REgi
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caratteristiche
Il sistema impresa può essere definito come un insieme organizzato di attori, risorse e
relazioni finalizzato allo svolgimento di attività economiche orientate al raggiungimento di
determinati obiettivi. L’impresa non è composta soltanto dai soggetti interni che partecipano
direttamente alla gestione e alla produzione, ma interagisce continuamente anche con
soggetti esterni portatori di interessi propri, come clienti, fornitori, istituzioni, comunità e
investitori. Tutti questi attori influenzano reciprocamente il funzionamento e l’evoluzione
dell’impresa.
L’impresa viene considerata un sistema cognitivo perché, nel corso del tempo, apprende,
accumula conoscenze e sviluppa competenze che costituiscono la base delle sue attività e
del suo vantaggio competitivo. L’apprendimento organizzativo permette infatti all’impresa di
adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente e di migliorare continuamente i propri processi,
prodotti e strategie. Alla base della nascita e dello sviluppo dell’impresa vi è inoltre la
cosiddetta spinta imprenditoriale, che può avere natura economica, quando è orientata
principalmente alla creazione di ricchezza, oppure ideale e sociale, quando mira anche alla
soluzione di problemi collettivi o alla creazione di valore per la comunità. Tale spinta può
modificarsi nel tempo in funzione dei cambiamenti del contesto competitivo, delle esigenze
del mercato e dei valori dell’imprenditore.
L’evoluzione dell’impresa sostenibile può essere suddivisa in quattro fasi principali. Nella
fase iniziale l’impresa non possiede ancora una vera strategia di sostenibilità, anche se il
management mostra sensibilità verso le problematiche sociali e ambientali. Nella seconda
fase l’impresa sviluppa una strategia specifica per migliorare le proprie performance
ambientali e sociali e introduce strumenti di rendicontazione come il bilancio sociale o il
bilancio di sostenibilità. Nella terza fase si sviluppa lo stakeholder engagement, cioè il
coinvolgimento diretto degli stakeholder nella definizione delle priorità e degli obiettivi di
sostenibilità. Infine, nella quarta fase, l’impresa rinnova completamente il proprio business
model e il proprio sistema di governance in funzione dello sviluppo sostenibile.
Gli stakeholder rappresentano quindi sia un riferimento centrale dell’attività d’impresa sia
una forza propulsiva verso la sostenibilità. La sostenibilità dell’impresa e dei suoi prodotti
influenza infatti in modo significativo il valore attribuito dal mercato e la posizione competitiva
rispetto ai concorrenti.
A livello internazionale, uno dei riferimenti più importanti è l’Agenda 2030 per lo sviluppo
sostenibile, promulgata nel 2015. Essa definisce 17 Sustainable Development Goals
articolati in 169 target specifici relativi alle principali problematiche ambientali e sociali
globali. L’Agenda 2030 rappresenta oggi un punto di riferimento strategico per governi,
istituzioni e imprese.
Grande rilevanza assume anche il Global Compact, iniziativa che promuove una
cittadinanza d’impresa responsabile e individua dieci principi universali relativi a diritti umani,
lavoro, ambiente e lotta alla corruzione. Accanto a questo, il Libro Verde dell’Unione
Europea definisce i principi fondamentali dell’impresa sostenibile, soffermandosi su aspetti
come gestione delle risorse umane, sicurezza sul lavoro e riduzione dell’impatto ambientale
delle attività produttive.
Un ulteriore riferimento è rappresentato dalla Strategia Europa 2020, basata su tre pilastri
fondamentali. Il primo è la smart growth, orientata a conoscenza, innovazione e istruzione; il
secondo è la sustainable growth, che mira a rendere la produzione più efficiente nell’uso
delle risorse; il terzo è la inclusive growth, finalizzata a favorire occupazione, competenze e
inclusione sociale.
Per garantire trasparenza e comparabilità delle informazioni non finanziarie, le imprese
utilizzano specifici standard di rendicontazione. Il principale è il GRI (Global Reporting
Initiative), che fornisce un framework internazionale per la misurazione e comunicazione
delle performance di sostenibilità. Un ruolo importante è svolto anche dall’ILO (International
Labour Office), che definisce linee guida internazionali relative alle condizioni di lavoro, e
dalle linee guida OCSE rivolte alle imprese multinazionali.
Nel contesto della finanza sostenibile assumono grande importanza i criteri ESG, cioè
Environment, Social e Governance. Questi criteri vengono utilizzati per valutare gli
investimenti non solo dal punto di vista economico-finanziario, ma anche considerando
impatti ambientali, sociali e qualità della governance aziendale. L’utilizzo dei criteri ESG
permette di migliorare il profilo rischio-rendimento degli investimenti e di rafforzare la
competitività dell’impresa nel lungo periodo.
Purpose, vision e missione influenzano direttamente il sistema dei valori aziendali. Il purpose
rappresenta lo scopo profondo dell’impresa; la vision esprime ciò che l’organizzazione vuole
diventare nel lungo periodo; la missione definisce il ruolo dell’impresa nel contesto
economico e sociale. Allo stesso tempo i valori consolidati nell’impresa influenzano la
definizione stessa di purpose, vision e missione.
Un concetto centrale introdotto da Michael Porter è quello di catena del valore, cioè l’insieme
delle attività attraverso cui l’impresa crea valore per il mercato e costruisce il vantaggio
competitivo. Porter distingue attività primarie e attività di supporto. La catena del valore può
essere riferita sia all’intera impresa sia alle singole aree di business.
La catena del valore dell’impresa è inserita all’interno di un più ampio sistema del valore,
che comprende le attività svolte da fornitori, distributori e clienti. Accanto a questo concetto
si sviluppa quello di costellazione del valore, secondo cui il valore nasce dalla cooperazione
tra diversi attori presenti in un determinato contesto economico e territoriale. La catena delle
relazioni descrive invece l’insieme delle relazioni che l’impresa sviluppa con soggetti interni
ed esterni per realizzare attività e acquisire risorse necessarie alla creazione del valore.
La gestione strategica sostenibile può essere realizzata in diversi modi. L’impresa può
perseguire un vantaggio competitivo rispettando norme e aspettative degli stakeholder
oppure adottare una leadership responsabile fondata sull’idea che l’impresa debba
contribuire anche al miglioramento di problematiche sociali e ambientali di interesse
collettivo.
Infine, la sostenibilità può essere integrata concretamente nelle diverse attività della catena
del valore e della catena delle relazioni. Nella logistica si sviluppano sistemi di smart mobility
e trasporti non inquinanti; nella produzione si adottano principi di economia circolare; nel
marketing e nel packaging si introducono soluzioni orientate alla sostenibilità ambientale; nei
servizi post-vendita si punta all’allungamento del ciclo di vita del prodotto. Parallelamente
l’impresa può rafforzare relazioni sostenibili con stakeholder, clienti e altre imprese
attraverso cooperazione, coinvolgimento attivo e promozione di consumi responsabili.
Capitolo 2 – Il contesto rilevante per
l’impresa
L’evoluzione dell’impresa dipende strettamente dal modo in cui essa interagisce con il
contesto nel quale opera. Il successo dell’attività aziendale richiede infatti una continua
coerenza tra le caratteristiche interne dell’impresa e le condizioni esterne del mercato e
dell’ambiente competitivo. L’impresa non può essere considerata come un sistema isolato,
ma come una realtà aperta che riceve continuamente stimoli dall’esterno e che, allo stesso
tempo, influenza il contesto attraverso le proprie decisioni e attività.
Il contesto rilevante per l’impresa è costituito da due elementi fondamentali: gli attori e le
condizioni. Gli attori sono tutti i soggetti che hanno un impatto significativo sulle operazioni e
sulle decisioni aziendali, come azionisti, dipendenti, clienti, fornitori, concorrenti e istituzioni.
Le condizioni, invece, sono gli elementi strutturali che derivano sia dal comportamento degli
attori sia da fattori economici, tecnologici, sociali e politici più generali. Attori e condizioni
sono strettamente interdipendenti e determinano l’ambiente nel quale l’impresa sviluppa la
propria strategia.
Il contesto competitivo comprende invece gli attori con cui l’impresa interagisce direttamente
e frequentemente. In questo caso le relazioni possono essere sia passive sia attive e
assumono un’importanza strategica fondamentale, perché influenzano direttamente
vantaggio competitivo, redditività e posizionamento dell’impresa. L’analisi del contesto
competitivo viene sviluppata soprattutto attraverso il modello delle Forze Competitive di
Michael Porter.
L’analisi del contesto rappresenta la fase iniziale del processo di elaborazione del piano
strategico, perché consente all’impresa di comprendere le opportunità e i rischi presenti
nell’ambiente esterno. Tuttavia, la complessità del contesto rende impossibile considerare
ogni singolo elemento. Per questo motivo l’impresa realizza una cosiddetta riduzione
selettiva della complessità ambientale, cioè individua soltanto gli stimoli esterni considerati
realmente rilevanti e li interpreta sulla base delle proprie conoscenze, competenze e
capacità organizzative.
Il contesto esterno non deve essere visto soltanto come fonte di vincoli, ma anche come
sede di apprendimento. La complessità ambientale può infatti diventare un elemento
positivo, perché costringe l’impresa a sviluppare nuove conoscenze, ad affrontare problemi
inediti e a migliorare continuamente le proprie capacità. In questo senso assume particolare
importanza la capacità di “imparare ad apprendere”, cioè di adattarsi continuamente
evitando di rimanere chiusi nella propria comfort zone.
Nel contesto ampio assumono particolare rilevanza gli eventi disruptive, cioè eventi
improvvisi caratterizzati da forte intensità e capaci di modificare rapidamente e radicalmente
le condizioni strutturali dell’ambiente economico e competitivo. Tali eventi producono effetti
rilevanti nel medio-lungo periodo e influenzano il comportamento degli attori operanti nel
contesto. L’impatto degli eventi disruptive dipende dalla loro intensità, durata e ampiezza
geografica o settoriale.
Gli eventi disruptive possono manifestarsi in diversi ambiti e produrre effetti sistemici che si
propagano anche su aspetti apparentemente lontani dal fenomeno originario. Inoltre, anche
eventi inizialmente negativi possono generare esternalità positive e opportunità di
innovazione o trasformazione. Dal punto di vista dell’impresa, tali eventi influenzano due
livelli fondamentali. Il primo riguarda l’operatività aziendale e l’equilibrio
economico-finanziario nel breve periodo, ad esempio attraverso l’impossibilità tecnica o
giuridica di produrre. Il secondo riguarda competitività e sviluppo sostenibile nel medio-lungo
periodo, modificando comportamenti dei consumatori, disponibilità di risorse e competenze
richieste per il vantaggio competitivo.
Il contesto competitivo comprende invece tutti gli attori con cui l’impresa stabilisce relazioni
dirette e frequenti. Tali relazioni possono essere competitive, quando gli attori perseguono
interessi contrapposti, oppure cooperative, quando collaborano per raggiungere obiettivi
comuni. Le relazioni cooperative assumono oggi un’importanza crescente, soprattutto nei
processi di innovazione, acquisizione di risorse e sviluppo dell’offerta.
Il principale modello di analisi del contesto competitivo è quello delle Cinque Forze
Competitive di Michael Porter. La prima forza riguarda l’intensità della concorrenza tra le
imprese del settore. Essa dipende innanzitutto dal grado di concentrazione del settore, cioè
dalla distribuzione delle quote di mercato tra le imprese. La concentrazione assoluta misura
il numero di imprese che controllano una certa percentuale del mercato, mentre la
concentrazione relativa considera la distribuzione delle quote rispetto al valore medio. Un
indicatore molto utilizzato è l’indice di Hirschman-Herfindahl, ottenuto sommando il quadrato
delle quote di mercato delle imprese presenti nel settore: quanto più basso è il valore
dell’indice, tanto minore è il grado di concentrazione.
L’intensità della concorrenza dipende anche dal rapporto tra domanda e offerta e dalla
presenza di barriere all’uscita. Quando l’offerta supera la domanda aumenta la pressione
competitiva e le imprese adottano strategie aggressive per evitare la riduzione delle vendite.
Nei settori maturi la competizione tende a diventare molto intensa, mentre nei settori
fortemente concentrati le imprese evitano spesso guerre di prezzo e puntano maggiormente
su riduzione dei costi e valorizzazione del cliente.
Anche la struttura dei costi influenza fortemente la competizione. Nei settori caratterizzati da
elevati costi fissi le imprese tendono a ridurre i prezzi pur di mantenere volumi di vendita
sufficienti a coprire i costi e raggiungere il break even point, cioè il punto di equilibrio tra costi
e ricavi. Nei settori con prevalenza di costi variabili, invece, è più facile sostenere una
riduzione della produzione mantenendo prezzi relativamente stabili.
La seconda forza competitiva è rappresentata dalla minaccia di nuovi entranti. In una prima
fase la minaccia è soltanto potenziale e può spingere le imprese già presenti a modificare le
proprie strategie, ad esempio abbassando i prezzi o acquisendo aziende più deboli.
Successivamente la minaccia può diventare concreta attraverso la creazione di nuove
imprese, l’acquisizione di aziende già operanti nel settore oppure la collaborazione
strategica con imprese già presenti nel mercato.
L’ingresso di nuovi concorrenti è limitato dalle barriere all’entrata, che possono essere
istituzionali, strutturali o strategiche. Le barriere istituzionali derivano da norme e
regolamentazioni pubbliche. Le barriere strutturali comprendono economie di scala,
economie di esperienza, economie di estensione, necessità di rilevanti investimenti
finanziari, vantaggi assoluti di costo e difficoltà di accesso ai canali distributivi. Le barriere
strategiche derivano invece dai comportamenti delle imprese incumbent finalizzati a
scoraggiare l’ingresso di nuovi concorrenti.
La terza forza riguarda la minaccia dei prodotti sostitutivi, cioè prodotti appartenenti a settori
diversi ma capaci di soddisfare bisogni simili. La presenza di sostituti aumenta la pressione
competitiva e può essere misurata attraverso l’elasticità incrociata della domanda. Per
ridurre questa pressione le imprese possono migliorare il rapporto valore/prezzo,
differenziare maggiormente i prodotti, rafforzare la comunicazione oppure avvicinarsi
maggiormente al consumatore finale.
La quarta e la quinta forza riguardano il potere contrattuale dei fornitori e degli acquirenti.
Questi soggetti esercitano una pressione verticale sull’impresa e cercano di imporre
condizioni contrattuali favorevoli ai propri interessi. Il potere contrattuale dipende soprattutto
dalla capacità relativa delle parti di rinunciare alla transazione, dalla disponibilità di
alternative e dai costi legati alla sostituzione del partner commerciale. Influiscono inoltre il
rilievo economico e strategico della relazione, la possibilità di integrazione verticale e
l’esistenza di prodotti sostitutivi.
Accanto alle cinque forze tradizionali vengono considerate anche altre due dimensioni. La
prima riguarda l’influenza degli stakeholder esterni, come autorità pubbliche, organismi
politici, associazioni di rappresentanza e organizzazioni della società civile. La seconda
riguarda l’intensità delle collaborazioni per lo sviluppo dell’offerta. Le alleanze strategiche
assumono infatti un ruolo sempre più importante, perché il successo competitivo dipende
spesso dall’integrazione tra offerte complementari realizzate da attori differenti.
Infine, il capitolo affronta il tema dei raggruppamenti strategici, cioè gruppi di imprese simili
per caratteristiche dimensionali, organizzative, produttive e competitive. Per analizzare tali
gruppi vengono utilizzati diversi modelli. Il modello di Igor Ansoff considera due variabili
fondamentali: prodotto e mercato. Il modello di Derek Abell utilizza invece cinque variabili:
gruppi di clienti, funzioni d’uso del prodotto, tecnologie utilizzate, estensione geografica e
ampiezza verticale delle attività svolte. A queste si aggiungono altre variabili come
dimensione dell’offerta, specializzazione dei segmenti serviti, sviluppo della marca,
posizionamento di prezzo e livello di innovazione.
Wernerfelt definisce la risorsa come tutto ciò che, per l’organizzazione che la possiede e la
utilizza, può essere considerato un punto di forza o di debolezza. La Resource Based View
è coerente con l’idea dell’impresa come sistema autopoietico, cioè capace di evolvere a
partire dalle proprie risorse interne. Lo sviluppo dell’impresa dipende infatti dal suo
patrimonio di risorse e dalla capacità di accrescerlo continuamente nel tempo attraverso un
processo auto-generativo. L’impresa non è quindi un sistema statico, ma un sistema
dinamico in continua evoluzione.
In questo contesto assume particolare importanza il processo di accumulazione delle
risorse. Il patrimonio aziendale non deriva semplicemente dalla somma delle singole risorse
disponibili, ma dal modo in cui esse si sono integrate e fertilizzate reciprocamente nel
tempo. L’accumulazione delle risorse crea una configurazione unica e difficilmente imitabile,
perché ogni impresa sviluppa il proprio patrimonio seguendo un percorso evolutivo specifico.
Proprio il particolare modello di accumulazione contribuisce a rendere l’impresa diversa dai
concorrenti.
La fiducia consiste invece nell’insieme di schemi cognitivi attraverso cui determinati soggetti
sviluppano una rappresentazione stabile e positiva dell’impresa e della sua offerta. La
fiducia rappresenta una condizione essenziale per la costruzione di relazioni con clienti,
fornitori e stakeholder e influenza direttamente la capacità dell’impresa di acquisire risorse,
sviluppare il mercato e realizzare attività produttive. Attraverso comportamenti coerenti e
comunicazioni efficaci, l’impresa alimenta nel tempo la fiducia dei soggetti esterni, favorendo
fedeltà del cliente, riduzione dei costi di comunicazione e rafforzamento della reputazione
aziendale.
Le competenze distintive vengono spesso definite anche core competences. Esse sono
caratterizzate da tre proprietà fondamentali: contribuiscono in modo determinante alla
creazione di valore per il cliente e all’efficienza dell’offerta; rappresentano il principale fattore
competitivo in una determinata area di business; e risultano difficilmente imitabili dai
concorrenti.
Secondo Goddard, le competenze distintive sono inoltre caratterizzate dal fatto di essere
basate su conoscenze derivanti dall’esperienza e difficilmente imitabili, di rappresentare le
aree in cui l’impresa eccelle rispetto ai concorrenti, di costituire la principale fonte di valore
offerto al cliente e di favorire lo sviluppo di nuove conoscenze all’interno del sistema
aziendale.
La natura distintiva delle competenze non è però eterna. La loro durata dipende sia dalle
caratteristiche interne della competenza stessa sia dall’evoluzione dell’ambiente competitivo
e dalle strategie dei concorrenti. In particolare risultano decisive la trasferibilità e la
replicabilità delle competenze. Alcune conoscenze, soprattutto quelle tacite, risultano difficili
da codificare e quindi difficilmente imitabili.
Due concetti molto importanti sono l’asset mass efficiency e l’interconnectedness of asset
stock. Il primo descrive il meccanismo attraverso cui una risorsa già posseduta tende ad
attrarre ulteriori risorse e competenze verso l’impresa. Il secondo descrive invece la
complementarità tra risorse differenti, che si rafforzano reciprocamente una volta integrate
nel sistema aziendale. Questi meccanismi evidenziano l’importanza strategica del “muovere
per primi”, cioè dell’acquisire rapidamente risorse e competenze prima dei concorrenti.
Nella prospettiva delle risorse, la strategia aziendale consiste nel valorizzare nel modo
migliore possibile risorse e competenze distintive in relazione alle condizioni ambientali e
agli obiettivi perseguiti. L’impresa deve quindi sia sviluppare nuove competenze sia sfruttare
al massimo quelle già possedute. Questo approccio strategico viene definito intelligent
enterprise, cioè impresa che compete sviluppando conoscenze distintive e individuando i
contesti competitivi più adatti per valorizzarle.
La Resource Based View individua quattro principali modalità di valorizzazione delle risorse:
focalizzazione delle competenze su attività prioritarie, utilizzo congiunto delle risorse,
leveraging delle competenze in nuovi mercati e replicazione interna delle competenze
distintive in ambiti competitivi differenti. Parallelamente, l’acquisizione e lo sviluppo delle
competenze si basano su quattro linee d’azione: accumulazione, integrazione,
conservazione e rinnovo delle risorse strategiche.
Infine, due concetti fondamentali sono il resource picking e il capability building. Il resource
picking consiste nella capacità di individuare e acquisire più rapidamente dei concorrenti le
risorse con maggiore potenziale strategico. Il capability building riguarda invece la capacità
di sviluppare e innovare continuamente le competenze distintive sfruttando al massimo il
potenziale delle risorse disponibili.
Un business model può essere considerato valido quando esiste equilibrio tra il valore netto
creato e percepito dal mercato e il valore economico che l’impresa riesce a trattenere, al
netto dei costi sostenuti per generare tale valore e includendo un adeguato margine di
profitto. Il modello di business dipende dalle caratteristiche del settore e del mercato in cui
opera l’impresa, ma anche all’interno dello stesso contesto competitivo possono esistere
modelli molto differenti. Proprio queste differenze spiegano spesso il vantaggio competitivo
di alcune imprese rispetto ad altre.
Nel contesto contemporaneo il business model deve inoltre essere sostenibile. Esso non
può limitarsi a descrivere la semplice logica di generazione del profitto, ma deve includere
anche la capacità di creare valore condiviso per gli stakeholder. La sostenibilità del business
model si manifesta sotto due profili principali: la capacità di creare valore economico,
ambientale e sociale per i diversi stakeholder e l’equilibrio tra il valore creato per il mercato e
il valore effettivamente estratto dall’impresa.
Uno degli elementi centrali del business model è la proposta di valore. Essa riguarda il
valore creato per il target di mercato, le modalità attraverso cui tale valore viene erogato e le
modalità di gestione delle relazioni con il cliente. La value proposition definisce quindi il
modo in cui l’impresa intende soddisfare le esigenze dei clienti target attraverso prodotti,
servizi o sistemi integrati prodotto-servizio. Per elaborare una proposta di valore efficace è
indispensabile comprendere con precisione le caratteristiche e i bisogni del segmento di
mercato a cui ci si rivolge.
Nel business model sostenibile il valore non viene creato soltanto per il cliente finale, ma
anche per gli altri stakeholder appartenenti al contesto sociale ed economico dell’impresa.
La creazione di valore condiviso rappresenta quindi una componente fondamentale della
strategia aziendale.
Il target di mercato comprende l’insieme dei soggetti ai quali l’impresa intende indirizzare
prioritariamente la propria offerta. Per definire correttamente il target è necessario
comprendere le esigenze fondamentali dei clienti, i modelli di acquisto prevalenti, le modalità
di utilizzo del prodotto, i fattori che influenzano la percezione di valore, la capacità di spesa e
gli aspetti dell’offerta per cui il cliente è disposto a pagare. Un business model può rivolgersi
anche a più target differenti, purché l’impresa sia in grado di differenziare adeguatamente
l’offerta.
In questo contesto assume rilievo il concetto di customer equity, secondo cui i clienti
possiedono un valore differente per l’impresa in base al loro grado di fedeltà, alla
complessità dei comportamenti d’acquisto, alla capacità di spesa e al loro potenziale di
crescita nel tempo. La proposta di valore deve quindi essere progettata tenendo conto delle
caratteristiche economiche e comportamentali dei diversi clienti.
I canali devono essere progettati considerando tutte le fasi dell’interazione tra cliente e
impresa: la consapevolezza dell’esistenza dell’offerta, la valutazione del valore proposto,
l’acquisto, la concreta fruizione del prodotto e i servizi post-vendita finalizzati a massimizzare
i benefici per il cliente. Le relazioni con il cliente sono fondamentali sia nella fase di
acquisizione sia nella fase di fidelizzazione, perché permettono di comprendere meglio le
aspettative del consumatore e di rafforzarne la fedeltà nel tempo.
Il secondo grande insieme di elementi del business model riguarda i fattori critici per la
generazione del valore: attività chiave, risorse fondamentali, modello organizzativo interno e
partnership esterne. Le attività chiave sono le attività più importanti per creare ed erogare il
valore proposto al mercato e si basano sulle competenze distintive dell’impresa. Esse
possono riguardare il processo produttivo, la gestione di piattaforme e reti oppure la
soluzione di problemi specifici del cliente.
Le risorse fondamentali sono invece quelle essenziali per svolgere le attività chiave e
rendere l’offerta relativamente unica rispetto ai concorrenti. Nell’elaborazione del business
model l’impresa deve verificare, attraverso una gap analysis, se possiede le risorse
necessarie per realizzare adeguatamente le attività strategiche. Il modello organizzativo
interno individua invece le condizioni organizzative che permettono di valorizzare le risorse
disponibili e di migliorare l’efficienza delle attività aziendali.
Le partnership esterne assumono un ruolo sempre più importante nei business model
contemporanei. Le collaborazioni possono contribuire direttamente alla creazione del valore,
apportare risorse complementari oppure permettere lo svolgimento di alcune attività in modo
più efficiente e meno costoso. Le alleanze strategiche diventano quindi uno strumento
fondamentale per rafforzare competitività e sostenibilità del modello di business.
La proposta di profittabilità rappresenta la parte del business model che descrive il modo in
cui l’impresa genera profitto. Essa comprende i flussi di ricavo e la struttura dei costi. Quanto
maggiore è la differenza tra il beneficio netto creato per il cliente e il costo totale sostenuto
dall’impresa, tanto maggiore sarà il valore creato e il vantaggio competitivo. L’impresa può
aumentare tale valore sia incrementando il beneficio percepito dal cliente sia riducendo i
costi interni o esterni necessari alla produzione dell’offerta.
La determinazione del prezzo deve considerare sia l’impatto della domanda sui costi di
produzione sia la reazione delle forze competitive. In alcuni casi può essere conveniente
ridurre il prezzo per aumentare i volumi di vendita e sfruttare economie di scala.
I flussi di ricavo possono assumere forme differenti. I principali modelli sono tre: pagamento
unico fisso, pagamenti ricorrenti indipendenti dalla quantità consumata e pagamenti
direttamente collegati all’utilizzo effettivo del prodotto o servizio. La scelta del modello di
ricavo dipende dalle caratteristiche del target, dal valore percepito dell’offerta e dagli obiettivi
di redditività dell’impresa.
La struttura dei costi individua invece l’insieme dei costi necessari per realizzare il business
model e permette di valutarne sostenibilità economico-finanziaria e rischiosità. I modelli di
business possono essere cost driven, quando puntano soprattutto alla minimizzazione dei
costi mantenendo comunque una proposta di valore significativa, oppure value driven,
quando puntano alla massimizzazione del valore percepito dal cliente anche a fronte di
prezzi più elevati.
Nel business model sostenibile assume particolare rilievo il concetto di valore condiviso. I
modelli della green economy, ad esempio, integrano obiettivi economici con obiettivi
ambientali e sociali. In questo caso il valore creato per il mercato produce anche effetti
positivi per la comunità e gli stakeholder. Grande importanza assumono inoltre le alleanze
strategiche con soggetti pubblici o privati finalizzate alla realizzazione di obiettivi di interesse
collettivo.
Il grado di sostenibilità di un business model dipende anche dai costi ambientali e sociali
generati dall’attività aziendale. Particolare attenzione deve essere posta alle esternalità
negative, cioè agli effetti dannosi che produzione, distribuzione e utilizzo del prodotto
possono avere sull’ambiente o sulla società.
L’innovazione del business model può essere introdotta sia da imprese già presenti nel
settore sia da nuovi operatori. Nel secondo caso il cambiamento è spesso più radicale,
perché il nuovo entrante utilizza tecnologie, competenze e visioni del business differenti
rispetto agli incumbent. Anche le imprese consolidate devono però essere pronte a
modificare rapidamente il proprio modello di business in risposta a innovazioni tecnologiche,
cambiamenti dei consumatori, nuove normative o strategie dei concorrenti.
L’innovazione del business model può riguardare il sistema delle attività, i fattori che
determinano il valore percepito, il modello di ricavi o la struttura dei costi. Può inoltre essere
finalizzata a sfruttare diverse tipologie di valore non adeguatamente utilizzate, come il valore
richiesto ma assente, il valore esistente ma inutile, il valore non adeguatamente sfruttato o il
valore che genera effetti negativi per utilizzatori e stakeholder.
Negli ultimi anni i business model stanno cambiando radicalmente a causa di tre fenomeni
principali: digital economy, sharing economy e green economy. La digital economy si basa
sulla trasformazione digitale delle informazioni e sullo sviluppo di tecnologie in grado di
gestire grandi quantità di dati. In questo contesto assumono un ruolo centrale le piattaforme
digitali, che rappresentano l’infrastruttura fondamentale dei modelli di business basati sulla
condivisione e sulle reti.
La sharing economy si fonda invece su piattaforme digitali che aggregano grandi comunità
di soggetti accomunati da esigenze simili e favoriscono condivisione e utilizzo ottimale delle
risorse. Questo modello promuove accessibilità, condivisione, sostenibilità, esperienza e
personalizzazione. Piattaforme come BlaBlaCar e Airbnb rappresentano esempi emblematici
di business model basati sulla condivisione e sull’interazione peer-to-peer.
Le piattaforme digitali generano forti economie di agglomerazione e tendono a favorire il
fenomeno “the winner takes all”, per cui i primi operatori che raggiungono una dimensione
critica diventano difficilmente superabili dai concorrenti. I modelli di ricavo delle piattaforme
possono basarsi su commissioni sulle transazioni, servizi premium, membership oppure
vendita di prodotti e servizi online.
I principali modelli circolari sono cinque: circular supplies, resource recovery, product life
extension, sharing platforms e product as a service. In particolare, il modello product as a
service si basa sulla messa a disposizione del prodotto senza trasferimento della proprietà,
permettendo all’impresa di ottimizzare utilizzo, recupero e riconfigurazione del bene.
I product-service systems superano inoltre il legame diretto tra fatturato e vendita di beni
fisici, concentrandosi sulla fornitura di servizi collegati all’utilizzo del prodotto. Questi modelli
possono essere product oriented, use oriented oppure result oriented. Tuttavia presentano
anche problematiche legate alla gestione del prodotto da parte del cliente e alla percezione
del valore di beni non posseduti direttamente.
Dal punto di vista economico, i business model circolari offrono diversi vantaggi: riduzione
della dipendenza dalle materie prime, diminuzione dei costi di smaltimento e possibilità di
recuperare valore dai prodotti a fine vita. Rimangono però difficoltà nella valutazione dei
rischi, dei ritorni economici e degli indicatori utili a confrontare modelli lineari e modelli
circolari.
La stabilità del vantaggio competitivo dipende soprattutto dalla durata delle risorse e delle
competenze distintive dell’impresa. Tre fattori contribuiscono a renderlo relativamente
duraturo: la dimensione aziendale, che permette di sfruttare economie di scala e di
esercitare maggiore controllo sul mercato; l’accesso privilegiato a risorse critiche o al
mercato; e i limiti strategici dei concorrenti, che possono trovarsi nell’impossibilità di imitare
rapidamente le strategie dell’impresa leader.
Per difendere il proprio vantaggio competitivo, l’impresa può adottare strategie volte a
scoraggiare i concorrenti, ad esempio attraverso comportamenti aggressivi o azioni di moral
suasion. Tuttavia, nei mercati caratterizzati da ipercompetizione e cambiamenti continui, tali
strategie rischiano di diventare controproducenti, perché riducono la flessibilità dell’impresa.
In questi contesti diventa fondamentale la capacità innovativa, cioè la possibilità di creare
nuove fonti di vantaggio prima dei concorrenti.
La strategia di differenziazione consiste invece nel rendere l’offerta unica agli occhi del
consumatore attraverso elementi tangibili o intangibili che aumentano il valore percepito del
prodotto. Per essere efficace, la differenziazione deve soddisfare quattro condizioni: unicità
dell’offerta, effettiva creazione di valore per il cliente, percezione di tale valore da parte del
consumatore e sostenibilità economica della strategia.
Nel capitolo viene affrontato anche il tema degli eventi disruptive, cioè eventi improvvisi e di
forte impatto che modificano radicalmente il contesto competitivo. La gestione strategica di
tali eventi richiede tre fasi. Prima dell’evento, l’impresa deve sviluppare capacità di
prevenzione e resilienza attraverso analisi dei rischi, scenari e stress test. Durante l’evento,
è fondamentale garantire la business continuity, adattando rapidamente organizzazione e
processi. Dopo l’evento, l’impresa deve comprendere le nuove caratteristiche del mercato e
ridefinire il proprio business model in funzione delle mutate condizioni competitive.
Un’altra parte importante riguarda le strategie per le imprese in crisi. In questo caso la
gestione strategica si divide in due fasi: recupero dell’equilibrio economico e rilancio
competitivo. Nella prima fase l’obiettivo principale è garantire la continuità aziendale
attraverso riduzione dei costi, miglioramento della liquidità, disinvestimenti e
riorganizzazione interna. Nella seconda fase, invece, l’impresa cerca di recuperare
competitività innovando l’offerta, individuando nuovi segmenti di mercato o riposizionando i
propri prodotti.
Le principali forme di alleanza strategica sono gli accordi contrattuali, i consorzi e le joint
ventures. Tra gli strumenti più diffusi vi sono il licensing, attraverso cui un’impresa concede a
un’altra l’utilizzo di marchi o tecnologie, e il franchising, che permette di espandere
rapidamente una rete commerciale mantenendo uniformità di immagine e organizzazione.
Nel piano strategico vengono definiti innanzitutto gli obiettivi di medio-lungo termine
dell’impresa e i target da raggiungere. Accanto agli obiettivi vengono individuate anche le
principali criticità che potrebbero ostacolare il raggiungimento dei risultati desiderati, insieme
alle azioni necessarie per affrontarle. Il piano precisa inoltre quali unità organizzative
saranno coinvolte, come dovranno essere allocate le risorse e quali saranno gli effetti
economici e finanziari delle strategie adottate. In questo modo il piano strategico diventa uno
strumento di coordinamento dell’intero sistema aziendale.
Una delle funzioni principali del piano strategico è quella di fornire all’impresa una
conoscenza approfondita del contesto ambientale e competitivo. Attraverso l’analisi delle
tendenze economiche, tecnologiche, sociali e competitive, l’impresa può individuare
opportunità e minacce e prendere decisioni strategiche più efficaci. Il piano strategico offre
anche un metodo di azione condiviso, basato sulla sequenza
analisi–valutazione–decisione–controllo, che consente di orientare in modo coerente il
comportamento di tutte le aree aziendali. Inoltre, costituisce un importante strumento di
comunicazione sia interna sia esterna, perché rende chiari gli obiettivi dell’impresa agli
stakeholder, ai manager, ai dipendenti e ai soggetti esterni coinvolti.
L’importanza del piano strategico aumenta nei contesti caratterizzati da elevata incertezza e
forte instabilità competitiva. In questi casi il piano deve essere in grado di rafforzare la
flessibilità dell’impresa sotto diversi punti di vista. La flessibilità strategica riguarda la
capacità di modificare rapidamente prodotti, mercati e modalità di creazione del valore. La
flessibilità finanziaria consiste nella capacità di reperire rapidamente risorse economiche e di
adattare la struttura finanziaria alle condizioni del mercato. La flessibilità organizzativa
riguarda invece la possibilità di modificare rapidamente strutture, ruoli e responsabilità,
mentre la flessibilità produttiva consiste nella capacità di adattare processi e tecnologie ai
cambiamenti del contesto competitivo.
All’interno del processo di pianificazione assume un ruolo centrale lo strategic thinking, cioè
un approccio creativo e analitico all’elaborazione della strategia. Lo strategic thinking
considera la costruzione della strategia come un processo creativo fondato però su analisi
rigorose delle condizioni competitive e organizzative. Questo approccio suggerisce alcune
regole fondamentali: sviluppare strategie duali orientate contemporaneamente al lungo e al
breve termine; definire gli elementi invarianti dell’impresa, come missione, visione e valori;
mettere continuamente in discussione sia i fattori favorevoli sia quelli critici; bilanciare le
esigenze degli stakeholder interni ed esterni; sviluppare una prospettiva sistemica basata
sulle interdipendenze con l’ambiente; e trovare un equilibrio tra centralizzazione e autonomia
organizzativa.
Tra i contenuti fondamentali del piano d’impresa vi sono la visione, la missione e il purpose.
La visione definisce ciò che l’impresa vuole diventare nel lungo termine e rappresenta il
futuro desiderato verso cui devono orientarsi tutte le strategie aziendali. Deve essere
ambiziosa, ispiratrice e capace di motivare l’intera organizzazione. La missione, invece,
esprime l’identità fondamentale dell’impresa e il modo in cui essa intende operare nel
business. La missione risponde essenzialmente a tre domande: in quale business opera
l’impresa, che cosa vuole rappresentare per il mercato e attraverso quali competenze cerca
di avere successo.
La definizione della strategia richiede inoltre l’analisi delle risorse e competenze disponibili,
dell’ambiente competitivo e del modello di sviluppo dell’impresa. Occorre considerare gli
scenari futuri dei mercati, i fattori di rischio e le opportunità strategiche. Su questa base la
corporate definisce l’orientamento strategico generale dell’impresa, individuando i business
in cui competere, le strategie di portafoglio, il grado di integrazione verticale, le alleanze
strategiche, l’allocazione delle risorse e gli interventi organizzativi necessari.
La strategia di portafoglio consiste nella scelta dei business in cui operare e nella
valutazione della loro attrattività. A questo proposito viene utilizzato il modello di Abell, che
definisce il business attraverso tre dimensioni principali: gruppo di clienti, funzione d’uso del
prodotto o servizio e tecnologia utilizzata. A queste si aggiungono area geografica e grado di
integrazione verticale. Successivamente l’impresa valuta ciascun business considerando le
sue potenzialità economiche, le sinergie con gli altri business e la disponibilità di risorse e
competenze distintive necessarie per competere efficacemente.
Per valutare il portafoglio di business possono essere utilizzati diversi strumenti analitici.
Uno dei più importanti è la matrice BCG (Boston Consulting Group), che classifica i business
in quattro categorie: dog, question mark, star e cash cow, sulla base del tasso di crescita
della domanda e della quota di mercato relativa. I business star sono caratterizzati da alta
crescita e alta quota di mercato; i cash cow generano elevate risorse finanziarie pur
operando in mercati maturi; i question mark operano in mercati in crescita ma con bassa
quota di mercato; i dog presentano invece basse prospettive sia di crescita sia di redditività.
La matrice BCG permette di valutare l’equilibrio finanziario complessivo del portafoglio
aziendale e il contributo di ciascun business ai flussi di cassa dell’impresa.
Un altro tema centrale riguarda le interrelazioni tra le unità di business. Porter distingue tre
tipologie principali di interrelazioni. Le interrelazioni tangibili derivano dalla condivisione di
attività e risorse tra diverse unità di business, generando vantaggi ma anche costi di
coordinamento, compromesso e rigidità. Le interrelazioni intangibili riguardano invece la
condivisione di conoscenze, reputazione e relazioni. Infine, le interrelazioni con i concorrenti
si verificano quando l’impresa affronta gli stessi rivali in più business o aree geografiche,
rendendo necessaria una strategia competitiva coordinata. Questo argomento è
particolarmente importante ed è spesso richiesto all’esame.
Nel piano strategico trovano spazio anche i piani divisionali e i piani delle direzioni funzionali.
Le divisioni gestiscono specifiche aree strategiche d’affari e definiscono le strategie
competitive dei business di loro competenza. Le direzioni funzionali, invece, svolgono attività
trasversali all’intera impresa, supportando la realizzazione delle strategie competitive e dello
sviluppo sostenibile.
Infine, un ruolo sempre più importante è assunto dal piano di sostenibilità, che integra il
piano strategico tradizionale con obiettivi ambientali e sociali. Il piano di sostenibilità
definisce le iniziative necessarie per creare valore condiviso e promuovere una cultura
manageriale orientata alla sostenibilità. Gli obiettivi vengono individuati attraverso la matrice
di materialità e tradotti in target specifici, azioni operative e sistemi di monitoraggio. In
questo modo la sostenibilità diventa parte integrante della strategia complessiva
dell’impresa.
La gestione commerciale si occupa dell’organizzazione della rete di vendita, dei rapporti con
la distribuzione e della definizione delle politiche di prezzo in coerenza con la strategia
competitiva dell’impresa. La comunicazione, invece, viene spesso realizzata con il supporto
di soggetti esterni specializzati e ha il compito di influenzare la percezione del mercato nei
confronti dell’impresa, della marca e dell’offerta proposta. La gestione delle relazioni con i
clienti riguarda infine la misurazione della soddisfazione della clientela, lo sviluppo dei flussi
informativi tra impresa e mercato e l’organizzazione dei servizi aggiuntivi rivolti al cliente. Per
tutte queste attività assume oggi un ruolo decisivo la piattaforma digitale, che permette di
migliorare le relazioni con gli utenti, la comunicazione e le vendite.
L’evoluzione storica del rapporto tra impresa e mercato evidenzia tre principali orientamenti.
Il primo è l’orientamento alla produzione, tipico delle fasi in cui la domanda è superiore
all’offerta. In questa situazione l’impresa concentra l’attenzione sull’efficienza produttiva,
sull’aumento della capacità produttiva e sulla riduzione dei costi. Il secondo è l’orientamento
al prodotto, basato sull’idea che un prodotto tecnicamente superiore sia automaticamente
destinato ad avere successo nel mercato; per questo l’impresa punta soprattutto
sull’innovazione tecnica e sul miglioramento qualitativo dell’offerta. Il terzo è l’orientamento
alla vendita, tipico dei mercati caratterizzati da forte concorrenza e sovrapproduzione, dove
l’impresa deve “spingere” il consumatore all’acquisto attraverso attività commerciali e
promozionali particolarmente aggressive.
L’approccio moderno del marketing supera questi orientamenti tradizionali e pone al centro il
cliente. L’impresa analizza il mercato, individua i consumatori target e cerca di comprendere
i loro bisogni, per poi progettare prodotti, prezzi, modalità distributive e strategie
comunicative coerenti con tali esigenze. Da questa impostazione nasce il principio della
centralità del cliente, secondo cui l’obiettivo principale dell’impresa è massimizzare la
soddisfazione del consumatore. Anche quando l’offerta rimane relativamente standardizzata,
è possibile introdurre forme di personalizzazione aggiungendo componenti specifiche in
grado di soddisfare le esigenze del singolo cliente.
Il rapporto con il cliente può essere fondato sul semplice scambio oppure sulla relazione. Nel
modello basato sullo scambio l’impresa crea valore in modo sostanzialmente autonomo e il
rapporto con il cliente termina con l’acquisto del prodotto. Nell’approccio relazionale, invece,
l’impresa sviluppa un rapporto continuativo con il cliente, basato sulla fiducia, sulla
comunicazione e sul coinvolgimento reciproco. In alcuni casi il cliente partecipa addirittura
alla progettazione del prodotto o del servizio. Questo approccio relazionale comporta sia
questioni strategiche, come la gestione della relazione nel lungo periodo e la creazione di
comunità di clienti, sia questioni operative, come la costruzione di banche dati e sistemi
informativi per monitorare i comportamenti dei consumatori.
La gestione strategica del mercato si fonda su un sistema di obiettivi articolato su due livelli.
Il primo riguarda le variabili relative ai clienti, come valore percepito dell’offerta, qualità della
relazione, soddisfazione, fedeltà e sviluppo della domanda potenziale. Il secondo riguarda
invece le grandezze economiche che derivano dalle precedenti, come fatturato, quota di
mercato, margine commerciale e valore della marca. Gli obiettivi di marketing sono quindi
strettamente collegati sia alle relazioni con il cliente sia ai risultati economici dell’impresa.
Uno degli strumenti più importanti della gestione strategica del mercato è la segmentazione.
La segmentazione consiste nel dividere il mercato in gruppi omogenei di consumatori e nel
selezionare i segmenti target su cui concentrare l’azione competitiva. Le variabili utilizzate
per segmentare il mercato possono essere demografiche, geografiche, socioeconomiche,
psicografiche o comportamentali. Un segmento, per essere rilevante, deve essere
misurabile, economicamente significativo, profittevole e accessibile. La rilevanza strategica
di un segmento dipende però soprattutto dalle caratteristiche e dagli obiettivi dell’impresa.
Un ruolo centrale nella gestione strategica del mercato è svolto dal capitale intangibile
dell’impresa, composto da identità, marca, immagine e reputazione. L’identità riguarda ciò
che l’impresa è realmente; la marca rappresenta ciò che l’impresa comunica di essere;
l’immagine coincide con la percezione dei clienti; mentre la reputazione riguarda il giudizio
consolidato degli stakeholder sui comportamenti concreti dell’impresa. La reputazione
dipende da fattori come qualità dell’offerta, risultati economici, sostenibilità, trasparenza ed
eticità dei comportamenti.
La marca rappresenta uno degli strumenti principali per la creazione del vantaggio
competitivo. Essa possiede una componente identificativa, legata ai segni distintivi della
marca; una componente percettiva, basata sulle associazioni simboliche costruite attorno al
marchio; e una componente fiduciaria, fondata sulle esperienze del consumatore.
Dall’integrazione di queste componenti deriva il brand equity, cioè il valore della marca, che
esprime il differenziale di valore riconosciuto dal consumatore a un prodotto grazie alla sua
marca. Il brand equity si sviluppa nel tempo attraverso investimenti, strategie comunicative e
qualità dell’esperienza offerta al cliente.
La gestione del prezzo rappresenta una delle leve più flessibili del marketing mix. Il prezzo
viene determinato considerando tre fattori principali: costi, domanda e concorrenza.
L’impresa può adottare diverse strategie di prezzo, come il prezzo di penetrazione, volto a
conquistare rapidamente quote di mercato, oppure il prezzo di scrematura, che punta
inizialmente ai consumatori con maggiore disponibilità a pagare. La digitalizzazione ha
favorito lo sviluppo del digital pricing, che permette di adattare rapidamente i prezzi alle
condizioni del mercato e ai comportamenti dei consumatori.
Infine, la forza vendita rappresenta l’insieme delle persone incaricate di vendere i prodotti o
servizi dell’impresa. La rete di vendita può essere organizzata per area geografica, per linea
di prodotto oppure per tipologia di clienti, a seconda delle caratteristiche del mercato e della
strategia competitiva perseguita dall’impresa.
Nella realtà aziendale difficilmente tutte le componenti del sistema HR operano in modo
perfettamente integrato. Possono infatti svilupparsi diversi modelli di funzionamento. La
logica circolare parte dall’analisi quantitativa delle risorse per poi procedere alla loro
valorizzazione qualitativa. La logica stellare prevede che le diverse sotto-funzioni HR
interagiscano direttamente con il direttore HR secondo un processo sia top-down sia
bottom-up. La logica reticolare, invece, è la più complessa, poiché richiede uno scambio
continuo di informazioni e una forte collaborazione tra tutte le funzioni HR.
Tra questi due estremi si collocano numerosi modelli organizzativi intermedi. Il modello
funzionale organizza le persone in base alle competenze e alle funzioni svolte ed è
particolarmente adatto ad aziende con pochi prodotti e strutture relativamente semplici. Il
modello divisionale organizza invece l’impresa per prodotti, mercati o aree geografiche,
favorendo flessibilità e autonomia decisionale. Il modello a matrice combina più criteri
organizzativi contemporaneamente ed è tipico delle grandi multinazionali, mentre il modello
orizzontale organizza le attività in funzione dei processi che generano valore per il cliente.
Un tema centrale del capitolo è il talent management, cioè l’insieme delle attività finalizzate a
individuare, sviluppare e trattenere i talenti aziendali. Il talento viene considerato come una
combinazione di capacità strategiche, leadership, creatività, competenze tecniche e
orientamento ai risultati. Il processo di talent management si articola in diverse fasi.
Innanzitutto avviene l’individuazione dei talenti, attraverso valutazioni dei manager o
assessment center. Successivamente si procede alla misurazione delle performance e del
potenziale, spesso utilizzando la logica SMART nella definizione degli obiettivi, cioè obiettivi
specifici, misurabili, realistici, rilevanti e temporalmente definiti.
Segue poi la fase di revisione e valutazione annuale delle prestazioni, basata su confronto,
feedback e autovalutazione. Lo sviluppo dei talenti avviene attraverso coaching, job rotation,
mentoring e percorsi di crescita professionale. Particolare importanza assumono i piani di
successione, che permettono di preparare le future figure manageriali e garantire continuità
nelle posizioni chiave dell’organizzazione. Infine il sistema di rewarding e retention mira a
trattenere i talenti attraverso politiche retributive, incentivi e valorizzazione professionale.
Nel capitolo viene affrontato anche il tema del resizing, cioè dei processi di ristrutturazione e
ridimensionamento aziendale. Questi interventi hanno l’obiettivo di ottimizzare la dimensione
dell’impresa rispetto al mercato e spesso comportano riduzione dei costi e dell’organico. Il
processo si sviluppa attraverso piano strategico, piano industriale e piano operativo HR. La
gestione del ridimensionamento si articola normalmente in una fase di stop, orientata alla
riduzione dei costi, e una fase di go, finalizzata al rilancio dell’impresa e al coinvolgimento
delle persone rimaste in azienda.
Molto importante è anche il modello di Ulrich, secondo cui la funzione HR deve svolgere
quattro ruoli fondamentali: business partner, agente di cambiamento, administrative expert e
employee champion. Attraverso questi ruoli la funzione HR contribuisce
contemporaneamente alla gestione operativa, allo sviluppo delle persone, al cambiamento
organizzativo e alla creazione di valore per il business.
In questa prospettiva la funzione finanziaria assume un ruolo molto più ampio all’interno
dell’impresa, perché coinvolge ogni decisione riguardante l’origine e la destinazione delle
risorse finanziarie. Essa non opera quindi in maniera isolata, ma richiede un continuo
coordinamento con le altre funzioni aziendali, come produzione, marketing, organizzazione e
strategia. La funzione finanziaria partecipa infatti alla valutazione degli investimenti, alla
definizione delle strategie di crescita e alla gestione complessiva dell’equilibrio
economico-finanziario dell’impresa.
Con lo sviluppo della cosiddetta nuova finanza, l’attenzione si è spostata ulteriormente verso
l’analisi delle decisioni di investimento in condizioni di incertezza. In questo contesto
vengono elaborati nuovi modelli teorici che collegano il comportamento degli investitori, il
funzionamento dei mercati finanziari e le scelte di investimento delle imprese. Gli strumenti
utilizzati dalla funzione finanziaria diventano quindi più sofisticati e si basano sempre più su
modelli matematici e statistici.
Per definire con precisione il ruolo della funzione finanziaria è possibile considerarla come
l’insieme delle competenze e delle conoscenze necessarie per gestire i rapporti tra impresa
e mercato dei capitali. Questo criterio permette di individuare in modo più chiaro gli ambiti di
intervento della funzione finanziaria e di comprendere come essi si evolvano nel tempo in
relazione ai cambiamenti dei mercati e delle tecniche gestionali.
La quarta dimensione riguarda la gestione speculativa dei flussi finanziari. Oltre a garantire
l’equilibrio finanziario dell’impresa, la funzione finanziaria può infatti svolgere attività
finalizzate a ottenere ulteriori profitti attraverso operazioni sui mercati finanziari. Ciò può
avvenire mediante l’investimento delle eccedenze di liquidità oppure attraverso operazioni
speculative sui tassi di interesse, sui tassi di cambio o sui prezzi delle materie prime. In
questo caso la gestione finanziaria diventa una vera e propria attività collaterale orientata
alla produzione di reddito aggiuntivo.
La funzione finanziaria svolge inoltre un ruolo fondamentale come supporto alle decisioni
dell’impresa. L’attività di gestione aziendale può infatti essere interpretata come un insieme
di decisioni orientate alla creazione di valore per gli azionisti. In questo contesto la finanza
aziendale offre strumenti utili per misurare il valore creato o distrutto dalle diverse decisioni
strategiche e operative.
Uno degli strumenti principali utilizzati dalla funzione finanziaria è il VAN, cioè il Valore
Attuale Netto. Il VAN rappresenta il parametro attraverso cui viene misurata la convenienza
economica di un investimento. Il principio fondamentale è che un investimento crea valore
quando il rendimento atteso risulta superiore al rendimento minimo richiesto dagli investitori.
Il VAN consente quindi di confrontare i benefici futuri generati da un investimento con il
capitale inizialmente impiegato, tenendo conto del fattore temporale e del costo del capitale.
La valutazione finanziaria delle decisioni richiede inoltre il calcolo del costo opportunità del
capitale, cioè del rendimento minimo che gli investitori si aspettano in relazione al rischio
assunto. Questo valore rappresenta il parametro di riferimento necessario per valutare se un
investimento sia effettivamente conveniente oppure no. La funzione finanziaria utilizza quindi
modelli quantitativi e analisi finanziarie per supportare il management nella scelta delle
strategie più efficienti e sostenibili.
Nel complesso, la funzione finanziaria moderna non si limita più a reperire capitale, ma
assume un ruolo strategico nell’impresa. Essa contribuisce alla creazione di valore, alla
gestione del rischio, alla valutazione degli investimenti e al mantenimento dell’equilibrio
economico-finanziario, diventando uno strumento fondamentale per la competitività e lo
sviluppo sostenibile dell’organizzazione.
Le trasformazioni che avvengono nei processi produttivi possono essere di quattro tipi. Le
trasformazioni materiali modificano fisicamente il prodotto attraverso lavorazioni
meccaniche, chimiche o fisiche. Le trasformazioni immateriali intervengono invece su
elementi non materiali, come nel caso dei servizi di consulenza o della produzione di
conoscenza. Le trasformazioni nel tempo consistono nella conservazione di un bene fino al
raggiungimento di determinate caratteristiche qualitative, come avviene per il vino o alcuni
prodotti alimentari. Infine, le trasformazioni nello spazio riguardano il trasferimento del bene
da un luogo geografico a un altro. Tutte queste trasformazioni hanno in comune la capacità
di aumentare il valore del prodotto finale rispetto al valore iniziale dei fattori produttivi
impiegati.
Uno degli aspetti fondamentali della gestione delle operation riguarda il rapporto tra
efficienza e personalizzazione. Le imprese devono infatti trovare un equilibrio tra la capacità
di produrre in modo efficiente e la necessità di adattare i prodotti alle esigenze dei clienti. In
questo contesto si distinguono principalmente due modelli produttivi: la produzione per lotti e
la produzione in linea.
La produzione per lotti consiste nella realizzazione di quantità limitate di prodotti con
caratteristiche omogenee. In questo sistema la differenziazione dell’offerta è elevata, perché
i prodotti possono essere adattati alle richieste specifiche del cliente. Tuttavia, tale flessibilità
richiede personale molto qualificato e processi produttivi complessi, caratterizzati da flussi
intermittenti e da un notevole sforzo organizzativo. La produzione in linea, o mass
production, è invece basata su una sequenza standardizzata di lavorazioni svolte da stazioni
disposte lungo una linea produttiva. Questo sistema permette di realizzare grandi volumi in
tempi ridotti e con costi inferiori, ma offre minori possibilità di personalizzazione.
L’evoluzione della logistica ha portato allo sviluppo del concetto di supply chain management
(SCM). La supply chain può essere definita come una rete di soggetti autonomi o
semiautonomi responsabili delle attività di acquisto, produzione e distribuzione di prodotti e
servizi. Il supply chain management rappresenta invece un approccio integrato finalizzato
alla gestione coordinata dei flussi di materiali, informazioni e capitale lungo tutta la catena
del valore. In questa prospettiva l’impresa non opera più come soggetto isolato, ma come
parte di una rete collaborativa che coinvolge fornitori, distributori, clienti e partner strategici.
La collaborazione all’interno della supply chain assume un ruolo strategico anche nello
sviluppo dei nuovi prodotti. I fornitori vengono coinvolti nella progettazione, nello scambio di
informazioni tecniche e commerciali e nella definizione di accordi di lungo periodo.
Parallelamente, il cliente viene integrato nel processo attraverso la raccolta continua di
informazioni sui suoi bisogni e sulle caratteristiche desiderate dei prodotti e dei servizi.
La logistica distributiva si occupa della gestione della rete distributiva che collega produttore
e consumatore finale. Le attività principali riguardano l’approvvigionamento dei beni, la
gestione del magazzino e la consegna alla rete di vendita. La performance della logistica
distributiva viene valutata sia in termini di livello di servizio al cliente, considerando
puntualità e correttezza delle consegne, sia in termini di efficienza economica, valutando il
costo unitario della merce movimentata. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra riduzione dei
costi e massimizzazione del servizio offerto.
Lo sviluppo dell’e-commerce ha trasformato profondamente la logistica distributiva,
favorendo il ricorso a operatori logistici specializzati. In base al grado di coinvolgimento nei
processi logistici si distinguono cinque categorie di operatori: First Party Logistic, Second
Party Logistic, Third Party Logistic, Fourth Party Logistic e Fifth Party Logistic. Le forme più
evolute non si limitano al trasporto o al magazzinaggio, ma intervengono anche nella
riorganizzazione strategica dell’intero sistema logistico e nella gestione dei servizi legati al
commercio elettronico.
La trasformazione digitale ha avuto un impatto enorme sulle operation e sulla supply chain.
Tecnologie come i Transport Management System, i sistemi di tracking in tempo reale e gli
Intelligent Transport System permettono di migliorare pianificazione, controllo e sicurezza
dei flussi logistici. Particolarmente importante è la gestione dell’ultimo miglio, cioè della
consegna finale al cliente, che può avvenire a domicilio, presso punti di ritiro oppure tramite
formule come il click and collect. In questo ambito viene applicato il concetto di decoupling
point, che consiste nel mantenere standardizzati i flussi logistici fino a un punto vicino alla
consegna finale, personalizzando soltanto l’ultima fase distributiva.
Una volta definita la strategia, l’impresa deve prendere decisioni strutturali e sovrastrutturali.
Le decisioni strutturali riguardano aspetti di lungo periodo come localizzazione degli impianti,
dimensionamento della capacità produttiva e scelta delle tecnologie produttive. Le decisioni
sovrastrutturali riguardano invece aspetti più flessibili e modificabili, come organizzazione
del lavoro, politiche per la qualità e pianificazione produttiva.
Le strategie di gestione della capacità produttiva possono essere di tipo chase oppure level.
La strategia chase adegua continuamente la capacità produttiva all’andamento della
domanda, modificando forza lavoro e risorse disponibili. La strategia level mantiene invece
stabile la capacità produttiva, compensando le variazioni della domanda attraverso la
creazione di scorte o politiche commerciali che influenzano i consumi.
La pianificazione delle operation consiste nel definire programmi produttivi coerenti con la
domanda di mercato e con le risorse disponibili. Essa si articola in pianificazione di lungo
periodo, medio periodo e breve periodo, accompagnate da sistemi di controllo che
monitorano gli scostamenti tra programmi e risultati effettivi. Un ruolo centrale è svolto dal
piano aggregato di produzione, dal Master Production Schedule (MPS) e dal Material
Requirement Planning (MRP), strumenti che permettono di programmare produzione,
fabbisogni di materiali e utilizzo delle risorse.
Nella gestione dei flussi produttivi assumono importanza le logiche push e pull. I sistemi
push producono anticipando la domanda e basandosi su previsioni di vendita, mentre i
sistemi pull avviano la produzione solo in risposta agli ordini effettivi dei clienti. In pratica
molte imprese utilizzano sistemi misti push-pull.
Tra i modelli più importanti di gestione produttiva vi è il Just In Time (JIT), secondo cui i
materiali devono arrivare “nel momento giusto, nella quantità giusta e nel posto giusto”.
Questo approccio mira a ridurre sprechi, scorte e tempi di attesa, favorendo qualità,
flessibilità e integrazione con i fornitori.
Infine, il capitolo affronta alcune importanti decisioni economiche legate alla produzione. Una
delle più rilevanti è la scelta make or buy, cioè la decisione tra produrre internamente oppure
acquistare da fornitori esterni. Grande importanza assumono anche le decisioni relative al
livello ottimale della capacità produttiva, al frazionamento degli impianti e all’analisi dei costi
industriali. Il costo di produzione comprende sia i costi direttamente imputabili al prodotto,
chiamati costo primo, sia i costi indiretti legati al funzionamento generale della produzione.
Capitolo 11 – La gestione
dell’innovazione
L’innovazione rappresenta uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza e la
competitività delle imprese. Le organizzazioni devono essere capaci non solo di gestire
efficacemente le attività presenti, ma anche di creare continuamente innovazione per
affrontare il futuro. In una prospettiva più ampia, l’innovazione produce effetti positivi
sull’intero sistema economico, favorendo nuove opportunità di business, la creazione di posti
di lavoro, il progresso tecnologico e la crescita economica di un Paese. Negli ultimi decenni
il ritmo delle invenzioni è aumentato enormemente, ma questo sviluppo non sempre si è
tradotto in un parallelo incremento della produttività. Questo fenomeno prende il nome di
exponential paradox e deriva dal fatto che le tecnologie, per produrre benefici concreti,
devono essere diffuse e assorbite dalla società. Il problema principale non è quindi solo
generare innovazione, ma anche favorirne la diffusione e l’assorbimento. Per questo motivo
è necessario sviluppare un’infrastruttura dell’innovazione capace di sostenere tre aspetti
fondamentali: generazione delle idee innovative, diffusione dell’innovazione e capacità di
assorbimento da parte del mercato e della società.
L’innovazione può essere definita come la combinazione tra attività di invenzione, cioè la
creazione di nuove idee, e attività di sfruttamento commerciale, cioè la capacità di
trasformare tali idee in opportunità economiche. L’innovazione tecnologica spesso richiede
cambiamenti organizzativi e strategici per essere supportata in modo efficace. Per
comprendere meglio il fenomeno innovativo è possibile classificare le innovazioni attraverso
diverse tassonomie.
Una prima distinzione riguarda l’innovazione di prodotto e l’innovazione di processo.
L’innovazione di prodotto consiste nell’introduzione di nuovi beni o servizi oppure nel
miglioramento di quelli esistenti. Può riguardare il lancio di un prodotto completamente
nuovo, l’aggiunta di servizi a un prodotto già esistente o l’ampliamento della gamma offerta
dall’impresa. L’innovazione di processo riguarda invece i cambiamenti nel modo in cui
l’impresa svolge le proprie attività produttive e organizzative, come l’introduzione di nuovi
macchinari, la riorganizzazione della logistica o l’informatizzazione della produzione.
L’evoluzione delle tecnologie segue generalmente una curva a S, che comprende tre fasi
principali: introduzione, crescita e maturità. Nella fase iniziale i miglioramenti sono lenti e
l’impresa sperimenta diverse soluzioni alternative. Successivamente la tecnologia entra nella
fase di crescita, in cui le prestazioni migliorano rapidamente e aumenta l’adozione da parte
del mercato. Infine si raggiunge una fase di maturità caratterizzata da rallentamento
dell’innovazione e rendimenti decrescenti degli investimenti.
Da qui deriva il cosiddetto dilemma dell’innovatore, cioè la difficoltà per le imprese già
affermate di decidere se abbandonare tecnologie consolidate e redditizie per investire in
nuove tecnologie ancora immature e rischiose. Per affrontare questo dilemma è necessario
adottare un approccio proattivo al cambiamento, basato sul monitoraggio costante delle
tecnologie e dei competitor, sull’utilizzo di strumenti di pianificazione e sulla capacità di
sperimentare nuove soluzioni tecnologiche combinando competenze interne ed esterne.
Molto importante è anche il concetto di standard tecnologico. Gli standard possono essere
standard di qualità oppure standard di uniformità. Gli standard di uniformità comprendono gli
standard di intercambiabilità, che permettono l’integrazione tra prodotti diversi, e gli standard
di prodotto, che riducono la varietà all’interno di una categoria di beni. L’affermazione di uno
standard può generare vantaggi competitivi attraverso economie di scala, riduzione dei costi
ed esternalità di rete, cioè situazioni in cui il valore di una tecnologia aumenta all’aumentare
del numero di utilizzatori e dei prodotti complementari disponibili.
Nel tempo si sono sviluppati diversi modelli di innovazione. I modelli lineari, tipici delle prime
generazioni, interpretavano l’innovazione come un processo sequenziale che partiva dalla
ricerca scientifica per arrivare alla commercializzazione del prodotto. Il modello technology
push attribuiva un ruolo centrale alla ricerca e sviluppo, mentre il modello demand pull
considerava la domanda e i bisogni del mercato come principali motori dell’innovazione.
Successivamente si sono sviluppati modelli interattivi e integrati, basati sull’interazione
continua tra ricerca, produzione, marketing, distribuzione, fornitori e clienti. Nei modelli più
evoluti il processo innovativo viene interpretato come una rete collaborativa ad alta
integrazione tecnologica e strategica.
L’evoluzione più importante è rappresentata dal paradigma dell’open innovation. Nel modello
tradizionale di closed innovation l’impresa cercava di controllare interamente il processo
innovativo e di mantenere all’interno dei propri confini tutte le attività di ricerca e sviluppo.
Con l’open innovation, invece, l’impresa apre i propri confini collaborando con soggetti
esterni e utilizzando sia conoscenze interne sia esterne. Questo cambiamento è stato
favorito dalla frammentazione della conoscenza, dalla globalizzazione, dalla riduzione del
ciclo di vita dei prodotti, dall’aumento dei costi dell’innovazione e dall’intensificazione
tecnologica.
L’open innovation si basa su due principali flussi di conoscenza. Il flusso outside-in consiste
nell’utilizzo di conoscenze provenienti dall’esterno dell’impresa. Il flusso inside-out riguarda
invece lo sfruttamento all’esterno delle conoscenze possedute internamente dall’impresa.
Questi scambi possono essere pecuniary, cioè accompagnati da un corrispettivo economico,
oppure non-pecuniary, basati su collaborazione e condivisione senza compensi diretti.
L’apertura dei processi innovativi genera però anche rischi. Uno dei principali è il disclosure
paradox, cioè il rischio che un partner utilizzi opportunisticamente le informazioni ricevute
durante la collaborazione. Un altro rischio riguarda gli spill-over, cioè la diffusione
involontaria di conoscenze verso soggetti esterni. Per ridurre questi rischi diventano
fondamentali la protezione della proprietà intellettuale, la fiducia tra partner e la definizione
di adeguati accordi di collaborazione.
Tra gli ostacoli organizzativi all’open innovation vi sono due sindromi particolarmente
importanti. La Not Invented Here Syndrome consiste nella resistenza ad accettare
conoscenze provenienti dall’esterno dell’impresa. La Not Sold Here Syndrome indica invece
la tendenza a proteggere eccessivamente le conoscenze interne evitando di condividerle.
L’approccio integrato punta invece sulla collaborazione tra diverse funzioni aziendali e sulla
creazione di gruppi interfunzionali di progetto. Questo metodo favorisce la condivisione di
competenze, l’integrazione delle informazioni e l’individuazione anticipata dei problemi. Un
elemento fondamentale è il concurrent engineering, cioè lo sviluppo simultaneo del prodotto
e del processo produttivo.