MCstud
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1
INDICE 2
7 Fluidi 234
7.1 Fluidi Perfetti ed Equazioni di Eulero . . . . . . . . . . . . . . . . 234
7.2 Condizioni al Contorno e Problemi a Frontiera Libera per le Equa-
zioni di Eulero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 236
7.3 Statica di un Fluido . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 239
7.4 Teoremi per Fluidi Perfetti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 242
7.5 La Funzione di Stokes . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 244
7.6 Moti Stazionari Irrotazionali di Fluidi Perfetti Incompressibili . . . 245
INDICE 3
8 Viscoelasticità 309
8.1 Ipotesi Costitutive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 309
8.2 Memoria Evanescente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 313
8.3 Teoria della Viscoelasticità Lineare . . . . . . . . . . . . . . . . . . 314
8.4 Equazioni Costitutive per Materiali Isotropi . . . . . . . . . . . . . 315
8.5 Viscoelasticità Finita Lineare e Teoria di Lodge . . . . . . . . . . . 317
8.6 Il modello BKZ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 323
8.7 Viscoelasticità Infinitesima . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 325
8.8 Stabilità della Quiete . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 326
8.9 Velocità di Propagazione delle Onde di Shear . . . . . . . . . . . . 328
8.10 Risposta alle Oscillazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 329
8.11 Fluidi di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 332
8.12 Fluidi di Oldroyd ed Altri Modelli Differenziali . . . . . . . . . . . 338
8.13 Modelli Molla–Smorzatore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 341
8.13.1 Fluidi di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 341
8.13.2 Solidi di Voigt-Kelvin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 345
8.13.3 Solidi Lineari Standard . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 347
8.13.4 Fluidi di Jeffreys . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 350
8.14 Esercizi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 352
Deformazioni Finite e
Infinitesime
x = x(X) , (1.1)
xi = xi (X 1 , X 2 , X 3 ), i = 1, 2, 3 . (1.2)
1
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 2
Si suppone che esse siano un diffeomorfismo, ossia che le funzioni (1.2) siano
di classe C 1 , globalmente invertibili e con inversa di classe C 1 . La richiesta che
ad ogni X ∈ B∗ corrisponda una sola x ∈ B garantisce che la deformazione non
generi fratture o discontinuità del materiale. Viceversa, la richiesta che ad ogni
x ∈ B corrisponda una ed una sola X ∈ B∗ preserva le proprietà fondamentale
della materia. In particolare l’esistenza della funzione inversa è legata alla richiesta
che due particelle non possano contemporaneamente occupare la stessa posizione
(ossia la mancanza di sovrapposizioni) e la suriettività alla richiesta che parti del
corpo non possano sparire. Questa proprietà deve valere globalmente e non solo
localmente come messo in evidenza dall’Esercizio 1.1. =⇒ Es. 1.1-1.7
Differenziando la (1.2) si ha
∂xi
dxi = dX L , (1.3)
∂X L
sicché resta definita in ogni punto X ∈ B∗ un’applicazione lineare, detta gradiente
di deformazione in X che nel riferimento (0, ei ) è individuata dalla matrice
∂xi
F= (FLi ) := , (1.4)
∂X L
Infatti, come vedremo nel prossimo lemma gli elementi di volume dV∗ e dV in B∗
e B rispettivamente, sono legati dalla relazione
dV = JdV∗ . (1.7)
DIM:
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 4
(1.10) Riferendosi alla Figura 1.2, detti dX1 , dX2 e dX3 i vettori lungo i tre
lati del volumetto dV∗ che si incontrano in un punto si ha che
Ora ijk F1i F2j F3k è proprio come si calcola il determinante di una matrice
3 × 3 e la sostituzione di (1, 2, 3) con (L, M, N ) indica solo uno scambio di
j
colonne per cui a meno del segno ijk FLi FM FNk sarà ancora il det F e più
i j k
precisamente ijk FL FM FN = LM N (det F). Quindi
(1.9) In maniera simile, sempre facendo riferimento alla Figura 1.2, se dX1 e
dX2 sono i lati di dΣ∗ allora dΣ∗ = dX1 × dX2 e dΣ = dx1 × dx2 =
(F dX1 ) × (F dX2 ). Quindi
Riassumendo
dx = F dX ,
dΣ = JF−T dΣ∗ ,
dV = J dV∗ .
=⇒ Es. 1.8, 1.9
Si osservi che c’è una differenza sostanziale tra i vettori dx e dΣ che può essere
evidenziata pensando di tracciare un trattino infinitesimale dX sul materiale. Nel-
l’evoluzione questo trattino si deformerà in dx seguendo il corpo. La stessa cosa
non succede per dΣ, che non segue il corpo. Infatti, facendo riferimento alla Figura
1.2 e pensando ad una serie di deformazioni che abbiano gli stessi dx1 e dx2 , ma
dx3 diversi, il vettore dΣ sarà lo stesso anche se le deformazioni sono diverse, men-
tre, per esempio, i vettori solidali al corpo originariamente perpendicolari a dΣ∗ si
trasformano in vettori con inclinazioni diverse.
In conclusione il gradiente di deformazione contiene tutte le informazioni sulla
deformazione che ha subito un elemento di volume in X nel passaggio da B∗ a B.
Allo scopo di esplicitare questo contenuto di informazioni, si può osservare che la
matrice F stante (1.6), è non singolare sicché ad essa può applicarsi il seguente
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 5
Sia F un tensore del second’ordine per il quale det F > 0 in uno spazio vettoria-
le Euclideo E3 . Allora esistono due tensori U e V, simmetrici e definiti positivi
e una rotazione propria R tale che
F = RU = VR, (1.12)
DIM:
Inoltre det R = det F det U−1 > 0, per cui R corrisponde a una rotazione
propria.
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 6
FT F = U1 RT1 R1 U1 = U21 ,
FT F = U2 RT2 R2 U2 = U22 ,
da cui U1 = U2 in quanto definite positive. Essendo poi
F = R 1 U = R2 U ,
VT = (RURT )T = RURT = V ,
Figura 1.3: Significato fisico del teorema di decomposizione polare con l’azione di
U (sopra) e R (sotto).
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 8
=⇒ Es. 1.10–1.15
mentre il rapporto
|dx| − |dX|
δN − 1 = , (1.16)
|dX|
perché essendo R ortogonale preserva le lunghezze (si veda Esercizio 1.7). Ciò
giustifica l’impiego dello stesso nome per le due quantità δN e λL .
A questo punto si presenta il problema di dedurre da F l’insieme di tutti gli
stiramenti e gli angoli di scorrimento in X in quanto questi forniscono notevoli
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 10
informazioni sulla deformazione locale. Ciò sarà fatto nel prossimo paragrafo con
l’introduzione del tensore di Cauchy-Green.
=⇒ Es. 1.16–1.24
δu2 = Λ, (1.22)
Infine, scelti in X ∈ B∗ due vettori infinitesimi dX1 e dX2 nelle due dire-
zioni individuate dei versori N1 ed N2 ed indicando con dx1 e dx2 i vettori
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 11
N1 · C N2
= p p ,
N1 · C N1 N2 · C N2
da cui segue
δN1 δN2 cos θ12 = N1 · C N2 . (1.24)
Se in (1.24) si pone N1 = eL , N2 = eM (L 6= M ) e si ricordano (1.21) e
(1.23), si perviene al risultato
π CLM
sin γLM = sin − θLM = cos θLM = √ √ . (1.25)
2 CLL CM M
δe21
δe1 δe2 sin γ12 δe1 δe3 sin γ13
2
C = δe1 δe2 sin γ12
δe2 δe2 δe3 sin γ23
.
2
δe1 δe3 sin γ13 δe2 δe3 sin γ23 δe3
B = RU2 RT = BT = V2 ,
e che
B = RCRT , C = RT BR . (1.27)
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 12
Si verifica facilmente il seguente teorema che stabilisce una relazione tra gli
autovalori ed autovettori di B e C.
Lemma 1.5. - (Relazione tra autovalori ed autovettori di B e C).
sicché
B (R u) = ΛC (R u) ,
da cui segue la prima parte del teorema.
Il viceversa si ottiene in maniera simile. Se v è autovettore di B appartenente
all’autovalore ΛB ,
ΛB v = B v = RCRT v ,
da cui si ottiene
C(RT v) = ΛB (RT v) ,
e quindi l’asserto.
3
1 1 X (1.31)
IIC = (tr C)2 − tr C2 = (CLL CM M − CLM CLM ) ,
2 2
L,M =1
IIIC = det C .
IC = λ1 + λ2 + λ3 ,
IIC = λ1 λ2 + λ1 λ3 + λ2 λ3 , (1.32)
IIIC = λ1 λ2 λ3 ,
=⇒ Es. 1.25
Nelle applicazioni sono utili le seguenti formule di derivazione valide per ogni
tensore C non singolare
Lemma 1.6. - (Derivazione degli invarianti).
∂IC
= I,
∂C
∂IIC
= IC I − CT , (1.34)
∂C
∂IIIC
= IIIC (C−1 )T = (C2 − IC C + IIC I)T .
∂C
DIM: Innanzitutto, data una matrice A non singolare, si sviluppi il suo determi-
nante secondo gli elementi della prima riga. Si ha allora det A = A11 Â11 +
A12 Â12 +A13 Â13 dove ÂLM è il complemento algebrico dell’elemento ALM .
Pertanto, per esempio, ∂A∂12 det A = Â12 . Ricordando che
Â12
[A−1 ]21 = ,
det A
si ha quindi che
∂ det A
= (det A)A−T . (1.35)
∂A
Per provare le (1.34) si parte dall’identità
∂
det(ΛI + C) = det(ΛI + C)(ΛI + C)−T
∂C (1.37)
= (Λ3 + IC Λ2 + IIC Λ + IIIC )(ΛI + C)−T ,
e dall’altra
∂ ∂IC 2 ∂IIC ∂IIIC
(Λ3 + IC Λ2 + IIC Λ + IIIC ) = Λ + Λ+ . (1.38)
∂C ∂C ∂C ∂C
Eguagliando i secondi membri delle (1.37) e (1.38) e moltiplicando a destra
la relazione cosı̀ ottenuta per (ΛI + C)T si ha
Λ3 I + IC Λ2 I + IIC ΛI + IIIC I =
∂IC 3 ∂IIC ∂IC T
= Λ + + C Λ2
∂C ∂C ∂C
∂IIIC ∂IIC T ∂IIIC T
+ + C Λ+ C .
∂C ∂C ∂C
che quindi afferma che se M è una matrice quadrata e p(x) il suo polinomio carat-
teristico allora p(M) = O.
∂ui
Grad u := , (1.41)
∂X L
da (1.40) si ricava
F = I + Grad u . (1.42)
Di uso corrente è il tensore di deformazione di Green-Saint Venant
1
G := (C − I) = GT , (1.43)
2
1
Grad u − (Grad u)T = −WT
W := (1.46)
2
G ≈ E, (1.49)
dove il segno ≈ denota che le quantità al primo e secondo membro differiscono per
infinitesimi di ordine superiore ad |u| e |Grad u|. Quindi
C = I + 2G ≈ I + 2E . (1.50)
Grad u = ∇u F ≈ ∇u .
DIM: Per provare la prima parte del teorema, si considerino due versori N1 e N2
uscenti da X ∈ B∗ . È evidente, per (1.43) e (1.49), la catena di eguaglianze
N1 · C N2 = N1 · (2G + I) N2 ≈ N1 · 2E N2 + N1 · N2 , (1.53)
sicché, per N1 = N2 = N, stante la (1.21), si ha
√
δN ≈ 1 + 2N · E N ≈ 1 + N · E N . (1.54)
La (1.54), quando si ponga in essa N = eL , fornisce la (1.51). Se invece,
nella (1.53) si prendono N1 = eL , N2 = eM , con L 6= M , e si tiene conto
della (1.24) e della condizione eL · eM = 0, si ottiene
δeL δeM cos θLM ≈ 2ELM .
D’altra parte, cos θLM = sin( π2 − θLM ) = sin γLM ≈ γLM in quanto gli
angoli di scorrimento sono piccoli, mentre per la (1.51) è δeL δeM ≈ 1. In
queste approssimazioni si ottiene appunto la (1.52).
Ricordiamo anche il seguente altro teorema che riformula il teorema di decom-
posizione polare nell’ambito della teoria delle deformazioni infinitesime.
Lemma 1.8.
In una deformazione infinitesima si ha
U ≈ I + E,
(1.55)
R ≈ I + W.
Inoltre
F dX = RU dX = dX + E dX + Φ × dX , (1.56)
essendo
1 ijl
Φi := ε Wjl . (1.57)
2
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 20
e
R = FU−1 = (I + Grad u)(I + E)−1 .
Poiché si prova che (cfr. Paragrafo 1.7)
1
(I + E)−1 ≈ I − E = I − Grad u + (Grad u)T ,
2
si ha R = I + W e le (1.55) risultano provate. Si osservi che I + W è
ortogonale a meno di termini del secondo ordine. Infatti, (I + W)(I + W)T ≈
I + W + WT = I.
Da queste segue anche
F dX = RU dX ≈ (I + E)(I + W) dX ≈ (I + E + W) dX .
dV − dV∗
= tr E . (1.58)
dV∗
In particolare, nel caso isocoro,
tr E = 0 . (1.59)
!
1 ∂ 2 [(I + M)−1 ]ij l
+ l ∂M p
Mm Mqp + o(|M|2 ) . (1.62)
2 ∂Mm q
M=O
∂(M −1 )hk
= −(M −1 )hi (M −1 )jk . (1.63)
∂Mji
∂ 2 xh ∂ 2 xh
1 −1 N −1 M
= (F )h − (F )h = 0.
J ∂X L ∂X N ∂X L ∂X M
1.8 Esercizi
Prima di cominciare osserviamo che nella maggior parte degli esercizi useremo la
notazione fisica scrivendo i vettori in riga, ma vanno intesi come vettori in colonna.
Questo è evidentente quando si moltiplica una matrice per un vettore.
Esercizio 1.1 (Invertibilità globale).
Si studi la deformazione piana
x = coshXcosY ,
(1.67)
y = senhXsenY .
(In questo e nei prossimi esercizi tranne dove esplicitamente indicato, ossia per
gli Esercizi 1.3, 1.4, 1.15, 1.18, 1.24, 1.8 e 1.9, si sottintende che z = Z).
Soluzione 1.1. Questo esercizio ha lo scopo di mostrare per quale motivo la defor-
mazione finita debba essere invertibile globalmente.
Facendo riferimento alla Figura 1.6 i punti con X = X0 costante si dispongono
sulle ellissi
x2 y2
2 + = 1,
cosh X0 senh2 X0
mentre i punti con Y = Y0 costante si dispongono sulle iperboli
x2 y2
2
− = 1.
cos Y0 sen2 Y0
Notiamo che
senhXcosY −coshXsenY
F= ,
coshXsenY senhXcosY
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 23
e quindi
con J = 0 solo se i punti (0, kπ), k ∈ IR sono inclusi nel corpo che si deforma.
Quindi, in particolare, se il corpo non contiene l’asse Y la deformazione finita è
localmente invertibile.
Affinché sia verificata l’invertibilità globale è necessario poter invertire la de-
formazione. Si osserva subito che se si considerano i punti con X costante, questi
si trasformano in punti tutti diversi solo in un intervallo di periodicità delle funzioni
trigonometriche. Quindi, per esempio, facendo riferimento alla Figura 1.6, la tra-
sformazione è globalmente invertibile se 0 ≤ Y ≤ α con α < 2π. Infatti se α ≥ 2π,
la parte del continuo con Y = α si va a sovrapporre a quella con Y = α − 2π, cosı̀
come tutta la zona con Y ≥ 2π
⇐=
1 + αY 2 2αXY
F= .
2αXY 1 + αX 2
Si osservi che
1 + αX 2
Y2 = . (1.70)
α(3αX 2 − 1)
Quindi per essere una deformazione il continuo non deve intersecare la curva data
da (1.70) e tratteggiata in Figura 1.7.
Per esempio,
se si considera il quadrato di lato unitario, allora det F > 0 per α ∈
1
− , 1 . Quindi se α = 21 come in Figura 1.7 (sopra) il dominio in cui det F > 0
3
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 25
include completamente il corpo. Mentre invece per α = 2 una parte del corpo si
trova nella regione in cui det F < 0 ed in particolare laddove la curva interseca il
corpo la deformazione non è invertibile e tutti i punti della curva collassano in un
punto.
⇐=
X = R cos θ , Y = R sin θ ,
x = (4 − R) cos θ , y = (4 − R) sin θ .
Quindi, per esempio, la circonferenza con R = 2 rimane sè stessa, mentre quel-
le di raggio 1 e 3 si scambiano. La direzione dell’asse Z non cambia per cui la
deformazione è impossibile. Infatti, il gradiente di deformazione
4Y 2
4XY
p −1 − p 0
(X 2 + Y 2 )3 (X 2 + Y 2 )3
2
F= 4XY 4X
−p 2 2 3
p
2 2 3
−1 0
(X + Y ) (X + Y )
0 0 1
ha determinante pari a
4 4
J =1− √ =1− .
X2 +Y 2 R
Quindi, essendo R ≤ 3 allora J < 0. Si osservi che la deformazione diventa
ammissibile se si cambia l’orientamento dell’asse z, ossia se z = −Z.
⇐=
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 27
⇐=
il cui gradiente è
1
∇χ−1 = diag √3
, 1, 1 . (1.74)
3 αx2
Quindi, moltiplicando brutalmente (1.72) e (1.74) si ha
αX 2
F∇χ−1 = diag √ 3
, 1, 1 .
αx2
che è la matrice identità una volta che si sostituisce la deformazione finita (1.71) o
la sua inversa (1.73).
⇐=
Esercizio 1.6 (Deformazione di una sfera).
Data la deformazione
2
x = X − αY
χ≡ y=Y
z=Z
sostituendo si ha
(x + αy 2 )2 + y 2 + z 2 = R2 .
⇐=
Esercizio 1.7 (Rotazione).
Mostrare che F = Q con Q tensore ortogonale proprio corrisponde ad una
rotazione rigida intorno al suo autovettore corrispondente all’autovalore 1. Si
controlli che Q conservi lunghezze ed angoli.
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 29
Soluzione 1.7. Sappiamo anche che una matrice ortogonale propria ha determinante
unitario (infatti det QQT = (det Q)2 ⇒ det Q = ±1) anzi i tensori ortogonali
propri hanno det Q = 1 il che implica che il prodotto dei tre autovalori è unitario.
Ora, essendo Q−1 = QT , gli autovalori di Q devono essere uguali ai loro
reciproci, ossia λi = 1/λj per i e j opportuni. Cioè se c’è λ, c’è anche 1/λ.
Se,
1
λi = ∀i = 1, 2, 3 =⇒ λi = ±1 ∀i = 1, 2, 3 ,
λi
Quindi almeno uno dei due deve essere +1, ossia le terne possibili sono {−1, −1, 1}
(corrispondente ad una inversione di due assi, ossia ad una rotazione di 180◦ intor-
no al terzo asse o banalmente {1, 1, 1}. Se λi = 1/λj per i 6= j, per esempio
λ3 = 1/λ2 allora det Q = λ1 = 1. Inoltre λ2 ha modulo unitario perché essendo
Q = Diag{1, λ2 , 1/λ2 } e QQT = U e quindi si può scrivere come λ2 = eiθ =
cos θ + i sin θ (e λ3 = e−iθ = cos θ − i sin θ). È immediato controllare che il caso
precedente con tre autovalori reali è un sottocaso di questo con θ = 0 o θ = π.
Se calcoliamo l’autovettore v corrispondente a λ1 = 1 abbiamo per definizio-
ne che Qv = v, ossia la autodirezione v non viene mutata dalla deformazione
rappresentando quindi la direzione dell’asse di rotazione.
È anche immediato controllare che Q non cambia le lunghezze
ossia
|dx1 | |dx2 | cos θ = |dX1 | |dX2 | cos Θ ,
dove si è appena dimostrato che le lunghezze degli elementi di linea rimangono
invariati.
Ad esempio, la rotazione di un angolo θ attorno all’asse z si rappresenta con la
seguente matrice
cos θ − sin θ 0
Q = sin θ cos θ 0 ,
0 0 1
i cui autovalori sono
λ1 = cos θ + i sin θ ,
λ2 = cos θ − i sin θ ,
λ3 = 1 .
L’autovettore relativo a λ3 è u3 = (0, 0, 1)T , che corrisponde appunto all’asse z.
⇐=
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 30
Z L
2
α
= L (1 + αY ) dY = 1 + L L3 .
0 2
−αX
1
1 + αY 1 + αY 0
F−1 = 0 .
1 0
0 0 1
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 31
per cui
1 0 0
JF−T =
−αX 1 + αY 0 .
0 0 1 + αY
Partiamo con il considerare una faccia perpendicolare all’asse Z (quindi N = k)
prima della deformazione. Allora
Z Z Z L Z L α
Az = dAx = |JF−T k| dAp = (1+αY ) dX dY = 1 + L L2 ,
S Sp 0 0 2
⇐=
e la curva è
X = X0
Y =u u ∈ [0, L]
Z = Z0
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 32
√
Quindi dX = (0, 1, 0)du e dx = (2αY, 1, 0)du, per cui |dx| = 1 + 4α2 u2 du.
La lunghezza della curva deformata è quindi
Z Lp p
2 2
1 2 2
1
`= 1 + 4α u du = L 1 + 4α L + arctan(2αL) .
0 2 2α
⇐=
0 − α1
F= ,
α 0
Si può notare, inoltre, che F = RU 6= UR. Infatti, in Figura 1.9 sono mostrate
le deformazioni RU, VR e UR. Le prime due corrispondono ad F, mentre l’ultima
no.
⇐=
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 33
Soluzione 1.11. Anche in questo caso si tratta di una deformazione isocora, perché
det F = 1. Il calcolo del tensore sinistro B ed il tensore destro C di Cauchy-Green
dà 17 15
8 8
4 0
B = FFT = , C = FT F = .
15 17 0 41
8 8
da cui si ottengono gli stessi autovalori di C, come ci si attendeva dal lemma 1.5
1
λ1 = 4, λ2 = ,
4
ed i relativi autovettori
√1 √1
2 2
Q= = RT .
− √12 √1
2
Si osservi che i conti appena fatti coincidono con il calcolo di V come RURT fatto
in Eq.(1.75).
⇐=
interpretando il risultato.
⇐=
⇐=
√ ! λ = 4, 16 che
Soluzione 1.14. Gli autovalori di C sono
√ !
corrispondono rispettiva-
3 1 1 3
mente agli autovettori u = ,− eu= , . Quindi la matrice che
2 2 2 2
diagonalizza C è √
3 1
2 −
√2
Q= 1 (1.76)
3
2 2
0
Quindi nel sistema ruotato U = Diag{2, 4} e
√ √ √
3 1 3 1 5 3
− −
!
2 2 2 0 2 2 2 2
U= 1 √3 0 4 1 √ = √
3 3 7
−
2 2 2 2 2 2
In definitiva
√ √
3 1 ! 3 3 5
2 2 0
√2
2 2
F=
1 = √
3 0 4 1 3 3
− −
2 2 2 2
⇐=
Esercizio 1.15 (Decomposizione polare).
Si applichi il teorema di decomposizione polare al gradiente di deformazione
0 3 0
1
F= 0 0 3 (1.77)
1 0 0
ed
0 3 0 1 0 0 0 1 0
R = FU−1
1 1
0 0
= 3 0 = 0
0 0 1
, (1.78)
3
1 0 0 0 0 3 1 0 0
che corrisponde ad una rotazione che porta l’asse x sull’asse z, l’asse y sull’asse x
e l’asse z sull’asse y.
Analogamente, operando sul tensore di Cauchy-Green sinistro
9 0 0
B = FFT =
1
0 9 0
0 0 1
per cui
3 0 0
1
0
V= 3 0
.
0 0 1
È immediato verificare che il calcolo di R = V−1 F dà la stessa matrice di rotazione
trovata in (1.78).
La sequenza di rotazioni e deformazioni è rappresentata in Figura 1.11.
⇐=
⇐=
J = det F = αβγ ,
⇐=
⇐=
1 + α2 α
T T 1 α
B = FF = , C=F F= , (1.80)
α 1 α 1 + α2
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 45
⇐=
1 + 4α2 Y 2 2αY
1 2αY
B = FFT = , C = FT F = ,
2αY 1 2αY 1 + 4α2 Y 2
che, contrariamente all’esempio precedente, dipendono dal punto del continuo. Quin-
di anche gli stiramenti, gli angoli di scorrimento, le direzioni principali di stiramento
dipendono dal punto del continuo.
⇐=
1 + αY 2
2αXY
F= ,
0 1
(1 + αY 2 )2 2αXY (1 + αY 2 )
T
C=F F= 2 .
2αXY (1 + αY ) 1 + 4α2 X 2 Y 2
⇐=
Soluzione 1.24. In una torsione uniforme intorno all’asse Z ogni piano ruota di un
angolo che è proporzionale a Z. Quindi il gradiente di deformazione potrebbe ricor-
dare una matrice di rotazione intorno a Z. Cogliamo però l’occasione per osservare
che
cos αZ − sin αZ 0
F = sin αZ cos αZ 0 ,
0 0 1
non è il gradiente di una deformazione finita e quindi presenta problemi di com-
patibilità. Infatti essa rappresenta una trasformazione che lascia i vettori lungo Z
invariati (sempre lungo Z) anche se i vari piani perpendicolari ad essi ruotano di
angoli diversi.
La soluzione di
∂x
∂X = cos αZ ,
∂x = − sin αZ ,
∂Y
dà
x(X, Y, Z) = X cos αZ − Y sin αZ + C(Z) ,
dove la costante deve annullarsi per la richiesta che l’asse Z rimanga invariato.
Quindi
∂x
= −αX sin αZ − αY cos αZ .
∂Z
CAPITOLO 1. DEFORMAZIONI FINITE E INFINITESIME 49
Analogamente
y(X, Y, Z) = X sin αZ + Y cos αZ ,
e
∂y
= αX cos αZ − αY sin αZ .
∂Z
Quindi il gradiente di deformazione
cos αZ − sin αZ −α(X sin αZ + Y cos αZ)
F = sin αZ cos αZ α(X cos αZ − Y sin αZ) .
0 0 1
⇐=
∂ 2 IB 2 ∂ 2 IB 2 ∂ 2 IB 1
= 3 , = , = 2 2,
∂λ21 λ1 λ2 ∂λ22 λ1 λ32 ∂λ1 ∂λ2 λ1 λ2
⇐=
Capitolo 2
Cinematica di un Sistema
Continuo
La notazione χ(X; t) è qui utilizzata per evidenziare il diverso ruolo che ha lo spazio
rispetto al tempo, in quanto per ogni istante di tempo la mappa è tra punti dello spa-
zio. Quando si parlerà quindi di applicazione inversa, l’inversione è intesa rispetto
alle coordinate spaziali con il tempo fissato.
Le componenti della (2.1) si supporranno funzioni di classe C 2 dei loro ar-
gomenti (X L , t), con jacobiano J > 0 e globalmente invertibili per ogni t ∈
[0, T ].
Ogni grandezza q associata al moto di C può esprimersi in forma lagrangiana
oppure in forma euleriana a seconda che essa si intenda funzione delle variabili
(X, t) oppure delle (x, t), ossia a seconda che, all’istante t, la si intenda definita
su B∗ oppure su Bt . Se, per esempio, q denota la velocità, nella formulazione la-
grangiana si prende una particella e la si segue lungo il moto; nella formulazione
euleriana, si fissa un punto nello spazio e si osservano le velocità delle particelle che
51
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 52
q = q̃(X, t) = q(x, t)
cioè q(x, t) = q(χ(X; t), t) = q̃(X, t), se si usa (X, t) stiamo dando una formu-
lazione lagrangiana, invece se si usa (x, t) stiamo dando una formulazione euleria-
na. È subito visto che, la funzione inversa χ−1 della (2.1) rispetto alle coordinate
spaziali dà le X L (x, t), per cui
dq ∂q ∂q dxj
(x(t), t) = (x(t), t) + j
(x(t), t) (x(t), t)
dt ∂t ∂x dt
∂q
= (x(t), t) + v(x(t), t) · ∇q(x(t), t) , (2.2)
∂t
dove
∂x
v := (X, t) ,
∂t
è la velocità. Nel seguito si userà, per semplicità formale, lo stesso simbolo per le =⇒ Es. 2.1–2.3
due funzioni q(x, t) e q̃(X, t), essendo gli argomenti sufficienti a distinguerle.
Cosı̀, ad esempio, si definisce l’accelerazione (in forma lagrangiana) della par-
ticella X all’istante t come
∂2x
a := a(X, t) = (X, t) ,
∂t2
nella forma euleriana si ha a = a(x, t). È evidente per (2.2) la formula
∂v
a(x, t) = (x, t) + v(x, t) · ∇v(x, t) . (2.3)
∂t
dove =⇒ Es. 2.4
i
∂v
(v · ∇v)i := [(∇v)v]i = v j .
∂xj
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 53
Figura 2.1: Linee di corrente (tratteggiato) e linee di flusso in due istanti di un moto
traslatorio.
∂x
(t) = v(x(t), t) . (2.5)
∂t
∂x
= v(x, t) , t = cost . (2.6)
∂s
∂x2 v2
∂x1 = (x, t) ,
v1
t = cost .
3
∂x =
v3
(x, t) .
∂x1 v1
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 54
Questo è un sistema di due equazioni differenziali del primo ordine nelle incognite
x2 (x1 ), x3 (x1 ) e t è un parametro. Pertanto le linee di flusso sono ∞2 e costitui-
scono una congruenza di curve.
Infine introduciamo un altro tipo di curve integrali che presenta un’interessante
applicazione sperimentale. Immaginiamo infatti di immettere un tracciante in un
determinato punto x0 per un certo intervallo di tempo [0, T ]. A causa del flusso le
particelle marcate seguiranno ognuna la propria traiettoria per cui ad ogni istante di
tempo sarà evidenziata una curva detta linea di fumo data dal sistema
dxτ (t) = v(xτ (t), t) ,
dt (2.7)
xτ (τ ) = x0 .
d
|dx|2 = 2 dx · D dx . (2.13)
dt
|dx|2 = dx · dx = dX · C dX ,
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 56
=⇒ Es. 2.18
DIM: Sia γt una curva materiale e dx = dst un suo elemento. Ricordando la
(2.14) si ha
Z Z Z √
d d d
ds = |dx| = dx · dx
dt γt dt γt dt γt
d
Z √ d
Z √
= dX · C dX = t∗ · Ct∗ |dX| ,
dt γ∗ dt γ∗
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 58
dX
dove t∗ = per cui
|dX|
Per determinare la classe dei moti rigidi, si osservi che, stante la (2.18), la (??)
si scrive
∂vi 0
j
= Wij + Dij>,
Wij = −Wji . (2.19)
∂x
Le (2.19) costituiscono un sistema di nove equazioni differenziali nelle tre funzioni
incognite vi (x, t) e come tale ammettono soluzione se e solo se sono soddisfatte
opportune condizioni di integrabilità. Ora, fissato un istante t, il sistema (2.19) può
scriversi
∂vi j
dvi = dx = Wij dxj , (2.20)
∂xj
che ammette soluzione se e solo se le forme differenziali Wij dxj sono integrabili.
Se il dominio Bt del campo di moto all’istante t è semplicemente linearmente con-
nesso, una condizione necessaria e sufficiente per la integrabilità delle forme (2.20)
è che si abbia
∂Wij ∂Wih
h
− = 0. (2.21)
∂x ∂xj
Da (2.21), permutando ciclicamente gli indici, si derivano le due seguenti relazioni
∂Whi ∂Whj
− = 0, (2.22)
∂xj ∂xi
∂Wjh ∂Wji
− = 0. (2.23)
∂xi ∂xh
Sommando la (2.21) alla (2.23), sottraendo al risultato la (2.22) si ha
∂ ∂ ∂
h
(Wij − Wji ) − j
(Whi + Wih ) + (Wjh + Whj ) = 0 ,
∂x ∂x ∂xi
che, tenendo conto dell’antisimmetria di W, porta alla condizione
∂Wij
= 0. (2.24)
∂xh
La (2.24) comporta che il tensore Wij è indipendente dalle variabili spaziali e quindi
dipende al più dal tempo. Pertanto, le (2.20) e le (2.19) integrate forniscono le
funzioni
vi = Wij (t)xj + ci (t) , (2.25)
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 59
W = O, ∀t ∈ [0, T ] , (2.28)
oppure, equivalentemente, se
1
Ω= ∇ × v = 0, ∀t ∈ [0, T ] . (2.29)
2
Se il campo di moto è semplicemente linearmente connesso, per un moto irrota-
zionale esiste una funzione ϕ(x, t) tale che
v = ∇ϕ , (2.30)
Questo a sua volta vorrà dire che esiste un campo vettoriale A(x, t) tale che
v = ∇ × A.
∇2 ϕ = ∇ · ∇ϕ = 0 .
Alla funzione
3
2
X ∂2ϕ
∇ ϕ := ,
i=1
∂(xi )2
∇ · f (x0 )
Z
1
ϕ(x) = dV ,
4π V |x − x0 |
e
∇ × f (x0 )
Z
1
g(x) = dV .
4π V |x − x0 |
Viceversa, se f non è noto, mentre sono noti ϕ = ∇ · f e g = ∇ × f , allora f è
completamente determinato da
∇ ϕ(x0 ) ∇ × g(x0 )
Z Z
1 1
f (x) = − dV + dV .
4π V |x − x0 | 4π V |x − x0 |
Infine un moto è detto piano se il suo campo di velocità è un campo piano ossia
se esiste un sistema di coordinate x1 , x2 , x3 in cui v ha componenti
v 1 = f (x1 , x2 ) , v 2 = f (x1 , x2 ) , v 3 = 0 .
∂h ∂h ∂h
+ vx + vy − vz = 0 , su St , (2.35)
∂t ∂x ∂y
oppure, equivalente, data la velocità alla superficie, essa evolve secondo (2.35),
condizione che di solito viene denotata come condizione cinematica.
Nel seguito sarà importante calcolare come variano nel tempo le linee, le super-
fici ed i volumi elementari. Ricordando che
dx = F dX ,
dΣ = JF−T dΣ∗ ,
dV = J dV∗ ,
Ḟ = ∇v F , (2.36)
J˙ = J∇ · v , (2.37)
dF−1
= −F−1 ∇v , (2.38)
dt
d
(JF−1 ) = JF−1 (∇ · v I − ∇v) . (2.39)
dt
DIM:
∂xj ∂xj
3 ···
X ∂ ẋ1 ∂X 1 ∂X 3
··· ··· ··· .
j=1
∂xj ∂x3 ∂x3
···
∂X 1 ∂X 3
dF−1
(2.38) La valutazione di si può ottenere derivando FF−1 = I, che dà
dt
dF −1 dF−1
F +F = O,
dt dt
da cui
dF−1 dF
= −F−1 F−1 = −F−1 (∇v F)F−1 = −F−1 ∇v ,
dt dt
dF−1
cioè la (2.38). Notare che 6= Ḟ−1 .
dt
(2.39) Infine
−1
d ˙ −1 + J dF = J∇ · v F−1 − JF−1 ∇v ,
JF−1 = JF
dt dt
che è proprio la (2.39).
Dal Teorema 2.2 consegue il seguente teorema che sarà utilizzato spesso nei
prossimi capitoli.
Teorema 2.3. - (Derivata di integrali su curve, superfici e volumi materiali).
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 64
Z Z
d
f · dΣ = (ḟ + f ∇ · v − f · ∇v) · dΣ
dt St St
Z
∂f
= + ∇ × (f × v) + v∇ · f · dΣ, (2.41)
St ∂t
Z Z Z
d ∂ψ
ψ dV = (ψ̇ + ψ∇ · v) dV = + ∇ · (ψv) dV . (2.42)
dt Vt Vt Vt ∂t
DIM: La verifica di queste formule è immediata tenendo conto del teorema pre-
cedente. La struttura della dimostrazione è la stessa per tutti i casi e consiste nel
ritornare alla configurazione di riferimento in modo da poter scambiare le operazio-
ni di integrazione e derivazione per ripassare alla configurazione attuale solo alla
fine.
(2.40) Per esempio, detta γ∗ la curva materiale (fissa), immagine di γt in B∗ , da
(1.3) segue
Z Z Z
d d d
f · dx = f · F dX = (FT f ) · dX
dt γt dt γ∗ dt γ∗
Z Z
T T
= Ḟ f + F ḟ · dX = FT (∇v)T f + FT ḟ · dX
γ∗ γ∗
Z h i
= ḟ + (∇v)T f · F dX ,
γ∗
∇ × (f × v) = v · ∇f + f ∇ · v − v∇ · f − f · ∇v . (2.43)
Infatti,
∂ ∂
[∇ × (f × v)]i = ijh j
hkl (f k v l ) = ijh hkl j (f k v l )
∂x ∂x
∂ ∂ ∂
= (δki δlj − δli δkj ) (f k v l ) = (f i v j ) − (f j v i )
∂xj ∂xj ∂xj
∂f i j ∂v j i ∂f j i ∂v i j
= v + f − v − f .
∂xj ∂xj ∂xj ∂xj
Quindi
v · ∇f + f ∇ · v − f · ∇v = ∇ × (f × v) + v∇ · f ,
da cui l’asserto.
La parte relativa a volumi materiali, ossia l’Eq.(2.42) è più nota come teorema
di Reynolds o del trasporto.
I seguenti teoremi forniscono condizioni (euleriane) per caratterizzare curve e
superfici materiali.
Teorema 2.4. - (Primo criterio di Helmholtz-Zorawski).
∂w
+ ∇ × (w × v) + v∇ · w = 0 ∀t ∈ [0, T ].
∂t
dv ∂v ∂v
= + (∇v)v = + 2Wv + (∇v)T v .
dt ∂t ∂t
2
Ma (∇v)T v = ∇ v2 e dalle identità Wv = Ω × v e Ω = 12 ∇ × v (si veda
(2.29) e (2.26)) si ha l’asserto.
∇ · (∇ × v) = 0 ,
e per la (2.46)
I Z
df racddt v · dx = ∇ × a · dΣ . (2.48)
γt St
Viceversa, se dΓ
dt = 0 vale per ogni curva materiale, la (2.48) vale per ogni
superficie materiale St e quindi è ∇ × a = 0 e l’accelerazione deriva da un
potenziale.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 68
Si chiama linea vorticosa una linea integrale del campo Ω(x, t) nella configu-
razione Bt mentre per tubo vorticoso si intende una superficie determinata dalle
linee vorticose uscenti dai punti di una curva chiusa γ non vorticosa, riducibile in
Bt ma irriducibile nel tubo (si veda la Figura 2.6).
Teorema 2.7. - (Primo teorema di Helmholtz).
Quindi Ω soddisfa la condizione data dalla (2.44), ossia le curve integrali del
campo Ω sono linee materiali che è quello che volevamo dimostrare.
−
∂kψ ∂kψ
lim (x− ) := (xσ ) ,
−
x →xσ ∂(x ) ∂(x2 )h2 ∂(x3 )h3
1 h1 ∂(x ) ∂(x2 )h2 ∂(x3 )h3
1 h 1
◦
per x− ∈ B − t con h1 + h2 + h3 = k, ottenendo valori continui sulla superficie
St e diversi quasi ovunque almeno per una combinazione di h1 , h2 e h3 .
In questa situazione si definisce
+
∂kψ ∂kψ
(xσ ) := (xσ )
∂(x ) ∂(x2 )h2 ∂(x3 )h3
1 h 1 ∂(x ) ∂(x2 )h2 ∂(x3 )h3
1 h1
−
∂kψ
− (xσ ) .
∂(x1 )h1 ∂(x2 )h2 ∂(x3 )h3
Si noti che nella definizione precedente tutte le derivate di ordine m < k sono
continue attraverso la superficie e quindi il loro salto è nullo.
Nelle definizioni precedenti ψ può essere interpretata come una componente di
un vettore o un campo vettoriale o tensoriale.
DIM: Riferendosi alla Figura 2.4, grazie alle ipotesi possiamo applicare il teorema
di Gauss ad entrambi i domini Vt− e Vt+ definiti rispetto a σt ed a nσ come
nelle definizioni del paragrafo precedente
Z Z Z
∇ · f dV = f − (xσ ) · nσ dΣ + f · n dΣ ,
Vt− σt ∂Vt− ∩Bt−
Z Z Z
∇ · f dV = f + (xσ ) · (−nσ ) dΣ + f · n dΣ .
Vt+ σt ∂Vt+ ∩Bt+
DIM: Riferendosi alla Figura 2.5, grazie alle ipotesi possiamo applicare il teorema
di Stokes 1 ad entrambe le superfici σt− = σt ∩ Bt− e σt+ = σt ∩ Bt+
Z Z Z
(∇ × f ) · n dΣ = f − (xσ ) · tγ d` + f · t d` ,
σt− γt ∂σt− ∩∂σt
Z Z Z
(∇ × f ) · n dΣ = f + (xσ ) · (−t)γ d` + f · t d` .
σt+ γt ∂σt+ ∩∂σt
1 La forma vettoriale del teorema di Stokes afferma che dato un campo vettoriale f di classe C 1 in
R R
un aperto contenente σ, è ∂σ f · t d` = σ (∇ × f ) · n dΣ, dove il bordo è percorso in senso antiorario
rispetto ad un osservatore orientato come n.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 74
∂F ∂f ∂xi
= ,
∂X L ∂xi ∂X L
ossia
Grad F = FT ∇f ,
o
|Grad F | N = |∇f | FT n .
Si noti che n non è proporzionale a FN in quanto non è materiale (si veda
la discussione dopo il Lemma 1.1). Sarà invece proporzionale a F−T N come in
Eq. (1.9). Derivando l’equazione f (Φ(u, t), t) = 0 rispetto al tempo, si ottiene la
relazione
∂f ∂Φ
+ vΣ · ∇f = 0 , dove vΣ := ,
∂t ∂t u=cost.
∗ ∂F /∂t ∂Φ∗
vN := vΣ∗ · N = − , con vΣ∗ = . (2.56)
|Grad F | ∂t u=cost
∗
A vN si dà il nome di velocità di propagazione della superficie St . Per giustificare
∗
questa ulteriore denominazione di vN , si osservi che dall’identità
ne consegue che
ossia
vΣ = F vΣ∗ + v . (2.57)
Quindi
Alla stessa formula si può arrivare partendo da F (X, t) = f (χ(X; t), t) che implica
che
∂F ∂f ∂f
= + v · ∇f = + v · n|∇f |
∂t ∂t ∂t
sicché, stante la (2.55), la (2.56) assume la forma
∂f
+ v · n|∇f | −vΣ · n|∇f | + v · n|∇f |
vΣ∗ · N = − ∂t =− ,
|grad F | |grad F |
ossia
|∇f |
vΣ∗ · N = (vΣ − v) · n , (2.59)
|Grad F |
che è identica alla (2.58) in quanto
|∇f | 1 ∂f 1 ∂F
ni = i
= (F −1 )L
i = (F
−1 L
) i NL ,
|Grad F | |Grad F | ∂x |Grad F | ∂X L
o in termini vettoriali
|Grad F | −T
n= F N. (2.60)
|∇f |
La (2.59) e la (2.57) mostrano che la velocità di propagazione della superficie St
è proporzionale alla componente normale a St della velocità relativa rispetto alle
particelle che istantaneamente la occupano. In particolare, se B∗ = Bt , la (2.59)
fornisce
wn := (vΣ − v) · n (2.61)
wn = 0 ⇐⇒ vΣ · n = v · n ,
d
[[Ψ]] = [[∇Ψ]] · t , (2.62)
ds
dove t è il versore tangente ad una qualunque curva γ(s), s ∈ [a, b] sulla
superficie singolare S.
DIM: Per mostrare la (2.62) si consideri la derivata del prolungamento della curva
◦ ◦
γ data dall’equazione x = x(s) nei due domini B + e B − come schematizzato
◦
in Figura 2.8. Se ci si avvicina a S da B − si ha
dψ − ∂Ψ− dxi
= = ∇Ψ− · t .
ds ∂xi ds
◦
Analogamente, provenendo da B +
t si ha
dψ + ∂Ψ+ dxi
= = ∇Ψ+ · t .
ds ∂xi ds
Sottraendo le due equazioni si ha la tesi.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 78
[[∇Ψ]] · t = 0 , ∀t tangente ad S ,
il che vuol dire che il salto del gradiente è normale alla superficie, mentre la sua
componente tangenziale è continua, ossia
[[∇(∇Ψ)]] t = 0 , ∀t tangente ad S ,
ossia
∂2Ψ
[[∇(∇Ψ)]] = A(x) ⊗ n , = Ai (x)nj . (2.68)
∂xi ∂xj
D’altra parte se Ψ è sufficientemente regolare
∂2Ψ ∂2Ψ
= ,
∂xi ∂xj ∂xj ∂xi
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 79
quindi da (2.68) si ha
Aj (x)ni = Ai (x)nj ,
ed equivalentemente
Ai (x) Aj (x)
= = C(x) . (2.69)
ni nj
Tenendo conto della (2.69), la (2.68) si scrive quindi
2
∂ Ψ
[[∇(∇Ψ)]] = C(x)n ⊗ n , = C(x)ni nj . (2.70)
∂xi ∂xj
Più in generale, se Ψ è componente di un qualunque campotensoriale T ≡
2
i ...i ∂ i ...i
(Tj11...jrq ) di classe C 1 in Bt ed St è singolare per T 1 q , l’applicazione
∂xi ∂xj j1 ...jr
della (2.70) comporta
∂2
i1 ...iq i ...i
T = Cj11...jqr ni nj . (2.71)
∂xi ∂xj j1 ...jr
In particolare, se u è un vettore o un tensore D doppio, si ha
2
∂ uh
= Ch ni nj , (2.72)
∂xi ∂xj
2
∂ Dhk
= Chk ni nj . (2.73)
∂xi ∂xj
con N il versore normale a F (X, t) = 0 nel piano t = cost (si veda la Figura
2.9). Ricordando le notazioni del paragrafo 2.9 ed in particolare la (2.56), le (2.74)
possono anche scriversi
hh ii
Grad Ψ̃ = Ã(X, t)N , (2.76)
"" ##
∂ Ψ̃
= −Ã(X, t)vΣ∗ · N . (2.77)
∂t
ossia
"" ##
∂ Ψ̃ hh ii
N + vΣ∗ · N Grad Ψ̃ = 0 ,
∂t
Per passare alle variabili (x,t) basta moltiplicare le (2.76) per F−T e tener conto
della relazione (2.60) per ottenere
dove
|∇f |
A= Ã .
|Grad F |
Inoltre, ricordando (2.58), (2.60) e (2.61) si ha
dΨ
= −Ã(vΣ − v) · F−T N = −A(x, t)wn . (2.81)
dt
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 82
i ...i
"" ##
∂ T̃j11...jrq i ...i ∗
= −Ãj11 ...jqr (X, t)vΣ · N.
∂t
∂ 2 xh
∗
= −Ãh vN NL , (2.82)
∂t∂X L
∂ 2 xh
2
∗
= Ãh vN ,
∂t2
ossia, in termini tensoriali
[[Grad F]] = Ã ⊗ N ⊗ N = a ⊗ (FT n) ⊗ (FT n) , (2.83)
hh ii
∗
Ḟ = −vN Ã ⊗ N = −wn a ⊗ (FT n) , (2.84)
dv ∗ 2
= vN Ã = wn2 a , (2.85)
dt
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 83
dove
|∇f |2
a= Ã .
|Grad F |2
Sostituendo dalla (2.85) nelle (2.83) e (2.84), è facile verificare che si ha
hh ii
∗2 ∗
vN [[Grad F]] = −vN Ḟ ⊗ N = [[ẍ]] ⊗ N ⊗ N ,
hh ii
wn2 [[Grad F]] = −wn Ḟ ⊗ (FT n) = [[ẍ]] ⊗ (FT n) ⊗ (FT n) .
2.13 Esercizi
Ricordiamo che nella maggior parte degli esercizi useremo la notazione fisica scri-
vendo i vettori in riga, ma vanno intesi come vettori in colonna, come sarà eviden-
tente quando si moltiplica una matrice per un vettore.
Esercizio 2.1 (Derivata materiale).
Per un continuo bidimensionale sia assegnato il moto χ
(
X + αtY
χ(X; t) ≡
Y
ma (
x − αty
χ−1 (x; t) ≡
y
quindi
Θ(x, t) = a (x − αty) + b (y) = ax + (b − atα) y . (2.88)
La derivata temporale di Θ̃ nel riferimento lagrangiano soddisfa
dΘ̃ ∂
= (aX + bY ) = 0 ,
dt ∂t
Infatti, come è evidente dalla Figura 2.10 il punto materiale rimane sempre sulla
stessa curva di livello del campo Θ̃.
D’altro canto la derivata materiale di Θ nel riferimento euleriano
2
dΘ ∂Θ X ∂Θ ∂xj ∂Θ
= + j ∂t
= + v · ∇Θ ,
dt ∂t j=1
∂x ∂t
⇐=
Soluzione 2.2. Come prima, ci sono due modi per risolvere l’esercizio. Il primo
consiste nel sostituire χ in c(x; t) ottenendo
Y2
c̃ = c0 exp − (1 + αt)2 X 2 + + Z 2
/R 2
,
(1 + αt)2
Y2 2αY 2
dc̃ c0
= 2 exp − (1 + αt)2 X 2 + + Z 2
/R 2
−2α(1 + αt)X 2
+
dt R (1 + αt)2 (1 + αt)3
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 86
−2αx2 2αy 2
∂c c0
+ v · ∇c = 2 exp{−(x2 + y 2 + z 2 )/R2 } + ,
∂t R 1 + αt 1 + αt
come sopra. Per esempio, nel punto materiale A in Figura 2.2 la concentrazione sta
aumentando.
⇐=
x2
2 2 2 2
c(x; t) = c0 exp − + (1 + αt) y + z /R ,
(1 + αt)2
⇐=
e
dṽ
ã(X; t) =
(X; t) = (0, 2Y , 6(1 + t)Z) ,
dt
che, applicando l’equazione inversa del moto
x
1+t
y
−1
χ (x; t) ≡ (1 + t)2
z
(1 + t)3
∂v
Calcolando l’accelerazione in termini euleriani tramite a = + v · ∇v e
∂t
ricordando che v · ∇v = (∇v)v si ha
x
1
0 0 1+t
1+t
(x, 2y, 3z) 2 2y
a=− + 0 0
(1 + t)2 1+t 1+t
3
0 0 3z
1+t
1+t
1
0 0 x
(1 + t)2
1 2
= −
2
I+
0 2
0 2y
(1 + t) (1 + t)
3
0 0 2 3z
(1 + t)
x
0
0 0 0
1
0
0 1
= (1 + t)2 2y = 2y ,
2
2 (1 + t)
0 0
(1 + t)2 3z 6z
che è esattamente quanto trovato in (2.89).
⇐=
dx
(t) = v(x, t) ,
dt
x(t = 0) = X .
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 89
dx x dx dt
= =⇒ = =⇒ log x = log(1 + t) + Cx
dt 1+t x 1+t
=⇒ x = Cx0 (1 + t) ,
Soluzione 2.6. Le linee di corrente, ovvero le curve seguite dalle particelle materiali
nel loro spostamento, sono determinabili integrando
dx
dt = v sin ωt ,
dy = v cos ωt .
dt
Quindi applicando la condizione iniziale x(t = 0) = X a
v v T
x = − cos ωt + C, sin ωt + C 0 (2.92)
ω ω
si ha v
x = X + ω (1 − cos ωt) ,
y = Y + v sin ωt .
ω
Le linee di corrente sono quindi le circonferenze
v
(x − X − R)2 + (y − Y )2 = R2 con R= .
ω
Le linee di flusso al tempo t sono invece date da
dx
= tan ωs .
dy
e quindi sono le rette
x = y tan ωs + c .
Per quanto riguarda le linee di fumo osservate al tempo T , applicando a (2.92)
la condizione iniziale xτ (τ ) = x0 si ha
v
x = x0 + ω (cos ωτ − cos ωT )
per τ ∈ [0, T ] .
y = y0 − v (sin ωτ − sin ωT )
ω
π
Per esempio, se T = 2ω e il tracciante è posto nell’origine, la curva rappresenta
il quarto di circonferenza
v 2 v2
x2 + y − = 2.
ω ω
π
Se T = ω è la semicirconferenza negativa
v 2 v2
x− + y2 = 2 ,
ω ω
come mostrato in Figura 2.11, e cosı̀ via.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 92
Figura 2.11: Differenza tra linee di corrente (sopra), flusso (centro) e di fumo (sotto)
del campo di velocità (2.91). Le frecce tangenti alle linee di corrente (che sono rap-
presentate per T > 2π/ω) sono rappresentative del campo di moto a tempi diversi.
I cerchietti sulle linee di fumo rappresentano l’estremità della curva corrispondente
al tempo t = 0. L’altro estremo corrispondente al tempo T è chiaramente l’origine.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 93
⇐=
Esercizio 2.7 (Linee di flusso, di corrente e di fumo).
Calcolare le linee di flusso, di corrente e di fumo per il campo di velocità
T
v = (U, Ay sin ωt) . (2.93)
il che dà
A
y = y0 exp sin ωt(x − x0 ) ,
U
ossia le linee di flusso sono degli esponenziali crescenti a seconda che sin ωt sia
positivo o negativo.
Infine le linee di fumo si ottengono risolvendo
dx
τ
=U,
dt
dyτ = Ay sin ωt ,
τ
dt
xτ (τ ) = x0 ,
yτ (τ ) = y0 .
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 94
⇐=
è banalmente
x0 z0 y02
x= y, z= .
y0 y2
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 97
⇐=
⇐=
Osservando la matrice si vede subito che la somma gli elementi lungo la diagonale
sono uno l’opposto dell’altro e quindi ∇ · v = tr ∇v = 0. Inoltre, la matrice è
simmetrica. Quindi ∇v = D e W = Ø. Ciò implica che il vettore aggiunto di W si
annulla e quindi anche il rotore di v.
Per determinare le linee di flusso dovremmo integrare
dy x+y
= ,
dx x−y
che è conveniente riscrivere come
dx
ds = x − y
dy = x + y
ds
Il sistema lineare con la condizione iniziale x(s = 0) = x0 è risolto da
x = es (x0 cos s + y0 sin s)
y = x0 es sin s
⇐=
3αt2 0
0
Grad v = 3αt2 0 0 .
0 0 0
ed
3αt2
0 0
Ḟ = 3αt2 0 0 .
0 0 0
Quindi
−3α2 t5 3αt2
0
1
∇v = ḞF−1 = 3αt2 −3α2 t5 0 . (2.94)
1 − α 2 t6
0 0 0
L’altro modo è partire dalla velocità in termini Euleriani, che si ottiene andando
a sostituire nella velocità Lagrangiana
x − αt3 y
X =
1 − α2 t6
−1
χ ≡ y − αt3 x
Y =
1 − α 2 t6
Z = z
per cui
1 T
v= 2 6
3αt2 (y − αt3 x), 3αt2 (x − αt3 y), 0 .
1−α t
A questo punto calcolando il gradiente si ritrova (2.94).
⇐=
Data la deformazione
x = f (t)X
y = f (t)Y
Z
z = 2
f (t)
calcolare la divergenza della relativa velocità sia in termini Euleriani che
Lagrangiani e le linee di flusso.
f 0 (t)
0 0
v(X, t) = f (t)X, f (t)Y, −2 3 Z
f (t)
f 0 (t)
0 0
Grad v = diag f (t), f (t), −2 3 Z ,
f (t)
allora Divv 6= 0.
Riguardo le linee di flusso la soluzione di
f 0 (t̄)
dx
= x
ds f (t̄)
f 0 (t̄)
dy
= y
ds f (t̄)
dz f 0 (t̄)
= −2 z
ds f (t̄)
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 102
dà 0
f (t̄)
x(s) = x 0 exp s
f (t̄)
0
f (t̄)
y(s) = y0 exp s
f (t̄)
f 0 (t̄)
z(s) = z0 exp −2
s
f (t̄)
che può essere riscritta come
x x20
y = y0 , z = z0 .
x0 x2
Quindi in questo caso le linee di flusso e le linee di corrente coincidono ad ogni
istante di tempo.
⇐=
dB d dF T dFT
= (FFT ) = F +F = LFFT + FFT LT
dt dt dt dt
= LB + BLT = (D + W)B + B(D + W)T = DB + WB + B(D − W)
= DB + BD + WB − BW .
⇐=
e quindi ∇v = D e W = 0.
Si osservi che la deformazione è isocora, che tr D = ∇ · v = 0 e che, coerente-
mente con l’Osservazione 2.1, ovviamente D non è definita positiva.
⇐=
⇐=
Soluzione 2.17. Nel caso in cui W sia il tensore di spin di un sistema continuo si
ha
2
∂v 1
1
∂v 3
1 ∂v 1 ∂v
0 − 2 − 2 −
∂x1 ∂x2 ∂x3 ∂x1
2
1
3 2
∂v ∂v ∂v ∂v
W = 12 − 0 − 21 − .
∂x 1 ∂x 2 ∂x 2 ∂x 3
1
∂v 3 3 2
1 ∂v 1 ∂v ∂v
−2 − 2 − 0
∂x3 ∂x1 ∂x2 ∂x3
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 104
Quindi
∂v 3 ∂v 2
1
2 2
−
e1 e2 e3
∂x ∂x3
1
∂v 3
= 1 det
∂v 1
∂ ∂ ∂
1
Ω= − = ∇ × v.
2 ∂x3 ∂x1 2 ∂x1 ∂x2 ∂x3 2
2
∂v 1
1 ∂v v1 v2 v3
2 −
∂x1 ∂x2
⇐=
e quindi D = O.
Per un moto rigido ∇ · v = tr ∇v = tr W = 0.
⇐=
C ln|x|2 , se n = 2;
ϕ(|x|2 ) =
Ĉ
, se n = 3;
|x|
dove Ĉ = −2C.
Se si calcola il flusso dei campi in (2.96) attraverso una superficie sferica (o una
circonferenza) centrata nell’origine esso risulterà indipendente dal raggio. Anzi il
flusso sarà lo stesso anche per tutte le superfici chiuse (o curve chiuse) che includono
l’origine in quanto se si prende una superficie sferica (o una circonferenza) centrata
nell’origine all’interno della superficie, essendo il campo a divergenza nulla tra le
due superfici (o curve), il flusso attraverso la superficie (o curva) esterna deve essere
uguale al flusso attraverso la superficie sferica (o la circonferenza) interna.
⇐=
⇐=
⇐=
e
∂vx 2y(x2 + y 2 )2 − (y 2 − x2 )(x2 + y 2 )4y
= A
∂y (x2 + y 2 )4
2Ay
= (3x2 − y 2 ) ,
(x2 + y 2 )3
∂ϕ 2Axy
=− 2 ,
∂y (x + y 2 )2
che è proprio la componente x di v per C(x) costante, per cui essendo il poten-
Ax
ziale definito a meno di una costante si può definire il potenziale ϕ = 2 ,
x + y2
nonostante il campo non sia linearmente connesso.
In effetti se si prende una qualsiasi curva chiusa, se essa non include l’origine,
allora per il teorema di Stokes la circuitazione è nulla. Se include l’origine, se si
considera una circonferenza centrata intorno all’origine di raggio sufficientemente
piccolo da rimanere sempre all’interno della curva si ha, sempre applicando il teo-
rema di Stokes, che la circuitazione sulla curva è uguale a quella sulla circonferenza
e
I Z 2π
A 2 2 A
v · dx = (sin θ − cos θ), −2 2 sin θ cos θ · (− sin θ, cos θ) dθ
γ 0 2
Z 2π
A
= − sin θ dθ = 0 .
0
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 109
e
∂vy (x2 + y 2 )2 − (x2 + y 2 )4y 2
= −2Ax
∂y (x2 + y 2 )4
2Ax
= − 2 (x2 − 3y 2 ) ,
(x + y 2 )3
lontano dall’origine il campo è a divergenza nulla e quindi lı̀ la massa si conser-
va. Il campo però perde regolarità nell’origine. Per controllare quindi se il campo
è solenoidale bisogna considerare una qualsiasi curva chiusa γ e calcolare il flus-
so attraverso di essa. Se essa non contiene l’origine allora sicuramente il flusso è
nullo in quanto il campo è a divergenza nulla. Se include l’origine si consideri una
circonferenza centrata nell’origine di raggio sufficientemente piccolo da rimanere
interna alla curva. Allora
Z Z 2π
A 2 2 A
v · dΣ = (sin θ − cos θ), −2 sin θ cos θ · ( cos θ, sin θ) dθ
γ 0 2 2
Z 2π
A
= − cos θ dθ = 0 .
0
Quindi il campo è solenoidale nonostante la perdita di regolarità.
⇐=
⇐=
y2
(1 + αt)2 x2 + = R2 , e y = β(1 + αt)2 x ,
(1 + αt)2
X 2 + Y 2 = R2 , e Y = βX ,
che non dipendono dal tempo. Quindi le due superfici sono materiali.
Calcoliamo ora la velocità che in termini lagrangiani ed euleriani è data rispet-
tivamente da
T T
−αX −αx αy
v= , αY, 0 = , , 0 . (2.99)
(1 + αt)2 1 + αt 1 + αt
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 111
per cui
T T
−αR −αx αy
vΣ = cos u1 , αR sin u 1 , 0 = , , 0 ,
(1 + αt)2 1 + αt 1 + αt
che è proprio v.
A scopo didattico si noti che il cilindro si può descrivere anche come
R
x= cos(u1 + ωt) ,
1 + αt
y = R(1 + αt) sin(u1 + ωt) ,
z=u ,
2
che differisce dal caso precedente per il fatto che i punti di coordinata (ū1 , ū2 ) si
muovono sulla superficie cilindrica investendo punti materiali diversi. In questo
caso
αR Rω
− cos(u 1 + ωt) − sin(u 1 + ωt)
(1 + αt)2 1 + αt
vΣ = αR sin(u1 + ωt) + Rω(1 + αt) cos(u1 + ωt)
,
0
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 112
ossia −αx ωy
−
1 + αt (1 + αt)2
αy
vΣ = 6= v .
+ ω(1 + αt)2 x
1 + αt
0
Ma siccome la normale (non normalizzata) è
T
2y
n = 2(1 + αt)2 x, , 0 ,
(1 + αt)2
si ha che anche per questa parametrizzazione vΣ · n = v · n.
Nel caso del piano una forma parametrica può essere
x = u1 ,
y = β(1 + αt)2 u1 , (2.100)
z = u2 ,
e
T
vΣ = (0, 2βα(1 + αt)x, 0) ,
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 113
si ha che
−αx β(1 + αt)2 αy 1
v·n = p − p
1 + αt 1 + β 2 (1 + αt)4 (1 + αt) 1 + β 2 (1 + αt)4
α
= −p [2βu1 (1 + αt)] ,
1 + β (1 + αt)4
2
che è proprio vΣ · n.
Allo stesso risultato si arriva se si calcola vΣ · n come
∂f
∂t −2αβ(1 + αt)x
vΣ · n = − =p .
|∇f | 1 + β 2 (1 + αt)4
⇐=
ossia
a(t)
Y = X n,
(1 + αt)n+1
che diventa indipendente dal tempo per a(t) = A(1 + αt)n+1 .
⇐=
x2 + y 2 = R2 (1 + αt)2 ,
che ha normale !T
x y
n= p ,p ,0 .
x2 + y 2 x2 + y 2
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 115
Figura 2.18: Propagazione di una superficie non materiale con identificazione della
velocità di propagazione. Il cerchio si deforma in un ellisse ed i punti inizialmente
sovrapposti alla superficie si troveranno sull’ellisse marcata in nero. Il fronte di
propagazione dell’onda è il cerchio tratteggiato più grande che propaga rispetto al
solido con velocità (vΣ − v) · n.
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 116
Quindi
T
T αx αy
vΣ = (αR cos u1 , αR sin u1 , 0) = , ,0 ,
1 + αt 1 + αt
e
α x2 + y 2
vΣ · n = p = αR .
1 + αt x2 + y 2
D’altronde ricordando (2.99)
α y 2 − x2 α(y 2 − x2 )
v·n= = .
R(1 + αt)2
p
1 + αt x2 + y 2
α 2x2 2αx2
wn = (vΣ − v) · n = = .
R(1 + αt)2
p
1 + αt x2 + y 2
In particolare, riferendosi alla Figura 2.18, i punti della superficie nel piano x = 0
si muovono con la superficie. I punti invece nel piano y = 0 hanno velocità normale
negativa, mentre la velocità di avanzamento è positiva.
Partendo invece dalla definizione di Φ∗
X = R(1 + αt)2 cos u1 ,
Y = R sin u1 ,
Z = u2 ,
si ha che
T
∂Φ∗ T 2αX
vΣ∗ = = (2αR(1 + αt) cos u1 , 0, 0) = , 0, 0 ,
∂t 1 + αt
uα =cost
e, considerando che
X
, Y, 0
(1 + αt)4
N= s ,
X2 2
+Y
(1 + αt)8
si ha
2αX 2 1 4αX 2
vΣ∗ · N = =
(1 + αt)5 (1 + αt)3 |Grad F |
s
X2
+Y2
(1 + αt)8
4αx2 |∇f |
= = (vΣ − v) · n ,
(1 + αt)|Grad F | |Grad F |
CAPITOLO 2. CINEMATICA DI UN SISTEMA CONTINUO 117
⇐=
C
ossia m(t) = .
α2 (t)
E’ possibile verificare che velocità di avanzamento è uguale alla componente
normale alla superficie della velocità del materiale anche usando diverse parame-
trizzazioni. Lasciamo questo esercizio al lettore.
Invece per l’altra superficie piana
1
Y = mα(t)X + n(t) ,
α(t)
che non può essere messa in una forma che non dipenda dal tempo.
⇐=
Capitolo 3
Equazioni di Bilancio
118
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 119
=⇒ Es. 3.1
DIM: Riportiamo l’integrale a primo membro della (3.2) alla configurazione di
riferimento, ottenendo
Z Z
d d
ψ dV = ψJ dV∗ ,
dt χ(V∗ (t);t) dt V∗ (t)
I(t + h) − I(t)
Z
d
ψJ dV∗ = lim ,
dt V∗ (t) h→0 h
dove Z
I(t) := (ψJ) (X, t) dV∗ .
V∗ (t)
dove
∆V∗ = V∗ (t + h) − V∗ (t) .
L’addendo (a) è già stato trattato nella dimostrazione del teorema del traspor-
to essendo la derivata dell’integrale sul volume materiale che al tempo t è
rappresentato da Vt senza considerare l’apposizione di materiale nel volume
∆V∗ . Occupiamoci quindi del termine (b). Dovendo calcolarne il limite, ci
interessiamo ad h piccolo; detto vΣ∗ il campo lagrangiano di velocità del-
l’interfaccia ∂V∗ (t) ⊂ B∗ , possiamo approssimare l’elemento di volume dV∗
come dV∗ ≈ hvΣ∗ · dΣ∗ . Usando (2.57), si ha che vΣ∗ = F−1 (vΣ − v) e
quindi
T
−1
F h
dV∗ ≈ hvΣ∗ · dΣ∗ = h F (vΣ − v) · dΣ = (vΣ − v) · dΣ ,
J J
da cui
Z Z
1
lim (ψJ) (X, t + h) dV∗ = ψ(vΣ − v) · dΣ ,
h→0 h ∆V∗ ∂Vt
e quindi l’asserto.
=⇒ Es. 3.2
DIM: La superficie St divide Vt in due volumi in generale non materiali Vt+ e Vt−
la cui frontiera è ovunque regolare a meno della regione di intersezione con
la superficie singolare, indi per il Teorema 3.2 abbiamo
Z Z Z
d
ψ dV = ψ̇ + ψ∇ · v dV + ψ − wn− dΣ , (3.4)
dt Vt− Vt− St
Z Z Z
d
ψ dV = ψ̇ + ψ∇ · v dV + ψ + wn+ (−dΣ) , (3.5)
dt Vt+ Vt+ St
∂ψ
+ ∇ · (ψv) = −∇ · Φ + b . (3.7)
∂t
DIM: Scelto V∗ ⊆ B∗ una volta che i termini sono portati tutti al primo membro,
facendo uso del Teorema 3.1 e del teorema di Gauss, si ha
Z
∂ψ
+ ∇ · (ψv) − b + ∇ · Φ dV = 0 . (3.8)
Vt ∂t
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 123
∂ψ
+ ∇ · (ψv) = −∇ · Φ + b , ∀x ∈ Bt − St . (3.10)
∂t
DIM:
L’asserto è conseguenza del teorema del trasporto e del teorema di Gauss in
presenza di superfici di discontinuità, ossia la (3.3) e la (2.50). Grazie ad esse
la (3.6) dà luogo a
Z Z Z
∂ψ
+ ∇ · (ψv) − b + ∇ · Φ dV − [[ψwn ]] dΣ = − [[Φ]]·n dΣ .
Vt ∂t St St
invece che alla (3.8). Essendo l’integrale di volume nullo per il teorema
precedente deve essere anche
Z
[[ψwn − Φ · n]] dΣ = 0 .
St
=⇒ Es. 3.3, 3.4
Osserviamo che se vΣ · n è la velocità di avanzamento dell’interfaccia e v · n è
la componente normale della velocità materiale del punto sull’interfaccia, poiché
wn = (vΣ − v) · n
nel senso che la derivata dell’integrale a primo membro dà il primo membro delle
condizioni di salto moltiplicate per (v − vΣ ) · n , l’integrale di flusso a secondo
membro dà il secondo membro delle condizioni di salto ed il termine di sorgente
non entra nelle condizioni di salto.
Cercando di trovare una relazione mnemonica visiva con le equazioni locali si
può invece scrivere
− [[ψ]] vΣ · n + [[ψv]] · n = − [[Φ]] · n , ∀ x ∈ St ,
da confrontare con
∂ψ
+ ∇ · (ψv) = −∇ · Φ + b , ∀x ∈ Bt − St , (3.12)
∂t
ossia la derivata temporale è correlata con il termine (−vΣ ) e i contenuti della
divergenza con altrettanti salti.
Si osservi che se in particolare ad ogni istante la superficie di discontinuità è
materiale, allora
[[Φ]] · n = 0 , su St ,
cioè la componente normale del flusso attraverso superfici di discontinuità materia-
le deve essere continua.
Nelle dimostrazioni precedenti ψ è una grandezza scalare; i medesimi ragiona-
menti possono essere riproposti in modo del tutto identico qualora ψ sia sostituito da
un vettore Ψ (o ancora più in generale da un tensore). In questo caso la generazione
interna sarà una grandezza vettoriale b, mentre il flusso sarà dato da un tensore M.
In questo caso l’equazione generale di bilancio sarà data da
Z Z Z
d
Ψ dV = b dV − M dΣ ,
dt Vt Vt ∂Vt
d
(ψJ) = bJ − DivΦ∗ , dove ψ, Φ∗ sono regolari (3.18)
dt
Figura 3.2: Superfici non materiali (in prospettiva la linea più spessa è quella più
vicina al lettore).
Come per il relativo teorema di trasporto sui volumi, il risultato si estende alle
superfici non materiali portando alla presenza di un termine aggiuntivo.
Teorema 3.7. - (del trasporto per superfici non materiali).
I(t + h) − I(t)
Z Z
d d
Φ · dΣ = JF−1 Φ · dΣ∗ = lim ,
dt St dt S∗ (t) h→0 h
dove Z
JF−1 Φ · N (t) dΣ∗ .
I(t) =
S∗ (t)
Cosı̀ come si è dimostrato nell’analogo caso dei volumi non materiali, nel
caso di apposizione (ma gli altri casi si dimostrano in maniera analoga) al
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 127
Il termine (a) riporta in modo esplicito il calcolo del Teorema 3.6. Pertanto
è da trattare esclusivamente il termine (b). Riferendosi alla Figura 3.2, l’e-
lemento di area NdΣ∗ nella regione di apposizione ∆S∗ è approssimabile,
quando h è piccolo, con
NdΣ∗ = hvΣ∗ × dX .
Quindi
Z I
1 −1 1
lim JF Φ · N dΣ∗ = lim h(JF−1 Φ) · vΣ∗ × dX
h→0 h ∆S∗ h→0 h ∂S (t)
∗
I
= (JF−1 Φ) × vΣ∗ · dX .
∂S∗ (t)
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 128
= JLM N ((F −1 )M j
j Φ )[(F
−1 N k
)k (vΣ − v k )]((F −1 )L i
i dx )
= J(LM N (F −1 )L
i (F
−1 M
)j (F −1 )N j k k i
k )[Φ (vΣ − v )dx ]
= Φ × (vΣ − v) · dx .
Quindi
Z I
1 −1
lim (JF Φ · N)(t + h) dΣ∗ = Φ × (vΣ − v) · dx ,
h→0 h ∆S∗ ∂St
da cui l’asserto.
Figura 3.3: Notazioni per la dimostrazione del teorema del trasporto in presenza di
superfici di discontinuità.
∂Φ
+ ∇ × (Φ × v) + v∇ · Φ = −∇ × h + r , (3.27)
∂t
e, con argomenti analoghi a quelli della dimotrazione del Teorema 3.5, su una
qualsiasi γt su St , si ha
∂Φ
+ ∇ × (Φ × v) + v∇ · Φ = −∇ × h + r ,
∂t
con
− [[Φ × vΣ ]] × n + [[Φ × v]] × n = − [[h]] × n su St .
che esprime la dipendenza del flusso di induzione elettrica (e quindi del campo
elettrico E legato costituzionalmente a D) dalla carica presente nel volume.
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 132
e la condizione di salto
[[B · n]] = 0 .
Quindi le componenti normali di D e B sono sempre continue, mentre quelle tan-
genziali potrebbero presentare discontinuità.
Z la (3.29)2 su una superficie materiale σt e si applichi
Similmente, si integri
∂D
la (3.20) all’integrale · dΣ che interviene al secondo membro in questa
σt ∂t
integrazione. In tal modo si ha
Z Z Z
d
∇ × H · dΣ = J · dΣ + D · dΣ
σ σt dt σt
| t {z }
(a) Z Z
− ∇ × (D × v) · dΣ − v∇ · D · dΣ ,
σ σt
| t {z }
(b)
da cui, tenuto conto della (3.29)4 e riapplicando il teorema di Stokes ai termini (a)
e (b), segue anche
Z Z Z Z
d
D · dΣ = (H + D × v) · dx − J · dΣ + ρv · dΣ .
dt σt ∂σt σt σt
L’ultimo termine descrive le correnti prodotte dal movimento di punti del corpo
continuo che sono carichi e che, quindi, muovendosi con velocità v generano una
corrente. Il termine con J tiene conto delle correnti presenti nel continuo anche in
assenza di movimento.
Riferendoci all’equazione di bilancio (3.24) si ha l’identificazione Φ = D, h =
−H + v × D e r = ρv − J, per cui la condizione di salto (3.26) si scrive
[[D × (vΣ − v) + H − v × D]] × n = 0 ,
o
[[H − vΣ × D]] × n = 0 .
Procedendo per la (3.29)1 , come si è fatto per la (3.29)2 si ha
Z Z Z Z
d
∇ × E · dΣ = − B · dΣ + ∇ × (B × v) · dΣ + v∇ · B · dΣ ,
σt dt σt σt σt
| {z } | {z }
(c) (d)
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 133
Le (3.30) sono quindi le leggi di bilancio in forma integrale che danno localmente
nei punti regolari le equazioni di Maxwell. In particolare, le prime due equazioni
derivano da bilanci di superficie e le ultime due da bilanci di volume. Sulle superfici
di discontinuità St si hanno invece le condizioni di interfaccia
[[E + vΣ × B]] × n = 0 ,
[[H − vΣ × D]] × n = 0 ,
[[B]] · n = 0 ,
[[D]] · n = 0 .
[[E]] × n = 0 , [[H]] × n = 0 ,
[[B]] · n = 0 , [[D]] · n = 0 ,
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 134
3.7 Esercizi
Esercizio 3.1 (Derivata di un integrale su un volume non materiale).
Si consideri una sfera solida omogenea che non si deforma ma cresce a velocità
wn (t) acquisendo materiale dal liquido fuso circostante. Si applichi il Teorema
3.2 discutendo il significato dei vari termini.
dove R(t) è il raggio della sfera ed il secondo integrale a secondo membro dà
Z
ψwn (t) dΣ = ρ0 Area(∂Vt ) wn (t) = 4πR2 (t)ρ0 wn (t) .
∂Vt
⇐=
Soluzione 3.2. Il primo integrale a secondo membro di (3.3) è nullo per la costanza
di ψ − e ψ + e la quiete, mentre
Z
ψ dV = ψ − Vol(Vt− ) + ψ + Vol(Vt+ ) = ψ − Vol(Vt− ) + ψ + [Vol(V) − Vol(Vt− )] ,
Vt
⇐=
Soluzione 3.3. Denotato con V1 il volume sotto al cilindro osserviamo che le sue
basi sono materiali per il fluido, mentre quella laterale ∂V` non lo è. Se chiamiamo
ρ̄ la densità costante del liquido, usando la (3.2) con ψ = ρ̄ possiamo scrivere che
Z Z
d
ρ̄ dV = ρ̄(vΣ − v) · n dΣ ,
dt V1 ∂V1
ossia
r ḣ(t)
vmean = − .
2 h(t)
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 136
Figura 3.4: Configurazione per l’Esercizio 3.3. La linea tratteggiata rossa delimita
V1 e qualla nera V2 .
Per esempio, se h(t) = hh0 − wti+ (dove hf i+ sta per la parte positiva di f ) allora
r w h0
vmean = per t < .
2 h0 − wt w
Viceversa, la velocità media sarà costante v0 se
ḣ(t) 2v0
=− =⇒ h = h0 e−2v0 t/r .
h(t) r
C 0 − r2 h
πR2 H(t) − πr2 [H(t) − h(t)] = C =⇒ H(t) = .
R2 − r 2
Quindi la velocità del pelo dell’acqua sarà
dH r2 dh
vtop ≡ =− 2 .
dt R − r2 dt
Questo ragionamento corrisponde ad osservare che Vtot è un volume materiale per
cui Z
d
ρ̄ dV = 0 .
dt Vtot
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 137
ossia
d
(ρ̄πR2 h(t)) = −ρ̄v̄top π(R2 − r2 ) ,
dt
che porta allo stesso risultato.
⇐=
∂c
+ v(x, t, c) · ∇c = D(x, t, c)∇2 c + Γ(x, t, c) , (3.32)
∂t
può derivare da una legge di bilancio.
[[D∇c · n]] = 0 .
Per quanto riguarda la (3.32) si osserva subito che integrando sul volume ma-
teriale Vt il secondo termine del primo membro ed il primo termine del secondo
membro in genere non possono essere riscritti solo come termini di flusso. Infatti,
e
v(x, t, c) · ∇c = ∇ · [cv(x, t, c)] − c∇ · v(x, t, c) .
CAPITOLO 3. EQUAZIONI DI BILANCIO 138
Quindi, per non avere degli strani termini da includere nel termine di reazione, D
può al più dipendere dal tempo e v deve essere a divergenza nulla, ossia il materiale
deve essere incompressibile. Quindi il termine v · ∇c non può sostituire il termine
∇ · (cv) nel caso in cui la sostanza diffonda in un mezzo compressibile come un
gas. Nel caso di un mezzo incompressibile ciò è invece lecito.
Allo stesso modo il termine diffusivo in (3.31) non può essere generalizza-
to nel caso inomogeneo o nonlineare come in (3.32) ma scrivendolo come ∇ ·
[D(x, t, c)∇c].
⇐=
Capitolo 4
∂ρ
ρ̇ + ρ∇ · v = + ∇ · (ρv) = 0 , in Bt − St , (4.2)
∂t
[[ρwn ]] = 0 , su St . (4.3)
139
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 140
ρ∗ = ρJ , (4.4)
Lemma 4.2.
Il principio di conservazione della massa implica che per ogni volume materiale
Vt sia Z Z
d
ρϕ dV = ρϕ̇ dV . (4.5)
dt Vt Vt
Lemma 4.3.
L’equazione del bilancio integrale (di volume), nella forma
Z Z Z
d
ρϕ dV = − Φ · dΣ + b dV , ∀Vt ⊂ Bt , (4.6)
dt Vt ∂Vt Vt
ρϕ̇ = −∇ · Φ + b , ∀x ∈ Bt − St , (4.7)
DIM: La tesi segue dall’applicazione di (3.9) e (3.12) tenendo conto della (4.2) e
della (4.3).
Z Z
M0 (Vt , Vte ) := (x − x0 ) × b dV + (x − x0 ) × t dΣ , (4.10)
Vt ∂Vt
e di momento angolare
Z
K0 (Vt ) := (x − x0 ) × ρv dV ,
Vt
del corpo si ottengono le seguenti equazioni di bilancio della quantità di moto e del
momento della quantità di moto, anche dette equazioni di bilancio di Eulero per il
corpo continuo
Z Z
d
Q(Vt ) = b dV + t dΣ (4.11)
dt V ∂Vt
Z t Z
d
K0 (Vt ) = (x − x0 ) × b dV + (x − x0 ) × t dΣ . (4.12)
dt Vt ∂Vt
ossia Z
d
K0 (Vt ) = (x − x0 ) × ρa dV .
dt Vt
t = Tn .
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 145
si ottiene
Z Z
0=0+ t(x, t, n) dΣ + t(x, t, −n) dΣ ,
∂Vt+ ∂Vt−
ossia
t(x, t, −n) = −t(x, t, n) . (4.13)
Riferendosi alla Figura 4.3, si consideri ora invece come volume di controllo
un tetraedro Ω ⊂ Bt tale che
• tre dei suoi spigoli siano paralleli alle direzioni xi ed abbiano interse-
zione in x;
• ` sia la lunghezza di uno di tali spigoli;
• sia fissata la proporzione della lunghezza dei due restanti spigoli con `
(l’area ed il volume di Ω dipendono dunque da `).
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 147
Per costruzione tre delle facce del tetraedro sono normali agli assi xi , siano
esse dette Σi e sia infine Σn la quarta faccia, di normale n.
Consideriamo il bilancio di quantità di moto su Ω, ottenendo
Z Z Z
ρa dV = b dV + t dΣ ,
Ω Ω ∂Ω
e dette
T ij = ti (x, t, ej ) , (4.17)
le componenti del tensore degli sforzi T, si ha che t soddisfa
t = Tn .
(x − x0 ) × ρa dV = (x − x0 ) × b dV
Vt Vt
Z
+ (x − x0 ) × Tn dΣ . (4.19)
∂Vt
Grazie all’equazione (4.6) otteniamo quindi la forma locale di (4.18) come partico-
larizzazione delle (4.7, 4.8)
ρa = ∇ · T + b , in Bt − St (4.20)
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 149
[[Tn]] = 0 , (4.22)
(x − x0 ) × (ρa − b) = (x − x0 ) × ∇ · T ,
e quindi
(x − x0 ) × ∇ · T = ∇ · [(x − x0 ) × T] . (4.24)
Inoltre, detti ei i versori degli assi coordinati, si ha
∂
∇ · [(x − x0 ) × T] = [(x − x0 ) × T]ij ei =
∂xj
∂ i
= [ε (xh − xh0 )T kj ]ei =
∂xj ·hk
∂T kj
= εi·hk δjh T kj ei + εi·hk (xh − xh0 ) ei =
∂xj
= εi·hk T kh ei + (x − x0 ) × ∇ · T .
Pertanto, si può concludere che se vale l’equazione del bilancio del momento
della quantità di moto (4.23), allora la (4.19) è equivalente alla seguente condizione
locale
εihk T hk = 0 i = 1, 2, 3 (4.25)
che traduce la simmetria del tensore degli sforzi
T = TT . (4.26)
ossia
(x − x0 ) × ρ± wn± [[v]] + [[Tn]] = 0 ,
(4.28)
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 150
sicché Z
(Tn − text ) dΣ = 0 .
∂Vt0
sn = n · Tn , (4.29)
st = Tn − n · Tn . (4.30)
dove
S := P(T) = JTF−T , (4.32)
[[ρvJ(vΣ∗ · N) + SN]] = 0 ,
e ancora, poiché ρJ = ρ∗ ,
SFT = FST .
SFT = FST ,
[[ρ∗ v(vΣ∗ · N) + SN]] = 0 .
∂T ik ∂ ∂vi ik
vi = (vi T ik ) − T ,
∂xk ∂xk ∂xk
ossia
v · ∇ · T = ∇ · (TT v) − ∇v : T ,
dove A : B := tr(ABT ) = Aij B ij è il prodotto scalare (o saturazione) tra i due
tensori A e B. È immediato osservare A : B = B : A. Per la simmetria di T
l’equazione precedente può scriversi
v · ∇ · T = ∇ · (Tv) − T : D .
Inoltre, essendo
Z Z Z Z
T T
∇ · (T v) dV = (T v) · n dΣ = v · Tn dΣ = v · t dΣ ,
Vt ∂Vt ∂Vt ∂Vt
I vari addendi del secondo membro della (4.34) possono essere definiti come
Z
• Potenza delle forze di volume: Πb (Vt ) = b · v dV ;
Vt
Z
• Potenza delle forze di contatto: Πc (Vt ) = t · v dΣ;
∂Vt
Z
• Potenza degli sforzi interni: Πd (Vt ) = − T : D dV ;
Vt
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 154
per cui l’energia meccanica totale K +U non si conserva. Questo è dovuto al lavoro
compiuto dagli sforzi interni.
Si supponga, per esempio, di sapere già che per un fluido viscoso incompressi-
bile T = −pI + 2µD, allora
funzione scalare U detta energia interna, la quale ammette una densità specifica
tale che
Z
U(Vt ) = ρ dV , (4.37)
Vt
dove h rappresenta il flusso di calore che entra nella porzione di continuo attraverso
la superficie e descrive quindi i processi di conduzione. L’integrale di volume, pre-
sente nel secondo membro della (4.38), rappresenta invece contributi volumetrici,
per esempio, la presenza di processi di trasporto di calore per irraggiamento. Infatti
in questi processi la materia assorbe (parzialmente o totalmente) delle onde elettro-
magnetiche ed è tale energia, assorbita per unità di massa del continuo, che viene
rappresentata dal termine r (definito come rifornimento di energia) nella (4.38).
Possiamo ora esprimere il primo principio nella seguente forma
Tale principio è stato imposto a livello di potenze e non di energie; questo permet-
te di evitare il problema di non-esistenza della “quantità di calore”. Inoltre nella
formulazione (4.39) compare un termine cinetico, in quanto il primo principio della
termodinamica si assume valido, non solo in condizioni di equilibrio, ma anche
istante per istante per ogni evoluzione del sistema.
Ricordando la (4.35) si ha
per cui la (4.41), essendo valida per ogni regione di continuo Vt , permette di avere
la forma locale del primo principio della termodinamica
ρ˙ = −∇ · q + r + T : D . (4.42)
Si osservi che quando T : D > 0 come in (4.36) quello che abbiamo chiamato
dissipazione genera un aumento dell’energia interna.
Ricordando la (4.5) e il Lemma 4.3 a pag. 141, per analogia ϕ = , Φ = q e
b = r + T : D per cui le condizioni all’interfaccia associate a (4.42) sono
ρ± wn± [[]] − [[q · n]] = 0 ,
che implica per superfici materiali la continuità del flusso di calore [[q]] · n = 0.
La ben nota equazione del calore si ottiene per
= CV θ
e
q = −K∇θ , (4.43)
dove CV è il calore specifico e K è il tensore di conducibilità termica. Infatti, in
questo caso (4.42) diventa
∂θ
ρCV + v · ∇θ = ∇ · (K∇θ) + r + T : D , (4.44)
∂t
dove gli ultimi termini in entrambi i membri si annullano per corpi rigidi. In
particolare, nel caso di materiali omogenei e isotropi K = KI con K costante
∂θ
ρCV = K∇2 θ + r . (4.45)
∂t
La relazione di proporzionalità (4.43) tra flusso di calore e gradiente di tempe-
ratura, nota come legge di Fourier, non è l’unica relazione costitutiva proponibile.
Per esempio, Cattaneo propose la sequente equazione differenziale
∂q
λ + q = −K∇θ . (4.46)
∂t
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 157
∂2θ
∂θ ∂q
λ ρCV 2 + ρCV = −λ∇ · − ∇ · q,
∂t ∂t ∂t
e quindi, usando (4.46), l’equazione iperbolica
∂ 2 θ ∂θ K
λ + = ∇2 θ , (4.48)
∂t2 ∂t ρCV
nota come equazione dei telegrafisti.
Un altro esempio è l’equazione costitutiva proposta da Gurtin e Pipkin
Z t
q=− K̃(x, t − τ )∇θ(x, τ ) dτ .
−∞
L’equazione (4.46) e quindi (4.48) è recuperata nel caso omogeneo quando la di-
pendenza di K̃ dal tempo è di tipo esponenziale, per esempio K̃(x, s) = Ke−s/λ I.
In Tabella 4.9 sono riassunte le equazioni di bilancio introdotte finora e le rela-
tive condizioni naturali di interfaccia
Euleriano Lagrangiano
Z Z Z Z Z Z
d d
ψ dV = − Φ · dΣ + b dV ψJ dV∗ = − Φ∗ · dΣ∗ + bJ dV∗
dt Vt ∂Vt Vt dt V∗ ∂V∗ V∗
∂ψ d
+ ∇ · (ψv) = −∇ · Φ + b (ψJ) = bJ − DivΦ∗
∂t dt
− [[ψwn ]] = − [[Φ · n]] − [[ψJvΣ∗ · N]] = − [[Φ∗ · N]]
∂ρ ∂(ρv)
+ ∇ · (ρv) = 0 = 0 ⇐⇒ ρJ = ρ∗
∂t ∂t
− [[ρwn ]] = 0 − [[ρ∗ vΣ∗ · N]] = 0
∂(ρv) d
+ ∇ · (ρv ⊗ v) = ∇ · T + b (ρvJ) = Div S + Jb .
∂t dt
±
−ρ± wn± [[v]] = [[T]] n −ρ±
∗ vΣ∗ · N [[v]] = [[SN]]
∂(ρ) d
+ ∇ · (ρv) = −∇ · q + r + T : D (ρ∗ ) = −Divq∗ + rJ + S : Ḟ
∂t dt
±
−ρ± wn± [[]] = − [[q · n]] −ρ±
∗ vΣ∗ · N [[]] = − [[q∗ · N]]
determinano, tra tutte le possibili evoluzioni plausibili, quella effettiva (fissate op-
portune condizioni iniziali), nel caso del secondo principio, invece, questo verrà
inteso come un vincolo a priori sulla caratterizzazione costitutiva del continuo. Ver-
ranno ovvero considerati accettabili solamente i modelli del continuo che soddisfino
il secondo principio identicamente, per ogni possibile evoluzione del sistema che ve-
rifichi le equazioni di bilancio (conservazione di massa, quantità di moto, momento
angolare ed energia).
Per enunciare il secondo principio per un sistema continuo, bisogna suppor-
re l’esistenza di una grandezza fisica, denominata entropia, che ammetta densità
specifica η
Z
H(Vt ) := ρη dV .
Vt
Si vuole far risaltare il fatto che la somma di H con l’entropia di tutto l’universo
tranne la porzione del continuo Vt non può decrescere nel tempo. Poiché q · n
indica la quantità di calore (per unità di tempo e per unità di superficie) che esce
da una superficie di normale n, si suppone che valga la seguente diseguaglianza per
ogni ciclo termodinamico chiuso
q·n
Z Z
ρr
Ḣ(Vt ) + dΣ − dV ≥ 0 , (4.49)
∂Vt θ Vt θ
considerando −ρr come il calore per unità di tempo che esce dalla porzione per
effetti di tipo volumico. La precedente espressione viene definita come disegua-
glianza di Clausius-Duhem ed è fondamentalmente considerata come un assioma.
Si proceda ora nel valutare tale diseguaglianza in forma locale; si noti come per
riuscire a fare ciò basta applicare il teorema di Gauss sull’integrale di superficie e
ricorrere all’arbitrarietà della regione Vt . Si ottiene quindi
q ρr
ρη̇ + ∇ · − ≥ 0. (4.50)
θ θ
il continuo considerato cioè, come già asserito, l’insieme dei processi termocineti-
ci che verificano le equazioni di bilancio in quanto la diseguaglianza di Clausius-
Duhem va imposta proprio su quei processi termocinetici che verificano le equazioni
di bilancio. Questo equivale alla determinazione dell’integrale generale del sistema
di equazioni alle derivate parziali formato dal complesso delle equazioni di bilan-
cio, il che risulta impossibile anche nei casi più semplici. Questo ostacolo si riesce
comunque ad evitare, almeno per una vasta classe di sistemi continui.
La procedura utilizzata per aggirare questo problema è la seguente. Per pri-
ma cosa si devono considerare solamente sistemi il cui tensore degli sforzi risulti
simmetrico, in modo che l’equazione di bilancio del momento angolare sia veri-
ficata identicamente. Si specifica poi arbitrariamente il processo termocinetico e
si considera l’equazione di continuità come un’equazione alle derivate parziali per
la funzione densità; a questo punto l’equazione di continuità non deve più esse-
re imposta. Infine si utilizza la prima legge di Cauchy ed il primo principio della
termodinamica per determinare b ed r, che ovviamente si riesce a caratterizzare co-
stitutivamente. A questo punto i bilanci della quantità di moto e dell’energia non
devono più essere imposti. Cosı̀ facendo si ottiene una classe di processi termoci-
netici che, pur non rappresentando l’integrale generale delle equazioni di bilancio,
soddisfano sicuramente queste ultime. In genere l’applicazione della diseguaglianza
di Clausius-Duhem alla classe di processi termocinetici sopra considerata, fornisce
sufficienti informazioni.
4.11 Esercizi
Esercizio 4.1 (Auto in coda).
Una colonna di auto è ferma ad un semaforo e scatta il verde. Le auto in testa si
muovono quindi con velocità v+ mentre in coda continuano ad arrivare auto con
velocità v− . Nella zona centrale le auto sono ferme a densità ρ0 . Denotando
con Σ− e Σ+ le due interfacce non materiali che delimitano la zona con le auto
ferme, si determinino le loro velocità di avanzamento.
ossia se ρ0
v− ρ− −1
< ρ0 ,
v+ ρ+ −1
Se, in particolare, ρ− = ρ+ allora la condizione si riduce alla ovvia v− < v+ .
⇐=
ρ− (vΣ − v) · n = ρ0 vΣ · n ,
per cui
ρ−
vΣ · n = wk · n . (4.51)
ρ0 − ρ−
Calcolando la normale alla superficie z − f (x, y, t) = 0
1 w
vΣ · n = ρ0 s 2 .
ρ− −1
∂f
2
∂f
1+ +
∂x ∂y
Un modo più significativo per interpretare l’evoluzione del fondale si ottiente calco-
lando la componente verticale della superfice anziché la componente normale alla
stessa. Infatti, facendo riferimento alla Fig. 4.4 ed alla (4.51)
vΣ · n ρ−
vz = = w,
k·n ρ0 − ρ−
⇐=
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 162
k
v=− ∇p , (4.52)
µ
dove p è la pressione. Si supponga di voler riempire questa cella spingendo
il fluido con velocità costante vin . Supponendo che il problema possa essere
schematizzato come unidimensionale, determinare la pressione massima che è
necessario applicare per riempire la cella di lunghezza L.
La soluzione è dunque
µ
p (x) = vin (vin t − x) ,
k
per cui la pressione di iniezione
µ 2
p(x = 0) = v t,
k in
aumenta linearmente nel tempo.
Per infiltrare un materiale di lunghezza L occorre quindi un tempo T = vLin (ri-
cavato ponendo xf = L) e quindi la pressione massima si ha quando il riempimento
è completo e sarà pari a
µ
p(x = 0) = vin L .
k
⇐=
Allora
pin (xf (t) − x)
p= .
xf (t)
Non è difficile, a questo punto, esplicitare l’equazione di evoluzione per xf (t)
dxf k ∂p k pin
=− (x = xf ) = ,
dt µ ∂x µ xf
cioè
dxf 2kpin 2kpin
2xf = ⇒ x2f = t+c
dt µ µ
Poichè xf (0) = 0, s
2kpin
xf = t.
µ
Quindi per infiltrare un materiale di lunghezza L occorre un tempo pari a T =
L2 µ
.
2kpin
Inoltre,
x
p = pin 1 − q
2kpin
µ t
e s
kpin
v= .
2µt
Il fatto che inizialmente la velocit di infiltrazione è infinitamente grande, dipende
dall’assunzione matematica che inizialmente ci sia una discontinuità di pressione
all’ingresso.
⇐=
Soluzione 4.5.
⇐=
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 165
Figura 4.5: Iniezione tra dischi paralleli studiabile come una cella di Hele-Shaw.
Soluzione 4.6.
⇐=
Tn = (Tn) · n = σn2x ,
Quindi
∂|τ |2
= 2σ 2 nx (1 − 2n2x ) ,
∂nx
che si annulla per nx = 0 e per nx = √1 . Ora per nx = 0, τ = 0 e per nx = √1 ,
2 2
σ2
τ= 4 che è il massimo per ogni altra componente di n lungo x e lungo y. Quindi
CAPITOLO 4. BILANCIO MECCANICO DEI SISTEMI CONTINUI 166
⇐=
1
dove v = rappresenta il volume specifico. Si ha allora
ρ
Z Z
Πd (Vt ) = − T : D dV = ρp(ρ)v̇ dV .
Vt Vt
Quindi la potenza degli sforzi è il lavoro svolto dalle forze di pressione nell’unità
di tempo. Se, volendo semplificare, si assume p costante nello spazio e quindi ρ
omogeneo, si ha
Z Z
d d d
Πd (Vt ) = p(ρ) ρv dV = p(ρ) dV = p(ρ) vol(Vt ) ,
dt Vt dt Vt dt
in cui vol(Vt ) rappresenta il volume, dipendente dal tempo, della porzione di conti-
nuo Vt .
In conclusione, essendo la pressione di un gas una quantità positiva, se il volume
Vt del gas aumenta gli sforzi interni fanno un lavoro attivo tendendo ad aumenta-
re l’energia cinetica del gas. Se il volume del gas diminuisce, allora il lavoro è
resistente.
⇐=
Capitolo 5
Assiomi Costitutivi e
Simmetrie
167
CAPITOLO 5. ASSIOMI COSTITUTIVI E SIMMETRIE 168
Questa ipotesi è essenziale per poter costruire una teoria che sia verificabile
almeno in linea di principio. Infatti non è mai possibile conoscere l’intera storia
di un materiale. Se però si può assumere che la memoria si indebolisca col passar
del tempo, allora si può concepire un esperimento di durata finita, al termine del
quale tutte le deformazioni avvenute prima dell’inizio dell’esperimento diano un
contributo trascurabile al tensore degli sforzi. Ciò vuol dire che se si considerano
due materiali identici con storie “quasi uguali” nel passato recente essi si compor-
teranno (reagendo alle stesse deformazioni) in maniera simile indipendemente dal
loro passato remoto.
Chiaramente non tutti i materiali godono di questa proprietà. I metalli e le plasti-
che, per esempio, si deformano permanentemente se sottoposti a forti e rapide defor-
mazioni o a processi termodinamici estremi. Se si trascurano però queste storie cosı̀
“movimentate” questo principio può essere considerato un’ottima approssimazione.
Infine si suppone che le equazioni costitutive debbano soddisfare il seguente
principio legato al secondo principio della termodinamica.
V. PRINCIPIO DI DISSIPAZIONE.
Le equazioni costitutive devono soddisfare la diseguaglianza di dissipazione
ridotta (4.50) per ogni processo termodinamico compatibile con le equazioni
di bilancio di massa, quantità di momento, momento della quantità di moto ed
energia.
CAPITOLO 5. ASSIOMI COSTITUTIVI E SIMMETRIE 170
x? = Q(t) x , (5.4)
in Bt .
Essendo
∂x?i ∂ i ∂x
j
FL?i = = (Qi j
j x ) = Qj ,
∂X L ∂X L ∂X L
allora
F? dX = QF dX =⇒ F? = QF . (5.5)
B? = QBQT , (5.6)
mentre
T
C? = F? F? = FT QT QF = C , (5.7)
F̂ = FQ̂ . (5.13)
è invariante.
e quindi
TB∗ (X, FB∗ ) = TBb∗ (X,
b Fb ),
B∗ (5.18)
sicché per avere una definizione di materiale elastico compressibile indipendente
dalla configurazione di riferimento scelta, la forma di TB∗ deve dipendere da B∗ .
Per questo si è aggiunto il pedice sia a T che ad F in (5.16).
Si dirà che C è omogeneo nella configurazione di riferimento B̄∗ se in questa
configurazione la densità di C è indipendente da X ed inoltre
Figura 5.2: Il continuo rappresentato è rinforzato con una rete ortogonale. Le frec-
ce nei quadrati servono solo ad indicare graficamente l’orientamento del corpo. La
trasformazione H1 rappresenta una rotazione di 180o e la trasformazione H2 rappre-
senta una rotazione di 90o in senso antiorario. Applicando la stessa deformazione
data da F alle tre configurazioni si ha la stessa tensione.
configurazione B∗ se risulta
TB∗ (F) = TB∗ (FH−1 H) = TB∗ (F1 H) = TB∗ (F1 ) = TB∗ (FH−1 ) .
ossia è un materiale che dà sempre la stessa risposta per ogni cambiamento di volu-
me.
Un continuo elastico C è detto un solido elastico isotropo se esiste una confi-
gurazione B∗ , detta naturale o indistorta, tale che
GB∗ = Orth .
Questo è quindi un materiale che dà sempre la stessa risposta in qualsiasi modo
venga ruotato.
Un continuo elastico C è detto un solido elastico anisotropo se esiste una
configurazione B∗ tale che
GB∗ ⊂ Orth .
Teorema 5.3.
Se l’equazione costitutiva T(F) di un solido elastico C (isotropo o anisotropo)
soddisfa il principio di oggettività, allora la matrice ortogonale Q ∈ GB∗ se e
solo se
Q ∈ GB∗ ⇐⇒ QT̂(C)QT = T̂(QCQT ) . (5.26)
T(F) = FT̂(C)FT .
Quindi
T̂(C) = QT T̂(QCQT )Q ,
ossia la tesi.
Esistono in letteratura una serie di teoremi che esprimono quale sia la forma
più generale delle funzioni isotrope con un risultato che, ovviamente, dipende dalla
natura della funzione (scalare, vettoriale, tensoriale) e delle variabili indipendenti.
Per il prosieguo, servirà analizzare i seguenti casi
Teorema 5.4. - (Rappresentazione delle funzioni tensoriali isotrope di scalari).
DIM:
essendo
T(θ) = QT(θ)QT . ∀Q ∈ Orth ,
si ha che
3 3
! 3
X X X
T
bp ⊗ a
λp a bp = Q bp ⊗ a
λp a bp Q = ap ) ⊗ (Qb
λp (Qb ap ) ,
p=1 p=1 p=1
CAPITOLO 5. ASSIOMI COSTITUTIVI E SIMMETRIE 178
DIM:
allora ψ = ψ(I
b A , IIA , IIIA ) è isotropa.
=⇒ Viceversa, si considerino prendiamo A e B due tensori simmetrici
qualsiasi ma con gli stessi invarianti. Essendo questi i coefficienti del
polinomio caratteristico dei due tensori, gli autovalori saranno gli stessi
e si può scrivere
3
X 3
X
A= bp ⊗ a
λp a bp , B= bp ⊗ b
λp b bp ,
p=1 p=1
con {bap } e {b
b p } due terne ortonormali levogire. Denotando con Q la
trasformazione che porta {b ap } in {b
b p } si ha
3 3
!
X X
B= λp (Qbap ) ⊗ (Qbap ) = Q λp a bp QT = QAQT ,
bp ⊗ a
p=1 p=1
ap = T(A)Qp a
Qp T(A)b bp = T(A)b
ap .
DIM:
⇐= Sia Q una matrice ortogonale; considerando quindi che i coefficienti
αi dipendono solo dai tre invarianti e che quindi non cambiano per la
matrice QAQT , si ha che
= Q(α0 I + α1 A + α2 A2 )QT =
= QT(A)QT ,
Partiamo dal caso in cui gli autovalori di A sono tutti distinti. Mostrere-
mo che
span{I, A, A2 } = span{b
a1 ⊗ a b2 ⊗ a
b1 , a b3 ⊗ a
b2 , a b3 } , (5.28)
bp ⊗ a
e quindi ogni combinazione di a bp è scrivibile come combinazione
di I, A e A2 .
CAPITOLO 5. ASSIOMI COSTITUTIVI E SIMMETRIE 181
dim(span{I, A, A2 }) = 3 ,
αb bp + γλ2p a
ap + βλp a bp = 0 ,
e quindi
α + βλp + γλ2p = 0 .
Facendo ciò per p = 1, 2, 3 si ottiene il sistema lineare ed omogeneo
nelle incognite α, β, γ
α + βλ1 + γλ21 = 0 ,
α + βλ2 + γλ22 = 0 ,
α + βλ3 + γλ23 = 0 .
A b1 ⊗ a
= λ1 a a2 ⊗ a
b1 + λ2 (b b3 ⊗ a
b2 + a b3 ) =
b1 ⊗ a
= λ1 a b1 + λ2 (I − a
b1 ⊗ a
b1 ) . (5.30)
b1 ⊗ a
T(A) = µ1 a b1 + µ2 (I − a
b1 ⊗ a
b1 ) ,
a1 ⊗ a
span{I, A} = span{b b1 , I − a
b1 ⊗ a
b1 }.
b1 ⊗ a
I=a b1 + (I − a
b1 ⊗ a
b1 ) ,
b1 ⊗ a
A = λ1 a b1 + λ2 (I − a
b1 ⊗ a
b1 ) .
αb
ap + βλp a
bp = 0 ,
e raccogliendo
Fatto ciò resta da dimostrare solamente che, nel caso generale, i coeffi-
cienti αi dipendono soltanto dai tre invarianti della matrice simmetrica
A. Per far ciò si prenda una matrice ortogonale Q. Allora, per quanto
dimostrato sinora e poiché T è isotropa, si ha che
T(QAQT )
da cui la tesi.
5.6 Esercizi
Esercizio 5.1.
Data la deformazione di shear piano
1 α 0
A= α 1 0
0 0 1
verificare che
3
X
bp ⊗ a
a bp = I ,
p=1
3
X
bp ⊗ a
λp a bp = A ,
p=1
3
X
λ2p a b p = A2 .
bp ⊗ a
p=1
CAPITOLO 5. ASSIOMI COSTITUTIVI E SIMMETRIE 184
1 + α2
2α 0
2
2
=
2α 1+α 0
=A .
0 0 1
⇐=
Capitolo 6
Solidi Elastici
DIM:
⇐= Ricordiamo innanzitutto che se F si sostituisce con QF, il tensore B
va sostituito con B∗ = (QF)(QF)T = QBQT , e analogamente B2 va
sostituito con (B∗ )2 = QB2 QT .
Allora è chiaro che se vale la (6.1) l’equazione T(F) è isotropa e ogget-
tiva, purché si ricordi anche che IB , IIB e IIIB sono appunto invarianti
185
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 186
T(F) = FT̂(C)FT ,
(6.2)
QT̂(C)QT = T̂(QCQT ) , ∀Q ∈ Orth .
−1 + IB −1 λ − IIB −1 λ2 + IIIB −1 λ3 = 0 ,
o
IIB −1 2 I −1 1
−λ3 + λ − B λ+ = 0,
IIIB −1 IIIB −1 IIIB −1
che paragonato al polinomio caratteristico di B (6.4) dà
IIB −1 IB −1 1
IB = , IIB = , IIIB = ,
IIIB −1 IIIB −1 IIIB −1
in quanto, per avere le stesse radici, i coefficienti delle due cubiche devono essere gli
stessi. In particolare, se la deformazione è isocora (cosa che certamente è verificata
se il solido è incompressibile), allora
ossia l’incremento di energia cinetica totale è uguale al lavoro svolto dalle forze
attive meno l’energia persa per dissipazione.
Inoltre se il ciclo meccanico è chiuso
Z t1 Z Z t1
S : Ḟ dV∗ dt = Π(Vt ) dt , ∀Vt , (6.10)
t0 V∗ t0
ossia l’energia spesa per dissipazione è uguale al lavoro svolto dalle forze attive.
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 189
Figura 6.1: Ciclo meccanico chiuso e suo inverso considerato nel Lemma 6.1.
Z t1
S : Ḟ dt ≥ 0 . (6.11)
t0
Nel caso di materiali elastici il tensore degli sforzi è funzione solo del gradiente di
deformazione, ossia S = S(F), per cui si ha il seguente importante lemma.
Lemma 6.1.
Z t1
Se S : Ḟ dt ≥ 0 per qualsiasi ciclo meccanico chiuso ed il materiale è
t0
elastico allora Z t1
S : Ḟ dt = 0 .
t0
DIM:
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 190
Z t1 Z t1
dF
S (Frev (t)) : Ḟrev (t) dt = S (F(t0 + t1 − t)) : (t0 + t1 − t)dt =
t0 t0 dt
Z t0 Z t1
dF
= S (F(τ )) : − (τ ) (−dτ ) = − S (F(τ )) : Ḟ(τ ) dτ ,
t1 dτ t0
che Z t1
S (F(τ )) : Ḟ(τ ) dτ ≥ 0 , (6.13)
t0
allora l’unica possibilità è che entrambi si annullino come richiesto dalla tesi.
Z t1
S : Ḟ dt su un ciclo aperto è indipendente dal percorso.
t0
Osservazione 6.1. A dir la verità per dimostrare il teorema precedente non c’è
stato bisogno della differenziabilità della deformazione o del gradiente di defor-
mazione nel tempo, per cui il teorema vale anche per cicli chiusi differenziabili
a tratti. Questo sarà utile nel prossimo teorema.
Figura 6.2: Storia di deformazione usata nella dimostrazione del Teorema 6.2 di
esistenza dell’energia potenziale elastica.
aperta fosse indipendente dalla curva ma dipendesse solo dai suoi estremi. Questo
permetteva di definire il potenziale del campo di forze come l’integrale di linea a
partire da un punto fissato. Il gradiente di tale potenziale era la forza (conservativa).
Si tratta ora di lavorare allo stesso modo sostituendo lo spazio
Z fisico con lo spazio dei
t1
tensori di deformazione. Ossia, l’indipendenza del lavoro S : Ḟ dt dal percorso
t0
scelto nello spazio dei gradienti di deformazione implica che è possibile definire
una funzione potenziale come il lavoro svolto dagli sforzi interni per arrivare da un
punto di riferimento alla deformazione di arrivo. In questo modo lo sforzo S risulta
essere il gradiente del potenziale nello spazio dei gradienti di deformazione.
DIM:
Definiamo la funzione scalare
Z s
W (X, F(s)) := S(X, F(t)) : Ḟ(X, t) dt ,
t0
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 192
che è un integrale di linea nello spazio dei tensori indipendente dal percorso
per il lemma appena visto per cui W dipenderà dal gradiente di deformazione
al tempo s definito As (ossia As := F(s)). Per semplicità di notazione non
espliciteremo la dipendenza da X.
∂W
Ciò che ci interessa è calcolare . Per fare questo dobbiamo definire una
∂F
storia di deformazione.
Data A(t) per t ∈ [t0 , s] continua e derivabile tale che A(s) = As , consi-
deriamo la seguente espressione per il gradiente di deformazione (si veda la
Figura 6.2)
t0 ≤ t ≤ s
(
A(t)
F(t) = t−s (6.15)
As + M s < t ≤ t1
t1 − s
dalla quale risulta chiaro che F(s) = As e F(t1 ) = As + M. Non è det-
to che (6.15) sia differenziabile, ma certamente lo è a tratti e quindi per
l’Osservazione 6.1 vale ancora il Lemma 6.1. Andiamo pertanto a calcolare
Z t1
W (As + M) − W (As ) = S F(t) : Ḟ(t) dt
s
Z t1
1
= S F(t) dt : M,
t1 − s s
dove nella seconda uguaglianza è stata utilizzata l’espressione per Ḟ
t0 ≤ t ≤ s ,
Ȧ(t)
Ḟ(t) =
1
M s < t ≤ t1 .
t1 − s
Applicando quindi il teorema della media integrale all’integrale con le com-
ponenti di S si ha che
Z t1
SiL F(t) dt = (t1 − s)SiL (F t∗iL )
s
t∗ − s
X
= SiL As + iL M MLi . (6.16)
t1 − s
i,L
Essendo
t∗ − s
lim SiL As + iL M = SiL (As ) ,
M→O t1 − s
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 193
∂W
S(F) = . (6.20)
∂F
dσ
T : ∇v = ρ .
dt
Infatti,
∂σ
1 ∂σ T ∂σ dσ
T : ∇v = F : ḞF−1 = FT F−T : Ḟ = : Ḟ = ,
ρ ∂F ∂F ∂F dt
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 194
Possiamo quindi dire che, in assenza di forze attive la somma dell’energia elasti-
ca immagazzinata e dell’energia cinetica si conserva e quindi un solido iperelastico
si muove per trasformare l’energia elastica immagazzinata al suo interno in energia
cinetica e viceversa. Quindi,
Per un corpo iperelastico non soggetto a forze, l’energia totale è costante, ossia
v2
Z
ρ σ+ dV = cost.
Bt 2
DIM:
DIM:
GσB∗ ⊂ GB∗ Infatti, se H ∈ GσB∗ vale la (6.22) da cui per derivazione rispetto ad
F segue
∂σ ∂σ
(F) = (FH)HT , (6.23)
∂F ∂F
ossia, moltiplicando a destra per FT , =⇒ Es. 6.2
∂σ ∂σ ∂σ
(F)FT = (FH)HT FT = (FH)(FH)T . (6.24)
∂F ∂F ∂F
Ricordando la (6.19), che definisce C come iperelastico, il primo membro del-
l’equazione è T(F)/ρ, mentre l’ultimo è T(FH)/ρ. Quindi T(F) = T(FH) e
H ∈ GB∗ .
GB∗ ⊂ GσB∗ Per mostrare che GB∗ ⊂ GσB∗ , si cominci con l’osservare che se
H ∈ GB∗ applicando T(F) = T(FH) alla (6.19) e procedendo a ritroso si ha
la (6.24) e la (6.23) e che le derivate rispetto ad F di σ(F) e di σ(FH) sono
uguali. Integrando quest’ultima relazione si deduce
σ(F) − σ(I) = σ(FH) − σ(H). (6.25)
In generale è σ(I) 6= σ(H) e quindi H 6∈ GσB∗ ; tuttavia, se σ(F) è oggettiva,
è anche
σ(QF) = σ(F), ∀Q ∈ Orth ,
da cui in particolare per F = I risulta
σ(Q) = σ(I), ∀Q ∈ Orth .
Questo risultato può impiegarsi nella (6.25) solo per H ∈ Orth il che accade
se il sistema C è un solido. Il teorema è cosı̀ provato.
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 196
Andiamo a vedere ora quali sono i requisiti imposti dalle proprietà di simmetria
del solido.
Teorema 6.6. - (Simmetria per solidi iperelastici).
Quindi se il materiale è isotropo GB∗ = Orth e σ̂(C) è una funzione scalare iso-
tropa di C. Possiamo quindi utilizzare il teorema di rappresentazione delle funzioni
scalari isotrope di un tensore per determinare la forma generale che può assumere
l’energia specifica elastica.
Teorema 6.7. - (Equazione costitutiva per un solido iperelastico isotropo).
GB∗ = GσB∗
T = f0 I + f1 B + f2 B2
fi = fi (IB , IIB , IIIB ) Isotropia σ̂(C) = σ̃(IB , IIB , IIIB )
∂ σ̃
T̂(B) = 2ρ B,
∂B
(si veda l’Esercizio 6.3 per maggiori dettagli) e quindi anche (cfr. (1.34) a pag.15)
∂ σ̃ ∂ σ̃ ∂ σ̃
T̂(B) = 2ρ I B + 2ρ (IB I − B)B + 2ρ (B2 − IB B + IIB I)B .
∂IB ∂IIB ∂IIIB
Con il teorema di Cayley-Hamilton è possibile trasformare l’ultimo termine in modo
da avere
∂ σ̃ ∂ σ̃ ∂ σ̃ ∂ σ̃ 2
T̂(B) = 2ρIIIB I + 2ρ + IB B − 2ρ B . (6.28)
∂IIIB ∂IB ∂IIB ∂IIB
∂ σ̃ ∂ σ̃
T̂ = 2ρIIIB I + 2ρ B,
∂IIIB ∂IB
o, in termini di W e J,
∂W 2 ∂W
T̂ = I+ B.
∂J J ∂IB
Per un materiale compressibile la dipendenza dell’equazione costitutiva dal ter-
zo invariante IIIB = J 2 non può essere trascurata perché essa tiene conto di quanto
costa energeticamente far variare il volume del solido compressibile, mantenendo la
traccia invariata.
Varie equazioni sono state proposte, tra cui ricordiamo quella per un solido neo-
Hookeano compressibile
µ −2/3 κ
W = J IB − 3 + (J − 1)2 , (6.31)
2 2
b1 −2/3 b
2 b3
W = J IB − 3 + (J −4/3 IIB − 3) + (J − 1)2 , (6.32)
2 2 2
Altri esempi di energia potenziale elastica sono riportati in Tabella 6.2. =⇒ Es. 6.7
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 199
µ −2/3 κ
neo-Hookeano J IB − 3 + (J − 1)2
2 2
µ −2/3 κ
Ogden J IB − 3 − 2ln J + (J − 1)2
2 2
b1 b2 b3
Mooney-Rivlin J −2/3 IB − 3 + (J −4/3 IIB − 3) + (J − 1)2
2 2 2
µ IIB
Blatz-Ko (poliuretano) + 2J − 5
2 J2
(
µ 1
Blatz-Ko IB + (J −α/2 − 1) − 3+
2 α
)
IIB 1 α/2
(1 − β) + (J − 1) − 3
J2 α
moto del corpo e sarà tale da mantenere l’evoluzione del gradiente di deformazione
sempre sulla varietà. Esiste quindi un moltiplicatore di Lagrange λ per cui si può
scrivere
∂φ ∂σ
T = λ FT + ρ FT . (6.33)
∂F ∂F
Come primo esempio, ricordiamo che un materiale C è elastico incompressibile
se per ogni deformazione di C risulta det F = 1. Quindi φ(F) := det F − 1 = 0.
Per calcolare la derivata di φ calcoliamo per M piccolo
Quindi,
∂φ
= (det F)F−T ,
∂F
∂φ
e sulla varietà det F = 1 per cui = F−T . In conclusione da (6.33) segue che
∂F
∂σ T
T = λI + ρ F . (6.34)
∂F
Ricordando che per un continuo incompressibile la densità è costante, la (6.34) si
scrive più comunemente come
∂σ T
T = −pI + ρ∗ F . (6.35)
∂F
φ(F) := N · CN − 1 = 0 .
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 201
∂σ T
T = −pI + λ(FN) ⊗ (FN) + ρ∗ F . (6.37)
∂F
Materiale µ (GPa)
Gomma 6 · 10−4
Polietilene 0.117
Alluminio 25.5
Vetro 26.2
Titanio 41.4
Rame 44.7
Acciaio 79.3
Si osservi che in questo caso si permette alle fibre di formare angoli diversi da quello
iniziale (per esempio a non essere più perpendicolari). =⇒ Es. 6.8–6.10
µ
W = (IB − 3) . (6.39)
2
Si noti che la costante è scelta in modo tale che W = 0 per B = I. Tale solido è
chiamato neo-Hookeano. I valori del parametro costitutivo µ per alcuni materiali
sono elencati in Tabella 6.3.
La derivazione di (6.39) porta quindi a
T = −pI + µB . (6.40)
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 203
µ
T = −pI + B. (6.41)
IB − 3
1−
K
b1 b−1
W = (IB − 3) + (I −1 − 3) . (6.42)
2 2 B
Esso porta a
T = −pI + (b1 + b−1 IB )B − b−1 B2 , (6.43)
che si può scrivere in maniera più conveniente come
Figura 6.6: Risposta ad una tensione uniassiale (a) per un solido neo-Hookeano
(b). In (c) dipendenza della risposta per un solido di Gent per diversi valori di K,
precisamente da sinistra a destra per forze di trazione (F > 0), K = 1, 5, 10, 100.
F p 1
= λ3 λ 3 − 1 (h1 λ3 − h−1 ) ,
L2 λ33
che non dà quindi informazioni nuove rispetto alla (6.46) essendo identica la secon-
da parentesi.
La stabilità di questa configurazione è lasciata come Esercizio 6.18 allo studente
che può seguire quanto esposto nel prossimo paragrafo. =⇒ Es. 6.16, 6.17
F
dove α = µL 2 . Le soluzioni del sistema sono quelle che annullano contempora-
Figura 6.9: Curve per la ricerca degli zeri di b2 in Eq.(6.49) (sopra) e diagramma di
biforcazione per un solido neo-Hookeano sottoposto a tensione uniforme (sotto).
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 211
nella b2 = 0 si ha
1 α
− +1=0
λ1 (α − λ1 )2 α − λ1
ossia
1 − αλ1 (α − λ1 ) + λ1 (α − λ1 )2 = 1 − αλ1 + λ31 = 0 ,
che è di nuovo la (6.50). La soluzione in questo caso è caratterizzata dall’a-
vere λ̂1 = λ̂2 6= λ3 .
Quindi tranne il caso banale, gli altri tre casi rappresentano lo stesso tipo di de-
formazione. La differenza sta nella direzione dello stiramento diverso dagli altri due,
che può essere indifferentemente allineato lungo ciascuno dei tre assi coordinati.
Rappresentando questa deformazione genericamente chiamata λ in funzione di
α si ha il diagramma di biforcazione in Figura 6.9 (sotto). Le due curve λ = 1 ed
α = λ + 1/λ2 si intersecano per α = 2 per cui√(α, λ)√= (2, 1) rappresenta un punto
di biforcazione transcritica mentre (α, λ) = ( 3 2, 3/ 3 4) rappresenta un cosiddetto
turning point. Per λ > 1 si ha una configurazione simile ad una piastra di larghezza
λ̂ e spessore 1/λ̂2 . Per λ < 1 si ha una configurazione simile ad una sbarra di
lunghezza 1/λ̂2 e spessore λ̂.
Per poter discutere la stabilità di queste posizioni di equilibrio dobbiamo fare un
discorso energetico. Ricordando (6.39) l’energia potenziale elastica immagazzinata
è
µ 1
W = λ21 + λ22 + 2 2 ,
2 λ1 λ2
mentre il lavoro fatto dalle forze costanti che operano sulle facce è
F 1
L = 2 λ1 + λ2 + .
L λ1 λ2
2 1 1 1
−1 + − 6 − + 3
λ31 λ1 λ61 λ1
H =
1 1 2 1
− 6 + 3 −1 + 3 − 6
λ1 λ1 λ1 λ1
2
1 1 1
− 1− 3 1− 3
λ1 λ31 λ1
= .
2
1 1 1
1 − − 1− 3
λ31 λ31 λ1
I termini sulla diagonale sono sempre negativi (per λ1 6= 0) per cui la posizione
di equilibrio è un massimo se e solo se il determinante è positivo, cioè se e solo se
2 " 2 # 2
1 1 1 1 2
0< 1− 3 1− 3 − 6 = 1− 3 1− 3 ,
λ1 λ1 λ1 λ1 λ1
√
ossia per λ1 > 3 2. Abbiamo quindi che nel diagramma di biforcazione in Fi-
gura 6.9 (sotto) il ramo corrispondente alla soluzione stabile è quello superiore,
corrispondente alla soluzione tipo piastra.
Il diagramma può quindi essere letto cosı̀: partendo dalla soluzione banale se si
aumenta gradualmente la forza (ossia α), quando α diventa maggiore di√ 2, il cubo
diventa instabile e si deforma in una soluzione tipo piastra con λ = 1+2 5 ≈ 1.62.
Se √ √ quando questa è tale che α < αcr =
a questo punto si diminuisce la forza,
3/ 3 4 ≈ 1.89 (corrispondente a λ = 3 2 ≈ 1.26), la soluzione tipo piastra diventa
instabile ed il solido riacquista la sua configurazione cubica. =⇒ Es. 6.18
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 213
B= γ 1 0 ,
0 0 1
e quindi
1 −γ 0
B−1 = −γ 1 + γ2 0 ,
0 0 1
da cui IIIB = 1 e
IB = IIB = IB −1 = 3 + γ 2 . (6.51)
La prima conseguenza della uguaglianza di IB e IB −1 è che con questo esperi-
mento non è possibile discriminare la dipendenza da IB dalla dipendenza da IB −1 ,
muovendoci sempre sulla bisettrice del piano (IB , IB −1 ) della Figura 6.8. La secon-
da conseguenza è che per un solido elastico di equazione costitutiva generica (6.3)
i coefficienti hi possono quindi solo dipendere da γ 2 . In particolare, essi assumono
lo stesso valore indipendentemente dal verso della deformazione.
Calcolando esplicitamente i termini del tensore degli sforzi si ha
T11 = −p + h1 (1 + γ 2 ) + h−1 ,
T22 = −p + h1 + h−1 (1 + γ 2 ) ,
T33 = −p + h1 + h−1 ,
T12 = h1 γ − h−1 γ ,
T13 = T23 = 0 .
Una prima analisi porta subito a notare che si può scrivere
ossia che si possono calcolare i coefficienti hi in termini dei cosiddetti sforzi nor-
mali T11 − T33 e T22 − T33 (rispettivamente primo e secondo sforzo normale).
L’altra differenza tra gli sforzi T11 − T22 risulta essere pari a
Il fatto che la presenza di deformazioni di taglio causi uno sforzo normale T11 − T22
necessariamente non nullo viene chiamato effetto Poynting e la relazione
µ ≈ µ0 + µ1 γ 2 , hi ≈ hi,0 + hi,1 γ 2 , i = ±1 .
ossia
∂I5
= N ⊗ NC + CN ⊗ N .
∂C
Si osservi che N ⊗ N è il tensore che appare in (6.37) quando si è parlato di ine-
stensibilità ed era moltiplicato per un moltiplicatore di Lagrange. Qui questo stesso
∂ σ̃
termine è moltiplicato per il coefficiente d ∂I 4
che descrive la risposta del materiale
a deformazione lungo N. Moltiplicando a destra e sinistra per F e FT si ha
∂I4 T
F F = F(N ⊗ N)FT = (FN) ⊗ (FN) ,
∂C
e
∂I5 T
F F = F(N ⊗ NC + CN ⊗ N)FT = F(N ⊗ N)FT FFT + FFT F(N ⊗ N)FT
∂C
= F(N ⊗ N)FT B + BF(N ⊗ N)FT = (FN ⊗ FN)B + B(FN ⊗ FN) .
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 217
dove
∂ σ̃ ∂ σ̃
h4 = 2ρ e h5 = 2ρ .
∂I4 ∂I5
=⇒ Es. 6.19
Nel caso ortotropo esiste un’altra direzione N⊥ privilegiata per cui σ dipende
anche da I6 = N⊥ · CN⊥ = (FN⊥ · (FN⊥ ), I7 = N⊥ · C2 N⊥ (analogamente
al caso trasversalmente isotropo) e da I8 = N · CN⊥ = (FN) · (FN⊥ ) (un I9 =
N · C2 N⊥ non compare perché si dimostra che è linearmente dipendente dagli
altri). Procedendo come prima, le derivate di I6 e I7 sono ovviamente identiche alle
derivate di I4 e I5 con N sostituito con N⊥ , mentre
∂I8
= N ⊗ N⊥ ,
∂C
per cui
∂I8 T
F = (FN) ⊗ (FN⊥ ) .
F
∂C
Quindi per un mezzo ortotropo si pus̀crivere un’equazione costitutiva del tipo
!
∂ T̂
T(F) ≈ (I + Grad u) T̂(I) + (C − I) (I + (Grad u)T )
∂C
C=I
∂ T̂
≈ T̂(I) + [(Grad u)T̂(I) + T̂(I)(Grad u)T ] + 2 E . (6.54)
∂C
C=I
∂ T̂
2 := C
I il tensore (quadruplo) di elasticità infinitesima,
∂C
C=I
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 218
I −1 T .
E≈C (6.58)
∂ σ̂ ∂ σ̂ ∂ 2 σ̂
(C) ≈ + (C − I) , (6.59)
∂C ∂C C=I ∂C∂C C=I
che può essere sostituita nella (6.54) per pervenire alla relazione
∂ 2 σ̂
∂ σ̂
T(E) ≈ (I + Grad u) 2ρ + 4ρ E (I + (Grad u)T ) ,
∂C C=I ∂C∂C C=I
∂ σ̂
T0 = 2ρ ,
∂C C=I
(6.60)
∂ 2 σ̂
C
I = 4ρ .
∂C∂C C=I
=⇒ Es. 6.20
In definitiva, se in B∗ lo sforzo residuo è nullo, per un materiale iperelastico
lineare sussistono le relazioni
1
W (E) ≈ E·C
I E, (6.61)
2
dove per la (6.60)2 il tensore di elasticità, accanto alle relazioni di simmetria (6.57),
soddisfa le seguenti altre condizioni
È chiaro che non ci si può aspettare che la relazione lineare tra T ed E sia og-
gettiva (infatti da (5.8), E non è oggettivo) in quanto queste sono delle approssima-
zioni di relazioni costitutive valide solo per deformazioni infinitesime. Quindi non
ha senso imporre che queste si trasformino bene per ogni moto rigido, che non è
necessariamente una rotazione infinitesima.
Nel caso isotropo, dato che
T = λ tr E I + 2µE , (6.63)
dove
2
X ∂fi
λ = 2(b0 + b1 + b2 ) = 2 ,
i=0
∂IB B=I
e
∂ ∂
µ = a1 + 2a2 = (f1 + 2f2 ) = (f1 − f−1 ) ,
∂IB B=I ∂IB B=I
vengono detti moduli di Lamè di C. Il coefficiente µ è il modulo di scorrimento
definito in Eq. (6.52) in quanto in una deformazione di taglio
∂ux
Txy = 2µExy = µ .
∂y
Si noti che a differenza del caso nonlineare (si veda il par. 6.8) in questo caso tutti
gli altri termini sono nulli. In particolare, non ci sono sforzi normali.
Dalla relazione (6.63) si ottiene
tr T = (3λ + 2µ)tr E ,
Proiettando questa relazione vettoriale sulla base (ei ) si ottiene che T ha non nulla
soltanto la componente Txx = t. Sostituendo nella (6.64) questa determinazione di
T, si ottiene la deformazione corrispondente ad uno stato di tensione uniforme del
tipo tex
λ+µ
Exx = t,
µ(3λ + 2µ)
λ λ (6.65)
Eyy = Ezz = − t=− Exx ,
2µ(3λ + 2µ) 2(λ + µ)
Exy = Exz = Eyz = 0 .
Le quantità
t µ(3λ + 2µ)
Eγ := = , (6.66)
Exx λ+µ
=⇒ Es. 6.21–??
Eyy Ezz λ
σ := − =− = , (6.67)
Exx Exx 2(λ + µ)
prendono rispettivamente il nome di modulo di Young e modulo di Poisson. Quan-
do si ricorda il significato delle componenti di E (cfr. Paragrafo 1.6), si può con-
cludere che il modulo di Young è il rapporto tra la forza di trazione per unità di
superficie e l’allungamento unitario che essa produce nella sua stessa direzione.
Similmente, il modulo di Poisson è il rapporto tra la contrazione ortogonale alla
direzione di t e l’allungamento lungo t.
Le relazioni (6.66) e (6.67) possono essere invertite in
σEγ
λ = ,
(1 − 2σ)(1 + σ)
Eγ
µ = .
2(1 + σ)
dando cosı̀ la forma dei coefficienti di Lamè in termine dei moduli di Young e
Poisson.
Nel caso di solidi incompressibili la (6.63) si semplifica in
ossia t
ε=
,
3µ
(6.71)
p = −t ,
3
Quindi il modulo di Young è Eγ = 3µ.
A conclusione del paragrafo si vuole osservare cosa succede quando si sostitui-
sce la relazione (6.56) nell’equazione di bilancio della quantità di moto. Conside-
rando che v = ∂u∂t , grazie a (6.56) in questo caso l’equazione della quantità di moto
si riscrive
∂2u
ρ 2 = ∇ · (C I E) ,
∂t
che ha un carattere iperbolico, in quanto E include le derivate spaziali di u. Una
grande semplificazione si ha nel caso isotropo ed omogeneo, ossia quando si usa
per esempio la (6.63), in quanto tr E = ∇ · u e ∇ · (∇u)T = ∇(∇ · u), per cui
∂2u
ρ = (λ + µ)∇(∇ · u) + µ∇2 u , (6.72)
∂t2
che nel caso incompressibile diventa
(6.73)
2
ρ∗ ∂ u = −∇p + µ∇2 u ,
∂t2 (6.74)
∇ · u = 0.
6.11 Esercizi
Esercizio 6.1 (Dissipazione in un gas perfetto).
Si dimostri che per un fluido perfetto per cui T = −p(ρ)I la dissipazione è nulla
per ogni ciclo meccanico chiuso.
⇐=
Esercizio 6.2.
Si dimostri che se σ(F) = σ(FH) allora
∂σ ∂σ
(F) = (FH)HT .
∂F ∂F
∂σ i ∂σ ∂σ ∂σ
(FM )= (FLi HM
L
)= (FLi HM
L
)δji δL
N L
HM = (FLi HM
L N
)HM ,
∂FNj ∂FNj ∂FMi
∂FMj
⇐=
Esercizio 6.3.
Si dimostri che
∂σ T ∂ σ̂
F = 2 B.
∂F ∂B
∂σ j ∂ σ̂ ∂B hk j
F L = F ,
∂FLi ∂B hk ∂FLi L
ma
∂B hk j ∂(FMh
FMk
) j
i
FL = i
FL = (δ ih δLM FM
k
+FM δ δLM )FLj = δ ih FLk FLj +FLh FLj δ ik ,
h ik
∂FL ∂FL
per cui
∂σ j ∂ σ̂ k j ∂ σ̂ h j ∂ σ̂ kj
F = F F + F F =2 B .
∂FLi L ∂B ik L L ∂B hi L L ∂B ik
⇐=
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 223
Esercizio 6.4.
Considerando σ = σ̃(C), si dimostri che
∂σ ∂ σ̃
= 2F .
∂F ∂C
Soluzione 6.4.
⇐=
Esercizio 6.5.
Si determini la forma di h0 , h1 ed h2 in termini delle derivate di σ̂ nel caso
compressibile e nel caso incompressibile.
Quindi
∂ σ̃ ∂ σ̃
h0 = 2ρ IIB + IIIB ,
∂IIB ∂IIIB
∂ σ̃
h1 = 2ρ ,
∂I B
∂ σ̃
h−1 = −2ρIIIB .
∂IIB
Ricordando che IB −1 = IIB /IIIB e pensando σ̃(IB , IIB , IIIB ) = σ̂(IB , IB −1 , IIIB ),
∂ σ̃ ∂ σ̂ ∂IB −1 ∂ σ̂ 1
= = ,
∂IIB ∂IB −1 ∂IIB ∂IB −1 IIIB
per cui
∂ σ̃ ∂ σ̂
IIB = I −1 .
∂IIB ∂IB −1 B
D’altronde
∂ σ̃ ∂ σ̂ IIB ∂ σ̂
= − 2 + ,
∂IIIB ∂IB −1 IIIB ∂IIIB
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 224
quindi
∂ σ̂ 1 ∂ σ̂ IIB ∂ σ̂ ∂ σ̂
h0 = 2ρ IIB + IIIB − 2 + = 2ρIIIB
∂IB −1 IIIB ∂IB −1 IIIB ∂IIIB ∂IIIB
∂ σ̂
h0 = 2ρ IIIB ,
∂IIIB
e
∂ σ̂
h−1 = −2ρ
∂IB −1
⇐=
IB IIB IIIB = J 2
Estensione semplice α2 + β 2 + γ 2 α2 β 2 + α2 γ 2 + β 2 γ 2 α2 β 2 γ 2
µ α2 + β 2 + γ 2
κ
W = − 3 + (αβγ − 1)2 ,
2 (αβγ)2/3 2
µ 3 + α2 + β 2
κ
W = 2/3
− 3 + α2 β 2
2 (1 − αβ) 2
⇐=
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 225
Soluzione 6.7.
⇐=
Soluzione 6.8.
⇐=
h j j
= (FM N2M )(FK N1K ) + (FLh N1L )(FK N2K ) ,
oppure
λ1 n1 ⊗ n1 + λ2 n2 ⊗ n2 + λ(n1 ⊗ n2 + n2 ⊗ n1 ) .
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 226
⇐=
Soluzione 6.10.
⇐=
α2
µ
− K ln 1 −
per la deformazione di taglio semplice,
2 K
W = 2
− µ K ln 1 − 5 α
per la deformazione di taglio piano isocoro.
2 K 1 − α2
⇐=
IB −1 = IIB = IIC = 3 + α2 (X 2 + Y 2 ) = IB .
Quindi
b1 + b−1 2 2
W = α (X + Y 2 ) ,
2
e come nell’esercizio precedente si ha lo stesso risultato del caso neo-Hookeano con
µ = b1 + b−1 .
⇐=
Figura 6.11: Configurazioni di interfacciamento di solidi elastici per gli Esercizi (a)
6.14 e (b) 6.15
Soluzione 6.13.
⇐=
Soluzione 6.14.
⇐=
Soluzione 6.15.
⇐=
Soluzione 6.16.
⇐=
Soluzione 6.17.
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 230
⇐=
Soluzione 6.18.
⇐=
Soluzione 6.19.
⇐=
Soluzione 6.20.
⇐=
Soluzione 6.21.
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 231
Figura 6.12: Configurazioni di interfacciamento di solidi elastici per gli Esercizi (a)
6.23, (b) 6.14 e (c) 6.15
⇐=
Soluzione 6.22.
⇐=
Soluzione 6.23.
⇐=
Soluzione 6.24.
CAPITOLO 6. SOLIDI ELASTICI 232
⇐=
Soluzione 6.25.
⇐=
(λ + µ)n ⊗ n + µI − ρ∗ U 2 I ū = 0 ,
⇐=
si ha 2 2
2πi 2πi 2πi
ρ∗ − U ū = p̄n + µ ū . (6.76)
Λ Λ Λ
Dalla condizione di incompressibilità ∇ · v = 0 si ha
2πi
ū · n = 0 ,
Λ
ossia ū è perpendicolare a n. Chiamando ū⊥ = ū · n da (6.76)
(ρ∗ U 2 − µ)ū⊥ = 0 ,
p
e quindi esistono solo onde trasversali con velocità U = µ/ρ∗ .
⇐=
Capitolo 7
Fluidi
234
CAPITOLO 7. FLUIDI 235
e quindi
T̂(det F) = QT̂(det F)QT ,
ossia la funzione tensoriale T̂ della variabile scalare det F deve essere iso-
tropa. La tesi discende quindi direttamente dal teorema di rappresentazione
delle funzioni tensoriali isotrope di uno scalare (Teorema 5.4 a pag. 177).
dove p(ρ) := −α(ρ∗ /ρ) è chiamata pressione del fluido. È da notare che durante il
moto un fluido perfetto non è capace di esprimere sforzi di taglio.
Come già osservato nell’Esercizio 4.8 e nel paragrafo 6.2,
T : D = −p(ρ)∇ · v .
dv
ρ = −∇ p(ρ) + b , (7.4)
dt
dρ
+ ρ∇ · v = 0 , (7.5)
dt
costituendo un sistema di due equazioni differenziali alle derivate parziali del primo
ordine nelle incognite v(x, t) e ρ(x, t), chiamate equazioni di Eulero per fluidi
comprimibili (ad esempio, gas). Essendo la pressione una funzione crescente della
densità, il sistema (7.4)–(7.5) è iperbolico.
Se il fluido è incompressibile, allora T = −pI, con p(x, t) funzione incognita
non esprimibile in termini di ρ che è invece costante rispetto a x e t. In queste
condizioni il sistema (7.4)–(7.5) si scrive
ρ∗ dv = −∇ p + b ,
dt (7.6)
∇ · v = 0,
Figura 7.1: Condizioni al contorno per fluidi perfetti e superfici libere. ∂Bout è
rappresentato dalla linea tratteggiata in (a).
CAPITOLO 7. FLUIDI 238
moto del fluido avvenga in una regione chiusa e fissa B dello spazio, cioè in un
contenitore a pareti rigide e immobili. In queste ipotesi, dal fatto che il bordo è una
superficie materiale per il fluido discende la condizione al contorno
v · n = 0, ∀x ∈ ∂B , (7.9)
esprimendo la impenetrabilità del contorno ∂B.
Per lo stesso motivo, se il bordo invece si muove con velocità nota w, la (7.9)
viene sostituita da
v · n = w · n, ∀x ∈ ∂B . (7.10)
Si osservi che la (7.9) e la (7.10) non danno nessuna restrizione sulla componente
tangenziale di v. Questo vuol dire per esempio che se si tratta l’acqua di un fiume
come un fluido perfetto, si può solo dire che lungo la riva la velocità a tangente
alla riva, ma non si deve (e non si può) assegnare una condizione sulla velocità
tangenziale.
Se soltanto una parte della frontiera è costituita da un contenitore rigido, il pro-
blema è più complesso. Se, come in Figura 7.2a il fluido entra nel dominio attraverso
una parte ∂Bin dal suo bordo, ossia le curve caratteristiche del sistema (7.4)–(7.5) o
del sistema (7.6) entrano nel dominio (v · n < 0) attraverso di essa, allora bisogna
dare una condizione al bordo su ∂Bin
v · n = −win , ∀x ∈ ∂Bin ,
dove win è il flusso in ingresso o entrante. Se, sempre riferendosi alla Figura 7.2a
∂B = ∂Bw ∪ ∂Bin ∪ ∂Bout , su ∂Bout non bisogna assegnare condizioni al contorno
in quanto le curve caratteristiche escono dal dominio, ossia v · n > 0, mentre su
∂Bw valgono le (7.9).
Ci sono infine casi in cui non tutta la frontiera è assegnata a priori in quanto vi è
una sua parte ∂Bf (t) che rappresenta il pelo libero del fluido che quindi evolve nel
tempo. Essa, pur rimanendo una superficie materiale per il fluido, è un’incognita
del moto e il problema che ne deriva si chiama problema a frontiera libera.
L’evoluzione della superficie libera e materiale ∂Bf (t) identificata da f (x, t) =
0 è data da
∂f
+ v · ∇f = 0 , (7.11)
∂t
o, nel caso in cui f è esplicitabile come z = g(x, y, t), da
∂g ∂g ∂g
= −vx − vy + vz . (7.12)
∂t ∂x ∂y
In questo caso, oltre alle condizioni precedenti, si ha che
• la condizione di salto relativa al bilancio di massa [[ρ(v − vΣ ) · nσ ]] = 0 implica
che il salto di densità può essere qualsiasi;
• la condizione di salto relativa al bilancio della quantità di moto
"" ##
:0
ρv(v − v) · nσ − pnσ = 0 ,
Σ
CAPITOLO 7. FLUIDI 239
∇p = b , in B , (7.15)
DIM:
⇐= Se b = ∇ U (x) ed il fluido è incompressibile dalla (7.15) segue
p(x) = pe + U (x) − Uf ∀x ∈ B.
CAPITOLO 7. FLUIDI 240
U = −ρ∗ gz , (7.18)
(con l’asse z sempre rivolto verso l’alto), per cui la pressione cresce linearmente
con la profondità.
Se, invece, il fluido è compressibile ed è data una dipendenza costitutiva p =
p̃(ρ) (per esempio, nel caso di gas perfetti p = ρRθ), allora la (7.15) può essere
integrata per separazione di variabili per ottenere
ρ(z)
p̃0 (ρ)
Z
dρ = −gz ,
ρ(0) ρ
che nel caso di gas perfetti e nel caso isotermo dà luogo alla dipendenza esponen-
ziale della densità e quindi della pressione dall’altitudine
gz
p(z) = p0 exp − .
Rθ
CAPITOLO 7. FLUIDI 241
=⇒ Es. 7.2
Si osservi che se ∂Bf = ∅, allora la pressione è determinata da (7.16) a meno di
una costante.
Invece se tutto il bordo è libero, ossia ∂B = ∂Bf , una condizione necessaria per
l’equilibrio è che risulti globalmente equilibrato il sistema di forze (b, −pe n), ossia
che si abbia Z Z
b dV − pe n dΣ = 0 ,
B ∂B
Z Z (7.19)
r × b dV − r × pe n dΣ = 0 ,
B ∂B
dove r è il vettore di posizione di un punto x ∈ B o x ∈ ∂B rispetto all’origine.
Infatti, la prima discende da (7.15) integrata su B ed applicando il teorema di Green.
Per la seconda, basta moltiplicare la (7.15) vettorialmente per r ed integrarla su B.
La conclusione discende dal fatto che
Z Z Z
r × ∇p dV = r × pn dΣ = r × pe n dΣ ,
B ∂B ∂B
DIM: Tenendo conto della legge di Stevino (7.18) e della continuità della pressione
su un bordo materiale, la forza esercitata sul bordo di un corpo parzialmente
immerso in un fluido è
Z Z Z Z
F= t dΣ = T dΣ = − po I dΣ − (po − ρ∗ gz)I dΣ ,
Si ∪Se Si ∪Se Se Si
dove, riferendosi alla Figura 7.3, Se è la superficie esterna della parte emersa
Ce del corpo e Si è quella immersa. Applicando il teorema di Gauss si ha
Z Z
F=− ∇po dV − ∇(po − ρ∗ gz) dV ,
Ce Ci
• Dal teorema di Thomson: Il moto conserva la circuitazione, ossia per ogni curva
materiale chiusa γt risulta
I
Γ= v · dx = cost.;
γt
• Dal primo teorema di Helmholtz: Il flusso del vettore vortice attraverso ogni
sezione di un tubo vorticoso è costante;
per ogni curva materiale chiusa γt0 . Per il teorema di Thomson è allora
Γ(t) = 0, ∀t > t0 e quindi è anche ∇ × v = 2Ω(t) = 0.
v2
H≡ + P(p) − U. (7.23)
2
Inoltre, se il moto è irrotazionale, allora H = cost in tutta la regione di moto
ad ogni istante.
DIM: Per la (2.46) di pag. 66, nel caso stazionario la (7.21) si scrive:
dv 1
= (∇ × v) × v + ∇ v 2 = −∇(P − U ) , (7.24)
dt 2
ossia
v2
(∇ × v) × v + ∇ +P −U = 0. (7.25)
2
CAPITOLO 7. FLUIDI 244
dove H è definita in (7.23), nelle funzioni incognite v(x) e p(x) (in quanto Ω =
1
2 ∇ × v).
Se il moto è piano e si sceglie un sistema Oxyz con l’asse z ortogonale al piano
del moto, si ha v = (vx , vy , 0) ed Ω = (0, 0, ω) con
1 ∂vy ∂vx
ω= − . (7.30)
2 ∂x ∂y
CAPITOLO 7. FLUIDI 245
− vy dx + vx dy = dψ(x, y) , (7.32)
∇ · v = 0,
(7.34)
∇ × v = 0.
v = ∇ϕ, (7.35)
CAPITOLO 7. FLUIDI 246
dϕ
v·n= =0 su ∂Ω .
dn
Si può cosı̀ concludere che il potenziale di velocità soddisfa un problema di Neu-
mann relativamente al dominio D occupato dal fluido e pertanto per detto problema
sono applicabili tutti i noti risultati della teoria delle soluzioni forti e deboli dell’e-
quazione di Laplace. È evidente che se il dominio è illimitato occorre aggiungere
delle condizioni sul comportamento asintotico del potenziale ϕ.
Come mostrato in Figura 7.6, da (7.35) consegue che il campo di velocità è
ortogonale alle superfici equipotenziali ϕ = cost e quindi, ricordando le osserva-
zioni alla fine del paragrafo precedente, possiamo affermare che le curve di livello
ϕ = cost e ψ = cost si tagliano in ogni punto ortogonalmente.
Inoltre dall’ultima osservazione sappiamo che anche ∇2 ψ = 0 e quindi anche
la funzione di Stokes ψ è analitica.
Anzi, da (7.35) e (7.33) segue che le due funzioni ϕ e ψ sono coniugate in quanto
risultano soddisfatte le condizioni di Cauchy-Riemann
∂ϕ ∂ψ ∂ϕ ∂ψ
= , =− .
∂x ∂y ∂y ∂x
CAPITOLO 7. FLUIDI 247
Pertanto la funzione
f = ϕ + iψ ,
chiamata potenziale complesso del campo cinetico è olomorfa. Inversamente, ogni
funzione olomorfa determina con la sua parte reale e con quella immaginaria rispet-
tivamente un potenziale di velocità e una funzione di Stokes. =⇒ Es. 7.5,7.6
− dv −
ρ
= −p0 (ρ− )(∇ ρ)− + b− .
dt
◦
Un analogo sistema si ottiene per le quantità valutate su St di B +
t . Infine, sottraendo
a due a due le equazioni dei due sistemi cosı̀ ottenuti e ricordando che v, ρ e b
sono funzioni continue attraverso St , si ha il seguente sistema di compatibilità
dinamica o sistema dei salti:
dv 0
ρ dt = −p (ρ) [[∇ ρ]] ,
(7.41)
dρ
+ ρ [[∇ · v]] = 0 .
dt
−wn λ + ρa · n = 0 , (7.43)
CAPITOLO 7. FLUIDI 249
IA = p0 , IIA = IIIA = 0 ,
∂f
+ wn |∇ f | = 0 , (7.49)
∂t
DIM:
=⇒ Se C è un fluido, deve essere
ρ∗
= T̂( , ḞF−1 ) = T̂(ρ, ∇v) = T(F, Ḟ) ,
det F
da cui il teorema.
T = −pI + k1 D + k2 D2 , (7.53)
DIM:
ossia se e solo se
T̃(ρ, D, O) = T̃(ρ, D, W) ,
Se si suppone che k̂1 (IID , IIID ) = 2µ costante e k̂2 (IID , IIID ) = 0 allora si ha
l’equazione costitutiva per un fluido newtoniano
=⇒ Es. 7.8,7.9
Considerando che in quasi tutte le applicazioni i fluidi viscosi possono con-
siderarsi incompressibili, l’equazione di Navier–Stokes per fluidi compressibili si
incontra molto di rado.
Osserviamo infine che se si identifica una lunghezza caratteristica L ed una ve-
locità caratteristica V per il moto di interesse è possibile scrivere la (7.58) in for-
ma adimensionale introducendo le quantità ṽ = v/V , t̃ = V t/L, p̃ = pL/µV ,
b̃ = bL2 /µV
∂ ṽ ˜ ˜ +∇ ˜ 2 ṽ + b̃ ,
R + ṽ · ∇ṽ = −∇p̃
∂ t̃ (7.59)
˜
∇ · ṽ = 0 ,
CAPITOLO 7. FLUIDI 255
− p + 2µn · Dn = −pe ,
(7.64)
t · Dn = 0 , per ∀t tangente.
Nella maggior parte dei casi si prende come nulla la pressione esterna e la condizio-
ne (7.63) prende il nome di stress-free.
Se, come in Figura 7.2a, la frontiera del dominio presenta delle porzioni attraver-
so cui il fluido può entrare o uscire, allora lı̀ si possono assegnare o delle condizioni
sulle velocità di ingresso o di uscita o delle condizioni sugli sforzi tipo l’Eq. (7.63).
Avvisiamo qui che in presenza di flusso entrante e uscente può risultare problemati-
co dare delle condizioni al contorno sulle velocità sia su ∂Bin che su ∂Bout , perché
per esempio nel caso incompressibile è necessario assicurarsi che il flusso entrante
e quello uscente siano uguali e quindi che le condizioni al bordo siano compatibili
con il vincolo di incompressibilità. In effetti nella maggior parte dei problemi ini-
ziali ed al contorno, almeno su una delle parti di frontiera si impone una condizione
sugli sforzi.
Allo stesso modo del caso non viscoso se il dominio si estende all’infinito
bisogna assegnare la velocità o dare una condizione stress-free all’infinito.
Nel caso in cui due fluidi viscosi immiscibili, per esempio acqua e olio, si in-
terfacciano, la superficie di separazione è materiale con una velocità all’interfaccia
che, coerentemente con la condizione di aderenza, soddisfa
[[v]] = 0 , (7.65)
(si veda l’Esercizio 7.8 per ulteriori dettagli). Anzi non essendo applicata nessuna
differenza di pressione, se la viscosità dinamica µ è costante
∂ 2 vx
= 0.
∂y 2
∂vx W
Txy = 2µDxy =µ ,
∂y h
(si veda l’Esercizio 7.11 per ulteriori dettagli).
h |T |
Questo permette di misurare la viscosità dinamica come µ = W |Txy | = γ̇xy
dove Txy è lo sforzo di taglio (shear stress) a parete e γ̇ = W
h è lo shear rate.
Un altro modo di misurare µ consiste nel far cadere nel fluido una sfera di raggio
R e densità ρs nel fluido. Se la caduta della sferetta è cosı̀ lenta che il numero di
Reynolds è molto basso, allora si può dimostrare che la sfera è soggetta ad una
forza FD = 6πµRvz dove A è. D’altro canto sulla sfera agisce la forza peso con la
correzione dovuto alla legge di Archimede, per cui dopo un transiente le due forze
di bilanceranno e sarà
4
6πµAvz = (ρs − ρ` ) πR3 g ,
3
ossia
2 R2 g
µ= (ρs − ρ` ) .
9 vz
∇k · U = 0 ,
∂p ∂ 2 vx
−
=µ 2
∂x ∂z
∂p ∂ 2 vy
− = µ
∂y ∂z 2
2
− ∂p = µ ∂ vz
∂z ∂z 2
CAPITOLO 7. FLUIDI 259
vy = − 1 ∂p z(H − z)
2µ ∂y
Integrando su z queste due equazioni quindi dà
1 H 1 ∂p H H 2 ∂p
Z Z
1 ∂p
U= − z(H − z) dz = − z(H − z) dz = − ,
H 0 2µ ∂x 2µH ∂x 0 12µ ∂x
e analogamente
H 2 ∂p
V =− ,
12µ ∂y
che può scriversi in termini vettoriali come
∇k · U = 0
H2
U=− ∇k p
12µ
che ha una struttura molto simile ad un’altra equazione nota in fluido dinamica come
Legge di Darcy o equazione dei mezzi porosi
K
q=− ∇p ,
µ
dove K è la permeabilità idraulica e q è il flusso che attraversa il mezzo poroso. =⇒ Es. 7.27, 7.28
Figura 7.6: Schema delle forze di van der Waals e tensione superficiale.
molecole. Come mostrato in Figura 7.6, questo non ha un effetto netto sulla singola
molecola quando questa si trova lontano dalla superficie, ma quelle che si trovano
lungo la superficie vengono attratte verso l’interno, senza essere bilanciate da ana-
loghe forze dall’altra parte della superficie. Non solo ma più grande è la curvatura
della superficie, più grande è la forza. Precisamente, si dimostra che dal punto di
vista macroscopico queste forze intermolecolari danno luogo ad un termine che ha
la dimensione di una pressione proporzionale alla somma delle curvature principali
2H e la costante di proporzionalita si chiama tensione superficiale, qui indicata
con Tσ . Si ha quindi
ossia
− [[p]] + [[2µn · Dn]] = −2HTσ , [[µt · Dn]] = 0 .
Ricordiamo che le curvature principali sono intese positive se il cerchio oscula-
tore si trova dal lato della superficie nella direzione scelta dalla normale e negative
altrimenti. Per esempio per una sfera di raggio R e normale esterna 2H = −2/R.
La somma delle curvature principali si può ottenere calcolando 2H = −∇ · n. Per
esempio, valgono le seguenti formule
f 00
y = f (x) : 2H = (7.70)
(1 + f 02 )3/2
rf 00 + f 0 (1 + f 02 ) f” f0
z = f (r) : 2H = = + (7.71)
r(1 + f 02 )3/2 (1 + f 02 )3/2
p
r 1 + f 02
f f 00 − f 02 − 1) f” 1
r = f (z) : 2H = 02 3/2
= 02 3/2
− p (7.72)
f (1 + f ) (1 + f ) f 1 + f 02
=⇒ Es. 7.29
La prima conseguenza che ha l’introduzione del termine di tensione superficiale
è che in condizioni statiche le uniche superfici che sono stazionarie sono quelle
con curvatura media H costante. Infatti, se v = 0 sia le equazioni di Eulero che
quelle di Navier Stokes implicano che p è costante nel fluido. Quindi da (7.69),
all’interfaccia −(pout − p) = −2HTσ . Se anche la pressione esterna è costante,
prendendola nulla come riferimento si ha
p
−2H = = costante.
Tσ
Nel 1841 Delaunay provò che oltre al piano e alla sfera le uniche superfici di rivo-
luzione con curvatura media costante erano quelle ottenute ruotando intorno ad un
asse la curva che si ottiene seguendo il fuoco di una conica che rotola su quell’as-
se. Queste sono chiamate onduloide, catenoide e nodoide e sono rispettivamente
legate al rotolamento di un ellisse, di una parabola o di un’iperbole e sono mostrate
in Figura ??. Ora le ultime due sono irrealizzabili in fluidodinamica, e la prima,
CAPITOLO 7. FLUIDI 262
che include anche il cilindro quando l’ellisse è un cerchio, risulta essere instabile
alle piccole perturbazioni. Quindi le uniche configurazioni stabili sono il piano e la
sfera. Infatti, nel 1853 J. H. Jellet mostr che la sfera è l’unica superficie compatta
star-shaped con curvatura media costante.
Figura 7.8: Angolo di contatto di equilibrio di un fluido con un piano solido (a,b) e
fra fluidi (c,d).
CAPITOLO 7. FLUIDI 264
ṽ = v̂ exp[σt + ik · x] , p̃ = p̂ exp[σt + ik · x] .
La linearità del problema permette poi eventualmente di sovrapporre più onde mono-
cromatiche e studiarne l’evoluzione. Si cominci con l’osservare che se <e σ < 0,
allora la perturbazione si attenua nel tempo, altrimenti essa cresce. Se per ogni nu-
mero d’onda k, <e σ < 0 allora la quiete sarà linearmente stabile o stabile alle
perturbazioni infinitesime. Sostituendo si osserva che
∇p = ikp̂ exp[σt + ik · x] ,
∂v
= σv̂ exp[σt + ik · x] , (7.73)
∂t
∇2 v = −|k|2 v̂ exp[σt + ik · x] ,
Infine
∇ · v = iki v̂i exp[σt + ik · x] = ik · v̂ exp[σt + ik · x] ,
che implica
k · v̂ = 0 . (7.75)
In forma matriciale il sistema lineare (7.74, 7.75) si scrive
ρ∗ σ + µ|k|2
0 0 kx v̂x
2
0 ρ ∗ σ + µ|k| 0 k y v̂y
= 0.
(7.76)
0 0 ρ∗ σ + µ|k|2 kz v̂z
kx ky kz 0 p
Il sistema (7.76) ammette soluzione non nulla se e solo se il suo determinante
della matrice dei coefficienti è nullo, ossia se
[[v · n]] = 0
− [[p]] = −2HTσ
dove t e b stanno per top e bottom come indicato in Figura 7.9. Si noti che lavoran-
do nel caso non viscoso possiamo solo imporre che la componente normale della
velocità sia continua e non che tutta la velocità sia continua. Allo stesso modo la
componente tangenziale della continuità degli sforzi non dà contributo.
È facile verificare che anche in questo caso la quiete è una soluzione con pj =
Pj = −ρgy (j = t, b). Perturbando il moto base con delle perturbazioni v̂i e p̂i che
possono essere scritte in modi normali come
oppure da (7.77)
ρt σ 0 ρb σ 0 ρt σ ρb σ
[(ρb −ρt )g+α2 Tσ ]η̃− ṽ + ṽ = [(ρb −ρt )g+α2 Tσ ]η̃+ At + Bb = 0 .
α2 ty α2 by α α
Rimane solo da considerare la condizione cinematica relativa al fatto che la
superficie è materiale
∂ η̂ ∂ η̂
+ v̂x = v̂y ,
∂t ∂x
dove il secondo termine a primo membro è del secondo ordine. Quindi in modi
normali si ha
σ η̃ = ṽty (y = η(x; t)) ≈ ṽty (y = 0) = At .
Riassumendo il sistema omogeneo da risolvere per trovare At , Bb ed η̃ è
At − B b = 0
ρt σ ρb σ
A + Bb + [(ρb − ρt )g + α2 Tσ ]η̃ = 0
α t
α
−At + σ η̃ = 0
Figura 7.10: Tasso di crescita dell’instabilità (al quadrato) in funzione del numero
d’onda. La linea tratteggiata rossa si riferisce al caso limite Tσ = 0 e quella nera al
caso ρb ≥ ρt .
ossia se
σ2
(ρt + ρb ) + (ρb − ρt )g + α2 Tσ = 0 .
α
In conclusione ci sono soluzioni non banali solo se
α
σ2 = [(ρt − ρb )g − α2 Tσ ] = 0 . (7.80)
ρt + ρb
Ora se ρb ≥ ρt la parentesi quadra è sempre negativa e quindi σ è immaginario.
A rigore questo non permetterebbe di concludere niente, ma se si include il termine
viscoso (che è dissipativo) si vede che in questo caso σ ha parte reale negativa per
cui si può concludere che se ρb >≥ rhot , cioè se il fluido più pesante si trova
nel semispazio inferiore, allora la superficie orizzontale è stabile a perturbazioni
infinitesime.
Se invece ρb < ρt , ossia il fluido pesante si trova nel semispazio superiore, allora
il secondo membro pud̀iventare positivo e precisamente la superficie orizzontale è
instabile a perturbazioni con
r
g
α < (ρt − ρb ) . (7.81)
Tσ
Figura 7.11: Dipendenza dal gradiente di velocità γ̇ dello sforzo di taglio Txy (a)
e della viscosità efficace Txy /γ̇ per fluidi non-Newtoniani (b). Esempi specifici
sono riportati in (c). Si noti come in scala logaritmica la curva relativa allo yogurt,
essendo un fluido di Bingham, tenda ad assumere una pendenza prossima a -1 per
bassi gradienti di velocità invece che tendere ad una costante.
CAPITOLO 7. FLUIDI 272
Materiale µ0 (P a s) n
Tabella 7.3: Valori caratteristici dei parametri del modello di Ostwald-de Waele
(7.87) per alcuni fluidi non-Newtoniani.
µ = µ1 |γ̇|n−1 (7.86)
dove n−1 è la pendenza della retta e µ1 è il valore della viscosità efficace per γ̇ = 1.
La dipendenza (7.86) si generalizza poi nella forma tensoriale
(n−1)/2
µ = µ1 (2D : D)(n−1)/2 = µ1 II2D (7.87)
che viene chiamato modello di Ostwald-de Waele e che per n < 1 rappresenta
un fluido pseudoplastico, per n = 1 un fluido newtoniano e per n > 1 un fluido
dilatante. In Tabella 7.16 sono dati i valori caratteristici di alcuni fluidi quando si
ipotizza una dipendenza della loro viscosità dal gradiente di velocità data da (7.86). =⇒ Es. 7.33, 7.34
Si osservi però che dall’(7.86) è evidente che se n < 1, ossia per fluidi pseu-
doplastici, la viscosità tende all’infinito per γ̇ → 0. Altrettanto innaturalmente per
fluidi dilatanti la viscosità tende a 0 per γ̇ → 0.
Ovviamente nella maggior parte dei casi a bassi gradienti di velocità la viscosità
efficace tende ad un valore efficace. Questo rende necessario l’identificazione di
relazioni più complicate. Alcuni dei modelli più famosi sono elencati in 7.4 Dove
µ0 caratterizza la viscosità efficace per piccoli gradienti di velocità e µ∞ quella per
alti gradienti di velocità. I primi tre modelli sono anche graficati in Figura 7.16.
Per alcuni fluidi si osserva però che il rapporto tra lo sforzo di taglio e il gradiente
di velocità non tende ad una costante quando si diminuisce quest’ultimo, ma che in
scala logaritmica la curva tende ad assumere una pendenza proprio pari a -1. Questo
vuol dire che
Txy
log ≈ m − log |γ̇| ,
γ̇
il che implica che lo sforzo di taglio tende ad una costante e non a zero, per esempio,
Nome Viscosità
(n−1)/2
Ostwald-de Waele µ1 II2D
µ0 − µ∞
Cross µ∞ + (1−n)/2
1 + λ2 II2D
sinh−1 λ2 II2D
Prantl-Eyring µ0
λ2 II2D
sinh−1 λ2 II2D
Powell-Eyring µ∞ + (µ0 − µ∞ )
λ2 II2D
µ0
Ellis a−1
1 + K 2 |IIT |
1/2
1 − e−λII2D
Papanastasiou µ∞ + (µ0 − µ∞ )
λII2D
µ0 − µ∞
Careau µ∞ + (1−n)/2
[1 + λ2 II2D ]
µ0 − µ∞
Yasuda µ∞ + h i(1−n)/a
a/2
1 + λ2 II2D
7.17 Esercizi
Esercizio 7.1 (Fluidi perfetti).
Dimostrare che T = −p(ρ)I applicando le condizioni di simmetria
all’Equazione (5.21) del Teorema 5.1.
Soluzione 7.1.
⇐=
Soluzione 7.2.
⇐=
Z Z
= − (x − xG ) × p0 n dΣ − (x − xG ) × (p0 − ρ∗ gz)n dΣ .
∂Ce ∂Ci
per cui
Z Z
MG = ∇ × [p0 (x − xG )] dV − ∇ × [ρ∗ gz(x − xG )] dV .
C Ci
per cui
MG = mi g[−(yC − yG )i + (xC − xG )j] ,
dove mi è la massa della parte immersa e
Z
1
xC = ρ∗ x dV ,
mi Ci
⇐=
CAPITOLO 7. FLUIDI 276
Figura 7.13: Mutua posizione del centro di galleggiamento C e del centro di gravità
G di una barca stabile ed instabile. Se il metacentro M si trova sempre sopra il
baricentro la barca è stabile (a), altrimenti è instabile (b).
Soluzione 7.4. Il risultante della pressione applicata sulla superficie ∂V del corpo è
Z Z
F = − p0 e−z/L n dΣ = − ∇ p0 e−z/L dV
V
Z∂V
∂ −z/L
= − p0 e dV .
V ∂z
⇐=
2Axy A(y 2 − x2 )
dψ = −vy dx + vx dy = dx + 2 dy ,
(x2 2
+y ) 2 (x + y 2 )2
oppure cercare una funzione ψ tale che
∂ψ 2Axy
= −vy = 2 ,
∂x (x + y 2 )2
CAPITOLO 7. FLUIDI 278
e
∂ψ A(y 2 − x2 )
= vx = .
∂y (x2 + y 2 )2
Integrando la prima si ha
−Ay
ψ= + C(y) .
x2 + y 2
È immediato verificare che
∂ψ y 2 − x2
=A 2 + C 0 (y) ,
∂y (x + y 2 )2
⇐=
R2
f =V z+ ,
z
⇐=
∂ 2 ρ1
= p0 (ρ0 )∇2 ρ1 ,
∂t2
CAPITOLO 7. FLUIDI 280
p
che descrive l’equazione di un’onda che viaggia con velocità U = p0 (ρ0 ).
Cercando più in generale una soluzione della (7.37) tipo onde
2πi 2πi
ρ1 = ρ̄ exp (x · n − U t) , v1 = v̄ exp (x · n − U t) ,
Λ Λ
si ha
∂ρ1 2πiU 2πi
=− ρ̄ exp (x · n − U t) ,
∂t Λ Λ
∂v1 2πiU 2πi
=− v̄ exp (x · n − U t) ,
∂t Λ Λ
2πi 2πi
∇ρ1 = ρ̄ exp (x · n − U t) n ,
Λ Λ
2πi 2πi
∇ · v1 = v̄ · n exp (x · n − U t) .
Λ Λ
Si ottiene quindi il sistema agli autovalori U
(7.92)
−U ρ̄ + ρ0 v̄ · n = 0 .
p0 (ρ0 )n ⊗ n − U 2 I v̄ = 0 .
⇐=
con A e B costanti.
Risostituendo in (7.94) abbiamo
∂ 2 vx
µ = −A , (7.96)
∂y 2
e quindi
A 2
vx = − y + αy + β , (7.97)
2µ
con α e β costanti, in quanto vx non dipende da x.
⇐=
periodicità dovendo essere p(r, θ = 0) = p(r, θ = 2π), deve essere f (r) = 0, ossia
p deve essere indipendente da θ.
Quindi vθ si ottiene integrando
∂ 1 ∂
(rvθ ) = 0 , (7.101)
∂r r ∂r
e p integrando
∂p v2
= ρ∗ θ . (7.102)
∂r r
⇐=
Esercizio 7.10 (Flusso di Poiseuille piano).
Si determini il profilo di velocità stazionario di un fluido Newtoniano incom-
pressibile che scorre tra due piani di lunghezza L, come rappresentato in Figu-
ra 7.16 e soggetto ad un salto di pressione ∆p. Si determinino anche il valore
della velocità massima e media e gli sforzi sulle pareti.
Soluzione 7.10. Cerchiamo una soluzione con velocità parallela alle pareti del
canale, ossia v(x) = vx (x, y)ex , come rappresentato in Figura 7.16.
da cui
A ∆P h2 y y
vx (y) = −y 2 + hy = 1− .
2µ 2µL h h
La velocità massima vale
∆P h2
h
vmax = vx = ,
2 8µL
e la velocità media
1 h 1 A h
Z Z
−y 2 + hy dy =
v̄ = vx (y) dy =
h 0 h 2µ 0
3
h3 ∆P h2
A h
= − + = .
2µh 3 2 12µL
Nel calcolare lo sforzo che il fluido esercita sulla parete, ricordando la (7.57), si
ha per esempi che sulla parete superiore (y = h)
⇐=
vx (0) = 0 =⇒ B = 0 ,
vx (h) = W =⇒ Ah + B = W ,
da cui
W
B = 0, A=
h
CAPITOLO 7. FLUIDI 286
e cosı̀
y
vx (y) = W
h
Essendo lo sforzo di taglio esercitato a parete
W
|Txy | = 2µ|Dxy | = µ .
h
per cui misurando W e lo sforzo di taglio a parete si può valutare la viscosità del
liquido µ = |Txy |h/W .
⇐=
Soluzione 7.12. Cerchiamo una soluzione con velocità parallela alle pareti del
canale v(x) = vz (ρ)ez , come rappresentato in Figura 7.18.
Ricordando l’Esercizio 7.9 abbiamo che
∆P
p(z) = P0 − Az , con A = , (7.105)
L
e integrando una volta (7.99)
∂vz A α
=− r+ . (7.106)
∂r 2µ r
Ma per simmetria sull’asse del cilindro la derivata di vz deve annullarsi, per cui
α = 0. Questo assicura anche la regolarità della soluzione.
Integrando ancora si ha
A 2
vz = − r +β,
4µ
CAPITOLO 7. FLUIDI 287
1 ∂vz ∆P R
D= (R)(er ⊗ ez + ez ⊗ er ) = − (er ⊗ ez + ez ⊗ er )
2 ∂r 4µL
∆P R
lo sforzo normale è pari a p e lo sforzo di taglio a parete è , ossia, in questo
2L
caso Newtoniano, è indipendente dalla viscosità.
⇐=
Soluzione 7.13.
⇐=
Soluzione 7.14.
⇐=
Soluzione 7.15. La soluzione è molto simile all’esercizio precedente solo che ora
l’Eq. (7.99) va integrata con le condizioni al contorno
vz (r = Ri ) = W ,
vz (r = Re ) = 0 ,
dove W = 0 quando c’è un salto di pressione. Quindi partendo dalla soluzione
generale ottenuta integrando (7.106)
∆P 2
vz = − r + αlnr + β , (7.108)
4µL
CAPITOLO 7. FLUIDI 289
Figura 7.20: Flusso tra due cilindri sospinto da un gradiente di pressione (sopra) o
che accompagna lo scorrimento del cilindro interno (sotto).
e nel secondo
ln Ri − ln r ln r/Ri ln Re /r
vz = W +W =W 1− =W .
ln Re − ln Ri ln Re /Ri ln Re /Ri
La forza che si deve applicare per sfilare il cilindro interno (di lunghezza L) è
data da
Z L Z 2π
F = |Trz (Ri )|Ri dθ dz = 2πRi L|Trz (Ri )|
0 0
∂vz 2πLµW 2πLµW
= 2πRi Lµ (Ri ) = = ,
∂z ln Re /Ri ln 1 + ReR−R i
i
⇐=
per cui la velocità si può dedurre uguagliando le forze agenti sul cilindro, ossia
Si ha quindi
P
W = (R2 − Ri2 ) ,
4µL e
e il campo di velocità è semplicemente
P
vz = (R2 − r2 ) ,
4µL e
che è molto simile al moto di Poiseuille.
⇐=
Soluzione 7.17. Cerchiamo una soluzione del tipo v(x) = vθ (r)eθ , come rappre-
sentato in Figura 7.21. In questo caso, ricordando l’Eq. (7.101) il laplaciano si può
scrivere come
∂ 1 ∂
(rvθ ) = 0 , (7.109)
∂r r ∂r
CAPITOLO 7. FLUIDI 291
che è risolto da
A
vθ =+ Br . (7.110)
r
Le costanti sono determinate dalle condizioni al contorno
vθ (Ri ) = Ri Ωi ,
vθ (Re ) = Re Ωe , (7.111)
per cui la soluzione è
Re2 Ωe − Ri2 Ωi R2 R2 (Ωe − Ωi ) 1
vθ = 2 r − e i2 .
2
Re − Ri Re − Ri2 r
Nel caso particolare in cui sia solo il cilindro interno a ruotare
Ri2 Ωi
2
Re
vθ = 2 −r .
Re − Ri2 r
Nel caso limite in cui Ri → 0, vθ → Ωe r, ossia si ha la rotazione rigida.
Invece se Re → ∞, la condizione al contorno (7.111) va sostituita con vθ → 0
per r → 0, il che implica che in (7.110) B = 0 e vθ → Ωi Ri2 /r.
Nota vθ è possibile calcolare la pressione dalla Eq. (7.102) ottenendo
2 2
A2
B r
p = ρ∗ + 2ABlog r − 2 ,
2 2r
dove A e B sono state determinate precedentemente.
Infine lo sforzo di taglio alla parete esterna è
∂vθ vθ
|Trθ (r = Re )| = 2µ|Drθ (r = Re )| = µ − (r = Re )
∂r r
(7.112)
= 2µ |Ωe2−Ωi | .
Re
−1
Ri2
CAPITOLO 7. FLUIDI 292
⇐=
è risolto da
M x2
u(x, t) = √ e− 4Dt ,
4πDt
ovvero da delle gaussiane nello spazio che col tempo si abbassano e si allargano
(cioè il massimo diminuisce e i punti di flesso si allontanano dall’origine) mante-
nendo la proprietà che
Z +∞
u(x, t) dx = M . (7.116)
−∞
∂ ∂vx ∂ ∂ 2 vx
=ν ,
∂y ∂t ∂y ∂y 2
ovvero
∂ ∂vx ∂ 2 ∂vx
=ν 2 ,
∂t ∂y ∂y ∂y
∂vx
e, poiché (y, t) = −2u(y, t),
∂y
∂u ∂2u
=ν 2,
∂t ∂y
che è ovviamente verificata in quanto u è soluzione della (7.115).
Si è quindi dimostrato che la vx definita nella (7.117) è soluzione del problema
(7.114). Se si introduce, inoltre, la funzione complementare dell’errore
Z +∞
2 2
erfc(x) := √ e−ξ dξ,
π x
CAPITOLO 7. FLUIDI 294
si ha che
Z +∞
2 x2 dx
vx (t, y) = W√ e− 4νt √
π y 4νt
Z +∞
2 2
= W√ e−ξ dξ
π √
y
4νt
y
= W erfc √ . (7.118)
4νt
⇐=
∂ 2 vx
∂vx
= ν y ≥ 0, t ≥ 0 .
∂t ∂y 2
v (y, t = 0) = 0 ,
x
vx (y → ∞, t) = 0 ,
vx (y = 0, t) = U δ(t) ,
Soluzione 7.20. Cerchiamo una soluzione del tipo vx (y, t) = A(y)eiωt dell’equa-
zione (7.113) che soddisfi in y = 0 la condizione di aderenza vx (y = 0, t) = W eiωt
e che decada a zero all’infinito. Sostituendo si ha
d2 A
ν − iωA = 0 ,
dy 2
che è risolta da
r r
ω ω
A(y) = C1 exp y(1 + i) + C2 exp −y(1 + i)
2ν 2ν
r r r r
ω ω ω ω
= C1 exp y exp iy + C2 exp −y exp −iy .
2ν 2ν 2ν 2ν
CAPITOLO 7. FLUIDI 296
⇐=
∂vx
vx (y = 0) = βµ (y = 0) . (7.119)
∂y
Figura 7.24: Andamento di un fluido che scivola su un piano inclinato senza aderire.
[[ρwn v + Tn]] = 0 ,
∂vx
(y = h) = 0 . (7.120)
∂y
Sull’altro bordo vale invece la (7.119) che si riduce alla condizione di aderenza per
β = 0.
L’equazione di Navier-Stokes (7.58) è modificata dalla presenza della forza peso
b = ρg ed in componenti si scrive
∂v
x
= 0,
∂x
∂p ∂ 2 vx
− + µ 2 + ρg sin α = 0 , (7.121)
∂x ∂y
− ∂p − ρg cos α = 0 .
∂y
Risolvendo l’ultima equazione otteniamo
da cui
p = patm + ρg cos α (h − y)
ovvero, p dipende solo da y ed il primo termine della seconda equazione in (7.121)
si annulla. Quindi resta soltanto da integrare
∂ 2 vx g
= − sin α . (7.122)
∂y 2 ν
CAPITOLO 7. FLUIDI 298
y2
gh
vx = sin α µβ + y − ,
ν 2h
Figura 7.25: Moto di due fluidi immiscibili tra due piani. Il profilo di velocità
corrisponde al caso µ1 < µ2 .
∂ 2 vi
µi =0 =⇒ vi (y) = Ai y + Bi , per i = 1, 2 ,
∂y 2
CAPITOLO 7. FLUIDI 299
⇐=
Soluzione 7.23.
⇐=
CAPITOLO 7. FLUIDI 300
Soluzione 7.24.
⇐=
Esercizio 7.25 (Moto di due fluidi tra cilindri).
Si determini il moto di due fluidi immiscibili incompressibili Newtoniani dispo-
sti coassialmente tra due cilindri coassiali spinti da una differenza di pressione
∆P .
Soluzione 7.25.
⇐=
Esercizio 7.26 (Moto di Couette cilindrico di due fluidi).
Si determini il moto di due fluidi immiscibili incompressibili Newtoniani dispo-
sti coassialmente tra (A) un cilindro fisso esterno ed uno interno che ruota con
velocità angolare Ω e (B) un cilindro fisso interno ed uno esterno che ruota con
velocità angolare Ω
Soluzione 7.26.
⇐=
Esercizio 7.27 (Iniezione di una resina che polimerizza (velocity-driven)).
Si consideri una resina soggetta ad un fenomeno di polimerizzazione per cui
la sua viscosità aumenta andando praticamente all’infinito quando il grado di
polimerizzazione δ ∈ [0, 1] raggiunge il valore critico di gelificazione δgel < 1.
L’equazione di evoluzione per δ è
dδ
= fgel (δ) , (7.125)
dt
con fgel data, per esempio, da
Soluzione 7.28.
⇐=
Soluzione 7.29.
⇐=
Soluzione 7.30.
⇐=
Soluzione 7.31.
⇐=
y
di è ∂v
∂y a dover essere costante per cui anche in questo caso vx = W h come nel
x
caso Newtoniano.
Però se andiamo a calcolare lo sforzo di taglio a parete si ha che
∂vx ∂vx W W
|Txy | = µ̃ = µ̃ ,
∂y ∂y h h
CAPITOLO 7. FLUIDI 303
W
dove h = γ̇, da cui è possibile calcolare
W |Txy |
µ̃(γ̇) = µ̃ =h .
h W
⇐=
Soluzione 7.33. Scegliendo gli assi in maniera tale che x sia la direzione in cui si
muove il piano e che y ∈ [−h, h] identifichi il canale, nel caso unidimensionale in
questione il modello di Ostwald-de Waele (7.87) si semplifica in
n−1
∂vx
µ = µ1 .
∂y
Grazie alla simmetriz possiamo integrare
!
n−1
∂ ∂vx ∂vx ∆P
µ1 =− , per y ∈ [0, h] .
∂y ∂y ∂y L
∂vx
con vx (y = h) = 0 e (y = 0) = 0. Integrando una prima volta si ha
∂y
n−1
∂vx ∂vx ∆P y
=− per y ∈ [0, h] ,
∂y ∂y µ1 L
∂vx
da cui si vede, come è logico aspettarsi che < 0. Quindi
∂y
s s
∂vx n
∆P y ∂vx ∆P 1/n
= , =⇒ =−n y .
∂y µ1 L ∂y µ1 L
CAPITOLO 7. FLUIDI 304
⇐=
ossia
n √
r n+1
n
vz = R α 1−
n
.
n+1 R
∆P R
dove α = 2µ1 L .
⇐=
Figura 7.28: Sforzo di taglio (sinistra) e profilo di velocità (destra) per un moto di
Poiseuille per un fluido di Bingham.
r > r̄ il materiale si comporta come un fluido. Si osservi anche che per definizione
∂vz
da (7.88), se Txy = τ , allora γ̇ = 0, ossia (r̄) = 0.
∂r
Dall’equazione costitutiva (7.88)
∂vz τ 1 ∆P
=− + r,
∂r µ µ 2L
∂vz
ossia, essendo ∂r < 0,
∂vz ∆P τ
=− r+ ,
∂r 2µL µ
e quindi
∆P r2 τ
vz = − + r+C, (7.129)
2µL 2 µ
dove la costante si ottiene applicando la condizione di aderenza per r = R
∆P R2 τ
− + R + C = 0,
2µL 2 µ
In conclusione, nella parte vicino alla parete
∆P 2 τ
vz = (R − r2 ) − (R − r) ,
4µL µ
mentre nella parte centrale che si muove rigidamente è
2
τ 2L
∆P R
vz (r = 0) = vz (r = r̄) = 1− .
µ∆P 2τ L
⇐=
Soluzione 7.36.
⇐=
CAPITOLO 7. FLUIDI 307
γ
∂vx
(HB) Heschel-Bulkley, per cui Txy = τ + k ∂y
∂Txy
+ ρg sin α = 0 , (7.132)
∂y
considerando che come nell’Esercizio 7.21 il termine con la pressione è nullo. La
sua integrazione dà banalmente
τ 1/γ sin α γ1
∂vx y
= 1− −1 , (7.134)
∂y k sin αcr h
CAPITOLO 7. FLUIDI 308
che deve essere risolta con la condizione al contorno (7.131). Siccome per l’azione
della gravità il moto sarà verso il basso e la velocità crescerà con y ∂v
∂y 0 > 0 e
x
possiamo liberarci del valore assoluto. Integrando, la velocità sarà quindi data da
y 1+ γ1
A
1+ γ1
β (β − 1) − β − 1 − β se y < ȳ;
h
vx (y) = (7.135)
A (β − 1)1+ γ1
se y ≥ ȳ.
β
dove τ γ1 γ sin α
A= h, β= ,
k γ+1 sin αcr
con β > 1 perché α > αcr . (Qui c’é η=0)
Nell’equazione precedente, per determinare la velocità (costante) per y > ȳ
abbiamo utilizzato la continuità in y = ȳ. Si noti che lı̀ è continuo anche lo stress
(che è a dir la verità la condizione naturale che dovrebbe imporsi), anzi è nullo come
∂vx
alla superficie libera. Quindi =0
∂y
Il caso di un fluido di Bingham si recupera facilmente mettendo γ = 1 e
sostituendo µ a k. Si ha quindi
τh y 2
2
2µβ (β − 1) − β − 1 − β se y < ȳ;
h
vx (y) = (7.136)
τ h (β − 1)2
se y ≥ ȳ.
2µβ
Infine nel caso di un fluido di Casson bisogna risolvere
2
√ 2
r
∂vx 1 p τ p y
= ρg(h − y) sin α − τ = β 1− −1 ,
∂y 0 µ µ h
⇐=
Capitolo 8
Viscoelasticità
309
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 310
localizzata nel tempo ma molto forte. Quanto questi eventi possono influenzare la
risposta all’istante attuale? È chiaro che probabilmente una stessa piccola differen-
za avrà un’influenza maggiore se è avvenuta recentemente rispetto ad una avvenuta
più in là nel tempo, come richiesto d’altronde dal principio di memoria evanescen-
te. Ma, riferendosi all’ultima colonna della Figura 8.1, quali delle due “differenze
locali” è più importante? Rispetto a (d) quella in (b) è una perturbazione più piccola
e recente della storia di riferimento in (a). È chiaro che dal punto di vista matema-
tico la discussione comporta l’identificazione di una norma pesata che definisca la
distanza tra due funzioni tensoriali nel tempo.
+∞ +∞
T = Ts=0 [F(X, t − s)] è oggettiva ⇐⇒ T = RTs=0 [U(t − s)]RT .
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 311
Per il passo successivo è utile introdurre il tensore Ft (τ ) = F(τ )F−1 (t) rappre-
sentato graficamente in Figura 8.2 il cui significato fisico è quello di misurare quanto
era deformata in passato (al tempo τ ) una configurazione rispetto alla deformazione
attuale. =⇒ Es. 8.1
Lemma 8.2.
+∞ T
T = RT̃s=0 [R Ct (t − s)R; U]RT . (8.4)
Definendo
+∞ +∞
T(t) = R(t)Ts=0 [U(t − s)]RT (t) := R(t)Ťs=0 [U2 (t − s)]RT (t)
+∞
= R(t)Ťs=0 [U(t)RT (t)Ct (t − s)R(t)U(t)]RT (t)
+∞
:= R(t)T̃s=0 [RT (t)Ct (t − s)R(t); U(t)]RT (t) ,
si ha la tesi.
e quindi C?t (τ ) = Ct (τ ).
Ora se il solido è isotropo si può scegliere H = RT (t)
si ha la tesi.
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 313
finita, dove h : IR+ 7−→ IR+ è una funzione peso di ordine r se è continua,
monotonicamente decrescente con
lim sr h(s) = 0 .
s→+∞
La funzione h(s) determina, nel calcolo della norma kG(s)kL2 , l’influenza dei
h
valori di G(s), al variare del tempo trascorso s. Per la descrescenza di h, i valori
assunti da G(s) per piccoli s (passato recente) rivestono una maggiore influenza di
quelli assunti per grandi s (passato remoto) e siccome h(s) → 0 quando s → +∞,
al limite di tempi estremamente remoti, il ricordo si perde nella notte dei tempi.
Questo descrive matematicamente il concetto di memoria evanescente. Per fare un
esempio limite, se h è a supporto compatto con h(s) = 0 per s > s̄, il materiale ha
una memoria finita e non ricorda proprio più gli eventi temporalmente più lontani di
un tempo s̄ e il suo moto non ne è influenzato.
Per il seguito è opportuno pensare a G(s) come ad un funzionale (o una fun-
zione) di Ct (t − s), in linea di principio generico, ma completamente caratterizzato
dalla relazione funzionale. Si richiede soltanto che G(s) sia nullo per quei materiali
che sono sempre stati in uno stato di quiete.
Ad esempio, si vedrà che nella teoria della viscoelasticità lineare, si porrà
G(s) = Ct (t − s) − I ,
G(s) = I − C−1
t (t − s) .
+∞
A questo punto è possibile definire il funzionale Fs=0 nel modo seguente
+∞ +∞
Fs=0 [B(t); G(s)] := Ťs=0 [Ct (t − s); B(t)] .
+∞
Si suppone che Fs=0 sia ben definito in un intorno della storia nulla in L2h con la
funzione peso h ritenuta fissata.
Secondo il principio di rilassamento degli sforzi, lo sforzo di un materiale a
memoria evanescente sottoposto ad una certa storia ma che, alla fine, è in uno stato
di quiete, è lo stesso che si avrebbe se il materiale fosse sempre stato in uno stato
di quiete. Affinché questo principio sia verificato è sufficiente che il funzionale sia
continuo. Infatti, vale il seguente teorema
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 314
+∞
Lemma 8.3. Se Fs=0 è un funzionale continuo intorno alla storia nulla rispetto
a G, uniformemente in B, in L2h allora il principio di rilassamento dello sforzo è
soddisfatto.
lim kG(s)kL2h = 0 .
t→+∞
+∞
Per ipotesi Fs=0 è continua in zero, per cui
+∞ +∞
lim Fs=0 [B(t); G(s)] − Fs=0 [B(t); O] = 0,
t→+∞ L2h
+R+∞
s=0 [B(t), G(s)] , (8.7)
dove la linea verticale indica una dipendenza lineare del funzionale dall’argomento
che segue.
La derivata di Frèchet può essere calcolata nel seguente modo
+∞ ∂ +∞
δFs=0 [B(t)|G(s)] = F [B(t), λG(s)] . (8.8)
∂λ s=0 λ=0
R+∞
s=0 [B(t), G(s)]
L2h
lim = 0. (8.9)
kG(s)kL2 →0 kG(s)kL2
h h
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 315
Si può, quindi, tradurre l’ipotesi di memoria evanescente nella richiesta che esi-
sta una funzione peso h(s) di ordine r > 12 tale che, per ogni valore del parametro
+∞
B, il funzionale Fs=0 dell’equazione costitutiva
+∞
T(t) = Fs=0 [B(t); G(s)]
dove, per ogni s e B(t), IK (B(t), s) è un tensore del quarto ordine che trasforma
linearmente tensori simmetrici in tensori simmetrici.
Come è stato visto nella (8.9), se G(s) è piccolo in norma, il funzionale R+∞
s=0 è
trascurabile in confronto al termine integrale. Quindi, l’equazione (8.7) è approssi-
mata da Z +∞
T(t) = T̂ (B(t)) + h2 (s)IK (B(t); s) G(s) ds . (8.10)
0
T̂(B) = α0 I + α1 B + α2 B2 , (8.12)
Z +∞
T = −pI + f (s) [Ct (t − s) − I] ds , (8.18)
0
In questo modo, attraverso l’uso di f (s), si riesce a dare un peso a ciò che è avvenuto
nel passato. Per esempio nel caso in cui si è scelta la funzione peso h(s) in (8.6)
a supporto compatto in [0, s̄], f (s) sarà a supporto compatto e le deformazioni per
s > s̄ non avranno nessuna influenza (si veda anche l’Eq. (8.16)).
Se ora si introduce la primitiva g di f che viene chiamata nucleo di rilassamen-
to, ossia
s→∞
f = g0 g −→ 0 ,
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 318
si può scrivere
Z +∞
T(t) = −pI + g 0 (s)[Ct (t − s) − I] ds ,
0
+∞: 0 Z +∞
d
T(t) = −pI + g(s)[C
t (t
−
s)
− I] − g(s) C t (t − s) ds .
0 0 ds
Z t
= f (t − τ )[Ct (τ ) − I] dτ
−∞
Z +∞
d
= − g(s) Ct (t − s) ds
0 ds
Z t
d
= g(t − τ ) Ct (τ ) dτ .
−∞ dτ
Da questa forma dell’equazione costitutiva è facile vedere come in linea di prin-
cipio il nucleo di rilassamento g(s) si può determinare con un esperimento ideale
chiamato rilassamento degli sforzi che consiste nella seguente procedura: Si consi-
deri un fluido sottoposto ad una deformazione di shear istantanea per t > t0 , istante
prima e dopo della quale il fluido rimane in quiete in modo che il suo gradiente di
deformazione sia
1 γ0 H0 (t) 0
F(t) = 0 1 0 ,
0 0 1
dove H0 (t) = H(t − t0 ) è la funzione di Heaviside con salto in t0 .
Quindi se si ricorda che
Ct (τ ) = F−T (t)C(τ )F−1 (t) , (8.20)
si ha
1 0 0 1 γ0 H0 (τ ) 0 1 −γ0 H0 (t) 0
Ct (τ ) = −γ0 H0 (t) 1 0 γ0 H0 (τ ) 1+[γ0 H0 (τ )]2 0 0 1 0 ,
0 0 1 0 0 1 0 0 1
ossia
γ0 [H0 (τ ) − H0 (t)]
1 0
Ct (τ ) = γ0 [H0 (τ ) − H0 (t)] 1 + γ02 [H0 (τ ) − H0 (t)]2 0 . (8.21)
0 0 1
Perciò chiamando Ct (τ ) = γ0 [H0 (τ ) − H0 (t)] la componente xy di Ct (τ ), si
ha che la risposta di taglio del tensore degli sforzi è
Z t Z t
d
T12 (t) = g(t − τ ) Ct (τ ) dτ = γ0 g(t − τ )δ(τ − t0 ) dτ = γ0 g(t − t0 ) ,
−∞ dτ −∞
(8.22)
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 320
Txy (t)
g(t − t0 ) = , (8.23)
γ0
come mostrato in Figura 8.3c.
L’equazione costitutiva per fluidi Newtoniani si recupera nel caso limite in cui
g(s) = µδ(s). Infatti, dalla (8.19)
d
T(t) = −pI + µ Ct (τ ) .
dτ
τ =t
Ricordando (8.20) si ha
d d −T
Ct (τ ) = [F (t)FT (τ )F(τ )F−1 (t)]
dτ dτ
= F−T (t)ḞT (τ )F(τ )F−1 (t) + F−T (t)FT (τ )Ḟ(τ )F−1 (t) . (8.24)
e cioè
d
Ct (τ ) = 2D(t) e T = −pI + 2µD .
dτ τ =t
Come già anticipato, un’altra teoria molto accreditata, la teoria di Lodge, parte
dall’utilizzo di G(s) = I − C−1 t (t − s), il che porta all’equazione costitutiva
Z +∞
f (s) I − C−1
T = −pI + t (t − s) ds , (8.26)
0
oppure, in termini in g,
Z +∞
d −1
T(t) = −pI + g(s) C (t − s) ds , (8.27)
0 ds t
ossia
Z t
d −1
T(t) = −pI − g(t − τ ) C (τ ) dτ , (8.28)
−∞ dτ t
che nel caso limite in cui g(s) = µδ(s) si riduce di nuovo all’equazione costitutiva
di un fluido viscoso e la risposta ad un esperimento di rilassamento degli sforzi è
sempre la (8.22). Infatti, siccome nel caso di problemi di simple shear
Z +∞
0 γ̇0 g(s) ds 0
0
Z +∞ Z +∞
= 2
.
γ̇0
g(s) ds −2γ̇0 sg(s) ds 0
0 0
0 0 0
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 322
Perciò, la teoria della viscoelasticità finita lineare conduce alle seguenti funzioni
viscometriche (si veda anche il par. 6.8 a pag. 214) =⇒ Es. 8.2
Z +∞ Z +∞
T12
µ(γ̇0 ) := = −sf (s) ds = g(s) ds ,
γ̇0 0 0
Z +∞ Z +∞
N1 (γ̇0 ) := T11 − T22 = γ̇02 −s2 f (s) ds = 2γ̇02 sg(s) ds ,
0 0
Z +∞ Z +∞
N2 (γ̇0 ) := T22 − T33 = −γ̇02 2
−s f (s) ds = −2γ̇02 sg(s) ds ,
0 0
(8.30)
quindi, in particolare, N2 = −N1 .
Procedendo in maniera simile
−γ̇02 s2
−γ̇0 s 0
−1
I − Ct (t − s) = −γ̇0 s 0 0 .
0 0 0
e quindi
Z +∞ Z +∞
2 2
γ̇
0 s f (s) ds γ̇ 0 sf (s) ds 0
0 0
T0
Z +∞
=
γ̇0
sf (s) ds 0 0
0
0 0 0
Z +∞ Z +∞
−2γ̇02 sg(s) ds −γ̇0 g(s) ds 0
0 0
+∞
Z
= .
−γ̇0 g(s) ds 0 0
0
0 0 0
Quindi, per la teoria di Lodge si ottengono
Z +∞ Z +∞
µ(γ̇0 ) = −sf (s) ds = g(s) ds ,
0 0
Z +∞ Z +∞
(8.31)
N1 (γ̇0 ) = γ̇02 −s2 f (s) ds = 2γ̇02 sg(s) ds ,
0 0
N2 (γ̇0 ) = 0 .
Quindi µ(γ̇0 ) e N1 (γ̇0 ) sono identici, mentre N2 (γ̇0 ) no. Gli esperimenti mo-
strano che N2 è molto più piccolo di N1 e di segno opposto. Quindi la teoria di
Lodge sembra essere più vicina alla realtà.
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 323
ed il resto R+∞
ns=0 soddisfa la condizione
R+∞
ns=0 [B(t), G(s)]
L2h
lim n = 0.
kG(s)kL2 →0 kG(s)kL2
h h
Z +∞Z +∞
+ [f1 (s1 , s2 )G(s1 )G(s2 ) + f2 (s1 , s2 )G(s1 )tr G(s2 )] ds1 ds2 ,
0 0
dove T0 := T + pI è la parte del tensore degli sforzi a meno della pressione. L’e-
quazione si può semplificare ulteriormente se si escludono effetti di accoppiamen-
to, effetti cioè che derivano da deformazioni avvenute in istanti diversi. Questo
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 324
Una forma speciale di (8.36) è stata derivata nel 1963 da Bernstein, Kearsley
and Zapas sulle basi di ipotesi fisiche che coinvolgono le derivate della funzione di
energia elastica. È per questo motivo che si fa riferimento alla (8.36) come modello
BKZ.
in
(8.38)
Sostituendo questa equazione costitutiva nel bilancio della quantità di moto si
ha
Z +∞
∂v
ρ∗ + v · ∇v = −∇p + g(s)∇2 v(t − s) ds . (8.39)
∂t 0
A dir la verità, se si ricorda che l’equazione costitutiva è stata ottenuta per piccoli
v, allora anche il termine v · ∇v dovrebbe essere trascurato per coerenza.
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 326
Si osservi che come per l’elasticità lineare, nonostante D sia un tensore oggettivo
l’equazione costitutiva (8.38) non è oggettiva. Infatti
Z +∞ Z +∞
g(s)2Q(t−s)D(t−s)QT (t−s) ds 6= Q(t) g(s)2D(t − s) ds QT (t) .
0 0
Da (8.38) discende immediatamente che, visto che per moti stazionari D non
dipende dal tempo,
Z +∞
T = −pI + 2 g(s) ds D = −pI + 2µD ,
0
dove
Z +∞
µ := g(s) ds (8.40)
0
è la viscosità elastica del fluido viscoelastico. Questo vuol dire che nei moti sta-
zionari il comportamento di un fluido viscoelastico (rispondente alla equazione co-
stitutiva della viscoelasticità infinitesima) è lo stesso di quello di un fluido viscoso,
ossia che non è possibile mettere in luce effetti viscoelastici con piccoli moti sta-
zionari. Questo potrebbe risultare strano perché alla fine del par.8.5 si è discusso
della differenza tra le varie equazioni costitutive sulla base di un semplice moto di
Couette stazionario. Ma l’effetto è del secondo ordine come è evidente dal fatto che
la differenza negli sforzi normali è proporzionale a γ̇02 .
v = v̂eσt+ik·x , p = p̂eσt+ik·x ,
nel sistema Z +∞
ρ ∂v = −∇p +
g(s)∇2 v(t − s) ds ,
∂t 0 (8.41)
∇ · v = 0.
si ha
ρσv̂ = −ikp̂ − |k|2 g(σ)v̂ ,
ik · v̂ = 0 ,
Per avere soluzioni non banali la quantità in parentesi deve annullarsi. Come fatto
nel par. 7.14, dato k, ossia la lunghezza d’onda e la direzione della perturbazione,
se la parte reale σr di σ è negativa allora la perturbazione infinitesima decadrà nel
tempo. Se invece la parte reale di σ risultasse positiva allora la perturbazione si
amplificherà. Quindi lo stato di quiete è stabile se σr < 0 per ogni k.
Spezzando (8.42) in parte reale ed immaginaria, si ha
Z +∞
ρσr + |k|2 g(s)e−σr s cos(σi s) ds = 0 ,
Z 0+∞ (8.43)
ρσi − |k|2 g(s)e−σr s sen(σi s) ds = 0 .
0
Ora la quantità in parentesi graffa è proprio la derivata di e−σr s sen(σi s), per cui
integrando per parti si ha
:0
+∞
" # Z +∞
−σr
2
2ρσr σi + |k| g(s)e s 2
−g 0 (s)e−σr s sen(σi s) ds = 0 .
sen(σi s) +|k|
0
0
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 328
q
g(0)
tale che la soluzione si annulla per y > ρ t. Il termine integrale, invece, ge-
nererà uno smorzamento dell’onda. La soluzione avrà una forma simile a quanto
mostrato in Figura 8.4 dove viene evidenziata la differenza tra la soluzione per un
fluido viscoso ed un fluido viscoelastico. =⇒ Es. 8.3
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 329
Figura 8.4: Differenza di propagazione di onde di shear tra un fluido viscoso (linea
tratteggiata) ed un fluido viscoelastico (linea piena) a due tempi diversi.
∂ 2 vx 1 ∂vx g(0) ∂ 2 vx
2
+ = , (8.47)
∂t λ ∂t ρ ∂y 2
che è nota anche come equazione dei telegrafisti. Sottolineiamo che il secon-
do addendo a primo membro è un termine di smorzamento che afferma che il
tempo caratteristico di attenuazione dell’onda è λ che viene chiamato tempo di
rilassamento.
Si può dimostrare in viscoelasticità infinitesima che per un generico nucleo di
rilassamento g(s) il tempo di attenuazione è dato da −g(0)/g 0 (0).
dove
Z +∞
G∗ (ω) := iωg(s)e−iωs ds , (8.49)
0
Il primo addendo è la risposta in fase legata alla componente elastica del mate-
riale e il secondo è la risposta fuori fase legata alla componente viscosa. Infatti
per un materiale elastico la risposta alla deformazione sinusoidale è perfettamente
in fase essendo sforzo e deformazione infinitesima proporzionali, mentre per un
fluido viscoso la risposta è sfasata di π/2 sussistendo una proporzionalità tra sforzo e
velocità di deformazione. Si osservi infatti come nel caso limite di un fluido viscoso
G∗ (ω) := iωµ0 , e quindi G0 (ω) = 0, mentre G00 (ω) = µ0 ω. Coerentemente si
∗ 00
definisce viscosità complessa µ∗ := G iω(ω) e viscosità dinamica µ0 := G ω(ω) .
Osserviamo che per basse frequenze possiamo espandere l’esponenziale e ap-
prossimare
Z +∞ Z +∞ Z +∞
G∗ (ω) ≈ iωg(s)(1 − iωs)ds = iω g(s) ds + ω 2 sg(s) ds .
0 0 0
Quindi a basse frequenze G0 (ω) G00 (ω) con G0 che cresce come ω 2 e G00 che cre-
sce come ω. Per queste frequenze quindi il materiale tende a comportarsi più come
un fluido viscoso. La pendenza della tangente a G0 dà la viscosità elastica, mentre
ricordando le (8.30) la curvatura della curva di G” è legato alla prima differenza
degli sforzi normali. =⇒ Es. 8.4
Nell’Esercizio 8.4 verranno discusse alcune proprietà del modulo elastico e
del modulo dissipativo per i fluidi di Maxwell che saranno introdotti nel prossimo
paragrafo.
Un grafico sperimentale tipico in scala logaritmica quale quello rappresentato
in Figura 8.5. Si può osservare che al crescere di ω, le due curve si intersecano
per un valore che viene definito come frequenza di crossover. Dal suo inverso è
possibile valutare l’ordine di grandezza del tempo di rilassamento del materiale. La
frequenza di crossover distingue una regione con una risposta dissipativa alla sua
sinistra da una regione con una risposta elastica alla sua destra. In quest’ultima il
modulo elastico tende ad un valore asintotico dato da g(0). Infatti, se si espande in
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 331
per cui per grandi ω solo il primo termine sopravvive. Invece G00 (ω) assume un
massimo per poi decrescere o come minimo cambia convessità, come in Figura 8.5.
La denominazione di modulo dissipativo è anche giustificata dal fatto che se si
calcola la dissipazione per un periodo si ha
Z 2π/ω Z 2π/ω
Txy γ̇ dt = γ02 ω[−G0 (ω) sin ωt cos ωt + G00 (ω) sin2 ωt] dt
0 0
= πγ02 G00 (ω) ,
f (s) = f0 e−s/λ ,
Quindi
t
dT0
Z
1 d
(t) + T0 (t) = f0 e−(t−τ )/λ G(t − τ ) dτ .
dt λ −∞ dt
=⇒ Es. 8.5, 8.6
d
Per completare bisogna calcolare dt G(t − τ ) e questo dipende dalle ipotesi fatte
sulla scelta di G(s). Per esempio, nel caso della teoria della viscoelasticità finita
lineare G(t − τ ) = Ct (τ ) − I e
d d −T
Ct (τ ) = [F (t)C(τ )F−1 (t)]
dt dt
= −(F−1 (t)∇v(t))T C(τ )F−1 (t) − F−T (t)C(τ )F−1 (t)∇v(t)
= −∇vT (t)Ct (τ ) − Ct (τ )∇v(t)
= −∇vT (t)[Ct (τ ) − I] − [Ct (τ ) − I]∇v(t) − 2D(t) ,
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 333
Si ottiene quindi
dT0 1
(t) + T0 (t) =
dt λ
Z t
f0 e−(t−τ )/λ ∇vT (t)[Ct (τ ) − I] + [Ct (τ ) − I]∇v(t) + 2D(t) dτ
−
−∞
Z t
= −∇vT (t)T0 (t) − T0 (t)∇v(t) − 2 f0 e−(t−τ )/λ dτ D(t)
−∞
µ −s/λ
Osservando che l’area al di sotto di g(s) = −f0 λe−s/λ = λe è la viscosità
elastica µ = −f0 λ2 , si può quindi concludere che
DT0
λ + T0 = 2µD , (8.50)
Dt
D
in cui la derivata Dt , detta derivata sottoconvettiva (lower convected), comprende
la derivata materiale ed anche il termine ∇vT (·) + (·)∇v, ossia
Da (·) ∂(·)
:= + v · ∇(·) + (·)W − W(·) + a[(·)D + D(·)] . (8.53)
Dt ∂t
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 334
La derivata convettiva
Da (·) ∂(·)
= + v · ∇(·) + (·)W − W(·) + a[(·)D + D(·)] .
Dt ∂t
rappresenta un operatore oggettivo per ogni valore di a.
0 γ̇0 0 0 γ̇0 0
γ̇0 T12 2 (T11 + T22 ) 2 T23
T0 D + DT0 = · 0
γ̇0 T12 γ̇0 0
2 T13
· · 0
dove ai puntini vanno sostituiti termini tali che le matrici siano simmetriche. L’e-
quazione (8.50) con la definizione generale di derivata convettiva (8.53) dà quindi
0 0
T11 + γ̇0 λ(a − 1)T12 = 0,
0
+ γ̇02λ [(a + 1)T110 0
T12 + (a − 1)T22 ] = µγ̇0 ,
+ γ̇02λ (a − 1)T23
0 0
T13 = 0,
0 0
T22 + γ̇0 λ(a + 1)T12 = 0,
0
+ γ̇02λ (a + 1)T13
0
T23 = 0,
0
T33 = 0 .
La soluzione di questo sistema lineare è
0 0 0
T13 = T23 = T33 = 0,
T0 =
µγ̇0
12 2 ,
1 + γ̇0 λ2 (1 − a2 )
µγ̇02 λ(1 − a) (8.55)
0
T11 = ,
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
−µγ̇02 λ(1 + a)
0
T22 = .
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
È da notare che
−2µγ̇02 λa
tr T0 = ,
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
non si annulla a meno che a = 0.
Dalle (8.55) si possono ricavare le funzioni viscometriche
µ
µ̂(γ̇) = ,
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
2µγ̇02 λ
N1 (γ̇) = , (8.56)
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
−µγ̇02 λ(1 + a)
N2 (γ̇) = ,
1 + γ̇02 λ2 (1 − a2 )
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 336
Figura 8.6: Funzioni viscometriche per fluidi di Maxwell. Viscosità apparente (so-
pra) e differenze degli sforzi normali (sotto). In particolare, N1 > 0 è rappresentata
in nero e N2 ≤ 0 in blu.
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 337
Gli elementi sono poi posti in serie ed in parallelo a formare una rete all’interno di
una sorta di scatola nera ideale alla quale è applicata una storia di tensione gene-
randone una storia di deformazione, o viceversa. Questa schematizzazione porta ad
un parallelismo tra i modelli viscoelastici e le teorie elettriche laddove si sostitui-
scono, per esempio, alle molle dei condensatori, che hanno il ruolo di immagazzi-
nare energia, ed agli ammortizzatori delle resistenze, che invece dissipano energia.
I modelli unidimensionali alle derivate ordinarie cosı̀ ottenuti, possono poi essere
tensorializzati sostituendo le derivate convettive alle più semplici derivate temporali
e generalizzati a modelli nonlineari come nei paragrafi 8.11 e 8.12.
T1 = kγ1 , T2 = µγ˙2 .
T = T1 = T2 ,
γ = γ1 + γ2 .
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 342
e quindi
λṪ + T = µγ̇ , (8.59)
T (t) µ
g(t) := = e−t/λ ,
γ0 λ
ossia la (8.52). Quindi in linea di principio dal tempo di decadimento della funzione
(o dalla derivata nell’origine) e dallo stress istantaneo (ossia l’intersezione con l’asse
t = 0) è possibile in principio ricavare i due parametri del modello. A dir la verità,
dal punto di vista pratico questa operazione non è banale perché si tratta di avere
una buona risoluzione di cosa succede al tempo iniziale e di riuscire a dare un input
discontinuo. Questo dal punto di vista sperimentale è problematico. È più facile
ottenere λ da un grafico in scala semilogaritmica e µ dall’area sotto la curva in
Figura 8.10b.
In alcuni casi la risposta ad un test di rilassamento non è ben approssimabile
con un esponenziale, per esempio per la presenza di più tempi di rilassamento. In
questo caso è possibile generalizzare il modello di Maxwell ponendo più elementi
in parallelo, come in Figura 8.11 . L’equazione costitutiva che ne deriva è del tipo
n−1 n−1
dn T X dm T dn γ X dm γ
αn n + αm m + T = βn n + βm m ,
dt m=1
dt dt m=1
dt
Figura 8.12: Risposta ad una tensione imposta nel modello di Maxwell (creep test).
γ(t)
J(t) := ,
T0
Ṫ = k(γ̇ + λγ̈) ,
o
DB
T0 = k B + λ .
Dt
La risposta ad una compressione o tensione costante T0 per t ∈ [0, t0 ] si ottiene
risolvendo
T0
λγ̇ + γ = H(t(t0 − t)) .
k
Procedendo come per il modello di Maxwell (ossia moltiplicando per et/λ ed inte-
grando) si ha Z t
t/λ T0 s/λ
λγe = e H s(t0 − s) ds .
0 k
Quindi la risposta ad un cosiddetto test di indentazione è
T0
−t/λ
k 1 − e per t < t0 T = T0 ;
γ=
T0 et0 /λ − 1 e−t/λ per t > t0 T = 0 .
k
Quindi nella prima fase di compressione o creep, la risposta esponenzialmente
(con un tempo caratteristico pari a λ) tende al valore asintotitco T0 /k. Nella fase di
scarico il materiale si rilassa progressivamente, di nuovo in un tempo pari a λ.
Infine, il modulo di flessibilità del modello di Voigt-Kelvin è
γ(t) 1
J(t) = = 1 − e−t/λ .
T0 k
È da notare come in questo caso 1/J tende al valore asintotico k e non a 0 come
succede per i fluidi di Maxwell. Questa è una caratteristica di un materiale che si
comporta come un solido rispetto ad uno che si comporta come un fluido.
Come in precedenza se la risposta non è approssimabile con un solo esponen-
ziale, ma presenta più tempi caratteristici, allora vuol dire che il modello deve es-
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 347
• da (8.65) Λ > λ;
• per λ = 0 si ritorna al modello di Voigt-Kelvin;
• per Λ = λ l’equazione può essere integrata e risolta da T = kγ. Si ha cioè un
solido elastico.
come in Figura 8.18. Si osservi che il fatto che Λ > λ implica che la rispo-
sta è decrescente. Se non fosse cosı̀ lo sforzo aumenterebbe nel tempo in modo
innaturale.
I tre parametri del modello quindi possono essere correlati con la risposta asin-
totica k, il tempo di rilassamento λ e la risposta istantanea kΛ/λ. Di questi, l’ultimo
è il più problematico da valutare sperimentalmente e quindi per la stima di Λ è facile
commettere un errore maggiore. Il tempo di rilassamento λ può anche valutato
calcolando l’intersezione tra la retta T /γ0 = k e la tangente per t = 0 al nucleo di
rilassamento, anche se questa è difficile da misurare precisamente negli esperimenti.
La caratteristica solida del materiale è messa in evidenza dall’esistenza di un valore
asintotico non nullo che corrisponde alla capacità del materiale di immagazzinare
dell’energia elastica, per cui definendo da un test di rilassamento degli sforzi g(t) :=
T (t)γ0 come in (8.23) si ha che g(t) ha un asintoto diverso da T = 0 come mostrato
in Figura 8.18.
Effettuando invece un test di indentazione T = T0 H(t(t0 − t)) la deformazione
è determinabile integrando
T0
Λγ̇ + γ = {λ[δ(t) − δ(t − t0 )] + H(t(t0 − t))} ,
k
che, moltiplicando stavolta per et/Λ ed integrando, dà
T0 λ −t/Λ
k 1− 1− Λ e , per t < t0
γ= (8.67)
T0 λ t0 /Λ
− 1 e−t/Λ , per t > t0 .
1 − e
k Λ
Se si collegano in serie più elementi della Figura 8.17a o in parallelo più ele-
menti della Figura 8.17b si ottiene l’equazione costitutiva
n−1 n−1
dn T X dm T dn γ X dm γ
αn + αm + T = β n + β m + Kγ ,
dtn m=1
dtm dtn m=1 dtm
che è caratterizzata sia dalla presenza di termini non derivati in entrambi i membri
sia dall’uguale ordine massimo di derivazione.
Una forma oggettiva dell’equazione costitutiva dei solidi lineari standard è data
da
Da T Da B
λ +T=k Λ +B .
Dt Dt
=⇒ Es. 8.13
T1 = µ1 γ̇1 ,
T = k γ + µ γ̇ ,
2 2 2 2 2
T = T1 = T 2 ,
γ = γ1 + γ2 .
praticamente la derivata del precedente (con k sostituito da µ). Questo vuol dire
che la risposta ad un test di indentazione presenta per γ̇/T0 un andamento simile a
quello presentato in Figura 8.21. Quindi si può determinare γ(t) integrando (8.67)
nel tempo per ottenere
T0 h
i
−t/Λ
k t + (λ − Λ) 1 − e , per t < t0
γ=
T0 t0 + (λ − Λ) e−(t−t0 )/Λ − e−t/Λ , per t ≥ t0 .
h i
k
Riassumendo gli aspetti qualitativi, la curva parte dall’origine con una tangente
λ
pari a kΛ > k1 per avvicinare asintoticamente la retta Tγ0 = t+λ−Λ k . Per tempi
maggiori del tempo caratteristico Λ il liquido scorre come se fosse Newtoniano
o meglio di Maxwell. La conseguenza di questo è che anche quando il carico è
eliminato il materiale non ritorna allo stato iniziale.
8.14 Esercizi
Esercizio 8.1 (Ct (τ )).
Si consideri il moto di scorrimento semplice con shear α(t) generico. Per esem-
pio, riferendosi all’Esercizio 1.21, α è sostituito con α(t). Si calcolino quindi
Ct (τ ) e di conseguenza Ct (τ ) − I ed I − C−1t (τ ).
Soluzione 8.1. Se
1 α(t) 0
F(t) = 0 1 0 ,
0 0 1
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 353
allora
1 α(τ ) 0 1 −α(t) 0 1 α(τ ) − α(t) 0
Ft (τ ) = F(τ )F−1 (t) = 0 1 0 0 1 0 = 0 1 0 .
0 0 1 0 0 1 0 0 1
⇐=
Soluzione 8.2.
⇐=
Sia ω complesso tale che Re(ω) > 0 e, supponendo di poter fare la trasformata
di Laplace del nucleo di rilassamento (cosa che in genere si può fare), si ponga
Z +∞
v̄(y, ω) := v(y, t)e−ωt dt , (8.70)
0
Z +∞
ḡ(ω) := g(s)e−ωs ds . (8.71)
0
Se si moltiplica per e−ωt , l’equazione integrodifferenziale nella (8.69), si ha
Z +∞
∂v −ωt ∂2v
ρ (y, t)e = g(s) 2 (y, t − s) ds e−ωt
∂t 0 ∂y
Z +∞
∂2v
= g(s)e−ωs 2 (y, t − s)e−ω(t−s) ds . (8.72)
0 ∂y
Integrando il primo membro di (8.72) in t su [0, +∞) si ha
Z +∞ : 0 Z +∞
∂v +∞
h i
ρ (y, t)e−ωt dt = ρ v(y,
t)e
−ωt
+ ρω v(y, t)e−ωt dt
0 ∂t 0 0
= ρωv̄(y, ω) ,
dove si sono utilizzate le condizioni iniziali in (8.69). Operando allo stesso modo
sul secondo membro si ha
Z +∞ Z +∞
∂2v
ρωv̄(y, ω) = g(s)e−ωs 2 (y, t − s)e−ω(t−s) ds dt
0 0 ∂y
Z +∞ Z +∞ 2
−ωs ∂ v −ω(t−s)
= g(s)e (y, t − s)e dt ds
0 0 ∂y 2
Z +∞ Z +∞
∂2
−ωs −ω(t−s)
= g(s)e v(y, t − s)e dt ds .
0 ∂y 2 0
Anzi siccome dalla condizione iniziale v(y, t − s) = 0 per t > s una parte dell’in-
tegrale interno si annulla e si ha
Z +∞ Z +∞
∂2
−ωs −ω(t−s)
ρωv̄(y, ω) = g(s)e v(y, t − s)e dt ds .
∂y 2 0 s
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 355
Z +∞ 2 Z +∞
∂
= g(s)e−ωs ds v(y, τ )e−ωτ dτ
0 ∂y 2 0
∂ 2 v̄
= ḡ(ω) (y, ω) . (8.73)
∂y 2
Le condizioni al bordo da imporre a tale equazione si ricavano calcolando le
trasformate di Laplace delle condizioni al contorno di (8.69)
Z +∞
v̄(y → +∞, ω) = v(y → +∞, t)e−ωt dt = 0 , (8.74)
0
+∞ +∞
e−ωt
Z
−ωt W
v̄(y = 0, ω) = v(y = 0, t)e dt = W = . (8.75)
0 −ω 0 ω
Mettendo insieme, quindi, la (8.73), la (8.74) e la (8.75), si ottiene il problema
trasformato 2
∂ v̄ = ρω v̄ ,
∂y 2
ḡ(ω)
W (8.76)
v̄(y = 0, ω) = ,
ω
v̄(y → +∞, ω) = 0 .
q
g(0)
Figura 8.22: Percorsi per antitrasformare (8.77) per y > ρ t (semicerchio nero)
q
e y < g(0)ρ t (linea rossa).
Poiché, inoltre, tale funzione f non ha poli all’interno della curva BA ∪ Γ, per
il teorema dei residui si ha che su tale curva l’integrale della f è nullo e, quindi, che
Z
1
v(y, t) = − lim f (ω)dω .
2πi r→+∞ Γ
per grandi |ω|. Per prima cosa si può notare che se il nucleo di rilassamento è
sufficientemente regolare da consentirne uno sviluppo in serie di potenze intorno al
punto s0 = 0
+∞
X
g(s) = g (k) (0)sk ,
k=0
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 357
e allora, poiché
+∞
X k!
g (k) (0) ≈ g(0) , per |ω| → +∞ ,
ωk
k=0
)
r
ρη π γ dη
sin ηt − y sin +
|ḡ(iη)| 4 2 η
Z +∞
1 1 − dη
= W + e−yw (η)
sin ηt − yw+ (η) , (8.83)
2 π 0 η
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 358
dove
g2 (η)
ḡ(iη) := g1 (η) − ig2 (η) , γ(η) := arctg ,
g1 (η)
s
η(|ḡ(iη)| ± g2 (η)
w± (η) := .
2|ḡ(iη)|2
⇐=
Esercizio 8.4 (Modulo complesso per fluidi di Maxwell).
Calcolare e graficare il modulo elastico e il modulo dissipativo per un fluido di
Maxwell con uno e due tempi di rilassamento. Discutere i casi limite λω 1 e
λω 1.
Figura 8.23: Modulo elastico e modulo dissipativo per nuclei di rilassamento con
un tempo di rilassamento (a,b) e con due tempi di rilassamento. Precisamente in (c)
g2 /g1 = 2 e λ2 /λ1 = 0.1 e in (d) g2 /g1 = 2 e λ2 /λ1 = 10. I grafici in (b), (c) e
(d) sono in scala logaritmica.
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 359
Soluzione 8.4.
⇐=
Soluzione 8.5.
⇐=
Soluzione 8.6.
⇐=
Soluzione 8.7.
⇐=
Soluzione 8.8.
⇐=
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 360
Figura 8.25: Andamento nel piano (γ, T ) per un fluido di Maxwell della deforma-
zione γ in risposta uno sforzo periodico T per λ = 0, 1, 2, 3 e ω = 1 (a) e dello
sforzo T in risposta una deformazione periodica γ per λ = 0, 1, 2, 5 e ω = 1 (b).
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 361
Soluzione 8.9.
⇐=
Soluzione 8.10.
⇐=
Soluzione 8.11.
⇐=
Soluzione 8.12.
⇐=
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 362
Figura 8.27: Risposta di un solido di Voigt-Kelvin nel piano (γ, T ). (a) Deforma-
zione γ determinata da uno sforzo periodico T per λω = 0, 1, 2, 10 e (b) sforzo T
determinato da una deformazione periodica γ per λω = 0, 1, 2, 3.
Soluzione 8.13.
⇐=
Soluzione 8.14.
⇐=
Soluzione 8.15.
⇐=
CAPITOLO 8. VISCOELASTICITÀ 363
Soluzione 8.16.
⇐=
Figura 8.29: Risposta (a) al test di rilassamento degli sforzi e (b) al test di creep per
materiali con diverse caratteristiche meccaniche.
⇐=
⇐=
Soluzione 8.19.
⇐=
Soluzione 8.20.
⇐=
Appendice A
Formule Utili
∇ × ∇ψ = 0 (A.1)
∇ · (∇ × v) = 0 (A.2)
∇ · (ψv) = ψ∇ · v + v · ∇ψ (A.4)
∇ · (v ⊗ w) = v∇ · w + w · ∇v (A.5)
∇ × (ψv) = ∇ψ × v + ψ∇ × v (A.7)
1
v · ∇v = ∇(v · v) − v × ∇ × v (A.8)
2
∇ · (v × w) = w · ∇ × v − v · ∇ × w (A.10)
367
APPENDICE A. FORMULE UTILI 368
∇ · (ψI) = ∇ψ (A.11)
ψI : ∇v = ψ∇ · v (A.12)
∇ · (∇v) = ∇2 v (A.13)
∇2 (∇ · v) = ∇ · (∇2 v) (A.14)
∇ × (∇ × v) = ∇(∇ · v) − ∇2 v (A.16)
Coordinate sferiche
y1 = r y2 = θ y3 = ψ
√ √ √
h1 = g11 = 1 h2 = g22 = r h3 = g33 = r sin θ
Γ3 2 3 = − sin θ cos θ .
Gli altri simboli di Christoffel sono nulli.
APPENDICE A. FORMULE UTILI 369
A.2.2 Gradiente
1 ∂ψ 1 ∂ψ 1 ∂ψ
∇ψ = 1
e1 + 2
e2 + e3
h1 ∂y h2 ∂y h3 ∂y 3
k k
hi ∂ v i v
∇v = + Γ k j ei ⊗ ej
hj ∂y j hk hk
Coordinate cilindriche
∂ψ 1 ∂ψ ∂ψ
∇ψ = er + eθ + eϕ
∂r r ∂θ ∂z
∂v 1 ∂vr vθ ∂vr
r
−
∂r r ∂θ r ∂z
∂v 1 ∂vθ vr ∂vθ
θ
+
∇v =
∂r r ∂θ r ∂z
∂v 1 ∂vz ∂vz
z
∂r r ∂θ ∂z
Coordinate sferiche
∂ψ 1 ∂ψ 1 ∂ψ
∇ψ = e1 + eθ + eϕ
∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ
∂v 1 ∂vr vθ 1 ∂vr vϕ
r
− −
∂r r ∂θ r r sin θ ∂ϕ r
∂v 1 ∂vθ vr 1 ∂vθ cotg θ
θ
+ − vϕ
∇v =
∂r r ∂θ r r sin θ ∂ϕ r
∂v 1 ∂vϕ 1 ∂vϕ vr cotg θ
ϕ
+ + vθ
∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r r
A.2.3 Divergenza
1 ∂ 1 ∂ 2 ∂ 3
∇·v = (h2 h3 v ) + 2 (h1 h3 v ) + 3 (h1 h2 v )
h1 h2 h3 ∂y 1 ∂y ∂y
∂T ij
ij
∂T i kj j ik
∇·T= ei = + Γ k j T + Γ k j T ei
∂y j ∂y j
APPENDICE A. FORMULE UTILI 370
Coordinate cilindriche
1 ∂ 1 ∂vθ ∂vz
∇·v = (rvr ) + +
r ∂r r ∂θ ∂z
1 ∂T θr ∂T zr T θθ
1 ∂ rr
∇·T = (rT ) + + − er
r ∂r r ∂θ ∂z r
1 ∂T θθ ∂T zθ
1 ∂ 2 rθ 1 θr rθ
+ 2 (r T ) + + + (T − T ) eθ
r ∂r r ∂θ ∂z r
1 ∂T θz ∂T zz
1 ∂
+ (rT rz ) + + ez
r ∂r r ∂θ ∂z
Coordinate sferiche
1 ∂ 2 1 ∂ 1 ∂vϕ
∇·v = 2
(r vr ) + (vθ sin θ) +
r ∂r r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
"
1 ∂ 2 rr 1 ∂ θr 1 ∂T ϕr
∇·T = (r T ) + (T sin θ) +
r2 ∂r r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
#
T θθ + T ϕϕ
− er
r
"
1 ∂ 3 rθ 1 ∂ 1 ∂T ϕθ
+ 3
(r T ) + (T θθ sin θ) +
r ∂r r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
#
T θr − T rθ − T ϕϕ cotg θ
+ eθ
r
"
1 ∂ 3 rϕ 1 ∂ θϕ 1 ∂T ϕϕ
+ (r T ) + (T sin θ) +
r3 ∂r r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
#
T ϕr − T rϕ + T ϕθ cotg θ
+ eϕ
r
A.2.4 Rotore
h1 e1 h2 e2 h3 e3
1 ∂ ∂ ∂
∇×v =
h1 h2 h3 ∂y 1 ∂y 2 ∂y 3
h1 v 1 h2 v 2 h3 v 3
APPENDICE A. FORMULE UTILI 371
Coordinate cilindriche
er reθ ez
1 ∂ ∂ ∂
∇×v =
r ∂r ∂θ ∂z
vr rvθ vz
1 ∂vz ∂vθ ∂vr ∂vz
= − er + − eθ
r ∂θ ∂z ∂z ∂r
1 ∂ ∂vr
+ (rvθ ) − ez
r ∂r ∂θ
Coordinate sferiche
1 ∂ ∂vθ 1 ∂vr 1 ∂
= (vϕ sin θ) − er + − (rvϕ ) eθ
r sin θ ∂θ ∂ϕ r sin θ ∂ϕ r ∂r
1 ∂ ∂vr
+ (rvθ ) − eϕ
r ∂r ∂θ
A.2.5 Laplaciano
2 1 ∂ h1 h2 h3 ∂ψ
∇ ψ=
h1 h2 h3 ∂y i hi ∂y i
APPENDICE A. FORMULE UTILI 372
1 ∂ 1 ∂ 1 ∂
∇2 v = (∇ · v) + (∇ · v) + (∇ · v)
h1 ∂y 1 h2 ∂y 2 h3 ∂y 3
1 n ∂ h h3 ∂ 1 ∂ 2
i
+ (h 1 v ) − (h2 v )
h2 h3 ∂y 2 h1 h2 ∂y 2 ∂y 1
∂ h h2 ∂ 1 ∂ 3
io
+ 3 (h 1 v ) − (h 3 v ) e1
∂y h1 h3 ∂y 3 ∂y 1
1 n ∂ h h1 ∂ 2 ∂ 3
i
+ (h 2 v ) − (h3 v )
h1 h3 ∂y 3 h2 h3 ∂y 3 ∂y 2
∂ h h3 ∂ 2 ∂ 1
io
+ 1 (h 2 v ) − (h 1 v ) e2
∂y h1 h2 ∂y 1 ∂y 2
1 n ∂ h h2 ∂ 3 ∂ 1
i
+ (h 3 v ) − (h1 v )
h1 h2 ∂y 1 h1 h3 ∂y 1 ∂y 3
∂ h h1 ∂ ∂ io
+ 2 2
(h3 v 3 ) − 3 (h2 v 2 ) e3
∂y h2 h3 ∂y ∂y
Coordinate cilindriche
1 ∂2ψ ∂2ψ
2 1 ∂ ∂ψ
∇ ψ= r + +
r ∂r ∂r r2 ∂θ2 ∂z 2
1 ∂ 2 vr ∂ 2 vr
2 ∂ 1 ∂ 2 ∂vθ
∇ v = (rvr ) + 2 2
+ 2
− 2 er
∂r r ∂r r ∂θ ∂z r ∂θ
2 2
∂ 1 ∂ 1 ∂ vθ ∂ vθ 2 ∂vr
+ (rvθ ) + 2 + + 2 eθ
∂r r ∂r r ∂θ2 ∂z 2 r ∂θ
1 ∂ 2 vz ∂ 2 vz
1 ∂ ∂vz
+ r + 2 + ez
r ∂r ∂r r ∂θ2 ∂z 2
Coordinate sferiche
∂2ψ
2 1 ∂ 2 ∂ψ 1 ∂ ∂ψ 1
∇ ψ= 2 r + 2 sin θ + 2 2
r ∂r ∂r r sin θ ∂θ ∂θ r sin θ ∂ϕ2
APPENDICE A. FORMULE UTILI 373
"
∂ 2 vr
2 ∂ 1 ∂ 2 1 ∂ ∂vr 1
∇ v = (r v r ) + sin θ + 2
∂r r2 ∂r r2 sin θ ∂θ ∂θ r2 sin θ ∂ϕ2
#
2 ∂ 2 ∂vϕ
− 2 (vθ sin θ) − 2 er
r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
"
1 ∂ ∂vθ 1 ∂ 1 ∂
+ 2 r2 + 2 (vθ sin θ)
r ∂r ∂r r ∂θ sin θ ∂θ
#
1 ∂ 2 vθ 2 ∂vr 2 cotg θ ∂vϕ
+ 2 2 + 2 − 2 eθ
r sin θ ∂ϕ2 r ∂θ r sin θ ∂ϕ
"
1 ∂ 2 ∂vϕ 1 ∂ 1 ∂
+ 2 r + 2 (vϕ sin θ)
r ∂r ∂r r ∂θ sin θ ∂θ
#
1 ∂ 2 vϕ 2 ∂vr 2 cotg θ ∂vθ
+ 2 2 + 2 + 2 eϕ
r sin θ ∂ϕ2 r sin θ ∂ϕ r sin θ ∂ϕ
1 h 1 ∂v 1 2 ∂v
2
3 ∂v
3
v · ∇v = v + v + v
h1 ∂y 1 ∂y 1 ∂y 1
v2 ∂ 2 ∂ 1
v3 ∂
3 ∂ 1
i
− (h 2 v ) − (h1 v ) − (h3 v ) − (h1 v ) e1
h2 ∂y 1 ∂y 2 h3 ∂y 1 ∂y 3
1 h 1 ∂v 1 2 ∂v
2
3 ∂v
3
+ v + v + v
h2 ∂y 2 ∂y 2 ∂y 2
v3 ∂ 3 ∂ 2
v1 ∂
1 ∂ 2
i
− (h 3 v ) − (h2 v ) − (h1 v ) − (h2 v ) e2
h3 ∂y 2 ∂y 3 h1 ∂y 2 ∂y 1
1 h 1 ∂v 1 2 ∂v
2
3 ∂v
3
+ v + v + v
h3 ∂y 3 ∂y 3 ∂y 3
v1 ∂ ∂ v2 ∂ ∂ i
− 3
(h1 v 1 ) − 1 (h3 v 3 ) − 3
(h2 v 2 ) − 2 (h3 v 3 ) e3
h1 ∂y ∂y h2 ∂y ∂y
APPENDICE A. FORMULE UTILI 374
Coordinate cilindriche
∂wr vθ ∂wr ∂wr vθ w θ
v · ∇w = vr + + vz − er
∂r r ∂θ ∂z r
∂wθ vθ ∂wθ ∂wθ vθ w r
+ vr + + vz + eθ
∂r r ∂θ ∂z r
∂wz vθ ∂wz ∂wz
+ vr + + vz ez
∂r r ∂θ ∂z
Coordinate sferiche
∂wr vθ ∂wr vϕ ∂wr vθ wθ + vϕ wϕ
v · ∇w = vr + + − er
∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
∂wθ vθ ∂wθ vϕ ∂wθ vθ wr − vϕ wϕ cotg θ
+ vr + + + eθ
∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
∂wϕ vθ ∂wϕ vϕ ∂wϕ vϕ wr + vϕ wθ cotg θ
+ vr + + + eϕ
∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
A.3 Equazioni
A.3.1 Equazioni di Navier-Stokes
Coordinate cilindriche
∂vr ∂vr vθ ∂vr ∂vr vθ2 1 ∂p
+ v + + v − =−
r z
∂t ∂r r ∂θ ∂z r ρ∗ ∂r
2
∂ 2 vr
∂ 1 ∂ 1 ∂ vr 2 ∂vθ
+ν (rvr ) + 2 + − 2 ,
r ∂θ2 ∂z 2
∂r r ∂r r ∂θ
∂vθ ∂vθ vθ ∂vθ ∂vθ v r vθ 1 ∂p
+ vr + + vz + =−
∂t
∂r r ∂θ ∂z r ρ∗ r ∂θ
2 2
∂ 1 ∂ 1 ∂ vθ ∂ vθ 2 ∂vr
+ν (rvθ ) + 2 + + 2 ,
∂r r ∂r r ∂θ2 ∂z 2 r ∂θ
∂vz ∂vz vθ ∂vz ∂vz 1 ∂p
+ vr + + vz =−
∂t ∂r r ∂θ ∂z ρ∗ ∂z
2
∂ 2 vz
1 ∂ ∂vz 1 ∂ vz
+ ν r + + ,
r2 ∂θ2 ∂z 2
r ∂r ∂r
1 ∂
1 ∂vθ ∂vz
r ∂r (rvr ) + r ∂θ + ∂z = 0 .
APPENDICE A. FORMULE UTILI 375
Coordinate sferiche
2 2
∂vr + vr ∂vr + vθ ∂vr + vϕ ∂vr − vθ + vϕ = − 1 ∂p
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r ρ∗ ∂r
"
∂ 2 vr
∂ 1 ∂ 2 1 ∂ ∂vr 1
+ν (r v ) + sin θ +
r
∂r r2 ∂r r2 sin θ ∂θ r2 sin2 θ ∂ϕ2
∂θ
#
2 ∂ 2 ∂vϕ
− 2 (vθ sin θ) − 2 ,
r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
vθ vr − vϕ2 cotg θ
∂vθ ∂vθ vθ ∂vθ vϕ ∂vθ 1 ∂p
+ v r + + + =−
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r ρ ∗ r ∂θ
"
1 ∂ ∂vθ 1 ∂ 1 ∂
r2
+ν 2 + 2 (vθ sin θ)
r ∂r ∂r r ∂θ sin θ ∂θ
#
1 ∂ 2 vθ 2 ∂vr 2 cotg θ ∂vϕ
+ 2 2 + 2 − 2 ,
r sin θ ∂ϕ2 r ∂θ r sin θ ∂ϕ
∂vϕ ∂vϕ vθ ∂vϕ vϕ ∂vϕ vϕ vr + vϕ vθ cotg θ 1 ∂p
=−
+ vr + + +
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r ρ ∗ ∂z
"
1 ∂ ∂vϕ 1 ∂ 1 ∂
r2
+ν 2 + 2 (vϕ sin θ)
r ∂r ∂r r ∂θ sin θ ∂θ
#
1 ∂ 2 vϕ 2 ∂vr 2 cotg θ ∂vθ
+ 2 2 + 2 + 2 ,
r sin θ ∂ϕ2 r sin θ ∂ϕ r sin θ ∂ϕ
1 ∂ 2 1 ∂ 1 ∂vϕ
(r vr ) + (sin θvθ ) + = 0.
r2 ∂r
r sin θ ∂θ r sin θ ∂ϕ
Coordinate cilindriche
∂ur 1 1 ∂ur ∂uθ uθ 1 ∂ur ∂uz
∂r + − +
2 r ∂θ ∂r r 2 ∂z ∂r
1 ∂uθ 1 ∂uθ 1 ∂uz
E = (•)
+ ur +
r ∂θ 2 ∂z r ∂θ
∂uz
(•) (•)
∂z
dove (•) indica l’elemento simmetrico.
APPENDICE A. FORMULE UTILI 376
Coordinate sferiche
∂ur 1 1 ∂ur ∂uθ uθ 1 1 ∂ur ∂uϕ uϕ
∂r + − + −
2 r ∂θ ∂r r 2 r sin θ ∂ϕ ∂r r
1 ∂uθ 1 1 ∂uθ ∂uϕ
E= (•) + ur + − uϕ cotg θ
r ∂θ 2r sin θ ∂ϕ ∂θ
1 ∂uϕ
(•) (•) + ur sin θ + uθ cos θ
r sin θ ∂ϕ
∂ 2 ur
∂Trr 1 ∂Trθ 1 ∂Trϕ 1
ρ 2 = + + + (2Trr − Tθθ − Tϕϕ + Trθ cotg θ) ,
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
2
∂ uθ ∂Trθ 1 ∂Tθθ 1 ∂Tθϕ 1
ρ 2 = + + + [(Tθθ − Tϕϕ )cotg θ + 3Trθ ] ,
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
∂2u ∂Trϕ 1 ∂Tθϕ 1 ∂Tϕϕ 1
ρ 2ϕ =
+ + + (2Tθϕ cotg θ + 3Trϕ ) ,
∂t ∂r r ∂θ r sin θ ∂ϕ r
Coordinate sferiche
∂Θ ∂Θ vθ ∂Θ vϕ ∂Θ
ρCv + vr + +
∂t ∂r r ∂θ sin θ ∂ϕ
" #
∂2Θ
1 ∂ 2 ∂Θ 1 ∂ ∂Θ 1
=K 2 r + 2 sin θ + 2 2
r ∂r ∂r r sin θ ∂θ ∂θ r sin θ ∂ϕ2
" 2 2
∂vr 1 ∂vθ
+ 2µ + 2 + vr
∂r r ∂θ
2 #
1 ∂vϕ vr cotg θ
+ + + vθ
r sin θ ∂ϕ r r
( 2 2
1 ∂vr ∂ vθ 1 ∂vr ∂ vϕ
+µ +r + +r
r ∂θ ∂r r r sin θ ∂ϕ ∂r r
)
2
1 ∂vθ sin θ ∂ vϕ
+ +
r sin θ ∂ϕ r ∂θ sin θ
378
APPENDICE B. DEFINIZIONI PIÙ IMPORTANTI 379
Appendice B
Stiramenti principali sono gli autovalori del tensore destro di stiramen- (8)
to U. Gli autovettori rappresentano le direzioni
principali di stiramento.
con x± ∈ Bt± .
Continuo semplice è un continuo per cui le azioni delle forze di con- (142)
tatto su un elemento dΣ sono equivalenti al solo
vettore tdΣ.
Continuo polare è un continuo per cui le azioni delle forze di con- (142)
tatto su un elemento dΣ sono equivalenti ad un
risultante tdΣ più un momento mdΣ.
dQ R R dK0
Equazioni di bilancio di (Vt ) = Vt b dV + ∂Vt t dΣ (Vt ) = (143)
dt dt
Eulero R R
(x − x0 ) × b dV + ∂Vt (x − x0 ) × t dΣ.
Vt
Z
Potenza delle forze di volu- è Πb (Vt ) = b · v dV . (153)
me Vt
Z
Potenza delle forze di con- è Πc (Vt ) = t · v dΣ. (153)
tatto ∂Vt
Z
Potenza degli sforzi interni è Πd (Vt ) = − T : D dV . (153)
Vt
Ciclo meccanico chiuso è una storia di deformazione che abbia la stessa F (??)
e la stessa Ḟ all’inizio ed alla fine del ciclo, ossia
F(t0 ) = F(t1 ) e Ḟ(t0 ) = Ḟ(t1 ).
Solido elastico è un continuo tale che T(x) = TB∗ (X, FB∗ ). (188)
Solido iperelastico è un continuo per cui esiste σ(F) detta ener- (193)
gia specifica di deformazione tale che T(F) =
ρ ∂σ T
∂F F .
Solido elastico isotropo è un continuo elastico C per cui esiste una configu- (185)
razione B∗ , detta naturale o indistorta, tale che
GB∗ = Orth (3) .
Solido elastico anisotropo è un continuo elastico C per cui esiste una configu- (185)
razione B∗ , detta naturale o indistorta, tale che
GB∗ ⊂ Orth (3), con GB∗ 6= Orth (3).
µ
Solido neo-Hookeano in- W = ρ∗ σ̂ = 2 (tr C − 3), T = −pI + µB. (??)
compressibile
W = ρ∗ σ̂ = µ2 J −2/3 tr C − 3 + κ
Solido neo-Hookeano com- 2 (J − 1)2 , (202)
µ
pressibile T = κ(J − 1)I + J 5/3 B − 13 IB .
Fluido elastico o perfetto è un continuo che per ogni configurazione di rife- (234)
rimento ha il gruppo unimodulare come gruppo di
simmetria (G ◦ = Unimnim ).
B∗
APPENDICE B. DEFINIZIONI PIÙ IMPORTANTI 384
−∇p + µ∇2 v = 0
ρV L
Numero di Reynolds R= µ . (255)
Da (·) ∂(·)
Derivata convettiva Dt = ∂t + v · ∇(·) + (·)W − W(·) + a[(·)D + (333)
D(·)].
D+ (·) d(·)
Derivata sovraconvettiva Dt = dt − ∇v(·) − (·)∇vT . (333)
D− (·) d(·)
Derivata sottoconvettiva Dt = dt + ∇vT (·) + (·)∇v. (333)
D0 (·) ∂(·)
Derivata corotazionale o di Dt = ∂t + v · ∇(·) + (·)W − W(·). (333)
Jaumann
λ DDt + T = 2µ Λ DDt
aT
aD
Fluidi di Oldroyd +D . (338)
dΣ = JF−T dΣ∗ ,
dV = J dV∗ .
F = RU = VR ,
R = FU−1 = V−1 F.
387
APPENDICE C. TEOREMI PIÙ IMPORTANTI 388
ELL ≈ δeL − 1 ,
laddove le sue componenti miste coincidono con la metà degli angoli di scorrimento
degli assi coordinati
γLM ≈ 2ELM , L 6= M .
Lemma C.7. In una deformazione infinitesima si ha
U ≈ I + E,
R ≈ I + W.
Inoltre
F dX = RU dX = dX + E dX + Φ × dX ,
essendo
1 ijl
Φi := ε Wjl .
2
∇ · f (x0 )
Z
1
ϕ(x) := dV ,
4π V |x − x0 |
APPENDICE C. TEOREMI PIÙ IMPORTANTI 389
e
∇ × f (x0 )
Z
1
g(x) := dV .
4π V |x − x0 |
Viceversa, se f non è noto, mentre sono noti ϕ =: ∇ · f e g =: ∇ × f , allora f è
completamente determinato da
∇ ϕ(x0 ) ∇ × g(x0 )
Z Z
1 1
f (x) = − 0
dV + dV .
4π V |x − x | 4π V |x − x0 |
Teorema C.4. Sussistono le identità
Ḟ = ∇v · F ,
J˙ = J∇ · v ,
−1
d(F )
= −F−1 ∇v ,
dt
d(JF−1 )
= JF−1 (∇ · vI − ∇v) .
dt
Teorema C.5. - (Derivata di integrali su curve, superfici e volumi materiali).
Se γt , St e Vt sono rispettivamente una curva, una superficie ed un volume
materiali regolari, v(x, t) un campo vettoriale e ψ(x, t) un campo scalare, entrambi
di classe C 1 , si ha
Z Z
d
f · dx = (ḟ + f · ∇v) · dx ,
dt γt γt
Z Z Z
d ∂f
f ·dΣ = (ḟ +f ∇·v−∇v f )·dΣ = + ∇ × (f × v) + v∇ · f ·dΣ ,
dt St St St ∂t
Z Z Z
d ∂ψ
ψ dV = (ψ̇ + ψ∇ · v) dV = + ∇ · (ψv) dV .
dt Vt Vt Vt ∂t
Teorema C.6. - (Primo criterio di Helmholtz-Zorawski).
Condizione necessaria e sufficiente affinché le curve integrali del campo w(x, t)
siano linee materiali, è che risulti
∂w
w× + ∇ × (w × v) + v∇ · w = 0 , ∀t ∈ [0, t1 ] .
∂t
Teorema C.7. - (Secondo criterio di Helmholtz-Zorawski).
Condizione necessaria e sufficiente affinché il flusso del campo vettoriale w(x, t)
sia costante attraverso la superficie materiale σt , è che si abbia
∂w
+ ∇ × (w × v) + v∇ · w = 0 ∀t ∈ [0, t1 ] .
∂t
Lemma C.8.
∂v 1
a= + (∇ × v) × v + ∇v 2 .
∂t 2
APPENDICE C. TEOREMI PIÙ IMPORTANTI 390
d
[[Ψ]] = [[∇Ψ]] · t ,
ds
dove t è il versore tangente ad una qualunque curva γ sulla superficie singolare S.
S∗ (t) ⊂ B∗
allora vale
Z Z I
d ∂Φ
Φ · dΣ = + ∇ × (Φ × v) + v∇ · Φ · dΣ + Φ × (vΣ − v) · dx .
dt St St ∂t ∂St
Teorema C.22. L’equazione del bilancio integrale (di volume), nella forma
Z Z Z
d
ρϕ dV = − Φ · dΣ + R dV , ∀Vt ⊂ Bt
dt Vt ∂Vt Vt
ρϕ̇ = −∇ · [Φ] + R , ∀x ∈ Bt − St ,
T ∈ T 2 Bt ,
che soddisfa
t = Tn .
C.6 Solidi
Teorema C.27. - (Bilancio dell’energia per materiali iperelastici).
Ciascun processo dinamico di un corpo iperelastico soddisfa l’equazione di
bilancio
Z Z Z
d 1 2
ρ σ+ v dV = v · TndΣ + ρb · v dV ,
dt Vt 2 ∂Vt Vt
C.7 Fluidi
Teorema C.34. - (Equazione costitutiva per fluidi perfetti).
Un continuo elastico C è un fluido perfetto se e solo se
T = T̂(ρ, D) = −pI + k1 D + k2 D2 ,
v2
H≡ + P(p) − U.
2
Inoltre, se il moto è irrotazionale, allora H = cost in tutta la regione di moto ad
ogni istante.
Teorema C.39. Se B è semplicemente linearmente connesso, il problema misto
(7.21) relativo ad un fluido incompressibile, ammette una soluzione se e solo se le
forze di massa derivano da un potenziale U (x) e ∂Bf è una superficie equipoten-
ziale di U . Inoltre, la soluzione se esiste è unica.
Teorema C.40. - (Onde in un fluido perfetto).
In un fluido perfetto compressibile sono possibili, in ogni direzione, soltanto
onde longitudinali con velocità
p
wn = ± p0 (ρ)
C.8 Viscoelasticità
Teorema C.41. - (Oggettività per materiali viscoelastici).
+∞ +∞
T = Ts=0 [F(X, t − s)] è oggettiva ⇐⇒ T = RTs=0 [U(t−s)]RT .