BIOGRAFIA
Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 a Recanati da una famiglia ecclesiastica,
studiò da autodidatta nella biblioteca del padre, questo studio disperato ebbe delle gravi conseguenze di
salute, provocandogli una grave scoliosi e importanti problemi alla vista.
Nel 1816 inizierà la sua conversione letteraria abbandonerà gli studi eruditi e si dedica alla poesia in quanto
unico strumento espressivo capace di dar forma ai sentimenti.
Nel 1817 iniziò a scrivere lo “Zibaldone di pensieri” una specie di diario contenente riflessioni e idee di
Giacomo.
Nel 1822 finalmente lascia Recanati e giunge a Roma, il viaggio si rivelò però una delusione, perciò torna a
Recanati.
Scrive le ‘operette morali’ nelle quali espone i suoi ideali filosofici in cui si concretizza il passaggio dal
pessimismo storico al pessimismo cosmico in cui il dolore che caratterizza l’uomo non è accidentale ma la
conseguenza di una natura matrigna che lo fa vivere in situazioni ostili.
Successivamente parte per Milano dove l’editore Stella gli ha assicurato un incarico editoriale. Si trasferisce
a Bologna dove stampa le sue prime raccolte di poesie ed è vittima di un amore non corrisposto per la
contessa Teresa Corniani.
A seguito di alcune difficoltà economiche torna a Recanati, ma ben presto riparte per Firenze dove si fa
nuove amicizie. Torna a Recanati per motivi di famiglia e scrive la poesia “A Silvia” dopo un soggiorno a
Pisa.
Si trasferì a Napoli dove cambia casa più volte per poi stabilirsi in una villa sul Vesuvio per sfuggire alla
colera. Qui pubblicò quasi tutte le sue opere. Morì a 39 anni assistito dalla sorella e da Ranieri.
IL SISTEMA FILOSOFICO LEOPARDIANO
Nell’800 italiano si è pensato che il pensiero leopardiano non avesse una rilevanza filosofica in quanto
mancante di elementi speculativi come la sistematicità, la coerenza e originalità.
E Nell’800, in pieno periodo del positivismo i pensieri leopardiani non potevano essere accettati.
Solo dopo la seconda guerra mondiale queste convinzioni vennero superate,
Oggi invece si sta correndo il rischio paradossale di fare leopardi un grande pensatore proprio perché non
sistematico e non coerente.
Quando in realtà egli stesso parla delle sue teorie dei suoi sistemi
Quello che però è senza alcun dubbio privo di sistematicità è il metodo leopardiano di indagine.
Leopardi basa le sue riflessioni su due caratteri principali che sono la rispondenza alle esigenze profonde
dell’individuo e la rispondenza ai caratteri della condizione umana in sé considerata.
Egli è interessato al vero sociale dell’io che è il vero sociale dei molti, tanto che qualunque ipotesi deve
essere verificata tramite
una propria esperienza e la molteplicità delle esperienze umane.
INFELICITA’ UMANA
L’infelicità umana è il suo cavallo di battaglia, nel corso della sua vita affronterà costantemente questo
tema, in una prima fase, ritiene che essa non dipenda dalla natura, al contrario considerata positiva e
benefica , e portatrice di virtù e grandezza che purtroppo l’uomo non riesce a sfruttare in quanto
distruttore di esse.
Successivamente, anche a causa della minore adesione al cattolicesimo, abbraccia un altro punto vista che
è quello del sensismo illuministico basato sulla coesione di idee e sensazioni
mentre il comportamento umano tende alla conquista dell’utile.
Ad un certo punto della sua vita però leopardi aderisce ad un ulteriore punto di vista che è quello del
materialismo, innanzitutto eliminando dal proprio pensiero l’esistenza di elementi spirituali e dopodichè
stipulando la sua “teoria del piacere” improntata sul fatto che l’uomo è alla ricerca del piacere ma spesso il
piacere desiderato è superiore a quello conseguito.
Proprio per questo l’uomo cerca appagamenti illusori per raggiungere una felicità nel futuro.
riguardo l’infelicità umana non si parla più di cause storiche ma di cause esistenziali dell’uomo e ciò
progredisce in un nuovo periodo chiamato “pessimismo cosmico”, in questo momento abbiamo da una
parte la civiltà come arma per arrivare ad avere una dignità sulla conoscenza delle proprie condizioni,
dall’altra parte pero la civiltà sottrare all’uomo le illusioni rendendolo più fragile e egoista.
Nel 1827 scrive il Dialogo di Plotino e di Porfino dove mette in risalto l’esperienza umana trattando il tema
del suicidio dandogli un’accezione negativa
Secondo Leopardi, il nostro ruolo è quello di aiutarci l’uno con l’altro
costruendo una morale basata sulla fraternita sociale.
Arrivato a questo punto il pensiero leopardiano non era più caratterizzato dalla ricerca di una
contraddizione tra civiltà e natura ma questo ruolo viene identificato nella civiltà tanto è vero che il suo
pensiero inizia a basarsi su un nuovo modo di vivere per gli uomini,
in cui sono consapevoli del male comune e devono darsi una mano per superarlo
e per accrescere la propria felicità,
in questa lotta Leopardi conferisce a tutti gli uomini i valori del titanismo leopardiano.
LA POETICA. DALLA POESIA SENTIMENTALE ALLA POESIA-PENSIERO
Il pronunciamento di Leopardi risale all’opera “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, nel
quale egli lasciava trasparire la sua posizione antiromantica tramite un rapporto fra poesia e sensi.
A suo dire egli cerca di attuare una poesia capace di servirsi dei sensi
affinché il lettore abbia un effetto importante
proponendo una formazione sensistica, il cui obiettivo è riottenere il rapporto primitivo che si aveva con la
natura ma che la civiltà e la ragione stanno distruggendo sul piano dell’intelletto.
i moderni devono ristudiare gli scrittori antichi in modo tale da rivivere quelle illusioni che riuscivano ad
avere.
Tale classicismo leopardiano si basa sulla condanna del presente e dei moderni e sul bisogno di illudersi del
rapporto tra natura ed esistenza
In realtà nel classicismo leopardiano vi sono anche somiglianze con il romanticismo in quanto ritroviamo la
scissione io-mondo e la tensione tra uomo e natura e alcuni temi come l’angoscia, il dolore, l’indefinito, il
mistero, ma anche il canto lirico.
la poesia leopardiana deve dare questo effetto forte e
l’immaginazione deve andare nella direzione della memoria e del desiderio tramite l’utilizzo della
prospettiva del ricordo
e la tensione verso il piacere per dare già una forma di soddisfacimento.
Questa evoluzione porterà Leopardi ad aggiungere nel suo bagaglio linguistico parole nuove come ad
esempio: natura, civiltà, illusioni e ragione che utilizzerà anche nelle altre sue opere come ad esempio lo
Zibaldone.
Purtroppo però Leopardi vive un periodo di crisi del sistema della natura e delle illusioni
ciò comporta il venir meno della poesia e del suo dar voce alle illusioni positive della natura primitiva,
tuttavia questo periodo finisce nel 1828 quando ritorna a scrivere poesie avendo come tema fondamentale
quello della memoria e della ricerca del vago o indefinito.
UN NUOVO PROGETTO DI INTELLETTUALE
Leopardi cerca di discostarsi da ogni riduzione della letteratura o dell’arte in generale
allo scopo di un servizio nei confronti di un progetto civile predeterminato
tant’è vero che egli rifiuta la concezione di arte come esercizio di decoro.
La sua posizione permette di esprimere il mondo concreto,
La sua posizione permette di esprimere il mondo concreto e
il suo “io” rappresentando le caratteristiche del genere umano dato che è fatto di corpo e sensazioni…
Il suo rapporto con l’illuminismo si baserà sullo smascheramento del carattere illusorio dei miti su cui si
fonda la civiltà ed anche nel sostituire con nuovi miti quelli precedenti,
quindi l’illuminismo leopardiano è opposto quello dei romantici.
Leopardi inoltre compone un proprio pensiero sull’intellettuale il quale non deve fondare se stesso nella
concezione di avere una posizione privilegiata, dando al progetto i tratti eroici di una sfida senza garanzie
Infine un’affermazione degna di nota riguarda la distanza che c’è tra l’italia e i grandi paesi europei,
secondo lui in Italia non c’è una “società stretta” cioè un sistema di valori e norme che tutti devono seguire
in questo modo ci avviciniamo più ad una società orientata ad accogliere con cinismo le regole artificiali
della civiltà.
L’INFINITO
L’infinito è uno dei testi più conosciuti di Leopardi. In cui troviamo un fondersi di riferimenti alla realtà
materiale, alle percezioni sensoriali e a sentimenti
con uno scambio tra sensazioni ed emozioni che risenta della formazione sensistica leopardiana.
la siepe corrisponde al dato materiale, questa è posta su un colle poco lontano dall’abitazione del poeta e
che impedisce di vedere ciò che sta al di la di essa
e ciò mette in moto un processo immaginativo che permette al poeta di fantasticare sul concetto di infinito
proprio a partire da quella condizione di limitatezza.
Viene poi richiamato un secondo concetto limite, quello dell’eterno, dato dal rumore delle foglie mosse dal
vento confrontate con le immagini di infinito.
Il brano assume poi un’esperienza fantastico-sensoriale che coincide con il piacere indefinito grazie
all’abbandono alle sensazioni e alle immaginazioni
LA SERA DEL Dì DI FESTA
Questo idillio riprende il tema dell’infinito confrontandone i segni del presente con l’infinità del tempo.
Vi è una riflessione sul tema della perdita e della vanità di ogni cosa: in cui si mette in relazione i popoli
antichi ormai scomparsi e l’esperienza personale dell’io
a cui rimanda anche il canto di un artigiano che torna a casa alla fine del giorno festivo
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
Questo canto rappresenta una particolare visione di Leopardi che prescinde dalla personale vicenda del
soggetto poetico: non troviamo Recanati, non c’è nulla della biografia di leopardi o elementi o figure
sostitutive quali Silvia o Nerina.
Al loro posto troviamo come protagonista un pastore nomade dall’Asia a cui affida le responsabilità di
condurre il discorso,
il pastore affronta con rigore filosofico alcuni interrogativi che Leopardi aveva già formulato nei canti
precedenti come ad esempio il senso dell’esistenza e la posizione dell’uomo.
fallito il tentativo di entrare in comunicazione con la natura (identificata in questo caso nella luna) il pastore
avanza ipotesi di senso che però non reggono di fronte alla verifica oggettiva
Quindi l’opera si conclude con il pastore che rimane con i propri interrogativi e con la minaccia
dell’insensatezza e del dolore.
A SÉ STESSO
Questo brano rappresenta il momento della disillusione,
Leopardi si invita a non illudersi più,
a disperarsi che esista qualcosa nella realtà che sia degna della passione provata.
Nell’opera è evidente il disprezzo della vita stessa e
il contrasto tra io e mondo che assume sia una nota tragica che negativa.
Infine, la composizione è caratterizzata da uno stile nuovo con una cooperazione tra sintassi e metrica e
composto da periodi verbali e nominali, dominio della paratassi, tono apodittico e un gran uso degli
enjambement.
LA GINESTRA
Questa composizione contiene il messaggio della riflessione leopardiana nella quale egli invita alla
consapevolezza dell’infelicità umana come individui e come specie
A tal punto da stabilire un rapporto solidale tra il genere umano che deve allearsi contro la vera nemica e
che è la natura.
Leopardi in questa opera sottolinea il razionalismo illuministico e aggredisce la filosofia spiritualistica con le
sue apologie del progresso tecnologico.
ALLA LUNA
Alla luna è una delle liriche dei Canti di Giacomo Leopardi, composta a Recanati presumibilmente nel
[Link] tratta di un componimento poetico molto significativo, in quanto troviamo un tema che sarà molto
frequente nella lirica leopardiana: il ricordo
L'attacco dell'idillio, composto in endecasillabi sciolti, è affidato a un'apostrofe alla luna, intima amica di
Leopardi
A distanza di un anno (v. 2, «or volge l’anno») il poeta ritorna nuovamente sulla sommità del Monte Tabor,
un colle che si erge a sud di Recanati (si tratta dello stesso scenario contemplativo dell'Infinito), per
ammirare l'astro, della quale ribadisce la piacevolezza estetica e le qualità morali: al primo verso, infatti, la
luna è qualificata dall'aggettivo «graziosa», da intendersi anche come «leggiadra» e «amabile», come più
avanti (precisamente al v. 10) è definita «diletta».
Davanti allo spettacolo offerto dalla luna, che rischiara la selva sottostante con una luce ovattata e
lattiginosa, il poeta cerca, in petrarchesca solitudine, di trovare consolazione ai suoi travagli interiori, pur
comprendendo che neanche l'astro - pur essendogli favorevole - avrebbe potuto genuinamente
comprenderlo.
Questo timore è espresso al terzo verso, che è caratterizzato infatti da una struttura quasi ossimorica,
siccome accosta nella medesima locuzione il gesto assiduo (come suggerito dal verbo «venia»
all'imperfetto) del poeta di recarsi a contemplare il paesaggio lunare all'«angoscia» che tormentava il suo
animo: «io venia pien d’angoscia a rimirarti».
All'equilibrio spaziale dei primi cinque versi si contrappone quello temporale dei secondi, dove è ancora
protagonista l'io soggettivo del poeta, che si scopre ancora travagliato dal dolore e dalle sofferenze, proprio
come un anno addietro, tanto che la vista dell'astro gli era impedita dalle copiose lacrime (vv. 6-7, «ma
nebuloso e tremulo dal pianto / che mi sorgea sul ciglio»).
Giunti al decimo verso termina la parte narrativa del componimento, ed ha inizio quella teorico-filosofica,
dove Leopardi sviluppa una tematica che sarà assai frequente sia nello Zibaldone che nelle sue liriche della
maturità.
Si tratta, come già accennato nell'incipit, del ricordo: nella gioventù, come osservato dal poeta, la
«rimembranza» di un'esperienza dolorosa del passato pur essendo triste è comunque gradita, essendo la
memoria breve e la speranza lunga.
Alla luna presenta un lessico denso di arcaismi, tesi a nobilitare il componimento (v. 4: «pendevi»; v. 10:
giova; v. 11: «noverar l’etate»), e ricco di parole che evocano efficacemente una sensazione di vago e di
indeterminatezza, e pertanto definite dallo stesso Leopardi «poeticissime».
Sono presenti numerosi enjambement, che conferiscono al testo un ritmo armonioso senza spezzarne
eccessivamente la struttura, e la sintassi è semplice e piana.