SOCRATE13
SOCRATE13
(Σωκράτης Sōkrátēs)
Vita
□ Nacque nel 470 / 469
a.c. da Sofronisco,
scultore , e
Fenarete,ostetrica.
□ Le sue vicende
biografiche si
intrecciano con la
storia ateniese.
Socrate e Atene
o 432 spedizione contro Potidea
o 424 combatté a Delio a fianco di Lachete
o 421 combattè ad Anfipoli.
o 406 fece parte dei pritani.
democrazia
restaurata
amnistia
Socrate figura
scomoda
o 399 fu presentato da Meleto un atto di
accusa contro Socrate
(= discorsi di difesa)
Apologia di Socrate
L’Apologia di Socrate, dedicatagli da Platone,
espone la sua appassionata autodifesa al processo.
Pur potendo salvarsi dalla condanna richiesta (la
pena di morte) dichiarandosi colpevole, rimase
coerente fino alla fine con le proprie istanze
etiche e non rinunciò alla sua idea del bene.
Il problema delle fonti
Perché Socrate non scrisse nulla?
□ La presunzione di sapienza della parola
scritta è un ostacolo alla ricerca della verità
□ La parola scritta rappresenta l’apparenza
della verità (Il mito di Theut e Thamos del
Fedro)
LE FONTI
Aristotele Policrate
Senofonte
Interpretazione di Platone
□ Idealizza Socrate e
lo fa portavoce
delle sue dottrine.
Risulta difficile
capire che cosa sia
di Socrate e cosa
costituisca
ripensamenti e
rielaborazioni di
Platone.
Interpretazione di Aristofane
□ Immagine fortemente
negativa di Socrate
(Aristofane era stato
uno dei primi
accusatori di Socrate)
.
□ L’immagine di socrta
nelle Nuvole è quella
del filosofo da
pensatoio distaccato
dalla realtà
Interpretazione di Policrate
NON-SAPERE MAIEUTICA
IRONIA
PROBLEMA ANTROPOLOGICO
Socrate inizialmente si dedicò al problema
cosmologico, tuttavia, deluso dalle indagini
naturalistiche , si occupò del problema
ANTROPOLOGICO.
Cominciò ad intendere la filosofia come ricerca di se
stesso rintracciando il significato profondo del suo
essere uomo . Che cos’è l’uomo?
“CONOSCI TE
STESSO”
L’iscrizione del tempio di
Apollo a Delfi (gnóthi sautón)
● Apollo invitava l’uomo a riconoscere la propria limitatezza
e finitudine. Il significato dell’epigrafe allora è:
● “Uomo ricordati che sei un mortale e che, come tale, tu ti
avvicini al dio immortale”
● Socrate e l’epigrafe delfica: “Io non sono ancora in grado di
conoscere me stesso, come prescrive l’iscrizione di Delfi; e
perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo ancora questo,
indagare cose che mi sono estranee” (Fedro, 229E)
Il dio di Socrate e la missione filosofica
“Qui forse uno potrebbe dirmi: ma silenzioso e quieto, o
Socrate, non sarai capace di vivere dopo uscito da Atene?
Ecco la cosa più difficile di tutte a persuaderne alcuni di voi.
Perché se io vi dico che questo significa disobbedire al dio, e
perciò non è possibile io viva quieto, voi non mi credete e
dite che io parlo per ironia, se poi dico che proprio questo è
per l’uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù
e degli argomenti sui quali m’avete udito disputare e far
ricerche su me stesso e gli altri, e che una vita che non
faccia di cotali ricerche non è degna d’essere vissuta: s’io vi
dico questo, mi credete anche meno”.
(Apologia , Platone)
Conosci te stesso: qual è l’essenza dell’uomo? Cosa
significa prendersi cura di sé? (Platone, Alcibiade I)
● SOCR. Cosa significa ‘prendersi [128a] cura di sé?, perché c’è da
temere che spesso ci illudiamo di prenderci cura mentre, per quanto
lo si creda, non ne facciamo proprio niente. E quand’è che un uomo
ci si mette? E’ quando uno si prende cura delle sue cose, che egli ha
cura di se stesso? ALC. Mi sembra di sì. SOCR. Vediamo! Quand’è
che un uomo si dà pensiero dei suoi piedi? Forse quando si dà
pensiero di ciò che attiene ai suoi piedi? ALC. Non capisco. SOCR.
Non dai nome a qualcosa che appartiene alla mano? Prendi un
anello: potresti dire che si adatta ad un’altra parte del corpo umano
che non sia il dito? ALC. No, davvero. SOCR. Così anche la
calzatura appartiene al piede nello stesso modo? ALC. Sì. < SOCR.
E vesti e coperte appartengono analogamente all’intero corpo? ALC.
Sì. SOCR. Ora, è [b] quando ci diamo pensiero per le scarpe che ci
prendiamo cura dei nostri piedi? ALC. Non capisco bene, Socrate.
SOCR. Ma come, Alcibiade? Ha per te un qualche senso ‘prendersi
cura’ in modo giusto di una qualunque cosa? ALC. Per me sì.
La cura di sé non è la cura delle proprie cose
● SOCR. Ed è quando si fa una cosa migliore che tu la chiami una giusta cura? ALC.
Sì. SOCR. Quale arte migliora la fattura delle scarpe? ALC. Quella del calzolaio.
SOCR. Così è per mezzo di codesta arte che ci prendiamo cura delle scarpe? ALC.
Sì. SOCR. [c] E con essa anche del piede? O per mezzo di quella con la quale
curiamo il miglioramento dei piedi? ALC. Con quest’ultima. SOCR. E questo
miglioramento dei piedi non lo curiamo con l’arte con cui miglioriamo l’intiero
corpo? ALC. Mi par di sì. SOCR. E non è la ginnastica? ALC. Sicuro. SOCR. Con
la ginnastica dunque ci prendiamo cura dei piedi ma con la calzatureria di ciò che
appartiene ai piedi. ALC. Certo. SOCR. Insomma con la ginnastica ci prendiamo
cura delle mani, ma con l’oreficeria dei ninnoli che appartengono alle mani? ALC.
Sì. SOCR. Sempre con la ginnastica ci prendiamo cura del corpo, ma con la tessitura
e le altre arti ci prendiamo cura delle cose che [d] attengono al corpo? ALC.
Assolutamente! SOCR. Ma allora l’arte con la quale ci prendiamo cura di un oggetto
qualunque è diversa da quella con cui ci prendiamo cura delle cose che
appartengono a quell’oggetto. ALC. Evidentemente. SOCR. Non è dunque quando
ci si prende cura delle proprie cose, che si è solleciti di se stessi. ALC. Proprio no.
SOCR. Perché, a quanto risulta, non è la stessa arte con cui ci si prende cura di sé e
delle proprie cose. ALC. No, certo!
Chi siamo noi? Che cos’è l’uomo?
● SOCR. Di’ sù, allora: con quale arte potremo prenderci
cura di noi stessi? ALC. Non lo so. SOCR. Ora, fino qui,
almeno, siamo d’accordo, che non è quella con [e] la
quale potremo rendere migliore qualsiasi oggetto che ci
appartenga, ma quella che renda tali noi stessi. ALC.
Verissimo. SOCR. Ora, avremmo mai conosciuto qual è
l’arte che migliora la qualità delle calzature, se non
conoscessimo la scarpa? ALC. Impossibile. SOCR. E
neppure, perciò, quale è l’arte che migliora la fattura
degli anelli se non conoscessimo l’anello. ALC. Vero.
SOCR. Facciamo un altro passo. Potremmo forse
conoscere qual è l’arte che migliora l’uomo stesso se non
sapessimo chi [129a] siamo noi stessi? ALC. Impossibile.
L’epigrafe del tempio di
Apollo: conosci te stesso
● SOCR. E può mai darsi che sia una bazzecola conoscere se stessi e
che fosse uno sciocco chi iscrisse quelle parole nel tempio di Pito o è
invece una cosa difficile e non da tutti? ALC. Talvolta, Socrate, mi è
sembrato cosa da tutti, talvolta invece compito estremamente difficile.
SOCR. Beh! Alcibiade, può essere facile o no, ma per noi il problema
si pone così: se conosceremo noi stessi, conosceremo forse la cura che
dobbiamo prenderci di noi, se no, non la conosceremo mai. ALC. E’
così. SOCR. Di’ dunque: in qual [b] modo si potrebbe scoprire in che
consiste il "se stesso"? Perché di conseguenza potremmo forse
scoprire cosa siamo noi, ma rimanendo all’oscuro della prima cosa
sicuramente sarà impossibile scoprire la seconda. ALC. Hai ragione.
SOCR. Alt! Per Giove. Con chi parli adesso? Con me? ALC. Sì.
SOCR. Così anch’io con te? ALC. Sì. SOCR. Allora è Socrate quello
che parla? ALC. Esatto. SOCR. E Alcibiade è quello che ascolta?
ALC. Sì. [c]
Il parlare e il servirsi di parole
non sono la stessa cosa
● SOCR. E Socrate non si serve di parole per parlare? ALC. Certo! SOCR. Il
parlare e il servirsi della parole è per te la stessa cosa? ALC. Si capisce. SOCR.
Ma chi si serve d’una cosa e la cosa di cui ci si serve sono differenti? ALC. Come
dici? SOCR. Per esempio, il calzolaio taglia certo con il trincetto, con la lesina ed
altri arnesi. ALC. Sì. SOCR. Dunque altro è colui che taglia ed usa quegli
strumenti, ed altro è ciò di cui egli si serve per tagliare. ALC. Senza dubbio.
SOCR. Nello stesso modo lo strumento che usa il suonatore di cetra per suonare
sarà altra cosa dal suonatore stesso. ALC. Sì. SOCR. Ecco: questo è ciò [d] che ti
chiedevo prima: se chi usa uno strumento e lo strumento ti sembrano sempre
diversi. ALC. Mi sembra di sì. SOCR. E che diremo del calzolaio? Che taglia
solo con arnesi o anche con le mani? ALC. Anche con le mani. SOCR. Perché si
serve anche di queste? ALC. Sì. SOCR. E non si serve anche degli occhi quando
taglia il cuoio? ALC. Sì. SOCR. Siamo d’accordo che chi usa uno strumento è
altra cosa dallo strumento? ALC. Sì. SOCR. Allora il calzolaio e il suonatore
sono altra cosa dalle [e] mani e dagli occhi con cui essi lavorano? ALC.
Evidentemente.
L’uomo è il suo corpo?
● . SOCR. E finalmente l’uomo non si serve di tutto il corpo?
ALC. Sì. SOCR. S’era detto che chi si serve d’uno
strumento e lo strumento sono diversi? ALC. Sì. SOCR.
Allora l’uomo è altra cosa del suo corpo? ALC. Credo.
SOCR. Cos’è dunque l’uomo? ALC. Non lo so. SOCR. Però
tu sai almeno che è qualcosa che si serve del corpo. ALC.
Sì. SOCR. Che altro mai si serve di questo [130a] se non
l’anima? ALC. Niente altro. SOCR. E non è comandando
che se ne serve? ALC. Sì. SOCR. Qui c’è una cosa da cui
nessuno può dissentire. ALC. Quale? SOCR. Che l’uomo
sia una almeno delle tre cose. ALC. Quali? SOCR. O anima,
o corpo o ambedue insieme, come un tutto unico. ALC.
Senza dubbio.
L’uomo non è il suo corpo
● SOCR. Ma non ci siamo già trovati d’accordo che l’uomo
è proprio [b] ciò che comanda il corpo? ALC. D’accordo.
SOCR. Forse può il corpo stesso comandare se stesso?
ALC. In nessun modo. SOCR. Perché già abbiamo detto
che lui stesso è governato. ALC. Sì. SOCR. Non potrebbe
proprio essere ciò che cerchiamo. ALC. No, non sembra.
SOCR. O è quel tutto unito che governa il corpo, ed è
proprio questo l’uomo? ALC. Forse è così. SOCR. Ma è la
cosa più impossibile del mondo! Se una delle due parti,
infatti, non partecipa al governo non c’è alcun modo che
comandino le due parti insieme. ALC. Giusto. SOCR. [c] E
poiché né il corpo, né il corpo e l’anima insieme sono
l’uomo, rimane da concludere, penso, che l’uomo o non sia
nulla o, se è qualcosa, non sia altro che anima.
L’essenza dell’uomo è la sua anima, la
sua capacità di intendere e di volere
● ALC. Appunto! SOCR. C’è bisogno di dimostrartelo ancor più
chiaramente che l’anima è l’uomo? ALC. No, per Giove! Mi sembra
dimostrato abbastanza. SOCR. Anche se questa prova non è proprio
rigorosa, ma solo sufficiente, ci basta. Perché verremo a una
conoscenza rigorosa quando avremo scoperto ciò che adesso
abbiamo lasciato da parte data la [d] lunga ricerca che comportava.
ALC. Che cos’è? SOCR. E’ ciò che si diceva poco fa, che per prima
cosa si deve cercare cos’è il se stesso, mentre in luogo del se stesso
abbiamo esaminato che cosa è in sé ogni singolo individuo. E forse
sarà sufficiente, perché forse non c’è niente più importante di noi
stessi, potremmo dire, che l’anima. ALC. No certo. SOCR. Quindi,
va benissimo ritenere che quando io e te ci intratteniamo, servendoci
di parole, è l’anima che comu-[e] nica con l’anima? ALC.
Perfettamente. SOCR. Bene, ciò è proprio quello che dicevamo poco
fa, che Socrate conversa con Alcibiade servendosi di parole, ma non
indirizzate, come appare, al suo volto, bensì ad Alcibiade stesso. E
questo è l’anima. ALC. Lo credo anch’io.
La saggezza è la conoscenza di se stessi
● . SOCR. Quindi colui che ammonisce di conoscere se stesso, ci
ordina di conoscere la nostra anima. ALC. [131a] Così pare.
SOCR. E quindi colui che conosce un po’ di ciò che appartiene al
corpo ha conoscenza di ciò che appartiene a se stesso, ma non
conoscenza di se stesso. ALC. E’ Così. SOCR. Quindi nessun
medico e nessun maestro di ginnastica in quanto tali conoscono se
stessi. ALC. Par di no. SOCR. E ci passa un bel po’ che i contadini
e tutti quelli che praticano un mestiere conoscano se stessi. Perché
essi, a quanto pare, non conoscono neppure ciò che attiene a loro
stessi, ma soltanto ciò che è ancora più remoto da ciò che attiene a
loro stessi, secondo le arti che rispettiva-[b] mente professano;
perché conoscono le arti attinenti al corpo, dalle quali il corpo è
servito. ALC. E’ vero. SOCR. Se dunque la saggezza consiste nel
conoscere se stessi nessuno di costoro è saggio per quanto sta
all’arte sua. ALC. No, non mi sembra.
La cura di se stessi è la cura della propria anima
● SOCR. Per questo, ecco, tali arti passano per assai vili, come
cognizioni indegne di un uomo nobile. ALC. Sicuro. SOCR. Così,
ancora una volta, chi si prende cura del proprio corpo cura ciò che
appartiene a se stesso, ma non cura se stesso. ALC. Quasi
inevitabilmente. SOCR. Chi poi si prende cura dei denari non
s’adopera intorno a se [c] stesso, né a ciò che attiene a se stesso, ma a
cose ancor più remote da quelle che attengono a se stesso. ALC. Lo
credo anch’io. SOCR. L’affarista quindi non fa dunque più i suoi
interessi! ALC. Giusto! SOCR. E se qualcuno è innamorato del corpo
di Alcibiade vuol dire che non è innamorato di Alcibiade, ma di
qualcosa che appartiene ad Alcibiade. ALC. E’ vero. SOCR. Ma chi è
innamorato della tua anima, t’ama. ALC. E’ così per forza da quello
che s’è detto. SOCR. Colui poi che ama il tuo corpo, quando questo
cessa il suo fiorire, si ritirerà e se ne andrà? ALC. Evidentemente.
SOCR. Ma chi invece ama la tua [d] anima non se ne andrà fintanto
ch’essa si muova per la via del meglio? ALC. E’ naturale.
Il vero significato del motto
delfico
● SOCR. In qual modo potremmo conoscere il più
chiaramente possibile la nostra anima? Giacché,
con questa conoscenza, potremo evidentemente
conoscere noi stessi. Per gli dèi! Comprendiamo
bene quel giusto consiglio dell’iscrizione delfica
ricordata ora? ALC. Con quale intenzione lo dici,
[d] o Socrate? SOCR. Ti dirò cosa sospetto che
questa iscrizione ci voglia realmente consigliare.
Perché si dà il caso che ad intenderla non vi siano
molti esempi di confronto, tranne quello solo della
vista. ALC. Cosa vuoi dire con questo?
La conoscenza di sé e l’occhio dell’altro
● SOCR. Rifletti anche tu. Se l’iscrizione consigliasse l’occhio, come
consiglia l’uomo, dicendo: "guarda te stesso", in che modo e cosa
penseremmo che voglia consigliare? Non forse a guardare verso
qualcosa guardando la quale l’occhio fosse in grado di vedere se
stesso? ALC. Certo. SOCR. Ecco: indaghiamo quale oggetto v’è che
a [e] guardarlo possiamo vedere lui e noi stessi. ALC. E’ chiaro,
Socrate, gli specchi e oggetti simili. SOCR. Esatto. Non c’è forse
anche nell’occhio con il quale vediamo qualcosa dello stesso genere?
ALC. Certo. SOCR. Hai osser-[133a] vato poi che a guardare
qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia,
come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi
un’immagine di colui che la guarda. ALC. E’ vero. SOCR. Dunque
se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore
dell’occhio con la quale anche vede, vedrà se stesso. ALC.
Evidentemente
Conoscere se stessi significa dialogare
con gli altri: è un incontro di anime
● SOCR. Ma se l’occhio guarda un’altra parte del corpo
umano o degli oggetti, ad eccezione di quella che ha
simile natura, non vedrà se stesso. ALC. [b] E’ vero.
SOCR. Se allora un occhio vuol vedere se stesso, bisogna
che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova
la sua virtù visiva; e non è questa la vista? ALC. Sì.
SOCR. Ora, caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole
conoscere se stessa, dovrà fissare un’anima, e soprattutto
quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell’anima, la
sapienza, e fissare altro a cui questa parte sia simile? [c]
ALC. Credo di sì, Socrate.
Che cos’è l’anima?
● SOCR. Possiamo noi indicare nell’anima una parte più divina di
quella ove risiedono la conoscenza e il pensiero? ALC. Non
possiamo. SOCR. Questa parte dell’anima è simile al divino, e, se
la si fissa, si impara a conoscere tutto ciò che vi è di divino,
intelletto e pensiero, si ha la possibilità di conoscere se stessi nel
modo migliore. ALC. Evidentemente. [SOCR. Ma come lo
specchio è più chiaro dì quello che è nel nostro occhio, e più puro
e luminoso, così si dà il caso che anche il dio sia più puro e
luminoso della parte migliore che è nell’anima? ALC. Mi pare,
Socrate. SOCR. Quindi, mirando in dio, useremmo del più bello
specchio anche delle cose umane che tendono alla eccellenza
dell’anima, e così potremo vedere e conoscere meglio noi stessi.
ALC. Sì.] SOCR. Ma non ci siamo trovati d’accordo che il
conoscere se stessi sia saggezza? ALC. Certo.
Saggezza e virtù
● SOCR. Quindi senza conoscere noi stessi e senza essere saggi non
saremmo in grado di sapere ciò che è male e ciò che è bene per noi.
ALC. Come sarebbe mai possibile, [d] Socrate? SOCR. Perché anche
a te forse pare impossibile che senza conoscere Alcibiade si conosca
se ciò che appartiene ad Alcibiade sia in effetti di Alcibiade. ALC.
Impossibile, per Giove. SOCR. E come potremmo sapere che le cose
nostre sono nostre se non conosciamo noi stessi? ALC. Già, come?
SOCR. E se non conosciamo le nostre cose, neppure quelle che
appartengono ad esse? ALC. Pare di no. SOCR. Noi eravamo dunque
del tutto scorretti poco fa, quando ci siamo trovati d’accordo che vi
sono persone che, senza conoscere se stesse, conoscono tuttavia le
cose che loro appartengono e che altri conoscono ciò che appartiene
alle loro cose. Perché pare che sia com-[e] pito di un’arte unica e sola
discernere queste tre cose: se stessi, le proprie cose e ciò che a queste
cose appartiene. ALC. Probabilmente. SOCR. E uno che non conosca
le cose proprie analogamente non conoscerà quelle degli altri. ALC.
Non può essere diversamente.
Saggezza e felicità
● SOCR. Ma se non conosce le cose proprie od altrui non conoscerà
neppure quelle attinenti allo stato. ALC. Per forza! SOCR. Costui
quindi non potrebbe essere un uomo di stato. ALC. Certamente
no. SOCR. E neppure un amministratore d’una [134a] casa. ALC.
Certamente no. SOCR. E neppure saprà quel che fa. ALC.
D’accordo. SOCR. E chi non sa, non sbaglierà? ALC. Certo.
SOCR. Sbagliando non si troverà male tanto in pubblico che in
privato? ALC. Senza dubbio. SOCR.E chi vive male non è
infelice? ALC. Sì, molto. SOCR. E quelli per i quali agisce? ALC.
Infelici anch’essi. SOCR. Dunque non è possibile essere felici se
non si è saggi e buoni. ALC. No, non è possi-[b] bile. SOCR. Gli
uomini cattivi sono quindi infelici? ALC. Sì, molto.
● XXX. SOCR. Dunque, neppure chi diviene ricco sfugge
all’infelicità, ma solo chi diventa saggio. ALC. Evidentemente.
DIALOGO
La ricerca di se stessi passa attraverso il dialogo con gli altri.
● I MEZZI:
● 1) Ironia
● 2) brachilogia
● 3) confutazione (élenchos)
● GLI SCOPI
● - la maieutica
● - i concetti, le verità universali
IL SAPERE DI NON-SAPERE
Il vero sapiente è soltanto
colui che sa di non sapere.
È UN INVITO A INDAGARE
L’oracolo di Delfi e la
“sapienza” di Socrate
Perché Socrate è più sapiente ?
Il saper di non sapere nell’
Apologia
L’IRONIA
Dal greco eironèia = dissimulazione