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SOCRATE

(Σωκράτης Sōkrátēs)
Vita
□ Nacque nel 470 / 469
a.c. da Sofronisco,
scultore , e
Fenarete,ostetrica.

□ Le sue vicende
biografiche si
intrecciano con la
storia ateniese.
Socrate e Atene
o 432 spedizione contro Potidea
o 424 combatté a Delio a fianco di Lachete
o 421 combattè ad Anfipoli.
o 406 fece parte dei pritani.

si oppose alla proposta di processare


tutti i generali vincitori nello scontro
delle Arginuse
Il Processo a Socrate
403

democrazia
restaurata

amnistia

Socrate figura
scomoda
o 399 fu presentato da Meleto un atto di
accusa contro Socrate

L’ATTO DI ACCUSA E’ IL SEGUENTE:

" Socrate è colpevole di essersi rifiutato di


riconoscere gli dei della città e di avere
introdotto altre nuove divinità. Inoltre è
colpevole di avere corrotto i giovani. Si
richiede la pena di morte "
I giudici votarono per la condanna a morte (399) la
quale fu eseguita in carcere mediante la
somministrazione di cicuta.

il significato della morte genere letterario


di Socrate

"logoi Socratici" "apologie”

(= discorsi di difesa)
Apologia di Socrate
L’Apologia di Socrate, dedicatagli da Platone,
espone la sua appassionata autodifesa al processo.
Pur potendo salvarsi dalla condanna richiesta (la
pena di morte) dichiarandosi colpevole, rimase
coerente fino alla fine con le proprie istanze
etiche e non rinunciò alla sua idea del bene.
Il problema delle fonti
Perché Socrate non scrisse nulla?
□ La presunzione di sapienza della parola
scritta è un ostacolo alla ricerca della verità
□ La parola scritta rappresenta l’apparenza
della verità (Il mito di Theut e Thamos del
Fedro)

o Per il filosofo la verità non si possiede se non


nella forma di doverla ancora cercare
“Tu offri ai discendenti l’apparenza,non la
verità della sapienza perchè quand’essi,
mercè tua, avranno letto tante cose senza
nessun insegnamento, si crederanno in
possesso di molte cognizioni, pur essendo
fondamentalmente rimaste ignoranti, e
saranno insopportabili perché avranno non
la sapienza ma la presunzione della
sapienza.”
(dal “Fedro”, Platone)
PLATONE

LE FONTI

Aristofane Socratici minori

Aristotele Policrate
Senofonte
Interpretazione di Platone
□ Idealizza Socrate e
lo fa portavoce
delle sue dottrine.
Risulta difficile
capire che cosa sia
di Socrate e cosa
costituisca
ripensamenti e
rielaborazioni di
Platone.
Interpretazione di Aristofane
□ Immagine fortemente
negativa di Socrate
(Aristofane era stato
uno dei primi
accusatori di Socrate)
.
□ L’immagine di socrta
nelle Nuvole è quella
del filosofo da
pensatoio distaccato
dalla realtà
Interpretazione di Policrate

□ Critica Socrate per avere


disprezzato le procedure
della democrazia.
□ Gli rinfaccia di aver
corrotto i giovani e aver
insegnato credenze
contrarie allo Stato
Interpretazione di Aristotele
□ La sua testimonianza
di Socrate come
inventore del
“concetto” e dei
ragionamenti induttivi
è importante.
□ La sua interpretazione
ha dei limiti in quanto
è viziata da presuppoti
filosofici.
Interpretazione di Senofonte
e dei Socratici minori
□ SENOFONTE: presenta
un Socrate in dimensioni
ridotte con tratti che a
volte sconfinano
addirittura nel banale
□ SOCRATICI MINORI:
estremizzano qualche
aspetto specifico del
pensiero di Socrate
LA FILOSOFIA DI
SOCRATE

PROBLEMA ANTROPOLOGICO E DIALOGO

NON-SAPERE MAIEUTICA
IRONIA
PROBLEMA ANTROPOLOGICO
Socrate inizialmente si dedicò al problema
cosmologico, tuttavia, deluso dalle indagini
naturalistiche , si occupò del problema
ANTROPOLOGICO.
Cominciò ad intendere la filosofia come ricerca di se
stesso rintracciando il significato profondo del suo
essere uomo . Che cos’è l’uomo?

Infatti il suo motto era:

“CONOSCI TE
STESSO”
L’iscrizione del tempio di
Apollo a Delfi (gnóthi sautón)
● Apollo invitava l’uomo a riconoscere la propria limitatezza
e finitudine. Il significato dell’epigrafe allora è:
● “Uomo ricordati che sei un mortale e che, come tale, tu ti
avvicini al dio immortale”
● Socrate e l’epigrafe delfica: “Io non sono ancora in grado di
conoscere me stesso, come prescrive l’iscrizione di Delfi; e
perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo ancora questo,
indagare cose che mi sono estranee” (Fedro, 229E)
Il dio di Socrate e la missione filosofica
“Qui forse uno potrebbe dirmi: ma silenzioso e quieto, o
Socrate, non sarai capace di vivere dopo uscito da Atene?
Ecco la cosa più difficile di tutte a persuaderne alcuni di voi.
Perché se io vi dico che questo significa disobbedire al dio, e
perciò non è possibile io viva quieto, voi non mi credete e
dite che io parlo per ironia, se poi dico che proprio questo è
per l’uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù
e degli argomenti sui quali m’avete udito disputare e far
ricerche su me stesso e gli altri, e che una vita che non
faccia di cotali ricerche non è degna d’essere vissuta: s’io vi
dico questo, mi credete anche meno”.
(Apologia , Platone)
Conosci te stesso: qual è l’essenza dell’uomo? Cosa
significa prendersi cura di sé? (Platone, Alcibiade I)
● SOCR. Cosa significa ‘prendersi [128a] cura di sé?, perché c’è da
temere che spesso ci illudiamo di prenderci cura mentre, per quanto
lo si creda, non ne facciamo proprio niente. E quand’è che un uomo
ci si mette? E’ quando uno si prende cura delle sue cose, che egli ha
cura di se stesso? ALC. Mi sembra di sì. SOCR. Vediamo! Quand’è
che un uomo si dà pensiero dei suoi piedi? Forse quando si dà
pensiero di ciò che attiene ai suoi piedi? ALC. Non capisco. SOCR.
Non dai nome a qualcosa che appartiene alla mano? Prendi un
anello: potresti dire che si adatta ad un’altra parte del corpo umano
che non sia il dito? ALC. No, davvero. SOCR. Così anche la
calzatura appartiene al piede nello stesso modo? ALC. Sì. < SOCR.
E vesti e coperte appartengono analogamente all’intero corpo? ALC.
Sì. SOCR. Ora, è [b] quando ci diamo pensiero per le scarpe che ci
prendiamo cura dei nostri piedi? ALC. Non capisco bene, Socrate.
SOCR. Ma come, Alcibiade? Ha per te un qualche senso ‘prendersi
cura’ in modo giusto di una qualunque cosa? ALC. Per me sì.
La cura di sé non è la cura delle proprie cose
● SOCR. Ed è quando si fa una cosa migliore che tu la chiami una giusta cura? ALC.
Sì. SOCR. Quale arte migliora la fattura delle scarpe? ALC. Quella del calzolaio.
SOCR. Così è per mezzo di codesta arte che ci prendiamo cura delle scarpe? ALC.
Sì. SOCR. [c] E con essa anche del piede? O per mezzo di quella con la quale
curiamo il miglioramento dei piedi? ALC. Con quest’ultima. SOCR. E questo
miglioramento dei piedi non lo curiamo con l’arte con cui miglioriamo l’intiero
corpo? ALC. Mi par di sì. SOCR. E non è la ginnastica? ALC. Sicuro. SOCR. Con
la ginnastica dunque ci prendiamo cura dei piedi ma con la calzatureria di ciò che
appartiene ai piedi. ALC. Certo. SOCR. Insomma con la ginnastica ci prendiamo
cura delle mani, ma con l’oreficeria dei ninnoli che appartengono alle mani? ALC.
Sì. SOCR. Sempre con la ginnastica ci prendiamo cura del corpo, ma con la tessitura
e le altre arti ci prendiamo cura delle cose che [d] attengono al corpo? ALC.
Assolutamente! SOCR. Ma allora l’arte con la quale ci prendiamo cura di un oggetto
qualunque è diversa da quella con cui ci prendiamo cura delle cose che
appartengono a quell’oggetto. ALC. Evidentemente. SOCR. Non è dunque quando
ci si prende cura delle proprie cose, che si è solleciti di se stessi. ALC. Proprio no.
SOCR. Perché, a quanto risulta, non è la stessa arte con cui ci si prende cura di sé e
delle proprie cose. ALC. No, certo!
Chi siamo noi? Che cos’è l’uomo?
● SOCR. Di’ sù, allora: con quale arte potremo prenderci
cura di noi stessi? ALC. Non lo so. SOCR. Ora, fino qui,
almeno, siamo d’accordo, che non è quella con [e] la
quale potremo rendere migliore qualsiasi oggetto che ci
appartenga, ma quella che renda tali noi stessi. ALC.
Verissimo. SOCR. Ora, avremmo mai conosciuto qual è
l’arte che migliora la qualità delle calzature, se non
conoscessimo la scarpa? ALC. Impossibile. SOCR. E
neppure, perciò, quale è l’arte che migliora la fattura
degli anelli se non conoscessimo l’anello. ALC. Vero.
SOCR. Facciamo un altro passo. Potremmo forse
conoscere qual è l’arte che migliora l’uomo stesso se non
sapessimo chi [129a] siamo noi stessi? ALC. Impossibile.
L’epigrafe del tempio di
Apollo: conosci te stesso
● SOCR. E può mai darsi che sia una bazzecola conoscere se stessi e
che fosse uno sciocco chi iscrisse quelle parole nel tempio di Pito o è
invece una cosa difficile e non da tutti? ALC. Talvolta, Socrate, mi è
sembrato cosa da tutti, talvolta invece compito estremamente difficile.
SOCR. Beh! Alcibiade, può essere facile o no, ma per noi il problema
si pone così: se conosceremo noi stessi, conosceremo forse la cura che
dobbiamo prenderci di noi, se no, non la conosceremo mai. ALC. E’
così. SOCR. Di’ dunque: in qual [b] modo si potrebbe scoprire in che
consiste il "se stesso"? Perché di conseguenza potremmo forse
scoprire cosa siamo noi, ma rimanendo all’oscuro della prima cosa
sicuramente sarà impossibile scoprire la seconda. ALC. Hai ragione.
SOCR. Alt! Per Giove. Con chi parli adesso? Con me? ALC. Sì.
SOCR. Così anch’io con te? ALC. Sì. SOCR. Allora è Socrate quello
che parla? ALC. Esatto. SOCR. E Alcibiade è quello che ascolta?
ALC. Sì. [c]
Il parlare e il servirsi di parole
non sono la stessa cosa
● SOCR. E Socrate non si serve di parole per parlare? ALC. Certo! SOCR. Il
parlare e il servirsi della parole è per te la stessa cosa? ALC. Si capisce. SOCR.
Ma chi si serve d’una cosa e la cosa di cui ci si serve sono differenti? ALC. Come
dici? SOCR. Per esempio, il calzolaio taglia certo con il trincetto, con la lesina ed
altri arnesi. ALC. Sì. SOCR. Dunque altro è colui che taglia ed usa quegli
strumenti, ed altro è ciò di cui egli si serve per tagliare. ALC. Senza dubbio.
SOCR. Nello stesso modo lo strumento che usa il suonatore di cetra per suonare
sarà altra cosa dal suonatore stesso. ALC. Sì. SOCR. Ecco: questo è ciò [d] che ti
chiedevo prima: se chi usa uno strumento e lo strumento ti sembrano sempre
diversi. ALC. Mi sembra di sì. SOCR. E che diremo del calzolaio? Che taglia
solo con arnesi o anche con le mani? ALC. Anche con le mani. SOCR. Perché si
serve anche di queste? ALC. Sì. SOCR. E non si serve anche degli occhi quando
taglia il cuoio? ALC. Sì. SOCR. Siamo d’accordo che chi usa uno strumento è
altra cosa dallo strumento? ALC. Sì. SOCR. Allora il calzolaio e il suonatore
sono altra cosa dalle [e] mani e dagli occhi con cui essi lavorano? ALC.
Evidentemente.
L’uomo è il suo corpo?
● . SOCR. E finalmente l’uomo non si serve di tutto il corpo?
ALC. Sì. SOCR. S’era detto che chi si serve d’uno
strumento e lo strumento sono diversi? ALC. Sì. SOCR.
Allora l’uomo è altra cosa del suo corpo? ALC. Credo.
SOCR. Cos’è dunque l’uomo? ALC. Non lo so. SOCR. Però
tu sai almeno che è qualcosa che si serve del corpo. ALC.
Sì. SOCR. Che altro mai si serve di questo [130a] se non
l’anima? ALC. Niente altro. SOCR. E non è comandando
che se ne serve? ALC. Sì. SOCR. Qui c’è una cosa da cui
nessuno può dissentire. ALC. Quale? SOCR. Che l’uomo
sia una almeno delle tre cose. ALC. Quali? SOCR. O anima,
o corpo o ambedue insieme, come un tutto unico. ALC.
Senza dubbio.
L’uomo non è il suo corpo
● SOCR. Ma non ci siamo già trovati d’accordo che l’uomo
è proprio [b] ciò che comanda il corpo? ALC. D’accordo.
SOCR. Forse può il corpo stesso comandare se stesso?
ALC. In nessun modo. SOCR. Perché già abbiamo detto
che lui stesso è governato. ALC. Sì. SOCR. Non potrebbe
proprio essere ciò che cerchiamo. ALC. No, non sembra.
SOCR. O è quel tutto unito che governa il corpo, ed è
proprio questo l’uomo? ALC. Forse è così. SOCR. Ma è la
cosa più impossibile del mondo! Se una delle due parti,
infatti, non partecipa al governo non c’è alcun modo che
comandino le due parti insieme. ALC. Giusto. SOCR. [c] E
poiché né il corpo, né il corpo e l’anima insieme sono
l’uomo, rimane da concludere, penso, che l’uomo o non sia
nulla o, se è qualcosa, non sia altro che anima.
L’essenza dell’uomo è la sua anima, la
sua capacità di intendere e di volere
● ALC. Appunto! SOCR. C’è bisogno di dimostrartelo ancor più
chiaramente che l’anima è l’uomo? ALC. No, per Giove! Mi sembra
dimostrato abbastanza. SOCR. Anche se questa prova non è proprio
rigorosa, ma solo sufficiente, ci basta. Perché verremo a una
conoscenza rigorosa quando avremo scoperto ciò che adesso
abbiamo lasciato da parte data la [d] lunga ricerca che comportava.
ALC. Che cos’è? SOCR. E’ ciò che si diceva poco fa, che per prima
cosa si deve cercare cos’è il se stesso, mentre in luogo del se stesso
abbiamo esaminato che cosa è in sé ogni singolo individuo. E forse
sarà sufficiente, perché forse non c’è niente più importante di noi
stessi, potremmo dire, che l’anima. ALC. No certo. SOCR. Quindi,
va benissimo ritenere che quando io e te ci intratteniamo, servendoci
di parole, è l’anima che comu-[e] nica con l’anima? ALC.
Perfettamente. SOCR. Bene, ciò è proprio quello che dicevamo poco
fa, che Socrate conversa con Alcibiade servendosi di parole, ma non
indirizzate, come appare, al suo volto, bensì ad Alcibiade stesso. E
questo è l’anima. ALC. Lo credo anch’io.
La saggezza è la conoscenza di se stessi
● . SOCR. Quindi colui che ammonisce di conoscere se stesso, ci
ordina di conoscere la nostra anima. ALC. [131a] Così pare.
SOCR. E quindi colui che conosce un po’ di ciò che appartiene al
corpo ha conoscenza di ciò che appartiene a se stesso, ma non
conoscenza di se stesso. ALC. E’ Così. SOCR. Quindi nessun
medico e nessun maestro di ginnastica in quanto tali conoscono se
stessi. ALC. Par di no. SOCR. E ci passa un bel po’ che i contadini
e tutti quelli che praticano un mestiere conoscano se stessi. Perché
essi, a quanto pare, non conoscono neppure ciò che attiene a loro
stessi, ma soltanto ciò che è ancora più remoto da ciò che attiene a
loro stessi, secondo le arti che rispettiva-[b] mente professano;
perché conoscono le arti attinenti al corpo, dalle quali il corpo è
servito. ALC. E’ vero. SOCR. Se dunque la saggezza consiste nel
conoscere se stessi nessuno di costoro è saggio per quanto sta
all’arte sua. ALC. No, non mi sembra.
La cura di se stessi è la cura della propria anima
● SOCR. Per questo, ecco, tali arti passano per assai vili, come
cognizioni indegne di un uomo nobile. ALC. Sicuro. SOCR. Così,
ancora una volta, chi si prende cura del proprio corpo cura ciò che
appartiene a se stesso, ma non cura se stesso. ALC. Quasi
inevitabilmente. SOCR. Chi poi si prende cura dei denari non
s’adopera intorno a se [c] stesso, né a ciò che attiene a se stesso, ma a
cose ancor più remote da quelle che attengono a se stesso. ALC. Lo
credo anch’io. SOCR. L’affarista quindi non fa dunque più i suoi
interessi! ALC. Giusto! SOCR. E se qualcuno è innamorato del corpo
di Alcibiade vuol dire che non è innamorato di Alcibiade, ma di
qualcosa che appartiene ad Alcibiade. ALC. E’ vero. SOCR. Ma chi è
innamorato della tua anima, t’ama. ALC. E’ così per forza da quello
che s’è detto. SOCR. Colui poi che ama il tuo corpo, quando questo
cessa il suo fiorire, si ritirerà e se ne andrà? ALC. Evidentemente.
SOCR. Ma chi invece ama la tua [d] anima non se ne andrà fintanto
ch’essa si muova per la via del meglio? ALC. E’ naturale.
Il vero significato del motto
delfico
● SOCR. In qual modo potremmo conoscere il più
chiaramente possibile la nostra anima? Giacché,
con questa conoscenza, potremo evidentemente
conoscere noi stessi. Per gli dèi! Comprendiamo
bene quel giusto consiglio dell’iscrizione delfica
ricordata ora? ALC. Con quale intenzione lo dici,
[d] o Socrate? SOCR. Ti dirò cosa sospetto che
questa iscrizione ci voglia realmente consigliare.
Perché si dà il caso che ad intenderla non vi siano
molti esempi di confronto, tranne quello solo della
vista. ALC. Cosa vuoi dire con questo?
La conoscenza di sé e l’occhio dell’altro
● SOCR. Rifletti anche tu. Se l’iscrizione consigliasse l’occhio, come
consiglia l’uomo, dicendo: "guarda te stesso", in che modo e cosa
penseremmo che voglia consigliare? Non forse a guardare verso
qualcosa guardando la quale l’occhio fosse in grado di vedere se
stesso? ALC. Certo. SOCR. Ecco: indaghiamo quale oggetto v’è che
a [e] guardarlo possiamo vedere lui e noi stessi. ALC. E’ chiaro,
Socrate, gli specchi e oggetti simili. SOCR. Esatto. Non c’è forse
anche nell’occhio con il quale vediamo qualcosa dello stesso genere?
ALC. Certo. SOCR. Hai osser-[133a] vato poi che a guardare
qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia,
come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi
un’immagine di colui che la guarda. ALC. E’ vero. SOCR. Dunque
se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore
dell’occhio con la quale anche vede, vedrà se stesso. ALC.
Evidentemente
Conoscere se stessi significa dialogare
con gli altri: è un incontro di anime
● SOCR. Ma se l’occhio guarda un’altra parte del corpo
umano o degli oggetti, ad eccezione di quella che ha
simile natura, non vedrà se stesso. ALC. [b] E’ vero.
SOCR. Se allora un occhio vuol vedere se stesso, bisogna
che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova
la sua virtù visiva; e non è questa la vista? ALC. Sì.
SOCR. Ora, caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole
conoscere se stessa, dovrà fissare un’anima, e soprattutto
quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell’anima, la
sapienza, e fissare altro a cui questa parte sia simile? [c]
ALC. Credo di sì, Socrate.
Che cos’è l’anima?
● SOCR. Possiamo noi indicare nell’anima una parte più divina di
quella ove risiedono la conoscenza e il pensiero? ALC. Non
possiamo. SOCR. Questa parte dell’anima è simile al divino, e, se
la si fissa, si impara a conoscere tutto ciò che vi è di divino,
intelletto e pensiero, si ha la possibilità di conoscere se stessi nel
modo migliore. ALC. Evidentemente. [SOCR. Ma come lo
specchio è più chiaro dì quello che è nel nostro occhio, e più puro
e luminoso, così si dà il caso che anche il dio sia più puro e
luminoso della parte migliore che è nell’anima? ALC. Mi pare,
Socrate. SOCR. Quindi, mirando in dio, useremmo del più bello
specchio anche delle cose umane che tendono alla eccellenza
dell’anima, e così potremo vedere e conoscere meglio noi stessi.
ALC. Sì.] SOCR. Ma non ci siamo trovati d’accordo che il
conoscere se stessi sia saggezza? ALC. Certo.
Saggezza e virtù
● SOCR. Quindi senza conoscere noi stessi e senza essere saggi non
saremmo in grado di sapere ciò che è male e ciò che è bene per noi.
ALC. Come sarebbe mai possibile, [d] Socrate? SOCR. Perché anche
a te forse pare impossibile che senza conoscere Alcibiade si conosca
se ciò che appartiene ad Alcibiade sia in effetti di Alcibiade. ALC.
Impossibile, per Giove. SOCR. E come potremmo sapere che le cose
nostre sono nostre se non conosciamo noi stessi? ALC. Già, come?
SOCR. E se non conosciamo le nostre cose, neppure quelle che
appartengono ad esse? ALC. Pare di no. SOCR. Noi eravamo dunque
del tutto scorretti poco fa, quando ci siamo trovati d’accordo che vi
sono persone che, senza conoscere se stesse, conoscono tuttavia le
cose che loro appartengono e che altri conoscono ciò che appartiene
alle loro cose. Perché pare che sia com-[e] pito di un’arte unica e sola
discernere queste tre cose: se stessi, le proprie cose e ciò che a queste
cose appartiene. ALC. Probabilmente. SOCR. E uno che non conosca
le cose proprie analogamente non conoscerà quelle degli altri. ALC.
Non può essere diversamente.
Saggezza e felicità
● SOCR. Ma se non conosce le cose proprie od altrui non conoscerà
neppure quelle attinenti allo stato. ALC. Per forza! SOCR. Costui
quindi non potrebbe essere un uomo di stato. ALC. Certamente
no. SOCR. E neppure un amministratore d’una [134a] casa. ALC.
Certamente no. SOCR. E neppure saprà quel che fa. ALC.
D’accordo. SOCR. E chi non sa, non sbaglierà? ALC. Certo.
SOCR. Sbagliando non si troverà male tanto in pubblico che in
privato? ALC. Senza dubbio. SOCR.E chi vive male non è
infelice? ALC. Sì, molto. SOCR. E quelli per i quali agisce? ALC.
Infelici anch’essi. SOCR. Dunque non è possibile essere felici se
non si è saggi e buoni. ALC. No, non è possi-[b] bile. SOCR. Gli
uomini cattivi sono quindi infelici? ALC. Sì, molto.
● XXX. SOCR. Dunque, neppure chi diviene ricco sfugge
all’infelicità, ma solo chi diventa saggio. ALC. Evidentemente.
DIALOGO
La ricerca di se stessi passa attraverso il dialogo con gli altri.

Il dialogo presuppone il non sapere, la ricerca e l’ascolto

La filosofia di Socrate è fondata sul dialogo e l’uomo


attraverso il confronto con l’interlocutore cerca di
rispondere alla domanda ti esti, cioè di pervenire al
“concetto”, alla definizione dell’essenza dell’uomo e dei
valori morali.
Mezzi e scopi del dialogo
● IL PRESUPPOSTO: il saper di non sapere

● I MEZZI:
● 1) Ironia
● 2) brachilogia
● 3) confutazione (élenchos)

● GLI SCOPI
● - la maieutica
● - i concetti, le verità universali
IL SAPERE DI NON-SAPERE
Il vero sapiente è soltanto
colui che sa di non sapere.

Chi è al corrente Critica a chi pensa di


della propria saperla lunga
ignoranza sull’uomo.
cerca di sapere.

È UN INVITO A INDAGARE
L’oracolo di Delfi e la
“sapienza” di Socrate
Perché Socrate è più sapiente ?
Il saper di non sapere nell’
Apologia
L’IRONIA
Dal greco eironèia = dissimulazione

L’ironia socratica è il gioco


di parole o il variopinto teatro
di “finzioni” attraverso cui il
filosofo denudando le
coscienze soddisfatte delle
loro formule cristallizzate e
delle loro pseudo-certezze,
giunge a mostrare il sostanziale
non sapere in cui si trovano.
L’ironia è il metodo usato da Socrate
per svelare all’uomo la sua ignoranza e per
gettarlo nel dubbio e nella inquietudine,
impegnandolo nella ricerca.

Gioco di finzioni messe in atto per


distruggere la presunzione del sapere.

Scopo: invogliare alla ricerca del vero.


Socrate: brachilogia e
confutazione. L’esempio
dell’Eutifrone
Un esempio di dialogo
socratico: che cos’è il santo?
La prima risposta di Eutifrone
La confutazione di Socrate
La riformulazione della definizione
di Eutifrone
La nuova confutazione (elenchos)
La crisi delle presunte certezze
La seconda definizione di
Eutifrone
L’ironia di Socrate
La brachilogia di Socrate
… conduce alla confutazione, cioè
a rilevare una conrìtraddiizone
Un ragionamento circolare
Una conclusione aporetica
MAIEUTICA
Socrate non vuole comunicare dall’esterno una
propria dottrina.

La maieutica è l’arte di “far partorire” i


concetti al proprio interlocutore.
Lo scopo della maiueutica è la risposta alla
domanda ti esti.
Socrate: ostetrico delle anime
Platone Teeteto
● Ora, la mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente
assomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce
in questo, che opera sugli uomini e non sulle
donne, e provvede alle anime partorienti e non ai
corpi. E la più grande capacità mia è che io riesco
per essa, a discernere sicuramente se l’anima del
giovane partorisce menzogna e fantasma, oppure
se cosa vitale e reale.
Socrate come la levatrice è
sterile
● Poiché questo ho in comune con le levatrici,
che anche io sono sterile di sapienza; e il
biasimo che già tanti mi hanno fatto, che
interrogo sì gli altri, ma non manifesto mai
io stesso su nessuna questione il mio
pensiero, ignorante come sono, è verissimo
biasimo. E la ragione è appunto questa, che
il dio mi costringe a fare da otetrico, ma mi
vieta di generare.
Il ruolo di Socrate
● Io sono dunque in me, tutt’altro che sapiente, né
da me è venuta fuori alcuna sapiente scoperta che
sia generazione del mio animo; quelli che invece
amano stare con me, se pur da principio appaiano,
alcuni di loro, del tutto ignoranti, tutti quanti poi,
seguitando a frequentare la mia compagnia, ne
ricavano, purché il dio glielo permetta,
straordinario profitto; come vedoso essi medesimi
e gli altri.
La vera educazione è un processo in
cui il discepolo, grazie all’opera del
maestro, viene aiutato a scoprire la
verità presente in se stesso.
L’etica di Socrate
● Il capovolgimento della tavola dei valori
tradizionali sulla base del nuovo concetto di
“psyché”
● La teoria della virtù come conoscenza
● I paradossi dell’etica socratica
● I nuovi concetti di libertà e autodominio
● La prima formulazione e attuazione della
rivoluzione della non-violenza
Il capovolgimento della tavola dei valori
tradizionali sulla base del nuovo concetto di
“psyché”
I valori tradizionali: bellezza, forza, potere, onore, gloria,
ricchezza.
La posizione di Socrate: “In generale, Clinia,
probabilmente tutte le realtà che prima abbiamo detto che
sono un bene, non devono essere considerate un bene in
sé e per sé per natura, ma, a quanto pare, la questione è
così: se sono dirette dall’ignoranza, si tratta di mali tanto
peggiori dei contrari, quanto maggiori sono le capacità
messe a servizio della cattiva guida: se invece vengono
condotte da intelligenza e sapienza, si tratta di beni
maggiori, ma in sé e per sé nessuna di esse è di alcun
valore”
Quali sono i valori? Che cos’è
la virtù? L virtù è conoscenza
● “Che cosa deriva allora, per noi, da quello che
si è detto? Che nessuna, forse, delle altre
realtà è buona o cattiva, mentre, tra queste
due, la sapienza è un bene e l’ignoranza è un
male”
● Il nuovo concetto di areté (virtù) presuppone
il nuovo concetto di psyché (anima come
capacità di intendere e di volere)
I paradossi dell’etica socratica
● Se virtù=conoscenza, allora vizio=ignoranza,
quindi
● Chi fa il male lo fa appunto per ignoranza e
non già perché vuole il male sapendo che è
male
● Nessuno pecca volontariamente?
● Solo se presupponiamo di poter sottoporre
completamente la vita umana al dominio del
“logos” della ragione
Il dominio di sé (enkràteia) nella
testimonianza di Senofonte
● “In conclusione mi sembra che, secondo te, o
Socrate, chi si lascia vincere dai piaceri del corpo
non ha niente a che vedere con nessuna virtù”
● “Serto Eutidemo, disse Socrate. Che differenza c’
è fra l’uomo privo di dominio di sé el’animale
più selvaggio? Chi non discerne il meglio e cerca
di fare comunque quanto sommamente gli piace,
in che cosa differisce dalle bestie più
irrragionevoli?”
La libertà (eleutherìa) è il
dominio di sé
● “Dimmi, Eutidemo, gli chiese, ritieni tu che
la libertà sia un possesso nobile e magnifico e
per l’uomo, in particolare, e per uno Stato?
● “Quant’altro mai” rispose
● “E chi è dominato dai piaceri del corpo, e per
questi non riesce a compiere le azioni
migliori, lo credi tu un uomo libero costui?
● “Niente affatto”
Autodominio e ricerca del piacere
● “…la mancanza di dominio di sé non riesce neppure a
guidare gli uomini verso quei piaceri, ai quali essa sola
sembra guidare, mentre il dominio di sé comporta il più alto
godimento di tutto” -“In che modo?”-
● “La mancanza di dominio di sé, siccome non lascia
sostenere né la fame né la sete né la brama dei desideri
d’amore né la veglia – unici motivi per i quali con gioia si
mangia, si beve, si fa l’amore, con gioia si riposa e si dorme,
dopo aver aspettato e sopportato, finché l’appagamento ne
fosse quanto più possibile gradito – la mancanza di
dominio, dico, impedisce di prendere un qualche piacere
degno di considerazione nel soddisfare gli appetiti più
naturali e costanti: il dominio di sé solo, al contrario,
facendoci sopportare tutti i bisogni di cui s’è detto sopra,
solo ci fa trovare nella soddisfazione di questi bisogni un
piacere degno di essere ricordato”.
La morte di Socrate e l’etica della non-violenza
(Critone)
● Socrate. In nessun modo si deve fare ingiustizia
● Critone- No assolutamente.
● Socrate- Dunque neppure se si subisce ingiustizia si deve
render eingiustizia, come invece, crede la gente, perché per
nessuna ragione si deve commettere ingiustizia.
● Critone- Risulta che no
● Socrate – E allora? Si deve fare del male a qualcuno
Critone, o no?
● Critone – Non si deve affatto Socrate.
● Socrate – E ancora, che faccia male a sua volta chi male ha
subito, come dice la gente, è giusto o no? Critone. -No
Perché Socrate rifiuta la fuga
e muore in carcere
● Socrate – Il fare male agli uomini, infatti,
non differisce in nulla dal fare ingiustizia.
● Critone – Dici il vero.
● Socrate – Dunque, né bisogna restituire
ingiustizia, né bisogna far del male ad
alcuno degli uomini, neppure se, per opera
loro, si patisca qualsiasi cosa

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