Christian Federico Serrapede
Pascal
Blaise Pascal è un filosofo che può essere definito dell’equilibrio, in una linea che
richiama Michel de Montaigne, perché tutta la sua riflessione si fonda sull’idea che la
realtà, e in particolare l’uomo, sia caratterizzata da tensioni opposte che non possono essere
eliminate, ma solo mantenute in equilibrio. Come Montaigne, infatti, non cerca verità
assolute, ma riflette sull’uomo nella sua concretezza, nei suoi limiti e nelle sue fragilità. Per
questo è anche un vero e proprio “filosofo antropologo”: al centro della sua filosofia non
c’è il mondo in sé, ma la condizione umana.
Pascal è un filosofo con un orientamento pessimistico, ma non ascetico. Egli riflette
sulla condizione dell'individuo, sostenendo che l’uomo è un essere infinitamente
piccolo in un universo infinitamente grande, riprendendo e rielaborando una visione
già presente in Giordano Bruno. Pascal radicalizza questa prospettiva, sottolineando il
senso di smarrimento e sproporzione che l’uomo prova di fronte all’infinito.
Da qui nasce il celebre paradosso pascaliano: l’uomo è insieme grandezza e miseria. È
misero perché fragile, limitato, soggetto all’errore e al peccato; ma è anche grande,
perché è consapevole di questa sua condizione. Pascal lo definisce infatti un “giunco
che pensa”: il giunco è una pianta molto fragile, sottile, facilmente piegabile dal vento:
Pascal sceglie proprio questa immagine per rappresentare la debolezza dell’essere
umano. L’uomo, infatti, è esposto alla malattia, alla morte, agli eventi naturali: basta poco
per distruggerlo. Ma Pascal aggiunge un elemento fondamentale: il giunco pensa. Ed è qui
che emerge la grandezza dell’uomo. Anche se è fisicamente fragile, l’uomo è superiore a
tutto l’universo perché è consapevole della propria condizione. Sa di essere piccolo, sa di
dover morire, sa di essere limitato. In questo si può cogliere anche un richiamo al “conosci
te stesso” di Socrate: la dignità dell’uomo sta nella consapevolezza.
La vita umana è segnata da un desiderio profondo di felicità che però non viene
mai pienamente soddisfatto. L’uomo è quindi strutturalmente frustrato: cerca
qualcosa di infinito, ma vive in una condizione finita. Questo tema trova un interessante
confronto con Arthur Schopenhauer. Per Pascal, l’uomo è frustrato ma spesso non vuole
ammetterlo; per Schopenhauer, invece, l’uomo è consapevole di essere dominato da una
volontà cieca che lo condanna a una sofferenza continua, e quindi è profondamente
disperato. La volontà, per Schopenhauer è una forza cieca, irrazionale, infinita, che
spinge ogni essere vivente a desiderare, a volere, a cercare continuamente qualcosa. Da qui
nasce la disperazione umana.
Pascal osserva inoltre che l’uomo tende a non affrontare direttamente le difficoltà, ma a
evitarle o aggirarle. Egli, invece, sostiene che sia necessario affrontarle subito, con lucidità,
per non cadere nell’illusione.
Questa condizione di instabilità si riflette anche sul piano religioso. Influenzato dal
giansenismo, Pascal vede la vita umana come un continuo oscillare tra due poli: il peccato
originale (Adamo) e la redenzione (Gesù Cristo). L’uomo è quindi sospeso tra colpa e
possibilità di salvezza.
Per questo Schopenhauer afferma che l’essere umano è destinato a provare dolore oppure
ad annoiarsi. La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra
dolore e noia, passando solo fugacemente per il piacere.
L’essere umano:
● desidera continuamente qualcosa (felicità, amore, successo),
● ma quando ottiene ciò che vuole, il desiderio si spegne solo
temporaneamente,
● e subito ne nasce un altro.
Questo meccanismo produce un ciclo infinito:
● desiderio → mancanza → sofferenza
● soddisfazione momentanea → noia → nuovo desiderio
Secondo il filosofo danese Kierkegaard, ‘’esistere’’ significa ‘’scegliere’’ e ogni volta
che scegliamo qualcosa stiamo rinunciando a qualcos'altro . Ogni giorno scegliamo
costantemente dalle cose più piccole alle quelle più grandi. Se possiamo scegliere, significa
che siamo liberi e che abbiamo davanti infinite possibilità. Questo genera angoscia, perché
noi proviamo paura solo quando conosciamo bene l’oggetto da temere. L’angoscia, invece, è
la paura dell’ignoto. Kierkegaard aggiunge un elemento decisivo: la responsabilità
individuale. L’uomo non può evitare la scelta, quindi deve assumersi il rischio di vivere,
accettando anche il rimpianto e l’incertezza.
● Pascal: l’uomo è fragile e deve scegliere di credere (scommessa);
● Schopenhauer: l’uomo è disperato perché vuole sempre;
● Kierkegaard: l’uomo è angosciato perché deve sempre scegliere, e ogni scelta
porta con sé il rimpianto.
Di fronte alla propria fragilità e al vuoto interiore, l’uomo mette in atto
strategie di fuga. Pascal individua due meccanismi fondamentali:
● il divertissement (divertimento, distrazione). Il divertissement consiste nel
riempire il tempo con attività superficiali per non pensare alla propria condizione
● l’amor proprio (orgoglio). L’amor proprio è una forma di autoinganno: l’uomo,
invece di accettare la propria fragilità e piccolezza, costruisce un’immagine falsa di
sé. Si convince di essere importante, forte, sicuro, ma in realtà sta solo evitando di
guardare in faccia la propria miseria. È quindi una strategia psicologica per difendersi
dal disagio interiore. Questo concetto può essere collegato alla riflessione di Luigi
Pirandello, secondo cui l’individuo indossa delle “maschere” sociali per
nascondere la propria identità autentica.
Sul piano della conoscenza, Pascal critica il razionalismo puro. In opposizione a
Cartesio, che fonda la verità esclusivamente sulla ragione, Pascal afferma che l’uomo non
è soltanto logos, ma anche sentimento e distingue due forme di conoscenza:
● lo spirito geometrico (razionale, matematico, dimostrativo)
● lo spirito di finezza, che prevale (intuitivo, legato al cuore e al sentimento).
Secondo Pascal, la ragione è importante, ma non basta: esistono verità che si colgono
solo attraverso il “cuore”. Da qui la celebre idea che “il cuore ha ragioni che la ragione
non conosce”. L’uomo non può conoscere tutto. La conoscenza umana è limitata,
proprio perché anche l’essere umano è limitato. Non bisogna cercare la verità assoluta, ma
essere sempre curiosi e pronti a metterci in discussione.
In questo contesto, immaginazione e pregiudizi rappresentano ostacoli alla conoscenza:
● l’immaginazione crea illusioni e ci allontana dalla realtà
● i pregiudizi ci portano a usare la ragione in modo superficiale. Questo tema può
essere collegato al “velo di Maya” di Schopenhauer, che indica l’insieme delle
illusioni e delle apparenze che ricoprono la realtà: noi non percepiamo il mondo
com’è davvero (cioè come volontà), ma solo come rappresentazione, cioè come
fenomeno filtrato dalla nostra mente.
Il punto culminante della riflessione pascaliana è la scommessa su Dio. Poiché non è
possibile dimostrare con certezza l’esistenza di Dio, l’uomo si trova di fronte a una scelta
inevitabile: credere o non credere. Pascal sostiene che conviene scommettere su Dio,
perché si tratta della scelta più razionale in termini di conseguenze: se Dio esiste, si ottiene la
salvezza; se non esiste, non si perde nulla di essenziale. Puoi perdere qualcosa di
piccolo e di materiale per un guadagno superiore, la salvezza. Tuttavia, questa
rimane una scommessa, non una certezza.
Qui emerge una differenza decisiva con Cartesio: mentre il Dio cartesiano è garantito
dalla ragione ed è una certezza metafisica, il Dio di Pascal è oggetto di fede e di
scelta. La fede, quindi, non sostituisce la ragione, ma la completa: la ragione mostra
i limiti dell’uomo, mentre la fede offre una direzione.
Scommettere su Dio significa anche scegliere uno stile di vita morale: vivere in
modo corretto, equilibrato e autentico, pur nella consapevolezza della propria
fragilità. Tuttavia, rimane sempre il dubbio: l’uomo non sa se sarà salvato, e vive
tutta la vita in questa incertezza.