Tucidide
Tucidide viene definito da Luciano di Samosata nel trattatello “Come si deve
comporre un’opera storica” come legislatore, ma questa è un’idea che viene
accettata solo dal II secolo dc, infatti la sua fortuna nei secoli precedenti non era stata
tale, anzi si erano levate nei suoi confronti diverse critiche. Nell’età augustea Dionigi
di Alicarnasso scrive un trattato dove parla di Tucidide dicendo che ha commesso
molti errori e che non era capace di raccontare fatti; gli fece altre critiche tra cui:
Il fatto che non fosse vero che quando racconta i fatti dice la verità e porta
l’esempio del dialogo immaginario tra Ateniesi e Meli scritto da Tucidide, un
discorso tra carnefici e vittime dove si discute se è giusto o meno che i meli
siano sottomessi ad Atene. Siccome Tucidide non era presente, come fa a
raccontare per filo e per segno ciò che è successo? Secondo Dionigi è evidente
che è una menzogna;
Il fatto che non fosse in grado di scegliere l’argomento, visto che aveva trattato
una guerra disastrosa per la città di Atene, invece che trattare un argomento
dove Atene è vincitrice, come aveva fatto Erodoto con le guerre persiane;
Il fatto che non sapesse neanche concludere l’opera, perché all’inizio dice che
racconterà tutta la guerra ma poi si interrompe nella narrazione.
Tucidide è un personaggio fondamentale che ha in qualche modo fondato la
metodologia con cui viene raccontata la storia ancora oggi. Dice che la storia si deve
occupare degli eventi salienti, quelli che incidono direttamente sulla storia di
quell’epoca, ma servono anche a comprendere meglio il presente e prevedere il
futuro. Influenzerà la visione della storia (ripresa anche da Cicerone che nel De
Republica si rifà a lui e a Polibio), e lo farà per molti millenni, infatti il modo di fare
storia di Erodoto verrà ripreso soltanto alla fine dell’800.
Tucidide nasce ad Atene nel demo di Alimunte. Di lui sappiamo pochissimo, le
informazioni che abbiamo provengono da biografie che sono però tardive. Una di
queste è firmata da un certo Marcello/Marcellino, originario della striscia di Gaza,
luogo di altissima cultura e uno degli epicentri orientali, che appartiene al I secolo ac.
Non sappiamo quando è nato, ma probabilmente circa 30 anni prima della Guerra del
Peloponneso, quindi nel 460 ac. Quando morì non si sa, alcune testimonianze
dicevano nello stesso anno in cui finisce la guerra, ma non avrebbe senso perché in
alcune pagine ne parla come se fosse un fatto passato, perciò si suppone che sia
morto grossomodo attorno al 390 ac.
Sappiamo che comincia a scrivere l’opera molto presto, ai primi sintomi del conflitto,
perché si era reso conto che sarebbe stata la guerra più importante del mondo greco.
Finisce per fare una polemica nei confronti dei suoi due predecessori, Erodoto e
Omero, dove dice che lui ha avuto il coraggio di dedicarsi all’argomento più
importante, che l’ha colpito subito. In particolare si mette in contrasto con Erodoto,
con l’intenzione di diminuire il valore attribuito alle guerre persiane, evento che
invece era considerato quasi mitico nella storia ateniese. Fare ciò significava
provocare enormemente l’opinione pubblica.
Tucidide proviene da una famiglia nobile e potente, quella dei Filaidi, ed è
discendente di Milziade, il vincitore di Maratona, e Cimone, figlio di Milziade. Ed
era appaltatore delle miniere d’oro di Atene in Tracia, fonti di una ricchezza
straordinaria per Atene, che le aveva strappate a Taso. Il fatto che fosse appaltatore
significa che Tucidide aveva un’esperienza pratica e concreta, perché doveva gestire
gli schiavi e aveva contatti con i popoli. Aveva deciso di impegnarsi direttamente
nella vita politica e per farlo divenne stratego. Questa è una notizia che ci da nel IV
libro: nel 424-423 ac era di stanza a Taso come appaltatore con il compito di
sorvegliare le miniere d’oro, ma aveva scelto di impegnarsi nella vita politica facendo
una campagna elettorale per diventare uno dei dieci strateghi per ogni tribù.
Probabilmente era stato stratega anche negli anni precedenti ma ci racconta solo di
quell’anno in cui era stato con Eucleo a difesa di Anfipoli che era stata messa sotto
assedio dall’esercito spartano. Sappiamo che arrivò in ritardo e non poté far altro che
proteggere il porto e finirono per perdere Anfipoli, quindi lega il suo nome a questo
insuccesso.
Apollodoro di Atene poneva l’akmé (40 anni) di Tucidide nell’anno dello scoppio
della guerra del Peoponneso, il che pone la sua nascita nell’anno 471 ac, mettendo in
diretta relazione i due, e questo sembrava sospetto e oltretutto non combaciava con
quello che affermava Marcellino. Il fatto che fu stratego, per sua diretta
testimonianza, nel 424 ac avvaleva la data stabilita da Marcellino (il 454 ac), perché
tipicamente per essere stratego bisognava avere 30 anni. Ma probabilmente non
aveva esattamente 30 anni, perché era un’età ritenuta si idonea ma troppo giovane (e
lo dice anche lui nei confronti di Alcibiade), quindi è più esatto ipotizzare che la sua
nascita sia intorno al 460 ac.
Molte testimonianze lo facevano morire in modo sanguinoso nell’anno della fine
della guerra, ma come detto precedentemente questo è improbabile perché racconta
gli eventi della fine della guerra come se fossero eventi passati.
Tucidide ci dice nel IV libro che suo padre Oloro era discendente del re di Tracia nel
VI sec ac, di cui la figlia aveva sposato Milziade. Questo fatto è testimoniato dal
trattatello “L’acropoli” di Polemone di Ilio dove dice che Tucidide era sepolto tra le
tombe della famiglia di Cimone e che nessuno che non fosse discendente di quella
famiglia poteva essere seppellito lì. Cimone aveva piegato i Tasi e quindi l’appalto
delle miniere del Pangeo era stato affidato alla sua famiglia, in particolare ad Oloro e
quindi a Tucidide.
Opera: le Storie
Proemio: nel proemio usa un verbo fondamentale ξυνέγραψε, che si distingue dai
verbi che caratterizzano Ecateo e Erodoto all’inizio delle proprie opere, perché
Ecateo raccontava in base al mito e Erodoto faceva una ἱστορίης ἀπόδεξις ovvero
un’esposizione, mentre Tucidide con questo verbo ci fa proprio capire che l’ha scritta
e quindi è rivolta ad un pubblico di lettori. Immediatamente dopo dice con un
genitivo assoluto che ha cominciato a scrivere subito appena il conflitto era iniziato
(ἀρξάμενος εὐθὺς καθισταμένου καὶ ἐλπίσας μέγαν τε ἔσεσθαι καὶ ἀξιολογώτατον
τῶν προγεγενημένων), e con questo ci sta dando una notizia su come intende fare la
storia.
Questa affermazione di Tucidide ha aperto la questione tucididea nel 800, in
particolare da Ulrich che ipotizzò che "Le storie" fossero state composte in due
momenti diversi: un primo, in cui Tucidide si sarebbe occupato della guerra
"archidamica", che avrebbe avuto inizio con la pace di Nicia e sarebbe stato interrotto
in seguito alla ripresa del conflitto del 414, e un secondo a partire dal 404, avvenuto
dopo che l'autore avesse compreso l'unità della guerra peloponnesiaca e rielaborato i
dati in suo possesso. Gli studiosi quindi si domandavano se avesse fatto prima una
bozza e poi alla fine una stesura o se avesse cominciato già da subito la stesura. Dice
proprio che alle prime avvisaglie del conflitto si era convinto che fosse il più grande
sconvolgimento per i greci ma in realtà per la maggior parte degli uomini, mettendosi
quindi in contrasto con Erodoto per la scelta dell’argomento, che è ritenuto
problematico perché sarà alla fine di questa guerra che Atene diventerà un
protettorato spartano con mura e flotta abbattute e non più a capo della Lega Delio-
Attica.
Il conflitto fu durissimo e durò 27 anni, se ha cominciato a scrivere all’inizio e ha
completato l’opera alla fine del conflitto, è un’opera monumentale e possiamo vedere
anche la trasformazione di Tucidide come uomo, perché il Tucidide dell’inizio non è
chiaramente la stessa persona 27 anni dopo. Alla fine arriva ad avere una visione
pessimista.
Lui è un uomo ateniese ma in certi momenti nell’opera sembra quasi dalla parte di
Sparta: nella sua posizione nella politica ateniese non è un fermo oppositore di
Sparta. Marcellino ci dice che Tucidide poiché i suoi genitori erano ricchissimi e lui
aveva ereditato questa ricchezza, aveva assoldato informatori sia spartani che
ateniesi, per informarsi nella maniera più oggettiva possibile e per non avere soltanto
la testimonianza ateniese ma anche quella dei nemici.
All’inizio dell’opera Tucidide ci dice che avrebbe raccontato tutta la guerra, ma
chiunque legge l’opera si rende conto che è chiaramente incompiuta, non soltanto
perché mancano degli anni, perché la narrazione si blocca al 411 ac mentre la guerra
finisce nel 404 ac, ma anche perché a seconda della parte dell’opera ci sono tipi di
scritture diverse, alcune parti sembrano abbozzate mentre altre scritte con un
determinato stile.
Lui inventa un sistema cronologico, e di questo si vanta: non aveva narrato gli eventi
della guerra secondo i sistemi dell’epoca, ovvero secondo i nomi degli efori a Sparta,
degli arconti ad Atene, o delle sacerdotesse di Era ad Argo, ma utilizza le stagioni.
Tutta l’opera viene divisa in estate ed inverno. Aveva ideato un sistema di data
empirico valido per tutte le citta, perché quelli particolari differivano a seconda del
posto, ma i 12 mesi erano uguali per tutti: 8 mesi di caldo durante i quali si poteva
combattere e 4 mesi di freddo dove non si facevano guerre.
Alla fine di ogni anno diceva “Così termina il I/II/II etc. anno di guerra narrato
dall’Ateniese Tucidide”. Un retore di epoca di Domiziano chiamato Dione di Prusa
ci dice che Tucidide è talmente vanitoso che ad ogni anno che narra ci ricorda il suo
nome, ma non si era reso conto del perché Tucidide lo facesse. Uno studioso francese
nella sua opera dove studia la divisione dei libri di Tucidide ci dice che
originariamente la formula utilizzata da Tucidide ricorreva per ogni rotolo di
narrazione di quell’anno di guerra; se ora si legge tutta intera bisogna ricordare che
prima era confezionata sul rotolo ateniese la cui dimensione era adatta a contenere un
anno di narrazione. Tucidide quindi adotta l’abitudine antica di mettere un sigillo che
riconducesse alla paternità di quello scritto, come Erodoto. Quando le tecniche di
supporto scrittorio passano ad Alessandria in biblioteca, ci si appoggia a un rotolo che
era diventato più grande di quello di utilizzato da Tucidide, che riusciva a contenere 3
anni di guerra. In epoca medievale invece si era arrivati a rotoli di dimensioni tali che
riuscivano a contenere non solo tutta l’opera di Tucidide ma persino Senofonte.
Quindi era tutto relativo alla dimensione del rotolo, e non aveva a che fare con la
vanità di Tucidide.
Fra tutte le narrazioni esiste un gruppo di anni (dal’11esimo al 15esimo) dove non
troviamo la firma a fine racconto: questo non può essere un caso. Gli studiosi hanno
ipotizzato o che i libri non gli appartenessero oppure che fossero confluiti nell’opera
in una forma che lui non riteneva definita e perciò non aveva firmato.
Il finale è mancante: l’ultima notizia che leggiamo è che Tissaferne si reca a fare un
sacrificio, e il racconto rimane in sospeso. Nel modo di tramandare l’opera durante il
medioevo, all’interno del codex spesso Tucidide veniva riportato con Senofonte, uno
storico più giovane di 20 anni, di cui sappiamo molto, autore delle “Elleniche” che
cominciano con la frase “Dopo questi fatti Timocone partì da Atene”. Non sembra
affatto l’inizio di un’opera. Chi è Timocone? Perché parte da Atene? Se si legge
l’ultima parte dell’opera di Tucidide si capisce chiaramente che l’inizio dell’opera di
Senofonte è la continuazione delle Storie, che sono due lembi perfetti (ipotesi di
Luciano Canfora). Senofonte continua a raccontare gli eventi della Guerra del
Peloponneso dal 411 al 404 ac, poi si interrompe e cambia argomento, iniziando a
parlare dell’egemonia Tebana. L’erudito Diogene Laerzio, autore delle “Vite dei
filosofi”, opera in cui tratta anche Senofonte perché era stato a contatto con Socrate,
ci dice “λέγεται δ' ὅτι καὶ τὰ Θουκυδίδου βιβλία λανθάνοντα ὑφελέσθαι δυνάμενος
αὐτὸς εἰς δόξαν ἤγαγεν” ovvero “si dice che anche lui stesso potendo rubare i libri
nascosti/scomparsi di Tucidide li condusse alla fama”. Bisogna tenere in
considerazione questa testimonianza, e anche un’altra, a cui si appoggia lo stesso
Diogene, che proviene da un altro erudito, Demetrio di Magnesia. Se mettiamo
insieme questi elementi allora Senofonte è sicuramente venuto in contatto con il
materiale di Tucidide, che probabilmente era ancora abbozzato senza firma, e ha
deciso di pubblicarli per completare il racconto. Un altro problema che abbiamo sono
le poche notizie a nostra disposizione sulla vita di Tucidide, per cui ci è impossibile
capire come Senofonte e Tucidide siano entrati in contatto e come lui abbia potuto
trovare le sue carte.
L’opera del “legislatore della storia” è un’opera importantissima che noi prendiamo
per certa, ma dobbiamo ricordare che è comunque una narrazione fatta da una singola
persona, si tratta quindi di una visione parziale, anche se documentata. Bisognerebbe
confrontarla quindi con altre fonti, ma non ci è possibile fare questo perché le fonti
sulla Guerra del Peloponneso sono incredibilmente limitate, ed è proprio l’opera di
Tucidide quella principale. Questo ci deve spingere a guardare con enorme spirito
critico tutto, anche le notizie su Tucidide stesso.
Il problema è che Tucidide stesso dice di voler dire la verità e che chi lo aveva
preceduto non aveva mai praticato a fondo la ricerca di questa, ma lui aveva
partecipato attivamente agli eventi che racconta, quindi anche cercando di essere il
più obiettivo possibile, sarà sempre di parte, e questo è uno dei motivi per cui viene
criticato. Ci dobbiamo chiedere se è vero che prima di distruggere l’isola di Melo
c’era stato veramente un dialogo tra gli abitanti e gli ateniesi. Tucidide ci nasconde un
fatto, e questo noi lo sappiamo per certo: dipinge la vicenda tra Melo e Atene come
vicenda tra uno stato neutrale e un aggressore, convenientemente ommettendo che
Melo non era solo uno stato neutrale, ma era un alleato di Atene che stava
approfittando della guerra per defezionare. Anzi abbiamo anche documenti che
testimoniano che Melo aveva iniziato a inviare a Sparta qualche aiuto economico.
Quando Atene attacca l’isola nel 416 ac, tra Atene e Sparta vigeva una pace
momentanea, durante la quale Atene decise di andare a regolare i conti con un alleato
che aveva deciso di defezionare. È chiaro che la modalità con cui l’aveva fatto era
stata decisamente brutale, ma emerge chiaramente dalle parole di Tucidide che non
era favorevole alle politiche ateniesi.
Nelle pagine finali di Tucidide, che in realtà di trovano nell’opera di Senofonte, la
flotta spartana viene costruita con l’aiuto dei persiani, e ad Atene capita qualcosa che
non era mai successo prima, ovvero viene sconfitta in una battaglia navale dal capo
della flotta nemica Lisandro. Il fatto che egli avesse osato mettere sotto attacco Atene
era assurdo e questo attacco dura tanto a lungo che Atene è ridotta alla fame e alla
disperazione. Nell’opera di Senofonte quando ci da la notizia dell’assedio ci dice che
gli ateniesi cominciano a temere di dover fare la fine che avevano fatto i meli. Dopo
molti anni Isocrate quando fa una requisitoria dove si lamenta di chi si lamentava
della fine che avevano fatto i meli dice che Tucidide in realtà aveva ingrandito la
questione con il dialogo da lui scritto, e che se questo non ci fosse mai stato l’evento
della distruzione dell’isola di Melo sarebbe stata vista solo come una delle tante altre
repressioni della storia. Si supponeva oltretutto che Lisandro avesse origini servili, e
quindi la voce che girava mentre egli metteva Atene sotto assedio e che la città
sarebbe diventata “schiavo di uno schiavo”.
Tucidide e Senofonte erano entrambi uomini politici, quindi quando dicono “schiavo
di uno schiavo” cosa intendono? Senofonte nel periodo in cui era un uomo politico e
viveva ad Atene, ovvero quando c’erano i 30 tiranni, era comandante della
cavalleria e poiché era stato ritenuto compromesso viene esiliato dalla città. Anche
Tucidide era stato esiliato probabilmente; è tradizione dire che dopo gli eventi di
Anfipoli sia stato mandato in esilio, e il fatto che un uomo tanto importante come lui
venisse esiliato ha destato dei sospetti. Alcuni studiosi hanno pensato che questo
esilio, che non sembrava corretto visto che Tucidide lavorava per lo stato
successivamente agli eventi di Anfipoli, in realtà corrispondesse all’esilio di
Senofonte, che alla fine della Guerra del Peloponneso si era realmente compromesso
ed era stato esiliato. Erano entrambi di parte oligarchica e filo spartana e
probabilmente le due figure vennero confuse, e addirittura scambiate, poiché ai tempi
della guerra avevano forse collaborato (ipotesi di Luciano Canfora). Erano due
uomini compromessi nelle vicende che raccontavano e le cui figure sfociano in
questioni non risolte, ma sappiamo che parteggiarono per gli spartani anche se erano
entrambi ateniesi. Quindi non c’è solo una connessione tra le due opere ma anche tra
le due persone.
Tucidide dice di seguire per scrivere la sua opera i principi della medicina
ippocratea, e che la principale caratteristica umana è il desiderio dell’uomo di
accrescersi: Atene e Sparta sono nel momento di massima potenza tanto da
sottomettere le altre poleis, e non c’è altro modo possibile se non la guerra di
risolvere il desiderio di annientamento. Questa guerra è proprio la Guerra del
Peloponneso.
L’opera è divisa in otto libri, anno per anno, ma questa divisione non viene fatta
dall’autore stesso, ma in epoca più tarda.
I Libro: parla degli antefatti della guerra nel periodo che va fino al 478 ac, e questa
parte viene chiamata Archeologia (capitoli 2-20, sviluppata in forma di excursus).
Successivamente si occupa del cinquantennio tra la seconda guerra persiana e l’inizio
della guerra peloponnesiaca, la cosiddetta Pentecontetia (capitoli 89-118, sempre
come excursus). Tra queste due troviamo i capitoli metodologici (capitoli 20-30).
Quindi il primo libro è suddiviso in questo modo:
Proemio
Archeologia
Capitoli sul metodo
Pentecontetia
Metodologia, Capitoli 20-23: dice che il suo racconto è basato sulla ricerca della
verità e di voler prendere le distanze dai metodi di narrazione dei poeti e dei
logografi, di coloro che si sono basati solo sul mito, come avevano fatto appunto i
logografi e anche Erodoto perché si rivolgevano ad un gruppo di ascoltatori da cui
dovevano ricevere un applauso. Il fine di Tucidide e di raggiungere quanto più
possibile l’esattezza (ἀκρίβεια) e affinché la sua narrazione risultasse esatta dice di
circoscrivere il suo campo d’azione: usa i fatti recenti ed esclude quelli che remoti
che non si possono conoscere esattamente a causa della distanza nel tempo. Non
vuole raccontare fatti non significativi, e anche quando parla di ciò che è avvenuto
prima lo fa molto brevemente e riporta solo quello che avrebbe aiutato a comprendere
i fatti recenti.
Inaugura una rivoluzione, presenta un vaglio critico delle fonti. Ma quali sono le
fonti? Come fa ad ottenere l’esattezza? Come per Erodoto vale l’autopsia, Tucidide
racconta i fatti di cui è stato testimone oculare o a cui a partecipato direttamente. Ma
nonostante lui abbia assistito agli avvenimenti è impossibile l’osservazione diretta di
ogni fatto, ed è anche impossibile descrivere tutto quello che sta succedendo se non
esiste un modo di interpretare i fatti. Anche dei fatti recenti è difficile avere
esperienza diretta, perciò ha bisogno di testimonianze orali, di tutto ciò che ha udito,
di fonti letterarie e archeologiche (deduce dalle tombe di Delo che la città era
frequentata da genti della Coria che erano state seppellite lì, e lo capisce grazie al
modo in cui erano stati inumati i cadaveri. Ci dice anche che se Sparta fosse stata
distrutta e poi ritrovata non si sarebbe potuta percepire la grandezza di questa poiché
non era riflessa da punto di vista monumentale). Ha anche un’ampissima conoscenza
geografica dei luoghi, in particolare quelli dove lavorava, di cui ci fa descrizioni
minutissime ed esattissime (competenza geografica tipica dei primi storici). Questo è
un metodo che non si distanzia tantissimo da Erodoto, tranne quando dice che lo
storico deve fare un’analisi delle fonti per constatarne la veridicità e quando lo fa non
deve rivolgersi al “primo venuto”, né lasciarsi influenzare da valutazioni soggettive
che non siano documentate. Solo dopo aver messo in atto questo processo complesso
si possono ricavare gli indizi, dei segnali che se interpretati correttamente offrono la
possibilità di far emergere la verità. (Vedi T2 su grecità 2, tutto questo discorso è in
relazione a quello).
Tucidide è consapevole: gli uomini accettano le tradizioni senza verificarle, si
accontentano di verificare ciò che hanno a portata di mano, e non su tutti i fatti uno
storico può dire la verità; non li può accettare tutti in maniera univoca, deve utilizzare
il criterio della verosimiglianza. Alcuni esempi possono essere i discorsi presenti
nella sua narrazione come quello tra meli e ateniesi e quello di Pericle, che lo storico
non può ricostruire fedelmente come erano stati pronunciati, motivo per cui riceve
delle critiche, ma dice come si è preoccupato di farlo. La tecnica di riportare i discorsi
veniva spesso utilizzata per rendere viva la narrazione, ed era tipica della mentalità
greca: anche nel teatro e nella sofistica le parole avevano grandissima importanza, e
Tucidide si occupa di ricostruire i discorsi secondo il criterio del pensiero generale
che gli apparteneva. Rientra quindi tutto nell’idea di voler dare alla sua narrazione un
certo interesse per il lettore senza inserire il falso.
Quando nel primo libro deve parlare dell’evento scatenante, ovvero il conflitto tra
Corinzio e Corcira, mette in bocca ai corinzi la loro versione dei fatti e poi fa
esporre ai corciresi la loro, perché entrambi si erano presentati ad Atene in assemblea
per raccontare ciò che era successo. Tutti questi discorsi dovevano sviluppare di
fronte agli occhi del lettore le cause degli eventi, e facendoli raccontare dai
personaggi stessi crea quasi la scena di un teatro. Ma non vuole fare emergere una
versione sull’altra, vuole portare due punti di vista diversi su cui afferma di essere
completamente imparziale, cosa che non è completamente vera per quanto riguarda il
discorso tra ateniesi e meli perché aveva omesso un’informazione (riflessione greca
sul potere della parola e della riflessione che vediamo in Gorgia). Questa sua scelta
di utilizzare i discorsi lo inserisce nell’epoca ma allo stesso tempo il suo
comportamento lo allontana dai sofisti e dai drammaturghi.
L’opera storia costruita su questi criteri è un “possesso per sempre”.
Nel primo libro argomenta anche le cause della guerra, e le distingue in due tipi
diversi:
L’αιτια, la causa occasionale (casus belli), ovvero il conflitto tra Corinto e
Corcira che aveva visto Atene e Pericle aiutare i corciresi. Pericle aveva
emanato il decreto su Megara che impediva a Corinto di esportare nel
Peloponneso, strangolandone l’economia. Questo porta al precipitare degli
eventi e gli spartani quindi mandano gli eserciti dagli ateniesi;
L’αλοθεστατην προφασιν, ovvero la causa profonda, il “motivo più vero”, che
era il potere sempre più grande di Atene che va ad impaurire tutti i Lacedemoni
e gli alleati della Lega.
Poi comincia a narrare gli antefatti delle ostilità e dice che Atene aveva infastidito le
città che facevano parte della Lega Peloponnesiaca, avevano cercato tramite Pericle
di intimidire gli alleati di Sparta per far si che fosse lei a dare inizio allo scontro, ma
Sparta aveva cercato di evitare. Pericle però, sentendosi in una posizione di forza
secondo i suoi piani, aveva imposto il decreto su Megara, che aveva fatto cedere gli
Spartani, che dichiararono guerra.
Dopo la pentecontetia si conclude il primo libro.
Libro II: narra i primi tre anni di guerra, dal 431 al 428 ac, in particolare i primi tre
anni della guerra Archidamica, che prende il nome dal re spartano e dura 10 anni e si
conclude con la pace di Nicia. Spicca in questo libro l’epitaffio di Pericle, che fa per
i caduti del primo conflitto. Poi tratta la peste di Atene, determinante perché di questa
muore Pericle stesso, e le conseguenze della sua morte portano Atene nelle mani di
una classe politica che non è in gradi di gestire il conflitto come aveva fatto Pericle.
La peste si diffonde perché la popolazione era costretta a vivere ammassata
all’interno di Atene, che aveva le mura che proteggevano l’arrivo delle merci dal
porto. Avrebbe anche potuto perdere per terra, ma grazie alla sua flotta riesce ad
infliggere sconfitte agli spartani e a rifornirsi al porto, ma dopo la morte di Pericle la
classe politica rappresentata da Cleone non era in grado di reggere il conflitto.
Libro III: dal 428 al 425 ac. Narra i fatti di Mitilene, che decide di defezionare dalla
lega Delio-Attica e già all’inizio del conflitto aveva dichiarato la neutralità, quindi
Atene decise di reprimerla, entrando a Mitilene e sterminandone la popolazione. I
fatti di Corcira e di Mitilene fanno pensare al sovvertimento di tutti i valori in tempo
di guerra.
Libro IV: dal 425 al 422 ac, dove parla di Demostene e Cleone nel Peloponneso,
nella battaglia di Sfacteria nel 425 ac. Nel 422 ac avviene la battaglia di Anfipoli in
Tracia dove muoiono Cleone che guidava gli ateniesi e Brasida che guidava gli
spartani.
Libro V: gli eventi raccontati nel libro precedente portano alla fine della guerra
Archidamica con la pace di Nicia, che prende il nome dallo stratego, nel 421 ac.
Mentre nei primi 4 libri raccontava 3 anni di guerra, in questo interrompe quel tipo di
narrazione e si dedica agli anni 422-421 ac e 416-415 ac, in cui le ostilità erano ferme
e ne approfitta per parlare degli eventi di Melo: Atene intendeva a tutti i costi far sì
che Melo aderisse alla Lega. La posizione di Tucidide è quella di voler presentare la
condotta di Atene come brutale.
Libri VI e VII: si dedica agli anni 416-415 ac e 413-412 ac. riprende la narrazione
del conflitto con la spedizione in Sicilia. Atene con la figura di Alcibiade aveva
ritrovato quel grande politico che poteva portarla alla vittoria, ma sfortunatamente
Alcibiade è costretto a fare ritorno in città subito dopo l’inizio della spedizione
perché accusato di aver preso parte alla mutilazione delle Erme, quindi in Sicilia
rimane solo quel contingente ateniese formato dalla stessa classe dirigente che aveva
cercato di convincere Alcibiade a non fare la spedizione, senza lo statista che l’aveva
ideata e sapeva come condurla. Alcibiade rifugiatosi a Sparta rivela i dettagli della
spedizione e gli spartani inviano Gilippo ad aiutare i siracusani, e tutti gli ateniesi, tra
cui lo stratego Nicia, muoiono.
Libro VIII: si riprende la narrazione triennale con gli anni 412-410 ac. Tratta il colpo
oligarchico ad Atene dopo la sconfitta in Sicilia, dove viene abolita la democrazia e si
instaura il governo dei 400, formato dagli uomini più ricchi e affluenti ateniesi. Il
potere del demos viene usurpato, e Alcibiade nel 411 viene richiamato ad Atene come
vincitore. Dopo fa un accenno agli intrighi dei persiani (Tissaferne che stringe
l’alleanza con Sparta e l’aiuterà a costruire la flotta) e successivamente la narrazione
si interrompe.
Tucidide con le Storie porta alla cultura occidentale un’innovazione metodologica ma
anche dell’argomento, perché inaugura il genere della storiografia politico-militare,
allontanandosi da Erodoto che invece trattava anche l’etnografia e la storia dei popoli,
e il cui metodo di fare storia verrà ripreso solo alla fine dell’800/inizi del 900.
Tucidide oltre che risentire delle influenze culturali dell’epoca risente anche della
medicina ippocratica, da cui prende il suo fare scientifico; puntando l’attenzione sui
fatti e sul comportamento dell’uomo ricava delle leggi della storia umana: gli
uomini tendono a ripetere i propri errori e a comportassi analogamente in circostanze
simili in diversi momenti storici. Una delle leggi è la legge del più forte, secondo la
quale solo chi presenta una forza superiore riesce a prevalere sugli altri, e questo
emerge nei fatti che vengono raccontati riguardo Melo.
A Tucidide interessa evidenziare quelle leggi che rendono la storia un “possesso per
sempre”, tramite cui si può studiare il passato, analizzare il presente e prevedere il
futuro. Sulla base di Tucidide abbiamo imparato a trattate i modelli previsionali, e lo
storico a fare come il medico una diagnosi chiara della malattia, eliminando dalla
storia ogni processo sovrannaturale. Ammette però Tucidide un solo elemento
irrazionale, ovvero la fortuna (τυχη), che può essere responsabile di una sciagura che
ostacola le pianificazioni fatte secondo il principio di causa-effetto.
Un altro elemento che lo rendo imparziale è il suo relativismo politico: cerca di non
schierarsi mai e va sempre alla ricerca del perché qualcosa sia accaduto e se le azioni
compiute fossero adatte alla situazione. Quando parla del governo oligarchico ad
Atene dice che c’è in realtà una mescolanza tra democrazia ed oligarchia. Ci fa capire
che riteneva che questo modello, ovvero quello oligarchico, tipico di Sparta, fosse il
migliore, ma era consapevole del fatto che non avrebbe mai potuto funzionare in una
città come Atene, dove era nata la democrazia.
Mostra una grandissima ammirazione per Pericle, dicendo che non era corruttibile
con il denaro, e che aveva preso in mano le redini del popolo senza limitarne le
libertà, e senza lusingarlo con mezzi illeciti, ed era stato proprio per la sua
intelligenza che si era instaurato un governo di “democrazia apparente” nella quale in
realtà il potere si trovava nelle mani di un solo uomo. Non provava invece simili
sentimenti nei confronti degli esponenti politici venuti dopo di lui, l’unica figura che
mise in evidenza fu quella di Nicia, per cui pronuncia un epitaffio quando muore,
dicendo che “morì il meno meritevole” e mettendo in evidenza la sua virtù politica.
Nei confronti di Cleone e Alcibiade invece nutriva sentimenti negativi: di Alcibiade
disse che era stato mosso dalle sue ambizioni. Critica anche l’atteggiamento che i
successori di Pericle avevano avuto nei confronti del demos, dicendo che bisognava
in parte gestirlo, con un governo quasi oligarchico, per far si che non sbaragliasse.