Leopardi
Leopardi
questa percezione del nulla segna il passaggio a una nuova fase dell’esperienza di Leopardi, dalle illusioni giovanili al vero, dalla
poesia alla filosofia, dallo Stato antico, fondata sull’immaginazione e le generose illusioni, a quello moderno, fondata sulla
consapevolezza del nulla e della necessaria infelicità dell’uomo
C’è anche una contrapposizione tra natura e ragione. La natura ispira illusioni e affetti visivi, senza cui la vita è intollerabile,
peggiore della morte. L’insegnamento della ragione invece distrugge quelle illusioni e fa trionfare il vero, fa vedere la nullità delle
cose, provocando infelicità.
La ragione spegne quindi ogni possibilità d’azione; la vita attiva è possibile solo se gli uomini si illudono dimenticando il vero:
possiamo cogliere qui la concezione energica e attiva della vita di Leopardi: la contemplazione del nulla non è la disposizione
originaria, ma solo l’effetto di una delusione della sua ansia di vita piena, gioiosa e intensa.
La causa di questa delusione è nella vita moderna, dominata dal vero e dal tedio la sua nostalgia di una vita intensa ed eroica si
proietta nel mondo antico
Ci sono rapide e intense impressioni paesistiche: la vista delle montagne e della marina dalla sua casa, il notturno lunare, con il
rimando alla similitudine di Omero.
Ci sono molte riferimenti alla musica e ai rapimenti da essa provocati sul giovane sensibile e immaginoso: queste notazioni vanno
associate alle riflessioni dello zibaldone sul valore dei suoni, che evocano l’illusione dell’infinito.
Appare infatti il riferimento al canto di Circe che arriva da lontano nel buio della notte nel settimo libro dell’Eneide, esempio molto
caro a Leopardi; e sempre per quanto riguarda le impressioni sonore, il canto delle figlie del cocchiere è quello di a Silvia.
dobbiamo notare anche il suono dell’orologio della torre, che anticipa le ricordanza; inoltre la meditazione sul nulla di questo mondo
è il germe sia della tematica della seconda parte dell’infinito sia della conclusione della sera del dì di festa.
L’infinito nel 1819 anticipa in forma poetica un nucleo tematico che diventerà il centro delle riflessioni leopardiana negli anni
successivi: la teoria del piacere da cui si sviluppa la teoria del vago e indefinito .
Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive uditive inducono l’uomo a crearsi con l’immaginazione l’infinito a cui aspira, e
che il raggiungibile, perché la realtà non offre che piacere finiti e perciò deludenti .
L’infinito è la rappresentazione di uno di questi momenti privilegiati, in cui l’immaginazione strappa la mente reale, che è il
brutto, e la immagine all’infinito.
La poesia si articola in due momenti, corrispondenti a due diverse sensazioni di partenza due forme di infinito:
1) nel primo momento la via è dato da una sensazione visiva o dall’impossibilità della visione: la siepe che chiude lo sguardo,
impedendo esso di spingersi sino all’estremo orizzonte.
L’impedimento della vista, che esclude il reale, fa subentrare il fantastico; il pensiero si costruisce l’idea di un infinito spaziale,
cioè di spazi senza limiti, immersi in sovrumani silenzi e una profondissima quiete
2) nel secondo momento l’immaginazione prende l’avvio da una sensazione uditiva, lo stormire del vento tra le piante. La voce
del vento viene paragonata all’infinito silenzio creato dall’immaginazione e, poiché nella tradizione poetica il vento è
l’immaginazione di qualcosa di effimere divano, suscita l’idea del perdersi delle cose umane nel silenzio dell’oblio causato dal
trascorrere del tempo.
così viene in mente al poeta l’idea di un infinito temporale, in contrasto con le epoche passate ormai svanite, e con l’età
presente, con il suo carattere effimero, destinata a svanire nel nulla .
Tra i due momenti c’è anche un passaggio psicologico: l’io lirico, davanti all’immagine dell’infinito spaziale, prova un senso di
sgomento sino a perdere la sua identità; e questa sensazione di naufragio è piacevole.
Se la coscienza rappresenta all’uomo il vero, cioè la sua necessaria infelicità, lo spegne della coscienza da una sensazione di
piacere, garantisce una forma di felicità .
Il perdersi dell’io dell’infinito è il dato costitutivo di ogni esperienza mistica; il linguaggio tipico della mistica è richiamato dalla
metafora del mare.
Ma bisogna fare attenzione: non è ravvisabile nel componimento nessun accenno ad un dimensione sovrannaturale; l’infinito
non ha le caratteristiche del divino.
Questo infinito non è nemmeno oggettivo, cioè esistente al di fuori dell’uomo al di là delle cose visibili, come dovrebbe essere la
divinità, ma è soggettivo, creato solo dall’immaginazione dell’uomo stesso; ed è evocato da sensazioni fisiche in chiave
sensistica.
con questo, non si può del tutto escludere una componente mistica della poesia: dobbiamo però supporre che sia radicata negli
strati più profondi della personalità di Leopardi, e che, per arrivare a esprimersi, debba passare attraverso le forme culturali
acquisite dal poeta, sensi Stie e materialistiche, conformandosi a esse e subendo una trasformazione, che muta volto agli
impulsi originari.
L’esperienza cantata nella poesia prende corpo in una struttura fondata su precise simmetrie. I due momenti, corrispondenti
all’esperienza dell’infinito spaziale a quella dell’infinito temporale, occupano esattamente sette versi e mezzo ciascuno. Il
passaggio tra i due momenti avviene al verso otto, che è diviso in due da una forte pausa al centro, segnata dal punto fermo.
La pausa serve a distinguere due momenti; però ci sono anche altri elementi che sottolineano la continuità tra essi il fatto cioè
che viene descritto un processo unico, in cui un’immaginazione scaturisce dall’altra senza contrasti con la precedente: si tratta
di un elemento sintattico, la congiunzione coordinativa E all’inizio del secondo periodo e di un metrico la sinalefe che collega in
una sillaba sola la vocale finale di “spaura” con la e successiva.
queste due sezioni si suddividono ancora ciascuna in due parti simmetriche: nella prima sia il punto di partenza
dell’immaginazione del dato reale, sensibile, la siepe, il vento che sorbisce; nella seconda l’allontanamento dalla realtà verso
l’infinito immaginato, nello spazio e nel tempo. Le simmetrie si misurano anche sul piano sintattico.
I due periodi in cui sono rese rispettivamente l’esperienza dell’infinito spaziale e di quello temporale sono costruiti su due sedi
analoghe in forma di policlinico, cioè di membri collegati dalla congiunzione. La simmetria si rompe sul piano lessicale: nel
membro in cui è resa l’esperienza dell’infinito spaziale si ha la prevalenza di parole molto lunghe; nel membro dedicato all’infinito
temporale ci sono invece parole più brevi.
I poli sillabe danno il senso di un’esperienza vertiginosa, che “spaura”, mentre le parole più brevi e consueti corrispondono al
distendersi dell’esperienza verso la pace del naufragio dell’io.
L’effetto coopera anche il livello fonico.l’impressione di infinità spaziale è resa con l’uso di più vocali /a/accentate, che danno
un’idea di vastità; il brivido di sgomento è il re reso invece convocati dal suono cupo come la /o/, ma soprattutto con l’accento
tonico sulla /u/.
Invece il naufragio finale è accompagnato di nuovo dall’ampiezza della vocale a .
il senso di esperienza unitaria, aldilà dei due momenti in cui si articola, è resa dalla continuità metrica e sintattica che percorre
tutto il componimento: nessun verso, tranne il primo e l’ultimo, è isolabile sintatticamente, cioè coincide con una frase: il discorso
sintattico continua sempre nel verso seguente; di conseguenza, su 15 versi ci sono ben 10 enjambements.
Il tema centrale del canto sembra l’infelicità come destino individuale dell’io lirico,. In realtà l’idea di implicita individuale si allarga
quella di un’infelicità universale, che abbraccia tutti gli [Link] a caso il discorso passa dall’io iniziale al noi; e se in questo
caso vi può ancora essere il dubbio che si tratti di un plurale di modestia, nell’ultima strofa è ben chiara la diagnosi della
condizione dell’uomo in generale, condannato a perdere ben presto la gioia giovanile e a patire malattie, vecchiaia e morte.
L’infelicità dunque non è più soltanto dei moderni che hanno perso la facoltà di illudersi ma, derivando da terribili mari esterni
coinvolge tutti gli uomini, in ogni tempo . In questa prospettiva, non appare casuale che, come esempio di infelicità, si è proposta
la professa greca: la miseria umana non risparmia neppure quegli antichi che Leopardi riteneva privilegiati perché più vicini alla
natura ed immuni dagli effetti distruttivi della ragione.
La concezione di un’infelicità universale nasce dal fatto che ora, l’idea di una natura benigna si associa all’idea di un fatto
crudele, che dispensa sventure alla cieca e destina all’uomo alla sofferenza senza scampo.
Si delinea cioè un dualismo tra natura e fato; ma è una fase transitoria: ben presto sarà superata con l’attribuzione alla natura
delle caratteristiche di questo fato stile all’uomo.
Coerentemente con l’idea che anche gli antichi non sfuggivano all’infelicità, Saffo diventa portatrice di una coscienza moderna,
che ha perso le illusioni primitive e assunto piena consapevolezza del vero: così può proporsi come portavoce del poeta stesso .
Asa vengono infatti attribuiti gli atteggiamenti titanici che sono propri di Leopardi in questo periodo: l’infelice si erge eroicamente
impavidamente ad accusare la potenza crudele del fato che perseguita l’umanità. Ed il conflitto dell’eroe con il fato si colloca in
uno scenario di natura tempestosa e cupa, vicino al gusto della poesia Ossian Anica che ebbe influenza notevole su Foscolo .
Il tormento dell’individuo eroico trova corrispondenza all’esterno con questa natura sconvolta dalla furia dei venti. Sulla Saffo
leopardiana si proietta anche qualcosa dell’eroe romantico, il reietto su cui pesa come una misteriosa maledizione, che lo
esclude dall’armonia della natura.
Per l’eroe romantico, la maledizione nasce da una colpa di cui si è macchiato in un lontano [Link] SAF si chiede
esplicitamente di quale colpa sia stata macchiata, perché su di lei debba pesare una simile maledizione .
Ma, non potendo trovare risposta al tragico interrogativo, ripiega sull’idea che quel destino non gravi solo su di lei, ma su tutti gli
uomini, e che quel mistero si sapessi insondabile: tutto arcano, la sola cosa certa è il dolore di esistere .
Per l’eroe, l’unico scampo da questa condizione negativa è la morte, scelta deliberatamente. ma rimane l’amaro rimpianto che di
tante speranze illusioni di un’anima grande e nobile resti solo il buio e il silenzio della morte.
in quest’opera Leopardi non parla più in prima persona, ma delega il discorso poetico ha un personaggio dell’antichità che è
suicida. Si delinea quale l’idea di umanità infelice non solo per ragioni storiche, ma per una condizione assoluta. Non si incolpa
ancora la natura, ma gli dei e il fato che sono visti come forze malvagi che si compiacciono di perseguitare l’uomo.a queste si
contrappone l’eroe singolo, che si ribella la forza crudele che lo opprime e afferma la propria libertà in un gesto di sfida suprema,
dandosi la morte. questo caratterizza il titanismo eroico presente nel primo Leopardi.
A SILVIA:
composto a Pisa nella prima del 1828, fu pubblicato per la prima volta nell’edizione fiorentina dei [Link] l’idilli e le canzoni è il
canto che inaugura una nuova stagione della poesia leopardiana, quella dei grandi idilli .
A Silvia, con l’infinito, è concordemente ritenuto il momento più alto della poesia leopardiana .
La lirica non propone una vicenda d’amore. La situazione è lasciata nel vago e nell’indeterminato: ciò che unisce Silvia e il poeta,
a distanza è solo il parallelismo tra due condizioni: la fanciulla del popolo e il giovane poeta aristocratico sono associati dalle sue
speranze e dai suoi sogni, poi dalla loro delusione.
non solo la situazione, ma tutta la lirica è caratterizzata dalla vaghezza.
La figura femminile è poverissima di indicazioni concrete: l’immagine di Silvia vive solo di due particolari, uno fisico, gli occhi
ridenti e fuggitivi in cui splende la sua bellezza, e uno psicologico, l’atteggiamento lieto e pensoso con cui varca la soglia della
giovinezza.
Questa sobrietà di indicazioni risalta soprattutto la tradizione petrarchista, che insiste su una serie di parti particolari fisici.
Ancora più vaga la raffigurazione del mondo esterno, l’ambiente che circonda le due figure: il paesaggio primaverile è poverissimo
l’indicazioni sensibili, concrete.
Non ci sono descrizioni: solo pochi aggettivi estremamente sobri, quasi [Link] mondo esterno è privo di urgenza fisica,
materiale, sensuale: è come rarefatto.
questa sobrietà della raffigurazione, quest’estrema vaghezza, non sono casuali: corrispondono a 1:00 poetica leopardiana, la
tendenza al vago e indefinito in cui consiste il bello il piacevole delle cose, e soprattutto della poesia, perché stimola
l’immaginazione, dà l’illusione di quell’infinito a cui perpetuamente l’uomo aspira , allontana dalla realtà, dal vero, che è doloroso e
brutto.
Lo spunto da cui prende le mosse la poesia è un dato reale, vissuto: ne abbiamo la prova nei ricordi d’infanzia e adolescenza del
[Link] questa realtà vissuta, per essere assunta in poesia, è sottoposta ad una serie di filtri che la depurano, le tolgono
quell’urgenza materiale che è proprio dell’arido vero .
Innanzitutto, un filtro fisico: il mondo esterno è percepito attraverso la finestra del paterno ostello, che allontana Leopardi e lo
separa dal mondo, impedendo il contatto immediato con la realtà.
l’lirico nella poesia di Leopardi non è mai immerso nel mondo, ma sempre separato da esso da una distanza, da una sorta di
diaframma: questo diaframma è spesso la finestra. Leopardi percepisce sempre il mondo dal chiuso della propria stanza dove
studia pensa scrive cioè dal chiuso nel proprio mondo interiore: la finestra è come il confine simbolico che mette in contatto i due
mondi, l’interiore e l’esteriore, l’immaginario e il reale.
La sua funzione è simile a quella della siepe dell’infinito: limitando il contatto diretto con il reale, stimola l’immaginazione .
Il secondo filtro è costituito dalle operazioni dell’immaginazione. Il dato fisico del canto delle figlie del cocchiere non è tanto
percepito con i sensi, quanto trasfigurato attraverso l’immaginazione.
Nel rapporto con il reale si determina una sorta di doppia visione.
Ma il canto della fanciulla suscita l’immaginazione perché è già di per sé di un tipo particolare: è una di quelle sensazioni vaghe
indefinite che Leopardi elenca nello zibaldone come altamente suggestive, perché danno l’illusione dell’infinito.
Un terzo filtro è la memoria: il ricordo per Leopardi ha una funzione analoga a quella dell’immaginazione, nel rendere indefinite
poetiche le cose .
Nel caso di a Silvia, la memoria richiama un particolare del passato, il canto della fanciulla ascoltato quasi 10 anni prima,
trasfigurandolo.
Ma quel particolare del mondo esterno era stato già trasfigurato dall’immaginazione; non si ha solo la memoria, ma la memoria di
un’illusione: le due facoltà simili sommano le loro funzioni.
ma si aggiunge ancora un filtro letterario: le immaginazioni suscitate dalla suggestione indefinita del canto della fanciulla sono
anche memorie poetiche; la doppia visione è anche la sovrappressione surreale del ricordo di passi poetici, suggestivi e cari: in
questo caso sulla figura di Silvia si sovrappone il ricordo del canto di Circe, che giunge ai Troiani di lontano nel silenzio notturno
mentre veleggiano davanti alle coste italiche .
il fatto che il ricordo letterario del canto di Circe si sovrapponga sul canto di Silvia, è confermato dal fatto che il passo di Virgilio è
sempre stato molto caro a Leopardi, come esempio mirabile del carattere immaginoso della poesia antica.
C’è anche un filtro filosofico: l’illusione recuperata dalla memoria non può più essere vissuta con immediatezza ed ingenuità, come
negli anni giovanili.
nel tempo che si è frapposto c’è stata la presa di coscienza filosofica del vero, l’approdo a una visione fermamente
pessimistica del mondo. L’illusione risorge comunque, prepotentemente: ma a differenza degli anni della giovinezza è sempre
accompagnata dalla consapevolezza del vero, dell’infinita vanità del tutto .
la memoria richiama dal passato immagini di giovinezza, bellezza, gioia, ma quelle immagini si proiettano come su sfondo
d’ombra. Anche per questo nella poesia leopardiana la realtà appare così rarefatta.
Non solo quelle immagini sono fantasmi dell’immaginazione e della memoria, ma sono ulteriormente assottigliate dalla
consapevolezza del fatto che tutto è nulla. Per questo la poesia di Leopardi è così povera di determinazioni concrete, giocata
sul non dire. La poesia è comunque una sfida ostinata al silenzio al nulla, che nasce dall’esigenza di affermare comunque il
bisogno di felicità, nonostante ogni conquista filosofica.
A Silvia si chiude con l’immagine della fredda morte, ma per l’intero componimento e il poeta epoca le immagini della vita e
della gioia, come protesta contro la forza ma linea della natura che le ha negate all’uomo .
La lirica è costruita con una sapienza stilistica che ha del miracoloso; a livello fonico colpisce ricorrere le frequenze del gruppo
di lettere /vi/—> è l’indizio della presenza costante di quell’immagine affiorata dalla memoria, che costituisce una trama
segreta sotto la superficie del discorso.
Si può anche notare che il particolare fisico che individua la figura di Silvia è connotato dal ricorrere delle stesse lettere con
una sorta di rima a distanza .
A livello morfologico risalta l’opposizione dei tempi verbali, imperfetto contro presente. L’imperfetto è il tempo che indica
continuità nel passato, quindi segna l’immersione nella durata indefinita dei sogni giovanili, è il tempo della memoria
dell’illusione; per questo domina nelle strofe 1,2,3,5 che sono quelle che rievocano il passato.
la continuità dell’imperfetto è interrotta nelle strofe 4 e 6, in cui il poeta non ricorda più ma attrai un bilancio della sua protesta
contro la natura che nega la gioia dell’uomo: qui irrompe il presente, il tempo del vero, della delusione. Ma alla strofa cinque la
delusione delle speranze di Silvia è espressa con l’imperfetto; la memoria addolcisce la durezza del vero.
A livello lessicale, il lessico risponde alla poetica dell’indefinito: nelle strofe della memoria dell’illusione sono disseminate
quelle parole vaghe che leopardi considera sommamente [Link] sono anche i termini suggestivi per la loro pattinar
arcaica, che gli allontana dall’uso comune.
A livello sintattico, la sintassi è molto piana e limpida, fatta di periodi brevi con poche subordinate prevalentemente temporali:
è il segno che domina la dimensione temporale del flusso della memoria .
Nelle strofe 4 e 6 la sintassi si inarca, si fa più mossa e tesa: ricorrono esclamazioni e interrogazioni e la tensione è
accresciuta dalle anafore che danno un andamento più concitato al discorso. È il momento riflessivo che rompe il flusso
contemplativo della memoria e sfocia in mosse di sdegno e di protesta.
A livello metrico e ritmico, la metrica è caratterizzata da una modulazione molto piana pervasa da una segreta musicalità.
Questa modulazione è creata specialmente dalla libertà assoluta della struttura metrica, dell’alternarsi delle endecasillabi e dei
settenari senza lo schema fisso. Questa libertà metrica a seconda perfettamente la tendenza alla vaghezza e all’indefinitezza
delle immagini che è il motivo centrale della poetica leopardiana .
nel contesto della poesia lirica italiana del primo ottocento ancora legata a schemi fissi la libertà metrica è una grande
innovazione di Leopardi ed è inaugurata proprio da questo canto. Al fluire melodico contribuisce anche un gioco metrico per
cui, all’interno degli endecasillabi, assume spesso rilievo dei più agili settenari, separati da cesure dal resto del verso .di
conseguenza la poesia viene ad avere una duplice modulazione, una manifesta, l’altra è più segreta, dissimulata al di sotto
della prima, scorrevole e musicale.
la fluidità musicale è data anche dal fatto che moltissimi endecasillabi non presentano pause interne: versi due, 4,10, 12,18,
19,20, 22,25, 32,35, 40,41, 45,46, 54, 58,61. Questi versi si addensano soprattutto in concomitanza con il motivo del canto di
Silvia: al vago e indefinito dell’immagine corrisponde anche l’estrema fluidità musicale; al contrario sono più rotti da pause i
versi riflessivi di protesta..
IL SABATO DEL VILLAGGIO:
composta a Recanati, subito dopo la quiete dopo la tempesta, fra il 20 e il 29 settembre del 1829, venne pubblicato per la prima
volta nei canti del 1831.
questo canto forma una sorta di dittico insieme alla quiete: ha la stessa stesura, prima una parte descrittiva, dedicata agli aspetti
della vita borghigiani poi una parte riflessiva, che prende lo spunto dalla descrizione precedente; inoltre tematicamente appare
complementare alla quiete: la il piacere era visto come cessazione di un dolore, qui come attesa del godimento futuro, come
speranza e illusione.
il quadro paesano si apre con due figure femminili contrapposte, la donzelletta che immagina la gioia del giorno festivo avvenire
e la vecchiarella che ricorda la gioia delle feste della socio [Link] due figure rappresentano emblematicamente la
speranza giovanile e la memoria, che nel sistema leopardiano sono strettamente congiunte .
Come sempre, la speranza e la giovinezza si collegano con il tema della festa e della primavera.
speranza giovanile e primavera si concentrano poi nel simbolo del mazzolino di rosa e di viole; adesso si oppone il fascio
dell’erba che rappresenta la realtà quotidiana, con il suo peso di fatiche gravose: ha quindi la stessa funzione della faticosa tela
di a Silvia, in contrapposizione al vago avvenir di cui la fanciulla è contenta .
Anche in questo testo interviene il filtro letterario che ha la funzione di trasfigurare la realtà. Questo vale per tutto il quadro della
vita borghigiana. Esso come quello nella quiete non possiede nulla di bozzettistico idealistico proprio perché su molti suoi
elementi agisce il filtro letterario che li allontana e li smaterializza, trasformandoli in realtà dell’immaginazione del ricordo.
La donzelletta rimanda a tutta una serie letteraria di figure femminili che si odano con ghirlande di fiori; la trama dei rimandi
letterari non è solo elemento erudito ma testimonia la doppia visione delle cose che non sono colte nella loro oggettività ma
sempre filtrati attraverso l’immaginazione e la memoria.
A togliere oggettività realistica contribuisce anche il fatto che il quadro di vita paesana è tutto costellato da immagini vaghe
indefinite che sono predilette da Leopardi.
Il complemento di luogo dalla campagna suscita subito al primo verso l’impressione di una vastità spaziale indeterminata; ancora
il gioco di luce e ombra creato dalla luna nascente è una di quelle immagini registrate nello zibaldone come poetiche per la loro
indefinitezza.
A differenza della quiete, la parte riflessiva che segue il quadro idillico non segna un brusco [Link] riflessione sentenziosa
vera e propria, che mira a negare la possibilità del piacere occupa solo cinque versi, ed è pacata e sobria.
la conclusione filosofica non è di tipo raziocinante ma è affidata ad un colloquio affettuoso con il garzoncello; e invece di insistere
sul vero che dissipa l’illusione, è un invito a non spingere lo sguardo oltre i confini dell’illusione giovanile: cioè dissimula la acerbo
vero con delicato di serbo, anziché metterlo in rilievo polemicamente .
Anche sul piano stilistico, non c’è quell’opposizione tra le due parti che si instaurava nella quiete .
Si noti la levità ritmica dell’ultima strofa, l’estrema scorrevolezza musicale dei versi, il gioco delle line, tutti gli aspetti che
continuano l’andamento delle due strofe idilli che iniziali. Anche il lessico dell’ultima strofa rimanda prevalentemente al linguaggio
dell’immaginario.
IL PASSERO SOLITARIO:
la poesia è collocata prima dell’infinito; ma vari elementi impediscono di ritenere che sia stata composta nella stagione dei primi
idilli: in primo luogo la struttura metrica, che è quella inaugurata nei grandi idilli, poi il fatto che non compaia se non nell’edizione
napoletana del 1835.
presumibilmente Leopardi riprese elaborò anni più tardi uno spunto risalente agli anni giovanili. La composizione deve essere
posteriore a quella dei grandi idilli, visto che il canto non compare ancora nell’edizione fiorentina del 1831. La collocazione in
testa ai primi idilli può essere spiegata in base alla tematica che è vicina a quella giovanile ; non solo ma il poeta parla della
propria condizione giovanile come se fosse presente come in a Silvia e nelle ricordanze.
Il canto è composto su una similitudine tra il passero e il poeta: come il passero vive solitario, non partecipando ai giochi degli
altri uccelli nel tripudio vitali della primavera, così il poeta si isola dagli altri giovani e non cura i loro divertimenti.
la costruzione è simmetrica: la prima strofa è dedicata al passero, la seconda il poeta, la terza riprende il confronto prende a
contrasto la vecchiezza di entrambi .
si può ancora notare la collocazione simmetrica in forte rilievo all’inizio del verso due pronomi personali “tu pensosa in disparte”/“io
solitario”.
Al clima dell’il canto appartiene in primo luogo per la fitta presenza di immagini vaghe e indefinite: subito all’inizio si ha il canto del
passero che si allargano in uno spazio indeterminato, evocato dal complemento di un luogo vago; il motivo del suono è ripreso
poco dopo dal Bear delle greggi e dal muggire degli armenti.
Anche la torre che si alza nel cielo e evoca un’idea di infinito; la suggestione contribuisce all’antichità della torre perché “l’antico è
un principalissimo ingrediente delle sublimi sensazioni”, sempre “per la tendenza dell’uomo all’infinito”: infatti l’antico “produce una
sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde”.
le parole stesse sono quelle che Leopardi ritiene sommamente poetiche perché suscitano idee indefinite: “antica“, “solitario“.
All’area dell’idillio rimanda alla costellazione dei temi, giovinezza, gioia, festa, primavera, che compare sia nella prima strofa sia
nella seconda.
nella seconda strofa ritornano le sensazioni vaghe indefinite, soprattutto i suoni lontani che si diffondono nell’aria. L’ultima parte
della seconda strofa segna un forte contrasto tra la solitudine del poeta e la gioia giovanile della festa.
Ma si può notare come non domini qui il linguaggio negativo del vero, bensì continui il linguaggio dell’immaginare: ricorrono
termini poetici per le idee vaghe indefinite che suscitano ; ritorna il complemento di luogo indeterminato.
Le soluzioni stilistiche ci forniscono un indizio determinante: per quanto solitario è priva di gioia, la giovinezza per Leopardi è pur
sempre la stagione privilegiata.
L’età del vero è la vecchiezza: e difatti il linguaggio del vero compare nella seconda parte dell’ultima strofa dedicata alla vecchiaia
del poeta: la sintassi è più ampia e complessa, tesa da interrogazioni, esclamazioni, anafore incalzanti; la trama verbale non è più
composta da termini vaghi suggestivi ma da parole negative.
il poeta qui non parla in prima persona: il canto è messo in bocca ad un uomo primitivo semplice ed ingenuo. Nella prima fase del
suo pensiero, Leopardi riteneva i primitivi più vicini alla natura, fanciulleschi e immaginoso, quindi più felici dell’uomo moderno.
Qui invece il primitivo è filosofo come gli uomini civilizzati e sente fortemente l’infelicità sua propria e quella universale. È l’indizio
più chiaro del passaggio da un pessimismo cosmico, che concepisce l’infelicità come propria dell’uomo in tutti i tempi, in tutti
luoghi e in tutte le condizioni.
il canto si distingue nettamente dagli altri grandi idilli: non si fonda sulla memoria, sul vagheggiamento, sulle effusione degli affetti;
è una lucida, ferma riflessione, che coinvolge grandi problemi metafisici partendo da interrogativi elementari: quindi è una poesia
filosofica, fondata sul vero.
Il linguaggio perciò, pur presentando quella miracolosa essenzialità e purezza che sono proprio di questo periodo, non ha quelle
inflessioni affettuose che nascono dall’impulso dell’illusione .
Anche il paesaggio è diviso: non è quello idillico, che è il paesaggio familiare dell’immaginazione giovanile recuperato dalla
memoria, ma un paesaggio astratto e metafisico.
Permane la suggestione tipicamente leopardiana dello spazio sconfinato e del tempo [Link] non è un infinito creato
dall’immaginazione, bensì contemplato dalla ragione; perciò nella contemplazione non c’è il riscatto: la coscienza resta vigile, è
sempre presente rimane in essa la percezione della sofferenza e della mancanza di senso dell’universo.
In questa poesia di puro pensiero sono anche assenti quelle sensazioni vaghe indefinite che sono sparse negli idilli. Per queste
caratteristiche il canto notturno, fa già presentire la stagione successiva della poesia leopardiana, quella del ciclo di ASP Asia che
sarà una poesia nuda e severa, di puro pensiero.
La poesia propone una serie di grandi temi esistenziali che riguardano la vita dell’uomo e quella dell’universo: in primo luogo la
monotonia dell’esistenza quotidiana, in cui si ripetono sempre le stesse azioni e gli stessi gesti e perciò ci si chiede che senso è
sabbia e a quale fine tenda.
La risposta che Leopardi dà nella seconda strofa cupa e desolata: dopo una vita di fatiche e di sofferenze tutto precipita nella
morte che è alla fine di tutto, è il nulla .
leopardi ha una visione totalmente atea, che nasce dal suo materialismo quindi non prospetta un’altra vita dopo la morte in cui si
riscattino i mali di questa. Come indica la terza strofa, per lui, la vita di per sé è una [Link] nascita stessa è un trauma che
provoca sofferenza e spesso comporta il rischio di morte. di cui sorge un terribile interrogativo: perché dare alla vita, se è solo
sofferenza a cui è necessario fornire consolazione? E se la vita è una sventura, perché la creatura umana la sopporta?
Sia d’ombra qui il tema del suicidio, però il poeta lascia in sospeso l’interrogativo senza dare una risposta. Nella quarta strofa il
pastore, a cui il poeta affida il discorso si apre una prospettiva che si può definire religiosa: nella sua visione primitiva la luna,
creatura non terrena immortale, forse conosce il senso della vita e dell’universo e il perché della presenza della morte, che
all’uomo sono inconoscibile.
Ma nessuna risposta viene da una dimensione ultraterrena: l’unica certezza che l’uomo può possedere è che per lui la vita è male.
La quinta strofa propone il motivo della noia, che assilla Leopardi sin dalle medicazioni dello zibaldone. Gli animali sono privilegiati
rispetto all’uomo perché, pur restando oziosi, non patiscono tale sentimento. L’essere privi di coscienza è un vantaggio perché la
coscienza rappresenta all’uomo la propria nullità.
La noia è prerogativa solo dell’uomo: è anche qui il pastore si chiede la ragione, e come sempre l’interrogativo resta
senza risposta.
nell’ultima strofa, dopo questa rassegna di quesiti sul male di vivere che non trovano risposte, si manifesta un bisogno di
liberazione; ed esso si esprime nel sogno di poter volare, di liberarsi nel cielo come uccelli o il tuono, per staccarsi simbolicamente
dall’infelicità connessa con la vita terrena .
È un sogno antico, che si trova espresso nella lirica greca e nei salmi biblici, tutti i testi che il poeta aveva ben presenti. Ma il sogno
che la condizione delle creature dell’aria possa essere più felice se dilegua davanti ad una mala conclusione, che il giorno della
nascita è funesto per tutte le creature, che gli animali come per gli uomini.
A SE STESSO:
fu composto probabilmente nel 1835. L’occasione esterna dovette essere il disinganno a cui andò incontro l’amore per Fanni
Targioni Tozzetti, la scoperta della vera realtà della donna amata, che negava l’immagine costruitasi dal [Link] pubblicato
nell’edizione dei canti del 1835.
Il componimento chiude suggella il ciclo di [Link] si afferma la scomparsa dell’inganno estremo, l’amore, che era stato cantato
nel suo momento culminante, nel “pensiero dominante in amore e morte”.
la poesia segna perciò il distacco definitivo dalla fase giovanile dell’illusioni: se negli idilli del 1828-30, pur essendo consapevole
della loro vanità, il poeta non rinunciava a recuperarle attraverso la memoria, ora persino il desiderio di cari inganni è spento.
La negazione dell’illusione è ferma perentoria. Ora Leopardi intende fare poesia non con il caro immaginar ma con il vero. Non è
neppure l’atteggiamento contemplativo dinanzi al vero che caratterizzava le operette: come è proprio di questa fase ultima della
poesia leopardiana, compare il contegno combattivo, eroico.
Esso si esprime nel disprezzo sia verso quel se stesso che ha ceduto ancora ai cari inganni, sia verso la natura, la forza malefica
che, nascosta, domina l’universo avendo come fine il male.
Anche la percezione dell’infinito vanità del tutto, che in precedenza generava la noia, ora suscita un atteggiamento combattivo e di
superiorità sprezzante.
Questa tensione eroica si risolve in una potente tensione stilistica, che fa di questa lirica un testo esemplare della nuova poetica
dell’ultimo Leopardi.
Colpisce per prima cosa l’andamento spezzato del discorso poetico. Si sussegue una serie di proposizioni brevissime. Di
conseguenza i versi sono rotti da continue pause: ben nove molto forti, segnate da punti fermi.
La spezzatura del discorso è data anche dai numerosi enjambements, anch’essi molto forti. Il lessico è spoglio, [Link] aggettivi
sono rari. La nudità spoglia è data dal fatto che il discorso, data a questa rarità degli aggettivi, consta essenzialmente dei verbi e
sostantivi, con prevalenza netta di questi ultimi.
E sono tutti sostantivi, concettualmente densi, ricchi di espressività; ciascuno di questi sostantivi concentra su di sé l’attenzione,
essendo collocato all’inizio alla fine del verso.
si può misurare di qui la distanza rispetto al linguaggio dell’idilli, che erano caratterizzati dal fitto ricorrere di immagini e parole
vaghe e indefinite, dalla limpidezza della sintassi, dalla scorrevolezza musicale dei versi.
la critica crociana, che ha privilegiato l’idilli, vedendo solo i nessi la poesia, ha svalutato questa fase dell’opera [Link]
realtà, se esaminiamo i testi senza pregiudizi, nelle loro componenti tematiche stilistiche, emerge come si tratti non di
inaridimento dell’ispirazione, ma di una poesia totalmente nuova, diversa da quelle fasi precedenti ma non per questo inferiore.
LA GINESTRA:
la ginestra, composta nel 1836 presso Torre del Greco, in una villa alle falde del Vesuvio, fu pubblicata da Antonio Ranieri
nell’edizione postuma dei canti, nel 1845.
La ginestra è un ampio componimento di ben 317 versi, in cui convergono i temi e i toni più diversi, in una vasta orchestrazione
sinfonica.
La prima strofa incise sull’opposizione deserto-ginestra, aridità-profumo. Il primo elemento dell’opposizione, il deserto, propone un
paesaggio radicalmente anti idillico.
Il paesaggio idillico è richiamato solo a contrasto, per essere negato. Il paesaggio si specifica in tre quadri: il formidabile monte, in
cui si concentra sensibilmente l’immagine della potenza distruttiva della natura;
Le erme contrade, intorno a Roma, immagine di desolazione ed abbandono, che richiama l’azione corrosiva del tempo e il perire
irrimediabile di tutte le cose; le ceneri in feconde e l’impietrata lava, immagine di morte, obiettivazione materiale del destino delle
creature, vittime della malvagia potenza della natura.
le connotazioni dell’altro membro dell’opposizione, la ginestra, sono: è contenta di crescere nei deserti e le abbellisce; è sempre
compagna di afflitte fortune; è gentile, in opposizione alla minaccia del vulcano ; commisura i danni altrui, consola la desolazione
del deserto con il suo profumo.
La ginestra assume quindi un denso valore simbolico: come indicano gli attributi elencati, rappresenta la pietà verso la sofferenza
degli esseri perseguitati dalla natura. Ma per Leopardi la pietà si esprime soprattutto attraverso la poesia, che è l’unico conforto
all’infelicità umana.
su questa strada, è possibile scorgere una segreta identificazione tra il poeta e la ginestra: nel fiore egli proietta soprattutto la sua
pietà per le vittime della natura; viene così anticipato sin dalla prima strofa, nel simbolo del fiore, il motivo della solidarietà fra gli
uomini.
c’è poi ancora un altro terreno di identificazione fra il fiore e il poeta. La ginestra rappresenta la vita che resiste ad ogni costo al
deserto, alla potenza devastante della natura; vi si proietta perciò anche quell’atteggiamento coraggioso e non rassegnato di
opposizione di sfida alla natura nemica, che caratterizza l’ultimo Leopardi.
ai due poli dell’opposizione corrispondono tonalità e mezzi stilistici diversi.l’immagine del monte istruttore e dei deserti di cenere di
lava tende ad una sublimità grandiosa e orrida. I versi dedicati alla ginestra sono invece caratterizzati da una delicata musicalità
Che non costituisce più il linguaggio dell’illusione, ma della pietas.
Nell’ultima parte della strofa si ha un passaggio brusco dal motivo lirico a quello polemico contro l’ottimismo di chi esalta la
potenza dell’uomo, giocato su toni sarcastici.
Seguono due strofe di argomento polemico, sull’impulso del motivo introdotto al termine della prima. Il bersaglio della polemica è
il ritorno a concezioni spirituali che si verifica nell’epoca presente.
Per Leopardi, materialista integrale, questo significa abbandonare la via seguita dal pensiero moderno a partire dal Rinascimento
sino all’Illuminismo, grazie al quale la civiltà si era risollevata dalla barbarie, e tornare all’oscurantismo del medioevo.
leopardi rovescia tutte le convinzioni e i miti dominanti: denuncia come in questa età si esalta il progresso, e si torna invece
indietro alle barbarie; si leggi alla libertà, e si voglia al contrario il pensiero di nuovo schiavo del dogma e dell’autorità, mentre il
solo pensiero libero può guidare verso il meglio il destino della collettività umana.
Il poeta attribuisce a vigliaccheria l’atteggiamento di chi esalta il posto privilegiato dell’uomo nell’universo, e l’ottimismo di chi
prospetta il destino radioso di progresso che attende l’umanità: l’età attuale non ha il coraggio di guardare in volto il vero, la sorte
infelice e il post meschino assennati all’uomo dalla natura, e il rifugio dalla filosofia che lo svela.
Acquista atteggiamenti, egli contrappone la propria figura eroica e solitaria, con un atteggiamento combattivo ed un orgoglio della
propria nobiltà spirituale che caratterizzano le opere di quest’ultimo periodo.
Nella terza strofa il poeta definisce la vera nobiltà spirituale, che non consiste nel proclamare la grandezza dell’uomo e nel
profetizzare e adesso un destino di inaudita felicità, ma nel guardare coraggiosamente in faccia il destino comune e nel dire il
vero sulla condizione infelice ed effimera del genere umano, mostrandosi forti nel soffrire e fraternamente solidali con gli altri
uomini.
A questo punto c’è una svolta fondamentale nel pensiero di Leopardi. Nelle precedenti opere in cui polemizzava contro
l’ottimismo progressista dei suoi tempi, si limitava a posizioni critiche negative, a distruggere i meeting ingannevoli degli
avversari, rivelando il vero.
qui invece propone con vigore una parte costruttiva, una sua alternativa alle idee che combatte. il poeta continua ad escludere la
felicità, ma afferma la possibilità di un progresso che assicuri una società più giusta, con rispetto reciproco fra gli uomini.
Nella ginestra ammette una forma di progresso, anzi alla falsa idea di progresso diffuso dall’ideologie ottimistiche del suo tempo
contrappone quello che per lui è il progresso autentico di tipo civile e morale.
Il fatto è che qui Leopardi introduce un elemento di cui prima non aveva tenuto conto: oltre all’infelicità causata dalla natura
esiste un’infelicità per così dire addizionale, di cui sono responsabili gli uomini.
È proprio su questa infelicità addizionale che può agire il progresso. Esso non potrà far nulla contro i mali che la natura infligge
all’uomo ma potrà combattere e alleviare almeno i male che l’uomo stesso provoca i suoi simili. Il progresso prospettato si fonda
proprio sul pessimismo, sulla lucida consapevolezza della tragica condizione dell’umanità.
Se gli uomini avessero coscienza della loro infelicità e miseria sarebbero indotti a coalizzarsi contro la loro implacabile
[Link] rinsalda legami sociali, unirebbero le loro forze contro la natura e il bisogno di lottare contro di essa li indurrebbe
alla fraternità fra di loro .
Da questo nascerebbe vero amore tra gli uomini, ma anche giustizia e pietà, rapporti civili onesti e retti e solidarietà reciproca.
questa società ha un solido fondamento oggettivo in un bisogno reale degli uomini che è quello di salvaguardare la propria
sopravvivenza: il progresso non si basa sui miti e non assicura agli uomini la felicità ma garantisce una società più giusta e civile,
in cui gli uomini non sono più aggressivi gli UNI contro gli altri come belve .
Anche se in questa società l’uomo resterà infelice per colpa della natura, non ci sarà più quell’infelicità tradizionale che nasce da
dall’ostilità degli altri uomini; l’uomo sarà soccorso e confortato dai suoi simili quando la natura malvagia si accanirà contro di lui.
leopardi delinea anche il compito dell’intellettuale nella creazione di questa società: rendere i palesi questi concetti, diffondere la
consapevolezza del vero, indicare il nemico autentico contro cui combattere spingendo gli uomini alla fraternità.
Questo è il compito che attende il pensiero. Da questa strofa emerge un Leopardi nuovo, diverso da qui il poeta compie uno
sforzo per volgere in positivo il suo pensiero per fondare un’idea non illusoria di progresso e di civiltà.
La quarta strofa segna un netto stacco tonale nella struttura sinfonica del componimento. La strofa si apre con uno scorcio
paesistico: è lo stesso paesaggio della prima strofa che evoca immagini luttuose. In questo paesaggio anti idillico si affaccia
anche la figura del poeta.
Negli idilli il poeta non appare mai immerso nella realtà naturale esterna ma è sempre separato da essa da una sorta di
diagramma fisico: questo diaframma allontana il reale, lo filtra, e permette di sostituire alla realtà un’altra realtà, quella
dell’immaginazione
qui invece non ci sono più diaframmi: l’io è immerso direttamente nella realtà esterna ma l’affronta eroicamente. Ed è una realtà
scabra, orrida, funebre, che non è più trasfigurata dall’immaginazione, ma rappresenta la vera condizione dell’uomo. Da questo
particolare risalta la poetica nuova che vuole fare poesia con il vero.
La prospettiva paesistica si allarga poi alla volta celeste. Il cielo stellato precedente era una di quelle immagini che suggeriscono
l’idea dell’infinito; questo cielo invece evoca una vasta meditazione sulla nullità della terra e dell’uomo nell’[Link] è più
l’infinito dell’immaginazione, ma l’infinito del vero.
L’idea dell’infinita piccolezza dell’uomo offre lo spunto per una ripresa della polemica contro le posizioni religiose, che
favoleggiano sull’uomo. Davanti a queste posizioni l’atteggiamento del poeta è incerto tra il riso e la pietà effettivamente, nella
ginestra si fondono due atteggiamenti: il riso per l’scioltezza dell’umanità e la pietà per le sue sofferenze.
La quinta strofa riprende il motivo della prima, la potenza distruttiva della natura. Essa non sicura dell’uomo più di quanto sicuri
delle formiche. Come un pomo cadendo da un albero schiaccia un formicaio, così il vulcano con la sua eruzione distrusse le città
di Pompei ed Ercolano.
La scena della strage di formiche è resa con un ampio movimento sintattico, che precipita in tre verbi principali;
la stessa struttura ritorna nella descrizione dell’eruzione che distrugge la città: a rendere la dinamicità della scena, si ha un ampio
giro sintattico che si conclude in una terna di verbi. Grande rilievo ha anche la metafora dell’utero tonante che dà urgenza
concreta all’idea di una natura dal cui grembo esce la vita, ma può uscire anche la morte
la sesta strofa è giocata sul motivo del tempo, sul contrasto tra l’insignificanza del tempo umano e l’immobilità del tempo eterno
della [Link] il tempo umano scorre vario la natura maligna incombe immutata, ferma nella sua minaccia.
Sono passati 1800 anni dall’eruzione che distrusse Ercolano e Pompei, e la cima del vulcano minaccia ancora distruzione sugli
stessi luoghi.
La prima metà della strofa è impostata sul contrasto fra un quadro potenzialmente idillico e l’immagine grandiosa e sinistra della
natura distruttrice, che nega ogni quiete idillica.
La seconda parte della strofa insiste sul motivo delle rovine delle antiche città che tornano alla luce grazie agli scavi archeologici,
con una descrizione giocata su un gusto romantico per le rovine e per i lugubri notturni.
ma torna anche insistente il motivo del tempo immobile della natura maligna, che ignora i ritmi del tempo umano con la sua
eterna minaccia, emblematizzata dal bagliore sinistro della lava che si riflette fra gli edifici in rovina.
Nella conclusione, il motivo è esposto in forma riflessiva.
La strofa è suggellata da una di quelle sentenze definitive, coincise e lapidarie, con cui Leopardi ama chiudere le sue
argomentazioni, in cui risuonano insieme scherno e commiserazione.
Nell’ultima strofa ritorna in primo piano la ginestra. Del fiore viene richiamato il significato simbolico, la pietà per la desolata
condizione delle creature.
Ma poi la ginestra acquista nuovi significati, che nella strofa iniziale erano impliciti, nell’idea di una ferma resistenza della vita alla
forza devastante del vulcano.
La ginestra diventa un modello di comportamento nobile ed eroico per l’uomo. La pianta dovrà inevitabilmente piegare il capo
davanti all’onnipotenza della natura distruttrice, ma questa sconfitta non cancella la sua dignità.
La ginestra non ha mai piegato codardamente il capo a supplicare l’oppressore, né lo ha eletto con foglio orgoglio per eguagliarsi
al cielo, ne mai ha voluto imporre il suo dominio sulle altre creature. Nella ginestra si proietta l’immagine ideale della nobiltà
dell’uomo, che il poeta aveva delineato nella terza strofa.
Infatti, nelle opere precedenti l’infelicità dell’uomo veniva fase derivare da cause psicologiche, cioè dall’aspirazione ad un piacere
infinito e dall’impossibilità di raggiungerlo; qui invece l’infelicità dipende dai mali esterni a cui l’uomo non è in grado di sfuggire.
L’islandese, che è il portavoce dell’autore, fa un elenco puntiglioso che assume un tono di tragica terribilità: i climi avversi, le
tempeste, i cataclismi, gli animali feroci, le malattie e la decadenza fisica e la vecchiaia che non risparmia nessuno.
Da qui nasce l’idea di una natura nemica che mette al mondo le sue creature per perseguitarle. Questa scoperta è stata
preparata da tempo nelle meditazioni dello zibaldone, che già mettevano in dubbio che la natura avesse come fine il bene del
singolo.
Ma ciò viene messo in evidenza in questa operetta; e questa scoperta cambierà tutto il corso della riflessione di Leopardi.
Leopardi Ltda ad un materialismo assoluto e ad un pessimismo cosmico che abbraccia tutti gli esseri e tutti i tempi. L’infelicità
non è dovuta solamente a cause psicologiche ma anche a cause materiali, alle leggi stesse del mondo fisico che non hanno
come fine il bene degli uomini.
Anzi il loro fine è il dolore, la distruzione, la morte che sono elementi essenziali dell’ordine stesso della natura. Il mondo è un ciclo
eterno di produzione e distruzione, e la distruzione è indispensabile alla conservazione del mondo.
Per esempio, gli animali e le piante vengono distrutti per fornire nutrimento agli altri: l’islandese rappresenta il cibo che permette
a due leoni sfiniti dalla fame di sopravvivere.
La sofferenza è la legge stessa dell’universo e nessun luogo, nessun essere ne è immune. Nell’operetta emergono due
concezioni diverse della natura:
1) per l’islandese è come un’entità personale malvagia che perseguita deliberatamente le sue creature
2) per la natura stessa la natura fa il male senza accorgersene, in obbedienza a leggi oggettive.
In questa duplice immagine si rispecchiano due atteggiamenti diversi dello scrittore: quello filosofico-scientifico, che considera la
natura come un meccanismo impersonale e inconsapevole, e quello poetico, che vede la natura come una specie di di divinità
malefica.
Quest’ultima visione è quella che Leopardi affiderà poi all’abbozzo dell’inno Ad Arimane, la divinità del male dei persiani e alla
lirica a se stesso
anche lo stile di questa operetta è diverso da quello delle precedenti: c’è una requisitoria incalzante, appassionata che anticipa la
protesta dell’idilli pisano-recanatesi del 1828-30 e della ginestra. Nelle altre opere invece c’è una contemplazione fredda,
distaccata dell’infelicità che è conseguenza dell’ideale dell’imperturbabilità del saggio.
SINTESI:
Il protagonista del “Dialogo della natura e di un islandese” è un Islandese, grande viaggiatore, che decide di compiere un
viaggio in Africa, nella sua parte più sconosciuta, deserta e inospitale.
Come già capitato a Vasco De Gama, che nel passare il Capo di buona speranza si era imbattuto nelle colossali statue
dell’isola di Pasqua (allusione ad un episodio del Poema Lusiadi del poeta portoghese Luis Vaz de Camoes, che narra in
forma epica e fantastica la storia del popolo portoghese), così l’Islandese, approdato all’interno del continente africano, si
imbatte in quella che da lontano gli appare come un’enorme figura che sembra di pietra e poi da vicino rivela essere
un’enorme figura di donna in carne ed ossa, la personificazione della Natura.
L’Islandese è spinto ad allontanarsi dalla propria patria ed ha iniziato il suo viaggio proprio per sfuggire alla natura, ed è
finito proprio dove questa dimostra maggiormente la sua potenza: “Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,
finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi”, dice la Natura.
ISLANDESE
L’Islandese si dilunga quindi ad elencare le pene e i travagli che ogni giorno affliggono gli uomini, a partire dalla loro
ottusa affannata ricerca di piaceri e di beni che in realtà li allontanano dalla felicità. Convinto che la felicità sia impossibile
da raggiungere, anche per pochi attimi, che gli uomini siano degli stolti e la vita senza senso (rielaborazione di filosofie
ellenistiche), l’Islandese pensa che l’unico modo per sfuggire al dolore sia ritirarsi a vivere una vita oscura e tranquilla,
lontano dagli uomini (si rifà al principio epicureo del “vivere nascostamente”), cercando solo il piacere dato dall’assenza di
dolore (piacere catastematico).
Perseguire questo ideale di vita solitaria si rivela però illusorio, le condizioni di vita dell’Islandese non migliorano perché,
non solo la società si oppone alla vita tranquilla, ma anche l’ambiente naturale ostile (l’Islanda è fredda, ventosa e
presenta molte minacce ambientali) rende difficile la conduzione di un’esistenza solitaria.
L’Islandese racconta quindi di aver deciso di abbandonare l’Islanda per andare alla ricerca di climi più miti. Anche nei
luoghi con climi migliori la situazione non cambia, ovunque si verifica una sorta di guerra della natura verso l’uomo. Una
battaglia quotidiana caratterizza la vita degli uomini che si trovano a dover combattere gli eventi naturali, terremoti,
tempeste, eruzioni di vulcani, straripamenti di fiumi o il pericolo derivante da animali feroci, serpenti, insetti, o le malattie
ed infermità.
L’islandese sottolinea come elementi come il sole e l’aria, indispensabili per la vita siano anche causa di sofferenze ed egli
non solo non ha avuto giorni di godimento ma addirittura non ha trascorso neppure un giorno in cui non abbia avuto
qualche pena. L’Islandese si sofferma anche sul tema dell’odiosa vecchiaia, evento non accidentale ma destinato a tutti,
che riguarda buona parte della vita e rappresenta il cumulo massimo di tutti i mali.
L’Islandese arriva quindi ad accusare la Natura di essere nemica del genere umano, e di tutto ciò che ha creato, che
tormenta in tutti i modi e l’unica responsabile dell’umana infelicità.
NATURA
La Natura, impassibile, risponde che nel suo agire vi è totale indifferenza per la condizione umana, sia di felicità che di
infelicità.
ISLANDESE
L’Islandese replica domandando alla natura perché mai abbia deciso di dargli la vita se poi non si cura di evitargli avversità
e patimenti.
NATURA
La natura risponde affermando che “la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione”. Unico
suo compito è di garantire l’eternità di questo processo di vita e di morte dove morte e patimento sono necessari alla
conservazione del mondo e gli uomini e le creature tutte sono puri strumenti. (Concezione meccanicistica dell’universo)
ISLANDESE
L’Islandese rivolge l’ultima domanda alla Natura chiedendole a chi giovi tutto questo.
Questa domanda rimane in sospeso ed il racconto giunge ad una conclusione grottesca, quasi un ultimo sfregio da parte
della Natura: due leoni, malconci e affamati, sbranano l’Islandese. Ciò permetterà ai leoni di poter sopravvivere ancora per
un solo giorno, rivelando l’assurdità della loro ferocia.
In alternativa viene prospettata un’altra versione dei fatti, non meno amaramente irridente rispetto alla prima, in cui
l’Islandese travolto dal vento muore sotto la sabbia, ed in seguito si trasforma in una mummia.
LE OPERETTE MORALI:
sono prose di argomento filosofico ma non espongono il pensiero sottoforma di riflessione filosofica; lo scrittore infatti si prefigge
un fine pratico, scuote la sua patria e il suo secolo.
alla base della scrittura c’è dunque un grande impegno morale e civile che si riflette nel titolo dell’opera, nell’aggettivo morali. Il
diminutivo operette da un lato indica il taglio breve di questi testi e dall’altro sottolinea l’impostazione lontana dalla serietà dotta e
ponderosa del trattato filosofico .
Non a caso l’autore sceglie un tono più lieve che fa leva sul ridicolo, sul comico e sull’ironia. Questo non pregiudica la profonda
serietà degli intenti—> si tratta infatti di scritti di profonda sostanza intellettuale, dove il pensiero non è sminuito dalle forme del
comico.
L’uso del ridicolo serve a fini seri, a combattere i pregiudizi. Si tratta di un’opera che appartiene ad un genere già presente sin
dall’antichità, quello del serio-comico di cui è rappresentante Luciano di Samosata.
Luciano era un autore greco di cui ci sono pervenute numerose opere tra cui la più importante il gruppo dei dialoghi degli dei e
dialoghi marini e soprattutto dei dialoghi dei morti.
Anche molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature fantastiche, personificazioni, personaggi mitici o favolosi;
in altri casi si tratta di personaggi storici o di personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici.
In alcune operette dialogiche l’interlocutore principale è la proiezione dell’autore stesso. Altre invece hanno forma [Link] altri
casi si hanno prose liriche o raccolte di aforismi paradossali, o discorsi che si rifanno alla trattatistica classica.
Da questo risulta la varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi, che spazia tra miti, allegorie, paradossi, veri e propri canti lirici
in prosa.
Il tutto si concentra intorno ai temi fondamentali del pessimismo leopardiano: l’infelicità inevitabile dell’uomo, l’impossibilità del
piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l’umanità.
Con tutto questo non si ha un’impressione di cupezza grazie allo sguardo fermo e lucido, all’assoluto dominio intellettuale e al
distacco ironico con cui Leopardi contempla il vero.
La scoperta scientifica ha sconvolto la gerarchia fra le cose che si riteneva indubitabile ed eterna, sovvertito l’ordine del cosmo;
quindi rivoluzionerà la stessa filosofia.
Il sole obietta allora che gli uomini non sapranno rassegnarsi a questi sconvolgimenti, opporranno l’esistenza alla verità della
scienza, continuando a considerarsi i signori dell’universo.
Si esprime attraverso queste parole il pessimismo di Leopardi sulla capacità dell’uomo di accettare le conclusioni amare a cui
porta la scoperta scientifica del vero, il suo ottuso aggrapparsi all’errore intellettuale.
E nell’indifferenza proclamata dal sole verso tale ottusità, si esprime il disprezzo dello scrittore per l’umanità cieca e vile.
In questa operetta Leopardi si rivela aggiornato sulle teorie scientifiche moderne nel campo dell’astronomia e mostra di saper
padroneggiare i concetti e linguaggio delle scienze.
Ma il suo atteggiamento verso le scoperte scientifiche non è univoco: non è fatto solo di adesione illuministica al trionfo delle
verità, contro le tenebre dell’ignoranza e del pregiudizio.
infatti, nella sua prospettiva, il vero conquistato dalle scienze dissolve le belle favole antiche che rendevano felice l’umanità.
Possiamo cogliere delle differenze tra la visione di Pirandello e quella di Leopardi. Pirandello appare meno favorevole alle
scoperte scientifiche: Leopardi rivendica la necessità del vero, anche se determina la scomparsa delle belle favole, per Pirandello
invece, la teoria copernicana provoca la perdita di senso e l’assurdità della vita stessa, se proiettata nell’infinità del cosmo.
inoltre lo scrittore siciliano dà ormai per scontati gli effetti devastanti della fine dell’antropocentrismo nella coscienza comune,
mentre Leopardi insiste sul perdurare di opposizioni e resistenze, in cui sopravvive l’antica superbia umana.
ALLA LUNA:
composto probabilmente nel 1820, l’idillio fu pubblicato per la prima volta con il titolo la ricordanza; il titolo venne poi modificato
nella prima edizione a stampa dei canti, in quanto troppo simile a le ricordanza.
I versi 13-14 furono aggiunti successivamente e compaiono nell’edizione postuma del 1845. I concetti che vengono espressi in
questo brano ritornano in un passo dello zibaldone, 25 ottobre 1821.
“C’è piacevole nella vita anche la ricordanza dolorosa, e quando bene la cagion del dolore non sia passata”.
Giacomo Leopardi in Alla luna si trova in uno stato di dolce malinconia che rende la natura sua confidente. Egli contempla la luna
che splende sopra una selva, rischiarandola, e ricorda l’anno passato: lo stesso giorno, con gli occhi colmi di lacrime, alla stessa
ora aveva visto la medesima luna.
La sua vita continua ad essere infelice, ma il ricordo appare dolce, nonostante la sua tristezza e quindi la contemplazione del
paesaggio permette al poeta di riflettere sul suo destino, sulla sua giovinezza, sulla speranza e sul dolore, sul susseguirsi del
tempo.
IL GIARDINO SOFFERENTE:
nelle pagine dello zibaldone scritto tra il 19 e il 22 aprile 1826, Leopardi contesta le tesi ottimistiche di quei filosofi che ritengono il
mondo indirizzato al bene, opponendovi la constatazione che “tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male”
Come prova dell’infelicità universale descrive un giardino in apparenza ridente, ma in realtà pervaso dalla sofferenza.
Dietro la poetica immagine di un giardino primaverile si cela l'amaro approdo leopardiano al pessimismo cosmico: le piante
soffrono per volontà della natura che le ha create e poi abbandonate al loro destino; infelici sono anche gli animali, il genere
umano e il cosmo nel suo complesso.
L'uomo è un essere souffrant ("sofferente"): pur nell'amara consapevolezza che la sofferenza è l'unica e reale dimensione
dell'esistere (il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità; rr. 1-2), egli non può fare a meno di desiderare la vita (un
istinto naturale di attaccamento alla vita contraddistingue
ogni essere vivente) e di temere la morte.
Video Leopardi raiplay: (partendo da dopo la biografia)
È un grande pessimista solo per la sua storia privata, la sua vita in quanto tale non conta nulla, qualunque uomo e
giacomo leopardi.
Nella vita di leopardi c’è la vita di tutti noi. Nel 1833 Niccolò Tommaseo disse che leopardi è un uomo che ha il genio..
La storia di leopardi è universale perché anche lui come molti ha conosciuto la felicità. Insegnando ai ragazzi che vengono da
tutto il mondo leopardi si capisce la sua universalità.
Natalino Sapegno—> primo grande autore di libro di teste della letteratura italiana.
Si forma nel,a biblioteca del padre. Ne, 1810 scrive dei versi in cui parla di un tenero augello che vive tra ozio e diletto, quando
trova la gabbia aperta
Leopardi si getta nelle pagine per conoscere il mondo. Monaldo Leopardi era visto come uno che opprimeva ma allo stesso
tempo accudiva i figli ( era stato molto importante nel luogo in cui abitava, in realtà era molto moderno es: introduce il vaccino
nello stato pontificio, aveva anche i libri proibiti (permetteva ai ragazzi del paese di leggerli)
Leopardi era un ragazzo con molta immaginazione. Monaldo è poi diventato il cattivo della storia—> nel loro rapporto ci sono
amore, odio e competizione. Monaldo da a giacomo quello che non gli da la a,dire, tenta di tenerlo a Recanati il più possibile ma
dall’altra parte gli dà sicurezza per studiare, e gli dà suggerimenti che lo scuotono.
Lo protegge, Leopardi probabilmente ha tubercolosi ossea e altri problemi. Dopo gli anni di studio, verso il 1816-17 inizia a
diventare vero e proprio poeta. Ha una corrispondenza con pietro giordani che lo va a trovare portandolo fuori dai confini del
paese, ha un ruolo nel distacco progressivo esplicito di leopardi dal mondo cristiana.
Passa dallo stadio dell’immaginazione a uno fondato dal vero e dalla ragione, e come se se d’improvvisatori da puer si fosse
ritrovato senex
Zibaldone—> sembra che cia sia l’idea della vita, scontro tra realtà e illusione. Gli oggetti che possono dare piacere sono sempre
limitati quindi il momento migliore della vita è quello in cui si spera nel piacere prossimo, in cui cessa il dolorò, quando tutto ci sta
davanti vago ed indefinito = infanzia.
Il mondo è sempre quello che per Leopardi e Recanati; la poesia è un imbroglio dolce. La felicità può essere solo indefinita,
immaginata ma mai ragionata perché la felicità raggiunta non è mai infinita. L’infanzia è l’unico momento in cui i sogni non si
scontrano con il vero
Zibaldone—>le sensazioni indefinite che proviamo dopo la fanciullezza sono una rientranza della fanciullezza.
Infinito—> la siepe ci permette di immaginare qualcosa di vado ed indefinito, fa esplodere la fantasia che accede d un’identità
spaziale e ad una immensità temporale.
L’uomo non può avere l’infinito o forse può avere qualcosa di simile naufragando. Se l’uomo è infelice di chi è la colpa? Forse è
dei tempi che corrono (domanda che si fa per tutta la vita). Lo scontro è sempre tra re,ara e fantasia quindi il mondo esterno è il
vero nemico.
La natura non può essere colpevole, ci ha regalato illusioni e inganni per rimediare alla realtà.
Leopardi canta l’amore insoddisfatto, il piacere inappagato, canta il desiderio che richiama troppo la vita. Leopardi se non avesse
conosciuto la felicità non avrebbe otto evocarla così forte, in fondo lui vuole intensificare la vita.
A 24 anni smette di sognare il mondo, viaggia = cambia tutto.
Nel 22 ha il permesso di andare a roma ma è deluso dall’ambiente culturale, che è arido superficiale misero. nel 25 va a bologna
e milano.
Anche a firenze e in si troverà bene perché ha una malattia agli occhi. Risorge alla vita e alla poesia a Pisa.
Ovunque vada e infelice e gli uomini gli sembra i preda delle illusioni, Inizia a ascrivere in prosa (da pessimismo storico—>
pessimismo cosmico, la condizione dell’uomo e sempre stata di male).
Leopardi è solo, non può seguire le mode; nasce e cresce in una mi culla nobiltà quindi si firma con cultura arretrata del 700,
quando la supera vede negli altri le velleità della cultura nascente.
Ironizza con il proprio tempo *. Il secolo attuale è arido, manca di poesia e vorrebbe cercare l’utile nella poesia. Nel 800 Leopardi
è disilluso, l’universo è triste, la stessa esistenza lo è tradita dal vero.
A Silvia—> lei è leopardi guardavano al futuro di speranze che si sono spezzate perché silvia è morta per colpa della natura,
impassibile, che illude e delude, non da risposte.
La natura è indifferente, nemica;
Titanismo leopardiano:
Ranieri incontra Leopardi e da quel momenti non lo lascia più.*
acquista una nuova lucidità, partecipa al dibattito culturale attaccando gli intellettuali. I versi di a se stesso sono ispirati alla
delusione d’amore