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IL PRIMO DOPOGUERRA IN ITALIA

E
L’AVVENTO DEL FASCISMO

• Conferenza di Parigi.
gennaio 1919
• Le 4 problematiche del dopoguerra.
1919-1920 Biennio Rosso.
Fine dei governi liberali (Orlando; Nitti; Giolitti;
1922
Bonomi; Facta).
30 ottobre 1922 Mussolini al governo.
1922-1925 Fase “legalitaria” del governo Mussolini.
1925 Inizia il regime totalitario.

a) I PROBLEMI DEL PRIMO DOPOGUERRA.

L’Italia, pur essendo uscita vincitrice dalla Prima Guerra Mondiale, si


trovava a dover affrontare numerosi problemi inerenti a:
1) una grave crisi economico-finanziaria;
2) profonde trasformazioni sociali;
3) importanti mutamenti nel panorama politico;
4) un nuovo assetto territoriale.

1) La crisi economico-finanziaria.
L’economia italiana presenta i tratti tipici della crisi postbellica:
- il problema della riconversione delle industrie da industrie di guerra in
industrie di pace (si trattava di un’operazione dispendiosa, cioè che richiedeva
un enorme esborso di capitali; inoltre, il mercato interno non esprimeva una
sufficiente domanda di prodotti);

- lo sconvolgimento dei flussi commerciali (la guerra, togliendo braccia alla


terra, aveva provocato una diminuzione della produzione agricola e il conseguente
aumento delle importazioni);
1
- un deficit grave del bilancio statale;
- una forte inflazione (la lira si era svalutata del 40%);
- la disoccupazione (3 milioni di ex combattenti che devono essere reinseriti nel
tessuto economico-sociale del paese).

2) Le trasformazioni sociali.
Tutti i settori della società sono in fermento:
- la classe operaia, tornata alla libertà sindacale e animata dal mito
della Rivoluzione Russa, chiedeva miglioramenti economici, un maggior
potere in fabbrica e manifestava, in taluni casi, tendenze rivoluzionarie;
- i contadini erano decisi a ottenere dalla classe dirigente l’attuazione
delle promesse di distribuzione di terre fatte nel corso del conflitto
mondiale;
- i ceti medi, fortemente coinvolti nell’esperienza della guerra e colpiti
dalle sue conseguenze economiche (fenomeno del “declassamento”), si
organizzarono e si mobilitarono per difendere i propri interessi e ideali.

3) Un nuovo panorama politico.


A destabilizzare il ceto di governo liberale è il nuovo e determinante ruolo
politico assunto dai partiti di massa.
- La classe dirigente liberale: sempre più contestata e isolata, non si
mostra in grado di dominare i fenomeni di mobilitazione di massa che
il conflitto mondiale aveva suscitato e finisce con il perdere l’egemonia
indiscussa di cui aveva goduto fino a quel momento. Viene accusata,
infatti, di aver voluto una guerra ingiustificata e di non aver saputo
trarre vantaggi adeguati dai sacrifici compiuti.

- Il Partito socialista: è protagonista di una impetuosa crescita, in


relazione alle accresciute speranze delle masse, anche contadine.

2
Infatti, se i contadini reclamavano la terra che la propaganda ufficiale
al fronte aveva promesso, gli operai guardavano con speranza alle
vicende della Russia bolscevica.

- Il Partito Popolare Italiano: nasce il


18 gennaio del 1919 ad opera del
sacerdote siciliano don Luigi Sturzo.
Questa nuova formazione politica si
presentava con un programma di
impostazione democratica e, pur
ispirandosi apertamente alla dottrina
cattolica, si dichiarava aconfessionale (=
laico). In realtà il Ppi era strettamente
legato alla Chiesa e alle sue strutture
organizzative e la sua stessa nascita era
stata resa possibile dal nuovo atteggiamento assunto dopo la guerra dal
papa Benedetto XV, con la revoca definitiva del “non expedit”, e dalle
gerarchie ecclesiastiche, preoccupati di arginare le forze socialiste.
Il programma era ispirato dal solidalismo (= solidarietà):
• una radicale riforma agraria, espressa nel motto “la terra ai
contadini”: questi avrebbero dovuto associarsi ai proprietari nella
gestione dell’azienda agricola oppure suddividersi le terre incolte
costituendo una classe di piccoli coltivatori indipendenti. Ciò
avrebbe potuto gradualmente risolvere la “questione
meridionale”;
• una riforma del fisco: con una redistribuzione più equa del carico
delle tasse tra le classi sociali che riequilibrasse il divario tra
ricchi e poveri;

3
• una riforma elettorale: con l’adozione del sistema proporzionale e
l’estensione del voto alle donne;
• una legislazione sociale: con l’abolizione di classe e la scelta
dell’interclassismo e della collaborazione tra borghesia e
lavoratori;
• un ordinamento amministrativo decentrato: basato sulle
autonomie locali e regionali.
Sturzo aveva ricevuto l’assenso del Vaticano e ciò significava che la
Chiesa, dopo il Patto Gentiloni, aveva optato a favore della piena
partecipazione dei cattolici alla vita politica del Paese.
Il Partito nasceva, però, con 2 anime: una democratica e una
conservatrice. Molti aderirono al Partito non per il suo programma
di riforme democratiche, ma per il suo antisocialismo dovuto alla
matrice religiosa. Esclusa la collaborazione con i socialisti, risultò
precaria anche la collaborazione con i liberali (pur tentata da
Giolitti), che accusavano il nuovo partito di “bolscevismo bianco”.

- I Fasci Italiani di Combattimento: vedi § C.

- I sindacati: negli anni del dopoguerra si rafforzarono enormemente e


videro aumentare il numero degli iscritti. La Confederazione Generale
del Lavoro (CGL), dove dominavano i socialisti riformisti, superò nel
1920 i 2.300.000 iscritti; la Confederazione Italiana dei Lavoratori, di
ispirazione cattolica, nata nel 1918, arrivò nel 1920 a superare il
milione e mezzo di iscritti, reclutati in gran parte tra le masse
contadine. Agivano inoltre numerose Leghe e Cooperative, “rosse” e
“bianche”.

4
4) Il nuovo assetto territoriale.
Nel gennaio 1919 si apre la Conferenza di Parigi per stabilire i trattati di
pace all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale. Vi partecipa anche
l’Italia. Si stabilisce che:
- il Trentino, l’Alto Adige, Trieste e l’Istria passavano all’Italia;
- la Dalmazia, che il Patto di Londra assegnava all’Italia, era reclamata
dalla Jugoslavia con l’appoggio di Wilson, in base al principio di
autodeterminazione dei popoli;
- sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli, l’Italia
reclamava Fiume.
Orlando e Sonnino abbandonano la Conferenza per poi farvi ritorno un mese
dopo ma con esito negativo. La questione della Dalmazia e di Fiume rimane
irrisolta. La propaganda nazionalistica comincia così a diffondere l’idea di
una “vittoria mutilata”.

Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio occupa Fiume con volontari


e reparti militari ribelli (gli Arditi = reparti speciali d’assalto del Regio Esercito
Italiano destinati a svolgere operazioni particolarmente rischiose), proclamandone

l’annessione all’Italia e instaurandovi un governo provvisorio.

5
Il governo italiano non riconosce il gesto, ma l’insubordinazione dell’esercito
colpisce lo Stato liberale e ne denuncia la crisi di potere. Mentre i socialisti
condannano l’impresa, Nitti (allora capo del governo) cerca di trattare.
A Fiume si comincia a ventilare (non però da parte fascista) una “marcia su
Roma”.
L’impresa di Fiume avrebbe fornito al Fascismo “il modello per le sue milizie
e per le sue uniformi, il nome per le sue squadre, il suo grido di guerra e la
sua liturgia. Mussolini copierà da D’Annunzio tutto l’apparato scenico, ivi
compresi i dialoghi con la folla … D’Annunzio sarà vittima del più grande
plagio che si sia mai visto” [Tasca].
Lettura critica: D’Annunzio anticipa la liturgia politica del fascismo, tratto da G.L. Mosse,
L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste (in A. Desideri-M. Themelly, Storia e
storiografia. Il Novecento: dall’età giolittiana ai nostri giorni. Vol. 3/1, lettura n.38, pp.
380-382).
La questione rimane insoluta fino al 12 novembre 1920 quando, durante il
governo Giolitti, Italia e Jugoslavia firmano il Trattato di Rapallo che
pone fine alla questione dell’assetto territoriale dell’Italia del dopoguerra:
- l’Italia ottiene tutta l’Istria e Zara;
- la Jugoslavia ottiene la Dalmazia;
- Fiume viene riconosciuta “città libera” (sarebbe passata all’Italia nel
1924).
D’Annunzio è costretto ad abbandonare Fiume, ma molti dei suoi “legionari”
confluiscono nelle file del Fascismo.

6
b) IL “BIENNIO ROSSO” IN ITALIA.
1) L’impresa fiumana di
D’Annunzio;
2) le agitazioni sociali del
“biennio rosso” (1919-1920);
Governo Nitti 3) le elezioni del 1919
(giugno 1919- (caratterizzate dalla crisi del
giugno 1920) Partito liberale e dal
clamoroso successo del
Partito socialista e del
Partito popolare).

Gli eventi principali del


1) È il quinto e ultimo ministero
biennio 1919-1920
Giolitti;
2) nel 1920 Italia e Jugoslavia
firmano il Trattato di
Rapallo;
Governo Giolitti 3) si verifica l’occupazione delle
(5 giugno 1920- fabbriche (settembre 1920), il
4 luglio 1921) più grave episodio del biennio
rosso, che ebbe come
conseguenza il declino del
movimento operaio e il
fenomeno dello squadrismo
fascista.

Tra il 1919 e il 1920 l’Italia attraversa una fase di violente agitazioni


sociali, legate alla crisi economica del dopoguerra, detta “Biennio Rosso”.

Nell’estate del 1919 le principali città italiane sono teatro di una serie di
rivolte contro il carovita. L’aumento del costo della vita aveva compromesso
il delicato equilibrio tra salari e prezzi. Il malcontento della popolazione
italiana si traduce allora in una grande ondata di scioperi che coinvolge le
industrie e il settore dei servizi pubblici.
Contemporaneamente, nelle zone rurali del Centro-nord i lavoratori agricoli,
sostenuti dalle “leghe bianche” e dalle “leghe rosse”, lottano per
rivendicazioni salariali, mentre in quelle del Centro-sud i contadini, spesso
ex combattenti, occupano vaste terre incolte e latifondi.
7
Nel novembre 1919 si tengono le elezioni che si svolgono non più con il
sistema maggioritario, ma con il nuovo sistema proporzionale introdotto
da Nitti.

Sistema maggioritario: sistema elettorale nel quale il maggior numero dei seggi
(almeno la metà + 1) viene assegnato alla forza politica che ottiene più voti, al fine di
garantire la formazione di una maggioranza assoluta di governo. Questo sistema, quindi,
predilige la formazione di un sistema bipolare e di un Parlamento composto da due
schieramenti distinti e contrapposti. Il sistema limita fortemente o esclude
completamente la rappresentanza di schieramenti minori.
Sistema proporzionale: sistema elettorale nel quale il numero dei seggi è attribuito a
ciascun partito in proporzione ai voti ottenuti, al fine di garantire la massima
rappresentatività nelle assemblee a tutte le forze politiche, anche quelle minoritarie.
Questo sistema, tuttavia, non assicura la formazione di una maggioranza assolta di
governo.

Questi i risultati:
- i fascisti ottengono solo poche migliaia di voti;
- i liberali subiscono una clamorosa disfatta;
- più della metà dei seggi va ai popolari (20% = 100 deputati) e ai
socialisti (32% = 156 deputati).

Dall’esito delle elezioni risulta evidente che vi sono:


1) una forte frammentazione tra le forze politiche italiane;
2) una grande difficoltà a creare maggioranze stabili.

Si viene, dunque, a formare una maggioranza di coalizione formata da


liberali e popolari. I popolari, tuttavia, rifiutano di sostenere Nitti, che è
costretto a dimettersi. Gli succede Giolitti.

Il nuovo ruolo dei partiti di massa e la nuova legge elettorale segna


la crisi definitiva del sistema di potere liberale.
8
Nel settembre del 1920, sotto il governo Giolitti, si raggiunge il punto più
alto delle rivendicazioni e si verifica l’episodio più grave del biennio rosso:
l’occupazione delle fabbriche.
L’occupazione prende avvio dalla FIOM (Federazione Italiana Operai
Metallurgici, aderente alla CGL) a Milano e si estende, poi, a circa 300
stabilimenti del triangolo industriale (area fortemente industrializzata compresa
tra Genova, Milano e Torino). Gli operai chiedono l’aumento dei salari e il

riconoscimento dei Consigli di fabbrica, organismi eletti dai lavoratori che:


- si ispiravano ai Soviet;
- intendevano sostituirsi ai padroni nella gestione delle aziende;
- volevano dare origine a un potere rivoluzionario che avrebbe dovuto
estendersi anche al di fuori delle fabbriche.
La sconfitta degli occupanti è dovuta al venir meno delle materie prime e alle
commesse di produzione, ma anche al fatto che il movimento presentava dei
limiti evidenti:
1) il movimento non ha un piano organizzativo;
2) il movimento non ha una guida (le forze politiche di sinistra non seppero
coordinare la protesta);
3) il movimento non sa legarsi ai contadini.
Grazie all’intervento di Giolitti (che sceglie di non far intervenire l’esercito
per sgomberare le fabbriche, ma di far mantenere una posizione neutrale allo
Stato e di attuare una politica di mediazione tra le parti, industriali e
lavoratori) e della CGL (dove dominano i riformisti) si raggiunge l’accordo.
L’accordo prevedeva:
- un aumento dei salari;
- la promessa di un “controllo tecnico e finanziario delle aziende” da parte
degli operai: promessa che rimane solo sulla carta senza realizzarsi.

9
Quali sono le conseguenze più immediate?
1) Va sempre più accrescendosi un forte risentimento tra gli industriali,
che temono il pericolo della rivoluzione socialista.

2) Va sempre più accrescendosi la delusione degli operai di fronte alla


mancata realizzazione delle condizioni previste dall’accordo.

3) Le profonde divisioni all’interno del Partito socialista trovano sfogo


nella nascita del Partito Comunista Italiano. I contrasti si
accentuarono durante l’occupazione delle fabbriche e nel corso del
Congresso di Livorno (gennaio 1921). I massimalisti rifiutarono di
sottostare alle decisioni del Congresso dell’Internazionale comunista
del 1920, cioè di assumere la denominazione di Partito comunista e di
espellere i riformisti.
Si verificò così una scissione a sinistra, con la fondazione del Partito
Comunista Italiano ad opera del
gruppo torinese del settimanale
“L’Ordine Nuovo”, guidato da
Antonio Gramsci, e del gruppo
napoletano che faceva capo ad
Amedeo Bordiga. Tra i fondatori
ricordiamo anche Palmiro Togliatti,
futuro segretario del Partito. Il
nuovo partito, appoggiandosi al
Comintern, manifesta la volontà di
seguire apertamente la strada dello
scontro con la borghesia capitalistica
per attuare la rivoluzione proletaria italiana.

4) Nasce il Partito Nazionale Fascista.


10
c) LO SVILUPPO DEL MOVIMENTO FASCISTA.

IL 1919:
All’indomani del conflitto mondiale, le associazioni di ex combattenti e la
piccola borghesia nazionalistica si unirono dando vita a un nuovo gruppo
politico (non era ancora un partito), i Fasci Italiani di Combattimento.
La sua fondazione ufficiale avvenne a Milano, in un vecchio stabile di piazza
San Sepolcro, il 23 marzo 1919, ad opera di Benito Mussolini (ex socialista
rivoluzionario, ex interventista, fondatore del quotidiano “Il Popolo d’Italia”).

Il gruppo, che si proclamava un “anti-partito”, nel suo programma (detto


appunto “Programma di San Sepolcro”) accoglieva le rivendicazioni più
diverse e mescolava elementi in conflitto tra loro:
- sosteneva la necessità di istituzioni repubblicane e di posizioni
anticlericali in opposizione alla Monarchia e alla Chiesa;
- in linea con il socialismo, si poneva in polemica contro i grandi
capitalisti profittatori e l’antisocialismo e rivendicava riforme molto
11
avanzate: suffragio universale; voto alle donne; tassa progressiva sui
capitali; giornata lavorativa di 8 ore; un salario minimo; la gestione
delle imprese da parte degli operai;
- prospettava posizioni di tipo nazionalistico, difendendo l’intervento e
reclamando per l’Italia Fiume e la Dalmazia, e posizioni di tipo
autoritario e antiparlamentare, portando avanti la protesta contro il
socialismo e il governo attraverso un’accesa violenza verbale e
materiale (il 15 aprile 1919, durante uno sciopero generale a Milano,
un gruppo di fascisti saccheggiò e incendiò la sede dell’“Avanti!”).
Si trattava di un programma che mirava principalmente a carpire consensi;
all’inizio, tuttavia, furono pochi coloro che aderirono ai Fasci, tanto che alle
elezioni del 1919 il gruppo non ottenne alcun seggio alla Camera.

IL 1920:
Nel 1920 il movimento fascista si rafforzò enormemente.
5 furono i fattori che ne favorirono lo sviluppo:
1) l’appoggio progressivo da parte della borghesia agraria e industriale,
che vedeva nei fascisti un valido strumento da utilizzare in funzione
antisocialista;
2) l’appoggio della piccola borghesia della campagna e delle città, che si
distaccava polemicamente dai socialisti e auspicava il ritorno
all’“ordine”.
3) l’inadeguatezza e l’inefficienza della classe dirigente liberale che non
seppe fronteggiare la crisi del dopoguerra e che di fatto mancava di una
presenza capillare e organizzata a contatto con le masse;
4) l’illusione che Giolitti e quasi tutto il ceto dirigente liberale ebbero di
poter utilizzare i fascisti in funzione antisocialista e, una volta ottenuto
lo scopo, di “costituzionalizzarli”, assorbendoli cioè nello Stato liberale;

12
5) la debolezza e le divisioni interne al Partito Socialista, che non riuscì
mai a tenere una linea d’azione comune contro i fascisti.

L’occupazione delle fabbriche e un grande sciopero agrario nel bolognese


indussero Mussolini a sfruttare a proprio vantaggio sia la paura della
borghesia industriale e agraria di fronte alla minaccia del bolscevismo sia
l’irritazione nei confronti di Giolitti che aveva scelto di non intervenire
militarmente durante i fatti di settembre. Mussolini intuì quale fosse la
strategia più giusta per affermare la propria visione politica e ottenere
adesioni: sfruttare la paura borghese della rivoluzione bolscevica e
farsi portabandiera del ritorno all’ordine, anche se ciò avesse
significato ricorrere alla forza. Abbandonato, dunque, il programma
radical-democratico del 1919, organizzò una “controrivoluzione
preventiva” (tesa cioè a prevenire il pericolo bolscevico), fondata su
strutture paramilitari, le “squadre d’azione”.
Si sviluppò, così, il cosiddetto “Fascismo agrario”.
Lo squadrismo fascista raggiunse l’apice tra il 1920 e il 1922, quando le
“spedizioni punitive”, inizialmente concentrate nelle campagne e rivolte
contro le “leghe rosse”, si diffusero nelle città. Inizialmente, le “camice nere”
dettero vita a una lotta spietata contro il movimento socialista e, in
particolare, contro le organizzazioni contadine presenti nella Pianura
Padana, in Toscana e in Umbria. In campagna, infatti, le organizzazioni dei
contadini si erano largamente rafforzate e riuscivano a ottenere importanti
risultati nella lotta contro i proprietari: aumenti salariali; gestione adeguata
della manodopera; la possibilità di stabilire il numero delle giornate
lavorative. Il mondo contadino, tuttavia, non costituiva un fronte compatto,
ma presentava al proprio interno una netta separazione tra chi sosteneva
una socializzazione delle terre che avrebbe favorito i braccianti e chi aspirava

13
a passare dalla condizione di lavoratore a quella di proprietario. Questa
divisione fu vantaggiosamente sfruttata da proprietari e fascisti.
La lotta contro le organizzazioni contadine fu condotta in un clima di violenza
generale: le squadre d’azione, finanziate dalla borghesia agraria, davano vita
a delle vere e proprie spedizioni punitive (tra il gennaio e il giugno del 1921
si contano più di 700 scorrerie). Soprattutto tra i giovani, che non avevano
partecipato alla Prima Guerra Mondiale, si diffonde il mito della violenza e
la lotta contro le organizzazioni contadine diventa la loro guerra contro i
nemici della nazione.
L’offensiva squadrista ebbe ovunque le stesse caratteristiche: le squadre
partivano in genere dalle città e si spostavano in camion verso le campagne.
Obiettivi delle spedizioni erano:
- colpire i principali centri del potere socialista; impaurire e svergognare
i dirigenti e i semplici militanti socialisti, sottoposti alle peggiori
violente;
- creare un clima di generale instabilità che alimentasse nell’opinione
pubblica il desiderio di uno Stato nuovo, più forte e più compatto.
Ben presto il sistema dello squadrismo fascista venne richiesto anche nelle
città e gli industriali trovarono in esso uno strumento efficace per respingere
l’ascesa dei salariati e reprimere proteste e rivendicazioni.

Quali furono i fattori che concorsero a decretare il successo dello squadrismo?


Furono principalmente 3:
1) l’offensiva fascista venne sottovalutata dai socialisti;
2) lo squadrismo poté godere della complicità dei poteri locali;
3) lo squadrismo poté giovarsi della benevola neutralità, o addirittura
dell’aperto sostegno, di buona parte della classe dirigente e degli
apparati statali: quasi mai le forze dell’ordine si opposero con efficacia
ai fascisti; la magistratura adottò nei confronti dei fascisti criteri
14
diversi da quelli usati contro i sovversivi di sinistra; lo stesso Giolitti
guardò con compiacenza allo sviluppo del movimento fascista, pensando
di potersene servire per limitare le pretese dei socialisti e di poterlo in
seguito costituzionalizzare assorbendolo nella maggioranza liberale.

IL 1921:
Il 1921 rappresenta un importante momento di svolta:

• maggio: nell’illusione di ridimensionare il potere dei socialisti e dei


popolari, Giolitti sciolse le Camere con tre anni di anticipo e indisse nuove
elezioni. Ricorse alla formazione di “blocchi nazionali” (cioè liste
comuni) in cui vennero inseriti anche candidati fascisti che in tal modo
videro legalizzata la loro azione. I risultati delle elezioni, tuttavia,
disattesero le speranze di Giolitti, poiché il blocco di sinistra rimase forte
(pur avendo subito la scissione del Partito Comunista), mentre i blocchi
nazionali non registrarono un significativo successo. Le elezioni avevano
comunque permesso l’ingresso alla Camera di 35 deputati fascisti:
Mussolini da questo momento in poi avrebbe agito sul doppio binario della
legalità e della illegalità. Giolitti si dimise.

Governo Bonomi luglio 1921-


febbraio 1922
Governo Facta febbraio 1922-
ottobre 1922

• novembre: a Roma si tenne il Congresso dei Fasci. Mussolini, pur


riconoscendo l’importanza dello squadrismo, riteneva che fosse giunto il
momento di dare al movimento un volto più rassicurante e l’aspetto di un
partito politico. I Fasci vennero istituzionalizzati e si trasformarono in
Partito Nazionale Fascista.

15
Abbandonata la fraseologia di sinistra, il Pnf, che adesso contava 200.000
iscritti, stilò un nuovo programma d’azione:
1) al vertice della scala dei valori c’erano la nazione e lo Stato (= inteso
come incarnazione giuridica della nazione): era necessario restaurare
l’autorità dello Stato in modo tale che lo Stato si affermasse come “Stato
fortissimo;
2) si sostiene l’abbandono del repubblicanesimo: Mussolini sa che
senza l’appoggio della monarchia non si può ottenere il potere e si
dichiara favorevole ai Savoia;
3) si sostiene l’abbandono dell’anti-clericalismo o laicismo:
Mussolini decreta l’appoggio in Parlamento delle posizioni del Vaticano
e della Chiesa;
4) si accentua l’importanza della produzione economica che doveva
avvenire tramite le Cooperazioni (= organizzazioni interclassiste).

Rafforzamento dello Stato, amore della patria, rispetto delle


tradizioni e della famiglia, liberismo economico divennero le parole
d’ordine di Mussolini.

IL 1922:
Gli eventi tra febbraio (= governo Facta: ultimo governo liberale) e ottobre
(= 30 ottobre 1922: Mussolini al governo):
• Mussolini e il Partito Fascista agiscono su due fronti:
1) della illegalità:
- prende avvio una seconda ondata di violenza squadrista;
- le scorrerie delle squadre d’azione coinvolgono anche le grandi città: il
1° agosto 1922 la sinistra e i sindacati proclamarono uno sciopero
generale di protesta in difesa della legalità e i fascisti, atteggiandosi a
tutori dell’ordine, intervennero assaltando la sede dell’“Avanti” e quelle

16
di Camere del lavoro e cooperative, arrivando a distruggere persino le
aule dei consigli comunali delle città e paesi a maggioranza socialista;
- i discorsi pronunciati da Mussolini assumono toni sempre più alti e
violenti e si prospettano come vere dichiarazioni di guerra (Milano;
Cremona; Ancona; Ferrara; Parma);
2) della legalità:
- Mussolini continua ad avvicinarsi alla Chiesa, adulando papa Pio XI e
proclamando la missione universale della Chiesa cattolica;
- Mussolini intavola trattative politiche con Giolitti e Salandra per una
eventuale partecipazione dei fascisti al governo e per ottenere per sé il
ruolo di Presidente del Consiglio.

• Ultimo tentativo di reazione da parte dei socialisti:


- i riformisti si ribellano di fronte a una mancata reazione anti-fascista;
- di fronte alla reazione violenta delle camicie nere durante lo sciopero
generale del 1° agosto 1922, il governo Facta si trovò impreparato e
disorientato e non intervenne;
- i disaccordi sempre più gravi all’interno del Partito socialista portarono
all’espulsione dei riformisti: Turati, Treves, Giacomo Matteotti e altri
fondarono il Partito Unitario Socialista (Pus);
- la CGL, dominata dai riformisti, rompeva ogni legame con i
massimalisti.

Mussolini comprese che la frammentazione e la disunione delle forze


parlamentari era tale da impedire loro qualsiasi reazione e decise di trarre il
massimo vantaggio dalle circonstanze.

Nel Congresso di Napoli del 24-25 ottobre Mussolini definì il progetto di


una marcia su Roma, cioè della presa del potere centrale mediante un colpo
17
di stato che voleva configurarsi come “Rivoluzione fascista”. Si formò un
“quadrumvirato” (Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare De Vecchi, Michele
Bianchi) con il compito di preparare la spedizione, fissata per il 27 ottobre.
Si trattò, in realtà, come ha ricordato lo storico Candeloro, di «una messa in
scena insurrezionale». Fu una mobilitazione generale che voleva essere una
forma estrema di pressione politica e di ricatto che prospettava una guerra
civile nel caso in cui il potere non fosse stato dato al fascismo.
Mussolini, infatti, contava, a ragione, sulla neutralità della corona e delle
forze armate (ai quali aveva dimostrato il suo favore).
Così lo stesso 27 ottobre il ministero Facta si dimise, dopo aver preparato un
decreto per la proclamazione dello stato d’assedio, cioè per il passaggio dei
poteri alle autorità militari.
Mentre Mussolini rimaneva a Milano, pronto a passare il confine svizzero nel
caso di un corso sfavorevole degli
eventi, in molte città italiane le
squadre fasciste occuparono punti
strategici (stazioni ferroviarie e
postali) e simbolici (edifici comunali).
Nonostante ciò, il re rifiutò di firmare
lo stato d’assedio.
I fascisti entrarono in Roma il 28
ottobre 1922 (“marcia su Roma”).

Il 30 ottobre 1922 il re Vittorio


Emanuele III chiamò Mussolini e
gli affidò l’incarico di formare il
nuovo governo.

18
Perché il re chiama Mussolini?
1) Perché non era sicuro della fedeltà dell’esercito.
2) Perché temeva realmente l’insorgere di una guerra civile.
3) Temeva per il ruolo della monarchia.

Il capo del fascismo conquistò il potere con il minimo sforzo: lo ricevette dalle
mani del sovrano, non per un colpo di Stato, ma nel rispetto dello Statuto
albertino e lo ottenne senza che a Roma venisse sparato un solo colpo.

19
d) LA FASE LEGALITARIA DEL GOVERNO MUSSOLINI (ottobre
1922 – gennaio 1925).

Il governo che si forma è un governo di coalizione che raggruppa fascisti,


liberali, popolari, democratico-sociali, nazionalisti.
Mussolini tenne per sé il Ministero degli Interni e quello degli Esteri.
Nonostante il ricorso al governo di coalizione, Mussolini concepiva l’incarico
come una fase intermedia verso l’instaurazione di un potere personale e
autoritario e ben presto questa sua volontà fu evidente a tutti. Infatti, il 16
novembre 1922, durante il dibattito per la fiducia al governo, Mussolini
pronunciò il famoso “discorso del bivacco”. Nel quale il carattere anti-
istituzionale e anti-parlamentare del fascismo emerse in modo chiaro.
Mussolini parla senza mezzi termini di una “rivoluzione fascista” e chiarisce
che la presentazione del ministero al parlamento era un atto puramente
formale: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di
manipoli. Potevo sprangare il parlamento e costituire un governo
esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo
tempo, voluto”.
Nonostante l’opposizione delle sinistre il governo ottenne la fiducia con 306
voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti. Lo stesso Giolitti dichiarò che solo
il ministero Mussolini avrebbe potuto ristabilire la pace sociale.

Le linee politiche di Mussolini dal 1922 al 1925 hanno come


principale obiettivo quello di legalizzare l’azione fascista:

1) Nel dicembre 1922 venne istituito il Gran Consiglio del Fascismo,

che aveva il compito di indicare le linee generali della politica fascista


e di servire da raccordo tra partito e governo.

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2) Nel gennaio 1923 le squadre fasciste vennero inquadrate nella Milizia

volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN): un corpo armato di


partito che aveva come scopo quello di proteggere gli sviluppi della
rivoluzione fascista e che, al contempo, doveva disciplinare lo
squadrismo e limitare il potere dei ras*, i capi locali dello squadrismo
agrario (Grandi a Bologna; Farinacci a Cremona; Balbo a Ferrara).

*Il nome ricalca il titolo dei signori feudali etiopici; da Ras Tafari Machonnen,
divenuto poi Re dei Re d’Etiopia con il nome di Haile Selassie (Potenza della
Trinità), deriva il termine “rasta” con il quale si indica un particolare movimento
religioso africano promotore di un messaggio di liberazione e ritorno dei neri in
Africa/Etiopia.

3) I fascisti furono messi a capo dei settori chiave dell’amministrazione

pubblica, le attività sindacali e politiche furono limitate, così come la


libertà di stampa.

4) Mussolini promosse una politica economica liberista che fosse in

grado di favorire la ripresa economica dell’Italia, restituendo libertà


d’azione e margini di profitto all’iniziativa privata e incoraggiando
l’investimento di capitali esteri nel paese.
Quali sono le misure adottate da Mussolini per favorire gli industriali?
- Privatizzazione dei servizi;
- blocco della divisione delle terre;
- diminuzione della tassazione sulle imprese;
- controllo della spesa pubblica.

5) Nella primavera del 1923 venne varata la riforma della scuola ad

opera del filosofo Giovanni Gentile, allora Ministro della Pubblica


Istruzione: questa prevedeva una netta separazione tra la cultura

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umanistica e quella scientifica, con prevalenza della prima sulla
seconda; un accentuato carattere selettivo del sistema scolastico
organizzato in una struttura gerarchica e disciplinato da una serie di
esami di Stato al termine di ogni ciclo di studi. Mussolini definirà quella
scolastica “la più fascista delle riforme”.

6) Mussolini proseguì in una politica di avvicinamento alla Chiesa: la

riforma scolastica di Gentile prevedeva l’insegnamento della religione


nelle scuole elementari e l’introduzione degli esami di Stato, misura da
tempo richiesta dai cattolici per accomunare scuole pubbliche e private;
venne imposta la presenza del Crocifisso negli Uffici statali; si
attuarono una serie di misure per salvare il Banco di Roma (una delle
principali banche storiche italiane); si approvarono facilitazioni fiscali
per i seminari; si chiuse la Questione Romana. Vittima
dell’avvicinamento fra Chiesa e fascismo fu il Partito popolare:
nell’aprile 1923 Mussolini impose ai ministri popolari di rassegnare le
dimissioni. Di lì a poco Don Luigi Sturzo, sotto le pressioni del Vaticano,
lasciò la segreteria del Ppi.

7) Mussolini, liberatosi del Partito Popolare, aveva il problema di

rafforzare la sua maggioranza parlamentare, confermando, al tempo


stesso, la posizione di preminenza del fascismo. Nel luglio del 1923
venne allora varata una nuova legge elettorale maggioritaria, la
cosiddetta Legge Acerbo. La legge stabiliva che la lista che avesse
conseguito la maggioranza relativa (cioè che avesse ottenuto almeno il
25% dei voti) avrebbe avuto i 2/3 dei seggi; il restante 1/3 sarebbe stato
diviso su base proporzionale tra le altre liste. Questo ovviamente se, da
una parte, rafforzava enormemente la maggioranza, dall’altra
contribuiva a frammentare ulteriormente l’opposizione.
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Nonostante questo vantaggio iniziale, in concomitanza delle elezioni del
1924, i fascisti non rinunciarono ad esercitare la violenza contro gli
avversari. La scontata vittoria fascista (il Listone (fascisti-nazionalisti-
liberali) ottenne il 65% dei voti e 374 seggi) non impedì all’opposizione
di rimanere salda soprattutto in regioni quali la Lombardia e il
Piemonte.

All’indomani delle elezioni, il deputato


Giacomo Matteotti, segretario del
Partito socialista unitario, pronunciò alla
Camera una durissima requisitoria contro
il fascismo: denunciò il clima di
intimidazioni, minacce e violenze
squadristiche in cui si erano svolte le
elezioni, i numerosi brogli e la corruzione
finanziario, arrivando a contestare la
validità dei risultati elettorali. Il 10
giugno 1924 fu rapito a Roma da un
gruppo di squadristi e ucciso. Il suo
cadavere fu trovato solo due mesi dopo.
Sebbene gli esecutori materiali del crimine fossero stati arrestati dopo pochi
giorni, il paese capì che il delitto era il risultato di una pratica ormai
consolidata di violenze e impunità di cui Mussolini e i suoi seguaci portavano
intera la responsabilità. Il fascismo che fino a pochi giorni prima era parso
inattaccabile, si trovò isolato.
Ma l’opposizione, drasticamente ridimensionata dalle elezioni, non aveva la
possibilità né di mettere in minoranza il governo né di organizzare una
mobilitazione di piazza. L’unica iniziativa concreta presa dai gruppi
d’opposizione fu quella di astenersi dai lavori parlamentari e di riunirsi
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separatamente. La secessione dell’Aventino (definita così utilizzando un
termine tratto dalla storia romana) aveva un evidente significato ideale ma
fu di fatto privo di qualsiasi effetto pratico. Il re non intervenne e i
fiancheggiatori del fascismo, pur riconoscendo l’illegalità delle sue azioni, non
tolsero l’appoggio al capo del governo.
Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò un discorso alla Camera con il
quale dichiarò di assumersi «la responsabilità politica, morale e storica» del
delitto Matteotti, ammettendo il superamento dello Stato liberale e di diritto
e dichiarando di essere pronto a stroncare ogni forma di opposizione.
“Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è
la forza”.
Prendeva avvio il regime dittatoriale fascista.

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