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Purga To Rio

Il Purgatorio, descritto da Dante, è un luogo di espiazione e purificazione per le anime in attesa di raggiungere il Paradiso, strutturato in Antipurgatorio e sette cornici. Durante il suo viaggio, Dante incontra anime che riflettono sulle loro colpe e virtù, mentre il linguaggio e l'atmosfera sono più luminosi rispetto all'Inferno. Tematiche di virtù etiche, morali e la corruzione umana emergono attraverso incontri con personaggi storici e la celebrazione della poesia come mezzo di educazione e riflessione.

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Purga To Rio

Il Purgatorio, descritto da Dante, è un luogo di espiazione e purificazione per le anime in attesa di raggiungere il Paradiso, strutturato in Antipurgatorio e sette cornici. Durante il suo viaggio, Dante incontra anime che riflettono sulle loro colpe e virtù, mentre il linguaggio e l'atmosfera sono più luminosi rispetto all'Inferno. Tematiche di virtù etiche, morali e la corruzione umana emergono attraverso incontri con personaggi storici e la celebrazione della poesia come mezzo di educazione e riflessione.

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Purgatorio

Il Purgatorio si trova ai perfetti antipodi dell’Inferno, su un’isola nell’emisfero sud in una posizione diametralmente opposta a
Gerusalemme perché secondo Dante, durante la sua caduta dal cielo Lucifero avrebbe prodotto una fossa, l’Inferno, e una
montagnetta, il Purgatorio.

Dal punto di vista della struttura, è costituito dall’Antipurgatorio (comprende la spiaggia e i primi tre balzi), seguito dalla Porta del
Purgatorio, custodita da un angelo, da cui si accede alle 7 cornici (centri concentrici che vanno degradando).

Il Purgatorio non è una destinazione definitiva delle anime poiché in questo luogo si trovano le anime sottoposte ad un processo di
espiazione e purificazione con l’obbiettivo di raggiungere il Paradiso.

Dante riprende la filosofia di San Tommaso per spiegare le loro colpe, che riguardano il loro amore, che hanno indirizzato verso il
male oppure verso Dio ma con una mancanza di tensione verso il bene o verso i beni materiali.

Il viaggio di Dante ha una durata di 3 giorni: inizia domenica 20 aprile 1300 e finisce il mercoledì successivo (il percorso di
purificazione dura quanto i giorni della resurrezione di Cristo, che ha sconfitto la morte come Dante ha sconfitto il male).

Dante incontra anime che spiegano il proprio peccato o esaltano esempi di virtù opposte oppure parlano della condizione di altri.
Le tematiche sono la riflessione sulle virtù etiche e morali dell’essere umano e sulla realtà storico-politica (sesto, quattordicesimo
e sedicesimo canto).

Il linguaggio usa toni meno gravi e bassi rispetto all’Inferno e cambia anche l’atmosfera, infatti c’era un forte connotazione di colori
e suoni icastici, mentre nel Purgatorio la luce è simbolo di riscatto.

Canto I

Il canto comincia con l’esposizione del contenuto (il riscatto e la purificazione delle anime) e prosegue con l’invocazione alla Musa
Calliope, musa della poesia epica, scelta perché secondo il mito guidò le altre muse in una contesa contro le figlie del re Pierio di
Macedonia, che persero e furono trasformate in gazze (“piche”), animali che rappresentano la poesia brutta poiché hanno una voce
stridula.

Nel Purgatorio Dante si stupisce per la luce e poi vede il pianeta Venere (simbolo di bellezza) e le 4 stelle, simbolo delle virtù
cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza).

Dante e Virgilio poi si guardano attorno e vedono un vecchio barbuto dai capelli bianchi, Catone (Utica, 96 a.C.), il guardiano del
purgatorio, personaggio importante nella storia di Roma che secondo Auerbach è la prefigurazione della volontà dell’uomo di
liberarsi dalla schiavitù del peccato poiché si uccise per opporsi alla dittatura di Cesare in nome della libertà. Catone inizialmente
non è favorevole al loro arrivo nel Purgatorio, poiché riconosce che Dante è vivo e crede che abbia infranto le leggi della giustizia
divina, ma Virgilio spiega che il viaggio di Dante è voluto da Dio (una creatura femminile del cielo, forse Beatrice) e poi utilizza la
captatio benevolentiae, chiedendogli di farli entrare nel Purgatorio in nome del suo amore per sua moglie Marzia, che come
Virgilio si trova nel Limbo insieme agli altri non battezzati, e ripromettendosi di riferirle della sua gentilezza se gli permetterà di
proseguire il viaggio. Catone spiega che non ha bisogno della captatio benevolentiae poiché se il viaggio è voluto da Dio non
opporrà resistenza, ma che Dante prima di potere entrare dovrà compiere un rito purificatore: Virgilio deve lavargli il volto,
offuscato dalla caligine infernale, e cingere il suo fianco con un giunco, una piante pieghevole simbolo di umiltà, poiché il
pentimento richiede un esercizio di umiltà con sé stessi. Dopo essere stato lavato, Dante è più luminoso, poiché prima era adornato
dai peccati.

Canto II

Il secondo canto è un canto importante perché in questo canto Dante spiega il senso della Divina Commedia, un poema didascalico-
allegorico con lo scopo di educare il lettore.

All’inizio del testo Dante attraverso una serie di perifrasi astronomiche riprende il momento della giornata in cui avviene l’incontro
con le anime, il mattino presto (l’aurora che vira verso il giorno). In questo canto Dante e Virgilio intraprendono l’ascesa del monte,
e si ritrovano davanti l’immagine di una barchetta leggera (a differenza della barchetta dell’inferno che era pesante), guidata da un
Angelo nocchiero, figura luminosa e bella (in riferimento alla luminosità che è simbolica della capacità dell’uomo di ottenere un
riscatto dai propri peccati). Virgilio consiglia a Dante di piegare le ginocchia e pulirsi le mani, mettendosi in una posizione di
adorazione. Le anime che vengono traghettate sbarcano sulla spiaggia e non sanno dove andare, così chiedono aiuto ai due e si
sbigottiscono quando notano che Dante è vivo. Le anime appena arrivano cantano il salmo della Liberazione d’Egitto, che veniva
cantato per la liberazione degli ebrei dall’Egitto, citato in questo testo perché si celebra la liberazione delle anime dal peccato. Gli
chiedono come mai sia vivo e Virgilio lo spiega. Dante spiega che queste anime si sono imbarcate alla Foce del Tevere, dove si
raccolgono le anime destinate al Purgatorio. Nella folla c’è un musico, Casella, un personaggio storico coevo a Dante morto nel
1300 di cui non abbiamo molte notizie se non quella di un commentatore vicino a Dante secondo cui avrebbe musicato un
madrigale di un certo Lemmo da Pistoia e sarebbe stato noto per la dolcezza del suo canto. Dante cerca invano di abbracciarlo,
dimenticandosi che è un’anima evanescente, poi gli chiede di cantare una poesia e Casella canta “ Amor che ne la mente mi
ragiona”, una canzone del Convivio, attraverso la quale viene celebrata la filosofia, elemento fondamentale del sapere, che
permette di cominciare a intuire l’esistenza di Dio. Casella probabilmente era un amico di Dante, attraverso il quale il poeta celebra
l’amicizia, uno dei valori anche dello Stil Novo (come nella poesia “Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io”), che si basa su un interesse
comune nei confronti della poesia. I commentatori (Gianfranco Contini, Natalino Sapegno) si sono interrogati su questa scelta:
Dante non vuole celebrare la poesia stilnovista, incentrata sull’amore, ma quella che serve a ragionare sulla propria condizione,
portando avanti valori etico-morali ed educando il lettore. Le altre anime si distraggono dal loro obbiettivo, attratte dal canto di
Casella, e Catone interviene dicendole che non devono distrarsi e Dante li paragona ad uno stormo di colombi intenti a mangiare la
buona pastura davanti a loro, che si disperdono quando percepiscono una minaccia.

Canto V

Questo canto è ambientato qualche ora dopo il mezzogiorno nel secondo balzo nella domenica di Pasqua. Viene affrontato il tema
dell’importanza delle preghiere dei vivi per i morti. Le anime, vedendo Dante, gli si avvicinano e cercano di avere da lui dalle
preghiere. Tra queste vi sono Jacopo del Cassero (politico e condottiero nativo di Fano, nelle Marche, ucciso in territorio veneto,
nella palude di Oriago, da alcuni sicari del signore di Ferrara, Azzo VIII, che si voleva vendicare perché Jacopo, guidando l’esercito di
Bologna, si era opposto alle sue mire espansionistiche), Buonconte da Montefeltro (figlio di Guido di Montefeltro, morto durante la
battaglia di Campaldino tra i guelfi fiorentini e i ghibellini aretini, e il suo corpo non si trovò mai, forse distrutto da una piena del
fiume) e Pia dei Tolomei (nativa di Siena, che andò in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e Lucca, che la uccise o
per gelosia o per sposare Margherita degli Aldobrandeschi). I primi due sono una rappresentazione dell’avidità, che si traduce in
smania di potere e di denaro, e della cattiveria connaturata nell’essere umano, che porta a scontrarsi con gli altri e ad uccidere,
mentre Pia dei Tolomei è una eroina femminile che è stata vittima di egoismo perché il marito, tradendo il voto del matrimonio, la
ha uccisa per avere una condizione economica migliore. Inoltre, l’incontro con Buoconte da Montefeltro serve a tematizzare anche
la corruttibilità del genere umano, infatti per salvarsi da Azzo VIII, fece un percorso nel territorio veneto, ma a causa della
corruzione di qualcuno, fu scoperto e ucciso.

Canto VI

Il Canto VI è un canto politico, come in tutte le altre cantiche, ambientato nelle prime ore del pomeriggio nel secondo balzo
dell’Antipurgatorio, dove si trovano gli spiriti negligenti, cioè le anime di coloro si sono pentiti in punto di morte, vittime di
omicidio. Dante si vede assediato da queste anime che lo circondano e si sente come il vincitore di un gioco di zara, un gioco
d’azzardo con i dadi, assediato quando vince di tutti coloro che gli si avvicinano per condividere con lui il guadagno. Le anime
chiedono a Dante di pregare per loro quando torna nel mondo terreno e Dante questo non lo comprende quindi si rivolge a Virgilio,
che aveva teorizzato nell’Eneide l’idea che nel mondo pagano la volontà divina non cambia indipendentemente dalle preghiere, ma
spiega che nel mondo cristiano le preghiere di chi è vivo aiutano chi è morto a velocizzare il loro percorso di purificazione. Tra
queste anime vi sono quelle di Benincasa da Laterina, Guccio de’ Tarlati, Federico Novello (figlio di Guido Novello), il pisano Gano, il
conte Orso degli Alberti, Pier della Broccia, medico francese assassinato per l’accusa ingiusta di avere attentato all’onore della
regina di Francia, e un tale Sordello da Goito, un poeta nato proveniente da una città vicino Mantova che riconosce Virgilio come
conterraneo per il modo in cui parla e si avvicina a lui volendolo abbracciare. Dante è colpito dal sentimento di fratellanza tra
questi due, che sono vissuti in secoli distanti e che provengono da città diverse ma trovano il piacere di abbracciarsi perché sono
conterranei, cosa che invece non riescono a fare né i fiorentini né gli stati italici. Dante fa un’ apostrofe all’Italia, rivolgendosi con
toni duri nei suoi confronti quasi personificandola, e la paragona ad una “barca senza nocchiero in gran tempesta”, cioè ad una
nave senza timoniero abbandonata in mezzo ad una tempesta, poiché vi è un caos politico che è frutto degli egoismi dei singoli
governanti dei comuni dove vi sono scontri continui, dell’assenza dell’autorità imperiale e del Papa, che approfittando della
situazione vuole estendere il suo potere. Vi è un riferimento all’imperatore romano Giustiniano, che cercò di risanare l’unità
dell’Impero compilando il Corpus iuris civilis, e alla Chiesa, che deve occuparsi della cura dell’anima (riprende la teoria dei due Soli
spiegata nel “De monarchia”) e Dante spera in una condanna da parte di Dio contro Alberto I d’Austria, imperatore dal 1298 al
1308, che rinunciò a esercitare il suo potere sull’Italia, il padre Rodolfo d’Asburgo e i suoi successori. Poi vengono citate alcune
famiglie che nelle lotte tra fazioni hanno finito per scontrarsi per l’assenza di un’autorità. Dante invoca la figura di un imperatore
che rappresenta Arrigo VII, che in realtà non porterà nessun miglioramento. A questo punto inizia l’apostrofe a Firenze, dal tono
amaro e ironico, perché Dante dice che questa città potrebbe essere fiera di tutte le scelte che hanno contribuito alla sua
devastazione e della bravura nel modificare costantemente le leggi, superiore a quella di città come Atene e Sparta, che è
l’esemplificazione massima dell’instabilità politica.

Sordello da Goito fu un poeta che scrisse in lingua provenzale, nato in una città che si trova vicino Mantova nel 1200 in una famiglia
di piccola nobiltà. Aveva lavorato presso alcune corti, prima a Ferrara e poi a Verona, presso Riccardo di San Bonifacio. Si innamorò
della moglie di quest’ultimo, Cunizza da Romano, che rapì e poi riconsegnò al marito. Dopo varie vicende si rifugiò presso Raimondo
Berengario II di Provenza e in questo periodo compose il poema “Compianto in morte di ser Blacatz”. Morì intorno al 1273.

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