Tacito
Tacito
Egli nacque nel 55 d.C. e nel corso della sua vita fu allievo dei massimi insegnanti dell’epoca, vestì anche
cariche politiche e raccontò l’età dei Flavi, Domiziano, Nerva e Traiano.
Dalle sue opere traspare una forma di dissenso verso l’impero, sebbene egli fosse a favore di questo è
consapevole che la formula vincente per un buon impero sia conciliare principato e libertà, ne conseguono
quindi importanti fonti storiografiche arricchite di pathos, tradimenti, terrore e complotti.
Ci pervengono 5 opere:
LA CORRUZIONE DELL’ELOQUENZA
Il dibattito sulla corruzione dell’eloquenza trae le sue origini sia a Roma che in Grecia nei primi due secoli
dell’età imperiale.
Più che corruzione dell’eloquenza si trattava di un “nuovo stile” lontano dal modello ciceroniano, un senso
di rinnovamento accolto male dai veterani letterari che cercarono le cause nell’aspetto etico-politico
dell’epoca, già il padre di Seneca, Seneca il vecchio aveva detto la sua, accusando le nuove leve di essere
rammollite, pigre e dai fini lontani dall’onestà.
Anche il figlio prenderà in esame il tema della corruzione evidenziandone il principio nella dissolutezza
generale che dilagava all’epoca; a questo si aggiunge Quintiliano che bacchetta Seneca di un’eloquenza
fortemente discostante dai classici ed individua la causa di questa nella scuola che imprigiona studenti che
risulteranno inefficaci nel foro.
L’altra faccia della medaglia è invece espressa da Agamennone che incriminerà i genitori dei futuri oratori di
non essere in grado di educare i figli che sono costretti dagli stessi ad entrare nel foro quando ancora non
hanno finito gli studi.
DIALOGUS DE ORATROIBUS
Il dialogus è un’opera che venne scoperta in età umanistica in un monastero in Germania insieme a due
opere molto importanti di Tacito: Agricolae e Germania.
Mentre le ultime due erano chiaramente attribuite a Tacito, il dialogus non presentava l’espressa paternità
del poeta in quanto l’opera presenta uno stile ciceroniano, ben diverso da quello utilizzato dal poeta negli
anni a venire.
Tuttavia la maggior parte degli storici è concorde nell’attribuirlo a Tacito e che questo stile sia frutto
semplicemente di un influsso Ciceroniano, modello massimo dei poeti dell’epoca.
Oltre alla paternità bisogna aprire una grossa parentesi sulla data di stesura dell’opera che risulta incerta.
A causa della dedica a dedicata a Fabio Giusto alcuni studiosi ritengono che l’opera sia stata scritta nel 102
mentre altri ritengono che si tratti di un’opera giovanile risalente all’80.
Ad ogni modo, con la sua opera Tacito affronta il tema della corruzione dell’eloquenza, un tema largamente
diffuso già nel I secolo d.C. che aveva sviluppato due correnti di pensiero.
La prima poneva come causa della corruzione motivi di tipo culturale dettati da una generale crisi morale,
difesa da genitori disattenti che non auspicavano la migliore educazione per il fanciullo e maestri
incompetenti che col loro operato spingevano verso declamationes, un’oratoria priva di contenuti.
Tale pensiero si basa sul concetto che l’oratoria si possa praticare soltanto in una condizione di libertà
politica e che la causa si configuri nel principato che sicuramente firma la fine delle discordie civili ma si
riflette nella costrizione dei cittadini a rigide regole che trasformano l’oratoria in un puro esercizio formale.
Il dibattito è ambientato nel 75-77 e trova come sfondo la casa di Curazio Materno che diventa
palcoscenico della controversia che si costruisce tra il proprietario di casa, Marco Apro, Vipstano Messalla e
Giulio Secondo.
Messalla è il primo ad esporre il proprio pensiero, attaccando Materno di essersi lasciato trasportare dalla
poesia drammatica allineandosi al primo filone per cui questa corruzione sia dovuta a una generale crisi
morale le cui colonne portanti sono: maestri incompetenti, giovani svogliati e negligenza dei genitori.
Queste argomentazioni vengono confutate da Apro che ribatte con deduzioni del tutto nuove, egli ritiene
che l’oratoria non sia in fase di decadenza ma soltanto in uno stadio di trasformazione a causa del mutare
dei gusti.
In questo contesto interviene Materno il quale si fa voce dei pensieri di Tacito sia perché Materno è l’ultimo
a parlare sia perché la sua idea non viene confutata
che appoggia la seconda corrente di pensiero e sostenendo l’effettiva decadenza dell’oratoria a causa
dell’impero che senza dubbio ha garantito la pace ma ha costretto i cittadini a rigide regole non permettono
una buona oratoria.
AGRICOLA
Agricola il cui vero titolo “De Vita Et Moribus Iulii Agricolae” è un’opera realizzata nel 98 d.C. in cui Tacito
racconta la storia di Giulio Agricola, suo suocero, un comandante militare che nel 90 d.C. era stato visto con
sospetto dall’imperatore Domiziano che di conseguenza ritenne giusto estraniarlo dalla vita pubblica.
Per tal motivo interviene Tacito, con un’opera che veste i panni delle laudationes funebri (dato che agricola
era già defunto) esalta il suocero sia come funzionario pubblico sia per le sue capacità militari,
presentandolo come un uomo aderente al Mos Maiurum che incarna i caratteri fondamentali della virtus
romana e perfetto connubio di Moderatio, prudentia e Modestia.
Pur ricoprendo cariche di un certo spessore non attuò mai un abuso di potere verso il più debole e in grado
di compiere fatti eccellenti pur dovendo sottostare ad un principe incapace come domiziano.
Infine Tacito, per avvalorare la propria tesi finisce per descrivere il rapporto del militare con la moglie:
Domizia Decidiana, una nobil donna con la quale si unì in amore, un amore genuino che diede come frutto
una figlia, la stessa che sposerà Tacito.
Per quanto Tacito ce lo presenti bene, in realtà Agricola si trattava semplicemente di un buon militare, il
poeta in questo caso è imparziale e non può fare a meno di insignire il suocero.
In tal modo Tacito prende come esempio il suocero per avvalorare la tesi che si possa condurre una vita
virtuosa senza piegarsi alla tirannia imperiale e senza cadere nel suicidio.
Appellandosi alle parole di Concetto Marchesi :l’Agricola oltre ad essere una “laudatio funebris” è anche il
connubio di un’opera “storica, etnografica e biografica” .
L’opera si apre infatti con una breve sintesi sulla vita militare di Giulio Agricola, il poeta ci informa delle sue
origini presentandoci la famiglia composta dalla madre Giulia Procella, donna di straordinaria correttezza e
il padre Giulio Grecino, fatto uccidere da Caligola.
La famiglia non è altro che un espediente per convincere il lettore di che buon terreno fertile sia quello che
ha segnato la gioventù di Agricola.
Tacito passa poi a trattare il tema della conquista in Britannia, interessante è l’attenzione che il poeta pone
sugli usi, costumi e luoghi Britannici che per quanto possano sembrare banali in realtà sono un elemento
chiave per comprendere le azioni militari di Agricola.
Si tratta così di un’opera dalla valenza storica impressionante, caratteristica evidenziata dal grande studio di
fonti e la ricerca che si nasconde dietro l’opera; forti sono inoltre gli influssi stilistici di Cicerone evidenti
dalla perorazione finale, con l’esordio e con i discorsi e di Sallustio e Livio nelle digressioni e nelle parti
narrative.
GERMANIA
È un’opera scritta nel 98 d.C. il cui nome per intero è: “De origine et situ Germanorum” riconosciuta come
un vero e proprio trattato etnografico a dimostrazione che a Roma la letteratura etnografica doveva aver
riscontrato grande favore, esempi precedenti sono il De Bello Gallico di Cesare, importanti digressioni
etnografiche nelle opere di Sallustio e Livio o le monografie di Seneca.
Germania può essere convenzionalmente riassunta in una generale idealizzazione dei barbari, anch’esso
tema già affrontato che abbracciava in maniera egregia lo scopo moralistico della storiografia antica.
Infatti nella prima parte dell’opera, Tacito dipinge i barbari come una civiltà pura e incontaminata in totale
contrapposizione con Roma, resa grande dalle qualità sopracitate ma che ormai dilaga nella pigrizia e nella
corruzione
Tacito descrive i barbari a 360 gradi, facendosi forte dei suoi anni in servizio sul Reno e appoggiandosi a
fonti letterarie passate descrive un mondo lontano da quello romano ci informa della religione, degli usi e
costumi della popolazione germanica, del sistema sociale, politico ed economico, le tecniche di
combattimento, il modo di vestire, i riti funebri, il tempo libero… guardando i barbari quasi con
ammirazione in un rapporto ambivalente, esaltandone velatamente gli aspetti primordiali di una civiltà non
corrotta che non si impetta di eleganza ma volge il proprio sguardo alla funzionalità e allo stesso modo
evidenziandone l’altro lato della medaglia, i caratteri rozzi di una civiltà tanto primordiale da risultare
barbarica, la cui passione per il gioco, per l’assuefazione alcolica, per le risse e per la brutalità
rispecchiavano un grande rischio per la civiltà Romana.
(Tanto è vero che l’impero romano non è mai riuscito mettere integralmente le mani su questi popoli)
e la seconda parte in cui si approccia all’aspetto geopolitico del territorio anche in questo, l’opera di Tacito
ha alle spalle grandi studi e tanto lavoro di ricerca a tal punto da far pensare alla critica che la sua opera si
costruisca sulla rielaborazione in chiave moderna dell’opera di Plinio il Vecchio piuttosto che ad
un’esperienza diretta.
SCHIAVI E LIBERTI
A Roma gli schiavi si classificavano in base a molteplici fattori tra cui le competenze o le condizioni sociali,
c’erano ad esempio i libertini che si suddividevano ulteriormente in “libertinus” che in tema civile e sociale
si affrancavano e i “libertus” che facevano la stessa cosa ma in senso stretto, con il padrone, su questa falsa
riga esistevano anche i soluti ovvero gli schiavi che assecondavano i padroni e si interessavano di gestire al
meglio il patrimonio o condurre i “figli” sulla via della corretta educazione.
Ad ogni modo, la “familia” (parola con cui si indicava un gruppo di schiavi) di cui va distinta la “familia
urbana” a cui comprendevano schiavi incaricati di gestire la casa e la “familia rustica” che era formata da
servi come “asinarii” e “oratores” responsabili dei campi, era nel pieno controllo del padrone.
Con i barbari la figura dello schiavo subisce notevoli differenze, egli non mette più piede a casa del padrone
ma si limita a coltivarne le terre, non aveva alcun tipo di diritto civile e poteva essere venduto come se
fosse merce di scambio, eppure dobbiamo menzionare la relativa libertà acquisita di vivere in una casa sua
e di prendersi una porzione dei frutti che egli stesso semina, libertà fittizia perché le condizioni in cui
versavano erano tragiche, a loro spettavano punizioni atroci, come lo stancante lavoro nelle miniere o la
condanna all’ergastula.
Facendo un parallelismo con un colone romano, il servo barbarico era comunque destinato a rimanere tale
perché, in germania, diventando liberto non si acquisiva la totale libertà, in compenso si potevano acquisire
beni materiali e diventava lecito chiedere una remunerazione in caso di offesa.
HISTORIAE
Le historie purtroppo pervenute mutate si configurano come un’opera storiografica Tacitiana che trattava
gli anni tra il 69 e il 96 d.C. si trattava di un periodo difficile da trattare, particolarmente tenebroso e denso
di tirannie, si apre infatti dalla dinastia Giulio Claudia fino alla chiusura della dinastia Flavia.
Nel I libro tacito inizia a descrivere il regno di Galba, che verrà ucciso e successo da Otone che nel II libro
sarà protagonista della faida con Vitellio da cui avrà la meglio il secondo che nel III libro sarà a sua volta
protagonista della faida con Vespasiano.
Nel IV libro Tacito tratta del “sacco di Roma” e ci rende partecipi delle insurrezioni che dilagavano in Gallia e
in Germania che troverà nell’ultimo libro (seppur pervenuto in parte) grande spazio, in cui tacito sottolinea i
tratti inequivocabili della sconfitta dei barbari.
Gaio Licino Muciano è ricordato essere un politico e un generale romano i cui interessi spaziavano anche
nella scrittura.
Il suo carattere è definito da Tacito attraverso artifici retorici, Licinio si trattava infatti di un uomo
disdicevole nel privato ma maestrale nelle proprie competenze, in lui prepotenza e superbia andavano di
pari passo con affetto e la laboriosità.
Tacito otteneva così un personaggio ambiguo, la cui moralità si scontrava con la corruzione che andava in
scena nel privato
I fatti si susseguono secondo una scansione annalistica ma è pur vero che questa sia associabile ad una
trattazione per blocchi o scenari.
L’opera storiografica non va assolutamente banalizzata, si tratta di un’opera letteraria dai pregi artistici, non
semplicemente della “cronaca degli eventi”, nei versi ne fuoriesce la drammatizzazione e il pathos che un
ruolo chiave al pari dei rumores, le così dette “voci di corridoio”, delle dicerie che trovano palcoscenico
nella folla.
Tacito è ritenuto il “maestro della descrizione delle masse”, è maestrale nell’infondere nella folla gli stati
d’animo che preferisce, li macchia di paura, di tranquillità, di malumore ma soprattutto di disprezzo verso
gli imperatori che si comportano in maniera ostile nei confronti del senato.
Il poeta fa uso di questa tecnica con l’intento di instaurare nel lettore il dubbio che i fatti siano andati
diversamente da come la storia racconta, così facendo solo apparentemente non prende posizioni mentre
in realtà muta altera abilmente i personaggi, esempio è Muciano dipinto come un personaggio enigmatico,
in cui si esibiscono valori come l’arroganza e la lussuria.
Altro esempio è Otone che dalle parole del poeta risulta un personaggio ambiguo in cui si costruisce una
sorta di ambivalenza, un uomo dominato da una virtus inquieta che lo rende avido di potere… ma che tutto
ad un tratto si sviluppa ed è pronto a togliersi la vita per evitare sprechi di vite umane.
Tacito come Sallustio, ha un parlare ponderato, dietro tale opera c’è grande ricerca, il poeta non tratta una
storia a lui troppo lontana, si attiene a esperienze dirette, documenti storici e fonti popolari, altra
caratteristica analoga tra i due è l’attenzione riposta ai grandi personaggi che diventano protagonisti delle
vicende, l’abitudine a trattare il fatto storico in chiave moralistica e la concezione pessimistica dell’uomo da
cui emergono personaggi particolarmente negativi che si trovano a vincere e a schiacciare i buoni.
Stilisticamente si ricongiungono per la inconcinnitas, la gravitas che accentua la tensione, la brevitas, il
pathos drammatico, grande ricorso a parole arcaiche, la varatio ed un’abolizione alla lingua di uso comune
di cui va oltretutto sottolineata la nota moralistica, infatti lo storiografo non si limita a descrivere i fatti ma
ne conferisce un’interpretazione che distingue l’operato dell’uomo in azioni legati alla virtus e azioni legate
ai vizi.
ANNALES
Redatta dal poeta nel 116 d.C, l’opera che vanta essere il capolavoro di Tacito è probabilmente gli Annales
in cui il poeta si concentra sulla dinastia Giulio Claudia, non mantenendo la promessa di trattare Nerva e
Traiano e optando (rispetto alle historiae) di fare ancora un passo indietro, probabilmente mosso dalla
voglia di scrivere una sorta di continuo dell’“Ab urne condita” Liviana.
Tacito sebbene abbia cercato di rimanere imparziale dall’altro non può astenersi di dare giudizi sulla
dinastia giulio-claudio, i cui imperatori vengono descritti in maniera particolarmente negativa.
Il capolavoro tacitiano ci giunge in parte, alcune sezioni sono andate perse nel corso del tempo.
Degli Annales ci pervengono i libri I-IV e una parte del V seguiti poi dai libri XI-XVI.
I primi 5 trattano degli anni che vanno dal 14 al 37 in cui Tacito ci apre le porte delle mura romane
mostrandoci i tratti dell’imperatore Tiberio che viene dipinto come un personaggio cupo e immorale in
contrapposizione con Germanico che è presentato come un eroe dai grandi valori la cui figura viene
approfondito nella porzione che abbraccia gli avvenimenti fuori dalle mura romane con ciò che riguarda i
Germani, i successi dello stesso imperatore e i suoi conflitti con Pisone, la morte dell’ultimo e la guerra
d’Africa.
I fatti narrati nei libri successivi si aprono nel 47 in pieno principato di Claudio, anche lui non può
estromettersi dal giudizio Tacitiano che lo rimprovera di essere uno stolto che si è lasciato abbindolare da
Agrippina la quale finisce per avvelenarlo e a conferire lo scettro di imperatore a Nerone, suo primogenito.
Con le sue parole, Tacito, non sembra portare nulla di buono all’immagine dell’imperatore, che è delineato
come un uomo ambiguo, da una parte favorevole a temi felici come giochi e spettacoli e dall’altro assetato
di potere e pronto a tutto per raggiungerlo.
Tacito continua raccontandoci del Regime da monarca di Nerone, dei suoi eccessi, della congiura di Pisone e
dello stesso celebre incendio per il poeta, premeditato dallo stesso Nerone col fine di incolpare i cristiani.
Sebbene sia necessario, il principato è sinonimo dell’oppressione della libertà politica dell’aristocrazia
senatoria che deve piegarsi al volere del principe.
Tacito prova una forma di repulsione verso quelli che danno spettacolo con suicidi filosofici, piuttosto vede
la salvezza in figure come Corbulone e Germanico che hanno una carica più opportuna rispetto a ciò che si
stava diffondendo a Roma nell’età del principato
STORIOGRAFIA TRAGICA/PERSONAGGI/PATHOS
Gli Annales son per Tacito palcoscenico dell’artificio del dramma, dove poter dare sfoggio delle proprie
qualità di stoico.
Prendendo esempio da Sallustio, il poeta mette in scena personaggi in cui è insita la riflessione pessimistica
che ha il compito di rapire le emozioni dello spettatore che di conseguenza si sente coinvolto all’interno
della scena
Per tal motivo sono comuni nelle sue opere i temi tragici, volti a far emergere forti emozioni al lettore,
come quello del connubio: morte-assassinio che raggiunge il suo pathos massimo quando avveniva tra
parenti e familiari.
Esempi iconici sono i personaggi del calibro di Nerone che effettua un matricidio nei confronti di Agrippina
o Claudio che fa ammazzare Messalina.
MESSALINA
Frutto dell’amore di Domiziano Lepida e Valerio Messala nacque Messalina che ebbe modo di sposare in
tenera età lo zio Claudio.
Plinio il Vecchio e Giovenale raccontano di messalina come una donna dai facili costumi, che era solita
concedersi ed andare nei bordelli.
Tutto ciò sotto gli occhi del marito che fingeva di non rendersene conto, fino a quando Narcisso informó
Claudio della scoperta di un matrimonio illegale tra Messalina e Sillio, un uomo che lascio la sposa per
Messalina.
Claudio non ne poteva più e così ordinó l’uccisione di Messalina che consapevole di ciò attese i centurioni
negli orti di Lucullo.
La madre le consiglió di togliersi autonomamente la vita, le disse che quella sarebbe stata la scelta più
saggia e dignitosa ma la figlia se ne accorse troppo tardi tant’è che i tribuni dovettero completare il lavoro.
Inutile dire che in questo contesto il pathos ha un ruolo da protagonista, rapisce il lettore che sembra
immerso nel libro a tal punto da leggere i versi tutti d’un fiato in un ritmo particolarmente veloce.
Questo è tutto merito di Tacito che come un regista cambia le scene e i riflettori del racconto attraverso
una costruzione di paradossi che rapiscono il lettore
PERSONAGGI
Tacito è maestrale nel far emergere nei personaggi le mille sfaccettature dell’individuo: il fanatismo,
l’avidità, la smania e desiderio erotico… ma tra tutte queste, quella che interessa di più a Tacito è senza
dubbio la “sete di potere”, una passione contorta a cui nessun uomo può fare a meno e che è spesso
accompagnata da finzione, gelosia e superbia.
In tal modo il poeta ci offre il ritratto dei personaggi, impossibile sarebbe per me non prendere come
modelli: Tiberio e Petronio.
Il secondo è modello del così detto “ritratto paradossale” che si costruisce nell’ ambivalenza Petroniana,
l’assuridità di un uomo che nonostante la sua vita flaccida e inconsistente sia riuscito a dimostrare le sue
abilità, che in poco tempo sia riuscito ad ottenere la fama che a molti è costata tanti anni di duro lavoro.
Questa contraddizione non può che rapire il lettore che rimane affascinato da questa bizzarra ambivalenza.
MORTE DI PETRONIO
che è resa evidente persino sul punto di morte, in cui, a differenza dei maestri stoici, Petronio tiene salda la
virtus e vive il suicidio come un atto di coraggio senza le manfrine teatrali tipiche agli stoici.
Allo stesso modo, Tiberio è esempio di uno dei ritratti più interessanti della scuola letteraria tacitiana,
quello del “ritratto indiretto” caratterizzato da un progressivo accenno ai lineamenti dei personaggi senza
che lo stesso scrittore ne analizzi la figura in maniera definitiva e completa.
La curiosità del lettore viene quindi appagata da tante piccole considerazioni e postille che prese nel
complesso delineano la figura di Tiberio che appare al lettore come un uomo crudele, taciturno, perfido e
burbero.
Come si può intuire il poeta predilige descrivere la psicologia dei personaggi piuttosto che i tratti fisici che
vengono riservati a poche occasioni, come ad esempio la vecchiaia di Tiberio che viene descritta da Tacito
con grande durezza; il poeta ne evidenzia l’aspetto malandato, la calvizie, la schiena ricurva e il volto
segnato da pustole e cicatrici.
STILE
Si tratta di uno stile espressionista, in parte diverso da quello adottato nelle Historiae, uno stile più ricco e
meno serrato adatto al contesto storico che necessitava di apparire meno solenne rispetto a quello delle
Historiae.
Su questa falsa riga, gli annales accentuano l’inconcinnitas e la varatio già presenti nelle Historie.
Negli annales troviamo l’assoluta novità della prosa tacitiana, portata avanti attraverso un lessico
imponente, trionfante e contraddittorio in linea con la psicologia dei personaggi.
Largamente diffusi sono i discorsi diretti e le sententie (che raccontavano il senso di un evento in poche
parole) la predilezione per forme solenne e arcaiche (tipico di sallustio), uso di verbi semplici, sostantivi di
azione, le omissioni, le brachilogie, le metafore violente e largo uso di personificazioni.
Da questi elementi è chiaro il riferimento tacitiano ai grandi prima di lui, primo su tutti Sallustio, ma influssi
evidenti riguardano indubbiamente anche Virgilio con la sua coloritura poetica.
La critica ha però ritenuto che l’annales corrisponda ad un involuzione dello stile tacitiano, soprattutto
negli ultimi libri sono rilevanti le sviste stilistiche a tal punto da far pensare ad una mancata revisione
dell’opera da parte del poeta.
Ad ogni modo, Tacito nelle proprie opere è solito mettere in relazione il principato e la repubblica (che
storicamente precede il principato).
La differenza sostanziale consiste nella libertà, che chiaramente è rappresentata dalla repubblica che dava
libero spazio alla vita politica ed intellettuale che parallelamente stava vivendo un periodo di forte
corruzione nel principato.
Eppure quest’ultimo si trattava di un compromesso, se è pur vero che la libertà veniva a mancare è pur vero
che questo fosse l’unico modo per scongiurare guerre civili.
Nel presente era impossibile auspicarsi ogni tipo entusiasmo o fervore nella vita civile e politica, porre la
propria firma su un’opera o pronunciare un discorso era tanto imprudente quanto sconsigliabile.
Bisognava prestare particolare attenzione a ciò che si diceva per non rischiare di cadere in adulazione o in
aberrazione.
Tacito ci tiene a precisare però come Nerva e Traiano siano stati capaci di approcciarsi al principato senza
mettere da parte la libertà, esempio è anche il semplice passaggio dello scettro tramite adozione, così
almeno non si rischiava che l’impero potesse finire in mani sbagliate.
Tacito lo riconosce e nelle proprie opere non ci pensa due volte a sottolineare la maestria di questi due
imperatori.
STORIA
Nel primo capitolo dell’agricola il poeta ci tiene a sottolineare come le opere biografiche e storiche
debbano costruirsi secondo la virtus.
All’epoca di tacito serpeggiava la piaggeria e mettere in evidenza la morale di qualcuno rischiava di sfociare
inevitabilmente nella gelosia dell’imperatore.
Nella stessa Agricola tacito sottolinea le conseguenze della censura per gli storici, che dopo la battaglia di
azio furono costretti a “tacere”, azione che ebbe come esito il dilagare di falsità
SUICIDI
Nella cultura Romana il suicidio era largamente accettato, era concepito come l’antidoto elevato per porre
fine ad una vita vuota e manchevole, lo stesso Plinio il Vecchio accettava ed anzi elevava questa pratica, egli
riteneva che il dono più grande che la natura ci abbia concesso sia quello di potersi concedere la morte nel
momento che riteniamo più opportuno.
Il tema era largamente sentito a Roma, la gente era attratta dalla imperturbabilità dell’uomo pronto a
togliersi la vita come se fosse un atto eroico, a dimostrazione di ciò nacque un tipo di letteratura agiografica
che per definizione ha l’intento di raccontare le dipartite di illustri figure.
Esempi sono la dipartita di Catone l’Uticense, il quale per non ammettere la propria disfatta con Cesare
scelse di togliersi la vita.
In realtà lo stesso Tacito ci informa che nell’età di Nerva e Traiano il tema del suicidio si era smorzato a
causa in primis di una condizione complessivamente migliorata ma anche perché ci si era resi conto di
quanto questa forma di opposizione fosse banale e inefficace.
In ciò si inserisce Petronio, anch’egli si toglie la vita, è consapevole della fama che otterrà tramite la sua
azione ma non la costruisce in maniera plateale, si riunisce con gli amici, dialoga con loro di temi dissoluti e
affinchè la sua dipartita appari genuina si addormenta.
Tacito e Plinio il giovane sono favorevoli a questo “suicidio distinto”, entrambi ritengono che “le azioni più
famose non vadano sempre di pari passo con le cose più grandi” e disapprovano il suicidio si Seneca e
Trasea Peto che risulta troppo scenografico.
SUICIDI A CONFRONTO
Negli annales, il poeta mette in relazione il suicidio di suicidio di Trasea Peto e Seneca, accomunati
entrambi dalla stessa sorte, una morte indotta dal volere di Nerone tanto appariscente da essere degna di
uno spettacolo teatrale.
Trasea Peto apprende la notizia verso sera, non si scompone e richiama all’attenzione amici e parenti che
però saluta prima della “fine” affinchè loro non assistano alla dipartita.
Seneca invece, costruisce la propria morte nella forma più plateale pensabile, proprio come fa Socrate si
riunisce con i propri discepoli con i quali tratterà di filosofia fino al momento della dipartita per mezzo di un
veleno che Seneca aveva gelosamente custodito, anche questo è un riferimento a Socrate che morì
bevendo cicuta.
Elemento in comune tra le due morti è la figura delle spose che sembrano voler accompagnare i
corrispettivi mariti nel lungo viaggio della morte.
Da una parte c’è Paolina, la moglie di Seneca, che avrebbe voluto morire col marito il quale sembra
accontentarla perchè non sarebbe stato favorevole a farla vivere contro la sua volontà e soprattutto
durante l’impero di Nerone, lo stesso però proibirà che la moglie perda la vita per non macchiarsi di una
morte innocente; parallelamente l’altro poeta, Trasea Peto esorta la moglie a rimanere in vita.
Entrambi sono convinti della mirabilità del proprio gesto e di come questo potesse essere di esempio agli
altri per il raggiungimento di un comportamento incorrotto, Tacito non incrimina il gesto stesso di suicidio
ma l’intento di volerlo esibire.