Storia D'impresa
Storia D'impresa
DEFINIZIONE DI IMPRESA
In microeconomia l’impresa è l’istituzione in cui vengono combinati i fattori della produzione col
fine di trasformarli in beni economici (merci e servizi) pronti per il consumo da parte di individui o
altre imprese. L’individuo isolato non costituisce un’impresa. La costituiscono, invece, individui
che si organizzano in qualche modo per produrre un bene o un servizio.
Quand’è che nasce un’impresa? In che periodo storico? Secondo questa definizione l’impresa è
sempre esistita, perché esiste da quando nasce l’agricoltura, si alleva il bestiame ecc.
LE ECONOMIE PREINDUSTRIALI (1750-1850)
Nelle economie preindustriali i presupposti della teoria microeconomica dell’economia capitalista
non si ritrovano (in microeconomia esiste separazione tra famiglie e imprese):
• nella maggior parte dei casi non vi è separazione fra famiglia e impresa. Quasi tutte
le famiglie sono anche imprese;
• il mercato dei beni e, ancora di più, il mercato dei fattori presentano numerose imperfezioni e la
circolazione avviene spesso in forme non di mercato;
• il comportamento economico in molti casi non è orientato alla massimizzazione ed è largamente
influenzato dalla tradizione e dalla religione.
Le imprese in età preindustriale si dividono in: grandi imprese, artigiani e famiglie.
L’industria domestica era concepita come una famiglia in cui il capofamiglia prendeva una serie di
decisioni in termini di quantità da produrre circa i tessuti, le coltivazioni e qualsiasi altra attività.
L’elemento che distingue l’impresa contadina del passato dall’impresa attuale è costituito
dall’assenza di ogni separazione fra famiglia e impresa. I membri della famiglia sono tutti, allo
stesso tempo, attivi nel campo della produzione. Né esiste una separazione fisica fra l’ambiente di
lavoro e l’ambiente domestico o fra la sfera pubblica e la sfera privata nella vita di ognuno.
I REDDITI DELLA FAMIGLIA-IMPRESA
• un salario, per il lavoro che svolge;
• un profitto, per l’attività di coordinamento dei lavori;
• una rendita fondiaria e immobiliare per le terre e per l’abitazione che essa possiede;
• un interesse per i capitali fissi e circolanti che impiega.
Una parte del reddito remunera il lavoro prestato dalla famiglia e l’uso dei capitali fissi che si
usurano e dei capitali circolanti che vengono impiegati ogni anno per la riproduzione semplice del
sistema. Il sovrappiù, che eccede queste necessità, può consentire l’espansione del sistema.
Questo modello di autosufficienza cambia con la crescita demografica e la crescita dei trasporti e, in
altre parole, con il commercio, che favorisce la specializzazione produttiva nel mercato.
LA CRESCITA DEMOGRAFICA E LA PROTOINDUSTRIA
Il concetto di protoindustria si affermò negli studi di storia economica a partire dagli inizi degli
anni Settanta, per opera dello storico Franklin Mendels, che lo elaborò sulla base delle sue ricerche
svolte sul tema delle industrie rurali nelle Fiandre del Settecento, nel loro rapporto con l’evoluzione
demografica.
Con il termine protoindustria si intende la forma di organizzazione del sistema industriale che
precede e accompagna l’industrializzazione. L’arco di tempo della protoindustria va dalla seconda
metà del Seicento a buona parte dell’Ottocento.
Sue caratteristiche sono:
• la diffusione nelle campagne delle attività industriali più dinamiche;
• l’impiego in esse di famiglie contadine;
• i mercati lontani a cui era destinata la produzione.
Nell’esame delle imprese preindustriali, la grande impresa urbana è quella che ha attirato di più
l’attenzione degli storici. Nelle città europee del Medioevo e dell’Età Moderna, questo tipo
d’impresa ha di solito un’origine commerciale. Si tratta, cioè, all’inizio di un mercante, o, più
spesso, dei membri di una famiglia che svolgono attività commerciale. L’origine del capitale è di
solito interna alla famiglia. Con l’allargarsi del raggio d’affari e della varietà delle merci scambiate,
il nucleo familiare originario comincia a ricorrere a capitali esterni.
E’ il caso, nei secoli XI e XII, delle attività di commercio marittimo, nel mediterraneo, che si divide
in due sponde, quella europea e quella araba: la prima iniziò a commerciare con i paesi Europei e
nacquero le prime società di persone, rappresentata dalle spedizioni marittime dove l’attività svolta
è, per di più, rischiosa. Il mercante, infatti, ricorreva a prestiti esterni in modo da ripartire il rischio,
e la proprietà di una nave era quindi frazionata in numerose quote. Al loro ritorno, la società era
concepita come ripartizione della ricchezza conquistata, in misura proporzionale al capitale
precedentemente investito. Si affermarono, così, le prime forme di responsabilità limitata e delle
altre società di capitali, le quali, più tardi, si affermano anche nei traffici via terra, con la creazione
dei primi sistemi organizzati di fattori produttivi: capitale, lavoro e terra.
Di solito la grande impresa mercantile non era specializzata in un tipo di attività, ma si occupava,
allo stesso tempo, di scambi, di traffici, di moneta e di banca, di attività industriali. In alcuni casi
questa grande impresa aveva qualche centinaio fra dipendenti fissi –con salario a tempo- e
dipendenti saltuari, come gli artigiani -con salario a cottimo-. Vi era al centro, in una città, un
ufficio o bottega in cui si teneva la contabilità e che fungeva da organismo direttivo. C’erano, poi,
artigiani che lavoravano nella propria bottega pur dipendendo dalla società mercantile. Si forma,
come si vede, un grappolo di attività interdipendenti, “multinazionali” si definirebbero oggi, di
notevole complessità.
Nel corso del Cinquecento iniziarono a formarsi le prime società per azioni dedicate al commercio
internazionale, che proliferarono rapidamente. I principali campioni di questo tipo di società
furono la East Indian Company.
LA BORSA
Mentre in principio si interessava di impresa solo chi la voleva esercitare, grazie alla facilità di
comperare o vendere azioni, chiunque avesse risparmi poteva giocarli in borsa, che divenne luogo
di speculazioni, come la Bolla dei Tulipani in Olanda, che scatenò nel 1636 la c.d. mania dei
tulipani, in cui i bulbi di tulipani più rari stimavano un valore di dieci volte superiore il reddito
annuo di un professionista. Il prezzo crebbe ripidamente a causa dell’euforia dimostrata dalla
borghesia, che diede vita al c.d. commercio al vento, dove l’acquirente pagava un acconto alla
stipulazione del contratto, ed il saldo finale era corrisposto alla scadenza, con la consegna del bulbo
fiorito a distanza di anni. La domanda era di gran lunga superiore all’offerta a causa del lento ciclo
riproduttivo, e la bolla scoppiò nel 1636 quando bastò un’asta andata deserta per scatenare il panic
selling.
LE CORPORATION (Società per azioni)
Le grandi società commerciali del Seicento e del Settecento erano anche caratterizzate dagli
innumerevoli privilegi concessi dagli stati di appartenenza: erano sviluppate sulla base di un mix tra
contratto privato fra i detentori del capitale e concessioni dello stato. Fino ai primi dell’Ottocento
esisteva una separazione legale tra imprese incorporate e imprese non incorporate.
La corporation in Americana nasce tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 come fattore sostitutivo,
perché negli Usa non vi era l’esistenza di filiere funzionanti come in Europa, anzi il mercato era
caratterizzato da frammentazione e inefficienza del mercato quindi spingeva all’integrazione
verticale. Tale obiettivo è stato intrapreso con la corporation, che si sviluppa a monte e a valle per
produrre da sola prodotti che non erano presenti sul mercato. La legislazione americana sulla
corporation divenne così sempre più funzionale e le imprese incorporate svilupparono modalità di
gestione che si distanziarono sempre più da quelle delle altre imprese, promuovendo la seconda
rivoluzione industriale.
La crescita moderna che ebbe luogo nell’Ottocento, implicò una rapida trasformazione della
struttura d’impresa preindustriale. Macchine e forza meccanica di origine fossile consentirono di
ampliare enormemente la capacità produttiva dell’impresa e di dilatare improvvisamente i
mercati. Anche in termini di prodotto realizzato si verificò una discontinuità forte.
Una rottura si ebbe, come conseguenza, anche nel funzionamento e nell’organizzazione
dell’impresa: la piccola impresa su base familiare non poteva permettersi investimenti consistenti
come quelli per le attrezzature industriali e commerciali dell’epoca delle macchine. Pertanto, si
verificò una divaricazione fra famiglia e impresa e venne separato quello che per millenni era stato
unito. La famiglia cominciò a vendere all’impresa i fattori di produzione che possedeva e, in
particolare, la capacità lavorativa. Coi redditi ottenuti cominciò a fare fronte ai propri bisogni di
consumo. cessò, insomma, di essere un’organizzazione produttiva, modello che ancora oggi è
ricorrente nelle economie arretrate.
L’IMPRENDITORE: ruolo nello sviluppo economico
La figura dell’imprenditore ha attirato l’attenzione a partire dalle rivoluzioni industriali per il
legame forte con l’innovazione e per le capacità organizzative superiori che dimostrarono in un
contesto sempre più complesso. Lo studio dell’imprenditore si focalizza su tre aspetti
caratterizzanti:
• la creatività
•la propensione al rischio
•l’ars combinatoria locuzione con cui G. Leibniz definì quella che già R. Lullo aveva battezzato
come ars magna, e cioè una metodologia in grado di dimostrate le verità acquisite (ars demostrandi)
e di scoprire verità nuove, mediante la semplice combinazione e permutazione di nozioni ritenute
primitive.
Nell’Ottocento si formarono due correnti di pensiero sull’attività imprenditoriale: quella
continentale di Richard Cantillon e Jean-Baptiste Say (modello francese), che riconosceva le
caratteristiche creative e organizzative dell’imprenditore, e quella anglosassone di Adam Smith e
David Ricardo (modello anglosassone), che non prestava attenzione alla funzione imprenditoriale,
perché interessata alle leggi generali che regolavano il funzionamento dei sistemi economici, in
particolare dei meccanismi che consentivano l’accumulazione e la circolazione del capitale. Solo
Schumpeter arrivò a tratteggiare l’imprenditore come il soggetto che imprime un’azione dinamica
nella società, superando squilibri e avviando nuovi cicli di progresso economico.
Nel modello francese l’imprenditore è la figura principale, ed è colui che combina i fattori
produttivi.
Nel modello anglosassone, la crescita economica è dovuta all’aumento dei capitali, dall’aumento
della produzione e si genera un sovrappiù che viene reinserito nel sistema e si crea un circolo.
Questa ricchezza aumenta sempre più perché il processo è cumulativo. L’economia cresce fino ad
arrivare ad un punto stazionario, fino a quando i capitali sono in eccesso e si giugne ad un
rallentamento della crescita, che non è del tutto negativa.
Ci sono fattori che posticipano lo stato stazionario:
Perdita di capitali
Progresso tecnico
Riduzione dei costi
Esportazione di capitali
Il sovrappiù si crea perché la domanda non influenza il prezzo delle cose. Infatti gli economisti
classici tendono ad utilizzare, in merito, il paradosso dell’acqua-diamanti: se è vero che il valore di
un bene determina il suo prezzo, allora l’acqua dovrebbe costare molto di più dei diamanti.
Sempre in prospettiva anglosassone, la distribuzione primaria riguarda i redditi direttamente
risultanti dalla produzione e versati ai produttori stessi o ai proprietari dei mezzi di produzione. I
classici distinguono tre tipi di redditi primari: i salari, i profitti e le rendite.
La somma di questi tre redditi costituisce il reddito nazionale.
La distribuzione secondaria corrisponde alla ridistribuzione di una parte dei redditi primari in seno
alla società attraverso le imposte, i salari dei lavoratori improduttivi, gli interessi versati ai creditori.
Una delle opere più importanti di Richard Cantillon è il “Saggio sulla natura del commercio in
generale”, scritto tra il 1728 e il 1734, e pubblicato nel 1755.
Il saggio è diviso in tre parti:
• la prima riguarda l’organizzazione interna del sistema economico;
• la seconda è un breve trattato sulla moneta e la circolazione monetaria;
• la terza è un trattato sul commercio estero;
• segue un’appendice statistica, andata perduta.
Jean Baptiste Say (1767-1832), seguì le orme di Cantillon. Secondo l’economista, le doti di un
imprenditore sono:
Il retto giudizio
La costanza
La fermezza
L’ardimento giudizioso
L’ostinata perseveranza
Il grafico “comodità e utilità negativa” ci spiega quanto un individuo è disposto a spendere, l’utilità
del lavoro è il potere d’acquisto che il lavoro da’: un individuo continuerà a lavorare fin quando la
curva di disutilità del lavoro incrocia l’utilità del bene da acquistare.
Melchiorre Gioia (1767-1829), nella sua opera “nuovo prospetto delle scienze economiche”,
sosteneva che gli intraprenditori sono agenti intermedi tra i proprietari, i capitalisti, i dotti da
una banda e la massa degli operai dall’altra. Sono i canali per cui si diffondono le ricchezze di
tutti e si ripartono secondo i titoli di ciascuno. Il mondo è messo in moto dall’energia
imprenditoriale, alla loro voce si scavano le miniere, si fondono i metalli, si muovono i magli.
Walter Bagehot (1826-1877) nel mondo anglosassone sosteneva che l’imprenditore è colui che
decide quali beni debbano essere prodotti e quali no. È il generale dell’esercito, che fissa il piano
delle operazioni, organizza i suoi mezzi: se fa bene, i suoi affari prosperano e continuano, se fa
male, la sua attività fallisce e cessa. Tutto dipende dalla correttezza delle sue decisioni nascoste,
dalla sagacia segreta della sua mente direttiva.
Marshall, fu il primo studioso che riuscì in gran parte a conciliare le due visioni.
In The economics of industry (1879), sostiene che “natura non facit saltum”: la natura non fa salti.
il processo economico non salta, ma segue un percorso continuo nel tempo, dove l’imprenditore
è colui che cresce dal basso, studia, si afferma, seguendo un percorso coerente. Secondo Marshall,
«la scienza dell’economia è una crescita lenta e continua».
Secondo questa impostazione, il carattere dell’imprenditore è duplice:
• in primo luogo è un organizzatore della produzione e del mercato che conosce
approfonditamente il suo settore.
• in secondo luogo deve essere un capo naturale degli uomini per preservare
l’ordine e l’unità della sua impresa.
Il lavoratore comune, se da prova di capacità, in genere diventa capo, da lì può salire e divenire un
manager, fino ad essere preso come partner dal suo datore di lavoro.
In sintesi, quindi, l’imprenditore marshalliano non è il fulcro del progresso economico come era
stato per Say e per Gioia e non è neppure suo il braccio che aziona la leva della ricchezza.
Ad inizio 900 il polo dell’economia e del capitalismo si sposta dall’Inghilterra alla Germania.
L’economista tedesco Max Weber (1864-1920) sosteneva che la cultura e l’ambiente culturale sono
determinanti per la crescita di un imprenditore. In particolare, sosteneva che la cultura migliore per
far affermare un imprenditore è la religione protestante. Quindi, con Weber, la prospettiva è
rovesciata rispetto a Marshall.
Lo studioso tedesco Werner Sombart (1836-1941), nella sua opera “Il capitalismo moderno”,
sosteneva che l’imprenditore capitalista è la forza motrice dell’economia, senza di lui nulla si
muove, perché è l’unica forza produttiva nel senso della creatività e della produttività. Le radici
della sua grandezza stanno nell’irrazionale.
Sombart paragona l’imprenditore ad un artista e distingue 3 tipi imprenditoriali:
1. il tecnico (captain of industry), si muove nell’ambito del mercato del lavoro, è l’imprenditore
inventore, vuol far vivere la sua invenzione, realizzandole la produzione e la vendita su vasta scala.
La sua principale preoccupazione è rivolta a impiegare al posto giusto la manodopera necessaria.
Un esempio di imprenditore tecnico: Werner Siemens, che produsse il primo veicolo elettrico su
rotaia.
2. il commerciante, che legge gli impulsi che muovono il mercato, decide di fabbricare quei
prodotti che ritiene vendibili. È dotato di uno sguardo profetico. Stimola i bisogni con accorta
pubblicità. Mentre il tecnico sviluppa la concorrenza di un rendimento, il commerciante si
concentra sulla concorrenza della suggestione. Il caso di riferimento è Emil Rathenau, fondatore
della Aeg, azienda famosa e ancora operante in Germania.
Concorrenza di rendimento e concorrenza di suggestione: la prima rappresenta la competitività tra
due prodotti che sono simili ma differiscono per caratteristiche e prestazioni, la seconda riguarda la
differenza tra due prodotti simili, dove uno è più di tendenza rispetto all’altro, oppure è migliore nel
design ed è famoso.
La differenza tra le due figure imprenditoriali riguarda chi punta a vendere qualsiasi cosa pur di
vendere ed ottenere un guadagno (commerciante), e chi invece vuole vendere solo prodotti
effettivamente utili e di cui gli individui hanno bisogno al fine di sfruttarne le caratteristiche
(tecnico).
3. il finanziere, il cui raggio di attività consiste nel procacciamento e nella raccolta di capitali per
mezzo di operazioni di borsa. Suo intento è realizzare nuove fondazioni, fusioni, cartelli. La forma
di concorrenza che gli è congeniale è quella del potere. Il caso di riferimento è Hugo Stinnes,
grande imprenditore dei cartelli siderurgici.
Secondo la “Teoria dello sviluppo economico” (1912) di Schumpeter, le invenzioni procedono in
maniera autonoma, e costituiscono un elemento senza importanza per l’analisi economica, mentre le
innovazioni si sviluppano endogenamente al sistema economico in risposta a determinati bisogni e
danno vita nuove combinazioni dei fattori produttivi, rendendo economicamente sfruttabili i risultati
delle invenzioni.
Esse tendono ad affollarsi in grappoli, rendendo instabile il mondo economico e gli imprenditori
innovatori sono considerati il vero motore dello sviluppo.
Il nuovo in economia si genera distruggendo le combinazioni consolidate dei fattori per crearne di
nuove:
1. fabbricare un nuovo bene
2. introdurre un nuovo metodo di produzione
3. aprire un nuovo mercato
4. conquistare una nuova fonte di approvvigionamento di materie prime
5. creare o distruggere un monopolio.
Schumpeter sosteneva che chi pretende di interpretare l’evoluzione dei mercati partendo dalla
domanda cade in errore.
Inoltre, l’imprenditore non è come per Sombart soltanto il fondatore di un’impresa, ma è definito
come un soggetto superiore agli altri. Viene, pertanto, paragonato ad un artista che vive per creare
un’opera, ed è anche paragonato ad un giocatore d’azzardo distrugge per creare.
Questa forza distruttrice porterà alla distruzione del capitalismo (l’imprenditore è l’essenza del
capitalismo). Il principio che muove l’imprenditore è la volontà di affermarsi.
Funzione distruttrice: l’imprenditore crea la sua impresa che da stabilità, ma rappresenta
l’estensione stessa della sua figura, che funziona comunque senza la sua presenza.
Taylor, nell’opera “The principles of scientific management” (1911), sosteneva che il successo
dell’impresa viene fatto risalire a regole organizzative e di condotta amministrativa tendenti alla
soppressione di tutto quanto è impulso individuale si ha una deviazione dalla procedura standard.
L’innovazione fondamentale è proprio l’organizzazione «nel passato l’uomo veniva al primo
posto, nel futuro sarà il sistema».
I nuovi paradigmi economici sono incentrati sul pensiero di Keynes dominanti fino al 1970 circa.
MODERN CORPORATION
Berle e Means nell’opera “Società per azioni e proprietà privata”, definiscono la corporation
come un’impresa dalla proprietà così frammentata da non rendere possibile agli azionisti la gestione
della società, che viene affidata a manager. Nel loro studio, confermano che il controllo non si
identifica più con la proprietà.
Distinguiamo:
Proprietà passiva: i detentori della proprietà passiva vantano dei diritti verso l’impresa ma
senza quasi alcun potere verso di essa;
Proprietà attiva: i proprietari attivi fanno valere il loro potere sull’impresa senza però avere
quasi alcun dovere verso di essa.
La public company è l’istituzione dominante nella modern corporation, è qualcosa di
rivoluzionario perché sovverte il tradizionale assetto proprietario è una società per azioni
caratterizzata da azionariato diffuso e quindi, proprietà diffusa.
In questa nuova ottica vale il principio che la moderna società per azioni sia al servizio di tutta la
comunità: né le pretese dei proprietari, né le pretese del gruppo di controllo devono prevalere sugli
interessi collettivi.
Siamo nel 1932 l’anno più duro della Grande Depressione, e Berle e Means collaboreranno
al New Deal.
Berle e Means avevano rilevato che nel 1930 le 200 maggiori corporations controllavano circa le
metà della ricchezza non bancaria e introitassero circa il 43,2 per cento del reddito societario.
Questo significava che i circa 200 mila individui che controllavano tali società avevano in mano
circa un quinto della ricchezza degli Stati Uniti. (controllo non è proprietà).
ECONOMIA MANAGERIALE VS ECONOMIA CAPITALISTA
Secondo Burnham, l’economia manageriale, è in grado di pianificare l’economia in una maniera
che non è raggiungibile dall’economia capitalistica con il suo sistema di controlli separati e non
coordinati.
Il potere del management cresce via via che si sposta dalle assemblee elettive pubbliche come i
parlamenti per localizzarsi negli uffici amministrativi. Così la tecnica di gestione subentra alla
politica e la estromette.
Il management è composto da direttori di produzione, gestori, sovrintendenti, ingegneri
amministrativi, supervisori tecnici, sia nella sfera economica, sia politica.
Per Burnham, Berle e Means è errato distinguere la proprietà dal controllo, poiché la proprietà in
realtà significa controllo.
L’IMPRESA E IL CONTESTO POLITICO-ISTITUZIONALE
L’impresa in questo contesto storico (1950 circa) subisce l’influenza sociale, culturale economica di
chi opera. Nacquero, pertanto, diverse forme d’impresa in paesi diversi: individualismo
occidentale, collettivismo asiatico, cultura gerarchica americana, cultura orizzontale europea, e
ruolo dello Stato.
Nei mercati tradizionali si acquistano i beni scambiando denaro. Nel mercato finanziario l’esborso
di denaro determina una promessa di un guadagno futuro. La fiducia quindi diventa fondamentale,
dove la fiducia manca, acquista rilevanza l’impresa familiare.
Fondamentale nei sistemi economici diventa la legislazione. Fra il 1887 e il 1914 negli Usa si
sviluppò la legislazione Antitrust, che proibiva la monopolizzazione dei commerci fra stati, quindi
i cartelli, infine i monopoli e accordi tra imprese senza essere però contraria alle fusioni. Nel 1911
vengono smantellati importanti monopoli. L’Antitrust favorisce la crescita dimensionale perché le
imprese non potendo fare accordi si fondono (fusioni) creando anche barriere all’ingresso sul
mercato.
Dove la legislazione antitrust è stata applicata si è avuta una tendenza delle imprese a
ingrandirsi.
Diversi regimi istituzionali determinano differenze relative alle strutture di proprietà, alla
dimensione dei mercati mobiliari, al numero delle società quotate, e a dividendi pagati.
COSTI DI TRANSAZIONE
I meccanismi di mercato vengono destabilizzati dai costi di transazione: costi diretti legati ad una
transazione economica che possono essere più o meno elevati. Tra questi rientrano:
• Il costo d’impiego dei meccanismi di mercato
• Determinare con esattezza quali sono gli attori
• Condurre le necessarie trattative
• Stendere i contratti
• Stabilire le penalità
• Effettuare un monitoraggio continuo per assicurare che le condizioni siano rispettate.
Per ridurre i costi di transazione, un ruolo fondamentale è rappresentato dall’impresa: si parla,
infatti, di mano visibile dell’impresa, che si sostituisce al mercato attraverso i manager che
pianificano la produzione in maniera ottimale, riducendo i costi di transazione.
Un ulteriore metodo per ridurre i tali costi è l’aumento della dimensione delle imprese, allargandosi
fin quando l’internalizzazione dei processi produttivi eguaglia i costi di transazione. Pertanto, è
necessario di una struttura complessa, come numerose acquisizioni che rende le imprese delle
conglomerate in grado di realizzare economie di diversificazione, dove a seguito
dell’ingrandimento, produce prodotti tra loro differenti e non correlati.
Tuttavia, secondo lo studioso R. Coase e la sua opera “The nature of the firm” (1937), l’aumento
dimensionale è sostenibile ed efficace solo fino a quando i costi di transazione eguagliano quelli di
mercato. Se l’impresa continua ad aumentare va incontro alla legge dei rendimenti decrescenti,
ossia possono aumentare i costi per organizzare ulteriori transazioni all’interno delle imprese.
Pertanto, all’aumentare delle transazioni l’impresa non è più in grado di realizzare l’ottimale
allocazione delle risorse.
Inoltre, nelle imprese estremamente grandi il mercato è più complesso quindi la semplice
stipulazione dei contratti, i contenziosi legali ecc. hanno un costo elevato perché ci si rivolge a
soggetti esterni.
Invece, l’impresa di piccole dimensioni può avere vantaggi, superiori a quelli di una grande
impresa, in termini di costi di transazione: i rapporti personali sono più sviluppati e basati sulla
fiducia, e si interfaccia sul mercato con persone che conosce, riducendo i costi di transazione perchè
il costo viene internalizzato.
Costi di produzione Costi di transazione
Società tradizionale: Elevati Bassi
Società sviluppata: Bassi Elevati
R. Coase sostiene anche che l’impresa nasce per abbassare i costi di transazione attraverso la
stipulazione di contratti stabili da parte dei dirigenti con i vari fornitori di materie prime, prodotti
intermedi, lavoro e altro.
Un fenomeno che determina un aumento dei costi di transazione è la razionalità limitata (adverse
selection) degli agenti, insieme all’opportunismo dei venditori con riferimento alla capacità del
venditore di esaltare determinate caratteristiche che determinano la vendita (moral hazard). La
continua irrazionalità degli investitori, caratteristica intrinseca all’individuo, è ulteriormente
amplificata dalla scarsità di informazioni utili.
L’autore spiega come l’impresa riesca ad abbassare i costi di transazione attraverso scelte
organizzative di internalizzazione (make) o esternalizzazione (buy) delle transazioni, svolgendo così
un ruolo importante nell’abbassare gli effetti perversi dei comportamenti egoistici degli agenti
economici sul processo produttivo.
Un esempio tipico della scarsità di informazioni che caratterizza il mercato è la teoria dell’agenzia,
che evidenzia l’asimmetria informativa tra principale e agente, cioè un contratto che si fonda su una
delega con il quale il principale affida un compito all’agente, che esegue il compito per conto del
principale, ed il principale ne assume rischi e risultanze. Ciò produce un contrasto tra gli azionisti e
i manager, derivante da opportunismo, asimmetrie informative e contratti incompleti.
Si tratta di una teoria fondamentale per comprendere i problemi di governance aziendale, in
particolar modo nelle grandi imprese manageriali e nelle public company. Per ridurre questa
asimmetria, si sostengono costi di agenzia, come il principale che può premiare l’agente con
stipendi alti.
In tal modo, riducendo le asimmetrie informative, si massimizzano le risorse umane all’interno
dell’impresa, che creano valore nel tempo, ed il mercato funziona meglio.
Le imprese si impegnano a ridurre i costi di transazione attraverso una serie di interventi effettuati
sui prodotti, come ad esempio un computer che riporta il marchio CEE, ma il vero regolatore in
grado di intervenire per ridurli è lo Stato.
LE PRINCIPALI TEORIE DELLA CORPORATION
Secondo Penrose le risorse, specialmente umane, costituiscono una ricchezza e un limite per
l’impresa. Le risorse costituiscono un potenziale insieme di servizi: le modalità con cui queste
potenzialità sono colte da ciascuna impresa, ovvero la sua crescita, derivano dalla sua specifica
esperienza, dai suoi programmi e dal suo potenziale umano. Le risorse umane e in particolare quelle
manageriali sono fondamentali per pianificare la crescita e per creare innovazione, quindi
parliamo di un processo dinamico.
L’attuazione di un piano ottimale di crescita crea e libera al tempo stesso risorse.
Le teorie evolutive dell’impresa si occupano di studiare la routine organizzativa e la capacità
dell’impresa di innovare la routine all’interno del regime tecnologico di ciascuna rivoluzione
industriale (progresso continuo) o nel superamento di un regime tecnologico (progresso
discontinuo). Si focalizzano anche sul concetto di impresa knowledge-based, ossia capace di
utilizzare e creare conoscenza all’interno di contesti che possono generare path dependence.
Il concetto di Path dependence afferma che la spiegazione dei mutamenti tecnologici e istituzionali
non va ricercata in leggi economiche di portata universale, ma nel corso storico. Catene di eventi,
anche casuali, finiscono col precludere alternative inizialmente possibili e col delimitare il campo
delle scelte.
Mentre tra le principali teorie della corporation, spicca Chandler, allievo di Schumpeter, il quale
nel 1962 diede una definizione dettagliata di strategia e struttura d’impresa.
La strategia consiste nella pianificazione e nello sviluppo dell’impresa, ossia la determinazione
delle mete fondamentali e degli obiettivi di lungo periodo; mentre la struttura rappresenta lo
schema di organizzazioni (uffici, funzioni, dipartimenti ecc.) attraverso il quale l’impressa viene
organizzata.
Le strutture sono fondamentali ai fini dell’attuazione delle strategie, e quando non risultano
adeguate portano l’impresa al fallimento.
• U-form (U = unitary) è una forma accentrata di governance della corporation, in cui le varie
funzioni (finanza, produzione, vendite e acquisti, ricerca e sviluppo) rispondono tutte al consiglio di
amministrazione. I manager sono organizzati in staff (competenze consultive) e in line (competenze
esecutive).
• M-form (M=multidivisional) è una struttura in cui convivono divisioni dedicate a produzioni
diverse, ciascuna delle quali comprende tutte le funzioni ad eccezione della finanza che resta in
capo al CdA e al CEO.
• H-form (H= holding) viene applicata quando la corporation si arricchisce di linee di produzione
molto diversificate, diventando una conglomerata, o di impianti/società all’estero.
La H-form (holding) è una tipologia di impresa manageriale, e si afferma quasi con la seconda
rivoluzione industriale, che produce materiale per la prima guerra mondiale, a produzione continua,
impegnate inizialmente nel settore ferroviario. Necessita di impianti efficienti per produrre
continuamente (prodotti altamente standardizzati), e manager in grado di gestire il flusso di
informazioni. In questo modo l’impresa funziona come mano invisibile del mercato. Chi non si
adegua a questo modello, è destinato a sparire.
Un esempio è il Piano Marshall, uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione
dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale, che insegna alle imprese a produrre sulla scia della
grande impresa manageriale.
Secondo Chandler l’impresa manageriale e multidivisionale è quella che vanta il massimo
vantaggio competitivo rispetto alle altre le imprese dotate di una struttura ottima, sono quelle che
sopravviveranno, in grado di delineare strategie vincenti. Si sviluppa negli Stati Uniti.
Secondo l’economista, inoltre, i tre tipi di investimento necessari per rimanere first movers sono:
1. investimenti in impianti sufficientemente ampi per poter sfruttare il potenziale delle economie di
scala, di diversificazione e di rapidità;
2. investimenti in reti di marketing;
3. investimenti in una gerarchia di manager.
La corporation funziona da agente pianificatore (visible hand) e per realizzare tale pianificazione
necessita di un flusso dettagliato e costante di informazioni che le vengono fornite mediante report
da tutti i livelli di staff aziendali.
Il modello delle cinque forze di Porter è un modello adottato in questo contesto storico dalle
imprese manageriali. Porter sostiene che l’impresa è in grado di sviluppare una strategia
competitiva che incide su quelle condizioni standard definite dalle teorie classiche, per modificarle.
Ha analizzato i piani d’azione delle imprese per migliorare la propria competitività, con strategie
d’attacco e difensive, a breve e a lungo termine, facendo così fronte alle cinque sfide che si
presentano:
la minaccia di nuovi entranti;
il potere contrattuale dei fornitori;
il potere contrattuale degli acquirenti;
la minaccia di prodotti sostitutivi;
il posizionamento dei concorrenti.
Un’impresa può competere per costi bassi, per capacità di differenziazione e per eccellenza in
un segmento produttivo (focalizzazione). Le strategie di attacco e quelle a lungo termine sono in
grado di conseguire leadership di costo e strategia di differenziazione.
Le corporation hanno forma di multinazionali: sono interessate ad un mercato in particolare, e sono
transnazionali: hanno sede in un posto senza legami specifici (esempi sono Shein e Temu).
Per le sue dimensioni, dobbiamo alla corporation l’abbassamento dei costi di produzione e
distribuzione dei prodotti industriali che ha innescato il consumismo di massa.
PUNTI DI FORZA DELLA CORPORATION
Economie di scala
Economie di diversificazione
Organizzazione produttiva pianificata da ingegneri e manager
Competizione oligopolistica
Grandi laboratori di ricerca
Individuazione di strategie per le transizioni tecnologiche
Multinazionalizzazione (cresciuta molto dopo Bretton Woods , un insieme di regole
economiche internazionali stipulate nel 1944 tra i principali Paesi industrializzati): le
multinazionali si trasformano in imprese transnazionali;
Riconversione nella produzione bellica.
I vantaggi della corporation sono: efficienza della produzione, gestione e disponibilità di beni a
baso costo, posti di lavoro sicuri, salari alti e potere di acquisto alto. La mano visibile del
management si sostituisce alla mano invisibile del mercato.
Tuttavia, le imprese, con particolar riguardo a quelle di grandi dimensioni, come le corporation,
inquinavano molto creando forti esternalità negative, al punto da portare le imprese a convertire i
loro processi produttivi. In questo contesto soffrirono questa inversione di rotta le grandi imprese
piuttosto che quelle di piccole dimensioni.
Che vantaggi ha l’impresa di piccole dimensioni rispetto a quelle grandi? Il primo è la
flessibilità. Infatti, grazie alle loro dimensioni, rispondono meglio ai cambiamenti. Quanto più
l’impresa è grande, tanto meno sarà flessibile, anzi, aumenta la lentezza.
LE PRIME 100 IMPRESE DEL MONDO PER CAPITALIZZAZIONE
Nel ‘900 il divario tra Usa ed Europa è forte perché le imprese americane in forma di corporation
sono strutturalmente migliori di quelle europee. Inoltre l’Europa è stata scenario delle due guerre
mondiali, impegnata nella ricostruzione economica dei Paesi. Il divario trai due paesi si riduce dagli
anni ‘60 in poi, mentre aumenta tra gli anni ‘60 e ‘80 quello tra Usa e Giappone, con l’era del
Toyotismo e la produzione just in time. Per gli Stati Uniti sono anni segnati da Stagflazione e dalla
guerra del Vietnam.
LE PRIME 500 IMPRESE AL MONDO PER GIRO DI AFFARI
In questo quadro si considerano le imprese manifatturiere; è evidente come l’Europa si discosti di
parecchio dagli Usa e anche il Giappone, mentre è altrettanto chiara la grande ascesa della Cina in
termini di dimensioni delle imprese.
Il sistema finanziario americano e anglosassone, è definito market oriented, orientato alla borsa,
mentre quello tedesco è considerato bank oriented, con un particolare focus sui mercati finanziari,
in che spiega il bisogno di grossi finanziamenti.
All’interno dello stesso paradigma tecnologico, l’orientamento più efficiente sembra essere quello
Americano; in un momento di cambiamento di tecnologico e con l’avanzamento della
globalizzazione, emerge invece il sistema bank oriented. Dunque, gli Europei sono orientati alle
banche, mentre gli Anglosassioni al mercato. Tuttavia, negli ultimi decenni è in atto un processo di
convergenza tra i due modelli.
In Italia la banca mista crolla con la Grande Depressione del 1929 e nel 1936 nascono le banche di
investimento per finanziare il sistema produttivo (gruppo Mediobanca). Questo sistema bancario
tuttavia risulta opaco perché le banche hanno criteri di finanziamento che esulano dal puro merito
(ovvero, se un’impresa ha andamenti negativi, ma è strategica, la banca continua ad investire). La
Borsa, invece, sembra essere più trasparente per mezzo del sistema di quotazione in borsa, in cui le
azioni vengono acquistate quando l’impresa è fiorente e il prezzo aumenta, e crollano quando
l’impresa è in perdita. Nel 1991 con la globalizzazione, le banche, al fine di interfacciarsi sui
mercati internazionali, devono essere grandi, offrire numerosi servizi, come il servizio di
assicurazione, o di concessione del credito, per poter essere competitive.
ESTERNALITA’ NEGATIVE DELLA CORPORATION
Le esternalità negative della corporation rappresentano un effetto indiretto dell’attività economica, e
sono così evidenti che dal 2018 in Italia per le grandi imprese quotate è subentrato l’obbligo di
dichiarazione di materialità, dove non si tiene conto solo della partita doppia, ma anche aspetti
legati ai fattori ESG.
Esistono delle agenzie che si occupano di controllare l’adozione della legislazione Antitrust dalle
imprese, poiché l’adempimento di tutte le attività richieste dall’agenzia Antitrust richiedono ingenti
somme di denaro e ciò comporta una riduzione dell’efficienza produttiva.
La regolamentazione del mercato in America cresce molto dopo la crisi del 29, perché un mercato
dove non vi è controllo, determina squilibri, come la compressione dei salari se i salari sono
bassi, la domanda ne risente. Si inizia a regolamentare il sistema produttivo, si dà spazio alle
associazioni sindacali.
Mentre negli anni 80 si ritiene che questi limiti rendono l’economia pesante e non competitiva, e
con la globalizzazione tali convinzioni aumentano ancora di più. Pertanto si passa ad un liberismo
particolare il lavoratore deve essere libero di scegliere il proprio lavoro anche altrove, e se il
mercato è lasciato libero, raggiunge da solo l’equilibrio.
In questo contesto si sviluppa una tendenza alla monopolizzazione: in particolare, negli Usa dal
1997 al 2012 il 75% dei settori industriali ha visto un aumento della concentrazione, motivo per il
quale il numero di indagini sulle fusioni da parte dell’agenzia Antitrust è stata pari a zero.
Gli effetti di tale liberismo privo di controllo, determina un aumento dei prezzi e dei profitti, dello
sfruttamento dei lavoratori, una crescita delle tendenze collusive, un abbassamento del livello di
imprenditorialità, l’estraniazione dalla democrazia, esternalità tecniche e esternalità pecuniarie.
I prezzi e i profitti aumentano in situazione di monopolio perché vi è una sola impresa che stabilisce
il prezzo e può aumentare in quanto non ci sono competitor, e questo determina un aumento dei
profitti.
Lo sfruttamento dei lavoratori aumenta perché non ci sono controlli, ed è solo un’impresa a
garantire lavoro e quindi gli operai sono costretti ad accettare condizioni anche critiche.
Le tendenze collusive aumentano perché permettono di guadagnare molto, come ad esempio la
produzione di armi da guerra.
Il livello di imprenditorialità si abbassa perché ci sono alte barriere all’entrata nel mercato.
Si crea estraneazione dalla democrazia perché la grande impresa non ha interesse a garantire uno
Stato Welfare, perché paga più tasse, e la sanità per tutti costa, così come le università ecc.
I cittadini inoltre acquistano prodotti ad un prezzo maggiore rispetto a quello che pagherebbero con
le tecnologie in vigore.
Oggi con la globalizzazione, aumenta la ricchezza complessiva, ma anche la disuguaglianza. In
questo scenario, lo Stato scrive le leggi e si assicura che le imprese le rispettino, ma quando
un’impresa è multinazionale o transnazionale, chi la gestisce? Nessuno.
GRAFICO EVOLUZIONE DELLA QUOTA DI REDDITO APPROPRIATA DAL DECILE PIU’
ELEVATO grafico ad aggancio avverso.
In questo grafico ad aggancio avverso, i paesi poveri dovrebbero crescere di più di quelli ricchi.
Questi ultimi si sono allineati a quelli poveri ma sono per il livello di disuguaglianza. Il grafico
mostra quanto reddito è stato preso dal decile più ricco della popolazione, e si evince come sia
stazionario. Ciò indica che non c’è stata una crescita, perché il livello di disuguaglianza era già
elevato. Cresce meno la disuguaglianza in Europa dagli anni 90 fino ad 2015 rispetto all’America,
perché l’effetto della globalizzazione è più forte.
CURVA DELL’ELEFANTE
In questo grafico si evince un aumento cumulativo del reddito per adulti e percentili di reddito tra il
1980 e 2016, simile al grafico di prima. In merito all’evoluzione delle disuguaglianze: prima si ha
una riduzione di disuguaglianza, per l’emergere dei paesi asiatici. Segue una successiva
compressione dei redditi delle classi medie negli Stati Uniti, per poi avere una forte ascesa dei
redditi dove la ricchezza dei ricchi è cresciuta di più rispetto alla ricchezza delle classi meno
abbienti. (in questo percentile, l’1% del 10% più ricco della popolazione è cresciuto di più). Nei
regimi dittatoriali, emerge un elite di soggetti che guida il potere, con un sistema economico che
favorisce solo alcuni. Nei sistemi democratici invece le decisioni dovrebbero essere prese per tutti, a
loro favore, ma così non accade, aumentando dunque le disuguaglianze.
Tra le esternalità negative evidenziate dalle corporation, vi è la predominanza dei beni privati sui
beni pubblici, di merito e relazionali. Seguono i limiti della filantropia.
I beni di merito sono erogati a tutti a prescindere dal reddito, mentre i beni relazionali non hanno
valore economico, sono gratuiti quindi garantiti a tutti e sono frutto delle relazioni economiche. Per
la loro natura, la grande corporation non da importanza a tali beni perchè comportano un amento
della tassazione progressiva.
La filantropia consiste nell’opera volontaria di soggetti privati benestanti, i quali devolvono denaro
per opere benefiche come finanziare la costruzione di scuole pubbliche o interventi chirurgici
costosissimi.
Nonostante la benevolenza e l’umanità dietro l’origine delle donazioni, si tratta di un sistema
pericoloso, con progressivo esaurimento della democrazia, perché demandare ad alcuni singoli
soggetti il compito di decidere autonomamente, in modo del tutto arbitrario, quali siano le azioni da
compiere per migliorare la società e quante risorse debbano essere impegnate, presenta evidenti
rischi.
Le esternalità negative potrebbero essere limitate superando la teoria dello shareholder value,
ovvero il valore per gli azionisti che aumenta se il prezzo delle azioni della società aumenta, e la
separazione tra etica ed economia.
Questo significa riportare la corporation alla sua origine: una forma di impresa nata per offrire un
buon servizio a un prezzo ragionevole a una comunità mediante l’impiego di capitale di azionisti
che sono anche i clienti dell’impresa.
Anche l’attività solta dalle benefit corporation può essere una potenziale soluzione per le
esternalità negative: si tratta di una società che persegue profitti, svolgendo attività economica, ma
perseguendo anche obiettivi in termini ambientali, sociali e di governance.
Dal 2010 ben 35 stati americani si sono dotati di una B-corp e anche l’Italia lo ha fatto, con una
legge nel dicembre 2015.
CREAZIONE DI VALORE DELLE CORPORATION E SOSTENIBILITA’
Le iniziative che collegano la creazione di valore condiviso con lo sviluppo sostenibile si articolano
su quattro livelli.
Il primo livello riguarda il prodotto o il servizio stesso e a chi viene venduto.
Il secondo riguarda il concetto di catena del valore, attribuito a quello di sviluppo
sostenibile, che consiste nella capacità dell’impresa di accorciare la filiera, scegliendo
fornitori vicini, e ridurre l’impatto ambientale in maniera significativa.
Il terzo riguarda l’ambiente imprenditoriale legato allo sviluppo sostenibile: l’impresa per
prosperare ha bisogno di un contesto che prosperi alla stessa intensità, capace di creare
valore.
Riguardo il quarto punto, il processo produttivo per essere sostenibile deve avere la capacità
di essere riprodotto (l’attività di oggi deve essere riprodotta domani).
Molto importante è ricordare il rapporto Burtland delle Nazioni Unite, che da’ una definizione di
sviluppo sostenibile tra le più famose: “lo sviluppo sostenibile è quello che soddisfa i bisogni
dell'attuale generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i
propri bisogni”.
LA CASSA PER IL MEZZOGIORNO
L’ITALIA DEL SECONDO DOPOGUERRA
L’Italia doveva riconvertirsi da un’economia di guerra a quella di pace, ma vi erano diversi
problemi nelle regioni maggiormente arretrate, che si sommavano alle difficoltà iniziali. Gli Stati
Uniti che vantavano il controllo geopolitico mondiale, si riproposero di ristabilire l’equilibrio e la
ricostruzione dell’Europa, e quindi dell’Italia. In particolare il piano si sofferma sull’Italia
meridionale, già gravemente arretrata.
Tuttavia, le risorse accordate dagli Alleati per un ‘primo aiuto’, inizialmente destinate alla
riattivazione dell’apparato industriale di Napoli (secondo polo industriale italiano) vennero dirottate
al Nord appena si accerta che le fabbriche sono intatte e abbisognano di materie prime. In pochi
giorni, a Milano, Pasquale Saraceno, noto economista italiano, elaborò il nuovo piano, in risposta al
movimento dei contadini meridionali e alle condizioni drammatiche in cui versava il Mezzogiorno:
si apre la strada alla linea di azione del cosiddetto neomeridionalismo.
Nel 1946 Saraceno dà vita a Napoli alla SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel
Mezzogiorno), mentre pochi anni dopo, precisamente nel 1952, nacque la Cassa per il
Mezzogiorno, che rappresenta l’inizio del progetto di sviluppo, in cui viene definito il ruolo dello
Stato, e soprattutto la localizzazione delle sacche di povertà nei territori del Mezzogiorno.
Si avviò così l’inchiesta parlamentare sulla miseria nello stesso anno, che mirava a capire qual
era la condizione di partenza, per meglio comprendere il ruolo della Cassa del Mezzogiorno.
In questo scenario, importante fu la visione dei “nuovi meridionalisti”, che avevano a cuore il
problema dell’arretratezza del Meridione. Rispetto al meridionalismo classico di stampo liberale, il
«nuovo meridionalismo» sosteneva l’impossibilità di affidarsi all’agire del mercato e proponeva un
intervento dello Stato che, oltre ad affrontare la questione agraria, puntasse all’industrializzazione
del Sud.
Le due riforme strutturali (riforma agraria e Cassa per il Mezzogiorno) avviarono la
‘modernizzazione’ del Sud, verso il miracolo economico degli anni Sessanta. Punti chiave del
neomeridionalismo sono:
a) riforma radicale in agricoltura e infrastrutturazione del territorio, da affiancare a una politica
attiva di industrializzazione per fare uscire il Mezzogiorno dalla sua arretratezza economica e
sociale;
b) intervento dello Stato volto a modificare le convenienze dei privati;
c) la convinzione che lo sviluppo del Mezzogiorno sia indispensabile per la tenuta e lo sviluppo
dell’intera economia e, quindi, che l’intervento pubblico sia nell’interesse generale.
Le imprese a partecipazione statale, furono, assieme alla Cassa, il braccio operativo di questa
strategia.
Questa tipologia di azione, si ispira alla teoria del big-push di Rosenstein-Rodan, economista
polacco, il quale prevedeva non solo un programma di ricostruzione con intervento da parte dello
Stato, ma un vero e proprio progetto di sviluppo ben preciso, che si conformasse alla realtà:
infrastrutturazione, preindustrializzazione, e incentivi alle imprese locali.
Ma la fragile struttura delle imprese meridionali non fu in grado di cogliere le opportunità
dell’intervento pubblico e l’indagine del 1961 registrò un sensibile declino.
Fu avviata un’indagine statistica e un’indagine schermografica per analizzare i polmoni della
popolazione meridionale, per individuare una eventuale relazione tra reddito e salute, al fine di
scoprire l’eredità della Guerra in termini di salute e disoccupazione. La cosa più interessante fu che,
in assenza di rilevazioni statistiche, venne attuata un’indagine a campione, per evitare un secondo
censimento. L’indagine si basava su una serie di indicatori di povertà: quante scarpe nel nucleo
abitato si consumavano negli anni, le condizioni dell’abitazione, l’alimentazione con particolar
riguardo alla carne, allo zucchero e al vino (il consumo di alcool è particolarmente indicativo,
perché veniva usato per riscaldarsi), e vennero stimati 10 livelli di povertà.
Da un istogramma si può evincere come la Calabria sia la peggiore parte d’Italia nel 1951, in
termini di miseria. Le famiglie vivevano insieme agli animali, con un solo divano e senza spazio per
tutti i membri della famiglia. L’alimentazione non prevedeva l’integrazione di carne, perché troppo
costosa, né di zucchero, solo il vino era presente, frutto della produzione familiare.
In questo scenario, tuttavia, il reddito e l’occupazione non erano così “identificabili” perché anche il
possesso di un piccolo pezzo di terreno per una famiglia, era sinonimo di occupazione, e permetteva
di sfamare l’intero nucleo. Si registra pertanto una particolare difficoltà nella stima di povertà e
miseria.
LA STRATEGIA DELLA CASSA
Gli interventi erano così ripartiti:
nel periodo che va dal 1950 al 1957, spiccano i finanziamenti stanziati ad opere pubbliche
per il 96%, e la parte restante dedicata a bonifiche a seguito di disboscamento e costruzione
delle infrastrutture necessarie.
dal ‘58 al ‘65 la strategia mirava all’industria, con finanziamenti industriali per il 42%;
dal ’66 al ’73 si passò alla fase dei progetti di sviluppo (costosissimi); lo spartiacque furono
gli anni ’70 con la nascita delle regioni;
dal ’74 al ’93, la Cassa iniziò a subire una crisi, non riuscì a stare al passo con i tempi, ad
intervenire ed innovare, e la sua operatività si arrestò.
Un’inefficienza, questa, incrementata probabilmente anche dalla facilità di insedio della criminalità
organizzata nelle regioni, che interferisce con le opere di risanamento della Cassa. È da questo
momento che fu affidata ad una gestione politica e non risponde più solo alle emergenze del
territorio.
In particolare, nel 1955 la Calabria diventò il caso del caso, per la forte arretratezza che la
contraddistingueva, e fu destinataria di interventi straordinari, oltre agli interventi che la Cassa del
Mezzogiorno stanziava regione per regione.
Un esempio è il Piano regolatore di massima nel 1957, che comprende una serie di opere appaltate
con fondi leggi speciali in Calabria: opere idrauliche, dighe, strade, consolidamento e trasferimento
di abitanti a seguito di due forti alluvioni che causarono un dissesto idrogeologico nel 1951 e 1953
in Calabria Meridionale.
La Cassa per il Mezzogiorno ha generato sviluppo perché queste opere richiedevano manodopera,
quindi svolse una funzione sociale, creando cioè occupazione. Il lavoro tuttavia richiedeva
competenza, che scarseggiava nella popolazione; inoltre gli operai della Cassa ebbero diritto ad una
abitazione vicino gli appalti e i cantieri, e poterono godere di una serie di servizi mai visti prima:
acqua potabile, servizi igienici dentro l’abitazione ecc.
L’occupazione del capo-famiglia come operaio della Cassa per il Mezzogiorno rappresentò una
forma di “emancipazione” per tutta la famiglia. Il degrado e il grado di arretratezza era di tipo
culturale e umano, motivo per il quale tra le famiglie vi erano casi di incesti: si evince come lo
sviluppo è frutto dal confronto con gli altri e non dell’isolamento geografico, tratto tipico dei paesi
dell’entroterra calabro di quell’epoca.
La forma di imprenditorialità che vigeva nelle altre città non esisteva in Calabria, in quanto un’area
di sviluppo industriale richiedeva un territorio sufficientemente ampio ed omogeneo, volto a
operare trasformazioni ambientali e a potenziare lo sviluppo industriale locale.
Requisiti primari:
a) territorio ampio, pianeggiante e dotato di infrastrutture;
b) la popolazione coinvolta nel capoluogo non meno di 100.000 abitanti e quella complessiva
non meno di 200.000 abitanti;
Requisiti secondari:
a) adeguata disponibilità energetica e idrica,
b) complementarietà tra i comuni,
c) attitudine allo sviluppo industriale,
d) eventuale presenza di risorse naturali;
Requisiti accessori:
a) indicatori demografici, economici, sociali e infrastrutturali.
Motivo per il quale nelle altre regioni si convertivano le piccole imprese in organizzazioni più
grandi in presenza di tali condizioni a favore, mentre nel nostro territorio tutt’oggi possiamo contare
solo imprese di piccole dimensioni, rimaste tali nel tempo.
Tuttavia, l’ondata della Golden Age negli anni ’70, portò la Calabria al raggiungimento di standard
di vita simili alle altre regioni, allontanando le pessime condizioni di vita della popolazione ai tempi
dall’inchiesta sulla miseria. Le altre regioni del Settentrione invece riuscirono a cavalcare l’onda,
grazie agli interventi straordinari, al pari del resto dell’Europa.
Quindi la Cassa del Mezzogiorno è stata effettivamente utile o è stato un carrozzone e uno
sperpero di denaro? Le opere pubbliche realizzate negli anni ‘50 e ‘60 hanno prodotto risultati che
ancora oggi sono attuali e gli sviluppi avvenuti negli anni sono frutto, per la gran parte, degli
interventi della Cassa. Il problema in Calabria riguardava, e probabilmente riguarda tutt’ora,
l’efficienza: è come se il territorio non fosse stato pronto ad un avanzamento industriale all’ora, e ad
oggi ancora se ne pagano le conseguenze.
PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE
L’impresa pubblica nasce nel 1600 e raggiunge pertanto il suo culmine nel 1985. Da lì in poi i Paesi
iniziarono il processo di privatizzazione, in concomitanza con le crisi petrolifere, laddove i bilanci
furono in forte disavanzo. Anche in Italia, il debito pubblico indebolisce fortemente l’economia, e
qualora vi siano oscillazioni sul mercato internazionale, ne risente molto in quanto particolarmente
esposta. L’Italia inizia a privatizzare negli anni ’90. L’impresa statale in questo momento storico
assunse dimensioni elefantiache, al punto tale da non poter chiudere i battenti rapidamente, senza
creare una situazione di forte disoccupazione e instabilità, motivo per il quale tale processo prende
il nome di macelleria sociale. Chiudere significa licenziare il personale e far crollare le filiere che
stanno a monte e a valle dei colossi industriali.
In questo scenario, l’inquinamento inizia a chiedere il conto e il processo produttivo è insostenibile.
Il capo del governo non fa parte di un partito specifico, ma è un tecnico chiamato per merito e
competenze, non è stato eletto. Parliamo di governo tecnico. Vige la necessità di cambiare
paradigma e attuare un processo di selezione che premia i più bravi, accantonando i parassiti.
I primi paesi a privatizzare furono Usa e regno Unito, quest’ultimo con il governo Thatcher, rimasto
in carica nel Regno Unito dal 1979 al 1983. Durante i suoi 11 anni di governo, Margaret Thatcher,
prima donna a ricoprire il ruolo di Primo Ministro britannico, ha diffuso l'ideologia del
neoliberismo, che propugnava il ridimensionamento del peso dello stato nell'economia e nella
società, a favore di un ruolo più attivo dell'individuo. In particolare, tale governo mirava a:
1. minare il rapporto tra sindacati e Labour Party;
2. aumentare gli introiti dello stato;
3. promuovere l’efficienza economica;
4. stimolare l’allargamento della proprietà azionaria;
5. introdurre maggiore concorrenza e competitività;
6. sviluppare il mercato nazionale dei capitali.
Le modalità di dismissione principali delle imprese pubbliche prevedevano l’offerta pubblica di
vendita, con suddivisione della proprietà tra gli acquirenti, l’underpricing delle azioni, con vendita
sotto la pari, per coinvolgere un maggior numero di persone, ed infine la cosiddetta Golden Share
che presupponeva la partecipazione minore dello Stato nell’impresa, ma con importanza
fondamentale nelle decisioni, che potevano essere prese con il solo consenso del detentore.
Un programma di de-nazionalizzazione può essere avviato con successo quando:
1. esiste un mercato dei fattori e dei prodotti concorrenziale;
2. esiste una legislazione a protezione di azionisti e risparmiatori;
3. esiste un mercato dei capitali sufficientemente evoluto sul quale le imprese siano
contendibili.
Fra il 1977 e il 2003 Il processo di privatizzazione nei paesi OCSE ha prodotto introiti per circa
1220 miliardi di dollari. Il processo si è intensificato negli anni Novanta e ha raggiunto l’apice nel
1998, dove la metà degli introiti si è concentrata nell’Unione Europea.
PROVENTI LORDI DELLE PRIVATIZZAZIONI
Perché metà degli introiti è concentrata dell’unione europea (in particolare Regno Unito) rispetto
agli USA? Perché è il primo che ha messo in moto il processo di privatizzazione con il governo
Thatcher. I paesi favorevoli alla privatizzazione sono quelli caratterizzati da governi tecnici
appoggiati dal centro-sinistra.
IL CASO SOVIETICO
Uno dei principali insuccessi dei processi privatizzazione è il caso dell’Unione Sovietica.
Nel 1928, con l’aiuto dei grandi matematici russi si fece il grande salto verso la pianificazione
integrale dell’economia, utilizzando le tavole input-output, che registravano sulla base delle
conoscenze ingegneristiche, la quantità degli input necessari per realizzare gli output fissati dal
governo. Tuttavia, diversi furono i problemi irrisolti:
1. i bisogni della gente venivano decisi dall’alto
2. i rifornimenti degli input agli impianti erano spesso imprecisi
3. le decisioni del governo si indirizzarono sempre verso il rafforzamento della potenza
militare
4. il sistema era chiuso
5. non si potevano pianificare le innovazioni.
IL CASO CINESE
Per molti secoli la Cina è stata all’avanguardia per avanzamento tecnologico, ma dal processo di
industrializzazione e fino alla prima metà del Novecento era uno dei paesi più poveri del mondo. È
rimasta un impero fino al 1911, dove il concetto di persona e le libertà individuali non
appartenevano alla società cinese in cui era la comunità a predominare.
L’economia era organizzata localmente sulla base di clan familiari e il commercio non era ritenuto
strategico.
La svolta avviene nel 1978, quando Deng Xiaoping pone fine all’isolamento secolare della Cina
con un programma di graduali aperture e riforme improntate al modello di mercato occidentale.
L’economia socialista di mercato è un modello di economia mista in parte privata, in parte pubblica.
I cinesi, nel solco della tradizione, hanno fatto leva sulle municipalità e sulle imprese familiari e, in
agricoltura, sulla formazione di cooperative. In questo contesto sono state inserite, con cautela,
iniziative economiche straniere. Possiamo affermare che la Cina ha beneficiato dei vantaggi del
ritardatario.
Nonostante i grandi risultati raggiunti le contraddizioni del sistema cinese sono evidenti:
sfruttamento della forza lavoro, inquinamento, crescita delle disuguaglianze, il declino della
famiglia, l’eccesso di esportazioni.
DIMENSIONE E PERFORMANCE DELLE IMPRESE
L’espressione «performance di impresa» comprende:
• Valutazioni di carattere contabile (ROI, ROE, ROS);
• Valutazioni di carattere patrimoniale;
• Valutazioni di performance finanziaria (capitalizzazione di borsa);
• Capacità di ridurre i costi di transazione;
• Capacità di sopravvivenza;
• Struttura del settore nel quale l’impresa si trova a operare;
• Capacità di raggiungere gli obiettivi.
È difficile trovare parametri oggettivi per valutare le performance di un’impresa. La dimensione è
segno d’efficienza rispetto alle piccole imprese, con particolare riguardo ai differenti parametri
finanziari e all’attenzione rivolta ai dipendenti.
Tuttavia, analizzare solo le grandi imprese per comprendere l’economia di un paese non è
sufficiente perché significherebbe analizzare solo una minima parte del tessuto produttivo.
La tabella mostra il livello di occupazione manifatturiera nel 1963 ripartito tra le prime 10 imprese
di grandi dimensioni, imprese medie e quelle con meno di 200 dipendenti.
In questo quadro emerge l’importanza della grande impresa degli Stati Uniti, rispetto all’Italia, dove
le grandi imprese rappresentano solo il 10% degli occupati, a differenza delle piccole e medie
imprese con 66% di occupati. Tra gli altri paesi, il Regno Unito riconosce l’importanza della grande
impresa, mentre nel Giappone, come in Italia, si sviluppano realtà di piccole dimensioni.
Le piccole e medie imprese italiane competono sul mercato internazionale insieme alle piccole e
medie imprese tedesche, con una sola differenza: le imprese tedesche si caratterizzano anche per la
presenza di strutture di grandi dimensioni.
La teoria evolutiva dell’impresa sostiene che le imprese più efficienti crescono, si evolvono, creano
una struttura per ridurre i costi di transazione, sono in grado di generare barriere all’entrata sul
mercato e di superare periodi turbolenti con le innovazioni. L’impresa migliore è l’impresa
manageriale americana.
L’IMPRESA FAMILIARE DI GRANDI DIMENSIONI
Dopo aver analizzato la grande corporation, e l’impresa statale, il focus si concentra sull’impresa
familiare.
Le imprese si definiscono familiari non solo per la proprietà familiare, ma anche per la gestione ed
il controllo a carattere familiare.
Per Chandler, l’impresa familiare è meno efficiente dell’impresa manageriale. Tuttavia, alcuni studi
basati sulla raccolta di dati delle 20 più grandi imprese quotate in 27 paesi industrializzati, mostrano
come solo il 36% è costituito da public companies, mentre il 30% è controllato da famiglie (con
prevalenza a Taiwan), il 18% dallo Stato e il restante 15% da istituzioni finanziarie e gruppi.
Ci sono sistemi legislativi che favoriscono le imprese familiari, per una serie di ragioni:
1. la mentalità familiare prevale su quella individualistica (molti paesi asiatici)
2. la fiducia nelle istituzioni è bassa e viene sostituita da legami familiari (il caso del Messico)
3. le famiglie svolgono un ruolo sociale significativo (casi svedese e olandese)
4. le leggi sull’eredità impongono la cessione ai figli del patrimonio accumulato dal fondatore
5. emerge qualche vuoto legislativo che consente a un innovatore di rottura di ingrandire
rapidamente la sua impresa a dismisura in assenza di regole che glielo impediscano (i casi
delle grandi imprese elettroniche)
6. collusione tra potere politico e singole famiglie e livelli di corruzione elevati (il caso russo)
Le imprese familiari di grandi dimensioni hanno un vantaggio rispetto alle public company, presenti
dove la legislazione protegge gli azionisti di minoranza, che dipende dal contesto culturale: è più
facile scegliere i manager tra i componenti della famiglia (riducendo i costi di agenzia).
Tendenzialmente sono più longeve rispetto all’impresa manageriale, ma dipende anche dal
momento di transizione da una classe dirigente all’altra, poiché i successori potrebbero non avere le
competenze richieste.
Le grandi imprese familiari hanno esternalità positive e negative simili alle corporation. Per questo
corporation e impresa familiare possono uniformarsi all’interno di una stessa struttura, quando si
parla di imprese familiari di grandi dimensioni.
Da una recente banca dati di 14.000 imprese europee relativa al 2007-2009 è emerso che è la
Francia ad avere la più bassa incidenza di imprese familiari (57%), seguita dalla Gran Bretagna
(66%); Spagna e Italia si attestano al 76% e la Germania arriva all’84%. In queste aziende la
percentuale in cui il capo è un membro della famiglia sfiora il 90%.
La più grande impresa al mondo, Walmart, è familiare, con i suoi oltre 500 miliardi di dollari di
fatturato, quasi 12.000 punti vendita in 27 paesi, e 2,3 milioni di addetti. Zamagni con questo caso
smentisce la teoria di Chandler: le più grandi imprese sono a carattere familiare.
VANTAGGI E SVANTAGGI DELL’IMPRESA FAMILIARE
Quello che è un vantaggio può in realtà rivelarsi uno svantaggio:
nepotismo, espressione che viene comunemente utilizzata per definire l’assunzione di
dipendenti sulla base di legami di amicizia o parentela, i quali poi si rivelano inefficienti;
atteggiamento paternalistico prelude ad un sostanziale sfruttamento, come lavorare in nero,
più dell’orario previsto, o la corresponsione della busta paga ma con una retribuzione
minore rispetto a quanto dichiarato;
aspetti strutturali;
scelta del top management;
sistema valoriale.
LE PMI
Le piccole e medie imprese si caratterizzano per:
il numero di addetti che si aggira tra i 50 e i 250;
il fatturato che va dai 10 a 50 milioni di euro;
un totale attivo che va dai 10 a 43 milioni di euro.
Ma come può essere un’impresa di medie dimensioni rispetto ad una grande impresa e come
può essere competitiva? Come fa l’Italia a vantare piccole e medie imprese efficienti e
operanti nel mercato? È importante considerare che le piccole e medie imprese operano in settori
di tecnologia maturi rispetto a quelli delle di grandi dimensioni, che investono molto in ricerca e
sviluppo, a differenza delle Pmi.
Le Pmi Italiane tuttavia riescono ad essere particolarmente flessibili: un esempio è il loro ruolo
durante la crisi petrolifera, in cui le grandi imprese fallirono, mentre le Pmi grazie al loro carattere
flessibile, si riconvertirono velocemente, senza annegare. Tuttavia le Pmi non sono imprese
innovative.
Un altro settore in cui le Pmi sono altamente competitive è il settore di nicchia, caratterizzato da un
piccolo segmento in cui il mercato ha delle richieste molto specifiche: un esempio è la Mapei,
impresa italiana produttrice di collanti per l’edilizia e mastici in gomma, competitiva a livello
mondiale.
Le Pmi non sono invece innovative nel settore tessile, motivo per il quale negli anni 90 i distretti
tessili italiani andarono in forte crisi.
Fortunatamente negli ultimi anni il settore sta registrando una ripresa, grazie ai distretti che riescono
a risanare aziende che puntano sulla qualità piuttosto che sulla quantità: come è successo per
Superga.
Le Pmi sono governate da valori etici:
amore per il lavoro;
comunità;
territorio;
relazioni che si basano sulla fiducia reciproca. se si viola la fiducia, si è fuori dal
mercato.
reputazione
conoscenze diffuse sul territorio.
DISTRETTI E CLUSTER
Un distretto è un agglomerato di imprese (Pmi) con territorio circoscritto, che si occupano di
produrre lo stesso prodotto ma ognuno specializzata in una determinata fase di produzione.
Può accadere che il distretto diventi un cluster, con un’impresa che emerge rispetto alle altre. I
cluster sono molto simili ai distretti. Un classico esempio è la Silicon Valley, dove vige la piramide
tra le imprese, dove alla base ci stanno le imprese grandi, con imprese più piccole e fornitori che
operano insieme alle grandi imprese.
Le Pmi non sono in grado di internalizzare mediante contratti come fanno le corporations, per
questo motivo devono utilizzare il mercato che presenta alti costi di transazione. Tali imprese
tendono a costituire sistemi produttivi territoriali coesi dove trovare forza lavoro qualificata, sub
fornitori fidelizzati, un sistema bancario di relazione, un’amministrazione pubblica sensibile alle
esigenze dell’azienda (scuole, fiere etc.)
In Italia circa il 40% della forza lavoro manifatturiera è stabilmente localizzata nei distretti
(censimenti 1991 e 2011). Oltre il 40% dei 141 distretti rilevati è costituito da distretti
metalmeccanici e chimici.
Nel 2011, l’occupazione manifatturiera nelle aree distrettuali italiane era così distribuita: 75% al
Nord, 20% al Centro e solo 5% nel Mezzogiorno. Sui 141 distretti industriali censiti, solo 17 si
trovavano nel Sud peninsulare e 4 in Sardegna.
Cosa favorisce la nascita di un distretto industriale? La presenza di risorse naturali, come la
famosa area tessile di Prato, fortemente conosciuta nel Medioevo, culla di una grande tradizione
artigianale.
La dimensione economica dei distretti e dei cluster è variabile in relazione ad alcuni fattori:
• La consistenza della specializzazione scelta
• La capacità di combinare PMI e imprese
• Il dinamismo del territorio nel produrre istituzioni e finanza adeguate
• L’internazionalizzazione
Le Pmi sono caratterizzate dalla cosiddetta quarta forma di capitalismo, espressione con la quale
si fa riferimento al sistema delle imprese italiane di dimensione intermedia con notevole successo in
termini di crescita delle esportazioni e di capacità competitiva sui mercati internazionali. In Italia il
Quarto Capitalismo comprende: corporations, imprese statali, distretti/cluster e Pmi.
Non sempre le Pmi sono organizzate in distretti. Le Pmi sono presenti al Sud ma con poca
prevalenza anche al Nord.
OCCUPATI NELLA MANIFATTURA RISPETTO ALLA FORZA LAVORO
Questa cartina illustra l’Italia a partire dagli anni ‘60, prima del miracolo economico, dove già nel
1961, sulla base dei livelli di industrializzazione era possibile individuare “tre Italie”. Si era
delineata un’Italia “di mezzo”, una Terza Italia che si estendeva tra la zona manifatturiera di più
antica formazione, tra Milano-Torino-Genova, e il Mezzogiorno in cui la presenza industriale era
generalmente molto diradata.
Nel 1991 si nota come le imprese del triangolo si diffondono nel centro Italia, nel Mezzogiorno e
nella Terza Italia, una parte d’Italia particolarmente sviluppata. Nel 2011 la cartina si schiarisce,
indice di un paese oramai industrializzato.
L’IMPRESA COOPERATIVA
Tra le forme di impresa più diffuse a livello mondiale, spiccano le imprese cooperative,
associazioni autogestite e volontarie di individui che si uniscono per soddisfare le proprie
aspirazioni economiche, sociali e culturali.
L’impresa cooperativa è un’impresa inclusiva, dove si collabora per raggiungere un obiettivo
comune. L’homo oeconomicus agisce per soddisfare i propri interessi: la somma di tanti interessi
personali contribuiscono a realizzare una ricchezza comune.
Si fondano sui valori della responsabilità e dell’aiuto reciproco, della democrazia, dell’equità,
dell’uguaglianza e della solidarietà. Non rientrano nel novero delle imprese capitalistiche, ragion
per cui furono sin da subito criticate dai marxisti, in quanto le loro strategie e i loro comportamenti
sono subordinati a logiche etiche e sociali diverse da quelle del profitto e del mercato, che ne
rappresentano al massimo sono un aspetto complementare.
I 7 principi stabiliti dall’impresa cooperativa sono:
1. adesione libera e volontaria
2. controllo democratico da parte dei soci
3. partecipazione economica dei soci
4. autonomia e indipendenza
5. educazione, formazione e informazione
6. impegno verso la comunità
Il sindacalismo ha l’obiettivo di unire la classe operaia per ottenere migliori condizioni di lavoro,
non chiedono condizioni migliori ai capitalisti, ma diventano essi stessi i capitalisti; mentre il
cooperativismo si propone di risolvere radicalmente il problema dell’eccesso di potere del capitale,
promuovendo una forma di impresa in cui i soci anticipano il capitale su basi egualitarie, per
governare l’impresa a beneficio di tutti, con modalità democratiche, e far sì che gli individui
possano acquistare prodotti complementari ad altre imprese a prezzi più bassi.
Ad esempio, in caso di malattia di un dipendente, i soci si preoccupano di fornire finanziamenti per
le cure. Oppure nel caso di un’impresa in difficoltà, i soci stanziano una parte di soldi per
risollevarla. Inoltre, per la prima volta, in queste imprese il voto delle donne è pari a quello degli
uomini.
Al contrario, il capitalismo concepisce il capitale come un bene più raro e richiesto rispetto alla
forza lavoro. Questo fa sì che le decisioni prese da chi detiene il capitale viene remunerato di più
rispetto ai lavoratori che apportano forza lavoro sfruttamento in cui le condizioni dei lavoratori
degradano velocemente.
Agli inizi del Novecento compare per la prima volta un’analisi comparativa dello sviluppo delle
imprese comparative ad opera di Charles Fay, allievo di Marshall in cui si definiscono i tre
principali tipi di imprese cooperative esistenti:
• Cooperative di utilizzatori (consumo e credito)
• Cooperative di produttori (soprattutto agricole)
• Cooperative di lavoratori
Il modello inglese si basa su cooperative di consumo, in cui i soci cooperano insieme per garantire i
prezzi migliori; il modello francese si ispira a cooperative di produzione, con classi di falegnami e
artigiani tessili che lavorano insieme per realizzare qualcosa; infine il modello tedesco dà vita a
cooperative di credito, dove si sommano i capitali di ciascun socio e per fornire credito equo e
solidale a chi ne ha bisogno.
LE CRITICHE
Wilfredo Pareto (1848-1923) riteneva che in un mercato perfettamente concorrenziale le
cooperative non avrebbero avuto ragione di esistere.
Maffeo Pantaleoni (1925) sosteneva che le imprese cooperative sono imprese economiche, non
sono istituzioni caritative. Tendono a conseguire fini prettamente economici in modo economico,
con un costo minore, a vantaggio dei soci dell’impresa. In altri termini, è l’egoismo la forza che le
crea e le tiene in vita.
La scuola marginalista sostiene il paradigma dell’homo oeconomicus, il quale non agisce per
empatia, ma solo per affermarsi.
Per i marginalisti, ognuno di noi agisce in base all’utilità marginale che ha in un determinato
momento verso un bene o un impiego professionale. In questa ottica, il capitale viene pagato
secondo l’utilità marginale del capitale, il lavoro secondo l’utilità marginale del lavoro e si arriva ad
una situazione di mercato in concorrenza perfetta: i fattori produttivi sono remunerati secondo la
loro reale utilità.
Keynes invece attribuisce alla funzione di cooperativa una funzione di contemperamento, che non
può sostanzialmente funzionare nel mercato. È lo Stato che deve agire per rendere il sistema
industriale più equo.
COOPERAZIONE IN GRAN BRETAGNA
Nel 1830 in Gran Bretagna esistevano già 300 società cooperative, ma è nel 1844 che nascono i
principi fondamentali dell’impresa cooperativa, con il magazzino cooperativo degli Equitable
Pioneers, che si fondava su:
• Prezzi di mercato fissi
• Vendita in contanti
• Onestà e trasparenza nella vendita
• Fidelizzazione del cliente
• Democrazia tra le socie e i soci
• Tolleranza ideologica
Nel 1877 le cooperative inglesi di consumo erano 1661 con circa 1 milione di soci; nel 1944 i soci
erano diventati più di 9 milioni.
COOPERAZIONE IN FRANCIA
In Francia le ispirazioni ideali del movimento cooperativo derivarono da Charles Fourier e dalle sue
teorie sui falansteri.
Nacquero così associazioni di lavoratori, di cui la prima fu quella dei falegnami (1831), alla quale
seguirono associazioni di orefici, tagliatori di pietra e fornai.
Nel 1848 quando si ebbe l’esperimento degli ateliers nationaux di Louis Blanc erano già 255 solo a
Parigi.
Nel 1885 viene aperto il primo sportello del Crédit agricole. A questo ne seguirono molti altri a
livello locale e regionale, coordinati negli anni Venti da una cassa nazionale, sotto controllo
pubblico, ma privatizzata nel 1988 e quotata in borsa nel 2001, controllata a maggioranza dalle
cooperative regionali. Ebbe così origine la più grande banca europea a base cooperativa.
Oggi la cooperazione di credito conta anche il Credit mutuel e le Casse di Risparmio, insieme
arrivano al 60% del mercato.
Forte è anche la cooperazione nel campo assicurativo, che copre il 40% del mercato e conta colossi
come Groupama.
Oggi il movimento cooperativo in Francia è molto forte nel credito, nell’agricoltura e fra i
commercianti e detiene il primato in Europa per giro d’affari.
COOPERAZIONE IN GERMANIA
In Germania le prime importanti cooperative riguardarono il settore bancario. Nel 1876 nacque
l’Istituto agricolo centrale tedesco, poi Banca Raiffeisen. Nella grande maggioranza si trattava di
organismi di ispirazione religiosa, ma alcuni erano liberali.
Le caratteristiche erano: ristorno redistribuito ai soci, una testa un voto, limite al possesso azionario,
credito inizialmente ai soli soci, poi allargato anche ai soggetti esterni.
Durante la Repubblica di Weimar si registrò il periodo aureo delle cooperative in Germania con
circa 53.000 realtà, per lo più agricole, di credito e di consumo.
Con il nazismo la cooperazione fu molto ridotta e nel dopoguerra non seguì una fase di sviluppo,
dovuta al fatto che le cooperative si fondano sul principio democratico, incompatibile con il
principio autoritario. In Unione Sovietica per tale ragione non sono mai state sviluppate.
Dopo l’epoca del nazismo e la soppressione delle cooperative, il dopoguerra vide le imprese
tedesche fortemente collaborative con i sindacati, i quali partecipano attivamente alla gestione
dell’impresa e quindi ai Cda, e con lo Stato.
COOPERAZIONE SCANDINAVA
Nel 1870/80 l’Europa è dominata da una forte crisi: è l’era della grande depressione che si estende
fino al suo picco nel 1929. In questo scenario, per la prima volta l’uomo europeo conosce la crisi da
sovraproduzione, derivante dalla grande importazione di grano proveniente da altri paesi, e i
contadini europei (tedeschi e polacchi) non sono così competitivi come il costo del grano estero. I
paesi europei, pertanto, reagiscono con i dazi, aumentando il mercato interno, e riducendo il
commercio con l’estero.
A tal punto gli agricoltori danesi convertono le proprie attività produttive usando cereali a basso
costo per sfamare il bestiame, e incrementano così l’allevamento di bestiame.
Ben presto diventeranno specializzati nel formaggio, del latte e del burro, ma per convertire il
processo produttivo necessitano di fondi, e nascono così le cooperative agricole.
Nel 1882 nacque il primo caseificio cooperativo danese, nello Jutland occidentale, mentre nel 1901
nacque l’Unione cooperativa dei caseifici danesi. Il modello fu esteso quindi anche ad altri settori,
macellerie, salumifici, panifici ecc.
In Finlandia la cooperazione si diffuse non solo nelle attività forestali e agricole, ma anche in tutti
gli altri settori tanto che oggi è il paese più cooperativo d’Europa.
LA COOPERAZIONE SOCIALE
La cooperazione sociale è un modello molto più recente, nato in Italia nel 1963, quando nel
bresciano venne costituita la prima cooperativa di assistenza e solidarietà sociale, che presentava
caratteristiche distintive, tra le quali attenzione ai bisogni spirituali (formazione, educazione,
assistenza, ricreazione, lavoro per gli svantaggiati), ed estensione della propria attività ai non soci,
ma anche dipendenti.
Il punto di forza, e al contempo un punto di debolezza, è che l’impresa cooperativa opera
nell’interesse generale, denotando una natura ambigua. L’impresa non deve essere necessariamente
riconosciuta ed essere iscritta ad istituzioni nazionali. Ci sono infatti cooperative che operano in
maniera indipendente.
In questo periodo nasce la grande industria con l’economia di diversificazione, in cui il costo della
forza lavoro è molto bassa. Sorge pertanto la necessità di un’apposita regolamentazione a tutela dei
lavoratori, al fine di ridurre le situazioni estreme di sfruttamento.
L’impresa cooperativa quindi ha come scopo anche quello di collegare il concetto di redditività, con
quello etico e sociale: salario equo e dignitoso ed eliminazione di condizioni di sfruttamento del
lavoro.
Questo modello è stato ampiamente imitato anche all’estero tanto da costituire il modello delle
social enterprise.
CONSISTENZA DELLE COOPERATIVE IN UE NEL 2015
Dalla tabella emerge come l’Italia, Francia e Spagna sono i principali paesi di diffusione delle
cooperative, con un numero di soci e quindi crescita dimensionale particolarmente elevata.
LA COOPERAZIONE NEL RESTO DEL MONDO
Fra i paesi non Europei con forte presenza cooperativa, vi sono Cina, Giappone, India, Usa e
Canada. In particolare, negli Stati Uniti le cooperative hanno un ruolo fondamentale nelle
assicurazioni e nella sanità, che è privata e subordinata alla sottoscrizione dell’assicurazione.
Molto diffuse sono anche le cooperative agricole, il cui logo nasce proprio in America.
In Cina ci sono più cooperative rispetto al resto del mondo. Basti pensare che l’agricoltura è
interamente cooperativizzata.
Infatti, i settori in cui operano le 300 più grandi cooperative al mondo sono:
1. Agricoltura con il 36%
2. Assicurazioni che registra il 35%
3. Distribuzione con il 21%
4. Banca che si aggiudica solo l’8%.
LE IMPRESE COOPERATIVE IN ITALIA
La cooperazione in Italia non imboccò un percorso caratterizzante, ma importò i modelli esistenti:
infatti, il modello italiano si ispira un po' alle cooperative di produzione francesi, un po' alle
cooperative di consumo inglesi e a quelle tedesche, perseguendo obiettivi quali aiuto allo studio,
attenzione ai bisogni spirituali, lavoro, aiuto delle persone con disabilità.
La nascita della cooperazione risale al 1854, quando a Torino l’Associazione generale degli operai
aprì la prima cooperativa di consumo.
Nel 1856 alcuni vetrai di Altare in provincia di Savona fondarono la prima cooperativa di
produzione.
La prima banca popolare fu quella di Lodi nel 1864, mentre la prima cooperativa agricola fu quella
di Ravenna nata vent’anni dopo.
Nel 1892 furono creati a Piacenza i primi consorzi agrari, nati dall’unione di più contadini che
acquistavano prodotti per rivenderli a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato. In Italia i
consorzi agrari hanno avuto grande importanza, in quanto si occuparono della formazione degli
agricoltori.
La grande distribuzione in Italia nel settore agroalimentare avviene attraverso le cooperative.
Infatti, pian piano anche i produttori di cereali convertirono la propria attività, dando vita
all’industria conserviera: crearono le prime conserve da vendere sui mercati esteri, come gli Usa e
quegli altri paesi con forte affluenza di emigrati italiani, permettendo loro di consumare prodotti
italiani.
Nell’età giolittiana il sistema delle cooperative si rafforzò notevolmente, anche grazie alle leggi che
permettevano ai consorzi di concorrere negli appalti di opere pubbliche: nel 1902 furono registrate
4.000 cooperative (2.000 di credito), nel 1914 11.000 (3.500 di credito), con oltre 2 milioni di soci.
La prima guerra mondiale fece registrare un ulteriore boom perché le cooperative furono coinvolte
nella produzione di armi da guerra.
Durante gli anni del fascismo, le imprese cooperative non furono soppresse, ma passarono sotto il
controllo statale.
Nel secondo dopoguerra, la Repubblica ereditò comunque un patrimonio di 12.000 cooperative con
circa 3.000 soci, e ne riconosce la loro funzione sociale a carattere di mutualità e senza fini di
speculazione privata nell’articolo 45 della Costituzione.
Agli inizi del XXI secolo le imprese cooperative costituivano l’1,4 % delle imprese del paese,
occupavano il 6 % della forza lavoro e coprivano il 4,4 % del fatturato complessivo delle imprese.
Nel 2015 ne furono censite più di 50.000 fra le quali si cela un numero imprecisato di cooperative
spurie, principalmente ubicate in Emilia Romagna, ed operanti nel settore alimentare, dei trasporti e
magazzinaggio, nelle attività finanziarie e assicurative, e nei servizi sociali.
Nel settore della distribuzione commerciale la cooperazione italiana è, insieme a quella finlandese,
la più affermata al mondo.
STEVE JOBS
Steve Jobs nasce a San Francisco il 24 febbraio 1955.
Fin da giovane, Steve dimostrò un interesse variegato, oscillando tra l'ingegneria, la calligrafia, il
design e innumerevoli altre passioni. Tuttavia, abbandonò il Reed College di Portland dopo un solo
semestre e inizio a lavorare come progettista di videogiochi.
È l’incontro con Steve Wozniak, un ex compagno di liceo, che nel frattempo era diventato un
brillante ingegnere, a risultare determinante nella carriera di Jobs. Si rincontrano all’Homebrew
Computer Club dove appassionati, studenti e hobbisti realizzano i primi strumenti elettronici
programmabili dando l’avvio alla rivoluzione informatica di massa.
Nel 1974 Wozniak raccontò a Jobs dei suoi progressi nell'ideazione della sua scheda logica per
computer e Jobs ebbe l'idea di realizzare insieme il primo prototipo di computer (Apple I) costruito
nel garage di famiglia dei Jobs con un capitale di partenza di 1.300 dollari, che ricavarono dalla
vendita di un minibus Volkswagen e una calcolatrice programmabile. L'Apple I è semplicemente
una scheda madre e per ottenere un computer funzionante bisogna aggiungervi un paio di
alimentatori, una tastiera e collegarlo ad uno schermo. Perciò, nell’aprile del 1976 i due fondarono
Apple.
Steve Jobs capì però che bisognava puntare sulla facilità di utilizzo immaginando un futuro nel quale i
personal computer sarebbero stati accessibili a tutti, anche a coloro che non fossero necessariamente
provvisti di competenze informatiche e tecniche. Nasce così il prodotto che segna il primo grande
salto, l’Apple II, un computer dotato di tastiera e un design accattivante capace di visualizzare
immagini a colori. Il successo di quel computer è incredibile e consente ad Apple di quotarsi in
Borsa nel 1980.
Nel 1979, Jobs concepisce l’idea di un nuovo computer ancora più friendly, in cui tutta la grafica è
controllata da un mouse che muove un cursore su uno schermo ad alta definizione. Ne deriva prima
un prototipo chiamato Lisa e poi, nel 1984, il Macintosh, che segna un nuovo standard per il settore
grazie alla sua semplicità d'uso a misura d’uomo e non di programmatore e al design innovativo.
Tuttavia, il progetto Lisa si rivela un flop, mettendo in seria difficoltà la Apple in quanto il prodotto
è troppo costoso (18 milioni di lire dell’epoca).
L’insuccesso commerciale unito all’accusa di voler gestire l'azienda concentrandosi sulla
produzione di prodotti innovativi, di alta qualità, non compatibili con gli altri computer e persino a
prezzi più alti dei competitors, costrinsero Jobs a lasciare l’azienda.
Lontano da Apple, Jobs fondò NeXT, un'azienda specializzata in workstation avanzate per il settore
accademico e aziendale, e acquisì Pixar, uno studio di animazione impegnata nella produzione di
film e cartoni animati come Toy Story.
Nel 1996, Apple era in gravi difficoltà finanziarie a causa di una pessima gestione amministrativa e
dello sviluppo di prodotti a dir poco discutibili, come l'Apple Newton (uno dei peggiori flop tech
della storia). Si trattava di un personal digital assistant, cioè un computer che stava nel palmo di una
mano e che si controllava con un pennino.
Jobs pertanto tornò nell'azienda nel ruolo di CEO dopo che Apple acquisì NeXT, è una delle prime
cose che fece fu cancellare il progetto Newton.
Fin dai primi giorni dopo il suo rientro, Jobs rilanciò l'azienda con una serie di prodotti
rivoluzionari che hanno cambiato il modo in cui i consumatori interagiscono con la tecnologia.
Tra i suoi primi successi ci fu l'iMac, un computer che combinava potenza e design, contribuendo a
rilanciare l'immagine del marchio grazie al suo talento innato per il marketing e per creare un senso
di esclusività intorno ai suoi prodotti, come dimostrato dalla celebre campagna Think Different.
Tale campagna aveva l’obiettivo di riposizionare Apple come un marchio per “pensatori diversi”,
innovatori e creativi, in contrasto con l’immagine più convenzionale e business-oriented.
Nel 2001, l'iPod rivoluzionò il modo in cui gli utenti ascoltavano ai brani musicali preferiti e
l'iTunes Store fu una barriera all’imitazione per gli alti produttori di lettori mp3 digitali. Ma fu il
lancio dell'iPhone nel 2007 a segnare una svolta epocale. Questo dispositivo combinava un telefono
cellulare, un lettore multimediale e un computer portatile in un unico prodotto, ridefinendo gli
standard dell'intera industria tecnologica. Parallelamente, Jobs continuò a lavorare su prodotti
innovativi e nel 2010 inaugurò l'era dei tablet con l'iPad, che portava la tecnologia implementata
per iPod e iPhone su uno schermo di più ampie dimensioni, destinato a diventare uno strumento di
intrattenimento visivo, che ha sostituito, per le nuove generazioni, il televisore e il PC.
Purtroppo, la carriera di Steve Jobs fu interrotta dalla sua morte nel 2011 a causa di un tumore al
pancreas.
In ambito economico, sappiamo che l’America divenne il paese promotore della Corporation e della
Grande impresa manageriale, tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo, con
aziende strutturalmente migliori di quelle Europee.
In questo contesto, al fine di favorire lo sviluppo, e al tempo stesso, tutelare il sistema economico,
l’America si fece scenario dell’emblematica legislazione Antitrust (AGCM: Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato), tra il 1887 e il 1914, che proibiva la monopolizzazione dei commerci
fra stati, dai cartelli ai monopoli, senza essere contraria alle fusioni, e secondo gli studiosi, i paesi in
cui tale legislazione è stata applicata, svilupparono una tendenza delle imprese a ingrandirsi.
Il contesto economico in cui è cresciuto Steve Jobs, e con lui, le sue idee straordinariamente
innovative, è dunque l’America degli anni ’70, fortemente segnata dalla recessione che ha posto
fine al boom economico del secondo dopoguerra e ha visto sorgere un lungo periodo di
stagflazione, una combinazione di elevata disoccupazione e inflazione. In questo periodo storico,
coincidente con l’abbandono del Gold Standard da parte dell’America di Nixon e l’allontanamento
dalle teorie economiche keynesiane dello Stato Imprenditore, prese vita una nuova politica liberista
che diede avvio al fenomeno di Deregulation, movimento proposto negli USA da Ronald Reagan.
È proprio in questa fase caratterizzata da una moltitudine di cambiamenti, che Jobs fu influenzato
dal clima californiano della controcultura hippy irriverente e informale e dalle filosofie orientali,
dopo aver soggiornato, nel 1975, in India per mesi alla ricerca dell’Illuminazione Spirituale,
interessandosi alla meditazione e alle pratiche buddhiste, sviluppando una ben nota passione per lo
Zen che lo accompagnò per tutta la sua vita.
Con riferimento alla cultura orientale, notiamo come il Giappone nel corso degli anni Ottanta
diventa il maggior competitor degli Stati Uniti nel settore tecnologico tanto dall’avvicinarsi al
superare la stessa leadership statunitense: i prodotti giapponesi oltre alla qualità e all’alto livello
tecnologico ebbero in quegli anni il vantaggio di essere più convenienti e i Giapponesi furono,
infatti, accusati di tenere lo yen sottovalutato per favorire le esportazioni. È anche l’era del
Toyotismo, dove il Giappone supera il sistema fordista grazie al sistema just in time, che permette di
adeguare perfettamente l’offerta alla domanda evitando la produzione per il magazzino.
Si tratta però di una fase transitoria: a partire dagli anni ‘90 iniziano i progressi industriali
statunitensi in termini di efficienza produttiva e di competitività dovuti in larga misura agli
investimenti e all’applicazione dell’high-tech e dell’informatica, che coincidono con gli anni d’oro
di Apple, che inizia ad entrare nelle case dei consumatori.
Tuttavia l’inizio della nuova era degli anni 2000 e della globalizzazione, coincide con l’entrata della
Cina nell'economia globale, che oggi è considerata un competitor nel settore tecnologico ed è una
realtà che non viene considerata solo per il basso costo del lavoro, ma ha una bilancia commerciale
attiva che le permette di investire in molte attività, finanziando il debito pubblico americano.
Ciò nonostante, non si riuscì a frenare la diffusione di dispositivi Apple in tutto il mondo, Cina
compresa.