lezione 24-25 pag 364-371
BERKELEY
Gli sviluppi dell’empirismo: da Locke a Berkeley
L’empirismo moderno nasce in Inghilterra tra Seicento e Settecento e rappresenta una delle
correnti filosofiche più importanti dell’età moderna. I suoi principali esponenti sono John
Locke, George Berkeley e David Hume. Tutti condividono un principio fondamentale: la
conoscenza deriva dall’esperienza sensibile. Tuttavia ciascuno sviluppa questo principio
in modo sempre più radicale, fino ad arrivare a mettere in discussione non soltanto la
conoscenza del mondo esterno, ma persino l’esistenza della materia e dell’io.
L’empirismo nasce come critica al razionalismo di René Descartes e alla fiducia assoluta
nella ragione tipica della filosofia moderna. I razionalisti sostenevano infatti l’esistenza di
idee innate e di verità universali conoscibili indipendentemente dall’esperienza. Cartesio
riteneva che alcune idee, come quella di Dio o di perfezione, fossero già presenti nella
mente umana. Anche Galileo Galilei aveva mostrato grande fiducia nella matematica e nella
ragione come strumenti capaci di comprendere le leggi universali della natura.
Contro questa impostazione si colloca Locke. Secondo lui la mente umana alla nascita è
una tabula rasa, cioè una lavagna vuota. Non esistono idee innate: tutto ciò che conosciamo
deriva dall’esperienza. Locke critica anche la teoria cartesiana delle idee innate “in potenza”.
Per Cartesio certe idee esisterebbero già nella mente anche se non ancora sviluppate;
Locke invece sostiene che un’idea esiste solo quando viene realmente pensata e resa
cosciente attraverso l’esperienza.
Secondo Locke tutta la conoscenza deriva da due fonti fondamentali:
● la sensazione, cioè il contatto con il mondo esterno tramite i sensi;
● la riflessione, cioè l’attività interna della mente sui propri contenuti.
Attraverso la sensazione riceviamo idee semplici come:
● colori;
● suoni;
● forme;
● odori;
● temperature.
La mente però non rimane passiva: collega e organizza queste idee semplici formando idee
complesse. Quando diciamo di vedere una borraccia, in realtà non percepiamo direttamente
una “sostanza borraccia”, ma:
● una certa forma;
● un certo colore;
● una certa consistenza;
● una certa temperatura;
● un certo peso.
La mente unisce abitualmente queste percezioni costruendo l’idea complessa dell’oggetto.
Tuttavia la sostanza reale che starebbe dietro queste qualità rimane sconosciuta. Locke la
definisce infatti una “X sconosciuta”: qualcosa che supponiamo esistere ma che non
possiamo conoscere direttamente. Noi conosciamo sempre e soltanto le nostre idee.
Da questa teoria derivano conseguenze molto importanti. La conoscenza umana è
limitata:
● non possiamo raggiungere verità assolute indipendenti dall’esperienza;
● la ragione lavora sempre sui dati forniti dai sensi;
● la conoscenza è storica, relativa e parziale.
Locke mantiene però ancora due grandi certezze:
● l’esistenza del mondo esterno;
● l’esistenza dell’io come soggetto stabile della conoscenza.
George Berkeley nasce nel 1685 in Irlanda da una famiglia di origine inglese e studia al
Trinity College di Dublino. Approfondisce il pensiero di Cartesio, Thomas Hobbes, Pierre
Gassendi, Isaac Newton e soprattutto Locke. Nel 1707 inizia la carriera accademica
insegnando teologia, greco ed ebraico. Negli anni successivi pubblica opere fondamentali
come:
● Commentari filosofici;
● Saggio di una nuova teoria della visione;
● Trattato sui principi della conoscenza umana.
Diventa sacerdote anglicano e successivamente vescovo di Cloyne. Tenta anche di
fondare un collegio missionario in America per evangelizzare e “civilizzare” le popolazioni
indigene, ma il progetto fallisce. Morirà a Oxford nel 1753.
La filosofia di Berkeley prende avvio proprio dall’empirismo lockiano ma arriva a
conclusioni molto più radicali. Berkeley sviluppa infatti una filosofia detta idealismo radicale o
immaterialismo. La sua idea fondamentale è che la realtà non sia materiale ma
spirituale e che l’esistenza coincida con la percezione.
Il punto di partenza è semplice: se tutta la conoscenza deriva dalle percezioni, allora noi non
possiamo mai uscire dalle percezioni per verificare se esista davvero una materia
indipendente dalla mente. Ogni volta che diciamo “esiste una cosa fuori di me”, lo diciamo
sempre attraverso una percezione. Non possiamo confrontare la percezione con una realtà
esterna indipendente, perché anche quel confronto sarebbe ancora una percezione.
Da qui nasce il principio fondamentale della filosofia di Berkeley:
“Esse est percipi”, cioè “essere significa essere percepito”.
Secondo Berkeley una cosa esiste soltanto in quanto viene percepita da una mente. Noi non
abbiamo mai accesso diretto alle cose, ma soltanto alle percezioni delle cose.
L’esempio della borraccia chiarisce bene questa idea. Quando vediamo o tocchiamo una
borraccia, ciò che possediamo realmente non è la materia della borraccia, ma:
● percezioni visive;
● percezioni tattili;
● sensazioni.
Se smettiamo di percepirla, sparisce la percezione. Continuiamo però a credere che la
borraccia esista. Ma su cosa si fonda questa convinzione? Sempre e soltanto su altre
percezioni.
Lo stesso vale per il famoso esempio del muro giallo: io posso essere certo soltanto di avere
la percezione di un muro giallo, non dell’esistenza di una materia indipendente dalla mia
[Link] usa anche esempi provocatori. Se qualcuno dicesse: “voi non esistete, siete
soltanto idee nella mia mente”, sarebbe molto difficile confutare questa affermazione, perché
qualunque prova resterebbe comunque una percezione.
Da qui Berkeley conclude che:
● non conosciamo mai la materia;
● conosciamo soltanto idee e percezioni;
● le cose esistono soltanto in quanto percepite.
La filosofia di Berkeley nasce anche dalle sue riflessioni sulla visione. Nel Saggio di una
nuova teoria della visione critica la teoria dello spazio assoluto di Newton. Secondo Newton
lo spazio esiste oggettivamente e indipendentemente dall’uomo; Berkeley invece sostiene
che lo spazio nasce dall’accordo tra i sensi, soprattutto vista e tatto.
Secondo Berkeley:
● l’occhio vede soltanto immagini bidimensionali;
● non percepisce direttamente profondità e distanza;
● la distanza nasce dall’esperienza e dall’associazione tra ciò che vediamo e ciò che
tocchiamo.
Le immagini sulla retina non coincidono quindi automaticamente con ciò che percepiamo. Se
davvero l’occhio possedesse capacità geometriche oggettive, tutti dovrebbero percepire le
distanze nello stesso modo, ma così non [Link] questa teoria deriva anche la critica alla
distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie formulata da Galileo e Locke. Locke
sosteneva che:
● le qualità primarie, come estensione, forma, peso e movimento, appartenessero
oggettivamente alle cose;
● le qualità secondarie, come colori, sapori e odori, dipendessero invece dal soggetto.
Berkeley rifiuta completamente questa distinzione. Anche le qualità primarie dipendono
dalla percezione. Una montagna appare diversa se osservata da vicino o da lontano;
grandezza ed estensione cambiano in base al punto di vista. Quindi sia le qualità primarie
sia quelle secondarie sono soggettive.
Per Berkeley non esiste nessuna sostanza metafisica oggettiva dietro le percezioni. Il
collegamento tra percezioni visive e tattili è costruito dall’esperienza e dalla mente umana,
non da una materia indipendente.
Berkeley critica anche il concetto di idee astratte e generali. Noi percepiamo sempre
individui concreti, mai concetti universali. Possiamo immaginare un cane particolare, ma non
“il cane in generale”. Lo stesso vale per il triangolo: ogni triangolo che immaginiamo
possiede sempre caratteristiche precise.
Per questo Berkeley assume una posizione nominalista, simile a quella dei nominalisti
medievali:
● le parole generali non indicano entità universali;
● “cane”, “triangolo” o “albero” sono soltanto nomi;
● le idee sono sempre individuali, concrete e particolari.
Le parole diventano semplici segni utili a ordinare le esperienze.
Dal principio “esse est percipi” deriva anche la critica definitiva della materia. La
materia, intesa come sostanza esistente indipendentemente dalla percezione, non esiste
affatto. Nessuno percepisce mai “la materia in sé”: percepiamo soltanto colori, suoni, forme
e sensazioni.
Berkeley è quindi immaterialista. Tuttavia non è un solipsista. Il solipsismo sostiene che
esista soltanto il singolo io; Berkeley invece afferma che il mondo esiste realmente, ma non
come realtà materiale: il mondo è spirituale.
Le percezioni del mondo esterno possiedono infatti ordine, regolarità e stabilità molto
superiori rispetto alle fantasie prodotte dalla mente umana. Per spiegare questa stabilità
Berkeley introduce Dio.
Secondo Berkeley:
● Dio crea gli spiriti che percepiscono;
● Dio mantiene ordinate e coerenti le percezioni;
● il mondo continua a esistere perché Dio lo percepisce continuamente.
Questo significa che il mondo non dipende dalla singola mente umana, ma dalla mente
divina.
Da qui nasce anche la celebre domanda:
“Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, produce rumore?”
Per Berkeley il rumore esiste soltanto come percezione. Tuttavia il mondo non scompare
mai perché Dio continua sempre a percepirlo.
Berkeley chiama “leggi di natura” le regole con cui Dio produce ordinatamente le nostre
percezioni. Le leggi fisiche non sono proprietà della materia, ma il modo costante e regolare
con cui Dio comunica le idee alle menti umane. La realtà diventa quindi una sorta di
linguaggio divino:
● le cose sono idee;
● le idee sono prodotte da Dio;
● il mondo è manifestazione dello spirito divino.
Il ragionamento di Berkeley conduce così a una vera e propria teofania, cioè una
manifestazione di Dio attraverso il mondo percepito. Dall’ordine stabile delle percezioni
Berkeley deduce l’esistenza necessaria di una mente superiore, infinita e potente.
Tuttavia Berkeley sostiene che non possiamo avere una vera idea di Dio o dell’anima. Le
idee infatti sono realtà passive percepite dalla mente, mentre Dio e gli spiriti sono realtà
attive. Noi comprendiamo il significato delle parole “Dio”, “spirito”, “mente” e “anima”, ma non
possiamo percepirli come percepiamo un oggetto materiale.