
nichilismo materialista: il suo stesso Caligola è un filosofo materialista. Fondamentale per il Caligola
storico e di Camus è la morte della sorella Drusilla: da qui Caligola comprende che l'assurdità
dell’esistenza sta nel morire → gli uomini non sono felici. Da lì Caligola comincia a compiere tutta una serie
di azioni assurde fino a liberarsi guidando contro di sé i pugnali dei congiurati. Per Camus il suicidio era
l’unico modo per sfuggire da questa assurdità, non lo giustifica in quanto l’uomo ha di base un istinto di
conservazione ma comprende che si tratta dell’unica via di fuga. Fin dall’inizio del Caligula si respira
l’atmosfera cupa della vicenda di Caligola → Camus scrive durante il secolo dei regimi totalitari e della
seconda guerra mondiale. Dalla morte della sorella Caligola impazzisce e scappa nelle campagne, cosa
che avvenne veramente. Nel libro viene descritta una scena che vede tre senatori parlare del ritorno del
princeps. Quello che ne deriva dal discorso dei consoli è che il dramma di Caligola fu l’aver scoperto
l’assurdità del mondo a seguito della morte della sorella ed essere stato abbandonato in esso da
parte dei lei (come nelle fonti antiche Camus incita la teoria che Caligola avesse un rapporto incestuoso
con la sorella, dando quindi il dramma amoroso diventa l’innesco della realizzazione della conzione
assurda in cui versano gli uomini).

Svetonio, Vita di Caligola 22


Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt
La sezione inerente a Caligola viene introdotta da questa cesura. Tiberio poteva essere abbastanza
capace di essere un princeps, ma Caligola era un mostro.

Caligola non si offese al fatto di dover fare un testamento e che i due circoli che lo affiancavano stessero
cercando un successore in quanto era la prassi. In questa ricerca i due circoli però non restarono allineati:
-​ Circolo dei familiari: non avendo alcuna esperienza politica, necessitavano di qualcuno
appartenente alla famiglia perché un candidato non legato a loro li avrebbe estromessi dalla corte.
Puntarono sul così ritenuto presunto amante di Caligola: Marco Emilio Lepido, il cognato marito di
Drusilla. La relazione incestuosa intrattenuta tra Caligola e Drusilla va vanificando se si guarda
semplicemente alla storia: fu Caligola stesso a farla sposare, se l’avesse amata l’avrebbe lasciata
nubile. Il circolo dei familiari puntava su i due in quanto Lepido era stato promosso da Caligola
stesso, potendo accedere alle cariche 5 anni prima del previsto e Drusilla era stata dichiarata erede
di tutti i suoi beni.
-​ Circolo dei consiglieri politici: Macrone e Siliano erano al vertice del circolo dei consiglieri perché
a Capri avevano aiutato Caligola a diventare imperatore. Se Lepido fosse diventato imperatore loro
non avrebbero significato nulla per lui e avrebbero perso potere. Avevano bisogno di legare a sé un
candidato che dovesse loro tutto. Optarono per Tiberio Gemello, nipote di Tiberio e figlio di Druso
II.
Quando Caligola fece il proprio testamento però si rimise in sesto. Dopo la sua guarigione nel 38 fece
sciogliere il circolo dei consiglieri politici in quanto superflui, ma soprattutto voleva eliminare Tiberio
Gemello. Agli occhi di molti tiberio gemello rappresentava la possibilità più semplice di continuare la
successione all’interno della dinastia se fosse venuto meno Caligola → Garanzia per un eventuale colpo
dei congiurati. La prima vittima di Caligola quindi fu Tiberio gemello, poi Silano accusato di non averlo
voluto accompagnare a recuperare le ossa del fratello dato il mare in tempesta nel maggio precedente e
poi Macrone, prima promosso a prefetto dell’egitto per poi essere incriminato prima della partenza e
indotto al suicidio. Caligola, già all’inizio del 38, avvertì che l’entusiasmo iniziale mostrato dagli aristocratici
aveva ceduto il posto alla prospettiva di ricostruire una repubblica e riprendere un potere autentico o
177
portare al potere un membro della propria famiglia. Cominciò ad abbandonare la linea augustea che tanto i
senatori amavano, si distaccò dalla memoria di Tiberio e cominciò a portare avanti una linea propria.
Caligola ebbe tutta una serie di intuizioni che gli studiosi non riconoscono mai in maniera adeguata in
quanto non gli riconoscono il merito di iniziatore: i liberti acquisirono sempre più importanza con lui e non
con Claudio. Caligola vedeva negli schiavi liberati e che avevano fatto fortuna una possibile terza classe.
Cercò il favore del popolo che venne ottenuto ma cominciarono gli screzi con il senato. Ci furono alcune
vicende da leggere bene, che vanno interpretate e non viste solo come frutto della pazzia
dell’imperatore. Ad esempio il fatto di Afranio Potito, un senatore che appena venne a conoscenza della
guarigione dell’imperatore gli confessò di aver fatto una preghiera a Giove, secondo la quale sarebbe stato
disposto a cedere la sua vita in cambio della salvezza di Caligola. Allora Caligola ripose di uccidersi dato
che lui era sopravvissuto e quindi lo fece uccidere. Per le fonti la malattia aveva risparmiato fisicamente
Caligola, ma mentalmente ne era rimasto leso. In un racconto di Cassio Dione un cavaliere disse,
sempre recatosi presso Caligola guarito, di aver fatto voto di lottare con i gladiatori affinché Caligola fosse
salvato. Venne allora messo nell’arena, anche se ottenne la vittoria. Ciò non gli assicurò la sopravvivenza
perché Caligola ordinò di ucciderlo. Poi Caligola cominciò a portare avanti un suo progetto che allarmò
enormemente i familiari. L'auspicio dei familiari era che l’imperatore non essendo sposato e non avendo
figli avrebbe ricercato l’erede tra i figli delle sorelle. Caligola però dopo la morte della prima moglie cominciò
ad unirsi in matrimonio a varie donne cercando un erede maschio.
38 - Livia Orestilla, con la quale non riusciva a concepire figli. Venne ripudiata.
39 - Lollia Paolina, neanche lei riuscì a concepire figli. Venne ripudiata.
Le sorelle cominciarono a guardare con timore a due dinamiche: Caligola stava andando in odio a buona
parte dei senatori e stava cercando un erede maschio → se avesse trovato una moglie con la quale fosse
riuscito a concepire un erede anche il circolo dei familiari sarebbe stato sciolto. Il 10 giugno del 38 morì
Drusilla, la sorella prediletta, facendo indebolire la possibilità di Marco Emilio Lepido di diventare erede in
quanto ormai esterno alla dinastia. Agrippina Minore era ambiziosa come la madre e pur di non essere
estromessa dalla corte fece dei conti: era sposata con Domizio Enobarbo, vecchio se malato. Diventò
così amante di Lepido nella speranza di rilanciare le quotazioni di lui per far sì che una volta morto il marito
potessero convolare a nozze. Caligola si legò a Milonia Cesonia, quella che lui stesso definì come unica
vera moglie. Con il 39 divennero costanti le avvisaglie di congiure ai danni di Caligola. Tra marzo e aprile,
tornò in senato e fece un discorso completamente diverso da quello fatto a inizio regno. Cominciò ad
attaccare il senato, che di fronte a questo giovane uomo senza eredi, moglie stabile o vittorie militari
appariva come un imperatore superabile. Li accusò di essere un gruppo di voltagabbana: erano stati
incostanti con Tiberio, avevano esaltato e poi estromesso Seiano e se ne avessero avuta la possibilità
avrebbero fatto lo stesso con lui. In Cassio Dione il discorso addirittura si conclude con una prosopopea di
Tiberio apparso di notte a Caligola al quale avrebbe dato il monito di tenere sotto scacco il senato perché
laddove avesse ceduto terreno questi lo avrebbero ucciso.
Winderling Caligola dietro la follia, 2005: fu uno degli artefici della rivalutazione di Caligola, prendendolo
seriamente e non credendo ciecamente alle fonti che lo davano semplicemente per pazzo. Winderling con
Caligola parla di fine della comunicazione doppia tra imperatore e senato. Fino a quel momento ci
sarebbe stata una comunicazione per cui l’imperatore faceva finta di convocare il senato, i senatori poi
omaggiavano l’imperatore facendo finta di essere al suo livello → Diarchia tra princeps e senato. Ora però
era chiaro che l’imperatore avesse più importanza. “I senatori ora sapevano che l'imperatore sapeva che
essi sapevano che lui sapeva” Fine dell’ipocrisia: Caligola aveva svelato al senato la realtà, princeps e
senatori erano in concorrenza e non erano una diarchia.

Svetonio, Vita di Caligola, 55,3


Incitato equo, cuius causa pridie circenses, ne inquietaretur, viciniae silentium per milites indicere solebat,
praeter equile marmoreum et praesaepe eburneum praeterque purpurea tegumenta ac monilia e gemmis
domum etiam et familiam et supellectilem dedit, quo lautius nomine eius invitati acciperentur; consulatum
quoque traditur destinasse.

178
"Al suo cavallo Incitato, affinché non fosse disturbato il giorno prima dei giochi circensi, era solito imporre il
silenzio al vicinato tramite i soldati. Oltre a una scuderia di marmo e a una mangiatoia d'avorio, oltre a
gualdrappe di porpora e collari di gemme, gli donò persino un palazzo, della servitù e un arredamento,
affinché gli ospiti invitati a suo nome venissero accolti con maggiore sfarzo; si tramanda anche che avesse
intenzione di nominarlo console."

Famosissimo passo ma mal interpretato dai posteri, un’azione vista solo come segno di pazzia. Incitato era
un cavallo impiegato nelle corse dei carri che Caligola tanto amava, e si trovava protagonista proprio della
squadra dei Verdi che portava spesso alla vittoria. Tutti questi doni che l’imperatore fece all'animale non
erano casuali, l'aver avviato alla carriera senatoria tantomeno: Caligola tramite ciò disse ai senatori (o
qualsiasi altro magistrato) cosa effettivamente era diventato essere un senatore all’epoca - Tutti
andavano vantandosi dei propri lussi, delle proprie case, vestiti ma tutto ciò non contava nulla. Tutto quello
che possedete io posso darlo al mio cavallo: posso vestirlo, dargli una lussuosa casa per ospitare amici…
Non si trattò di un momento di follia ma dimostrazione di quello che era lo scontro tra Caligola e senato nel
32: la carica senatoria ormai era solo una vetrina familiare. Fu un’umiliazione suprema.

Questo altro episodio si trova dimostrazione del fatto che Caligola non era pazzo, ma ben consapevole
della sua posizione. Lucio Vitellio, personaggio che fece irruzione dalla Siria in giudea per riprendere in
mano la situazione a seguito dei tumulti a seguito della lapidazione di Stefano, il primo martire nel 36. Era il
padre del futuro imperatore Vitellio. Stette molto in oriente e sicuramente c’erano delle illazioni sul suo
conto e venne tratto in una trappola mortale da Caligola. Una volta convocato dall’imperatore, questo gli
disse “Vitellio, mi hai visto un attimo fa mentre stavo parlando alla luna?” Se Caligola fosse stato pazzo
Vitellio avrebbe risposto in maniera affermativa: gli avrebbe dato immediatamente ragione. Ma Vitellio non
ci pensò neanche, anzi, comprese che era spacciato in quanto dire sì avrebbe significato dargli del pazzo,
portandolo alla condanna ma dire di no invece avrebbe significato smentire una vanteria del princeps,
sarebbe stato un ridimensionare l’imperatore. Allora rispose con “No Caligola, ma solo perché
esclusivamente a voi divinità è lecito reciprocamente parlarvi e guardarvi, ti credo” → Vitellio mostrava di
aver compreso il protocollo; questa situazione non è completamente estranea ad altre scene che
caratterizzarono la cultura e il credo a Roma, basti pensare che nella mente del popolo anche il Console il
15 agosto poteva vedere in cielo un fulmine invisibile a tutti perché lui poteva parlare con le divinità. Questa
risposta non significava che Vitellio gli stesse dando del pazzo, ma semplicemente gli riconosceva che lui
poteva tutto ed era al di sopra di chiunque. Successivamente divenne anche grande confidente di Caligola,
per poi subentrare a Claudio → fu Vitellio stesso che spiego a Claudio come poter sposare la nipote. Dopo
aver fornito la sua risposta si genufletté, la proskynesis che non era da vedere come il desiderio di
Caligola di essere divinizzato, ma semplicemente un gesto spontaneo di Vitellio che era stato tanto in
oriente e quindi era abituato a queste pratiche. La volontà presunta di Caligola di assimilarsi a Iuppiter
Latiaris è stata vista da molti come un’ulteriore prova della sua pazzia, da altri come prova di una sua
concezione orientale del principato. Più probabilmente Caligola simulò di voler essere divinizzato per
beffeggiarsi dei senatori. Si trattava di un ulteriore modo di metterli alla prova ed è chiaro in più punti.
Costruendo il proprio culto invitò i senatori a voler diventare suoi sacerdoti tramite il pagamento di
un’altissima somma per cercare di entrare nella carica, facevano a gara → “Siete così asserviti a me che
siete disposti a divinizzarmi e a diventare miei servi”. La beffa di Caligola fu di scegliere nuovamente il
cavallo. Tutte queste azioni non devono essere prese seriamente, si tratta sempre di situazioni dove
l’imperatore consapevolmente si prende gioco dei senatori. I senatori però non restarono a lungo a
guardare, tantoché nella primavera del 39 già cominciarono ad essere tese le fila per una congiura. Da qui
infatti Caligola cominciò a diventare paranoico → Camus recupera questo aspetto della psicologia di
Caligola: nella sua tragedia presenta Cesonia che cerca di convincere il marito che la propria paura era
solo una paranoia, che non era possibile che qualcuno avrebbe osato ucciderlo. Ma Caligola era convinto
che la stupidità fosse omicida, sottovalutare il pericolo poteva essergli fatale. “Non saranno saranno quelli a
cui ho ucciso figli o padri a farlo, ma quelli di cui mi sono preso gioco e ho deriso, sono indifeso di fronte
alla loro vanità finita”.
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Nella primavera del 39 la congiura arrivò addirittura al punto di collaborare con i familiari dell’imperatore,
portando ai congiurati 2 vantaggi:
-​ Successione interna.
-​ Far sì che potessero essere più vicini all’imperatore.
I familiari accettarono di congiurare contro il parente perché cominciarono a temere la loro estromissione
dalla corte dato che Cesonia era incinta, quindi Caligola avrebbe potuto avere un erede maschio in
quanto era accompagnato da una moglie fertile. Caligola in quell'estate fu ben guidato da Giulio Callisto
un liberto che non solo diede buoni consigli all’imperatore ma lo informò anche che i familiari erano
parte della congiura.
In questo momento temporale la famiglia dei Cornelii Lentuli Getulici aveva il controllo di 11 legioni
romane (su 25 che erano disposte sull’intero impero). Lucio Apronio governatore della Germania inferior,
era però uscito di scena, anche se i motivi non sono chiari. Tolte le sue 4 legioni rimanevano quindi 7
legioni sotto influenza dei Lentuli Getulici. Di queste 7, 4 erano comandate da Gneo Cornelio Lentulo
Getulico nella Germania Superior; Caligola era molto scontento di ciò in quanto il comandante aveva un
forte rapporto con i legionari, era amato da loro ma aveva allentato la disciplina facendo si che i germani
continuassero spesso oltre il confine cominciando a valutare un’eventuale sostituzione. Il cognato, Calvisio
Sabino governatore della Pannonia (a capo di 3 legioni) venne convocato d'urgenza a Roma e messo
subito sotto accusa per aveva tollerato che la moglie fosse in una promiscuità eccessiva con dei soldati
nell’accampamento. Questa accusa non era mai fatta seriamente a meno che non si intendesse colpire
qualcuno → era un’accusa strumentale. Calvisio si suicidò per cercare di salvaguardare il patrimonio
per i figli. Non provò neanche a discolparsi in quanto aveva compreso che era stato scoperto ad agire
nella congiura. La prima fase di questa congiura andò svelandosi senza che Caligola riportasse troppi
danni. Il 2 settembre del 39 ricadde l’anniversario della battaglia di Azio; che veniva festeggiato dai
romani come la vittoria di Ottaviano. Caligola però si trovava in una strana situazione perché aveva come
bisnonni sia Marco Antonio che Augusto. I consoli festeggiarono e Caligola li accusò di aver festeggiato
la sconfitta del suo antenato; molto studiosi ritengono che il motivo di tale punizione era dovuto al fatto che
Caligola intendesse apportare nel suo impero una linea antoniana, orientalizzante. Ma una delle fonti
invece testimonia che l’imperatore, confidandosi con coloro a lui vicini intendeva cogliere l’occasione per
attaccare i consoli: aveva confessato che a prescindere dai festeggiamenti per Ottaviano o del lutto per la
sconfitta di Marco Antonio, lui li avrebbe accusati. I consoli non solo vennero deposti ma gli vennero
spezzati in testa i fasci, uno dei due poi addirittura si suicidò → probabilmente aveva capito che Caligola
stesse venendo sempre più a conoscenza della congiura.
C’è da ricordare che Caligola era a conoscenza della collaborazione dei propri parenti alla congiura. Il 7
settembre del 39 Caligola partì insieme a Lepido, Agrippina Minore e Giulia Livilla per un soggiorno a
Bevagna lasciando sua moglie e sua figlia a Roma. Improvvisamente durante questa permanenza si
ricordò che i germani non provinciali spesso sconfinavano nei territori romani: era necessaria una guerra e
un nuovo governatore nella Germania Superior. Era molto strano che un imperatore che volesse andare in
Germania partisse improvvisamente durante una gita con le sorelle l’ex cognato, senza neanche fare tappa
a Roma → i familiari capirono subito qual era l’obiettivo del viaggio. Caligola aveva appurato che le
sorelle erano parte dei congiurati ma Roma non era sicuro che i pretoriani le avrebbero assassinate, per
questo decise di recarsi in Germania perché era sicuro che i legionari di Germania lo avrebbero supportato.
Agrippina compreso ciò riuscì a trovare un’unica via di salvezza: fare leva sulle ambizioni di Lentulo
Getulico. Inviò delle staffette veloci informandolo del piano di Caligola per loro e del fatto che sarebbe
stato sostituito con Galba. Lentulo Getulico in passato era già riuscito a convincere Tiberio di non
sostituirlo: sua figlia era stata fatta fidanzare dal padre con figlio di Seiano, molto legato ai Lentoli Getulici in
quanto l’avevano promosso. Tiberio e Macrone gliene chiesero conto e lo accusarono di collaborazione con
Seiano: in una lettera invece che supplicare l’imperatore Gneo Cornelio sottolineò che la sua
collaborazione con Seiano era dovuta solo al fatto che Tiberio stesso aveva sostenuto Seiano. Il
comandante poi si trovava in una posizione molto forte in quanto aveva a sua disposizione tutte le legioni
della Germania e della Pannonia → “Tu sarai imperatore fino a quando io sarò governatore di Germania”,
33-34 d.C. Lentulo Getulico dimenticò che Caligola però non era Tiberio di fronte l’esercito germanoco:
180
l’imperatore era amato dai pochi rimasti dal 15-16 d.C, ma anche dai successori per tradizione di reparto.
Portato velocemente l’esercito in Germania Caligola ordinò di uccidere subito non le sorelle, ma Lentulo
Getulico e Marco Emilio Lepido. L’ordine opposto arrivò da Lentulo Getulico, ma la fazione di Caligola
ebbe la meglio: compensò poi alcune centinaia di loro portandoli a Roma come guardia personale → non
si fidava più dei pretoriani. L’umiliazione delle sorelle dimostrò che cosa Caligola aveva pensato del
disperato tentativo di Agrippina di legarsi a Lepido per restare a corte: Agrippina Minore venne fatta tornare
in patria con le ceneri dell’amante sul ventre. Le sorelle vennero fatte poi rilegare su un’isola. Una volta in
Germania affrontò le popolazioni germaniche per poi portarsi in Gallia: ebbe delle idee per la
romanizzazione delle province → mise in vendita dei cimeli della Domus Augusta. I maggiorenti della Gallia
fecero a gara per acquistarli. Così facendo l’idealità di roma venne diffusa e in più ottenne dei guadagni per
rifarsi delle campagne militari. Caligola pensò di invadere la Britannia e provincializzarla, cosa che
neanche Cesare aveva fatto. Si portò su Boulogne-sur-Mer (sulla manica) ma ci fu un ammutinamento da
parte dell’esercito, dopo il quale, secondo le fonti, i legionari si misero a raccogliere conchiglie per
punizione. In realtà anche questa storia è difficile da credere, Caligola non avrebbe mai riportato a Roma
un esercito di ammutinati. Caligola non poteva più fare la spedizione in mare e così decise di far
raccogliere ai legionari le conchiglie come simboli dell’oceano e dando poi loro un compenso. La
spedizione era inattuabile date le notizie nefaste provenienti da Roma di possibili colpi di Stato: doveva
tornare il prima possibile. Non si fidava più di nessuno, nemmeno dello zio Claudio. Dopo la repressione
della congiura, il senato gli mandò un’ambasceria per congratularsi della quale era parte anche Claudio:
Caligola stava per farli uccidere tutti e questi dovettero scappare. Caligola emanò un dispaccio a Roma
vietando di conferire onorificenze a qualsiasi suo parente. Il senato allora mandò un’altra ambasceria priva
di qualsiasi familiare dell’imperatore: questi invece vennero accolti con tutti gli onori.
Quando Caligola venne sollecitato di tornare a Roma dalla Britannia, Svetonio fa una battuta che ci fa
capire che l’imperatore sapeva come gestirli; alle sollecitazioni “Caligola devi tornare, Caligola devi tornare”
l’imperatore sbatte sulla coscia la mano dicendo “Tornerò, e questa verrà con me” estraendo la spada. In
realtà caligola passò prima del tempo in Campania → altra mossa per far infuriare il senato, mostrando
come un soggiorno in campagna fosse più importante delle questioni a Roma.
L’ultimo Caligola cambiò completamente la sua linea politica: ci fu una profonda promozione dei liberti
come nuova classe di collaboratori, estromettendo senatori e cavalieri. Il senato allora mandò a governare
la provincia d’Africa il figlio di Gneo Calpurnio Pisone condannato nel processo del 20 graziato da Tiberio:
Lucio Calpurnio Pisone. Caligola però non voleva che egli si trovasse a capo delle due legioni di stanza
in Africa e così smembrò la provincia → Numidia e Africa Consolare, così il governatore avrebbe
comandato solo una legione. Nel 40 giunse ad un contrasto con i giudei. Caligola voleva che
consacrassero delle aree a lui, quando in realtà li voleva mettere alla prova. Di fronte alla loro indisponibilità
(data la loro religione monoteista) diede ordine al governatore della Siria, Publio Petronio, di irrompere in
giudea e porre una sua statua dentro il tempio di Yahweh. Si trattava di una mossa volta a sottomettere i
giudei all’imperatore, non aveva alcun valore religioso. Quando l’amico di sua madre Agrippa I principe di
Giudea (con il quale Caligola era cresciuto) intercedette con lui a difesa del suo popolo il princeps rinunciò
subito alla pretesa. Le congiure si intensificarono e la fine del 39-40 furono anni difficili per Caligola
caratterizzati anche da una crisi economica che lo portò a imporre tasse. Le sorelle non erano estranee
nelle congiure, ne facevano parte anche dalle isole → Caligola lo sapeva. Svetonio infatti afferma che
Caligola arrivò addirittura a mandare un messaggio alle sorelle dicendo che non disponeva solo di isole ma
anche di spade (non dovevano osare troppo, in quanto avrebbe potuto liberarsi anche di loro).
Nel frattempo morì il marito di Agrippina Minore dal quale aveva avuto un figlio le 37. Alla nascita del figlio il
bambino venne portato dalla madre al fratello malato chiedendogli di scegliere un nome. Non si trattava di
un atto d’amore fraterno ma di una mossa politica: se l’imperatore avesse scelto un nome del bambino
sarebbe stato simbolo di favoreggiamento alla successione dinastica. Caligola non intendeva nominare il
figlio ma comunque propose il nome Claudio. Non si trattava di una proposta irridente in quanto Claudio in
quel momento era un membro illustre ma non era sicuramente Germanico o Nerone → Claudio non
poteva ambire ad avere un rapporto privilegiato con lui e così neanche questo bambino. Il figlio prese il
nome di Gneo Domizio Enobarbo ma veniva chiamato da tutti Nerone, a dimostrazione di come Agrippina
181
non si diede mai per vinta di rendere il proprio figlio imperatore. Dal 40 in poi grazie ai liberti e al prefetto
del pretorio Arrecino Clemente Caligola riuscì a sventare tantissime congiure mandando a morte senatori
quotidianamente. Purtroppo però Caligola cominciò anche a dubitare dei suoi collaboratori: Callisto e
Arrecino Clemente. Li convocò a palazzo, li fece entrare in una sala che venne chiusa incitandoli di
ucciderlo in quanto traditori → Non erano parte delle congiure ma ormai Caligola si era convinto della loro
colpevolezza. Una volta lasciati andare cominciarono a farsi anche loro promotori di congiure in quanto la
morte o la sostituzione sarebbe giunta.
24 Gennaio del 42 - Congiura finale. Coinvolse inizialmente nella fase ideativa un numero molto esteso di
gruppi: senatori, cavalieri e membri della famiglia di Caligola. Senatori come Annio Viniciano funsero da
elementi di raccordo tra i vari gruppi. Come nel caso della congiura contro Cesare, i congiurati di Caligola
avevano idee molto chiare su come uccidere Caligola ma non pensarono alla fase successiva alla sua
morte. Non sapevano come riavviare il governo dell’impero dopo Caligola e non sapevano chi porre al suo
posto ma questa fu una scelta consapevole. Caligola era a teatro, vicino a lui c’erano personaggi
importantissimi: Marco Vinicio, Viniciano, Claudio. Era previsto che Caligola lasciasse il teatro per
andare a prendere un pasto prima della cena. Sarebbe stato il momento dell’attacco, ma Caligola non era
sicuro se mangiare o meno ma venne comunque convinto ad alzarsi. Uscendo dal teatro venne anche
convinto a seguire una strada secondaria, una scorciatoia che deviava dal percorso principale dove erano
appostate tutte le guardie dei legionari di germania. Caligola però non si preoccupò perché era rassicurato
dalla presenza di Marco Vinicio, suo cognato e Viniciano, un senatore. Passando davanti alla casa di
Germanico, Cassio Cherea e Flavio Sabino e altri ufficiali della guardia pretoriana colpirono a morte
Caligola. La salma venne nascosta. Gli schiavi però scapparono dallo spettacolo invocando aiuto e i primi
ad arrivare furono proprio i legionari di Germania che, non trovarono l’imperatore e non comprendendo il
latino, capirono che era successo qualcosa ma non era loro chiaro cosa. Forse un rapimento. Sbarrarono
tutte le porte della casa di Germanico e cominciarono ad uccidere tutti quelli che incontravano. Morirono
moltissimi senatori. A quel punto gli ufficiali dei pretoriani, Claudio e altri senatori mandarono Agrippa di
Giudea insieme a dei diplomatici a cercare di parlare con gli ufficiali delle guardie di germania. La fase
successiva fu uscire dalla crisi lasciata dalla morte di Caligola: scegliere un successore o una nuova forma
di governo. Tra i candidati sulla scena c’erano:
●​ Annio Vimiciano, celebre senatore che aveva coordinato i gruppi originari congiurati.
●​ Marco Vinicio, il cognato.
●​ Valerio Asiatico, console nel 35.
C’era però una parte del senato come Senzio Saturnino che ambiva al ritorno della Repubblica. Le forze
militari in campo in quel momento erano: pretoriani, guardia germanica, coorti dei vigili e le coorti
urbane. I pretoriani però rischiavano molto di più degli altri in quanto non solo non difesero l’imperatore ma
parte degli ufficiali prese parte all’assassinio, insieme a dei propri membri. Era chiaro che sarebbero stati
licenziati dal nuovo imperatore a meno che non avessero trovato un proprio candidato e fossero riusciti a
portarlo sul trono. Così facendo gli sarebbe stato debitore e li avrebbe lasciati alle loro mansioni. E così
fecero ma non solo, il loro candidato rispondeva alle proprie necessità e avrebbe mantenuto la linea
dinastica dei precedenti imperatori: Claudio. Una fonte giudaica, Giuseppe Flavio, fu colui che si fece
artefice della versione più conosciuta di Claudio, sprovveduto che venne preso di forza dai pretoriani e
reso imperatore ma anche di un uomo intelligente e metodico. Claudio aveva partecipato in primis alla
congiura e i pretoriani corsero il rischio di uccidere l’imperatore proprio perché erano sicuri che il
successore li avrebbe sostenuti. I restanti corpi di vigilanza a Roma non vennero spinti dai consoli a
scontrarsi con i pretoriani perché non solo sarebbe stato uno scontro sanguinario ma anche perché molto
probabilmente i pretoriano avrebbero avuto la meglio. Solo i legionari di germania potevano reggere lo
scontro, ma erano poco più di un centinaio a confronto dei 4500 pretoriani. I consoli si arresero. C’è da
ricordare che Claudio era il fratello di Germanico e seppure non avesse raggiunto gli stessi successi, aveva
il suo stesso carisma: donò a tutte le formazioni militari con circa 150000 sesterzi per ogni effettivo.
Svetonio che è critico nei confronti di Claudio allo stesso modo di Caligola commenta causticamente “Così
Claudio fu il primo imperatore a comprarsi l’impero a Roma”. Alcuni però non erano disposti a cedere sul
momento. Cassio Cherea fu uno dei primi a ribellarsi affermando che non voleva passare da un folle a uno
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stupido: fu tra i pochissimi che Claudio non perdonò e che mandò a morte. Una volta preso il potere
Claudio lasciò incolumi la gran parte dei congiurati, solo pochissimi non vennero risparmiati → colpì solo
quelli più in vista che nelle trattative non furono subito disposti a cedere ai pretoriani.

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Lezione XXII - 21/4
Claudio (41-54)
Con Claudio andò al principato una successione appartenente alla stessa famiglia di Caligola ma non di
discendenza diretta. Terzogenito di Druso I e Antonia minore, fratello di Germanico e zio di Caligola.
Claudio fu il primo imperatore che nacque fuori Italia - Lione, 1° agosto del 10 a.C. Il padre si trovava in
Gallia Lugdunense a combattere contro i germani. Intorno alla figura di Claudio c’è il mito dell'inettitudine,
della zoppia, del tremore delle mani, incapacità di relazionarsi, il non parlare chiaramente → evidente è che
buona parte delle dicerie colpirono Claudio laddove dovesse essere spianata la strada per Caligola. Il
mito di Germanico spingeva verso una soluzione che favoriva i figli di Germanico stesso, mettendo da parte
Claudio. Le maldicenze sul suo conto e attribuite dalla sorella Claudia Livilla si legano in funzione di voler
favorire il figlio Tiberio Gemello oppure quelle di Antonia minore “Non c’è nessuno più sciocco di mio figlio
Claudio” che si spiegano laddove la donna voleva promuovere il nipote Caligola come successore in
quanto più popolare. In realtà Claudio fu un grande imperatore con idee lungimiranti e oltre ad essere un
grande politico fu anche il più prolifico autore dell'antichità, anche se nulla è giunto a noi: realizzò una storia
di cartagine, degli etruschi, delle guerre civili. Augusto gli aveva segnato come precettore Tito Livio.
Fino al XX sec. non venne preso seriamente come figura storica. Mommsen lo definì un uomo
insignificante, parlando del quale era difficile rimanere seri. La rivalutazione di Claudio è un dato acquisito e
la recentissima monografia di Pierangelo Buongiorno ha cercato di ridare giustizia a questo profilo..
Claudio in realtà era presente nei gruppi che celebravano la dinastia Giulio-Claudia sin dagli albori nel
principato di Tiberio ma anche di Augusto. Cominciò ad essere screditato fin al momento della promozione
della discendenza di tiberio si presentava quella di altri membri della famiglia vedendo la giunta di Claudio
al trono come non opportuna perché non diretta → non venne adottato come figlio. Fu un princeps che
collaborò molto attivamente con il senato, portando questo organo al massimo splendore: c’è una grande
produzione del senatus consulta, prendendo sempre più il posto dei comizi anche per eleggere i magistrati.
Anche le funzioni legislative dei comizi cominciarono progressivamente ad essere assorbite dal senato
tramite i senatus consulta oppure i decreti imperiali. Tuttavia con Claudio si ha una ricca opportunità di
ascesa riservata anche ai liberti (anche se questi vennero promossi prima da Caligola). Riformulò la
burocrazia di palazzo: divise il palazzo del potere in segreterie amministrative e con lui la divisione vide
prevalentemente la nascita di 4 segretariati:
-​ A bebistulis, archivista della corrispondenza imperiale. Poteva quindi anche accedere a
informazioni sensibilissime sia sull’imperatore che i suoi interlocutori.
-​ A libellis, una sorta di cancellierato inerente alla giustizia.
-​ A rationibus, spese e questioni di competenza del fiscus.
-​ A studiis, dipartimento “della cultura” ante litteram.

L’apice della volontà di collaborare con il senato si ebbe quando venne abolito il reato di maiestas, ovvero il
reato del quale venivano imputati tutti coloro che volevano essere tolti di scena. Una grande intuizione di
Claudio, che venne poi portata avanti dagli moderatori spagnoli e dagli antonini, fu l’espandere gli
orizzonti - La repubblica e i primi principati erano italocentici se non romanocentrici. I provinciali non
partecipavano al senato nn diventando classi dirigenti, i pretoriani erano romani-umbri, le legioni erano
romane-italiche. Con Claudio in avanti la prospettiva cominciò ad arricchirsi di decisioni che fecero durare
l’impero per altri secoli. Si trattava di un impero che inglobava buona parte del mondo conosciuto, non
aveva possibilità di preservarsi o conservarsi in sicurezza se le sue idealità non fossero state condivise o
estese. Era necessario che nessuno si sentisse eternamente suddito e potesse far conto sulla possibilità di
portare il proprio contributo alla conservazione dell’impero. Claudio cominciò a trasformare le aristocrazie
provinciali in magistrati → Nobili della Gallia transalpina divennero senatori. L’ attendibilità del
provvedimento venne confermata nella Tabula di Lione un'epigrafe trovata nel XVI sec. Il provvedimento
venne giustificato con un elogium del novum che ricalca molto il discorso di Canuleio nel 445-443 a.C
quando sosteneva la necessità di concedere matrimoni tra patrizi e plebei - Le innovazioni sono quelle che
se correttamente innestate nella tradizione permettono di durate → L’elogio del novum e la politica di

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Claudio vengono rilette oggi secondo la dicitura Soft power, un tipo di approccio volto a far sentire
importanti coloro la cui collaborazione è ritenuta indispensabile.
Venne riportato ordine in Mauritania, che Caligola aveva lasciato in una polveriera dopo aver ucciso
Tolemeo di Mauritania. Creò 2 province dopo che Svetonio Paolino domò la ribellione: Mauretania
Caesariensis e Tingitana. Claudio fu il primo imperatore che riuscì a sbarcare in Britannia e la
provincializzò nel 43. Il figlio avuto da Messalina prese il soprannome di Britannico. Nel 46 venne
provincializzata anche la Tracia. Claudio cominciò anche ad estendere la romana civitas per aumentare il
senso di appartenenza dei provinciali; la cittadinanza venne data agli abitanti del trentino.
Claudio è ricordato anche per il suo grande programma di lavori pubblici soprattutto di edilizia e bonifica. La
bonifica interessò vaste zone del Lazio meridionale ma anche ad est, in particolare quelle del lago Fucino,
prosciugato. Importantissima fu la costruzione di acquedotti → Aqua Claudia e Anio Novus ampliarono
l’arrivo di acqua a Roma. Fino a quel momento il porto principale in Italia era quello di Pozzuoli in quanto
le navi commerciali con una profonda stiva erano incompatibili con il bacino del porto di Ostia. Claudio
aumentò l’incavo del porto di Ostia permettendo alle navi di attraccare, il che ridusse il tempo di arrivo delle
merci a Roma (es. il grano che arrivava da Spagna, Sicilia e Egitto). Ci fu un ampliamento del pomerium
che giunse ad includere l’Aventino. Si potrebbe quasi parlare di un principato illuminato: coinvolse le
istituzioni politiche di Roma, coinvolse il più possibile le aristocrazie delle province ritenute più romanizzabili
(occidentali). Anche all’interno della famiglia Claudio cercò di riportare armonia richiamando le sorelle di
Caligola: Agrippina Minore e Giulia Livilla. Il pronto richiamo di queste donne risollevò la questione della
partecipazione di Claudio agli attentati contro Caligola. Le fonti raccontano che Caligola addirittura
voleva denunciare Claudio venuti alla luce i suoi progetti di adesione a delle congiure ma alla fine lo
denunciò solo al senato, sperando che i senatori facessero qualcosa senza prendere lui stesso
provvedimenti diretti. Molti sono tentati di vedere dietro le urla disperate di Cesonia sulla salma del marito
una sorta di rimprovero di non aver preso forti provvedimenti contro lo zio. Claudio dopo due precedenti
matrimoni nel 39 sposò una giovane, Messalina, imparentata in qualche maniera con Augusto. In relazione
a Messalina è necessario smentire le fonti antiche che promossero l’idea che ella fosse una prostituta che
addirittura sfidava le più grandi prostitute di Roma. Gli storici antichi non avevano l’impulso di riportare ai
posteri quello che avveniva: la storiografia era solo una mossa politica. I fatti narrati, vicini e lontani,
venivano riletti in chiave differente per promuovere una propria idea o linea politica; Tacito scrisse sotto gli
autori Antonini e quindi era fondamentale screditare la memoria dei predecessori Giulio-Claudi.
Claudio aveva due figli da Messalina: Ottavia nata nel 40 e Britannico nato nel 41. Claudio richiamò
dall’esilio Agrippina Minore, molto ambiziosa e già avente un figlio: Nerone. Il padre di Nerone era morto, il
suo amante Emilio Lepido venne fatto uccidere da Caligola. Tornata nel continente si sposò con Passieno
Crispo che però venne a mancare poco dopo. Il suo obiettivo era ancora diventare madre di un imperatore
o forse anche la moglie di uno. Era ancora giovane (32-33 anni) e aveva una bellezza leggendaria. Anche
Messalina era una donna molto determinata. Portò a rovina Giulia Livilla e accusò Valerio Asiatico, uno dei
protagonisti nella congiura contro Caligola spingendolo al suicidio. Secondo le fonti nel 48 mentre Claudio
era a Ostia perché attendeva l’ampliamento del porto, Messalina si sarebbe unita in matrimonio (o solo
fisicamente) a Gallio Silio → figlio del padre omonimo che nel 24 era stato ucciso con sua moglie Sosia
Galla da parte di Seiano per essere complice della Pars Agrippinae. Secondo Tacito i due si sposarono.
Colin, nel 1956, affermò che se si deve pensare ad un'unione si deve pensare più ad un rito bacchico
(ierogamia) che ad un rito civile. Il livello più alto di attendibilità che questa storia può ricevere è legata alla
sfera della ierogamia: Messalina, convertita al dionisismo e partecipando a questi riti con altri fedeli,
potrebbe essersi unita in una dimensione solo spirituale con Gallio Silio. L’episodio poteva essere
strumentalizzato da chi voleva distruggere Messalina. Narcisso, potente liberto, avvisò Claudio del fatto
parlando di matrimonio e tradimento. L’imperatore entrò nel panico e chiese all’informatore se Silio fosse
ancora un cittadino privato oppure se fosse stato nominato imperatore dai pretoriani → imperatore mai
sicuro che i pretoriani lo sostengono. Avendo appreso che ancora era un semplice cittadino si recò
personalmente dai pretoriani, che, supportandolo, lo aiutarono a togliere di mezzo Gallio. Si temeva nelle
fonti per un colpo di stato. Messalina venne poi convocata il giorno dopo per chiedere spiegazioni. Narcisso
però avendo paura che la donna potesse addolcire l’imperatore mandò di sua spontanea volontà dei
185
pretoriani ad ucciderla. Claudio avendo appreso della morte della moglie però fece finta di nulla andando
avanti, facendo ai pretoriani di ucciderlo se avesse deciso di prendere nuovamente moglie. Questo fatto
deve essere interpretato sulla base di una lotta di successione: coloro che erano intenzionati a
rovinare Messalina avrebbero cominciato a concentrare la propria attenzione su Nerone per la successione
e, vedendo da parte di Claudio lo stesso, al vacillare della posizione di Britannico, Messalina si sarebbe
cercata un altro marito più determinato a espiantare Nerone. Sposando Silio però non avrebbe ottenuto
alcun risultato se non la condanna a morte. Forse si può ipotizzare ad un desiderio di Messalina di uccidere
Claudio per poi favorire l’ascesa del figlio tramite un colpo di stato → essendo esterni alla dinastia però i
pretoriani sarebbero passati per le armi uccidendoli. È probabile che dietro l'attivismo di Narcisso ci
fossero dei gruppi politici aristocratici che facessero pressione creando anche vicende inesistenti
determinate a voler screditare Messalina. Il proposito di Claudio di non riprendere moglie andò ad
infrangersi contro l’attivismo di Agrippina e dei suoi liberti. Cominciò una vera e propria battaglia tra i liberti
più potenti per presentare una moglie a Claudio. Ci furono numerosi suggerimenti come Narcisso che
propose Elia Petina, già stata moglie di Claudio in precedenza. La meglio però fu avuta da Antonio
Pallante promotore di Agrippina Minore. Il problema però era che lei fosse sua nipote. Il diritto romano
impediva questo tipo di matrimonio, la soluzione giuridica venne però trovata da Vitellio. Lucio Vitellio, dopo
tanti anni passati in oriente, riportando l’argomento del novum e della necessità di ampliare le vedute
convinse il senato ad attuare una modifica dei codici permettendo il matrimonio tra zio e nipote facendo
diventare Agrippina la quarta moglie di Claudio. Questa una mossa per diventare moglie di un
imperatore era mirata anche a far diventare suo figlio legittimo erede → sulla però scena c’era ancora
Britannico. Il 25 febbraio del 49 Agrippina riuscì a far adottare Nerone da Claudio, anche se più
precisamente si trattava di una adrogatio. Un adoptio avveniva quanto il soggetto non era sui iuris ovvero
non giuridicamente autonomo: il padre del soggetto adottato era ancora in vita. Nel caso però di Nerone,
dove il capofamiglia era assente, allora egli era autonomo giuridicamente (adrogatio). Ai comizi curiati,
preceduti dal pontefice massimo (che era Claudio), Claudio adottò Nerone che venne subito fornito di un
imperium proconsulare extra urbem ovvero un imperium che trattava della sfera della guerra e non della
pace, viene così a smentirsi la teoria di alcuni autori che sostengono che tra Nerone e Claudio ci fosse una
diarchia: entro Roma, in pace e in guerra, il giudizio di Claudio era superiore a quello di chiunque. Nerone
venne inoltre cooptato nei collegi sacerdotali il che lasciò amarezza nei circoli aristocratici che sostenevano
Britannico. Agrippina Minore però nonostante fosse riuscita in tutti i suoi intenti non sottovalutò il problema
di Britannico. Cominciò quindi a pensare ad una manovra per mettere pace a coloro che volevano
difendere i figli di Claudio: far avvicinare Ottavia e Nerone per farli fidanzare.

Svetonio, Claud, 25,4


Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantis Roma expulit.
(Claudio) Cacciò da Roma i giudei che su impulso di Cresto erano sempre tumultuanti in tutto.

Le comunità cristiane si erano estese a partire dai luoghi della predicazione di Cristo, inizialmente in
oriente e fu proprio ad Antiochia di Siria che vennero chiamati per la prima volta cristiani i seguaci di Cristo.
Il nome Cristo significava l’unto, ovvero colui che aveva ricevuto un investita. Inizialmente però i cristiani
venivano confusi con i giudei perché spesso non era chiara la distinzione. Questo tra gli stessi discepoli di
Gesù c’erano delle divisioni interne: alcuni volevano mantenere certe tradizioni giudaiche ed altri invece
vedevano queste posizioni come opposte al messaggio del messia. Pietro era uno dei più conservatori, il
più progressista invece fu San Paolo. Paolo cominciò a predicare nel 47 in Grecia e in Asia entrando in
contrasto con Pietro che arrivò a Roma nel 41 fondando la comunità petrina → cercava di convivere con i
giudei ma probabilmente c’erano molti conflitti.
Il provvedimento di Claudio è il primo atto di scontro tra impero e cristianesimo? Secondo alcuni
studiosi questo fu il primo momento di attrito tra le due istituzioni. Ci sono però molte domande: il
provvedimento riguardava anche i cristiani o solo i giudei, come era avvenuto sotto Tiberio e Caligola? Nel
49 chi dava origine ai disordini? I cristiani confusi con i giudei, con Cresto inteso come Gesù e simbolo dei
186
cristiani o Cresto era semplicemente un altro predicatore giudaico arrivato a Roma? La Sordi teorizza che i
tumulti potevano essere uno scontro fisico tra cristiani e giudei spinti da un predicatore giudaico
chiamato Cresto. Per altri invece erano tumulti causati dai cristiani che praticavano in nome di Cristo e
attaccavano i giudei. Questa distinzione che mostra che forse né Claudio né Svetonio ancora
comprendevano la differenza tra giudei e cristiani fa si che se Claudio fosse convinto di colpire dei gruppi
religiosi provenienti dalla giudea questo non sarebbe da considerare il primo scontro tra Cristiani e impero
in quanto l’obiettivo non era attaccare i cristiani in quanto cristiani.

Cristianesimo e impero romano


La Giudea aveva ottenuto da Pompeo la salvaguardia della propria autonomia durante la spedizione che
seguì la terza guerra con Mitridate e quando prese il potere Augusto venne resa provincia equestre e
affidata ad un prefetto fino al 41 → Ponzio Pilato fu un prefetto. Dopo che la giudea fu teatro di tumulti che
avevano richiesto l’intervento delle legioni di Siria ci fu il cambio di stato da provincia equestre a provincia
imperiale, provvista quindi di legioni di stanza. La Galilea invece venne affidata ad Erode di Antipa e
venne a creare una setta (airesis, una scelta interpretativa all’interno di un credo): il gruppo degli Zeloti. I
principali raggruppamenti della originaria religione giudaica erano 4:
-​ Farisei e Sadducei, erano i componenti del Sinedrio ovvero il tribunale religioso giudaico che
giudicava sulla base della Torah. Collaboravano con l’impero romano.
-​ Esseni: esseni erano una setta la cui esistenza è stata dedotta a seguito di ritrovamenti negli anni
‘50, sarebbe stata caratterizzata da rituali di purificazione come il digiuno.
-​ Zeloti: erano nettamente antiromani e aspettavano l’arrivo di un messia per liberare il popolo di
Israele.
Gesù cristo iniziò la predicazione in Galilea, poi Samaria e poi Gerusalemme in giudea. Fondamentale
nella predicazione di Gesù era l’avvento del regno di Dio. Per gli zeloti però questo messaggio di regno di
dio non veniva interpretato come un regno metafisico post morte ma in chiave politica: vedevano in lui il
liberatore dal dominio romano. I farisei volevano far cadere in trappola Gesù per poterlo poi portare in
tribunale dai romani. Gli fecero una domanda molto a trabocchetto: in provincia si pagavano le tasse.

Vangelo di Matteo 22, 15-22


Allora i farisei si ritirarono in consiglio, per escogitare il modo in cui coglierlo in fallo in ciò che professava. E
inviarono da lui i loro discepoli, con i seguaci di Erode, con l’incarico di dire a Gesù: “Maestro, sappiamo
che professi la verità e che secondo verità insegni la strada che porta a Dio, né ti fai scrupolo di
chicchessia, poiché non guardi in faccia a nessuno. Dicci, pertanto, che cosa ti sembra giusto fare? È lecito
pagare il tributo a Cesare, o non lo è?”. Ma Gesù, che conosceva bene la loro malvagità, rispose: “Perché
mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo”. Quelli gli porsero un denario. Gesù chiese loro: “Di
chi è quest’effigie, e l’iscrizione?”. Rispondono: “Di Cesare”. Al che disse loro: “Ebbene, date a Cesare quel
che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio (ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ)”.
Quelli restarono stupiti all’udire ciò, e lo lasciarono andandosene via.

Chiara distinzione fatta da Gesù tra il potere temporale, che vede nella risposta di Gesù vede il successivo
lealismo Paolino di riconoscere l’autorità terrena, e il potere spirituale. I cristiano dovevano essere fedeli
all’imperatore. La sfera sacrale successiva alla morte non era compito dell’imperatore ma solo di Dio.

La morte di Gesù e il processo di Gesù è il primo attacco dell'impero al cristianesimo? Oppure fu


semplicemente uno scontro tra ebrei e cristiani? Tra il Sinedrio e Gesù. I vangeli non attribuiscono la
morte di Gesù all’impero ma al popolo giudaico e al Sinedrio, la corte massima del popolo ebreo. Nel ‘900
ci furono molti studi e interpretazioni sulla vicenda. Molti ebbero interesse a rappresentare Gesù come una
figura apolitica, che non intendeva sovvertire alcun ordine. Per altri invece vedono la sua predicazione
profondamente politica ed ostile a Roma → Samuel Brandon, Jesus and the Zealots, 1967. Secondo
Brandon Gesù era uno zelota. C’è da tenere a mente che i vangeli hanno una genesi, struttura e intento
molto preciso. Si tratta di opere enormemente stratificate: non sono state scritte tutte di getto in un unico
187
momento. Quella parte del vangelo di Marco sicuramente venne composta negli anni 70 ma non
necessariamente tutto il corpus. Brandon ritiene che sia stato composto in blocco negli anni 70 portando ad
un punto di vista distorto che vede i vangeli composti dalla metà degli anni 70 in poi. Posta in questa
maniera la questione si hanno determinate conseguenze - Negli anni 70 avvenne la ribellione dei Zeloti,
che portò alla prima guerra giudaica sotto Nerone portata avanti dai Flavi. Brandon ritiene Gesù uno zelota
e Marco preoccupato per la situazione perché presentare in quegli anni Gesù come un afferente alla setta
degli zeloti significava compromettere la possibilità per il cristianesimo di essere accettato da Roma per
aver scatenato la guerra. Marco quindi si sarebbe preoccupato di togliere a Gesù qualsiasi intento
politico.
Metodo storico morfologico, metodo imposto nella prima parte del ‘900 per l’interpretazione dei vangeli
da parte di Dibelius, Schmidt, Bultmann. I tre studiosi tedeschi hanno spiegato che tutte le parabole e i
singoli episodi dei vangeli sono collegati a precisi generi letterari pagani → presentano quindi una tecnica
narrativa che aveva antecedenti non solo in ambito religioso. Inoltre queste opere avevano una
stratificazione compositiva ed erano finalizzate alla predicazione: tutti gli episodi e le parabole servivano ad
offrire esempi per rendere più semplice la trasmissione del messaggio. L’estensione di questi vangeli si
amplia sempre più nel corso degli anni e dei decenni. Matteos e Camacho, commentatori spagnoli del
vangelo di Marco, sono arrivati alla conclusione che la prima parte del vangelo di Marco venne realizzata
negli anni 40 e continuata fino agli anni 70. Il vangelo non sarebbe stato quindi un'opera volta a scagionare
Gesù dalle affiliazioni con gli zeloti. Per Brandon quindi questo vangelo ebbe un valore apologetico
cristiano che vide i giudaici condannare Gesù per blasfemia. Quest’accusa sarebbe quindi solo fittizia
secondo l’autore e utilizzata per nascondere che la reale accusa arrivò da Roma che vedeva Gesù
come un sovversivo: per Brandon Gesù non era solo uno zelota ma era animato da idee rivoluzionarie.
Così facendo Marco riesce a togliere a Roma la colpevolezza nell’uccisione del messia. Pilato addirittura
diventa quasi un difensore di Gesù → Marco deve far sì che l'immagine del profeta venga dissociata
da qualsiasi elemento di attrito con Roma. Gesù in realtà aveva almeno un discepolo zelota: Simone il
Cananeo. Brandon rilegge i tumulti dell'ultima parte della vita di Gesù, l’attacco al Tempio e al Palazzo di
Erode di Gesù e Barabba, come eventi ricollegabili al movimento degli zeloti → azioni di un fronte ostile a
Roma e che non accettava il suo dominio. In questa ricostruzione di Brandon emerge che il popolo vedesse
Gesù più pericoloso di Barabba per l’ordine sociale.
Tutta questa impalcatura di Brandon è insostenibile, causando molte polemiche. Cosa c’è di vero nella
ricostruzione? La condanna a morte venne effettivamente emanata da Pilato. In provincia le autorità locali
non potevano condannare a morte neanche i cittadini provinciali, solo il governatore aveva questo potere. Il
Sinedrio era interessato a uccidere Gesù ma non aveva lo ius gladii. Anche se messa così, ammettendo
che la sentenza venne emessa da Pilato l’uccisione di Gesù non fu oggetto di interesse di Roma → non è il
primo scontro tra impero e cristiasnesimo. Pilato accontentò l’aristocrazia sacerdotale che sosteneva
Roma, ma Pilato non era interessato alla morte effettiva di Gesù. Marco quindi non falsifica la storia
cercando di difendere i crisriani ma semplicemente ricorda la realtà dello scontro: uno scontro interno alla
religione prima che i cristisni si staccassero dai giudei.
Alcuni hanno però dissentito sull’impossibilità da parte del Sinedrio di emettere sentenze di morte portando
a testimonianza la lapidazione di Stefano. Venne lapidato dai sinedriti. Quella però non fu una condanna
a morte a seguito di un processo legale → 36 d.C, periodo di totale caos in giudea e in attesa dell’arrivo
delle legioni della Siria.

Qual è allora il fondamento delle persecuzioni anticristiane? Ad un certo punto Roma venne allo
scontro con singoli cristiani e poi a partire dalla metà del II sec a.C con comunità intere. In un passo
dell’Apologeticum di Tertulliano del 197 viene attestato che sotto l’ultimo Tiberio il senato rispose di no alla
richiesta dell’imperatore nel riconoscere la divinità di Gesù. Si tratta della prima opera apologetica cristiana
scritta in lingua latina.

Tertulliano, Apologeticum 5,2

188
Tiberius ergo, cuius tempore nomen Christianum in saeculum introivit, adnuntiata sibi ex Syria Palaestina,
quae illic veritatem ipsius divinitatis revelaverant, detulit ad senatum cum praerogativa suffragii sui.
Senatus, quia non ipse probaverat, respuit; Caesar in sententia mansit, comminatus periculum
accusatoribus Christianorum

"Tiberio, dunque, al tempo del quale il nome cristiano fece la sua comparsa nel mondo, avendo ricevuto
dalla Siria Palestina le notizie dei fatti che colà avevano rivelato la verità della Sua divinità [di Cristo], ne
riferì al Senato esprimendo parere favorevole. Il Senato, poiché non aveva dato esso stesso
l'approvazione, respinse la proposta; Cesare mantenne la sua opinione, minacciando gravi pericoli [pene]
agli accusatori dei cristiani."

Siria-Palestina è il nome che la giudea prende dopo il 132-133 con Adriano → il contesto già smentisce la
veridicità storica. Il senato non riconobbe la dottrina di Gesù come religio licita. Nonostante ciò però nei
successivi 30 anni non vennero fatti attacchi ai cristiani perché Tiberio avrebbe vietato le accuse contro di
loro anche se la loro religione non era legittima → Secondo Tertulliano si era convinto della veridicità della
dottrina cristiana. Secondo alcuni ci fu un duplice fatto attestato da Tertulliano:
-​ non licet esse christianos, divieto di cristiasnesimo stabilito dal senato nell’ultima parte del regno di
Tiberio.
-​ Non ci furono azioni contro i cristiani fino al 64 con l’incendio di Roma sotto Nerone perché Tiberio
impedì queste accuse.
La realtà è che il senato non trattò mai la questione della veridicità del cristianesimo e Tiberio non riferì mai
nulla al senato, morendo senza neanche sapere chi fosse Gesù. Nerone nel 64 colpì i cristiani nelle
circostanze dell’incendio: vennero condannati a morte non per la loro fede ma per aver commesso una
strage. Fino a quel momento tutti erano a conoscenza dell’esistenza della comunità petrina, che ormai
vigeva da 25 anni, ma a nessuno era mai interessato. Non c’era alcuna legge che impediva il cristianesimo
in quanto tale, ma i cristiani si facevano coinvolgere in situazioni che venivano punite sotto vari capi di
accusa del diritto romano portandoli quindi a condanne. Ad esempio non praticavano il culto del genius
dell’imperatore e non facevano il sacrificio a lui portando così l’accusa di maiestas; ai giudei ciò era stato
concesso perché la loro religione monoteista era stata riconosciuta precedentemente dal senato. Oppure
venivano accuasati di antropofagia (mangiare il corpo e il sangue di Gesù) oppure di incesto (si chiavavano
fratelli e sorelle).

Altra fonte molto importante è Plinio il Giovane. L’ultima parte del suo Epistolario riguarda la
corrispondenza con Traiano → nel 111 lo mandò a governare la provincia senatoria di Ponto-Bitinia. Di
fronte alla denuncia di aver trovato dei cristiani, incapace di cosa fare, si consultò con l’imperatore su quali
azioni intraprendere. Non sapeva cosa fare non solo in virtù di governatore ma anche in veste di avvocato.

Plinio il giovane, Epist., 10, 96, 1-3


Cognitionibus de Christianis interfui numquam; ideo nescio quid et quatenus aut puniri soleat aut quaeri.
Nec mediocriter haesitavi, sitne aliquod discrimen aetatum, an quamlibet teneri nihil a robustioribus
differant, detur paenitentiae venia, an ei, qui omnino Christianus fuit, desisse non prosit, nomen ipsum, si
flagitiis careat, an flagitia cohaerentia nomini puniantur. Interim iis, qui ad me tamquam Christiani
deferebantur, hunc sum secutus modum. Interrogavi ipsos, an essent Christiani. Confitentes iterum ac tertio
interrogavi supplicium minatus; perseverantes duci iussi. Neque enim dubitabam, qualecumque esset quod
faterentur, pertinaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri.

“Non ho mai partecipato a istruttorie [processi] contro i cristiani; perciò non so che cosa e fino a che punto
si sia soliti punire o indagare. E ho esitato non poco se si debba fare una qualche differenza d'età o se i
soggetti, per quanto giovani, non debbano essere trattati diversamente da quelli più adulti; se si debba
concedere il perdono al pentimento, o se a colui che è stato a tutti gli effetti cristiano non sia di alcuna utilità
l'aver smesso di esserlo; se si debba punire il nome stesso, anche in assenza di reati, oppure i reati
189
connessi a quel [Link] frattempo, con coloro che mi venivano denunciati come cristiani, ho seguito
questa procedura: ho chiesto a loro stessi se fossero cristiani. A quelli che confessavano, l'ho domandato
una seconda e una terza volta minacciando il supplizio [la condanna a morte]; ho ordinato che coloro che
perseveravano fossero condotti a morte. Non dubitavo affatto, infatti, che, qualunque fosse la natura di ciò
che confessavano, si dovesse senz'altro punire la loro caparbietà e la loro inflessibile ostinazione."

Quello che traspare da queste lettere è che non esistesse una legge che punisse il cristianesimo.

L’impero romano fino al III sec. d.C non compie azioni su vasta scala contro i cristiani in quanto
cristiani. Quando singoli personaggi o piccole comunità di cristo venivano colpite l’accusa era
dovuta al fatto di non rispondere all'ordinario codice penale.

190
Lezione XXIII - 22/04
Una volta che Agrippina Minore è diventata la moglie di Claudio, si premurò di circondare Nerone e se
stessa di uomini sui quali poteva fare conto. Come precettore del figlio Nerone individuò il filosofo Seneca,
originario della Spagna in quanto figlio di Seneca Padre (autore delle delle Controversiae e Suasoriae ma
anche di un’opera storica di cui sono stati individuati recentemente dei frammenti in Campania), era stato
esiliato da Caligola che in realtà voleva metterlo a morte ma venne convinto ad esiliarlo perché era di
salute cagionevole e convinsero l’imperatore che sarebbe comunque morto di lì a poco. Cercò vanamente
di farsi richiamare dall’esilio da Claudio appena arrivato al potere chiedendo presso potenti liberti, per
esempio la Consolatio ad Polybium in cui cerca di consolare questo potente liberto di Claudio, non ci riuscì
mentre lo fece richiamare Agrippina Minore.

Agrippina ottenne di essere circondata da pretoriani il cui comandante si fidava, nel momento in cui
convinse Claudio a dichiarare nuovo prefetto del pretorio sine collega Afranio Burro (la prefettura del
pretorio torna a un comandante singolo com’era stata con Macrobio).

Nel 53 Agrippina corona il suo progetto di far sposare il proprio figlio Nerone con la tredicenne, figlia di
Claudio e Messalina, Ottavia. Questo matrimonio avrebbe appagato coloro che erano legati a Claudio e
che erano stati delusi dall’adozione di Nerone che significava lo scavalcamento di Britannico ai fini della
successione: in questo modo, sposando Nerone, la figlia di Claudio sarebbe stata la moglie dell’imperatore.

MORTE DI CLAUDIO

La morte di Claudio, di Britannico e di Agrippina Minore sono dei passi in Tacito che hanno fatto discutere
e pongono in immediata evidenza e in cruciale rilievo il problema della misura di quello che gli inglesi
chiamano vias: quanto una fonte può alterare le vicende o i rapporti causa-effetto delle vicende
rivolgendosi a un pubblico non di contemporanei ma di persone non troppo distanti dai fatti. Tacito a sua
volta attinge ad altre fonti (Fabio Rustico, Aufidio Basso e altri storiografi che non ci sono giunti), però altre
fonti prima di Tacito, perfino Giovenale, trattano della morte di Claudio negli stessi termini.

Claudio muore il 13 ottobre del 54 e per la tradizione antica non c’era dubbio che fosse stato avvelenato.
Tacito ci descrive con minuzia di particolari, ancora meglio che Svetonio la morte di questo imperatore.
Agrippina sarebbe stata intenzionata a togliere dalla scena Claudio per timore che facesse dei passi
indietro sulla decisione di far diventare imperatore Nerone e che potesse recuperare la posizione di
Britannico. Si rivolge a una famosa esperta di piante officinali della Gallia, Locusta. L’avvelenamento
sarebbe avvenuto durante un banchetto di corte e il piatto incriminato sarebbe stato un piatto di funghi.
Tacito non parla di funghi velenosi ma di una pietanza cosparsa di veleno. Claudio poche decine di minuti
dopo ha una forte diarrea, il medico Senofonte (colluso con Agrippina nel racconto di Tacito) gli inserisce
una piuma in gola con il pretesto di provocare il vomito, in realtà con questa piuma gli somministra un
secondo veleno. Le condizioni di Claudio precipitano e nella notte muore. I moderni sono sbizzarriti della
ricerca della causa della morte, è famosa l’ipotesi di Grimm Samuel che non è aderente a Tacito, secondo
cui Claudio avrebbe ingerito direttamente il terribile fungo dell’Amanita Phalloides che con le sue tossine
blocca la polimerasi e porta alla necrosi del fegato. Quest’ipotesi non ha alcuna possibilità per due motivi:

-​ i sintomi avvengono nella più rapida delle ipotesi dopo 12 ore ma molto più spesso dopo 24 o 48
ore, mentre Claudio si sente male subito;
-​ il sintomo inconfondibile dell’Amanita Phalloides è il vomito, Claudio non solo non ce l’ha ma
Senofonte cerca di procurarglielo perché, secondo le credenze degli antichi erronee, il vomito

191
avrebbe aiutato ad eliminare l’eventuale tossina da fungo. Quindi l’Amanita Phalloides è poco
compatibile con questo quadro.

Sono poco compatibili anche tutti i veleni conosciuti all’epoca a meno che non si pensi a un secondo
veleno che in questo caso potrebbe essere compatibile con qualche pianta delle Ranuncolacee, per
esempio l’Aconito. In questo caso però è necessario pensare alla realtà dell’intervento del medico
Senofonte che con una piuma, in quel caso avvelenata, avrebbe somministrato in seconda battuta l’aconito
dopo un primo veleno che aveva provocato la diarrea. Altri studiosi hanno battuto altre piste. Ferrero aveva
pensato a una gastroenterite ma difficilmente è letale. Altri si sono spinti a pensare ad altre cose, del resto
Claudio aveva parecchie patologie e una salute malferma. Bagnani pensò all’infarto: è un’ipotesi che non
va assolutamente esclusa e ha il pregio di evitare di pensare a un avvelenamento e dunque a una trama di
Agrippina contro Claudio, questo permetterebbe di recuperare il quadro della morte naturale. Altri hanno
pensato ad altre patologie per esempio la malaria, ma non era così facile contrarre la malaria stando a
Roma o a Ostia, sarebbe stato più compatibile pensarla nel caso di una missione orientale. Probabilmente
la morte di Claudio fu naturale anche se è difficile individuare una precisa patologia. L’infarto di Bagnani è
convincente. Difficilmente Agrippina, che era preoccupata già solo del fatto di far sposare il figlio con
Ottavia per tenere calme le temperie claudiane, si sarebbe spinta fino al punto di ordire l’omicidio di
Claudio. Se i pretoriani o qualcun’altro avesse imposto a quel punto la successione di Britannico, proprio
nel sospetto che Claudio fosse stato avvelenato? Il palazzo di corte era sempre molto sollecito nei confronti
della possibilità di essere avvelenati: Agrippina nel 26 a Capri non accetta la mela che le passa Tiberio
perché teme che la mela potesse essere avvelenata e per schernirla la mangia lui. Sarebbe stata una
mossa molto insidiosa. Le fonti antiche sono unanimemente convinte del fatto che Claudio fosse stato
avvelenato, ma il quadro della morte naturale è quello più plausibile: se veramente a corte c’era questa
convinzione assoluta sull’avvelenamento di Claudio com’è che non vennero presi provvedimenti contro
Agrippina e Nerone? Nerone pronunciò l’elogio funebre di Claudio. Agrippina è potente ma non onnipotente
ed è molto circospetta nel ponderare le mosse, addirittura impedirà a Nerone per molti anni, anche quando
sarà imperatore, di non ripudiare Ottavia che non amava, proprio per salvaguardare gli equilibri di corte,
situazione verso la quale era particolarmente sollecito.

MORTE DI CLAUDIO: IPOTESI

Funghi avvelenati? Grimm Samuel: Amanita Phalloides

Veleno preparato da Locusta e versato da Agrippina sul cibo (Tacito)

Gastroenterite (Ferrero)

Malaria (Pack)

Infarto (Bagnai)

192
NERONE (54-68)

Nerone poté succedere a Claudio, il primo quinquennio fu nettamente filosenatorio. Questo primo
quinquennio prende il nome di quinquennium felix (ottobre 54 - marzo 59), la definizione è certamente di
provenienza senatoria, perché il Senato doveva giustificare di aver assecondato Nerone per i primi cinque
anni e quindi ostentava il fatto che governava all’inizio benissimo. In questi primi anni Nerone è fortemente
influenzato dalla madre Agrippina Minore, da Afranio Burro e da Anneo Seneca. È un quinquennio ultra
senatorio che da parte di Nerone vide l’elaborazione di provvedimenti talmente filo senatori che furono gli
stessi senatori delle volte a fermarli perché avrebbero sconvolto il sistema economico, come quando voleva
abolire tutte le imposte indirette che pagavano essenzialmente i finanzieri e i commercianti (quindi i
cavalieri) ma che si attuava per aver impoverito lo Stato. C’è una ripresa netta del modello augusteo che
comporta anche un rilancio equites (dei cavalieri come seconda classe di supporto del principato accanto
ai senatori e a scapito dei liberti, rispetto ai quali Nerone comincia a fare qualche passo indietro che poi
avrebbero seguito i successori, la fortuna dei liberti toccò l’apice sotto Caligola e sotto Claudio, per poi
vedere questa classe retrocedere: ci sono liberti che accumulano fortune tali da far impallidire tutti i
senatori, il prototipo di queste ascese è senza dubbio il petroniano Trimalchione che offre una libera caena
ed era un liberto).

Agrippina è connotata quasi come imperatrice, in sé la figura di imperatrice non esiste, al massimo qualche
moglie prende il titolo onorifico di Augusta ma è un titolo onorifico. Agrippina in questi primi anni è quasi
una compartecipe del potere, al punto che aveva una scorta personale e si faceva effigiare nelle monete
(già Caligola aveva fatto coniare nel 37 un sesterzio con le sue tre sorelle).

L’11 febbraio del 55 avviene un altro fatto che getta nel panico la corte: c’è di nuovo un banchetto alla
corte dei cesari, c’è Britannico che secondo Tacito (però porta avanti il teorema secondo cui c’è una regia
precisa di queste morti) avrebbe mal sopportato il fatto di essere stato scavalcato da Nerone e quest’ultimo
per converso avrebbe guardato con diffidenza Britannico ritenuto tutt’altro che rassegnato a una posizione
di secondo piano. All’insaputa della madre avrebbe ordito l’avvelenamento durante una caena (il pasto
principale dei romani che si teneva verso le tre e mezzo/quattro del pomeriggio e che nel caso di cene di
alta società poteva protrarsi per tutta la notte): viene servita a Britannico una pietanza a base
prevalentemente liquida (una sorta di brodo), del tutto innocua ma a temperatura altissima. Britannico la fa
assaggiare da un servo, non si fidano più a corte, tutti hanno un assaggiatore personale. Il servo assaggia
il brodo, non gli succede nulla perché ancora la pietanza è incontaminata, però fa presente che è troppo
bollente, viene riportata in cucina e gli si aggiunge con acqua fredda del veleno, questa volta Britannico non
la fa assaggiare perché era già stata assaggiata e si fida, sarebbe rimasto avvelenato. Un avvelenamento
che in questo caso si sarebbe manifestato con una progressiva perdita della parola e con confusione
mentale finché non sarebbe sopraggiunta in modo quasi indolore la morte. Mentre Britannico si sentiva
male, Nerone avrebbe minimizzato la cosa, attribuendo la circostanza al fatto non altrimenti noto che
Britannico fin dalla tenera età avrebbe sofferto di epilessia. È possibile che Britannico potesse aver sofferto
di epilessia perché vi soffriva già Caligola ed era abbastanza diffusa questa malattia all’interno dei
giulio-claudi che tendono a contrarre matrimoni endogamici. In linea di principio non si può escludere, ma si
può escludere che l’epilessia abbia a che vedere con la morte di Britannico, il quadro che ci descrive Tacito
non è compatibile con una crisi epilettica: c’è la perdita progressiva di coscienza e possibilità di articolare la
parola ma mancano le convulsioni, in assenza di convulsioni non si può parlare di una crisi epilettica che è
comunque un disturbo della trasmissione degli impulsi elettrici. È difficilissimo trovare una tipologia di
veleno compatibile con il quadro di Tacito, tra l’altro Nerone si sarebbe servito ancora di Locusta, che aveva
fatto graziare dopo che era stata accusata di essere stata l’autrice dell’avvelenamento di Claudio (secondo
Tacito l’avrebbe fatta graziare perché se ne voleva avvalere per ulteriori avvelenamenti. Quello che colpisce
193
della narrazione di Tacito è che mentre Britannico sta morendo, Agrippina fissa terrorizzata Nerone. Tacito
vuol far emergere il dato questa volta dell’inconsapevolezza della madre, questa volta Nerone avrebbe
agito da solo e la madre non ne sarebbe stata a conoscenza perché non avrebbe avallato l’omicidio di
Britannico. Se si crede all’avvelenamento non resta che pensare a un veleno che ha un’azione neurologica
e una morte veloce e non traumatica. Viste le conoscenze delle piante officinali dell’epoca si potrebbe
pensare a una pianta delle Solanacee, una sorta di veleno imparentato con le Atropine. Nerone è ancora
fermamente sotto il controllo della madre, a qualche mese dall’incoronamento e con la madre
inconsapevole: è una quadro che non ha alcuna plausibilità dell’avvelenamento. Dopo la morte di Claudio,
un’eventuale morte di Britannico veramente ordita a tavolino e attuata con il veleno non avrebbe offerto
nessuna garanzia a Nerone e alla madre di potersela cavare, i pretoriani non l’avrebbero accettato. Nerone
anche in politica è completamente assoggettato in questi primi cinque anni alla madre, a Seneca e a Burro,
non si sarebbe mai permesso una simile iniziativa. Nerone è assolutamente tranquillo e questo fa pensare
alla sua estraneità, se fosse stato consapevole avrebbe reagito in maniera completamente opposta, certo
dell’inesorabilità del veleno si sarebbe mostrato preoccupato e solerte nel soccorrere Britannico, invece
proprio come se non fosse consapevole di quello che succedeva fa finta di niente. Proprio in questa
tranquillità si può desumere l’inconsapevolezza di Nerone.

Seneca nel 55/56 compone il trattato De clementia, in questo momento Seneca incarna quell’ideale delle
filosofie ellenistiche del filosofo saggio che partecipa al potere nel tentativo di rendere saggio il potere
stesso (ideale delle filosofie ellenistiche, escluso il cinismo e compreso l’epicureismo). Fa ridere il quadro
che spesso viene divulgato dell’epicureismo incompatibile con il potere: lo stesso Cesare era epicureo,
Epicuro stesso era consigliere di Demetrio del Falero, già il fondatore già il fondatore dell’epicureismo
consiglia un principe, un regnante. Le filosofie ellenistiche con l’unica eccezione del cinismo si astengono
alla partecipazione alla vita politica quando questa causa turbamenti o prevede il coinvolgimento di un
governo censurabile, altrimenti l’ambizione del filosofo è proprio quella di consigliare un principe, ideale già
adombrato da Filodemo di Gadara. In questo trattato Seneca teorizza il modello del buon re che esercita un
potere pregevole, positivo, ma ha quel titolo: Cesare stesso non osò mai per la sua disponibilità a
perdonare i nemici il termine “clementia” che è Cicerone a coniare e Cesare lo sopportava (la clementia si
adoperava nei confronti di chi ritieni inferiore, lo puoi graziare). Un principe clemente sceglie di risparmiare
chi considera inferiore, già questa scelta di piano era estranea alla tradizione romana e dava la misura di
un rapporto che era cambiato con i principes che sono ormai troppo in alto rispetto all’aristocrazia senatoria
e al resto del popolo. Seneca con il suo trattato esplicita questa trasformazione nel rapporto che già era
molto lontana dal piano su cui l’aveva immaginato Augusto.

Fra il 55 e il 59 Nerone comincia a manifestare una certa autonomia in relazione al piano sentimentale: ha
2 grosse passioni, la prima è irrealizzabile dal punto di vista della trasformazione della passione stessa in
un legame ufficiale, è la passione per la liberta Atte: era fuori questione che un princeps potesse legarsi a
una liberta. La madre Agrippina comincia ad entrare in contrasto con il figlio prorio perché ormai
platealmente Nerone comincia a mancare di rispetto a Ottavia. Agrippina è fortemente decisa a preservare
il matrimonio fra Nerone e Ottavia, non è ancora completamente sicura che la posizione dei figlio sia
stabile, teme le manovre da parte dell’aristocrazia che avrebbe preferito Britannico, dunque guarda con
estremo sfavore tutte le manifestazioni di autonomia di Nerone soprattutto sul piano sentimentale. ll colpo
di grazia sulla possibilità di confermare Nerone fedele a Ottavia venne quando si innamorò di Poppea
Sabina, moglie di Salvio Otone (futuro imperatore di Roma e prima governatore della Lusitania), donna
dell’alta aristocrazia e dunque potenzialmente perfetta anche come moglie. Qui i contrasti tra Agrippina e
Nerone dovettero essere aspri: non per un senso morale della madre, semplicemente perché la madre
vedeva un potere ancora da consolidare laddove Nerone si sentiva progressivamente sempre più sicuro.

194
Nerone caccia la madre da palazzo e la manda a vivere in casa con una parente. Agrippina viene
allontanata dalla corte, è un primo grosso contrasto tra Nerone e la madre. Nel 59 Nerone si convince che
la presenza sulla scena non solo della madre ma anche di Seneca e Burro avrebbero costituito un ostacolo
per la sua autonomia politica, sta per volgere al termine il cosiddetto quinquennium felix. Nerone comincia
a voler dare sfogo a quella che era la sua vera natura e alle sue reali inclinazioni, del tutto opposte rispetto
a quello che lo avevano costretto ad essere fin’ora. Nerone non era filosenatorio, al contrario guardava al
popolo. Nerone non era compassato e circospetto, al contrario era estroso e voleva dare libero sfogo al
suo talento artistico e letterario, voleva fare una vita completamente diversa, con linee politiche
completamente opposte rispetto a quelle in cui era stato ingabbiato dal triumvirato Agrippina, Seneca e
Burro. Il primo obiettivo lo individua nella madre: Nerone si convince che doveva essere eliminata. Secondo
le fonti ne era consapevole, gli astrologi caldei gliel’avrebbero predetto molto tempo prima: “porterai tuo
figlio all’impero ma lui ti ucciderà”, ma Agrippina avrebbe risposto “mi uccida pure purché regni”. Le fonti
hanno distrutto la memoria di Agrippina minore, altresì abbiamo moltissimi particolari perché Agrippina
Minore compose dei Commentarii, a cui Tacito dichiaratamente attinge, era un’opera molto conosciuta,
l’episodio della mela di Agrippina lo conosciamo proprio grazie ai Commentarii della figlia, Agrippina
Minore. In questi Commentarii abbiamo la descrizione a cui Tacito attinge (chiaramente i Comentarii non ci
sono giunti, Tacito si per queste parti) di particolari che colpiscono fatalmente il senso morale degli uomini
contemporanei. Uno storico nel momento in cui fa storia non giudica, quindi Nerone può essere stato un
figlio ingrato e un imperatore, il primo aspetto di figlio ingrato può interessare lo storico solo se ci spiega
meglio il secondo aspetto di imperatore, altrimenti non deve interessare lo storico che non dà giudizi morali.
Si lascia al lettore la ovvia conclusione di quello che si è ricostruito, il punto di vista morale non deve
entrare a far parte delle narrazioni della storiografia moderna contemporanea né nel bene né nel male, lo
storico deve ricostruire eventi in maniera metodologicamente plausibile, il vero non esiste, non esiste una
verità, esiste la plausibilità dei vari fattori storici che è data da vari fattori, non ultimo le epoche e i filtri della
contemporaneità che rileggono i fatti. deve dare una ragione di quello che si legge - le epoche esercitano
un determinismo anche nelle ricostruzioni storiche. Si vede Agrippina disperata perché capisce che Nerone
si sta svincolando da lei che a un certo punto prova perfino quella carta che gli era riuscita con tantissimi
uomini prima anche con il figlio, prova a sedurlo nel momento in cui era ebro. Nerone stava cedendo alla
bellezza impareggiabile della madre se non che se ne accorge Seneca e capisce che un incesto con la
madre sarebbe stato fatale a Nerone che convoca la liberta Atte che porta via Nerone con le lusinghe che
su di lui esercitava a propria volta. Questo quadro non può essere letto alla lettera ma va contestualizzato
nel senso di un’Agrippina disposta a tutto e di una crisi della sua presa sul figlio motivata anche da
dissapori in relazione al legame con Ottavia e alla presenza a corte di Atte e di Poppea Sabina. Lo stesso
Seneca in questo aneddoto non irrompe sulla scena, conscio anche lui che la sua presa su Nerone stava
venendo meno e ricorre ad Atte. Ogni particolare deve fungere ai nostri occhi per una spiegazione
compatibile e autorizzata a prescindere dalla lettera, dai riferimenti e dalle azioni descritte.

Nerone decide di farla finita con la madre. Nerone nel momento in cui decide di uccidere la madre,
esattamente come Tiberio quando decide di eliminare Macrone deve meditare a un piano che funzioni
perché potrebbe rivelarsi altrettanto pericoloso per se stesso. Esclude di avvalersi dei pretoriani perché:

-​ si sarebbe dovuto agire a Roma e non ha il coraggio di uccidere Agrippina davanti ai romani;
-​ Agrippina Minore è la figlia di Germanico e Nerone è sicuro che i pretoriani non ne avrebbero
eseguito l’ordine.

L’omicidio e il matricidio deve avvenire lontano da Roma e bisogna avvalersi di reparti non legati alla casa
di Germanico, alla tradizione della domus giulio-claudia.

195
Nerone decide di approfittare della festa delle Quinquatrie che avrebbe celebrato in Campania a Baia
presso la costa vicino a Capo Miseno. Lì avrebbe potuto avvalersi di un corpo militare i cui comandanti
erano di bassa estrazione, liberti, come il caso della marina militare: la flotta di Capo Miseno comandata dal
liberto Aniceto. Proprio al liberto Aniceto e ai centurioni di marina della flotta di Capo Miseno (una delle due
che circondano l’Italia, l’altra è a Classis), Nerone si rivolge spiegando cosa intendeva fare e come avrebbe
dovuto essere portato a termine. Bisognava portare la madre a Baia per quelle feste e durante il ritorno
organizzare il naufragio della madre. Nerone scrive alla madre Agrippina prospettandole una
conciliazione, giurandole che aveva messo da parte ogni dissapore e che intendeva riaccoglierla nella
propria confidenza. Agrippina non sospetta nulla, si reca a Baia dove si tiene lo svolgimento della festa,
dopodiché Nerone nel momento in cui la madre va a imbarcarsi per tornare nella sua villa presso il lago
Lucrino vicino a Capo Miseno l’abbraccia e la fissa intensamente per l’ultima volta. La madre inizia la
traversata con l’amica Acerronia, com’era stato organizzato crolla il soffitto della copertura della nave. Il
crollo è abbastanza brusco, la nave perde stabilità e Agrippina e Acerronia finiscono sulle acque del Mar
Tirreno. Agrippina è salvata dal tradimento dell’amica Acerronia perché nel buio della notte (non c’è alcun
tipo di illuminazione), comincia a urlare “salvatemi sono Agrippina”, alchè i centurioni di marina con i remi
colpiscono e spingono a fondo Acerronia dimenticandosi della vera Agrippina che a nuoto, era stata ferita
solo a una spalla, riesce ad arrivare a riva.

Agrippina capisce quello che era successo, manda una lettera al figlio annunciandogli che grazie agli dei
era riuscita a scampare a un naufragio. Nerone piomba nella disperazione più profonda, la situazione è
drammatica, convoca immediatamente Seneca e Burro dicendo che cosa doveva fare, Burro non sa cosa
rispondere, il timore è che Agrippina avrebbe denunciato il naufragio al popolo, al Senato e soprattutto ai
legionari. Seneca mantiene una freddezza lucida, capisce che Agrippina deve morire velocemente prima
che la cosa venisse diffusa. Seneca fa una domanda diretta ad Afranio Burro: “pensi che i pretoriani
possano toglierci l’impaccio ammazzando Agrippina?” La risposta del prefetto del pretorio Burro è
tranchant: “assolutamente no”, i pretoriani non colpirebbero mai la figlia di Germanico. Nerone aveva visto
giusto quando aveva concepito il piano. Quindi Seneca dice che non c’era altra strada che passare ancora
per il liberto Aniceto e per la marina militare, riconvoca Aniceto e spiega la situazione drammatica, decide
di rimediare al primo fallimento. Aniceto e alcuni centurioni di marina si precipitano nella villa di Agrippina
sul lago Lucrino e irrompono. Agrippina capisce che erano venuti per ucciderla e chiese un’unica cortesia ai
sicari: “colpitemi qui” mostrando il grembo con cui aveva partorito Nerone e così morì la figlia di Germanico.
Vennero sottaciute le modalità con cui era morta e venne avvalorata la tesi del naufragio accidentale.

Era il primo passo della svolta indipendentista di Nerone: intendeva liberarsi anche di Burro, di Seneca e di
Ottavia, la moglie che non amava a cui un anonimo avrebbe dedicato l’unica praetexta che ci è giunta per
intero della letteratura latina, l’Ottavia.

Nerone dopo il matricidio imbocca una linea apertamente filo polare, in parallelo al suo distanziarsi dal
Senato e a dare libero sfogo a quella vena di artista che era convinto albergare dentro di sé. Istituisce due
feste, in realtà la prima Iuvenalia c’era già (gli Iuvenalia erano l'ingresso ufficiale di un adolescente mascio
nella società e coincideva con il taglio della barba). Nerone la trasformò in una festa pubblica, un
momento di festeggiamento pubblico, quasi una sanzione ufficiale di ingresso di società che si
accompagna e precedeva la prima volta che un ragazzo indossava la toga. In questa festa Nerone si
esibisce suonando la cetra, circondato dagli augustiani (sono cavalieri scelti, pagati in maniera
estremamente profumata che oltre ad accompagnare queste manifestazioni poetico-artistiche costituivano
una guardia del corpo parallela dell’imperatore, dietro l’innocuità del contorno di cui Nerone si circondava
c’erano scopi e necessità più recondite). Istituisce una festa quinquennale, i Neronia, consisteva in una
serie di competizioni tanto sportive quanto musicali e poetiche. Anche in ambito di letteratura abbiamo il
196
racconto di molte sfide che Nerone lanciava agli stessi poeti, era convinto di avere un talento poetico e
artistico: era un modo per presentarsi in maniera anticonformista più vicina alle aspettative della gente. Gli
imperatori maledetti (Nerone, Caligola, Domiziano) sono tutti estremamente amati dal popolo (gli
imperatori del 69 quando volevano catalizzare su di sé un po’ di consenso da parte del popolo di Roma
rialzano le statue di Nerone, quindi così odiato da tutti non doveva essere, ancora alla fine degli anni 70 in
Oriente c’è una sollevazione giustificata con una presunta apparizione di un falso Nerone che non sarebbe
morto ma si sarebbe rifugiato in Oriente e chiamava alla ribellione alcuni popoli, Nerone aveva un’ampia
base di consenso, il problema è che non era la platea senatoria che è quella che ha scritto la storia e ci ha
presentato Nerone come un pazzo diabolico allo stesso modo di Caligola, in parte anche di Tiberio e di
Domiziano).

Nel 67 l’imperatore fece un viaggio in Grecia, intendeva partecipare alle Olimpiadi, ovviamente tutto viene
organizzato perché vincesse ad ogni competizione a cui prendeva parte.

Nel 62 Nerone ripudia ufficialmente Ottavia e sposa Poppea Sabina, parallelamente alla morte del liberto
Antonio Pallante, uno dei più autorevoli liberti alla corte di Claudio. Nello stesso 62 c’è l'allontanamento di
Seneca. Seneca aveva capito che Nerone non tollerava più la sua presenza a corte, quindi prima di essere
messo a morte fa un discorso a Nerone che si ricollegava a quello che Mecenate avrebbe fatto ad Augusto
quando lasciò la direzione del circolo al ritorno dalla missione orientale di Augusto del 20/19. Gli chiese di
potersi dedicare a una vita ritirata di studi, su l’esempio di Mecenate che ha fatto questo discorso ad
Augusto ma i due sono rimasti amici a tal punto che Augusto si disperò quando morì Mecenate, Seneca
auspicava una medesima situazione tra lui e Nerone. Nerone capisce ma la cosa conveniva anche a lui
(evitare un altro omicidio) e quindi Seneca sembra riuscito a ritirarsi in modo incruento per lui dalla scena.
Burro muore nel 62 di morte naturale e Nerone non ha più quelli che erano stati i suoi punti di riferimento
ma soprattutto di controllo della prima parte del suo regno. I nuovi prefetti del pretorio furono Ofonio
Tigellino e Fenio Rufo. A Nerone non era piaciuto molto il rifiuto netto che i pretoriani avevano opposto
alla sua richiesta eventuale di eliminare Agrippina.

Quello di Nerone è un principato che non si contraddistingue in maniera marcata per le imprese militari e le
conquiste, ma l’ultima parte del principato di Nerone comporta alcune guerre:

-​ nel 58 c’è una rivolta nel contesto della Britannia, abbiamo Boudicca, regina degli Iceni, una vera e
propria Virago, che si mette alla testa di un tumulto contro le legioni d’istanza sull’isola. La rivolta
viene brutalmente domata nel giro di 4 anni da uno dei più grandi generali del I secolo d.C, già
vincitore in Mauritania, Svetonio Paolino. La repressione fu estremamente cruenta e a forti
rimostranze nei confronti del predominio romano;
-​ nel 58 c’è una spedizione contro i Parti alla testa di Domizio Corbulone, è una campagna che vede
in un primo momento un’affermazione abbastanza facile dei legionari, con l’espugnazione della
capitale partica Tigranocerta. Roma come quasi sempre quando sconfigge i Parti insedia un
sovrano favorevole a sè nello stato cuscinetto di Armenia, Tigrane V. Tigrane V cominciò a
insediare lo stesso impero partico che andò a lamentarsi con Roma, Roma cercò di attaccare a sua
volta i Parti ma venne sconfitta. Le mosse avventate di Tigrane che attaccò l’Adiabene e un
insuccesso romano nel 62 determinarono i Parti a chiedere a Roma di riconoscere Tridate come re
d'Armenia: Nerone acconsentì, ma l’investitura doveva avvenire a Roma (66). I romani hanno
ancora il limite di non essere adeguatamente equipaggiati per far fronte alle grandinate di frecce
degli arcieri partici. La lorica armata, la corazza che hanno ancora i legionari, non è funzionale, non
sempre riesce a reggere l’urto delle frecce partiche, spesso perfino avvelenate e non offre la
possibilità riutilizzare quando strappate le frecce stesse, questo comporta la necessità di evitare
scontri sui terreni preferiti dai romani, (ampie pianure senza ostacoli naturali) e costringe a ripiegare
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sui territori montani che limitano molto l’operatività delle legioni e soprattutto la loro impareggiabile
supremazia nel corpo a corpo. Questo provoca una serie ad esiti alterni ancora in questi decenni, il
problema sarebbe stato superato sotto gli imperatori spagnoli, soprattutto sotto Traiano che fece
una vera e propria passeggiata durante la sua spedizione orientale comprese le guerre con i Parti.
Alla fine Parti e Roma addivengono a un’intesa, i Parti impongono come nuovo re Tiridate ma
avrebbe dovuto recarsi a Roma e chiedere a Nerone l’autorizzazione ad essere re, una sorta di
cerimonia. Nel 66 Tiridate venne investito da Nerone come re d’Armenia.

Nerone non era un imperatore in primo luogo con la vocazione bellica, non è un soldato, non ha mai
combattuto una guerra e non è interessato più di tanto all’espansione dell’impero, uno degli errori di Nerone
sarebbe stato quello di essersi coltivato le legioni laddove Tacito avrebbe attribuito ai legionari un peso
politico sempre crescente.

RIFORMA DEI PESI E DELLE MONETE

Nel fronte interno c’è una riforma estremamente importante che avviene nel 64: la riforma dei pesi e delle
monete.

A Roma c’è una circolazione pluri metallica delle monete: monete d’oro (aurei), d’argento e di bronzo. Le
classi alte (l’aristocrazia senatoria) tende a utilizzare e quindi a tesaurizzare le monete d’oro, laddove le
classi medie e basse tendono ad utilizzare le monete d’argento e sono pagati in moneta d’argento, a
cominciare dai soldati pagati in denari. Non ci sono monete con un solo metallo. Una moneta per
definizione ha un valore di mercato (valore che gli viene assegnato) e un valore intrinseco (nel caso delle
nostre banconote è un valore convenzionale: quante riserve auree ci sono nei forzieri dell’autorità che ha
emesso quella banconota per garantirne il valore). Nel caso della moneta antica, il rapporto è
immediatamente evidente: il valore intrinseco è quanto pesa una moneta, quanto metallo prezioso
contiene quella moneta. Il valore di mercato è il valore che si fa finta che abbia, indipendentemente dal
peso, è il valore convenzionale che per convenzione ha.

L’aureus fino a quel momento ha di metallo prezioso fino a 7,70 grammi, Nerone lo svaluta a 7,30 grammi
(ci mette meno ora, quindi il valore intrinseco è 7,30, il valore convenzionale continua ad essere 7,70, si fa
finta che quella moneta abbia 7,70 grammi d’oro ma in realtà il valore intrinseco di oro che contiene è 7,30).
Un denarius pesa in teoria 3,70 grammi d’argento in teoria ma in pratica viene svalutato e di metallo
prezioso (argento) contiene soltanto 3,25 grammi.

1 aureus di 7,70 gr d’oro è ridotto a 7,30 gr d’oro

1 denarius di 3,70 gr d’argento è ridotto a 3,25 gr d’argento

ma il rapporto di cambio resta sempre 1 aureus = 25 denarii: con la stessa quantità di argento si compra
una stessa quantità di ora, pur essendo l'argento stato svalutato del 12%, mentre l’oro solo al 5%. Chiaro
vantaggio dei ceti medio-bassi possessori di monete d’argento.

Questa riforma favorisce i ceti medi-bassi, dunque è in linea con la svolta filo polare di Nerone, il rapporto
di cambio resta lo stesso, i cambiavalute devono sempre corrispondere: per ogni aureus 25 denarii, il
rapporto è sempre 1:25 fra oro e argento. Quindi con gli stessi 25 denariii si ottiene sempre in cambio una
moneta d’oro anche se il denarius è stato svalutato del 12%, l’oro soltanto del 5%. Questa svalutazione per
l’argento è stata doppia fa guadagnare i ceti medio-bassi perché con monete che contengono il 12% di
argento in meno, ottengono oro svalutato soltanto del 5%.

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Implicazioni di questa riforma seguita da tutti gli imperatori fino alla fine del III:

-​ chiaro vantaggio per lo Stato che quando deve coniare monete ha bisogno di meno metallo
prezioso, a quelle monete si dà un valore convenzionale superiore alla quantità di metallo prezioso
che effettivamente contengono;
-​ si avvantaggiano i ceti medi e bassi che cambiano i soldi guadagnano più del 5%.

Il problema si ha quando si va a commerciare con popoli stranieri. C’è una legge che da secoli domina la
circolazione delle monete, la legge di Gresham: “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Se una famiglia
romana o un popolo straniero del tempo, con le monete d’argento deve conservarne o tesaurizzarne una
parte e spenderne un’altra parte, quale sceglie di spendere e quale di tesaurizzare? Ovviamente
tesaurizzeranno le monete coniate sotto Augusto, Caligola, Tiberio e Claudio perché c’è più argento e si
libereranno di quelle che sanno contenere meno argento, approfittando del valore convenzionale che in
quel momento è riconosciuto alla moneta. Quindi si ritrovano sempre monete precedenti alla svalutazione
perché sono quelle che si prestavano per eccellenza ad essere tesaurizzate, mentre le altre venivano
spese, la stessa cosa per i popoli stranieri. È una politica che implicava un’ulteriore conseguenza che è tra
le cause dell’ostinazione di alcuni imperatori, per esempio lo spagnolo Traiano per fare le guerre in Dacia.
Una politica di questo tipo implica deprezzare l’oro perché si punta sul denarius, quindi Roma deve essere
inondata sempre da grandi quantità d’oro che per aumentare l’offerta deve migliorare il valore: ecco il
motivo principale dell’ostinazione degli imperatori a fare guerra alla Dacia, una delle regioni più ricche di
miniere d’oro

INCENDIO DI ROMA

Il 18 luglio del 64, lo dice lo stesso Tacito “forte” (“per caso”), a Roma scoppia un incendio. Potrebbe
essere stata colpa di Nerone, dice Tacito, ma potrebbe essere anche stata colpa del caso. Le città antiche
pullulano di legname e al tramonto del sole di torce, fiaccole, la miscela è esplosiva (non a caso l’incendio
scoppia nella seconda parte di luglio: temperature alte). Fiaccole accese e tanto legno nelle strade e nelle
case. Scoppia un incendio che fa bruciare tutta la zona in cui sorgeva il Palatino tra gli altri edifici. Qui le
fonti sono sbizzarrite, hanno immaginato Nerone che si mette in cima alla torre di Mecenate cantando la
presa di Troia, Nerone che avrebbe incendiato la città perché voleva esserne l’ultimo imperatore,
naturalmente sono calunnie. L’imperatore in realtà stava sulla torre di Mecenate perché è accorso
prontamente dalla costa, si era messo a dirigere in prima persona le operazioni disperate delle corti di vigili
che cercavano di spegnere l’incendio.

Nerone venne accusato di aver incendiato Roma perché si espose alla risposta sfavorevole del cui bono.
Ravilla, giurista del II secolo a.C., chiedeva sempre il cui bono (“chi ci ha guadagnato di più?”). Nerone è
quello che ha guadagnato di più dell’incendio di Roma perché ha commesso l’errore di comprare a un
prezzo stracciato tutta la zona che si era bruciata e sulla quale fa costruire una statua colossale di sé
stesso, il famoso Colosso, e il terreno su cui fece sorgere la Domus Aurea (una casa fantascientifica con
affreschi, congegni ecc.). Tutto questo era costato molto poco all’imperatore perché la zona era
completamente arsa, dunque l’opposizione ebbe facile gioco nell’inchiodare Nerone a questa speculazione
edilizia.

Le voci erano persistenti e sgradevoli, per cui Nerone ebbe l’idea di trovare qualcuno sul quale stornare il
sospetto per aver incendiato Roma. Andò a parare la colpevolezza sui cristiani, questi personaggi che si
astenevano alla vita politica, si rannavano entro catacombe, si chiamavano fratelli e sorelle, evitavano i
contatti con gli altri tanto da essere accusati dell’odio del genere umano, bevevano il sangue di Cristo e ne
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mangiavano le carni, erano ritenuti personaggi capaci di tutto e Nerone li manda ad arrestare. Erano
persone i cui comportamenti li configuravano agli occhi dei contemporanei come personaggi strani, capaci
di tutto ed estranei alla società. Com’era costume per le pene dei ceti umili vengono mandati a morte in
pasto alle belve (leoni, tigri…) Fino al giorno prima i cristiani sono detestati ma nessuno fa loro del male,
quando si cerca un colpevole per l’incendio d Roma, Nerone fa arrestare i cristiani e li condanna a morte,
quindi la condanna a morte non è dovuta al fatto che erano crìistiani ma perché sono accusati di aver
incendiato Roma (crimine previsto dal codice penale: tentata strage o strage). Nerone cerca un capro
espiatorio credibile. Se Nerone può convincere i romani che i cristiani possono essere stati capaci di fare
quello significa che i cristiani erano conosciuti, si sapeva di chi si trattava. Erano già noti i cristiani così
tanto da convincere i romani della loro colpevolezza? Le fonti pagane sembrerebbero in parte confermare
questa possibilità che alcuni studiosi come Marta Sordi hanno ipotizzato che Petronio in certi segmenti del
Satyricon compia una parodia consapevole del Vangelo di Marco: per esempio nell’episodio del gallo che
canta, nella vicenda della matrona di Efeso o riferimenti espliciti e non parodici nel caso dell’unzione di
Betania. Non è l’unico, abbiamo anche l’Ercole di Seneca tragico che ricorda come tutto tornerà in cenere,
o Silio Italico che è il primo autore in cui la morte in croce non è riservata agli schiavi ma ai grandi
personaggi. A quell’epoca la comunità petrina di Roma era arrivata alla notorietà. Siamo anche engli anni in
cui lefonti attribuiscono autenticità a un epistolario apocrifo tra Seneca e San Paolo e in cui a corte Poppe
Sabina cerca di fare proselitismo giudaico che, secondo la stessa Sordi, avrebbe prodotto l’Editto di
Nazaret (62) con cui si colpivano con la pena di morte tutti coloro che avessero profanato un sepolcro.

Ci sono congiure contro Nerone ordite dall’aristocrazia che si vedeva estromessa dai giochi. Nel 65 muore
Poppea, mentre aspettava un secondo figlio dopo già che aveva visto morire una bambina dopo pochi mesi
di vita.

Nel 65 c’è anche la celebre congiura di Pisone in cui muoiono molti autori della letteratura latina, lo stesso
Seneca deve suicidarsi, Lucanio ecc. Questa congiura, le cui fila avrebbero intessuto i membri di una
famiglia dell’alta aristocrazia, era coinvolto anche uno dei due prefetti del pretorio, Fenio Rufo (condannato
e al suo posto va Ninfidio Sabino). Al di là delle congiure ordite da famiglie potenti per cambio al vertice del
principato è molto forte anche l'opposizione dei filosofi che sarebbe perdurata per un quarantennio e
avrebbe angustiato anche Domiziano. In particolar modo, i filosofi stoici e ancor più i cinici, sono ostili non
tanto al principato (l’istituzione in sè); ma al principato dinastico, cioè il fatto che il potere (implicitamente e
non ufficialmente) si tramandasse all’interno della stessa dinastia.

GUERRA DI GIUDEA

Nerone deve affrontare nell’ultima parte del suo principato alcune guerre, una guerra estremamente
pericolosa è la guerra che scoppia in Giudea. Dopo il 44 e la morta di Agrippa I di Giudea a cui Caligola
aveva affidato il regno e Claudio glielo confermò, la Giudea torna provincia equestre (Roma riteneva che la
situazione fosse tornata alla tranquillità dopo i turbolenti susseguenti alla predicazione e alla condanna di
Gesù). Negli anni 60 c’è un governatore equestre con il grado di procurator che esacerba la popolazione
con l'inasprimento della fiscalità. Addirittura il procurator Gessio Floro confisca il tesoro del tempio di
Jehova a Gerusalemme.

A metà degli anni 60 c’è un’insurrezione promossa dalla setta nazionalista degli zeloti, questa volta sono
guidati da Elezaro Ben Shimon che attacca gli auxilia a disposizione di Gessio Floro (la Giudea è provincia
equestre quindi non ha legioni d’istanza e come dopo la condanna di Gesù devono ristabilire l’ordine
pubblico le corti degli auxilia della X Fretensis) e non ce la fanno. Come da protocollo, anche questa volta
irrompono in Giudea le legioni della provincia imperiale di Siria che non riescono a stabilire l’ordine, c’è
200
quasi una legione intera, la XII Fulminata, sbaragliata durante la spedizione in Giudea, non hanno miglior
sorte i contingenti che l'accompagnavano, cioè alcuni reparti della VI Ferrata e della III Gallica. Nerone
deve dislocare sul posto alcune legioni, la V Macedonica, poi sposta dalla Siria la X Fretensis di cui gli
auxilia erano già lì, era una delle legioni che aveva sconfitto i Parti nel 59 e poi dall’Egitto fa correre un’altra
delle legioni che avevano sconfitto i Parti nel 59, la XV Apollinaris. La guerra viene affidata a un
comandante (legatus legionis) Flavio Vespasiano, porta anche il figlio Tito avuto nel 39 a cui viene affidata
questa guerra giudaica. Anche i contingenti prendono parte a questa guerra durissima e soprattutto si
distinguono per numerosità i contingenti che invia Antioco IV di Commagene e anche Erode e Agrippa II
della stessa Giudea. Comincia così la I guerra giudaica che avrebbe segnato un solco molto profondo tra
il giudaismo, fino a quel momento tollerato e Roma. I cristiani furono molto bravi a dissociarsi subito dai
giudei e così da quel momento poterono essere nitidamente distinti dai Giudei. Nel 67 Nerone in Grecia va
a vincere le Olimpiadi e decreta la libertà della Grecia, voleva togliere lo stato di provincia alla Grecia
stessa. Corbulone viene convocato improvvisamente a Corinto e Nerone lo fa uccidere, lo mette a morte.
È possibile che fosse stato invischiato in delle trame contro l’imperatore. Da quel momento anche gli altri
governatori provinciali, sia quelli che potevano aver fatto la stessa cosa di Corbulone, sia quelli che non
avevano fatto niente, si sentivano comunque appesi a un filo. L'imperatore ormai era raggiunto in aperto
contrasto con l'alta aristocrazia senatoria ed era in atto un giro di vite. Nerone sopravvalutò la sua
possibilità di avviare un cosrso politico di questo tipo in continua sfida con il Senato, era stato il corso
politico fatale per Caligola. Un’azione del genere, di convocare un senatore di così alto lignaggio come
Corbulone, è un sfida che l’aristocrazia senatoria non perdona. Subito ci sono moti anti neroniani nelle
province occidentali.

C’è una prima ribellione da parte di Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, che con alcuni
reparti locali si ribella a Roma e non riconosce più Nerone. Nerone riesce ad arginare la situazione e fa
arrivare dalla provincia più vicina, la Germania Superior, le legioni alla testa del comandante Virgilio Rufo.
Bastò una sola legione della Germania Superior, la XXI Rapax, per riprendere il controllo della situazione.
La XXI Rapax non ebbe nemmeno bisogno di attendere l'arrivo della neocostituita Legio I Italica (legione di
soldati scelti per una spedizione orientale che Nerone spaventato disloca dalla Mesia alla Gallia
Lugdunense, la cui altezza non doveva essere inferiore a 1,80 m- per l’epoca si tratta di altezze
eccezionali, un legionario medio è alto 1,68 m e un uomo medio 1,62/63 m). Questa legione si ferma
momentaneamente nella Gallia Lugdunense (comincia ad entrare nel vivo il “Risiko” delle legioni che
contraddistinguerà gli anni 68/69, perché ognuna di queste legioni prende una posizione, si spostano in
questi anni). La rivolta era stata solo momentaneamente domanda, quello che aveva fatto Giulio Vindice
venne replicato dal governatore della Spagna Tarraconense, Servio Sulpicio Galba, che insorge e con i
legionari di stanza nella Tarraconense, la VII Gemina, marcia verso Roma ottenendo l’adesione anche del
governatore della Lusitania, Salvio Otone. Il Senato prende atto della rivolta, lo stesso Virgilio Rufo
governatore della Superior che in un primo momento ha agito a favore di Nerone, comunica la sua
adesione alla rivolta contro Nerone. Il Senato non può che dichiarare Nerone decreto e lo fa dichiarare
nemico dello Stato, hostis publicus.

Le fonti hanno naturalmente descritto la morte di Nerone come la morte di un pavido pieno di sè. Il Senato
lo avrebbe condannato, secondo Svetonio, alla pena dei padri. Svetonio ritiene di essere credibile nel
momento in cui ci dice che Nerone non sapesse in cosa consisteva (essere appesi a un albero infelix e
colpito dalle verghe fino alla morte). Nerone spaventato dalla prospettiva decide di suicidarsi ma non ne è
capace, tira fuori la spada ma non ha il coraggio di metterla in gola e chiede l’aiuto dei pochi amici che lo
circondavano mentre stava fuggendo da Roma. Nessuno è disposto ad aiutarlo e avrebbe esclamato: “è
possibile che non ho né un amico né un nemico?”. Riesce con l'aiuto di un amico a suicidarsi e le ultime

201
parole che avrebbe pronunciato che ci conserva Svetonio sempre attentissimo alla categoria degli ultima
verba (Caligola “io vivo ancora”), sarebbero state: “Qualis artifex pereo”, “quale artista muore con me!”.

GALBA

Con la morte di Nerone finiva la dinastia giulio-claudia, non c’era un successore indicato e cui comunque il
Senato avrebbe scelto di attenersi. La soluzione immediata parve quelle di elevare al principato, da parte
del Senato, proprio il governatore della Spagna Tarraconense Servio Sulpicio Galba, un anziano senatore
(era stato il legatus legionis che Caligola si portò in Germania). Ormai anziano, scommettevano sul fatto
che avrebbe avuto una vita breve e che tutto presto sarebbe tornato in discussione. Galba non avrebbe
potuto insediare una dinastia ma avrebbe dovuto scegliere con molta sagacia la persona da avviare alla
successione, perché prefigurando la stabilità dell'impero avrebbe dato stabilità anche agli anni che gli
rimanevano da regnare, come avrebbe fatto Nerba nel momento in cui adotta Traiano. Galba sbagliò la
scelta della persona da prefigurare implicitamente come successore. Questo sarebbe stato pagato in
termini di una nuova inopinata guerra civile dopo che dalla Repubblica non se ne erano avute più.

202
Lezione XXIV – 23/04/2026
Tacito, Historiae 1, 4

La fine di Nerone come era stata lieta nel primo impeto di coloro che esultavano, così aveva messo in moto
vari stati d’animo non soltanto a Roma presso i senatori o presso il popolo o presso le milizie urbane, ma
anche presso tutte le legioni e i comandanti perché era stato divulgato un segreto dell’impero: che
l’imperatore potesse essere creato anche fuori da Roma.

→ anche negli accampamenti di provinciali con le legioni di stanza si poteva esprimere un


contro-imperatore, il cui potere era declamato dalle legioni. Inizia così la crisi politica del 68-89.

LA CRISI DEL 68-69 (non vuole sapere i nomi delle legioni, ma le dice per completezza!)

Servio Sulpicio Galba diviene imperatore il 9 giugno 68, è un imperatore anziano e debole, che sbaglia la
persona da adottare scegliendo Pisone Liciniano (10 gennaio 69), un giovane nobile privo di qualsiasi
potere e che non è nemmeno sollecito ad accattivarsi l’appoggio dei pretoriani aumentando il loro soldo.
Galba cerca di governare forte del favore del senato, ma nelle province di Germania Superior e Germania
Inferior viene acclamato imperatore Aulo Vitellio, legatus della Germania Inferior.

Nel 68-69 in Germania Superior ci sono 3 legioni: IV Macedonica, XXI Rapax (tornata calma davanti alla
minaccia di Germanico di portare via dall’accampamento Caligola), XXII Primigenia (fondata dallo stesso
Caligola nel 39). Nella Germania Inferior ci sono 4 legioni di stanza + 1 che si stava trasferendo in
Germania: I Germanica, V Alaudae (istituita da Giulio Cesare nel 52 a.C. per la lotta contro Vercingetorige;
andò anche in Spagna e prende il nome dalla regione dell’allodola, fedele a Marco Antonio seguendolo
nella campagna partica e ad Azio, poi inglobata nell’esercito augusteo), XV Primigenia, XVI Gallica, e la VI
Victrix (appena arrivata dalla Spagna per rinforzare la frontiera renana).

Le otto legioni di Germania a cui si aggiunge la I Italica (legione scelta di Nerone che si trovò in Gallia
Nubdunense dopo la repressione e la rivolta di Vindice) sfidano Roma, il resto delle legioni e l’imperatore in
carica acclamando un contro imperatore (sono gli eserciti che sia Nerone che Galba avevano trascurato).

A Roma, nel frattempo, Galba viene assassinato il 15 gennaio dai pretoriani, ancor prima che giungesse
la notizia dalle Germanie, e viene nominato imperatore Marco Salvio Otone, governatore della Lusitania
che si era associato a Galba contro Nerone. Cerca una dialettica con la famiglia dei Flavi che sta
conducendo per conto di Nerone la guerra giudaica e nomina prefetto Urbi Tito Flavio Sabino, fratello di
Vespasiano.

I legionari di Germania calano in Italia attraverso le Alpi Pennine (30.000 soldati alla testa di Cecina
Alieno, Legatus della legione IV Macedonica) e le Alpi Cozie (40000 soldati alla testa di Fabio Valente,
Legatus della legione I Germanica).

Soltanto a marzo, Otone decide di andare ad affrontare le legioni di Germania che stanno scendendo in
Italia: partiva svantaggiato poiché si trovava a combattere contro le legioni più forti dell’impero e in
condizioni inadeguate poiché può contare sui pretoriani (pochi soldati scelti), su reclute inesperte (I
Adiutrix) e sul poter comandare su Svetonio Paolino e il giuramento a suo favore delle legioni galbiane,
che avrebbe garantito che una volta arrivato al nord Italia sarebbe stato raggiunto dalle legioni della
Dalmazia (XI Claudia Pia Fidelis), della Mesia (VII Claudia e VIII Augusta) e dalla Pannonia (VII Galbiana
→ grazie alla quale Galba aveva marciato su Roma, XIV Gemina e XIII Gemina era arrivata). Galvanizzato
da un iniziale successo di Svetonio Paolino su Cecina Alieno, Otone non vuole aspettare l'arrivo delle
203
legioni, e contro il parere di Svetonio Paolino attacca battaglia con le coorti dei pretoriani e le sole legioni I
Adiutrix, e XIII Gemina, anche se sarebbe stato presto raggiunto da 50.000 uomini ritenendo superfluo il
dover aspettare. Il 14 aprile a Bedriaco, ad est di Cremona, le legioni germaniche sconfiggono l'esercito di
Otone, che due giorni dopo si suicida.

La discesa in Italia di Vitellio fu rapida ma lasciò sgomenti perché sembrava che stessero arrivando in Italia
dei nemici e non legioni romane a causa delle devastazioni portate avanti dalle stesse truppe. Il 19 aprile il
senato non poté che proclamare Aulo Vitellio nuovo imperatore di Roma.

A questo punto, bisognava mettere in piedi una coalizione e ci pensò Tito che stava arrivando a Roma per
congratularsi con Otone, ma informato della sua sconfitta e della proclamazione di Vitellio ad imperatore,
inverte la rotta e continua la guerra in Giudea. Qui decide di allestire una coalizione di legioni e di
governatori provinciali per spodestare Vitellio e proporre un nuovo candidato, individuato in suo padre
Flavio Vespasiano. Cerca l’appoggio finanziario di tutti e cura una propaganda per pubblicizzare l’immagine
del padre: era colui che si addormentava provocatoriamente mentre Nerone proclamava, che risanava i
malati e dava la vista ai ciechi.

Vespasiano sta conducendo la guerra assieme a Tito con alcune legioni (V Macedonica, XV Apollinaris →
istituita da Ottaviano quando doveva combattere contro Sesto Pompeo, X Fretensis → era stata dislocata
dalla Siria, e i reparti superstiti della XII Fulminata dopo il massacro del 66 a Beth Horon) che potevano
essere solo in minima parte in grado di fornire contingenti. Bisognava sondare i governatori provinciali
orientali e danubiani.

Il 1 luglio giura fedeltà alla coalizione di Vespasiano e Tito in nome del progetto volto a rendere
Vespasiano nuovo imperatore di Roma Tiberio Giulio Alessandro, prefetto dell’Egitto (2 legioni: III
Cyrenaica → istituita da Ottaviano, XXII Deiotariana). Si aggiunge alla coalizione un vecchio nemico di
Vespasiano Licinio Muciano, governatore della Siria (solo due legioni rimanenti: IV Scythica → anche se
era stata duramente battuta da una controffensiva partica, e VI Ferrata), Lucio Flaviano, governatore della
Pannonia (2 legioni: VII Galbiana → trasferita lì proprio da Galba imperatore, e XIII Gemina → sconfitta a
Bedriaco ed umiliata da Vitellio), Aponio Saturnino, il governatore della Mesia (3 legioni: III Gallica →
arrivata da poco dalla consueta Siria e fondata da Cesare nel 48 è considerata una delle più valorose
dell’impero, VII Claudia e VIII Augusta), Pompeo Silvano, il governatore della Dalmazia (1 legione: XI
Claudia Pia Fidelis). Aderiscono inoltre i pretoriani (avevano combattuto per Otone e Vitellio li avrebbe
sciolti) e i contingenti superstiti alleati di Agrippa II di Giudea.

Nelle due Germanie sono stanziate 1/3 delle legioni dell’impero romano e l’unico modo per ovviare alle
decisioni di queste legioni, era formare una coalizione. Per le esigenze militari crescenti, le legioni vennero
aumentato probabilmente fino a 30 in servizio e anche il reclutamento solo tra romani ed italici è solo un
obiettivo ideale cui i comandanti sono costretti ad erogare (es. la legione VII Galbiana era stata frutto di un
reclutamento di quasi spagnoli). La I Italica, formata da soldati scelti e posta sul Danubio sotto Nerone in
vista della spedizione orientale ma dopo l’insurrezione di Vindice si reca nella Gallia Lugdunense (dove
aveva già provveduto la XXI Rapax spostata dalla Germania Superior) e si salda con le legioni di Germania
(diventano 9). Le uniche legioni e i governatori non coinvolti sono:

-​ Britannia: II Augusta, IX Hispana, XX Valeria Victrix, e, dopo la sconfitta di Otone, la XIV Gemina, dislocata
dalla Pannonia;
-​ Spagna Tarraconense: X Gemina dislocata dalla Mesia, e I Adiutrix, dislocata lì dopo sconfitta di Otone;
-​ Africa Proconsolare: III Augusta.

204
La coalizione allestita da Tito non doveva superare i 35.000-40.000 effettivi, poiché molti reparti di alcune
legioni dovevano restare in Giudea a causa del protrarsi della guerra.

C’è un contrasto sulla strategia da attuare contro Vitellio: Vespasiano ha paura dello scontro con le legioni
di Germania e la I Italica, preferendo prendere Roma per fame bloccando l’esportazione del grano
dall’Egitto, mentre Tito non è d’accordo, poiché ci sarebbero voluti molti mesi, inoltre capisce che
bisognava insediarsi con una vittoria, poiché facevano parte di una dinastia nuova.

La coalizione si mette quindi in marcia risalendo attraverso la Siria e la Turchia dovendo aspettare varie
settimane, ma la VII Galbiana di Antonio Primo e le legioni di Mesia e Dalmazia senza attendere un
numero cospicuo di legionari che sarebbero arrivati dall’Egitto e dalla Siria irrompono in Italia, approfittando
anche del fatto che la coalizione di Cecina Alieno non era presente poiché imprigionato per tradimento. Il
24 ottobre le legioni danubiane riescono a sconfiggere ciò che rimaneva delle vecchie legioni germaniche
a Bedriaco. Vitellio cerca di organizzare una resistenza soprattutto in Umbria per evitare che la coalizione
riuscisse ad entrare a Roma, ma l’ultima resistenza vitelliana cede il 17 dicembre a Narni dopo l’aver
appreso dell’esecuzione di Fabio Valente presso Urbino. Vitellio cerca di venire a patti e trattando con
Flavio Sabino (fratello di Vespasiano) ottiene di potersi dimettere e ritirarsi a vita privata, ma il giorno stesso
i suoi ufficiali lo costringono a ripensarci e a Roma si scatena una persecuzione contro i simpatizzanti dei
Flavi: il 19 dicembre Flavio Sabino viene ucciso mentre Domiziano scappa travestito da sacerdote di Siria.
Da parte di Tito e Vespasiano arrivano dure sollecitazioni contro Antonio Primo (Tacito stesso definisce che
era stato autore di un’iniziativa avventata ma di successo, ma che non riesce ad entrare a Roma). Il 20
dicembre Antonio sconfigge i vitelliani, prende possesso di Roma ed uccide dopo una lunga umiliazione
Vitellio.

In attesa che Vespasiano arrivi a Roma, il comando dell’impero viene preso dal legato di Siria, Buciano, e
da Domiziano che giurano in nome di Vespasiano il 20 dicembre 69.

TITO FLAVIO VESPASIANO (69-79)

È un uomo di Rieti, quindi Sabino, e fondatore della seconda dinastia, quella dei Flavi. Fu un personaggio
che ricevette un ottimo trattamento dalle fonti

La guerra giudaica volge verso la fine nell’estate del 70, secondo le fonti giudaiche a causa di un incidente
ma in realtà deliberatamente per poter permettere a Tito di andare a Roma ed organizzare i primi anni del
regno del padre, Tito stesso abbatte il tempio di Gerusalemme ed ipoteca l’esito della I guerra giudaica.
Vespasiano aspetta l’arrivo di Tito per celebrare il suo trionfo nel giugno del 71 (effigiato nell’arco di Tito del
foro romano). Vespasiano si presenta sempre unito ai figli proprio per dare un’impressione diversa rispetto
a quella degli imperatori del 68 e presenta se stesso come predestianto ad avere una successione grazie ai
figli (es. Cassio Dione scrive “non mi succederà nessuno o i miei figli”).

Fa emanare un senato consulto, la Lex de imperio Vespasiano (trascritta nell’epicgrafe CIL VI, 930) del
70 in cui elencava tutti i poteri del princeps. Nelle monete viene propagandato l’impero di Vespasiano e i
suoi figli (rappresentati concordi anche se in realtà Domiziano detestava Tito poiché lo vedeva come il
grande protagonista e vedeva in sé stesso il figlio marginale): hanno sul recto la testa di Vespasiano con
corona d'alloro e la legenda IMP CAESAR VESPASIANUS AUG, e sul verso le teste di Tito e Domiziano
affiancate Sceglie come prefetto del pretorio il figlio Tito (e non tra i cavalieri), diventa una specie di
anima nera di Vespasiano mettendo a morte tanti personaggi che non si erano rassegnati del fatto che i

205
Flavi diventassero una dinastia, tra cui Cecina Alieno, che si era scoperto stesse tramando una congiura.
Ci sono anche residue rivolte sconfitte da Petilio Ceriale nelle Gallie soprattutto.

Nel 73 termina definitivamente la guerra giudaica con una sacca di esistenza arroccata nel deserto e un
successivo massacro a Masada. Sia per umiliare i Giudei che si erano ribellati, sia per risanare il bilancio fa
si che possano essere esentati dalla necessità di celebrare il culto del genus dell’imperatore soltanto quei
giudei che pagavano la tassa al tempio di Giove Capitolino. Dal 73 finisce il giudaismo e comincia la fase di
rabbinismo in cui i vari maestri che cercano di commentare e spiegare la Torah si organizzano
nell’università di Jamnia in un’atmosfera di attesa della rivincita che si sarebbe dovuta avvalere dell’aiuto di
un messia inviato da dio a liberare e vendicare il suo popolo (individuato in vari personaggi).

L’impero condivide una nuova direttrice di espansioni nella parte centrale e settentrionale della Britannia
(Caledonia) e viene inviato Giulio Agicola nel 78. Inoltre, mette una tassa sugli orinatoi (quasi nessuno
tranne la più alta aristocrazia ha un bagno in casa e Roma pullula di terme e bagni pubblici, anche perché i
Romani, non avendo alcun senso del pudore, avevano un rapporto diverso con i bisogni fiseologici):
Vespasiano mette la tassa sullo spartimento delle urine, portando ad inimicarsi una porzione di italici per la
questione dei subseciva → i Romani dividono le nuove fondazioni tra cardo e decumano, mentre le
porzioni che restavano fuori da questa divisione erano in teoria di proprietà dello stato, mentre in realtà
venivano usurpati da coloro che le mettevano a coltivazione senza pagare; Vespasiano quindi, fa realizzare
un censimento e impone ai propreitari abusivi di pagare l’affitto o di ridare il terreno.

Vespasiano è inoltre attivo nel promuovere la romanizzazione, andando a romanizzare soprattutto le élite
delle province occidentali (penisola iberica e Gallia). Gli spagnoli che non ottengono la cittadinanza romana
ottengono nel 74 lo ius latinum. Porta avanti la politica neroniana di promozione dei cavalieri a scapito dei
liberti. I Flavi godono di ottima stampa: comprendendo l’importanza propagandistica di avere a favore i
letterati e di elevare l’orizzonte culturale di quei funzionari che dovevano amministrare l’impero, Vespasiano
istituisce la cattedra universitaria di retorica, il cui titolare veniva stipendiato direttamente dallo stato (il
primo fu Marco Quintiliano). Avviene la rinascita dell’epica (genere che ha bisogno di tempi lunghi per
fiorire = si vive un’epoca di pace), ma c’è però un’opposizione di filosofi, in particolare cinici e stoici, che
sono contrari al principato dinastico e vorrebbero che il princeps fosse il più talentuoso senatore
indipendentemente dalla dinastia.

Nel 79 dopo aver inaugurato la costruzione del più grande anfiteatro di Roma nell’area in cui Nerone aveva
fatto costruire la sua statua colossale (da cui Colosseo), Vespasiano muore e gli succedette il figlio Tito
all’età di 40 anni.

TITO (79-81)

Era stato di certo il regista dell’ascesa del padre, facendosi poi da parte. Svetonio disse che Tito veniva
chiamato “amor ac deliciae generis humani” (Svetonio, Tit. 1,1) cioè “amore e delizia del genere umano”,
un imperatore amabile e auspicato da tutti, ma aggiunse che la sua fortuna fu quella che regnò poco
perché se avesse regnato più a lungo, si sarebbe rivelato per ciò che era e quindi tutt’altro che un
imperatore mite e pacifico.

Nell’ottobre del 79 ci fu l’eruzione del Vesuvio: se gli scritti di Plinio il Giovane sulla morte del nonno
Plinio il Vecchio hanno fatto datare ad agosto l’eruzione, recenti scoperte di frutti tipicamente autunnali
(castagne) hanno spostato la datazione all’ottobre dello stesso anno. Tito si distinse per la solerzia con cui

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giunse a soccorrere tutti, attingendo al suo patrimonio personale e non badando a spese per soccorrere chi
aveva subito gravi danni ed era ancora in vita, aumentando la propaganda della sua persona.

Nell’80 venne inaugurato il Colosseo, che divenne il teatro per eccellenza dei combattimenti dei gladiatori
e delle naumachie e venationes. Tito è l’eroe di Svetonio, nonostante la brevità del regno perché oltre ad
essersi messo in buona luce con l’attività di supporto di coloro che hanno perso tutto nell’eruzione, scelse
si rinunciare a Berenice per mantenere il potere: combattendo in Giudea, venne introdotto nella corte di
Erode Agrippa II dove conosce e si innamora della principessa Berenice, che diviene la sua amante
storica; viene portata a Roma e difronte al senato si configurava come l’incubo del ritorno di Cleopatra, e
venne dato un ultimatum a Tito: Svetonio scrive “Berenicen statim ab urbe dimisit, invitus, invitam”
(Svetonio, Tit. 7,2), cioè “con la morte nel cuore lui, con la morte nel cuore lei, Tito mandò subito via
Berenice da Roma”.

Sotto di lui avviene la vicenda del falso Nerone, individuato in Terenzio Massimo, che approfittò della sua
somiglianza a Nerone (che non sarebbe morto ma solo nascosto) per cercare di far alleare il suo seguito
con i Parti, ai quali voleva restituire l’Armenia, contro Tito. Artabano, re dei Parti, non si fece ingannare e lo
mise a morte.

Ambiguo è il rapporto con il fratello: Tito faceva ogni sorta di omaggio al fratello chiamandolo addirittura
consors imperii, ma Domiziano riteneva di non essere stato ricompensato abbastanza per i rischi corsi
durante il 68.

Svetonio, Tit, 9,3

“Non sopportò di mettere a morte o di allontanare o di tenere in una posizione di minore onore il fratello
(Domiziano) che pure non cessava di tramare contro di lui e che anzi quasi apertamente sobillava gli
eserciti e meditava la fuga. Ma dal primo giorno dell’impero continuò a dichiararlo compartecipe dell’impero
e suo successore, e anzi talvolta in segreto lo supplicava con lacrime e preghiere di voler finalmente essere
animato nei suoi confronti da una disposizione analoga alla sua (degnarlo dello stesso affetto)”.

La morte di Tito parve strana ai contemporanei, anche se spesso le morti raccontate dagli storiografi erano
morti naturali: mentre stava andando nella tenuta in Sabina inizia a sentirsi male e nel giro di pochi giorni
muore. Svetonio, riportando le ultime parole di Tito, ci dice che piangeva e che non era giusto da parte
degli dei ciò che gli stava capitando (morire giovane dopo che aveva raggiunto l’impero), ma tuttavia morì
sereno perché “non sussisteva alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, ad eccezione di una sola” →
viene lasciato ambiguo forse una tresca con la moglie del fratello, ma è lo stesso Svetonio che smentisce
questa voce anche se in maniera poco onorevole per la donna (elemento datante dell’opera di Svetonio)
dicendo che non fosse possibile che fosse quella l’azione a cui faceva riferimento perché Domizia era
talmente impudica che se avesse avuto una tresca se ne sarebbe vantata, altri pensavano che si pentisse
di aver lasciato libero di agire il fratello.

DOMIZIANO (81-96)

Non ebbe altrettanta buona stampa nelle fonti storiografiche. Sale al potere a 30 ani e venne chiamato dal
senato con cui entrò in contrasto il “secondo Nerone” e lo si descriveva come un grande ammiratore di
Tiberio. Sicuramente decide di provvedere da solo all’esercizio della carica di censore, e le fonti attestano
che si sarebbe fatto chiamare domus et deus, prevaricando i limiti della concezione del princeps.

207
Viene richiamato Agricola verso la fine degli anni 80, dopo la conquista della Britannia (vittoria dell’84 sul
Monte Graupio), perché la parte centrale dell’Europa stava diventando una polveriera e non aveva senso
prendere un territorio lontano lasciando collassare l’Europa centrale. Tacito fa del suocero l’eroe che
comunque contribuisce al bene della patria nonostante i principes al potere (cap. 42 della Vita di Agricola:
illazioni sul fatto che Agricola fosse stato avvelenato, come se l’imperatore fosse stato regista di un
programma per rovinare Agricola). Tuttavia, lo stesso Tacito, ma anche Plinio il Giovane, sotto Domiziano e
i Flavi erano vissuti benissimo ed erano progrediti nelle loro professioni, tant’è che la demonizzazione di
Domiziano è stata etichettata come dovuta al senso di colpa collettivo di questi intellettuali che avevano
fatto fortuna sotto i Flavi, ma che volevano comunque postulare l’ultimo dei Flavi per accreditarsi Traiano.

Domiziano ebbe la colpa di non aver avuto fortuna militare e non aver vinto le guerre: addirittura, alcune
delle legioni tradizionali dell’esercito romano proprio sotto Domiziano subirono non solo l’onda della
sconfitta, ma vennero pure irreparabilmente distrutte. Le guerre sfortunate furono contro i Catti sul medio
Reno tra l’82 e l’83 (Roma inizia a soffrire i popoli germanici non ancora pacificati ed inglobati nelle
province) e le guerre contro i Daci, poiché non riusciva a capire come questa regione danubiana potesse
resistere in una provincia quasi necessaria per mantenere la politica di quotazione dell’argento il cui cambio
era vantaggioso rispetto all’oro.

Nonostante la riscossa di Tettio Giuliano nell’88, nell’86 ci fu una grossa disfatta di Cornelio Fusco,
Domiziano deve uscire da quella guerra perché al contempo in Germania scoppia la rivolta di Saturnino
(89). Per uscire da quella guerra in maniera non irreparabile per il prestigio di Roma e del princeps stesso,
bisognava che Decebalo, re dei Daci, accettasse di definirsi cliens dell’Impero Romano e lo fa, ma in
cambio di una grande somma di denaro. Traiano poi vide l’imperativo di rivolgere la prima guerra del suo
principato contro la Dacia.

Quando si ribellò Saturnino, poi sconfitto da Massimo Norbano (altro governatore della Germania
Inferior), Domiziano, preso dal panico, disloca dalla Spagna alla Germania Superior Traiano, che era già
diventato un comandante validissimo, dando ordine di partire contro Saturnino, anche se arriva quando
Massimo Norbano aveva già sconfitto Saturnino. Questa vicenda fu letale per Domiziano e per la sua
psicologia perché mette le mani sulla corrispondenza dello sconfitto per capire chi era colluso con lui: vede
i nomi di molti senatori ed entra in una sindrome paranoica sull’essere assassinato, il che lo portava ad
avere reazioni esasperate e a verificare azioni che a turno colpirono varie componenti della società,
iniziando a scollarsi rispetto ad alcuni potenti.

Nel 93 inizia a scagliarsi contro i filosofi che portavano avanti l’opposizione. Inizia anche un contrasto
contro i giudei e i cristiani: aveva scoperto che molti giudei non pagavano la tassa e inviò dei medici ad
ispezionare i Giudei, poiché un segno inequivocabile dell’adesione al giudaismo era la circoncisione (se era
circonciso e non era iscritto al registro di chi pagava la tassa al tempio di Giove Capitolino erano guai), ma
il problema erano i cristiani perché molti per essere esentati dal culto all’imperatore, misero in atto il
criptocristianesimo, cioè sono cristiani ma nell’ufficialità si fanno passare per giudei (religione lecita) e
nessuno creava loro problemi. Il problema nasce nel momento in cui Domiziano inizia a far visitare i giudei,
poiché i cristiani non erano circoncisi e quindi considerati giudei evasori.

Solo i militari, i pretoriani e gli italici continuano a favorire l’imperatore, poiché Domiziano restituì i
subseciva ai precedenti occupanti, lasciandolo coltivare gratis. Inoltre, fa distruggere dei vigneti nella
Spagna e in altre province dell’impero poiché il vino era molto ricercato a Roma e la sua presenza faceva
crollare le quotazioni del vino italico. Quindi, distrusse il 50% di vigneti delle province portando al crollo
delle quotazioni dei vini provinciali, l’appoggio dei piccoli proprietari italici e avrebbe aumentato le zone da
cui poteva arrivare il grano a Roma (? quest’ultimo punto non si capisce perché ci sono delle interferenze).
208
Il favore di Domiziano permane anche nella letteratura, soprattutto da parte dei poeti, perché lo stesso
Domiziano si era cimentato nella poesia. Stazio lo esalta nella Tebaide (1,15 ss.), Silio Italico (3,621) loda il
suo talento poetico, e la sua persona (14,686 ss.).

L’ultimo Domiziano

Dopo aver letto la corrispondenza di Saturnino, comincia a temere di essere assassinato e con tutto quello
che mette in atto per far sì di non essere assassinato, fa sì che parte dell’aristocrazia e dell’inteligentia si
convinca che la cosa migliore fosse assassinarlo. Domiziano vuole evitare che i congiurati avessero una
via facile e una successione interna alla dinastia: fa uccidere Flavio Clemente, figlio di suo zio.

Epi. Cassio Dione 67, 14, 1-2

Nello stesso anno (95), poi, Domiziano fece uccidere molti altri, tra i quali il console Flavio Clemente, nonostante
fosse suo cugino e avesse come moglie una sua parente, Flavia Domitilla. L'uno e l'altra furono colpiti dall'accusa di
ateismo, a causa della quale vennero condannati anche molti altri che inclinavano verso i costumi giudaici; in
conseguenza di ciò, alcuni morirono, altri furono privati dei beni. Domitilla se la cavò con l'esilio a Pandataria.

→ inclinarsi verso i costumi giudaici non era un capo d’accusa, ma viene incastrato con un sacrificio poco
prima che gli scadesse la carica di console e l’aver aderito ad una religione (come nel caso dei cristiani per
Nerone) finisce per essere un elemento di ulteriore squalifica nel colpire personaggi per reati previsti dal
Codice penale ma che non hanno nulla a che fare con la religione.

Domiziano è ormai convinto che sarebbe stato assassinato e la stessa moglie Domizia è segretamente in
contatto con il prefetto della guardia pretoriana e le lobby aristocratiche interessate a rimuovere dalla scena
Domiziano, il quale è rassegnato di avere ormai i giorni contati.

La congiura del 18 settembre 96 – Svetonio, Vita di Domiziano 15, 3

Ma tuttavia non fu turbato da nessun’altra cosa quanto dal responso e dalla ricetta dell’astrologo
Ascletarione. Domandò ad Ascletarione che gli era stato denunciato e che non negava di aver divulgato le
cose che aveva predetto grazie alla sua arte, se sapeva anche quale destino fosse stabilito per sé. E
avendo Ascletarione affermato che entro breve sarebbe stato dilaniato dai cani, ordinò che fosse ucciso
subito senza indugio. Oltretutto per sconfessare l’avventatezza della sua arte, ordinò anche che fosse
sepolto nella maniera più accurata possibile dopo essere stato ucciso con un pugnale. Mentre ciò avveniva
(sepoltura con tutti gli onori), accadde che, a causa di un improvviso uragano, una volta che la tela
funeraria era stata ribaltata, i cani sbranassero la salma ancora carbonizzata a metà e ciò divenne
raccontato dal mimo Latino che si era accorto di ciò passando lì per caso.

→ Domiziano venne ucciso da una congiura che inglobava vari esponenti (giudaici, aristocratici) e aveva
previsto anche la complicità della moglie e di Petronio, ufficiale comandante della guardia pretoriana. A
testimonianza del fatto che non tutti erano ostili a Domiziano, i successivi imperatori avrebbero dovuto
graziare Petronio Massimo, l’unico pretoriano che aveva congiurato contro l’imperatore, ma l’imperatore
non poté graziarlo perché tutti ne chiesero l’esenzione.

Con la morte di Domiziano si aprì una nuova fase del principato: si sarebbe dovuto scegliere il senatore più
adatto, indipendentemente dai rapporti di parentela → effettivamente questo sistema andò avanti per un
secolo perché nessun imperatore fino a Marco Aurelio ebbe figli maschi.

209
Lezione XXV - 28/4
Con Nerva il principato divenne adottivo: l’imperatore adotta il migliore dei senatori come suo successore a
prescindere dal grado di parentela. Il sistema funzionò per circa un secolo perché gli imperatori non ebbero
eredi maschi. Con Nerva salì al potere un imperatore che veniva visto solo come un elemento di
transizione: vecchio, malato, non aveva figli maschi, non aveva governato province e non aveva
ascendente su nessuno. Cercò di procedere ad una compattazione generale delle componenti politiche.
Console nel 71 e nel 90, adottò come successore Marco Ulpio Traiano, governatore della Germania
Superior. Con Traiano ci si trovava davanti ad un non romano e un non italico: nacque nel 53 a Italica,
nella Spagna di sud ovest. Nerva trovò in questo suo legatus augusti pro praetore non solo il successore
ideale ma anche l’uomo adatto a imporre una dinastia. Nerva cercò di ricompattare tutte le parti:
●​ Accontentò i pretoriani che non erano pronti a perdonare il loro comandante per lassasinio di
Domiziano → venne messo a morte. Per accontentare poi anche gli italici non procedette alla
damnatio memorie di Domiziano nonostante la richiesta dello senato.
●​ Frizioni con i giudei: abolì il fiscus iudaicus. Tolse l'obbligo per i giudei del pagamento del tributo al
tempio di Giove per professare la religione giudaica. Questo portò però alla compattazione con la
componente cristiana che non era secondaria in senato (si è a livelli di criptocristianesimo).
●​ Cura per gli acquedotti della città di Roma.
●​ Concessioni di terreni, esenzioni fiscali.
●​ I comizi tributi, sopravvissuti più di un secolo al principato, avevano ancora una funzione legislativa.

Nel 98 Nerva morì e la successione toccò a Traiano. Egli non si affrettò ad andare a Roma per ricevere
l’investitura del senato: prima sistemò le cose in Germania andando a Roma solo nel 99. Edward Gibbon
nella sua opera Declino e caduta dell’impero romano del XVIII sec., che riflette l’approccio illuministico alla
storia romana. Si tratta di un'opera dove il periodo di Traiano e dei suoi successori è considerato un’età
dell’oro. Roma toccò il massimo della sua espansione, lo stato cominciò ad interessarsi degli ultimi ma
nonostante ciò questo fu anche un periodo di diseguaglianza, caratterizzato da molti flagelli (anche
epidemiologici), ricco di contrasti sociali e che vide il fiorire tutti quei problemi che lentamente portarono
l’impero romano a crollare. Il prestigio di Traiano nel mondo antico fu enorme, protraendosi anche nel
mondo medievale. Dante trovò addirittura il modo di inserirlo in paradiso, come esempio da seguire
per i superbi: per far sì che l’anima di Traiano andasse in paradiso San Gregorio riuscì a farlo reincarnare
tramite preghiere, salvandosi nella seconda vita credendo in cristo. È conservata nella ritrattistica degli
imperatori del II secolo d.C l’importa che ciascun imperatore ha cercato di dare al proprio regno. Il ritratto di
Traiano lo vede portare sulla spalla sinistra una veste militare legata, elementi del viso marcati, capelli lisci.
Posa autorevole → Voleva essere visto come l’imperatore militare. Nel 114 il senato lo dichiarò
ufficialmente Optimus princeps, l’imperatore ottimo. Fino al IV secolo il senato aveva preso l’abitudine di
salutare l’imperatore con l’augurio “che tu possa essere nel tuo regno più fortunato di Augusto e migliore di
Traiano”. L’impero di Traiano si caratterizzò per essere un impero prevalentemente concentrato sulle
espansioni. Roma all’epoca aveva dei problemi sul Danubio. Nel 101 e nel 105 Traiano portò 2 guerre
contro Decebalo, mobilitando tutte le legioni danubiane insieme a dei reparti singoli di altre legioni
(vexillationes). Decebalo nel 102 venne obbligato a dichiararsi clients di Roma senza ricevere alcun
compenso e nel 106 la Dacia venne provincializzata. Le ragioni di questa determinazione nella
provincializzazione della Dacia erano dovute al dover mantenere il plusvalore della moneta d’argento
rispetto a quella d’oro. Con il bottino dacico Traiano poté sopperire anche ad altre esigenze. Gli imperatori
di quest’epoca avevano la necessità di conseguirne grandi opere per adornare Roma, essere ricordati nella
storia e perché le grandi opere pubbliche davano lavoro alla popolazione attirando consenso → Foro di
Traiano. Per il progetto del foro si ricorse ad Apollodoro di Damasco, il più grande architetto dell’epoca. Il
complesso del foro di Traiano vede al di sotto del Quirinale il tempio del Divo Traiano, poi la grande
colonna coclide in marmo lunense alta 40 metri (all’epoca sormontata dalla statua di Traiano, sostituita poi
da quella di San Pietro) istoriata tutta intorno da pannelli rappresentanti le vicende daciche. Era di ordine
tuscanico. Era una statua funeraria che doveva essere destinata alla conservazione delle ceneri
210
dell’imperatore. La caratteristica del progetto di questa biblioteca era lo stesso che era stato alla base della
biblioteca di Celso: la colonna si trovava tra due biblioteche ed eternava le imprese in Dacia di Traiano. In
un’epoca in cui le divinità pagane non erano più preponderanti e nessun’altra religione si era affermata
nettamente l’unica forma immortalità veniva vista in ciò che si lasciava sulla terra. Era presente la Basilica
Ulpia, derivata dalla gens di Traiano e infine il vero e proprio Foro con sovrastanti i mercati trainenti e la
statua equestre di Traiano. impiegò poco meno di un decennio 105-106 fino al 113-114. Venne riportato alla
luce prima alla luce dagli scavi fascisti.

Provvedimenti economico sociali di Traiano


●​ Institutio Alimentaria. Raffigurato nell’Arco di Benevento, punto di apertura della via Traiana che
congiungeva Benevento e Brindisi, vista come una continuazione della via Appia: genitori che
portavano i bambini a prendere il pane → prima volta che le classi subalterne diventano
protagoniste della grande arte ufficiale. Gli alimenta o institutio alimentaria, provvedimento forse
ideato da Nerva ma messo in atto da Traiano attestato nella tabula di Veleia. Gli alimenta
consistono in prestiti forzosi che le classi possidenti erano obbligate a prendere ad un tasso di
interesse del 5% annuo. Il denaro ricavato da questo 5% era destinato a pagare gli studi dei figli dei
piccoli o medi proprietari italici caduti in difficoltà o per garantire il loro sostentamento. Da un lato
questo provvedimento rappresenta un periodo dove delle classi avevano la possibilità economica
tale da poter prendere del denaro del quale non avevano bisogno e un'apertura verso i bisogni delle
genti in difficoltà. Allo stesso tempo però anche una popolazione caduta in disgrazia.
●​ Investimenti nelle migliorie delle coltivazioni delle campagne italiche. Fu quasi una diretta
conseguenza del provvedimento precedente, in quanto i più abbienti dovendo prendere in prestito
del denaro dovevano metterlo a frutto. L’aristocrazia venne obbligata ad investire ⅓ delle proprie
ricchezze sulla situazione agricola italica.
●​ Ad Ostia venne fatto realizzare un bacino esagonale per migliorare la situazione del commercio con
grandi navi.
●​ Vennero introdotti dei funzionari nuovi chiamati curatores rei publicae che dovevano raccordare le
comunità locali e il potere centrale.
●​ Il cursus honorum equestre venne articolato in classi stipendiali.

Nel 114 Traiano partì per la grande spedizione Orientale che fece arrivare l’impero romano al culmine della
propria espansione. Le premesse furono diverse. Nel regno partico Osroe subentrò al nuovo re e manifestò
subito una volontà di emancipazione da Roma, soprattutto sulla questione del regno Armeno → avevano
un protettorato secondo il quale i Parti dovevano legittimare il sovrano di volta in volta. Osroe senza
appurare il parere di Roma insediò sul trono armeno Parmanasiri. Traiano fu felice di ciò perché lo prese
come casus belli per iniziare la guerra. Già ad Atene i Parti mandarono un’ambasceria a Traiano
scusandosi per l’iniziativa e proponendo di fare come era stato fatto con Nerone, proponendo all’imperatore
di incoronare il nuovo sovrano. Traiano rispose che ci avrebbe pensato una volta giunto in Siria. Giunto
nella provincia intraprese la marcia verso l'altopiano armeno nel 114. L’armata di Traiano era imponente e
ben equipaggiata contro i Parti: 80.000 uomini mobilitati stabilmente affiancati da altri (a rotazione) mandati
da altre legioni. Traiano faceva pieno affidamento sulle legioni orientali:
-​ 3 dalla Siria: la III Gallica, la IV Sciitica e la VI Ferrata
-​ 3 dalla Cappadocia: XII Fulminata, la XV Apollinaris e la XVI Flavia Firma
-​ Dall’Egitto la III Cirenaica
-​ Dalla Giudea la X Fretensis.
A queste 8 legioni al completo erano aggiunte vexillationes, reparti giunti da altre legioni (principalmente
dalle legioni danubiane). L’esercito era armato in modo ideale perché Traiano cominciò a praticare
l’inserimento nelle legione dei Numeri, reparti speciali tratti da popoli alleati o provinciali che avevano una
formidabile specializzazione militare, metodo portato avanti poi da Adriano: i cavalieri della mauritania, i
frombolieri delle baleari... Vi era poi l’uso di lancia dardi montati su carri, che permettevano di realizzare
grandinate di pila molto pesanti (pila → giavellotti con una parte metallica di mezzo metro che
211
distruggevano gli scudi nemici impedendo l'utilizzo). Il vero protagonista però fu la nuova corazza: Lorica
Segmentata, con coppie dotate di piastre di ferro unite da ganci. Le frecce dei Parti non riuscivano a
perforare la corazza lasciando incolume il legionario. Vanamente il sovrano insediato dai Parti andò
inginocchiandosi da Traiano, ponendogli anche la corona. Traiano provincializzò l’Armenia togliendogli lo
stato di stato cliente e mise a morte l’usurpatore. Nella primavera del 115 divise l’esercito in due parti: una
affidata a Lusio Quieto, comandante originario della Mauritania e una direttamente a Traiano. Nel 115 la
Mesopotamia divenne Provincia e nell’anno successivo l’Assiria. Traiano poi andò ad occupare la capitale
dei Parti, che venne precedere temente abbandonata al caos dal sovrano. Inizialmente l'imperatore volle
inviare una spedizione in India ma poi decise di fermarsi comprendendo la sua età avanzata. Cominciò la
ritirata quando nel 116 pose un nuovo re allo stato partico: Partamaspate → senza provincializzare la zona
in quanto sarebbe stata una zona molto turbolenta e avrebbe necessitato numerose legioni di stanza.

Nel giro di qualche settimana però Roma rischiò di perdere tutto: ci fu una rivolta congiunta in più punti
dell’oriente da parte dei giudei (Rivolta dei giudei della Diaspora). Il primo grande focolaio fu l’Egitto e la
Cirenaica, il secondo prese forma in Mesopotamia e Ciro. Traiano non poté prendere parte allo scontro
dopo aver ottenuto una ferita in Mesopotamia; l’8 agosto a 64 anni morì. Tutto l’oriente allora si infiammò
maggiormente. L’iniziativa venne presa da Clotina, vedova di Traiano che si attivò prontamente ad
insediare al potere l’uomo sul quale anche Traiano aveva puntato: il nipote Adriano, figlio di mercanti del
piceno trasferiti in Spagna ai tempi degli scipioni - al quale Traiano aveva conferito la nomina di
governatore della Siria. A 41 anni Adriano divenne imperatore di Roma. Era stato console nel 108 e dal 117
era governatore della Siria. Non si recò a Roma dai comizi, limitandosi a scrivere una lettera data la difficile
situazione in oriente: l’unico banco di prova era il campo legionario della Siria. I legionari lo acclamarono,
garantendogli così il potere. La rivolta venne placata grazie all’abilità dei comandanti che Traiano aveva
individuato. La rivolta in Africa venne domata grazie ai legionari in stanza dell’Egitto. Sull’altro fronte Lusio
Quieto riuscì a domare la rivolta in oriente e in Mesopotamia. Il da farsi successivo però fu altrettanto
difficile. Questo Imperatore è conosciuto nella cultura popolare grazie al romanzo Le memorie di Adriano di
Marguerite Yourcenar. Adriano in punto di morte scrisse lettere al nipote Marco Aurelio riflettendo sul
senso della vita, sul potere, le battaglie e l’amore per Antinoo. Fu un personaggio che ci si aspetta essere
stato esaltato dal senato e amato dai sudditi in quanto fu un sovrano notevole sotto numerosi punti di vista:
filo-ellenico, acculturato, aperto di mente e alle innovazioni ma non fu così. Nel suo ritratto si vede già una
volta rispetto al suo predecessore. Il ritratto classico di Adriano presenta una barba alla maniera dei filosofi
e ha una torsione del capo verso l’altro, sempre simbolo dei filosofi. Cominciò subito male con il senato:
Osroe il re dei Parti tornò subito in patria vista l'insurrezione giudaica che stava affrontando Roma,
deponendo il re. Adriano comprese che dati i numerosi conflitti era necessario concentrare gli sforzi su
precise azioni: decise di abbandonare tutti i territori conquistati ad est dell'Eufrate e quindi le province di
Assiria, Armenia e Mesopotamia → tutto tornò allo stato precedente delle spedizioni di Traiano. Ci furono
tentativi di congiura e improvvisamente a Roma nel 118 il prefetto del pretorio, su ordine di Adriano e senza
consultare il senato, mise a morte 4 ex consoli tra i principali comandanti di Traiano: Lusio Quieto, Aulo
Cornelio Palma, Lucio Publilio Celso e Gaio Avidio Nigrino. In genere quando l’imperatore intendeva
mandare a morte un ex console il senato era sempre interpellato. Vanamente Adriano cercò di recuperare
creando il titolo per i senatori - viri clarissimi e per i prefetti equestri - viri eminentissimi. Adriano giunse ad
una distinzione per le pene previste per i reati passibili di pena capitale: i cittadini più ragguardevoli erano
sottoposti a delle pene (anche capitali) meno afflittive rispetto al resto della popolazione.
Con Adriano, ma già con Traiano, si deve capire che sono saliti al potere dei provinciali e non italici
o romani, questa è la chiave per comprendere le riforme fatte e le linee portate avanti durante il
principato. L’ottica con la quale guardavano all’impero gli spagnoli fu salvifica per Roma anche se il senato
non comprese ciò immediatamente. Gli imperatori provinciali comprendevano che un impero di quella
estensione poteva perpetuarsi soltanto se le sue idealità fossero state estese e condivise. C’era
bisogno di una grande compattazione. Infatti gli imperatori spagnoli infoltirono il senato con aristocrazie di
ogni parte dell'impero, rendendole così classi dirigenti → per questo gli storiografi del II sec. e del III sono
fedeli assertori del provvidenzialità dell’impero da opporre al caos della repubblica. IL principato di Adriano
212
rimase negli immaginari come l’impero dei viaggi. L’imperatore viaggiò costantemente per le province,
rappresentando Roma e l’impero che viaggiavano verso tutti i territori sotto la propria influenza. Tra il 121-
125 viaggiò lungo l’Europa centro e nord occidentale (Germania, Gallia, Britannia) per poi andare in
Spagna e Mauritania, Siria, Cappadocia, Tracia e Grecia. Nel 128 ci fu un secondo viaggio in Africa:
Numidia e Mauritania. Infine dal 128 al 134 un viaggio cominciato in Grecia, Cappadocia, Siria, Egitto,
Grecia di nuovo, Tracia, Dalmazia e Pannonia. Quest’esperienza venne recuperata ed effigiata nella
celebre Villa di Tivoli (costruita tra il 118-133). Adriano soggiornò in questa villa dal 134 fino alla fine della
sua vita. Fu la più grande delle ville romane che può contare 120 ettari di estensione. Era costituita da una
serie di padiglioni collegati da vie sotterranee. Ci sono dei nuclei maggiori come Rocca Bruna o il Canopo.
La villa è la sintesi di tutto ciò che Adirano ammirò nell’impero, omaggiando l’amore per l’arte.
Lo stesso approccio alle questioni, condotto da una visione non italocentrica, portò Adriano a optare per
delle soluzioni ostilmente guardate dal senato ma che in progresso di tempo risultarono fondamentali.
Riforma della giustizia. In provincia la giustizia era gestita dal governatore che si spostava per risolvere le
cause, a Roma invece era il contrario. Adriano estese all’italia il modo di amministrare la giustizia che era
presente nel resto dell’impero → Riforma dei quattuorviri consulares: l’Italia divisa in 4 distretti giudiziari, ad
ognuno di questi distretti era preposto un ex console che doveva muoversi nel distretto per risolvere le
cause. Questa riforma fu la goccia che fece traboccare il vaso per il senato che non sopportava che l’italia
fosse equiparata ad una provincia. Già con Adriano si affacciava il problema di tutelare i confini, in
particolare si realizzò il grande Vallo in Britannia tra il 122 e 126, lungo 80 miglia romane, alto 4 metri con
un profondo fossato si 4 metri e intervallato da fortini con torri d'avvistamento.
Il filellenismo fu uno dei tratti dominanti della personalità di Adriano. Alessandro Galimberti nell'opera
Adriano e l'ideologia del Principato parlò della cultura greca come un terreno d’incontro tra l'élite ellenizzata
e l’impero. Nell’età di Ariano si manifestò un classicismo artistico, riprendendo i modelli del V sec a.C
ateniese; i retori della cultura greca vennero integrati nell’impero. Nel fenomeno dei sofisti si ha anche
l’esempio di alcuni intellettuali convocati per collaborare con il potere. Misterioso invece è l’episodio di
Antinoo. Adriano era sposato con Sabina ma aveva un amante ventenne originario della Bitinia chiamato
Antinoo che portò con sé nel viaggio in Egitto. Antinoo cadde però nel fiume e venne mangiato dai
coccodrilli. Si è discusso molto sull’accidentalità della caduta; molti hanno pensato anche ad un rituale di
sostituzione: un pericolo che sembrava incombere su di lui poteva essere esorcizzato solo tramite un
sacrificio (ipotesi non più popolare). Adriano divinizzò Antinoo tant'è che sulla riva destra del fiume Nilo
dove cadde venne fondata Antinoopolis; il ragazzo venne associato a Apollo, Adone e Osiride.

Ci fu una grande apertura verso cristiani. Con Adriano si andò oltre alla situazione stabilita da Traiano
(secondo il quale non doveva essere fatta una ricerca sistematica dei cristiani, ma si dovevano punire solo
quelli denunciati). Adriano rispose al quesito posto da Minucio Fundano proconsole della provincia d’Asia
che le denunce eventualmente portate al tribunale del governatore provinciale non dovevano essere
anonime e dovevano essere motivate, altrimenti sarebbero stati puniti coloro che denunciavano →
scoraggiare l’attività di delazione nei confronti dei cristiani. In questi primi due secoli ci fu una costante:
quando l’impero faceva delle concessioni ai cristiani c’era una crisi col Giudaismo. Dopo il 66
cominciò la fase del rabbinismo con l’attesa di liberazione del popolo di israele grazie ad un messia
mandato da Yawe. Dopo la rivolta dei giudei della diaspora e tutte le conseguenze annesse l’impero e il
giudaismo erano ai ferri corti. Adriano, secondo l’Historia Augusta, avrebbe proceduto all'emanazione di un
divieto di circoncisione nell’impero anche se si tratta di una testimonianza non molto creduta dagli studiosi;
si ammette eventualmente la volontà di Adriano di contrastare il proselitismo ebraico. Secondo l'Epitome di
Cassio Dione, Adriano avrebbe deciso di fondare su Gerusalemme una colonia: Aelia Capitolina,
dominata da un grande tempio di Giove, portando così alla Seconda Guerra giudaica o guerra di Bar
Kochba dal 132-135. Ci fu un rabbino: Rabbi Akita, uno degli esegeti della legge scritta giudaica che
ritenne di aver individuato il messia mandato da Dio. Ritenne di averlo individuato nel figlio della Stella (Bar
Kochba), ricollegandosi anche alla profezia del Libro dei Numeri in cui nel passo 24,17 veniva annunciato
che un figlio delle stelle avrebbe potuto liberare il popolo di israele. Il giudaismo si differenzia dal
crisitanesimo perché per i cristiani Gesù è il figlio di Dio, per gli ebrei invece ciò non può accadere perché il
213
loro dio interviene direttamente nella storia. La storia del messianismo giudaico di questi tempi presenta
una storia caratterizzata da ciclicità: ogni volta che il messia trovato veniva ucciso o sconfitto, questo non
veniva più ritenuto tale in quanto Dio non avrebbe mai lasciato il figlio morire. Nel momento in cui Rabbi
Akiba trovò il messia in Bar Kochba si ripresentò lo stesso schema: se avesse liberato la Giudea sarebbe
divenuto il nuovo messia. Questa guerra ci è nota a seguito di scoperte papirologiche degli anni ‘50 dei
Papiri di Engiedi e Murabba'at, presso Gerusalemme. Si tratta di una guerra che Roma prese
inizialmente sottogamba puntando sul fatto che la legione in stanza della provincia avrebbe preso
facilmente il controllo ma venne sconfitta. La sconfitta arrivò perché Bar Kochba massimizzò la conoscenza
del territorio prediligendo la guerriglia rispetto allo scontro diretto mettendo i legionari in difficoltà. In più
creò una rete di cunicoli sotterranei. Adriano allora procedette a due operazioni:
●​ Ripristinare un'adeguata componente militare portando a rinfoltire le file della X Fretensis (che
venne decimata dagli scontri). La legione vide inglobati i marinai della Flotta di Miseno, tolti dalle
navi stazionate sul tirreno.
●​ Dislocazione della VI Ferrata della Siria
●​ La dislocazione dall’Egitto della XXII Deiotariana. Venne completamente annientata dalle truppe
di Bar Kochba.
La situazione venne comunque recuperata dai Marinai del Miseno e soprattutto dalla VI ferrata, che venne
affidata a Giulio Severo, il legatus delle 4 legioni di stanza in Britannia. Furono inviate anche vexillationes
da diverse legioni, anche dalle truppe danubiane. Alla fine Roma ebbe la meglio procedendo poi ad una
durissima repressione. Sul sito di Gerusalemme venne fondata Colonia Aelia Capitolina, obbligando gli
ebrei a lasciare la città, la quale venne ricostruita e improntata su canoni delle città romane. L’accesso agli
ebrei venne vietato. La provincia di Giudea divenne Siria-Palestina, diversa dalla provincia di Siria. Da qui
non si parlò più Bar Kochba, figlio della stella ma di Bar Kosiba, il Figlio della Menzogna.
Adriano dovette preoccuparsi a sua volta della successione. Cercò di prefigurare una situazione per cui alla
sua morte l’impero potesse passare nelle mani di un successore che non potesse essere spodestato:
Antonino Pio, il quale venne adottato. Come aveva fatto Augusto con Tiberio, Adriano impose a Antonino
di adottare Lucio Vero (Ceionio Commodo) e il diciassettenne Marco Aurelio. Marco Aurelio venne fatto
sposare con Faustina minore, figlia di Antonino Pio e Faustina Maggiore → anche in assenza di figli
maschi si recupera il criterio dinastico-parentale augusteo. Adriano aveva una grande fama di letterato,
apparteneva addirittura alla corrente letteraria dei poeti novelli. I poeti novelli erano una serie di poeti che
guardavano a modelli pre-neoterici, concependo la poesia come lusus e nei loro versi abbondavano i
vezzeggiativi, il forte sperimentalismo reso anche nelle forme metriche. Il II sec. d.C fu un secolo che
sembrava pieno di vitalità ma che in realtà guardava fortemente ai periodi precedenti. Adriano si cimentò in
uno scambio di poesie con Floro (autore dell'epitome Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo
sulla storia militare di Roma). In questi scambi i due giudicano scherzosamente le reciproche condizioni:
Floro non vorrebbe mai essere Adriano, sempre costretto a migrare per tutto l’impero e pieno di impegni;
d’altro canto Adriano non vorrebbe essere tutto il giorno ubriaco e senza nulla da fare come Floro. Quando
Adriano morì si fece tumulare nel Tempio di Adriano (Castel Sant’Angelo). Nella nicchia erano riposte le
ceneri di Adriano, su una lapide c’era un epitaffio scritto da lui stesso.

Testo dell'epigrafe:

Animula vagula blandula​


Hospes comesque corporis​
Quae nunc abibis in loca​
Pallidula rigida nudula​
Nec ut soles dabis iocos...

214
Traduzione:

"Piccola anima smarrita e soave,​


compagna e ospite del corpo,​
che ora te ne andrai in luoghi​
pallidi, rigidi e spogli,​
e non darai più i giochi di un tempo..."

Composto in un metro prediletto dai poeti novelli: dimetro giambico. Animula vagula blandula → ricco di
vezzeggiativi. L'imperatore che sa che sta per morire compiange il destino che aspetta la sua anima (luoghi
pallidi, rigidi e spogli e non darai più i giochi di un tempo).
Adriano ma anche lo stesso Marco Aurelio fanno parte di una categoria di imperatori caratterizzati da una
situazione concomitante: nonostante fossero ai vertici dell’altezza umana erano pervasi da un profondo
senso di malinconia.

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Lezione XXVI - 28/04
ANTONINO PIO

Alla morte di Adriano c’è la successione di Antonino Pio, come preordinato da Adriano stesso. Questo
nome si spiega perché Antonino Pio fu molto deciso ad instaurare una battaglia con il Senato per la
divinizzazione del padre adottivo. Questo in parte era l’ufficio doveroso di un successore adottato, ma
faceva comodo ad Antonino per primo essere così figlio di un divus e prende il nome di “Pius” (“colui che si
comporta come si deve e come si conviene nei confronti di una situazione o di qualcuno”).

Pur essendo la sua famiglia originaria della Gallia Narbonense, di Nimes, nasce in Italia, è un italico e
durante tutto il suo principato non lascia l’Italia. Prima di diventare princeps invece si era distinto per un
importante governatorato della provincia d’Asia che aveva fatto seguito al suo lavoro come quattuor vir
consularis sotto Adriano. È stato definito brillantemente da Santo Mazzarino come un imperatore senza
guerre e senza viaggi (il “senza guerre” non è completamente rispondente).

Dal 142 al 144 si preoccupò di costruire in Britannia, poco al di sopra di quello di Adriano, un vallo, quindi
una linea di fortificazione che venne abbandonata una ventina di anni dopo. In Britannia già all’epoca ci
sono delle pressioni e dei popoli che fanno pressione lungo il confine della provincia romana (Bagaudi e
Briganti, daranno filo da torcere anche a Diocleziano e Massimiano alla fine del III secolo d.C). Sotto il
principato di Antonino Pio ci sono vari tumulti che originano il contatto in Britannia ma anche in altre zone
dell’impero come la Germania, la Dacia e la Mauritania. Nel tentativo di ingraziarsi il senato abolì i quattuor
viri consulares, era una svolta antistorica che sarebbe stata poi abbandonata dal successore Marco
Aurelio.

La persona di Antonino Pio ricorda per molti aspetti non tanto Numa Pompilio, molto Vespasiano e Nerva,
nel senso che fu un validissimo amministratore: ha contenuto notevolmente le spese e cercò di
rilanciare le finanze del principato a tal punto che alla sua morte che l’erario pubblico una somma molto
vicina ai 600 milioni di sesterzi. Nell’ottica di alleggerire la spesa pubblica ha cercato di promuovere
l’intervento dei privati nella cura della città: ci troviamo di fronte a un impero che in questo momento è
molto preoccupato dalla necessità di cominciare un cammino verso il welfare state (inipotizzabile per il
mondo antico ma si sentiva viva l’esigenza di educare e crescere i figli degli indigenti, curare i malati che
non potevano permettersi un medico privato, cercare di capitalizzare l’assistenza pubblica, sarebbe stato
soprattutto nel IV secolo d.C una delle chiavi di volta del successo e dell’affermazione del cristianesimo -
Costantino aveva delegato alla chiesa cattolica molte delle funzioni di assistenza). C’è la creazione delle
Puellae faustinianae: organizzazioni per assistere le figlie femmine delle famiglie indigenti intitolate alla
moglie di Antonino Pio, Faustina Maggiore.

MARCO AURELIO

Nel 161 questo principato che fu molto lungo ma che dal punto di vista delle dinamiche politiche e sociali si
può considerare di transizione, comincia invece un principato estremamente significativo, per la storiografia
sull’antica Roma del mondo anglosassone chiude un’epoca: Marco Aurelio, estremamente celebrato nella
ricezione dell’antichità romana a tal punto che nella monetina di 50 centesimi c’è la sua statua equestre.

Nasce a Roma nel 121 (sotto il principato Adriano) e nel 145 (sotto il principato di Antonino Pio), sposa la
figlia di Antonino Pio e Faustina Maggiore, Faustina Minore, una donna la cui reputazione venne abbattuta
dalle fonti antiche alla stesso livello di quella di Messalina, sarebbe stata una donna di provata e
comprovata infedeltà a tal punto di prendersi un’infatuazione per un gladiatore, le malelingue collegavano
216
la passione di Commodo per combattere nell’arena al fatto che il suo vero padre sarebbe stato un
gladiatore, si tratta di illazioni.

Quando vengono fatti esempi di revisionismo storico vengono riportati Caligola e Marco Aurelio, sono
l’uno l’opposto dell’altro: Caligola demonizzato dalle fonti antiche e rivalutato dagli studiosi moderni, Marco
Aurelio celebrato dalle fonti antiche e molto ridimensionato dagli studiosi moderni. Il revisionismo si
distingue dal mediazionismo e dal complottismo: significa rimettere in discussione un personaggio, un
evento e una società sulla base di un procedimento metodologicamente approvato, comprovato e
verificato. Bisogna stare attenti che dal revisionismo non si sfoci nel negazionismo che è un negare
qualcosa a priori, il complottismo è dare a un fenomeno un’interpretazione completamente slegata dalle
metodologie che dovrebbero caratterizzare l’interpretazione scientifica. Nel caso di Marco Aurelio un caso
di revisionismo storico è costituito dal saggio di Augusto Fraschetti, ha posto sotto esame il grande
concetto che gli antichi avevano di Marco Aurelio a partire da Cassio Dione che considerava il suo impero
“l’età dell’oro”. Pubblicò nel 2008 “Marco Aurelio. La miseria della filosofia”. La filosofia che non avrebbe
elevato l’orizzonte di questo imperatore, sarebbe rimasto un uomo per molti aspetti meschino nonostante il
retroterra di studi che aveva, Fraschetti parlava di “familismo amorale”, cioè il primo imperatore che ha un
figlio maschio e subito cade il principio della scelta del migliore che per lui coincideva con suo figlio,
Commodo (sarebbe stato imperatore dal 180 al 192). Santo Mazzarino commentava a questo riguardo che,
se il criterio della scelta del migliore (cioè del principato adottivo) aveva retto fino a Marco Aurelio era stato
soltanto per il caso (nessun imperatore aveva avuto figli maschi).

Ritrattistica statuaria: imperatore raffigurato con folta barba, sguardo assolto nella contemplazione
filosofica, è anche la rappresentazione che abbiamo nella statua bronzea equestre spostata in Campidoglio
nel 1538 e che vediamo sulla monetina da 50 centesimi italiana.

Con Marco Aurelio ci si trova di fronte pienamente ad un imperatore filosofo, è un filosofo ma è anche un
imperatore. Spesso è difficile conciliare i due ruoli.

Il 7 marzo del 161 succedono insieme ad Antonino Pio Lucio Vero e Marco Aurelio. Siccome Lucio Vero
muore nel 169, si parla di principato di Marco Aurelio, fu la prima coppia con poteri paritari (Lucio Vero e
Marco Aurelio). Adriano ha prefigurato una successione per cui succede Antonino che adotta Lucio Vero e
Marco Aurelio. L’impero lungo è quello di Marco Aurelio quindi si parla quasi esclusivamente di lui.

Ci troviamo di fronte a un uomo che deve reggere il mondo, deve portare alle guerre, deve essere anche
un difensore del paganesimo e deve prendere provvedimenti a volte drastici che nel contempo è un
filosofo. Fraschetti lo inchioda anche a questa realtà: si vantò di essere un filosofo ma mandò al patibolo i
cristiani. E un seguace (adepto) del tardo stoicismo. Il tardo stoicismo rispetto allo stoicismo antico e
medio diviene quasi esclusivamente concentrato sulle problematiche etiche (a prescindere dalle
problematiche cosmogoniche). Ritiene l’uomo formato da animo e corpo e l'elemento dell’hēgemonikón
che è il principio che deve prendere la conduzione, deve guidare l’uomo. Una caratteristica del pensiero di
Marco Aurelio è quello di fare in modo che hēgemonikón guidi ogni individuo nel rispetto del ruolo che la
sorte gli ha assegnato, cioè far fronte con impassibilità alla missione che dobbiamo svolgere su questa vita
e su questa terra. Questo comporta che l’anima diviene più una guida che compone un diatico per adattarsi
a ciò che si debba fare, piuttosto che un frammento del divino com’era stata negli approcci delle correnti
precedenti dello stoicismo che avevano molti punti in comune con il cristianesimo, donde il fantomatico
carteggio tra Seneca e San Paolo che tuttora si ritiene da parte di alcuni in buona parte autentico. Dal
punto di vista filosofico ha avuto un eccellente maestro come Giunio Rustico ma era anche un uomo
estremamente tollerante, da stoico accetta di istituire una cattedra di filosofia epicurea pagata dallo stato
(come quella di Vespasiano di eloquenza pubblica di cent’anni prima).
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Ha scritto un’opera che ci è giunta, 12 libri di “Ta eis heauton", alla lettera significa “Le cose a se stesso” e
viene tradotta da quasi tutte le edizioni tradotta con “Pensieri” o “Pensieri a se stesso”. Sono 12 libri di
massime, riflessioni e aforismi scritti nel decennio maggiormente caratterizzato dalle guerre sul Danubio,
tra il 170 e il 180. Quello che colpisce di quest’uomo è la sua terribile malinconia, la tristezza interiore, la
consapevolezza della caducità di tutto, degli imperi, delle società, della vita.

Marco Aurelio, Pensieri 4, 32-35 passim

Volgi la mente, per esempio, ai tempi di Vespasiano. Ti appariranno le medesime cose: un’umanità che si
sposa, cresce i figli, si ammala, muore, fa le guerre, festeggia, attua compravendite, coltiva la terra, si dà al
servilismo, è presuntuosa, nutre sospetti, tende insidie, prega per l’altrui morte, inveisce contro lo stato
delle cose, ama, accumula soldi, brama consolati e regni. Ebbene, quella generazione di viventi, impegnati
in tutto ciò, ora non c’è più, in nessun luogo. Passa poi ai tempi di Traiano. Ancora le medesime cose, per
filo e per segno: ed anche quella generazione è morta. [...] I termini che una volta erano comunemente
usati, ora sono locuzioni antiquate; così dunque, in un certo qual modo, anche i nomi di coloro che un
tempo erano celebri sono oggi nomi antiquati: Camillo, [Fabio] Cesone, Voleso, Dentato, ed in breve tempo
anche Scipione e Catone, e poi anche Augusto, e poi anche Adriano e Antonino. Tutto infatti svanisce, e
diviene presto ambito di leggenda, presto è preda di un oblio assoluto; e dico questo a proposito di uomini
che brillarono, per così dire, di luce fulgida: quanto a tutti gli altri, infatti, nel momento stesso in cui spirano,
“nell’ombra, nel silenzio”. Ma che cos’è, in fin dei conti, il corso eterno del ricordo? Mera vacuità (ὅλον
κενόν). Tutto è effimero (πᾶν ἐφήμερον), ciò che tiene vivo il ricordo non meno di ciò che viene ricordato.

➔​ sta parlando a un interlocutore immaginario;


➔​ “ai tempi di Vespasiano": lo scrive tra il 170 e il 180, quindi siamo a cent’anni prima;
➔​ un’umanità che fa le stesse cose che fa ai nostri tempi;
➔​ se non fosse per “consolati” qualcuno cinquant’anni fa avrebbe scritto le stesse cose;
➔​ pessimismo topico di un certo filone della letteratura antica: Serse che contempla l’Ellesponto colmo
di uomini quando va a portare le guerre contro Atene, Sparta e la coalizione greca, oppure Scipione
Emiliano che piange di fronte a Cartagine distrutta perché tutto è caduco, effimero;
➔​ anche la lingua invecchia, muore e passa;
➔​ nomina eroi del V e IV secolo;

Queste cose sono dette dal padrone del mondo, l'imperatore di Roma. Scrive queste cose in greco, questi
imperatori si piccano del loro perfetto bilinguismo. Nel caso dell’imperatore Costantino scriveva in latino e
veniva tradotto in greco dalla cancelleria, lui non era un intellettuale, Marco Aurelio sì. Gli uomini del II
secolo avevano momenti di luce e di cupo pessimismo. Non è l’unico dei suoi pensieri che evoca questa
riflessione.

Cento anni fa Ernst Kornemann pubblicò un saggio: “Doppelprinzipat und Reichsteilung im Imperium
Romanum", “il doppio principato e la divisione del potere dell’impero romano”, 1930. È una tesi tramontata
abbastanza presto ma è stata riportata in auge dalla fine degli anni ‘90 e in Italia ha ricevuto l’adesione
della scuola di Venezia. Secondo Hornemann Augusto avrebbe concepito il principato sin dalla prima
successione l’impero come una diarchia fra un imperatore che deve scegliersi anche finché è vivo e finché
regna un compagno di regno, un collega a pieno titolo. Gli studiosi hanno pensato questo perché Augusto
adotta Marcello, poi Agrippa, poi Tiberio, gli concede l’imperium consulare e la tribunicia potestas, così
faranno anche i successori in certi casi, lo fa Agusto con Tiberio, poi Vespasiano l’avrebbe fatto con Tito
che chiama Domiziano consors (“compagno di regno”). La maggior parte degli esempi che porta
Kornemann sono onori di facciata, le fonti giudaiche dicono che Caligola scelse Tiberio Gemello non solo
come figlio ma come coregnate, era talmente coregnante che lo mette a morte (a proposito di divisione
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equa del potere), così Domiziano si lamentò tutta la vita che non contava nulla al di là del titolo onorifico. Al
di là di questi fatti Tacito chiarisce un particolare tecnico riguardo a Nerone: anche Nerone è stato adottato
da Claudio che gli conferisce l’imperium proconsulare, l’imperium proconsolare di Nerone, come ci
chiarisce Tacito, era soltanto militiae e non domi, vale soltanto per le guerre esterne, non vale a Roma e in
Italia in tempo di pace, lì l’imperium del regnante è superiore. Il regnante conferisce l’imperium
proconsulare e la tribunicia potestas a un successore per indicarlo al Senato come la persona che
auspicherebbe come successore, ma non si può assolutamente parlare di coregnanti, di persone che
hanno poteri eguali al regno prima di Lucio Vero e Marco Aurelio.

Lucio Vero e Marco Aurelio costituiscono la prima vera diarchia, è stato Adriano che l’ha pensata così e
Antonino Pio è stato fedele ai suoi voleri. Dal 7 marzo del 161 per otto anni, fino alla morte per malattia di
Lucio Vero, Lucio Vero e Marco Aurelio regnano insieme con poteri paritari, ciò che non c’era mai stato
prima di loro. Tra la fine del XX secolo e l’inizio del XI molti si stavano convincendo di questa diarchia di
poteri clamorosamente smentita da una lettura attenta delle fonti. Quasi ogni imperatore ha una specie di
pulsione da combattere contro i Parti e non poteva essere altrimenti sotto Marco Aurelio e Lucio Vero, anzi
la guerra la porta avanti Lucio Vero.

Il casus belli è che un re partico, Vologese III, invade di nuovo quello stato cuscinetto che è l’Armenia,
sempre all’inizio degli scontri fra Roma e Parti. Roma manda subito in soccorso dell’Armenia il legato di
Cappadocia Sedazio Severiano, le legioni cappadoci da sole non ce la fanno ad arginare l’avanzata
partica quindi viene imposto sul trono Pacoro imparentato con Vologese.

Marco Aurelio e Lucio Vero stabiliscono una guerra contro i Parti per riprendere l’Armenia. Roma poteva
contare in quel momento su un grande comandante di origine siriana, Avidio Cassio. Le legioni impiegate
furono quelle di alcune provincie orientali, in particolare quelle della Siria, ma anche le legioni
tradizionalmente attestate in Siria, cioè la III Gallica, che viene esercitata proprio da Avidio Cassio (si mette
alla testa di questa legione), la VI Ferrata e la X Fretensis (attestate in Giudea) e la XII Fulminata che
insieme alla XVI si attesta in Cappadocia. Viene dislocata dalla Mesia la I Italica che per tradizione di
reparto risaliva a Nerone e la I Minervia che viene dislocata dalla Germania Inferior (ci sono vexillationes
dalle legioni danubiane), anche la XV Apollinaris partecipa con questi distaccamenti. Un esercito molto
temibile che porta molto presto a proprio vantaggio le sorti del combattimento. Stazio Prisco riconquista nel
163 l'Armenia e Roma insedia un nuovo re a lei gradito, il filoromano Soemo.

Ripresa l’Armenia e aver insediato un sovrano, come aveva fatto Traiano, il nuovo obiettivo diventano i
Parti. I Parti si erano coalizzati con gli ebrei di Mesopotamia, artefici del focolaio orientale della rivolta della
diaspora sotto Traiano. Avidio Cassio con le legioni della Siria e in particolar modo con la III Gallica
riprende facilmente la Mesopotamia, poi passa l’Eufrate e conquista nel 165 Seleucia e riprovincializza
l’intera Mesopotamia cui aveva rinunciato Adriano. Nel 166 replicando la marcia trionfale di cinquant’anni
prima di Adriano invade Tesifonte e distrugge la reggia del re dei Parti. È un momento trionfale, forse
l’ultimo grande trionfo (anche Settimio Severo sconfisse i Parti ma non con queste proporzioni), e di nuovo
come una specie di maledizione scoppiò nel giro di qualche settimana un flagello, questa volta non era
militare ma epidemiologico, scoppia un’epidemia di peste, la “peste di Marco Aurelio”. Ormai si ritiene che
la peste di Marco Aurelio non fosse proprio la peste, cioè il flagello causato dallo yersinia pestis, gli antichi
con il latino “pestis” indicavano qualsiasi tipo di epidemia. È quasi disperato cercare un’identificazione
precisa della malattia, oggi va per la maggiore quella del vaiolo. La “peste di Marco Aurelio” sarebbe stato
vaiolo, forse portato dall’Egitto, in questo caso da alcune vexillationes. Buona parte dei legionari che
avevano distrutto l’esercito partico morirono per le conseguenze di questa malattia che fino ai primi anni
Ottanta imperversò nell’impero romano e in Italia. È stato calcolato che dal 166 per 15 anni avrebbe fatto
circa 5 milioni di morti. In certi momenti a Roma morivano quasi 5000 persone al giorno, il paradosso è che
219
proprio in quegli anni, come avvenne nell’Atene del V secolo a.C. la medicina antica sembrava aver
raggiunto uno dei suoi vertici. Nel 431,430 e 429 ad Atene c’è l’incubazione e lo scoppio di un’epidemia che
fece tantissime vittime all’inizio della guerra del Peloponneso e questo coincideva con un vertice della
medicina antica, Ippocrate che portò la medicina antica dall’ambito del magico al piano più scientifico.
Erano gli anni dell’apogeo di Galeno che costituisce uno dei picchi della medicina antica, un medico
filosofo che ritiene che la medicina faccia parte della filosofia perché si prende cura della natura umana. Un
uomo che, cominciata la sua carriera come medico dei gladiatori e quindi sviluppata la sua notevolissima
esperienza, riuscì a battere vie nuove, fu un grande sperimentalista, scoprì e individuò organi fino ad allora
sconosciuti del corpo umano e tuttavia venne sconfessato e portato in gravi momenti di depressione
dall’impotenza nei confronti delle bestie. Galeno voleva abbandonare la professione di medico e fu indotto
a desistere proprio da Marco Aurelio che l’aveva voluto come medico di corte. Non si riusciva a fare niente,
se fosse stato vaiolo in assenza di antibiotici e farmaci adatti era impossibile rispondere con prontezza
finché il corpo umano non si fosse creato da solo anticorpi adeguati ma questo comportò anni e anni di
stragi. Secondo alcuni, proprio dall'epidemia della peste di Marco Aurelio sarebbero germogliati
costantemente nei secoli successivi altri focolai epidemici e questa sarebbe stata una delle ragioni di quella
grande questione che è l’individuazione delle cause per la caduta dell’impero romano d’Occidente.

Il principato di Marco Aurelio fu un principato che prosegue sulla linea di Antonino Pio per il sostegno agli
indigenti. C’è la creazione di nuove organizzazioni assistenziali che prendono il nome di Novae Puellae
Faustinianae, quindi ha voluto rinnovare e implementare ciò che aveva creato lo stesso Antonino Pio.

Questione dei presunti contatti con l’impero cinese: L’ambasceria inviata da An-Tun (sarebbe Antonino
negli Annali cinesi). Nel 166 d.C. negli Annali cinesi è registrato che ai dinasti della dinastia Han (tenne
l'impero cinese per qualche secolo fino al 220, cade poco prima dell’impero partico della dinastia degli
Arsacidi - nel 226 nell’impero partico va al potere la dinastia dei Sassanidi). Alla dinastia Han sarebbe stata
inviata un’ambasceria, proveniente dicono gli Annali da Da Qin o Dacin, come chiamano l'impero romano,
ad opera di Marco Aurelio. Si è creduto per molti decenni che Marco Aurelio avesse inviato un’ambasceria
agli Han. Oggi invece dagli studi di Birley in avanti si ritiene che tutto questo sia frutto di un’impostura, cioè
alcuni alcuni mercanti romani, attivi effettivamente in Cina, per darsi autorevolezza si sarebbero spacciati
per ambasciatori inviati da Marco Aurelio. In realtà spesso si chiamano in causa presunti rapporti tra
l’impero cinese e l’impero romano. Alcuni hanno ipotizzato perfino che una parte dei reduci della disfatta di
Marco Licinio Crasso a Carre nel 53 (una parte dei soldati muore lì, un’altra parte viene riportata in Siria
soprattutto da degli ufficiali superstiti di Crasso, fra questi Cassio Longino), fosse fuggita autonomamente
per una via opposta verso est e che fossero arrivati fino alla Cina in cui si sarebbero stabiliti. Lo stesso
percorso è stato ipotizzato anche per alcuni reduci della campagna partica di Marco Antonio nel 36. Nelle
Odi, tra 29 e 27, Orazio menziona i Seres (commerciano la seta che in realtà sarebbe giunta a Roma nel
dopo cristo e in particolare nel II secolo) molti hanno voluto vedere nel termine la popolazione cinese (in
realtà Orazio si riferisce moto genericamente a popolazioni che vivono ad est dell’impero partico).

Marco Aurelio proseguì sulla linea di Adriano sconfessando Antonino Pio, rimette subito nella piena
operatività i giudici che vanno a dare sentenze attraverso i distretti giudiziari in cui aveva diviso l’Italia già
Adriano. Non li chiama più quattuorviri consulares, li chiama iuridici, per non sembrare proprio una
sconfessione piena di Antonino Pio, però gli iuridici oltre che ex consoli possono essere anche ex pretori
(quindi questi giudici ora possono essere anche di rango pretorio e non più soltanto consolare).

L’imperatore filosofo è ricordato altresì per le necessità della guerra. Dopo che nel 169 è diventato
imperatore unico perché muore di peste anche Lucio Vero, inaugura una serie di guerre (cominciano già
alla fine degli anni ‘60 e si sviluppano negli anni ‘70 del II secolo a.C.) condotte lungo l’Europa centrale,
contro i Quadi e i Marcomanni (principalmente), Iazigi e Sarmati (popolazioni attestate tra l’attuale
220
Ungheria, Austria e parte bassa della Germania che premono ai confini, da allora in poi sarebbero stati una
minaccia costante cent’anni dopo Aureliano avrebbe avuto gli stessi problemi e anche Marco Aurelio deve
rintuzzare le loro offensive). In questa fase l’esercito romano, ma soprattutto quando deve affrontare
popolazioni che sono più valide nei combattimenti corpo a corpo, come quelle dell’Europa centrale, le
legioni cominciano ad essere in difficoltà. L’imbattibilità nel corpo a corpo i romani ce l’avevano avuta
soprattutto in epoca repubblicana e nelle fasi più alte del principato, quando le legioni erano costituite
soprattutto da romani, da italici ed eccezionalmente dai gallici (come la V Alaudae). Ora molte legioni sono
costituite da orientali (legioni della Cappadocia, della Siria) e molto spesso nel corpo a corpo molte legioni
vengono sopraffatte - la XXII Deiotariana venne distrutta e non c’era quasi nessun italico in quella legione,
come le disfatte contro i giudei della X Fretensis e la IV Scythica, entrambe sono legioni prevalentemente
reclutate ormai in Siria e in Giudea. Il cambio di composizione delle legioni implica una differente modalità
di combattimento e i risultati anche nel corpo a corpo non sono più così scontati come erano stati a lungo
sotto la repubblica. A tutto questo si aggiunge una problematica per risolvere la quale gli imperatori si
cimentavano ancora 100/120 anni dopo, la ridotta mobilità: queste legioni romane cominciano a soffrire
fortemente l’esigenza di spostarsi continuamente e costantemente lungo uno scacchiere molto vasto, ciò
che riescono a fare con sempre meno efficacia e con sempre meno tempismo. Il problema si sarebbe
risolto soltanto quando a partire dall’intuizione di Gallieno, poi Diocleziano avrebbe riformato l’esercito
creando i comitatenses, i reparti mobili di pronto intervento, distinguendoli dai limitanei. In questa guerre
che occupano la parte finale degli anni ‘60 e la prima metà degli anni ‘70, vengono impiegate pressoché
esclusivamente legioni danubiane (I e II Italica, I e II Adiutrix, VII Claudia, VIII Augusta - era stata da poco
dislocata nella Germania Superior - XIV Gemina - tipicamente pannonica). Arrivavano vexillationes anche
dalla Siria, quelle della III Gallica e dalla Germania con la XXII Primigenia che era stata creata da Caligola
nel 39. La II italica è un caso particolare che ricorda i volones della II guerra punica, è una legione creata
appositamente da Marco Aurelio che arruola anche gladiatori e schiavi, quindi c’è necessità di uomini e non
è facile trovare in questi anni effettivi reclutabili, sono gli anni della peste.

Marco Aurelio predilige i muri di pietra rispetto alla tecnica del terrapieno con fossato (utilizzata nelle linee
di fortificazione della Britannia). Il suo esercito era molto eterogeneo, comandanti e legionari sono di
qualsiasi provenienza dell’impero, a seconda del punto dell’impero in cui le legioni sono stanziate si
predilige l’arruolamento in loco (legioni danubiane formate soprattutto da abitanti della Mesia, Dacia,
Pannonia, Dalmazia, legioni germaniche costituiti da germanici e così via). In queste guerre ricopre un
ruolo estremamente importante Tiberio Claudio Pompeiano, è un cavaliere a cui Marco Aurelio ha fatto
sposare la figlia avuta con Faustina Minore, Lucilla, sorella di Commodo. Un matrimonio che aveva
lasciato scontenti molti, anche perché Pompeiano era un eques, quindi una famiglia di rango equestre e
molti non avevano accettato questo matrimonio.

Avidio Cassio tentò un colpo di stato. Già nel nome ricorda Gaio Cassio Longino, anche il primo artefice
della ritirata dopo la disfatta di Canne, uno dei migliori ufficiali di Crasso, dal 44 al 42 è stato in Oriente con
Bruto, aveva raccolto un esercito, perfino i Parti gli mandarono un contingente perché era stimatissimo, era
ovvio che Avidio Cassio si rifacesse a lui come un antenato, con la stessa plausibilità con cui Marco Giunio
Bruto si rifaceva al mitico Bruto del VI secolo a.C. Avidio Cassio è stato un comandante molto valido degli
eserciti di Lucio Vero e Marco Aurelio, i successi in Oriente si dovevano soprattutto ad Avidio Cassio e alla
sua III gallica addestrata, tramite la sua disciplina e le sue tattiche. Marco Aurelio allora gli affidò il controllo
dell'Oriente mentre era impegnato nel settore centro-settentrionale dell’Europa gli affida il controllo
dell’Oriente, nel frattempo era morto Lucio Vero, ha bisogno di un collaboratore e gli dà il titolo di Rector
totius Orientis (gli conferisce un imperium superiore a quello di tutti gli altri governatori delle province
orientali). Secondo le fonti(scarne e poche), soprattutto l’Historia Augusta e l’Epitome di Cassio Dione,
Marco Aurelio si sarebbe ammalato nel 175 e la moglie Faustina Minore sarebbe entrata nel panico alla
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prospettiva di rimanere vedova e non più moglie di un imperatore e con un solo figlio maschio, Commodo,
che all’epoca è quattordicenne, ritenuto troppo giovane. Faustina Minore allora avrebbe cercato di trovarsi
un nuovo marito che potesse essere dichiarato imperatore al posto di Marco Aurelio se questi moriva:
Avidio Cassio, avrebbe dovuto procedere a farsi acclamare imperatore dalle legioni della Siria e avrebbe
dovuto sposare lei, in modo tale che Faustina si sarebbe ritrovata di nuovo moglie di un imperatore. La
plausibilità di questa ricostruzione è estremamente bassa, l’unica legione che saluta Avidio Cassio come
imperatore è la legio III Gallica, la sua, convinta che Marco Aurelio fosse già morto, appena compare
all’orizzonte Marco Aurelio vivo la III Gallica ammazza il proprio comandante, quindi neanche la sua legione
lo avrebbe seguito in un tentativo di colpo di stato. Quand’anche tutte le legioni siriache avessero giurato
nel suo nome le altre non sarebbero state a guardare Quindi il piano è utopico e non può essere stato
escogitato da una donna esperta come Faustina Minore. Secondo Birley tentò un colpo di stato autonomo
perché in dissintonia con Marco Aurelio sulla prospettiva del perdurare di queste campagne centro
settentrionali. Avidio Cassio avrebbe espresso il malumore delle province orientali nel vedere come al
centro dei pensieri dell’imperatore c’era ormai il fronte danubiano, quindi sarebbe insorto per passare a una
politica che rimettesse l’oriente al centro, ha tentato di farsi acclamare dalle legioni siriache ma alla fine
hanno preferito Marco Aurelio che dal Danubio si era spostato rapidamente con le legioni danubiane nella
provincia di Siria. Nel vedere ricomparire Marco Aurelio con le legioni danubiane, le legioni della Siria
ritornano immediatamente all’ordine uccidendo Avidio Cassio.

La colpevolezza e il coinvolgimento eventuale nella trama da parte di Faustina Minore non venne mai
appurata da Marco Aurelio: bruciò la corrispondenza di Avidio Cassio, gesto nobile che si faceva perché si
evitava così di perseguire quelli che avessero intrecciato corrispondenza con lui, come per esempio il
prefetto dell’Egitto che aveva dato il suo sostegno ad Avidio Cassio. Marco Aurelio si rammaricava che
Avidio Cassio fosse stato ucciso dai suoi legionari, altrimenti lui lo avrebbe graziato. Lasciò in vita i figli di
Avidio Cassio e si mostrò all’altezza del suo orizzonte di filosofo. Nella stessa spedizione Marco Aurelio e
Faustina Minore si recarono in Cappadocia e Faustina Minore morì. Le fonti antiche non hanno mai
spiegato in maniera convincente la situazione: forse la gotta, molti romani ne soffrivano perché mangiavano
molta carne, soprattutto l’alta aristocrazia. Secondo Gaetano Arena invece Marco Aurelio non sarebbe
stato estraneo alla morte della moglie anche se le fonti ci presentano Marco Aurelio determinato a
mantenere in vita la moglie. L’Historia Augusta ci racconta un aneddoto secondo cui molti gi avrebbero
costantemente suggerito di ripudiarla che lo avrebbe tradito e umiliato continuamente, Marco Aurelio
avrebbe sempre risposto in maniera pragmatica di non poterla rimandare indietro, altrimenti avrebbe
dovuto rimandare indietro anche la dote che in realtà è l’impero: sta al potere perché ha il consenso di tutte
le lobby dell’aristocrazia che si riconoscevano in Antonino Pio. Marco Aurelio potrebbe anche aver
cambiato idea, soprattutto se avesse appurato il coinvolgimento della moglie nella trama di Avidio Cassio.
Gaetano Arena è in prima linea tra coloro che ritengono che Marco Aurelio venisse continuamente
sottoposto a terapie antidolorifiche da parte del medico Galeno che sarebbero state anche a base di oppio,
il tetrafarmaco medico che Marco Aurelio avrebbe dovuto assumere per una serie di dolori in varie parti del
corpo.​ ​

Marco Aurelio divinizza la moglie, le fa costruire un tempio. Tra 176 e il 193 c’è la costruzione della
colonna coclide di Marco Aurelio: in piazza Colonna (Campo Marzio, quindi extra pomerium), su un alto
basamento di quasi 10 metri viene eretta una colonna coclide di 30 metri effettivi di altezza in marmo
lunense e in rapporto con un tempio (il tempio del divo Marco), con in cima la statua di Marco Aurelio che
con papa Sisto venne sostituita alla statua di San Paolo. Se la colonna traiana era stata la trascrizione in
termini iconografici della campagna in Dacia di Traiano, qui abbiamo la trascrizione iconografica delle
guerre contro le popolazioni danubiane e germaniche (guerre condotte da Marco Aurelio tra il 168 e il 175).
Ranuccio Bianchi Bandinelli pubblicò un saggio sullo stile plebeo dell’arte romana che avrebbe affiancato
222
fin dall'inizio lo stile classico inizialmente ad appannaggio dei patrizi. Lo stile plebeo già in quest’epoca
(seconda parte del II secolo a.C.) sarebbe stato elevato a tutti gli effetti a forma d’arte ufficiale. Non c’è più
il classicismo (c’è nella colonna traiana, con volti compassati, commiserazione, compostezza), ma fregi in
alto rilievo pittorico con figure che rispetto al piano di fondo si staccano per ¾ del loro spessore. I
personaggi sono raffigurati su base gerarchica, con l’imperatore che è sempre in una posizione di migliore
visibilità rispetto agli altri, poi l’uso intenso del trapano (deve offrire drammaticità), la creazione di
chiaroscuri, ci sono molti eventi che si rifanno alla sfera miracolistica (per esempio il miracolo della pioggia)
e i volti sembrano quasi allucinati nel contemplare tanto i prodigi della natura quanto gli orrori della guerra.
Non c’è più niente della compostezza dell’arte classica. Immagini stravolte di fronte alle emozioni e alle
sensazioni degli eventi che ci si ritrova a vivere. Molto rappresentati sono le marce delle truppe, i
trasferimenti delle legioni. Giove è spesso trasfigurato nelle forme della natura, in particolare nei fiumi.
L’imperatore solitamente veniva rappresentato frontalmente nell’atto di tenere delle allocuzioni ai soldati.
Abbondano le scene di prigionieri (captivi). Non si vuole tanto infierire sui vinti ed affermare la potenza del
vincitore quanto rappresentare il dolore, l’umiliazione, lo sforzo e la fatica imposta agli uomini da un ruolo
che si trovano a impersonare, in questo caso si trovano a far fronte alle necessità della guerra.

Nel 177 Commodo, il figlio di Marco Aurelio e Faustina Minore, fratello di Lucilla, divenne co-reggente. Le
fonti hanno cercato di screditare la figura di Commodo, si attingono dalla tradizione tutte le metodiche della
distruzione del personaggio: Commodo sarebbe stato l’imperatore delle carestie, delle crisi, passa da un
prefetto del pretorio all’altro, sempre vittima di congiure, caratterizzato da strane passioni, amante delle
carneficine nell’arena. In realtà quando nel 177 viene designato come co-reggente nessuno ebbe nulla da
ridire, pagò soprattutto il parallelo contrastivo con il padre Marco Aurelio. Il piano di inferiorità di Commodo
rispetto a quello del padre Marco Aurelio non scaturisce tanto da una diversa qualità dei due personaggi
quanto dalle differenti caratteristiche dei contesti: negli anni ‘80 vennero al pettine molti nodi legati alle
conseguenze delle guerre intraprese da Marco Aurelio, a cominciare dalle carestie e dalle inflazioni. Nel
177 c’è l’azione anticristiana di Marco Aurelio e martiri come quello del vescovo Policarpo di Smirne.
Marco Aurelio colpisce singoli cristiani o gruppi di cristiani ma non siamo ancora nella fase delle
persecuzioni (sarebbero cominciate nella metà del III secolo d.C. con Decio - intese come azioni contro i
cristiani in quanto tali e su vasta scala - qui sono azioni contro persone che si rifiutano di ottemperare a
quanto richiedeva l’ortodossia del paganesimo di base, il sacrificio. Queste azioni contro i cristiani avviati al
martirio (cioè la morte per non aver voluto tradire la propria fede) lascia perplessi gli studiosi: come scrive
Fraschetti queste decisioni drastiche non ce le saremmo attese da un personaggio dello spessore filosofico
di Marco Aurelio. Marco Aurelio nei Pensieri in alcuni aforismi (come 11,3) era infastidito come Plinio il
giovane dall’ostinazione dei cristiani. Sia Plinio che Marco Aurelio, nei momenti in cui conducono gli
interrogatori, avrebbero gradito da parte dei cristiani un approccio di questo tipo al problema, invece i
cristiani non erano disposti al compromesso, per cui Marco Aurelio si dichiara indifferente nei Pensieri
proprio per l’ostinazione di questi cristiani che vanno incontro a morti che definisce teatrali. Marta Sordi ha
avviato un filone di studi sul cristianesimo che riguarda il rapporto tra il cristianesimo e l’impero romano e
ritiene che Marco Aurelio avrebbe fatto confusione con un’eresia molto diffusa alla fine del II secolo d.C.
(siamo negli anni in cui il cristianesimoc cerca di individuare i suoi dogmi e rispetto a uno stesso passo dei
testi sacri ci possono essere per certi periodi delle divergenti interpretazioni, alla fine se ne afferma una e le
altre sono eresie). Secondo la Sordi ci sarebbe stata una confusione con l’eresia montanista: talmente in
auge che perfino un’apologeta famoso, Tertulliano, nell’ultima fase della sua vita vi si convertì. I montanisti
sono assertori della necessità di un’ascesi, sarebbe stata imminente la venuta dello spirito santo e una
morte teatrale per martirio sarebbe stata il viatico perfetto per una totale remissione dei peccati da parte dei
cristiani, quindi molti montanisti cercano proprio la causa per essere avviati al patibolo. Questo provocava

223
frizioni con i pagani e avrebbe determinato Marco Aurelio a un giro di vite contro i cristiani confusi però con
i montanisti, mentre la maggioranza dei cristiani non avrebbe seguito la predicazione di Montano.

Marco Aurelio mette nuovamente in vigore rompendo il compromesso traianeo la ricerca d’ufficio dei
cristiani: molti governatori provinciali dovevano mettersi a indagare per sapere se nella loro provincia
c’erano cristiani e andarli a cercare. Questo è un momento in cui l’impero romano torna in frizione con il
cristianesimo e corrisponde a una fase in cui non c’erano contrasti con i giudei. Al martirio andò anche
Giustino che con Taziano e Atenagora è uno dei primi apologeti in lingua greca della religione cristiana.
Nel 177 fu la volta del vescovo di Smirne Policarpo e l’evento più d’impatto fu quello dei martiri di Lione
(Gallia Lugdunense in cui nel 177 quasi 50 cristiani vengono uccisi in un episodio eternato dal primo
storiografo della Chiesa, cioè Eusebio di Cesarea).

Sono anni in cui c’è il problema della svalutazione delle monete. La linea di Nerone viene portata avanti e
Marco Aurelio andò molto oltre, si riduce ulteriormente l’argento delle monete d'argento e l’oro delle monete
d’oro. Aumentano i prezzi (inflazione negativa) non dovuto all’aumento del circolante. Anche per la peste
c’è una spirale incontrollata di ascesa dei prezzi che costringerà Commodo a un calmiere, non ha nessuna
possibilità di affermarsi perché si crea subito il mercato nero. Tra il 177 e il 180 avviene anche per le
necessità delle spese di guerra una riduzione del fino dei denari d’argento con cui si pagavano i legionari di
almeno il 2%.

L’ultima impresa di Marco Aurelio fu il progetto della Marcomannia. Il sogno di Marco Aurelio, forse
accarezzato già alla metà degli anni ‘70 e la consapevolezza di questo sogno da parte di Avidio Cassio,
secondo alcuni l’avrebbe portato a congiurare contro l’imperatore era quello di concentrarsi sullo sforzo per
la creazione della nuova provincia che sarebbe stata enorme e avrebbe preso il nome di “Marcomannia”
che avrebbe dovuto inglobare tutti gli spazi della Pannonia, la Dacia e tutti i territori a nord del Danubio. Se
questo progetto fosse andato in porto questa zona avrebbe contenuto tutte le future invasioni di popolazioni
barbariche che dal centro Europa avrebbero messo in crisi i successivi imperatori. Una figura centrale fu
Tarutieno Paterno che era anche il prefetto del pretorio di Marco Aurelio. Era un progetto osteggiato da
molti che ritenevano eccessive le spese per queste campagne, altri non condividevano quest’impostazione
che allontanava l’imperatore dalle altre province dell'impero, altri ancora non condividevano l’idea stessa
alla prospettiva di quante legioni sarebbero accorse poi per presidiare il territorio, questo avrebbe
significato sguarnire altri territori o aumentare in maniera incontrollata le spese del bilancio imperiale per il
mantenimento in servizio delle legioni. Il problema non si pose perché Marco Aurelio morì durante queste
campagne.

➔​ Film: “Il gladiatore”, non è un sunto piacevole e suggestivo, non ricostruisce quello che è avvenuto
in quel lasso di tempo, la vicenda è riletta alla luce dell’ideologia del regista e dei messaggi che
vuole comunicare al suo pubblico. Marco Aurelio non è morto ucciso da Commodo, Massimo Decio
Meridio non esiste. Gli americani, il mondo anglosassone, ritengono che dopo Marco Aurelio ci fu il
crepuscolo perché Roma sbagliò strada davanti al bivio in cui nel 180 d.C. venne a trovarsi. Ridley
Scott rappresenta esattamente questa situazione: Roma nel 180 si sarebbe trovata nella stessa
situazione in cui si trovavano gli Stati Uniti all’alba del XXI secolo (2000, anno del film), o ritrovare i
valori delle generazioni precedenti e dei tempi precedenti o avviarsi verso il crepuscolo, il declino,
ecco perché nella Roma di Commodo è immaginato un senatore che non è mai esistito, un
personaggio immaginario, “Il Gracco” (i Gracchi: i valori della Repubblica). Mette in dialogo due
epoche: l’epoca di partenza del film e l'epoca di arrivo.

La vicenda di marco Aurelio si chiuse in Serbia, probabilmente a Sirmio durante quest’ultima campagna.
Da quando Birley scrisse il suo libro è riuscito ad affermare l’ipotesi secondo cui sarebbe morto per un
224
tumore, lo deduce sulla base di alcuni sintomi che sono presenti. Moriva a meno di 60 anni, gli sarebbe
succeduto suo figlio e alla morte del figlio si sarebbe avuta una situazione speculare a quella del 68/69 con
le legioni dei vari fronti dell’impero che cercano di esprimere ognuno il proprio governatore come
successore: i pretoriani a Roma, le legioni di Britannia, Pannonia e Siria. Da quel “Risiko” sarebbe uscito
vincente Settimio Severo che avrebbe affermato una nuova dinastia: la dinastia dei Severi che precede il
cinquantennio dell’anarchia militare.

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Lezione XXVII – 29/04/2026: L’alimentazione a Roma
Il paleolitico inferiore (2.5 milioni di anni fa) l’alimentazione era basata sul consumo sia di carne di animali
erbivori (soprattutto trovati morti) e su tuberi, radici, bacche e semi. Non si usava il procedimento di cottura,
perché mancava il controllo del fuoco. Ciò esponeva al fatto che i cibi non venivano cotti e
conseguentemente c’era un maggior numero di intossicazione, ed è un’alimentazione basata
prevalentemente sulle proteine e ciò da luogo ad un accumulo di purine che a lungo andare compromette
l’attività renale → la vita di questi uomini durava mediamente 25 anni.

Nella seconda fase del paleolitico (circa 1.5 milioni di anni fa) la specie umana è in grado di praticare una
caccia rudimentale, quasi sempre in forma solitaria, grazie a bastoni, sassi, trappole. Inizia anche il
controllo del fuoco e non c’è una grossa evoluzione nell’alimentazione se non che la caccia permetteva di
potersi cibare maggiormente di carne.

Con il paleolitico medio (300mila anni fa) inizia la caccia di gruppo che permette di prefiggersi la caccia di
prede più ambite da cui si potevano ricavare nutrimenti in proporzioni superiori. In questo periodo c’è ormi il
controllo pieno del fuoco che permette il procedimento di cottura ed elimina molti rischi di intossicazione.

Nel paleolitico superiore (50mila anni fa) la caccia si fa in gruppo e riguarda animali di grossa taglia (cavalli,
bisonti, cinghiali, renne, ecc.). Sono state introdotte le asce, gli archi sono sempre più potenti e possono
scagliare le frecce che permette di uccidere le prede senza mettersi a rischio di avvicinarsi troppo. Anche la
pesca si giova dei primissimi ami, anche se condotta prevalentemente sulle rive.

Con il neolitico (10.00 a.C.) si ha lo scarto definitivo nella storia dell’alimentazione grazie alla nascita dei
villaggi e all’agricoltura (Ippocrate faceva coincidere la nascita della medicina con la nascita dell’agricoltura
perché aveva cambiato le possibilità della specie umana di mantenersi in salute). L’homo sapiens sapiens
(oggi definito homo sapiens anatomicamente moderno) arricchisce la sua dieta con i prodotti della
coltivazione, praticata soprattutto in zone acquitrinose e quindi riguardava cereali, riso, frumento ed orzo, si
introducevano nella dieta i carboidrati e ciò permetteva di dipendere in misura minore dalle proteine con un
allungamento della durata della vita poiché si evitava di un accumulo di purine. Il nostro organismo, poiché
ha bisogno di 150 g di zucchero al giorno e se non si assumono carboidrati per lungo periodo, deve
ricavare zucchero dalle proteine, presupponendo una neoglicogenesi, cioè un processo per cui si ricava
zucchero da ciò che zucchero non è, ma ciò produce un accumulo di residui chetomici che compromette la
salute umana. L’addomesticamento degli animali portò all’integrazione nella dieta di latte, uova e latticini,
soprattutto nelle campagne e meno nelle città. Altresì, la riduzione del consumo della carne portava
all’aumento della necessità di sale.

Dosi e Schnell scrissero nel 1992 un libro in cui dividevano l’alimentazione romana in 5 fasi:

1.​ Fase dell’origine: alimentazione prevalentemente latto-ovo-vegetariana, ma non significa che non
mangiassero mai carne o pesce (erano assunti in quantità minore);
2.​ Alta e media Repubblica: con l’influsso di altri popoli venne ampliata la prospettiva alimentare
poiché vennero introdotti altri generi di consumo alimentare, soprattutto nella media Repubblica;
vengono inoltre sfruttate le ville;
3.​ Fine della Repubblica: c’è l’apice dello sfarzo e della gastronomia;
4.​ Alto impero: per tutto il I secolo d.C. la situazione è simile se non uguale a quella del I secolo a.C.;
ci sono molte persone che non si possono permettere un’alimentazione di base, ma c’è anche un
ampio strato della popolazione che può attingere a varie e tante varietà di cibo;

226
5.​ Fase della decadenza: con un ritorno all’austerità dei primi secoli (il concetto di crisi esteso a tutta
la storia romana poiché l’involuzione non è uniforme perché ci sono alcune aree che non conoscono
la crisi mentre altre la conoscono presto quindi un concetto asimmetrico e non uniforme)

LE VILLE

Sono presenti già nel III secolo a.C., ma dopo la seconda punica grazie ai capitali che affluiscono a Roma
si evolvono e comincia ad essere praticata l’agricoltura, la coltivazione specialistica e l’allevamento
transumante grazie alla manodopera salariata e agli schiavi. Alla finalità che già c’era di autosussistenza
per chi viveva nelle ville, si affianca la vendita del surplus produttivo. Inizialmente Campania e Lazio
meridionale per problemi riguardanti i rischi di trasporto. C’è una riduzione della coltivazione di grano e
cereali a vantaggio dell’allevamento transumante e di nuovi generi coltivati come l’olivo e la vite. Questa
villa si evolvette sempre più fino a diventare un centro di allevamento di pesci (nelle piscine) o animali
portati dall’oriente come i fenicotteri, le gru o i pavoni.

Varrone nel De Re Rustica teorizzò quella che per lui era la villa perfetta: agricoltura allevamento +
allevamento animale specializzato.

Il fenomeno dell’emancipazione o di concorrenza delle province: inizialmente le province sono il mercato


dei prodotti delle ville italiche, ma a loro volta verranno impiantate delle ville che diventeranno
concorrenziali nella produzione, donde si attuarono provvedimenti interventistici (Diocleziano impone di
distruggere il 50% dei loro vigneti).

Nel III secolo viene postulata una diffusa crisi dell’economia agricola (periodo di anarchia militare), dove c’è
la competizione che sfocia in alcune volte tra latifondo imperiale e latifondo senatorio. La villa inizia a
perdere le funzioni di vendita, rinunciando alle produzioni specialistiche e a recuperare la funzione di
produzione per l’autosussistenza.

A partire da Diocleziano, autore di una riforma fiscale (iugatio-capitatio) che divideva tutti i terreni
dell’Impero Romano in un algoritmo che ne calcolava la produzione teorica in base agli iuga e alla
manodopera, e su questa base ne calcolava la capacità fiscale. In qualche modo faceva si che ogni
proprietario dovesse pagare impunibile calcolato a livello teorico e quindi doveva vincolare i coltivatori alla
terra.

I CIBI DEI ROMANI

Presenta limiti nel pensare che nei vari secoli e nelle varie località tutti mangiassero la stessa cosa: fare un
discorso generale di cosa si mangiava nell’antica Roma è quindi quasi impossibile.

CEREALI: l’agricoltura ha avuto sempre un grande prestigio e non c’è nulla di male se una persona che
può comandare lo stato romano va a zappare la terra (es. Cincinnato nominato dittatore, sconfigge gli Equi
e poi torna nel suo orto) perché non c’è attività più nobile che lavorare la terra (cit. di Catone nel De agri
coltura) anche perché chi coltiva la terra non farà mai cattivi pensieri. Servio nel suo commento all’Eneide
in una glossa specifica che il cereale più antico è il farro, spiegabile con il fatto che molti terreni dell’antica
Roma erano acquitrinosi. Nel V secolo si passa dai grani vestiti (con le glumelle) ai grani nudi, grazie anche
al miglioramento dei sistemi di trebbiatura. La puls era una farinata di farro e considerate il piatto nazionale
dell’antica Roma (simile alla pizza poiché sopra si poteva mettere qualsiasi cosa). Il pane in genere era
lievitato e si faceva in casa nei primi secoli e parallelamente alla diffusione dei cuochi professionisti si
227
diffonde la figura del fornaio, chiamato pistor. Nel III secolo a.C. il frumento supera i cereali precedenti per
la sua miglior fruibilità.

ORTAGGI: estremamente fruiti già dai primi secoli perché molti non richiedono cottura (risparmio di
cottura). Non si sa se gli ortaggi che avevano all’epoca sono gli stessi di oggi (di alcuni si sa grazie a delle
documentazioni letterarie, epistole, trattati, o grazie a mosaici e fossili) perché, per esempio, le carote degli
antichi sono grigiastre, i piselli erano addirittura spigolosi e grigiastri. Rispetto ai tuberi non si avevano solo i
tartufi. Raramente qualcuno parla degli ortaggi bene perché sono alla base dell’alimentazione delle classi
basse o di un pasto veloce, inoltre alcuni hanno una vasta applicazione nell’ambito medico-farmacologico
(es. famiglia delle crucifere e la brassica a cui Catone dedica due capitoli del De agri cultura e con cui ci
curano tutto, persino i tumores [probabilmente sono dei rigonfiamenti e non i nostri tumori]).

FRUTTA: all’origine le specie disponibili erano poche (fico, mela, pera, more, uva in specie selvatiche) e
con la conquista di territori si espanse la disponibilità di frutti: Locullo riporta dalla terza mitridatica la
cerasus; quando viene conquistata l’Armenia si riporta a Roma l’albicocca (costo esorbitante); dalla Persia
la pesca, dall’Africa i datteri che vengono utilizzati come dolcificanti, ecc. Tuttavia, non sempre i nomi sono
uguali a quelli attuali: nell’Historia Augusta, lo sfidante di Settimio Severo, Clodio Albino, aveva l’abitudine
di mangiarsi alla fine di ogni pasto 10 meloni, che ovviamente non era il nostro melone fino al I secolo d.C.
corrisponde al melone serpentino (lungo quasi un metro e ha un ridottissimo contenuto di zucchero), poi
Plinio il Vecchio parla del melo pepones scoperto in Campania ed è una varietà di melone molto più
zuccherino, grandi quanto una pesca e che non pendeva ma giaceva a terra. Per la conservazione o si
essiccavano i frutti, oppure li si mettevano in liquidi ad alto contenuto di zucchero (o sostanze dolcificanti,
molto spesso il miele).

OLIO E OLIVE: la forma selvatica dell’ulivo è presente già in età neolitica, mentre la forma coltivata viene
importata dalla Grecia nel IV secolo. Le olive come tali sono l’alimento base delle classi umili e non sono
mangiate dall’alta aristocrazia. Il progresso tecnico incise molto sulle possibilità di ricavo dell’olio:
inizialmente si ottiene grazie al trapetum, poi grazie alla mola, in seguito separato dalla morchia e versato
in contenitori di terracotta. L’olio più apprezzato è quello fatto con le olive di fine estate chiamato oleum
acerbum. È un cibo che veniva apprezzata dai salutisti che vedevano le proprietà antiossidanti (concetto
sconosciuto, ma già gli antichi avevano notato che certi alimenti potevano allungare la viva → commedia
plautina in cui un servo fa un discorso in relazione agli ortaggi [servus callidus]).

UOVO: è padrone della gustatio (antipasto) ma non è mai stato granché apprezzato. Veniva tuttavia
apprezzato dai contadini poiché preservava le galline. Spesso venivano conservate con la crusca dopo
essere state bollite

LATTE E LATTICINI: soprattutto di pecora e di capra, un latte più ricco di grassi saturi. Inoltre, la diffusione
del latte non è omogenea: veniva fruito nelle campagne, mentre è ridotta nelle città perché non si riusciva a
conservarlo (pastorizzazione). Ciò faceva sì che nei centri urbani ci fossero molte patologie dovute alla
carenza di vitamina A → diffusione della figura dell’oculista e problemi sull’altezza delle persone. I
formaggi, invece, potevano essere conservati grazie al cloruro di sodio e sono apprezzati i nostri formaggi
francesi o i pecorini del Velabro.

SALE: importantissimo poiché la dieta dei primi secoli (ridotto consumo di carne e a base
latto-ovo-vegetariana) era ricca di potassio e scarseggiava di sale. Il rapporto tra potassio e sodio deve
essere 1 a 5, altrimenti c’è il crollo della pressione sanguigna.

CARNE: non alla base della dieta poiché molto costosa, oltre che gli animali erano utili per l’agricoltura.
Secondo Plinio sarebbe stata presente la gotta, una malattia dovuta all’accumulo di cristalli di acido urico
228
nelle articolazioni, idealizzando il fatto di non consumare la carne poiché si indulgeva al lusso. Il suino si
impose presto nei pasti dei romani perché il maiale mangia tutto e del maiale si mangia tutto. Pecore e
capre producevano il latte, le galline le uova, il bue era utile nel lavoro dei campi non venivano mangiati.
Venivano mangiati gli animali da cortile come l’anatra, mentre per l’oca arrivò la convinzione che sentisse in
anticipo i veicoli. Con la tarda Repubblica, nelle ville ci sono allevamenti specializzati, come quello di
Aufidio Lurcone che allevava i pavoni, le lingue di fenicottero o la carne di ghiro. Erano apprezzatissimi
anche i salumi e le lucaniche

PESCE: era raro ma veniva consumato. A Roma sorge presto il forum piscarium, che era vicino al forum
boario. Ennio menziona nell’Aediphagetyca molte varietà di pesci. Il pesce veniva allevato in alcune vasche
nelle ville. Ausonio descrive nella Mosella tutte le specie di pesci dei fiumi in Germania e in Francia →
problemi perché mangiavano alcune specie di pesci che in realtà non sono commestibili.

VINO E BEVANDE ALCOLICHE: il vino è già attestato nelle cerimonie religiose protolatine, ma la
diffusione si deve alla diffusione della villa. Ci sono varie qualità di vino (i più scadenti erano per gli schiavi;
una delle più pregiate era il Falerno di cui Trimalchione si vanterà nel suo banchetto di poterne servire una
del 121 a.C.) e avevano soprattutto alte gradazioni: il vino atrum (nero) si poteva avvicinare ai 20°, e perciò
spesso era diluito con acqua soprattutto nelle mense vinarie per evitare che nei banchetti si ubriacassero
tutti (abilità del simposiarca di diluirlo in maniera tale da non alterarne il gusto). Il vino mulsum (vino +
miele) si beveva ancora nel medioevo in monasteri polacchi ed era considerato un vino curativo [oggi
difficilmente il miele riuscirebbe a curare una bronchite perché i batteri sono stati costretti ad evolversi per
resistere agli antibiotici]. Per le donne c’era il divieto di bere vino.

CONDIMENTI E SPEZIE: si tende a rendere il più possibile sapidi i cibi tramite condimenti e spezie che ad
oggi non sono più in circolazione. Alla fine della Repubblica era diffuso l’aceto come condimento, mentre
come spezie il pepe (credevano fosse nero perché cotto dal sole), il cumino e il laserpicium. Il garum è un
ingrediente la cui questione è stata iniziata da Plinio: si sarebbe ricavato dalle interiora marcite dei pesci
(ma sarebbe un composto tossico). È Gargilio Marziale nel III secolo che spiega che è un pesce messo in
un vaso con erbe aromatiche e sale (non marciscono perché c’è il sale) e dopo 20 giorni il liquor che si
ottiene è appunto il garum che deriva dalla fermentazione delle interiora dei pesci, ma senza tossine. Era
molto famoso il garum sociorum cioè prodotto in Spagna.

RAPPORTO MEDICINA-ALIMENTAZIONE

Nel mondo antico c’era un rapporto molto stretto tra i due poiché non esiste ovviamente la chimica
farmaceutica. Le piante e i cibi costituiscono il cuore della medicina empirica (low medicine), altresì un
ambito della Medicina ufficiale e dotta, quello della farmacologia e della dietetica (prediletto dalla Scuola dei
Metodici), che affiancava l'ambito della chirurgia: i farmaci dell'antica Roma, sotto la prevalente forma di
pozioni ed unguenti, miscelavano estratti di piante o erbe con alimenti e bevande.

La differenza tra Medicina ufficiale e popolare consiste oggi nel ricorso della prima al metodo scientifico e a
principi attivi testati e verificati, e della seconda a pratiche empiriche attinte alla tradizione; nell'antichità la
Medicina ufficiale, rispetto a quella popolare, si differenziava soprattutto per la ricerca di cause razionali
delle patologie, e per un ricorso ai formulari magici e alle pratiche rituali solo in funzione ancillare e
marginale (es. se una persona era stata morsa da un animale, spesso lo si curava con parti del corpo di un
animale considerato nemico perché si pensava avesse avuto un effetto contrastivo spesso non
succedeva).

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CORPUS APICIANUM 7, 16, 2 - Tubera

Apicio scrisse nel I secolo d.C. un libro di cucina che nasce nella sua epoca ma si stratifica nel tempo. È un
manuale di cuochi provetti e lo si capisce dal fatto che non vengono mai indicate le quantità dei condimenti
o degli alimenti.

“Lessa i tuberi, e dopo averli cosparsi di sale infilzali in uno spiedo e arrostiscili. Poi versa dentro una
pentola liquamen, olio verde, mosto cotto, un po' di vino, pepe tritato e un po' di miele, e fai bollire il tutto. Di
seguito, lega con l'amido e buca i tuberi perché si impregnino del condimento di cui sopra. Impiatta bene, e
quando saranno ben imbevuti della salsa, servili in tavola. Se poi vorrai, avvolgi questi stessi tuberi entro
una rete di maiale, arrostiscili e portali in tavola così.”

→ Il liquamen è un sale portato allo stato semiliquido e poi fatto evaporare e non è il garum. È quindi
difficile che con tubera faccia riferimento ai tartufi. In altre ricette possono essere perfezie o funghi. Si
prevedeva l’arrostimento perché si era notato che alcuni funghi erano tossici se non venivano cotti, mentre
non succedeva niente se si cuocevano, poiché la loro tossicità veniva distrutta dal calore (termolabili).

I PASTI DEI ROMANI

Fermo restando che tutto è relativo, c’erano dei momenti preferiti dalla media di persona.

La colazione prendeva il nome di ientaculum. Poiché nel mondo antico non c’è l’illuminazione elettrica e si
cerca di sfruttare al massimo l’illuminazione, la sveglia in campagna avveniva all’alba, mentre in città poco
più tardi. Solitamente si mangiavano o gli avanzi della cena precedente o altrimenti pane intinto nel vino,
formaggio, qualche salume, olive, frutta. Solo in campagna, latticini. Uno studioso sostiene che nelle
colazioni dei romani il posto del caffè ce l’aveva il vino, non per l’effetto sull’organismo ma per la diffusione.

Il pranzo prendeva il nome di prandium che era uno spuntino veloce, generalmente tra mezzogiorno e le
una, a base prevalentemente di pane e formaggio, o di frutta, specie quella più zuccherina come l'uva o i
fichi, o le mele. Svetonio ci racconta il prandium di Augusto e che amava mangiare un frutto. Spezzava il
digiuno prima della cena e precedeva il passaggio alle thermae → poiché non si ha il bagno in casa,
bisognava dedicare qualche ora della propria giornata per andare nei balnea o nelle terme per espletare le
funzioni fisiologiche o per lavarsi, oppure nel caso delle terme anche per fare sport; erano inoltre momenti
di socializzazione.

La cena era il momento principale per l’alimentazione della giornata. La cena, da parte dei ceti elevati,
aveva una valenza autopromozionale, ma anche da parte dei ceti più umili era connotata da una forte
valenza di socialità. Le cenae ufficiali di aristocratici o degli imperatori erano banchetti con vari momenti,
che iniziavano intorno alle 16, e terminavano a notte fonda poiché erano occasione di confermare il proprio
prestigio o di presentarsi alla società. Vi si mangiava ogni tipologia di generi alimentari. Nel caso del pasto
di fine-giornata dei ceti più bassi, iniziava alla stessa ora ma terminava già poco dopo, e si basava sul
consumo solitamente di cereali, o di carne o salumi o formaggi, accompagnati da contorni.

I BANCHETTI

I Romani, in occasione dei banchetti di rappresentanza organizzati con finalità evidentemente


autopromozionali per una platea di persone importanti, mangiavano sdraiati sui triclinia, dei divani in

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muratura o in legno, a tre posti (tri-clinia), collocati a gruppi di tre fino a un massimo di dodici intorno ad una
tavola detta mensa sulla quale venivano adagiate le portate.

C’era una gerarchizzazione dei convitati: il giaciglio centrale era il più importante, il giaciglio alla sinistra del
centrale era il meno importante. I clientes o gli schiavi dei convitati (funzione difensiva) sedevano su
sgabelli davanti ai piedi dei loro padroni, ed erano interessati a portarsi a casa la sportula (gli avanzi).

I commensali mangiavano reggendosi con la mano sinistra, e i cibi deposti sulla tavola si prendevano con
le dita della mano destra, e per questo dopo ogni portata era necessario che i servitori del padrone di casa
portassero ai commensali delle bacinelle piene d’acqua per lavarsi le mani. Non si usano le posate
(esistevano comunque) e i cibi vengono portati in tavola già tagliati in parti più piccole. Sono presenti i
piatti, sia piani che cupi, e per bere utilizzavano delle coppe.

CENA DI TRIMALCHIONE

-​ Gustatio ricchissima offerta dal liberto Trimalchione, che vuole mostrare come ha fatto fortuna con il
commercio su navi: prevede olive bianche, olive nere, ghiri in salsa di miele e papavero, involtini,
prugne di Siria, melograni, uova di pavone, beccafichi, vitello pepato, mulsum, vino Falerno
opimiano
-​ Primae mensae: sono 7 portate di cibi molto saporiti perché devono destare sete
-​ Ferculum I: ceci, manzo, testicoli e rognone, fichi, vulve di scrofa, torte e focacce, pesci,
gallo selvatico, locuste di mare, oca, triglie, un favo di miele (in un vassoio rotondo con i
dodici segni zodiacali)
-​ Ferculum Il: pollame, lepre e petti di scrofa
-​ Ferculum III: cinghiale con datteri
-​ Ferculum IV: maiale con cotechini e salsicce
-​ Ferculum V: vitello lesso
-​ Ferculum VI: paste dolci, frutta mista
-​ Ferculum VII: gallina e uova d'anatra
-​ Secundae mensae: tordi infarinati con uva passa e noci, mele cotogne, carne di maiale a forma di
oca con intorno pesci ed uccelli, ostriche e lumache
-​ Vinariae mensae: il vino era servito nelle ore notturne e accompagnato da dolci dal simposiarca che
deve far in modo di annacquare il vino per renderlo fruibile per molte ore

Le caratteristiche della cucina romana

-​ Mimetismo: bisognava camuffare i cibi per rendere un mistero ciò che si stava mangiano
-​ Uso eccessivo delle spezie e dei condimenti (pepe, olio, garum, liquamen)
-​ Predilezione per i cibi a contenuto proteico → provoca problemi di gotta
-​ Carni allessate e poi arrostite (doppio procedimento di cottura) poiché si cercava di far vivere il più
possibile gli animali utili anche per altri scopi, e quando non erano più efficienti le loro carni erano
diventate ormai dure.

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