Lezione 3 (pt.
2)
La Germania
Erwin Schulhoff
Ascolto: 6 Esquisses de Jazz (Erwin Schulhoff, 1927)
Sono sei “schizzi” di jazz legate ad altrettante danze: il rag, il tango, il blues, il charleston e il black
bottom. Già da questo elenco si capisce che il jazz è presente in maniera praticamente nulla, poiché
ci si concentra su danze americane (blues compreso, anche se non è una danza) che diventano la
base per costruire una suite nel senso settecentesco del termine, come successione di danze, in
questo caso americane o afroamericane, rielaborate secondo la sensibilità europea. Del jazz vero e
proprio, gli europei del tempo potevano conoscere qualcosa di Paul Whiteman e la Original
Dixieland Jazz Band, non certo Armstrong, Ellington e Jelly Roll Morton, che proprio in quegli
anni stavano producendo i loro primi capolavori; un compositore classico poteva anche non avere
idea di nulla dell’ambito jazzistico, ma poteva aver visto degli spartiti, ed essersi ispirato quindi in
maniera molto indiretta.
Rag: la suite inizia con il rag, che è una composizione solo vagamente rag, soprattutto per la
sua concezione ritmica.
Boston: è una danza di società elegante, ma si rivela essere un walzer lento.
Tango: anche questo ha sonorità snervate, ed è una stilizzazione delle sue movenze ritmiche.
Rispetto al tango di Stravinskij, qui il tango è quasi una memoria, un ascolto di qualcosa di
lontano che viene sintetizzato sulla carta.
Blues: si tratta di una stilizzazione (ancora più del tango), che non ha un vero sentore di
blues, più che altro c’è un uso di accompagnamento che presenta accordi i settima
vagamente blues, ma in generale presenta il senso di malinconia che viene generalmente
associato al blues.
Charleston: qui, il ritmo si avvicina di più a quello originale, e nonostante non abbia
probabilmente mai ascoltato i rulli di James P. Johnson, riesce a veicolare l’idea del
charleston molto meglio di quanto riesca con le altre danze di questa suite. Si tratta di un
altro esempio di pianismo molto percussivo, stile di pianoforte che è entrato nella musica
eurocolta solo nel corso del Novecento, con “L’allegro barbaro” di Bela Bartok, di appena
sedici anni prima.
Black Bottom: ballo veloce e ritmato, qui probabilmente troppo controllato. È il ritmo su
cui Jelly Roll Morton ha costruito il suo capolavoro “Black Bottom Stomp”.
Chi era Erwin Schuloff
Artista molto sottovalutato, è stato in realtà un vero testimone della prima parte del Novecento
musicale. Ha iniziato i suoi studi al Conservatorio di Praga su consiglio del grande compositore di
Antonìn Dvorak, e fa parte della prima generazione dei compositori classici che hanno guardato
anche al mondo americano, essendo coevo di Stravinskij, di Milhaud e di Satie. Fu vicino anche al
movimento dadaista, e aveva l’idea che l’arte assoluta fosse sempre rivoluzione”. Fu anticipatore
anche dell’uso del silenzio di John Cage (4’33”): in un’opera del 1919, “In Futurum”, c’è una parte
composta di sole pause, annotate però con grande perizia e varietà ritmica. È stato il primo a
comporre un brano dedicato a sola voce femminile: “Sonata Erotica”, del 1919, era pensata solo per
pubblico maschile. Era una forma sonata divisa in quattro movimenti (idea principale, momento
culminante, distensione e coda), in cui la voce, più recitata che cantata, simula un orgasmo. Si tratta
di un’idea estremamente provocatoria e dadaista. Precedenti alla sua fase dadaista sono le influenze
impressioniste di Debussy e quelle tardoromantiche di Strauss; si sposta poi al modernismo e al jazz
e al realismo socialista. Si muove quindi in tutte le correnti musicali del Novecento escluse quelle di
maggiore fama e importanza per la storia, quali il neoclassicismo stravinskiano e l’espressionismo
viennese.
Ascolto: Hot Sonate, per pianoforte e sax alto (Erwin Schulhoff)
Si tratta di una delle sue opere più famose fra quelle legate al mondo americano: già dal titolo, la
parola “hot” evidenzia il legame con il jazz degli anni Venti. È divisa in quattro movimenti:
Mov. 1: c’è un uso ampio del sassofono, anche con un tema principale molto significativo.
L’inizio è più francese che americano, anche nel suono, lontano dall’idea di
personalizzazione del suono tipicamente jazzistica. Come Stravinskij nei tre pezzi per
clarinetto, Schulhoff gioca con una scrittura per sassofono in stile “improvvisativo”, distante
da una più rigorosa scrittura all’europea.
Mov. 2: decisamente più ritmico, e con il pianoforte più interattivo, presenta ancora una
melodia assolutamente non americana. Si può considerare come lo “scherzo” di una forma
sonata.
Mov. 3, Adagio: tipico adagio di una forma sonata, ha effetti più languidi per quanto
riguarda il sassofono, anche con una stilizzazione egli effetti “wah-wah” dei trombettisti del
jazz anni 20, anche se suonati dal sassofono. L’espressività è più bluesy, e c’è un intento più
estemporizzativo che interpretativo, data la scrittura più in stile improvvisativo anche in
questo caso. Suonata da musicisti di jazz, questa musica sarebbe sicuramente più ricca di
sfumature e interplay, ma viene eseguita da musicisti classici.
Mov. 4: Si tratta di una parte di sviluppo, con anche la classica ripresa variata del tema
iniziale.
Mov. 5, Gran Finale.
Stefan Wolpe (Berlino, 25 agosto 1902 – New York, 4 agosto 1972)
Si tratta di un altro compositore tedesco ebreo e comunista, che riuscì, al contrario di Schulhoff, a
fuggire negli Stati Uniti durante il regime nazista (è infatti naturalizzato statunitense), riuscendo
così a scampare ai campi di concentramento del regime. È stato allievo di Busoni e ha insegnato
molto negli Stati Uniti, avendo anche fra i suoi allievi importanti musicisti di jazz, come Gil Evans
e George Russell, e anche John Carisi, arrangiatore importantissimo (cfr. “Israel”, Miles Davis).
Parlando della musica di Stefa Wolpe, Elliott Carter diceva che la sua musica fosse “tutta sbagliata,
ma suona giusta”.
Era interessato alla politonalità e alla musica classica araba, al bebop (di qui l’interesse dei jazzisti
alla sua figura), usava la dodecafonia, si interessava anche alla musica d’uso di Hindemith, il
mondo musicale ebraico (in cui trovò analogie con i colori del blues), e scrisse brani che trattassero
argomenti vicini al mondo dei lavoratori, visto il suo interesse anche per il valore sociale della
musica: si tratta insomma di un compositore completo.
Ascolto: Blues (Stefan Wolpe, 1929)
Il suo interesse per il mondo americano e alla musica per varietà comprende vari lavori, come
“Suite for the Twenties”, un blues, in cui Wolpe è forse più efficace di altri compositori, grazie ai
colori della musica ebraica. C’è un gioco di canto “parlato”, con recitativi e melodie, e anche l’uso
del contrappunto ci avvicina a un mondo blues in maniera più riuscita, nonostante alcune cadute di
stile. Nella versione ascoltata viene usata una batteria con i piatti che è chiaramente una scelta
moderna distante dalla strumentazione dell’epoca. Ci sono delle situazioni ritmiche più tipicamente
europee che americane. Il canto parlato sembra ispirato, più che dal recitativo del blues, allo
Sprechgesang di matrice schoembergiana. Il clima è più quello di una marcia funebre che riprende
alcuni colori del blues, creando una musica di colori cupi e scuri. Alcuni impasti timbrici vengono
poi ripresi dai jazzisti che sono stati suoi allievi. Tuttavia, l’idea del blues come tragico e
malinconico è assolutamente parziale e distante dalla realtà, ma è il modo in cui veniva recepito dai
compositori europei del tempo.
Bern Alois Zimmermann (20 marzo 1918 – 10 agosto 1970)
Si tratta di una personalità molto complessa e articolata, che ha studiato diverse discipline (era, oltre
che compositore, musicologo, filologo, psicologo e filosofo). Ha frequentato i primi seminari estivi
di Darmstadt fra il 1948 e il 1950, ed è stato autore molto eclettico, che ha usato anche tecniche di
montaggio e collage, ha scritto anche musica per cinema, ed è riuscito anche a unire le due correnti
principali del Novecento musicale, il neoclassicismo e l’espressionismo, utilizzando anche forme
classiche e spunti popolari e folk, anche di un folklore extra europei, con uno sguardo anche allo
spiritual, al jazz e ai ritmi sudamericani, prima di convertirsi anche al serialismo. Nonostante la
brevità della sua vita è riuscito ad esplorare un vasto universo sonoro, ispirato anche da una
convinzione morale: unire musiche di matrice diverse significa fare un’opera di fraternità, che
nasceva da una profonda religiosità. La sua opera più famosa è stata il “Die Soldaten”, una delle
opere più importanti del Novecento.
Ascolto: Concerto per Tromba e Orchestra (Bern Alois Zimmermann, 1954)
È stato autore, oltre che di un brano per quintetto jazz, di un eccezionale concerto per tromba e
orchestra del 1954, basato sul tema dello spiritual “Nobody knows the trouble I see”. Per la tromba
si tratta di un brano estremamente difficile, visto l’utilizzo di effetti vocali e sordine, in una ricerca
del linguaggio e del suono jazzistico. L’obiettivo è l’utilizzo delle più ampie possibilità dello
strumento: se c’è stato un lascito importante del jazz per i musicisti classici è proprio la scoperta di
nuove possibilità espressive e tecniche esecutive dei singoli musicisti: gli effetti della tromba in
questo brano infatti non sono notabili (si presume ci sia stata una certa estemporizzazione da parte
del trombettista), e la scrittura è in stile improvvisativo, con una scrittura senza sviluppo, in cui i
materiali continuano a mescolarsi fra di loro. Dall’ascolto si capisce che Zimmermann conoscesse i
trombettisti jazz e, in particolare, oltre ad Armstrong, Gillespie. C’è una leggera caduta di stile nella
parte finale, dove sembra quasi bandistico, ma questo non toglie valore all’opera, che è forse uno
dei brani più riusciti fra quelli ispirati al mondo americano.