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Riassunto manuale “Introduzione alla storia medievale”

di G. Albertoni, S. M. Collavini e T. Lazzari

CAP. 1 – L'ETÀ MEDIEVALE. SPAZIO, TEMPO, PERIODIZZAZIONI


Innanzitutto, è da considerare il significato che il termine «periodizzare» porta con sé, ossia
“individuare nel flusso del tempo momenti di frattura e fasi più omogenee”. Gli storici, infatti,
hanno MAI meramente raccontato gli eventi del passato, bensì hanno cercato di interpretarli, nei
loro mutamenti, appunto, “periodizzando”.
Dunque, bisogna partire dal presupposto che il nome e l’idea di «Medioevo» NON siano un
qualcosa di oggettivo, bensì, piuttosto, ciò che risulta da una scelta culturale che nasce da
un’interpretazione del passato.

1) Una parentesi negativa


Il termine «Medioevo» risale al periodo tra il 400 e il 600 e indica il periodo che separava quei
secoli dall’Impero Romano e dall’Età Classica. L’operazione culturale alla base è fondamentale: la
cultura umanistica voleva porsi in diretta continuità con quella classica (con la sua lingua, la sua
arte, i suoi costumi e usi e la sua letteratura).
Così il millennio intermedio appariva come un qualcosa di negativo, come una frattura che
doveva essere sanata. Da qui, la visione negativa nei confronti del Medioevo, visto come un
periodo in cui la cultura, l’arte e la lingua erano scesi a un liv. inferiore rispetto sia a quello
classico, sia a quello umanistico.

Dunque, l’idea di «Medioevo» nasce dal fatto che attraverso la cultura, la lingua e la letteratura si
riesce a definire un periodo storico, nel suo complesso.

2) Pensare il tempo, pensare la storia


Il tempo NON è un qualcosa di dato, come NON è neanche un qualcosa di naturale. I pensatori
del passato avevano una differente nozione di tempo, e ciascuno di loro, a sua volta, poteva avere
idee differenti del tempo.
Comunque, principalmente si possono identificare 2 concezioni di tempo:
1) Tempo ciclico  nasce da una visione naturalistica, ed è legato alla riproduzione,
all’osservazione della natura e dei suoi ritmi, dei cicli lunari. È un tempo che ritorna
sempre, formato dalle fasi di: nascita, sviluppo, morte e rigenerazione. I primi uomini
che pensarono il medioevo avevano in mente un tempo ciclico e quindi il Medioevo
era pensato come un momento in cui si era persa la perfezione classica.
2) Tempo lineare  è una concezione di tipo salvifico, è quella delle grandi religioni
monoteistiche (Cristianesimo e Islam), per le quali uno specifico momento chiave –
ossia l’incarnazione per il Cristianesimo e l’egira per l’Islam – porta a trasformare il
tempo in cronologia lineare. Funziona così: si stabilisce un punto d’origine (la nascita
di Cristo, o l’egira) e si mette in fondo un punto d’arrivo: la salvezza. In questo tempo
orientato
linearmente vi è un’idea di progresso e di finalità. È una concezione sostenuta da un
principio teleologico. Chi lo ha guardato dopo lo ha considerato secondo un’ottica lineare.
Ad ogni modo, componente ciclica e componente lineare convivono sempre, seppur con peso
differente a seconda delle varie culture.
E questa differenziazione è importante per noi, perché ci fa capire che la visione del Medioevo
elaborata in età umanistica era molto diversa rispetto alle visioni elaborate a partire
dall’Illuminismo.

Per gli umanisti del XV sec. il concetto di «Medioevo» fa pensare a un’idea di rinascita e di
ritorno agli splendori culturali del mondo classico.
In ogni caso, il più delle volte, l’idea di rinascita riporta chiaramente a una concezione ciclica del
tempo: il declino della civiltà classica (o della religiosità cristiana) è preambolo/premessa per una sua
rinascita, per un ritorno agli antichi splendori.

L’Illuminismo, invece fornì una concezione lineare del tempo, centrata sull’idea di progresso: la
società e la cultura vanno verso uno sviluppo, e il medioevo, il Rinascimento e l’Illuminismo ne
fanno parte in quanto tappe di crescita.

Nel 700, INVECE, si presero le distanze dalla concezione degli umanisti, ma in modo diverso:
NON si voleva tornare ciclicamente a un passato glorioso, bensì completare nel presente un
lineare percorso di sviluppo.

3) Determinare gli spazi


Vi è però anche un problema di spazi: se consideriamo la periodizzazione come un’operazione
interpretativa, NON è possibile che si possa proiettare in maniera omogenea sulla storia
universale, in quanto ogni civiltà ha subìto tempi e ritmi di cambiamento specifici.

In particolare, la nozione di Medioevo nasce in riferimento all’Europa occidentale, in quanto:


- è proprio in Europa occidentale che la civiltà classica si interrompe, per lasciare spazio
a nuove lingue e culture, per poi rinascere nell’Umanesimo;
- ed è proprio in Europa occidentale che, nel sec. V, l’unità politica dell’impero
viene sostituita dai molteplici regni romano-barbarici.

L’idea di Medioevo si forma in riferimento a questo spazio di civiltà ed è applicabile solo ad esso,
all’Europa occidentale, per comprendere il passato.
L’unico altro ambito geografico per cui una cronologia paragonabile costituisce una
periodizzazione significativa è la parte orientale dell’Impero Romano, che tra il IV e il VI sec.
si definisce come uno spazio politico a sé, costituendo ciò che noi definiamo «impero bizantino»,
che avrà fine alla metà del Quattrocento, con la caduta definitiva di Costantinopoli per mano dei
turchi di Maometto II.
4) Inizio e fine del medioevo
La più tradizionale manualistica italiana
nonché data della caduta dell’Impero Romano d’Occidente: Odoacre detronizzò l’imperatore
Romolo Augustolo e – invece di appropriarsi della corona e del trono – inviò le insegne imperiali a
Costantinopoli.
All’epoca, l’evento NON fece molto scalpore, ma questo è normale: sappiamo bene, infatti, che il
più delle volte l’importanza di un dato accadimento viene considerata NON nell’epoca
contemporanea dello stesso accadimento, bensì in seguito, in futuro, e solo dalle generazioni
successive.

È da considerare, piuttosto, il fatto che la scelta del come data di inizio del medioevo vuol
dire avere una precisa prospettiva interpretativa, ossia reputare che il fenomeno più importante
siano i cambiamenti ai vertici politici.
Tuttavia, è anche vero che sono state proposte molte altre date come momento di inizio del
Medioevo, ossia, per esempio:
- il 313 è l’anno in cui l’imperatore Costantino permise ai cristiani la libertà di culto;
- o il 324, quando lo stesso imperatore rifondò la città di Bisanzio sul Bosforo, che con
il nuovo nome di Costantinopoli presto divenne la seconda capitale dell’impero;
- o il 410 data in cui vi fu il saccheggio di Roma da parte dei visigoti di Alarico, per la
prima volta dopo secoli;
- infine, il 622, quando si compì l’egira, che fu l’inizio della rapidissima
affermazione dell’islam, destinata a segnare la definitiva rottura del
Mediterraneo.
 Ognuna di queste date è stata, appunto, considerata come data di inizio del medioevo, MA
ognuna riflette modelli interpretativi diversi che hanno identificato, come motivo principale del
mutamento: i fattori religiosi (313 e 622), la rottura dell’unità politica del Mediterraneo romano
(324 e 622) e il crollo delle frontiere militari e della sicurezza romana (410).

Un processo simile si può ritrovare per l’individuazione della data di fine del medioevo.
Così il 1492, data che segna la «scoperta dell’America» (anch’esso evento di cui nessuno si rese
conto, a partire dallo stesso Cristoforo Colombo), è una data importante, soprattutto per i manuali
di storia italiani, in quanto evidenzia l’apertura dell’Europa verso l’Atlantico e le grandi rotte
commerciali.
Tuttavia, anche altre date sono state prese in considerazione come possibile data di fine del
Medioevo:
- il 1453, che segnò la caduta definitiva dell’impero bizantino per mano degli ottomani,
con la fine dell’ultima struttura politica che richiamasse all’eredità romana;
- o il 1348, con la peste nera che sterminò più di 1/3 della popolazione
europea, scombussolando l’economia e la demografia;
- o il 1522, anno del concilio di Worms che condannò Lutero e decretò la grande
frattura religiosa tra cattolici e protestanti;
- infine, lo stesso 1492 è una data importante perché, oltre al viaggio di Colombo, segnò
la fine dell’ultimo dominio islamico in Spagna.
 Anche in questo caso, ognuna di queste date individuate riflette modelli interpretativi diversi
che hanno identificato, come motivo principale del mutamento: gli orizzonti commerciali (1492), i
quadri istituzionali e la separazione tra mondo cristiano e islam (1453 e 1492), gli andamenti
economici e demografici (1348) e le scelte religiose (1522).

In qualsiasi modo, è importante dire che NON esiste una data assolutamente giusta o una data
assolutamente sbagliata: esiste SOLO un uso sbagliato e ingannevole delle date, perché potrebbe
portare fuori strada pensare che, per quanto importante, un singolo avvenimento possa essere la
causa di un determinato evento, fino a segnare l’inizio di una nuova epoca.

6) Periodizzare il medioevo
Un periodo amplio quale è il millennio medievale pone di fronte a un problema importante: la
periodizzazione.
Si possono individuare fasi in cui si addensano mutamenti di natura diversa. Una di queste fasi
è senza dubbio la definizione di «tardoantico». Quello che fino a metà del XX sec. era considerato
un periodo di declino del mondo classico – quindi visto come un qualcosa di completamente
negativo rispetto all’età imperiale –, si delinea come un tempo segnato da una specifica civiltà, al
cui interno avvennero profondi cambiamenti.
Tra il IV e il VI sec. molti aspetti della vita umana si trasformarono, tra cui. cambiarono:
- le fedi religiose dominanti,
- la distribuzione dei popoli in Europa e nel Mediterraneo,
- i sistemi politici,
- le forme di circolazione economica.

Difatti, durante il IV sec. il cristianesimo da religione illecita e minoritaria diventò culto/religione


dominante. Nello stesso periodo si ruppe l’equilibrio tra le strutture dell’impero e la pressione
militare da parte delle popolazioni barbariche, e sempre più persone “esterne”/di altra origine si
stabilirono all’interno dell’impero.
Nel V sec., questi stessi popoli presero il potere all’interno dell’impero occidentale, e formarono
i cosiddetti regni romano-germanici.
Infine, i sistemi di prelievo e di redistribuzione delle tasse attraverso tutto il Mediterraneo e
l’Europa smisero di funzionare, portando alla fine dell’interdipendenza economica tra le diverse
regioni.

Si può riscontrare un cambiamento paragonabile verso la fine del Medioevo, nella fase storica
detta «Tardo Medioevo» o «Early Modern».
Fu processo NON SOLO politico (ossia ciò che la storiografia definisce come «formazione degli
stati moderni»), MA ANCHE di consolidamento delle gerarchie sociali e di trasformazione del
territorio.

Nello stesso periodo temporale vi sono altri 2 mutamenti strutturali di notevole importanza:
 da una parte, la grande rottura demografica e, di conseguenza, la
riorganizzazione economica, scaturita dalla crisi del Trecento e dalla «peste nera»
del 1348;
 dall’altra, la rottura dell’unità religiosa dell’Europa occidentale, decretata nella Iª metà del
XVI sec. – periodo che va dalla ribellione di Lutero (1517) al concilio di Trento (1545–
1563).
Dunque, queste 2 fasi – il tardoantico e il «Tardo Medioevo» (o «Early Modern») ci danno modo
di individuare un periodo cronologico compreso tra 2 mutamenti maggiori, periodo ben distinto
sia dal mondo romano sia dall'età moderna; periodo che NON è possibile definire con un termine
migliore di «Medioevo», una volta che lo abbiamo spogliato dale connotazioni negative, in quanto
la nostra cultura NON è interessata a giudicare le civiltà, MA piuttosto a comprenderne i
funzionamenti.

All’interno del periodo che segna il medioevo vi sono ulteriori periodizzazioni: per tradizione, gli
italiani e i francesi hanno preferito una divisione più “semplice”, bipartita (2), tra Alto Medioevo
e Basso Medioevo, considerando l’anno Mille il “turning point”/momento chiave/di svolta.
Al contrario, altri paesi hanno scelto una tripartizione, come per es. in Inghilterra (Early Age,
High Age e Late Middle Age).

Negli ultimi anni si è data sempre più importanza ai secoli centrali del medioevo, considerati NON
TANTO come un momento di passaggio/transizione tra l’Alto e il Basso Medioevo, BENSÌ come
periodo dai funzionamenti specifici, che NON possono essere ridotti NÉ a un semplice declino
dei carolingi né alla preparazione delle successive dominazioni regie (in Francia) e comunali (in
Italia).
Ad ogni modo, la storiografia attualmente identifica:
 un Alto Medioevo, compreso fra il IV e il X sec.;
 un Pieno Medioevo, che va dal XI sec. fino al 1250 (data di morte di Federico II);
 e un Tardo/Basso Medioevo, che dal 1250 arriva alla fine del XV sec..

7) Che cos’è il medioevo?


Queste partizioni evidenziano il fatto che il Medioevo NON fu uno spazio di civiltà omogenea, NÉ
un momento di unità politica, NÉ un periodo di costante anarchia; NON è un periodo di
continua fame e carestia, perché anzi abbiamo ragione di credere che l'alimentazione dell'Alto
Medioevo, anche nella società contadina, in molti contesti fosse più ricca di proteine di quanto
NON fu in seguito; NON è un mondo cristiano in maniera omogenea e compatta, NON SOLO
perché nel Medioevo sono vive molte forme diverse di cristianesimo, MA ANCHE perché NON
possiamo attribuire tutti gli sviluppi di questi secoli a una dominante ed esclusiva dimensione
religiosa.

Allora, dal momento che il Medioevo NON si può ridurre a nessuna di queste cose, risulta difficile
da definire e spiegare che cos'è: un'età di sperimentazione di integrazione di modelli diversi, un
lungo periodo in cui le aristocrazie hanno avuto la possibilità di controllare direttamente il potere,
con una ridotta capacità di controllo e inquadramento da parte di autorità superiori.
CAP. 2 – NARRARE, STABILIRE, REGISTRARE: LE «VOCI» DEL MEDIOEVO
Nel Medioevo vi fu il predominio della comunicazione orale. Infatti, quando ci avviciniamo a un
documento di età medievale, dovremmo sempre tenere a mente che faceva parte di un sistema
comunicativo più ampio e complesso, fatto di parole NON scritte, di gesti, di immagini e di
rituali.

1) Le difficoltà della scrittura


Scrivere nel Medioevo era difficile, specialmente per ragioni tecniche.
Il primo problema era il supporto: la pergamena, fatta di pelle animale conciata (soprattutto di
pecora/capra/vitello); molto più resistente del papiro, MA NON facile da reperire nell’Alto
Medioevo, a causa della crisi dei commerci mediterranei. La pergamena era anche più resistente
della carta, che, attorno all’anno Mille, venne portata dalla Cina in Europa grazie agli arabi, MA si
affermò SOLO nel Basso Medioevo grazie a nuove tecniche di lavorazione, che la resero più
resistente e duratura.
Dunque, nonostante gli alti costi, fino al 200 vi fu un dominio indiscusso della pergamena.

Veniva utilizzata in «fogli» sui quali erano redatti, su una singola facciata di scrittura, documenti di
vario tipo, o in quaderni, composti da fogli piegati in quattro rilegati in «codici», antenati dei nostri
libri.

Un’altra causa della limitata diffusione della scrittura fu il fatto che, fino all’avvento dei
comuni e della «rivoluzione commerciale» dei sec. XII e XIII, era raro che si scrivesse nella lingua
parlata. Difatti, per lungo tempo la lingua scritta ufficiale fu il latino.
Ma scrivere NON era facile anche nella pratica: la scrittura era insegnata esclusivamente nelle
scuole monastiche o episcopali; in questo contesto, a livello locale si affermarono tradizioni
scrittorie diverse, che fecero nascere scritture diversificate, per lo più derivanti dalla minuscola
romana.
Per superare questo problema, in vari momenti si proposero modelli di scrittura più
“standardizzati”. Tra i casi più noti possiamo ricordare quello della minuscola carolina e della
gotica.

2) Scrivere, leggere, comunicare e conservare


Fino al XII sec., chierici e monaci furono tra i pochi a saper scrivere, MA soprattutto gli unici a
conservare gli scritti in «sedi di custodia».

La situazione cambiò quando vi fu l’affermazione di nuovi sistemi politici ed economici, cosa


che portò alla crescente richiesta di conservazione e registrazione scritta di atti politici,
disposizioni, transazioni economiche da parte di autorità e famiglie laiche.
Nonostante le grandi diversità locali, si affermò in modo graduale l’uso delle lingue volgari, e,
soprattutto, anche al di fuori dei monasteri si diffuse la possibilità di conservare gli scritti di varia
tipologia (per es., dalle lettere commerciali ai libri di famiglia).

Allo stesso tempo, specialisti laici della scrittura acquisirono un ruolo importante nella vita
politica e sociale. Fu questo il caso dei notai, nell’Italia comunale.
Pertanto, le voci che ci sono arrivate oggi dal Medioevo sono voci «filtrate», da parte di chi era in
grado di scrivere e di conservare i testi scritti.
Infatti, è raro che avremo testimonianza scritta diretta delle «voci» dei gruppi sociali marginali
(tra cui i dissidenti, gli eterodossi, le donne), o comunque in qualche modo di un’ampia maggioranza
della popolazione che, in buona parte d’Europa, per secoli non ebbe necessità della comunicazione
scritta.

3) Catalogare e pubblicare le fonti medievali


Quindi, incominciarono a essere proposti strumenti per catalogare le fonti scritte, secondo criteri
discutibili, MA che solo negli ultimi decenni sono stati oggetto di discussione. Vi fu una rigida e
schematica differenziazione di categoria tra:
- «intenzionale» vs. «preterintenzionale»
- e di «pubblico» vs. «privato»,
al punto che i soli documenti ritenuti tali in senso furono proprio gli atti che dimostravano
un’azione giuridica, e furono distinti in:
- «pubblici», emanati da un’autorità sovrana,
- «semipubblici», emanati da autorità minori laiche ed ecclesiastiche (come conti
e vescovi),
- o «privati», scritti da notai o altri scrivani su richiesta di privati (per es., un testamento).

L’interesse degli storici si concentrò sui documenti «pubblici» e su quelli «semipubblici», che, nel
complesso, vengono definiti «diplomi»: sono documenti con i quali si stabilivano concessioni e
riconoscimenti di beni e diritti di varia natura (come per es., donazione di terre, concessione di
esenzioni o protezioni particolari, ecc.).
Venivano scritti da personale specializzato presso le corti dei sovrani, sotto la supervisione di un
ecclesiastico esperto di diritto (detto “cancellarius”).
Dal XII secolo, i luoghi dove venivano redatti i diplomi cominciarono a essere chiamati cancellerie.

4) Le fonti scritte tra vero e falso


Fino ai primi decenni del 900, il principale obiettivo di chi lavorava su questi documenti era
distinguere gli autentici dai falsi; per questo nacque la diplomatica.
I documenti considerati falsi spesso venivano esclusi dalle edizioni, o presenti solo in appendice;
per questo motivo, spesso NON erano proprio presi in considerazione dagli storici.
CAP. 3 – FAR PARLARE GLI OGGETTI: LO STUDIO DEL MEDIOEVO E L'ARCHEOLOGIA
Nell'ultimo ½ sec., grazie alle centinaia di scavi archeologici (come per es., le strutture edilizie,
le sepolture, i manufatti, i relitti navali, i resti umani animali e botanici, ecc.), le fonti materiali
hanno acquisito maggiore importanza per lo studio del Medioevo, che forniscono nuove
informazioni.

1) Le tendenze dell’archeologia medievale


La loro valorizzazione combaciò con la nascita di una nuova disciplina, ossia l'archeologia
medievale. Per affermarsi, essa ha compiuto un duplice processo di distinzione, sia rispetto alla
“storia” (cioè l'indagine storica fondata sulle fonti scritte), sia rispetto all'archeologia classica, dalla
quale è distinta per ragioni cronologiche, ma anche perché l’archeologia classica assorbe la storia
dell'arte antica.

In tutto questo è stata determinante anche la corrente nota come New Archaeology (o
processualismo), che cercava nella geografia e nelle scienze sociali ed ecologiche – e NON nella
storiografia – i propri fondamenti epistemologici, perché puntava ad essere una scienza esatta
capace di produrre risultati oggettivi attraverso tecniche scientifiche. A volte, questo tipo di
approccio si univa a una visione marxista, che preferiva osservare le strutture economiche e dei
ceti dominati.

Il processualismo è stato criticato da vari studiosi, ossia dai post-processualisti: viene messa in
discussione soprattutto l'idea dell'oggettività delle fonti materiali. I post-processualisti, infatti,
hanno come principale obiettivo soprattutto quello di integrare le fonti scritte nella ricostruzione
del passato.

2) Sepolture e corredi
Le sepolture con corredo furono tra le prime fonti materiali usate dagli storici del medioevo: i
corredi funerari erano ritenuti indicatori oggettivi dell'identità etnica dei sepolti; tramite essi era
possibile, inoltre, seguire le migrazioni e lo stanziamento dei barbari nell'impero.

Tuttavia, oggi i corredi vengono interpretati diversamente: innanzitutto, si critica il rapporto tra
oggetti e identità etnica, in quanto possedere oggetti longobardi o goti o romani NON faceva del
sepolto un longobardo, un goto o un romano.
Ancor più importante fu la consapevolezza che i corredi NON siano indicatori oggettivi di
identità e status, MA oggetti cerimoniali. Difatti, la sepoltura dei corredi avveniva come
coronamento/fine di una cerimonia pubblica e serviva sia a commemorare il defunto sia a
ricollocare gli eredi all'interno della comunità.
La ricchezza dei corredi è legata più al ruolo del morto nella famiglia e nella comunità che alla
sua effettiva ricchezza.

La scomparsa dei corredi NON è più collegata soltanto alla cristianizzazione delle cerimonie
funebri dei regni romano-barbarici, MA anche alla stabilizzazione del potere di aristocrazie
ed élite locali: trasmettere ricchezza da una generazione all'altra divenne sempre più semplice,
dunque, si fecero meno importanti le cerimonie funebri.
Le nuove élite preferirono adottare un’altra strategia, per sottolineare l’importanza della loro
posizione sociale: invece di seppellirli con il defunto, gli oggetti preziosi venivano spezzati e/o
distribuiti fra i partecipanti alla cerimonia.
CAP. 4 – REGNI E IMPERO
Nonostante il potere regio NON fosse ugualmente forte in tutte le regioni dell'Europa, nel
medioevo la maggior parte della sua popolazione visse sotto un re di cui riconosceva la
giurisdizione.
L'unica eccezione fu l'Islanda, che, fino al 1262, quando ammise/accettò il dominio del re di
Norvegia, si autogovernò, senza strutture gerarchiche formalizzate.

1) La regalità medievale
La regalità nei regni romano-barbarici fu il risultato della combinazione di aspetti tipici del
principato imperiale romano, ossia:
- la centralità del diritto
- e il principio della territorialità del potere,
con altri tipici, invece, delle realtà barbariche, come:
- il rilievo del ruolo militare del capo
- e il suo legame con il popolo (“populus”).

Il re, in primo luogo, NON esercitava il suo potere su un territorio, BENSÌ su un popolo: era una
conseguenza delle dinamiche politiche dei primissimi secoli del medioevo. E solamente in seguito
si impose anche una dimensione territoriale del potere regio che si affiancò a quella personale.
Il legame tra il “rex” e il suo “populus” rimase strettissimo.
TUTTAVIA, con il termine “populus” NON ci si riferiva a tutta la popolazione, BENSÌ a coloro che
erano uomini liberi e che, se maschi, erano soggetti alla leva militare, e facevano quindi parte
dell’esercito regio.

Nell'Alto Medioevo la successione regia NON era regolata per legge, MA era un processo
negoziabile. Senza dubbio, il sangue regio costituiva un forte elemento legittimante, MA a lungo
NON sempre fu un fattore sufficiente a garantire la successione.
Era essenziale il consenso dei grandi del regno, come rappresentanti più qualificati del
“populus”.

Fino all'affermazione del principio ereditario (X-XII sec.), erano i grandi a nominare il
re, proclamato poi davanti a un'assemblea.
Un chiaro esempio di queste caratteristiche sono i regni dei Visigoti o dei Longobardi, nei quali
NON si affermò MAI una vera e propria successione dinastica.
Inoltre, all'interno delle famiglie regnanti, il figlio maschio maggiore NON aveva un indiscusso
diritto alla successione (rispetto, per es., agli altri fratelli o parenti stretti).

La competizione fra le aristocrazie per l’elezione del nuovo re generava a conflitti e congiure.
È da ricordare la storia del regno franco con i Merovingi, segnato da frequentissimi conflitti tra
i membri del gruppo parentale.

In tutto ciò, per garantire la successione al figlio prescelto, alcuni re lo associarono al regno già da
bambino, di modo che, alla morte del padre, il nuovo re fosse già riconosciuto, e bastasse, dunque,
solo riconfermarlo con una cerimonia.
E solamente in seguito, con il tempo, si affermarono il principio ereditario, il maggiorascato (= il
primato del figlio maschio maggiore) e il principio dell'indivisibilità dei regni, MENTRE venne a
mancare la dimensione elettiva.

Tuttavia, l’aristocrazia NON aveva solo un ruolo politico: infatti, il re prima di tutto era un
aristocratico.
Nonostante fosse il sovrano di tutto il suo popolo, il re era più strettamente legato all'élite di cui
doveva rispettare i privilegi tradizionali. Quindi, NON era pensabile che un re potesse mettersi
contro l'aristocrazia nel suo complesso, per appoggiarsi agli strati subalterni della società.

2) Il re tra il sacro e la legge


In questo periodo, un elemento decisivo/fondamentale/principale è la sacralizzazione della figura
regia. Dunque, le cerimonie di incoronazione avevano un'importanza fondamentale per rendere
legittimo il re e le sue richieste di potere.
Infatti, per esempio, prima dell'incoronazione a Roma, per mano del papa, un imperatore NON
poteva proclamarsi tale, e doveva quindi accontentarsi del meno importante titolo di «re dei
romani».

Erano rituali dalla forte impronta cristiana durante i quali la natura dell'individuo si trasformava,
sacralizzandosi: introducevano il potere del re nell'ordine cosmico che aveva origine in Dio,
ponendolo su un liv. superiore. L'espressione «vicario di Cristo», con cui spesso si definivano i re
altomedievali, rende bene la figura del re: era il rappresentante della divinità sulla terra, e i suoi
sudditi gli dovevano obbedienza e sottomissione.

Nel XII sec. vi fu una decisiva trasformazione per quanto riguarda le pratiche di legittimazione
della regalità grazie alla riscoperta del diritto romano e, in particolare, del diritto giustinianeo,
con la sua concezione assoluta del potere monarchico. Il primo riscontro concreto si ebbe nella
corte imperiale sveva, MA ben presto si diffuse anche negli altri regni, avvalorandosi/affidandosi
all’idea/sentenza secondo cui “un re che NON riconosce alcun superiore è imperatore nel suo
regno”.
I giuristi affiancarono – e in parte sostituirono – i sacerdoti come interpreti della regalità: da
«vicario di Cristo» il re divenne un deus terrenus (“Dio in terra”). Ciò permise di sganciare la
sovranità dal controllo della chiesa romana.

3) Imperi e regni in Occidente


Il ritorno della titolatura imperiale in Occidente, con l'incoronazione di Carlo Magno (la notte
di Natale dell’800), fu prima di tutto una creazione del papato: il titolo fu collegato al dovere di
protezione della chiesa di Roma e, quindi, al controllo di ciò che era stato il regno dei
Longobardi.

La svolta si ebbe dalla metà del X sec., quando, con Ottone I, il titolo imperiale si legò con la
monarchia germanica, nonché la più potente d'Occidente. I re tedeschi – oltre alle corone di
Germania, Italia e (dal 1032) Borgogna – acquisirono, insieme al trono italico, anche il diritto alla
corona imperiale. Dunque, fino alla metà del XIII sec., l’imperatore tornò a essere il sovrano più
potente dell'Occidente, anche in termini materiali.

A partire dall'età ottoniana (ossia dal 962 al 1024), dunque, vi era da parte imperiale una pretesa
di superiorità sugli altri re, che però NON si tradusse MAI in un diritto riconosciuto di ingerenza
negli affari interni degli altri regni, anche se gli imperatori intervenivano spesso in quelli confinanti
direttamente con l'impero (come per es., l’Ungheria). L’imperatore agiva in Germania, così come in
Italia e in Borgogna in quanto era re di quei territori.
L'imperatore NON era tale perché governava su più regni, o perché era il monarca più potente,
MA perché, in quanto re del regno italiano, proteggeva Roma e il pontefice.

Dalla fine dell’XI sec., lo strettissimo legame tra re e pontefice si trasformò in un punto debole
del potere imperiale a causa dell'affermazione di una monarchia papale sempre più autonoma
e indipendente, animata da progetti sempre più teocratici.

Si aprì così una serie di conflitti che indebolirono l'autorità dell'imperatore, NON SOLO in quanto
tale, MA ANCHE quale re dei suoi regni.
Fino alla metà dell'XI sec., infatti, tutti quei poteri principeschi che volevano essere riconosciuti
come regni guardavano all'impero per legittimarsi, MENTRE dalla prima metà del XII sec. questa
funzione passò al papato.

4) Le basi materiali del potere regio


La capacità d'intervento dei re si basava anche sui loro beni materiali: i re dovevano essere ricchi per
poter redistribuire questa ricchezza attraverso doni ai nobili e alle chiese, per mantenere una corte,
per costruire clientele attraverso la concessione di beni o giurisdizioni, e per dar organizzare
cerimonie lussuose/sfarzose.

Nell'Alto Medioevo, con la scomparsa delle tasse che avevano finanziato l’Impero Romano, la
ricchezza dei sovrani veniva dalle terre in mano al fisco regio.
Ovviamente, il re era il maggior proprietario fondiario del regno, e così, dalla quantità di beni
traeva i suoi introiti/guadagni e – offrendone parte agli aristocratici – costruiva il suo consenso
politico.

Già dal XI sec., MA ancor più nel XII sec., con la crescita/l’aumento dei poteri locali di
natura signorile, la situazione cambiò drasticamente: dalle rendite basate sul possesso della
terra si passò ai redditi derivanti dall'esercizio della giurisdizione.
Il potere regio si rafforzò attraverso sempre più ampi diritti giurisdizionali del monarca,
anche grazie alla riscoperta del diritto romano.

Dal tardo XII sec., i sovrani acquisirono maggiore capacità di imporre prelievi e tasse anche sui
territori NON da loro direttamente controllati. Nacque dunque una fiscalità regia che si
sovrappose al prelievo signorile.
CAP. 5 – CHIESE, MONASTERI, RELIGIOSITÀ
L'affermarsi del Cristianesimo in epoca tardoantica aveva trasformato in modo profondo le
istituzioni, la simbologia politica e il linguaggio del potere.
L'economia urbana e delle campagne fu intimamente connessa alle iniziative di chiese e monasteri,
e fino al XII sec. la conservazione dei testi scritti è mediata dall'archivio di un ente religioso o
ecclesiastico.
MA il Cristianesimo NON fu soltanto la religione ufficiale delle élite politiche, intellettuali ed
economiche, BENSÌ fu anche la fede di chi cercava un percorso di salvezza individuale, di chi
credeva alla possibilità di costruire una società migliore, meno violenta ed egualitaria.

1) Una religione eterogenea


Durante i primi secoli del Cristianesimo vi erano da forme variegate di adesione alla fede:
 Si affermò, partendo dalle regioni mediorientali, in un'area molto vasta che andava
dai confini con la Persia alle rive del Reno.
 In ambito urbano, le prime comunità cristiane presto furono organizzate con una
modalità gerarchica che rispettava gli assetti sociali della civiltà romana.
 Altrove, specie in Oriente, per lungo tempo rimasero in piedi comunità cristiane che si
isolavano dall’ambiente civile, preferendo una vita di assoluta povertà e castità, in attesa
della fine del mondo.

La componente escatologica (ossia riguardante all'interpretazione dei destini ultimi dell'uomo e


dell'universo) si esaurì dopo la «svolta» costantiniana: perdurò un'interpretazione eroica
dell'adesione alla fede, vissuta come scelta individuale, e NON più comunitaria – uomini santi
con le loro scelte estreme, abbracciando una vita lontana dalla sessualità e dalla ricchezza,
riscossero un grande successo locale nella società tardoantica, e attorno a loro si crearono larghi
gruppi di seguaci che diedero vita, progressivamente, a vere e proprie reti clientelari.

Un carattere tipico e, al tempo stesso, contraddittorio del monachesimo tardoantico fu il fatto che
il disprezzo della mondanità si univa a un coinvolgimento strettissimo nelle dinamiche sociali
delle comunità. Da un lato, il monachesimo criticava le gerarchie ecclesiastiche per il loro
eccessivo coinvolgimento con il potere imperiale; dall'altro, queste stesse gerarchie
condannavano il l’esibizionismo/fanatismo/protagonismo degli uomini santi, che NON andava
d’accordo con il principio di uguaglianza tra tutti gli uomini, tipico della religione cristiana.

2) Monaci e vescovi
Questa contraddizione tra l’allontanamento dal mondo e il protagonismo/esibizionismo/
fanatismo che in questo modo l’uomo santo acquisiva nel mondo stesso è presente anche nel
monachesimo occidentale.
Le varie regole delle comunità monastiche mostrano nelle due forme di maggior successo (ossia
quella di san Benedetto e quella di san Colombano) la stessa tensione fra vita comunitaria e
perfezionamento individuale:
 (San) Benedetto da Norcia  fondò diverse comunità monastiche prima di arrivare
nell’area della città romana abbandonata di Casinum, dove, nel 529, nacque l’abbazia
di
Montecassino. formulò una regola (detta “regola benedettina”) che
dettava
norme improntate a una vita comunitaria fra eguali, che NON richiedevano alcun eroismo,
dove NON vi era alcuno spazio per la scelta individuale.
 (San) Colombano  era un monaco irlandese che attraversò il regno dei Franchi fondando
diversi monasteri. Al termine della sua vita, raggiunse il cuore dell'Appennino piacentino
dove fondò il monastero di Bobbio (614). A differenza di quella benedettina, la sua regola
esprime la tensione al perfezionamento individuale: le norme sono abbastanza severe,
MA NON si pongono come limiti assoluti, BENSÌ come limiti minimi che tutti devono
raggiungere.

I vescovi e le gerarchie ecclesiastiche urbane NON sempre volevano o riuscivano ad arrivare


alle popolazioni rurali in un habitat caratterizzato da un insediamento sparso e discontinuo.
L'ambito di azione dell'autorità vescovile era la diocesi, che NON ebbe confini definiti fino
all'età carolingia: erano le comunità che facevano capo a una chiesa rurale che si riconoscevano
soggette a una determinata sede vescovile. Nei primi secoli del Medioevo, dunque, le diocesi
coordinavano uomini, e NON territori.

Inoltre, le allora chiese vescovili NON erano inserite in una struttura gerarchica verticale
culminante nel papa – come avvenne solo dalla fine del XI sec. in poi.
Il papa NON aveva alcuna autorità sugli altri episcopati, seppur, a partire dal V sec.,
cominciò un processo di affermazione del vescovo di Roma, che, in qualsiasi modo, poté vantare
soltanto un primato morale sulle altre sedi.

3) I monasteri tra aristocrazie e regni


I monasteri tardoantichi NON sempre ebbero continuità nel tempo: come per es.
Montecassino, che fu distrutta dai Longobardi alla fine del VI sec., e venne abbandonata dalla
comunità monastica che si rifugiò a Roma.
Quando poi, nell’VIII sec., fu rifondata, la ragione su cui si basava la fondazione dei monasteri
era cambiata fortemente. Dal VII sec., infatti, specialmente nel regno dei Franchi e poi, dall’VIII
sec., anche nel regno dei Longobardi, la fondazione divenne un atto religioso e politico
insieme: difatti, a fondare i monasteri ora NON erano più religiosi, BENSÌ re e aristocratici.

Per le aristocrazie, fondare un monastero diventò uno strumento politico polivalente:


 In primis, permetteva di accrescere il patrimonio dei fondatori grazie all'accumulo di
terre che sfuggivano così alla frammentazione connessa ai diritti ereditari.
 Inoltre, faceva sì che il potere politico si rafforzasse, in quanto il patrimonio così
ammontato/accumulato poteva essere redistribuito per creare o rinforzare reti di alleanza
e/o di clientela.
 Infine, faceva aumentare il prestigio dei fondatori per la funzione culturale che avevano
i cenobi, come centri di educazione giovanile, di produzione e conservazione dei libri e
di opere d’arte.
Di fronte a queste strategie, i re risposero fondando ex novo, o rinnovando monasteri già esistenti,
offrendo loro in dotazione beni del fisco regio. Tali fondazioni permisero ai re di creare riserve di
patrimonio fiscale in aree strategiche, sottraendo quelle terre al normale circuito della loro
concessione in beneficio alle aristocrazie.
Come conseguenza, vi fu il controllo regio su coloro che ricoprivano la carica di abate, scelto fra
i più stretti collaboratori del re.

Inoltre, i monasteri sorti tra il VII e il IX sec. – prima i monasteri regi, e poi, pian piano, anche
quelli privati – poterono godere di 2 privilegi importanti:
 Intanto, ricevettero l'immunità  cioè furono immuni dall'autorità degli ufficiali del regno,
nel senso che nelle terre del monastero NON potevano esigere tributi e amministrare la
giustizia.
 Insieme a questo privilegio vi fu anche quello dell'esenzione  ossia l'autonomia
dall'autorità del vescovo della diocesi in cui si trovava il monastero.

I monasteri di fondazione aristocratica furono, in questi secoli, molto spesso cenobi femminili. Le
donne divennero così protagoniste delle strategie di affermazione familiare, non solo come custodi
del patrimonio ma anche come promotrici del prestigio culturale e religioso delle loro famiglie. Le
fonti agiografiche, però, segnalano la loro scelta come un atto di eroismo: il rifiuto del matrimonio
è rappresentato come una ribellione nei confronti di padri e fratelli, perché diventando monache
rendevano impossibili legami di alleanza politica con le famiglie aristocratiche vicine.

4) La svolta dell’XI secolo


La riforma carolingia aveva cercato di riportare i monasteri – privati e regi – ad assetti
comuni tramite l'imposizione di un'unica regola, quella benedettina, così come fu deciso al
concilio di Aquisgrana (817).

Si era provveduto anche a limitare il numero delle chiese private maschili e a imporre ai membri
del clero la castità e la vita in comune. Furono così fondate le prime canoniche, ossia luoghi in
cui il clero cittadino avrebbe dovuto risiedere seguendo regole di vita in comune di stampo
monastico.
Nelle campagne fu promossa l'organizzazione plebana: si cercò di legare le chiese battesimali
(ossia quelle dove si potevano ricevere sacramenti) a un ambito territoriale ben preciso, piuttosto
che a una comunità di fedeli. E qui fu richiesto il pagamento a favore della pieve della decima,
una quota parte della produzione che doveva servire a mantenere il clero e alla manutenzione
degli edifici sacri.

TUTTAVIA, durante il X sec., la sempre più forte affermazione di poteri dinastici su base
locale fece sì che sia il pagamento delle decime sia la cura delle anime divennero peculiarità/
prerogative dei poteri signorili, perché fuori dal controllo regio ed episcopale.
Nell’XI sec. vi furono richieste insistenti da parte del mondo laico di una nuova religiosità, che
andasse incontro:
- da un lato, a esigenze spirituali;
- e, dall’altro, a esigenze di maggiore eguaglianza sociale e di minore violenza.

In Italia ebbe successo una nuova forma di esperienza eremitica, che riproponeva un percorso
individuale di perfezione – nuovi «uomini santi» –, PERÒ mitigata dall'appartenenza a una
comunità strutturata.

Numerosi movimenti, nonostante fossero segnati da vicende e caratteri diversi, mostravano alcuni
elementi in comune (come per es., il rifiuto della sessualità, le pratiche di digiuno, il ritiro dal
mondo). Di nuovo, si andava alla ricerca di «uomini santi», che potessero essere guide spirituali:
chiaro segno che chiese e monasteri non erano più ritenuti utili al perfezionamento individuale.
Molti dei capi di questi movimenti rifiutavano il battesimo e l'eucarestia e non riconoscevano
l'autorità dei sacerdoti.

A Milano, a metà dell’XI sec., scoppiò la rivolta dei «patarini».


All’inizio, il movimento nacque all'interno del clero e fu promosso da un chierico, Arialdo,
che era contrario alle pratiche della simonia e del concubinato e la corruzione degli ordini
maggiori. Al movimento si associarono laici di bassa estrazione sociale, e la pataria (ossia il
movimento politico-religioso di carattere ereticale e pauperistico), che in un primo momento
ricevette il sostegno del papato, fu presto sconfessata.
TUTTAVIA, mettendo in discussione l’operato dei sacerdoti indegni, i patarini oltrepassarono
un confine fondamentale: i laici NON si potevano permettere di giudicare i membri del clero.

5) Ortodossia ed eresia
Alcuni dei movimenti spirituali dell’XI sec. si unirono/congiunsero in fondazioni monastiche
regolari: il caso più significativo è quello dell'abbazia di Citeaux (Cistercium), fondata nel 1098
dall’abate Roberto, che fu all'origine dell'ordine cistercense.
MA solo pochi anni dopo il monastero riscontrò un certo successo, quando ne divenne abate
Bernardo di Chiaravalle.

Il nuovo monachesimo predicava/proclamava un ritorno alla regola benedettina, al lavoro nei


campi dei monaci, INVECE che alle pratiche liturgiche complesse e raffinate che caratterizzavano
il monastero di Cluny, che, all’inizio del X sec., sempre in Borgogna, era stato fondato per volontà
del duca Guglielmo d'Aquitania, il quale raccolse monaci di estrazione aristocratica e partecipò
alle lotte politiche.
I suoi monaci si vestivano con una tonaca nera, segno di grande lusso in quanto era una
colorazione molto costosa e difficile. Al monastero di Cluny bisognava seguire rigidamente la
regola benedettina, e ciò rese l'abbazia un modello da imitare nell’XI sec..

A differenza di Cluny, i cistercensi proponevano un ritorno a una grande semplicità, si vestivano


di bianco e i priorati instaurarono rapporti di stretta collaborazione con i propri vescovi.
Altri movimenti predicarono l'adesione al cristianesimo evangelico, alla purezza nelle pratiche di
vita, in netta/chiara contrapposizione rispetto alle gerarchie ecclesiastiche ritenute corrotte.

Si arrivò a proporre una struttura ecclesiastica alternativa, come nel caso dei Catari – diffusi nella
metà del XII sec. in Germania, in Francia meridionale e in Italia –, che mutuavano l'organizzazione
gerarchica della chiesa nelle loro comunità, guidate da vescovi coadiuvati da presbiteri e diaconi.
Anche dal punto di vista dottrinale, i Catari proponevano una fede alternativa, che si basava sul
principio dualistico della coesistenza fra bene e male, in eterno conflitto tra loro.

In tutto questo, i vertici ecclesiastici bollarono come “eretici” tutti quei movimenti che si
ponevano al di fuori dell'obbedienza romana, anche nei casi in cui – come successe al movimento
valdese – la “disobbedienza” consisteva SOLO nel voler predicare il Vangelo.

6) Un pauperismo ortodosso: gli ordini mendicanti


In seguito al IV concilio lateranense del 1215, la chiesa pensò a organizzare una struttura
capillare sul territorio dedicata alla cura delle anime: la parrocchia si fece/diventò il centro di
questo sistema che fece sparire le pievi e i diritti delle chiese private.
Il parroco solo riceveva le decime dai suoi parrocchiani (ossia gli abitanti di una circoscrizione) e
somministrava loro i sacramenti (cioè il battesimo, l’estrema unzione, la confessione e, dal 1215, il
matrimonio); INVECE, la vita dei fedeli fu inquadrata in una serie di obblighi (come per es.
confessarsi almeno una volta l’anno o chiamare il prete al capezzale di un moribondo).

TUTTAVIA, nella società laica del XIII sec., società caratterizzata da sempre più disuguaglianze
sociali, continuarono a trovare vita i principi del pauperismo, del rifiuto del mondo, del richiamo al
modello evangelico di vita.
In questo senso è significativa e nota la vicenda di Francesco d'Assisi, che, nato da una famiglia
di ricchi mercanti, arrivò rinunciare alle proprie ricchezze per intraprendere un'esistenza dedicata
all'assistenza di poveri e malati, vivendo di elemosine e predicando quanto era scritto nel Vangelo.
Egli ebbe talmente tanto consenso da parte del popolo che molti si raccolsero attorno a lui e
seguirono il suo esempio di vita. Francesco d'Assisi scelse subito la strada dell'obbedienza alla
chiesa, e riuscì a ottenere il riconoscimento orale della sua regola dal papa Innocenzo III, seppur
la regola definitiva verrà approvata in seguito, da Onofrio III, nel 1223.

In quegli anni, l'Ordine dei Minori (detto poi Ordine Francescano) NON fu il SOLO movimento
pauperistico a diventare un ordine monastico riconosciuto dalla chiesa: difatti, stessa
sorte/fortuna capitò anche:
 ai Domenicani (inizialmente chiamati Predicatori)  promossi da Domenico di Guzman nel
1215
 agli Agostiniani  a metà del Duecento, di ispirazione eremitica
 ai Servitori di Maria (chiamati anche Serviti)
 e ai Carmelitani  nati in Terrasanta.
Il papato li definì complessivamente «ordini mendicanti»: essi divennero uno strumento
disciplinare fondamentale nelle mani della chiesa, grazie alla loro specifica funzione contro gli
eretici nell'inquisizione e alla loro attività di predicazione di massa, specie nelle città.
CAP. 6 – LE CITTÀ

1) Città di pietra, città di uomini


Il vescovo di Siviglia, Isidoro, scrisse, in 20 libri, una monumentale enciclopedia (le
“Etimologie”), nella quale si proponeva di descrivere le origini dei nomi e di raccogliere tutti i
saperi del mondo classico, mondo che allora si stava trasformando rapidamente e rischiava di
diventare comprensibile solo a pochi.

Nel libro XV, dedicato agli edifici e ai campi, Isidoro dedicò il II capitolo agli edifici pubblici
trovandosi ad affrontare il problema della definizione di «città».
Allora, egli spiegò la differenza tra le 2 parole latine, «civitas» e «urbs», usate entrambe per
indicarla:
 «Civitas»  termine da cui derivano, per es. i termini “città” (in italiano) o “ciudad” (in
spagnolo), indicava una moltitudine di uomini uniti da un legame associativo: una
comunità che prendeva nome dai suoi cittadini («cives»), ossia dai suoi stessi abitanti.
 «Urbs»  INVECE, “sono le mura stesse” che delimitano lo spazio urbano e che
determinano il confine all'interno del quale convivono i cittadini.

Dunque, «città», nel pensiero di un vescovo che scrive all’inizio del VII sec., NON è un concetto
semplice, MA l'unione:
1) della “città di pietra”, rappresentata dalla cinta urbana,
2) con la “città degli uomini”, la comunità che vive all'interno di quelle mura.

2) La città vescovile
Nel mondo mediterraneo – decisamente urbanizzato nel periodo romano – le città avevano avuto
precise funzioni di coordinamento del territorio sia dal punto di vista politico-amministrativo,
sia dal punto di vista produttivo e commerciale.
Le grandi vie consolari, insieme con le rotte costiere, avevano costituito una sorta di rete
infrastrutturale di cui le città costituivano i nodi funzionali.

La crisi del III sec. aveva inciso su questo sistema, e le città ne subirono le conseguenze: la crisi
economica e la forte pressione fiscale portarono gli abitanti a spostarsi nelle campagne,
abbandonando le città.
Gli interventi riformatori di Costantino e Teodosio in ambito religioso promossero una
nuova piena coincidenza fra la comunità dei fedeli e la comunità urbana: le élite cittadine
(che era la parte della popolazione maggiormente cristianizzata) trovarono nelle strutture
ecclesiastiche la possibilità di conservare la loro eminenza sociale.
Le leggi canoniche, che prevedevano che il vescovo venisse eletto dal clero e dal popolo,
consentirono una compartecipazione di tali élite alla gestione della città.

Alle élite cittadine si deve una profonda trasformazione degli spazi urbani: allora le città furono
provviste di una cinta muraria dal valore NON SOLO di protezione, MA ANCHE di confine fra
la comunità urbana e l'esterno.
Difatti, da ora in poi il termine “cives” indicherà solo gli abitanti ristretti dalle cerchie murarie.
L'interno impianto delle città venne profondamente ristrutturato: per esempio, lo spazio del
foro, una volta perse le sue funzioni, rimase una piazza pubblica solo quando restò sede del
mercato alimentare giornaliero; altrimenti, fu lottizzato e coperto da abitazioni private.
Il nuovo polo urbano divenne la chiesa vescovile, cui erano associati una piazza, il campanile, il
battistero e la residenza del vescovo.
Gli spazi cimiteriali, in un primo momento rimasero esterni alla città, come in età romana; nei
secoli successivi (VIII e IX sec.), INVECE, vennero spostati in città, attorno e dentro le chiese.

3) Le città che nascono nel Mille


Nelle aree europee più settentrionali, ossia quelle in cui la colonizzazione romana NON era
riuscita a intervenire in maniera significativa, la vicenda urbana è molto diversa.
Qui le città nacquero solo a partire dal XI sec., periodo che coincise con un lungo periodo di
espansione demografica ed economica.

La crescita demografica e l'aumento della produzione agricola avevano offerto a una grande
quantità di persone la possibilità di svolgere attività diverse dall'agricoltura.
Attorno a nuclei insediativi (come castelli, monasteri, e centri vescovili fortificati)
cominciarono a crescere borghi dove risiedevano contadini, artigiani e cavalieri.
Poco tempo dopo, le élite locali iniziarono a innalzare circuiti murari che includevano in una stessa
cinta abitanti vecchi e nuovi.

Città fondate e città sorte spontaneamente sono molto diverse fra loro nella forma: le città
fondate si organizzano su assi viari ortogonali e sono racchiuse da un perimetro murario che si
apre in corrispondenza delle strade. Spesso, l'asse viario principale coincideva con una strada
interregionale di grande traffico che, all'interno della cinta urbana, aveva una forte funzione
commerciale.

Durante il XII sec. gli abitanti di questi nuovi centri si riconobbero come “civitas”, cioè come
comunità che condivideva gli oneri e i diritti connessi alla cittadinanza.
Queste comunità ben presto rivendicarono autonomia nei confronti delle autorità regie e
principesche: le carte di franchigia – emesse in loro favore da re e principi – accordavano una
gestione indipendente delle attività produttive e commerciali ed esenzioni fiscali.

4) La crescita delle città di origine romana


A partire dal XII sec., l'espansione delle città e l'incremento della loro popolazione
sono fenomeni comuni a tutta l'Europa, indipendentemente dall’origine.
Nelle città di fondazione romana, l'espansione rimase fuori dalla cinta muraria: sono soprattutto
le carte notarili a testimoniare come (nell’XI e XII sec.) le terre subito a ridosso delle mura fossero
state divise in lotti regolari, lungo gli assi viari principali che si dipartivano dalle porte.

La crescente pressione demografica e lo sviluppo economico spingevano molte persone


a trasferirsi in prossimità delle vecchie mura.
Fu SOLO nella seconda metà del XII sec. che i borghi esito di quella crescita furono inglobati
in una nuova cinta.

La scelta di ampliare la cinta, inglobando anche i molto popolosi borghi esterni alle mura
tardoantiche, mostra una precisa volontà di inclusione all'interno della cittadinanza di una nuova
e più numerosa popolazione.
I molti patti che le città strinsero fra loro e con le comunità rurali che entravano progressivamente
nel controllo urbano mostrano una gerarchia giurisdizionale fra gli abitanti entro le mura urbane,
quelli dei borghi e quelli del contado (ossia, il territorio diocesano).
Questa gerarchia si traduceva ed esprimeva attraverso diritti e obblighi differenziati e regolati
inizialmente dai patti, e in seguito dagli statuti cittadini.

5) La forza motrice entra in città: l’acqua


Le città europee nate fra l’XI e il XII sec. erano state polifunzionali e policentriche, quando,
dentro un'unica cinta muraria, avevano racchiuso:
- un centro signorile,
- una sede abbaziale o vescovile,
- un'area produttiva e/o commerciale.

Oppure, se nate per fondazione, erano state costituite sulla base di una precisa funzione da svolgere,
in genere quella di centro di mercato.

Nelle città di più antica tradizione, INVECE, la costruzione delle cinte murarie del XII sec. fu
occasione un profondo cambiamento dello spazio urbano.

I lavori di canalizzazione idrica – connessi alla necessità primaria di alimentare i fossati delle
nuove mura – aiutarono anche a portare all'interno delle città la nuova forza motrice dell'acqua.
All'interno della cerchia muraria vennero costruiti mulini che permisero anche la movimentazione
delle prime macchine (come telai e magli).
Inoltre, le acque interne permisero di avere un mezzo efficace per lo smaltimento delle scorie di
produzione.

Questi importanti cambiamenti alle infrastrutture fecero sì che le città da centri di commercio e
consumo si trasformassero in centri di produzione artigianale.

6) Piazze e palazzi pubblici


Durante tutto il XII sec. le magistrature comunali avevano trovato sede presso chiese urbane.
Fu SOLO dopo la pace di Costanza (1183) che si cominciarono a progettare e a realizzare sedi
proprie delle magistrature urbane: fu un fenomeno con un grande impatto sulla struttura
urbanistica, in quanto NON venne MAI costruito soltanto un palazzo, BENSÌ vi fu associata una
nuova piazza: la piazza del comune.
La nuova piazza divenne sede di mercato, e i primi palazzi comunali mostrano forme
architettoniche che rendevano permeabile lo spazio chiuso del palazzo a quello aperto della piazza
attraverso la presenza del portico.

7) Castelli urbani: le città soggette


La presenza di strutture fortificate all'interno degli impianti urbani era piuttosto comune nelle
città europee nate dalla fusione di un “castrum” con altri centri insediativi.

Nelle città di fondazione romana, la presenza di castelli urbani ha avuto una duplice funzione per i
castelli urbani:
1) di difesa dell'intero abitato, con castelli costruiti presso un angolo delle mura o subito
a ridosso della città;
2) o, all'interno del circuito murario, a protezione delle sedi di monasteri o di vescovati.

Con l'affermazione dei comuni (a partire dal XII sec.) e con la costruzione delle nuove cinte
murarie, queste fortificazioni scomparvero, e, nella prima metà del 200, nelle città dell'Italia
Settentrionale NON vi erano castelli.
INVECE, nei centri urbani del Sud Italia la situazione era diversa: a partire dall’XI sec. si erano
affermati i Normanni.
Essi attuarono azioni diverse nei confronti delle città:
- Nei centri minori (come Aversa e Andria), spesso privi di sede vescovile (come Melfi e
Conversano), la loro integrazione con gli abitanti fu piena e la sede loro potere era
posta all’interno dell’impianto urbano che provvidero a ristrutturare essi stessi.
- Nelle città che, INVECE, erano già state sedi di poteri principeschi (come Salerno e Capua),
i Normanni posero la loro sede al di fuori dell'impianto urbano, costruendo castelli che
divennero le nuove sedi del potere.
CAP. 7 – SIGNORIA E FEUDALESIMO
1) Feudalesimo: un concetto da storicizzare
Nel XVIII sec., grandi intellettuali come Montesquieu guardavano al proprio presente, alla
permanenza di diritti signorili frammentati, e identificavano tutto ciò con il feudalesimo.
TUTTAVIA, come fa presente Giuseppe Sergi, si tratta di un errore comune di deformazione
prospettica del passato, in ragione del quale osserviamo le epoche più lontane attraverso la lente
deformante del presente. Questo errore degli intellettuali del ’700 ha continuato a esistere, tanto che
tutt’oggi troviamo la stessa nozione di feudalesimo nella cultura diffusa.

Nelle opere storiche pubblicate tra 800 e 900 troviamo il lessico feudale usato con significati
diversi, riconducibili a 3 significati maggiori di feudalesimo:
 secondo Karl Marx  che usava il termine per indicare un sistema economico, opposto, da
un lato, al sistema schiavistico, e dall'altro, a quello capitalistico;
 secondo Marc Bloch  che, INVECE, si riferiva a una struttura sociale complessa, fondata
sulla dominazione dell'aristocrazia militare, sul frazionamento dei poteri, sui legami fra
uomo e uomo, e sull'uso della terra come ricompensa;
 secondo Giovanni Tabacco  che, infine, intese il feudalesimo come l'insieme dei
rapporti vassallatico-beneficiari e la conseguente incidenza sul piano politico.

2) Legami personali e clientele armate


Nella sua grande estensione territoriale, l'Impero Carolingio fu prima di tutto il risultato di:
- un equilibrio tra la potenza militare dell'aristocrazia franca
- e la capacità di coordinamento della dinastia carolingia.

Il periodo di Carlo Magno fu segnato NON SOLO dalle indiscutibilmente amplissime


dimensioni del dominio franco, MA ANCHE dalla progettazione di un sistema di governo
basato su una rete di funzionari dislocati sul territorio.

Il concetto di “redistribuzione” è molto utile per capire l'efficacia ma al tempo stesso anche i limiti
del potere carolingio.
Carlo Magno attivò un circolo virtuoso attorno alla propria capacità di coordinamento delle
aristocrazie: ottenne un così ampio seguito che riuscì anche a garantirgli la forza militare
necessaria per espandere il dominio. Inoltre, e di conseguenza, questa espansione gli permise anche
di acquisire una massa enorme di risorse da redistribuire ai fedeli, quindi rafforzò i rapporti con la
stessa forza militare.

In questo contesto, nonché processo redistributivo venne a definirsi (a partire dalla fine dell’VIII
sec.) una forma specifica di legame clientelare: il vassallaggio.
Il vassallaggio fu un legame clientelare forte, fondato su un giuramento che garantiva ai potenti
(e in primo luogo al re) un ampio seguito armato.
Allo stesso tempo, PERÒ, il vassallaggio fu uno strumento fondamentale di redistribuzione,
dato che, in genere, in cambio della fedeltà, i potenti offrivano una concessione di beni destinati a
mantenere il vassallo al servizio del signore; questi beni erano genericamente chiamati
“beneficio”, termine che cambiò poi in “feudo”.

3) Signorie e castelli
In epoca post-carolingia vi fu un progressivo rallentamento del processo di redistribuzione
attuato dal re in favore dell'aristocrazia.
Le divisioni dell'impero e le lotte tra i diversi re permisero che l'equilibrio tra regno e
aristocrazia si spostasse a favore dell’aristocrazia stessa. In questo contesto si sviluppò il primo
intreccio tra sviluppo signorile e legami vassallatico-beneficiari.

Alla base di tutto c'era sempre la terra: difatti, in un'economia a debole circolazione monetaria e
commerciale, la ricchezza era sempre costituita dalla terra.
La terra era, infatti, uno straordinario strumento politico:
 terre date in beneficio ai cavalieri, che diventavano vassalli del signore e costituivano
così la sua forza armata;
 terre date da coltivare ai contadini, che dipendevano quindi dal signore dal punto di
vista economico;
 terre donate alle chiese e ai monasteri, per esprimere la devozione, garantirsi la
salvezza eterna e legarsi a enti prestigiosi.

TUTTAVIA, la ricchezza fondiaria poté diventare fondamento di un dominio politico solo


grazie alla capacità di iniziativa militare dell'aristocrazia, tramite il controllo di castelli e di
clientele vassallatiche.

Il regno indebolito NON riusciva a tenere sotto controllo la concorrenza tra le dinastie signorili; la
popolazione NON poteva più confidare nella pace del re, nella sua capacità di controllare il territorio e
di contenere le violenze:
- In città, le funzioni di difesa vennero assunte dai vescovi.
- Nelle campagne, difendeva chi era in grado di difendere, chi aveva le risorse per
costruire castelli e organizzare bande armate.

Il castello poté diventare un centro di potere grazie soprattutto alla capacità dei signori di organizzare
gli uomini:
- da un lato, i cavalieri che diventavano vassalli del signore e garantivano la sua forza
di difesa e di oppressione;
- dall'altro, i contadini, che cercavano protezione nel castello signorile, impegnandosi in
cambio a pagare alcune imposte e a garantire i turni di guardia e i lavori di
manutenzione delle fortificazioni.

Pertanto, la trasformazione del castello nel centro di una signoria fu possibile perché attorno ad
esso fu costruita una rete di rapporti personali di fedeltà, sottomissione, protezione.
4) Ordinamento signorile
Gli storici distinguono tra:
 «Signoria fondiaria»  cioè il potere esercitato sugli uomini che coltivavano le terre del
signore,
 e «Signoria territoriale»  cioè il potere esteso sull'insieme degli abitanti di un villaggio e
del suo territorio, ossia anche quelli che NON lavoravano per il signore e NON
dipendevano da lui economicamente.

MA la frammentazione del potere andava molto al di là della formazione di signorie: il concetto


che aiuta meglio a capire è quello di «patrimonializzazione del potere», e cioè il fatto che la
giurisdizione (ossia il potere sugli uomini) faceva pienamente parte del patrimonio del signore, e
veniva quindi normalmente venduta, donata, lasciata in eredità, spartita.
TUTTAVIA, ciò che veniva trasferito NON era la giurisdizione su un intero villaggio, BENSÌ suoi
frammenti.

Il risultato è un quadro estremamente frammentato, in cui NON SOLO ogni villaggio era
spartito tra diversi signori, MA ANCHE il singolo contadino aveva obblighi diversi nei confronti
di una pluralità di signori.
Questa frammentazione del potere ai nostri occhi appare solo disordine; TUTTAVIA, il sistema
signorile fu, in realtà, una forma molto precisa di ordine.

5) Una rete piena di strappi e nodi


L'immagine della società carolingia e post-carolingia che emerge da questi processi è ben lontana
da una chiara struttura gerarchica, la cosiddetta «piramide feudale».
Un'immagine che rappresenta meglio questo insieme di rapporti (di IX e XII sec.) è quella della
rete: assai disordinata, tutt'altro che omogenea.

La rete è un'immagine imperfetta, MA sono più gravi i pensieri distorti dati dalla forma della
piramide, per 2 ragioni fondamentali:
1) La piramide fa pensare che tutto convergesse sul re, che è vero che disponeva di un
gruppo importante di vassalli, MA NON aveva controllo per via feudale sull'insieme
dell'aristocrazia, NÉ era in grado di imporsi sui vassalli dei propri vassalli.
2) La piramide porta a pensare a una stratificazione sociale ben precisa, con i vassalli
regi sovrapposti ai valvassori, questi ai valvassini e così via.
In realtà, i legami feudali NON definivano strati sociali, MA relazioni personali (tra
uomo e uomo): NON si era «vassalli» in assoluto, MA vassalli di qualcuno.
CAP. 8 – LE «REGOLE DEL GIOCO» DELLA POLITICA
1) Gesti base: genuflessione, bacio, investitura
Negli ultimi decenni numerosi medievisti hanno studiato i gesti ricorrenti nella comunicazione politica
medievale e hanno cercato di comprendere il loro ruolo in alcuni momenti fondamentali dell'azione
politica.

1) Il gesto che ricorre maggiormente è quello della genuflessione, mutuato dalle pratiche
liturgiche nelle quali aveva e ha tuttora un significato univoco: la sottomissione e il rispetto nei
confronti di Dio. Anche in ambito politico comunicava una sottomissione, al re o a un uomo più
potente, che poteva essere più o meno accentuata se avveniva con una gamba sola o due,
appena accennata e quasi allusa con l'inchino della testa. Questo gesto era perlopiù collegato alla
risoluzione dei conflitti o alla creazione di rapporti di fedeltà.

2) Un altro gesto base era il bacio, applicato a situazioni più ampie perché poteva essere usato
per “mettere in scena” sia rapporti di dipendenza, sia di uguaglianza. Il significato dipendeva
molto dalla parte del corpo che si baciava: il bacio sulla bocca creava un rapporto simmetrico (di
uguaglianza) ed era impiegato nella risoluzione dei conflitti.

INVECE, diverso era il significato del bacio sulla mano o sul piede: metteva in scena una
forma di sottomissione dovuta al grande prestigio di chi lo riceveva.
Era questo il caso del papa: secondo un cerimoniale bizantino doveva essere baciato sul piede,
gesto che doveva essere compiuto dall'imperatore al momento dell'incoronazione. In questo e in
altri casi, il bacio era inserito all'interno di una sequenza di altri gesti.

3) Un terzo gesto base era costituito dall'investitura. Era un “atto di consegna”, riservato
inizialmente a un bene per lo più trasferito a titolo temporaneo come nel caso del feudo o di
una carica. Anche l'investitura poteva essere collegata ad altri gesti, a parole (un giuramento) o
allo scambio di oggetti tipici della concessione.

2) Il consenso dei fedeli e l’assemblea generale


Importante momento di raccordo tra il potere regio e il “popolo” – rappresentato dall'élite – era
costituito dalle assemblee generali. Erano convocate dai re e dagli imperatori carolingi una volta
l'anno, in una stagione favorevole all'avvio delle campagne militari. Vi dovevano partecipare tutti i
“grandi” del regno, senza distinzione tra laici ed ecclesiastici. Erano anche il principale
palcoscenico per la negoziazione e la rappresentazione simbolica dei rapporti di potere all'interno
del regno.

Le nostre ricostruzioni si basano su testimonianze frammentarie: sappiamo che spesso si tenevano


presso il palazzo regio, edificio nel quale risiedeva il re con la sua famiglia e la sua corte nei mesi
autunnali e invernali.

Segno della coesione politica del regno, erano l'esito di precedenti negoziati. Erano il luogo nel
quale venivano “messe in scena” decisioni che ottenevano così il consenso dei “sudditi”, definiti
fideles – termine che accomunava la fedeltà al re a quella a Cristo. Spesso le decisioni prese erano
riportate nei capitolari, disposizioni legislative suddivise in capitoli e in possesso per lo più di conti,
duchi o marchesi.

Non si limitavano tuttavia a organizzare campagne militari o norme relative a varie questioni.
Erano anche il luogo nel quale il ruolo centrale del re era posto in evidenza attraverso:
- lo scambio di doni per cementare relazioni con i grandi del regno,
- l'accoglienza di ambasciatori stranieri
- e la condanna con perdono dei ribelli.

3) La risoluzione dei conflitti: sottomissione, onore, grazia regia


La convocazione di assemblee generali del regno non venne meno dopo la fine dell'impero
carolingio. Rimane particolarmente viva in Germania dove, in età ottoniana, le assemblee
divennero il luogo nel quale erano risolti pubblicamente i conflitti tra sovrani e avversari. Ciò
avveniva perlopiù tramite il rituale della deditio, una “resa” segnata da atti simbolici – ad
esempio, una lunga attesa prima di essere ammessi al cospetto del re e la genuflessione pubblica di
fronte al sovrano.

La deditio era alla base di una concezione “consensuale” del potere regio, ispirata alla figura di
Cristo, che doveva essere in grado di mantenere la pace mediante l'accordo e il consenso dei grandi
del regno. Ciò avveniva tramite atti e cerimonie che, se finalizzate al recupero dell'avversario, pur
se umilianti non dovevano lederne l'onore.
Le assemblee persero importanza dall'età di Barbarossa in poi a causa dell'affermazione di nuovi
soggetti politici, quali i comuni in Italia o i principati in Germania. Nell'Italia comunale assunse
importante l'assemblea di tutti i cittadini, l'arengo o concio.
CAP. 9 – LA GUERRA
In epoca medievale la guerra fu indubbiamente, insieme con la fiscalità e la giustizia, uno dei
principali ambiti di azione dei poteri sovrani. Tuttavia, tracciare una linea di demarcazione tra guerra e
semplice violenza appare difficile. È fondamentale tenere a mente che nel medioevo occidentale
l'esercizio della violenza, di norma, non fu un monopolio delle formazioni politiche ma era largamente
diffuso all'interno del corpo sociale: individui o gruppi potevano ricorrere autonomamente alla forza,
in modo più o meno organizzato a seconda delle diverse situazioni.

1) Gli eserciti di popolo nell’Alto Medioevo e la loro crisi


L'epoca delle cosiddette “invasioni barbariche” segnò in Europa la fine graduale
dell'organizzazione militare romana, basata sul mantenimento da parte dello Stato di un ampio
esercito professionale retribuito grazie ai proventi della tassazione. Con il crollo delle infrastrutture
fiscali e la diminuzione della circolazione monetaria, il mantenimento degli eserciti da parte dei
nuovi regni romano-barbarici fu assicurato affidando ai capi militari e ai guerrieri dapprima rendite
fondiarie e, in seguito, il possesso delle terre.

Proprio la pratica della guerra costituiva il principale collante dei gruppi che si stanziarono sul suolo
dell'impero. L'affermazione dei regni romano-barbarici non fece venire meno questo modello, ma lo
adattò alla nuova situazione. Si impose in tal modo un modello di superiorità sociale nel quale il
possesso della terra, l'attitudine bellica e la reinterpretazione di tradizioni militari barbariche e
romane si integravano. Nacque così un'élite molto diversa da quella senatoria romana, per la quale
aveva più peso la cultura letteraria.

Fino alla metà dell'VIII secolo la partecipazione all'esercito regio era un obbligo di tutti i liberi
possessori, anche se in modalità diverse a seconda della disponibilità economica. In epoca
carolingia si assistette al progressivo prevalere dell'aristocrazia nell'organizzazione militare e al
definitivo venire meno degli eserciti di popolo. Di fatto la pratica della guerra passò sempre più
nelle mani degli aristocratici e delle loro clientele armate. Erano gruppi di cavalieri (milites) forniti
di costose armature, numericamente più ridotti dei vecchi eserciti, ma ben addestrati ed
estremamente efficaci sotto il profilo bellico.

2) L’età dei cavalieri (secoli XI-XII)


La militarizzazione delle élite si consolidò dopo il processo di localizzazione e frammentazione
del potere successivo che portò allo sviluppo della signoria rurale. L'esercizio della violenza
organizzata passò nelle mani di un grandissimo numero di piccoli nuclei di potere, ognuno dei
quali aveva a disposizione un proprio gruppo armato. Si assistette allora alla proliferazione di
piccoli conflitti su scala locale, essenzialmente scorrerie volte al saccheggio delle terre nemiche e
raramente assedi di castelli o città. Ancor più rare erano le battaglie in campo aperto, evitate dai
contendenti per gli alti rischi.

La centralità della cavalleria fu favorita in questo periodo dall'adozione dell'uso della staffa e
dallo sviluppo di nuove tecniche. A fianco dei cavalieri operavano contingenti di fanti, spesso
equipaggiati con armi da lancio, il cui reclutamento avveniva nei ceti subalterni. Tuttavia, questi
reparti, seppur cruciali nelle operazioni d'assedio, non erano percepiti come autonomamente
efficaci sotto il profilo bellico anche se non mancarono occasioni in cui le fanterie riuscirono a
sconfiggere gruppi di cavalieri.

Nei secoli centrali del medioevo il legame tra attività bellica e preminenza sociale si fece sempre
più stretto: essere in grado di combattere a cavallo divenne il principale segno di distinzione
sociale. Investire nel costoso equipaggiamento e nel lungo addestramento era indispensabile per
marcare la distanza dalla popolazione contadina. Villaggi che contavano poche centinaia di abitanti
potevano così mantenere fino a una quindicina di armati a cavallo.

L'appropriazione aristocratica della violenza organizzata non significa che la società contadina non
conoscesse la violenza. Essa, tuttavia, era sempre sanzionata dai poteri superiori. Soprattutto, era
punita con estrema durezza ogni violenza contro i “signori”.

3) L’affermazione delle fanterie (secoli XIII-XV)


Dall'inizio del 200 si assistette a un processo di appropriazione di risorse e pratiche militari da
parte delle monarchie e delle altre formazioni statuali, con una crescente centralizzazione
dell'attività bellica. Fu intorno alla guerra che si strutturò il potere degli stati, con modifiche degli
assetti sociali e istituzionali. Un primo fenomeno fu la crescita del ricorso alle truppe
mercenarie. Ma più importante fu la creazione di eserciti permanenti, dipendenti dal potere
centrale e da esso stipendiati. Si stratta di 2 fenomeni strettamente legati alla ripresa della
circolazione monetaria.

Si ebbe anche una rivoluzione tecnologica e organizzativa in ambito bellico, con grosse novità per
quanto riguarda gli armamenti e la composizione dei contingenti militari:
 Una prima novità fu il ricordo massiccio alle armi da getto, portatili (balestre) e non.
 Dal 300 in poi comparvero anche i primi cannoni, il cui uso divenne più intenso dal
secolo successivo quando cominciarono a risultare decisivi soprattutto negli attacchi alle
fortificazioni.

Per quanto riguarda i cavalieri, si passò dalle semplici cotte di maglia alle più sofisticate e
protettive armature a piastre; fu inoltre necessario selezionare cavalli adatti a sostenere
l'accresciuto peso dei guerrieri. Cambiò anche l'assetto dell'esercito: prevalsero sempre più i reparti
di fanteria, reclutati negli strati umili della società (meno costosi da mantenere e più facilmente
sacrificabili). Erano guerre nelle quali divennero sempre più numerose le battaglie campali; si
assistette parallelamente a una significativa riduzione del peso numero della cavalleria sia per
l'eccessivo costo sia per la sua limitata efficacia. Ebbero la meglio invece i reparti di fanteria: si
ponevano in tal modo le premesse della rivoluzione militare europea della prima età moderna.

4) Verso la statalizzazione della violenza organizzata


La perdita di centralità della cavalleria non significò tuttavia una sua marginalizzazione, anche se si
affermarono altre forme di eminenza sociale connesse alla capacità di accumulare denaro,
all'esercizio di uffici pubblici o alla conoscenza della legge. A questo si associò un crescente
controllo della pratica della violenza da parte degli ufficiali e dei rappresentanti del potere centrale:
si cercò di disciplinare i comportamenti dei singoli e si delimitò il loro perimetro di azione lecita.
CAP. 10 – UOMINI E DONNE, PARENTELE E AFFINITÀ
1) L’identità di genere: una costruzione culturale
La distinzione sociale più profonda che emerge nei testi altomedievali non è quella tra maschi e
femmine, piuttosto tra potenti e deboli (detti pauperes – poveri – non perché fossero
necessariamente poveri in senso economico, ma perché erano deboli e indifesi, dato che il termine
andava a identificare coloro che non portavano le armi).

In tale contesto, il “vero uomo” era colui in grado di assumersi anche il dovere della protezione. In
una società in cui la guerra costituiva una componente fondamentale, il comportamento virile si
esprimeva nel portare le armi, nel valore militare, nella fedeltà e nella protezione dei deboli.

Anche le donne appartenenti al gruppo dei potenti erano tenute alla generosità e alla condivisione e
non erano esenti dal dovere della forza d'animo e del coraggio.

Nella sfera più intima, connessa alle relazioni affettive e alla sessualità, le differenze non appaiono
dissonanti. Le norme canoniche e civili cercavano di imporre un unico modello matrimoniale che
prevedeva la monogamia; l'esogamia (cioè il divieto di sposarsi con persone unite da vincolo di
parentela); il divieto di divorziare e il divieto di contrarre seconde nozze, anche dopo la morte del
coniuge.

2) La coppia matrimoniale
Anche se la distinzione più importante non è quella tra uomini e donne, è vero che quest'ultime si
trovavano in una condizione di sostanziale minorità giuridica perché sempre soggette alla
protezione di un uomo (padre, marito o figlio). Le leggi, in ogni caso, garantivano loro la possibilità
di possedere e gestire proprietà ed era obbligo creare una base patrimoniale per ogni donna libera
che potesse garantirle l'indipendenza economica nel caso di vedovanza. Il patrimonio femminile
era composto dalla dote ricevuta dal padre e dal dotario che la sposa riceveva dal marito:
entrambi costituivano, al momento dell'unione, la base economica comune della nuova coppia, ma
rimanevano alla donna in caso di morte del coniuge o di separazione.

3) La struttura delle parentele allargate


Il patrimonio della coppia era destinato a tutti i figli, maschi e femmine, legittimi e illegittimi
(nati al di fuori del legame sancito da un contratto matrimoniale), anche se in quote più ridotte. Ciò
significava una scarsa possibilità di accumulo di grandi patrimoni, dato che generazione dopo
generazione i beni di ogni singola coppia venivano divisi fra numerosi eredi.

4) Funzione riproduttiva e lavoro


Degli strati inferiori della società le fonti scritte parlano poco; ma gli scavi archeologici, specialmente
l'archeologia funeraria, forniscono dati importanti anche per quanto riguarda le specificità di genere.
Quando le sepolture iniziarono a concentrarsi intorno a un luogo sacro, si
disponevano in ordine gerarchico: la vicinanza o meno al luogo di culto indica una maggiore o
minore importanza sociale del defunto. Si può osservare che le sepolture di maggiore rilievo,
quindi prossime all'edificio di culto, sono quelle di uomini tra i 30 e i 40 anni. Seguono uomini e
donne più maturi, poi i vecchi e ai margini i bambini. Il valore primario attribuito alle donne in
questo contesto è connesso alla capacità generativa, dato confermato dalle norme che
imponevano risarcimenti molto alti nel caso in cui una donna in età fertile venisse ferita o uccisa.

5) I nuovi modelli del Pieno Medioevo


Dal secolo XI, in seguito alla riforma della Chiesa, dal punto di vista sociale vi fu una più netta
divisione fra i laici e gli ecclesiastici che portò anche ad una maggiore distinzione fra maschile e
femminile. L'imposizione del celibato al clero passò anche attraverso la ripresa delle immagini
misogine elaborate fra i secoli III e IV. Nelle rappresentazioni letterarie e artistiche il genere
femminile fu connesso alla carnalità e all'irrazionalità e il genere maschile alla spiritualità e alla
razionalità. Rappresentazioni quali l'immagine della donna forte scomparvero al punto che a un
esercizio del potere da parte di una donna si collegò l'immagine della verginità. Non è un caso che,
proprio a partire dalla fine del secolo XI, fu proposta al culto l'immagine della Madonna (Maria),
vergine e madre.

L'imposizione del celibato al clero contribuì, inoltre, alla definizione di un terzo genere, quello
degli uomini casti: dovevano rinunciare alla sessualità e alla violenza e assumere segni esteriori
(tonsura, barba rasata e vesti lunghe) che segnassero la loro identità.

6) Le nuove forme della struttura della parentela: il sistema dinastico


A partire dalla prima metà del secolo X, l'indebolimento del potere regio ne ridusse gradualmente
la capacità di essere garante dell'appartenenza di molti individui all'aristocrazia. Essa basava la
propria preminenza sociale e politica sulla vicinanza al re. Valori quali la fedeltà e la generosità
persero importanza e lasciarono il posto alla capacità di accumulare beni patrimoniali e cariche e di
trasmetterli agli eredi per conservare la posizione sociale.

Questo processo viene definito dagli storici “dinastizzazione”: la caratteristica propria delle
strategie personali di affermazione divenne non solo la costruzione di una carriera propria, ma
anche di una continuità dinastica che conservasse agli eredi la posizione sociale, le ricchezze e
l'esercizio del potere. Per ottenere tale risultato, solo a uno dei figli fu riservata la possibilità di
ereditare l'intero patrimonio paterno e, col tempo, fu fissato il diritto di primogenitura che
garantiva la successione solo al più anziano dei fratelli.

7) Una nuova identità personale: il dominio maschile e la nascita dei cognomi


Quando usiamo un nome collettivo per definire una famiglia di re, marchesi o conti fra i secoli
VIII e XI, adoperiamo un sistema di denominazione che non esiste nelle fonti, un eponimo nato
dalla penna e dalla volontà di classificazione degli studiosi che ci hanno preceduti. Nell'alto
medioevo,
infatti, non si era formato il cognome. Il sistema di denominazione a tre nomi, proprio dell'élite
romana, che legava l'identità soggettiva alla
linea degli antenati maschi, si era progressivamente trasformato fino a che, nei secoli VI-VIII, tutti
gli individui appaiono identificati dal solo nome personale.

Dal punto di vista dell'onomastica personale, il segno forte della dinastizzazione è costituito dalla
drastica riduzione della ricchezza di nomi a disposizione delle coppie coniugali: se, in precedenza,
essi venivano scelti sia nel ramo paterno sia nel ramo materno, ora si preferì usare un pacchetto di
nomi molto ristretto, soprattutto quelli che ricordavano le origini più prestigiose del lignaggio.

A partire dal XII sec., si affermarono i cognomi, per indicare i membri della medesima linea di
generazione patrilineare, prima nelle fasce aristocratiche della popolazione e poi anche fra i ceti
inferiori. Le donne restarono molto più a lungo senza cognome: furono identificate con il solo
nome proprio, accompagnato a volte dal patronimico e, se sposate, dal nome del marito.
CAP. 11 – LIBERTÀ, SERVITÙ E FORME DI DIPENDENZA PERSONALE
1) Dipendenza e servitù
La contrapposizione servitù/libertà, pur fondamentale, fu solo un aspetto dell'organizzazione
sociale medievale e in particolare di quella delle campagne. Le si affiancava il modello della
“dipendenza”: seppur in forme e misure differenti, molti uomini furono sottoposti a vincoli che
derivavano dalla nascita, da promesse di obbedienza ai potenti, che li proteggevano e dominavano,
o da impegni di soggezione personale connessi alla terra ricevuta in concessione.

Esisteva un continuum tra le forme di dipendenza onorevoli (degli aristocratici) e quelle cui erano
sottoposti i lavoratori della terra. A fare la differenza era l'onorabilità del legame: nessuno poteva, e
neppure voleva, essere del tutto libero da legami personali, ma nessuno desiderava sottostare a
vincoli percepiti come servili.

Visti da lontano i contadini dipendenti sembrano un gruppo omogeneo di “semi-liberi”, ma erano


invece un insieme differenziato. Gli elementi costitutivi della dipendenza erano uguali, ma si
articolavano diversamente in ogni contesto. Non esisteva perciò una sola libertà (al singolare), ma più
libertà (al plurale): era un bene suscettibile di essere ampliato o diminuito attraverso una negoziazione
che poteva rendere la dipendenza meno onerosa o più onorevole.

2) Eredità romana e novità altomedievali


Il tardo Impero Romano non era una società schiavistica. Il numero degli schiavi e il loro peso nella
produzione e nella società si erano ridotti in età imperiale per l'inaridirsi delle fonti di
approvvigionamento. La fine delle conquiste aveva diminuito il numero di schiavi sul mercato,
innalzandone i prezzi. Nelle campagne si diffusero nuove forme di sfruttamento del latifondo,
basate sulla gestione indiretta della terra divisa in poderi. Nacque così la figura del colono, non uno
schiavo ma un coltivatore legato al proprietario terriero, garante dei suoi obblighi fiscali e vincolato
alla residenza e al lavoro al suo servizio.

Le leggi romano-barbariche attestano sia la distinzione tra liberi e servi, sia l'esistenza di un gruppo
di “semi-liberi” non del tutto partecipi della comunità dei liberi-guerrieri. La legislazione, più che
regolamentare la vita dei sudditi, voleva forgiarne l'identità trasformando guerrieri di varia origine
in “popoli”.

Le guerre poi permisero a molti di evadere dalla servitù in gruppo o individualmente. Inoltre, la
scarsità di manodopera dovuta al tracollo demografico spinse i proprietari ad affidare la terra ai
coltivatori con accordi a lungo termine.

Anche la lenta e graduale cristianizzazione delle campagne contribuì a trasformare la condizione


servile. La chiesa sostenne che liberare un servo fosse un atto pio, ma non si pose mai il problema
di una probabile abolizione della schiavitù. Costante fu la pressione per convertire gli schiavi, anche
quelli di tratta: essi divenivano così a tutti gli effetti membri della società cristiana, vivevano in
famiglie nucleari, lavoravano come contadini – spesso collocati in piccoli poderi con accordi a
lungo termine -, erano sottoposti a censi e alla giurisdizione dei proprietari.
Tra i contadini liberi si andavano diffondendo rapporti di soggezione personale volontaria.
Poteva trattarsi di rapporti clientelari informali o di legami più formalizzati, fra i quali ebbe
particolare fortuna la commendazione (commendatio). Con questo rito, consistente nell'immissione
delle mani unite in quelle dell'altro, un libero si affidava alla protezione e al patrocinio di un
potente.

3) Libertà e servitù nel mondo carolingio


Durante l'età carolingia crebbero quantità e intensità dei vincoli di dipendenza dei liberi socialmente
più deboli (pauperes) verso i potenti. La monarchia, però, si mantenne nel solco della tradizione dei
regni romano-barbarici rappresentando il regno come l'espressione dei liberi guerrieri franchi, guidati
dal re.

Si ebbero fenomeni che favorirono la riaffermazione della distinzione tra liberi e servi: in primo
luogo la diffusione del sistema curtense. Nella curtis i servi prebendari, residenti sul dominico,
erano distinti dagli altri contadini per status giuridico e per forme di vita e attività economica;
vivevano nella casa del signore, erano impegnati in lavori diversi da quelli degli altri contadini,
sottostavano al controllo diretto del padrone e non possedevano beni immobili da trasmettere ai
figli.

Anche il ritorno della tratta degli schiavi fu importante. Il primo medioevo vide la ripresa della
guerra d'offesa nell'Occidente ex romano e le fonti ricordano spesso la riduzione in schiavitù dei
prigionieri. L'efficacia dell'attività militare crebbe con l'ascesa dei Pipinidi- Carolingi: le loro
continue spedizioni miravano a catturare uomini e donne da ridurre in schiavitù. Alcuni divennero
servi domestici o prebendari, ma i più furono venduti nel mondo islamico – gli schiavi erano fra le
poche merci da scambiare con i beni di lusso orientali.

4) Dalla servitù alla dipendenza signorile (secoli X-XII)


La crisi delle istituzioni carolingie e la fine dell'espansione militare franca spazzarono via i
fattori che avevano favorito la separazione tra pauperes e servi. Senza un'autorità pubblica con cui
avere un rapporto privilegiato, la stessa nozione di libertà perdeva senso rendendo preferibile
contrattare le forme di dipendenza. Del resto, l'età post-carolingia vide un rafforzamento delle
aristocrazie e delle grandi chiese che si impadronirono dei diritti regi: era sempre più difficile
sfuggire al loro controllo.

Si ebbe allora un radicale mutamento nei modi di descrivere l'ordine sociale. Nonostante la
diffusione delle forme di dipendenza personale, nell'alto medioevo la società era immaginata come
distinta in liberi e servi. Dal secolo X si affermò gradualmente una divisione degli uomini in 3
gruppi, in base alla funzione svolta nella società:
1) al clero era riservata la preghiera,
2) ai cavalieri la protezione
3) e ai contadini la produzione.
La tripartizione era un'ideologia: non solo semplificava una realtà ben più complessa, ma tra le
possibili distinzioni selezionava quella funzionale ad affermare e legittimare il potere politico e sociale
del gruppo dominante.

Per descrivere rapporti di dipendenza affermatisi localmente furono inventati nuovi istituti
(villanaggio) oppure furono usati istituti precedenti (commendazione, colonato), riadattandoli alle
pratiche di dominio locali.

Il XII sec. e il XIII sec. conobbero la massima fioritura delle forme di dipendenza personale,
favorita dalla debolezza dei poteri politici. Ma la dialettica tra servitù e libertà continuò ad agire.
Esistevano ancora veri e propri servi:

 innanzitutto i servi domestici,


 ma anche i masnadieri (membri dei seguiti armati dei signori),
 alcuni agenti signorili (ministeriali)
 e gli ultimi prebendari.

5) Il Tardo Medioevo (secoli XIV-XV)


Inoltre, nelle periferie del mondo franco la prosecuzione delle razzie e delle conquiste e il fatto che
molti dipendenti si distinguessero dai signori per etnia, lingua e/o religione fecero sì che si
applicassero loro le forme di dipendenza più dure, spesso definite in termini servili.

Solo in alcune parti d'Europa lo sviluppo di più efficaci poteri centrali durante il 200 e l'emergere
del protagonismo politico dei ceti urbani ridussero il potere politico dei signori, limitandone la
giurisdizione. Altrove, anche le più pesanti forme di signoria sopravvissero o addirittura si
espansero. Nel tardo medioevo non si ebbe, dunque, un lineare processo di liberazione dei
contadini dipendenti né scomparve del tutto la servitù. In alcuni teatri (Inghilterra, Italia centro-
meridionale, Germania orientale) s'imposero forme di signoria personale più pesanti, grazie
all'ampiezza della proprietà fondiaria degli aristocratici e alla loro posizione di forza nei confronti
delle autorità “monarchiche”.

Contemporaneamente, l'alleanza tra ceti urbani e aristocrazie generalizzò a tutti i contadini il


marchio di infamia e gli stereotipi tipici della servitù altomedievale. Fu così che termini come
“villano” o “rustico” assunsero il significato dispregiativo che tutt'oggi hanno.
CAP. 12 – ARISTOCRAZIE E NOBILTÀ
1) Aristocrazia e libertà: due termini per due realtà differenti
Nel lessico comune le due parole “aristocrazie” e “nobiltà” sono spesso impiegate come sinonimi.
Ciò accade anche nel lessico storico, ma molti medievisti preferiscono distinguere il loro uso
semantico. Marc Bloch, uno dei maggiori medievisti del 900 e autore de “La società feudale”, ricorda
come non si possa definire col termine NOBILTÀ qualsiasi élite.

Egli scrisse che per meritarne il nome, essa debba avere 2 requisiti: uno statuto giuridico suo
proprio, in quale confermi e materializzi la superiorità che pretende; e che tale statuto si perpetui
per via ereditaria. In altri termini, era necessario che “vantaggi sociali ed eredità” fossero
riconosciuti per diritto. Secondo Bloch, ciò avvenne solo a partire dal secolo XII con l'avvento
della cavalleria, quando gradualmente si affermò un sistema di regole che nel basso medioevo
permise l'affermazione di quella che egli definì “nobiltà di diritto”, la vera nobiltà. Nel periodo
precedente, invece, vi fu un'élite dominante non definita giuridicamente che Bloch propose di
definire “nobiltà di fatto” – quella che molti medievisti del secondo 900 preferirono chiamare
“aristocrazia”.

2) Cosa significa essere «nobili» nell’Alto Medioevo?


Benché gli storici oggi preferiscano usare il termine “aristocrazia” per definire le élite
altomedievali, non dobbiamo dimenticare che il termine nobilis compare spesso nelle fonti
precedenti l'anno Mille. Esso, tuttavia, non era usato per definire uno status giuridico univoco ma
per indicare una persona appartenente ai gruppi dominanti definiti nel loro insieme con termini
come proceres, potentes o primores. La parola nobilis era impiegata, inoltre, quasi sempre come
aggettivo in forma comparativa: chi era definito in tal modo, dunque, era un uomo libero di alto
livello sociale posto in un ordine gerarchico con altri “nobili” che lo potevano precedere o seguire.
Di conseguenza non esisteva IL nobile, ma si poteva essere più o meno nobili di altri.

La gradazione della nobilitas era determinata da vari fattori: molto importante era quello della
nascita e dell'origine familiare, cioè della discendenza da un genitore o un avo potente sia nella
linea maschile (agnatizia) sia nella femminile (cognatizia). Si trattava di una “potenza”
determinata in primo luogo dal patrimonio familiare, composto da terre e beni fondiari, ma che
riceveva un particolare prestigio dalla funzione svolta da genitori o antenati. Queste funzioni
potevano essere collegate a una particolare dignità (dignitas) raggiunta tramite l'assunzione di
cariche pubbliche o all'esercizio del potere sulla propria casa e su altre persone libere.

Posto in un ordine gerarchico, il nobilis doveva cercare di conservare o migliorare la propria


posizione attraverso successi militari, la costante capacità di distribuire risorse ai suoi “dipendenti”
e con l'acquisizione di cariche pubbliche o ecclesiastiche. Diventa così importante la “vicinanza al
re” (Konigsnahe) e cioè la capacità di mantenere un rapporto costante e diretto con i re attraverso
l'ottenimento di cariche, la concessione di terre e, in caso di successo, la costituzione di legami
parentali.

Gli “aristocratici” del primo medioevo si caratterizzavano anche per una particolare
ostentazione della loro religiosità, che si realizzava attraverso ingenti donazioni pie e attraverso la
fondazione di chiese e monasteri “privati” finalizzati a salvaguardare la memoria individuale e
familiare o la difesa dei “deboli” - rappresentanti dalla triade poveri/vedove/orfani. Questa forma
della religiosità conviveva, in modo contraddittorio solo secondo i parametri odierni, con un'etica
aristocratica basata sul valore militare, l'uso della violenza, il disprezzo degli inferiori. Ma
altrettanto centrali per gli “aristocratici” erano azioni che mettevano in scena pubblicamente il loro
status attraverso l'esibizione di armi.

3) Re, nobilitas, bellatores


Anche in età post-carolingia la nobilitas rimase una categoria sociale molto variegata al suo interno.
Soprattutto nei regni nati dallo smembramento dell'impero, a lungo continuarono a giocare un ruolo
centrale gruppi parentali che si ricollegavano all'aristocrazia del regno. Sia in Francia sia in Germania,
per esempio, assunsero il titolo di re quegli esponenti di famiglie aristocratiche che avevano costruito
una solida base di potere a livello territoriale con la dinastizzazione di importanti cariche pubbliche e
che, al contempo, erano riusciti a tessere reti di fedeltà con esponenti delle aristocrazie di rango
inferiore.

I re post-carolingi cercarono di definire il loro status dando un nuovo valore alla famiglia regia nel
suo insieme ed elaborando elementi per marcare la differenza tra un re e un “nobile”. Al contempo,
gli “alti aristocratici” marcarono la differenza con quelli di rango più basso attraverso
l'acquisizione del titolo di principe (princeps), attribuito a coloro che detenevano l'autorità su
ambiti territoriali come le contee o i ducati. Ciò che accomunò, invece, i “nobili” di diverso livello
sociale fu la graduale affermazione di nuove strutture parentali di tipo patrilineare che
privilegiavano la primogenitura.

4) Tra nobiltà e non nobiltà


In quest'ultimo caso, veniva attribuito un ruolo centrale al primogenito spesso espellendo i figli
cadetti, che sulla base di pochi beni familiari loro concessi dovevano provvedere a sé stessi e alla
propria affermazione attraverso il servizio armato presso altri signori o il matrimonio con donne in
grado di portare in dote beni consistenti. Costoro nelle fonti sono definiti iuvenes o milites, termine
adottato anche per gli armati attorno ai signori. Questi armati svolgevano in primo luogo la
funzione di difesa dei signori e delle residenze, che cominciarono a essere fortificate: si trattava dei
castelli, che contribuirono a legare le famiglie aristocratiche a precisi ambiti territoriali e, di fatto,
ad allargare il numero di coloro che si potevano definire nobiles. Proprio dai castelli molte di queste
famiglie presero il proprio nome, mentre in precedenza i grandi gruppi familiari d'età carolingia non
avevano una denominazione collettiva. Si cominciò a dare importanza al “sangue”, quindi alla
discendenza diretta da persone a loro volta qualificate come nobiles: si vennero a definire in tal
modo i “lignaggi” o dinastie “nobiliari” in cui la nobilitas diveniva una caratteristica biologica.
CAP. 13 – MONETA E SCAMBIO
Il Mediterraneo tardoromano era uno spazio commerciale relativamente integrato. I traffici a lunga
distanza, tuttavia, dipendevano dall'iniziativa dello stato la cui preoccupazione principale era
l'approvvigionamento della città di Roma. La capitale veniva nutrita in gran parte con il grano e
l'olio versati come tributi fiscali dai proprietari dell'Africa settentrionale. Il trasporto del grano su
lunghe distanze comportava un'organizzazione molto complessa, sovvenzionata dallo stato, ma
questo non significa che non esistesse commercio privato.

Esso prosperava ai margini di quello pubblico. I mercanti caricavano le loro merci sulle navi statali
con una riduzione molto consistente dei costi di trasporto e di transazione. Questo sistema
commerciale non crollò dopo la formazione dei regni romano-barbarici ma fu soggetto alla stessa
dissoluzione che interessò anche le altre strutture politiche e fiscali imperiali.

Nel corso del Medioevo gli scambi a breve, media e lunga distanza si ricostituirono su basi del
tutto nuove e l'evoluzione della moneta e del suo uso nella società medievale accompagnò e
sostenne lo sviluppo.

1) L’Alto Medioevo
La formazione dei regni romano-barbarici dal secolo V non comportò la scomparsa del sistema
monetario tardoromano. I re barbari continuarono a coniare monete d'oro; quelle di rame e argento
furono invece rare. I cambiamenti furono lenti e graduali ma tra il VI e il VII secolo la circolazione
della moneta raggiunse il livello più basso. Sia le monete di rame, sia quelle d'argento scomparvero;
le monete d'oro portavano il nome dei re barbari ma se ne coniavano sempre meno.

L'inizio del VII secolo, dunque, fu probabilmente il momento in cui gli scambi – in particolare a
media e lunga distanza – toccarono il loro punto più basso. Questo non significa che non ci fossero
scambi di nessun genere: il commercio di merci di lusso a lunga distanza non cessò mai del tutto
perché le aristocrazie laiche ed ecclesiastiche continuavano a domandare beni di prestigio
provenienti dall'Oriente. Anche gli scambi locali continuarono a esistere: è probabile che gran parte
di essi prendesse la forma del baratto o del dono, anziché quella della compravendita con denaro.

La prima fioritura economica del medioevo riguardò soltanto alcune specifiche aree europee, e il
suo motore fu il cuore del regno franco (tra la Loira e il Reno). Negli ultimi decenni del VII secolo
le zecche franche cominciarono a coniare una nuova moneta d'argento, chiamata denarius. Ben
presto la coniazione della moneta d'oro cessò completamente e il regno franco passò al
monometallismo argenteo, imponendo il denaro in tutti i territori soggetti.

Sembra che il sistema curtense abbia contribuito alla crescita economica nell'alto medioevo. I grandi
proprietari ottenevano spesso dal potere regio la licenza di creare mercati rurali sulle loro terre e di
riscuotere le imposte indirette sugli scambi che vi avevano luogo. Questi mercati producevano quindi
rendite per i proprietari, ma consentivano anche ai contadini dipendenti di scambiare i loro, seppur
limitati, surplus. Anche le abbazie commercializzavano i propri surplus, prodotti sulla riserva
dominicale o riscossi sotto forma di affitti in natura, utilizzando i servizi di
trasporto dovuti dai contadini come corvée: erano venduti nei mercati rurali e nelle città o centri
commerciali di nuova fondazione, che gli storici chiamano emporia.

In età carolingia questi fenomeni coinvolsero poche specifiche aree europee. Nelle altre regioni l'uso
della moneta rimase marginale e gli scambi commerciali avevano ridotta importanza. Le aree
economicamente più dinamiche coincidono con quelle dove era presente il sistema curtense.
Quasi ovunque prevalevano la piccola proprietà contadina e l'autoconsumo.

L'accelerazione dei secoli VIII e IX si esaurì dalla fine di quest'ultimo con la crisi del sistema politico
carolingio, le incursioni vichinghe e il progressivo esaurimento delle miniere d'argento. Tuttavia, il
motore principale della crescita economica, la crescita demografica, proseguì con importanti
effetti cumulativi. L'aumento della densità abitativa favorì la formazione di nuovi villaggi, dove le
occasioni di interazione anche commerciale tra i contadini si moltiplicavano.

A partire dal secolo XI in tutta Europa lo sviluppo della signoria rurale determinò una
riorganizzazione insediativa e produttiva delle campagne. I signori estraevano una maggior
quantità di surplus dai contadini sotto forma di affitti per le terre e di tributi: in una prima fase
questi versamenti erano in natura, anche se una piccola parte era richiesta in denaro e i contadini
erano costretti a rivolgersi al mercato.

Non bisogna tuttavia esagerare il livello di monetarizzazione e l'incidenza degli scambi


commerciali nell'economia. Le uniche regioni in cui la moneta era disponibile in abbondanza erano
la Sassonia e la Renania.

2) La rivoluzione commerciale
Totalmente diversa è la fase che si aprì nella seconda metà del secolo XII: in questo caso di può
parlare di un decollo economico che riguardò tutta l'Europa. L'accelerazione della crescita fu
talmente intensa che gli storici parlano di “rivoluzione commerciale”.

L'aumento demografico è uno dei fattori fondamentali per spiegare il fenomeno che gli storici
chiamano “commercializzazione della società”, e cioè la crescente importanza del mercato e dello
scambio commerciale a tutti i livelli della società medievale – studiato in maniera approfondita per
l'Inghilterra. Gli studiosi inglesi hanno notato una rapida proliferazione di mercati rurali settimanali
dagli ultimi decenni del secolo XII: nel 200 tutti i contadini potevano contare su un mercato distante
non più di pochi km; la facile accessibilità dei luoghi di scambio stimolava la commercializzazione
dei surplus e dei prodotti dell'artigianato rurale.

Questo si accompagnò ad un aumento della moneta circolante. Peter Spufford spiega il fenomeno
con la scoperta e lo sfruttamento di un gran numero di giacimenti d'argento in tutta Europa. A causa
dei limiti tecnologici, nel medioevo una miniera d'argento manteneva un'alta produttività per non
più di 3 generazioni. Ma l'esaurimento di alcune miniere fu rapidamente seguito dalla scoperta di
altri giacimenti.

Il 200 fu caratterizzato da una forte inflazione, visibile attraverso un notevole aumento del prezzo
della terra e dei beni di prima necessità. L'aumento dei prezzi può essere spiegato con la pressione
esercitata dall'incremento demografico, ma anche l'incremento della moneta circolante può aver
contribuito così come il progressivo deterioramento della moneta – cioè la diminuzione del
contenuto d'argento delle leghe di conio. Così, in quel periodo il denaro valeva così poco che divenne
adatto per gli scambi piccoli e minuscoli: la moneta era ormai coniata in una miriade di zecche
controllate da signori, vescovi, abati, senza che alcuna autorità potesse imporre uno standard comune.

La proliferazione dei mercati rurali e la commercializzazione nelle campagne era determinate


principalmente dal fatto che molti contadini non coltivassero abbastanza terra per nutrire la propria
famiglia: integravano così il loro reddito lavorando come braccianti o dedicandosi all'attività
artigianale ed erano dunque costretti a ricorrere al mercato per far fronte alle necessità alimentari.

Gli scambi a lunga distanza ebbero un'incidenza molto scarsa sull'economia medievale: pur non
venendo mai meno, essi erano in genere limitati a beni di lusso riservati alle aristocrazie. La
“rivoluzione commerciale”, invece, fu anche una rivoluzione del commercio a lunga distanza: il
momento decisivo fu l'affermazione sui mercati internazionali della prima merce “di massa”
del medioevo, i panni di lana prodotti nelle Fiandre e nel nord della Francia.

Il commercio raggiunse un tale quantitativo da determinare una serie di innovazioni negli affari:
spicca la società o compagnia commerciale, una forma associativa nella quale più persone
partecipavano alla formazione del capitale societario da investire nelle imprese commerciali, per
poi dividersi gli utili.

Nella seconda metà del XIII secolo l'espansione di questo commercio si consolidò lungo altre
direttrici. Lo sviluppo dell'industria tessile in molte città italiane produsse un decollo degli scambi
con il Nordafrica, da dove proveniva gran parte della lana utilizzata. Lo sviluppo delle città capitali
(Parigi, Londra, Napoli, Roma) attirò i mercanti italiani in queste grandi città. In questo periodo le
principali correnti di traffico erano sempre più dominate dai mercanti toscani: tra loro era ormai
evidente l'egemonia dei fiorentini.

3) La trasformazione dei circuiti commerciali dopo la peste del 1348


Su una società fortemente monetarizzata e sempre più dipendente dal mercato piombò nel 1348 la
peste. I due fenomeni che caratterizzarono maggiormente il tardo medioevo furono lo sviluppo di
nuove specializzazioni produttive e il cambiamento nella struttura dei consumi. Nelle
campagne, il ridimensionamento della cerealicoltura portò all'espansione di colture specializzate
(vino, olio, guado, canapa) e dell'allevamento (per la produzione di carne, formaggio, pelle, lana).
Nelle città si ebbe un forte sviluppo delle manifatture da esportare, che producevano soprattutto
panni di lana, drappi di seta, tessuti di lino e cotone, carta e lavoravano pelle e cuoio.

Ciò che caratterizza il tardo medioevo, rispetto all'epoca della “rivoluzione commerciale”, è
un'integrazione maggiore tra i diversi livelli di scambio. A fine 300 alcune delle produzioni
specializzate dei contadini venivano commercializzate a media o addirittura lunga distanza. Allo
stesso modo, dalla seconda metà del 300 il consumo dei prodotti importati da lontano divenne
almeno in parte accessibile anche ad alcuni cittadini meno benestanti e agli abitanti delle
campagne.

A differenza di quanto accaduto in precedenza, questa fase avvenne in un contesto di contrazione


della moneta circolante. È quella che alcuni storici hanno definito “carestia di moneta”: la causa
principale fu una diminuzione della disponibilità di argento, a causa del progressivo esaurirsi dei
giacimenti. Vi fu una grande diffusione di strumenti di pagamento alternativi: uno fu il
baratto, utilizzato ampiamente anche dai più progrediti mercanti internazionali. Importante fu
anche il conto corrente, utilizzato a tutti i livelli. Così, a differenza di
quanto avvenne prima del XII secolo, la scarsità di moneta non determinò stagnazione economica.
CAP. 14 – LE FORME DELL'IDENTITÀ POLITICA COLLETTIVA
1) Regni e principati
Durante il Basso Medioevo, la costruzione del potere regio fu un fatto politico e militare ma anche un
processo di ridefinizione delle identità volto a far prevalere una nozione di identità unitaria
“francese”. Il rapporto diretto con il re fu sempre più importante della dimensione territoriale o di
quella “nazionale”: i francesi erano innanzitutto sudditi del re di Francia.

Anche in questo contesto la religione poteva entrare in gioco: un caso fu quello dei Catari, un
movimento ereticale diffusosi nel sud della Francia, la cui repressione si tradusse in un'azione militare
guidata dal papato che assunse la forma di una crociata ma fu anche un attacco dell'aristocrazia del
nord – erano identità politiche contrapposte, fortemente connotate dai diversi orientamenti religiosi.

In nessun momento, quindi, l'identità etnica o nazionale fu un dato semplice e acquisito ma sempre
una costruzione fatta di quadri politici, di usi linguistici, di fedi religiose e di scelte individuali.

2) Il patriottismo cittadino
L'Alto Medioevo fu in larga parte d'Europa una fase di declino del sistema urbano di tradizione
romana, ma il quadro fu piuttosto differenziato da regione a regione e in alcune aree le regioni
conservarono sia la rilevanza demografica, sia l'importanza politica nei confronti del territorio
circostante. Essere cittadino era una condizione particolare, qualcosa che già in quel periodo
permetteva di distinguersi dagli uomini delle campagne.

Il salto di qualità avvenne in Italia tra l'XI e il XII secolo con l'affermazione dei comuni urbani,
organizzazioni politiche che affermarono il pieno controllo sulla città. Nel XII secolo essere
milanesi o genovesi non significava solo condividere uno spazio ben definito dalle mura, ma
soprattutto condividere e controllare una struttura politica (il comune) che rivendicava totale
autonomia dai poteri superiori.

Vi furono comunque fratture interne alla società cittadina, con identità di gruppo contrapposte: ad
esempio, al dominio dei cavalieri (i milites) nel comune del XII secolo, si contrappose un crescente
peso economico e una consapevolezza politico del cosiddetto populus, l'insieme dei ceti
economicamente attivi ma esclusi dall'aristocrazia consolare. O ancora: nel 200, all'interno dei
singoli comuni, la società politica si divise in partiti contrapposti, con forme di lotta violente e
ricorrenti cacciate dalla città della parte perdente; questi partiti andarono a costituire gli
schieramenti dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma queste fratture non eliminarono mai la solidarietà dei
cives di una città.

L'Italia dei secoli XII e XIII era sostanzialmente un mondo di città: l'ideale politico condiviso da
tutti i governi comunali era un mondo polarizzato attorno alle città, in cui ogni territorio dipendeva
da un comune cittadino. La realtà non era questa, il quadro politico era molto più frammentato ma
è importante notare l'efficacia di questo modello politico che andò a incidere sulle stesse identità
collettive: non solo i cittadini, ma anche gli abitanti delle campagne circostanti erano individuati
come milanesi, genovesi e così via perché la dipendenza politica del contado diventava una forma
di piena identificazione con la città.

L'efficacia del nesso tra la città e il territorio si rivela in pieno durante il declino dei comuni
cittadini (300/400) quando persero la propria autonomia e furono man mano coordinati entro
quadri politici più ampi, principati e stati regionali. In questo contesto, anche se la città e il suo
territorio non costituivano più un'unità politica autonoma, l'identità cittadina mantenne una sua
efficacia non solo nell'ideologia dei gruppi dominanti delle città, ma anche nelle azioni dei
principati che governavano proprio attraverso le città.

3) La cooperazione contadina
La città comunale italiana fu senza dubbio la forma più complessa di azione politica collettiva
condotta dagli abitanti di un singolo insediamento, ma non fu l'unica. Nello stesso periodo, anche nei
villaggi e nei borghi rurali le collettività cominciarono a organizzarsi e a dare vita a forme di
cooperazione strutturata, sia per coordinare lo sfruttamento dei beni comuni, sia per difendere le
proprie esigenze di fronte alla pressione dei signori locali.

Le fonti che ci mostrano le comunità di villaggio in azione sono innanzitutto le franchigie (patti
con i signori) e poi le liti di confine con i villaggi vicini. Gruppi di uomini si presentavano davanti
alla giustizia regia per chiedere protezione contro i potenti vicini; questi gruppi però avevano
un'identità debole: non erano tutti gli uomini di un villaggio ma persone con interessi in comune
che si coordinavano per proteggere i propri interessi. Un salto di qualità si ebbe tra l'XI e il XII
secolo quando gli abitanti dei villaggi andarono a costituire un comune rurale, dotato di semplici
istituzioni di governo.

4) Il cerimoniale comunitario
La loro azione politica era completata da atti simboli e cerimoniali. Entra quindi in gioco la
religione: la cattedrale cittadina e la parrocchia di villaggio erano punti di riferimento comunitari.
Per esempio, nella parrocchia si celebrava il battesimo (rito di ingresso nella comunità) e, al
contempo, era lì che la comunità si riuniva per le funzioni religiose e per le assemblee mirate a
regolare la vita collettiva.
CAP. 15 – DIRITTO MEDIEVALE
Per cogliere le radicali trasformazioni del diritto nei secoli altomedievali occorre prendere le mosse
dalla fine del secolo III, quando i regni di Diocleziano prima e di Costantino poi determinarono
l'affermazione di un'idea nuova di sovranità. La proiezione in una dimensione sovrumana
dell'imperatore, che perdeva l'immagine di “primo tra pari” per assumere caratteristiche che lo
accostavano a un semidio, comportò una svalutazione di tutte le fonti di diritto che non
promanavano direttamente da lui. Il variegato panorama giuridico romano cominciò a semplificarsi,
giungendo a coincidere esclusivamente con la volontà del sovrano.

1) Riuso e richiamo al passato: il «Corpus Iuris Civilis»


Le raccolte di leggi tardoantiche sono molto diverse dai codici attuali: non contenevano solo il
diritto vigente, ma anche materiale normativo più antico. Il desiderio era quello di non rinnegare il
passato, ma usarlo per legittimare il presente.

Giustiniano conferì grande importanza al diritto come componente essenziale della sua immagina
di sovranità. Ciò lo spinse non solo a realizzare il «Corpus Iuris Civilis», contenente
esclusivamente costituzioni imperiali, ma a erigere anche un monumento al diritto romano
classico: il Digesto. Furono qui raccolte migliaia di pareri di antichi giuristi e altre fonti risalenti a
diversi secoli prima. Egli però ambiva a riunificare la parte occidentale dell’Impero Romano a
quella orientale, dunque accostò le proprie costituzioni a materiale più antico portando a 2
conseguenze importanti:
1) Introdusse la legislazione giustinianea sul suolo italiano attraverso un provvedimento
ufficiale denominato «Prammatica sanzione» (554).
2) Trasmise alla modernità la conoscenza del diritto romano classico, che fuori dal Corpus ci
è giunto in forma disorganica soprattutto attraverso fonti letterarie ed epigrafiche.

2) I sistemi normativi dei regni romano-barbarici


La legislazione giustinianea presupponeva l'esistenza di un ceto di giuristi professionali; tuttavia,
con i regni romano-barbarici, le scuole di diritto smisero di funzionare. Sopravvissero comunque
insieme normativi di alto livello tecnico, come il diritto visigoto. Ma il problema sta nel fatto che il
diritto romano non fosse riconducibile alle sole conoscenze tecniche, essendo un fenomeno
culturale.

I sistemi normativi barbarici, seppur legati all'eredità romana, assunsero l'aspetto di elenchi di
prescrizioni e di pene dominate da un criterio penalistico-punitivo: liste di doveri e divieti
accompagnati da minuziose punizioni per chi vi contravveniva. Inoltre, queste raccolte di leggi
furono anche manifesti identitari di regni che legittimarono la propria esistenza politica tramite il
“diritto etnico”, un insieme di norme comuni per aumentare la coesione del gruppo.

Il diritto longobardo fu il principale diritto barbarico applicato in Italia. L’Editto promulgato da


Rotari (643) fu aggiornato dai suoi successori, in particolare da Liutprando. Anche dopo la
conquista carolingia (774), il diritto longobardo continuò a essere studiato nelle scuole e applicato
in molte aree della penisola.

Questo diritto presenta, al fianco della sezione penalistica, disposizioni di diritto privato in
materia di proprietà, matrimonio e diritti femminili che rivelano grosse differenze dal diritto
romano. Un altro settore di grande interesse è quello processuale: è qui che si avverte
maggiormente il distacco. Differivano in primo luogo le finalità del processo, che adesso puntava
non all'accertamento della verità ma alla ricomposizione dell'equilibrio rotto da un atto violento.
Diversamente dal mondo romano, le azioni umane non erano valutate solo secondo un metro
terreno (il giudice svolgeva funzione solo di coordinamento), ma anche in vista del giudizio di Dio.

3) Il diritto in epoca carolingia


Le conquiste carolinge non comportarono mai la soppressione dei diritti propri dei regni
assoggettati: i re carolingi lasciarono pertanto che queste popolazioni continuassero a vivere in
base al proprio diritto.

I provvedimenti dei sovrani carolingi sono chiamati “capitolari”. Vi erano un gran numero di essi
rivolti sia al mondo laico, sia al mondo ecclesiastico. Vescovi, abati e badesse facevano affidamento
sul potere carolingio e consideravano le loro istituzioni interne alle strutture dei regni e dell'impero.

4) Gli iudices nell’Alto Medioevo: tra prestigio sociale e competenze professionali


La gestione della giustizia passò nelle mani di personale preparato rispetto ai secoli precedenti:
questi esperti si qualificavano come iudices (giudici), ma il significato è distante dall'attuale. Da
lato, infatti, iudex è un appellativo utilizzato nell'Europa altomedievale per designare la funzione di
chi si trova a giudicare: in alcune realtà urbane i rappresentanti dello strato più elevato della società
erano definiti iudices senza avere alcun tipo di formazione giuridica. Nella medesima epoca vi è
tuttavia un uso diverso del termine: tra il IX e il X secolo il personale giudiziario carolingio fu
reclutato tra chi aveva alle spalle una formazione da notaio; queste figure si fregiavano del titolo
misto di iudices et notarii e redigevano atti o documentavano le fasi dei processi – la caratteristica
principale che li distingueva dal resto della società era proprio quella di sapere leggere e scrivere.
CAP. 16 – 380. IMPERO ROMANO E CRISTIANESIMO
Il 27 febbraio 380 a Tessalonica (odierna Salonicco), per volere dell'imperatore Teodosio, venne
emanato un decreto (l’Editto di Tessalonica) che impose il Cristianesimo come religione ufficiale
dell'Impero, secondo la forma dottrinale definita dal Concilio di Nicea (325).
Fu così completato il processo che, in pochi decenni, aveva portato il Cristianesimo dalla
condizione di religione minoritaria e perseguitata a quella di religione ufficiale e dominante.

1) La scelta di Costantino
L’Impero Romano era sempre stato un mondo di ampia tolleranza religiosa, tanto che al suo
interno si conservarono culti diversi, purché tutti riconoscessero la venerazione dovuta
all'imperatore.
Tra i vari culti trovò posto anche il Cristianesimo senza MAI subire, nei primi 2 secoli, importanti
persecuzioni da parte dell’Impero.

Le cose cambiarono durante il III sec.: difatti, la volontà imperiale di consolidare il proprio sistema
ideologico portò all'intolleranza verso i culti NON compatibili, Cristianesimo compreso.

Il periodo più intenso delle persecuzioni contro i Cristiani fu quello compreso tra la fine del
III sec. e l'inizio del IV sec., MA negli anni successivi vi fu un “turning point”, segnato
dall'Editto di Milano (313) con cui l'imperatore Costantino confermò un decreto dell'imperatore
Galerio (311), che aveva già posto fine alle persecuzioni e affermato la libertà del culto
cristiano.

La scelta di Costantino NON diede vita a un impero totalmente cristiano: NON furono vietati i
culti tradizionali, NÉ quelli di altra tradizione, MA, a partire da inizio IV sec., gli imperatori
iniziarono a individuare nel Cristianesimo un possibile elemento unificante del frammentato
mondo romano.

2) Il Concilio di Nicea
Proprio perché voleva ottenere una formulazione teologica e dottrinale unitaria del
Cristianesimo che l'imperatore Costantino, seppur NON ancora battezzato, nel 325 convocò un
concilio ecumenico, cioè un concilio (il Concilio di Nicea) cui dovevano partecipare tutti i
vescovi dell'impero, e che si tenne, appunto, a Nicea, presso Costantinopoli.

Il Concilio di Nicea è importantissimo per la storia del Cristianesimo, in quanto, in primis,


in questa occasione si volle affrontare la questione riguardante la figura di Gesù, il Cristo.
Infatti, il Cristianesimo si presentava come una religione monoteista (così come
l'ebraismo), TUTTAVIA, dato che aveva anche come oggetto di culto il figlio di Dio, Gesù, in
un certo senso NON poteva più essere considerata monoteista.

Un prete, Ario, cercò di risolvere la contraddizione proponendo di considerare il figlio di Dio


come creatura del Padre, quindi a lui soggetto e NON eterno, in quanto uomo. Questa
interpretazione ebbe molto successo, tanto che si diffuse col nome di “Arianesimo”.
TUTTAVIA, il Concilio di Nicea (325) condannò l'Arianesimo: i vescovi riuniti decisero che
Gesù doveva essere creduto come vero Dio, coeterno con il Padre, e della stessa sostanza.
Durante il concilio fu anche elaborato il “Credo”, una dichiarazione di fede, tutt’ora parte
fondamentale del culto cristiano cattolico.

I risultati dottrinali raggiunti a Nicea furono imposti a tutte le comunità cristiane dell'impero, per
cui, da allora, chi professava interpretazioni teologiche diverse divenne eretico, nonché nemico della
vera fede.

4) Vescovi, patriarchi e concili


Dopo l'Editto di Tessalonica (380) emanato dall'imperatore Teodosio, il Cristianesimo divenne
l'unico culto ammesso nell'Impero, nonché la religione di stato.

La comunità civile e la comunità religiosa vennero così a coincidere.

Negli ultimi decenni del IV sec., anche quella parte dell'aristocrazia senatoria che era ancora
legata ai culti tradizionali dovette cedere alla fede cristiana.
Si avviarono inoltre importanti persecuzioni antiereticali. I vescovi divennero un riferimento
imprescindibile nelle società urbane.

Il Concilio di Nicea (325) si può dunque considerare come l'atto fondativo di un istituto, il
concilio, appunto (detto anche sinodo), che divenne un momento di incontro importante per una
struttura ecclesiastica che NON aveva ancora articolazione gerarchica.
Solo a partire dall'XI sec. nacque una chiesa universale sotto la guida di un solo capo, ossia il
vescovo di Roma. MA fino ad allora esisteva una pluralità di chiese vescovili indipendenti fra
loro.

5) Dopo Nicea: nuove dispute e contrasti teologici


TUTTAVIA, il Concilio di Nicea (325) NON riuscì a porre fine alle dispute teologiche, specie
a quelle riguardanti la natura di Cristo.

Soprattutto nelle sedi episcopali di Alessandria e Antiochia, nella prima metà del V sec., furono
elaborate nuove interpretazioni della figura di Gesù:
- Ad Alessandria, si venerava nel Cristo una sola natura, quella divina, interpretazione
che prese il nome di “Monofisismo”;
- Ad Antiochia, il patriarca Nestorio propose di vedere Gesù come figura umana, e
NON divina, dando origine al “Nestorianesimo”.

Lo scontro tra le 2 posizioni portò l'imperatore d'Oriente Marciano a convocare un Nuovo


Concilio ecumenico a Calcedonia (451), nei pressi di Costantinopoli: entrambe le visioni furono
condannate, ribadendo ciò che era stato precedentemente deciso al Concilio di Nicea (325), ossia
che nella figura di Cristo la natura umana e quella divina NON potevano essere scisse.
CAP. 17 – 476. INIZIO DEL MEDIOEVO O TRASFORMAZIONE DEL MONDO ANTICO?
1) I barbari e l’etnogenesi
Dopo aver fatto, per lungo tempo, molta pressione sul confine tra Reno e Danubio (limes), tra la
fine del IV e l'inizio del V sec., i barbari invasero la parte occidentale dell'impero dando vita ai
regni romano-barbarici.

Sulla vicenda sono stati dati opinioni e giudizi discordanti/opposti: qualcuno dice che sono state
invasioni, per altri, migrazioni. Alcuni sostengono che i barbari abbiano ucciso la civiltà antica, altri
che in realtà la fecero rinascere.
Alla base di questa discussione vi è il concetto di «etnogenesi», ossia l'idea cioè che i popoli NON
siano entità naturali, BENSÌ prodotti culturali che si evolvono nel tempo.

Per capire meglio l'«etnogenesi», dei barbari (definiti così dai Greci e dai Latini perché “privi di
cultura scritta”) è fondamentale rendersi conto del fatto che tutte le notizie sulla loro storia
provengono da pregiudizi e stereotipi di storici ed etnografi romani.

A partire dall'inizio dell'era cristiana, i popoli barbarici si formarono attraverso il contatto con
Roma con un processo basato sull'interazione tra centro e periferia:
 Da una parte, i barbari volevano trarre beneficio dalle molte risorse di Roma tramite
le proprie capacità militari.
 Dall’altra parte, la scarsità di manodopera nelle campagne e la diffusione del
colonato (che legava gli uomini alla terra per garantire un’ordinata riscossione
dell’imposta fondiaria) spinsero gli imperatori a reclutare i barbari nell'esercito.

Così, i barbari furono accolti nell’esercito romano.


Chi intraprendeva questa carriera, al termine del servizio aveva 2 possibilità:

 restare nell'impero e integrarsi


 o tornare alle terre d'origine, portandovi gli stili di vita appresi durante il servizio militare.

Le risorse economiche e il prestigio accumulati dagli ex-legionari contribuirono a fare della


pratica militare un carattere identitario dei barbari.
Inoltre, la crescente interazione con Roma fece sì che i barbari diffondessero le idee che i romani
avevano di loro: presero così a definirsi con i nomi di popolo con cui li definivano i romani –
stereotipi compresi (la forza, la rozzezza, la purezza morale, la brutalità) –, impiegando materiali
culturali per costruire le memorie del proprio passato e crearsi miti delle origini.

2) L’impero e i barbari
L’Impero Romano aveva un baricentro nel Mediterraneo, e la sua ricchezza risiedeva ad
Oriente. Per tutta la tarda antichità, il principale fronte militare/nemico rimase quello persiano: i
barbari
insediati oltre il limes NON erano considerati un reale nemico, BENSÌ una risorsa da gestire e
sfruttare con saggezza.
Dagli ultimi decenni del IV sec., l’equilibrio tra impero e barbari – almeno in Occidente –
entrò in una crisi irreversibile: sottoposte alla pressione degli Unni (popolazione proveniente
dall’Asia Centrale), le diverse tribù dei Goti oltre il Danubio, da tempo in contatto con i romani,
si trovarono di fronte a una scelta:
 Parte di loro (che poi chiameremo Ostrogoti, o Goti orientali) accettarono il dominio degli
Unni
 Gli altri (che chiameremo poi i Visigoti, o Goti occidentali) si rifugiarono in Tracia con
il consenso/approvazione dell'imperatore.

Quando PERÒ questi, ossia l’imperatore Valente, NON rispettò i patti che riguardavano il loro
sostentamento, si ribellarono: la sconfitta che, durante la Battaglia di Adrianopoli (378),
l’imperatore Valente subì – il quale, tra l’altro, morì in quel contesto – fu una svolta decisiva
perché egli fu il primo imperatore a morire per mano dei barbari.

A questo punto, il nuovo imperatore Teodosio NON trovò una soluzione definitiva per i Visigoti
che, stanziati nell'Illirico e poi in Pannonia, rimasero un elemento destabilizzante.
Fu comunque un imperatore di un certo livello, in quanto ristabilì l’ordine e impose la fede
nicena con l’Editto di Tessalonica (380).

Alla sua morte (395), divise l'impero tra i figli Onorio e Arcadio, sottoposti alla tutela di Stilicone,
un generale di origini barbariche.

Nella prima metà del V sec., la crescente minaccia degli Unni fu la principale preoccupazione
dell'impero, almeno in Occidente. Difatti, la quasi totale concentrazione delle energie e delle
risorse romane contro gli Unni, per lungo tempo permise ai gruppi di barbari di agire indisturbati.
Così i Visigoti, scontenti dei patti con l’ex-imperatore Teodosio, lasciarono la Pannonia, e, sotto la
guida di Alarico, saccheggiarono Roma (410) per occupare infine la Gallia meridionale.

Alla fine del 406, poi, vi fu il passaggio del limes del Reno da parte di Vandali, Svevi, Burgundi e
Franchi; Questi occuparono gran parte della Gallia e gran parte della penisola iberica.

Nel corso del processo di “stanziamento”, questi eserciti barbarici definivano meglio le proprie
identità etniche: si trattava di raggruppamenti di guerrieri molto eterogenei, in continua
evoluzione per la capacità dei capi di attrarre nuovi fedeli.
I capi barbarici riconoscevano l'alta autorità dell'imperatore e miravano a mantenere le forme di
vita romane.

Per questo motivo e scopo, fu fondamentale il riadattamento delle precedenti regole che
avevano in precedenza organizzato forme di mantenimento dell'esercito romano (hospitalitas),
tra cui il mantenimento e lo stanziamento dei barbari nell'impero.

Gli scontri degli eserciti barbarici tra loro e con quanto rimaneva dell'esercito imperiale
contribuirono alla crisi delle strutture romane in Occidente.
I successi dei barbari sottraevano risorse e territori, sollecitando l'arrivo di nuovi invasori,
indebolendo il vertice imperiale e aumentando la litigiosità interna.
Il punto di NON ritorno fu raggiunto con la caduta di Cartagine, presa nel 439 dal re dei
Vandali Genserico, popolo giunto ormai da anni in Africa dalla penisola iberica: la mancanza
delle tasse dell'ultima provincia d'Occidente, ossia l'Africa, fu un colpo durissimo, tanto
quanto la perdita della flotta che interruppe l'approvvigionamento di Roma (annona),
causando un crollo della popolazione della città.

Allora, l'impero d'Occidente fu privato di un fondamentale vantaggio sui barbari: il controllo del
mare. Pochi anni dopo il re dei Vandali Genserico saccheggiò Roma via mare (455).

E nel 476 Romolo Augustolo fu deposto da Odoacre, che inviò all’imperatore Zenone le
insegne imperiali. Bastava ormai UN SOLO IMPERATORE: quello di Costantinopoli, in quanto
in Occidente regnavano i capi degli eserciti barbarici.

3) Perché il 476?
Nel 476 NON si affrontarono 2 civiltà contrapposte: Roma aveva avuto un ruolo fondamentale
nella costruzione delle identità barbariche, e i barbari nel V sec. erano parte integrante del
sistema.
I regni romano-barbarici del VI sec. ridisegnarono rapporti ed equilibri tra centro e periferia,
tra élite civili ed esercito, a favore dell'elemento militare proveniente dalla periferia.

Pertanto, ha ancora senso allora ritenere il 476 l'inizio del Medioevo?


La risposta può essere positiva SOLO SE si intende questa data come simbolo del passaggio da
un sistema a un altro.
Il lento e graduale sgretolamento degli elementi caratteristici del mondo romano (come per
esempio, il pagamento delle tasse, l’urbanizzazione, l’aristocrazia senatoria, ecc.) portarono alla
fine dell'impero d'Occidente.
Inoltre, cambiarono i destini di ogni regione dell'Occidente generando il processo di
«regionalizzazione» tipico dell'Alto Medioevo.
CAP. 18 – 507. I REGNI ROMANO-BARBARICI
1) Le strutture di base dei regni romano-barbarici
I barbari interagivano da secoli con Roma; a muoverli NON era la volontà di sostituire la loro
civiltà a quella romana, MA quella di godere dei benefici di Roma.
Perciò, i nuovi re cercarono di imitare gli imperatori e di tenere in vita le strutture politico-
amministrative romane.

In seguito alle devastazioni dovute alla guerra, molti regni romano-barbarici dovettero costruirsi
su basi nuove.
Le soluzioni trovate furono diverse, sebbene i re romano-barbarici avessero alcuni obiettivi
comuni:
 Creare istituzioni stabili e un esercito efficiente
 Inoltre, occorreva dare identità comune agli eserciti facendone dei «popoli»
 Infine, bisognava garantire la convivenza di élite locali e nuovi venuti.

Gli interessi dei re e dei loro guerrieri si scontravano/NON andavano d’accordo su 2 punti
essenziali:
 I re volevano dare solide fondamenta alla monarchia e trasmettere ai propri discendenti
il potere. Obiettivi per i quali il modello romano era indispensabile. La monarchia ebbe un
ruolo marginale nel mondo barbarico e l'interazione con Roma fece emergere leader
nuovi, privi di legittimazione.
 TUTTAVIA, per i guerrieri questi obiettivi erano irrilevanti, in quanto a loro premeva solo
un re efficace militarmente. Il loro scopo era invece appropriarsi delle risorse e degli
stili di vita aristocratici.

2) Genserico e i Vandali
Passato il Reno nel 406-407, i Vandali, dopo aver percorso la Gallia, entrarono nella penisola
iberica (409).
Di qui il re Genserico (428-477) li guidò armati oltre lo stretto di Gibilterra, occupando
il Nordafrica occidentale (429) e poi Algeria e Tunisia (437).

La presa di Cartagine (439) diede al re Genserico la flotta romana e una ricca provincia, dove
sopravvivevano ancora le tradizionali strutture statali e fiscali.
La terra che apparteneva al fisco o ai senatori italici passò al re; il resto della terra apparteneva all'élite
locale o alle chiese rette dai vescovi.

Lo scontro tra conquistatori e vescovi fu durissimo: questo spiega l'irriducibile arianesimo dei
Vandali, perché se si fossero convertiti avrebbero dovuto accettare l'autorità degli acerrimi nemici.
Nonostante le tensioni, il regno rimase stabile grazie all'abbondanza di risorse.
La protezione offerta dal Mediterraneo continuava a difendere l'Africa dagli attacchi degli
altri barbari e, grazie alla confisca dei beni di proprietari troppo lontani, re Genserico disponeva
di terre con cui premiare i fedeli.
Funzionava ancora il sistema fiscale, che ne alimentava il tesoro personale.
La flotta, infine, permise spedizioni nel Mediterraneo occidentale verso le isole maggiori (Sicilia,
Sardegna e Corsica, Baleari) e il Sacco di Roma (453).
Il re poté persino permettersi di rinunciare all'imposta fondiaria, distruggendo catasti e ruoli
fiscali.

La ricchezza e la longevità del re Genserico – morto nel 477 – fecero sì che ebbe grande successo.
TUTTAVIA, NON si affermò una famiglia regia, frequenti furono le guerre civili, NÉ si ebbe
un'integrazione tra romani e vandali.

Il regno crollò alla prima prova bellica: con una breve campagna (533-535) Belisario riportò
l'Africa sotto il controllo dell'impero.

3) Teodorico e i Goti
I Goti erano un gruppo di tribù insediate a nord del Danubio, da tempo sottoposte all'influsso
romano.
Nella seconda metà del IV sec., il vescovo Ulfila diffuse tra i Goti il cristianesimo ariano e
tradusse la Bibbia nella loro lingua.

A causa dell'avanzata degli Unni:


 parte dei Goti (o meglio, i Visigoti) si rifugiò in Tracia,
 MENTRE INVECE, gli altri (o meglio, gli Ostrogoti) ne accettarono l'egemonia – e solo alla
morte di Attila (453) tornarono autonomi.

Quando Odoacre depose Romolo Augustolo, l'imperatore Zenone spinse il capo ostrogoto
Teoderico – cresciuto a Costantinopoli, dove era stato invitato come ostaggio – a recuperare
l'Italia (489). Nacque così un Regno Ostrogoto nella penisola.

Allora, l'Italia era la regione più “romana” d'Occidente: funzionavano ancora il sistema fiscale,
la burocrazia e il senato; il tessuto di città e ville rurali era solido; sopravvivevano infrastrutture e
commercio.

I romani erano ben più numerosi dei Goti, e l'aristocrazia senatoria rimaneva ricchissima, come le
chiese.
In Italia i proprietari terrieri (laici e chiese) erano tutti locali: questo spiega la scelta di
Teoderico di fondare il regno sulla separazione dei 2 popoli – la fusione si sarebbe risolta
nell'assorbimento dei Goti nei romani:
 ai Goti furono riservati i ruoli militari,
 ai Romani le cariche civili.
 Ogni popolo aveva una propria fede; i matrimoni misti furono vietati.

Teoderico ebbe successo: si impose come leader dell'Occidente a inizio VI sec., e mantenne
“romana” l'Italia.
Inoltre, commissionò al senatore romano Cassiodoro una storia dei Goti che ne illustrasse antichità
e prestigio. A lungo termine, PERÒ, il disegno fallì: i senatori sognavano comunque la restaurazione
imperiale; NÉ riuscì il tentativo di fare degli Amali (famiglia di Teoderico) i re
«naturali» degli Ostrogoti.

Morto il re senza figli maschi (526), si aprì una fase di instabilità che permise la riconquista di
Giustiniano (535-553).

I Visigoti, INVECE, dopo la Vittoria di Adrianopoli (378) vagarono a lungo per


l'impero, stanziandosi infine in Gallia meridionale, grazie a un patto con l’impero.
Invasero poi la penisola iberica, combattendo, per Roma, contro Vandali, Svevi e Alani.
Passato Genserico in Africa, i Visigoti occuparono gran parte della penisola iberica, creando un
regno con capitale a Tolosa.

SOLO dopo la battaglia di Vouillé i Visigoti, temporaneamente sottoposti a Teoderico,


abbandonarono la Gallia.
Nacque allora il bisecolare regno visigoto iberico, inizialmente caratterizzato dalla divisione tra:
- Visigoti (ariani)
- e Ibero-romani (cattolici).

Fu Leovigildo a rafforzare la monarchia, convertendosi al cattolicesimo e riprendendo il modello


imperiale (coniando moneta d'oro, fondando nuove città, legiferando).

I successi furono limitati: NON si affermò una dinastia, NÉ il controllo del re sull'aristocrazia.
NON fu neppure conquistata tutta la penisola. L'eredità della conversione fu più duratura: i concili
riuniti a Toledo divennero il fulcro della vita politica del regno nella quale crebbe l'influenza
vescovile.
TUTTAVIA, questo processo fu interrotto quando nel 711 gli Arabi varcarono lo stretto di
Gibilterra, travolgendo il Regno Visigoto, che divenne quindi parte del califfato arabo.

4) Clodoveo e i Franchi
Diversa fu la vicenda dei Franchi, popolo formatosi sul Basso Reno a contatto con le legioni
romane.
A differenza di Vandali e Goti, nel V sec., i Franchi erano una potenza di 2° piano: diversi gruppi
autonomi di Franchi si espansero in un'area (poi detta Austrasia) ben diversa da Africa e Italia.
La sua parte più orientale era sempre stata esterna all'impero, MENTRE quella più occidentale
visse una rapida fine/eclissi delle strutture romane.
Clodoveo (481-511) creò il più duraturo regno romano-barbarico e una famiglia regia
di straordinario successo, i Merovingi (così chiamati dal capostipite Meroveo).

Nel 496 Clodoveo si convertì dal paganesimo al cattolicesimo: la scelta si spiega con il fatto che,
anche dopo la conquista della Neustria, ne suoi domini franchi e gli altri barbari erano forse la
maggioranza della popolazione.
Diventare cattolici NON ne minacciava l'identità etnica: semmai, la tendenza era alla
«franchizzazione» dei romani.
La conversione diede alle élite franche il controllo della chiesa e del suo patrimonio.

La vittoria di Clodoveo a Vouillé (507) sui Visigoti gli valse il sud della Gallia: i Franchi
entrarono così in contatto con un mondo nuovo, nel quale persistevano istituzioni e aristocrazie
gallo- romane.
La politica di integrazione NON fu abbandonata: Franchi e Romani potevano svolgere carriere
civili o militari, spesso coronate dal seggio episcopale.

Clodoveo diede solide basi alla monarchia, identificatasi subito con la famiglia dei Merovingi:
SOLO il colpo di stato di Pipino il Breve (751) diede ai Franchi un re di altra stirpe.

Le differenze tra nord e sud della Gallia diedero vita a forti identità regionali (Austrasia, Neustria,
Aquitania e Burgundia).
Il fenomeno fu accentuato dalla scelta dei Merovingi di dividere i domini tra i figli maschi.
I Merovingi, infatti, consideravano il regno come un patrimonio familiare, e andava suddiviso
secondo le pratiche ereditarie dei Franchi (tendenzialmente paritarie).
CAP. 19 – 527. GIUSTINIANO E UN IMPERO LONTANO DA ROMA
La storia dell’Impero Romano non finì con la deposizione di Romolo Augustolo del 476. la parte
orientale dell'impero, infatti, si mantenne in vita e, con la guida di Giustiniano, sembrò in grado di
recuperare il controllo dei territori persi in Occidente. Egli fu incoronato imperatore dal patriarca
di Costantinopoli nell'aprile del 527.

1) La «Rennovatio Imperii» tra riforme giuridiche e repressione politica


Giustiniano assunse la piena guida dell'impero nell'agosto del 527.
Iniziò così il suo lungo regno, che durò fino al 565, durante il quale Giustiniano fu l’artefice di
numerose iniziative politiche, amministrative, giuridiche e militari che volevano/miravano alla
supremazia imperiale.

Nel complesso, tutte queste numerose iniziative politiche, amministrative, giuridiche e militari
contribuirono alla cosiddetta «Renovatio Imperii».

Le sue riforme vengono suddivise in 2 fasi:

- una precedente al 540


- e l'altra successiva allo stesso 540, data in cui gran parte dell'impero fu devastata dalla
peste, che colpì l'imperatore stesso.

L’esperienza della peste contribuì ad accentuare la componente religiosa della politica di


Giustiniano.

Giustiniano si riteneva un “Imperatore per volontà di Dio”, MA NON un “Imperatore


divinizzato” (sarebbe stato un sacrilegio).
Si pose come obiettivo quello di realizzare un impero basato sul “vero” Cristianesimo, definito
dai Concili di IV e V sec..
Per questo motivo, intraprese una dura repressione verso tutte le forme di Cristianesimo
eterodosso e di ciò che rimaneva del paganesimo.

La prima grande riforma che fece Giustiniano riguardò il diritto e portò alla composizione del
«Corpus iuris civilis» (529-534): con questo nome si indicano i testi legislativi e
giuridici commissionati da Giustiniano a un gruppo di giuristi, guidati da Triboniano, un
suo stretto collaboratore:
1) Prima di tutto, sotto il titolo di Codex Iustinianus, fu scritta tutta una raccolta di
leggi imperiali precedenti riordinate in 12 libri.
2) Poi, in 50 libri vennero raccolti i pareri di giuristi (Digesta o Pandectae), cui fu assegnata
forza di legge.
3) Infine, fu preparato un testo di base per lo studio del diritto noto come Institutiones.

Il «Corpus iuris civilis» NON SOLO contribuì a riordinare il diritto nell'età di Giustiniano, MA
soprattutto fu il principale testo che trasmise il diritto romano nei sec. successivi.
2) Le guerre di Giustiniano
Nei decenni successivi al collasso dell’Impero Romano d'Occidente, all'imperatore di
Costantinopoli venne, formalmente, riconosciuto un ruolo di “coordinatore” dei nuovi regni
sorti in Occidente.
Questa situazione mutò con l'avvio delle guerre di Giustiniano che, in una prima fase, furono
l'esito di circostanze NON pianificate.

Questo vale soprattutto per la guerra contro i Vandali, che avevano fondato un regno in Africa
settentrionale.
La guerra scoppiò nel 533, quando, Giustiniano decise di inviare un contingente militare guidato
da Belisario per aiutare il re vandalo Ilderico, di fede cattolica. La spedizione colse di sorpresa
l'avversario Gelimero, ariano, che fu costretto alla resa.

Quindi, Giustiniano concepì il progetto di riconquistare parte di quello che era stato l'Impero
d'Occidente.
Fu spinto a ciò anche dalla Pace “Eterna” (nel 532) con l'imperatore persiano Cosroe I, che gli
permise di impiegare in Occidente contingenti militari stanziati in Oriente, e l'assassinio della
regina ostrogota Amalasunta (nel 535), figlia di re Teoderico morto senza eredi maschi.

Il conflitto con gli Ostrogoti fu noto anche come Guerra Greco-Gotica.


Fu caratterizzato in una prima fase da una serie di vittorie romane, concluse con la Conquista di
Ravenna, capitale del regno, nel 540.
Preoccupato per i successi di Giustiniano, l'imperatore persiano Cosroe I ruppe la Pace “Eterna”
(nel 532) e attaccò Antiochia (Siria), mentre a Costantinopoli vi era la peste.

In Italia, la resistenza Gota si associò al malcontento della popolazione stremata dal conflitto e
dalla pressione fiscale.
Sotto la guida del nuovo re Totila, gli Ostrogoti riuscirono a riconquistare gran parte d'Italia,
prima di essere sconfitti dall'esercito di Giustiniano, definitivamente.

Terminò così la storia del Regno Ostrogoto in Italia, e con queste conquiste gran parte dei
territori mediterranei tornava sotto il controllo diretto di un imperato romano.

3) L’esarcato in Italia
La conquista più fragile di Giustiniano fu la penisola italiana, colpita dal conflitto ventennale tra
Goti e truppe imperiali, che portò:
- sia l'impoverimento della popolazione,
- sia l'indebolimento dei ceti eminenti Romani e Goti.
4) Da Impero Romano d’Occidente a impero bizantino
La nuova articolazione dell'Impero, che voleva la presenza di truppe permanenti nelle zone
di frontiera, tra le sue ragioni aveva la presenza e l’irruzione di nuovi antagonisti (Avari,
Bulgari, popolazioni slave) che si espansero nei Balcani e diedero vita a una pressione molto
forte.

Gli antagonisti principali rimasero i Persiani: furono loro a conquistare prima Gerusalemme
(614), poi ad assediare invano Costantinopoli (626), grazie all'aiuto degli Avari.

MA per l'Impero i pericoli venivano anche da sud con l'espansione degli Arabi, che in pochi
decenni sottrassero definitivamente a Costantinopoli gran parte del Medio Oriente e il controllo
del Nordafrica e dei territori iberici.

A questo punto, abbandonate le ambizioni di dominio universale, ciò che era stato l’Impero
Romano d'Occidente divenne una potenza a carattere regionale.
CAP. 20 – 568. I LONGOBARDI E LA FRAMMENTAZIONE POLITICA DELL’ITALIA
I Longobardi guidati dal loro re Alboino, insieme con la famiglia, lasciarono la Pannonia e si
diressero verso l'Italia.
Arrivati alle Alpi orientali, il re salì sul monte più alto e dalla cima contemplò la terra che di lì
a poco avrebbe conquistato. Da allora il monte fu chiamato “Monte del Re”.

1) Chi erano i Longobardi


A raccontare in questi termini l'arrivo dei Longobardi in Italia è Paolo Diacono, autore della
Historia Langobardorum, che scrisse più di 200 anni dopo quel giorno quando il Regno dei
Longobardi era stato già conquistato dai Franchi, guidati da Carlo Magno (774).
Paolo Diacono nacque in Italia, era diacono, e apparteneva dunque alla gerarchia ecclesiastica;
inoltre era un intellettuale: si considerava un Longobardo.

Domande come questa hanno portato gli storici, a partire dagli ultimi decenni del XX sec., ad
interrogarsi sul problema delle identità etniche.
Una volta superata l'appartenenza etnica come dato oggettivo, è stato formulato il principio di
etnogenesi, cioè il processo di costruzione culturale delle etnie.
Si attua sia attraverso la compilazione di narrazioni che individuano le origini di un popolo e
ne raccontano le vicende, sia attraverso la fissazione di specifici caratteri identitari (lingua,
costumi alimentari e matrimoniali).

2) La conquista e la frattura dell’unità politica della penisola


Attraversate le Alpi a nord-est, parte delle truppe di re Alboino si stanziò in Friuli, occupando città
e campagne; un’altra parte, INVECE, proseguì verso ovest, seguendo la strada consolare romana.
Dopo aver conquistato Pavia – che divenne in seguito la capitale del regno – nel 572 il re Alboino
fu ucciso in una congiura. Stessa sorte capitò al successore Clefi.

Da quel momento, per 10 anni, i capi dell'esercito NON riuscirono a trovare un accordo per
eleggere il nuovo re: pertanto, ciascuno di loro proseguì in modo autonomo l'occupazione della
penisola.

Una conquista così disordinata NON trovò grande resistenza da parte dei Bizantini.
La difesa si concentrò attorno alla nuova capitale, Ravenna, e a Roma.

Dal 584, il capo supremo dei territori bizantini fu l'esarca, con sede a Ravenna, e il territorio
sotto il suo controllo fu assegnato a capi militari (duces).

I Bizantini conservarono così 2 nuclei territoriali compatti:


- il ducato di Roma, attorno all'antica capitale
- e l'attuale Romagna, attorno a Ravenna insieme con le Marche del nord.
3) Il regno longobardo e le sue strutture
La volontà politica di coordinamento emerse dal 584 con l’elezione di re
Autari. Infatti, da quel momento la successione da un re all'altro fu regolare.
Il nuovo re Autari era scelto dai duchi all'interno del vasto gruppo parentale dei Letingi: eletto
dai pari, quindi, il nuovo re sposava la vedova del suo predecessore o una donna del suo gruppo
parentale garantendo una continuità.

Nel 643 fu emanato dal re Rotari l'Edictum che porta il suo nome.
È una raccolta di leggi scritta in un latino misto a vocaboli della lingua parlata dai Longobardi.

All’Edictum è anteposta una breve narrazione delle vicende del popolo Longobardo (Origo
gentis Langobardorum): racconta le origini mitiche del nord dell'Europa e gli spostamenti
successivi, fino alla penisola italiana.
Esso mostra un regno che, a differenza di quello dei Franchi, aveva una capitale stabile (Pavia)
dove il re risiedeva nel palazzo in cui era custodito il tesoro regio.
NON era praticata tassazione diretta e il regno si sosteneva con tasse indirette (sui porti, sul
commercio, sui mercati) e con le rendite che derivavano dal fisco regio.
Quest'ultimo era affidato alla gestione di amministratori del re, i gastaldi.
Sempre con terre del fisco regio venivano mantenuti i gasindi, personaggi che NON avevano
funziona amministrativa (come i gastaldi), o giurisdizionale (come i duchi), MA che appartenevano
alla stretta cerchia clientelare attorno al re.

Quando giunsero in Italia, i singoli Longobardi avevano credenze religiose diverse: erano ariani,
cattolici o seguivano culti pagani. MA la questione della fede religiosa NON era particolarmente
rilevante.
Lo divenne SOLO con il consolidamento del potere regio.
Infatti, i primi re, specie Rotari, vollero che l'arianesimo diventasse un elemento identitario forte
per i Longobardi.

TUTTAVIA, vinse l'integrazione cattolica promossa dalla regina Teodolinda (vedova di Autari):
nel 653 una disposizione di re Ariperto vietò il culto ariano nel regno.

4) Società ed economia
La popolazione del Regno Longobardo aveva condizione giuridica differente:
 i liberi  che erano la maggioranza, godevano di pieni diritti civili e politici. E, in genere,
erano piccoli proprietari tenuti a prestare servizio militare e a partecipare alle
assemblee pubbliche nelle quali si risolvevano i contrasti.
 Gli aldi  erano uomini dalla condizione giuridica intermedia: potevano concludere
contratti, sposarsi e lasciare eredità ai figli, MA erano soggetti a una sorta di patronato
da parte di un uomo libero.
 I servi  infine, NON avevano nessun diritto, e i proprietari avevano su di loro piena
potestà.
Come emerge dalle leggi, la condizione giuridica delle popolazioni poteva NON coincidere
pienamente con la condizione sociale delle persone.

Rimane discusso il problema della coesistenza – attestata sia dell'Editto di Rotari, sia dalle norme
decise dai re dell'VIII sec. – di 2 diritti nel regno: parte della popolazione viveva infatti secondo il
diritto romano.

La ricostruzione più probabile ritiene che tutti gli abitanti del regno riconoscessero l'autorità del re
e le leggi che avevano carattere generale, MENTRE per ciò che atteneva al diritto privato esistesse
la possibilità di conservare le norme del diritto giustinianeo.

5) Il regno di Liutprando
Il lungo regno di Liutprando (712-744) fu l'apogeo della vicenda longobarda.

Raggiunta una discreta collaborazione con il papato, di cui resta testimonianza nella legislazione
volta ad ammorbidire istituti distanti dalle norme ecclesiastiche, Liutprando approfittò delle
difficoltà dell'impero bizantino impegnato a fronteggiare l'avanzata degli Arabi e sconvolto dalla
lotta iconoclasta.

Liutprando avviò, quindi, un'azione di conquista dei territori dell'esarcato, proseguendo poi a
sud degli Appennini, fino al confine del ducato di Roma dove occupò Sutri.
TUTTAVIA, Papa Gregorio II lo indusse poi a ritirarsi.

L’obiettivo di Liutprando era ottenere la sottomissione formale dei duchi di Benevento e


Spoleto, creando così una continuità territoriale del regno che NON lasciasse isolati i ducati del
Sud.

Ottenuta la loro sottomissione, e giunto a Roma, il re Liutprando depose in San Pietro, davanti al
papa, le insegne regali: atto simbolico che dimostra l'importanza – per Liutprando – della
collaborazione con il papa, per garantirsi il controllo dell’intero regno.

6) Gli ultimi re
Quando il suo successore, Astolfo, riuscì nel 751 a conquistare Ravenna, papa Stefano II chiese
aiuto ai Franchi: era appena diventato re Pipino grazie al “Colpo di stato” che lo sostituì
all'ultimo re merovingio.
Bisognoso di legittimazione, tramite 2 spedizioni militari Pipino riuscì a restituire alla Chiesa di
Roma i territori che Liutprando e Astolfo avevano conquistato.

Il successore di Astolfo, Desiderio, dovette la sua elezione ai Franchi, ai quali era gradito.
TUTTAVIA, divenuto re, provò a rendersi indipendente dal protettorato franco e a consolidare il
proprio regno, specie grazie a una politica matrimoniale.
Difatti, le sue figlie furono date in moglie:
- al duca di Benevento Arechi II,
- al duca di Baviera Tassilone III
- e a Carlo, uno dei 2 eredi di Carlo Magno (il fratello era Carlomanno).

Consolidati i confini del regno, Desiderio attribuì larghe quote del fisco regio al monastero
bresciano di San Salvatore, riuscendo così a consolidare una clientela forte intorno al cenobio
di cui era badessa una delle figlie.

Inoltre, re Desiderio riuscì a sostituire i duchi di Benevento e Spoleto con uomini a lui fedeli.
Questo rafforzamento si affiancò a gravi crisi interne alla chiesa di Roma, in occasione delle
elezioni di nuovi pontefici.

La morte di Carlomanno, e quindi il fatto che Carlo restasse il SOLO re dei Franchi, spezzò le
basi della politica di Desiderio.

Carlo e sposò una donna sveva, Ildegarda, per consolidare le reti di


alleanza interne al regno
franco.

Intanto, i figli di Carlomanno – insieme alla madre – si rifugiarono presso Desiderio, il quale spinse
affinché il papa li incoronasse re dei Franchi.

INVECE, Papa Adriano I chiamò Carlo in aiuto.


E Carlo, con una spedizione poco impegnativa, conquistò il regno dei Longobardi (773-774),
del quale assunse il titolo di re.

Desiderio, la moglie Ansa e la vedova di Carlomanno con i figli furono deportati a nord delle Alpi.

SOLO il ducato di Benevento riuscì a resistere all'esercito di Carlo; e poco dopo il duca Arechi II
trasformò il ducato in un principato indipendente.
CAP. 21 – 622. L'EGIRA. L'AFFERMAZIONE DELL'ISLAM E IL MONDO MEDITERRANEO
L'espressione “egira” (hijra, “migrazione”) indica la fuga di Maometto e dei suoi seguaci dalla
Mecca nel 622 e il loro insediamento a Medina.
Essa è l’inizio del calendario islamico. Infatti, si tratta del momento in cui la predicazione
religiosa e morale di Muhammad (Maometto) cominciò a dare vita a una nuova comunità
religiosa e politica, la umma.
La rapidissima espansione degli Arabi seguaci del profeta, nel giro di pochi decenni, portò alla
modifica irreversibile degli equilibri mediterranei.

1) La nascita dell’Islam
L'islam nacque all'inizio del VII sec. nel contesto della penisola arabica, un'area politicamente
frammentata e caratterizzata dalla tensione tra le popolazioni stanziali e urbane, dedite all'agricoltura e
alle attività commerciali, e i nomadi beduini, dediti alla pastorizia e alle attività militari.

Il centro urbano e politico principale era La Mecca, snodo commerciale e centro religioso perché
meta di pellegrinaggi al santuario della Kaaba.
Fu in un ambiente politeista che maturò la predicazione di Maometto: essa si pose in diretta
continuità con le precedenti religioni monoteiste.

l'arcangelo Gabriele: i suoi


contenuti furono trascritti, come parola diretta di Dio, in un nuovo libro sacro, il Corano.
La nuova religione associava a un monoteismo puro la capacità di assorbire culti precedenti.

Il suo successo fu dovuto alla chiarezza dogmatica, all'assenza di sacerdoti quali mediatori fra la
divinità e i fedeli e a chiari segni di appartenenza. È questo il caso dei “cinque pilastri”:

1) la professione di fede;
2) la preghiera recitata 5 volte al giorno;
3) l'elemosina obbligatoria in favore dei poveri;
4) il digiuno purificatore nel mese di Ramadan;
5) il pellegrinaggio alla Mecca, da compiersi almeno una volta nella vita.

La predicazione di Maometto conobbe un successo immediato, MA la sua intransigenza nei


confronti dei culti pagani – che costituivano una delle principali risorse economiche dell'oligarchia
mercantile della Mecca – portò a un inevitabile conflitto.
Il gruppo dirigente meccano espulse dalla città Maometto e i suoi seguaci, che trovarono rifugio a
Yathrib (la futura Medina), dove diedero vita alla umma (espressione che sta ad indicare una
comunità di credenti che, ponendosi al di sopra dei legami di sangue, delle tribù e dei clan, si
propone come comunità politica).

Questa duplice dimensione NON fu ben accetta dalle oligarchie mercantili tradizionali della
Mecca, che PERÒ dovettero arrendersi alla forza di Maometto.

Nel 630 Maometto poté rientrare alla Mecca; PERÒ, poco dopo morì (632).
2) L’età delle conquiste
La morte di Maometto (632) comportò l'elezione del primo califfo: Abu Bakr, suocero di
Maometto, fu scelto come nuovo capo della comunità politico-religiosa che con lui iniziò a
proiettarsi al di fuori dei confini della penisola arabica, ai danni degli Imperi Persiano e Bizantino.

Fu l'impero Persiano ad avere la peggio, collassando nel giro di pochi anni e aprendo la strada agli
eserciti musulmani in Asia.
INVECE, per quanto riguarda l'impero Bizantino, scontò le tensioni politico-religiose che lo
attraversavano. L'area siro-palestinese e l'Egitto, le zone più ricche economicamente, offrirono scarsa
resistenza agli invasori. Inoltre, i monofisiti della regione preferirono il dominio islamico al governo
bizantino.

islamizzazione delle tribù in Africa settentrionale.

3) I conflitti interni al mondo islamico


Il processo di espansione e conquista non fu frenato dai conflitti politici e religiosi interni alla
comunità islamica. Principalmente essi si basavano sulla scelta del califfo. Parte della comunità
riteneva che questa scelta dovesse avvenire all'interno della famiglia del Profeta: il naturale candidato
al califfato era dunque Alì, cugino di Maometto e marito dell'unica figlia, Fatima. A costoro si
opponevano quelli che volevano che il califfo fosse eletto dalla comunità tra i primi membri della
umma sulla base delle sue capacità personali: essi ritenevano di incarnare la “tradizione” (sunna) e si
definirono sunniti.

Alì aveva già rivendicato, fin dal 632, il diritto di accedere al califfato ma furono preferiti altri
candidati. Prese il potere soltanto nel 656, ma il suo governo fu segnato da una guerra civile al
termine del quale i suoi sostenitori furono sconfitti e Alì ucciso. I suoi seguaci però non si sciolsero
ma si organizzarono come gruppo di opposizione: nacque così “il partito di Alì”, da cui origina la
corrente sciita dell'islam.

Dopo la sconfitta di Alì, il vincitore (che apparteneva al clan familiare meccano degli Omayyadi)
riuscì a imporre nuove regole alla comunità sul modello bizantino e persiano. La successione al
califfato divenne una prerogativa della sua parentela. Sotto gli Omayyadi, poi, la capitale fu
trasferita a Damasco.

Il regime omayyade fu rovesciato nel 750 da una rivolta capitanata dalla famiglia sunnita degli
Abbasidi. Una volta preso il potere, trasferirono la capitale a Baghdad ponendosi in piena continuità
con l'ortodossia sunnita ed emarginando gli sciiti. Questa vicenda non segnò la fine dei movimenti
sciiti: uno dei gruppi religiosi a loro connessi, gli ismailiti, fondò il califfato fatimide (dal nome
della figlia di Maometto) del Cairo, spezzando così l'unità politica del mondo islamico.
4) Le conseguenze dell’espansione islamica
L'espansione islamica al di fuori della penisola arabica riguardò, fin dalle origini, territori
economicamente prosperi e caratterizzati da una fitta rete di città. La conquista delle zone più
ricche (Egitto, Siria e Mesopotamia) fu molto rapida e non danneggiò il tessuto economico e le
infrastrutture locali. Inoltre, furono mantenuti i traffici commerciali su larga scala e, di
conseguenza, le grandi realtà urbane che costituivano i poli delle reti di scambio.

A testimonianza della continuità degli apparati di governo sotto i nuovi dominatori, solo verso
l'inizio dell'VIII secolo l'arabo divenne la lingua ufficiale dell'amministrazione, mentre prima
prevalsero il persiano e il greco.

L'espansione dell'islam portò a una profonda ridefinizione del panorama etnico, linguistico e
religioso dei territori conquistati con ritmi diversi rispetto a quelli delle conquiste politiche. La
prima fase delle conquiste, infatti, fu caratterizzata da una netta separazione tra conquistatori arabi
e sudditi autoctoni; la fede nell'islam rimase limitata ai soli arabi. Fecero eccezione i grandi
latifondisti e le élite militari, che si convertirono per mantenere la propria posizione di privilegio.

La separazione fu anche fisica: gli arabi erano un popolo in armi stanziato in quartieri separati dai
preesistenti centri urbani o in città di nuova fondazione. I guerrieri arabi erano mantenuti attraverso
stipendi in denaro: il peso della fiscalità ricadeva sui dhimmi, i non-musulmani appartenenti alle
religioni ufficialmente ammesse. Proprio la volontà di sfuggire al prelievo fiscale fu uno degli
incentivi alla conversione dei sudditi all'islam.

Tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del successivo, i califfi abbasidi decisero di smilitarizzare gli
arabi e di ricorrere a eserciti professionali non arabi favorendo ulteriormente la fusione tra arabi e
popolazioni autoctone.

Il processo di arabizzazione divenne più importante dall'inizio del IX secolo: nel giro di meno di 150
anni portò alla creazione di fortissime maggioranze islamiche quasi ovunque.
CAP. 22 – 751. I FRANCHI, CARLO MAGNO E IL RITORNO DELL’IMPERO IN
OCCIDENTE
1) Il colpo di stato del 751
Il regno dei Franchi era stato governato per quasi 3 secoli da re provenienti dal gruppo parentale
dei Merovingi, che prende il nome dal capostipite Meroveo.

I Merovingi hanno goduto a lungo di pessima fama, perché la storia del Regno dei Franchi
fu pesantemente riscritta durante l'età di Pipino il Breve e poi di Carlo Magno, che cercarono
di legittimare la loro presa di potere con la forza nel 751, descrivendo i loro predecessori
come “fannulloni”.

Sotto gli ultimi re Merovingi, gli antenati di Pipino – chiamati Arnolfingi o Pipinidi, a seconda del
capostipite scelto dagli storici – erano riusciti a crearsi una solida base di potere.
Essa si basava su enormi patrimoni fondiari situati nella parte nord-orientale del Regno dei
Franchi (detta Austrasia). Le altre parti del regno erano:
 la Neustria, cioè l'area a nord-ovest che aveva come centro Parigi,
 e la Burgundia (l'attuale Borgogna).

I re Merovingi avevano adottato una strategia matrimoniale peculiare: sceglievano le loro mogli
tra le figlie dei re dei regni confinanti, oppure si legavano a donne di condizione inferiore al mero
scopo di generare figli, MA NON usavano il matrimonio come pratica d'allenza con altri gruppi
parentali del regno.
Questo “isolamento” si rivelò efficace nel mantenimento delle distanze dai gruppi aristocratici
per marcare la differenza sacrale dei re rispetto ai potenti.

L'area austrasiana assunse un ruolo sempre più centrale, grazie all'azione politica di grandi
aristocratici quali i Pipinidi basata su alleanze matrimoniali e gruppi di clientele armate, mentre
l'isolamento dei Merovingi diventò una debolezza.

Dalla metà del VII sec., esponenti del clan dei Pipinidi erano stati maestri di palazzo di
Austrasia, ossia “il braccio destro” del re di ciascun regno.
A partire da questa carica, Grimoaldo aveva tentato un primo colpo di stato facendo incoronare
re di Austrasia il figlio Childeberto (656), MA l'aristocrazia NON tollerava di essere governata da
un proprio pari e i 2 furono giustiziati. Ciò indebolì i Pipinidi.

Dalla crisi emerse Carlo Martello, che sottopose al dominio austrasiano l'Aquitania e la
Provenza. Il ricordo della sorte di Grimoaldo rese prudente Carlo, il quale NON assunse MAI il
titolo regio.
Fu suo figlio Pipino che, nel 751, depose l'ultimo re merovingio, Childerico III, e fu poi eletto re
dall'aristocrazia e consacrato con l'unzione dai vescovi del regno.

L'appoggio dei vescovi fu decisivo per legittimare il Colpo di stato e rinnovò il rapporto fra il
potere regio e la chiesa nel mondo franco.

All'unzione seguì, nel 754, quella di papa Stefano II, che prefigurò un ruolo di protezione della
chiesa di Roma da parte dei re carolingi.
2) Le conquiste militari di Carlo Magno
Durante il regno di Pipino, si colgono già chiaramente le intenzioni espansionistiche dei re dei
Franchi.
L'esercito franco intervenne 2 volte contro i Longobardi (754 e 756) e sottrasse loro i territori
bizantini dell'esarcato e la Pentapoli, che consegnò alla chiesa di Roma.

Pipino inoltre cominciò una serie di campagne militari sia in direzione sud, per consolidare l'autorità
regia in Aquitania e in Provenza, sia verso nord-est al di là del Reno, contro i Sassoni.

Poi Carlo Magno, dal 772, riprese l'espansione.


Nel 773 l'esercito franco entrò in Italia e, dopo un lungo assedio di Pavia, Carlo Magno ebbe la
meglio e si proclamò “re dei Franchi e dei Longobardi”.

Più a nord, la Baviera fu in un primo tempo retta da un duca, Tassilone, cugino e fedele di Carlo
Magno; MA fu deposto con l'accusa di tradimento, e dal 778 la Baviera fu integrata nel regno.

A est della Baviera, si trovavano gli Avari che furono sconfitti più volte fino alla loro scomparsa
come entità politica.
Nel nord dell'attuale Germania, Carlo condusse campagne militari contro i Sassoni per 30 anni,
accompagnate da un processo forzato e violento di cristianizzazione delle popolazioni, che
portarono infine alla conquista dell'intera Germania settentrionale.
INVECE, in direzione sud-ovest, i successi militari di Carlo Magno furono scarsi: l'Aquitania si
oppose alla piena assimilazione, e l'area immediatamente a sud dei Pirenei (“marca di Spagna”) si
confrontò con i Baschi, che riuscirono a sconfiggere i Franchi militarmente.

3) Governare l’impero fu incoronato imperatore da papa Leone III nella


La notte di Natale
dell'800

basilica di San Pietro: si riconoscevano così l'ampiezza dei territori conquistati dai Franchi e il
tentativo di convertirli alla SOLA fede cristiana.

Raggiunta così la massima espansione territoriale, seguì una fase di consolidamento del potere
dei Carolingi.
Si tentò di dare un ordinamento unitario a un territorio così ampio:
 Le aree di confine furono organizzate in marche o ducati, al cui vertice stava un marchese
(detto anche duca).
 INVECE, le aree interne furono divise in comitati, di minore estensione e con a capo un
conte.

Conti e marchesi, di nomina regia, provenivano di solito dalla cerchia di fedeli di Carlo: gestivano
il patrimonio del re nelle circoscrizioni loro assegnate, da cui ricavavano il loro sostentamento e la
ricompensa per le clientele armate.
Per evitare un eccessivo potere nelle loro mani, il patrimonio delle chiese vescovili e dei
monasteri ricevettero l'immunità, cioè NON sottostavano alla loro autorità.
Inoltre, in tutte le aree dell'impero vi erano vassalli del re – appartenenti alle maggiori famiglie
locali – che costituivano un ulteriore contrappeso al loro potere.
Vi erano anche dei missi dominici – rappresentanti regi per lo più privi di base territoriale e
direttamente dipendenti dal re – che intervenivano nelle controversie giudiziarie e contribuivano
alla circolazione delle nuove leggi.

In campo normativo, infatti, lo sforzo fu enorme: note con il nome di “capitolari”, perché suddivise
in capitoli, le leggi carolinge cercarono di regolare ogni aspetto della vita pubblica e privata nelle
diverse aree dell'impero e di mantenere un equilibrio tra il crescente potere degli aristocratici
(potentes) e gli interessi degli uomini liberi (pauperes).

I potenti gestivano i territori loro assegnati anche grazie alla collaborazione di gruppi di “clienti”,
uomini legati loro da un rapporto di fedeltà e dipendenza che, talvolta, assumeva un carattere
formale definito vassallatico-beneficiario: in tale rapporto, il senior era obbligato al
mantenimento del fedele che, IN CAMBIO, doveva prestare un servizio e assicurare fedeltà.
Il rapporto obbligava entrambi i soggetti e mantenne sempre, in età carolingia, una forte
componente personale: era un legame da uomo a uomo, e NON era un patto esclusivo.
Si poteva essere “clienti” di più personaggi potenti.

Ci fu uno sforzo vistoso di integrazione nel regno anche dal punto di vista culturale, a partire dalla
scrittura. Fu elaborata una nuova forma grafica, nota come minuscola carolina, tanto semplice e
lineare che ebbe successo al di fuori dell'ambito pubblico.
I testi sacri così come le nuove disposizioni normative e i diplomi regi potevano in tal modo
essere letti più facilmente.

4) Una nuova dimensione sacrale del potere


La piena collaborazione tra regno e sacerdozio spiega anche il diretto intervento di Carlo e dei
suoi successori nella gestione del culto, nella fissazione di nuove regole della vita cristiana, nella
formazione culturale e religiosa del clero: un insieme di interventi che si configura come una
vera e propria riforma liturgica.
Carlo e il figlio Ludovico presero l'iniziativa di riunire concili e di emanare capitolari per
riformare le strutture ecclesiastiche.
Fu imposto il modello liturgico romano, fu condannata l'iconoclastia, fu imposto un nuovo rito
per il Battesimo e fu riformulato il “Credo”: essenziale diventava così la perfetta coincidenza
fra appartenenza alla comunità civile e appartenenza alla comunità religiosa.

In quest’ottica, era fondamentale il ruolo dei sacerdoti: furono promosse azioni volte a garantire
che il clero fosse adeguatamente formato sia sul piano religioso, sia sul piano culturale, e furono
riproposte le norme che imponevano il celibato.

Per isolare il clero dalle reti di relazioni parentali, accanto alle chiese vescovili, furono fondate
le “canoniche”, strutture volte a inquadrare la vita comune del clero urbano secondo modelli
monastici. Infine, si volle uniformare anche la vita dei monasteri attraverso l'imposizione della
regola benedettina.

I primi re carolingi favorirono anche la formazione di ampie reti di intellettuali impegnati


nell'elaborazione di riflessioni e di trattati dedicati a descrivere e proporre i modelli corretti di
comportamento sia per il clero, sia per i laici.
Tali intellettuali furono attivi anche nell'elaborazione ideologica di un modello di regalità, che
associava la sfera civile e quella religiosa del potere: la figura del re era assimilata a quella di
Cristo, in quanto il potere del re, attraverso la consacrazione di vescovi, restituiva in terra il regno
di Dio.
CAP. 23 – 794. ECONOMIA E SOCIETÀ NELL’ALTO MEDIOEVO
1) Produzione e commercio alla fine del mondo antico
Terminate le guerre di conquista, erano venuti progressivamente a mancare schiavi in grande
numero ma, soprattutto, il sistema politico cominciò a imporre tasse fondiarie sempre più pesanti,
destinate al mantenimento dell'esercito. Per aumentare la produttività delle loro terre, i grandi
proprietari sperimentarono un efficace sistema: suddividere i latifondi in tante piccole unità
produttive e affidarle alla gestione di contadini sia liberi sia servi, pretendendo da loro un affitto che
poteva essere corrisposto in denaro o in quote della produzione che il padrone poteva
commercializzare. In una prima fase i contadini aumentarono l'efficacia produttiva ma, col tempo,
le richieste sempre più onerose dei proprietari (a loro volta aggravati dalla tassazione) peggiorarono
le loro condizioni.

Negli ultimi decenni, la storiografia ha proposto diverse interpretazioni in merito al sistema di


scambi commerciali attivo nel mondo romano. Il mediterraneo era stato il tramite di continui
scambi fra Oriente e Occidente e fra le coste dell'Africa e quelle dell'Eurasia. Fino al momento in
cui i vandali conquistarono le coste occidentali dell'Africa, lo stato aveva gestito una fitta
circolazione di prodotti che coinvolgeva tutte le regioni dell'impero. I mercanti sfruttavano questa
rete per commercializzare in modo autonomo prodotti specifici. Quando l'impero entrò in crisi,
questo tipo di sistema produttivo iniziò a sfaldarsi fino a scomparire: cessata la circolazione su
ampia scala di merci comuni fu necessario riadattare le produzioni su scala locale.

2) Il VI secolo: cambiamento climatico e nuove risorse


Tra il V e il VI secolo, la demografia storica ha individuato un calo della popolazione nel continente
europeo occidentale. Le città, un tempo centri di coordinamento territoriale del mondo romano,
subirono la crisi nel modo più duro perché persero gran parte delle loro funzioni.

3) Aree incolte e proprietà regia


I regni che si affermarono nei territori occidentali dell'impero fra il V e il VI secolo rinunciarono
presto a imporre un prelievo fiscale sulla produzione agricola e artigianale. I regni altomedievali si
sostentavano grazie alla tassazione indiretta, pedaggi e imposte; e grazie alle rendite provenienti dal
patrimonio fondiario pubblico, detto fisco. Si trattava di grandi estensioni di terra, solo parzialmente
messe a coltura, gestite da una rete di amministratori regi che le assegnava a contadini in cambio di
canoni. Quando i re e le loro corti si spostavano, risiedevano nelle proprietà del fisco attuando il
prelievo diretto dei surplus produttive delle terre pubbliche.

La scomparsa della tassa fondiaria diminuì le richieste dei proprietari terrieri nei confronti dei
contadini dipendenti e in molte aree vennero meno anche le grandi proprietà, appartenute
all'aristocrazia senatoria.

Ebbe grande rilievo in questo periodo lo sfruttamento delle aree incolte, sia per attività di caccia
e di pesca, sia per l'allevamento brado di animali. Le comunità di villaggio accedevano a queste
risorse senza vincoli e spesso senza pagare tributi e si organizzavano in una loro gestione
condivisa. I ritrovamenti archeologici negli insediamenti rurali fino all'VIII secolo mostrano una
società poco diversificata negli stili di vita e con a disposizione oggetti di uso comune di
produzione locale: una società, dunque, nella quale l'autoconsumo aveva un ruolo spesso
predominante.

4) La grande proprietà fondiaria e la sua gestione


Dal VII sec. nel Regno Franco e dall'VIII sec. negli altri regni, le fonti scritte attestano la
progressiva formazione di nuove grandi concentrazioni fondiarie nelle mani dell'alta aristocrazia
legata ai re, delle chiese cattedrali e dei monasteri.
Il sistema curtense si affermò nel nord del regno franco e fu poi diffuso dalle conquiste carolinge.
Fu un tipo di organizzazione aziendale molto adatto a gestire le grandi proprietà non coese,
formatesi per accumulo di terre, e per ordinarle in modo efficace. Il sistema prevedeva infatti una
bipartizione generale:

 una parte dell'azienda era gestita direttamente dal proprietario ed era detta dominicum (o
pars dominica). Era dotata di magazzini per la conservazione della produzione, oltre che
di impianti produttivi artigianali. Si avvaleva di manodopera servile che risiedeva sul posto
ed era mantenuta dal proprietario: questi servi erano detti prebendari proprio perché
ricevevano la prebenda, il mantenimento;
 l'altra parte era invece a conduzione indiretta ed era detta massaricium (o pars
massaricia): consisteva in un grande numero di poderi, detti mansi, affidati a contadini
liberi (massari) o a servi, detto in questo caso casati perché veniva loro assegnata una
casa e potevano gestite il podere in relativa autonomia. Tutti i lavoratori ivi residenti erano
tenuti a censi in denaro o canoni annuali in natura che corrispondevano a quote parte
della produzione.

La connessione tra le 2 parti era rappresentata dalle corvées, o prestazioni di opera: procuravano
manodopera per le terre dominicali nei periodi dell'anno in cui i lavori agricoli richiedono
maggiore impegno di lavoro o mettevano a disposizione del proprietario persone impiegabili
secondo necessità.

Le grandi proprietà basate sul sistema curtense non tendevano mai all'autosussistenza, ma erano
inserite in circuiti di scambio con altre proprietà del medesimo signore e in reti commerciali basate sia
sui mercati rurali sia su una distribuzione a più largo raggio.
CAP. 24 – 843. L’IMPERO CAROLINGIO E LA SUA EREDITÀ
Nell'843 i 3 figli di Ludovico il Pio giunsero a un accordo dopo un lungo conflitto tramite il
Trattato di Verdun, in base al quale decisero di suddividere il territorio dell'impero:

1) La striscia più occidentale dell'impero andò a Carlo il Calvo


2) quella centrale a Lotario
3) e quella orientale a Ludovico il Germanico.

Questa suddivisione teneva conto delle relazioni con le aristocrazie locali e della presenza di beni
regi nei singoli territori, solo parzialmente corrispondeva a frontiere linguistiche o culturali.
Tuttavia, solo chi controllava l'Italia garantendo protezione alla chiesa di Roma aveva diritto al
titolo imperiale.

1) Un impero in costante declino?


Gli oltre 70 anni che separarono la morte di Carlo Magno (814) dalla deposizione di Carlo III il
Grosso (887), ultimo imperatore carolingio, furono segnati da un’intensa sperimentazione politica
all’interno di un contesto caratterizzato da forti tensioni, specchio di una società nella quale gli
interessi delle élite locali non sempre coincidevano con quelli degli esponenti della dinastia
carolingia.

Era forte la competizione fra gli esponenti dell’aristocrazia, ma era forte anche la necessità da
parte dei sovrani di agire col consenso delle élite, alimentato tramite la concessione di incarichi,
beni e doni. Esso divenne sempre più difficile da ottenere quando, dopo la morte di Carlo Magno,
non vi furono più guerre di espansione.

2) Ludovico il Pio
Nell'813 Ludovico il Pio, unico figlio maschio legittimo di Carlo Magno ancora in vita, fu
associato al trono imperiale dal padre. Alla morte di Carlo Magno (814), assunse la guida
dell’impero stabilendosi ad Aquisgrana. Concesse o confermò beni e diritti a molti monasteri e sedi
episcopali, rafforzando la propria rete di relazioni. Inoltre, promosse due sinodi che imposero la
regola benedettina a tutti i monasteri ed emanò un capitolare col quale regolò l’organizzazione
dell’impero, alla cui guida associò il figlio Lotario.

MA proprio l’ascesa di Lotario, al quale volle assegnare anche l’Italia Longobarda, causò
una prima crisi politica, poiché avveniva a danno del re Bernardo (nipote di Ludovico), che
si ribellò e, dopo esser stato catturato, morì.

La morte del re Bernardo (nipote di Ludovico) aprì una breve crisi che Ludovico risolse con
abilità.
Pentendosi pubblicamente, Ludovico si riconciliò con i familiari, l’episcopato e i grandi del regno,
superando la crisi e consolidando il suo potere.
Nell’828 si aprì un periodo di tensioni e contrasti legati a più fattori concomitanti.
In questo contesto, i figli di primo letto Ludovico il Germanico, Pipino) riuscirono
momentaneamente a deporre il padre in favore di Lotario, MA Ludovico, di nuovo, reagì col
ricorso a una penitenza pubblica.
Fu così che poté riacquisire il potere imperiale, fino alla sua morte nell’840.

Tutti i figli furono inviati nei loro regni:


 Lotario in Italia;
 Ludovico a est del Reno, nella “Francia orientale”;
 Pipino in Aquitania.

SOLO il giovane Carlo rimase accanto al padre (Ludovico il Pio).

3) Stabilità e conflitti
Il conflitto tra i figli di Ludovico il Pio riesplose dopo la morte del padre (840).
L'imperatore Lotario, di fatto, poteva contare su una rete di rapporti debole e limitata.
Ciò permise a Ludovico il Germanico di unirsi a Carlo il Calvo (Pipino, nel frattempo, era
morto): essi sfidarono il fratello imperatore sul campo di Battaglia a Fontenoy (841), in Borgogna,
che fu una delle pochissime grandi battaglie d’età carolingia.

Più che su quello militare, la battaglia fu decisiva sul piano politico.


Dimostrò che, al contrario dei suoi fratelli, Lotario NON godeva del consenso dei grandi.

Così, fu costretto a cercare un accordo, sancito col Trattato di Verdun (843):


 Carlo il Calvo ricevette tutti i territori franchi a ovest del Reno;
 Ludovico il Germanico ricevette quelli a est del Reno;
 Lotario tenne il regno italico, la Provenza e una striscia territoriale che collegava la
penisola ad Aquisgrana.

Lotario mantenne anche il titolo imperiale, che NON implicava PERÒ una sua
supremazia. Fu deciso che sarebbe stato mantenuto dai suoi successori anche in futuro.
SOLO una mancanza di eredi nella linea di Lotario avrebbe legittimato i discendenti di Carlo e
Ludovico il Germanico.

Guarda caso, ciò accadde nell’875 quando l’imperatore Ludovico II (figlio di Lotario) morì senza
eredi maschi.

Con la morte di Ludovico II (875) si aprì una disputa su chi, tra i Carolingi, dovesse succedergli.
Vi si inserì anche papa Giovanni VIII, che rilanciò il ruolo del papa come «incoronatore» del
nuovo imperatore.
Prese dunque l’iniziativa e incoronò l’ormai anziano Carlo il Calvo, che morì poco dopo.

Di nuovo, si aprì una serie di conflitti, finché, nell’884, NON rimase un unico carolingio maschio
adulto: Carlo III il Grosso (figlio di Ludovico il Germanico).
TUTTAVIA, l’autorità di Carlo III rimase sempre molto debole.
Infatti, a livello regionale nelle varie aree dell’impero si erano affermate reti di potere legate alle
aristocrazie locali che gli erano ostili.
Inoltre, la sua salute precaria legittimò i grandi del regno a deporlo.

La guida del regno dei “Franchi Orientali” fu offerta a suo nipote, Arnolfo duca di Carinzia,
MENTRE il titolo imperiale rimase vacante.

Carlo III fu poi confinato presso il lago di Costanza, dove morì (888).
Con lui finiva la storia dell’Impero Carolingio.

4) Dopo l’impero carolingio


La morte di Carlo il Grosso (888) determinò una nuova situazione.

L'assenza di maschi adulti di stirpe carolingia aprì la strada ai cosiddetti «super-magnati», cioè a
duchi o conti con un grande prestigio politico, militare e sociale.
Mantennero il sistema di potere carolingio, con le sue assemblee generali, l’articolazione
territoriale in comitati, ducati e marche e il ruolo preminente dell’episcopato.

In seguito alla deposizione di Carlo, fu eletto re il conte di Parigi Oddone, che si era distinto
durante le incursioni vichinghe.
Alla sua morte, i grandi del regno PERÒ si accordarono per eleggere Carlo il Semplice, ossia
l’ultimo discendente di Carlo il Calvo ancora in vita.

Si aprì quindi un conflitto tra le fazioni aristocratiche legate ai discendenti di Oddone (chiamati
Robertingi) e quelli legati agli ultimi Carolingi. Il conflitto si concluse alla fine del X secolo con la
vittoria dei primi, sancita dall’elezione regia di Ugo Capeto nel 987: i suoi discendenti formarono
la dinastia dei Capetingi, destinata a regnare fino al XIV sec.. Tuttavia, i primi Capetingi
controllavano direttamente solo Parigi e il territorio circostante (Ile-de-France), in quanto il regno
era costituito da “principati” indipendenti.

Anche in Italia vi fu una competizione tra “super-magnati”. In una prima fase lo scontro si
polarizzò attorno a Guido di Spoleto da un lato e Berengario I del Friuli dall’altro, che si
contesero il titolo regio e imperiale. Dopo la morte di quest’ultimo, le fazioni aristocratiche in lotta
cercarono sostegno anche al di fuori della penisola assegnando il titolo regio prima a Rodolfo II di
Borgogna, poi a Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Gli ultimi anni del regno di questi ultimi
furono segnati dal conflitto col marchese Berengario II di Ivrea (nipote di Berengario I). Il
conflitto si estese oltre il regno italico e coinvolse anche il re di Germania Ottone I.

Ottone I era stato eletto re nel 936 con una cerimonia ad Aquisgrana. Il richiamo al modello
carolingio fu quindi chiaro sin dall’inizio della sua avventura politica, che proseguiva quella del padre
Enrico I. Entrambi appartenevano a una famiglia a capo del ducato di Sassonia, parte del regno dei
Franchi orientali. Diversamente dai “principati” del regno di Francia, essa rimandava a stanziamenti di
popoli d’età precarolingia ed erano quindi caratterizzati da omogeneità politica e sociale. La maggiore
chiave del successo di Ottone I fu data dal suo abile inserimento nelle crisi
politiche: fu ciò che fece in Italia arrivando a essere incoronato imperatore da papa Giovanni XII
(962).

Si costituì in tal modo uno stretto legame tra il regno italico e il regno teutonico destinato a durare
quasi 400 anni.
CAP. 25 – 955. NUOVI PROTAGONISTI NELLA STORIA EUROMEDITERRANEA
Il 10 agosto del 955 l’esercito di Ottone I sconfisse a Lechfeld (Baviera) contingenti ungari autori di
devastanti incursioni. La sua vittoria fu descritta nelle fonti coeve come un’affermazione della
cristianità contro la barbarie pagana. Oggi è considerata una tappa rilevante, ma non decisiva, di un
“allargamento” dell’Europa verso oriente e settentrione.

1) Dalle steppe alla cristianità occidentale: gli Ungari


Quando gli Ungari furono sconfitti da Ottone I a Lechfeld erano stanziati da più di mezzo secolo
in un territorio, tra i fiumi Danubio e Sava, che corrispondeva alla Pannonia. Valicarono i Carpazi
nella XI secolo, sospinti dall’espansione di un altro “popolo delle steppe”, i peceneghi. In questo
modo, gli ungari occuparono un territorio in cui vivevano soprattutto popolazioni di lingua slava,
portando alla formazione di due grandi aree d’insediamento che separavano gli slavi centrali e
meridionali d’area balcanica da quelli settentrionali.

Gli Ungari erano costituiti da gruppi di guerrieri a cavallo legati a un “principe” che aveva costante
bisogno di bottini e di beni da distribuire ai propri seguiti militari. Ciò spiega le continue incursioni
nei territori vicini: le regioni più colpite furono quelle dell’odierna Germania meridionale. Furono
quindi i re teutonici Enrico I e Ottone I a organizzare una resistenza strutturata, che trovò il proprio
esito a Lechfeld. Sconfitta, l’élite guerriera ungara si rese conto che doveva allearsi con i vecchi
nemici. In questo contesto, il suo leader più prestigioso Geza comprese che l’integrazione passava
per la conversione al cristianesimo cattolico. Diresse perciò un’ambasciata all’imperatore Ottone I
per sollecitare l’invio di missionari che evangelizzassero il suo popolo. Questa strada fu portata a
termine dal figlio Vajk che, assunto il nome di Stefano I, attorno al 1000 fu battezzato ed elevato al
titolo di re da papa Silvestro II, con il consenso di
Ottone III. Attraverso la conversione, il suo regno fu reso stabile e fu collegato in modo strutturale
all’Impero Romano-Germanico.

2) I Balcani tra egemonie turche ed egemonie slave


Per lungo tempo gli Slavi non hanno lasciato testimonianze scritte dirette. Di conseguenza, per
studiarli occorre integrare le poche informazioni tramandate da storici occidentali e bizantini con i
dati archeologici. La stessa definizione di “slavi” può essere fuorviante perché porta a concepire
come unitario un insieme di comunità parlanti lingue slave, in realtà frammentate e politicamente
disomogenee.

Secondo la ricostruzione più autorevole, i loro primi insediamenti possono essere localizzati a nord
del basso corso del Danubio (odierne Romania, Moldavia, Ucraina). Qui costituirono un insieme di
piccole comunità rurali caratterizzate da gerarchie sociali e politiche che videro comunque il
sorgere di competizioni tra le élite. Questa favorì l’affermazione di alcuni “leader militari” con il
loro seguito di guerrieri e l’avvio di incursioni in ambito balcanico che diedero poi vita a
stanziamenti stabili.

Ciò andò di pari passo con la costruzione di egemonie in area balcanica e danubiana da parte di
nomadi di lingua turca, aggregando gruppi di lingua slava. Fu questo il caso degli Avari che, ben
prima dell’arrivo degli ungari, si stanziarono in Pannonia. Da qui, sotto la guida di un “sovrano”
-
khagan o khan in lingua turca - compirono frequenti spedizioni militari volte al conseguimento di
bottino, in parte ridistribuito tra i guerrieri e in parte conservato nell’accampamento in cui il sovrano
risiedeva, il ring. Fu accumulato così un ingente tesoro, razziato alla fine dell’VIII secolo da Pipino
(figlio di Carlo Magno).

Analogo nelle premesse, ma non negli esiti, fu il caso dei Bulgari, che avevano mantenuto il
controllo di una vasta area attorno al Volga dove diedero vita alla Grande Bulgaria. A causa
dell’ascesa dei Chazari - altro popolo turco che si distingueva per essere guidato da un’élite di
religione ebraica – attorno al 680 i bulgari si stanziarono a nord del delta del Danubio, dove
gradualmente si fusero con le popolazioni slave locali. Sin dall’inizio, il loro stanziamento fu
caratterizzato da un’intensa dialettica con l’impero bizantino. Agli inizi del IX secolo, i bulgari si
espansero in area balcanica fondando un regno. In quest’ambito, si ponevano in concorrenza con
l’impero bizantino, che tuttavia emularono in più occasioni. Decisiva fu la conversione al
cristianesimo avvenuta nella metà del IX secolo per impulso di discepoli di Cirillo e Metodio, due
monaci che per conto del patriarca di Costantinopoli avevano avviato la cristianizzazione degli slavi
meridionali. L'emulazione bizantina da parte bulgara permise agli imperatori di Costantinopoli,
nella seconda metà del X secolo, di conquistare il khanato di Bulgaria.

3) Egemonie slave nell’Europa centrale e orientale


L'espansione militare carolingia nelle regioni danubiane settentrionali e la pressione esercitata sulle
comunità locali favorirono nel mondo slavo l’aggregazione politica. Nacquero così dei “regni” che,
pur essendo antagonisti dei franchi, ne emulavano le strutture politiche, religiose e culturali. Nei
Balcani settentrionali l’influenza franca si scontrò a lungo con la concorrenza bizantina, che rese
difficile la costituzione di sistemi politici stabili. Di conseguenza, anche gruppi slavi influenti come
i Croati diedero vita a un regno autonomo solo dalla metà del secolo X.

Più a nord, nel corso del IX secolo si affermò la Grande Moravia, a lungo il principale
antagonista dei franchi orientali. In questo caso fu la questione dell’appartenenza religiosa a
costituire un ostacolo alla stabilità politica: la concorrenza tra missionari occidentali e bizantini
generò conflitti costanti che favorirono la resa morava contro l’espansione ungara. Una parte dei
territori, tuttavia, mantenne l’indipendenza come la Boevia.

Attorno al 1000, anche il vasto ducato di Polonia faceva parte della medesima sfera d’influenza.
La Polonia visse un cambiamento nella struttura politica con l’ascesa dei Piasti e, in particolare,
con la svolta avviata da Mieszko I: egli portò sotto il proprio controllo gran parte del territorio
polacco, favorendovi l’affermazione della chiesa di Roma.

Diverso, infine, fu lo sviluppo degli slavi stanziati a est della Polonia. Attorno al 1000 facevano
parte di un ampio “principato” - la Russia di Kiev - che aveva i suoi principali centri politici e
commerciali nelle città di Novgorod e Kiev. Esso fu esito di un’originale etnogenesi tra
popolazioni slave e gruppi di mercanti provenienti dalla Svezia (rus’), che commerciavano con
Costantinopoli. Assunsero una posizione egemone sotto la guida della dinastia dei Rjurikidi, ma
gradualmente si slavizzarono e si legarono all’impero bizantino.
4) Dai Vichinghi ai Normanni
I rus’ di Kiev facevano parte dei popoli scandinavi, definiti collettivamente Vichinghi o Normanni -
quest’ultima definizione è impiegata anche per indicare gli abitanti della Normandia, dove si
stanziarono gruppi di vichinghi.

L'area scandinava era rimasta estranea agli sviluppi politici dell’Occidente europeo sino alla fine
dell’VIII secolo, quando la creazione di egemonie più stabili da parte di gruppi di guerrieri favorì 2
fenomeni: l’esigenza per i “capi” vittoriosi di conseguire bottini da distribuire tra i loro seguiti e
l’esilio dei “capi” perdenti. Si ebbe quindi un incremento delle incursioni che colpirono dapprima
le coste del mar Baltico e del Mare del Nord, poi anche l’entroterra (in particolare le abbazie
franche).

Le società vichinghe prima del 1000 diedero vita a un regno relativamente stabile solo in
Danimarca. Esso, emulando le strutture politiche franche, estese la propria egemonia sulla Svezia e
sulla Norvegia meridionali e su territori della Gran Bretagna. L'espansione nell’isola britannica fu
favorita dalla sua frammentazione politica in più regni. Solo il re del Wessex, Alfredo, seppe
resistervi: il capo vichingo suo rivale, Guthrum, fu battezzato e dovette accettare la pace.

Attorno al 965 i re danesi, con Harald Dente Azzurro, furono anche i primi re vichinghi a
convertirsi al cristianesimo romano, avviando un processo che avrebbe favorito l’integrazione dei
vichinghi nelle strutture politiche guidate dall’impero romano-germanico. Più debole e conflittuale
fu invece il potere regio in Svezia e in Norvegia, dalla quale partirono gruppi di esiliati che
colonizzarono l’Islanda.

Il ducato di Normandia venne costituito in seguito a un insediamento guidato dal norvegese


Rollone. I suoi successori, assimilatisi ai franchi, si inserirono abilmente nei conflitti tra le grandi
famiglie aristocratiche del regno di Francia e successivamente d’Inghilterra. Approfittando poi di
una crisi dinastica, il duca di Normandia Guglielmo conquistò il regno anglosassone in seguito alla
vittoriosa battaglia di Hastings (1066).

5) Musulmani nel «mare dei Romani»


I Vichinghi non si limitarono a incursioni sulle coste dell’Europa settentrionale. Attorno alla metà
del IX secolo una consistente flotta di navi vichinghe giunse fino a Lisbona e presso Siviglia, sotto
dominazione musulmana. Lo shock fu grande e da allora le coste atlantiche dell’emirato di
Cordova furono presidiate da fortezze, i ribat, così come accadeva da decenni lungo le coste del
versante musulmano del Mediterraneo.

A lungo, infatti, il Mediterraneo fu concepito dal punto di vista arabo-musulmano come una
frontiera da presidiare e difendere contro possibili attacchi delle flotte bizantine. Era inteso come il
“mare dei Romani”. Per questo, lungo le coste mediterranee furono costruite delle fortezze, al
contempo un’istituzione militare e religiosa (di propaganda dell’islam).

Quest’opera non fu unitaria a causa della frammentazione politica del califfato avvenuta dopo
l’ascesa degli Abbasidi. L'emirato di Cordova era rimasto a guida omayyade, mentre tra le odierne
Tunisia e Algeria agli inizi del IX secolo si era affermato un altro emirato autonomo, guidato dalla
dinastia degli Aghlabiti. Fu soprattutto da questi 2 emirati che nel corso del IX secolo partirono dei
raid di piccole flotte armate con lo scopo di conquistare alcuni importanti capisaldi nel
Mediterraneo come le isole Baleari o la Sicilia, sotto il controllo bizantino.

Le incursioni delle flotte musulmane nel Mediterraneo furono rappresentate dalle fonti cristiane
come atti di pirateria, ma per lo più non furono frutto di iniziative estemporanee. Le flotte quasi
sempre salpavano per ordine dei sovrani musulmani e, non di rado, univano atti di depredazione
ad attività commerciali, come del resto facevano i vichinghi.
CAP. 26 – 1000. LA CRESCITA ECONOMICA DEL PIENO MEDIOEVO
1) Crescita demografica e dissodamenti
Se ci si concentra sul nesso terra/uomini, sono chiare le cause della depressione economica che
colpì soprattutto le campagne all’inizio dell’alto medioevo. Nei secoli V e VI una crisi demografica
aveva dimezzato la popolazione europea, riducendo gli spazi agricoli, il prodotto complessivo e
quel surplus produttivo che aveva consentito l’urbanesimo e il commercio nel mondo romano. Per
capire perché il trend si invertì, vanno ricordate le cause della crisi:
- il tracollo del sistema economico romano,
- il brusco cambiamento climatico e la peste giustinianea,
- le guerre dovute allo stanziamento barbarico.
Anche la “liberazione” dalle tasse fu un fenomeno regressivo: in assenza di mercati e agenti del
fisco, i contadini lavoravano lo stretto necessario a garantirsi la sopravvivenza.

A invertire il ciclo non un improvviso shock ma l’adattamento dei contadini alle nuove
condizioni del primo medioevo. La popolazione cominciò a crescere, ogni generazione era più
numerosa della precedente. Crescendo le braccia, si potevano sfamare le nuove bocche dissodando
parte dei vasti spazi incolti.

Il sistema curtense e la signoria introdussero nuovi incentivi alla produzione, dovuti alla rinnovata
capacità dei potenti di coordinare e controllare il lavoro contadino e di appropriarsi di quote più
rilevanti del surplus. I contadini erano di nuovo costretti a essere più produttivi.

2) Divisione del lavoro e commercializzazione


Nel pieno medioevo la popolazione divenne così numerosa da dominare meglio l’ambiente e
produrre borghi e città, in cui si viveva di agricoltura, artigianato e commerci. Con la crescita
demografica altomedievale in primis, l’incastellamento poi e la signoria dall’XI secolo, fu raggiunta
una soglia critica di popolazione e ricchezza, che permise la comparsa di nuovi mestieri.

Non tutti i villaggi però potevano permettersi tutti i mestieri. Inoltre, alcune attività artigianali
impiegavano materie prime presenti solo in certi luoghi o richiedevano investimenti maggiori.
Così, alcuni mestieri si concentrarono in “luoghi centrali”, innanzitutto le città dove risiedevano
vescovi e ufficiali pubblici e/o famiglie aristocratiche; la loro domanda di prodotti e servizi, infatti,
aveva fatto sopravvivere una certa complessità economica e sociale. Città, monasteri e curtes regie
furono i primi beneficiari della ripresa demografica e produttiva.

La divisione del lavoro aumentò la produttività e la qualità dei prodotti: i manufatti erano realizzati
più velocemente e meglio da professionisti. Ne derivò anche una crescente “commercializzazione”
del mondo rurale e dei villaggi più grandi. Questo fece nascere o sviluppare mercati rurali prima e
poi reti di mercati che facevano circolare beni comuni e beni rari. Al vertice di tali reti stavano le
città di fondazione antica e alcuni centri nuovi che assunsero caratteristiche urbane.
Fu un processo graduale e lento, che si fece evidente nella seconda metà del XII secolo:

- l’aumento dell’argento coniato,


- la svalutazione della moneta
- e la diffusione del credito su scrittura
misero a disposizione strumenti che facilitarono il funzionamento del “mercato”.

3) Perché la crescita NON si arresta? Contadini e cavalieri


Importanti furono innovazioni tecnologiche e nuove tecniche agricole, a lungo ritenute “la causa”
della crescita. Erano, di solito, già conosciute nell’alto medioevo e si diffusero in
risposta ai rendimenti calanti ottenuti dai contadini. Molto rilevante fu il miglioramento degli
attrezzi agricoli: sempre più spesso in ferro e di miglior qualità. Ancora più importante fu la
mobilità dei contadini: in autonomia o coordinati da uomini, i contadini delle aree più popolose
migrarono verso le zone dove c’era terra incolta.

Signori e cavalieri, involontariamente, contribuirono alla crescita in 3 modi:


- accentrando la popolazione, crearono i presupposti della divisione del lavoro e
della commercializzazione;
- sfruttando i contadini, li costrinsero ad accrescere la produttività;
- conquistando nuove terre, permisero ai contadini di migrare riducendo
la sovrappopolazione.

Lo sviluppo signorile aveva privatizzato molti diritti pubblici, divenuti fonte di reddito per i signori.
Costoro, per sopravvivere nella competizione per il potere e lo status, avevano bisogno di entrate.
Nel XII secolo a causa della crescita economica e della commercializzazione delle campagne, i
diritti di mercato davano consistenti redditi perciò i signori lottarono per controllarli o crearne di
nuovi.

4) Città e scambi
L'idea di città fu un’eredità romana, sopravvissuta anche quando le città altomedievali avevano
ben poco di urbano, anche se la centralità urbana fu confermata dal fatto che vi risiedevano vescovi
e ufficiali pubblici. Le città avevano una popolazione numerosa, con forme di differenziazione del
lavoro. Però erano luoghi di consumo più che di produzione della ricchezza, dipendevano dalle
campagne.

Nel 200 si riconoscono 3 tipi di città:


1) Le prime, le più comuni, erano i vertici della rete di insediamenti rurali: borghi di
poche migliaia di abitanti che ospitavano mercati rurali e attività artigianali di servizio
alle campagne.
2) Le “città medie”, più rare e non distribuite omogeneamente in Europa. Avevano tra 10 e
15mila abitanti e univano al ruolo economico quello politico e sociale: erano sedi
vescovili e/o capoluoghi politici o amministrativi. Queste città vivevano delle risorse del
territorio circostante e dei servizi che erogavano al territorio.
3) Le “metropoli” raggiunsero dimensioni ancora più consistenti, fino a qualche decina
migliaia di abitanti. La loro fortuna era dovuta a diversi fattori: potevano essere
centri
manifatturieri con clientela europea; capitali politiche o religiose; snodi chiave di commerci
mediterranei; sedi di università che attiravano studenti da tutta Europa.

Nel pieno medioevo le città si svilupparono a partire dalla crescita delle campagne. Con la
“rivoluzione commerciale”, però, città e scambi a lunga distanza divennero sempre più
protagonisti dei processi di crescita e sviluppo economico. Produzioni sempre più complesse
furono concentrate nelle città, reti commerciali più ampie si appoggiarono su di esse.

L’Europa duecentesca era dunque uno spazio fortemente antropizzato, come lo era stato in età
romana. L’Occidente era ormai un mondo ricco di centri urbani e campagne ben coltivate, percorso
da una rete di strade che consentivano scambi commerciali e culturali. Perno del sistema, però, non
era più lo stato romano ma l’iniziativa di una molteplicità di attori concorrenti tra loro.
CAP. 27 – 1037. ORDINAMENTO SIGNORILE
Nel 1037 l’imperatore Corrado II concesse l’Edictum de beneficiis, un ampio privilegio con cui
riconobbe ai vassalli dei conti o dei vescovi e ai loro “fedeli” il diritto di conservare a vita i propri
benefici e di trasmetterli agli eredi (solo una colpa grave avrebbe potuto cancellare questo diritto).
L'intervento imperiale fu efficace per sanare un grande conflitto tra l’aristocrazia minore e i
maggiori “potenti” del regno italico ed è un atto fondamentale per capire come i legami vassallatici
divennero in questa fase la principale forma di solidarietà all’interno dell’aristocrazia.

1) Terre, poteri locali, reti di fedeltà


Tra il X e l’XI sec. i meccanismi che consentivano ai ricchi di acquisire potere erano particolarmente
flessibili. Ogni villaggio seguì una propria vicenda, all’interno di una tendenza comune a tutta
l’Europa di tradizione carolingia. Possiamo però cogliere dati comuni:
- la ricchezza fondiaria,
- la forza militare agganciata ai castelli
- e la capacità di creare una rete di relazioni clientelari.

In un’economia a base agraria e priva di un prelievo fiscale come quella altomedievale, la ricchezza
consisteva prima di tutto nella proprietà e nel possesso della terra. La ricchezza fondiaria non
garantiva solo il mantenimento del signore, ma permetteva anche di costituire una rete di uomini, in
cerca di protezione, che dipendevano da lui.

Questa capacità di protezione assunse maggior peso con la costruzione dei castelli: strutture
fortificate destinate a proteggere il signore, la sua famiglia, i suoi servi e i suoi beni. Essa aveva
però dei costi:
- economici, quando il signore richiedeva in cambio un tributo;
- in termini di forza lavoro, quando si imponevano turni di guardia e lavori di
manutenzione del castello;
- politici, quando da queste imposizioni derivava una vera e propria sottomissione
dei contadini al potere del signore.

La capacità militare del signore non derivava però soltanto dal castello, ma anche dalla disponibilità
di numerosi uomini che giuravano fedeltà al signore e andavano a costituire il suo seguito armato: solo
grazie al loro intervento, egli poteva divenire pienamente operativo sul territorio circostante.

2) Tra duchi e re: il regno teutonico


Il dominio locale delle dinastie aristocratiche, delle chiese e dei monasteri fu la caratteristica
principale delle strutture di potere del X e XI secolo. Ma il potere regio non scomparve: i regni
ridefinirono gli spazi della propria azione politica e, in alcuni casi, rifondarono la propria egemonia.

La stabilità del regno di Germania derivava dall’equilibrio tra i duchi che, con la mediazione dei
vescovi a capo di sedi episcopali prestigiose (es. Magonza o Colonia), detenevano il potere di
scegliere il re – carica formalmente elettiva ma con tendenze dinastiche. Non era una libera
elezione democratica ma l’espressione dell’egemonia di una dinastia sull’insieme dell’alta
aristocrazia, un’egemonia che si esprimeva anche attraverso un’accorta politica matrimoniale che
legava i principali lignaggi del regno. Così, per esempio, dal 919 al 1002 la carica regia si era
trasmessa all’interno della casa di Sassonia, da Enrico I sino a Ottone III. Quando quest’ultimo
morì senza figli, come successore fu scelto Enrico II il Santo. Ma anch’egli morì senza figli.
Ormai indebolita, la sua “casa” non fu in grado di gestire la successione e fu costretta a mediare con
i duchi di Franconia: fu così eletto Corrado II il Salico, che pose le basi per la trasmissione del
potere regio ai suoi eredi, i Salii.

3) Il regno italico e la lontananza degli imperatori


L'azione politica degli imperatori salici segnò l’intero XI secolo, con un importante ampliamento
territoriale del loro potere grazie all’acquisizione del regno di Borgogna (1032) ma anche con una
progressiva involuzione della loro capacità d’azione sul regno italico. Questo regresso fu evidente
soprattutto quando il conflitto tra papato e impero determinò l’emarginazione del potere regio dalle
dinamiche politiche italiane.

Rilevante in questa prospettiva fu l’Edictum de beneficiis, emanato quando Corrado II dovette


affrontare una dura ribellione dei vassalli dei vescovi italiani (capitanei e valvassores), che
volevano ottenere il possesso stabile ed ereditario dei benefici loro assegnati.

L'Edictum è un testo eccezionale perché in genere, tra il X e l’XI secolo, gli imperatori non erano
in grado di emanare leggi di valore generale e dovevano limitarsi a concedere o riconoscere
specifici diritti o privilegi.

4) Francia e Inghilterra attorno al Mille


Ovunque, nell’XI secolo, i poteri regi dovettero scendere a compromessi con i signori territoriali;
ma se il potere imperiale in Italia si ridusse a un’egemonia formale, in altre parti d’Europa la
capacità di intervento dei re fu diversa.
 Francia: verso la fine del secolo si ebbe una svolta importante con l’ascesa al trono di
un membro della famiglia dei Capetingi, Ugo Capeto. Egli trasmise ai figli il titolo di re
di Francia, ma il suo potere non andava oltre la regione parigina.
 Inghilterra: i re anglosassoni avevano gradualmente superato la fortissima frammentazione
territoriale, andando a costituire un regno unitario sotto Alfredo il Grande; regno che
appare maturo sotto Edoardo III il Confessore. Ma la morte senza figli di quest’ultimo aprì
la possibilità di una profonda trasformazione: le procedure di successione prevedevano sia
il principio di ereditarietà dinastica, sia la capacità del re di designare il proprio successore.
Tra i diversi pretendenti prevalse Guglielmo duca di Normandia, che sconfisse l’avversario
Harold alla battaglia di Hastings nel 1066. Questa vittoria segnò l’unione dinastica di
Normandia e Inghilterra e l’affermazione sul territorio inglese di meccanismi politici nuovi.
CAP. 28 – 1059. LA NUOVA CHIESA OCCIDENTALE
1) L’elezione del papa e l’impero
Dopo la morte di Carlo il Grosso (888) e la frammentazione politica dell’impero carolingio,
l’ambito di azione politica dei vescovi di Roma si restrinse concentrandosi sulle forze attive nella
penisola italiana. I papi furono scelti prevalentemente dalle file dell’aristocrazia romana e
ravennate. Quando però Ottone I fu incoronato imperatore (962), volle imporre un diretto
controllo imperiale sulla nomina dei pontefici: dopo aver ottenuto con la forza militare il controllo
di Roma, impose che l’elezione di ogni nuovo papa per essere valida dovesse ricevere la conferma
dell’imperatore.

La disposizione ottoniana ebbe una reale efficacia solo quando l’imperatore riuscì a esercitare il
controllo politico e militare sulla città. L’ostilità di larga parte dell’aristocrazia si esprimeva attraverso
la nomina di papi scelti tra le sue file, che si contrapponevano ai papi “imperiali”.
Ottone III, durante il suo breve regno, avviò un programma politico che si proponeva di far rinascere
l’Impero Romano: cercò di stabilire la sua residenza a Roma e fece eleggere papa il suo precettore,
che prese il nome di Silvestro II. Insieme avrebbero ricostituito un sistema di potere integrato fra
chiesa e impero con sede a Roma, garantendo all’imperatore l’indipendenza da qualunque altra
autorità e al vescovo di Roma il primato su tutti i vescovi occidentali.

2) La chiesa imperiale
La morte precoce di Ottone III segnò il fallimento del programma: l’elezione del papa tornò
appannaggio dell’aristocrazia romana. Ma, durante la prima metà dell’XI secolo, nel regno di
Germania gli imperatori – Enrico II, Corrado II ed Enrico III - rafforzarono i loro rapporti con i
vescovi dell’impero: non solo erano nominati dall’imperatore e a lui legati da un rapporto di
fedeltà personale, ma si impose anche l’uso di sceglierli fra i membri della cappella imperiale. I
vescovi divennero così membri di una élite strettamente associata alla corte. Questo rapporto fra
l’alto clero e il regno è stato definito dagli storici “chiesa imperiale”: in questo contesto, fu
perseguita una riforma dei costumi ecclesiastici che intendeva combattere la simonia e il
matrimonio del clero.

Col termine simonia si intendeva la compravendita delle cariche ecclesiastiche, pratica che
permetteva di ottenere la carica di vescovi a persone non gradite alla corte regia. Per quanto attiene
al matrimonio del clero, la normativa canonica era incoerente: superati i divieti della fine del IV
secolo, nella chiesa orientale gli ecclesiastici erano regolarmente sposati, mentre nella chiesa
occidentale i Carolingi avevano riproposto una serie di regole volte a proibire il matrimonio di preti
e vescovi. Per impedire ai membri del clero di costruire alleanze con le famiglie aristocratiche della
propria diocesi attraverso il matrimonio e ai vescovi di avere figli cui trasferire beni e, talvolta,
l’incarico stesso, la chiesa imperiale condusse una dura lotta contro il clero detto “concubinario”.

A partire dalla metà dell’XI secolo, Enrico III riprese con forza la politica di intervento imperiale
nell’elezione del papa. Nei 10 anni successivi nominò papi di origine germanica: costoro coniugarono
le idee della riforma imperiale con quella del primato romano, facendosi inoltre promotori in prima
persona della lotta.
3) La riforma romana: un nuovo primato e lo scisma
Il papa, quale vescovo di Roma ed erede di San Pietro, godeva fin dal IV e V secolo di un primato
morale sugli altri vescovi (almeno in Occidente), ma non aveva nei loro confronti alcuna autorità
istituzionale. Posti al vertice delle loro chiese, i vescovi amministravano la vita religiosa delle proprie
diocesi. Prima dell’XI secolo, pertanto, è opportuno usare chiese al plurale piuttosto che chiesa: erano
coordinate fra loro dai concili nei quali i vescovi deliberavano sull’organizzazione interna, sulla
risoluzione di controversie dottrinale, sulla normativa che fedeli e chierici dovevano rispettare.

L'idea di un effettivo coordinamento ecclesiastico legato al primato romano nacque


solo alle metà dell’XI secolo, grazie all’azione di quei papi imperiali che volevano conformare le
chiese locali alle direttive riformatrici proposte dalla chiesa imperiale. Seguirono decenni di scontri
duranti i quali le diverse sedi episcopali dimostrarono insofferenza rispetto alle scelte imperiale e
all’azione riformatrice dei papi.

Fu in questo contesto che maturò il “grande scisma”, cioè la separazione della chiesa occidentale
da quella orientale: la pretesa di imporre sulle chiese orientali il principio del primato della chiesa
romana portò a una rottura definitiva. Nel 1054 Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale
Umberto di Silvacandida per tentare di imporre un accordo a lui favorevole. Di fronte alla decisa
opposizione del patriarca Michele Cerulario, il cardinale depose una bolla di scomunica contro il
patriarca e i suoi sostenitori. Michele Cerulario scomunicò a sua volta Umberto di Silvacandida e
gli altri legati. La chiesa da quell’episodio in avanti non fu più “una”, ma restò spezzata in due.

4) Gregorio VII
Nel 1073 fu eletto papa Ildebrando di Soana, che prese il nome di Gregorio VII. Egli non
proveniva dalla cappella imperiale. Ponendosi nel solco dei suoi predecessori, fece sì che il primato
romano non fosse solo spirituale ma anche giurisdizionale. Il papa poteva così imporre le sue
decisioni a tutti gli altri vescovi e poteva estendere le regole in uso nella diocesi romana a tutte le
altre chiese; la nomina dei vescovi spettava alla sola autorità del pontefice. Questa politica trovò
immediata opposizione da parte dei vescovi imperiali, perché scardinava la struttura della chiesa
imperiale che si fondava su un collegio di pari, i vescovi, coordinati dal sovrano.

5) La separazione fra laici ed ecclesiastici


La riforma ecclesiastica voluta da Gregorio VII impose alla chiesa di Roma e poi alla cristianità
occidentale una separazione fra laici ed ecclesiastici molto più netta di quella dei secoli precedenti.

Nell'alto medioevo era molto diffusa la presenza di uomini che avevano preso gli ordini minori, ad
esempio i diaconi, e che vivevano come i laici. Inoltre, fino all’XI secolo i preti sposati erano
numerosi e conducevano una vita coniugale come quella dei laici. Questa realtà sociale rendeva la
distinzione fra chierici e laici impercettibile. Fu solo a partire dalla riforma di Gregorio VII che fu
proibito in maniera assoluta ai preti di sposarsi e fu vietato ai vescovi di convivere con una donna e
di averne dei figli: questo significò l’imposizione della vita canonicale come unica forma possibile
di convivenza del clero. Molti preti protestarono affermando che nel Vangelo Gesù proponeva il
celibato come una scelta e non come un obbligo. Ma la progressiva affermazione dell’autorità del
papa sulle altre chiese portò all’imposizione del celibato in tutta la cristianità occidentale.

6) La lotta per le investiture


Nel 1075 Gregorio VII vietò le investiture ecclesiastiche da parte dei laici, dispose cioè che i re e
lo stesso imperatore non potessero nominare i vescovi.

I vescovi tedeschi reagirono riunendosi in Concilio a Worms e dichiarando decaduto papa


Gregorio VII. Si schierò al loro fianco Enrico IV, re di Germania non ancora incoronato
imperatore. A sua volta il papa dichiarò nulle le decisioni prese a Worms e scomunicò Enrico IV
sciogliendo in tal modo i vassalli regi dal giuramento di fedeltà che li legava al re.

La scomunica mise Enrico IV in difficoltà: la maggioranza degli aristocratici laici e una parte
dei vescovi dell’impero non lo riconobbero più come re e presero le armi contro di lui. Ma Enrico
corse ai ripari: valicò le Alpi e si recò a Canossa, dove Gregorio VII – ospite della sua alleata
Matilde, marchesa di Toscana – attendeva di recarsi in Germania per incoronare un nuovo re. La
pubblica penitenza cui si sottopose Enrico IV costrinse il papa a perdonarlo e a ritirare la
scomunica, permettendo al re di riguadagnare consenso.

Raggiunta la pace interna, nel 1080, a Bressanone, Enrico IV riunì un nuovo concilio che elesse un
papa alternativo: il vescovo di Ravenna Guiberto. Il papa reagì con una nuova scomunica ma
quest’arma si rilevò inefficace, in quanto gli schieramenti di principi e vescovi per l’una e l’altra parte
si erano già consolidati. L'anno successivo il re intraprese una campagna militare nel regno italico che
lo condusse a Roma nel 1084: occupata la città, Gregorio VII si rifugiò a Castel Sant’Angelo e chiamò
in aiuto i normanni che però lo imprigionarono. Morì l’anno seguente, mentre Guiberto fu insediato
nella basilica di San Giovanni in Laterano prendendo il nome di Clemente III. Enrico IV, a sua volta,
fu incoronato imperatore.

7) Il Concordato di Worms
I contrasti sul problema dell’investitura dei vescovi continuarono con i successori di Gregorio
VII, cui si contrappose fino alla sua morte Clemente III. Vittore III e Urbano II
continuarono a
perseguire l’imposizione del primato romano sugli altri vescovi, ampliando le loro rivendicazioni
ai regni d’Inghilterra e Francia, dove riuscirono a stringere accordi che garantivano la supremazia
del papa su quelle chiese.

Nel 1110 Pasquale II e il nuovo imperatore, Enrico V, avevano raggiunto un primo accordo che
prevedeva la rinuncia del papa all’esercizio delle “regalie” (i diritti regi) in cambio della rinuncia
dell’imperatore a intervenire nelle investiture vescovili. Ma fu papa Callisto II che con il
Concordato di Worms (1122) raggiunse un accordo definitivo con Enrico V: i re di Germania
potevano designare i vescovi, mentre in Italia erano i pontefici a intervenire sulle elezioni vescovili.
Questo però non risolse il conflitto, e la pace fra papato e impero fu ricomposta solo sulla base di un
compromesso basato sulla divisone tra due diversi territori di influenza.
CAP. 29 – 1099. L’ESPANSIONE OCCIDENTALE NEL MEDITERRANEO
1) La reconquista
Le guerre condotte nell’arco di più secoli dai re cristiani di Asturia e Leone, Navarra e
Aragona per la conquista dei territori iberici sotto dominazione musulmana furono definite dagli
storici spagnoli d’età moderna come (ri)conquista (reconquista). Esse infatti furono descritte
come un movimento volto a “liberare” la regione dal dominio islamico, concluso dalla presa di
Granada (1492) alla fine del medioevo.

Alla fine del X secolo, la penisola iberica era divisa in 2 parti diseguali. L'emirato omayyade (o
emirato di Cordova) era stato fondato dopo il colpo di stato abbaside ed occupava la parte
meridionale della penisola (ricca e urbanizzata). I domini cristiani erano invece confinati nel nord
povero e rurale. I 2 ambiti territoriali erano divisi da una fascia quasi spopolata. La separazione si
limitava ai livelli inferiori delle società: esistevano invece stretti rapporti tra élite cristiane e islamiche.

Verso il 1000, l’emirato omayyade collassò, sostituito da più emirati rivali tra loro: gli emiri erano
ricchi e avevano bisogno di guerrieri. Così i cavalieri iberici cominciarono a servire come
mercenari, affiancati dagli eserciti dei re cristiani che, in cambio di tributi (parias) combattevano
per gli emiri.

L'interruzione delle scorrerie islamiche e la crescita demografica avviarono il ripopolamento della


frontiera: vi si stanziarono immigrati, provenienti dal nord della Spagna e dal sud della Francia, in
cerca di terre da coltivare. Erano piccolissimi aristocratici e contadini; i loro obiettivi non
coincidevano con quelli di cavalieri e re ed erano ostili all’islam.

L'affermazione degli Almoravidi, una dinastia berbera nordafricana che conquistò larga parte della
penisola, mutò gli equilibri sul campo. Dotati di un proprio esercito, interruppero le parias e il
reclutamento di mercenari. Meno avvezzi ai cristiani degli emiri precedenti, erano più intolleranti.
Si avviò così uno scontro militare aperto, alimentato dall’emergere dell’ideologia crociata e dal
flusso di immigrati in cerca di fortuna. Nel XII secolo saccheggi e tribuni erano importanti quanto
conquiste e colonizzazioni. Di rado gli islamici furono espulsi o asserviti, più spesso si giunse ad
accordi negoziali.

Nel XII secolo il tratto dominante fu quello della convivenza, seppur ostile, tra etnie e religioni
diverse. I sudditi islamici erano una risorsa economica e politica fondamentale per i re dei diversi
regni iberici, nelle lotte fra loro e nel tentativo di controllare aristocrazie e comunità urbane. Per gli
immigrati, invece, gli islamici erano avversari nel controllo delle risorse locali o potenziali
dipendenti. Alla lunga, nelle aree “riconquistate”, furono gli immigrati a prevalere: nelle
campagne, gli islamici divennero dipendenti signorili.

Lentamente, aree sempre più ampie della penisola furono ripopolate da occidentali. Una svolta
decisiva fu la Battaglia di Las Navas de Tolosa (1212) che mutò gli equilibri militari a vantaggio
dei regni cristiani. Anche dopo questa battaglia, tuttavia, gli assetti rimasero instabili e frequenti
furono i compromessi imposti dalla forza che la componente islamica conservava.
2) Le città costiere e il controllo del Mediterraneo
Agli inizi dell’XI secolo, il controllo della Sicilia e delle Baleari, delle coste iberiche e nord-
africane, permetteva alle flotte islamiche un dominio di fatto sul Mediterraneo occidentale. Alcuni
emirati iberici avviarono allora razzie nei confronti delle maggiori isole tirreniche e delle città
costiere.
Prima in risposta a questi attacchi e poi con la volontà di aggredire le basi islamiche, cavalieri italici
trasportati su navi pisane e genovesi attaccarono gli approdi islamici.

Queste azioni sono state spesso considerate l’avvio dell’espansione commerciale delle
“repubbliche marinare”. Già nell’alto medioevo a Pisa e a Genova esistevano mercanti attivi nel
cabotaggio tirrenico e in quelle città giungevano merci orientali, ma la povertà della domanda
occidentale rendeva i mercanti marginali in città ancora dominate dalle aristocrazie militari. La
situazione era diversa nelle città campagne (come Amalfi) o a Venezia: questi scambi erano
orientati più dal legame con Bisanzio che con l’islam.

A fare la fortuna di queste città, più che la presenza di mercanti, era il possesso di flotte e l’accesso
alle materie prime e alle conoscenze tecniche necessarie a costruire e far navigare le navi. Del resto,
pisani e genovesi erano celebri anche per l’abilità nel costruire macchine d’assedio.

Date le condizioni climatiche, la navigazione mediterranea avveniva in forma di cabotaggio, cioè


lungo costa. Per dominare il mare e le rotte era pertanto strategico controllare approdi e punti di
passaggio: il canale di Sicilia, lo stretto di Messina, le Baleari.

Per mano di diversi gruppi di cavalieri, non interessati in primo luogo ai commerci, furono
tolte all’islam e a Bisanzio la Sicilia e la Calabria meridionale, le coste della penisola iberica
e poi le Baleari. L'aumento del volume dei traffici, grazie al controllo dei mari e alla crescita della
domanda di merci di lusso in Occidente, mutò gli equilibri interni nelle città marittime tirreniche a
favore dei mercanti. Così dal XII secolo si ridusse il peso dei saccheggi e dei cavalieri, a favore dei
trattati, delle colonie commerciali e dei mercanti. Ma non venne mai meno la centralità
dell’elemento militare.

3) La «prima crociata»
La prima crociata. In seguito al celebre discorso di Urbano II a Clermont nel 1095, si avviò un
movimento di uomini diretti in pellegrinaggio a Gerusalemme per combattere gli infedeli. 2 furono
i suoi filoni principali.
 Un gruppo, socialmente composito e guidato dal predicatore Pietro l’Eremita (crociata
dei poveri), dopo essersi dato ai saccheggi e al massacro degli ebrei tedeschi, giunse in
Anatolia. Lì fu trucidato dai turchi selgiuchidi, che avevano conquistato un ampio
territorio da Baghdad alla regione siro-palestinese e all’Anatolia occidentale.
 Un secondo gruppo era formato da cavalieri guidati da principi (“prima crociata”).
Questa spedizione non era unitaria, in quanto solo alcuni dei crociati proseguirono
prendendo Gerusalemme (1099). La conquista fu consolidata da contingenti pisani e
genovesi che aiutarono i crociati ad assoggettare le città costiere.

L'imprevisto successo di questa spedizione fece la fortuna del movimento crociato, tanto da
rendere la “crociata” un’istituzione. Solo Innocenzo III definì cosa fosse una “crociata”: una
spedizione armata bandita dal papa, volta a difendere la Terrasanta, che in cambio dell’impegno a
parteciparvi garantiva la remissione dei peccati e alcuni privilegi legali. Per sostenere le “crociate”
fu elaborata una complessa struttura finanziaria, alimentata da decime straordinarie e dalla
possibilità di riscattare il voto in denaro. La definizione della “crociata” come guerra dal valore
spirituale guidata dal papa aprì la strada ad altri scenari: per contrastare gli eretici (Catari), gli
“infedeli” (in Spagna e nel Baltico) e i nemici politici del papato, assimilati agli eretici.

4) Le altre «crociate»
Lo spostamento delle “crociate” verso Bisanzio e l’Egitto nel XIII secolo non si spiega con la
“decadenza” degli ideali originari: già nel 1107 Boemondo d’Antiochia aveva organizzato una
fallimentare spedizione per conquistare Costantinopoli. La celebre “quarta crociata”, conclusasi
col saccheggio di Costantinopoli e la nascita di un impero latino d’Oriente, non fu dunque un
fenomeno unico.

Fu in questo contesto che, con la militarizzazione di monaci ospitalieri, nacquero 2 ordini


monastici: i Templari e gli Ospitalieri di San Giovanni, che univano voti monastici e vita militare.
Ebbero subito fortuna e varie furono le imitazioni, in Terrasanta e lungo le “frontiere”. Il rilievo dei
contingenti militari in Terrasanta rese fondamentali gli ordini monastico-cavallereschi nello
scacchiere mediorientale. Con il declino della presenza cristiana in quell’area, essi si spostarono poi
nell’Europa orientale (Teutonici) o accentuarono la vocazione marittima (Ospedalieri, poi
Cavalieri di Malta).
CAP. 30 – 1137. PRINCIPATI E REGNI
1) Le origini dei principati
Dai primi decenni del X secolo, con la crisi degli ordinamenti carolingi, prese vita una nuova
forma di potere chiamata dagli storici “principato territoriale”.

In una prima fase, i principi erano per lo più gli eredi di dinastie aristocratiche laiche che avevano
dinastizzato circoscrizioni pubbliche carolinge (comitati, marche o ducati). Con la crisi del potere
regio, l’autorità dei principi crebbe e si sganciò sempre più dai vertici regi, mentre la competizione
politica tra questi nuovi potentati si fece sempre più serrata.

2) Regni e principati
Dalla fine del IX secolo, i principi divennero i protagonisti della scena politica e le dinastie
principesche entrarono in competizione tra loro per la corona regia. Nel X secolo furono i conti di
Parigi, i Capetingi, ad affermarsi come re nel regno dei franchi occidentali (la futura Francia),
mentre nel regno dei franchi orientali (la futura Germania) ottennero la corona i duchi di Sassonia
e poi quelli di Franconia. Anche nel regno la corona fu contesa tra diversi principi territoriali:
duchi di Spoleto, marchesi del Friuli, marchesi di Ivrea.

Tra la fine del X e l’inizio del XII secolo, il potere dei re e dei principi fu soggetto a un’erosione a
causa della nascita della signoria territoriale, sia pure con diverse cronologie tra i regni.

I signori locali si appropriarono, infatti, di prerogative un tempo di pertinenza dei principi


diminuendo la loro capacità di controllo sul territorio. Al contempo, li costrinsero progressivamente
a riorganizzare le proprie forme di dominio. I principi, dal canto loro, puntarono a subordinare
tramite legami di fedeltà i signori minori. In ogni caso, con la ridefinizione del potere locale, i
principi stessi si trasformarono in signori territoriali benché potessero esercitare i loro poteri su un
numero superiore di castelli e, spesso, anche su centri urbani.

3) Tra frammentazione e ricomposizione


È necessario precisare che un principe poteva agire anche al di fuori del territorio del regno a cui
formalmente faceva capo, dando vita a situazioni politiche molto complesse. Fondamentale era poi
la base personale e familiare del potere: molti principi e re, anche attraverso matrimoni e passaggi
ereditari, accumularono più principati – non si ebbe mai l’integrazione dei diversi domini, che
rimase solo personale.

Un altro fenomeno cruciale fu il fatto che anche gli stessi re potevano essere “principi” all’interno del
proprio regno. La base per loro potere, infatti, si trovava spesso in un territorio ben preciso del regno:
era quindi impensabile che un re fosse privo di una base territoriale principesca. i regni erano spesso
troppo ampi geograficamente per poter permettere forme di controllo efficaci.
Furono proprio i principati a diventare importanti laboratori dove sperimentare nuove forme di
amministrazione e nuovi strumenti giuridici.
4) La geografia politica nel XII secolo

Nel XII sec. le complesse relazioni tra poteri regi e principeschi tendevano a strutturare la
geografia politica europea in modo differente a seconda dei diversi contesti.
In area francese vi fu l’affermazione della capacità di intervento dei re capetingi, che dopo aver
consolidato il loro potere nella regione parigina, riuscirono a dilatare la loro azione anche
all’esterno imponendo il controllo su molti principati. Questa espansione trovò un ostacolo nei
sovrani inglesi che erano riusciti ad accumulare così tanti principati da controllare gran parte della
Francia settentrionale e occidentale. Ciò avvenne soprattutto grazie a Enrico II Plantageneto,
conte di Angiò, che dapprima sposò la duchessa Eleonora (erede del ducato di Aquitania) e poi
divenne re d’Inghilterra inserendosi nel conflitto sorto alla morte del nonno materno Enrico I il
Chierico. La sua vicenda mostra quanto nella formazione di queste nuove strutture politiche fosse
importante la dimensione dinastico- familiare.

In Germania crebbe l’autonomia rispetto al regno dei poteri principeschi, spesso di natura
ecclesiastica – autonomia che gli imperatori svevi cercarono di arginare. Sotto il regno di Federico
I Barbarossa e di suo figlio Enrico VI, il potere imperiale in area tedesca conobbe un
consolidamento, anche grazie all’impiego del diritto feudale di derivazione lombarda per la
risoluzione dei conflitti sorti con principi territoriali. Ad esempio, quando Federico I confiscò i
ducati di Sassonia e di Baviera a Enrico il Leone (della dinastia dei Guelfi) lo accusò di tradimento
perché non aveva preso parte alla battaglia di Legnano: i ducati furono assegnati agli esponenti di
altre famiglie nobiliari a lui fedeli.

Nel regno italico, invece, i maggiori principati territoriali formatisi nell’XI secolo – marca di
Torino e i domini dei Canossa (tra Emilia e marca di Toscana) - non ebbero continuità nel XII
secolo. Nel contesto della lotta per le investiture, il processo di ricomposizione territoriale fu
guidato soprattutto dai nascenti comuni urbani. Furono dunque le città, e non i principi, a
scontrarsi fra loro e, in un secondo momento, con il potere imperiale. Anche qui, comunque, alcuni
principi (Monferrato e Savoia, Patriarchi di Aquileia, Aldobrandeschi) giocarono un ruolo di
rilievo nella politica del XII secolo.

Nella penisola iberica, il periodo successivo al X secolo fu segnato dall’emergere di nuovi nuclei
autonomi di potere nati dalla frammentazione dei primi regni cristiani: il regno delle Asturie e
quello di Pamplona. La forte dilatazione dello spazio controllato dalle formazioni politiche
cristiane, a spese degli emirati islamici, favorì il protagonismo militare delle aristocrazie collocate
sulla frontiera che riuscirono in certi casi a dar vita a nuclei di potere. Fu questo il caso della
contea di Castiglia, di quella del Portogallo e di quella di Barcellona. Solo alla metà del XII
secolo si può osservare una relativa stabilizzazione del quadro politico iberico, con l’affermazione
dei regni di Portogallo, Castiglia, Léon, Aragona e Navarra.

L'Inghilterra costituisce un’importante eccezione. Il regno, infatti, non perse mai la sua coesione e
la capacità di controllare con una certa efficacia le realtà locali. Con l’eccezione di alcune aree
periferiche, la signoria territoriale non si affermò mai in modo efficace e il potere regio riuscì a
mantenere il pieno controllo di una serie di prerogative giurisdizionali. La signoria ebbe dunque un
carattere sostanzialmente fondiario. Il XII secolo fu segnato dal rafforzamento delle prerogative del
regno, soprattutto durante il governo di Enrico II Plantageneto grazie a una profonda
riorganizzazione dell’amministrazione, della giustizia e dell’esercito e grazie alla ridefinizione dei
rapporti con la chiesa. Inoltre, con le Costituzioni di Clarendon (1164), Enrico II cercò di estendere
l’ambito giurisdizionale regio anche agli ecclesiastici: questa fu una delle misure che causarono un
duro conflitto con la chiesa, culminato nel 1170 nell’assassinio dell’arcivescovo di Canterbury,
Thomas Beckett.
CAP. 31 – 1183. I COMUNI ITALIANI NEL XII SECOLO
Nel giugno 1183 Federico I e la Lega lombarda, un’alleanza di comuni dell’Italia del nord
guidata da Milano, fecero pace perfezionando la tregua conclusa a Venezia tra l’imperatore e papa
Alessandro III (1177).
L'atto aveva la forma di una concessione ma segnava la vittoria della lega:

- si legittimavano i comuni;
- si permetteva loro di allearsi e di eleggersi dei governanti (consoli);
- si concedevano diritti di origine regia (regalia).
In cambio i comuni dovevano alcuni tributi e il riconoscimento della sovranità imperiale.

1) Prima del comune


Nel regno italico la rete urbana era fitta e formata da centri più grandi che altrove. Tra il IX e l’XI
sec. le città erano la principale arena politica: spesso residenza dell’aristocrazia, vi si tenevano
placiti, assemblee e feste religiose. Al di sotto di chi governava le città - conti e marchesi, vescovi,
messi imperiali – agivano il clero locale, medi e piccoli possessori, mercanti e artigiani.

Dopo il X secolo crebbe l’importanza dei cavalieri (milites), caratterizzati dal combattimento a
cavallo e dal possesso di terre che garantivano loro i mezzi finanziari per dedicarsi a tempo pieno
alla guerra e alla politica. Pur avendo tratti simili all’aristocrazia post-carolingia, erano più
numerosi e più poveri; alcuni vivevano in campagna, spesso nei castelli dei signori rurali, altri
invece in città. I loro beni si concentravano nell’area periurbana e la loro identità politica era legata
alla città: erano cittadini (cives), piuttosto che fedeli di altri signori.

Verso il 1050 le città erano rette da ufficiali di matrice carolingia, conti e marchesi, spesso a capo di
più centri urbani, a loro delegati (visconti, gastaldi) o da vescovi che avevano ricevuto a titolo
proprietario i diritti regi. Tendenzialmente, il primo caso era più comune in Italia centrale, il
secondo al nord. L'equilibrio fu scosso dalla “lotta per le investiture”; lo scontro tra Enrico IV e
Gregorio VII causò scomuniche e deposizioni e impose a chi reggeva la città di schierarsi con una
delle 2 parti in lotta. Allo scontro parteciparono attivamente aristocratici e milites, entrambi mossi
da ideali e interessi materiali diversi.

2) Il comune cavalleresto
Il vuoto di potere dovuto alla “guerra civile” costrinse le élite urbane ad affrontare alcuni
problemi: il dilagare della violenza, l’uso dei beni comuni, la protezione dei propri interessi
economici. Nacque così il comune. Si sperimentò dapprima un organo di governo già conosciuto,
l’assemblea generale dei cives uniti da un giuramento (arengo). Nell'impossibilità di riunirla con
continuità le si affiancò il consolato, una magistratura collettiva a termine: i consoli erano almeno
2 e restavano in carica 1 anno. Fin verso il 1150, comunque, il consolato rimase uno strumento
occasionale.

Ideologicamente il comune s’identificò fin dall’inizio con la città e la cittadinanza, ma molte


famiglie ne rimasero ai margini – e non solo le più povere. L'eclissi dei poteri tradizionali ridusse
la centralità politica urbana: la crescita demografica e produttiva delle campagne induceva gli
aristocratici ad agire dove si concentravano i loro beni, sviluppando poteri signorili. Salvo rare
eccezioni (quali Pisa o Milano), all’inizio del XII secolo gli aristocratici urbani emigrarono in
campagna o rimasero ai margini del comune. Questa scelta favorì l’egemonia dei milites.

Certi compiti per noi fondamentali (tasse, giustizia, scrittura di leggi) si affermarono lentamente
nel XII secolo. Più precoce fu l’attività militare: i comuni organizzarono fin dall’inizio
spedizioni a breve o lungo raggio per far bottino e affermare la loro egemonia.
Alcune città estesero così la propria egemonia, dove i milites possedevano beni ed esercitavano
direttamente il potere includendo talora centri minori o giungendo a sottomettere anche centri
lontani, se strategici.

Quando la “guerra civile” finì, i poteri tradizionali erano destrutturati: gli imperatori ricomparvero
di rado a sud delle Alpi, conti e marchesi erano ormai solo signori e le vecchie aristocrazia urbane
si erano spostate in campagna. Solo i vescovi rimasero ancorati alle città: fu quindi in
collaborazione o in concorrenza con loro che i consoli governarono le città.

Verso il 1150 i comuni divennero istituzioni più stabili e definite, grazie al contributo dei tecnici del
diritto e della parola scritta: giudici e notai crearono nuovi strumenti di legittimazione e dominio.
A loro si devono i primi interventi legislativi e la scrittura delle prime cronache cittadine e i
tribunali dei consoli divennero un luogo centrale per la soluzione delle liti.

3) Il ritorno del potere imperiale: Federico I


Con l’ascesa al trono di Federico I (1152) si riaffacciò in Italia l’impero. Egli voleva accrescere il
proprio prestigio e ampliare le proprie basi signorili e, per farlo, servivano un maggior controllo dei
poteri locali e una rete di ufficiali che ne propagasse l’autorità.

Non voleva restaurare l’ordine carolingio, ma egemonizzare signori e città per raccogliere le forze
necessarie a eliminare il regno normanno e per agire da protagonista sulla scena europea e
mediterranea. Per farlo servivano risorse finanziarie e un riconoscimento come potere egemone
nel regno italico. Incoronato dal papa, Federico tenne alcune diete (come a Roncaglia, 1158) per
affermare la propria centralità politica e affermare la derivazione dall’impero dei poteri locali.

Il tentativo di riprendersi il centro della scena politica italica causò risposte diverse. Il sostegno
dell’imperatore a Lodi e Como gli alienò Milano. La leadership regionale di alcuni comuni fu
importante nel creare gli schieramenti. In Lombardia le città ostili a Milano, come Cremona,
sostennero l’impero; in Toscana, l’alleanza tra Federico e Pisa, portò a uno scenario segnato dalla
disponibilità al compromesso.

La rottura con Alessandro III e il conseguente scisma causarono una svolta: sostenuti e legittimati dal
papa, gradualmente attratti dalla guida milanese, alcuni comuni veneti e lombardi si unirono in
alleanze regionali per confluire nella Lega Lombarda (1167). La sconfitta di Legnano (1176) spinse
l’imperatore a una soluzione diplomatica: prima la pace di Venezia, che riconobbe Alessandro III e
sancì una tregua con la lega (1177), e poi quella di Costanza (1183).

La situazione rimase comunque incerta. Dalla pace erano escluse molte città padane e tutte quelle
dell’Italia centrale. Inoltre, di fronte ai successi di Enrico VI, figlio e successore di Barbarossa,
molti
temevano un annullamento del trattato. L'ultimo ventennio del XII secolo vide un revival del
potere imperiale: furono acquisiti beni e castelli; riprese la legittimazione dei poteri locali con
diplomi e “feudi di signoria”; furono limitati i privilegi della città.

La conquista del regno di Sicilia da parte di Enrico VI fece pensare che il disegno svevo di creare
una monarchia italica fosse sul punto di riuscire. La sua morte improvvisa, i disordini connessi alla
successione e l’intervento di Innocenzo III mutarono la scena. Solo allora tutti i comuni presero a
esercitare le prerogative riconosciute a Costanza.

4) I primi movimenti popolari e il «comune podestarile»


Nel XII secolo la fortuna delle città italiane si fondava sulla loro centralità politica, perciò il confronto
con l’impero riconobbe tale centralità e la legittimò. Era ormai evidente l’identificazione tra città e
comune: chi voleva partecipare alla politica non poteva ignorarlo. Ciò indusse una crescita
demografica ed economica della città.

Gli aristocratici erano rimasti estranei al comune e molte stirpi del territorio entrarono nelle
magistrature comunali assimilandosi ai milites. La militia ne fu trasformata: i nuovi venuti erano
più ricchi e potenti, avevano un ethos nobiliare e portavano con loro sistemi di alleanze e
inimicizie.

La crescita demografica aveva aumentato numero e fortune di chi non viveva di rendita
agraria e di guerra: prestatori, mercanti e artigiani. Alcune città, poi, furono investite all’inizio del
XIII Secolo dalla “rivoluzione commerciale”, che causò un boom di scambi e manifatture
accentuando questo fenomeno. Nonostante le differenze tra centri maggiori e minori, ovunque
nuovi protagonisti si affacciarono alla scena politica mutandola.

Attraverso la creazione di nuove forme di solidarietà sociale strette tra chi contestava il dominio
dei milites, nacque allora il popolo (populus), un gruppo di pressione politica che voleva
“recuperare” quella che si riteneva l’originale vocazione del comune. Contestava i tradizionali
privilegi dei milites: l’esenzione dalle tasse in cambio del servizio a cavallo, il monopolio sui beni
comuni, il diritto al risarcimento dei danni subiti in guerra. Inoltre, rivendicava una giustizia meno
favorevole ai potenti a cui si connetteva la volontà di limitare l’uso della violenza nella vita
quotidiana.

In questo clima di tensione avvenne il “passaggio dal comune consolare al comune podestarile”. I
consoli furono sostituiti da una nuova magistratura, il podestà: un magistrato unico dal breve
mandato, imparziale perché estraneo agli interessi locali.

In realtà il cambiamento fu più complesso:


- crebbe il personale al servizio del comune,
- nacquero uffici finanziari,
- fu riorganizzata la documentazione che tutelava le giurisdizioni dei comuni,
- furono messe per iscritto le leggi che regolavano la vita della città
- e, soprattutto, si affermarono consigli di varia taglia che affiancassero l’arengo.
CAP. 32 – 1194. DAI NORMANNI A FEDERICO II: IL REGNO DI SICILIA
1) Una frontiera: l’Italia meridionale prima dei Normanni
Nell'Alto Medioevo l’Italia meridionale aveva vissuto esperienze diverse dall’Occidente
romano- barbarico. La parziale conquista longobarda della penisola ne aveva fatto un’area di
frontiera: si confrontavano infatti il ducato di Benevento (autonomo dal regno) e le terre rimaste
bizantine.

La fine del regno longobardo complicò la situazione. Il ducato di Benevento rimase indipendente dalla
conquista carolingia e il duca Arechi II ne fece un principato. Il Sud non conobbe perciò le istituzioni
dei franchi, né la politica di riforme. L'influsso carolingio nella regione fu veicolato da alcuni grandi
monasteri, ricchissimi per le donazioni dei re franchi e dei potenti del Mezzogiorno.

Nel IX secolo la situazione si fece più


complessa. Il principato di Benevento si
frantumò in 3 parti:
- il principato di Benevento
- il principato di Salerno
- e la contea di Capua.

Inoltre, si affacciò nel sud un nuovo protagonista: gruppi di guerrieri islamici, provenienti dal
Nordafrica, cominciarono ad agire sulla scena locale come mercenari o pirati. Iniziò così la
conquista della Sicilia che divenne parte del mondo islamico; stanziamenti islamici stabili si
ebbero anche in Calabria e Puglia. Infine, l’azione militare bizantina ampliò la presenza imperiale in
Puglia e Basilicata e causò una ripresa dell’ellenizzazione di queste zone.

2) La conquista normanna e la nascita del regno di Sicilia


All'inizio dell’XI secolo la frammentazione politica e l’abbondanza di risorse attirarono i
normanni. I primi normanni giunsero nel sud come pellegrini, diretti al santuario di San Michele al
Gargano; divennero poi mercenari al soldo dei potenti locali.
In Italia meridionale i normanni trovarono buoni ingaggi per la forte conflittualità e le cospicue
risorse economiche dei contendenti. Ricorsero a loro tutte le parti in lotta: i duchi di Napoli e i
papi, i principi di Salerno e l’impero bizantino. La fama di cavalieri eccellenti fece sì che i nuovi
venuti, anche se di origine diversa, si definissero normanni: si avviava così l’etnogenesi dei
Normanni del Sud.

Alcuni capi normanni trasformarono la loro potenza militare in un dominio stabile. Con la
conseguente reazione di papi e imperatori, che rivendicavano l’alta sovranità sull’Italia meridionale
e avevano già coordinato le alleanze volte a limitare la presenza islamica nella regione. Di fronte a
Leone IX, però, i cavalieri normanni si unirono sotto la guida di un Altavilla (famiglia di cavalieri
poveri della Normandia), Roberto il Guiscardo, che sconfisse il papa a Civitate (1053) - divenne
così chiaro che i normanni non potevano essere eliminati. Con l’accordo di Melfi (1059), Niccolò
II - che aveva usato i normanni per liberarsi di un papa di nomina imperiale – fece Roberto il
Guiscardo “duca di Puglia e di Calabria”. Poco dopo, Ruggero fu incaricato dal fratello Roberto
di conquistare la Sicilia, strappandola all’islam.
Le conquiste degli Altavilla furono lente e difficili: Bari cadde solo nel 1071, mentre la conquista
della Sicilia richiese un trentennio (1061-1091). Le vittorie militari e i bottini dei due fratelli
garantirono loro l’autorità sugli altri capi normanni. Le conquiste, poi, attirarono cavalieri transalpini
che si fecero anch’essi “normanni”. Erano le imprese militari e i loro proventi a tenere insieme questi
cavalieri: ciò spiega perché, completata una conquista, essi partissero per nuove imprese. Roberto il
Guiscardo si diresse presto verso i Balcani e morì nel 1085, mentre assediava Cefalonia.

I vari capi normanni erano largamente autonomi: il loro potere si basava sui seguiti militari, sul
controllo delle fortificazioni e sui poteri signorili che imposero nelle zone conquistate. La situazione
si aggravò per le tensioni all’interno degli Altavilla: alla morte di Roberto il Guiscardo la parte
continentale dei suoi domini passò al figlio Ruggero Borsa e poi al nipote Guglielmo, mentre la
Sicilia rimase a Ruggero; molti però reclamavano quote di quel potere. Solo Ruggero II, conte di
Sicilia, riuscì a riconquistare tutto il Mezzogiorno nel XII secolo.

Per stabilizzarne il potere fu decisiva l’incoronazione a re di Sicilia (1130) da parte di Anacleto II


(uno dei 2 papi in carica – l’altro era Innocenzo II). La nascita del nuovo regno non segnò solo il
trionfo familiare degli Altavilla e personale di Ruggero II, ma creò una realtà istituzionale destinata
a durare fino alla “Spedizione dei Mille” nel 1860.

3) Il Regno Normanno tra Oriente e Occidente


Ruggero II aveva trionfato grazie alla Sicilia, la regione più ricca del Mezzogiorno: essa aveva
sviluppato un’agricoltura che integrava il grano con colture specializzate come gli agrumi. Città
come Palermo e Messina erano importanti centri artigianali e snodi del commercio, inoltre
esistevano un efficace sistema fiscale e un’articolata amministrazione, una flotta e infrastrutture di
qualità. La popolazione era islamizzata al centro e a ovest, mentre rimaneva greca a est.

La Sicilia divenne il fulcro del potere degli Altavilla: lo riconobbe Adelaide, madre e tutrice di
Ruggero II, spostando la capitale della contea dalla Calabria a Palermo. L'eredità di Ruggero II,
cresciuto nell’ambiente islamizzato di Palermo, segnò la regalità degli Altavilla.

Essi in Sicilia e nel Mezzogiorno sud-orientale governarono sudditi in prevalenza greci o islamici; la
loro politica estera guardò più a Oriente (Egitto e Bisanzio).

Ruggero II e i suoi successori Guglielmo I e Guglielmo II rafforzarono il potere monarchico


anche nel Mezzogiorno continentale, creando una rete di ufficiali con competenze giudiziarie,
censendo e tassando i beni aristocratici. Importante fu anche l’attività legislativa con l’emanazione
di un nuovo complesso di norme (Assise di Ariano, 1140).

La conquista, però, aveva avviato una profonda trasformazione della società meridionale. Fin dal
loro arrivo i normanni avevano cercato di riprodurre la società franca. Avevano costruito castelli,
organizzato seguiti armati, imposto poteri signorili. Sotto l’azione congiunta col papato si erano
diffuse chiese vescovili ricche e grandi monasteri benedettini, dipendenti dagli aristocratici. In larga
parte del Mezzogiorno una società già vicina a quella degli altri regni occidentali doveva soltanto
acculturarsi ulteriormente al modello franco. In Sicilia e nelle aree ellenizzate, invece, una società
di modello occidentale andava creata dal nulla. Ciò richiedeva più sforzo ma garantiva più
opportunità agli immigrati, che divennero la base reale del potere regio. Gradualmente, greci e
islamici furono marginalizzati e sottomessi e molti di loro emigrarono. I vuoti demografici furono
presto colmati da ondate migratorie dal Nord: anche etnicamente, il mezzogiorno si faceva
occidentale.

4) L’Italia meridionale sveva: Enrico VI e Federico II


Anche se il Sud non aveva mai fatto parte dell’impero, gli imperatori avevano sempre rivendicato
un’alta sovranità sulla regione e rifiutarono perciò di riconoscere il regno normanno. Il recupero del
regno fu per Federico Barbarossa un obiettivo politico fondamentale: anche la “pacificazione”
del regno italico era funzionale a questo scopo. Lo scontro con Alessandro III e con la Lega
Lombarda impedì di dar seguito a questi progetti, ma dopo la Pace di Venezia (1177) Barbarossa
li riprese. Prima di morire combinò le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza, figlia di
Ruggero II. Erano ancora in vita vari maschi del clan degli Altavilla in grado di rivendicare la
successione, dunque solo una durissima campagna militare – nella quale dovette fronteggiare
Tancredi di Taranto, eletto re da parte della nobiltà normanna – permise a Enrico VI di ottenere la
corona (1194). Poco dopo nacque l’erede che univa il sangue delle 2 famiglie, Federico II. La
conquista della Sicilia fece di Enrico VI il più potente sovrano dell’Occidente: quando morì stava
progettando spedizioni in Africa e verso Costantinopoli.

La morte anche di Costanza mise in crisi il sistema di potere svevo: l’impero fu rivendicato
da Filippo (fratello di Enrico) e da altri principi tedeschi; il regno di Sicilia andò invece a Federico
II, la cui tutela fu assunta da Innocenzo III. La lunga fase di debolezza del potere regio lasciò campo
libero ai poteri locali: ne approfittarono l’aristocrazia militare e le comunità latine che espansero i
propri diritti ai danni dei contadini islamici e greci.

Grazie al sostegno papale, Federico II mantenne comunque il trono e, con la Battaglia di Bouvines
(1214), recuperò anche l’impero. In Sicilia mirò a restaurare il “buon tempo antico” di Guglielmo II:
egli fu infatti profondamente segnato dall’eredità normanna. Il potere regio fu rafforzato grazie a
un’ampia ed efficace rete di ufficiali e a complesse forme di legittimazione. Rispetto ai tempi di
Ruggero II, però, la situazione sul campo era cambiata, così Federico II deportò a Lucera gli ultimi
islamici della Sicilia orientale, ormai completamente latinizzata.

In Germania, da sempre marginale per Federico II, ottenne il consenso dei principi con ampie
concessioni, facendosi rappresentare dal figlio Enrico. In Italia centro-settentrionale si scontrò con
i pontefici e con la rinata Lega lombarda. Infine, il regno di Sicilia mantenne sempre un ruolo
centrale: qui dispiegò la sua azione legislativa (Costituzioni di Melfi, 1231) e amministrativa; qui
riorganizzò i beni regi attraverso le masserie; qui costruì castelli urbani e residenze rurali di
prestigio. La Sicilia fu anche il punto di partenza della sua politica mediterranea: nel 1225 divenne
nominalmente re di Gerusalemme grazie al matrimonio con Isabella di Brienne. Una nuova
crociata, che liberasse Gerusalemme dal controllo islamico, non fu solo una richiesta dei papi ma
fu anche un suo obiettivo. I conflitti col papato impedirono la realizzazione del progetto, risoltosi
nel Trattato con il sultano d’Egitto per la smilitarizzazione e apertura di Gerusalemme.
La vigorosa azione di Federico II non portò successi duraturi: lo scontro con il papato non fu
risolto, anzi si aggravò tra guerre guerreggiate e conflitti propagandistici; il conflitto con la Lega
lombarda giunse a uno stallo per il susseguirsi di vittorie imperiali e rovinose sconfitte; in Oriente
quello di re di Gerusalemme rimase solo un titolo. Al momento della morte (1250), il vasto
dominio fu diviso tra gli eredi: l’impero andò a Corrado, mentre il regno di Sicilia al figlio illegittimo
Manfredi.
CAP. 33 – 1198. LA MONARCHIA PAPALE
1) Il papato nel XII secolo
La riforma dell’XI sec. aveva mutato il ruolo di clero e papato nella cristianità occidentale,
separando più nettamente i laici dai chierici (cui era stato imposto il celibato). il ruolo svolto dai
papi nell’affermare tali novità aveva dato sostanza alle loro nuove rivendicazioni di dominio
universale.

Il ritrarsi dell’impero dall’Italia nel XII secolo aveva creato una condizione favorevole
all’affermazione di un dominio papale in Italia centrale. Tuttavia, 2 lunghi scismi opposero
Innocenzo II ad Anacleto II e poi Alessandro III a più “antipapi”; quest’ultimo scisma fu
collegato alla ripresa della lotta tra papato e impero. I papi “ortodossi”, cioè quelli vincitori, furono
spesso lontani da Roma perciò il controllo sul Patrimonio di San Pietro e sulla stessa città fu labile.
Solo con la pace di Venezia (1177) e il ritorno a Roma di Clemente II (1188) riprese la
costruzione di un dominio in Italia centrale, ma con successi limitati fino alla morte dell’imperatore
Enrico VI (1197).

Privo di solide basi territoriali, in pieno XII secolo il papato ridefinì la propria autorità
valorizzando un’eredità gregoriana: l’affermazione della giurisdizione papale sulle cause
ecclesiastiche maggiori e sulla giustizia d’appello.

Grazie anche alle proprie capacità tecniche, la curia romana s’impose allora come tribunale in
grado di risolvere le dispute più diverse. Il gran numero delle cause garantì al papato entrate
sostanziose e una centralità politica che ne assecondava le pretese egemoniche. In questo contesto,
crebbe il peso delle competenze legali nei chierici e si sviluppò una legislazione ecclesiastica,
funzionale a risolvere i conflitti (diritto canonico). Alla fine del secolo furono creati anche organi
di governo temporale che affiancassero la cappella papale (incaricata della liturgia), la cancelleria
(che scriveva lettere e privilegi) e la camera (a capo delle finanze).

Il ritorno a Roma di Clemente III (1188) ebbe una ricaduta sul collegio cardinalizio: in
precedenza, al suo interno erano calati l’influenza e il numero dei cardinali romani, che da
allora invece tornarono a crescere sia per ottenere il favore delle élite locali, sia perché erano utili a
stabilizzare il dominio sul Patrimonio. Ne derivò il decollo del potere delle famiglie cui
appartenevano, note poi come baroni di Roma, i veri padroni del Lazio fino all’età moderna.

2) L’apogeo della monarchia papale: Innocenzo III


La congiuntura politica favorevole di cui godette Innocenzo III gli permise di ampliare il suo potere
sulla chiesa e nell’intero Occidente. La morte di Enrico VI gli consentì di affermare il controllo su
ampie aree dell’Italia centrale. Poté anche intervenire sulla successione al trono di Sicilia e a quello
imperiale. In Sicilia sostenne prima Costanza, vedova di Enrico, e quando morì l’ancora fanciullo
Federico II, di cui fu tutore. Si riaffermava così l’autorità del papa sul regno.

Innocenzo intervenne anche nella successione imperiale nel tentativo di impedire l’unione
delle 2 corone e per ottenere la conferma dei diritti papali in Italia centrale. Dapprima si
barcamenò tra Filippo, fratello di Enrico VI, e Ottone di Brunswick; poi incoronò Ottone dietro la
promessa di ampie concessioni. Quando però costui cercò di recuperare i diritti imperiali in Italia
centrale e avviò una spedizione contro il regno di Sicilia, il papa sollecitò l’elezione a imperatore di
Federico II: la Battaglia di Bouvines decise a suo favore. Innocenzo ottenne da Federico II
promesse sull’Italia centrale e la Sicilia, ma quando fu eletto Onorio III gli impegni non ebbero
seguito, anche perché l’attenzione si spostò sulla crociata.

Il recupero di Gerusalemme era stato un obiettivo prioritario di Innocenzo III, che non aveva
soltanto promosso più crociate ma ne aveva elaborato la prima precisa definizione: se ne riservò
non solo la proclamazione, ma anche la guida e l’individuazione degli obiettivi. Bandì così la
“Quarta crociata”, da cui nacque l’impero latino d’Oriente, progettò la “Quinta crociata” e
organizzò una spedizione contro i Catari in Linguadoca (1207).

Altrettanto strategica per Innocenzo III fu la Riforma della chiesa.


Fondamentali per lui furono:
- sia la difesa dell’ortodossia e il disciplinamento della chiesa e dei fedeli,
- sia lo sforzo di aumentare il controllo romano sulla chiesa occidentale.

Proseguì perciò nella pratica di inviare legati, per lo più cardinali, dotati di pieni poteri; incrementò
il ricordo alla giustizia papale usando giudici delegati; accrebbe le forme di patrocinio papale su
monasteri, chiese e potenti laici; cominciò a sfruttare il diritto di sostituire i vescovi deposti,
scegliendone i sostituti; riconobbe o condannò i nuovi movimenti religiosi.

Questa azione fu coronata da un concilio ecumenico (novembre 1215) dove vennero affrontate
questioni ecclesiastiche o d’interesse politico generale. Nell'ultima seduta il concilio approvò 70
decreti prodotti dal papa, il cui contenuto condizionò la vita della chiesa cattolica nei secoli a
venire.

3) Il papato nella prima metà del Duecento


Fin da Innocenzo III la guida papale della crociata era stato un fallimento. L'unione tra la corona
imperiale e quella di Sicilia permise a Federico II di riaffermare il controllo sulla chiesa del regno.
Ne nacquero tensioni col papato, accresciute dalle forme nelle quali Federico sciolse il voto di
crociato, che sfociarono in uno scontro aperto con Gregorio IX e Innocenzo IV, aggravato
dall’alleanza del papato con la Lega lombarda. Grazie alla morte di Federico e all’ascesa di Carlo
d’Angiò al trono di Sicilia (1266), il papato uscì vincitore ma nel 200 fu spesso al traino dei re
angioini. Il rafforzamento dei regni in Inghilterra, Francia e nella penisola iberica ne limitò inoltre
la libertà d’azione, fino a quando lo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello non mostrò la
strutturale debolezza del papato.

Al contrario, continuò il rafforzamento della monarchia papale nella sua dimensione di governo
della chiesa e di dominio territoriale in Italia centrale. All'interno della curia furono strutturati
meglio gli uffici di governo; il diritto canonico divenne legislazione, crebbe l’intervento papale
nella nomina dei vescovi e, poi, anche nel conferimento di cariche e benefici ecclesiastici minori.
4) Dissenso religioso e forme di disciplinamento
Grazie alla più fitta rete di parrocchie, sempre più persone erano istruite sulle pratiche di vita
religiosa. La riforma aveva ribadito il controllo ecclesiastico sul sacro, conferendo al clero il
monopolio di sacramenti e predicazione. Molti ecclesiastici, però, continuavano a vedere nelle
loro funzioni più l’occasione di percepire redditi e godere di diritti che un ufficio pastorale.
È questo lo sfondo sul quale collocare i movimenti “ereticali”, riconducibili a 2 categorie:
1) Da un lato, stanno le esperienze eterodosse, che rifiutavano rilevanti aspetti dottrinali e
dogmatici del cattolicesimo. I Catari, per esempio, pur legati alla tradizione cristiana la
reinterpretavano in senso dualistico: Dio ha creato 2 divinità in lotta fra loro e Cristo, non
incarnatosi davvero, è lo spirito e il bene, mentre Satana la materia e il male. L'avvento di
Cristo ha indicato la via per liberare le anime intrappolate: solo i puri (“catari”) possono
rompere la catena di reincarnazioni in corpi peccaminosi. A maestri e puri era imposto un
arduo stile di vita: l’infrazione dei precetti invalidava gli atti dei maestri, condannando alla
reincarnazione tutta la comunità. Il grande successo dei Catari, nell’Italia settentrionale e
nel sud della Francia, fu favorito dal diffuso anticlericalismo e dalla loro capacità di farsi
“chiesa”, cioè comunità nel senso originario. La reazione fu durissima: la lotta all’eresia
catara riallineò persino Svevi e papato. La repressione culminò nella “crociata” bandita da
Innocenzo III, risoltasi in un massacro. Fu anche creato un nuovo tribunale per giudicare
gli eretici, che agiva non solo su denuncia di terzi ma anche attraverso un’indagine
autonoma dei giudici, detta Inquisizione.
2) Ben diversi furono i gruppi che contestarono la chiesa in nome del recupero di ideali
evangelici: chiedevano la rinuncia alle ricchezze, uno stile di vita povero, più attenzione
agli umili. Alcuni movimenti ebbero una base clericale (come i seguaci di Arnaldo da
Brescia), ma più spesso erano formati da laici in cerca di un proprio spazio di
protagonismo religioso. I movimenti evangelici di solito non volevano rompere con Roma,
così gli esiti furono diversi: i Poveri di Lione (o Valdesi) furono alla fine condannati, mentre
il ramo principale degli Umiliati, dapprima perseguitato, fu riconosciuto.

La lotta all’eresia catara e il contenimento dei movimenti evangelici non potevano limitarsi
alla repressione: furono così incoraggiati i nuovi ordini mendicanti. I Domenicani nacquero,
a
opera di Domenico da Guzman, nel quadro della lotta ai Catari nel sud della Francia: si diedero
alla predicazione itinerante in concorrenza agli eretici. Con loro condividevano uno stile di vita
austero, il richiamo al modello evangelico, la scelta della povertà assoluta. L'ordine fu riconosciuto
nel 1216.

Francesco d’Assisi e i suoi compagni costituirono uno dei tanti movimenti evangelici laici attivi in
Italia centrale. La scelta di ispirare la propria vita all’umiltà e alla piena obbedienza (da cui il nome
Frati Minori) gli permise di evitare la condanna per eresia, anche se il riconoscimento ufficiale
arrivò solo nel 1223. L'ordine fu clericalizzato e sottoposto a un cardinale protettore, e accolse
dotti, teologi, aspiranti vescovi e inquisitori. Nacque così un ordine potente ma percorso da
tensioni interne e ripetute scissioni degli intransigenti.
CAP. 34 – 1214. LE MONARCHIE EUROPEE
L'inizio del XIII secolo coincise con una fase cruciale per la definizione del panorama politico
europeo. Fu il punto d’arrivo di processi iniziati molto tempo prima, ma fu anche uno snodo che
portò all’affermazione di alcuni quadri di ordinamento territoriale forti e stabili. Questo processo fu
scandito da alcune grandi battaglie, cruciali sotto il profilo dei rapporti di forza e sotto quello
ideologico e identitario.

1) Bouvines: Francia e Inghilterra


Nel 1214 la Battaglia di Bouvines vide fronteggiarsi il re francese Filippo Augusto e l’imperatore
Ottone IV, alleato del re d’Inghilterra Giovanni Senza Terra e del conte di Fiandra. La principale
posta in palio era il dominio sulla Francia settentrionale, rivendicato dal re inglese, vero
animatore e finanziatore della coalizione antifrancese – costruita per riprendere il controllo dei
territori (in particolare la Normandia). La netta vittoria francese segnò la fine del dominio inglese su
ampi territori del regno di Francia: i re di Francia estesero così il loro controllo alla Normandia e ad
ampie aree della Francia sud-orientale. Rimasero in mano inglese solo Bordeaux e la piccola area
circostante.

Il lento processo di rafforzamento dell’autorità regia giunse a piena maturazione in questa fase: il
sovrano consolidò il suo potere, affermando la superiorità rispetto ai grandi principi. Riuscì a
incrementare il demanio regio, cioè i territori sottoposti direttamente alla corona.

Le conseguenze di Bouvines furono significative pure per il regno inglese, fortemente dipendente
dai domini francesi. La perdita quasi totale dei territori segnò una cesura, con pesanti ripercussioni
sugli assetti interni del regno e sulla sua stessa identità. Inoltre, la nobiltà inglese si ribellò contro la
corona. Questa crisi portò alla promulgazione, nel 1215, della Magna Charta Libertatum che
ridefinì fortemente i limiti del potere regio a favore dei sudditi e pose le basi del costituzionalismo
inglese. La carta fissava privilegi in favore della nobiltà: i re non avrebbero più potuto imporre
tributi senza il consenso dell’assemblea dei “pari”, composta dai membri della nobiltà stessa.

A Bouvines si decisero anche le sorti della successione all’impero: la sconfitta di Ottone IV aprì la
strada all’elezione di Federico II, incoronato re di Germania ad Aquisgrana subito dopo la battaglia
e successivamente da papa Onorio III.

2) Las Navas de Tolosa: le monarchie iberiche


Nel 1212, a Las Navas de Tolosa, l’alleanza dei regni cristiani della Spagna settentrionale
(Castiglia, Aragona, Navarra e Portogallo) sconfisse gli Almohadi, una potente dinastia berbera che
estese il suo potere dal Maghreb a tutta la Spagna islamica. Si trattò di un momento cruciale nel
processo della Reconquista. La crisi della dominazione almohade portò infatti a una nuova
frammentazione dello spazio politico islamico in area iberica. Le piccole formazione musulmane
divennero facili prede per i regni cristiani del nord. Il XIII secolo vide quindi la progressiva
conquista dei territori islamici, soprattutto da parte del regno di Castiglia che si affermò come
potenza egemone. Alla fine del 200, l’ultima formazione islamica sopravvissuta era il piccolo
emirato di Granada, occupato solo nel 1492.

L'Aragona attuò una politica aggressiva ma di respiro più ampio. Ebbe infatti come teatro l’intero
Mediterraneo centro-occidentale. Non fu un’operazione caratterizzata solo da successi, ma portò
comunque alla costruzione di un “impero marittimo” di vaste proporzioni.

3) Muret: il Midi francese e l’Aragona


Questa terza battaglia fu combattuta nel sud della Francia nel 1213. Vide opporsi uno dei vincitori
di Las Navas de Tolosa, il re di Aragona Pietro II, che cercava di affermare il suo potere anche nel
sud della Francia, a un esercito di crociati provenienti dalla Francia del nord e guidati da Simon de
Montfort. La loro presenza si giustificava col fatto che pochi anni prima papa Innocenzo III aveva
bandito una crociata contro i catari e contro quei poteri locali colpevoli di proteggere i loro sudditi
catari. La Francia meridionale era infatti una regione ampiamente autonoma dal potere del sovrano
ed era frammentata fra numerose entità politiche in conflitto. La crociata fu quindi lo strumento con
cui il re di Francia Filippo II Augusto cercò di estendere il suo potere sull’area. Il sovrano di
Aragona cercò a sua volta di approfittarne per estendere la sua egemonia all’intero Midi, ponendosi
come protettore delle forze locali.

Lo scontro si concluse con una totale vittoria dei crociati e con la morte in battaglia di Pietro II. Il
progetto aragonese di creare una monarchia estesa ai 2 versanti dei Pirenei si chiuse quindi con un
fallimento, mentre si posero le basi per la piena integrazione del Midi nel regno di Francia: fu però
necessaria ancora una quindicina d’anni di scontri per avere ragione delle forti resistenze locali.
CAP. 35 – 1241. L’EUROPA DI FRONTE AI MONGOLI
Nel 1241 un’armata di Mongoli, una popolazione nomade proveniente dalle steppe dell’Asia
nord-orientale, penetrò in Europa centrale. Dopo avere annientato gli eserciti dei regni di
Ungheria e di Polonia, ne saccheggiò i territori senza incontrare particolari resistenze. L'armata
ritornò repentinamente nelle steppe asiatiche in seguito alla morte del capo (gran khan o khagan)
mongolo, per l’elezione del successore che decise però di concentrarsi sulla Siria e sulla Cina
meridionale.

1) L’espansione mongola: dalle steppe all’impero


All’inizio del XIII sec., Gengis Khan, capo di una piccola tribù dell’attuale Mongolia, riuscì a
unire una serie di popolazioni nomadi attive nell’Asia nord-orientale, ai confini dell’impero cinese.
Mongoli è il nome con cui viene definita questa realtà, piuttosto composita sotto il profilo etnico.
L'unificazione di questi gruppi di guerrieri fu la premessa a un’espansione militare fulminante che
coinvolse prima l’Asia centrale e la Cina, per poi spingersi fino ai confini dell’Africa e dell’Europa.
Tuttavia, il khanato unitario si frammentò già prima della fine del 200 e le formazioni minori sue
eredi si rivelarono fragili sul lungo periodo. Inoltre, i Mongoli, anche laddove rimasero dominanti,
tesero a integrarsi con le popolazioni soggette assumendone usi e costumi.

Le conseguenze delle invasioni mongole furono varie a seconda delle diverse aree. L'impatto
diretto fu quasi nullo in Europa occidentale, moderato in quella centrale – coinvolta solo da una
breve seppur devastante incursione – e molto forte in quella orientale – dove i mongoli diedero vita
a una nuova formazione politica destabilizzando gli assetti tradizionali.

Negli anni 20 del 200 i mongoli iniziarono le prime incursioni al di là degli Urali, in Europa
orientale: sconfissero e sottomisero alcune popolazioni di lingua turca, come i Cumani e,
soprattutto, i Bulgari del Volga, lanciando le prime incursioni verso i principati dell’odierna
Russia. Nel 1240 Kiev fu saccheggiata e l’intera Russia conquistata. Immediatamente dopo fu
lanciata una grande incursione in Europa centrale, che non portò a stabili acquisizioni territoriali.

2) Il khanato dell’Orda d’Oro e la Russia


Alla metà del XIII secolo l’impero mongolo unitario si divise in 4 khanati largamente autonomi,
anche fino alla fine del 200 dipendenti dal gran khan. I territori ai confini orientali dell’Europa
furono organizzati in una nuova formazione politica: il khanato dell’Orda d’Oro. Esso occupava
l’odierna Ucraina meridionale, buona parte dell’attuale Russia europea e il settore più occidentale di
quella asiatica. La sua capitale, Sarai, era posta sul basso Volga. L'elemento etnico dominante al
suo interno fu, più che quello propriamente mongolo, quello dei Tatari, un’altra popolazione
nomade dell’Asia centrale. nel corso del 300, guerre civili sempre più intense portarono a una
frammentazione del khanato, a cui l’invasione di Tamerlano inflisse il colpo finale.

Gran parte dell’odierna Russia occidentale non fu sottoposta al diretto governo dell’Orda d’Oro, ma
fu ridotta a una condizione di tributaria del khanato. Le devastazioni prodotte dall’invasione
mongola causarono una profonda ridefinizione delle gerarchie e degli assetti precedenti. I centri
politici principali che si affermarono furono i principati di Mosca, Tver, Riazan e Novgorod. Il
crollo del gran khanato unitario pose fine alla dipendenza di Mosca dai tatari, spianandole la strada
verso l’egemonia regionale. Nel corso del 400, comunque, la supremazia esercitata dalla Moscovia
portò all’incorporazione delle formazioni minori e di alcuni dei piccoli khanati tatari.

3) Nuovi protagonisti: ordine teutonico e Lituania


La destrutturazione degli assetti precedenti, in seguito all’intervento mongolo, consentì di
emergere a forze nuove come il regno di Lituania e lo stato dell’ordine teutonico, destinate a
giocare un ruolo fondamentale.

L'ordine teutonico era un ordine monastico militare, originariamente fondato in Terrasanta, e


insediato per volontà imperiale a partire dall’inizio del 200 in area baltica, per opporsi militarmente
alle popolazioni pagane (baltiche e slave) della zona e per favorire la cristianizzazione. Ben presto
l’ordine cercò di imporsi anche sugli slavi cristiani, sia in Polonia sia nei principati russi, dando
vita a una dominazione tra Prussia e Livonia. Tra il 200 e il 300, si rese protagonista di
un’espansione con colonizzazione da parte di immigrati tedeschi sulle rive del Baltico.

I Lituani, cristianizzati solo nel tardo XIV secolo, furono i nuovi protagonisti della scena politica.
Si affermarono grazie alla loro capacità di tenere testa militarmente ai cavalieri teutonici e ai
mongoli, e assunsero progressivamente il controllo di buona parte delle attuali Bielorussia e
Ucraina, compreso il vecchio centro principesco di Kiev. Le élite locali, cristiane, spesso
preferirono sottomettersi spontaneamente ai lituani, più portati al mantenimento degli assetti
precedenti.

Anche il regno di Polonia approfittò della disgregazione della Russia di Kiev, acquisendo alcuni
territori. In tale contesto polacchi e lituani si trovarono a collaborare sempre più contro la minaccia
dell’ordine teutonico, fino a giungere intorno al 400 a un’unione dinastica capace di bloccare
definitivamente l’espansione dei cavalieri teutonici.

4) L’Occidente e i mongoli
Negli anni successivi al 1241, dopo l’iniziale timore e la forte diffidenza nei loro confronti da parte
dei monarchi occidentali e del papato, si cominciarono a percepire le nuove opportunità offerte da
questa situazione. I più attivi furono il re di Francia e il pontefice, che inviarono loro rappresentanti
fin nel cuore dei domini mongoli. Si cercò di promuovere senza grande successo la
cristianizzazione dei mongoli. Si tentò anche di allacciare un’alleanza in funzione antislamica in
Medio Oriente, ma non si arrivò mai a un’intesa strutturale.

Queste iniziative religiose e diplomatiche contribuirono ad allargare notevolmente gli


orizzonti dell’Europa, portando alla conoscenza di aree come l’Asia centrale e la Cina. Si aprirono
nuove connessioni commerciali tra la Cina e l’Europa, attraverso la cosiddetta “Via della Seta”, di
cui il Mar Nero costituiva uno dei terminali. Questi traffici videro tra i principali protagonisti
mercanti italiani, in particolare veneziani e genovesi (come Marco Polo).

Indispensabile condizione di questi transiti era il mantenimento della pax mongolica, cioè
l’incontrastato dominio mongolo dell’area che dalle steppe russe arrivava alle coste del Mar della
Cina. Sul finire del 300, con la cacciata dei mongoli dalla Cina e la crescente instabilità politica
in Asia centrale, questi legami si interruppero. Rimase però viva la loro memoria, che nel corso
del 400 fu un incentivo alle esplorazioni navali europee.
CAP. 36 – 1256. I COMUNI DI POPOLO
1) Cavalieri e cittadini
A cavallo fra il XII e il XIII secolo, le società cittadine dei comuni italiani vissero una profonda
trasformazione politica. In quella fase erano i milites a esercitare un predominio completo nelle città:
proprietari di terre, vivevano di una rendita accresciuta dall’esenzione dalle collette, dai rimborsi per il
servizio militare a cavallo reso al comune e dai proventi dei saccheggi. La connotazione violenta della
loro azione pesava anche entro le mura urbane, dove non solo monopolizzavano le cariche politiche
ma esercitavano anche forti pressioni sugli inermi.

Dalla fine del XIII secolo la preminenza urbana dei milites cominciò a essere messa in discussione
da una cospicua parte della popolazione che non si riconosceva più nei loro interessi. Le città
italiane erano in quel periodo al centro del processo di “rivoluzione commerciale”. In città
protagonisti di questa crescita furono commercianti e artigiani, al contrario dei milites che rimasero
ai margini di un processo che erodeva la loro preminenza economica.

Verso i primissimi anni del 200 numerose rivolte urbane andarono a colpire la supremazia dei
milites: comparve allora un nuovo soggetto politico, il “popolo”.

Il termine “popolo” nelle fonti scritte duecentesche non indica mai l’intera cittadinanza e determina
invece una parte politica che coordinava i vertici di quei gruppi economicamente produttivi, che per
lungo tempo erano stati esclusi dalla gestione politica del comune. Il popolo era insomma la forma
politicamente organizzata di tutti coloro che non appartenevano al gruppo dei milites.

Ma come era nato e come era riuscito a organizzarsi il popolo? Per capirlo, occorre sapere che
nelle città si erano affermate spontaneamente plurime forme di associazionismo:
 Le associazioni (societates) più note sono quelle che riunivano chi praticava lo
stesso mestiere o la stessa professione, dette anche arti.
 Altre societates, invece, ad esempio organizzavano su base solidale coloro che vivevano
in una delle circoscrizioni in cui era divisa la città (contrade o cappelle).
 Altre ancora nacquero dai gruppi che combattevano insieme nell’esercito comunale come
pedites (fanti).

Tali forme spontanee di aggregazione cominciarono presto a coordinarsi tra loro, tramite
giuramenti che diedero vita ad associazioni più ampie e che trovarono infine un’espressione
unitaria nel “popolo”. La sua organizzazione istituzionale doveva molto alle esperienze del
comune: base dell’azione collettiva era un’assemblea, il consiglio del popolo, cui partecipavano
membri designati da tutte le societates che avevano giurato il patto costitutivo.

2) Popolo, istituzioni, consigli


Le rivolte urbane dei primi anni del XIII sec. costrinsero i milites a concedere le prime forme di
partecipazione politica al popolo, ma fu solo quando la Lega Lombarda dovette sostenere una
lunga guerra contro l’imperatore Federico II che esponenti del popolo ottennero un ingresso
formale nelle istituzioni del comune. In alcune città le istituzioni comunali furono per lunghi
periodi governate dai membri del popolo, così che in quella città non si formarono mai
magistrature popolari distinte da quelle del comune, come avvenne invece nella maggior parte
degli altri centri urbani.

Il popolo esprimeva rivendicazioni di diverso genere, che insieme andavano a costituire un sistema di
valori e di regole di convivenza civile alternativo al costume aristocratico. Per prima cosa il popolo
chiedeva la pace interna ed esterna alla città e un’effettiva partecipazione politica, cioè la possibilità di
rappresentare gli interessi dei gruppi produttivi negli organi del comune, e richiedeva una diversa
ripartizione delle “collette”, la prima forza di esazione fiscale messa in atto dai comuni. Fino ad allora,
erano state pagate in misura uguale per tutti tranne che per i milites, che erano esentati in ragione del
servizio militare offerto alla città: il popolo chiedeva che le collette fossero calcolate sulla capacità
contributiva di ciascuno, senza esenzioni e sulla base del patrimonio personale.

3) Lo scontro con Federico II e i governi di popolo


Il lungo conflitto fra le città padane e Federico II si aprì con la Dieta di Cremona (1226), dove i
rappresentanti di Milano e degli altri comuni della nuova lega furono messi al bando perché non si
erano presentati al cospetto dell’imperatore, e si concluse 20 anni dopo quando l’esercito imperiale
fu sconfitto a Fossalta e il figlio di Federico, Enzo (re di Sardegna), fu catturato dai bolognesi e mai
più liberato.

Non tutte le città furono ostili alla politica di coordinamento imperiale che Federico II intendeva
imporre; i comuni si divisero in 2 coalizioni:

 una antimperiale, coordinata da Milano,


 e una filoimperiale, che riuniva Bergamo, Cremona, Pavia, Parma, Modena e Ravenna.

Quando riuscì, l’imperatore intervenne anche in maniera diretta sulla vita politica interna alle città
alleandosi in genere con parte della militia e cercando di porre freni alle organizzazioni popolari.

Quando Federico II morì, appena un anno dopo la sconfitta di Fossalta, in numerose città si
affermarono regimi popolari – fatto che conferma il ruolo della politica imperiale nell’ostacolare
l’affermazione del popolo. Comparvero solo allora le magistrature caratteristiche dei regimi
popolari:
 Il capitano del popolo era un professionista forestiero cui veniva attribuito l’incarico, in
genere per un anno, di svolgere funzioni giudiziarie, militari e di ordine pubblico.
 Il collegio degli anziani, o priori, era eletto dal consiglio del popolo fra gli uomini ai
vertici delle diverse societates ed era un consiglio ristretto che costituiva l’autentico
vertice dell’autorità cittadina.

Capitano, anziani e consiglio del popolo costituivano un raddoppiamento delle istituzioni comunali,
che continuavano a loro volta a riunire i consigli e a designare i podestà: si creò pertanto un doppio
sistema di potere che conviveva con equilibri diversi da città a città.
4) Signorie e governi di popolo
Durante il conflitto con Federico II, in alcune città la parte filoimperiale aveva promosso
alcuni signori rurali ad assumere un ruolo dominante all’interno di quei comuni urbani, ruolo che
mantennero anche dopo la morte dell’imperatore.

Il Veneto e la Romagna erano stati dominati più o meno direttamente da Federico II: qui i grandi
casati aristocratici di residenza urbana, che detenevano però vaste signorie rurali, e la forza dei
poteri vescovili impedirono un’evoluzione popolare delle istituzioni comunali. Ad esempio, gli
Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova e i San Bonifacio a Verona riuscirono a imporre la loro rete
di legami di parentela e di fedeltà sul popolo. Fu l’esito di un processo che vide prevalere nella
politica urbana le grandi famiglie signorili che avevano conservato un dominio efficace del
territorio.

5) Guelfi e Ghibellini
Le lotte di parte tipiche della società cittadina di fine 200 sono viste come caratteristica propria del
conflitto politico in età comunale, che nasceva dallo stile di vita violento dei milites. Durante le
lotte contro Federico II, si ebbe la formazione nelle città di 2 partiti (partes), l’uno a favore della
politica imperiale – Ghibellini, l’altro contrario – Guelfi. Nelle diverse città la divisione tra guelfi e
ghibellini polarizzava schieramenti che avevano anche tutt’altra origine, ma era funzionale ad
attribuire loro un nome e un’appartenenza che rendevano possibili coordinamenti in un circuito più
ampio.

In un estremo tentativo di disciplinare le forme della lotta politica, alcuni regimi popolari
emanarono provvedimenti antimagnatizi, perché rivolti contro i “magnati”, una nuova categoria
sociale non ben definita ma che rimandava a una preminenza economica e politica modellata sugli
stili di vita dei milites. Famiglie appartenenti al popolo furono bandite come magnatizie e membri
della militia furono attivi nei regimi di popolo.
CAP. 37 – 1282. ANGIOINI E ARAGONESI NEL SUD ITALIA
1) Carlo I d’Angiò re di Sicilia
Il 26 febbraio 1266 le truppe di Carlo d’Angiò sconfissero nei pressi di Benevento l’esercito del
figlio naturale di Federico II, Manfredi, ucciso in battaglia. Egli era stato incoronato re di Sicilia a
Palermo nel 1258 contro il volere del papa, che fin dall’epoca dei Normanni rivendicava questo
diritto. Era stato papa Urbano IV a proporgli di scendere in Italia, sconfiggere Manfredi e assumere
la corona. Le trattative furono lunghe e si conclusero solo con il successore Clemente IV.

Tra le altre cose, il papa impose a Carlo un impegno formale a non intervenire nei conflitti interni
alle città comunali del Nord. Manfredi, pur non potendo contare sul titolo imperiale, aveva infatti
ripreso l’atteggiamento “interventista” del padre e aveva appoggiato le fazioni ghibelline delle città
del Nord. Fu questo uno dei motivi che spinsero Urbano IV a cercare qualcuno in grado di fermare
Manfredi e di instaurare nell’Italia del Sud una monarchia amica del papato e dei guelfi.

Il papa dovette però accettare presto che Carlo non tenesse fede al suo impegno. Numerose città e
borghi dell’Italia settentrionale e della Toscana si sottomisero al re di Sicilia, che per alcuni anni
esercitò un’effettiva influenza sulla loro vita politica.

2) La rivolta del Vespro e le sue conseguenze


Gli ambiziosi progetti di Carlo d’Angiò subirono un grave colpo nel 1282. Sulle ragioni della rivolta
siciliana, nota come rivolta del Vespro perché divampo verso sera, è stato scritto molto senza
giungere a un’interpretazione condivisa.

La ribellione, in ogni caso, nacque come una rivolta urbana e mantenne questo carattere: da Palermo
essa si estese alle altre città italiane, che si diedero forme di governo comunale e mandarono
ambasciatori a papa Martino IV chiedendogli di essere riconosciute come comuni indipendenti sotto
la sua protezione. Il papa non prese in considerazione le loro richieste.

La totale chiusura del papa spinse i siciliani ad accettare le profferte di Pietro III d’Aragona, che
aveva sposato Costanza (figlia di Manfredi) in nome della quale rivendicava il trono di Sicilia.
Quella degli Aragonesi era un’altra potenza in espansione nel Mediterraneo occidentale.

Entrambi i protagonisti dello scontro, Pietro III d’Aragona e Carlo d’Angiò, morirono nel 1285.
Pietro aveva destinato la Sicilia non ad Alfonso, l’erede al trono d’Aragona, ma al figlio minore
Giacomo. La morte prematura di Alfonso riunificò sotto Giacomo II tutti i domini aragonesi,
compresa la Sicilia dove egli inviò come luogotenente il fratello Federico. I siciliani però
ribadirono la volontà di avere una monarchia “autoctona” e incoronarono re Federico nel 1296. Ne
nacque un conflitto che oppose anche i due fratelli, e si concluse con il Trattato di Caltabellotta,
con il quale Federico III si vedeva riconoscere il titolo di re di “Trinacria”, mentre quello di re di
Sicilia restava agli Angioini; alla sua morte l’isola sarebbe dovuta tornare a questi ultimi. Nel 1320,
violando gli accordi, Federico designò come erede al trono il figlio Pietro. Nel 1323, poi, Giacomo
II invase la Sardegna, divisa tra le sfere di influenza dei genovesi e dei pisani. La conquista
dell’isola fu abbastanza rapida, anche se seguita da numerose ribellioni. Alla metà degli anni 20 gli
Aragonesi erano probabilmente la maggiore potenza europea, e dominavano su una porzione
rilevante del Mediterraneo occidentale.
3) L’Italia meridionale e la Sicilia nella prima metà del Trecento
Nei primi decenni del Trecento l’Italia meridionale era dunque divisa tra 2 “re di Sicilia”,
Roberto d’Angiò che regnava sul Sud peninsulare e Federico II d’Aragona che regnava
sull’isola. Roberto d’Angiò svolse un ruolo di primissimo piano nelle vicende dell’Italia del Nord,
ottenendo la sottomissione di varie città comunali sulle quali esercitò un potere effettivo.

Strinse un rapporto privilegiato con le grandi compagnie fiorentine dei Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli.
i banchieri del re finanziavano la sua ambiziosa politica, in cambio di generosissimi privilegi ed
estese esenzioni fiscali per le loro attività commerciali nell’isola. Questo gli consentì di evitare
un’eccessiva dipendenza militare e politica dall’alta aristocrazia del regno, a differenza di quando
accadde a Federico III in Sicilia.

Quest'ultimo prese una serie di iniziative che stimolarono l’economia siciliana. Il suo regno,
tuttavia, fu segnato dal progressivo rafforzamento patrimoniale e politico di alcune grandi famiglie
aristocratiche, che derivavano in gran parte il loro potere dal rapporto privilegiato con la monarchia,
che agiva da centro redistributore di terre, cariche, titoli. Erano le incessanti spedizioni militari di
Roberto d’Angiò a rendere Federico sempre più dipendente per la difesa militare dalle potenti
famiglie aristocratiche dell’isola.

4) La crisi del potere monarchico nella seconda metà del Trecento


Le maggiori famiglie della nobiltà isolana entrarono presto in conflitto tra loro per il controllo del
potere. Il successore di Federico III, Pietro, morì appena 5 anni dopo l’ascesa al trono; gli successe
il figlio Ludovico (ancora bambino) e alla sua morte il fratello Federico, anch’egli minorenne. La
minorità dei 2 re privò il potere monarchico di qualsiasi residua capacità di reazione; la lotta tra le
famiglie aristocratiche divampò.

Quando, nel 1377, Federico IV morì senza eredi maschi, l’isola rischiava di precipitare nel
caos. Le 4 famiglie maggiori (Alagona, Chiaramonte, Peralta, Ventimiglia) furono costrette
a
cercare un accordo e si spartirono l’isola in 4 aree di influenza nelle quali esercitavano di fatto un
potere sovrano.

Guglielmo Raimondo Moncada, uno dei nobili esclusi dalla spartizione del potere, rapì
Maria, la figlia di Federico IV che Artale d’Alagona custodiva Catania sotto la propria tutela,
e la portò a Barcellona dove fu data in sposa a Martino il Giovane, figlio di Martino il Vecchio,
fratello del re d’Aragona Giovanni. Nel 1392 gli eserciti aragonesi, al comando dei due Martini,
invasero la Sicilia anche se impiegarono diversi anni per vincere. Nel 1396 Martino il Vecchio
successe al fratello sul trono d’Aragona e affidò la Sicilia al figlio. Egli però morì prematuramente e
gli successe il padre, che riunificò le corone d’Aragona e di Sicilia. Alla morte senza eredi anche di
Martino il Vecchio si aprì una crisi dinastica che portò alla scelta di Ferdinando, appartenente alla
dinastia castigliana dei Trastamara, che assunse entrambe le corone.
Anche nell’Italia meridionale angioina la seconda metà del 300 fu una fase di grave crisi della
monarchia. Dopo la morte di Roberto d’Angiò, gli successe la nipote Giovanna I. l’ascesa al trono
di una donna scatenò le rivendicazioni degli altri rami della casata, tutti originati dalla spartizione
da parte di Carlo II dei territori angioini tra i figli. Ebbe la meglio il ramo degli Angiò-Durazzo,
con Carlo III, il figlio Ladislao e infine la figlia Giovanna II. In questa lunga fase di
indebolimento del potere monarchico, l’Italia meridionale conobbe processi in parte simili a quelli
della Sicilia con un notevole rafforzamento della grande aristocrazia.

5) La ripresa quattrocentesca (’400)


La svolta fondamentale avvenne quando, il 2 giugno 1442, il figlio e successore di Ferdinando I,
Alfonso V d’Aragona (detto il Magnanimo), che già regnava sui domini spagnoli, sulla Sicilia e sulla
Sardegna, entrò a Napoli. A 160 anni dalla rivolta del Vespro l’Italia meridionale tornava a essere
unita, anche se Alfonso designò al trono di Napoli il figlio illegittimo Ferdinando, detto Ferrante,
mentre alla sua morte gli altri domini passarono al fratello Giovanni II.

Oggi sappiamo che il XV secolo fu una fase di forte crescita economica in Sicilia. I re
aragonesi concessero a molte città e borghi dell’isola l’esenzione dalle imposte indirette che
gravavano sul commercio interno di prodotti agricoli e manufatti di largo consumo. Il 400 vide inoltre
la proliferazione di nuove fiere, istituite con il permesso e il riconoscimento del sovrano. Le iniziative
dei sovrani aragonesi favorirono l’integrazione del mercato regionale, e sul lungo periodo stimolarono
una crescente specializzazione economica: la parte occidentale si specializzò nella produzione
cerealicola su larga scala, mentre quella orientale nella produzione di vino, olio, seta e nelle
produzioni manifatturiere.
CAP. 38 – 1311. LE SIGNORIE
1) Esperienze signorili duecentesche (’200)
Le “signorie cittadine” sono esperienze politiche molto diverse tra loro, caratterizzate dalla
capacità di una persona – o di una famiglia – di condizionare la vita politica di una (o più) città. La
tendenza all’affermazione di forme di potere personale si riscontra precocemente nel mondo
comunale. Nei primi decenni del 200, con l’inasprirsi delle lotte di fazione, il prevalere di una parte
era a volte accompagnato dall’imposizione al vertice delle istituzioni cittadine del suo leader più
carismatico, che occupava la carica di podestà magari per diversi anni.

La signoria pluricittadina NON fu un’evoluzione della signoria monocittadina, MA nacque


contemporaneamente. Ezzelino da Romano, sostenitore e alleato di Federico II, esercitò poteri di
natura signorile su Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno, mentre il fratello Alberico dominava
Treviso. Ezzelino fu in grado di esercitare una forte influenza politica grazie all’appoggio delle
fazioni filoimperiali nelle varie città, al consenso che la sua proposta politica di fedeltà
all’imperatore conquistò presso ampi settori delle società cittadine e alla minaccia degli eserciti
federiciani. Ezzelino fu sconfitto a Cassano d’Adda dalle truppe milanesi comandate da Oberto
Pelavicino. La sua morte portò alla dissoluzione del coordinamento sovracittadino da lui creato.
L'esperienza di Oberto ha molto in comune con quella di Ezzelino: anch’egli sostenitore degli Svevi,
esercitò una signoria pluricittadina su numerose città della pianura padana.

La prima rilevante ondata di signorie monocittadine avvenne in stretta connessione con l’ascesa
del popolo. In alcune città infatti, l’affermazione dei movimenti popolari coincise e si
sovrappose con l’imposizione di forme di potere personale, che in molti casi passavano attraverso
l’assunzione da parte del signore di cariche create ad hoc che ne istituzionalizzavano il ruolo di
leader delle organizzazioni popolari.

2) L’esplosione del fenomeno signorile tra Due (’200) e Trecento (’300)


I decenni a cavallo tra 200 e 300 videro un proliferare di signorie che coinvolse praticamente tutte
le città dell’Italia comunale. La stessa Firenze, che si sarebbe proposta come baluardo delle libertà
comunali in opposizione ai “tiranni” del Nord Italia, conobbe in questi decenni ripetute esperienze
signorili. Una caratteristica tipica di questa fase fu l’estrema varietà della fisionomia di coloro che
esercitarono poteri di natura signorile: si trovano re, imperatori, legati papali, innumerevoli
aristocratici.

Furono pochissime le signorie che, come quelle dei della Scala su Verona e degli Este su Ferrara,
riuscirono a darsi continuità fin dalla seconda metà del 200. Più spesso, gli esperimenti signorili si
alternarono a fasi più o meno lunghe di ritorno a governi collegiali di stampo comunale. Le vicende
milanesi illustrano bene lo sperimentalismo di questa fase. La signoria dei della Torre sembrava
avviata a una tranquilla dinastizzazione: tuttavia, i loro progetti furono contrastati dai Visconti. Per
due volte una rivolta portò alla restaurazione di un governo collegiale di stampo popolare e la
discesa in Italia di Enrico VIII pose fine all’egemonia di Guido della Torre aprendo la strada al
ghibellino Matteo Visconti, che con la concessione del vicariato imperiale ottenne la legittimazione
alle sue ambizioni.
In altre città, le oscillazioni tra esperimenti signorili di varia natura e con diversi protagonisti e ritorni
a regimi collegiali si protrassero a lungo. Ecco perché gli storici parlano per questa fase di
“reversibilità” della signoria: la delega di poteri decisionali a un “uomo forte” non era percepita come
la fine dell’esperienza comunale, ma come un’opzione tra le tante possibili in un contesto di continue
sperimentazioni.

Qualunque fosse la loro fisionomia sociale, la maggior parte dei signori continuò a governare con il
consenso delle organizzazioni popolari e appoggiandosi alle istituzioni di popolo: si trattava cioè di
“signori di popolo” la cui affermazione passava attraverso l’attribuzione di magistrature straordinarie
che esibivano la matrice popolare della loro leadership.

È chiaro che i signori condizionassero pesantemente la vita politica cittadina: lo facevano


soprattutto attraverso la loro rete di alleati, sostenitori e clienti, che agivano negli organi collegiali
e nei consigli cittadini.

3) La mutazione signorile trecentesca (’300)


I signori continuarono a ricercare una legittimazione “dal basso”, ovvero dalle istituzioni comunali.
Un numero crescente si fece formalmente trasmettere dai consigli l’arbitrium, e cioè il potere di
governare la città a loro piacimento, di modificare senza alcun limite gli statuti, di deliberare e di
legiferare in assoluta autonomia. Il fatto che essi avvertissero il bisogno di ottenere una delega di
poteri dalle assemblee cittadine è il segno di una certa tenuta del comune. Di fatto, però, questi
signori intervennero sempre più sugli equilibri istituzionali avendo maggiore libertà. I consigli
furono in genere tenuti in vita, ma sottoposti a un crescente controllo da parte del signore, che
spesso si riservava la nomina dei consiglieri. Nacquero consigli ristretti cui avevano accesso solo i
fedelissimi del signore, che si riunivano al di fuori della consueta ritualità delle assemblee comunali.

Allo stesso tempo i signori si dotarono di strumenti di repressione più efficaci: guardie, fortezze
dentro le città, truppe mercenarie. Si andò strutturando intorno alla famiglia del signore una vera e
propria vita di corte, spesso sfarzosa. Molti signori intrapresero ambiziose politiche urbanistiche e
architettoniche volte a costruire ex novo un consenso fondato sulla celebrazione della grande, della
potenza, della loro generosità. Palazzi lussuosi e grandiose tombe monumentali trasformarono il
tessuto urbano.
CAP. 39 – 1348. ECONOMIA E SOCIETÀ NEL TARDO MEDIOEVO
Diffuso dalle pulci di topi e ratti presenti su navi genovesi provenienti dal Mar Nero, alla fine del
1347 il bacillo della peste ricomparve in Occidente dopo un’assenza di oltre mezzo millennio.
L'impreparazione biologica degli europei e l’assenza di conoscenze mediche adeguate ne
favorirono una rapidissima diffusione che ebbe effetti devastanti. In pochi anni scomparve da 1/3
alla metà degli europei. Il morbo, poi, si fece endemico ripresentandosi a ogni generazione –
seppur in forme meno virulente – fino all’età moderna, rendendo lenta e incerta la ripresa
demografica.

1) L’economia europea: tendenze regionali e caratteristiche comuni


Dopo lo slancio del pieno medioevo, l’andamento demografico ed economico europeo diede segni
di difficoltà nel primo Trecento quando le carestie si susseguirono con una certa regolarità. I
mutamenti climatici e la saturazione degli spazi agricoli, un tempo le spiegazioni del fenomeno,
oggi non godono più dello stesso favore. Si cercano anche altrove le spiegazioni delle carestie. La
divisione del lavoro, la specializzazione produttiva e la crescita della popolazione urbana avevano
fatto sì che un numero crescente di europei dipendesse dall’importazione degli alimenti. A causa
dell’imperfetto funzionamento del mercato dei cereali, incidenti più o meno occasionali (un cattivo
raccolto, una guerra) potevano rendere difficile l’approvvigionamento, favorendo speculazioni di
chi controllava il mercato e generando carestie più o meno localizzate.

Alcune regioni erano densamente popolate e avevano esteso al massimo le coltivazioni, mentre
altre erano sottopopolate e largamente incolte. Inoltre, le innovazioni tecnologiche capaci di
aumentare la produttività agraria erano diffuse in modo ineguale. L'Europa NON era un sistema
economico, BENSÌ una somma di economie regionali: densità di popolamento, tassi di
urbanizzazione, livello di commercializzazione erano diversi da zona a zona e non esisteva un
mercato integrato.

2) La peste del 1348 e le sue conseguenze


Su questa struttura economica impattò la pandemia di peste del 1348. Le strutture economiche e
sociali delle varie regioni europee influirono sull’incidenza dell’epidemia, ma la causa della sua
virulenza è tutta biologica: la popolazione era geneticamente incapace di resistere al male.
L'improvviso crollo demografico causò una riorganizzazione delle strutture economiche europee.

Nell'immediato gli effetti economici furono negativi: crollo della popolazione e del prodotto
complessivo, crisi di sovrapproduzione frutto del restringersi del mercato rispetto alla produzione,
un’enorme dissipazione di conoscenze e di competenze.

Sul medio-lungo periodo, gli effetti furono diversi. La riduzione della popolazione alterò gli
equilibri tra gruppi dominanti e lavoratori: la “carestia di uomini” diede ai ceti inferiori un
nuovo strumento di contrattazione, specialmente in città. La particolare virulenza della peste tra i
lavoratori delle manifatture urbane, che vivevano ammassati e in condizioni igieniche precarie, generò
un flusso migratorio dalle campagne. In città si faticava però a colmare i vuoti sempre rinnovati dai
cicli epidemici. La carenza di manodopera costrinse i datori di lavoro a innalzare i salari. D'altro
canto, la riduzione delle bocche da sfamare abbassò il prezzo degli alimenti e in
primis del grano, favorendo i salariati urbani, spingendo i contadini a inurbarsi e tagliando
drasticamente la rendita agraria dei grandi proprietari terrieri. Lo shock demografico, che aveva
colpito le città più delle campagne, si risolse paradossalmente in un aumento del tasso di
urbanizzazione e in un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini meno abbienti.

Un'altra conseguenza della peste fu il cosiddetto “effetto eredità”: la concentrazione dei beni mobili e
immobili e degli strumenti di produzione in un numero più ridotto di mani, per la morte di un gran
numero di proprietari. La peste colpì indiscriminatamente tutti i ceti sociali, così gravemente che
moltissimi furono i morti privi di eredi diretti. I sopravvissuti accumularono in tal modo capitali
importanti, giunti loro in eredità. Il fenomeno è più evidente ai livelli superiori della società, presso i
quali si ebbero impressionanti concentrazioni di ricchezze fra le élite urbane.

La società uscita dalla peste, dunque, poté investire di più sia in settore tradizionali, sia nei nuovi
settori in espansione, come il mercato dell’arte o quello del pesce conservato.

3) Rivolte nelle campagne e nelle città


Gli ultimi decenni del Trecento e il primo Quattrocento furono segnati da numerose rivolte dei ceti
inferiori: dalla grande rivolta inglese del 1381 alle jacqueries francesi legate alla Guerra dei
Cent’Anni (1358), dal tumulto dei Ciompi a Firenze del 1378 alle rivolte urbane delle Fiandre
del 1337-1345.

Si pensa che siano maturate in un contesto di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori,
in città come in campagna, che li rese più forti, più capaci di elaborare e avanzare richieste, più
ambiziosi nel rivendicare diritti politici. A Firenze, il miglioramento dei salari reali e l’inusitata
forza di contrattazione dei lavoratori dipendenti del tessile (definiti ciompi) li spinsero a chiedere di
partecipare alla vita politica cittadina attraverso la creazione di 3 nuove “arti”. Anche in Inghilterra,
contadini e abitanti dei villaggi insorsero di fronte all’introduzione della poll tax (una tassa che
gravava su tutti coloro che avevano più di 14 anni, al di là del loro reddito), chiedendo inoltre la
riduzione degli oneri signorili.

4) Tra decrescita e sviluppo economico


Sul piano economico, nel Tardo Medioevo si ebbero due fenomeni apparentemente contraddittori:
da un lato, una decrescita del volume complessivo dell’economia che rimaneva pur sempre ancorato
al numero degli uomini e all’estensione degli spazi agricoli; dall’altro, uno sviluppo economico che
si espresse invece nella variazione del rapporto percentuale fra i 3 settori dell’economia (produzione
agricola, produzione manifatturiera, commercio) in favore del commercio. Il fenomeno si spiega in
larga misura proprio con la peste e i suoi effetti sulla struttura economica. Gli economisti, e in
particolare la corrente detta New Institutional Economics, attribuiscono un ruolo decisivo nei
processi di commercializzazione ai cosiddetti “costi di transazione”, cioè le spese che gli operatori
sostengono per far accedere i prodotti al mercato. In epoca medievale erano connesse a pedaggi,
tasse di mercato e altri tributi e, ancora più, al rischio di essere derubati della merce o di non
ottenere giustizia nelle cause con operatori forestieri.
Questi costi erano particolarmente onerosi e rendevano meno conveniente la circolazione delle merci
su mercati ad ampia scala, frenando la concorrenza e l’efficienza del sistema economico.

Nel tardo medioevo la crescita dimensionale degli stati fece sì che tali costi fossero abbattuti,
favorendo la circolazione dei beni e la nascita di mercati più ampi. In alcuni casi ciò fu frutto di
interventi pianificati, come la creazione di mercati e fiere nel regno di Sicilia o l’abbattimento
delle barriere doganali. Più spesso, la riduzione dei dazi e la maggior sicurezza degli operatori
economici furono effetti collaterali della nascita di stati più ampi e sempre più capaci di controllare
il territorio.
CAP. 40 – 1356. L’IMPERO NEL TARDO MEDIOEVO
1) Enrico VII
Dalla morte di Federico II (1250), l’elezione del “re dei romani”, ovvero del candidato alla
corona imperiale, spettava a un ristretto gruppo di principi laici ed ecclesiastici tedeschi, ai quali si
aggiunse in seguito il re di Boemia. Egli diveniva poi imperatore grazie all’incoronazione da parte
del papa a Roma. Nella seconda metà del Duecento, il prestigio degli imperatori conobbe una fase
di appannamento, soprattutto a causa dei conflitti tra i principi elettori che spesso non riuscirono ad
accordarsi.

Il Trecento fu invece un momento di rilancio dell’autorità imperiale. Gli imperatori non


tentarono più di imporre la propria autorità sui poteri monarchici che si andavano consolidando in
Europa.
Concentrarono invece la propria attenzione sull’Italia, tentando di proporsi come attori politici di
primo piano.

Il 6 gennaio 1309 Enrico conte di Lussemburgo fu incoronato re dei romani ad Aquisgrana.


Nessuno dei suoi immediati predecessori era sceso in Italia per cingere la corona imperiale,
essendo tutti impegnati nelle lotte per il potere nell’Europa centrale. Enrico, al contrario, attribuì
subito grande importanza al prestigio legato al titolo imperiale e si dimostrò deciso a procedere alla
canonica incoronazione romana. Papa Clemente V si impegnò a incoronarlo a Roma nel febbraio
1312.

Enrico valicò le Alpi nel 1310. Il suo scopo era raggiungere Roma, ma il suo progetto politico era
ben più ambizioso. Intendeva dare concretezza alla funzione pacificatrice del potere imperiale:
voleva riportare la pace in Italia, ponendo fine alle lotte di fazione che caratterizzavano il mondo
comunale. Questo obiettivo era perseguibile soltanto attraverso la riaffermazione dell’autorità del re
in Italia settentrionale.

Le città dell’Italia padana gli si sottomisero e gli prestarono giuramento di fedeltà. Quasi ovunque
Enrico rimosse i vertici delle istituzioni cittadine, podestà e capitani, sostituendoli con vicari di
propria nomina. Promulgò inoltre arbitrati di pace che prevedevano il rientro di esuli e fuoriusciti, che
dovevano essere reintegrati nel possesso dei beni confiscati e nei pieni diritti politici.

Dopo i successi iniziali, dovette affrontare difficoltà crescenti. Le fazioni al potere prima del suo
arrivo sopportarono con fastidio il rientro dei fuoriusciti, e i guelfi si ricompattarono. I fiorentini
promossero una campagna di propaganda contro di lui e proponendosi come leader del
coordinamento guelfo. Anche Clemente V prese le distanze dal re. Ovunque Enrico si trovò ad
affrontare ribellioni e resistenze; quando infine giunse a Roma trovò la strada verso la Basilica di S.
Pietro sbarrata dai guelfi guidati dagli Orsini e appoggiati dalle truppe di Giovanni di Gravina,
fratello del re Roberto d’Angiò. Dopo inutili battaglie, si rinunciò a S. Pietro e il re fu incoronato
dai cardinali in S. Giovanni in Laterano divenendo così l’imperatore Enrico VII.

I mesi successivi furono caratterizzati dalla guerra tra l’imperatore e la coalizione guelfa guidata da
Firenze, che trovò un punto di riferimento in Roberto d’Angiò. Nel 1313 Enrico VII partì da Pisa, città
ghibellina sua sostenitrice, diretto verso Sud per attaccare re Roberto ma si ammalò e morì poco dopo.
2) Ludovico IV il Bavaro
Alla morte di Enrico, i principi elettori si divisero, scegliendo 2 diversi candidati al trono
imperiale: il duca d’Austria Federico d’Asburgo e il duca dell’Alta Baviera Ludovico di
Wittelsbach. Soltanto nel 1322 Ludovico riuscì a prevalere. Noto nella storiografia italiana come
“il Bavaro”, fu meno interessato di Enrico VII al tema della pacificazione italiana. Fu tuttavia
protagonista di uno scontro drammatico con papa Giovanni XXII, un conflitto che non fu solo di
natura politica ma fu un acceso confronto teorico che coinvolse alcuni dei più acuti intellettuali
dell’epoca. Il papa negava che il titolo di re dei romani di Ludovico avesse valore in assenza di una
sua formale approvazione. Ludovico difese la validità della propria elezione da parte dei principi,
sufficiente a rendere effettivo il titolo anche in assenza del consenso papale. Ludovico accusò il
papa di eresia e chiese la convocazione di un concilio che lo sottoponesse a giudizio e, di
conseguenza, Giovanni XXII lo scomunicò. Nel 1327 Ludovico scese in Italia e, giunto a Roma, si
fece incoronare imperatore da rappresentanti del popolo romano. In seguito, dichiarò Giovanni
XXII eretico e deposto e un collegio di 13 elettori elevò al soglio pontificio il francescano Niccolò
V, che si dimise pochi anni dopo.

Nel suo viaggio in Italia si unirono a Ludovico alcuni dei più brillanti intellettuali dell’epoca, come
Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun. Marsilio, medico e filosofo, è l’autore di uno dei
trattati politici più importanti del medioevo: il Defensor pacis, opera complessa che rifiuta in toto la
ierocrazia papale attribuendo ai poteri laici un diritto di controllo e sanzione dell’operato del
pontefice; mette in discussione lo stesso esercizio di poteri temporali da parte del papa e del clero;
contesta persino la supremazia papale all’interno della chiesa. Per queste posizioni radicali nel 1327
Marsilio e Giovanni furono condannati da Giovanni XXII come eretici ed eresiarchi.

3) Carlo IV di Lussemburgo
Ludovico non fu mai riconosciuto come imperatore, nemmeno dai successori di Giovanni XXII.
Uno di loro, Clemente VI, mentre il Bavaro era ancora in vita, invitò i principi elettori a scegliere
Carlo, figlio di Giovanni di Lussemburgo (e nipote di Enrico VII), il cui padre aveva ottenuto la
corona di Boemia per via matrimoniale. I rapporti di Carlo di Boemia con i papi di Avignone
furono meno conflittuali. Scese in Italia due volte per cingere la corona imperiale e in occasione
dell’effimero ritorno a Roma di Urbano V.

Nell'Italia settentrionale il passaggio dell’imperatore fu rapido e lasciò inalterati i rapporti di forza,


che vedevano l’affermazione dei Visconti di Milano. In Toscana, tuttavia, fu subito evidente che la
presenza dell’imperatore poteva essere ancora un elemento destabilizzante: a Pisa l’arrivo di Carlo
determinò l’indebolimento della fazione al potere e l’emergere dell’iniziativa di gruppi sociali fino
a quel momento marginali. A Siena l’arrivo di Carlo causò la caduta del regime dei Nove, che
governava la città da 70 anni. Dunque, l’arrivo di un imperatore suscitava ancora timori nei
detentori del potere, perché sconvolgeva equilibri consolidati e alimentava speranze nei gruppi
politici e sociali esclusi.

Emanò la cosiddetta Bolla d’Oro di ritorno dal viaggio in Italia: era composta da 31 capitoli e
fissava in maniera estremamente dettagliata le procedure che i sette principi elettori ai quali era
riconosciuto questo diritto dovevano seguire per l’elezione del re dei romani. La bolla non affronta
affatto il ruolo del papa: Carlo evitò di toccare una questione molto controversa. Nel testo il re dei
romani non è mai definito imperatore, ma “il re dei romani da promuovere a imperatore” o “il re dei
romani futuro imperatore”.

4) Sigismondo di Lussemburgo
Gli eventi successivi alla morte di Carlo IV (1378) dimostrano che la Bolla d’oro non aveva risolto i
problemi legati alla natura elettiva dell’impero. Carlo riuscì ad assicurare la successione come
candidato alla corona imperiale al figlio Venceslao, che tuttavia entrò in contrasto con i principi e fu
deposto a favore di Ruperto di Wittelsbach. Alla sua morte gli elettori si spaccarono di nuovo tra
Sigismondo, l’altro figlio di Carlo IV, e Jost di Moravia; anche Venceslao tornò a rivendicare i suoi
diritti imperiali. Sigismondo, che aveva ottenuto anche la corona ungherese grazie al matrimonio
con la figlia di Luigi il Grande d’Angiò, riuscì a imporsi dopo la morte di Jost nel 1411.

Sigismondo di Lussemburgo, l’ultimo di questa casata a cingere la corona imperiale, tentò di


rilanciare il prestigio del titolo imperiale in Europa. Essendo stato il promotore e il protettore del
concilio di Costanza, la risoluzione dello scisma d’Occidente fu anche una sua vittoria personale.
Egli riteneva ancora che la restaurazione dell’autorità imperiale dovesse passare attraverso
l’esercizio di un ruolo attivo nelle vicende italiane. Tuttavia, quando Carlo IV scese in Italia per
l’ultima volta, le cose erano cambiate radicalmente perché i progetti egemonici di Venezia, Firenze
e dei Visconti di Milano stavano trasformando lo spazio politico dell’Italia centro-settentrionale.
Sigismondo tentò di imporsi come attore decisivo, ma i suoi interventi si risolsero in ripetuti e caotici
cambi di alleanze: era ormai chiaro che a giocare un ruolo quasi decisivo fossero le tre potenze
egemoni. Si impegnò per ottenere l’incoronazione imperiale a Roma, riuscendoci solo nel 1433.

Ma dopo la morte di Sigismondo, e fino alla fine del 400, i re dei romani si disinteressarono di fatto
della politica italiana.
CAP. 41 – 1378. DA AVIGNONE AL CONCILIARISMO: LA CHIESA ALLA FINE DEL
MEDIOEVO
Il 13 settembre 1376 Gregorio XI partì da Avignone alla volta di Roma. Il ritorno del papa nella
sua sede “naturale” dopo quasi 70 anni diede il via a una catena di eventi imprevedibili. Gregorio
XI morì nel marzo 1378 e il 7 aprile si aprì il conclave. I cardinali si accordarono per eleggere
Urbano
VI. Per ragioni non del tutto chiare, nei mesi successivi i cardinali entrarono in conflitto con il papa
e uno dopo l’altro abbandonarono Roma per riunirsi ad Anagni e poi a Fondi. Da quella sede
sostennero che l’elezione di aprile non era valida perché avvenuta sotto la coercizione della folla
romana tumultuante e, il 20 settembre, elessero un nuovo papa: Clemente VII. Urbano VI rifiutò di
dimettersi e Clemente VII tentò di conquistare Roma con le armi, ma fu sconfitto. Lasciò dunque
l’Italia e tornò ad Avignone dove si insediò come pontefice. Era l’inizio dello scisma noto nella
storiografia come “grande scisma d’Occidente”.

1) Il trasferimento della curia papale ad Avignone


Il papato avignonese ha goduto a lungo di “cattiva stampa” ed è stato spesso rappresentato come
un’epoca di grande decadenza e di corruzione morale e spirituale della chiesa, guidata da papi ridotti a
marionette del re di Francia. L'espressione “cattività avignonese”, tuttora utilizzata, nasce per
analogia con la “cattività babilonese”, il lungo esilio degli ebrei deportati a Babilonia.

Il rafforzamento del potere papale e delle sue aspirazioni universali durante il Duecento aveva
creato tensioni con i regni nazionali, in particolare con il regno di Francia. Un passaggio chiave fu il
pontificato di Bonifacio VIII, esponente dei Caetani – una delle famiglie baronali romane. Fu
eletto papa in seguito alle dimissioni di Celestino V, monaco eremita nominato pontefice dopo due
anni di seggio vacante. Sopraffatto dal nuovo incarico e dalle ingerenze del re di Napoli Carlo
d’Angiò, Celestino abdicò dopo pochi mesi. Bonifacio fu l’espressione della volontà di
affermazione delle grandi famiglie romane sulla sede papale.

Nel corso del suo pontificato, entrò in duro conflitto con il re di Francia Filippo IV il Bello, in
particolare sulla questione del diritto dei sovrani e in generale delle autorità laiche di sottoporre a
prelievo fiscale i chierici e i beni della chiesa. Il culmine delle tensioni fu raggiunto dalla bolla nota
come Unam Sanctam, considerata l’espressione completa della teocrazia pontificia, che affermava
il primato del potere spirituale su quello terreno e quindi del papa su tutte le autorità politiche.
Filippo il Bello decise allora di convocare un concilio e di mettere sotto accusa il papa. L’arrivo ad
Anagni, dove soggiornava il papa, dell’inviato del re incaricato di invitarlo a presentarsi di fronte al
concilio, si sovrappose all’attacco militare sferrato contro il pontefice da Sciarra Colonna,
esponente di una famiglia rivale dei Caetani. L'intervento degli abitanti di Anagni salvò il papa, che
morì un mese dopo.

Dopo il brevissimo pontificato di Benedetto XI, l’elezione al soglio pontificio di Clemente V non
fu il risultato di un’imposizione del re di Francia, ma l’esito di un faticoso compromesso tra le due
fazioni – filo e anti-bonifaciana – in cui si era spaccato il collegio cardinalizio. È considerato il
primo papa di Avignone, ma in realtà egli manifestò più volte l’intenzione di tornare a Roma. A
trattenerlo in Francia fu la necessità di affrontare diverse questioni aperte con Filippo il Bello. Il
papa riuscì a intervenire sull’intenzione del re di sottoporre Bonifacio VIII a un processo postumo e
occorreva la sua presenza in merito all’attacco sferrato Filippo all’Ordine dei Templari. Fu solo nel
1309 che egli si insediò ad Avignone per procedere ai preparativi del concilio da lui indetto a
Vienne.

2) Il papato avignonese
Furono i suoi successori a trasformare Avignone nella residenza papale, anche il proposito di
tornare a Roma rimase sempre sullo sfondo. La città di Avignone non era soggetta al re di Francia:
la Provenza faceva parte dei domini degli Angiò, che regnavano sull’Italia meridionale. Avignone
confinava inoltre con il cosiddetto “contado Venassino”, un’enclave territoriale controllata dal
Duecento dalla Santa Sede.

Nei documenti, comunque, la curia NON cessò mai di definirsi “romana”. L'aspetto forse più
rilevante del periodo avignonese fu il forte sviluppo della fiscalità papale, che determinò una
riorganizzazione dell’intera macchina amministrativa. La situazione finanziaria dei papi avignonesi
fu più stabile di quella dei loro predecessori, anche se questo risultato fu ottenuto attraverso
l’aumento della pressione fiscale sul clero e attraverso scelte di politiche ecclesiastica che
determinarono contrasti. È il caso della questione dei benefici ecclesiastici. Con il termine
beneficio si intende, in questo contesto, il complesso dei beni e delle rendite assegnati al titolare di
un ufficio ecclesiastico per il suo sostentamento e l’ufficio stesso. Nel corso del 300 aumentò il
numero dei benefici di tutti i livelli, dei quali il papa si riservò il conferimento. Tuttavia, erano
pesantemente tassati e i prelievi imposti ai titolari aumentarono col tempo.

Quello avignonese fu dunque un papato forte, capace di esercitare uno stretto controllo della vita delle
chiese locali. Si trattò per molti versi del punto culminante di quel processo di costruzione della
monarchia papale cominciato con la riforma dell’XI secolo e rafforzatosi nel 200. Il rafforzamento
della fiscalità pontificia contribuì ad alimentare le accuse di corruzione avanzate da alcuni intellettuali
contro la chiesa avignonese.

La maggiore spesa del papato fu in genere rappresentata dalle operazioni diplomatiche e militari in
Italia. I papi di Avignone tentarono di influenzare e indirizzare la complessa evoluzione in corso,
non solo nei territori soggetti alla Santa Sede nel Lazio, in Romagna e nelle Marche, ma in tutta
l’Italia comunale. Si servirono a questo scopo di legati, scelti tra i loro più stretti collaboratori, che
inviavano in missione con l’incarico di intervenire con forza negli equilibri politici locali.

3) Il grande scisma d’Occidente


Fu Gregorio XI, nel 1377, a riportare il papato a Romana. Per giustificare dal punto di vista
giuridico l’annullamento dell’elezione di Urbano VI, atto che diede origine allo scisma, i cardinali
sostennero di essere stati costretti all’elezione dalle agitazioni e violenze dei cittadini romani.

Dopo l’elezione di Clemente VII si costituirono 2 curie papali, con 2 sedi, 2 collegi cardinalizi, 2
distinte macchine burocratiche e fiscali. I poteri laici presero posizione chi per un papa, chi per
l’altro, spesso condizionati da ragioni di rivalità politica. In seguito alla sempre più forte capacità
del “papato avignonese” di intervenire in sede locale, la spaccatura attraversò la chiesa fin nel
profondo: in molte diocesi si contrapposero un vescovo “urbanista” e uno “clementista”. I papi di
Roma e di Avignone si lanciarono in “campagne acquisti” cercando di aumentare il numero dei
propri sostenitori, ma di fatto le curie si equivalevano sia in termini di appoggi politici sia in termini
di capacità finanziarie.

4) Il conciliarismo e i grandi concili di Pisa e di Costanza


Lo scisma ebbe ampia risonanza, soprattutto tra le persone colte. Tra i teologi e i canonisti
cominciarono allora a diffondersi idee conciliariste. Il conciliarismo in realtà non fu mai una teoria
unitaria, una dottrina o una scuola. Tuttavia, il senso comune era la messa in discussione delle
tendenze monocratiche del papato trecentesco e la riscoperta della dimensione collegiale e
comunitaria della chiesa.
 Collegiale: si sosteneva che il vertice della chiesa non fosse rappresentato solo dal
papa, ma dal papa affiancato dai cardinali che in occasioni particolari potevano
prendere l’iniziativa senza il suo assenso.
 Comunitaria: l’autorità della chiesa risiedeva nella congregatio fidelium (l’unione dei
credenti) che si esprimeva attraverso l’assemblea dei suoi rappresentanti, cioè il concilio. Il
concilio, sulla base di questa autorità solo delegata al papa, poteva anche agire contro i
voleri di quest’ultimo e poteva anche giudicarlo e deporlo.

Fu in questo clima che nel 1408 alcuni cardinali distaccatasi dall’obbedienza di entrambi i papi,
Benedetto XIII e Gregorio XII, convocarono un concilio a Pisa. Si aprì il 25 marzo 1409 e fu
molto partecipato: i due papi furono messi sotto accusa ed entrambi furono dichiarati scismatici ed
eretici, per poi essere deposti con consenso unanime. Il conclave elesse papa Alessandro V.
Benedetto XIII e Gregorio XII, tuttavia, rifiutarono di dimettersi e l’esito sconcertante del
concilio fu l’aggiunta di un terzo papa.

Il Concilio di Costanza fu convocato da Giovanni XXIII, che era succeduto nell’”obbedienza


pisana” ad Alessandro V, ma dietro le pressioni di Sigismondo di Lussemburgo che ne aveva anche
scelto la sede. Secondo gli studiosi, fu la più grande assemblea conciliare del medioevo. Si aprì nel
novembre 1414 e vi affluirono anche gli ambasciatori dei poteri laici e un gran numero di
intellettuali. Nel marzo 1415 Giovanni XXIII, spaventato dalla piega che la discussione stava
prendendo, fuggì da Costanza ma il concilio proseguì sotto la protezione di Sigismondo. Poco dopo
fu emanato il decreto noto con il nome Haec sancta, che rappresenta la più sintetica e chiara
definizione delle idee conciliariste radicali. In seguito, il concilio depose Giovanni XXIII e si
dimise anche Gregorio XII. Benedetto XII continuò a considerarsi il vero papa legittimo fino alla
morte (1423), ma il concilio lo aveva deposto nel 1417. Quell’anno fu eletto papa Martino V.

Egli convocò un concilio per il 1423 e poi un secondo, che si aprì a Basilea, nel 1431 solo dopo la
sua morte. Il Concilio di Basilea si protrasse per 18 anni, riprendendo molte delle questioni lasciate
in sospeso a Costanza e attestandosi su posizioni conciliariste più radicali, che diminuivano
drasticamente le prerogative del pontefice. La radicalizzazione dipendeva anche dal duro conflitto
con il successore di Martino, Eugenio IV. Nel 1439 il concilio lo dichiarò deposto eleggendo papa
Felice V. Il papa di Basilea, tuttavia, non ottenne il riconoscimento di quasi nessuna autorità
politica. La situazione si sbloccò solo con la morte di Eugenio IV e l’elezione di Niccolò V. Nel
1449 Felice V si dimise e, poco dopo, il concilio di Basilea dichiarò il proprio scioglimento.
La storiografia ritiene che la conclusione del concilio di Basilea abbia segnato la fine del
conciliarismo e l’inizio della fase di restaurazione del potere papale anche se non ci fu, in realtà,
un ritorno alle condizioni di quella che può essere considerata una sorta di “età dell’oro”, la fase
avignonese.
CAP. 42 – 1453. I TURCHI E L’EUROPA ORIENTALE
Il 29 maggio 1453 l’esercito turco, guidato dal sultano Maometto II, conquistò Costantinopoli
ponendo fine alla millenaria storia dell’Impero Bizantino, al quale subentrò un nuovo impero a
guida musulmana: l’Impero Ottomano. La caduta di Costantinopoli non fu solo l’esito
dell’espansione militare turca: fu parte di un più ampio processo di ridefinizione degli equilibri
politici, economici e religiosi che anche nei Balcani e nell’Europa orientale portò al superamento
dell’universalismo imperiale e all’affermazione di regni centralizzati.

1) L’avvio dell’espansione Ottomana


La conquista turca di Costantinopoli del 1453 fu esito di dinamiche storiche iniziate alla fine del
Duecento nell’Anatolia nord-occidentale, dove l’emiro Ohtman I - da cui deriva il nome Ottomani
– si rese indipendente dai sultani selgiuchidi. Quando ciò avvenne, l’impero bizantino da tempo
aveva abbandonato ogni pretesa di dominio universale. Dopo la Quarta Crociata, infatti, il suo
territorio era stato smembrato e a Costantinopoli era stato fondato un nuovo impero “latino” che di
fatto comprendeva solo la capitale e un ristretto territorio circostante. I bizantini erano riusciti a
mantenere il controllo di alcune limitate regioni periferiche dell’Anatolia, dove sorsero due imperi
in concorrenza con capitale rispettivamente a Trebisonda e a Nicea.

Fu proprio da Nicea che nel 1261 partì la riconquista bizantina di Costantinopoli sotto la guida
di Michele VIII Paleologo, generale che acquisito il titolo imperiale inaugurò la dinastia dei
Paleologi – a capo dell’impero bizantino fino al 1453. Tutto ciò avvenne in un periodo di
ridefinizione degli equilibri politici e commerciali nel Mediterraneo, durante il quale i bizantini
riuscirono a stabilire solide alleanze con catalani e genovesi. Queste circostanze non impedirono
però una costante riduzione dell’area d’influenza bizantini nei Balcani e in Anatolia, a causa del
perpetuarsi di crisi politiche interne nelle quali i contendenti coinvolsero varie forze, tra cui
contingenti militari ottomani.

Consolidata dapprima la loro posizione in Tracia, negli ultimi decenni del Trecento gli ottomani
riuscirono a espandersi in Grecia e nei Balcani a danno di alcuni regni che emulavano la tradizione
bizantina. È il caso del Regno di Bulgaria che, dopo essere stato annesso ai domini bizantini poco
dopo il Mille, risorse verso la fine del XII secolo quando un esponente dell’aristocrazia bulgara –
Ivan Asen - si pose a capo di una rivolta anti-bizantina e fondò un regno destinato a durare per
circa due secoli. Ma si pensi soprattutto al caso del Regno di Serbia, che si affermò sotto la
dinastia dei Nemanja nel corso del Duecento. L'apogeo della cosiddetta “Grande Serbia” fu
raggiunto nella prima metà del Trecento, sotto la guida di Stefano Dusan, il quale estese
l’egemonia serva su un ampio territorio dalla Bosnia alla Tessaglia. La sua morte aprì una crisi
dinastica che favorì l’espansione e la conquista ottomana.

2) La caduta dell’Impero Bizantino


L'espansione ottomana in una prima fase non destò allarme tra i sovrani occidentali, mossi
da scarsa solidarietà nei confronti dei bizantini e dei regni “scismatici” balcanici di religione
greco- ortodossa. Essa allarmò però il re d’Ungheria e futuro imperatore Sigismondo di
Lussemburgo, il cui regno era ai confini con i Balcani. Costituito un esercito di “crociati”, con
l’appoggio di francesi e veneziani, sfidò l’esercito ottomano a Nicopoli riportando una completa
disfatta. Nulla a questo
punto sembrava poter fermare l’avanzata degli Ottomani che avviarono l’assedio di
Costantinopoli.

Alla fine del Trecento la caduta dell’impero bizantino sembrava dunque imminente, ma fu
impedita dall’irruzione in Anatolia dell’esercito del condottiero mongolo Tamerlano, che costituì
un ampio dominio dall’India settentrionale al Turkestan. La sua improvvisa morte portò tuttavia a
un rapido sfaldamento del suo “impero” e alla ripresa dell’espansione ottomana, ma qualcosa era
cambiato nei rapporti tra cristianità cattolica e ortodossa.

Nel nuovo clima culturale caratterizzato dall’affermazione dell’Umanesimo e dalla riscoperta


della cultura greca antica, sempre più voci chiedevano una ricomposizione dello scisma del 1054 e
della frattura che divideva la cristianità romana da quella greca. Papa Eugenio IV convocò un
Concilio a Ferrara (poi trasferito a Firenze), al quale parteciparono molti inviati bizantini. Nella
speranza di ottenere l’aiuto dei sovrani europei, l’imperatore Giovanni VIII Paleologo accettò un
decreto di unione tra chiesa latina e greca che favorì l’indizione di una crociata contro gli
Ottomani. Ma all’appello papale risposero solo pochi sovrani d’area balcanica che furono sconfitti
nel 1444 dal sultano Murad II presso Varna.

Preso atto che, nonostante gli appelli papali, l’impero bizantino fosse politicamente e militarmente
isolato, il sultano Maometto II nella primavera del 1453 si volse all’attacco di Costantinopoli
facendo largo uso di cannoni per abbattere le solidissime mura della città. L'assedio si concluse il
29 maggio: dopo più di mille anni l’impero bizantino non c’era più.

3) Nuove egemonie nell’Europa orientale: il principato di Moscova


Caduta Costantinopoli, l’eredità del mondo bizantino rimase presente soprattutto tra gli slavi
orientali, che avevano fatto parte del cosiddetto “commonwealth bizantino” - un ampio ambito
territoriale esteso dai Balcani all’odierna Russia nel quale i bizantini erano riusciti a estendere la
propria influenza. Fu in particolare il principato di Moscova a proporsi come principale erede.

Incentrato sulla città di Mosca, esso si era affermato a danno di altri principati vicini nel corso del
XIV secolo, alternando fasi di alleanza e di ostilità con i mongoli – sconfitti definitivamente nella
battaglia di Kulikovo. Su queste basi e grazie alla parallela sottomissione dei regni di Serbia e
Bulgaria ai turchi, nella seconda metà del 400 i principi di Mosca si proposero come i principali
difensori dei cristiani slavi di fede greco-ortodossa. Fu in particolare il principe Ivan III ad agire in
tal senso, con importanti conquiste militari e innovazioni politiche e dinastiche (come l’assunzione
del titolo imperiale di czar (Cesare)). Furono inoltre poste le basi per la rappresentazione di Mosca
come “Terza Roma”.

4) Il regno di Polonia-Lituania
In tutt’altro contesto va collocata, invece, l’affermazione del regno di Polonia-Lituania, esito di
un’accorta politica matrimoniale condotta dal granduca di Lituania Ladislao Jagellone. Questi,
nel 1386, aveva sposato la regina di Polonia Edvige che apparteneva a un ramo della famiglia
degli Angioini, i quali si erano inseriti con successo nelle crisi dinastiche di Polonia e Ungheria
acquisendone la guida. Ladislao irruppe così in un complesso scacchiere politico che comprendeva
il regno di Francia, l’Impero Romano-Germanico e i loro alleati. Riuscì ad acquisire grande
prestigio sia tra i lituani, sia tra i polacchi sconfiggendo nel luglio 1410 l’esercito dei cavalieri
dell’Ordine teutonico che avevano costituito una sorta di “stato crociato” nella Prussia orientale.

Consolidata la propria posizione, Ladislao V trasmise ai suoi successori un regno coeso. Su


questa base fu sferrato un nuovo attacco ai cavalieri dell’Ordine teutonico che persero la loro
principale roccaforte. In tal modo caddero sotto il controllo degli Jagelloni, che con la
conquista di Danzica e di altri porti sul Baltico poterono rafforzarsi anche dal punto di vista
economico e commerciale. Al contempo, i re di Polonia e Lituania riuscirono ad assumere la guida
dei regni di Ungheria e Boemia, portando sotto la propria egemonia gran parte dell’Europa
orientale.
CAP. 43 – 1492. NUOVI EQUILIBRI POLITICI IN EUROPA
Il 1492 fu un anno denso di avvenimenti che segnarono cambiamenti destinati a una lunga durata. A
Firenze morì Lorenzo il Magnifico, signore mediceo a lungo uno dei principali artefici
dell’equilibrio fra le diverse forze politiche attive nella penisola deciso con la pace di Lodi del
1454. Nella penisola iberica capitolò l’emirato islamico di Granada, ultima piazzaforte musulmana
sul continente europeo. Nello stesso anno, Cristoforo Colombo sbarcò sull’arcipelago delle
Bahamas che chiamò San Salvador. Iniziava così una nuova storia, quella dell’espansione
dell’Europa occidentale in direzione del continente americano.

1) In Italia: stati regionali e ricerca dell’equilibrio


Tra la fine del 300 e i primi decenni del secolo successivo, i processi di consolidamento e costruzione
territoriale di Milano, Venezia e Firenze si rafforzarono e il panorama politico si semplificò sempre
più.

Nella prima metà del 400 si affermò il potere sulla terraferma della Repubblica di Venezia. Fino a
quel momento, la città si era concentrata sul dominio marittimo ma il potere crescente dei Visconti
la portò a un cambiamento di politica. Venezia approfittò di una crisi del potere visconteo per dare il
via a una decisa azione militare, arrivando a controllare buona parte dell’Italia orientale dal Friuli a
Bergamo e diventando la principale antagonista di Milano per l’egemonia sull’Italia settentrionale.

Anche Firenze, agli inizi del 400, completò un processo di espansione nella Toscana settentrionale
che culminò con la Conquista di Pisa (1406). Nella città prevalse un’oligarchia affermatasi negli
anni successivi alla rivolta dei ciompi. Gradualmente, dalle famiglie al vertice della società
fiorentina emersero i Medici, che divennero i veri signori della città: non ebbero mai una delega di
potere analoga ai precedenti signori di Firenze, ma esercitarono la loro autorità attraverso rapporti
di tipo clientelare e un controllo informale delle elezioni di consigli e magistrature.

La prima parte del XV secolo nel Meridione coincise con un periodo di instabilità politica, dovuto
soprattutto alle lotte dinastiche scoppiate dopo la morte di Roberto d’Angiò. Questi conflitti si
conclusero solo nel 1442 con la conquista di Napoli a opera di Alfonso V, re d’Aragona e Sicilia: il
Sud tornò allora a essere uno spazio politico unitario, con il nome di regno di Napoli.

L'organizzazione degli stati quattrocenteschi, che non raggiunse mai la coerenza delle formazioni
politiche di età moderna, fu il risultato di una continua sperimentazione alla ricerca di soluzioni ai
problemi di natura amministrativa, fiscale o politica. Si osservano così:
- il rafforzamento degli uffici amministrativi e giudiziari centrali,
- la costruzione di reti di ufficiali periferici,
- la pattuizione con le autonomie locali
- e l’uso delle relazioni feudale nel territorio rurale.

Questi tratti erano comuni a tutti; altri invece furono peculiari di ciascuna realtà, senza che vi fosse
alcuna relazione vincolante con la forma istituzionale dello stato. Due repubbliche, come Venezia e
Firenze, avevano infatti sistemi di controllo del territorio ben differenti tra loro: Venezia rispettò in
gran parte le istituzioni comunali preesistenti, Firenze invece le smantellò puntando a un controllo
più diretto tramite una fitta rete di ufficiali amovibili.
Dopo la metà del 400, le maggiori forze politiche della penisola cominciarono a impiegare in modo
sempre più efficace reti diplomatiche alla ricerca di un equilibrio. Importante in questo senso fu la
Pace di Lodi (1454), che segnò la fine di un duro conflitto tra il ducato visconteo di Milano e la
repubblica di Venezia. Si trattò di un passaggio cruciale, di importanza non solo locale, perché
l’accordo - raggiunto con la mediazione del papato - portò alla stabilizzazione del quadro politico
della penisola.

L'anno successivo fu seguita da un accordo, promosso dal papato, noto come “Lega italica” i cui
contraenti furono Milano, Venezia, Firenze, lo stato della Chiesa e il regno di Napoli. La lega
voleva essere uno strumento per limitare e regolare la conflittualità tra gli stati maggiori,
disciplinando al tempo stesso le reti di alleanza e fedeltà che legavano loro le realtà politiche
secondarie attive nella penisola. Tuttavia, la lega e le reti diplomatiche non riuscirono sempre a
controllare le tensioni fra i membri.

La fine del XV secolo vide il fallimento della politica promossa a Lodi e l’inizio degli interventi
dei monarchi europei in Italia. Nel 1494, la spedizione del re di Francia Carlo VIII nel regno di
Napoli aprì una nuova fase di scontri militari: l’epoca delle cosiddette “Guerre d’Italia”.

2) Oltralpe: il rafforzamento del potere monarchico


Per le monarchie dell’Europa occidentale, il periodo fra 300 e 400 era stato denso di conflitti.
Fu la crescente capacità di azione delle monarchie a generare conflitti; al tempo stesso, un sistema
fiscale più capillare e strutture di governo con maggiore efficacia in sede locale furono all’origine di
rivolte interne da parte delle élite nobiliari e di collettività urbane o contadine.

Tuttavia, questi conflitti non si spiegano soltanto in un’ottica di opposizione tra potere centrale
in via di sviluppo e gruppi sociali con ridotta autonomia, ma devono essere visti come episodi
di una dialettica sempre più intensa che si andava definendo.

L'aumento della fiscalità, per esempio, si tradusse anche in una nuova capacità dello stato di
ridistribuire risorse economiche. Analogamente, la crescita delle strutture amministrative nelle
periferie e l’aumento del numero degli incarichi a corte aprirono nuove possibilità di impiego per
le élite locali. In questo senso, i governi monarchici riuscirono ad ampliare il loro perimento
d’azione grazie alla capacità di integrare i vari corpi sociali nelle strutture del regno.

3) La Francia tra frammentazione politica e riunificazione


Quarant'anni prima della Conquista di Granada (1492), gli equilibri europei si erano già
consolidati dopo la conclusione della Guerra dei Cent’Anni che aveva contrapposto i re francesi a
quelli inglesi per il controllo della Francia. Essa fu l’esito della plurisecolare conflittualità franco-
inglese, ma trasse la sua origine dall’estinzione della dinastia francese dei Capetingi (alla morte di
Carlo IV) e dall’ascesa al trono del ramo cadetto dei Valois con Filippo VI (cugino del re). Il re
inglese Edoardo III approfittò di questa discontinuità per rivendicare la corona di Francia, in virtù
dei legami parentali con la vecchia dinastia regia francese (era figlio di Isabella di Francia, sorella
di Carlo IV).
Si aprì una guerra lunghissima e devastante, combattuta a intermittenza, nella quale fasi intense sotto
il profilo bellico si alternarono a tregue decennali o a periodi di guerra a bassa intensità.

La Francia, all’inizio del Trecento, era lo stato più potente d’Europa e le capacità di controllo della
monarchia sul territorio erano in continuo aumento ma la guerra incise su questo percorso con un
parziale rafforzamento dei poteri periferici: dopo una lunga fase di consolidamento del demanio
regio, si assistette infatti a una rinnovata vitalità dei principati territoriali. Il caso più
clamoroso fu quello dei duchi di Borgogna, che costruirono un ampio dominio tra Francia orientale
e territori imperiali, entrando poi in guerra aperta con i re francesi. Inoltre, molti territori del regno
furono occupati dagli inglesi per decenni. Tuttavia, esso non perse mai del tutto la sua coesione.

Intorno al 1430, durante il regno di Carlo VII, le sorti del conflitto volsero in modo decisivo a
favore dei francesi. Ciò avvenne anche grazie a Giovanna d’Arco, giovane contadina che diceva di
essere mossa da “voci celesti” che la sollecitavano a combattere contro gli inglesi. Ottenuta la guida
di alcune truppe, nel 1429 fu protagonista della Presa di Orléans seguita pochi anni dopo dalla
Riconquista di Parigi. Consapevoli dell’importanza simbolica e militare di Giovanna, gli uomini
del duca di Borgogna – avversario del re francese – la catturarono e la processarono con l’accusa di
eresia e stregoneria, condannandola al rogo. La sua morte non interruppe l’opera di riconquista di
Carlo VII che, nel 1453, espugnò gli ultimi capisaldi inglesi sul continente mettendo fine alla
guerra. Prese così corpo il processo di rafforzamento del potere monarchico a spese dei poteri
principeschi. Gli inglesi persero tutti i territori conquistati in passato.

4) L’Inghilterra tra ambizioni continentali e guerra civile


Il regno di Inghilterra non fu direttamente toccato dagli eventi bellici, con la sola eccezione dei
territori al confine con la Scozia – alleata della Francia. Tuttavia, anche qui il peso del conflitto
ebbe un ruolo primario nello sviluppo degli assetti interni. La necessità di reclutare eserciti per le
spedizioni sul continente, le crescenti spese militari e le richieste fiscali della monarchia per
sostenerle incisero sugli sviluppi locali, suscitando forti resistenze. L'Inghilterra sperimentò così
momenti come la grande rivolta contadina del 1381, cui si aggiunsero sollevazioni baronali e
urbane. Nonostante ciò, la corona riuscì a rafforzare la sua capacità di azione locale sotto il profilo
fiscale e amministrativo, coinvolgendo la piccola nobiltà (gentry) nelle strutture giudiziarie locali.

La fine del conflitto in Francia si riflesse pesantemente sulla monarchia inglese, gravemente
indebolita dalla sconfitta militare sia sotto il profilo delle risorse economiche, sia sotto quello del
prestigio. Negli anni immediatamente successivi, l’isola divenne teatro di una lunga guerra civile
per il controllo della corona tra due rami cadetti della vecchia dinastia plantageneta, gli York e i
Lancaster. Il conflitto, noto come “Guerra delle due Rose”, si chiuse solo nel 1485 con l’ascesa
al trono di Enrico VII Tudor – esponente dei Lancaster – il cui matrimonio con Elisabetta di York
permise una ricomposizione del conflitto tra le due fazioni.
5) I regni iberici (Spagna e Portogallo) tra crisi interne e processi di integrazione
Anche la penisola iberica, pur all’interno di un quadro politico più stabile, sperimentò un periodo
complesso e travagliato segnato da difficoltà nel rapporto tra potere regio e società locali: rivolte
nobiliari, moti sociali e conflitti dinastici, cui si aggiunsero alcune guerre tra i diversi regni. In
Castiglia, per esempio, si ebbe un aumento delle prerogative signorili della nobiltà e
dell’autonomia delle istituzioni municipali urbane, a scapito del potere regio.

Sotto il profilo degli assetti territoriali, si assistette a una complessiva semplificazione del
complesso panorama politico della penisola. Il regno d’Aragona riuscì ad assumere nuovamente il
diretto controllo del regno delle Baleari, in precedenza parzialmente autonomo sotto la guida di un
ramo cadetto della famiglia regia. Inoltre, mentre i tentativi di integrazione per via dinastica e
militare tra Castiglia e Portogallo fallirono, ebbe successo quello dei 2 principali regni iberici,
l’Aragona e la Castiglia – uniti grazie al matrimonio tra i rispettivi sovrani, Ferdinando II
d’Aragona e Isabella I di Castiglia (1469). Questa fu la premessa del definitivo attacco contro
l’emirato islamico di Granada che capitolò nel 1492: ebbe così fine la secolare presenza islamica
nella penisola iberica.

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