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Dal Rococo A Metastasio

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DAL ROCOCO’, ILLUMINISMO AL NEOCLASSICISMO

Il periodo compreso tra la fine del XVII e la fine del XVIII secolo è caratterizzato, in campo artistico e letterario, da
un progressivo ritorno a un gusto classicistico-razionalista, improntato al netto rifiuto delle stravaganze e degli
eccessi tipici del Barocco. All'interno di questa età si distinguono tuttavia due fasi storiche e culturali ben
differenziate. La prima fase si colloca tra l'ultimo decennio del Seicento e la metà del Settecento ed è mossa dal
tentativo di restaurare il "buon gusto", inteso come senso della grazia e della misura. In Italia questo
orientamento è promosso dall'Accademia dell'Arcadia, fondata a Roma nel 1690, che propugna il ritorno a una
poesia bucolica leggera ed elegante. Nel contesto europeo la temperie artistica è invece dominata dal Rococò,
movimento nato alla corte francese di Luigi XIV e sviluppatosi sotto il regno di Luigi XV. Il Rococò si fonda su un
uso raffinato e controllato di forme sinuose di proporzioni ridotte, elevando la miniatura a proprio ideale
estetico. In questi stessi anni si assiste a una divaricazione tra i gusti delle corti e quelli della nascente borghesia;
in Inghilterra, in particolare, l'affermazione del ceto borghese favorisce la nascita dei giornali e il rinnovamento
del romanzo in senso realistico, inaugurato nel 1719 dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe. La seconda fase,
avviata alla fine degli anni Trenta del Settecento, coincide con la diffusione dell'Illuminismo. Questo movimento
filosofico, di matrice francese ma di dimensione europea, si fonda sul libero pensiero e sull'uso programmatico
della ragione contro l'assolutismo politico e religioso. In campo artistico l'Illuminismo favorisce la nascita
dell'estetica come disciplina autonoma e promuove una rivisitazione razionalistica della classicità, sentita però
come un'epoca ormai irrecuperabile se non a livello ideale. Da questa consapevolezza della distanza storica dal
mondo antico nasce il Neoclassicismo della seconda metà del Settecento, orientato verso la ricerca di forme
armoniche e perfette. Questo nuovo sentimento è alimentato sia dalle scoperte archeologiche di Ercolano e
Pompei, iniziate nel 1738, sia dall'opera dello studioso tedesco Johann Joachim Winckelmann, che dal 1755
risiede in Italia per esaminarne il patrimonio antico. Sotto la definizione di Neoclassicismo si raccolgono
produzioni tra loro molto diverse. In Germania, negli anni Settanta e Ottanta, alle tendenze neoclassiche si
affianca il movimento dello Sturm und Drang, che sostiene il rifiuto dei canoni configurandosi come una forma di
protoromanticismo; lo stesso Johann Wolfgang Goethe, inizialmente legato a questa corrente, diventerà uno dei
massimi interpreti dell'ideale classico nella modernità. Alla fine del secolo si giunge così a una forte
polarizzazione tra forme tradizionali-neoclassiche e istanze innovative-romantiche, destinata a sfociare
nell'Ottocento in un totale rivolgimento della tradizione anche a causa della Rivoluzione francese del 1789. Sul
piano politico ed economico il Settecento è segnato dal declino della potenza spagnola, dalle lotte per l'egemonia
europea tra Francia, Austria, Inghilterra, Prussia e Russia, e dall'avvio della Rivoluzione industriale in Inghilterra.
La Rivoluzione francese del 1789 segna la nascita della società moderna: viene riconosciuta l'uguaglianza degli
uomini e si compie il passaggio ideale da "suddito" a "cittadino". Dal punto di vista filosofico il secolo vede la
nascita delle scienze umane, favorita dai viaggi transoceanici e dal contatto con i popoli primitivi, e l'affermazione
della divisione dei poteri negli Stati moderni. La circolazione delle idee è sostenuta da nuovi luoghi d'incontro
pubblici, dai club e dalla stampa periodica. Il mondo intellettuale è guidato dai princìpi del cosmopolitismo e
dall'appartenenza a un'universale "Repubblica delle lettere"; compare la figura del letterato moderno che vive
del proprio lavoro, sebbene non si sia ancora consumata la frattura tra sapere umanistico e sapere scientifico. In
Italia, nonostante la frammentazione politica, gli intellettuali formano una società culturalmente omogenea,
collegata da rapidi scambi epistolari e giornalistici. In questo quadro l'estetica neoclassica individua nel "Bello" il
proprio concetto chiave. Secondo la teorizzazione di Winckelmann l'arte non deve riprodurre la natura così
com'è, ma rappresentare il "bello ideale", i cui tratti si trovano dispersi nella realtà. Tale traguardo si raggiunge
solo elevandosi dal tormento delle passioni verso la grazia e la contemplazione pura, un perfetto equilibrio che
storicamente fu proprio della civiltà greca classica, assunta a modello d'imitazione. La ricerca del bello ideale
assume per l'uomo moderno un profondo valore etico ed educativo, configurandosi come lo strumento per
risanare la scissione interiore e riacquistare la pienezza della propria identità.

LE STRUTTURE ECONOMICHE E LE POLITICHE CULTURALI→ Il Settecento è caratterizzato da una rilevante


espansione economica e demografica, che vede la popolazione europea passare da 114 a 180 milioni di abitanti,
con un incremento concentrato soprattutto nei paesi del Nord Europa. L'agricoltura permane il motore trainante
dell'economia e registra un forte aumento della produzione, sostenuto sia dalla diffusione di colture americane
come il mais e la patata, sia dall'introduzione di un'agricoltura di stampo capitalistico in aree delimitate quali
l'Olanda, l'Inghilterra e la Pianura Padana; sul piano sociale, tuttavia, la grande proprietà signorile conserva la sua
predominanza. Nella seconda metà del secolo, il settore manifatturiero subisce una radicale trasformazione con
l'avvio in Inghilterra della Rivoluzione industriale. Questo fenomeno, inaugurato nel comparto tessile, consiste
nell'introduzione di nuovi macchinari capaci di aumentare la produttività e abbattere i costi, e trova il proprio
simbolo nella macchina a vapore, che garantisce una fonte di energia costante rispetto alle tradizionali forze
umane, animali, idriche o eoliche. Questi mutamenti strutturali avviano lo sgretolamento dell'Ancien Régime,
espressione nata durante la Rivoluzione francese per definire l'antico sistema politico-sociale fondato sui diritti
feudali, i privilegi fiscali e le ineguaglianze di nascita. Il Settecento segna così l'inizio del passaggio irreversibile da
una società divisa in ordini a una società articolata in classi, contrassegnata dall'ascesa di nuovi ceti dediti al
commercio e alla manifattura. In corrispondenza con tali trasformazioni si realizza una profonda riorganizzazione
della conoscenza, che si emancipa dai tradizionali vincoli umanistici per orientarsi verso le scienze empiriche.
L'emblema di questa nuova visione è l'Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des
métiers, monumentale opera in 17 volumi diretta da Denis Diderot e Jean-Baptiste d'Alembert tra il 1751 e il
1772. Concepita come una sintesi universale del sapere attenta alle innovazioni tecniche, l'opera subisce la
censura ecclesiastica e politica negli ultimi volumi, che vengono stampati clandestinamente senza che ciò ne freni
la vastissima diffusione. Parallelamente, le istituzioni del sapere si rinnovano. Accanto alle università tradizionali,
si espandono le accademie scientifiche sorte nel Seicento — come la Royal Society di Londra e l'Académie Royale
des Sciences di Parigi —, le quali pubblicano periodicamente gli Atti delle proprie ricerche adottando
prevalentemente le lingue nazionali. La circolazione delle idee esce dalle corti per trovare spazio in luoghi
d'incontro spontanei come i caffè, i club, le biblioteche pubbliche e le logge massoniche, associazione segreta
nata in Inghilterra nel 1717. Lo strumento cardine per la nascita dell'opinione pubblica è costituito dai giornali e
dalle gazzette. Gli illuministi promuovono la diffusione del sapere attraverso fogli di opinione modellati sui
periodici inglesi di inizio secolo, come lo Spectator di Joseph Addison; tra i più celebri esempi europei si
distinguono la «Allgemeine Deutsche Bibliothek» in Germania e «Il Caffè» dei fratelli Pietro e Alessandro Verri in
Italia. Tra l'aristocrazia e l'alta borghesia si consolida inoltre la pratica del grand tour, il viaggio formativo
attraverso l'Europa che vede nell'Italia e nei suoi reperti archeologici una meta privilegiata, documentata
significativamente nel successivo Viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe. In questo rinnovato panorama
culturale, la figura dell'intellettuale acquisisce una progressiva autonomia socio-economica. Se nella prima metà
del Settecento prevale ancora il profilo dell'erudito, dedito alla ricerca filologica e alla sistemazione documentaria
della storia, nella seconda metà del secolo l'intellettuale si trasforma in divulgatore delle nuove idee scientifiche
e civili. Gli illuministi incarnano questa nuova funzione, ponendosi come interlocutori critici dei sovrani per
orientarne le politiche di riforma. A partire dagli anni Settanta, infine, emerge una tendenza più radicale,
rappresentata da intellettuali che contestano apertamente le istituzioni aristocratiche in nome di valori collettivi
popolari o di istanze di ribellione e di emancipazione individuale.

LE SCIENZE, LA TECNICA E LA FILOSOFIA→ Sul piano della tecnica, il Settecento è segnato dalla Rivoluzione
industriale, che prende avvio in Inghilterra nella seconda metà del secolo. A innescare questo epocale
mutamento delle strutture produttive non sono le scoperte dei laboratori scientifici, bensì una serie di invenzioni
pratiche nate nelle botteghe per opera di artigiani e tessitori intenti a risolvere problemi concreti. L'introduzione
di tali innovazioni tecnologiche in un determinato settore genera un effetto a catena che spinge a perfezionare i
comparti contigui, determinando un vistoso incremento della velocità di produzione e l'abbattimento dei costi.
Parallelamente, l'intero sistema del sapere scientifico registra progressi fondamentali che avviano una transizione
verso una visione globale e razionalista della realtà, riducendo progressivamente lo spazio concesso alla
metafisica e alla religione. Lo studio dei fossili e l'osservazione dei fenomeni sismici e vulcanici incrinano la
secolare dottrina creazionista, che considerava la Terra immutabile sin dalle origini divine. Si fa strada l'idea che il
pianeta abbia subìto enormi sconvolgimenti e possieda un'età di gran lunga superiore a quella desumibile dal
racconto biblico, come teorizzato da Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, nella sua Histoire naturelle del 1749.
A questa concezione dinamica si contrappone l'approccio classificatorio dello svedese Carl von Linné (Linneo), il
quale nel suo Systema naturae del 1735 ordina razionalmente gli esseri viventi per generi e specie. Questo clima
affonda le radici nella "crisi della coscienza europea" sviluppatasi alla fine del Seicento, un periodo caratterizzato
dal crollo delle certezze dogmatiche sotto l'impulso del razionalismo cartesiano, della rivoluzione galileiana e del
libertinismo filosofico. Nel Settecento si consolida così una concezione meccanicistica dell'universo, in cui l'uomo,
privato della centralità teologica, si muove in un mondo regolato da leggi matematiche. Sul piano filosofico, a
partire dall'empirismo di John Locke si diffonde il sensismo, che individua nella percezione sensibile l'origine
profonda della conoscenza e delle idee. David Hume conduce tale dottrina alle sue tappe più avanzate,
affermando che ogni sapere si fonda sulle sensazioni e sulle loro relazioni intellettuali, mentre Étienne Bonnot de
Condillac ne offre un'efficace sintesi nel Trattato delle sensazioni del 1754. Il principale contributo del sensismo
alla ricerca illuminista risiede nell'adozione del metodo d'indagine induttivo, che prevale sulla deduzione astratta.
Il termine "Illuminismo", derivante dal francese lumières, definisce il programma di orientare ogni ambito del
pensiero e della vita civile mediante la luce della ragione, sconfiggendo i pregiudizi ereditati dal passato e
sottoponendo a dura revisione critica le epoche storiche precedenti, come il Medioevo, liquidato come un'età di
oscurantismo. Nel 1784, nel celebre saggio Che cosa è l'Illuminismo?, Immanuel Kant sintetizza lo spirito del
movimento indicando nell'emancipazione intellettuale l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità imputabile a se
stesso, ed elevando l'esortazione Sapere aude! a motto dell'intera epoca. In Italia i maggiori centri di diffusione
dell'Illuminismo sono Milano e Napoli. Nel capoluogo lombardo il conte Pietro Verri fonda l'Accademia dei Pugni,
un sodalizio intellettuale orientato ai temi di utilità sociale e al dibattito sulle novità culturali francesi. Insieme al
fratello Alessandro, Verri dà vita al periodico «Il Caffè» (1764-1766), che attraverso un linguaggio concreto e
dichiaratamente antipuristico affronta tematiche economiche, mediche e filosofiche, divenendo il principale
veicolo delle istanze riformistiche in Italia. Pietro Verri si distingue inoltre con le Meditazioni sull'economia
politica, organica difesa del liberismo, e con il filosofico Discorso sull'indole del piacere e del dolore, influenzato
dalle dottrine sensistiche. All'ambiente dell'Accademia dei Pugni appartiene anche Cesare Beccaria, autore del
celebre trattato Dei delitti e delle pene (1764). L'opera dimostra l'illegittimità e l'inutilità della tortura e della pena
di morte, ponendo l'utilità sociale e la prevenzione del reato a fondamento del sistema giudiziario. Il testo ottiene
l'ammirazione entusiastica degli illuministi francesi, tra cui Voltaire, e influenza direttamente la politica dei
sovrani europei, ispirando nel 1786 l'abolizione della pena di morte nella Toscana di Pietro Leopoldo. A Napoli il
caposcuola del movimento è Antonio Genovesi, titolare della prima cattedra universitaria di Economia. Nelle sue
Lezioni di commercio (1765-1767), Genovesi formula proposte per il rinnovamento in senso antifeudale
dell'economia meridionale, criticando i ceti parassitari — nobiltà, clero e latifondisti — e sostenendo, in polemica
con Rousseau, il valore del progresso scientifico e artistico per la felicità umana. Al medesimo contesto
appartiene l'abate Ferdinando Galiani, autore del trattato Della moneta (1751) e dei Dialogues sur le commerce
des blés, scritti in cui contesta i princìpi della dottrina economica fisiocratica sulla libera circolazione dei grani. La
successiva generazione di intellettuali napoletani annovera Giuseppe Maria Galanti, autore di indagini storico-
geografiche, e Gaetano Filangieri, che nella Scienza della legislazione (1780) invoca riforme antifeudali e
l'introduzione dell'istruzione obbligatoria. Francesco Mario Pagano, nei Saggi politici, applica invece il metodo
storico di Giambattista Vico all'analisi dello sviluppo e della decadenza degli Stati, trasformandolo in uno
strumento di critica sociale. Questa stagione riformistica culmina drammaticamente nella Rivoluzione napoletana
del 1799, la cui repressione porta alla condanna a morte di molti suoi protagonisti, tra cui lo stesso Pagano.
L'eredità di quell'esperienza viene raccolta da Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del
1799 (1801), un'analisi critica che individua la causa del fallimento repubblicano nell'incapacità dei rivoluzionari
di coinvolgere le classi popolari. Cuoco, autore anche del romanzo allegorico-politico Platone in Italia, ricoprirà
successivamente ruoli di rilievo nell'amministrazione napoleonica, collaborando al «Giornale italiano» a Milano e
operando come funzionario nella Napoli governata dai francesi.

LE ARTI E L’ESTETICA→ Il Settecento segna la nascita dell'estetica come disciplina autonoma e specifica della
filosofia, interamente dedicata allo studio del bello e dell'arte. Il termine viene introdotto a metà del secolo con
la pubblicazione dell'Aesthetica di Alexander Gottlieb Baumgarten, ma la disciplina trova la sua prima e
fondamentale sistemazione teorica nella Critica del giudizio di Immanuel Kant, pubblicata nel 1790. In
quest'opera, Kant definisce la natura del giudizio estetico, sancendone la dimensione soggettiva ma, al tempo
stesso, la validità universale e non arbitraria. Accanto alla categoria del bello, il dibattito teorico del secolo viene
profondamente rinnovato dalla riflessione sul concetto di "sublime", introdotta dall'irlandese Edmund Burke nel
trattato Ricerca sull'origine delle nostre idee del sublime e del bello del 1756. Burke definisce il sublime come
l'emozione più intensa che l'animo umano sia capace di avvertire, operando una netta distinzione rispetto al
bello tradizionale: mentre quest'ultimo si fonda sul piacere, sulla misura e sulla proporzione, il sublime scaturisce
dal dolore, dal senso del pericolo, dalla dismisura e dall'infinito. Questa opposizione concettuale, nata
storicamente dalla reinterpretazione di un antico trattato di epoca romana, diventa uno dei nuclei centrali
dell'estetica settecentesca. L'idea di un sublime legato alla commozione e all'inquietudine offre legittimazione
teorica a un intero filone della letteratura europea fondato sull'esaltazione del sentimento, che culminerà alla
fine del secolo nelle tesi di Friedrich Schiller, il quale assegnerà al sentimento del sublime una funzione etica
centrale nel processo di educazione estetica dell'umanità.

IL ROCOCO’→ Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, le arti figurative sono dominate dall'affermazione
del gusto Rococò. Il termine ha origine in Francia come alterazione ironica della parola rocaille — termine che
indicava un tipo di decorazione d'interni basata sull'uso di pietruzze e conchiglie — e viene inizialmente
impiegato per descrivere l'arte decorativa allora in voga. Nel corso dell'Ottocento, la categoria critica del Rococò
si estende per definire uno stile artistico organico, in cui gli elementi dell'ultima fase del Barocco vengono
rielaborati e fusi con forme ornamentali preziose, derivate da un ideale classicista improntato alla grazia e alla
leggerezza. Il massimo esponente di questo movimento in Francia è il pittore Jean-Antoine Watteau, celebre per
le sue scene galanti spesso calate in suggestivi contesti idillico-bucolici. La sua produzione esprime un'eleganza
raffinata che risponde pienamente alla sensibilità della prima metà del Settecento, un'epoca che rifiuta i forti
contrasti e i toni drammatici del Barocco per prediligere la delicatezza e la compostezza delle forme, talvolta
spinta fino al limite del lezioso. Il Rococò si caratterizza per l'esaltazione del dettaglio prezioso e della miniatura,
trovando i suoi esiti più alti e significativi non nelle grandi opere monumentali, ma nell'ambito degli oggetti
d'arredo, dell'artigianato artistico e dei soprammobili, come nel caso delle celebri manifatture di porcellana di
Sèvres. Sviluppatosi originariamente all'interno della corte francese, questo orientamento estetico si diffonde
rapidamente tra i ceti più facoltosi della borghesia parigina e, successivamente, nelle principali corti d'Europa. Il
Rococò si configura in questo modo come un fenomeno autenticamente europeo, la cui cifra stilistica fondata
sulla piacevolezza formale e sul disimpegno si riflette anche in ambito musicale, dove prende il nome di "arte
galante".

IL NEOCLASSICISMO→ A partire dagli anni Sessanta del Settecento si diffonde in Europa un nuovo movimento
intellettuale basato sulla riscoperta dell'arte classica greca, che si pone in netto contrasto con la frivola vanità del
Rococò: il Neoclassicismo. Sulla scorta degli ideali illuministici, l'antica Grecia viene vagheggiata non solo come
esempio estetico per le arti, ma come un vero e proprio modello di civiltà libera e armoniosa, in cui l'uomo aveva
potuto sviluppare le proprie facoltà in perfetto accordo con le leggi della natura. Dall'ambito propriamente
figurativo, questo orientamento si estende presto alla produzione letteraria, arrivando a informare l'intera
cultura europea di fine secolo. I principali teorici del movimento sono il pittore boemo Anton Raphael Mengs,
noto per le sue Riflessioni sulla bellezza e sul gusto della pittura, e il prussiano Johann Joachim Winckelmann.
Quest'ultimo, trasferitosi in Italia nel 1755, formula i princìpi cardine della nuova estetica nei Pensieri
sull'imitazione delle opere greche e nella Storia dell'arte dell'antichità. Winckelmann propugna la necessità di
imitare i capolavori greci, nei quali riconosce i caratteri della «nobile semplicità» e della «quieta grandezza», sia
nella postura sia nell'espressione delle figure. Per lo studioso, l'arte classica è come la profondità del mare, che
resta immobile e serena anche quando la superficie è agitata dalla tempesta: l'espressione delle statue greche,
sebbene scossa dalle passioni o da atroci sofferenze — come nel celebre gruppo ellenistico del Laocoonte —,
mostra sempre un'anima grande, posata e superiore ai turbamenti contingenti. Nelle sculture antiche si realizza
così la bellezza suprema, intesa come sintesi ideale degli elementi migliori che in natura si trovano isolati o
dispersi. Attraverso la raffigurazione di dèi ed eroi, gli artisti neoclassici si riappropriano delle virtù del mondo
antico per trasporle nella modernità; l'esperienza del bello artistico acquista in questo modo una profonda
valenza educativa, capace di ricomporre le scissioni e le disarmonie dell'uomo moderno. In Italia, tra i maggiori
sostenitori e divulgatori del Neoclassicismo figurano l'archeologo Ennio Quirino Visconti, conservatore del Louvre
sotto l'impero napoleonico, e Leopoldo Cicognara, autore del trattato Del bello e di un'organica Storia della
scultura. Nella seconda metà del Settecento, i centri propulsori del movimento sono la Roma dei papi Clemente
XIII, Clemente XIV e Pio VI — meta imprescindibile per i viaggiatori e gli artisti dell'epoca — e la Napoli illuminata,
dove il nascente gusto per l'antico è potentemente alimentato dagli scavi archeologici di Ercolano, Pompei e
Paestum. La pubblicazione delle Antichità di Ercolano esposte, promossa dall'Accademia Ercolanese, e le incisioni
delle Antichità romane di Giovan Battista Piranesi costituiscono i principali strumenti di diffusione del fascino per
le rovine e per i monumenti classici. All'inizio dell'Ottocento, il baricentro culturale del movimento si sposta a
Milano, divenuta capitale del Regno d'Italia napoleonico, grazie all'opera di pittori come Giuseppe Bossi e Andrea
Appiani, quest'ultimo celebre per i ritratti e le allegorie celebrative dell'entourage di Bonaparte. Il massimo
interprete e l'emblema stesso del Neoclassicismo resta lo scultore Antonio Canova. Formatesi a Roma attraverso
lo studio diretto della statuaria antica e dei testi di Winckelmann e Mengs, Canova realizza capolavori giovanili di
soggetto mitologico come il Teseo, Amore e Psiche e l'Adone che si congeda da Venere. Durante l'età
napoleonica, l'artista traduce il culto del bonapartismo in forme di straordinaria purezza lineare e grazia nei
movimenti, come documenta la Venere italica del 1812. In quest'opera, commissionata originariamente come
copia della celebre Venere Medici, Canova reinterpreta liberamente il modello classico raffigurando la dea
appena uscita dal bagno, colta in un movimento leggiadro mentre tenta di coprirsi le nudità con un velo. Identico
successo e ammirazione universale riscuote il gruppo scultoreo delle Tre Grazie, divinità presieditrici del bello e
delle arti, colte abbracciate in cerchio; il complesso canoviano diventerà uno dei soggetti più celebrati della
sensibilità neoclassica, ispirando direttamente la produzione di poeti come Ugo Foscolo e George Byron. Esaltato
dai contemporanei come la perfetta reincarnazione dello spirito artistico degli antichi, Canova ottenne una fama
eccezionale in tutte le corti d'Europa, segnando in modo indelebile l'intera produzione artistica della sua epoca.

LA MUSICA, IL MELODRAMMA→ In campo musicale, il Settecento segna il trionfo assoluto del melodramma — o
opera in musica — di stile italiano, che giunge a conquistare tutte le corti d'Europa. Sorto a Firenze alla fine del
Cinquecento con l'intento di resuscitare la perfetta fusione tra poesia e musica tipica della tragedia greca, il
melodramma aveva progressivamente acquisito, durante l'età barocca, una fastosità scenica esasperata, mirata a
colpire lo spettatore attraverso spettacolari macchinari ed effetti speciali. All'inizio del Settecento, questo genere
si trovava interamente nelle mani dei cantanti: gli interpreti utilizzavano le arie soliste come puri pretesti per
esibire il proprio virtuosismo vocale, imponendo le proprie esigenze personali ai compositori e disinteressandosi
completamente sia della verosimiglianza drammatica della recitazione, sia dell'organicità complessiva della
struttura musicale. Un primo e significativo mutamento si realizza grazie all'opera di letterati come Apostolo Zeno
e, soprattutto, Pietro Metastasio. I loro libretti d'opera restituiscono dignità letteraria al testo, conferendo
all'azione drammatica una maggiore unitarietà e coerenza interna, e sottraendo finalmente la parola scritta alle
arbitrarie manipolazioni di musicisti e cantanti. La vera svolta radicale si compie tuttavia a metà del secolo con la
riforma intrapresa dal compositore tedesco Christoph Willibald Gluck e dal librettista livornese Ranieri de'
Calzabigi. In perfetta sintonia con il nascente gusto neoclassico, essi propugnano un ideale di classica
compostezza, che si traduce nell'abolizione degli eccessi del virtuosismo vocale e in una rigorosa aderenza della
musica alle esigenze del testo teatrale. Attraverso capolavori come Orfeo ed Euridice, Alceste e Paride ed Elena,
Gluck impone un modello alternativo all'opera del tempo, anteponendo i princìpi razionalistici di verosimiglianza
psicologica e drammatica alle convenzioni del bel canto e alle scenografie ad effetto. Nonostante questa
profonda revisione teorica, il melodramma italiano manterrà intatta la sua centralità grazie alla produzione di
Wolfgang Amadeus Mozart, il quale si avvarrà della fondamentale collaborazione del librettista italiano Lorenzo
Da Ponte per la trilogia composta da Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte, prima che la grande
stagione operistica settecentesca si raccordi con la futura sensibilità romantica attraverso l'opera di Gioachino
Rossini. Accanto all'evoluzione del genere serio, il Settecento musicale è contrassegnato dall'apporto di grandi
compositori che ne fissano i caratteri tecnici ed espressivi. Alessandro Scarlatti stabilisce all'inizio del secolo i
canoni strutturali che domineranno la produzione melodrammatica per generazioni, seguito da compositori
prolifici come Nicola Antonio Porpora, celebre intonatore dei testi metastasiani. In questo panorama occupa un
ruolo di rilievo la breve ma intensa parabola di Giovan Battista Pergolesi. Accanto al capolavoro sacro dello Stabat
Mater, Pergolesi compone La serva padrona, un'opera che segna la transizione decisiva dal semplice intermezzo
comico alla nascita dell'opera buffa. A differenza dell'opera seria, questo nuovo genere si caratterizza per una
spiccata libertà nelle forme musicali e per l'introduzione di contenuti tratti dalla vita quotidiana delle classi
borghesi e popolari. L'opera buffa riscuote un successo immediato in tutta Europa, trovando accesi sostenitori
persino nella Francia dei philosophes illuministi e mantenendosi vitale per tutto il secolo grazie alle partiture di
Giovanni Paisiello e di Domenico Cimarosa, quest'ultimo autore del celebre Il matrimonio segreto, rappresentato
con enorme fortuna a Vienna nel 1792.
RAPPORTI FRA LETT. EUROPEE E QUELLA ITALIANA→ Nella produzione lirica europea del XVIII secolo si
riconoscono chiaramente i due momenti culturali che strutturano l'intero secolo: la prima metà è dominata dal
gusto Rococò, caratterizzato da versi di raffinata arguzia e levità, mentre a partire dagli anni Sessanta si impone
l'estetica Neoclassica, strettamente connessa alle istanze razionalistiche dell'Illuminismo. Questo passaggio non
esclude contaminazioni, poiché il Rococò continua a fornire immagini e motivi agli stessi autori neoclassici.
Parallelamente, soprattutto in Inghilterra e in Germania, si sviluppano tendenze estranee al razionalismo capaci
di liberare la fantasia e l'esaltazione del sentimento, configurandosi come espressioni protoromantiche. Tra la
fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento si giunge così a un aperto conflitto di poetiche, destinato a decretare il
declino del modello classico a favore del nuovo immaginario romantico e moderno. In Inghilterra, la prima metà
del secolo è dominata dalla figura di Alexander Pope, massimo esponente del Rococò all'interno del cosiddetto
"classicismo augusteo". Il suo poemetto Il riccio rapito del 1712 ottiene una vastissima risonanza europea;
tradotto in endecasillabi sciolti dall'italiano Antonio Conti nel 1751, eserciterà un'influenza diretta sulla stesura
del Giorno di Giuseppe Parini. Di analogo rilievo sono le sue traduzioni dell'Iliade e dell'Odissea, che riadattano
l'epica omerica alle raffinatezze formali del tempo, offrendo un modello per le successive versioni europee, tra le
quali spicca l'Iliade di Melchiorre Cesarotti. A partire dai primi anni Sessanta si diffonde in territorio britannico un
nuovo indirizzo poetico orientato verso il gusto per il "primitivo". Lo scozzese James Macpherson pubblica i Canti
di Ossian, presentandoli come libere versioni di antichi testi gaelici attribuiti a un leggendario guerriero del III
secolo d.C., ma introducendovi in realtà ampie interpolazioni personali. Nonostante i dubbi sull'autenticità dei
manoscritti, l'opera riscuote un successo straordinario, consacrato in Italia dalla celebre traduzione condotta da
Melchiorre Cesarotti tra il 1763 e il 1772. Le atmosfere malinconiche, notturne e tempestose dei canti
impongono la figura di Ossian come un "Omero moderno", espressione spontanea del genio popolare. Ad
affiancare questo filone si colloca la poesia sepolcrale britannica, incentrata sulla contemplazione della morte e
della natura, i cui testi più celebri sono i Pensieri notturni di Edward Young e l'Elegia scritta in una chiesa di
campagna di Thomas Gray (1750). Questo genere cimiteriale godrà di immensa fortuna tra Settecento e
Ottocento, segnando profondamente la lirica italiana fino a Ugo Foscolo. In Francia la prima metà del secolo resta
legata alla precettistica classicista secentesca di Nicolas Boileau, senza tuttavia raggiungere esiti di particolare
originalità, che rimangono invece appannaggio delle arti decorative Rococò. Un autentico rinnovamento della
lirica si compie soltanto negli anni della Rivoluzione con il Neoclassicismo di André Chénier. Morto sulla
ghigliottina durante il periodo del Terrore, Chénier interpreta l'impegno letterario come una rigorosa missione
civile e condensa la propria visione estetica nella formula di «fare versi antichi su pensieri nuovi», dichiarazione
assunta a manifesto dello stesso Neoclassicismo europeo. Il fenomeno più rilevante della cultura tedesca del
secondo Settecento è rappresentato dallo Sturm und Drang ("Tempesta e impeto"), movimento fiorito tra il 1770
e il 1785. Sulla scorta delle riflessioni teoriche di Johann Gottfried Herder, questa corrente si oppone al
razionalismo illuminista rivendicando l'istintività, il genio individuale e le forze della natura, intesa come tramite
tra l'uomo e il divino. I suoi massimi esponenti sono i giovani Friedrich Schiller e Johann Wolfgang Goethe.
L'ispirazione poetica non risiede più nella stilizzazione del patrimonio mitologico classico, ma nel sentimento del
singolo di fronte alle manifestazioni sublimi del creato. I protagonisti delle opere storiche e teatrali dello Sturm
und Drang assumono tratti eroici e titanici, ingaggiando una ribellione disperata contro i limiti del buon senso
borghese o contro l'oppressione del potere politico. Successivamente, durante la stagione del "classicismo di
Weimar", Schiller e Goethe maturano il passaggio a un classicismo maturo e filosofico, volto a ricomporre la
frattura tra l'io e il mondo contemporaneo. Nelle Lettere sull'educazione estetica dell'uomo (1795), Schiller
individua nell'esperienza dell'arte l'unica via per la conquista della libertà interiore, orientamento espresso anche
nelle sue poesie filosofiche Gli dei della Grecia e Gli artisti. Questo classicismo di forte impianto estetico si
intreccerà infine con l'inquietudine e le contraddizioni della modernità, raggiungendo i suoi esiti più alti e
complessi nella produzione lirica di Friedrich Hölderlin, come documentato nel celebre Canto del destino di
Iperione.

LA NARRATIVA→ Nel corso del Settecento nasce in Europa un nuovo modello di romanzo, che si afferma come il
genere letterario più idoneo a rappresentare i valori e le dinamiche della nascente società borghese. I
protagonisti di queste narrazioni appartengono ai ceti sociali emergenti e ne riflettono, in modo più o meno
diretto, l'ideologia. La culla di questa evoluzione è l'Inghilterra, il paese investito dal maggiore sviluppo
commerciale e industriale. La cifra distintiva del romanzo settecentesco risiede nell'adozione di un realismo
fortemente attento ai dettagli concreti e quotidiani, pur mantenendo legami con il romanzo d'avventura e con la
cronaca giornalistica dei casi singolari. Il primo interprete di questo filone è Daniel Defoe, il quale nel Robinson
Crusoe del 1719 traspone letterariamente i valori di operosità, tenacia e ingegno tipici della borghesia
protocapitalistica. La vicenda del marinaio che ricostruisce interamente il proprio habitat su un'isola deserta
assurge a paradigma dell'uomo borghese; al contempo, il suo legame con il selvaggio Venerdì è stato letto dalla
critica come un'efficace allegoria del colonialismo europeo, sospeso tra civilizzazione e sfruttamento. La prosa di
Defoe, lineare e quasi giornalistica, esclude l'elemento fantastico a favore del dato avventuroso, stilemi
riscontrabili anche nel successivo Moll Flanders del 1722. Su un versante più marcatamente didascalico ed
edificante si colloca la produzione di Samuel Richardson, iniziatore della grande fortuna europea del romanzo
epistolare. Con Pamela o la virtù ricompensata (1741) e con Clarissa (1748), Richardson analizza i tormenti della
virtù perseguitata che trova il proprio riscatto sociale o ultraterreno. Un quadro realistico dei costumi del tempo,
memore della tradizione picaresca, è offerto invece dal Tom Jones di Henry Fielding (1749), opera celebrata per
l'abilità della costruzione narrativa e la varietà dei personaggi. Un caso isolato e radicale è rappresentato da
Laurence Sterne, autore della Vita e opinioni di Tristram Shandy e del Viaggio sentimentale (tradotto in italiano
da Ugo Foscolo). Sterne scardina i presupposti del realismo di Defoe: la sua scrittura procede per libere
associazioni di idee e continue digressioni che distruggono la linearità della trama, trasformando il romanzo in
una complessa riflessione metanarrativa sulle modalità stesse dello scrivere. In Francia, l'affermazione della
cultura dei philosophes determina la nascita del conte philosophique (il racconto filosofico). Inaugurato
parzialmente da Montesquieu nelle Lettere persiane (1721) per sottoporre a satira i costumi occidentali
attraverso lo sguardo di due viaggiatori orientali, il genere trova il suo massimo interprete in Voltaire. I suoi sono
racconti "a tesi" — come Zadig, Micromega e L'Ingenuo — in cui un problema morale o civile viene sviscerato
con tagliente ironia. Il capolavoro del genere è Candido (1759), scritto all'indomani del terremoto di Lisbona del
1755 per confutare l'ottimismo metafisico della filosofia di Leibniz, dimostrando l'irragionevolezza dell'idea che
l'uomo viva nel migliore dei mondi possibili. Sempre in ambito francese, Jean-Jacques Rousseau ottiene un
clamoroso successo europeo con il romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa (1761), caratterizzato da un
profondo lirismo e da una rappresentazione della natura filtrata dalla sensibilità del soggetto. Il nome di
Rousseau resta tuttavia legato soprattutto alle Confessioni, pubblicate postume. Quest'opera si configura come il
primo esempio di autobiografia moderna, mossa dal rivoluzionario intento di mettere a nudo l'interezza della vita
dell'autore, inclusi i lati meno nobili, accordando uno spazio inedito alla memoria e all'intimità. Questo modello
di confessione integrale influenzerà profondamente la successiva stagione romantica, segnando un netto distacco
dalla compostezza richiesta dai canoni classicisti. In area tedesca, la narrativa trova il suo sviluppo più
significativo all'interno dello Sturm und Drang con I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe
(1774). Il romanzo, di impianto epistolare, mette in scena il conflitto insanabile tra l'animo passionale del
protagonista e la realtà meschina e convenzionale della società borghese, un trauma che condurrà Werther al
suicidio per l'amore impossibile verso Lotte. L'opera riscosse un successo travolgente in tutta Europa, diventando
il modello primario delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Alla fine del secolo, Goethe ritorna al
genere narrativo con Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister (1796), testo capostipite del Bildungsroman (il
romanzo di formazione). L'opera descrive il percorso di maturazione di un giovane borghese che abbandona
inizialmente il proprio stato per inseguire la vocazione teatrale, per poi reinserirsi consapevolmente nella realtà
sociale, segnando il passaggio dagli astratti ideali giovanili alla concretezza dell'età adulta; a questo testo
seguiranno, nel 1829, Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister, incentrati sui temi dell'educazione.

PRIMO SETTECENTO E L’ACCADEMIA DELL’ARCADIA→ L'evento centrale nella storia letteraria italiana del primo
Settecento è la fondazione dell'Accademia dell'Arcadia, avvenuta a Roma nel 1690. Questo sodalizio segna una
netta svolta programmatica e un profondo rinnovamento del gusto, ponendosi in aperta reazione contro gli
eccessi stilistici del Barocco e contro il marinismo. La riforma propugnata dall'Arcadia si esprime nel recupero di
un linguaggio poetico improntato all'eleganza, alla linearità e alla semplicità degli antichi greci e latini, ma
individua i propri modelli di riferimento classici soprattutto nella tradizione nazionale di Francesco Petrarca e
Giovanni Della Casa. Il sostrato teorico di questa svolta culturale è di matrice razionalistica e cartesiana,
alimentato dal contributo di giuristi, filosofi e scienziati aperti al confronto con il panorama europeo
contemporaneo. Nel Meridione, un ruolo analogo di svecchiamento è svolto dall'Accademia napoletana degli
Investiganti, promotrice della scienza galileiana e dell'emancipazione dal principio di autorità; in area veneta,
invece, la figura dell'abate Antonio Conti si distingue per la diffusione di una cultura filosofico-scientifica
aggiornata attraverso contatti diretti con Newton e Leibniz, orientata verso istanze meccanicistiche e
rigorosamente antimetafisiche. Questo clima di rinnovamento si accompagna a una fervida attività esegetica e
storiografica nei confronti della tradizione letteraria italiana. Nel trattato Della ragion poetica del 1708, Gian
Vincenzo Gravina muove dallo studio della mitologia classica, intesa come veicolo di una profonda sapienza
originaria, per porre l'imitazione degli antichi a fondamento della nuova poesia. All'interno di questa visione si
compie il fondamentale recupero critico di Dante Alighieri, la cui grandezza viene pienamente riconosciuta dopo
la svalutazione secentesca: Gravina attribuisce al poeta fiorentino una funzione fondatrice per la lingua volgare
analoga a quella esercitata da Omero per la civiltà greca. Sul versante della difesa della cultura nazionale si
colloca il trattato Della perfetta poesia italiana (1706) di Ludovico Antonio Muratori. Scritta in replica alle tesi del
francese Dominique Bouhours, che aveva accusato la tradizione poetica italiana di vuoto formalismo retorico
arrivando a censurare Torquato Tasso, l'opera di Muratori rivendica la funzione civile ed educativa della poesia.
Egli pone l'imitazione del vero alla base dell'ispirazione e il razionalismo a fondamento del giudizio estetico,
riconoscendo tuttavia alla fantasia il ruolo legittimo di fornire le immagini necessarie alla rappresentazione del
verosimile. L'Arcadia esercita una fondamentale funzione unificante sul ceto intellettuale della penisola, che per
la prima volta si riconosce in un programma comune di valorizzazione della tradizione letteraria nazionale. Il
gusto per una lirica classicista d'ambientazione pastorale e bucolica domina i primi decenni del secolo, e la
produzione italiana torna a essere fortemente apprezzata nelle grandi capitali straniere. Emblematica è la
parabola di Pietro Metastasio, chiamato a Vienna come poeta cesareo; i suoi libretti d'opera impongono il
melodramma italiano in tutta Europa, decretando l'ultima grande stagione di egemonia culturale della nostra
letteratura. L'Arcadia si configura per generazioni come la palestra tecnica imprescindibile per ogni letterato
all'inizio del proprio apprendistato, compresi coloro che in seguito se ne distanzieranno. Tuttavia, la sua
progressiva riduzione a poesia d'occasione e d'omaggio ne determina l'inaridimento, riducendola a forme
ripetitive e stilizzate nei contenuti. Nella seconda metà del secolo, l'avvento della filosofia dei Lumi avvia un
radicale mutamento dei contenuti poetici, che si aprono ai temi della pubblica utilità, della critica sociale e
dell'impegno civile. Si afferma la figura dell'intellettuale moderno, intenzionato a intervenire direttamente sulla
realtà politica del proprio tempo. Il frutto più maturo di questa stagione si riscontra nell'opera di Giuseppe Parini,
in cui il classicismo di matrice arcadica viene temprato e rinnovato dalle istanze civili dell'Illuminismo,
traducendosi in una dura satira contro i costumi e i privilegi di una nobiltà parassitaria. In campo teatrale, la
riforma di Carlo Goldoni attua il passaggio dalla rigida convenzione della Commedia dell'Arte alla nuova
commedia borghese, caratterizzata dal realismo e dall'approfondimento psicologico dei personaggi. Un analogo
successo istituzionale non si registra nella tragedia, nonostante il teso sperimentalismo intrapreso da Vittorio
Alfieri, né nel genere del romanzo borghese, che in Italia non raggiunge i vertici qualitativi toccati dai modelli
inglesi e francesi. Il Settecento letterario è contrassegnato anche da una profonda evoluzione linguistica, legata
alla penetrazione del francese come nuova lingua della comunicazione internazionale in sostituzione del latino. I
contatti con i centri culturali europei si intensificano grazie ai resoconti di viaggio e alle traduzioni, sostenuti dallo
sviluppo della stampa periodica e della pubblicistica critica. In questo contesto, l'Illuminismo italiano offre
contributi di rilievo europeo nel campo del diritto con la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri e il
trattato Dei delitti e delle penas di Cesare Beccaria. Parallelamente, l'alacre ricerca documentaria degli eruditi
storici pone le basi per la nascita della prima storiografia letteraria nazionale. Negli ultimi decenni del secolo, la
diffusione della sensibilità neoclassica conferisce un significato nuovo al rapporto con l'antico, offrendo il quadro
estetico entro cui si svilupperà la letteratura dell'età rivoluzionaria e napoleonica. Sulla scorta delle teorizzazioni
di Winckelmann, l'antica Grecia viene assunta a modello ideale di perfezione formale e di bellezza assoluta,
favorita storicamente da condizioni di libertà civile e di pensiero. Il bello neoclassico si contrappone alla frivolezza
dell'estetica rococò per farsi ideale etico e politico, strettamente conforme al vero, alla natura e alla ragione. I
miti greci, come quello delle Grazie intese come divinità civilizzatrici, diventano gli strumenti ideali per esprimere
e comporre le inquietudini della modernità. La figura di Ugo Foscolo incarna l'interezza di questa parabola storica
e culturale, fondendo gli spunti più avanzati del pensiero europeo con la specificità della tradizione letteraria
italiana. La poesia sperimenta così toni solenni e di grande respiro, individuando nell'endecasillabo sciolto lo
strumento metrico d'elezione, capace di restituire la fluidità discorsiva e la maestosità dell'antico esametro
classico in sostituzione della brevità strofica dell'età arcadica.
LA POESIA→ La prima metà del secolo è dominata dalla poesia di gusto arcadico, caratterizzata da
un'ambientazione pastorale e volta a celebrare, attraverso versi eleganti e cantabili, le ricorrenze e gli eventi che
coinvolgono la ristretta cerchia degli accademici. La produzione pastorale e celebrativa non esaurisce tuttavia
l'intero panorama lirico del primo Settecento, che si apre a un'ampia gamma di esperienze e suggestioni culturali.
Si sviluppa, anzitutto, un consistente filone di poesia filosofica. A questa tendenza appartengono il poemetto in
endecasillabi sciolti Il globo di Venere (1732) del padovano Antonio Conti — testo che costituirà un importante
punto di riferimento per Ugo Foscolo nella stesura delle Grazie —, in cui il mito classico viene utilizzato per
esporre le recenti cognizioni astrofisiche di Isaac Newton, e il poemetto L'origine delle idee (1778) di Carlo
Gastone della Torre di Rezzonico, espressamente dedicato alla filosofia sensista di Condillac. Parallelamente,
prosegue la sua fortuna la poesia didascalica di matrice cinquecentesca, che traduce in versi l'interesse del secolo
per i progressi scientifici nell'ambito delle tecniche e dell'agricoltura — come documenta la Coltivazione del riso
(1758) di Giambattista Spolverini — e che troverà il suo esito più alto e significativo nell'opera di Giuseppe Parini.
Nell'ultimo trentennio del Settecento, in stretta connessione con il movimento artistico del Neoclassicismo, la
poesia italiana sperimenta un rinnovato rapporto con l'antico, assunto come modello ideale di bellezza e di virtù
etica in grado di offrire miti dal valore universale. Tra i poeti che aderiscono a questa sensibilità si distingue
Giovanni Fantoni, noto con il nome arcadico di Labindo; profondo cultore della lirica di Orazio e impegnato in
prima persona negli eventi politici del triennio giacobino, Fantoni si fa interprete del cosiddetto "classicismo
rivoluzionario", dando voce in forme neoclassiche alle speranze e alle successive disillusioni di una generazione di
intellettuali colpita dalla normalizzazione napoleonica. Un Neoclassicismo più orientato verso le questioni formali
dell'immaginario poetico e la raffinatezza della versificazione contraddistingue invece la produzione di Vincenzo
Monti, la cui parabola lirica riflette i suoi frequenti mutamenti politici, da posizioni antirivoluzionarie a giacobine,
fino al ruolo di funzionario dell'impero napoleonico. I frutti più maturi della stagione neoclassica italiana si
riscontrano nella produzione dell'ultimo Parini — in particolare nella nuova poesia della Notte e nelle ultime Odi
— e nei carmi monumentali di Ugo Foscolo. A partire dagli anni Sessanta, infine, accanto alla produzione
neoclassica e spesso intrecciandosi con essa, si afferma un nuovo gusto poetico orientato verso le atmosfere
malinconiche e sentimentali, destinato a esercitare una profonda influenza sui decenni successivi.

LA POESIA ARCADICA→ La genesi dell'Accademia dell'Arcadia affonda le sue radici nel trasferimento a Roma,
avvenuto nel 1655, della regina Cristina di Svezia. Sotto la protezione papale, la sovrana ricostituì l'Accademia
Reale promuovendo una rinascita classicistica orientata all'imitazione delle età dorate di Augusto e di Leone X.
Alla morte della regina, nel 1689, l'attività del sodalizio si interruppe, ma l'eredità di quel clima culturale venne
raccolta il 5 ottobre 1690 da un gruppo di quattordici letterati che, riunitisi nei giardini di San Pietro in Montorio
sul Gianicolo, fondarono l'Accademia dell'Arcadia. Tra i promotori principali figuravano Giovan Mario
Crescimbeni, Gian Vincenzo Gravina e Giovan Battista Felice Zappi. Il nome dell'istituzione richiamava la regione
montuosa della Grecia assunta dal mito a culla della poesia pastorale; coerentemente, i membri dovevano
assumere uno pseudonimo bucolico seguito da un epiteto geografico indicante un territorio, reale o fittizio, su
cui esercitare una giurisdizione simbolica. Il luogo delle adunanze fu denominato "Bosco Parrasio", l'insegna
ufficiale fu la siringa di Pan e come protettore fu scelto Gesù Bambino. Gli associati adottarono il calendario greco
scandito dalle Olimpiadi e si sottoposero a un corpo di leggi redatte da Gravina in latino arcaico. Sotto la guida di
Crescimbeni, primo custode generale in carica fino al 1728, l'Arcadia si espanse capillarmente in tutta la penisola
attraverso la fondazione di numerose "colonie" satelliti. Tale rete istituzionale svolse una fondamentale funzione
di unificazione culturale, configurandosi come la prima accademia a carattere programmaticamente nazionale in
Italia. Ben presto, tuttavia, emersero insanabili contrasti ideologici tra le due anime fondatrici. Gravina, sostenuto
da una solida cultura filosofica, propugnava un classicismo rigoroso e intransigente che guardava ai modelli greci
e a Dante come strumenti di rinnovamento laico. Al contrario, Crescimbeni orientava l'accademia verso un
petrarchismo edulcorato, dominato dai princìpi del "buon gusto" e da una concezione disimpegnata, idillica ed
elegante della poesia. La frattura si consumò nel 1711 quando i sostenitori di Gravina, tra cui il poeta Paolo Rolli,
si scissero per fondare l'Accademia dei Quirini. Rimasto al comando dell'Arcadia romana, Crescimbeni ne
promosse la normalizzazione istituzionale attraverso un'intensa attività editoriale che portò alla pubblicazione di
antologie di rime, prose e biografie degli accademici illustri. Questa linea editoriale impresse al movimento una
direzione formale e convenzionale, gradita alle autorità ecclesiastiche poiché depurata dalle istanze
razionalistiche più avanzate e laiche. La produzione lirica arcadica si qualificò essenzialmente come poesia
d'occasione e di intrattenimento mondano, legata alla celebrazione di matrimoni, monacazioni, decessi o
incentrata sul galante corteggiamento amoroso. I testi, recitati durante le assemblee, erano concepiti per
l'unione inscindibile con la musica e il canto. La dimensione performativa si avvaleva di una scenografia stilizzata
che evocava la topica bucolica di boschi, prati e ruscelli, entro cui pastori e ninfe davano voce ai topoi della
gelosia, del rifiuto e della lontananza. L'Arcadia rivitalizzò così il genere della poesia pastorale italiana — che
vantava i modelli illustri di Jacopo Sannazaro e Battista Guarini — e reimpose l'egloga come struttura metrica
d'elezione. Accanto a essa, la forma più frequentata fu la canzonetta anacreontica, già reintrodotta nel Seicento
da Gabriello Chiabrera e caratterizzata da strofe brevi di settenari e ottonari dal ritmo fortemente marcato, la cui
straordinaria fortuna europea è testimoniata anche dalle memorie di Johann Wolfgang Goethe. All'interno della
prima stagione del movimento, ancora parzialmente legata alla sensibilità tematica del tardo Seicento, si distinse
il matematico e astronomo Eustachio Manfredi, animatore della colonia bolognese e autore di un petrarchismo
spirituale di rara misura. Il versante romano trovò invece il suo interprete più tipico in Giovan Battista Felice
Zappi, raffinato autore di sonetti anacreontici d'argomento galante, le cui opere apparvero postume nel 1723
insieme a quelle della consorte Faustina Maratti. Alla generazione successiva, formatasi alla severa scuola di
Gravina, appartennero Pietro Metastasio e Paolo Rolli. Quest'ultimo trascorse gran parte della sua esistenza in
Inghilterra, dove pubblicò nel 1717 una fortunata raccolta di Rime. La lirica di Rolli, definita da una spiccata vena
cantabile e da una grazia di stampo rococò, si applicò anche all'allestimento di libretti d'opera per compositori
del calibro di Georg Friedrich Händel e alla cura filologica di classici italiani precedentemente colpiti dalla
censura, come l'Ariosto minore, il Decameron e il De rerum natura di Lucrezio nella versione di Alessandro
Marchetti. Rolli intervenne inoltre nelle dispute estetiche continentali scrivendo in difesa dell'epica di Omero,
Dante, Tasso e Milton contro le riserve espresse da Voltaire. Un rilievo formale decisivo ebbe infine l'opera del
genovese Carlo Innocenzo Frugoni, attivo presso la corte farnesiana di Parma e coautore della miscellanea Versi
di tre eccellenti autori (1758); questa silloge segnò l'atto di nascita della larghissima diffusione settecentesca
dell'endecasillabo sciolto, metro duttile e dal respiro ampio destinato a sostituire la frammentazione strofica
arcadica. Negli ultimi decenni del secolo, infine, le ultime generazioni degli accademici si trovarono a confrontarsi
con l'estetica neoclassica, tentando di piegare le ormai logore strutture pastorali alle nuove ed urgenti esigenze
della poesia civile, patriottica e giacobina.

LA POESIA OSSIANICA E IDILLICA→ A partire dagli anni Sessanta del Settecento, si diffonde in Italia il modello
della poesia ossianica, grazie soprattutto alla celebre traduzione in endecasillabi sciolti dei Canti di Ossian (1763-
1772) compiuta dal padovano Melchiorre Cesarotti, profondo conoscitore delle lingue antiche e moderne e
autorevole traduttore di Omero. La poesia ossianica, caratterizzata da un'intensa partecipazione sentimentale
verso la natura, da fantastici paesaggi nordici e da una malinconica meditazione, riscuote in questo periodo una
fortuna straordinaria in tutta Europa. Negli ambienti letterari del tempo, il leggendario bardo Ossian viene
persino giudicato superiore a Omero, poiché ritenuto privo di quelle asprezze e di quei difetti strutturali che la
sensibilità razionalistica del Settecento ravvisava nel poeta greco. Questo nuovo gusto per le rovine, per le
ambientazioni cimiteriali e per i paesaggi deserti e tempestosi si salda a livello continentale con il filone della
poesia notturna e sepolcrale di matrice britannica. Parallelamente, sulla scorta degli Idilli dello svizzero Salomon
Gessner, si afferma nella penisola una sensibilità idillica e melanconica che trova il suo interprete più significativo
nel riminese Aurelio de' Giorgi Bertola. Traduttore di Gessner e professore di storia, Bertola compone opere
memorabili sia in versi sia in prosa, come il Viaggio sul Reno (1782) e l'epistola in versi Sui sepolcri (1807)
indirizzata a Ugo Foscolo, nella quale riprende il tema delle tombe declinandolo però in una dimensione intima e
strettamente privata. La sua produzione più matura è rappresentata dalle Poesie campestri (1788) e dalle Prose
campestri (1817); in questi testi, lo sfondo agreste si fa specchio di una malinconia delicata e sentimentale,
espressa attraverso moduli metrici che restano comunque debitori della lezione e della cantabilità dell'Arcadia.
Ippolito Pindemonte, legato anch'egli a questo clima culturale, collabora al rinnovamento tematico della lirica
italiana con l'incompiuto poemetto I Cimiteri e con una celebre traduzione dell'Odissea stampata nel 1822. In
passato, la storiografia critica ottocentesca e novecentesca ha racchiuso tutte queste tendenze antirazionalistiche
e focalizzate sul sentimento della natura sotto la categoria di "Preromanticismo", interpretandole come una
diretta anticipazione della successiva stagione romantica. Oggi, tuttavia, la visione critica del Settecento si è fatta
più complessa e sfaccettata, superando l'idea monolitica di un secolo esclusivamente illuminista e geometrico.
Gli studiosi tendono a collocare queste manifestazioni liriche all'interno delle dinamiche interne del Settecento
stesso, mettendone in luce il legame organico con le filosofie sensistiche ed empiristiche dell'epoca. Le atmosfere
notturne di Cesarotti o gli scorci idillici di Bertola non vanno confusi con il Romanticismo vero e proprio: mentre
quest'ultimo poggerà su presupposti politici e filosofici idealistici o irrazionalistici, nei letterati di questa stagione
il gusto per l'orrido, per il notturno o per il sentimentale resta costantemente governato da un'estetica
razionalistica e da una solida formazione di stampo classicista.

POESIA NEOCLASSICA→ Il poeta più esemplare nell'ambito del Neoclassicismo italiano è Vincenzo Monti, nato
ad Alfonsine nel 1754 da una famiglia di proprietari terrieri. Dopo aver compiuto gli studi giuridici e medici a
Ferrara, si trasferisce a Roma nel 1776, dove entra in Arcadia e si immerge per circa un ventennio nella fiorente
cultura neoclassica dell'ambiente papale, sposando Teresa Pikler e ricoprendo la carica di segretario per Luigi
Braschi, nipote del papa Pio VI. In questa prima fase romana la poesia di Monti affronta temi squisitamente
neoclassici, celebrando la memoria del passato classico — come nella canzonetta Prosopopea di Pericle (1779),
composta in occasione del ritrovamento del busto dello statista greco — e trasfigurando in veste mitologica i
contemporanei progressi della tecnica. Ne è un esempio perfetto l'ode Al Signor di Montgolfier (1784), dedicata
all'invenzione della mongolfiera, dove l'idrogeno viene definito «vigneo aere» e il giovane trasvolatore viene
paragonato al mitico Dedalo. Al contempo, il poeta si mostra permeabile a suggestioni eterogenee: scrive in
terzine La bellezza dell'universo (1781) sulla forza creatrice della natura, risentendo del modello del Tasso sacro;
sperimenta la poesia drammatica con la tragedia Aristodemo; e compone in versi sciolti i Pensieri d'amore, un
testo influenzato dal Werther di Goethe che lascerà tracce profonde nella futura lirica di Giacomo Leopardi. Tra
gli esiti più alti del suo classicismo si collocano due poemi mitologici rimasti incompiuti e sottoposti a lunghi
rimaneggiamenti: la Feroniade e la Musogonia. La Feroniade, iniziata nel 1784 per celebrare la bonifica delle
paludi pontine promossa da Pio VI, si concentra sul mito della ninfa Feronia amata da Giove, offrendo nei
frammenti tardi alcuni dei momenti più felici della sua produzione. La Musogonia, ispirata alla Teogonia di Esiodo
e redatta in due successive versioni (1793 e 1797), canta la nascita delle Muse e la loro funzione civilizzatrice,
offrendo un modello strutturale fondamentale per l'Urania di Manzoni e per le stesse Grazie di Foscolo. L'opera
più celebre del periodo romano resta tuttavia il poema in terzine In morte di Ugo Bassville (1793),
universalmente noto come Bassvilliana. Al centro del testo vi è l'anima di un diplomatico francese, linciato dalla
plebe romana mentre tentava di diffondere le idee rivoluzionarie, la quale si pente davanti a Dio degli orrori della
Rivoluzione. Il poema fonde l'impianto dantesco con una sensibilità barocca, assimilando le soluzioni stilistiche e
le tinte fosche delle settecentesche Visioni sacre e morali di Alfonso Varano. Nonostante l'esplicita opzione
antirivoluzionaria espressa nella Bassvilliana, Monti cade sotto il sospetto di simpatie giacobine e nel marzo 1797
fugge a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina. Nel capoluogo lombardo tenta di far dimenticare i trascorsi
papalini componendo inni e poemetti repubblicani, trovando la solidarietà e la protezione di Ugo Foscolo. In
questo contesto sperimenta una sorta di "classicismo rivoluzionario" attraverso il poema Prometeo (1797) e la
tragedia Caio Gracco (1802), dove gli eroi dell'antichità si fanno portavoce di istanze di libertà. Durante il
temporaneo esilio a Parigi, causato dal ritorno degli austriaci a Milano nel 1799, traduce in ottave la Pucelle
d'Orléans di Voltaire — un esercizio che testimonia la sua spiccata vis comica — e compone la cantica In morte di
Lorenzo Mascheroni, testo in cui denuncia il malgoverno dei francesi in Italia pur confermando la fedeltà politica
alla figura di Napoleone. Rientrato in Italia nel 1801, ricopre la cattedra di Eloquenza a Pavia e viene nominato
poeta del governo italiano e storiografo del Regno d'Italia. A questa stagione ufficiale appartengono le traduzioni
delle Satire di Persio e i poemi encomiastici di celebrazione napoleonica, come La spada di Federico II e Il Bardo
della selva nera. Negli anni della maturità, Monti si allontana dalla poesia di propaganda per dedicarsi a una
dimensione più privata, culminata nella monumentale traduzione dell'Iliade. Dopo un primo saggio pubblicato
nel 1807 in un volume miscellaneo che ospitava anche i tentativi di Foscolo e la versione di Cesarotti, Monti dà
alle stampe l'intero poema in tre volumi tra il 1810 e il 1811, continuando a correggerlo nelle edizioni successive.
Pur non possedendo che una conoscenza scolastica della lingua greca, lo scrittore lavora conducendo un
sistematico confronto con le traduzioni latine e soprattutto con la versione letterale italiana di Melchiorre
Cesarotti. L'Omero montiano risulta depurato da tutte le asprezze, dalle ripetizioni e dalle crudezze descrittive
che risultavano sgradite alla sensibilità del tempo. Anteponendo la cantabilità e la pienezza espressiva della
lingua d'arrivo alla fedeltà letterale dell'originale, Monti realizza una versione in splendidi versi sciolti arricchiti da
latinismi e da una solenne magniloquenza, consacrando l'opera a un successo immediato e duraturo. Crollato
definitivamente l'impero napoleonico, Monti saluta il ritorno degli austriaci in Lombardia con il poemetto Il
ritorno di Astrea (1816), conservando tuttavia un'impostazione culturale legata al razionalismo illuminista ed
estranea alla pura ideologia della Restaurazione. Nel tardo sermone Sulla mitologia (1825), il poeta difende
strenuamente il valore estetico della tradizione neoclassica contro le nascenti istanze del misticismo romantico,
prima di spegnersi a Milano il 13 ottobre 1828. Al di là delle tradizionali accuse moralistiche che lo bollarono a
lungo come un intellettuale opportunista e "voltagabbana", la critica moderna riconosce in Monti una figura
cardine per lo sviluppo del linguaggio poetico italiano a cavallo tra Sette e Ottocento, straordinaria per duttilità
metrica e capacità di sperimentazione formale. Resta tuttavia memorabile e storicamente invalicabile il giudizio
formulato da Giacomo Leopardi, che lo definì «poeta veramente dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in
nessun modo», individuando con precisione la distanza tra la poetica montiana, fondata sulla tradizionale
autonomia del fatto letterario, e la sensibilità della nuova generazione ottocentesca, orientata verso un più
drammatico coinvolgimento civile, politico e sentimentale.

IL ROMANZO→ La reale novità settecentesca nell'evoluzione dei generi letterari è rappresentata dalla nascita del
moderno romanzo borghese, fenomeno che individua la propria culla nell'Inghilterra contemporanea. L'ascesa di
una nuova classe sociale dedita alle attività commerciali e imprenditoriali — pur manifestandosi in Italia in forme
ancora embrionali e circoscritte a ristrette aree urbane — si riflette immediatamente sul successo di questo
genere in prosa. Al centro della trama si collocano le avventure, quotidiane o fantastiche, di personaggi
appartenenti al mondo borghese, i quali coincidono con il pubblico stesso di lettori a cui le opere si rivolgono. La
penetrazione del romanzo europeo in Italia è profonda e si costituisce come un'imprescindibile fonte di
ispirazione anche per la produzione teatrale e per il melodramma: il Tom Jones di Henry Fielding si pone alla base
di tre commedie di Pietro Chiari, mentre la Pamela di Samuel Richardson ispira sia lo stesso Chiari sia la riforma
di Carlo Goldoni con i testi di Pamela nubile e Pamela maritata. In ambito musicale, si registra ad esempio la
partitura allestita nel 1718 da Alessandro Scarlatti sul Telemaco di Fénelon. Questo successo favorisce la nascita
di una narrativa autoctona, sebbene la storiografia critica parli tradizionalmente di un ritardo italiano nello
sviluppo delle strutture romanzesche. In realtà, nella penisola i romanzi vengono scritti e letti in grande quantità,
ma la produzione si attesta prevalentemente sul livello della letteratura di consumo, risultando priva della
capacità di elevarsi a voce narrante di un nuovo processo storico e non esprimendo capolavori paragonabili ai
modelli inglesi. I motivi di tale divergenza risiedono sia nella secolare e radicata capacità di resistenza dei generi
letterari tradizionali italiani, storicamente orientati verso la lirica e la trattatistica più che verso la prosa narrativa,
sia nelle oggettive difficoltà strutturali che rallentano l'affermazione sociale della borghesia nazionale. Il più
fecondo e prolifico autore di romanzi del Settecento italiano è l'abate bresciano Pietro Chiari, attivo anche come
drammaturgo e protagonista di una celebre e prolungata polemica teatrale contro Goldoni. Estremamente
ricettivo nei confronti dei gusti del pubblico, Chiari si dedica a un'intensa produzione di romanzi di consumo, i cui
temi spaziano dall'avventura all'intreccio amoroso, dal romanzo di formazione fino al gusto per l'esotismo. Nel
1753 pubblica La filosofessa italiana, opera che ottiene uno straordinario successo editoriale. La produzione di
Chiari si fonda costantemente su una struttura narrativa di impianto autobiografico, in cui il protagonista rievoca
in prima persona le proprie vicende, ed è caratterizzata dal frequente ricorso a colpi di scena — quali
travestimenti e agnizioni — e dall'obbligo morale del lieto fine. Sulla medesima linea della narrativa popolare si
colloca la copiosa produzione del veneziano Antonio Piazza, autore che sperimenta intrecci complessi e
inverosimili toccando la materia sentimentale, come nell'Amante disgraziato del 1761, accanto a moduli
picareschi e storici. Di orientamento radicale e dichiaratamente ispirato alla satira di Jonathan Swift è invece il
romanzo I viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi e ai regni delle Scimmie e dei Cinocefali (1749),
opera del veneziano Zaccaria Seriman. Attraverso l'espediente del viaggio in mondi fantastici e lontani compiuto
dai protagonisti Enrico e Roberto, Seriman costruisce una lucida allegoria volta a denunciare la corruzione e
l'ipocrisia della società contemporanea, piegando progressivamente il ritmo del racconto verso le forme del
trattato filosofico. Negli ultimi decenni del secolo, il genere romanzesco viene declinato anche secondo i dettami
dell'estetica neoclassica e dell'interesse archeologico. In questo ambito si distingue la produzione di Alessandro
Verri, autore delle Avventure di Saffo poetessa di Mitilene (1780), delle Notti romane (1792-1802) e della Vita di
Erostrato (1815). Nelle Avventure di Saffo, l'opera viene presentata artificiosamente come la traduzione di un
antico manoscritto greco e mette in scena l'amore non corrisposto della poetessa per il bellissimo Faone,
destinato a risolversi nel tragico suicidio dalla rupe di Leucade. Nelle Notti romane, l'ispirazione nasce
direttamente dal reale ritrovamento archeologico di due iscrizioni sepolcrali dedicate alla famiglia degli Scipioni;
l'autore immagina di sostare davanti alle loro tombe, confortato e ammonito dalle apparizioni degli spiriti dei
grandi eroi della Roma antica. Verso la fine del Settecento, il romanzo si piega infine alle esigenze della riflessione
politica e civile e dell'analisi sociale. L'impegno ideologico e l'educazione sentimentale si fondono strettamente
nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, composte dall'allora ufficiale napoleonico Ugo Foscolo. In piena età
bonapartista, un'ampia notorietà circonda il Platone in Italia (1804-1806) di Vincenzo Cuoco, romanzo epistolare
incentrato sulla storia dell'Italia preromana. Profondamente debitore della filosofia storica di Giambattista Vico,
Cuoco utilizza le vicende degli antichi popoli italici per edificare un'allegoria critica della situazione politica
contemporanea, schiacciata tra la minaccia del ritorno delle monarchie dell'Ancien Régime e il peso opprimente
della dominazione militare francese. L'opera offrirà significativi spunti tematici e strutturali anche alla futura
stesura dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, che proprio in quegli anni frequentava a Milano il cenacolo
culturale degli esuli meridionali.

STORIOGRAFIA E CRITICA LETTERARIA→ Nel primo quarantennio del Settecento si sviluppa in Italia un profondo
interesse per il recupero della memoria storica, sostenuto da una nuova coscienza critica nel vaglio dei
documenti antichi. Si afferma il principio fondamentale secondo cui la conoscenza storica — inclusa quella
relativa alle istituzioni e alle tradizioni religiose — debba fondarsi esclusivamente sulla ricerca filologica e
sull'esame diretto delle fonti documentarie. Questo mutamento metodologico favorisce la nascita di una
storiografia moderna, capace di liberare definitivamente il campo dalle ricostruzioni genealogiche immaginarie,
dalle falsificazioni e dalle narrazioni encomiastiche che avevano caratterizzato la produzione dei secoli
precedenti. La storiografia si appresta così ad abbandonare lo statuto teorico che le era stato attribuito fin
dall'antichità classica, ovvero quello di essere un genere letterario dal carattere eminentemente retorico, per
trasformarsi in una disciplina scientifica autonoma, dotata di un proprio rigido metodo d'indagine razionalistico. I
presupposti di questa nuova metodologia per l'esame critico delle fonti erano stati elaborati in Francia dai due
monaci benedettini Jean Mabillon, autore del fondamentale trattato De re diplomatica del 1681, e Bernard de
Montfaucon. I loro ripetuti viaggi di studio attraverso la penisola, volti alla consultazione di biblioteche e archivi
fino ad allora inesplorati, agiscono da catalizzatore per la cultura italiana, determinando la larghissima diffusione
dell'erudizione e della moderna ricerca storica.

LUDOVICO ANTONIO MURATORI E PIETRO GIANNONE→ Ludovico Antonio Muratori rappresenta una delle
figure di intellettuale illuminato più significative della prima metà del Settecento, costantemente impegnato nel
rinnovamento del cattolicesimo e nella battaglia per le riforme civili e culturali. Egli unisce organicamente la
speculazione teorica sulla poesia alla ricerca storica ed erudita. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1695 diviene
bibliotecario dell'Ambrosiana di Milano, un incarico che gli permette di affinare la sua perizia nello scavo e
nell'edizione critica di testi manoscritti. Tornato successivamente a Modena al servizio degli Estensi, pubblica
sotto lo pseudonimo di Lamindo Pritanio i Primi disegni della Repubblica letteraria d'Italia (1703); in questo testo,
la condanna della vuota retorica barocca si salda alla proposta di un profondo rinnovamento filosofico e alla
fondazione di una cultura nazionale capace di dialogare con il panorama europeo contemporaneo. Al medesimo
contesto intellettuale appartengono il trattato Della perfetta poesia italiana (1706), orientato a una riforma
estetica in senso razionalista, e le Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti (1808). Le sue successive
Osservazioni sulle «Rime» del Petrarca (1711), concepite come commento filologico al Canzoniere, si configurano
come uno dei documenti più rilevanti dell'esegesi dell'età arcadica e testimoniano l'applicazione del metodo
critico e razionalistico alla lettura del testo poetico. L'attività di Muratori come editore di fonti storiche si
distingue per una profonda originalità rispetto alle tendenze storiografiche del tempo. Mentre la cultura coeva
prediligeva lo studio del Rinascimento, Muratori orienta la propria indagine verso l'età medievale, individuando
per primo in questo periodo il nucleo centrale per la formazione della storia istituzionale e politica d'Italia. Tra le
sue monumentali imprese editoriali si segnalano i Rerum italicarum scriptores, una vasta raccolta di cronache e
documenti medievali stampata a Milano tra il 1723 e il 1738 con la collaborazione di numerosi studiosi, e le
Antiquitates Italicae Medii Aevi, pubblicate tra il 1738 e il 1742. Attraverso queste opere, Muratori persegue il
disegno di edificare una moderna storia civile d'Italia, focalizzando l'analisi scientifica sulle strutture e sui costumi
del Medioevo. Sul versante della lotta per il giurisdizionalismo e per l'anticurialismo, la figura di riferimento è il
giurista Pietro Giannone. Formatosi a Napoli e sostenitore delle dottrine cartesiane, libertine e deiste, Giannone
conduce una rigorosa battaglia intellettuale contro il potere temporale della Chiesa e contro l'uso politico della
religione. Tali princìpi informano la celebre Istoria civile del Regno di Napoli (1723), opera in quattro volumi con la
quale l'autore inaugura un modello storiografico innovativo, focalizzato sulle trasformazioni delle istituzioni civili
e delle leggi piuttosto che sugli eventi bellici e diplomatici. Giannone intreccia costantemente la storia del Regno
di Napoli con l'evoluzione della Chiesa a partire dalla fine dell'età romana; egli dimostra come le strutture
ecclesiastiche si siano progressivamente sovrapposte al potere civile, abusando del proprio magistero spirituale,
rendendo di fatto impossibile scindere la ricostruzione storica delle due istituzioni. La dura reazione della Curia
romana costringe lo scrittore a fuggire a Vienna e, dopo un lungo pellegrinaggio, a rifugiarsi a Ginevra. Arrestato
con l'inganno dagli emissari di Carlo Emanuele III di Savoia, Giannone viene rinchiuso nelle carceri piemontesi nel
1736, dove rimarrà fino alla morte dedicandosi alla stesura della propria autobiografia.

GIAMBATTISTA VICO→ L'esponente più geniale e originale della cultura italiana di questo periodo è il filosofo
napoletano Giambattista 0Vico. Muovendo da un radicale rifiuto del cartesianesimo e del primato assoluto del
metodo matematico, Vico elabora una "scienza della storia" fondata sul principio che l'uomo possa conoscere
scientificamente soltanto ciò di cui egli stesso è artefice; da ciò deriva che la mente umana può comprendere la
storia, ma non i princìpi ultimi della natura, la quale resta opera esclusiva di Dio. Vico istituisce così la storia come
campo d'indagine filosofica autonomo: questo storicismo — inteso come la concezione che interpreta ogni
manifestazione di una civiltà come prodotto del tempo e dello sviluppo storico — influenzerà profondamente la
cultura napoletana di fine secolo e verrà ripreso in una nuova prospettiva teorica nel corso dell'Ottocento. Dopo
una giovinezza trascorsa come precettore a Vatolla nel Cilento, dove ebbe l'opportunità di formarsi sulla ricca
biblioteca del marchese Domenico Rocca, Vico ottenne nel 1699 la cattedra di Retorica all'Università di Napoli.
Nel trattato De antiquissima Italorum sapientia et latinae linguae originibus eruenda (1710), lo scrittore tentò di
edificare una metafisica attraverso l'analisi etimologica di alcune locuzioni latine, ritenendo che in esse si celasse
la sapienza delle antiche popolazioni italiche preromane. Sebbene Vico abbia in seguito rigettato questa teoria di
una sapienza riposta degli antichi, il testo rimase alla base di un fecondo filone storiografico settecentesco. Il
capolavoro assoluto del filosofo è la Scienza nuova, pubblicata a Napoli nel 1725 e radicalmente riscritta in due
successive edizioni nel 1730 e nel 1744. In quest'opera Vico delinea i princìpi di una metodologia critica per
interpretare la storia dell'umanità, fondendo organicamente due discipline tradizionalmente separate: la filosofia
e la filologia. La filosofia viene intesa come la "scienza del vero", ovvero la disciplina speculativa basata sulla
ragione che mira alla conoscenza delle verità universali; la filologia è definita invece come la scienza delle parole
e delle cose, la cui indagine è rivolta al "certo", ossia alla sfera dell'agire pratico e storico dell'uomo, condizionato
dall'autorità dell'arbitrio umano. Integrando il vero filosofico con il certo filologico, Vico dà vita a una metafisica
antidogmatica aperta al mondo concreto. Restringendo l'indagine alla storia dei popoli gentili (ossia pagani) ed
escludendo la storia sacra degli ebrei guidata da Dio, Vico individua tre stadi fondamentali nello sviluppo delle
nazioni: l'età degli dèi, l'età degli eroi e l'età degli uomini. A questo corso storico ciclico corrispondono tre diverse
facoltà umane dominanti — rispettivamente il senso, la fantasia e la ragione — e differenti gradi di evoluzione
civile. Il filosofo sintetizza questo processo affermando che gli uomini prima sentono senza avvertire, poi
avvertono con animo perturbato e commosso, e infine riflettono con mente pura. Questa speculazione
ridefinisce radicalmente l'origine della religione, del linguaggio e della poesia. Per Vico la facoltà poetica è
propria delle fasi iniziali e barbariche delle civiltà, quando gli uomini, provvisti di una robusta capacità
immaginativa e incapaci di spiegazioni scientifiche, interpretavano fantasticamente i fenomeni naturali
provandone sgomento. I primi popoli furono dunque poeti che parlarono per caratteri poetici, e il mito non è una
menzogna cosciente, ma l'espressione di una "sapienza volgare" attraverso cui i primitivi conoscevano il mondo.
Tale impostazione permise a Vico di comprendere i caratteri peculiari della poesia di Omero e di Dante, fiorite nei
momenti aurorali di due grandi civiltà. A partire dalla seconda edizione della Scienza nuova, l'analisi si concentra
in particolare sulla "scoverta del vero Omero": il poeta greco non viene inteso come un individuo storico, bensì
come un'idea, un carattere eroico del popolo greco che narrava cantando la propria storia. I poemi omerici sono
pertanto interpretati come l'espressione corale di un'intera nazione e come documenti storici veritieri, nati dalla
necessità di natura di un modo di pensare collettivo. L'estetica vichiana, valorizzando la fantasia e la spontaneità
della creazione artistica contro il rigido normativismo, portò la critica romantica e idealista dell'Ottocento a
considerare il filosofo un proprio precursore. Gli studi storici più recenti hanno tuttavia ricollocato Vico nel suo
esatto contesto d'origine, evidenziando il legame profondo della sua opera con la tradizione scientifica galileiana
— rinnovata a Napoli dall'Accademia degli Investiganti — e la perfetta consonanza della sua speculazione con i
grandi dibattiti europei del tempo sull'origine dei miti, del linguaggio e delle religioni.

LA STORIOGRAFIA LETTERARIA E LA CRITICA→ La ricerca erudita del Settecento investe in modo fecondo anche
i campi della storiografia letteraria e della critica. All'interno di un'epoca contrassegnata da profondi mutamenti
culturali, gli intellettuali avvertono la duplice esigenza di definire teoricamente gli statuti della nuova produzione
e, al contempo, di risistemare organicamente la memoria letteraria del passato. Nella prima metà del secolo,
l'interesse si concentra in prevalenza sulla poesia e sulle sue strutture formali. L'esempio più autorevole è
costituito dall'Istoria della volgar poesia di Giovan Mario Crescimbeni; l'opera del primo custode dell'Arcadia si
risolve tuttavia in un'analisi prevalentemente classificatoria, condotta attraverso profili biografici giustapposti — i
cosiddetti "medaglioni" — e orientata a individuare nella stessa stagione arcadica il culmine e il punto d'arrivo
dell'intera tradizione lirica nazionale. Nella seconda metà del Settecento, l'asse della ricerca si sposta verso una
più complessa prospettiva storico-cronologica. Il sacerdote piemontese Carlo Denina pubblica il Discorso sulle
vicende d'ogni letteratura (1760) e il Saggio sopra la letteratura italiana (1762), testi di raro impianto
comparatistico in cui lo sviluppo delle lettere patrie viene analizzato in costante e stretto dialogo con le
dinamiche culturali delle altre nazioni europee. Il vertice della storiografia settecentesca viene tuttavia raggiunto
dal gesuita bergamasco Girolamo Tiraboschi con la monumentale Storia della letteratura italiana, edita in nove
tomi tra il 1772 e il 1782. In perfetta sintonia con la concezione enciclopedica del tempo, l'indagine di Tiraboschi
estende la nozione di "letteratura" fino a includervi la storia delle scienze, della medicina, della matematica e
della filosofia. L'aggettivo "italiana" viene inoltre inteso in senso strettamente territoriale, configurandosi come la
ricostruzione ordinata delle civiltà culturali succedutesi sul suolo della penisola — dagli Etruschi e dai Greci
d'Italia fino alla produzione in volgare —, offrendo un quadro documentario di straordinaria ricchezza
cronologica. Parallelamente alle sintesi storiche, il secolo registra un vivace rinnovamento dell'attività critica e
dell'estetica, stimolato dall'apporto dei pensatori europei. Il gesuita mantovano Saverio Bettinelli interviene nel
dibattito con il trattato Dell'entusiasmo nelle belle arti (1769), in cui rifiuta il dogmatismo delle unità aristoteliche
per valorizzare il ruolo del sentimento e dell'ispirazione naturale. Il nome di Bettinelli resta tuttavia legato
soprattutto alle celebri e polemiche Lettere virgiliane. Attraverso una finzione di stampo voltairiano, l'autore
immagina che Virgilio scriva agli arcadi dai Campi Elisi, offrendo lo spunto per una graffiante e drastica
demolizione della poesia di Dante Alighieri, della cui Commedia Bettinelli propone di salvare soltanto pochissimi
canti giudicati poeticamente validi. La dura requisitoria bettinelliana si inserisce in un contesto di viva attualità:
dopo l'oscuramento subìto nel Seicento, l'opera di Dante era stata infatti restituita alla lettura del grande
pubblico grazie alla fortunata edizione padovana curata nel 1727 da Giovanni Antonio Volpi, riaccendendo la
disputa sul valore del poema. Alle stroncature di Bettinelli, mosse anche da intenti di censura ecclesiastica,
risponde Gasparo Gozzi con la Difesa di Dante (1758); attraverso un dialogo immaginario tra i grandi poeti del
passato, Gozzi dimostra una sensibilità critica superiore, rivendicando l'assoluta organicità della Commedia e
l'impossibilità di valutarne la grandezza attraverso la semplice estrapolazione di passi antologici. Sul versante
della critica militante e anticonformista si colloca l'opera del torinese Giuseppe Baretti. Forte di un lungo
soggiorno a Londra e della frequentazione di intellettuali del calibro di Samuel Johnson, Baretti fonda e dirige tra
il 1763 e il 1765 il periodico «La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue». Il giornale poggia sull'espediente
letterario di un vecchio e severo militare a riposo, Aristarco, che esercita la propria metaforica "frusta" contro
tutto ciò che giudica pedante, accademico o convenzionale. Caratterizzata da un approccio umorale e
programmaticamente asistematico, la critica di Baretti si scaglia sia contro il razionalismo dei Lumi sia contro il
teatro realistico di Goldoni, difendendo per contro l'ortodossia cattolica, l'opera di Carlo Gozzi e
l'autobiografismo di Benvenuto Cellini. Nonostante gli esiti talvolta inclini al qualunquismo, l'indagine di Baretti
tocca vertici di rilievo europeo con il Discours sur Shakespeare et M. de Voltaire (1776), un'appassionata difesa
del drammaturgo inglese contro i severi canoni classicisti di Voltaire, che si costituisce come uno dei momenti
cardine della riscoperta continentale di Shakespeare. L'esperienza della «Frusta letteraria» si inserisce nel più
ampio fenomeno del giornalismo culturale, strumento d'elezione per favorire la circolazione delle scoperte e dei
dibattiti all'interno della universale "Repubblica delle lettere". Ad aprire questa fortunata stagione della stampa
periodica è il «Giornale de' letterati d'Italia», fondato a Venezia nel 1710 da Apostolo Zeno e rimasto attivo,
seppur con interruzioni, fino al 1740. Altrettanto significative si rivelano le fiorentine «Novelle letterarie» (1740-
1792) e il «Nuovo Giornale dei Letterati d'Italia» stampato a Modena. Questo filone di comunicazione
intellettuale troverà infine il suo esito civile e filosofico più avanzato nelle pagine del milanese «Il Caffè», animate
dal sodalizio illuminista dei fratelli Pietro e Alessandro Verri e di Cesare Beccaria.

MEMORIALISTICA E LETTERATURA DI VIAGGIO→ Nel corso del Settecento, il genere autobiografico registra una
straordinaria fortuna, venendo praticato da molte delle personalità più illustri del panorama culturale italiano, tra
cui Giambattista Vico, Pietro Giannone, Pietro Metastasio, Carlo Goldoni e Vittorio Alfieri. Tra le testimonianze
più affascinanti per la natura avventurosa delle vicende narrate si distinguono le Memorie di Lorenzo Da Ponte,
composte al termine della sua tormentata esistenza e pubblicate a New York in quattro volumi tra il 1823 e il
1827, e l'Histoire de ma vie del veneziano Giacomo Casanova. Quest'ultimo, dopo aver condotto un'esistenza
segnata da continui vagabondaggi e sregolatezze, superati i quarant'anni si dedicò intensamente alla produzione
di saggi storici, traduzioni, romanzi e giornalismo critico. L'Histoire, alla quale Casanova lavorò dal 1790 fino alla
morte, rievoca in lingua francese le sue vicende biografiche fino al 1774. L'opera rimase inedita per diversi
decenni, conoscendo dapprima un'approssimativa traduzione tedesca negli anni Venti dell'Ottocento e
successivamente un'edizione francese ampiamente rimaneggiata; per una stampa rigorosa e fedele al
manoscritto originale si è dovuto attendere il secondo dopoguerra. Già nel 1788, tuttavia, Casanova aveva dato
alle stampe a Lipsia la Storia della mia fuga dalle prigioni della Repubblica di Venezia chiamate i Piombi,
resoconto della sua celebre e rocambolesca evasione avvenuta nel 1756. Questo nucleo di scritti autobiografici
ha consacrato nel tempo il profilo di Casanova come prototipo del seduttore e dell'avventuriero, portando
all'esito estremo il mito del libertinismo settecentesco. In stretta correlazione con la memorialistica si sviluppa
una ricca letteratura di viaggio, specchio della curiosità intellettuale ed enciclopedica del secolo. Se in origine la
pratica del grand tour europeo era una prerogativa esclusiva dell'educazione aristocratica — come documenta
l'esperienza dello stesso Vittorio Alfieri —, nel corso del Settecento essa viene assimilata dall'intellettuale
borghese, che la trasforma in uno strumento di analisi scientifica e di comparazione tra le diverse civiltà. I testi di
questo filone oscillano tra la descrizione antropologica dei costumi dei popoli stranieri e il resoconto di
esplorazioni geografiche. In questo ambito si segnalano le lettere raccolte nei Viaggi di Russia (editi in due
riprese tra il 1739 e il 1751) del veneziano Francesco Algarotti, colto viaggiatore e assiduo frequentatore dei
salotti di Voltaire. Di orientamento marcatamente neoclassico si rivela invece il Viaggio in Grecia fatto nell'anno
1794-1795 del siciliano Saverio Scrofani; funzionario della Repubblica di Venezia, Scrofani unisce l'esame rigoroso
delle strutture socio-economiche della Grecia contemporanea alla nostalgica rievocazione del suo glorioso
passato antico, del quale sopravvive solo la suggestione delle rovine. La letteratura odeporica si presta, inoltre,
come efficace veicolo per la divulgazione delle scoperte scientifiche e naturalistiche. Il naturalista e giornalista
padovano Alberto Fortis descrive i risultati delle proprie ricognizioni sul campo nel Viaggio in Dalmazia (1774),
opera in cui le sistematiche osservazioni geologiche e botaniche si integrano con un vivo interesse antropologico
per le usanze delle popolazioni locali. Altrettanto significativi sotto il profilo scientifico sono i Viaggi alle due
Sicilie e in alcune parti dell'Appennino (1792-1797) di Lazzaro Spallanzani, tra i massimi scienziati dell'Europa
settecentesca. Il testo documenta le sue rigorose esplorazioni sul terreno e le escursioni compiute per la raccolta
e lo studio dei minerali vulcanici. Negli ultimi decenni del secolo, questo sforzo di diffusione del sapere scientifico
trova un ulteriore e potente canale di trasmissione grazie alla fioritura di periodici specializzati, tra i quali si
distingue il veneziano «Nuovo giornale d'Italia spettante alla scienza naturale».

IL TEATRO→ La tendenza alla razionalizzazione e alla discussione critica che contrassegna l'intero Settecento si
manifesta in modo fecondo anche in ambito teatrale, animando intensi dibattiti teorici e radicali tentativi di
riforma dei generi. Nel corso del secolo, la tragedia vive una stagione di profondo rinnovamento, stimolata dalla
larghissima diffusione dei classici teatrali francesi e costantemente contrapposta, nelle polemiche dei critici, alla
struttura ibrida e spettacolare del melodramma. Nella prima metà del secolo, un successo straordinario accoglie
la Merope (1713) del veronese Scipione Maffei, intellettuale dalla vasta cultura enciclopedica e autore di
fondamentali studi storici e archeologici. Con questo testo, Maffei recupera la dignità dei modelli classicisti
cinquecenteschi, depurandoli dalle deformazioni barocche. Un diverso orientamento teorico caratterizza il
tentativo di riforma intrapreso dall'abate Antonio Conti, il quale propugna un teatro di argomento rigorosamente
storico, legato sì ai modelli greco-romani, ma aperto anche allo studio dell'opera di Shakespeare. Al genere
tragico guarda con interesse la stessa Accademia dell'Arcadia attraverso la produzione di Pier Jacopo Martello;
fervido ammiratore della tradizione francese, Martello giunge a elaborare un verso di quattordici sillabe
modellato sul dodecasillabo (o alessandrino) d'oltralpe, struttura metrica che prenderà il nome di "verso
martelliano". Nella seconda metà del Settecento, il panorama tragico si arricchisce di una drammaturgia di
argomento religioso legata alla tradizione pedagogica gesuitica, il cui esponente principale è il ferrarese Alfonso
Varano. Nello stesso periodo, il definitivo superamento delle rigide unità aristoteliche di tempo e di luogo
favorisce la piena ricezione del modello shakespeariano, la cui influenza drammatica si avverte chiaramente nella
produzione teatrale di Ippolito Pindemonte. Negli ultimi decenni del secolo, infine, la forma tragica si piega alle
urgenze ideologiche del giacobinismo e della critica sociale, come documentano i testi di intellettuali impegnati
in politica quali Francesco Mario Pagano e Melchiorre Gioia. Il vertice assoluto della tragicità settecentesca viene
tuttavia raggiunto da Vittorio Alfieri, il quale sceglie di dedicarsi interamente a questo genere mossovi anche
dalla lucida consapevolezza che la tradizione letteraria italiana non avesse ancora espresso un autore tragico di
statura monumentale. Sul versante della commedia, per tutta la prima metà del secolo continua a dominare la
scena il repertorio convenzionale della Commedia dell'Arte, fondato sui canovacci e sull'improvvisazione delle
maschere. Nonostante questa stasi istituzionale, inizia a diffondersi l'influenza della commedia di costume
francese di Molière, recepita in particolare nell'opera del senese Girolamo Gigli; il suo Don Pilone ovvero il
bacchettone falso si configura infatti come un diretto rifacimento del Tartuffe molieriano. Ai moduli tradizionali,
fantastici e fiabeschi della Commedia dell'Arte rimarrà programmaticamente legato anche il conte veneziano
Carlo Gozzi, fiero difensore della tradizione e accanito avversario della drammaturgia di Carlo Goldoni, alla cui
epocale riforma bisognerà guardare per assistere alla nascita di un moderno teatro borghese e realistico. Un
discorso specifico merita infine il dramma per musica. Nonostante il melodramma fosse il genere teatrale più
amato e frequentato dal pubblico delle corti, esso subì durissime condanne da parte della critica razionalistica,
tra cui le severe stroncature di Ludovico Antonio Muratori e Gian Vincenzo Vincenzo Gravina, che lo accusavano
di distruggere la verosimiglianza drammatica in nome del vuoto virtuosismo. Ciononostante, è proprio nel campo
della librettistica che l'Arcadia esprime i suoi frutti più maturi e duraturi grazie alle riforme strutturali di Apostolo
Zeno e Pietro Metastasio. Il veneziano Apostolo Zeno, che ricoprì la prestigiosa carica di "poeta cesareo" presso
la corte imperiale di Vienna tra il 1718 e il 1728, compose numerosi libretti per oratori e melodrammi di
argomento storico e mitologico, quali il Lucio Vero, la Merope e la Semiramide. I testi di Zeno, caratterizzati da
una forte dignità letteraria e da una rigorosa unitarietà dell'azione, vennero intonati dai maggiori compositori
dell'epoca, tra cui Alessandro e Domenico Scarlatti, Georg Friedrich Händel e Antonio Vivaldi, preparando il
terreno per la successiva e definitiva consacrazione di Metastasio.

PIETRO METASTASIO→ Il profilo biografico e artistico di Pietro Metastasio costituisce la massima espressione del
melodramma arcadico settecentesco. Nato a Roma da una famiglia di umili origini, il giovane Pietro Trapassi
venne adottato dall'illustre giurista e letterato Gian Vincenzo Gravina, il quale rimase profondamente
impressionato dalle sue precoci e straordinarie doti di improvvisatore di versi. Gravina si prese cura della sua
formazione impartendogli una solida educazione classicista; coerentemente con il gusto dell'epoca, ne mutò il
cognome nella forma grecizzante di Metastasio e lo inviò in Calabria affinché si iniziasse allo studio della filosofia
cartesiana sotto la guida del pensatore Gregorio Caloprese. Alla morte del mentore, avvenuta nel 1718,
Metastasio ereditò un cospicuo patrimonio che dilapidò in tempi brevissimi dopo essersi trasferito a Napoli. Fu
proprio nel vivace ambiente culturale partenopeo che il poeta iniziò a dedicarsi professionalmente alla stesura di
testi per il teatro musicale: nel 1724 ottenne un clamoroso successo con la Didone abbandonata, melodramma
interpretato dalla celebre cantante Marianna Benti Bulgarelli, detta la Romanina. La risonanza continentale della
sua produzione fece sì che, nel 1729, in seguito al ritiro di Apostolo Zeno, Metastasio venisse ufficialmente
chiamato a Vienna per ricoprire la prestigiosa carica di "poeta cesareo" presso la corte asburgica. Nella capitale
austriaca lo scrittore risiedette per il resto della sua lunga esistenza, componendo un'imponente quantità di
drammi che, intonati da quasi tutti i maggiori musicisti del secolo, gli assicurarono una fama imperitura in tutta
Europa. Nel corso della sua pluridecennale attività viennese, Metastasio attuò una sistematica riforma del genere
operistico, mossa dall'esigenza razionalistica di arginare gli eccessi e le sregolatezze spettacolari della tradizione
barocca. Rovesciando la prassi teatrale a lui coeva, egli restituì alla poesia una posizione di assoluta preminenza
rispetto alle pretese dei compositori, dei virtuosi del canto e degli scenografi. Il fulcro della drammaturgia
metastasiana risiede nella rigorosa strutturazione dell'aria solistica: normalizzando la totale libertà polimetrica
del Seicento, il poeta impose l'adozione di un solo metro dominante — con una netta preferenza per il settenario
o l'ottonario — o, al massimo, la compresenza fissa di settenari e quinari. La configurazione testuale d'elezione
divenne quella bipartita in due strofe, in cui la prima era strutturalmente concepita per la ripetizione musicale
"da capo", codificando un momento di sospensione lirica e di approfondimento affettivo del personaggio. Al
primo e fecondo decennio del soggiorno viennese appartengono i capolavori più maturi e celebrati dell'autore,
tra cui si segnalano il Demetrio (1731), l'Adriano in Siria (1732), l'Olimpiade (1733), il Demofoonte (1733) e la
fortunata Clemenza di Tito (1734), testo che decenni più tardi verrà musicato anche da Wolfgang Amadeus
Mozart. La raffinata produzione di Metastasio fissò un modello di perfetto equilibrio tra parola e musica che
rimase insuperato per generazioni, costituendo il punto di partenza imprescindibile per le successive evoluzioni
della librettistica italiana a livello europeo, dalle riforme neoclassiche di Ranieri de' Calzabigi al fianco di Gluck
fino alla felice stagione dei capolavori mozartiani nati sui testi di Lorenzo Da Ponte.

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