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FG 3

Gli appunti delle lezioni di Fisica Generale III forniscono una panoramica sulla transizione dalla fisica classica alla fisica moderna, con particolare attenzione alla nascita della teoria dei quanti. Il corso esplora le idee fondamentali e i modelli storici, come quelli di Planck e Bohr, che hanno portato alla meccanica quantistica, sottolineando l'importanza di comprendere i tentativi passati per risolvere problemi fisici complessi. Sebbene non siano un testo originale, questi appunti mirano a fornire un filo logico coerente per aiutare gli studenti a rivedere gli argomenti trattati in aula.

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Gli appunti delle lezioni di Fisica Generale III forniscono una panoramica sulla transizione dalla fisica classica alla fisica moderna, con particolare attenzione alla nascita della teoria dei quanti. Il corso esplora le idee fondamentali e i modelli storici, come quelli di Planck e Bohr, che hanno portato alla meccanica quantistica, sottolineando l'importanza di comprendere i tentativi passati per risolvere problemi fisici complessi. Sebbene non siano un testo originale, questi appunti mirano a fornire un filo logico coerente per aiutare gli studenti a rivedere gli argomenti trattati in aula.

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Franco Dalfovo

Dipartimento di Fisica, Università di Trento


Appunti delle lezioni di Fisica Generale III

La fisica dei quanti


da Planck a Schrödinger
Indice

1 Premessa 1

2 L’origine dei quanti 5


2.1 Lo spettro del corpo nero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
2.2 Una formula empirica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2.3 Il quanto di energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
2.4 La statistica di Boltzmann . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
2.5 Quanti ineludibili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2.6 Effetto fotoelettrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
2.7 Calore specifico dei solidi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.7.1 Modello classico di Dulong-Petit . . . . . . . . . . . . . . 21
2.7.2 Modello di Einstein . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.7.3 Modello di Debye . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

3 L’atomo di Bohr 29
3.1 Antefatti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.2 Diffusione di Rutherford . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
3.3 Orbite stazionarie e salti quantici . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
3.4 Atomi idrogenoidi e isotopi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
3.5 Principio di corrispondenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
3.6 L’esperimento di Franck e Hertz . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
3.7 Integrali d’azione e numeri quantici . . . . . . . . . . . . . . . . 50

4 Onde di materia 53
4.1 Particelle di luce: effetto Compton . . . . . . . . . . . . . . . . 53
4.2 Onde di materia: l’elettrone di de Broglie . . . . . . . . . . . . . 56
4.3 Pacchetti di onde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
4.4 L’equazione di Schrödinger . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
4.5 Maupertuis, Fermat, Schrödinger . . . . . . . . . . . . . . . . . 68

5 La funzione d’onda e il suo significato 75


5.1 Stati stazionari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
5.2 Buche di potenziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
INDICE

5.3 Interpretazione probabilistica di Ψ . . . . . . . . . . . . . . . . . 87


5.4 Barriera di potenziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92
5.5 Effetto tunnel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
5.6 Posizione, momento, energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102
Capitolo 1

Premessa

Questi sono gli appunti delle lezioni dell’ultima parte del corso di Fisica Gene-
rale III che insegno al secondo anno della laurea triennale in Fisica a Trento; il
corso comprende anche l’elettrodinamica classica e la relatività ristretta, non
incluse in queste pagine. Lo scopo principale del corso è di traghettare gli stu-
denti e le studentesse dalla fisica classica alla fisica moderna, fornendo loro un
quadro dei problemi fisici che hanno portato alla formulazione di nuove teorie
a partire dal contesto di successi e crisi della fisica agli inizi del ’900. Questa
parte del corso, in particolare, è dedicata alla nascita della teoria dei quanti,
intendendo con ciò l’insieme delle idee concepite a partire dall’introduzione
del quanto di radiazione da parte di Max Planck fino alla nascita della mec-
canica quantistica vera e propria. In mezzo, ci sono esperimenti importanti e
modelli innovativi, come il modello di Bohr per la struttura degli atomi, che
vengono generalmente indicati come vecchia teoria dei quanti. L’approdo fi-
nale di questi modelli, per molti versi insoddisfacenti, è appunto la meccanica
quantistica, punto di arrivo di un percorso intellettuale complesso e tortuoso
e, al contempo, punto di partenza per un nuovo modo di interpretare il mondo
fisico.
La trattazione della meccanica quantistica viene lasciata ai corsi del terzo
anno, dove verrà affrontata a partire dai suoi princı̀pi, senza riferimento allo
sviluppo storico precedente. La scelta di raccontare la vecchia teoria dei quanti
al secondo anno in coda ai corsi di fisica classica, anziché all’inizio del corso di
Meccanica Quantistica, segue un preciso intento pedagogico: si vuole rimarca-
re la distanza concettuale che corre tra i modelli sviluppati nel primo quarto di
secolo e la nuova teoria, nata all’incirca tra il 1925 e il 1927. In parole semplici:
la vecchia teoria dei quanti non è la meccanica quantistica. Una certa confu-
sione tra le due è costantemente alimentata dal modo con cui gli argomenti di
fisica quantistica vengono introdotti nelle scuole superiori e divulgati al pub-
blico più ampio dai mezzi di comunicazione. È dunque opportuno che almeno
a livello dei corsi universitari si faccia chiarezza su questo aspetto, anche nel

1
2 CAPITOLO 1. PREMESSA

modo in cui gli argomenti vengono suddivisi tra gli insegnamenti e gli anni.
Per contingenze storiche, i modelli che costituiscono la vecchia teoria dei
quanti hanno un carattere transitorio. Nella loro transistorietà cercano di
tracciare un percorso che porti a superare gli ostacoli che la fisica incontra
in quel periodo, ma nel farlo rimangono fortemente ancorati alle conoscenze
pregresse, le uniche su cui si poneva fiducia fino ad allora. Si tratta dunque
di varianti delle teorie classiche note, varianti ottenute aggiungendo nuove ed
inesplicabili ipotesi ad hoc. In questo senso, tenderei a vedere la vecchia teoria
dei quanti come l’ultimo tentativo di aggiustare le cose, malgrado le evidenze
empiriche sembrassero rompere il bel quadro disegnato da Netwon, Maxwell e
tutti gli altri padri della fisica (quella fisica che oggi, a posteriori, chiamiamo
classica, ma che allora era La fisica). La rottura del quadro era però inevitabile
e, quando avvenne, della vecchia teoria dei quanti rimasero solo detriti.
Ma allora, stando cosı̀ le cose, perché dedicare ancora ore di lezione a
Planck, Bohr, de Broglie, ecc., quando si potrebbe partire da subito con i
princı̀pi della meccanica quantistica? Un motivo per farlo è che le loro idee
(pure quelle sbagliate) sono state fondamentali per arrivare alla nuova teoria,
anche se il compito di portare a termine il lavoro è spettato ad altri. In secondo
luogo, esaminare il modo con cui i fisici hanno cercato di risolvere gli enigmi
che la natura sfornava in quel periodo storico aiuta a capire in cosa consiste
il lavoro di un fisico, dai tempi di Galilei fino alla scienza di oggi. Si tratta
di comprendere come i fisici ragionano davanti ai problemi complessi, quali
soluzioni propongono, spesso sbagliate, e quali criteri scelgono per selezionare
le idee potenzialmente più fruttuose. L’inizio del XX secolo è l’ideale a questo
scopo.
Vorrei però sgomberare il campo da un possibile malinteso: usare un ap-
proccio storico nell’introdurre i problemi fisici, come viene fatto nelle pagine
che seguono, non significa occuparsi di storia della scienza; quella è una disci-
plina diversa, che prende sul serio ogni documentazione relativa alla nascita e lo
sviluppo dei concetti, il ruolo dei singoli scienziati e della comunità scientifica
nel suo insieme, l’impatto su altri ambiti culturali, le motivazioni intellettuali
o tecnologiche che portano a sviluppare un settore piuttosto che un altro, gli
aspetti filosofici del pensiero scientifico, e molto altro. Qui invece si parlerà
di alcuni problemi fisici, ritenuti rilevanti all’interno di un percorso formativo,
senza entrare nella storia vera e propria. Anche la scelta dei problemi è al-
quanto arbitraria, pur nella sua sensatezza. Questo tipo di scelte si fa sempre
ex post, sapendo come va a finire il film; è un netto vantaggio rispetto a colo-
ro che si sono trovati a scrivere la sceneggiatura senza conoscere le intenzioni
del regista (che in questo caso è la Natura). Per lo stesso motivo, in queste
ricostruzioni ci si prende qualche libertà nel semplificare alcuni passaggi logici
e storici tra la soluzione di un problema e quella di un altro, cosı̀ come non si
parla dei dissensi e le discussioni interne alla comunità scientifica che si inter-
3

rogava sulla validità o la fallacia delle congetture e dei modelli. Per tutti questi
aspetti si rimanda alla lettura dei molti libri di storia e filosofia della scien-
za dedicati a quel periodo, particolarmente ricco di avvenimenti e di passaggi
cruciali da essere spesso associato al concetto di rivoluzione scientifica.
Detto questo, torniamo agli aspetti pratici. Il testo di questi appunti ricalca
fedelmente quanto spiegato a lezione. Per questo motivo può contenere ripe-
tizioni e passaggi matematici che sarebbero sintetizzati, o tolti, se si trattasse
di un libro di testo. Mancano invece figure e grafici che sono stati disegnati
alla lavagna ma non riprodotti nel testo, per mancanza di tempo ma anche
perché figure analoghe possono essere recuperate facilmente da Wikipedia o
da Google. Essendo appunti scritti tra una lezione e l’altra, possono anche
contenere errori di scrittura, di battitura e forse anche di fisica (sperabilmente
pochi e/o irrilevanti). Ogni segnalazione di errori è gradita.
Gli argomenti non sono nuovi e il corso non è particolarmente originale, dato
che viene proposto in forme diverse in ogni corso di laurea in fisica in Italia
e altrove. Questo significa che le stesse tematiche sono trattate in un’ampia
gamma di testi, da quelli più sintetici a quelli più dettagliati. Lo scopo di questi
appunti non è quindi di rimpiazzare la letteratura già disponibile, che offre di
più e di meglio, ma piuttosto quello di fornire un filo logico sufficientemente
coerente, che aiuti a rivedersi autonomamente gli argomenti delle lezioni in
modo complementare ai libri di testo.
Quello che si trova in queste pagine risente soprattutto della lettura di
questi libri: Fisica atomica, di Max Born (Boringhieri); Introduzione alla fisica
teorica, di [Link], [Link] e [Link] (UTET); Niels Bohr and the
Quantum Atom, di Helge Kragh (Oxford Univ. Press).
4 CAPITOLO 1. PREMESSA
Capitolo 2

L’origine dei quanti

2.1 Lo spettro del corpo nero


Consideriamo l’assorbimento e l’emissione di radiazione elettromagnetica da
parte di un corpo che si trova ad una certa temperatura T . Da un punto di
vista microscopico si può pensare che assorbimento ed emissione siano processi
associati al moto delle cariche elettriche nel materiale di cui il corpo è costi-
tuito, cosı̀ come la temperatura ne misura l’agitazione termica. La radiazione
assorbita dal materiale tende ad aumentarne la temperatura per effetti dissipa-
tivi nel moto delle cariche, mentre l’emissione di radiazione tende a diminuirne
la temperatura per effetto dell’energia che se ne va. All’equilibrio termico i due
effetti si compensano.
Indipendentemente dalla visione microscopica, possiamo sempre ricorrere
ad un approccio empirico e misurare l’energia emessa o assorbita con opportu-
ni strumenti. Nel caso dell’emissione, possiamo ad esempio misurare l’energia
emessa in un intervallo di tempo dt da una superficie di area dA entro un an-
golo solido dΩ, orientato perpendicolarmente alla superficie, e in un intervallo
di frequenze (ν, ν + dν). Se le quantità dt, dA, dΩ e dν sono sufficientemente
piccole, l’energia emessa dE sarà direttamente proporzionale ad esse e la co-
stante di proporzionalità sarà una proprietà della sorgente di radiazione. Per
un corpo da temperatura T possiamo scrivere dE = e(ν, T ) dt dA dΩ dν, dove
e(ν, T ) è detto potere emissivo. L’integrale di e(ν, T ) su tutto lo spettro delle
frequenze ν è detto radianza. Analogamente, per l’assorbimento possiamo mi-
surare la frazione di energia incidente sul corpo che viene assorbita nell’unità
di tempo e di superficie; possiamo indicare con a(ν, T ) tale frazione e chiamarla
potere assorbente del corpo.
Da considerazioni termodinamiche (Kirchhoff, 1860) segue che, per un qual-
siasi corpo all’equilibrio con la radiazione a temperatura T , il rapporto tra
potere emissivo e assorbente deve essere uguale ad una funzione universale, in-
dipendente dalle caratteristiche specifiche del corpo. Se cosı̀ non fosse, infatti,

5
6 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

sarebbe facile realizzare un dispositivo che viola il secondo principio della ter-
modinamica usando due soli corpi macroscopici che si scambiano energia sotto
forma di radiazione. Nel caso di corpi che hanno la capacità di assorbire tutta
la radiazione incidente a qualsiasi frequenza, ovvero per i quali a(ν, T ) = 1,
la funzione universale coincide con il potere emissivo. Un corpo che gode di
questa proprietà è chiamato corpo nero.
Ci sono vari modi di realizzare un corpo nero. Il sole stesso può essere con-
siderato, paradossalmente, un corpo nero, dato che è composto da un plasma
di particelle cariche in grado di assorbire tutta la radiazione che arriva alla sua
superficie. Ma il modo più efficace per realizzare un corpo nero consiste nel
prendere una scatola vuota, chiusa, e ritagliare un piccolo foro su una parete.
Se il foro è davvero piccolo rispetto alle dimensioni della scatola, allora qualsiasi
radiazione che entra nella scatola dall’esterno ha probabilità trascurabilmente
piccola di uscirne. Non a caso, anche ai nostri occhi, il foro ci sembra più nero
di qualsiasi vernice nera con cui potremmo dipingere la superficie della scatola.
Ora, supponiamo che la scatola sia fatta di un materiale, come ad esempio un
metallo, in grado di emettere radiazione, se posto in condizioni di farlo, in uno
spettro sufficientemente ampio di frequenze. Supponiamo anche che la scatola
si trovi all’equilibrio ad una certa temperatura T , in modo che le sue cariche
siano effettivamente sollecitate ad emettere radiazione come conseguenza della
loro agitazione termica. All’equilibrio, all’interno della cavità vi saranno dun-
que campi elettromagnetici. Sia u(ν, T ) l’energia per unità di volume e per
intervallo di frequenza unitario contenuta nei campi. A questa densità di ener-
gia sarà associato un flusso di energia uscente dal foro, in modo che la potenza
irradiata per unità di area è cu, dove c è la velocità della luce nel vuoto1 . Se
si tiene conto anche della distribuzione angolare e di come abbiamo definito il
potere emissivo, si ottiene la relazione
c
e(ν, T ) = u(ν, T ) . (2.1)

La funzione u è anche detta distribuzione spettrale della densità di energia.
Dato che il foro si comporta come un corpo nero, la radiazione emessa non
dipende dalla natura delle pareti nè dalla forma geometrica della cavità, nè da
altre caratteristiche che non siano ν e T .
Le prime misure del potere emissivo di un corpo nero risalgono alla fine XIX
secolo, motivate anche da ragioni tecnologiche legate allo sviluppo di sistemi
efficienti di illuminazione urbana. Il fatto che la distribuzione spettrale della
densità di energia sia fissata da una funzione universale rende tale fenomeno
1
Ricordiamo che in elettrodinamica la densità di energia nelle onde elettromagnetiche, u,
è legata in modo semplice al vettore di Poynting che fornisce la potenza (energia per unità
di tempo) che attraversa una superficie unitaria, essendo S = cu. L’unica differenza qui è
che u va intesa non solo come energia per unità di volume, ma anche per unità di frequenza,
e per questo si chiama distribuzione spettrale di energia.
2.2. UNA FORMULA EMPIRICA 7

particolarmente rilevante anche dal punto di vista della fisica fondamentale. La


predizione della curva universale di u(ν, T ) richiede infatti una combinazione
di tutte le teorie fisiche disponibili a fine ’800: la termodinamica, l’elettroma-
gnetismo e la meccanica newtoniana. Questo fu il problema a cui si dedicò
Max Planck.
A metà dell’anno 1900, le informazioni disponibili a Planck, basate in parte
su osservazioni empiriche e in parte su argomentazioni teoriche, erano sostan-
zialmente queste:
i) ad una data temperatura T della sorgente, la funzione u(ν, T ) deve avere un
massimo ad una frequenza νmax , il cui valore si sposta verso frequenze più alte
all’aumentare della temperatura in modo tale che νmax /T è costante (legge di
spostamento di Wien);
ii) ci si aspetta che la funzione u(ν, T ) soddisfi questa proprietà di scala:
u(ν, T ) = ν 3 f (ν/T ) dove f è una funzione universale (legge generale di Wien) e
in particolare Wien proponeva una forma del tipo u(ν, T ) ∝ ν 3 exp[−cost ν/T ];
iii) la densità di energia integrata Rsu tutte le frequenze è proporzionale alla
quarta potenza della temperatura: u(ν, T )dν = σT 4 , con σ costante (legge
di Stefan-Boltzmann);
iv) per ν → 0, o λ → ∞, la densità di energia dev’essere proporzionale alla
temperatura T (da considerazioni euristiche di Kirkhoff e di Rayleigh sullo
spettro a grandi lunghezze d’onda), in particolare u(ν, T ) ∝ ν 2 T ;

2.2 Una formula empirica


Dopo una serie di lunghi e infruttuosi tentativi di spiegare il comportamento
della radiazione di corpo nero sulla base delle leggi di conservazione (ener-
gia meccanica, primo principio della termodinamica) e delle leggi dell’elettro-
magnetismo classico, Planck si risolse ad utilizzare concetti presi dalla fisica
statistica che stava elaborando Boltzmann in quegli stessi anni.
L’idea di base era quella di trattare l’energia del corpo nero come l’energia
interna U di un sistema termodinamico fatto di oscillatori di frequenza ν, e
di legare questa energia alla temperatura tramite relazioni termodinamiche,
come quella che coinvolge l’entropia S:
 
1 ∂S
= . (2.2)
T ∂U V

Questa relazione viene direttamente dal primo principio per trasformazioni


infinitesime, δQ = dU + δW , tramite la definizione di entropia dS = δQ/T .
Si noti che qui non è necessario specificare quale sia la natura microscopica
degli oscillatori (cariche elettriche che emettono radiazione oscillando, o campi
8 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

elettromagnetici nella cavità, o altro), ci basta assumere che il corpo nero sia
descrivibile come un insieme di oscillatori generici che occupano un volume
costante e sono soggetti alle leggi della termodinamica2 . Assumiamo anche
che oscillatori di frequenza diversa possano essere trattati come insiemi diversi
e indipendenti.
Dunque, consideriamo un insieme di oscillatori di frequenza ν, con energia
interna U . Viste le informazioni elencate nella sezione precedente, nel limite
ν → 0 ci si aspetta che U ∝ T , in modo che la (2.2) diventa
∂S 1
∝ , (2.3)
∂U U
da cui derivando ancora rispetto a U si ottiene
∂ 2S 1
2
∝− 2 . (2.4)
∂U U
Nel limite opposto, ν → ∞, invece ci si aspetta che U ∝ exp[−cost ν/T ], da
cui segue che ln U ∝ −1/T , e quindi
∂S
∝ − ln U , (2.5)
∂U
da cui derivando ancora rispetto a U si ottiene
∂ 2S 1
2
∝− . (2.6)
∂U U
La funzione più semplice che fornisce un’interpolazione tra i due limiti (2.4) e
(2.6) è
∂ 2S a
2
=− , (2.7)
∂U U (b + U )
con a e b da determinare3 . Tale funzione ha andamento in 1/U o 1/U 2 se il
rapporto U/b tende a 0 o ∞. Integrando rispetto a U , si ottiene
∂S a b+U
= ln , (2.8)
∂U b U
2
Planck usava il termine risonatori, o Resonatoren nell’originale tedesco.
3
Questo è un esempio delle libertà che ci prendiamo a riscrivere la storia a posteriori. ll
fatto che la (2.7) rappresenti una interpolazione tra limiti noti, quello dato dall’espressione
di Wien e quello a bassa frequenza di Rayleigh, non implica che Planck l’avesse introdotta
con questa motivazione. In realtà Planck non usò il limite a bassa frequenza, ma si limitò a
introdurre la (2.7) come semplice congettura, allo scopo di andare oltre l’espressione di Wien,
che riteneva valida ad alta frequenza ma non in generale. In sostanza, basandosi anche su
risultati classici per oscillatori immersi in un campo di radiazione, Planck operò per tentativi
e alla fine scelse la forma che riteneva, testualmente, “di gran lunga la più semplice di tutte
le espressioni che danno S come funzione logaritmica di U e che, inoltre, per piccoli valori di
U si fondono nell’espressione di Wien”. Il limite corretto a basse frequenze venne pubblicato
in un articolo di Jeans solo nel 1905, anche se Rayleigh ne aveva già scritto in una sua nota
del giugno 1900, prima che Planck introducesse la (2.7).
2.2. UNA FORMULA EMPIRICA 9

Ricordando la (2.2) possiamo scrivere


1 a b+U
= ln , (2.9)
T b U
da cui, dopo semplici passaggi algebrici, si ottiene
b
U= . (2.10)
exp[b/(aT )] − 1
Ora assicuriamoci che questa funzione obbedisca alla legge di Wien, cioè la
temperatura entri in questa funzione solo tramite il rapporto ν/T . Per fare
questo, basta che il rapporto b/a sia proporzionale a ν tramite una costante
moltiplicativa universale, indipendente da ν e T . Chiamiamo questa costante
γ, allora
b
U= . (2.11)
exp[γν/T ] − 1
Questo è il contributo all’energia interna del corpo nero ad una temperatura
T dovuto agli oscillatori di frequenza ν. L’energia è una grandezza estensiva
e quindi b deve essere proporzionale al numero di oscillatori. Se consideriamo
il loro numero nell’unità di volume e nell’intervallo di frequenze unitario, la
stessa funzione, a meno di un fattore moltiplicativo che può dipendere da ν,
diventa la densità di energia u(ν, T ):
f (ν)
u(ν, t) = . (2.12)
exp[γν/T ] − 1
Per fissare l’andamento della funzione f (ν) possiamo ricorrere all’espressione
u ∝ ν 2 T che deve valere nel limite ν → 0. In questo limite possiamo espandere
al primo ordine l’esponenziale nell’espressione precedente per trovare
f (ν)T
u(ν → 0, T ) ' , (2.13)
γν
che è compatibile con u ∝ ν 2 T solo se f (ν) è proporzionale a ν 3 . Dunque
possiamo scrivere l’espressione finale
Cν 3
u(ν, T ) = , (2.14)
exp[γν/T ] − 1
dove C e γ non dipendono nè da ν nè da T e possono essere usati come fitting
parameters per riprodurre i dati sperimentali per tutti i valori di ν tra i due
limiti noti, e per qualsiasi temperatura T . Nell’ottobre del 1900, Planck diede
questa formula (o meglio, la sua versione in termini della lunghezza d’onda λ)
ai colleghi sperimentali Rubens e Kurlbaum, che nel giro di pochi giorni ne
dimostrarono l’efficacia, almeno entro l’intervallo di frequenze a loro accessibile.
10 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

2.3 Il quanto di energia


Planck, come fisico teorico, poteva essere solo parzialmente soddisfatto dal
successo della sua legge empirica. Si trattava infatti soltanto di una congettura
sulla forma di una funzione, priva di un sottostante modello descrittivo della
fisica del corpo nero. Una buona legge teorica, per essere predittiva, deve
basarsi su principi fisici e non su dati empirici. Planck si mise subito alla ricerca
delle leggi e dei modelli che potessero stare alla base dell’espressione di u(ν, T )
appena trovata. Visto che quella l’aveva ottenuta ricorrendo ad un approccio
termodinamico, si incamminò nella stessa direzione accettando gli strumenti
della meccanica statistica sviluppati da Boltzmann. In particolare, volendo
andare più in profondità, decise di usare anche l’espressione S = kB ln Ω che
lega l’entropia alla probabilità termodinamica Ω, definita come il numero di
stati microscopici ammessi da un sistema compatibilmente con un dato stato
macroscopico.
L’idea è questa: consideriamo il corpo nero come una cavità contenente
oscillatori armonici di diversa frequenza, ciascuno oscillante con una propria
energia che può variare nel tempo. Come prima, non ci interessa la natura
di questi oscillatori, ci basta che esistano in qualche forma e che obbediscano
alle leggi della fisica classica, incluse quelle della meccanica statistica. Pren-
diamo gli oscillatori di una data frequenza ν e immaginiamo che PNsiano N .
Supponiamo che l’insieme degli oscillatori abbia un’energia E = i=1 Ei , che
possiamo scrivere come E = N [(1/N ) N
P
i=1 Ei ] = N U dove U è l’energia media
per singolo oscillatore, che differisce dall’energia interna usuale di un sistema
termodinamico solo per un fattore numerico N costante. Sia N che E siano
fissati4 .
Ora viene il punto chiave: vogliamo legare l’energia media degli oscillatori
U alla temperatura T tramite l’entropia e vogliamo farlo utilizzando il con-
4
In meccanica statistica questo corrisponde a lavorare con un ensemble microcanonico,
ma è un dettaglio che qui non serve sapere.
2.3. IL QUANTO DI ENERGIA 11

teggio dei microstati. Si tratta di capire in quanti modi possiamo distribuire


l’energia tra gli oscillatori all’equilibrio ad una certa temperatura T , fissata
l’energia totale disponibile. Se trattiamo l’energia E come un continuo ab-
biamo difficoltà nell’operare il conteggio. Usiamo quindi un trucco che anche
Boltzmann utilizzava per svolgere questo tipo di calcoli: discretizziamo l’ener-
gia, immaginando che possa assumere solo valori discreti. Introduciamo un
quanto di energia ε in modo che l’energia totate E sia sempre scrivibile come
un numero intero di questi elementi discreti: E = P ε, con P intero. Per una
data E, quindi, si tratta di un problema di distribuzione di P quanti (indistin-
guibili) tra N oscillatori (distinguibili). È come prendere P palline identiche
e distribuirle casualmente in N cassetti. Il numero di microstati, con P e N
assegnati, è
(N + P − 1)!
Ω= . (2.15)
(N − 1)! P !
Assumiamo che sia P che N siano molto maggiori di 1, in modo da usare l’ap-
prossimazione di Stirling ln x! ' x ln x e calcoliamo l’entropia per oscillatore:
kB
S = ln Ω
N
kB (N + P − 1)!
= ln
N (N − 1)! P !
kB
= [(N + P ) ln(N + P ) − N ln N − P ln P ]
N      
P P P
= kB 1+ ln N 1 + − ln N − ln P . (2.16)
N N N
Ora ricordiamo che l’energia totale può essere scritta sia come N U che come
P ε, e dunque P/N = U/ε, e possiamo scrivere
     
U U U NU
S = kB 1+ ln N 1 + − ln N − ln
ε ε ε ε
    
U U U U
= kB 1+ ln 1 + − ln . (2.17)
ε ε ε ε
Fatto questo, possiamo legare l’energia e l’entropia tramite la temperatura,
usando la solita relazione  
1 ∂S
= . (2.18)
T ∂U V
Il fatto che qui abbiamo energia e entropia per oscillatore non è un proble-
ma, dato che differiscono dalle usuali U e S estensive per lo stesso fattore
moltiplicativo N . Dunque, derivando l’espressione precedente rispetto a U , si
ottiene
    
1 ∂ U U U U 1 ε+U
= 1+ ln 1 + − ln = ln . (2.19)
kB T ∂U ε ε ε ε ε U
12 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

Esponenziando si ottiene

ε+U
exp[ε/(kB T )] = (2.20)
U
ovvero
ε
U= . (2.21)
exp[ε/(kB T )] − 1
Per fissare la dipendenza dalla frequenza ν usiamo la legge di Wien secondo
la quale la temperatura deve entrare nell’energia solo tramite il rapporto ν/T .
Dunque il quanto ε deve essere proporzionale a ν,

ε = hν , (2.22)

essendo h una costante universale, che non può dipendere nè da ν nè da T .
Quindi, la densità di energia del corpo nero u(ν, T ), che differisce dall’ener-
gia media degli oscillatori appena calcolata al più per fattore moltiplicativo,
funzione di ν, potrà essere scritta cosı̀:


u(ν, T ) ∝ . (2.23)
exp[hν/(kB T )] − 1

Abbiamo quindi riottenuto la stessa formula della sezione precedente, ma sta-


volta non come risultato di un tentativo di interpolazione, ma tramite un
calcolo di meccanica statistica per un sistema di oscillatori. Questa espressio-
ne riproduce i dati sperimentali se la costante moltiplicativa è proporzionale a
ν 2 . Nell’espressione che abbiamo appena trovato compare in modo naturale la
costante di Boltzmann, come conseguenza del fatto che abbiamo usato l’espres-
sione statistica di Boltzmann per l’entropia. In questo modo la nuova costante
h, che può essere usata come parametro di fit al posto della costante γ usata
nella sezione precedente, ha le dimensioni di energia per tempo e l’argomento
dell’esponenziale ha la forma di un rapporto di due energie tipiche: l’energia
termica kB T e l’energia del quanto di radiazione hν.
Ricordiamoci come abbiamo introdotto il quanto di energia: lo abbiamo
fatto alla maniera di Boltzmann per fare il conteggio esplicito dei microstati
che contribuiscono alla probabilità termodinamica Ω. Ma Boltzmann usava
questo tipo di discretizzazioni di grandezze continue solamente come artificio
matematico per semplificarsi i calcoli; alla fine prendeva comunque il limite del
continuo. Nel nostro caso, per ogni frequenza finita ν, il limite del continuo
corrisponderebbe al limite h → 0. Il punto chiave di tutta la faccenda è che,
nel caso della radiazione di corpo nero, il limite h → 0 non si può fare. Se lo si
fa, si ottiene un’espressione di u(ν, T ) che non riproduce i dati sperimentali. E
per riprodurre i dati sperimentali il quanto di energia deve essere proporzionale
a ν. Questo risultato era sorprendente e difficilmente accettabile dal punto di
2.4. LA STATISTICA DI BOLTZMANN 13

vista concettuale. Ma la formula funziona e il problema non poteva essere


eluso.
Notiamo che fin qui non abbiamo fatto alcuna ipotesi sulla natura del quan-
to di energia. A posteriori possiamo dire che il campo elettromagnetico nella
cavità può essere quantizzato in modo da essere trattato come un gas di quanti
di luce, o fotoni, ma queste idee erano ben lungi dall’essere introdotte all’epoca
in cui Planck derivò la sua legge e lui stesso non le avrebbe accettate volen-
tieri. Per Planck il campo elettromagnetico era quello dato dalle equazioni di
Maxwell in forma classica, la cui energia è una grandezza continua, e la discre-
tizzazione era altrove, in qualche meccanismo ancora ignoto che governava lo
scambio di energia tra le pareti e il campo nella cavità all’equilibrio.

2.4 La statistica di Boltzmann


Nel 1910 Hendrik Lorentz propose una derivazione alternativa della formula
di Planck, basata sulla meccanica statistica elaborata da Boltzmann e Gibbs
per sistemi all’equilibrio termico ad una temperatura assegnata. In sintesi,
anziché considerare la distribuzione di P quanti di energia tra N oscillatori di
una data frequenza, a energia totale fissata, la nuova idea consiste nel conside-
rare gli oscillatori come gli elementi di un sistema termodinamico all’equilibrio
con un termostato a temperatura T . A differenza di prima l’energia totale non
è fissata, ma possiamo invece calcolare il valor medio dell’energia di ciascun
oscillatore5 ; la ricetta consiste nell’individuare i valori possibili della sua ener-
gia E e associare a ciascuno la probabilità exp[−E/(kB T )]. Seguendo l’ipotesi
di Planck, ad ogni oscillatore possiamo assegnare un numero intero di quanti,
cosı̀ che i valori di energia ammessi per l’oscillatore sono

En = nhν (2.24)

con n = 0, 1, 2, . . . , ∞. Il valor medio di E sarà la media pesata dei valori di


En ciascuno preso con peso statistico exp[−En /(kB T )]:
P∞
n=0 nhν exp[−nhν/(kB T )]
hEi = P ∞ . (2.25)
n=0 exp[−nhν/(kB T )]

Per brevità di notazione introduciamo il simbolo β = 1/(kB T ) e riscriviamo la


relazione precedente cosı̀:
P∞
n=0 nhν exp(−βnhν)
hEi = P ∞ . (2.26)
n=0 exp(−βnhν)

5
Nel linguaggio della meccanica statistica questo equivale a calcolare le medie in un
ensemble canonico.
14 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

Notiamo poi che questa espressione può anche essere scritta in questo modo:
"∞ #
∂ X
hEi = − ln exp(−βnhν)
∂β
" n=0

#
∂ X
= − ln (exp(−βhν))n . (2.27)
∂β n=0

Dato che exp(−βhν) è sempre minore di 1, la serie converge e si ottiene

∂ 1
hEi = − ln
∂β 1 − exp(−βhν)

= ln [1 − exp(−βhν)]
∂β
hν exp(−βhν)
=
1 − exp(−βhν)

= . (2.28)
exp(βhν) − 1

In conclusione, ogni oscillatore contribuisce all’energia del sistema con un’e-


nergia media

hEi = . (2.29)
exp[hν/(kB T )] − 1

Se contiamo il numero di oscillatori per unità di volume e nell’intervallo uni-


tario di frequenza, e moltiplichiamo questo numero per l’energia media di
ciascuno otteniamo la funzione u(ν, T ):


u(ν, T ) ∝ , (2.30)
exp[hν/(kB T )] − 1

dove la costante di proporzionalità è fissata, appunto, dal conteggio degli


oscillatori. Abbiamo cosı̀ ritrovato il risultato di Planck.
E se invece di prendere valori discreti di E, avessimo preso un continuo,
come per oscillatori classici in cui l’energia è proporzionale al quadrato del-
l’ampiezza dell’oscillazione, cosa avremmo trovato? La risposta è semplice;
basta sostituire le somme in (2.25) con integrali:
R∞
dE E exp[−E/(kB T )]
hEi = R0 ∞ , (2.31)
0
dE exp[−E/(kB T )]
2.4. LA STATISTICA DI BOLTZMANN 15

ovvero
R∞
dE E exp(−βE)
hEi = R0 ∞
0
dE exp(−βE)
Z ∞ 

= − ln dE exp(−βE)
∂β 0
 
∂ 1
= − ln
∂β β
∂ 1
= ln β = , (2.32)
∂β β
e il risultato finale è
hEi = kB T . (2.33)
Questo risultato non dovrebbe sorprenderci. Se andiamo a ripescare le nostre
nozioni elementari di teoria cinetica dei gas, ad esempio, possiamo ricordar-
ci l’esistenza di un principio di equipartizione che, nel caso di una oscillatore
armonico unidimensionale dava proprio un’energia media pari a kB T . In ef-
fetti, il principio di equipartizione è una diretta conseguenza della trattazione
statistica di Boltzmann dei sistemi termodinamici. Assumendolo per vero fin
dall’inizio avremmo potuto dire che la distribuzione spettrale della densità di
energia di un sistema di oscillatori classici è uguale al numero di oscillatori
nell’unità di volume e nell’intervallo unitario di frequenza moltiplicato per l’e-
nergia media di un oscillatore con quella frequenza. Nel caso classico, in cui gli
oscillatori si trovano all’equilibrio a temperatura T , e l’energia è una grandezza
continua, l’energia media è kB T e non dipende da ν. Dunque

u(ν, T ) ∝ kB T . (2.34)

Al contrario, se l’energia ammette solo valori discreti come in (2.24) la stessa


quantità risulta essere quella predetta da Planck (2.30), con lo stesso fattore
di proporzionalità davanti. Quest’ultima è in accordo con i dati sperimentali,
mentre quella classica no.
Per determinare la costante di proporzionalità nell’espressione di u(ν, T ) ci
serve sapere quanti sono gli oscillatori nell’unità di volume e in un intervallo
generico di frequenze dν. Ora si potrebbe fare un ragionamento complesso
sulla visione di Planck e dei suoi contemporanei in merito alla natura di tali
oscillatori, la qual cosa sarebbe interessante in sé, ma rischierebbe di portarci
fuori strada. Qui sorvoliamo su questa faccenda e ci limitiamo ad assumere
che il potere emissivo di un corpo nero sia una misura della distribuzione
spettrale della densità di energia del campo elettromagnetico del corpo nero
stesso, in equilibrio con le cariche nelle pareti; come questo equilibrio si realizzi
in pratica non ci interessa in questo momento. Poi possiamo avvalerci del fatto
16 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

che il campo è descritto dalle equazioni di Maxwell e considerare il corpo nero


come una cavità in cui si propagano onde elettromagnetiche. Le equazioni che
descrivono tali onde sono lineari e questo ci permette di individuare i modi
normali di oscillazione e descrivere qualsiasi stato del campo elettromagnetico
nella cavità come una sovrapposizione lineare di questi.
Supponiamo per semplicità che il corpo nero sia costituito da una cavità
vuota di forma cubica di lato L. Dato che la funzione u è universale e non
dipende dalla geometria della cavità, possiamo usare la geometria che più ci
conviene. Possiamo anche scegliere pareti perfettamente conduttrici. In tal
caso i modi normali del campo elettromagnetico, soluzioni delle equazioni di
Maxwell nel vuoto corrispondenti alle onde stazionarie nella cavità, sono onde
piane con vettore d’onda k = (kx , ky , kz ), che si annullano ai bordi6 . Questo
impone che il numero d’onde k in ciascuna direzione sia un multiplo intero
di π/L in modo che L contenga un numero intero di semi-lunghezze d’onda.
Dunque ki = ni π/L con i = x, y, z e ni = 1, 2, 3, . . . . Teniamo anche conto del
fatto che per ogni terna di valori ammessi (kx , ky , kz ) il campo elettromagnetico
ammette due polarizzazioni linearmente indipendenti. Quindi, nello spazio dei
vettori d’onda k, i modi normali sono punti disposti in un reticolo cubico, con
due modi di polarizzazione diversa per ogni volumetto di lato π/L.
A questo punto possiamo introdurre la frequenza ν = c/λ = c|k|/(2π)
e contiamo quanti sono i modi normali che hanno frequenza minore di una
frequenza ν assegnata. Questi sono tutti i modi che hanno |k| ≤ 2πν/c. Per
contarli facciamo un’approssimazione che è più che ragionevole per situazioni
tipiche in cui si misura la radiazione di corpo nero: supponiamo che le frequenze
che ci interessano siano quelle per cui vale λ  L. Questo equivale a dire che
|k| è molto maggiore della spaziatura π/L tra i modi normali nel reticolo che li
rappresenta nello spazio k. Dunque, per contare i modi normali basta dividere
il volume occupato dai modi che soddisfano la relazione |k| ≤ 2πν/c per il
volume elementare (π/L)3 , e moltiplicare per 2. Il volume in questione è un
ottavo di una sfera di raggio 2πν/c. Dunque il numero che cerchiamo è

8πν 3 L3
  
1 4 ν 3
N (ν) = 2 × × π 2π /(π/L)3 = . (2.35)
8 3 c 3c3

Il numero di stati compresi tra ν e ν + dν sarà

8πν 2 L3
 
dN (ν)
dN (ν) = dν = dν , (2.36)
dν c3
6
In realtà i campi elettromagnetici possono anche penetrare nel conduttore, ma solo entro
uno strato di spessore pari alla lunghezza di penetrazione, che assumiamo essere molto più
piccola della lunghezza d’onda dei modi normali rilevanti ai fini del calcolo, oltre che molto
più piccola di L.
2.5. QUANTI INELUDIBILI 17

e il numero di modi normali nell’unità di intervallo di frequenze e nell’unità di


volume della cavità, risulta essere

1 dN (ν) 8πν 2
= , (2.37)
L3 dν c3
che è l’espressione cercata.

2.5 Quanti ineludibili


Combinando i risultati della sezione precedente, possiamo concludere che la
formula di Planck per la distribuzione spettrale della densità di energia del
corpo nero è la seguente

8πh ν3
u(ν, T ) = . (2.38)
c3 exp[hν/(kB T )] − 1

Questa riproduce tutte le proprietà osservate. Ad esempio, la dipendenza da


ν e T è esprimibile come ν 3 f (ν/T ) come richiesto dalla legge di Wien; inoltre
la curva ha un massimo che si sposta in modo che νmax /T è costante. Nel
limite di alta frequenza (hν  kB T ), ha un andamento esponenziale u(ν, T ) ∝
ν 3 exp[−cost ν/T ] , dove la costante è h/kB . Nel limite opposto di frequenze
basse (hν  kB T ), espandendo il denominatore al primo ordine si trova

8πν 2
u(ν, T ) = kB T , (2.39)
c3
che è della forma ν 2 T attesa in questo limite.
È interessante notare che quest’ultimo risultato è lo stesso che si ottiene
prendendo il numero di modi normali calcolato nella sezione precedente e mol-
tiplicandolo per l’energia media kB T di ogni oscillatore classico. In effetti,
l’espressione (2.39) è proprio la predizione classica per la radiazione di corpo
nero, nota come legge di Rayleigh-Jeans, presentata nel 1905 e derivata uti-
lizzando, tra l’altro, il principio di equipartizione. Notiamo che la legge di
Rayleigh-Jeans dà una divergenza della densità di energia per frequenze alte
(u tende a ∞ al crescere di ν). Tale predizione è del tutto inaccettabile, in
quanto porterebbe a concludere che un qualsiasi corpo nero ad una qualsiasi
temperatura T emette infinita energia in forma di radiazioni di alta frequen-
za; per rendere l’idea, i fisici la chiamano catastrofe ultravioletta. La legge di
Planck (2.38) evita la catastrofe ultravioletta fornendo il corretto andamento
di u a tutte le frequenze, e solo la parte a bassa frequenza (o grande lun-
ghezza d’onda) della curva di Planck è approssimabile con la legge classica di
Rayleigh-Jeans.
18 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

La legge di Planck soddisfa anche la legge di Stefan-Boltzmann. Per


convincersi basta svolgere l’integrale
Z ∞
8πh ∞ ν3
Z
dν u(ν, T ) = 3 dν (2.40)
0 c 0 exp[hν/(kB T )] − 1
cambiando variabile d’integrazione
Z ∞ 4 Z ∞
x3

8πh kB T
dν u(ν, T ) = 3 dx x (2.41)
0 c h 0 e −1
e sapendo che l’ultimo integrale a destra vale π 4 /15, cosı̀ che
Z ∞  5 4 
8π kB
dν u(ν, T ) = 3 3
T 4 = σT 4 , (2.42)
0 15c h
ed è quindi possibile esprimere la costante σ tramite le costanti universali c,
kB e h.
A questo proposito notiamo che l’utilizzo della legge di Planck per ripro-
durre lo spettro della radiazione di corpo nero a diverse temperature permette
di ricavare i valori delle costanti kB e h. I valori riportati dallo stesso Planck
nel 1901 erano kB = 1.346 × 10−23 J K−1 e h = 6.55 × 10−34 J s, molto vicini
ai valori attualmente noti7 :
kB = 1.380649 × 10−23 JK−1 (2.43)
e
h = 6.62607015 × 10−34 Js . (2.44)
Va sottolineato che la costante di Boltzmann kB era già stata stimata in pre-
cedenza tramite misure della costante universale dei gas e del numero di Avo-
gadro, ma la legge di Planck permetteva una stima migliore delle precedenti.
La costante h invece è del tutto nuova. Come si vede il suo valore è molto
piccolo nelle unità di misura standard e, di conseguenza, anche il quanto di
energia ε = hν è tipicamente piccolo. Ad esempio, se consideriamo una lampa-
da a incandescenza che emette luce visibile con una potenza di 100 W ad una
lunghezza d’onda di qualche centinaio di nanometri, diciamo 600 per esempio,
allora la frequenza ν = c/λ è dell’ordine di 5 × 1014 Hz, a cui corrisponde
un quanto di energia hν ' 3 × 10−19 J che è effettivamente un’energia molto
piccola. La lampada emette un numero di quanti di energia dell’ordine di 1020
in un solo secondo e i nostri occhi percepiscono un flusso di luce continuo,
non essendo in grado di cogliere gli effetti della discretizzazione indotta dai
quanti. Tuttavia, benchè piccolo, il quanto di Planck è cruciale per spiegare la
radiazione di corpo nero e, almeno in quel caso, non c’è verso di trascurarlo:
h ha un valore finito e il quanto di energia è ineludibile.
7
A partire dal 20 maggio 2019, alle costanti kB e h vengono assegnati valori conven-
zionali, esatti, che vengono utilizzati nella definizione delle unità di misura del Sistema
Internazionale.
2.6. EFFETTO FOTOELETTRICO 19

2.6 Effetto fotoelettrico


Come abbiamo già detto in precedenza, Planck non aveva idee chiare su cosa
fossero gli oscillatori in gioco nella sua descrizione della radiazione di corpo ne-
ro e si dedicò a lungo a cercare possibili interpretazioni del quanto di energia
in termini di meccanismi di emissione e assorbimento della radiazione da parte
delle cariche nelle pareti della cavità. Ma la vera svolta nella comprensione dei
quanti di energia venne da Einstein, con la sua spiegazione dell’effetto fotoe-
lettrico e, successivamente, con la sua teoria per l’emissione e l’assorbimento
della radiazione elettromagnetica da parte degli atomi.
L’effetto fotoelettrico consiste in questo: se prendiamo una superficie di
un metallo, pulita, inserita in una camera sotto vuoto, e la illuminiamo con
radiazione elettromagnetica, tale superficie emette elettroni. L’emissione degli
elettroni è istantanea ed avviene solo se la frequenza della radiazione è suffi-
cientemente alta, sopra una certa soglia che dipende dal tipo di metallo (tipi-
camente nel visibile per metalli alcalini e nell’ultravioletto per altri metalli).
La quantità di elettroni emessi è proporzionale all’intensità della radiazione,
ma l’energia di ciascun elettrone non dipende dall’intensità ma bensı̀ dalla
frequenza della radiazione.
Prime indicazioni sperimentali di questo effetto, anche se parziali e di non
facile interpretazione, erano state ottenute da Philipp Lenard nel 1902. Al
quel tempo si sapeva già che i raggi catodici erano fasci di elettroni e che
gli elettroni potevano essere estratti da un metallo per effetto termico (più
precisamente, effetto termoionico): per uscire dal metallo gli elettroni devono
possedere abbastanza energia da superare la barriera di potenziale che li lega al
materiale e questa energia può essere fornita loro tramite agitazione termica.
La barriera di potenziale è anche detta lavoro di estrazione e dipende dalla
natura del materiale. Un catodo metallico riscaldato, quindi, può fungere
da sorgente di raggi catodici. Nell’effetto fotoelettrico invece, l’energia viene
fornita dalla radiazione elettromagnetica incidente.
L’energia che un elettrone acquista dalla radiazione può essere misurata in
questo modo. Supponiamo che ciascun elettrone esca con un’energia cinetica
E dalla superficie illuminata, dopo aver compiuto un lavoro di estrazione W ;
ad una certa distanza disponiamo un elemento (un anodo) che si trova ad una
differenza di potenziale V , variabile a piacere, rispetto alla superficie illumi-
nata. Se V è positivo, gli elettroni vengono accelerati verso l’anodo e si potrà
misurare una corrente elettrica di intensità I, proporzionale al numero di elet-
troni emessi nell’unità di tempo. Se invece V è negativo, gli elettroni verranno
frenati e la corrente diminuisce o si interrompe del tutto. Il caso critico, per
il quale si ha annullamento della corrente, è quello per cui l’energia cinetica
iniziale E dell’elettrone è esattamente uguale alla barriera di potenziale e|V0 |
tra i due elettrodi, dove e è la carica dell’elettrone in modulo. Per energie infe-
20 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

riori a e|V0 | nessun elettrone riesce a raggiungere l’altro elettrodo del circuito
e la corrente è nulla. Una misura dell’intensità di corrente I al variare di V ,
dunque, fornisce il valore di E.
Le prime osservazioni dell’effetto fotoelettrico erano in sorprendente con-
trasto con ogni aspettativa. Infatti, se la radiazione elettromagnetica è fatta
di onde, la cui energia dipende al quadrato dell’ampiezza, e se l’accoppiamento
tra queste onde e gli elettroni del metallo segue le leggi classiche per le cariche
elettriche in accelerazione, allora ci si aspetta che: i) l’emissione avvenga per
qualsiasi frequenza, purché l’intensità dell’onda sia sufficientemente grande;
ii) l’energia dell’elettrone emesso dipenda dall’intensità della radiazione e non
dalla sua frequenza; iii) l’emissione non sia istantanea.
In un articolo del 1905, Einstein propose un’interpretazione euristica della
radiazione elettromagnetica. L’articolo verteva essenzialmente sulla radiazione
di corpo nero, facendo riferimento ai lavori di Wien e Planck. Usando argo-
menti termodinamici e statistici Einstein mostrò che l’entropia della radiazione
elettromagnetica in una cavità varia con il volume della cavità allo stesso modo
dell’entropia di un gas ideale di particelle aventi energia hν e quindi, in senso
termodinamico, la radiazione di corpo nero si comporta “come se fosse” un
insieme di quanti di luce indipendenti8 . Solo verso la fine dell’articolo, in due
paginette, Einstein cita l’effetto fotoelettrico (ovvero, la produzione di raggi
catodici da illuminazione di solidi), come possibile applicazione dei suoi argo-
menti euristici. In particolare, se la radiazione si comportasse come un insieme
di quanti di luce elementari, allora l’emissione di elettroni dalla superficie po-
trebbe essere vista come la collisione inelastica di singoli quanti con singoli
elettroni. In ogni collisione l’energia hν del quanto può essere trasferita all’e-
lettrone che, se si trova vicino alla superficie e nelle giuste condizioni, la può
convertire in parte in lavoro di estrazione, W , e in parte in energia cinetica,
E, secondo la relazione
hν = E + W (2.45)

e dunque E = hν − W . Ora ricordiamo che E è legato al valore critico V0 della


differenza di potenziale tra gli elettrodi dalla relazione E = e|V0 |. Allora ne
segue che
h W
|V0 | = ν − . (2.46)
e e
8
La storia è un pochino più complicata. Nel lavoro del 1905 Einstein si basa sulla legge
di Wien per il corpo nero, non quella di Planck, che cita solo di striscio, e inoltre non
usa la costante h esplicitamente. Ma la sostanza non cambia. Lo stesso Einstein stabilirà
meglio il legame tra le sue predizioni e la legge di Planck negli anni successivi, studiando
le leggi statistiche per le fluttuazioni dei campi e fornendo un modello per l’emissione e
l’assorbimento di radiazione in sistemi che ammettono due livelli di energia. Di questi
problemi e delle loro soluzioni non si parla in questi appunti per esigenze di sintesi.
2.7. CALORE SPECIFICO DEI SOLIDI 21

Quindi l’energia dell’elettrone emesso dipende linearmente dalla frequenza e


non dipende dall’intensità della radiazione. Il coefficiente angolare è una co-
stante universale che non dipende dal materiale, e il valore critico della frequen-
za al di sotto della quale non si ha emissione è W/h e dipende dal materiale.
Inoltre, le collisioni possono essere viste come processi istantanei.
Nel 1905, con i pochi dati a disposizione, Einstein doveva necessariamente
limitarsi ad affermazioni vaghe sulla bontà del modello, del tipo - as far as I
can see, our ideas are not in contradiction to the properties of the photoelec-
tric action observed by Mr. Lenard -, ma misure successive (Millikan, 1914)
confermarono in pieno le sue predizioni, e per questo venne insignito del Nobel
nel 1921.

2.7 Calore specifico dei solidi


Uno dei problemi aperti della fisica a cavallo tra ’800 e ’900 era quello delle ano-
malie dei calori specifici dei gas di molecole poliatomiche e delle sostanze solide.
La questione riguardava la validità dei modelli atomistici nella descrizione della
materia e, più in particolare, l’applicabilità delle trattazioni statistiche di Max-
well e di Boltzmann per i sistemi a molte particelle governati dalla meccanica
newtoniana. L’applicazione diretta del teorema di equipartizione, ad esempio,
nel calcolo dell’energia interna di un sistema termodinamico in funzione della
sua temperatura, portava a risultati semplici per i calori specifici che, però,
non erano sempre in accordo con i dati sperimentali, in particolare nelle misure
effettuate a temperature basse. Un caso emblematico è quello della dipendenza
dalla temperatura del calore specifico di un solido mono-cristallino, per il quale
la trattazione statistica è particolarmente semplice, ma la predizione risulta in
accordo con le misure solo in alcuni casi e comunque solo a temperature alte.
Anche in questo caso, il quanto di energia offrirà la soluzione del problema.
Vediamo come.

2.7.1 Modello classico di Dulong-Petit


Partiamo da un solido ideale rappresentato da un reticolo cristallino in cui
mettiamo un atomo per sito reticolare. Le forze che agiscono tra gli atomi sono
conservative e ciascun atomo ha un’energia potenziale che dipende dalla sua
posizione. Il sito reticolare è un minimo di energia potenziale. Quando il solido
si trova all’equilibrio ad una temperatura T , gli atomi si muovono compiendo
oscillazioni attorno alle rispettive posizioni di equilibrio. Se le oscillazioni
sono piccole, possiamo sviluppare l’energia potenziale in serie di potenze fino
al termine quadratico, ottenendo cosı̀ un potenziale armonico di frequenza
ν0 . Supponiamo che gli atomi siano N . Dato che il solido è tridimensionale,
22 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

ogni oscillazione generica può essere scritta come combinazione lineare di tre
oscillazioni nelle tre diverse direzioni ortogonali x, y e z. Dunque si hanno 3N
oscillatori unidimensionali.
Facciamo l’ipotesi che gli atomi oscillino indipendentemente gli uni dagli al-
tri e, quindi, trattiamo il solido come un sistema di 3N oscillatori indipendenti
unidimensionali, che obbediscono alle leggi della meccanica classica. Inoltre
assumiamo che si possa calcolare l’energia media di ogni oscillatore usando la
meccanica statistica di Boltzmann; questa dice che, se il sistema di oscillatori
è in contatto termico con un termostato a temperatura T , allora la probabilità
che l’energia di un oscillatore assuma un valore generico E vale exp[−E/(kB T )].
Usando tale probabilità nel calcolo della media e avvalendosi del fatto che E
è una grandezza continua tra 0 e ∞, si ottiene l’energia media

hEi = kB T . (2.47)

Questo risultato equivale ad assumere valido il principio di equipartizione


classico.
Fatte queste ipotesi, l’energia interna del solido sarà

U = 3N hEi = 3N kB T = 3nNA kB T = 3nRT (2.48)

dove abbiamo scritto il numero di atomi come il prodotto del numero di moli,
n, per il numero di Avogadro NA e abbiamo ricordato che la costante di Bol-
tzmann è definita come la costante universale dei gas R divisa per il numero
di Avogadro. Nel nostro modello di oscillatori armonici il volume non cambia
con T (stiamo trascurando effetti di dilatazione termica del solido) e il calore
specifico molare può essere calcolato derivando U rispetto a T :

1 dU
c= = 3R . (2.49)
n dT

Questo risultato è noto come legge di Dulong-Petit.


La legge di Dulong-Petit predice un calore specifico indipendente dalla
temperatura e dalla natura del solido. Gli esperimenti mostrano che il calore
specifico dei solidi dipende dalla temperatura. A temperatura ambiente molti
solidi hanno calore specifico prossimo a 3R, ma altri solidi hanno valori signi-
ficativamente più bassi. Ma l’osservazione sperimentale più importante è che
il calore specifico tende a zero quando T tende a zero. La transizione tra il
regime di alte temperature, dove c è dell’ordine di 3R, e il regime di basse tem-
perature, dove c tende a zero, avviene in un intervallo di temperature che varia
da solido a solido. La legge di Dulong-Petit non fornisce alcuna spiegazione a
tale fenomeno.
2.7. CALORE SPECIFICO DEI SOLIDI 23

2.7.2 Modello di Einstein


Dopo aver introdotto nel 1905 il suo punto di vista euristico sulla natura
della radiazione elettromagnetica, basato sul concetto di quanto di radiazione,
e averlo applicato all’effetto fotoelettrico, nel 1907 Einstein ipotizzò che la
stessa discretizzazione dell’energia potesse entrare in gioco anche nel caso di
oscillatori costituiti da particelle materiali. Il caso di un solido cristallino in cui
gli atomi eseguono moti armonici di piccola ampiezza a causa dell’agitazione
termica, poteva offrire in tal senso un utile banco di prova dell’idea.
Dunque, come prima, ipotizziamo che il solido sia rappresentato da 3N
oscillatori indipendenti. Stavolta, a differenza del modello classico preceden-
te, e in analogia a quanto fatto da Planck per il corpo nero, assumiamo che
l’energia di ciascun oscillatore possa assumere solo i valori discreti Eη = ηhν0 ,
con η = 0, 1, 2, . . . , dove ν0 è la frequenza di vibrazione, che assumiamo essere
la stessa per tutti. Il calcolo dell’energia media per oscillatore, in un sistema
a contatto con un termostato a temperatura T , può essere svolto allo stesso
modo del corpo nero, come media pesata dei valori di energia, usando i pesi
statistici di Boltzmann9 . Il calcolo è lo stesso che per Dulong-Petit, ma sta-
volta si hanno somme su valori discreti al posto di integrali in una variabile
continua. Il risultato sarà identico a quello del corpo nero, dato che nel calcolo
della media la diversa natura fisica degli oscillatori non entra:
hν0
hEi = . (2.50)
exp[hν0 /(kB T )] − 1
Dunque l’energia interna vale
3nNA hν0 3nRhν0 /kB
U = 3N hEi = = (2.51)
exp[hν0 /(kB T )] − 1 exp[hν0 /(kB T )] − 1
da cui segue il calore specifico:
 2
1 dU hν0 exp[hν0 /(kB T )]
c= = 3R . (2.52)
n dT kB T (exp[hν0 /(kB T )] − 1)2
Notiamo anche che l’energia interna e il calore specifico possono essere scritti
in questo modo
x x2 exp(x)
U = 3nRT ; c = 3R (2.53)
exp(x) − 1 [exp(x) − 1]2
dove x = hν0 /(kB T ). Espressi in questa forma, mostrano chiaramente che il
limite classico coincide con il limite x → 0, ovvero kB T  hν0 , dove si può
9
Qui ho usato η al posto di n per l’indice dell’energia per non confonderlo con il numero
di moli.
24 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

approssimare exp(x) ' 1 + x e si riottiene la legge di Dulong-Petit. Dunque


il calore specifico del modello di Einstein riproduce la predizione classica per
alte temperature. Nel limite opposto, ovvero per kB T  hν0 , si ottiene
 2
hν0
c → 3R exp[−hν0 /(kB T )] , (2.54)
kB T
e si vede che il calore specifico tende a zero esponenzialmente per T → 0. La
transizione tra i due regimi è fissata dal parametro ν0 , che dipende dalla natura
del solido, o, equivalentemente, dalla temperatura di Einstein TE = hν0 /kB .
Il modello di Einstein riproduce piuttosto bene le curve sperimentali, una
volta usato ν0 come parametro libero. Il merito del modello sta nell’assegnare
una causa, sebbene ancora ipotetica e non supportata da una teoria compiuta,
al comportamento anomalo del calore specifico a basse temperature. Tale causa
viene individuata nella quantizzazione dell’energia delle vibrazioni atomiche
nel reticolo. La grande novità concettuale introdotta da Einstein fu quella di
esportare il quanto di energia dal contesto della radiazione elettromagnetica a
quello del moto di particelle materiali evidenziando che, se c’era un problema
con l’elettromagnetismo di Maxwell, c’era un problema analogo anche con la
meccanica Newtoniana, e la soluzione del problema era dello stesso tipo.
Un punto debole del modello di Einstein è che l’andamento del calore spe-
cifico a basse temperature osservato negli esperimenti non è esponenziale, ma
cresce come T 3 . Una spiegazione di questo comportamento è data dal modello
introdotto nel 1912 da Debye.

2.7.3 Modello di Debye


Continuiamo a considerare il solido come un reticolo di oscillatori armonici e,
come fece Einstein, ipotizziamo che la loro energia sia distribuita in quanti
discreti. Concentriamoci sul comportamento a bassa temperatura. In tal caso
ci aspettiamo che ciascun atomo compia oscillazioni di piccola ampiezza e di
bassa energia. Possiamo ragionevolmente porci il problema se, in queste con-
dizioni, gli atomi in siti reticolari diversi possano effettivamente comportarsi
come oscillatori indipendenti. Se immaginiamo il sistema come un insieme di
masse collegate da molle, ci viene naturale pensare che i modi di oscillazione
di bassa energia siano in realtà dei moti collettivi analoghi ai modi normali di
vibrazione di una catena di oscillatori accoppiati. A bassa energia, al sistema
conviene fare in modo che l’oscillazione in siti vicini sia il più possibile in fase.
Un solido, in tal senso, si comporterà come un mezzo elastico in cui una ge-
nerica deformazione locale potrà essere descritta da una combinazione lineare
dei modi normali di vibrazione del sistema. La velocità di propagazione di tali
modi è la velocità di propagazione del suono v; la pulsazione ω = 2πν e il
vettore d’onda q = 2π/λ dell’onda sonora sono legati dalla relazione ω = vq.
2.7. CALORE SPECIFICO DEI SOLIDI 25

In un solido, tra l’altro, possono propagarsi sia onde longitudinali, con velo-
cità vL , che trasversali, con velocità vT , questi ultimi con due polarizzazioni
indipendenti. I modi normali di vibrazione del solido, inteso come un mezzo
elastico continuo, sono l’analogo dei modi normali di oscillazioni del campo
elettromagnetico in una cavità, a meno della diversa velocità di propagazione
e del fatto che il campo elettromagnetico non ammette modi longitudinali.
Dato questo modello, supponiamo ora di voler contare quanti sono i modi
normali di oscillazione in un intervallo di frequenza compreso tra ν e ν + dν
e nell’unità di volume. Lo possiamo fare esattamente come avevamo fatto nel
caso del corpo nero. Prendiamo un solido cubico di lato L e imponiamo che
L sia un numero intero di semi-lunghezze d’onda. Sapendo che la lunghezza
d’onda e la frequenza sono legate da λ = v/ν, questo equivale a prendere valori
discreti del vettore d’onda, i cui punti stanno in un reticolo cubico nello spazio
(qx , qy , qz ). Contiamo il numero N (ν) di modi che hanno frequenza minore o
uguale a ν assumendo che L  λ. Tutto il calcolo si ripete come per il corpo
nero. In quel caso avevamo trovato che
1 dN (ν) 8πν 2
= , (2.55)
L3 dν c3
dove avevamo incluso anche il fattore 2 dovuto alle due polarizzazioni della
radiazione. Qui nulla cambia per le onde elastiche trasverse, eccetto il valore
della velocità,
1 dNT (ν) 8πν 2
= , (2.56)
L3 dν vT3
mentre per le onde longitudinali si troverà:
1 dNL (ν) 4πν 2
= , (2.57)
L3 dν vL3
e combinando i due risultati potremo scrivere infine
 
1 dN (ν) 2 1 2
= 4πν + 3 , (2.58)
V dν vL3 vT
essendo V il volume del solido.
Una differenza sostanziale rispetto al corpo nero sta nel fatto che in quel
caso i gradi di libertà del sistema erano infiniti, non essendoci limiti alla crea-
zione di quanti di radiazione di qualsiasi frequenza nella cavità, mentre nel
caso di un solido composto da N atomi, il numero di gradi di libertà è 3N
ed è finito. Il numero di modi normali che rappresentano il sistema è dunque
3N e ciò equivale a porre un vincolo sulle frequenze ammesse, che non devono
superare una frequenza massima νmax tale che
Z νmax Z νmax  
dN (ν) 2 1 2
3N = dν = dν 4πV ν + 3 . (2.59)
0 dν 0 vL3 vT
26 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI

La frequenza massima è quindi


"  −1 #1/3
9N 1 2
νmax = 3
+ 3 . (2.60)
4πV vL vT

A questo punto possiamo calcolare l’energia interna. Basta assegnare ad


ogni oscillatore la sua energia media e sommare su tutti gli oscillatori. Se
l’energia media la calcoliamo usando i quanti di energia come nel modello di
Einstein, il calcolo di U diventa
Z νmax  
2 1 2 hν
U= dν 4πV ν 3
+ 3 (2.61)
0 vL vT exp[hν/(kB T )] − 1

da cui hνmax
4 4
x3
  Z
1 2 kB T kB T
U = 4πV 3
+ 3 dx (2.62)
vL vT h3 0 exp(x) − 1
e ricordando l’espressione precedentemente calcolata di νmax , possiamo scrivere
" hν
#
4 Z k max
9N kB BT x3
U= dx T4 (2.63)
h3 νmax
3
0 exp(x) − 1

Conviene anche introdurre un nuovo parametro che ha le dimensioni di una


temperatura,
Θ = hνmax /kB (2.64)
chiamata temperatura di Debye, che dipende dalla natura del solido. Allora
" Z Θ #
3 T x3
U = 3nR 3
dx T4 . (2.65)
Θ 0 exp(x) − 1

Il risultato ha la forma U = f (T )T 4 dove T entra nella funzione f (T ) sola-


mente tramite l’estremo superiore dell’integrale. L’integrando è una funzione
a campana, che si annulla come x2 per x → 0 e si annulla esponenzialmente
per x → ∞. Quindi, se prendiamo il limite di bassa temperatura, T  Θ,
l’estremo superiore dell’integrale tende all’infinito e l’integrale converge ad un
valore numerico indipendente da T . Ne segue, che per T basse l’energia in-
terna è proporzionale a T 4 e, quindi, il calore specifico è proporzionale a T 3
in accordo con i dati sperimentali. Nel limite opposto, di alta temperatura,
T  Θ, il limite superiore dell’integrale viene a trovarsi nella regione di piccoli
x, dove l’integrando cresce come x2 e l’integrale fornisce il valore (1/3)Θ3 /T 3 ,
da cui U = 3nRT e c = 3R come nel modello classico di Dulong-Petit.
Il modello di Debye riproduce i limiti corretti di bassa e alta temperatura
per un’ampia classe di sostanze solide e fornisce un’accurata predizione del
2.7. CALORE SPECIFICO DEI SOLIDI 27

calore specifico a tutte le temperature al costo di introdurre un solo parametro


fenomenologico Θ, che dipende dalla natura di ciascuna sostanza. Il model-
lo di Debye e quello di Einstein danno risultati indistinguibili a temperature
medio-alte, dato che queste coinvolgono oscillatori di alta frequenza e corta
lunghezza d’onda, per i quali è ragionevole fare l’approssimazione di oscillatori
indipendenti. La natura collettiva degli osservatori è invece cruciale a bas-
sa temperatura, dove sono coinvolte oscillazioni di bassa frequenza e grande
lunghezza d’onda.
A parte la diversa modalità di rappresentare e contare gli oscillatori, il
modello di Debye non modifica l’ipotesi cruciale, cioè l’introduzione dei quan-
ti di energia nella trattazione del moto di particelle materiali. Al di là del
successo predittivo del modello, questa ipotesi rimarrà ingiustificata fino alla
successiva formulazione della meccanica quantistica. A posteriori, la mecca-
nica quantistica giustificherà, sulla base di nuovi principi fisici, la trattazione
della radiazione elettromagnetica come un gas di quanti di luce (fotoni), come
esito della quantizzazione della teoria di Maxwell del campo elettromagnetico.
Allo stesso modo la teoria quantistica dei solidi, giustificherà la trattazione
delle vibrazioni di un cristallo come un gas di quanti di suono (fononi).
28 CAPITOLO 2. L’ORIGINE DEI QUANTI
Capitolo 3

L’atomo di Bohr

3.1 Antefatti
Qui descriveremo in sintesi il modello dell’atomo di idrogeno che Bohr elaborò
tra il 1912 e il 1913. Lo sviluppo del modello, a partire dalle prime discussioni
con Rutherford e i suoi collaboratori nella primavera del 1912, i primi abbozzi
di idee sulla stabilità degli atomi e l’intuizione di usare il quanto di Planck,
fino alla pubblicazione del lavoro completo, sarebbe interessante da raccontare,
ma questo non è un corso di storia della fisica. Si può ben immaginare che la
strada per arrivare ad un modello compiuto possa essere stata tortuosa, ma
qui ci concentriamo sull’esito finale, visto a posteriori.
Però, prima di esporre il modello di Bohr, conviene fare il punto su ciò che
si sapeva all’epoca riguardo agli atomi. Il fatto che la materia fosse costitui-
ta da atomi, come suggerito dai chimici e da alcune correnti filosofiche anche
antiche, fu accettato dai fisici in modo incontrovertibile solo dopo che Jean
Baptiste Perrin nel 1908 confermò sperimentalmente le predizioni teoriche di
Einstein sul moto browniano1 . Si sapeva che gli atomi avevano una dimensione
dell’ordine di 10−10 m e che dovevano contenere un certo numero di elettroni
e di cariche positive. Gli elettroni erano le particelle che costituivano i raggi
catodici (Plücker 1858, Hittorf 1869, Thomson 1894); erano qualche migliaio
di volte più leggeri degli atomi e potevano essere considerati come particelle
puntiformi. Gli atomi a cui venivano strappati uno o più elettroni erano gli
ioni che costituivano i cosiddetti raggi canale (Goldstein 1886). Elettroni si
trovavano anche nei raggi emessi da sorgenti radioattive (Becquerel 1896, Curie
1898, Rutherford e Soddy 1900), in particolare quando si aveva emissione di
1
Il moto browniano consiste nel moto persistente ed erratico di piccole particelle (pollini,
polvere e simili) sospese sulla superficie di un liquido. Fu osservato per la prima volta dal
botanico Robert Brown agli inizi dell’800. Albert Einstein ne diede una spiegazione nel 1905
in termini di collisioni con le molecole del fluido, fornendo una predizione quantitativa per
la distribuzione statistica degli spostamenti delle particelle nel tempo.

29
30 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

raggi β, mentre i raggi γ erano radiazione elettromagnetica di alta frequenza e


i raggi α erano atomi di elio completamente ionizzati. L’impatto di un fascio
di elettroni su una superficie di un solido poteva dare luogo a raggi X (Rönt-
gen 1895) che, come i γ, erano radiazione elettromagnetica ma di frequenza
inferiore, oppure dare luogo alla diffusione degli elettroni stessi (Lenard 1903).
In questo contesto di osservazioni sperimentali si erano anche sviluppati
i primi modelli di atomo, come quello famoso a “panettone” (plum pudding
model) proposto da [Link] nel 1904, e alcuni modelli ispirati da analogie
gravitazionali, come il modello ad anelli di Saturno proposto da [Link] nel
1904 e dal complesso modello simil-planetario di proposto da [Link]
nel 1911.

Proprio Nicholson fu il primo a porsi il problema di quale potesse essere


la relazione tra la struttura interna degli atomi e le osservazioni sperimentali
degli spettri a righe. Era noto da lungo tempo infatti che, se si mette un
elemento chimico in condizioni di emettere luce, l’emissione non avviene a tutte
le frequenze ma solo in intervalli molto stretti di frequenza (righe spettrali).
Per un dato elemento, le stesse righe spettrali si trovano anche nello spettro di
assorbimento, ottenuto illuminando la sostanza e misurando la luce trasmessa.
Ogni elemento manifesta un proprio caratteristico insieme di righe; emissione
ed assorbimento avvengono solo a quelle frequenze, o lunghezze d’onda. Le
molecole hanno spettri con insiemi di righe più densi e complessi. Lo spettro
più semplice invece è quello dell’atomo di idrogeno2 . Nella regione del visibile
le righe dell’idrogeno formano una sequenza peculiare, nota già da decenni
e che l’insegnante svizzero Johann J. Balmer aveva tradotto in un’elegante
formula empirica per le lunghezze d’onda dello spettro:
n2
λ=A ; n = 3, 4, 5, . . . (3.1)
n2 − 4
con A = 3647 × 10−10 m. Ai tempi di Bohr questa formula, nota come serie
di Balmer, era scritta in molti libri di fisica (la figura sopra mostra le righe
di Balmer com’erano riprodotte nel testo di [Link] che Bohr usava da
2
Attenzione che qui si tratta di singoli atomi di idrogeno, non delle molecole biatomiche
H2 . Per osservare lo spettro degli atomi a partire da un gas di idrogeno occorre prima
dissociare le molecole.
3.2. DIFFUSIONE DI RUTHERFORD 31

studente). Misure al di fuori dello spettro visibile mostravano che l’idrogeno


emetteva anche in altre righe, nell’ultravioletto e nell’infrarosso, che assieme a
quelle di Balmer potevano essere sintetizzate in un’unica formula più generale
nota come principio di combinazione di Ritz (o di Rydberg-Ritz, 1908):
 
1 νmn 1 1
= =R − ; con n > m > 0 interi . (3.2)
λmn c m2 n2

Si vede facilmente che la serie di Balmer coincide con il caso m = 2 e n =


3, 4, . . . ; invece la serie con m = 1 e n = 2, 3, . . . è nota come serie di Lyman
ed è quella a frequenze più alte. La serie con m = 3 e n = 4, 5, . . . è nota
come serie di Paschen e si trova principalmente nell’infrarosso. Nel lontano
infrarosso poi si trovano le serie di Brackett, di Pfund, eccetera. La costante
R si chiama costante di Rydberg e vale circa R = 1.097 × 105 cm−1 . Le righe
di ogni serie si addensano per n → ∞ verso il valore R/m2 . La formula di
Rydberg-Ritz è puramente empirica. La sua semplicità, combinata con il suo
successo, fanno intuire che nasconda qualche principio fisico più profondo, ma
all’epoca non esisteva alcuna spiegazione a riguardo.
Nicholson, dicevo, nel tentativo di dare una spiegazione sia delle dimensioni
degli atomi che delle linee spettrale, nel 1912 pensò di ricorrere alla regola di
quantizzazione di Planck, ma con una generalizzazione interessante. Invece di
quantizzare l’energia alla maniera di Planck, ε = hν, egli trovò che era più con-
veniente, dal punto di vista del suo modello, quantizzare il momento angolare
degli elettroni nella forma L = nh/(2π) con n = 1, 2, 3, . . . . Come vedremo più
avanti, Bohr arrivò alla stessa conclusione in modo indipendente, sulla base
di un modello molto diverso, più efficace e di successo di quello di Nicholson.
Tra l’altro, nel periodo speso a Manchester con Rutherford nella primavera del
1912, Bohr non pensava minimamente agli spettri a righe ed era concentrato
piuttosto sul problema della stabilità degli atomi. All’epoca nel laboratorio di
Rutherford venivano effettuati esperimenti di diffusione di particelle α da la-
mine di oro, e altri materiali. Da questi esperimenti si deduceva il fatto che la
massa dell’atomo e tutta la sua carica positiva dovessero essere concentrate in
una regione interna all’atomo, di dimensioni molto piccole, ordini di grandezza
più piccole di quelle dell’atomo stesso. Rutherford arrivò a queste conclusioni
nel 1911 usando un semplice modello classico di diffusione di particelle cariche
puntiformi, che ora descriviamo più in dettaglio.

3.2 Diffusione di Rutherford


La diffusione di Rutherford consiste in questo: da una sorgente radioattiva
vengono emessi raggi α e un fascio di questi raggi viene collimato e inviato
contro una lamina sottile di materiale solido posta la centro di una camera
32 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

entro cui si è fatto il vuoto. Le particelle α diffuse dalla lamina incidono su


uno schermo fluorescente. Un osservatore può contare il numero di particelle
diffuse nell’unità di tempo e per unità di angolo solido ad un certo angolo di
deflessione rispetto alla direzione del fascio incidente3 . Le particelle α incidenti
hanno una certa energia E, che può essere identificata con l’energia cinetica
E = (1/2)mv02 , dove m è la massa di ogni particella e v0 la sua velocità. Questa
energia dipende dal tipo di sorgente radioattiva, cosı̀ come il flusso di particelle
incidenti Φ, che è definito come il numero di particelle incidenti nell’unità di
tempo e per unità di superficie ortogonale al fascio. Dunque, se il rivelatore
raccoglie le particelle diffuse entro un piccolo angolo solido dΩ, il numero di
particelle contate nell’unità di tempo, dN , sarà proporzionale a dΩ e al flusso
incidente; la costante di proporzionalità sarà un grandezza associata alla natura
dell’interazione tra le particelle α e il bersaglio. Per questa grandezza usiamo
il simbolo dσ/dΩ e la chiamiamo sezione d’urto differenziale, in modo che
 

dN = ΦdΩ . (3.3)
dΩ
La sezione d’urto differenziale è la quantità misurata nell’esperimento. Pos-
siamo anche definire la sezione d’urto totale, σ, come l’integrale in dΩ della
sezione d’urto differenziale, se esiste, ma questo ora non ci interessa. Quello
che vogliamo è dare una predizione per la sezione d’urto differenziale sulla base
di un modello.
Prima di parlare del modello partiamo da ciò che Rurtherford sapeva o in-
tuiva. Sapeva che le particelle α erano atomi di elio ionizzati in modo tale da
avere carica netta positiva pari in modulo a quella di due elettroni, e avevano
una massa m pari alla massa degli atomi di elio, molto più grande di quella
degli elettroni. All’epoca non si sapeva praticamente nulla sulla struttura degli
atomi, eccetto il fatto che erano composti da cariche elettriche positive e nega-
tive, che si compensano se l’atomo è elettricamente neutro. Thomson pensava
che una particella α dovesse contenere tanti elettroni e tante particelle cariche
positivamente, e riteneva che la dimensione spaziale della particella dovesse
essere confrontabile con quella degli atomi (dimensione tipica dell’ordine di
10−10 m). Rutherford invece intuiva che la particella α fosse molto più piccola
rispetto ad un atomo e potesse essere considerata, in buona approssimazione,
puntiforme. Sulla base di questa congettura egli pensò di usare tali particelle
come proiettili per sondare la struttura degli atomi.
Le misure fatte da Geiger e Marsden nel laboratorio di Rutherford furono
sorprendenti perchè davano una probabilità di deflessione a grandi angoli molto
maggiore di quanto si potesse immaginare con i modelli esistenti per la distri-
buzione di cariche elettriche all’interno della lamina di un metallo. Benché la
3
Nell’esperimento di Rutherford il conteggio avveniva manualmente, osservando i piccoli
lampi di luce prodotti sullo schermo.
3.2. DIFFUSIONE DI RUTHERFORD 33

maggior parte delle particelle α venissero deviate poco, un numero significa-


tivo veniva deviato ad angoli grandi, fino al caso di particelle che tornavano
indietro. Data l’alta energia delle particelle α in ingresso, le deflessioni all’in-
dietro potevano essere spiegate solo ammettendo che la carica e la massa nella
lamina, invece di essere distribuite un modo più o meno uniforme, dovessero
essere concentrate in bersagli molto più piccoli degli atomi.
Sulla base di queste informazioni, come fece Rutherford nel 1911, possia-
mo introdurre alcune ipotesi per stimare la sezione d’urto differenziale. Per
cominciare, assumiamo che ogni particella α, di carica positiva q1 , diffonda
indipendentemente dalle altre e che la deflessione sia l’effetto di una singola
collisione elastica con un singolo bersaglio su scala atomica (se la lamina è
sottile, si tratta di una approssimazione più che ragionevole). Poi assumia-
mo che nell’urto tra la particella α e un atomo della lamina, gli elettroni di
quest’ultimo non giochino alcun ruolo (dato che la massa delle particelle α è
molto maggiore di quella degli elettroni, anche questo è ragionevole). Infine
assumiamo che tutta la carica positiva, q2 , e tutta la massa, M , dell’atomo sia-
no concentrate in una regione di dimensioni molto minori di quella dell’atomo
stesso, talmente piccola da poter considerare tale distribuzione di massa e ca-
rica come fosse una particella puntiforme. Con queste ipotesi il problema della
diffusione può essere ricondotto alla somma di processi di singola interazione
tra le due cariche q1 e q2 che interagiscono tramite la forza di Coulomb. Per
semplicità possiamo anche limitarci al caso di lamine costituite da elementi
pesanti, come l’oro appunto, in modo che la massa del bersaglio, M , sia molto
maggiore della massa del proiettile m. In tal modo, nel singolo processo di
diffusione possiamo considerare il bersaglio in quiete. Per atomi più legge-
ri, comunque, non sarebbe un problema tener conto del rinculo del bersaglio:
basterebbe ridurre il problema a due corpi ad un problema ad un corpo con
massa ridotta e tener conto del moto del centro di massa.
A questo punto affrontiamo il problema della diffusione di una singola par-
ticella α, di massa m, carica q1 e velocità iniziale v0 lungo una direzione as-
segnata, che si avvicina ad una particella puntiforme di massa M , carica q2 ,
in quiete. Risolviamo il problema usando la meccanica Newtoniana, che era
l’unica a disposizione di Rutherford. Le velocità tipiche delle particelle α, pur
essendo elevate, non erano tanto elevate da richiedere la relatività ristretta di
Einstein: quindi è sufficiente la seconda legge di Newton. La particella α sente
una forza repulsiva di modulo q1 q2 /r2 , dove r è la sua distanza dal bersaglio
(qui usiamo per semplicità il sistema di unità di misura CGS di Gauss). Si
tratta dunque del problema di Keplero per una particella in un campo cen-
trale e conservativo di intensità inversamente proporzionale al quadrato della
distanza, come nel caso della gravitazione. Rispetto a quest’ultima, in ag-
giunta all’ovvia modifica dei parametri rilevanti (cariche invece di masse), la
maggior differenza sta nel fatto che nella diffusione di Rutherford l’interazione
34 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

è repulsiva. Ciò non cambia la procedura per risolvere l’equazione di Newton


e, soprattutto, non cambia il tipo di soluzioni libere: le traiettorie, con energia
E positiva e con momento angolare L fissato saranno rami di iperboli.

Una tipica traiettoria è mostrata in figura. Al tempo t = −∞, la particella


α si trova lontana, a sinistra, sull’asse orizzontale, e si avvicina con velocità
v0 . Dopo la diffusione, al tempo t = ∞, la particella si allontana con velo-
cità invariata in modulo, lungo un nuovo asintoto obliquo, ad un angolo di
deflessione Θ rispetto alla direzione iniziale. Nei tempi intermedi la particella
percorre un ramo di iperbole. L’incrocio degli asintoti è il punto O. Il vertice
dell’iperbole è il punto a distanza minima dal centro O, che si trova lungo la
bisettrice tratteggiata su cui stanno anche i fuochi F1 e F2 . Chiamiamo a la
distanza tra il vertice e il punto O. Dalla figura si vede anche che Θ = π − 2θ.
Una caratteristica importante dell’iperbole (come di tutte le coniche) è l’ec-
centricità, che fissa la posizione dei fuochi. In particolare, data un’eccentricità
ε, la distanza tra un fuoco e il centro O è aε. Nel caso della diffusione di cari-
che di segno uguale (repulsione), la carica bersaglio si trova nel fuoco F1 e la
direzione dell’asintoto obliquo corrisponde alla condizione cos θ = 1/ε. Dalla
figura si vede che la distanza minima tra la particella α e il bersaglio in F1 è
 
1
d = a(ε + 1) = aε 1 + = aε(1 + cos θ) . (3.4)
ε
3.2. DIFFUSIONE DI RUTHERFORD 35

Possiamo anche definire il parametro d’impatto b come la distanza tra l’asintoto


orizzontale e il punto F1 , che corrisponde alla distanza a cui passerebbe la
particella α dal bersaglio se fosse una particella libera, non interagente. Dalla
figura si vede che
sin θ
b = aε sin θ = d . (3.5)
1 + cos θ
Finora si tratta semplicemente di geometria. Ora ci mettiamo anche la fisi-
ca. Lo facciamo per trovare un legame tra angolo di deflessione Θ, parametro
d’impatto b e energia E. A tale scopo usiamo la conservazione dell’energia e
del momento angolare. Cominciamo dall’energia e la calcoliamo nel momento
in cui la particella α transita nel vertice dell’iperbole, cioè nel punto a distanza
d dal bersaglio. Chiamiamo vd la velocità della particella in quel punto. Dato
che l’energia si conserva possiamo scrivere
1 2 q1 q2 1
mvd + = mv02 , (3.6)
2 d 2
ovvero
1 2 1 2 q1 q2
mv = mv − , (3.7)
2 d 2 0 d
da cui  2
vd 2q1 q2 q1 q2
=1− 2
=1− . (3.8)
v0 mv0 d Ed
Notiamo che il rapporto q1 q2 /E ha un significato semplice: si tratta della
distanza minima D a cui arriva la particella α dal bersaglio se l’urto è frontale,
cioè a parametro d’impatto nullo (b = 0). In tal caso infatti, l’energia cinetica
iniziale si converte tutta in energia potenziale coulombiana nell’istante in cui
la particella si arresta prima di tornare indietro, e dunque E = q1 q2 /D, da cui
D = q1 q2 /E. Possiamo quindi scrivere
 2
vd D D sin θ
=1− =1− , (3.9)
v0 d b 1 + cos θ
dove nell’ultimo passaggio abbiamo usato la (3.5).
Ora usiamo anche la conservazione del momento angolare, usando il punto
F1 come polo (il campo coulombiano è un campo centrale rispetto a tale punto).
Confrontiamo il valore iniziale del modulo di L con quello nel vertice della
traiettoria, osservando che in quel punto la velocità vd è perpendicolare al
segmento che congiunge la particella al polo, di lunghezza d. Dunque:

mdvd = mbv0 , (3.10)

da cui
vd b sin θ
= = , (3.11)
v0 d 1 + cos θ
36 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

e infine 2
sin2 θ

vd 1 − cos θ
= 2
= . (3.12)
v0 (1 + cos θ) 1 + cos θ
Questo risultato, combinato con il precedente (3.9) fornisce l’equazione
1 − cos θ D sin θ
=1− (3.13)
1 + cos θ b 1 + cos θ
da cui
D
b=
tg θ , (3.14)
2
e ricordando la relazione Θ = π − 2θ, otteniamo infine
D Θ q1 q2 Θ
b= cotg = cotg . (3.15)
2 2 2E 2
Questa è la relazione che cercavamo fra i tre parametri principali del proble-
ma: il parametro d’impatto b, l’energia del fascio incidente E e l’angolo di
deflessione Θ.
Adesso vediamo come possiamo calcolarci la sezione d’urto differenziale
usando la relazione appena trovata. A tale scopo consideriamo le particelle
α che arrivano verso il bersaglio con parametro d’impatto compreso tra i due
valori b e b + db, con db infinitesimo. Il numero di particelle che arrivano
nell’unità di tempo è dato dal flusso Φ moltiplicato per l’area di un anello di
raggio b e larghezza db, e dunque

dN = Φ 2πb db . (3.16)

La (3.15) ci dice che esiste una relazione biunivoca tra parametro d’impatto e
angolo di deflessione, esprimibile tramite una funzione b(Θ). Quindi possiamo
scrivere
db
dN = Φ 2πb(Θ) dΘ (3.17)

da cui, calcolando la derivata dell’espressione (3.15), si trova
D2 cotg Θ2
dN = Φ 2π dΘ . (3.18)
8 sin2 Θ2
L’angolo solido formato dalle traiettorie comprese tra Θ e Θ + dΘ ha ampiezza
Θ Θ
dΩ = 2π sin Θ dΘ = 4π sin cos dΘ (3.19)
2 2
e dunque possiamo scrivere
D2 cotg Θ2 dΩ
dN = Φ 2π 2 Θ
, (3.20)
8 sin 2 4π sin Θ2 cos Θ2
3.2. DIFFUSIONE DI RUTHERFORD 37

ovvero
D2
dN = ΦdΩ , (3.21)
16 sin4 Θ
2

da cui, usando la definizione (3.3) si ottiene la sezione d’urto differenziale

dσ D2
= , (3.22)
dΩ 16 sin4 Θ
2

che è il risultato finale cercato. Rutherford trovò un ottimo accordo tra questa
predizione e i dati sperimentali. In questo accordo possiamo intravedere la
nascita sia della fisica atomica che della fisica nucleare!
Notiamo di passaggio che questo risultato non discrimina il segno della
carica del bersaglio. A parità di |q2 |, cariche di segno opposto darebbero la
stessa sezione d’urto differenziale. Nella nostra derivazione, rimpiazzare una
repulsione con un’attrazione equivarrebbe a sostituire un ramo dell’iperbole
con l’altro, ma le relazioni tra l’angolo di deflessione e il parametro d’impatto
sarebbe le stesse nei due casi. Già all’epoca, tuttavia, era naturale immaginare
che l’atomo avesse una carica positiva al centro con gli elettroni intorno, e
questo fu lo schema di partenza per i modelli successivi.
Notiamo anche che la sezione d’urto differenziale di Rutherford diverge per
piccoli angoli (Θ → 0) e la divergenza è tale che il suo integrale in dΩ diverge
anch’esso. Tuttavia, questo non rappresenta un problema, dato che il limite
Θ → 0 implica b → ∞, ma il parametro d’impatto b in realtà non ha significato
per valori superiori alla metà della distanza tra gli atomi della lamina. Se si
tiene conto di questo, la sezione d’urto misurata non diverge. D’altra parte,
da un punto di vista pratico, ha più significato misurare l’andamento della
diffusione ad angoli diversi da Θ = 0, dove ci si aspetta di avere maggiori
indicazioni riguardo alla dinamica della collisione, piuttosto che a Θ = 0 dove
peraltro il rivelatore sarebbe “accecato” dall’intensità del fascio incidente.
Per famigliarizzare con la diffusione di Rutherford può essere utile calco-
lare la sezione d’urto per diffusione all’indietro. Per definirla, consideriamo
il numero di particelle nell’unità di tempo e per flusso incidente unitario che
diffondono con angoli maggiori di 90◦ . Usando la definizione di sezione d’urto
differenziale, possiamo scrivere questa quantità come
Z π
1 dσ
σback = dNback = dΩ . (3.23)
Φ π/2 dΩ

Prima di calcolare l’integrale, mostriamo che il risultato può essere ottenuto


direttamente applicando una considerazione di tipo geometrico. Infatti, la
relazione (3.15) implica un angolo di deflessione a 90◦ per b = D/2. Per
incidenza con parametro d’impatto minore, la diffusione avviene all’indietro,
per b maggiori la diffusione avviene in avanti. Dunque, il numero di particelle
38 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

diffuse all’indietro nell’unità di tempo è dato dal prodotto del flusso incidente
volte l’area di un disco di raggio D/2, e quindi
 2
1 D
σback = dNback = π . (3.24)
Φ 2

Per completezza mostriamo che lo stesso risultato si ottiene integrando la


sezione d’urto differenziale:
Z π
D2
σback = 4 Θ
dΩ
π/2 16 sin 2
Z π
D2
= 4 Θ
2π sin ΘdΘ
π/2 16 sin 2
Z π
D2 Θ Θ Θ
= 4 Θ
8π sin cos d
π/2 16 sin 2 2 2 2
2 Z π cos Θ
D π 2 Θ
= 3 Θ
d
2 π/2 sin 2 2
 2
D2 π 1 dx
Z
D
= = π , (3.25)
2 √2/2 x3 2

come si voleva.
Una stima a spanne della sezione d’urto per diffusione all’indietro la pos-
siamo ottenere, ad esempio, considerando un fascio di particelle α di energia
E dell’ordine di 5 MeV, che incidono su atomi di oro. L’oro ha Z = 79, cosı̀
che q2 = Ze e q1 = 2e, se e è la carica dell’elettrone. Convertiamo tutto in
unità CGS. La carica dell’elettrone vale e = 4.8 × 10−10 unità elettrostatiche
(una unità elettrostatica vale 3.336 × 10−10 C). Inoltre 1 eV = 1.6 × 10−19 J =
1.6 × 10−12 erg. Dunque

q1 q2 2 × 79 × (4.8 × 10−10 )2
D= = 6 −12
cm ' 4 × 10−12 cm , (3.26)
E 5 × 10 × 1.6 × 10

e la sezione d’urto σback viene dell’ordine di 10−23 cm2 . La diffusione all’indietro


è quindi confrontabile con quella che si otterrebbe in un urto elastico di una
particella libera puntiforme contro una sfera rigida di raggio dell’ordine di D/2,
che sarebbe almeno quattro ordini di grandezza più piccola di un atomo.
Infine notiamo che una particella α di energia cinetica dell’ordine di 5 MeV,
tipica per sorgenti radioattive comuni, ha una velocità piuttosto alta, dell’ordi-
ne del 5% della velocità della luce, ma la sua energia cinetica è comunque molto
minore dell’energia a riposo mc2 , che vale circa 3700 MeV. Per questo motivo,
la diffusione può essere trattata con la meccanica classica non relativistica.
3.3. ORBITE STAZIONARIE E SALTI QUANTICI 39

3.3 Orbite stazionarie e salti quantici


Dunque, tornando a Bohr, ai tempi del suo primo soggiorno a Manchester
ciò che più metteva in crisi l’idea di atomo che emergeva dagli esperimenti di
diffusioni di particelle α, con uno spazio praticamente vuoto in cui si muo-
vevano gli elettroni soggetti all’attrazione coulombiana di un nucleo centrale
piccolissimo, era proprio il problema della stabilità. Infatti, se un elettrone
ruota attorno alla carica positiva centrale alla maniera dei pianeti nelle orbite
di Keplero, allora è permanentemente in uno stato di moto accelerato e, dun-
que deve emettere radiazione elettromagnetica. Con la formula di Larmor per
l’emissione di radiazione di una carica in approssimazione di dipolo, si poteva
perfino stimare l’energia emessa nell’unità di tempo. Ma se l’elettrone perde
energia allora il raggio dell’orbita deve diminuire e la traiettoria diventa una
spirale, fino alla caduta dell’elettrone nel centro dell’atomo (la figura qui sotto
è uno schizzo dello stesso Bohr in una pagina di appunti che conteneva un cal-
colo della radiazione emessa nel decadimento). L’atomo non sarebbe stabile e
il tempo di vita sarebbe dell’ordine di 10−11 s. Ma gli atomi sono stabili!

Questo era il primo problema da affrontare e Bohr si convinse che la mec-


canica classica non poteva in alcun modo risolverlo. La strada che seguı̀ fu
quella di introdurre il quanto di energia di Planck e di forzare la stabilità di
alcune orbite, tra tutte le orbite classicamente ammesse, tramite qualche rego-
la di quantizzazione. Alla fine del 1912 Bohr venne a conoscenza del modello
di Nicholson e, per capirne il senso, andò a rispolverare lo spettro di Balmer.
Come lui stesso affermò in seguito, appena vista la formula di Balmer, tutto
gli fu immediatamente chiaro.
Ecco in sintesi il suo modello. Consideriamo l’atomo d’idrogeno, costituito
da una particella di carica positiva e e massa M posta nel centro dell’atomo,
attorno a cui ruota un elettrone di carica −e e massa m. I valori di e, m
e M sono noti. Il rapporto M/m è dell’ordine di 1840, ma qui assumiamo
che sia infinito e, quindi, la carica positiva rimane in quiete. Dal punto di
vista classico le orbite ammesse per l’elettrone sono le soluzioni del problema
di Keplero per una particella soggetta ad una forza che diminuisce come il
quadrato della distanza dal centro. Le orbite che rappresentano gli stati legati
40 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

sono orbite chiuse circolari e ellittiche. Il modello di Bohr può essere riassunto
nelle seguenti due ipotesi, entrambe incompatibili con la fisica classica:
• Esistenza di stati stazionari soggetti a regole di quantizzazione: tra tutte
le orbite ammissibili classicamente l’elettrone può occuparne solo alcune.
Queste sono stazionarie, nel senso che quando un elettrone si trova in una
di queste orbite non irradia. Assumiamo che queste orbite siano circolari
e siano tali per cui il momento angolare dell’elettrone è un multiplo intero
della costante h/(2π):
h
L=n ; n = 1, 2, 3, . . . (3.27)

• Regola per l’emissione e assorbimento di radiazione: l’elettrone può pas-


sare da un’orbita stazionaria ad un’altra solo assorbendo o emettendo
radiazione, ma la radiazione deve avere frequenza νij tale da soddisfare
la relazione
hνij = Eni − Enj (3.28)
dove Eni e Enj sono le energie dell’elettrone nelle due orbite stazionarie
tra cui avviene la transizione, con Eni > Enj . La radiazione viene emessa
se i è lo stato iniziale e j quello finale; viene assorbita se j è lo stato
iniziale e i quello finale.
Cominciamo col vedere che, usando queste due ipotesi, lo spettro a righe
dell’atomo di idrogeno viene predetto correttamente, senza alcun parametro
libero. A tale scopo scriviamo la legge di Newton per un elettrone su un orbita
circolare di raggio r, soggetto alla forza coulombiana (di seguito uso il sistema
di unità di misura CGS di Gauss):

v2 e2
m = 2. (3.29)
r r
Poi scriviamo il momento angolare e imponiamo la regola di quantizzazione:
h
L = mvr = n , (3.30)

dove n è un intero positivo. Da questa si deduce che per la velocità vale
nh
v= , (3.31)
2πmr
che inserita nell’equazione del moto porta a
2
e2

m nh
= 2, (3.32)
r 2πmr r
3.3. ORBITE STAZIONARIE E SALTI QUANTICI 41

e da questa si può ricavare il raggio dell’orbita in termini dei parametri del


problema:
h2
rn = n2 2 2 ; n = 1, 2, 3, . . . (3.33)
4π me
Dunque il raggio non può assumere valori qualsiasi, ma solo valori discreti
determinati dal numero intero n.
Dato il raggio possiamo calcolare l’energia. L’energia dell’elettrone è

mv 2 e2
E= − . (3.34)
2 r
Possiamo usare di nuovo l’equazione del moto per scrivere

e2
E=− (3.35)
2r
e sostituire i valori dei raggi trovati in precedenza, da cui si ottengono i valori
discreti di energia
2π 2 me4
En = − 2 2 . (3.36)
nh
Fin qui abbiamo usato la meccanica classica e la regola di quantizzazione
del modello. Ora usiamo anche la seconda ipotesi, quella sulle frequenze di
emissione e assorbimento di radiazione. Supponiamo che l’elettrone salti da
un’orbita con indice ni all’orbita con indice nj , con ni > nj in modo che
l’energia dello stato iniziale, Eni , sia maggiore di quello finale, Enj . Allora il
salto è accompagnato dall’emissione di un quanto di radiazione di frequenza
νij tale che
2π 2 e4 m 1
 
1
hνij = Eni − Enj = − − 2 (3.37)
h2 n2i nj
ovvero
2π 2 e4 m
 
1 νij 1 1
= = 2
− 2 (3.38)
λij c ch3 nj ni
che coincide con la formula empirica di Rydberg-Ritz se la costante di Rydberg
vale
2π 2 e4 m
R= . (3.39)
ch3
Inserendo i valori noti all’epoca per e, c, m e h, Bohr ottenne un valore di
R in perfetto accordo con i dati sperimentali! In effetti, se usiamo i valori
approssimati e = 4.8 × 10−10 unità elettrostatiche e m = 0.911 × 10−27 g,
troviamo R = 1.097 × 105 cm−1 , che è compatibile con il valore misurato entro
il margine di approssimazione usato per le costanti.
42 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

Se inseriamo l’espressione di R appena trovata nell’espressione (3.36) del-


l’energia delle orbite stazionarie, possiamo scrivere
hcR
En = − . (3.40)
n2
Una rappresentazione grafica dei livelli di energia ammessi è mostrata nella
figura qui sotto. Il livello di energia più basso è quello con n = 1, che ha
energia
E = −hcR = 2.18 × 10−11 erg = 2.18 × 10−18 J = −13.6 eV . (3.41)
Se un elettrone si trova inizialmente in una delle orbite superiori, può saltare
in quella più bassa emettendo radiazione con una delle frequenze della serie di
Lyman. Se si trova già nel livello più basso (o stato fondamentale), può transire
ad altri livelli solo assorbendo radiazione. L’atomo di idrogeno imperturbato,
all’equilibrio, avrà quindi l’elettrone in questo livello. Se l’energia fornita dalla
radiazione all’atomo nel suo stato di equilibrio è superiore a hcR, l’elettrone
finirà nel continuo di stati ad energia positiva, liberandosi dall’atomo, che
quindi si ionizza. Dunque hcR è anche l’energia di ionizzazione degli atomi
di idrogeno (questa venne misurata con precisione sufficiente solo nel 1923 da
Olmstead e Compton, che trovarono accordo pieno con il modello).

Dal risultato (3.33) per i raggi delle orbite stazionarie si ottiene il raggio
dell’atomo nello stato fondamentale (n = 1):
h2
rB = 2 2
= 0.528 × 10−8 cm = 0.528 × 10−10 m . (3.42)
4π me
3.4. ATOMI IDROGENOIDI E ISOTOPI 43

Questo è noto come raggio di Bohr. Il suo valore è dell’ordine di grandezza


atteso, confrontabile con le dimensioni degli atomi. Notiamo tra l’altro che,
a meno del fattore numerico (2π)2 , si tratta dell’unica lunghezza che si può
ottenere utilizzando la costante di Planck in combinazione con i due parametri
fondamentali dell’elettrone, la massa e la carica.

3.4 Atomi idrogenoidi e isotopi


Il modello di Bohr porta a risultati corretti anche quando viene generalizzato a
due diverse tipologie di spettri: lo spettro degli atomi idrogenoidi e lo spettro
degli isotopi dell’idrogeno.
Gli atomi idrogenoidi sono atomi di elementi leggeri, diversi dall’idroge-
no, come l’elio, o il litio, ad esempio, ma ionizzati in modo da avere un solo
elettrone che ruota attorno alla carica positiva centrale (d’ora in poi userò la
parola “nucleo” per indicare la particella carica positivamente che sta al centro
dell’atomo; non l’ho fatto finora solo perché l’idea di nucleo atomico come lo
immaginiamo noi, fatto di protoni e neutroni, venne introdotta molto più tar-
di). Si tratta quindi di ioni come He+ o Li++ . Sia Ze la carica del nucleo, dove
Z è il numero atomico. Allora tutta la derivazione precedente del modello di
Bohr può essere ripetuta tale e quale, salvo sostituire e2 con Ze2 nell’espres-
sione della forza e dell’energia potenziale coulombiana. Ciò equivale a fare la
stessa sostituzione in tutti i risultati. La conseguenza è che lo spettro predetto
per gli atomi idrogenoidi ha la stessa forma di quello dell’atomo di idrogeno,
salvo sostituire la costante di Rydberg R nel principio di combinazione di Ritz
con la nuova costante R0 = Z 2 R. Le serie spettrali sono le stesse, solo che sono
spostate a frequenze più alte, con un fattore moltiplicativo intero noto.
Una conseguenza è che il modello prevede l’esistenza di coppie di righe
esattamente coincidenti per atomi diversi. Ad esempio, lo ione He+ ha una
costante di Rydberg pari a 4 volte quella dell’idrogeno. Dunque, applicando la
formula di Rydberg-Ritz si vede che la lunghezza d’onda della luce emessa nel
passaggio tra i livelli 4 e 2 dell’elio è la stessa che nel passaggio tra i livelli 2 e
1 dell’idrogeno. Gli esperimenti sono in accordo con le predizioni del modello,
ma un accordo quantitativo richiede un ulteriore correzione di cui Bohr si rese
conto studiando proprio lo spettro dello ione He+ : le righe che dovevano essere
coincidenti nei due spettri, in realtà erano leggermente spostate l’una dall’altra.
Il punto chiave è la differenza di massa dei due atomi: la massa del nucleo di elio
è quattro volte più grande di quella dell’idrogeno. Per calcolare le differenze
tra i due spettri occorre includere un effetto che prima abbiamo trascurato:
avevamo preso come infinita la massa del nucleo dell’idrogeno M rispetto a
quella dell’elettrone m. Ma ora ci serve distinguere tra valori di M diversi.
Dunque teniamoci un valore di M/m finito e trattiamo il problema di Keplero
44 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

come un problema a due corpi, riducibile ad un problema a un corpo ma di


massa ridotta µ = mM/(m+M ). L’equazione del moto di Newton di partenza,
sarà modificata sostituendo m con µ, e cosı̀ pure l’espressione dell’energia
cinetica e ogni espressione contenente m. Di conseguenza, lo spettro avrà
ancora la stessa forma, con le stesse serie spettrali, ma la costante di Rydberg
sarà
2π 2 e4 µ 2π 2 e4 m M
R= = . (3.43)
ch3 ch3 m + M
Possiamo indicare con R∞ = 2π 2 e4 m/(ch3 ) la costante di Rydberg calcola-
ta per l’idrogeno nella sezione precedente. La costante di Rydberg corretta,
sempre per l’idrogeno ma tenendo conto del (piccolo) moto del nucleo, sarà
dunque
1
R = R∞ , (3.44)
1 + (m/M )
con m/M è dell’ordine di 1/1840. Per lo ione elio, vale la stessa espressione
ma con 4M al posto di M . Con questa correzione, Bohr riuscı̀ a far tornare
le sue predizioni in accordo con gli esperimenti di Fowler (1913), eliminando
una seria discrepanza che metteva in dubbio la validità del modello stesso. Le
ulteriori misure di Evans (1914) in elio puro, più accurate, portarono ad un
accordo tale da costituire il primo vero trionfo delle idee di Bohr.
Un corollario, a questo punto, è che il modello si presta anche a spiegare l’ef-
fetto isotopico negli spettri. Atomi con lo stesso Z ma massa diversa sono detti
isotopi. Gli isotopi dell’idrogeno, ad esempio, sono atomi con un solo elettrone
e una sola carica positiva, uguale in modulo, ma la massa dell’atomo è doppia
o tripla di quella dell’idrogeno. Nel primo caso l’isotopo si chiama deuterio e
nel secondo trizio. Dopo la scoperta del neutrone (Chadwick, 1932) si capirà la
natura degli isotopi, ma qui la questione non è rilevante. Per calcolare le diffe-
renze tra lo spettro dell’idrogeno, del deuterio e del trizio basta semplicemente
usare la costante di Rydberg (3.44) con i valori M , 2M e 3M rispettivamente
per l’idrogeno, il deuterio e il trizio. Il modello predice un piccolo spostamen-
to relativo delle righe spettrali dei due isotopi più massivi rispetto alle righe
dell’idrogeno. Anche se il rapporto m/M è piccolo, lo spostamento delle righe
è misurabile e, quando furono disponibili misure sufficientemente accurate, si
trovò nuovamente un buon accordo con il modello.

3.5 Principio di corrispondenza


Le due ipotesi che Bohr aveva scelto come cardini del suo modello funzionano,
ma sono ipotesi ad hoc, prive di giustificazioni profonde in termini di principi
fisici e, sopratutto, totalmente incompatibili con i principi della fisica classica,
3.5. PRINCIPIO DI CORRISPONDENZA 45

pur essendo utilizzate in combinazione con essi. Bohr era perfettamente con-
sapevole del problema, che peraltro troverà soluzione solo con la formulazione
della meccanica quantistica più di dieci anni dopo. La relazione tra fisica clas-
sica e l’utilizzo dei quanti, fu per Bohr oggetto di continue riflessioni, nell’arco
dell’intera sua carriera. Negli anni in cui formulò il suo modello di atomo,
egli elaborò anche un’originale visione del rapporto tra le due teorie, quella
classica e quella quantistica, una visione che passa sotto il nome di principio
di corrispondenza. Non si tratta di un’idea filosofica, quanto piuttosto di un
approccio metodologico alla formulazione dei modelli quantistici. In sintesi,
una qualsiasi nuova teoria che coinvolga una qualche regola di quantizzazione
non classica deve soddisfare un requisito stringente: ogni volta che, al variare
dei parametri del sistema, si possono individuare dei regimi in cui, in oppor-
tuni limiti, la discretizzazione diventa irrilevante, allora la teoria deve dare le
stesse predizioni della fisica classica. In sostanza, si tratta di un atto di fidu-
cia nella fisica classica che, peraltro, aveva dato prova di funzionare benissimo
in (quasi) tutti i casi. Dunque, quando si userà la nuova teoria per spiegare
fenomeni che rientrano nell’ambito di validità della fisica classica, i risultati
dovranno coincidere. Ora mostriamo come questa idea può essere utilizzata
nel caso dell’atomo di idrogeno.
Supponiamo di voler trovare un modello dell’atomo di idrogeno che soddisfi
i seguenti tre requisiti:
i) fornisca uno spettro a righe di emissione e assorbimento consistente con le
osservazioni sperimentali espresse dal principio di combinazione Ritz (3.2);
ii) ammetta stati stazionari dell’elettrone con energie En discrete in modo
che l’emissione o assorbimento di radiazione avvenga solo quando l’elettrone
passa da uno stato stazionario i ad uno stato stazionario j, secondo la legge
hνij = Eni − Enj ;
iii) soddisfi il principio di corrispondenza.
Le prime due condizioni portano a scrivere

hcR hcR
hνij = Eni − Enj = − 2 ; con ni > nj > 0 interi (3.45)
n2j ni

e quindi l’energia è discretizzata come nell’espressione (3.36), salvo che qui R


rimane un parametro empirico.
La terza condizione va specificata andando a cercare il limite classico del
modello, cioè le condizioni per le quali la discretizzazione diventa irrilevante.
Dall’espressione dell’energia degli stati stazionari appena scritta si vede im-
mediatamente che quando ni e nj crescono, la differenza di energia tra stati
vicini diminuisce. Nel limite n → ∞ i livelli di energia ammessi diventano un
continuo (si veda anche la figura alla fine della sezione 3.3). Questo è il limite
classico che cercavamo, e in questo limite il nuovo modello deve dare le stesse
46 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

predizioni della fisica classica: la radiazione emessa da un elettrone che salta


tra due stati vicini, ad esempio da n a n − 1 con n  1, deve avere la stessa
frequenza di un elettrone che irradia secondo le leggi classiche.
Cominciamo con il caso classico. Per un elettrone che si muove su un’orbita
circolare di raggio r vale la terza legge di Keplero, che può essere derivata
come segue. Definiamo il periodo T = 2π/ω, dove ω è la velocità angolare. La
seconda legge di Newton dice che

v2 2 e2
m = mrω = 2 , (3.46)
r r
da cui
e2
r3 = , (3.47)
mω 2
o anche
r3 e2
= , (3.48)
T2 4π 2 m
che è proprio la terza legge di Keplero applicata all’atomo di idrogeno visto
come un sistema “planetario” classico. D’altra parte possiamo anche legare
l’energia E dell’elettrone al raggio dell’orbita tramite la (3.35), ovvero

e2
r= , (3.49)
2|E|
che inserita nella legge di Keplero dà

3 π 2 me4
|E| = . (3.50)
2T 2
Un elettrone che si muove su un’orbita a cui compete un’energia E ruota
con periodo T e le due grandezze sono legate da questa relazione. Inoltre,
sempre dal punto di vista della fisica classica, l’elettrone emette radiazione
con frequenza ν = 1/T . Questo ci permette di ricavare la predizione classica
per la relazione tra l’energia dell’elettrone nella sua orbita e la frequenza della
radiazione che emette:
3 π 2 me4 2
|E| = ν . (3.51)
2
Cerchiamo la relazione analoga, ma stavolta usando il modello a quanti.
Per farlo partiamo dalla hνn,n−1 = En − En−1 , che corrisponde alla regola per
l’emissione di radiazione quando il salto quantico avviene tra due stati vicini,
nella parte alta dei livelli ammessi, dove questi approssimano un continuo.
Usando la (3.45) possiamo scrivere
hcR hcR
hν = 2
− 2 . (3.52)
(n − 1) n
3.5. PRINCIPIO DI CORRISPONDENZA 47

Ora sfruttiamo il fatto che n  1 e teniamo l’ordine dominante nello sviluppo

n2 − (n − 1)2 2hcR
hν = hcR 2 2
' , (3.53)
n (n − 1) n3

da cui
2cR
ν' . (3.54)
n3
Ma l’energia del livello n-esimo è E = −hcR/n2 , dunque possiamo scrivere
 3/2
|E|
ν ' 2cR , (3.55)
hcR
ovvero
3 h3 cR 2
|E| ' ν . (3.56)
4
Questa è la predizione del modello con i salti quantici nel limite di n grande.
Per il principio di corrispondenza deve dare lo stesso risultato classico (3.51).
Dunque deve valere
2π 2 e4 m
R= . (3.57)
ch3
che è lo stesso risultato ricavato nella versione del modello di Bohr presentata
in sezione 3.3. In quella derivazione avevamo usato la regola di quantizzazione
del momento angolare, qui no; al suo posto abbiamo usato il principio di
corrispondenza, ma il risultato è lo stesso!
Questo ci insegna che il principio di corrispondenza è più simile a un princi-
pio fisico che a un mero enunciato metodologico: imporre che una nuova teoria
debba dare le stesse predizioni delle vecchia teoria nel campo dei fenomeni per
i quali quest’ultima funziona, ha conseguenze dirette sullo sviluppo formale e
sulle predizioni della nuova teoria, tanto da poter essere usato in sostituzione
di altre ipotesi, come la quantizzazione di L, che possono sembrare più simili a
leggi fisiche, ma sono comunque ipotesi ad hoc. Il principio di corrispondenza,
apparentemente più vago della L = nh/(2π), in realtà assume un ruolo più
generale, fornendo una possibile guida nello sviluppo della teoria dei quanti.
Le versioni del principio di corrispondenza elaborate da Bohr nel corso degli
anni andavano ben oltre il semplice concetto di consistenza tra fisica dei quanti
e fisica classica nel limite ε = hν → 0, che si applica anche alla formula di
Rayleigh-Jeans come limite classico della formula di Planck del corpo nero, ad
esempio, oppure al limite classico 3R per il calore specifico dei solidi nel mo-
dello di Einstein o di Debye; in effetti, con Bohr questo principio si trasformò
in uno strumento operativo efficace per rafforzare le basi del modello e darne
una chiave di lettura fisica, e diventerà una delle eredità più significative del
suo lavoro sugli atomi.
48 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

3.6 L’esperimento di Franck e Hertz


Nel 1914 James Franck e Gustav Hertz avevano condotto esperimenti sulle col-
lisioni elettrone-atomo, accelerando elettroni in un campo elettrico, variabile
a piacere, e facendoli passare attraverso vapori di mercurio. L’esperimento è
simile a quelli solitamente usati per studiare i raggi catodici. In un tubo sot-
to vuoto c’è un catodo metallico, che viene riscaldato per emettere elettroni.
Questi vengono accelerati da una griglia, tenuta ad una differenza di potenziale
V positiva rispetto al catodo e variabile a piacere. Gli elettroni che superano la
griglia vengono raccolti da un anodo posto dietro la griglia. L’anodo si trova
ad un potenziale leggermente negativo rispetto alla griglia, in modo che gli
elettroni possono arrivarci solo se, quando superano la griglia, hanno energia
cinetica sufficiente a vincere la barriera di potenziale. La quantità misurata è
la corrente tra il catodo e l’anodo in funzione del potenziale V tra il catodo
e la griglia. Con il tubo vuoto ci aspettiamo che la corrente misurata sia una
funzione monotona del potenziale V : più V è grande, più è grande l’energia
cinetica con cui gli elettroni arrivano alla griglia e, di conseguenza, un mag-
gior numero di loro vengono raccolti dall’anodo. Nell’esperimento, però, c’è
anche del vapore di mercurio (basta inserire nel tubo una goccia di mercurio
liquido, per ottenere una pressione di vapore sufficiente allo scopo). Dunque
gli elettroni possono collidere contro gli atomi di mercurio. Se lo fanno elasti-
camente, allora conservano la loro energia cinetica e, dopo ogni urto, verranno
comunque reindirizzati verso la griglia dal potenziale V , dove arriveranno con
la stessa velocità. Se invece l’urto è inelastico, parte dell’energia è persa e la
corrente misurata all’anodo è minore. Un urto inelastico implica l’attivazio-
ne di gradi di libertà interni dell’atomo, che devono assorbire l’energia persa
dall’elettrone.
L’esito dell’esperimento era sorprendente: la corrente aumentava all’au-
mentare di V ma con dei salti improvvisi. In particolare, l’aumento era gra-
duale, come atteso, a partire da V = 0 ma ad un certo punto aveva un crollo
repentino per un valore V ∗ riproducibile, sempre lo stesso, corrispondente ad
un’energia dell’elettrone pari a E ∗ = 4.9 eV. In corrispondenza a questo valo-
re di energia, il mercurio emetteva radiazione ultravioletta ad una lunghezza
d’onda ben precisa, λ∗ = 2536 × 10−8 cm. Aumentando V sopra V ∗ , la cor-
rente aumentava nuovamente in modo graduale, ma subendo un nuovo crollo
all’energia 2E ∗ , e poi ancora a multipli successivi di E ∗ (in figura è mostrato
il grafico originale).
Franck e Hertz notarono che il prodotto dei valori misurati dell’energia cri-
tica degli elettroni, E ∗ , e della lunghezza d’onda della radiazione emessa dagli
atomi di mercurio, λ∗ , era numericamente identico al prodotto delle costanti
universali hc, in modo che E ∗ = hc/λ∗ = hν ∗ . Per questo si convinsero che
l’esperimento era una prova a favore di un modello quantistico degli atomi.
3.6. L’ESPERIMENTO DI FRANCK E HERTZ 49

Ma il modello che avevano in mente non era quello di Bohr, di cui non erano
nemmeno a conoscenza. La loro interpretazione era la seguente: gli elettroni
liberi potevano scambiare energia con gli atomi solo per quanti e, dunque, la
collisione diventava inelastica non appena il singolo elettrone raggiungeva un
certo valore discreto E ∗ = 4.9 eV, che, secondo loro, coincideva con l’energia di
ionizzazione dell’atomo. A quel punto l’elettrone che aveva perso la sua ener-
gia, veniva accelerato nuovamente e doveva riacquistarne altri 4.9 eV prima di
subire una nuova collisione inelastica con un altro atomo, e cosı̀ via.
Bohr, visto l’esperimento, intuı̀ che poteva essere una conferma del suo
modello, ma con una diversa interpretazione rispetto a quella di Franck e
Hertz: l’energia di ionizzazione secondo Bohr non poteva essere di 4.9 eV,
ma doveva essere più alta dato che, da misure spettroscopiche, lo spettro del
mercurio risultava contenere righe anche con lunghezza d’onda più corta di
2536 × 10−8 cm, a cui corrispondono, secondo il suo modello, salti di energia
∆E tra stati stazionari più ampi dell’energia E ∗ . Dunque l’energia E ∗ non era
sufficiente a ionizzare l’atomo. Piuttosto, le collisioni inelastiche avvenivano
quando l’elettrone incidente aveva l’energia giusta per far saltare un elettrone
dell’atomo di mercurio da un’orbita più bassa ad un’orbita più alta, perdendo
cosı̀ la propria energia; l’elettrone interno all’atomo, trovandosi in uno stato
eccitato, si diseccitava, tornando allo stato iniziale con emissione di radiazione
ultravioletta con la giusta frequenza osservata. In sintesi, o l’energia di ioniz-
zazione del mercurio era E ∗ e il modello di Bohr era sbagliato, oppure l’energia
di ionizzazione era dell’ordine di 10 eV (se si guardava al limite superiore delle
serie spettrali del mercurio), e il modello di Bohr era corretto. Franck e Hertz
optarono per la prima ipotesi e nel loro articolo, in cui presentavano i risultati
50 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

dell’esperimento, citarono il modello di Bohr solo per dire che la teoria non
era valida. Ma Bohr non si diede per vinto e, grazie anche a nuove misure
effettuate in altri laboratori, convinse un numero crescente di colleghi, inclusi
(un po’ tardivamente) anche Franck e Hertz. A posteriori, il loro esperimento
venne dunque considerato come una delle prime prove a favore della teoria dei
quanti applicata agli atomi e per questo vennero insigniti del premio Nobel nel
1925.

3.7 Integrali d’azione e numeri quantici


Nel settembre del 1915, Bohr scrisse un nuovo articolo allo scopo fare il punto
sul suo modello alla luce dei nuovi esperimenti che erano stati compiuti nel
breve arco di tempo dalla pubblicazione della sua prima trilogia di articoli
del 1913, e anche alla luce delle discussioni e delle critiche che quella trilogia
aveva sollevato. È in questo lavoro che Bohr riporta la sua interpretazione
dell’esperimento di Franck e Hertz e, inoltre, riorganizza le assunzioni di base
del modello secondo questo elenco:
i) esistono stati stazionari la cui energia è data da valori discreti En ;
ii) l’emissione e l’assorbimento di radiazione avviene nelle transizioni tra gli
stati stazionari secondo la regola hνij = Eni − Enj ;
iii) le leggi della meccanica classica valgono per gli stati stazionari ma non per
le transizioni tra di loro;
iv) l’energia cinetica dell’elettrone vale in media (1/2)nhω, dove n è intero
positivo e ω/(2π) è la frequenza di rotazione;
v) nel suo stato di energia più bassa l’elettrone ruota su un’orbita con momento
angolare h/(2π);
vi) un sistema atomico è stabile se la sua energia è minore di qualsiasi altra
configurazione ad esso accessibile che soddisfi le regole precedenti.
Questo nuovo elenco non cambia la sostanza di quanto abbiamo già descritto
nelle sezioni precedenti. Gli studenti possono verificare facilmente che la quarta
assunzione è equivalente, per orbite circolari, alla condizione di quantizzazione
del momento angolare che avevamo introdotto all’inizio della sezione 3.3. Un
punto sottolineato da Bohr è che questa assunzione restringe di fatto il modello
al caso di orbite periodiche, lasciando aperto il problema di possibili orbite
non-periodiche; un esempio, nel problema di Keplero classico, è rappresentato
da orbite ellittiche con precessione del perielio, la cui descrizione richiede due
frequenze, quella di rivoluzione e quella di precessione.
Tra i pochi che intuirono (quasi) da subito le grandi potenzialità del mo-
dello di Bohr, ci fu Sommerfeld. Nel 1915-16 questi formulò un’importante
generalizzazione del modello, che fino ad allora era rimasto limitato a sole
orbite circolari e a un insieme molto ristretto di elementi chimici. La gene-
3.7. INTEGRALI D’AZIONE E NUMERI QUANTICI 51

ralizzazione consiste nell’estendere la regola di Bohr per la quantizzazione del


momento angolare dell’elettrone su un orbita circolare alla quantizzazione di
qualsiasi integrale d’azione di un sistema periodico con f gradi di libertà. Nel
linguaggio della meccanica analitica, se un sistema ha f gradi di libertà, allora
ammette f coppie di variabili coniugate qi , pi , essendo qi la coordinata gene-
ralizzata e pi il momento generalizzato corrispondente. Ad esempio, nel caso
di una particella che si muove con periodo T = 2π/ω su un’orbita circolare di
raggio r, si ha un solo grado di libertà e possiamo prendere la distanza per-
corsa sull’orbita s come coordinata e la quantità di moto p = m(ds/dt) = mv
come momento; oppure possiamo prendere l’angolo φ come coordinata e il mo-
mento angolare pφ = mr2 (dφ/dt) 2
H = mr ωH come momento. Dato che v = rω
e ds = rdφ, possiamo scrivere pds = pφ dφ. Questo integrale si chiama
integrale d’azione. Sommerfeld si accorse, per prima cosa, che la regola di
quantizzazione nel modello di Bohr per orbite circolari corrisponde ad una
quantizzazione dell’integrale d’azione in questa forma:
I
pφ dφ = nh (3.58)

essendo n un intero positivo, detto numero quantico azimutale, che fissa il va-
lore del momento angolare. Infatti, dato che l’integrando è costante sull’orbita,
si ottiene pφ = nh/(2π).
Fin qui si tratta solo di una riformulazione della stessa ipotesi in un lin-
guaggio diverso. L’idea di Sommerfeld fu di imporre la stessa regola di quan-
tizzazione per tutti gli integrali d’azione ammessi da un sistema periodico di
f gradi di libertà: I
pi dqi = ni h (3.59)

dove l’indice i corre sui gradi di libertà, fino a f , e ni è un numero intero


positivo.
Prendiamo ad esempio una traiettoria planare generica. Allora, oltre al
moto angolare descritto da φ e pφ , ci sarà in generale anche un moto radiale
descritto da r e pr , dove r è la distanza dall’origine e pr = mvr è la quantità
di moto radiale. Alla regola di quantizzazione per il momento angolare già
scritta sopra, dobbiamo dunque aggiungere anche
I
pr dr = n0 h , (3.60)

dove n è un numero quantico radiale. Nel caso di un’orbita ellittica con semiassi
assegnati, Sommerfeld mostrò che le due regole di quantizzazione portavano
alle stesse serie spettrali di Bohr, ma ad ogni stato stazionario dovevano essere
assegnati due numeri quantici (n, n0 ) invece di uno solo e, inoltre, orbite di
forma diversa (circolari o ellettiche con diversa eccentricità) potevano avere la
52 CAPITOLO 3. L’ATOMO DI BOHR

stessa energia. Non solo, Sommerfeld considerò anche il fatto che l’atomo vive
in tre dimensioni e, per questo, deve essere introdotto anche un terzo grado di
libertà che contiene informazioni sull’orientazione del piano dell’orbita rispetto
ad un asse z assegnato (definito, ad esempio, tramite la direzione di un qualche
campo esterno). Definendo un angolo ψ di rotazione attorno a tale asse e
imponendo la quantizzazione dell’integrale d’azione corrispondente
I
pψ dψ = n00 h (3.61)

Sommerfeld si accorse che ciò era equivalente a quantizzare la proiezione del


momento angolare dell’elettrone lungo l’asse z, in modo che la componente
z del momento angolare poteva assumere solo valori discreti Lz = mh/(2π),
dove l’intero m poteva assumere solo i 2n + 1 valori compresi tra −n e n, se n
è il numero quantico azimutale.
Benché l’ipotesi di quantizzazione degli integrali d’azione sia tanto ad hoc,
e apparentemente ingiustificata, quanto lo erano le ipotesi di partenza del
modello di Bohr per l’atomo di idrogeno, essa contribuı̀ ad estendere notevol-
mente, e sorprendentemente, le capacità predittive del modello stesso. Con i
nuovi numeri quantici a disposizione si poteva cominciare a elaborare calcoli
per spettri di atomi più complessi, interpretare l’effetto Zeeman (separazione
di righe spettrali per atomi in campi magnetici) e l’effetto Stark (spostamento
di righe spettrali per atomi in campi elettrici), e perfino includere effetti re-
lativistici nel moto degli elettroni (struttura fine dello spettro dell’idrogeno).
Con questi sviluppi il modello iniziale si trasformava nella più elaborata teoria
di Bohr-Sommerfeld, che fu il momento di maggior successo di quella che oggi
chiamiamo la vecchia teoria dei quanti. Fu lo strumento con cui per diversi
anni si cercò di spiegare la crescente mole di fenomeni osservati nel campo del-
la spettroscopia e della nascente fisica atomica. Ma non furono solo successi:
molti problemi rimanevano aperti e sembravano irrisolvibili, e col tempo, in-
vece di ridursi, i problemi irrisolti aumentavano. La vecchia teoria dei quanti,
dopo la spinta iniziale, cominciò ad arenarsi. Nei primi anni venti, apparve
chiaro che la teoria doveva essere riconsiderata a partire dalle sue stesse basi.
In fondo, la sua stessa natura di ibrido tra fisica classica e quanti era insoddi-
sfacente dal punto di vista epistemologico e, da lı̀ si sarebbe dovuti partire se
si voleva superare l’impasse.
Capitolo 4

Onde di materia

4.1 Particelle di luce: effetto Compton


La luce è costituita da onde o particelle? La domanda è tanto vecchia quanto il
pensiero scientifico. Ai tempi di Newton e Huygens era uno degli argomenti di
discussione più vivi. Con Maxwell si era pensato di aver risolto la questione a
favore delle onde. La luce, come anche la radiazione elettromagnetica su tutto
lo spettro di frequenze possibili, era rappresentabile come soluzione di un’e-
quazione delle onde, appunto. Inoltre, esperimenti di interferenza e diffrazione
ne mostravano inequivocabilmente il carattere ondulatorio.
Poi arrivano i quanti di Planck e la certezza sul comportamento ondulato-
rio comincia a scricchiolare, soprattutto quando Einstein applica i quanti per
interpretare l’effetto fotoelettrico. In quel caso, la luce sembra comportarsi
come una pioggia di particelle puntiformi che collidono con gli elettroni della
superficie metallica. In uno stesso esperimento in cui la luce è generata da una
lampada e la si può rifrangere in un prisma, collimare con un diaframma, sfrut-
tandone le proprietà ondulatorie, la stessa luce manifesta un comportamento
corpuscolare nel momento in cui induce l’emissione di elettroni dal metallo.
Oltre all’effetto fotoelettrico, un altro esperimento mostra il comportamen-
to corpuscolare della luce: la diffusione Compton. Se si prende un fascio di
raggi X di lunghezza d’onda assegnata e lo si fa attraversare una sostanza (gas,
liquido o solido), i raggi X vengono in parte assorbiti e in parte diffusi. Nel
1923 Arthur Holly Compton mostrò che, raccogliendo i raggi X diffusi ad un
certo angolo θ rispetto alla direzione incidente, la radiazione diffusa conteneva
due componenti, una di lunghezza λ invariata e l’altra di lunghezza d’onda λ0
maggiore. Usando uno spettrografo riuscı̀ a misurare la differenza λ0 − λ in
funzione della angolo di deflessione e trovò

λ0 − λ = (0.024 × 10−8 cm)(1 − cos θ) . (4.1)

53
54 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

La fisica classica non è in grado di spiegare questo comportamento. Invece, se


si considera il fascio di raggi X come un fascio di particelle di energia hν, con
ν = c/λ, e si tratta la diffusione come effetto di collisioni tra queste particelle
con gli elettroni presenti nella sostanza attraversata, allora i conti tornano.
Vediamo come.
Consideriamo un quanto di luce che collide con un singolo elettrone. Sup-
poniamo che nella collisione il quanto di luce ceda parzialmente energia e mo-
mento all’elettrone. Dopo la collisione il quanto avrà energia minore e, di
conseguenza, una lunghezza d’onda maggiore di quella iniziale. Dato che la
radiazione X ha frequenza molto più grande delle frequenze tipiche della luce
visibile, possiamo assumere che l’energia del quanto di radiazione sia molto
più grande dell’energia tipica degli elettroni che stanno su orbite esterne degli
atomi della sostanza bersaglio. In buona approssimazione possiamo trattare
questi elettroni come inizialmente fermi. Dopo l’urto inelastico, gli stessi elet-
troni possono acquistare velocità anche grandi e, per questo, trattiamo l’urto
in modo relativistico.
Consideriamo quindi un singolo urto di un quanto di radiazione con un
elettrone, inizialmente fermo, nel quale il quanto di radiazione viene deflesso
di un angolo θ rispetto alla direzione iniziale, mentre l’elettrone acquista una
velocità v ad una angolo φ rispetto alla stessa direzione. Ora applichiamo le
leggi di conservazione dell’energia e della quantità di moto, che in relatività
ristretta corrispondono a eguagliare ciascuna componente del quadrivettore
momento-energia prima e dopo l’urto. L’energia dell’elettrone è data E =
γmc2 , dove m è la sua massa e γ = (1 − v 2 /c2 )−1/2 ; questa energia è la somma
dell’energia a riposo mc2 e dell’energia cinetica mc2 (γ − 1). Dunque, prima
della collisione l’energia complessiva del sistema è la somma dell’energia del
fotone hν e di quella a riposo dell’elettrone mc2 ; dopo l’urto il fotone ha energia
hν 0 , minore di quella iniziale, e l’elettrone ha energia γmc2 , maggiore di quella
a riposo. La conservazione dell’energia impone che
mc2
hν + mc2 = hν 0 + p , (4.2)
1 − (v/c)2
ovvero
m 2 c2 1
2
= 2 (hν − hν 0 + mc2 )2 . (4.3)
1 − (v/c) c
Per applicare la conservazione della quantità di moto osserviamo prima che
la direzione di propagazione della radiazione e la direzione del moto dell’elettro-
ne individuano un piano sul quale possiamo definire una coordinata orizzontale
(parallela al fascio incidente) e una ortogonale. L’espressione relativistica della
quantità di moto dell’elettrone è p = γmv e la sua decomposizione nelle due
direzioni dà
hν hν 0 mv
= cos θ + p cos φ (4.4)
c c 1 − (v/c)2
4.1. PARTICELLE DI LUCE: EFFETTO COMPTON 55

e
hν 0 mv
0= sin θ − p sin φ . (4.5)
c 1 − (v/c)2
Qui abbiamo usato il fatto che l’energia e la quantità di moto del quanto di
radiazione sono legate dalla relazione p = E/c. Questa relazione può essere
interpretata come la relazione tra l’energia e il momento trasportati da un’onda
elettromagnetica classica, ma può anche essere vista come la relazione tra
energia e momento relativistica per una particella di massa nulla. Infatti, in
relatività ristretta energia e momento di una particella qualsiasi sono legati
dalla relazione E 2 = (mc2 )2 + c2 p2 , da cui segue p = E/c se m = 0.
Le ultime due equazioni possono essere riscritte cosı̀:
2
m2 v 2 hν hν 0

2
cos φ = − cos θ (4.6)
1 − (v/c)2 c c
e 2
m2 v 2 hν 0

2
sin2 φ = sin θ (4.7)
1 − (v/c) c
che sommate danno
2 2
m2 v 2 hν 0 2h2 νν 0
 

= + − cos θ . (4.8)
1 − (v/c)2 c c c2

Sottraendo questa equazione all’equazione (4.3) otteniamo


 2  0 2
2 2 1 0 2 2 hν hν 2h2 νν 0
m c = 2 (hν − hν + mc ) − − + cos θ , (4.9)
c c c c2
da cui
ν − ν0 h
0
= (1 − cos θ) (4.10)
νν mc2
ovvero
h
λ0 − λ = (1 − cos θ) . (4.11)
mc
Inserendo i valori numerici noti per h, c e la massa a riposo dell’elettrone m,
la costante di proporzionalità è proprio h/(mc) = 0.024 × 10−8 cm in accordo
con i dati sperimentali. Il modello funziona!
La conseguenza principale è che in questo esperimento di diffusione i quan-
ti di radiazione si comportano come particelle di massa a riposo nulla, che
viaggiano a velocità c e hanno energia hν.
Tra l’altro, in quello stesso anno, il fisico indiano Bose stava lavorando
alla teoria del corpo nero proprio avendo in mente un gas di particelle di
luce, di massa a riposo nulla, create e distrutte dall’interazione con le pareti
della cavità. Il modello di Bose introduceva una nuova statistica per il calcolo
56 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

delle proprietà di tale gas, che dava gli stessi risultati della formula di Planck
per la distribuzione spettrale della densità di energia della radiazione, ma che
comportava una pittura fisica assai diversa.
Mettendo insieme questi fatti, appare evidente che a metà degli anni ’20
nessuno poteva ancora rispondere in modo univoco alla domanda iniziale, se la
luce fosse costituita da particelle o da onde. La risposta al più avrebbe potuto
essere: dipende da cosa si osserva e da come si osserva.

4.2 Onde di materia: l’elettrone di de Broglie


Se per la luce permanevano dubbi sulla natura corpuscolare o ondulatoria, per
le particelle materiali, quelle dotate di massa e che costituivano la materia
stessa, nessuno avrebbe osato mettere in discussione il fatto che una particella
è una particella e non è un’onda. Il modello di Bohr considerava particelle
puntiformi che si muovono su traiettorie ben definite; gli atomi della teoria
cinetica dei gas sono particelle che si agitano termicamente, gli elettroni nei
tubi catodici sono tante minuscole cariche che possiamo guidare su traiettorie
a piacere con campi elettrici e magnetici seguendo le leggi classiche; e cosı̀ via.
Nella vecchia teoria dei quanti, l’unica assunzione in più che facciamo è che
esistono regole di quantizzazione per certe quantità, come l’energia degli stati
stazionari di un atomo, o il loro momento angolare. Il problema principale
di questi modelli, tuttavia, rimane il fatto che sono in accordo con i dati
sperimentali solo per classi limitate di proprietà osservabili, come ad esempio lo
spettro di atomi semplici, ma non con altre. E questa insoddisfacente capacità
predittiva era accompagnata anche da una più profonda insoddisfazione per la
fragilità, diciamo cosı̀, epistemologica della teoria: le ipotesi di partenza erano
troppo artificiose e la teoria nel suo insieme appariva come un inconsistente
collage di fisica classica e assunzioni arbitrarie.
Giusto per dare un assaggio di qual era la situazione, possiamo citare un
passaggio di una lettera scritta da Wolfgang Pauli ad un collega nella primavera
del 1925: - In questo momento la fisica è ancora una volta nella confusione
più completa, in ogni caso è troppo difficile per me e io vorrei essere un attore
comico del cinema o qualcosa del genere e non aver mai sentito parlare di fisica.
Spero solo che Bohr ci salvi con qualche nuova idea -. Ma Bohr non aveva
buone idee in quel momento. Il suo vecchio modello arrancava con difficoltà.
Assieme a Kramers e Slater, aveva da poco introdotto una variante del modello
allo scopo di tamponare le falle; ma in questa nuova versione, che pure ebbe
un significativo, seppur breve successo, comparivano oscillatori virtuali, la cui
natura fisica non era chiara e che implicavano un carattere statistico delle
predizioni sul comportamento degli elettroni. Il modello sembrava funzionare
4.2. ONDE DI MATERIA: L’ELETTRONE DI DE BROGLIE 57

bene, ma dal punto di vista concettuale creava ulteriore disorientamento. Bohr


non aveva nuove idee migliori di quella.
Furono altri, tra il 1924 e il 1926, ad individuare nuovi percorsi per su-
perare le paludi. Un percorso fu quello iniziato da Heisenberg, l’altro quello
iniziato da de Broglie. Entrambi i percorsi portarono nel giro di pochi mesi alle
equazioni che formano il nucleo di una nuova teoria, la meccanica quantistica.
Un punto di partenza comune era il mettere in discussione le traiettorie classi-
che degli elettroni in un atomo. Nel primo caso, quello di Werner Heisenberg,
la rinuncia alle traiettorie segue da un principio metodologico: le grandezze
che entrano in una teoria fisica devono essere osservabili; le traiettorie degli
elettroni degli atomi non lo sono e, quindi, vanno escluse dalla teoria; ciò che
si misura sono le frequenze della luce emessa e assorbita e solo con queste dob-
biamo risalire ad altre quantità osservabili e alle relazioni che intercorrono tra
loro. Cosı̀ facendo, nel 1925 Heisenberg approda a quella che verrà chiamata
meccanica matriciale. Nel secondo caso, quello di Louis de Broglie, ciò che
viene messo in discussione è la natura corpuscolare dell’elettrone, che verrà
sostituito con un’onda; questa idea diventerà la base su cui venne costruita,
nel giro di pochi mesi la meccanica ondulatoria, che avrà come punto di sno-
do l’equazione scritta da Erwin Schrödinger nel 1926. Meccanica ondulatoria
e meccanica matriciale sono equivalenti nei risultati e, opportunamente rifor-
mulate, confluiranno in quella che oggi chiamiamo meccanica quantistica. Di
seguito seguiamo il percorso che parte da de Broglie.
Partiamo da un’onda generica in una dimensione. La grandezza che oscilla,
qualunque essa sia, può essere descritta da funzioni del tipo exp[i(kx − ωt)],
dove k = 2π/λ è il vettore d’onda e ω = 2πν è la pulsazione. Le grandezze
ω e k sono tipiche di un comportamento ondulatorio. Una particella invece è
caratterizzata dall’avere una certa energia E e una quantità di moto p. Nel
caso della radiazione elettromagnetica, in cui ad oscillare è il campo elettro-
magnetico, abbiamo visto che l’energia E di un quanto di radiazione (inteso
come particella) è legata alla pulsazione ω della radiazione stessa (intesa come
onda) da E = hν = (h/2π)ω. D’altra parte, essendo p = E/c si ha anche
p = hν/c = h/λ = (h/2π)k. Per comodità introduciamo una nuova costante
~ = h/(2π) e scriviamo
E = ~ω (4.12)
p = ~k . (4.13)
dove abbiamo anche generalizzato al caso tridimensionale, usando i vettori per
p e k.
Questo mescolamento di grandezze tipiche di particelle e di onde che si
ha con la radiazione elettromagnetica può turbare. Invece di cercare una so-
luzione al turbamento, chiediamoci piuttosto se non sia il caso di estendere
lo stesso mescolamento anche al caso delle particelle materiali. In particolare
58 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

supponiamo di poter associare ad una particella di massa m, energia E e quan-


tità di moto p, anche una qualche onda di pulsazione ω e vettore d’onda k.
Nulla sapendo di quest’onda, cerchiamo semplicemente di scrivere le relazioni
tra le grandezze in gioco. De Broglie fece un ragionamento sulla base della
relatività einsteiniana, secondo la quale le leggi fisiche che coinvolgono energia
e quantità di moto devono essere equazioni scritte in termini del quadrivettore
energia-momento (E/c, p). Nel caso dei quanti di radiazione, il comportamento
ambivalente corpuscolare-ondulatorio porta a scrivere
 
E ω 
,p = ~ ,k (4.14)
c c
De Broglie ipotizzò che dovesse valere la stessa relazione anche per le particelle
materiali. In altri termini, se l’energia di una particella è discretizzata secondo
una regola di quantizzazione del tipo E = ~ω, come ad esempio l’energia degli
elettroni negli atomi, allora deve esistere un vettore d’onda k, associato alla
stessa particella, in modo che valga la relazione (4.14).
Il significato di ω e di k non è ancora chiaro, né conosciamo la natura
dell’onda in questione. Tuttavia, seguendo questa pista si arriva subito ad un
risultato interessante. Immaginiamo che l’elettrone dell’atomo di idrogeno si
muova su un orbita stazionaria di raggio r. De Broglie pensò a cosa succede se
rimpiazziamo l’elettrone con un’onda delocalizzata su tutta l’orbita. Affinché
lo stato sia stazionario, la condizione da soddisfare è che l’onda torni ad assu-
mere la stessa fase quando si percorre un giro completo; questo è equivalente a
cercare i modi normali di vibrazione di una corda di lunghezza 2πr, imponendo
condizioni periodiche al contorno. Il risultato è che la circonferenza deve essere
un numero intero di lunghezze d’onda,

2πr = nλ = n . (4.15)
k
Ora usiamo la relazione p = ~k ipotizzata in (4.14), dove p è la quantità di
moto tangenziale all’orbita, e troviamo
2π~
2πr = n , (4.16)
p
da cui
pr = n~ . (4.17)
Ma L = pr è il momento angolare dell’elettrone, e dunque
L = n~ , (4.18)
che è la regola di quantizzazione alla base del modello di Bohr. Qui è stata
ottenuta come conseguenza della condizione di stazionarietà di un’onda sulla
circonferenza. Resta da chiarire quale sia il significato di quest’onda.
4.3. PACCHETTI DI ONDE 59

Per inciso, va detto che il ragionamento di de Broglie era più complesso


e coinvolgeva analogie con l’ottica geometrica. Nel caso della radiazione, de
Broglie ragionava in termini di un “quanto”, assimilabile ad una particella,
accompagnato da un’onda che ne determinava il comportamento ondulatorio.
L’onda seguiva il percorso fissato dalle leggi dell’ottica, mentre il “quanto”
produceva gli effetti corpuscolari. In questa visione c’era qualche problema da
risolvere; ad esempio, occorreva stabilire il legame tra la frequenza associata al
moto periodico “interno” al quanto (quello che fissa il valore della sua energia
hν) e la frequenza dell’onda che lo accompagna (che invece ne fissa le proprietà
ottiche, ondulatorie); per risolvere questo problema de Broglie introdusse un
concetto di “armonia di fase” e usò l’analogia tra due principi variazionali,
quello di Maupertuis per il moto di una particella e quello di Fermat per il
cammino ottico della luce. Inoltre, per de Broglie il quanto di radiazione ave-
va una massa a riposo piccola, ma non nulla. Ma il passo più importante che
fece de Broglie, che lo rese giustamente famoso, fu quello di estendere questi
ragionamenti al caso delle particelle come l’elettrone, introducendo l’idea di
un’onda che accompagna l’elettrone nel suo moto. Queste furono poi le basi
dei ragionamenti ulteriori fatti da Schrödinger. Il dettaglio di questi percorsi
concettuali riguarda più la storia della fisica che la fisica in quanto tale. Alla
fine, quello che conta, è stabilire quali sono i fondamenti della nuova teoria
che sta emergendo, in termini di principi, leggi e predizioni di fatti osserva-
bili, piuttosto che il significato e il valore delle congetture e dei ragionamenti
euristici utilizzati nella sua formulazione iniziale. Anche perché, come capita
spesso, alcune delle idee iniziali che portano alla teoria corretta, si rivelano
sbagliate a posteriori.

4.3 Pacchetti di onde


Una differenza apparentemente incolmabile tra particelle e onde sta nel fatto
che le onde sono delocalizzate nello spazio mentre le particelle, per loro natura,
sono localizzate. In realtà, se è vero che un’onda monocromatica è una funzione
che occupa tutto lo spazio, nulla ci vieta di generare funzioni localizzate entro
regioni anche piccole dello spazio usando combinazioni lineari di onde di diversa
lunghezza d’onda. Ad esempio, in una dimensione, una funzione del tipo
X
f (x) = gj cos(kj x) (4.19)
j
oppure X
f (x) = gj eikj x (4.20)
j

potrebbe essere significativamente diversa da zero solo in una regione limitata


dello spazio, se le ampiezze gj vengono scelte opportunamente. Possiamo anche
60 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

lavorare con gli integrali e scrivere


Z
f (x) = dk g(k)eikx (4.21)

e l’analoga espressione in tre dimensioni


Z
f (r) = dk g(k)eik·r . (4.22)

Un esempio standard è quello della funzione gaussiana. Se


α2
(k−k0 )2
g(k) = e− 2 , (4.23)

con α e k0 costanti assegnati, allora


Z 2
Z
α2
− α2 (k−k0 )2 ikx 2
f (x) = dk e e =e ik0 x
dk e− 2 (k−k0 ) ei(k−k0 )x . (4.24)

Cambiamo la variabile di integrazione introducendo k 0 = k − k0 :


Z 2 02
Z
α2
0 − α 2k ik0 x 02 0 2
f (x) = e ik0 x
dk e e =e ik0 x
dk 0 e− 2 (k −2ik x/α )

e moltiplichiamo e dividiamo per il fattore exp[−x2 /(2α2 )], in modo che l’e-
sponente nell’integrale possa essere scritto come un quadrato di un binomio,
Z √ Z
x2
ik0 x − 2α
2
0 − α2 (k0 −ix/α2 )2 2 ik0 x − x22 2
f (x) = e e 2
dk e = e e 2α dq e−q , (4.25)
α
dove nell’ultimo passaggio abbiamo introdotto
√ una nuova variabile q. L’inte-
grale da −∞ a +∞ della gaussiana vale π, e quindi otteniamo

2π ik0 x − x22
f (x) = e e 2α (4.26)
α
Confrontiamo il modulo quadro della funzione g(k) con il modulo quadro della
funzione f (x):
2 2
|g(k)|2 = e−α (k−k0 ) , (4.27)
2π − x22
|f (x)|2 =e α . (4.28)
α2
Il primo corrisponde ad una funzione gaussiana nello spazio dei vettori d’onda
k, centrata in k0 e con larghezza ∆k proporzionale a 1/α. Il secondo è ancora
una funzione gaussiana, stavolta nello spazio delle coordinate x, di larghezza
∆x proporzionale a α.
4.3. PACCHETTI DI ONDE 61

La funzione f (x) cosı̀ ottenuta, può essere identificata come un pacchetto


d’onde, essendo il risultato di una combinazione lineare di onde con diversi
vettori d’onda k. Il pacchetto d’onde gaussiano risulta essere tanto più localiz-
zato nello spazio delle coordinate (piccolo ∆x) quanto più è delocalizzato nello
spazio dei vettori d’onda (grande ∆k), ed è importante notare che il prodotto
delle larghezze delle funzioni nei due spazi è una costante dell’ordine dell’unità:

∆x∆k = O(1) . (4.29)

Notiamo poi che possiamo ricalcolare la funzione g(k) utilizzando la fun-


zione f (x) data in (4.26), tramite l’integrale
Z
1
g(k) = dx f (x)e−ikx . (4.30)

I passaggi sono tali e quali a prima. Gli integrali (4.21) e (4.30) rappresenta-
no quindi trasformazioni dallo spazio delle coordinate allo spazio dei vettori
d’onda e viceversa.√Per rendere più simmetrica la trasformazione possiamo sca-
ricare la costante 2π metà per parte e riscrivere le trasformazioni in questo
modo
Z
1
g(k) = √ dx f (x)e−ikx (4.31)
2π Z
1
f (x) = √ dk g(k)eikx , (4.32)

e le stesse in tre dimensioni diventano
Z
1
g(k) = dr f (r)e−ik·r (4.33)
(2π)3/2
Z
1
f (r) = dk g(k)eik·r . (4.34)
(2π)3/2

Queste si chiamano trasformate di Fourier e dovrebbero essere già note agli


studenti di questo corso. Immagino sia anche noto il fatto che le trasformate di
Fourier si applicano solo a funzioni a quadrato sommabile, che sono le funzioni
per le quali esiste ed è finito l’integrale
Z
kf k = dx |f (x)|2 ,
2
(4.35)

dove la quantità ||f || è detta norma della funzione. Per tali funzioni la
trasformata non solo esiste, ma conserva pure la norma:

kf k2 = kgk2 . (4.36)
62 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

Dunque, avendo a disposizione funzioni a quadrato sommabili, non solo gaus-


siane, possiamo passare da uno spazio all’altro in modo semplice. Questo ci
assicura che possiamo costruire pacchetti d’onda localizzati entro un certo ∆x,
combinando linearmente onde con vettore d’onda entra un intervallo ∆k, e
sapendo che ∆x∆k = O(1).
Una singola onda monocromatica è un’ente fisico completamente deloca-
lizzato nello spazio. Tuttavia una combinazione opportuna di onde può essere
invece localizzata entro una regione limitata di spazio, a cui possiamo associare
una posizione. Ma possiamo trattare questo pacchetto d’onde come fosse una
particella? Qui vediamo come possiamo assegnargli anche una velocità.
Ad un’onda monocromatica possiamo associare una fase (kx − ωt). I punti
che si trovano alla stessa fase obbediscono alla semplice equazione kx − ωt = a,
dove a è una costante. Dunque, un punto di fase assegnata si muove nello
spazio secondo la legge oraria x = (ω/k)t + costante, che corrisponde ad un
moto uniforme di velocità vf = ω/k. Questa si chiama velocità di fase.
Se abbiamo un pacchetto d’onde, in una dimensione, rappresentato in
un certo istante da una funzione f (x) a quadrato sommabile, allora la sua
evoluzione temporale può essere scritta cosı̀:
Z
1
f (x, t) = √ dk g(k)ei(kx−ω(k)t) , (4.37)

dove abbiamo tenuto conto del fatto che ogni onda che compone il pacchetto,
oltre ad avere un k diverso, avrà anche una pulsazione ω diversa. La relazione
tra la pulsazione e il vettore d’onda ω = ω(k) si chiama relazione di dispersione,
e dipende dal tipo di onde considerate.
Ora, supponiamo che il pacchetto sia costituito da onde in un intervallo di
vettori d’onda ∆k tale che la funzione ω(k) vari di poco entro quell’intervallo.
In tal caso, per tutte le onde del pacchetto possiamo usare l’espansione al
primo ordine  

ω(k) ' ω(k0 ) + (k − k0 ) , (4.38)
dk k0
essendo k0 il centro del pacchetto nello spazio dei vettori d’onda. Allora
possiamo scrivere
Z
1 dω
f (x, t) = √ dk g(k)ei[kx−ω(k0 )t−( dk )k0 (k−k0 )t] . (4.39)

Chiamiamo ω0 = ω(k0 ) e
vg = (dω/dk)k0 (4.40)
e scriviamo Z
1
f (x, t) = √ dk g(k)ei[kx−ω0 t−vg (k−k0 )t] , (4.41)

4.4. L’EQUAZIONE DI SCHRÖDINGER 63

ovvero Z
1
f (x, t) = √ e−i[ω0 −vg k0 ]t dk g(k)eik(x−vg t) , (4.42)

il cui modulo quadro vale
Z
2 1 2
|f (x, t)| = dk g(k)eik(x−vg t) . (4.43)

Dunque t e x entrano in questa funzione nella combinazione x̃ = x−vg t e questo
significa che il pacchetto d’onde trasla nello spazio con velocità vg . Questa si
chiama velocità di gruppo. Per pacchetti che si muovono in tre dimensioni, la
relazione di dispersione sarà della forma ω = ω(k) e la sua espansione al primo
ordine sarà
ω(k) ' ω(k0 ) + (k − k0 ) · ∇k ω , (4.44)
da cui la velocità di gruppo
vg = ∇k ω . (4.45)
Il concetto di velocità di gruppo era ben noto nella fisica classica, sia per la
descrizione della propagazione del suono nei mezzi continui che per la propaga-
zione della luce in mezzi trasparenti non omogenei. La definizione di relazione
di dispersione viene proprio da lı̀. Notiamo anche che nel caso in cui la relazio-
ne di dispersione sia ω = ck, dove c = ω/k è una velocità di fase indipendente
da k, allora la velocità di gruppo coincide con la velocità di fase, ogni onda
trasla allo stesso modo delle altre e l’intero pacchetto trasla nello spazio senza
modificare la sua forma. Questa è la situazione della propagazione del suono
o della luce in mezzi cosiddetti non-dispersivi, ma è solo un caso particolare e
non è necessariamente quello che ci interessa qui.

4.4 L’equazione di Schrödinger


In fisica classica quando si parla di onde si intende che esiste una qualche
grandezza fisica nota, misurabile, che oscilla periodicamente nello spazio e nel
tempo; la grandezza in questione, da un punto di vista teorico, sarà scrivibile
come soluzione di un’equazione differenziale lineare detta equazione delle onde.
Questo vale per le onde di pressione in un gas (suono), o per i campi elettrici
e magnetici prodotti da cariche in movimento, o per l’altezza della superficie
di un liquido in un campo di gravità, e cosı̀ via. Nella teoria che stiamo
formulando, invece, non abbiamo idea di quali siano queste grandezze che
oscillano, nè conosciamo l’equazione che governa la loro propagazione. Il nostro
punto di partenza è l’idea, ancora piuttosto vaga, di de Broglie.
L’idea di de Broglie era nota ad Einstein. Lo stesso Einstein aveva ricevuto,
nel 1924, anche l’articolo del fisico indiano Bose sulla statistica dei quanti
64 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

di radiazione nel corpo nero. Einstein lo tradusse dall’inglese al tedesco per


conto della rivista Annalen der Physik e lo trovò interessante proprio perché,
combinato con l’idea di de Broglie, gli ispirò la possibilità di trattare anche gli
atomi di un gas ideale con la stessa statistica, associando anche ad essi una
natura duale corpuscolare e ondulatoria, come per la radiazione. Ne venne
fuori un articolo, pubblicato lo stesso anno su quella che divenne la statistica
di Bose-Einstein, in cui si suggeriva che, a temperature sufficientemente basse,
gli atomi dovessero comportarsi come onde che si sovrappongono spazialmente,
dando luogo a fenomeni nuovi, ancora da osservare. L’idea era a livello di
pura speculazione teorica, ma Debye, che seguiva con attenzione gli sviluppi
in quel campo e conosceva i lavori di Einstein, suggerı̀ a Erwin Schrödinger
di dare un’occhiata al lavoro di de Broglie e farne una presentazione in un
incontro di gruppo. Schrödinger si mise al lavoro inizialmente con scetticismo
e poi con crescente fervore. Dopo l’incontro di gruppo, Debye gli suggerı̀ di
cercare un’equazione per le onde di materia, che fosse compatibile con l’idea di
de Broglie e, possibilmente, descrivesse correttamente gli atomi superando le
difficoltà del modello di Bohr. Non male come compito! Schrödinger si rifugiò
sulle Alpi e, nel giro di qualche settimana, risolse il problema.
Qui presentiamo un ragionamento molto semplificato rispetto a quello ori-
ginale di Schrödinger, che ci basta per arrivare all’equazione che cerchiamo.
Più oltre accenneremo anche al suo percorso completo. Per procedere usiamo
come guida il principio di corrispondenza. In particolare, vogliamo che le “on-
de di materia”, qualunque cosa siano, siano tali da garantirci gli stessi risultati
della fisica classica nel limite in cui il moto della particella è in accordo con
essa.
Prendiamo come caso guida quello di una particella libera che si muove
nello spazio con una certa velocità v. Usiamo le idee elaborate nella sezione
precedente riguardo alle trasformate di Fourier per associare alla particella
un pacchetto d’onde. Poi ragioniamo sull’energia e la quantità di moto della
particella come faceva de Broglie: dunque assumiamo che per le onde che
compongono il pacchetto valgano le relazioni

E = ~ω (4.46)
p = ~k . (4.47)

Assumiamo di trovarci nel limite in cui vale anche la fisica classica: quindi
il pacchetto deve essere sufficientemente localizzato da assomigliare ad una
particella libera classica per cui vale

p2
E= . (4.48)
2m
4.4. L’EQUAZIONE DI SCHRÖDINGER 65

done m è la massa della particella. Usando ω e k possiamo riscrivere l’energia


della particella in questo modo

|~k|2
~ω = , (4.49)
2m
da cui
~k 2
ω= . (4.50)
2m
Ora usiamo la definizione di velocità di gruppo per scrivere
~ ~k p
vg = ∇k ω = ∇k k 2 = = =v. (4.51)
2m m m
Abbiamo trovato che la velocità di gruppo del pacchetto è proprio uguale alla
velocità classica della particella: vg = v. Fin qui l’analogia tra particella e
pacchetto d’onde funziona.
Facciamo un passo ulteriore e chiediamoci quale può essere l’equazione che
le onde del pacchetto devono soddisfare affinché la relazione di dispersione
sia la (4.50). A tale scopo consideriamo una singola onda monocromatica di
pulsazione ω e vettore d’onda k. Date le relazioni di de Broglie, possiamo
scrivere per l’energia
∂ i(k·r−ωt)
Eei(k·r−ωt) = ~ωei(k·r−ωt) = i~ e , (4.52)
∂t
e per la quantità di moto lungo x
∂ i(k·r−ωt)
px ei(k·r−ωt) = ~kx ei(k·r−ωt) = −i~ e , (4.53)
∂x
e relazioni analoghe per py e pz . Per il quadrato della quantità di moto vale
dunque
p2 ei(k·r−ωt) = −~2 ∇2 ei(k·r−ωt) , (4.54)
e se vogliamo che valga la E = p2 /(2m) deve valere l’equazione

∂ i(k·r−ωt) ~2 2 i(k·r−ωt)
i~ e =− ∇e . (4.55)
∂t 2m
Questa equazione ci dà, per costruzione, la giusta relazione di dispersione.
Ora notiamo che l’equazione differenziale è lineare e, dunque, se due o più
onde sono soluzioni, anche una loro combinazione lineare è ancora soluzione.
Prendiamo dunque una funzione generica Ψ(r, t) in questa forma
Z
1
Ψ(r, t) = √ dk g(k)ei(k·r−ωt) (4.56)

66 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

dove g(k) sono ampiezze nello spazio dei vettori d’onda. Allora questa funzione
Ψ, che chiamiamo funzione d’onda, soddisfa l’equazione

∂ ~2 2
i~ Ψ(r, t) = − ∇ Ψ(r, t) . (4.57)
∂t 2m
Questa è l’equazione di Schrödinger per particelle libere.
Consideriamo ora una particella, non più libera, ma che si muova in un
campo statico di forze conservative a cui corrisponde un’energia potenziale
V (r) indipendente dal tempo. La sua energia sarà

p2
E = H(r, p) = + V (r) (4.58)
2m
dove abbiamo introdotto anche la funzione di Hamilton H. Dato che nel
caso della particella libera il termine di destra dell’equazione (4.57) veniva
dall’hamiltoniano libero H = p2 /(2m), viene naturale l’idea di generalizzare
quell’equazione aggiungendo a destra anche l’energia potenziale in questo modo

~2 2
 

i~ Ψ(r, t) = − ∇ + V (r) Ψ(r, t) . (4.59)
∂t 2m

Questa è l’equazione di Schrödinger. Risolvendola nel caso di un elettrone


soggetto ad un potenziale coulombiano V (r) = −e2 /r, Schrödinger trovò un
perfetto accordo con i livelli energetici previsti da Bohr per l’atomo di idro-
geno! Non solo, nell’arco di poche settimane, si calcolò le soluzioni nel ca-
so di un oscillatore armonico, cioè una particella in un potenziale parabolico
(1/2)mω 2 x2 , e mostrò che i livelli di energia ammessi erano discretizzati in
multipli di ~ω, consistentemente con l’idea iniziale di Planck per il corpo nero
e con il modello di Einstein per il calore specifico dei solidi. Poi si calcolò i
livelli di energia di un rotore rigido, come modello per le molecole biatomiche.
E questo fu solo l’inizio.
È molto importante sottolineare che ciò che abbiamo fatto qui sopra non
è la derivazione di una legge fisica a partire da leggi note. Al contrario, se
l’equazione che abbiamo scritto rappresenta una qualche legge fisica, essa è
piuttosto in contrasto con le leggi esistenti. L’aver scritto l’equazione (4.59)
segue da congetture e analogie basate sul possibile comportamento ondulatorio
delle particelle materiali suggerito da de Broglie. Tutto quello che si può dire
a questo livello è che l’equazione è consistente con la fisica classica nello spirito
del principio di corrispondenza applicato a pacchetti d’onde la cui forma ma-
tematica è espressa da una funzione Ψ(r, t). Questa pittura fisica, centrata sul
concetto di pacchetto d’onde, potrebbe essere anche abbandonata a posteriori
qualora si arrivi a precisare meglio il significato della funzione Ψ in relazione
a grandezze osservabili indipendentemente dal limite classico. Cosı̀ facendo,
4.4. L’EQUAZIONE DI SCHRÖDINGER 67

l’idea di pacchetto d’onde perderà rilevanza e la teoria avrà a che fare sempli-
cemente con la funzione Ψ, che chiameremo funzione d’onda, sia che questa
abbia la forma di un pacchetto d’onde, sia che non ce l’abbia.
Una seconda osservazione interessante è che l’equazione di Schrödinger è
equivalente alla relazione classica EΨ = HΨ, con la funzione di Hamilton
data da H = p2 /(2m) + V , se si sostituiscono le grandezze scalari E e p con
operatori differenziali in questo modo

p → −i~∇r (4.60)
2
p ~2 2
H= + V (r) → − ∇ + V (r) . (4.61)
2m 2m

Va sottolineato che le grandezze a sinistra sono scalari (numeri) mentre quelle a


destra sono operatori che agiscono su funzioni complesse. È la prima volta che
troviamo grandezze fisiche associate ad operatori. Questo cambia la struttura
formale della teoria rispetto alla fisica classica e pone anche un nuovo problema.
In fisica classica una grandezza è definita tramite procedure di misura; la
misura ha come esito numeri reali; dunque le grandezze fisiche sono numeri
e possono entrare nelle leggi fisiche come tali; quindi le leggi sono relazioni
tra funzioni reali di variabili reali. Qui invece abbiamo una legge fisica in cui
alcune grandezze (energia e quantità di moto) entrano nella forma di operatori
che agiscono in uno spazio di funzioni complesse, e il problema è il seguente:
dato che la misura di energia e di quantità di moto, come in ogni processo
di misura sperimentale, fornirà numeri reali, espressi in J o in Kg m/s, qual
è il legame tra questi numeri (l’esito della misura) e le grandezze fisiche che
entrano nelle leggi (operatori)?
Una terza osservazione è che l’equazione (4.59) è non-relativistica, nel senso
che descrive la fisica di particelle soggette alle leggi di trasformazione di Galileo,
non quelle di Lorentz della relatività einsteiniana. Questo segue dal fatto che
siamo partiti dalla dinamica newtoniana, in cui E = H = p2 /(2m) + V . Vorrà
dire che l’equazione potrà essere usata per descrivere la dinamica di particelle
classiche di massa m che si muovono a velocità non troppo vicina alla velocità
della luce c. Volendo ottenere una descrizione ondulatoria anche in regime
relativistico, avremmo dovuto scrivere tutto in termini di quadrivettori spazio-
tempo (ct, r) e questo porrebbe un vincolo in più alla forma delle equazioni.
Una conseguenza, ad esempio, è che nell’equazione delle onde non potrebbero
comparire derivate temporali e spaziali di ordine diverso: se l’equazione è del
secondo ordine in r, allora deve essere al secondo ordine anche in t. Ma questo
non accade nella (4.59). Nel caso relativistico avremmo potuto iniziare da
E 2 = m20 c4 + p2 c2 e ragionare allo stesso modo. Qui non occorre farlo e, per
il momento non è necessario complicarsi la vita. Per inciso, de Broglie la
pensava diversamente, dato che riteneva la natura ondulatoria della materia
68 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

intrinsecamente connessa alla relatività ristretta di Einstein, e per questo si


complicò inutilmente la vita per anni.
Infine, osserviamo che l’equazione di Schrödinger, essendo del primo ordine
in t, è deterministica nell’evoluzione della funzione d’onda Ψ: data la Ψ in un
istante iniziale generico, l’evoluzione successiva è fissata in modo univoco. Per
convincersene basta riscriverla in termini di incrementi infinitesimi
~2 2
 
1
Ψ(r, t + dt) = Ψ(r, t) + − ∇ + V (r) Ψ(r, t)dt (4.62)
i~ 2m

e notare che il membro di destra, calcolato al tempo t, determina interamente


la Ψ al tempo successivo. Questo è un requisito per ogni equazione del moto
sensata; vogliamo infatti che la Ψ definisca in modo completo la dinamica di
una particella, o di un sistema fisico, e vogliamo che tutte le predizioni sul
comportamento futuro siano deducibili dalla conoscenza dello stato iniziale.
Rimane tuttavia aperto il problema, già accennato sopra, di come si faccia
operativamente a legare la Ψ all’esito di misure di grandezze fisiche.
Prima di passare oltre, ricordiamo ancora una volta (meglio insistere fino
a che il concetto si fissa bene in testa) che l’equazione di Schrödinger (4.59)
rappresenta, a questo livello, solo una congettura e non è una conseguenza
di altri principi o leggi all’interno di una teoria preesistente. Il suo ruolo e il
suo significato all’interno della nuova teoria che andiamo a formulare rimane
ancora da chiarire.

4.5 Maupertuis, Fermat, Schrödinger


Se avete fretta di arrivare al significato fisico della Ψ potete saltare questa
sezione. Qui si racconta più in dettaglio (ma ancora in forma semplificata
rispetto all’originale) il modo con cui Schrödinger arrivò alla sua equazione
passando attraverso l’analogia con l’ottica geometrica. Il ragionamento è più
complicato di quello precedente ma rende meglio l’idea del dualismo tra par-
ticelle e onde. Si passa per due principi noti in meccanica classica, quello di
Maupertuis per il moto di una particella e quello di Fermat per la propagazione
di un raggio di luce, come già aveva fatto de Broglie. Cominciamo dal primo.
Dalla meccanica analitica sappiamo che il moto di una particella può essere
descritto usando principi variazionali in termini di funzioni delle coordinate q
e delle velocità q̇, come la funzione di Lagrange, o delle coordinate e i momenti
coniugati p, come la funzione di Hamilton. Ad esempio, il moto che la natura
realizza per una particella che si muove da A a B è quello che rende stazionario
l’integrale d’azione
Z tB
δ dt L(q̇(t), q(t), t) = 0 (4.63)
tA
4.5. MAUPERTUIS, FERMAT, SCHRÖDINGER 69

dove L è la funzione di Lagrange che descrive il sistema. Rendere stazionario


questo integrale è infatti equivalente a risolvere l’equazione di Lagrange, che a
sua volta è una riformulazione delle leggi di Newton. Lo stesso principio può
essere scritto in termini della funzione di Hamilton H in questo modo
Z tB " #
X
δ dt pj (t)q̇j (t) − H(q(t), p(t), t) = 0 (4.64)
tA j

dove la somma è fatta sui gradi di libertà del sistema. Se H non dipende
esplicitamente dal tempo, allora possiamo scrivere

E = H(q(t), p(t)) (4.65)

dove E è l’energia del sistema ed è costante, in modo che δH(q(t), p(t)) = 0.


Allora il principio variazionale (4.64) diventa
Z tB X
δ dt pj (t)q̇j (t) = 0 (4.66)
tA j

che per una singola particella che si muove in tre dimensioni può essere scritto
cosı̀: Z tB
dr
δ dt p · =0 (4.67)
tA dt
ovvero Z B
δ p · dr = 0 , (4.68)
A

e questo è noto come principio di Maupertuis. La traiettoria di una particella


in un campo conservativo, con energia costante, è quella che rende staziona-
rio questo integrale. Lo possiamo riscrivere in termini dello spostamento ds
misurato lungo la traiettoria in questo modo
Z B
δ p ds = 0 , (4.69)
A

che nel caso di una particella con energia potenziale V (r) diventa
Z B p
δ 2m[E − V (r)] ds = 0 . (4.70)
A

La vera traiettoria, tra le infinite possibili, è quella che soddisfa questa condi-
zione di stazionarietà.
Ora passiamo all’ottica geometrica. Studiando la propagazione di onde in
mezzi dispersivi, Fermat aveva formulato il seguente principio: il percorso di
70 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

un raggio luminoso che passa per due punti A e B attraversando un mezzo di


indice di rifrazione n(r) è dato dalla curva che soddisfa la condizione
Z B
δ ds n(r) = 0 . (4.71)
A

L’integrale si chiama cammino ottico. Possiamo anche usare la relazione nota


tra l’indice di rifrazione e la velocità di fase vf dell’onda luminosa, n = c/vf ,
dove c è la velocità della luce nel vuoto. Per un’onda monocromatica di pulsa-
zione ω e vettore d’onda k, la velocità di fase è vf = ω/k e il versore k̂ definisce
la direzione di propagazione del fronte d’onda. Allora possiamo scrivere
Z B
1
δ ds =0. (4.72)
A vf (r)
Consideriamo un raggio di luce di pulsazione ω fissata, costante. Allora l’in-
tegrando dipende dalle coordinate solo tramite il vettore d’onda k(r). Inoltre,
il tratto infinitesimo di cammino ottico ds può essere espresso nelle forma
ds = k̂ · dr e quindi Z B
δ k · dr = 0 . (4.73)
A
In natura un raggio di luce, di frequenza assegnata, segue il cammino che rende
stazionario questo integrale.
Bene, ora siamo pronti ad usare il principio di corrispondenza in questa
forma: assumiamo che una particella di energia E si comporti come un raggio
di luce di pulsazione ω in modo che la sua traiettoria coincida con il percorso
del raggio di luce. Per legare E a ω usiamo la solita congettura E = ~ω.
Per legare p e k usiamo il fatto che, nel limite in cui si applica il principio di
corrispondenza, i due principi variazionali di Maupertuis (4.68) e di Fermat
(4.73) devono coincidere. Questo è vero se p e k differiscono solo per una
costante moltiplicativa:
p = cost k . (4.74)
Per fissare la costante ragioniamo cosı̀: avendo identificato la traiettoria con
la forma del raggio luminoso, resta il fatto che la particella, in ogni istan-
te, è localizzata in un certo punto della traiettoria stessa, mentre la luce no;
possiamo però immaginare un impulso luminoso sufficientemente localizzato
nello spazio e che segue lo stesso percorso, in modo da potergli assegnare una
velocità istantanea. Come abbiamo già visto qualche pagina fa, la velocità
del pacchetto coincide con la velocità di gruppo vg = ∇k ω e viene naturale
assumere che questa sia uguale alla velocità della particella. Dunque possiamo
scrivere
1 cost cost p cost
vg = ∇ k ω = ∇k E = ∇p E = = v, (4.75)
~ ~ ~ m ~
4.5. MAUPERTUIS, FERMAT, SCHRÖDINGER 71

Affinché le due velocità coincidano, deve essere cost = ~ e dunque


p = ~k . (4.76)
Questo era anche uno degli argomenti usati da de Broglie.
Ora viene il problema di determinare quale sia l’equazione che governa le
onde associate alla particella. Il ragionamento di Schrödinger coinvolge la so-
miglianza tra le equazioni dell’ottica geometrica, in particolare un’equazione
nota come iconale, e le equazioni di Hamilton-Jacobi per il moto di una parti-
cella. Qui non vogliamo entrare nei dettagli, ma per dare un’idea di massima
consideriamo la solita equazione delle onde
1 ∂2
∇2 Ψ(r, t) − Ψ(r, t) = 0 , (4.77)
vf2 ∂t2
che nel caso di vf costante ammette soluzioni del tipo
Ψ(r, t) = Aei(k·r−ωt) . (4.78)
Immaginiamo che in un mezzo non omogeneo, in cui la velocità di fase dipende
dalla posizione, l’equazione delle onde valga “localmente”, ovvero su scale spa-
ziali molto piccole rispetto alla scala su cui varia la velocità di fase, ma molto
grandi rispetto alla lunghezza d’onda delle onde in gioco nella descrizione del-
la particella. La dipendenza spaziale di vf la possiamo calcolare sfruttando le
relazioni precedenti tra ω, k, E e p in questo modo
ω E E
vf = = =p . (4.79)
k p 2m[E − V (r)]
Se inseriamo questo risultato nell’equazione delle onde otteniamo
2m[~ω − V (r)] ∂ 2
∇2 Ψ(r, t) − Ψ(r, t) = 0 . (4.80)
~2 ω 2 ∂t2
La soluzione di questa equazione non avrà più la semplice forma (4.78); in
particolare ci aspettiamo che l’ampiezza A dipenda anch’essa dalla posizione
e che k · r debba essere sostituito con una fase φ(r) incognita. Ma se la
dipendenza temporale rimane del tipo e−iωt allora si ha ∂ 2 Ψ/∂t2 = −ω 2 Ψ.
Dunque rimpiazziamo la derivata seconda temporale nell’equazione delle onde
con −ω 2 Ψ per ottenere
2m
∇2 Ψ(r, t) + [~ω − V (r)]Ψ(r, t) = 0 . (4.81)
~2
È interessante osservare, tra parentesi, che questa equazione ha la forma del-
l’equazione di Helmholtz
ω2
∇2 Ψ + Ψ=0, (4.82)
vf2 (ω)
72 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA

già ben nota nell’ambito dei fenomeni ondulatori classici, salvo che qui la
velocità di fase è legata all’energia della particella. Ora rimaneggiamo i vari
termini dell’equazione e scriviamo
~2 2
~ωΨ(r, t) = − ∇ Ψ(r, t) + V (r)Ψ(r, t) . (4.83)
2m
Infine, a sinistra usiamo il fatto che ∂Ψ/∂t = −iωΨ e otteniamo
∂ ~2 2
i~ Ψ(r, t) = − ∇ Ψ(r, t) + V (r)Ψ(r, t) , (4.84)
∂t 2m
che è l’equazione di Schrödinger, già scritta nella sezione precedente. In sintesi,
l’abbiamo ottenuta applicando l’idea che il moto della particella sia accompa-
gnato da un fenomeno ondulatorio analogo alla propagazione di onde in mezzi
dispersivi non omogenei, caratterizzato dalla velocità di fase (4.79) e dalle
regole di quantizzazione E = ~ω e p = ~k.
In questa procedura, l’analogiap tra l’ottica e la dinamica della particella si
riflette nel fatto che la quantità 2m[E − V (r)] gioca per la particella quello
che era il ruolo dell’indice di rifrazione n(r) per la luce nel mezzo dispersi-
vo. L’analogia è chiara guardando le formulazioni (4.70) e (4.71) dei principi
di Maupertuis
p e Fermat. Per essere equivalente ad un indice di rifrazione la
quantità 2m[E − V (r)] va moltiplicata per un fattore costante che la renda
adimensionale senza modificare il principio di Maupertuis; inoltre la costante
può essere presa in modo che il suo valore sia 1 nel vuoto, come per l’ottica, ma
qui intendendo il vuoto come assenza di interazioni, ovvero perp V = 0. Dunque
potremmo definire un indice di rifrazione equivalente n(r) = [E − V (r)]/E.
Una delle assunzioni dell’ottica geometrica è che l’indice di rifrazione vari len-
tamente rispetto alle tipiche lunghezze d’onda della luce. Nel caso della parti-
cella abbiamo accennato all’ipotesi che l’energia potenziale V (r) sia anch’essa
lentamente variabile sulla scala delle lunghezze d’onda coinvolte nella funzione
d’onda Ψ. La relazione tra le due assunzioni appare ora più evidente. Ma
queste analogie non debbono fuorviarci. Ad esempio, dati i ragionamenti che
abbiamo seguito per arrivare all’equazione di Schrödinger, saremmo portati
a pensare che essa sia valida solo per V (r) lentamente variabili; ma questa
affermazione non è corretta. Infatti, tutto ciò che si è fatto è seguire alcune
congetture per arrivare a scrivere un’equazione che dovrebbe stare alla base di
una nuova teoria. Una volta scritta, la sua validità risiede solo nell’accordo tra
le predizioni e i dati sperimentali, se l’accordo si trova. Lo stesso Schrödinger
ne era ben consapevole; nel secondo dei due articoli che scrisse all’inizio del
1926 con il titolo Quantizzazione come problema agli autovalori (Quantisie-
rung als Eigenwertproblem) egli dichiarò espressamente che la sua equazione
poggiava su congetture incomprensibili ([...] durch die an sich unverständliche
Transformation (2) und den ebenso unverständlichen Übergang von [...]). Insi-
sto dunque nel sottolineare che quello che conta è l’equazione di Schrödinger in
4.5. MAUPERTUIS, FERMAT, SCHRÖDINGER 73

quanto tale, comunque ci si sia arrivati, e la sua eventuale capacità predittiva;


vogliamo mostrare che è una buona legge fisica. Da qui in poi possiamo anche
abbandonare le congetture che abbiamo utilizzato per scriverla e concentrarci
invece sul significato dei termini dell’equazione e sulle sue soluzioni.
74 CAPITOLO 4. ONDE DI MATERIA
Capitolo 5

La funzione d’onda e il suo


significato

5.1 Stati stazionari


In questo capitolo seguiamo una logica diversa rispetto a prima. Mettiamo in
secondo piano gli argomenti usati per arrivare all’equazione di Schrödinger e
concentriamoci su ciò che l’equazione può dare, vedendola non come il punto
di arrivo di ragionamenti euristici, ma come uno dei possibili punti di partenza
di una nuova teoria. L’equazione può essere scritta nella forma


i~ Ψ(r, t) = ĤΨ(r, t) , (5.1)
∂t
dove
~2 2
Ĥ = − ∇ + V (r) (5.2)
2m
è l’operatore che chiamiamo hamiltoniano, essendo ottenuto dalla funzione
classica di Hamilton H = p2 /(2m) + V (r) tramite la sostituzione della gran-
dezza scalare p2 con l’operatore differenziale −~2 ∇2 . L’operatore Ĥ (a cui
abbiamo messo il cappello proprio per ricordarci che è un operatore e non
una funzione) quando applicato ad una funzione complessa Ψ fornisce un’al-
tra funzione complessa (ĤΨ). Si tratta di un operatore lineare, e l’equazio-
ne di Schrödinger è lineare: una qualsiasi combinazione lineare di soluzioni
dell’equazione è anch’essa una soluzione.
Vogliamo dare un significato fisico alla funzione Ψ. Affrontiamo il problema
un passo alla volta e cominciamo cercando un particolare tipo di soluzioni,
quelle che hanno modulo quadro indipendente dal tempo. Affinché |Ψ|2 non
dipenda da t basta che Ψ abbia la forma

Ψ(r, t) = ψ(r)f (t) (5.3)

75
76 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

dove f (t) è una funzione di modulo quadro unitario, cioè un semplice fattore
di fase, cosı̀ che |Ψ(r, t)|2 = |ψ(r)|2 . L’equazione di Schrödinger diventa


i~ [ψ(r)f (t)] = Ĥ[ψ(r)f (t)] . (5.4)
∂t
Ora notiamo che l’operatore hamiltoniano non agisce sulle coordinate tempo-
rali (contiene derivate spaziali, non temporali) e non dipende esplicitamente
dal tempo; in generale potrebbe anche dipendere dal tempo ma qui, come nella
sezione precedente e in quelle successive, consideriamo il moto di una particella
in un potenziale V (r) statico. Dunque l’equazione può essere scritta in questo
modo  
∂f (t)  
i~ ψ(r) = Ĥψ(r) f (t) , (5.5)
∂t
dove la funzione (Ĥψ) dipende solo da r e non da t. Separiamo a destra e
sinistra le parti che dipendono da ciascuna variabile
 
i~ df (t) Ĥψ(r)
= . (5.6)
f (t) dt ψ(r)

A sinistra abbiamo una funzione solo del tempo, mentre a destra una funzione
solo della posizione. Affinché l’equazione sia soddisfatta per ogni t e ogni r è
necessario che i due membri dell’equazione siano uguali ad una stessa costante.
Tale costante deve avere le dimensioni di un’energia; la indichiamo con la
lettera E. Allora l’equazione precedente implica le seguenti due equazioni
  
i~ df (t)
=E



 f (t) dt
(5.7)
 Ĥψ(r)
=E.


ψ(r)

La prima dà
d E
ln f (t) = −i , (5.8)
dt ~
da cui integrando in dt ed esponenziando si ottiene
E
f (t) = e−i ~ t , (5.9)

a meno di un fattore costante moltiplicativo. Notiamo di passaggio che, se


identifichiamo il rapporto E/~ con una pulsazione ω, otteniamo la stessa di-
pendenza temporale della Ψ che avevamo ipotizzato ad un certo punto della
derivazione in sezione 4.5; qui però non si tratta di un’ipotesi, ma di una
proprietà che segue dall’imporre la costanza di |Ψ|2 .
5.1. STATI STAZIONARI 77

La seconda equazione invece diventa

Ĥψ(r) = Eψ(r) , (5.10)

oppure, esplicitando Ĥ:


~2 2
 
− ∇ + V (r) ψ(r) = Eψ(r) . (5.11)
2m
Questa è nota come equazione di Schrödinger stazionaria.
In conclusione, le soluzioni dell’equazione di Schrödinger (5.1) per le quali
|Ψ|2 è indipendente dal tempo hanno la forma
E
Ψ(r, t) = ψ(r)e−i ~ t , (5.12)

dove ψ è soluzione dell’equazione di Schrödinger stazionaria (5.11). Quest’ulti-


ma ha la forma di una equazione agli autovalori. Risolvendola infatti si ottiene
l’insieme delle funzioni che vengono trasformate in se stesse dall’operatore li-
neare Ĥ a meno di un fattore moltiplicativo. Funzioni che godono di questa
proprietà sono dette autofunzioni di Ĥ e i fattori moltiplicativi sono i corrispon-
denti autovalori. Possiamo ricordarci le nozioni dell’algebra lineare. In quel
caso si trovano equazioni agli autovalori della forma Mx = λx dove M è una
generica matrice N × N , mentre x è un vettore in uno spazio N -dimensionale.
La ricerca degli autovalori e autovettori in quel caso corrisponde alla soluzione
di un’equazione caratteristica det(M − λI) = 0. Per analogia possiamo inter-
pretare le soluzioni dell’equazione di Schrödinger stazionaria come vettori in
uno spazio complesso infinito-dimensionale, autovettori dell’operatore lineare
Ĥ che agisce nello stesso spazio.
Dato che lo spazio delle funzioni è complesso potremmo aspettarci che gli
autovalori E dell’hamiltoniano Ĥ siano numeri complessi. Ci sono però buoni
motivi per volerli reali: se sono reali possono essere identificati con i valori
ammessi per l’energia di una particella rappresentata (in qualche modo che
ancora non sappiamo) dalla funzione Ψ. Vediamo quindi a quali condizioni E
è reale.
Per cominciare dimostriamo che, se le funzioni d’onda hanno norma finita,
cioè sono a quadrato sommabile, allora l’operatore hamiltoniano Ĥ soddisfa la
seguente relazione:
Z Z
d r (ĤΨ) Ψ = d3 r Ψ∗ (ĤΨ) ,
3 ∗
(5.13)

dove l’integrale è esteso su tutto lo spazio e la ∗ indica la coniugazione com-


plessa. Più in generale si potrebbe dimostrare che
Z Z
d r (ĤΨ1 ) Ψ2 = d3 r Ψ∗1 (ĤΨ2 )
3 ∗
(5.14)
78 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

per qualsiasi coppia di funzioni Ψ2 e Ψ2 a quadrato sommabile. Un operatore


lineare che soddisfa questa relazione è detto hermitiano, e dunque Ĥ è hermi-
tiano. Ma al nostro scopo ci basta dimostrare la (5.13). Dunque partiamo da
Ĥ = −~2 /(2m)∇2 + V (r) e ragioniamo separatamente per i due addendi. Per
il potenziale V , che è una funzione reale scalare, la relazione
Z Z Z
∗ ∗
d r (V Ψ) Ψ = d r Ψ V Ψ = d3 r V |Ψ|2
3 3
(5.15)

è soddisfatta banalmente, dato che V si comporta come un fattore moltipli-


cativo e l’ordine dei prodotti non è rilevante. Invece, per il termine con il
laplaciano possiamo scrivere
Z Z
d r [Ψ (∇ Ψ) − (∇ Ψ) Ψ] = d3 r [Ψ∗ (∇2 Ψ) − (∇2 Ψ∗ )Ψ] ,
3 ∗ 2 2 ∗
(5.16)

avendo usato il fatto che il laplaciano è un operatore reale. Integrando per


parti l’integrale diventa
Z
d3 r ∇ · [Ψ∗ (∇Ψ) − (∇Ψ∗ )Ψ] , (5.17)

e usando il teorema della divergenza questo integrale di volume può essere


riscritto anche come un integrale di superficie
Z
[Ψ∗ (∇Ψ) − (∇Ψ∗ )Ψ] · da , (5.18)
S

dove la superficie S racchiude tutto lo spazio. Ora, se la Ψ è una funzione


a quadrato sommabile, cioè si annulla all’infinitoR abbastanza rapidamente da
3 2
garantire l’esistenza e la finitezza dell’integrale d r |Ψ| , allora l’integrale di
superficie appena scritto è nullo, dato che i termini Ψ∗ (∇Ψ) e (∇Ψ∗ )Ψ vanno
a zero più rapidamente di |Ψ|2 . Combinando questo risultato con quello per il
potenziale V , concludiamo che, se Ψ ha norma finita, l’operatore Ĥ soddisfa
la condizione (5.13).
Ora vediamo qual è la conseguenza in termini degli autovalori E degli stati
stazionari. Per tali stati possiamo riscrivere la (5.13) nella forma
Z Z
d r (Ĥψ) ψ = d3 r ψ ∗ (Ĥψ) ,
3 ∗
(5.19)

avendo tolto di mezzo il fattore temporale f (t), di modulo unitario, su cui Ĥ


non agisce. Poi scriviamo
Z Z Z
∗ ∗
d r ψ (Ĥψ) = d r ψ Eψ = E d3 r |ψ|2 ,
3 3
(5.20)
5.1. STATI STAZIONARI 79

dove ψ è una soluzione dell’equazione Ĥψ = Eψ e ψ ∗ è la sua complessa


coniugata. Possiamo anche considerare l’equazione di Schrödinger complessa
coniugata, (Ĥψ)∗ = E ∗ ψ ∗ , da cui segue
Z Z Z
3 ∗ 3 ∗ ∗ ∗
d r (Ĥψ) ψ = d r E ψ ψ = E d3 r |ψ|2 . (5.21)

Ma l’hamiltoniano gode della proprietà (5.19) e, dunque, i due membri di


sinistra delle relazioni appena scritte sono uguali. Di conseguenza, anche i
membri di destra devono essere uguali. Ne segue che E ∗ = E e quindi E è un
numero reale.
Un’altra interessante conseguenza delle proprietà dell’hamiltoniano è la se-
guente. Calcoliamoci la derivata temporale della norma quadra di una funzione
d’onda generica:
Z Z
d d ∂
2
kΨk = d r |Ψ| = d3 r (Ψ∗ Ψ) ,
3 2
(5.22)
dt dt ∂t
ovvero Z    
d ∂ ∗ ∗ ∂
kΨk2 = 3
dr Ψ Ψ+Ψ Ψ . (5.23)
dt ∂t ∂t
Ora usiamo l’equazione di Schrödinger (5.1) e la sua complessa coniugata, in
modo da poter scrivere
Z
d i h i
2
kΨk = d3 r (ĤΨ)∗ Ψ − Ψ∗ (ĤΨ) . (5.24)
dt ~
Ma l’ultimo integrale a destra è nullo a causa della (5.19) e quindi vale
d
kΨk2 = 0 . (5.25)
dt
In conclusione, l’hamiltoniano Ĥ è l’operatore lineare che determina l’evolu-
zione temporale delle funzioni d’onda, ma lo fa mantenendo la norma delle Ψ
costante nel tempo.
Il fatto che l’equazione di Schrödinger stazionaria, Ĥψ = Eψ, per una
particella in un potenziale V (r) sia un’equazione agli autovalori ha un’implica-
zione importante: lo spettro degli autovalori ammessi può essere sia continuo
che discreto. La struttura dello spettro, oltre che dalla forma del potenziale
V (r) dipende anche dalle condizioni che imponiamo alle funzioni ψ per quanto
riguarda la continuità e la derivabilità. Su questo aspetto possiamo ragionare
in questo modo:
i) vogliamo che la funzione ψ rappresenti lo stato fisico di una particella de-
terminandone il moto nello spazio e nel tempo in modo univoco; per questo la
funzione d’onda deve essere una funzione continua, con un unico valore finito
80 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

in ciascun punto dello spazio;


ii) dato che la quantità di moto è associata alla derivata spaziale della fun-
zione d’onda, vogliamo che anch’essa sia definita univocamente ovunque nello
spazio: dunque la ψ deve ammettere derivata prima continua.
Supponiamo che la funzione V (r) abbia la forma di una “buca di potenzia-
le”: la funzione sia ovunque uguale a una costante V0 tranne in una regione
limitata, entro la quale assume valori minori di V0 , avendo la forma di una
buca. Allora si può dimostrare (qui non lo faremo, ma più avanti illustreremo
degli esempi) che:

• per E < V0 l’equazione (5.26) ammette valori discreti di E (lo spet-


tro è discreto) e le autofunzioni corrispondenti hanno norma finita e si
annullano per |r| → ∞;

• per E > V0 l’equazione ammette soluzioni per qualsiasi valore reale po-
sitivo (lo spettro è continuo) e le autofunzioni all’infinito tendono ad
assumere la forma di un’onda di ampiezza costante.

Nel primo caso si parla di stati legati, con la particella costretta a rimanere
nella regione della buca di potenziale. Nel secondo caso si parla di stati liberi,
con la particella che può trovarsi anche lontana dalla buca.

5.2 Buche di potenziale


Vediamo come possiamo risolvere l’equazione di Schrödinger in qualche caso
semplice per capire il tipo si soluzioni che si ottengono. Prendiamo quindi una
particella che si muove in una sola direzione e cerchiamo i suoi stati staziona-
ri. Si tratta quindi di risolvere la versione unidimensionale dell’equazione di
Schrödinger stazionaria (5.11):

~2 d2
 
− + V (x) ψ(x) = Eψ(x) . (5.26)
2m dx2

Una volta risolta, potremmo scrivere la funzione d’onda completa


E
Ψ(x, t) = ψ(x)e−i ~ t = ψ(x)e−iωt . (5.27)

Come detto in precedenza, assumiamo che ψ sia continua e limitata, con deri-
vata prima continua. Notiamo anche che l’equazione di Schrödinger stazionaria
contiene solo grandezze reali, tranne la ψ che in generale è complessa. Questo
implica che se ψ è soluzione di Ĥψ = Eψ, allora vale anche (Ĥψ)∗ = (Eψ)∗ , ov-
vero Ĥψ ∗ = Eψ ∗ , e dunque ψ ∗ è anch’essa una soluzione della stessa equazione
di Schrödinger, con lo stesso autovalore E. D’altra parte, dato che l’equazione
5.2. BUCHE DI POTENZIALE 81

è lineare, qualsiasi combinazione lineare di ψ e ψ ∗ è una soluzione altrettanto


buona; in particolare lo è la funzione ψ + ψ ∗ , che è reale. Per questo, nel ca-
so dell’equazione di Schrödinger stazionaria, possiamo limitarci a cercare solo
soluzioni reali, senza perdere di generalità. Analogamente, notiamo che se ψ è
soluzione, allora anche cψ è soluzione con lo stesso autovalore di energia, con
c costante qualsiasi. Ciò permette di restringere la ricerca delle soluzioni a
quelle che hanno una norma fissata arbitrariamente, ad esempio le ψ di norma
unitaria, senza perdere di generalità.

Scegliamo un potenziale particolarmente semplice:


(
0 per |x| ≤ a
V (x) = (5.28)
V0 per |x| > a
che corrisponde ad una buca quadra. Si tratta del caso più semplice di una
classe di potenziali V (x) che si chiamano “costanti a tratti”. Un potenziale del
genere permettere di identificare tre diverse regioni dello spazio: l’intervallo I
tra −∞ e a, l’intervallo II tra −a e a, e l’intervallo III a e +∞. Chiamiamo
 = 2mE/~2 e U0 = 2mV0 /~2 . Allora in I e III l’equazione di Schrödinger ha
la forma
ψ 00 = (U0 − )ψ . (5.29)
mentre in II l’equazione è
ψ 00 = −ψ . (5.30)
Per 0 <  < U0√le soluzioni nelle regioni I e III esterne alla buca sono del
tipo e±qx , con q = U0 − . Si tratta di funzioni monotone. La funzione e−qx
diverge per x → −∞, mentre la funzione eqx diverge per x → +∞. Dato che
vogliamo funzioni ψ limitate, dobbiamo escludere la prima nella regione I e la
seconda nella regione III. Rimangono accettabili invece le due funzioni
ψI = CI eqx in I
(5.31)
ψIII = CIII e−qx in III
con CI e CIII ampiezze da determinare. Nella regione II invece le soluzioni
hanno la forma
ψII = A cos(kx) + B sin(kx) in II (5.32)
82 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO


con k = . Le ampiezze da determinare sono quattro, ma una di esse può
essere scelta arbitrariamente per fissare la norma della funzione d’onda al va-
lore, ||ψ|| = 1. La quarta incognita è il valore di , che esprime l’autovalore
E in forma adimensionale e che entra nella definizione di k e q. Dunque le
incognite sono quattro, tante quante le condizioni da imporre alla ψ, che sono
le condizioni di continuità della funzione e della sua derivata prima nei due
punti di raccordo x = ±a. La continuità della funzione dà le due equazioni

CI e−qa = A cos(ka) − B sin(ka)


(5.33)
CIII e−qa = A cos(ka) + B sin(ka) ,

mentre la continuità delle derivate dà

qCI e−qa = Ak sin(ka) + Bk cos(ka)


(5.34)
−qCIII e−qa = −Ak sin(ka) + Bk cos(ka) .

Per eliminare CI e CIII basta prendere il rapporto ψ 0 /ψ, che corrisponde ad


imporre la continuità della derivata logaritmica. Dalle relazioni precedenti si
ottiene
Ak sin(ka) + Bk cos(ka)

q =


A cos(ka) − B sin(ka)
(5.35)
−Ak sin(ka) + Bk cos(ka)
−q =

 ,
A cos(ka) + B sin(ka)
ovvero
(
q[A cos(ka) − B sin(ka)] − k[A sin(ka) + B cos(ka)] = 0
(5.36)
−q[A cos(ka) + B sin(ka)] + k[A sin(ka) − B cos(ka)] = 0 ,

e infine
(
A[q cos(ka) − k sin(ka)] − B[q sin(ka) + k cos(ka)] = 0
(5.37)
−A[q cos(ka) − k sin(ka)] − B[q sin(ka) + k cos(ka)] = 0 .

Le due equazioni differiscono solo per il segno del primo addendo e ammettono
soluzioni solo in due casi, quando
(
B=0
(5.38)
q cos(ka) − k sin(ka) = 0 ,

oppure quando (
A=0
(5.39)
q sin(ka) + k cos(ka) = 0 ,
5.2. BUCHE DI POTENZIALE 83

mentre il caso in cui (


q cos(ka) − k sin(ka) = 0
(5.40)
q sin(ka) + k cos(ka) = 0 ,
è escluso in quanto implicherebbe cotg(ka) = −tg(ka), che non ha soluzioni.
Le condizioni (5.38) corrispondono al caso in cui, dentro la buca, la funzione
d’onda ha la forma ψII = A cos(kx). Possiamo introdurre due nuove grandezze
ξ = ka e η = qa. Dalla definizione di k e q segue la relazione ξ 2 + η 2 = U0 a2 .
Mentre, dalla continuità della derivata logaritmica segue η = ξ tgξ. Mettiamo
queste due condizioni a sistema:
(
ξ 2 + η 2 = U0 a2
(5.41)
η = ξ tgξ .
Potremmo cercare le sue soluzioni numericamente al calcolatore. Ma qui il
nostro scopo è soltanto di mostrare che le soluzioni sono discrete. Per farlo,
è sufficiente ricorrere ad una visualizzazione grafica. Nello spazio individuato
dalle coordinate ξ e η, entrambe positive, le
√soluzioni del sistema corrispondono
all’intersezione tra un cerchio di raggio a U0 e le curve che rappresentano la
funzione
√ ξ tgξ, come nel disegno qui sotto (linee continue e pallini neri). Per
a U0 < π, ovvero U√0 < π 2 /a2 , si trova una sola intersezione nell’intervallo 0 <
ξ < π/2. Per π < a U0 < 2π se ne trovano due, di cui la seconda nell’intervallo
π < ξ < (3/2)π, e cosı̀ via. Quindi, il numero di stati stazionari pari ammessi
dall’equazione di Schrödinger aumenta al crescere della profondità della buca
e/o della sua larghezza, e i valori k ammessi (e dunque anche i valori ammessi
per l’energia) sono discreti.

Le condizioni (5.39) corrispondono invece al caso in cui ψII = B sin(kx).


Procedendo in modo analogo al caso precedente, possiamo scrivere
(
ξ 2 + η 2 = U0 a2
(5.42)
η = −ξ cotgξ .
84 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

Anche in questo caso troviamo soluzioni discrete, √ come nel disegno (linee trat-
teggiate e pallini aperti). In particolare, per a U0 < (3/2)π, √ si trova una sola
intersezione nell’intervallo π/2 < ξ < π. Per (3/2)π < a U0 < (5/2)π se ne
trovano due, di cui la seconda nell’intervallo (3/2)π < ξ < 2π, e cosı̀ via.
Per una data buca, con U0 e a assegnati, gli stati stazionari si alternano
tra stati pari e stati dispari al crescere dell’autovalore dell’energia. Lo stato di
energia più bassa è lo stato pari con 0 < ξ < π/2, ovvero 0 < k < π/(2a), da
cui anche 0 < E < ~2 π 2 /(8ma2 ). Lo stato successivo, in ordine crescente di
energia, è il primo stato dispari, poi uno stato pari, eccetera. Per gli stati pari,
la condizione di continuità della funzione in x = ±a impone che i coefficienti
CI e CIII siano uguali e il loro valore comune è univocamente fissato dal valore
dell’ampiezza A, mentre per gli stati dispari devono avere segno opposto, e il
loro modulo è fissato dall’ampiezza B. Quindi l’equazione di Schrödinger, con
le condizioni di continuità delle funzioni e delle loro derivate prime, ci fornisce
le autofunzioni ψ a meno di un’ampiezza arbitraria, che potrebbe essere fissata
imponendo che le ψ abbiano norma unitaria. Nella figura che segue (rielabo-
rata da una immagine di Wikipedia) sono rappresentate le funzioni |ψ|2 nel
caso di una buca che ammette solo quattro stati legati. Le linee tratteggiate
rappresentano qualitativamente i valori crescenti di energia.

Questi che abbiamo appena discusso sono gli stati legati, per i quali lo
spettro degli autovalori dell’energia è discreto. La forma della funzione d’onda
all’interno della buca è quella di una funzione coseno (per stati pari) o funzione
seno (per stati dispari) con vettore d’onda crescente. Il numero di oscillazioni
che la ψ compie all’interno della buca cresce con l’energia. Queste funzioni
sinusoidali si raccordano al bordo della buca con due esponenziali decrescenti.
Se invece consideriamo il caso  > U0 (ovvero E > V0 ), l’equazione di
Schrödinger nelle regioni I e III, esterne alla buca, è:

ψ 00 = −( − U0 )ψ . (5.43)
5.2. BUCHE DI POTENZIALE 85

Anziché esponenziali crescenti (in I) e decrescenti (in III) com’era per gli stati
legati, ora abbiamo soluzioni oscillanti del tipo
ψI = CI cos(qx) + CI0 sin(qx) in I
0 (5.44)
ψII = CIII cos(qx) + CIII sin(qx) in III

con q =  − U0 . È facile vedere che queste soluzioni possono essere raccordate
in modo continuo e con derivata continua in x = ±a alla funzione d’onda
interna (5.32) per qualsiasi valore di E. Si tratta quindi di uno spettro continuo
di stati liberi, corrispondenti a particelle che possono stare anche a grandi
distanze dalla buca. Più avanti parleremo di nuovo di stati liberi, quando
discuteremo la riflessione e la trasmissioni di particelle soggette ad una barriera
di potenziale.
Torniamo agli stati legati nella buca e consideriamo gli stati di energia più
bassa in una buca molto profonda, che corrispondono al caso E  V0 . Per
questi stati tutto va come se la barriera fosse infinita (V0 → ∞). Riprendendo
la soluzione grafica usata precedentemente,
√ si vede che questo corrisponde a
prendere un cerchio di raggio a U0  1 che incrocia le funzioni ξtgξ e −ξcotgξ
lungo gli asintoti verticali in ξ = n(π/2), con n = 1, 2, . . . . Dunque, essendo
ξ = ka e E = ~2 k 2 /(2m), ne segue che lo spettro dei valori ammessi è dato da
π 2 ~2
En = n2 . (5.45)
8ma2
Si vede anche che nello stesso limite le code esponenziali e±qx della funzione
d’onda all’esterno
√ della buca si annullano in modo infinitamente rapido, dato
che q = U0 −  → ∞ e, quindi, la funzione d’onda di fatto è confinata
nella buca, dove ha la forma di una sinusoide che si annulla in x = ±a. Le
soluzioni, quindi, coincidono formalmente con i modi normali di vibrazione
di una corda di lunghezza 2a fissata agli estremi, che hanno vettore d’onda
discretizzato secondo la regola k = nπ/(2a), esattamente come le funzioni
d’onda dell’equazione di Schrödinger. Il primo stato, con n = 1 è un coseno,
con un massimo in x = 0 e nessun nodo nell’intervallo (−a, a); il secondo è un
seno, con un nodo in x = 0 e lunghezza d’onda pari alla larghezza della buca; il
generico stato con indice n è una funzione oscillante con n − 1 nodi all’interno
della buca, e cosı̀ via. Naturalmente l’analogia con la corda vibrante rimane
puramente formale: non dobbiamo confondere il significato dell’oscillazione nei
due casi. Per la corda sappiamo cosa oscilla, per le soluzione dell’equazione di
Schrödinger ancora no.
Lo spettro della buca infinita (5.45) fornisce una scala di energia interes-
sante, fissata da π 2 ~2 /(2md2 ), dove d = 2a è la larghezza della buca. Si tratta
infatti del valore minimo dell’energia ammessa per una particella confinata
entro un intervallo di larghezza d, ed è anche la scala tipica della discretizza-
zione dei livelli energetici. Ad esempio, se confiniamo un elettrone di massa
86 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

∼ 10−27 g in una buca di potenziale di dimensione atomica ∼ 10−8 cm, otte-


niamo ~2 /(2md2 ) ∼ 10−11 erg, ovvero una decina di elettronvolt, che per un
elettrone è un’energia significativa. Invece, se prendiamo una biglia di massa
10 g in una buca di larghezza 10 cm, allora π 2 ~2 /(2md2 ) ∼ 10−57 erg, che è
un’energia ridicolmente piccola rispetto all’energia tipica di una biglia in con-
dizioni normali. Questo significa che per la biglia l’esistenza di un minimo di
energia quantistico è del tutto irrilevante, cosı̀ com’è irrilevante la discretiz-
zazione dello spettro, e possiamo giocare con le piste delle biglie in spiaggia
senza preoccuparci della meccanica quantistica. Ma gli elettroni negli atomi
non possono ignorarla.
Per le buche unidimensionali trattate fin qui, gli stati legati sono discreti
e sono etichettabili con un numero intero n, che possiamo chiamare nume-
ro quantico. Usando la buca quadra è facile intuire cosa cambia se passia-
mo al caso di due o tre dimensioni. Ad esempio, se prendiamo un poten-
ziale V (r) che è nullo all’interno di un cubo di lato a centrato in r = 0 e
vale V0 > 0 all’esterno, l’equazione di Schrödinger nella buca ha la forma
−(~2 /2m)∇2 ψ(r) = Eψ(r). In coordinate cartesiane ortogonali possiamo scri-
vere il laplaciano come (∂ 2 /∂x2 ) + (∂ 2 /∂y 2 ) + (∂ 2 /∂z 2 ), e le soluzioni dell’e-
quazione hanno la forma cos(kx x) cos(ky y) cos(kz z), o analoghi prodotti ma
con la funzione seno al posto del coseno in uno o più fattori. Date le con-
dizioni al contorno, i valori di kx , ky e kz saranno discreti e potremmo as-
segnare a ciascuno un numero quantico nx , ny e nz . L’energia sarà data da
E = ~2 k 2 /2m = (~2 /2m)(kx2 + ky2 + kz2 ). Dunque, come nel modello di Bohr-
Sommerfeld, la dimensionalità del problema determina il numero di numeri
quantici necessari per caratterizzare gli stati del sistema.
Un po’ più complicato è il caso di un buca quadra isotropa in 3D, in cui
il potenziale V (r) è nullo all’interno di una sfera di lato a centrato in r = 0
e vale V0 > 0 all’esterno. In tal caso, conviene esprimere tutto in coordinate
polari (r, θ, φ). Qui non risolviamo il problema, ma semplicemente accennia-
mo al fatto che le soluzioni nella buca possono essere scritte come prodotto
di funzioni speciali nella forma ψ(r, θ, φ) = (1/r)jnr ,l (r)Yl,m (θ, φ), dove le jnr ,l
sono le funzioni di Bessel sferiche e le Yl,m sono le cosiddette armoniche sfe-
riche; si tratta di funzioni speciali, note e tabulate, appropriatamente definite
nell’ambito della teoria delle equazioni differenziali. Qui non ci interessa ap-
profondire la questione; ci basta sottolineare il fatto che le soluzioni dipendono
da tre numeri quantici: il numero quantico radiale nr che determina il numero
di nodi della funzione d’onda nella direzione radiale; il numero quantico l, che
discretizza il momento angolare; il numero quantico azimutale m, che fissa i
valori possibili della componente z del momento angolare. Le analogie con il
modello di Bohr-Sommerfeld sono notevoli, ma qui non si parla di orbite, né
circolari né ellittiche, e non si fanno assunzioni sugli integrali d’azione: tutto
emerge dalla soluzione dell’equazione di Schrödinger.
5.3. INTERPRETAZIONE PROBABILISTICA DI Ψ 87

A questo punto è anche più facile capire cosa fece Schrödinger: prese la sua
nuova equazione e inserı̀ il potenziale isotropo e2 /r per l’elettrone nell’atomo
di idrogeno. Lavorando in coordinate polari trovò che per la parte angolare
avevano la forma delle armoniche sferiche e per la parte radiale erano funzio-
ni speciali, dette ipergeometriche confluenti, 1 F1 . In particolare, la funzione
d’onda degli stati stazionari con E < 0, soluzioni del problema di Keplero
quantistico, è

ψ(r, θ, φ) = Crl e−γr 1 F1 (l + 1 − n, 2l + 2; 2γr)Yl,m (θ, φ) , (5.46)

dove C è una costante di normalizzazione,pn, l e m sono i tre numeri quantici


principale, angolare e azimutale, e γ = 2m|E|/~2 . Il numero di nodi in
direzione radiale nr è legato al numero quantico principale da n = nr + l + 1.
I valori ammessi per l’energia sono

me4 2π 2 me4
En = − = − , (5.47)
2n2 ~2 n2 h2
che sono gli stessi del modello di Bohr e sono in accordo con le serie spettrali
osservate. La derivazione completa di questo risultato la lasciamo ai corsi più
avanzati; qui ci basta coglierne il senso generale.

5.3 Interpretazione probabilistica di Ψ


Avendo visto sinteticamente come si può risolvere l’equazione di Schrödin-
ger, torniamo ora al significato della funzione d’onda Ψ(r, t). Vogliamo che
rappresenti la dinamica di una particella, ma in che modo?
Per prima cosa ci chiediamo se il comportamento ondulatorio, ovvero il
fatto che la Ψ è generalmente delocalizzata nello spazio e, laddove il potenzia-
le è costante, ammette soluzioni del tipo e±ikx , sia effettivamente osservabile.
Per dare qualche stima usiamo la relazione λ = 2π/k = 2π~/p = h/p e con-
sideriamo un granello di polvere di massa m ' 10−4 g che si muove ad una
velocità v ' 1 cm/s. Allora p = mv ' 10−4 g cm/s e λ = h/p ' 10−22 cm.
Lunghezze d’onda cosı̀ corte non sono misurabili e sono trascurabili rispetto a
qualsiasi scala di distanze ragionevole da usare nella descrizione del moto della
particella. In questo caso, eventuali effetti quantistici non sono osservabili e
il granello di polvere si comporta come una particella newtoniana. Se invece
prendiamo un elettrone, che ha una massa dell’ordine di 10−27 g, e lo facciamo
viaggiare ad una velocità di 0.01c = 3×108 cm/s, allora p ' 3×10−19 g cm/s e
λ ' 2 × 10−8 cm; questa lunghezza d’onda è confrontabile con le dimensioni di
un atomo. Ne concludiamo che l’elettrone può effettivamente esibire una de-
localizzazione su scala atomica. In tal caso una descrizione classica in termini
di una particella puntiforme che si muove lungo un’orbita non può funzionare.
88 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

Notiamo che la lunghezza d’onda associata (nel senso di de Broglie) ad un


elettrone di velocità 0.01c è dello stesso ordine di quella tipica dei raggi X. È
noto che i raggi X manifestano effetti di diffrazione se vengono inviati contro
superfici o particelle solide. La diffrazione è una conseguenza dell’interferenza
tra onde diffuse dagli atomi del solido; questi ultimi si comportano come un
reticolo di diffrazione con passo reticolare dell’ordine di 10−8 cm o poco più.
Viene dunque naturale chiedersi cosa succede se, anziché usare un fascio di rag-
gi X, si usa un fascio collimato di elettroni con velocità fissata. Se gli elettroni
si comportano come onde allora devono manifestare diffrazione: dopo aver in-
teragito con la superficie del solido, gli elettroni dovranno diffondere secondo
una distribuzione angolare avente massimi e minimi in corrispondenza dell’in-
terferenza costruttiva e distruttiva delle onde che li rappresentano, e la figura
di diffrazione dovrebbe essere simile a quella ottenuta con raggi X. Questo ti-
po di esperimenti vennero effettuati, ad esempio da Davisson e Germer (1927),
[Link] e Reid (1927) e Rupp (1928), e confermarono questa predizione,
inclusa la relazione di de Broglie p = h/λ. E successivamente lo stesso com-
portamento ondulatorio è stato osservato anche in esperimenti di diffusione di
altre particelle, come protoni, neutroni, ma anche atomi e molecole.
Dato l’esito di questi esperimenti, dobbiamo abbandonare il concetto di
particella e sostituirlo con quello di funzione d’onda? Dobbiamo identificare
l’elettrone, ad esempio, con la sua funzione d’onda? Questo implicherebbe che
la sua carica elettrica sarebbe distribuita nella regione dove |Ψ|2 è non nulla e,
inoltre, non potremmo avere collisioni tra particelle su questa scala in termini
di urti tra particelle puntiformi. L’interpretazione di elettrone come carica
elettrica distribuita fu quella scelta da Schrödinger, e che difese strenuamente
anche contro l’opinione di colleghi come Born, Heisenberg, Dirac e altri. Que-
sta interpretazione, in effetti, aveva parecchi punti deboli: in un atomo con
molti elettroni, il fatto di distribuire la carica negativa in modo continuo nel-
lo spazio dava luogo a predizioni inconsistenti con le misure spettroscopiche;
inoltre nella diffusione di Compton tutto funziona se l’elettrone viene consi-
derato come una particella puntiforme; infine, negli esperimenti in cui fasci
di elettroni di bassa intensità vengono diffusi da reticoli (cristalli o fenditure)
gli elettroni diffusi possono essere rivelati uno ad uno, ad angoli diversi, ed
è la loro distribuzione cumulata a mostrare l’effetto di diffrazione. Dunque,
localizzazione e delocalizzazione sembrano convivere, senza annullarsi.
Un’interpretazione diversa, che ebbe subito successo e che tuttora viene
considerata come l’interpretazione standard, fu quella data da Born. L’idea
gli venne proprio ragionando sui processi di diffusione. Se una particella, ad
esempio una particella α, viene fatta diffondere da un bersaglio, ad esempio il
nucleo di un atomo, l’applicazione dell’equazione di Schrödinger dice che la Ψ
della particella incidente, inizialmente confinata entro uno stretto fascio rettili-
neo, dopo la diffusione riempie tutto lo spazio, come nel caso di un’onda piana
5.3. INTERPRETAZIONE PROBABILISTICA DI Ψ 89

classica che incontra un ostacolo dando luogo ad un’onda sferica uscente. Se la


particella coincide con l’onda stessa, allora la sua carica e la sua massa, dopo
la collisione, si distribuiranno in tutto lo spazio. Ciò è in netta contraddizione
con gli esperimenti: le particelle arrivano una a una sullo schermo fluorescente,
emettendo lampi in coincidenza con il loro arrivo, entro una regione piccola
dello schermo, compatibile con la descrizione in termini di particelle puntifor-
mi. Ma facendo i calcoli si vede anche che il modulo quadro |Ψ|2 varia con
l’angolo di deflessione in modo tale che, laddove |Ψ|2 è più grande, il numero
di particelle rivelate, a parità di flusso incidente, è maggiore. Sulla base di
questi ragionamenti, Born concluse che la grandezza |Ψ(r, t)|2 dev’essere pro-
porzionale alla probabilità che la particella si trovi nel punto r dello spazio
al tempo t. In questo modo, la funzione d’onda acquista un’interpretazione
intrinsecamente statistica, o probabilistica. Ad esempio, la delocalizzazione
dell’elettrone nell’atomo d’idrogeno consiste nel fatto che, malgrado l’elettro-
ne sia una particella puntiforme (nel senso che nessun esperimento è mai stato
in grado di misurarne il raggio), quando esso si trova in uno stato stazionario
dell’atomo è impossibile predire dove si trova in un certo istante; tutto ciò che
possiamo sapere in merito alla sua posizione è la probabilità di trovarlo in una
certa regione di spazio in quell’istante, e questa probabilità è determinata dalla
quantità |Ψ(r, t)|2 , essendo Ψ(r, t) una soluzione dell’equazione di Schrödinger.
Questa interpretazione è una sorta di compromesso nel conflitto tra com-
portamento corpuscolare e ondulatorio: quelle che nel linguaggio classico chia-
miamo particelle possiamo ancora chiamarle particelle e sono localizzabili, nel
senso che possono lasciare tracce in emulsioni fotografiche, produrre scie in una
camera a bolle, o possono collidere tra loro comportandosi come particelle di
dimensioni trascurabili, ecc., ma la loro traiettoria non è predicibile né osserva-
bile in senso classico, se non nei limiti in cui vale il principio di corrispondenza.
In generale la loro dinamica è data da una funzione d’onda e questa funzione
contiene informazioni statistiche sull’esito delle possibili misure di grandezze
fisiche. Tuttavia, la rinuncia alla descrizione in termini di traiettorie classiche
non implica un indebolimento delle capacità predittive della teoria. La predit-
tività della teoria, infatti dev’essere valutata in base alle predizioni che essa
fornisce per i valori di grandezze effettivamente osservabili. E come lo studente
avrà modo di vedere nei corsi più avanzati, questa nuova teoria, malgrado il
carattere statistico della Ψ, è fortemente predittiva.
Elaboriamo un po’ meglio l’interpretazione probabilistica di Ψ dal punto di
vista formale. Dato che un punto dello spazio ha dimensione nulla, assegnare
un valore finito alla probabilità di trovare una particella in un punto è for-
malmente impossibile (e lo è anche nella pratica, data la dimensione finita di
un qualsiasi apparato di rilevazione). Ha senso invece considerare un volume
infinitesimo d3 r posizionato in r e dire qual è la probabilità che la misura di
posizione stia in quel volume. Se il volumetto è piccolo la probabilità è pro-
90 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

porzionale a d3 r e la costante di proporzionalità ha il significato di densità di


probabilità. Quindi possiamo assumere che

dP = d3 r |Ψ(r, t)|2 (5.48)

sia la probabilità di trovare la particella nell’intervallo (r, r + dr) al tempo t.


Allora l’integrale di |Ψ(r, t)|2 in tutto lo spazio è la probabilità di trovare la
particella ovunque. Dato che la probabilità deve essere un numero compreso
tra 0 e 1, dove 1 è la certezza, possiamo scrivere:
Z
d3 r |Ψ(r, t)|2 = 1 , (5.49)

ovvero kΨk2 = 1. Se una soluzione dell’equazione di Schrödinger ha norma


quadra kΨk2 = C√6= 1, poco male, possiamo sempre moltiplicare la vecchia Ψ
per un fattore 1/ C in modo da ottenere una nuova funzione d’onda a nor-
ma 1, ancora soluzione dell’equazione, a cui possiamo attribuire il significato
di densità di probabilità. Una conseguenza tuttavia è che, per applicare l’in-
terpretazione probabilistica della Ψ è necessario che la funzione d’onda abbia
norma finita, sia cioè una funzione a quadrato sommabile. Un vantaggio è che
a queste funzioni si applica anche il formalismo delle trasformate di Fourier.
Inoltre, se normalizziamo a 1 una funzione d’onda calcolata in un istante t
generico, essa rimarrà normalizzata a 1 anche in tutti gli istanti successivi,
dato che l’hamiltoniano Ĥ conserva la norma nel tempo. L’interpretazione
probabilistica quindi si preserva nell’evoluzione temporale.
Il fatto di attribuire un significato probabilistico alla funzione d’onda ha
una conseguenza diretta sulla modalità con cui possiamo confrontare la Ψ
calcolata nella teoria con l’esito di misure di posizione in un esperimento.
Quello che Born sostiene è che, con qualche dispositivo opportuno, come un
rivelatore che abbia un’appropriata risoluzione spaziale, possiamo misurare la
posizione r di una particella con un’indeterminazione anche piccola, ma la
singola misura non basta. Infatti, in misure ripetute con lo stesso apparato e
avendo preparato il sistema al tempo t = 0 sempre allo stesso modo (stessa
particella, stessa buca di potenziale, ecc.) otterremo misure di posizione al
tempo t diverse ad ogni misura. Tracciando un istogramma con la frequenza
dei valori di r misurati nella serie di misure vedremo che, al tendere del numero
di ripetizioni all’infinito, l’istogramma convergerà alla forma della funzione
|Ψ(r, t)|2 . Il tipo di esperimento ripetuto che Born aveva in mente, era un
esperimento di diffusione dove le particelle arrivano ad una ad una verso un
bersaglio, preparate allo stesso modo, e poi seguono percorsi diversi dopo aver
interagito con il bersaglio, accumulandosi ai rivelatori secondo la distribuzione
statistica fissata dalla funzione d’onda. Tradotto nel caso degli stati stazionari
nella buca di potenziale, ciò implica una delocalizzazione della particella nella
5.3. INTERPRETAZIONE PROBABILISTICA DI Ψ 91

buca stessa, ma questo non vuol dire che la massa o la carica della particella
vengono effettivamente spalmate nello spazio, come fosse un budino; vuol dire
piuttosto che non abbiamo modo di sapere quale sarebbe l’esito di una singola
misura di posizione della particella. Se eseguissimo la misura, la troveremmo
localizzata in qualche punto entro la buca, ma non sappiamo quale, sappiamo
solo che se ripetiamo più volte la misura troveremo una distribuzione statistica
fissata dalla |Ψ|2 . Ad esempio, se la particella si trova nello stato stazionario
con n = 2 della buca infinita, allora non troveremo mai il valore x = 0 come
esito della misura, perchè in x = 0 la funzione d’onda di quello stato ha un
nodo; la particella non sarà mai trovata in quel punto.
Dato che dP = d3 r |Ψ|2 è una probabilità, ne segue che ρ = |Ψ|2 è una
densità di probabilità. Ci possiamo allora chiedere se esiste una corrispondente
densità di corrente j tale che valga una legge di continuità
∂ρ
+∇·j=0 (5.50)
∂t
in analogia al caso della densità di carica e della densità di corrente elettrica
in un mezzo conduttore, o al caso della densità e corrente di massa in un
fluido. In quei casi la legge di continuità riflette la conservazione della carica e
della massa, mentre nel caso della Ψ si tratta delle conservazione della norma.
Consideriamo la variazione nel tempo dell’integrale di ρ(r) calcolato entro un
volume V finito racchiuso da una superficie S:
Z Z Z
d 3 ∂ρ ∂
3
d rρ= dr = d3 r (Ψ∗ Ψ)
dt V ∂t ∂t
ZV  V     (5.51)
3 ∗ ∂ ∂ ∗
= dr Ψ Ψ + Ψ Ψ .
V ∂t ∂t
Usiamo l’equazione di Schrödinger per rimpiazzare le derivate temporali in
termini dell’operatore Ĥ:
Z Z
3 ∂ρ 1 h i
3 ∗ ∗
dr = d r Ψ (ĤΨ) − (ĤΨ )Ψ
V ∂t i~ V
Z
~
d3 r Ψ∗ (∇2 Ψ) − (∇2 Ψ∗ )Ψ
 
=−
2mi V
Z (5.52)
~ 3 ∗ ∗
=− d r ∇ · [Ψ (∇Ψ) − (∇Ψ )Ψ]
2mi V
Z
~
=− [Ψ∗ (∇Ψ) − (∇Ψ∗ )Ψ] · da .
2mi S
L’ultima espressione può essere interpretata come il flusso di una densità di
corrente definita in questo modo
~
j= [Ψ∗ (∇Ψ) − (∇Ψ∗ )Ψ] . (5.53)
2mi
92 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

Allora la catena di uguaglianze di prima può essere sintetizzata con la relazione


Z  
3 ∂ρ
dr +∇·j =0 (5.54)
V ∂t
che deve valere per qualsiasi volume V e, dunque, implica l’equazione di
continuità
∂ρ
+∇·j=0 (5.55)
∂t
a cui si può attribuire il seguente significato: una diminuzione o un aumento
della probabilità che una particella si trovi in un volume assegnato è compen-
sato esattamente da un flusso di probabilità in uscita o in entrata attraverso
la superficie che racchiude il volume. Tutto va come per il flusso di carica
elettrica o come il flusso di massa in un fluido, salvo che qui la quantità j
rappresenta la densità di corrente di probabilità. Questo grandezza ci servirà
tra poco per trattare gli stati di particelle libere che diffondono da barriere di
potenziale.

5.4 Barriera di potenziale


Per imparare a lavorare con stati stazionari di particelle asintoticamente libere
cominciamo dal caso di particelle soggette ad una barriera di potenziale che,
per semplicità prendiamo a forma di scalino in una dimensione:
(
0 per x ≤ 0 (regione I)
V (x) = (5.56)
V0 per x > 0 (regione II) .

In fisica classica una particella che ha un’energia E minore dell’altezza dello


scalino V0 rimarrebbe confinata nel semispazio x < 0; se inizialmente si muove
verso destra, quando arriva alla barriera rimbalza elasticamente e torna indie-
tro. Se invece la particella ha un’energia E > V0 , allora può muoversi in tutto
lo spazio, venendo accelerata o decelerata dalla barriera a seconda del verso
di percorrenza. Qui vogliamo dimostrare che, se le dinamica della particella
è descritta dall’equazione di Schrödinger, allora possono accadere due effetti
classicamente proibiti: 1) per E < V0 la particella può essere trovata anche
a destra della barriera; 2) per E > V0 la particella può essere riflessa dalla
barriera.
Iniziamo con il caso E < V0 . Come abbiamo fatto per la buca quadra,
anche qui dividiamo lo spazio in zone dove V (x) è costante. Nella regione
I l’equazione di Schrödingerp stazionaria è ψ 00 (x) = −(2mE/~2 )ψ(x), ovvero
ψ 00 (x) = −k 2 ψ(x) con k = 2mE/~2 , che ha soluzioni del tipo

ψI (x) = Aeikx + Be−ikx . (5.57)


5.4. BARRIERA DI POTENZIALE 93

Qui abbiamo scelto di scriverle in forma complessa, anziché in forma di seni


e coseni, ma le due versioni sono equivalenti dato che si passa dall’una al-
l’altra tramite combinazioni lineari. Nella regione II l’equazione
p è ψ 00 (x) =
[2m(V0 − E)/~2 ]ψ(x), ovvero ψ 00 (x) = q 2 ψ(x) con q = 2m(V0 − E)/~2 , che
ha soluzioni del tipo
ψII (x) = Ce−qx (5.58)
dove abbiamo scartato la soluzione divergente eqx . Prima di imporre le condi-
zioni di continuità delle funzioni e delle derivate in x = 0, dobbiamo discutere
un problema relativo alla norma di queste funzioni, in particolare al fatto che
la norma della funzione ψI non esiste. Infatti l’integrale
Z 0 Z 0
3 2
d r |ψI | = d3 r |Aeikx + Be−ikx |2 (5.59)
−∞ −∞

diverge, dato che il modulo quadro della funzione si mantiene finito anche a
quando |x| → ∞. Come procediamo? Ci sono almeno tre strade equivalenti:

• Possiamo considerare la regione I come una buca il cui gradino di sini-


stra è posto a x = −a con a talmente grande da poter trascurare il suo
effetto nella dinamica intorno alla barriera posta in x = 0. Allora la ψI
ha norma finita, in quanto l’integrale di prima si estende su una regione
finita. Si avranno soluzioni oscillanti come per la buca quadra, con uno
spettro discreto di vettori d’onda k che devono essere multipli interi di
π/a. Lo spettro è denso se a è grande. Cosı̀ facendo otterremo risul-
tati che contengono a, ma la fisica dell’interazione tra la particella e la
barriera potrà essere estratta tenendo i termini finiti nel limite a → ∞.
Per quanto questa procedura possa sembrare cruda e inelegante, vale la
pena ricordare che è proprio ciò che viene normalmente fatto quando
l’equazione di Schrödinger viene risolta numericamente al computer. In
tal caso, di solito, si rimpiazza l’intervallo spaziale infinito con una sca-
tola di larghezza finita che contiene la fisica che interessa. Se la scatola è
sufficientemente grande, i risultati non dipenderanno dalla sua larghezza.
• Possiamo insistere nella richiesta che la funzione d’onda rappresenti una
singola particella e che sia a quadrato sommabile. È vero che la ψI scritta
94 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

sopra non gode di questa proprietà, ma nulla ci impedisce di costruire una


nuova ψ a quadrato sommabile come combinazione
R lineare delle ψI con
ikx
diversi valori di k, ad esempio della forma dk g(k)e . In questo modo
possiamo ottenere un pacchetto d’onde che rappresenta una particella in
movimento. Il prezzo che si paga è un’incertezza ∆k sul vettore d’onda
a cui corrisponde un’incertezza ∆p sulla quantità di moto. Che ci sia
questa incertezza è realistico: in ogni esperimento reale c’è un margine
di errore su p.
• Possiamo rinunciare a localizzare la particella e passare invece ad una
descrizione in termini di flusso di particelle. Più precisamente possiamo
impostare il problema come un processo di diffusione in cui si hanno
particelle incidenti, trasmesse e riflesse dalla barriera. In un approccio
del genere non ha importanza sapere con quale probabilità una parti-
cella possa essere trovata in un dato intervallo spaziale, ma piuttosto ci
interessa sapere quant’è il numero di particelle che passano nell’unità di
tempo da un punto assegnato viaggiando nell’una o nell’altra direzione.
Invece della densità di probabilità ρ ci interessa la densità di corrente di
probabilità j.
Scegliamo quest’ultimo punto di vista e vediamo come possiamo usare le
soluzioni libere dell’equazione di Schrödinger stazionaria per estrarre le infor-
mazioni sul comportamento fisico del sistema. A tale scopo prendiamo una
soluzione generica nella forma di un’onda piana Aeikx e calcoliamoci la densità
di corrente j a partire dalla definizione (5.53) in una dimensione:
     
~ ∗ −ikx d ikx d ∗ −ikx ikx ~k
j= Ae Ae − Ae Ae = |A|2 . (5.60)
2mi dx dx m
La stessa onda piana ha densità di probabilità ρ = |A|2 e dunque possiamo
scrivere j = ρ~k/m = ρp/m. Questo risultato è analogo al risultato classico
per un fluido, la cui densità di corrente è legata alla densità di particelle da
j = ρv dove v = p/m. Nel caso quantistico non sappiamo dove si trovano le
particelle, ma la quantità j ci dà, in senso statistico, il numero di particelle che
passano nell’unità di tempo per un punto assegnato. Nel caso dell’onda Aeikx
le particelle si muovono da sinistra a destra (verso valori positivi della x) e il
flusso è proporzionale a |A|2 e k. Analogamente per un’onda piana Be−ikx le
particelle vanno da destra a sinistra e il flusso è proporzionale a |B|2 e k.
Immaginiamo una situazione in cui un flusso stazionario di particelle incide
sulla barriera da sinistra verso destra nel regione I, e fissiamo arbitrariamente
l’ampiezza dell’onda incidente al valore A = 1. In regime stazionario, a questo
flusso incidente corrisponderà anche un flusso di particelle riflesse, nello stesso
semispazio. Formalmente ciò equivale a scrivere
ψI (x) = eikx + Re−ikx (5.61)
5.4. BARRIERA DI POTENZIALE 95

dove R è l’ampiezza dell’onda riflessa. Poi riscriviamo la soluzione nella regione


II come
ψII (x) = T e−qx (5.62)
dove T sta per trasmessa, anche se in questo caso non si tratta di una vera
e propria trasmissione di particelle, ma solo di una coda esponenziale sotto
la barriera. Ora imponiamo le condizioni di continuità della funzione e della
derivata prima in x = 0:
(
1+R=T
(5.63)
ik(1 − R) = −qT .

Moltiplicando la prima per q e sommando si ottiene


k − iq
R= (5.64)
k + iq
che inserito nella prima dà anche
2k
T = , (5.65)
k + iq
e il problema è risolto, per qualsiasi valore di E compreso tra 0 e V0 .
Osserviamo a questo punto che l’ampiezza dell’onda riflessa R, essendo
il rapporto tra un numero e il suo complesso coniugato, ha modulo quadro
uguale a 1. Questo dovevamo aspettarcelo, perché la densità di corrente del-
l’onda incidente vale ~k/m per costruzione, mentre quella dell’onda riflessa
vale −(~k/m)|R|2 . Inoltre la corrente a destra della barriera è nulla, perché
se applichiamo la definizione (5.53) ad una funzione reale otteniamo sempre 0.
Dunque, se vogliamo che lo stato sia stazionario, tante particelle devono uscire
nell’unità di tempo quante ne entrano, e questo implica che i flussi in entrata
e uscita nella regione I devono compensarsi esattamente e quindi |R|2 = 1.
Se il risultato per R ci può sembrare ragionevole anche interpretando la
riflessione come un rimbalzo classico, quello per T ci crea qualche problema in
più. In particolare, il fatto che T sia diverso da zero implica, secondo l’inter-
pretazione probabilistica della funzione d’onda, che una particella incidente da
sinistra possa essere trovata, con probabilità non nulla, anche in una regione di
x positivi. Tale regione è classicamente proibita, in quanto una particella clas-
sica avente energia meccanica E non può in alcun modo trovarsi in punti dello
spazio dove l’energia potenziale V0 è maggiore di E, dato che questo impli-
cherebbe un’energia cinetica negativa. A pensarci bene, lo stesso problema ce
l’avevamo anche per gli stati legati della buca quadra. Se torniamo alla figura
in sezione 5.2 vediamo che anche in quel caso si aveva uno sconfinamento delle
funzioni d’onda al di fuori della buca e l’unico modo per evitare il problema
96 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

era di mandare V0 all’infinito. Ma per un valore di V0 finito, il problema è


inevitabile. Ma in realtà non si tratta di un problema, anzi; come vedremo
nella sezione successiva parlando di effetto tunnel, la natura in effetti ammette
questi “sconfinamenti” e l’equazione di Schrödinger li descrive correttamente,
mentre la meccanica classica non può farlo.
Ora trattiamo il caso E > V0 . La particella ha abbastanza energia per
passare oltre la barriera. Classicamente, la particella che viene da sinistra verso
destra con una certa velocità proseguirà a destra con una velocità inferiore.
Quantisticamente possiamo considerare un flusso di particelle in ingresso da
sinistra come un’onda piana di ampiezza 1, che dà luogo ad un’onda piana
riflessa di ampiezza R e una trasmessa di ampiezza T in questo modo:

ψI (x) = eikx + Re−ikx


(5.66)
ψII (x) = T eiqx ,
p p
con k = 2mE/~2 e q = 2m(E − V0 )/~2 . Seguendo il ragionamento clas-
sico saremmo portati ad imporre R = 0, perchè non ci aspettiamo particelle
che tornano indietro, ma dal punto di vista dell’equazione di Schrödinger non
abbiamo ragioni per eliminare questo termine. Rispetto al caso E < V0 , l’unica
differenza è che la soluzione a destra qui è un’onda piana, mentre prima era un
esponenziale decrescente. I calcoli si ripetono allo stesso modo. Le condizioni
di continuità in x = 0 danno
(
1+R=T
(5.67)
ik(1 − R) = iqT .

e i risultati saranno gli stessi di prima, salvo sostituire −q con iq. Il risultato
sarà dunque
k−q
R= (5.68)
k+q
e
2k
T = . (5.69)
k+q
Per quanto riguarda la corrente j, a sinistra vale j = (~k/m)(1 − |R|2 ), mentre
a destra vale j = (~q/m)|T |2 . Ma la conservazione del numero di particelle
impone che queste due correnti siano uguali, ovvero
q 2
1 − |R|2 = |T | , (5.70)
k
ed è facile verificare che le due espressioni precedenti per R e T soddisfano
questa condizione, come ci si attende per stati stazionari.
Da questi risultati vediamo che la probabilità che una particella torni in-
dietro, pur avendo energia sufficiente per superare la barriera, è diversa da
5.5. EFFETTO TUNNEL 97

zero. Si tratta di un comportamento incompatibile con il concetto di particel-


la classica. È invece compatibile con la riflessione parziale di onde classiche,
ad esempio sonore o luminose, quando incidono sulla superficie di separazione
tra due mezzi con proprietà elettriche o elastiche diverse. Il rapporto tra flusso
trasmesso e flusso riflesso vale
p
jtr q|T |2 4qk 4 E(E − V0 )
= = = √ √ . (5.71)
jrifl k|R|2 (k − q)2 ( E − E − V0 )2

Se l’energia della particella è molto più grande dell’altezza della barriera, allora
V0 può essere trascurato e il rapporto tende all’infinito; si ha quindi trasmissio-
ne completa, senza riflessione, com’è giusto aspettarsi per barriere di altezza
trascurabile. Invece per energia appena sopra soglia (E − V0 → 0) il rapporto
tende a zero e si ottiene riflessione completa. Notiamo qui, ma senza dimostrar-
lo (si suggerisce di farlo come esercizio), che questo risultato per il rapporto tra
flusso trasmesso e riflesso non cambia se si fanno i calcoli prendendo un flusso
unitario incidente da destra anziché da sinistra. Questa invarianza segue dal
fatto che se ψ è una soluzione dell’equazione di Schrödinger, anche ψ ∗ lo è.

5.5 Effetto tunnel


Consideriamo un potenziale V (x) unidimensionale in forma di barriera quadra
(
0 per |x| > a (regioni I e III)
V (x) = (5.72)
V0 per |x| ≤ a (regione II) .

e cerchiamo soluzioni stazionarie con energia E < V0 . Come nel caso preceden-
te, si tratta di stati asintoticamente liberi, che hanno la forma di onde piane,
non normalizzabili. Come prima, lavoriamo in termini di flusso incidente, ri-
flesso e trasmesso. Stavolta la soluzione ha stati liberi anche a destra della
barriera. Assumendo un flusso unitario entrante da sinistra, possiamo scrivere
le soluzioni dell’equazione di Schrödinger stazionaria in questo modo:

ψI (x) = eikx + Re−ikx


ψII (x) = Aeqx + Be−qx (5.73)
ikx
ψIII (x) = T e ,
p p
dove k = 2mE/~2 e q = 2m(V0 − E)/~2 .
Potremmo prendere il flusso incidente da destra invece che da sinistra, ma i
risultati non cambierebbero, data la simmetria del potenziale. Notiamo anche
che nella regione II dobbiamo tenere entrambi gli esponenziali reali, crescente
e descrescente, perché il problema della divergenza di ψ non si pone, in quanti
98 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

si tratta di una regione limitata. Ora basta imporre le condizioni di continuità


della funzione in x = ±a

e−ika + Reika = Ae−qa + Beqa


(5.74)
T eika = Aeqa + Be−qa ,

e della sua derivata prima

ik(e−ika − Reika ) = q(Ae−qa − Beqa )


(5.75)
ikT eika = q(Aeqa − Be−qa ) .

Le ultime due possono essere sostituite con la continuità della derivata loga-
ritmica ψ 0 /ψ:
e−ika − Reika e−2qa − b
ik −ika = q
e + Reika e−2qa + b (5.76)
e2qa − b
ik = q 2qa ,
e +b
dove abbiamo chiamato b = B/A. La prima la riscriviamo prima cosı̀

ik(e−ika − Reika )(e−2qa + b) = q(e−ika + Reika )(e−2qa − b) . (5.77)

da cui

Reika [ik(e−2qa + b) + q(e−2qa − b)] = e−ika [ik(e−2qa + b) − q(e−2qa − b)] (5.78)

in modo da estrarre l’ampiezza R:

ik(e−2qa + b) − q(e−2qa − b)
R = e−2ika . (5.79)
ik(e−2qa + b) + q(e−2qa − b)

La seconda equazione invece dà

ik(e2qa + b) = q(e2qa − b) (5.80)


5.5. EFFETTO TUNNEL 99

ovvero
q − ik 2qa
b= e . (5.81)
q + ik
Questa la possiamo usare nell’espressione precedente di R. Possiamo scrivere
q − ik 2qa
e−2qa + b = e−2qa + e
q + ik
(5.82)
1
= [(q + ik)e−2qa + (q − ik)e2qa ]
q + ik

e usare le definizioni delle funzioni iperboliche cosh(x) = (ex +e−x )/2 e sinh(x) =
(ex − e−x )/2 in questo modo:
2
e−2qa + b = [q cosh(2qa) − ik sinh(2qa)] (5.83)
q + ik
e analogamente
2
e−2qa − b = [ik cosh(2qa) − q sinh(2qa)] (5.84)
q + ik
da cui
(k 2 + q 2 ) sinh(2qa)
R = e−2ika . (5.85)
2iqk cosh(2qa) + (k 2 − q 2 ) sinh(2qa)
La densità di corrente è proporzionale a |R|2 che vale

(k 2 + q 2 )2 sinh2 (2qa)
|R|2 = . (5.86)
4q 2 k 2 + (k 2 + q 2 )2 sinh2 (2qa)

Da questa si può ricavare direttamente |T |2 , dato che le due grandezze sono


legate dalla conservazione del flusso totale: infatti la corrente netta a sinistra
della barriera vale k(1 − |R|2 ) mentre quella a destra vale k|T |2 , ma i due flussi
devono essere uguali, e dunque |T |2 = 1 − |R|2 , da cui

4q 2 k 2
|T |2 = , (5.87)
4q 2 k 2 + (k 2 + q 2 )2 sinh2 (2qa)

che possiamo riscrivere in questo modo


−1
(k 2 + q 2 )2

2 2
|T | = 1 + sinh (2qa) . (5.88)
4q 2 k 2

Per evidenziare l’andamento di questa funzione con l’energia delle particelle


E conviene usare le definizioni di k e q, introdurre l’energia riscalata  = E/V0
e il parametro β = 8ma2 V0 /~2 ; quest’ultimo è il rapporto tra l’altezza della
100 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

barriera V0 e la scala di energia tipica ~2 /(2md2 ) di una particella di massa m


confinata in un intervallo spaziale pari alla larghezza d = 2a. Allora il risultato
precedente diventa
" p #−1
2
sinh β(1 − )
|T |2 = 1 + , (5.89)
4(1 − )

che vale per  < 1. Per completezza diamo anche il risultato nel caso di
energia sopra la barriera,  > 1, senza darne la derivazione (può essere un
buon esercizio per lo studente):
" p #−1
2
sin β( − 1)
|T |2 = 1 + . (5.90)
4( − 1)

Nella figura mostriamo un caso tipico ottenuto con β = 20.


Ci sono almeno due aspetti notevoli in questo risultato. Il primo, già an-
nunciato, è che |T |2 è non nullo anche per energia sotto la barriera, cioè per
 < 1. Questo significa che una frazione delle particelle incidenti oltrepassa la
barriera, senza averne l’energia sufficiente da un punto di vista classico. Que-
sto è noto come effetto tunnel quantistico. L’entità di questo effetto dipende
dal parametro β. In particolare la funzione |T |2 cresce da 0 per  = 0 al valore
1/[1 + (β/4)] per  = 1. Dunque l’effetto è piccolo se la massa m delle parti-
celle è grande, in modo che β tenda all’infinito; questo è il caso di particelle
la cui lunghezza d’onda tipica, λ = h/p, è molto piccola, e ogni particella si
comporta come una biglia classica che incontra una parete impenetrabile. In
quel limite, notiamo che |T |2 in funzione di  tende alla funzione a scalino che
5.5. EFFETTO TUNNEL 101

vale 0 per  < 1 e vale 1 per  > 1, come vorrebbe Newton. Ma per particelle
leggere la penetrazione della funzione d’onda sotto barriera, che è determinata
dalla sovrapposizione delle code esponenziali e±qa , non è trascurabile e produ-
ce effetti misurabili. Ad esempio, se avviciniamo una punta metallica ad una
superficie di un solido, gli elettroni del solido possono raggiungere la punta
metallica, se questa è abbastanza vicina, superando la barriera di potenziale
(il lavoro di estrazione) per effetto tunnel; questo è il principio di funzionamen-
to dei microscopi ad effetto tunnel, correntemente utilizzati per caratterizzare
proprietà strutturali dei materiali su scala atomica. Anche il decadimento α
di un nucleo atomico radioattivo si spiega con l’effetto tunnel. Naturalmente
nei casi realistici non si hanno barriere quadre come quella discussa qui, ma la
forma della barriera non cambia la sostanza del discorso.
Il secondo aspetto interessante è che la trasmissione sopra barriera ha un
andamento non monotono e, in particolare, la trasmissione è totale, ovvero
|T |2 = 1, solo per valori discreti della variabile . Per altri valori di  una
frazione delle particelle torna indietro, anche se avrebbero energia più che
sufficiente per proseguire da un punto di vista classico. I valori per cui si
ha
p trasmissione totale sono quelli per cui si annulla la funzione seno, ovvero
β( − 1) = nπ, con n intero, che implica E − V0 = n2 π 2 ~2 /(8ma2 ), che
coincide con lo spettro (5.45) della buca quadra infinita di larghezza 2a e con
il fondo della buca al valore di potenziale V0 . La cosa può sembrare strana,
perché qui abbiamo una barriera e non una buca. Ma il dilemma si risolve in
questo modo: gli stati della buca infinita sono i modi normali di oscillazione
per una particella vincolata in un intervallo di larghezza 2a; questi modi, sono
funzioni seno e coseno che si annullano al bordo, e possono essere collegati
con continuità a funzioni sinusoidali nelle regioni laterali che pure si annullano
al bordo della barriera. L’espressione che abbiamo trovato per |T |2 ci dice
semplicemente che il raccordo ottimale tra le funzioni esterne e quella nella
zona della barriera si ottiene quando le funzioni si annullano esattamente in
x = ±a; in tal caso la riflessione è nulla. Quando il raccordo non è ottimale,
parte del flusso incidente torna indietro, un po’ come succede nel problema
dell’adattamento di impedenza in una linea di trasmissione elettrica o ottica.
Ancora una volta, dunque, osserviamo un tipico comportamento ondulatorio.
I risultati che abbiamo ottenuto, benchè incompatibili con la fisica clas-
sica, ci possono sembrare tutto sommato ragionevoli se dimentichiamo l’idea
di particelle localizzate e interpretiamo il tutto in termini di propagazione di
onde. Ma, come detto all’inizio di questa sezione, avremmo potuto imposta-
re il problema anche rappresentando singole particelle come pacchetti d’onda.
Con un’opportuna scelta di una R funzionei(kx−ωt)
g(k) avremmo potuto costruirci un
pacchetto d’onde Ψ(x, t) = A dk g(k)e , preparato a t = 0 in modo
da essere localizzato in un piccolo intervallo ∆x a sinistra della barriera e da
avere velocità di gruppo vg positiva. Risolvendo l’equazione di Schrödinger
102 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

dipendente dal tempo, troveremmo che il pacchetto si muove verso la barriera


e quando la raggiunge si deforma e si separa in due parti, l’una che procede
a destra, l’altra che torna indietro a sinistra. Se il pacchetto iniziale aveva
norma 1, il pacchetto trasmesso avrà norma |T |2 e quello riflesso |R|2 , con T
e R identici a quelli calcolati sopra. Ora, se identifichiamo la particella come
il pacchetto stesso, allora siamo portati a concludere che la barriera spezza la
particella in due parti. Immaginiamo ad esempio un elettrone che incide su
una barriera di potenziale: l’idea che l’elettrone possa essere frammentato in
due parti, ciascuna con una frazione di carica e di massa, ci sembra inconce-
pibile; e infatti lo è. In un esperimento in cui si misura la posizione di una
particella dopo che questa ha interagito con una barriera di potenziale, ciò che
si osserva è che la particella si trova o a sinistra o a destra, non un po’ per
parte. Inoltre, se si ripete l’esperimento N volte, sempre allo stesso modo,
il rapporto tra il numero di casi in cui la particella viene trovata a sinistra e
quello in cui viene trovata a destra tenderà al valore |R|2 /|T |2 , in accordo con
l’interpretazione probabilistica della funzione d’onda. Dunque, il pacchetto si
divide in due parti, non la particella; e il pacchetto porta con sé l’informazione
su dov’è probabile trovare la particella, non su dov’è la particella. La differenza
sembra sottile, ma è un aspetto cruciale della teoria.

5.6 Posizione, momento, energia


Se assumiamo che la dinamica di una particella sia determinata dall’equazio-
ne di Schrödinger, anziché dalle leggi di Newton, e se vale l’interpretazione
probabilistica della funzione d’onda, allora una conseguenza immediata è la
perdita di significato del concetto di traiettoria. Infatti, dato che l’equazio-
ne lascia indeterminata la posizione della particella entro la regione spaziale
in cui la quantità |Ψ|2 è diversa da zero, ogni volta che la taglia di questa
regione è confrontabile con la taglia del sistema che stiamo studiando, allora
non ha proprio senso tracciare una traiettoria. Questo è il caso dell’elettrone
nell’atomo, per il quale l’equazione di Schrödinger fornisce stati stazionari de-
localizzati in una regione grande quanto l’atomo stesso, oppure il caso di una
particella in una buca quadra come quella discussa precedentemente. D’altra
parte la meccanica ondulatoria, cosı̀ come la meccanica matriciale sviluppata
indipendentemente da Heisenberg, è nata proprio da una revisione critica del
modello di Bohr a partire dalla sua incapacità di giustificare la contraddizio-
ne insita nell’uso combinato delle orbite classiche di Keplero e delle regole di
quantizzazione: se l’elettrone è una particella che segue le orbite newtoniane,
per quale motivo dovrebbe rimanere stabile su alcune di queste, senza emettere
e assorbire radiazione, e su altre no? E quando l’elettrone “salta” da un’orbita
all’altra, da dove passa e come fa a sapere su quale orbita deve saltare? Come
5.6. POSIZIONE, MOMENTO, ENERGIA 103

pensava Heisenberg, le orbite dell’elettrone in realtà non sono osservabili e,


quindi, devono uscire dalla teoria.
Il concetto di traiettoria può essere recuperato, ovviamente, nel limite in
cui si applica il principio di corrispondenza, dove dobbiamo ritrovare i risultati
della fisica classica. Ciò si ottiene nel caso in cui la delocalizzazione della Ψ che
rappresenta la particella si manifesta su una scala spaziale talmente piccola ri-
spetto alle dimensioni tipiche del problema (ad esempio rispetto alla precisione
con cui è sufficiente determinare la sua posizione) da essere trascurabile ai fini
della descrizione del moto. Anche un elettrone, in tal senso, può comportarsi
come una particella classica: un fascio di elettroni in un tubo catodico sog-
getto a campi elettrici o magnetici che lo deflettono segue le leggi di Newton
e dell’elettromagnetismo classico, dato che in quel caso la taglia minima del
sistema è la larghezza del fascio, che può essere dell’ordine del millimetro, ad
esempio, mentre la lunghezza d’onda quantistica, di de Broglie, degli elettroni
è ordini di grandezza più piccola.
In fisica classica possiamo conoscere, almeno in linea di principio, la traiet-
toria cosı̀ come la posizione e la velocità della particella in ogni istante. Se la
traiettoria non è osservabile, quali sono le osservabili? Abbiamo già visto che la
posizione è una grandezza osservabile, tramite opportuni rivelatori. La traccia
lasciata in un’emulsione fotografica o un lampo di luce su uno schermo fluore-
scente ci possono dire dov’era una particella in un certo istante. Il confronto
con la teoria però va fatto in modo statistico, perché l’esito di una singola
misura può essere uno qualsiasi dei valori di r ammessi dalla funzione d’onda.
Dato che |Ψ|2 è una densità di probabilità, possiamo definire il valor medio
della posizione osservata in un insieme di molte ripetizioni dell’esperimento in
questo modo: Z Z
hri = d r r|Ψ| = d3 r Ψ∗ rΨ .
3 2
(5.91)

Per una singola coordinata possiamo scrivere


Z
hxi = d3 r Ψ∗ xΨ , (5.92)

dove conviene sottolineare che la x che compare nell’integrale è una variabile


d’integrazione, e coincide con l’insieme di tutti i valori misurabili di x indi-
pendentemente da dove si trova la particella; non va quindi confusa con la
posizione della particella al tempo t. Analogamente possiamo calcolare
Z
hx i = d3 r Ψ∗ x2 Ψ
2
(5.93)

oppure la media di qualsiasi funzione f (x):


Z
hf (x)i = d3 r Ψ∗ f (x)Ψ . (5.94)
104 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

Una grandezza interessante è questa:

(∆x)2 = h(x − hxi)2 i = hx2 i − hxi2 . (5.95)

La quantità ∆x ci dà informazioni sull’estensione spaziale della funzione d’on-


da; in particolare, ci dice quant’è l’incertezza sul valore della posizione x quan-
do lo stato della particella è determinato dalla funzione d’onda Ψ. Nel caso
degli stati di una particella in una buca quadra, ∆x è dello stesso ordine della
larghezza della buca; se invece, consideriamo un pacchetto d’onde, ∆x è una
misura della larghezza del pacchetto.
Cosa possiamo dire invece della velocità? Nel caso di un pacchetto d’onde,
nel limite in cui si applica i principio di corrispondenza, abbiamo visto che
possiamo identificare la velocità di gruppo del pacchetto con la velocità della
particella, ma si tratta appunto di un caso limite. In generale non possiamo
definire la velocità in questo modo. Possiamo invece ricorrere alla definizione
di momento p. In fisica classica si definisce p = mv = m dr/dt; invece
nello scrivere l’equazione di Schrödinger abbiamo identificato il momento con
l’operatore −i~∇. Esiste un qualche legame tra le due espressioni? La risposta
è sı̀, ma solo per i valori medi, nella forma hpi = m dhri/dt, alla condizione
che le funzioni d’onda siano a quadrato sommabile e che il valor medio di p
sia Z
hpi = d3 r Ψ∗ (−i~∇) Ψ . (5.96)

Per cominciare, consideriamo la derivata temporale del valor medio di x:


Z Z
dhxi d ∂
= d r x|Ψ(r, t)| = d3 r x |Ψ(r, t)|2 ,
3 2
(5.97)
dt dt ∂t

dove la dipendenza da t sta solo nella funzione d’onda. Dunque


Z    
dhxi 3 ∂ ∗ ∗ ∂
= drx Ψ Ψ+ Ψ Ψ . (5.98)
dt ∂t ∂t

Ora possiamo usare l’equazione di Schrödinger (5.1) e la sua complessa coniu-


gata per scrivere
Z
dhxi 1 h i
=− d3 r x (ĤΨ∗ )Ψ − Ψ∗ (ĤΨ) . (5.99)
dt i~

Ricordiamo che Ĥ = −~2 ∇2 /2m + V (x) e notiamo che il termine scalare V (x)
sparisce nella differenza, cosı̀ che
Z
dhxi ~
d3 r x (∇2 Ψ∗ )Ψ − Ψ∗ (∇2 Ψ) .
 
= (5.100)
dt 2mi
5.6. POSIZIONE, MOMENTO, ENERGIA 105

Ora si tratta di integrare per parti, riconoscendo nel termine in parentesi


quadra la divergenza del vettore (∇Ψ∗ )Ψ − Ψ∗ (∇Ψ). Dunque
Z
dhxi ~
= d3 r ∇ · {x [(∇Ψ∗ )Ψ − Ψ∗ (∇Ψ)]}
dt 2mi
Z (5.101)
~ 3 ∗ ∗
− d r (∇x) · [(∇Ψ )Ψ − Ψ (∇Ψ)] .
2mi

Il primo integrale può essere scritto come l’integrale di superficie della grandez-
za in parentesi graffa, con la superficie presa all’infinito; dato che le funzioni
d’onda sono a quadrato sommabile e si annullano all’infinito, l’integrale è nul-
lo. Per quanto riguarda il secondo, basta considerare che il gradiente di x è il
versore nella direzione x e, dunque
Z    
dhxi ~ 3 ∂ ∗ ∗ ∂
=− dr Ψ Ψ−Ψ Ψ . (5.102)
dt 2mi ∂x ∂x

Integrando un’ultima volta per parti solo il primo termine in parentesi quadra,
si ottiene Z  
dhxi ~ 3 ∗ ∂
= drΨ Ψ (5.103)
dt mi ∂x
ovvero Z  
dhxi 3 ∗ ∂
m = d r Ψ −i~ Ψ (5.104)
dt ∂x
dove l’operatore differenziale in parentesi agisce sulla funzione alla sua destra.
Considerando anche le coordinate y e z, si ottiene il risultato
Z
dhri
m = d3 r Ψ∗ (−i~∇) Ψ (5.105)
dt

che corrisponde alla relazione cercata

dhri
m = hpi (5.106)
dt
se il valore medio del momento è definito come in (5.96). Questa relazione
è utile per interpretare cosa succede nel limite classico, quando immaginiamo
una particella come un pacchetto d’onde delocalizzato entro una piccola regione
intorno al valor medio hri. In altri casi, non serve molto. Invece, la definizione
(5.96) è del tutto generale e importante, e la possiamo usare anche per calcolare
il valore medio di qualsiasi funzione g(p) nella forma
Z
hg(p)i = d3 r Ψ∗ g (−i~∇) Ψ , (5.107)
106 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

come ad esempio Z
2
d3 r Ψ∗ −~2 ∇2 Ψ .

hp i = (5.108)

Con queste definizioni di valori medi di posizione e momento, possiamo


anche scrivere l’espressione del valor medio dell’energia di una particella. Nel
formalismo dell’equazione di Schrödinger l’energia è rappresentata dall’opera-
tore di Hamilton Ĥ = p2 /(2m) + V (r) dove p = −i~∇. Il suo valor medio
sarà dunque
 2 2 
~∇
Z Z
3 ∗ 3 ∗
hĤi = d r Ψ ĤΨ = d r Ψ − + V (r) Ψ . (5.109)
2m

Ora notiamo due cose interessanti. La prima è che, anche se la funzione d’onda
è complessa, il valore medio è reale. Infatti, se ne prendiamo il complesso
coniugato, abbiamo Z
hĤi∗ = d3 r Ψ(ĤΨ)∗ , (5.110)

ma come abbiamo discusso in sezione 5.1, l’operatore Ĥ è hermitiano e vale la


(5.13), ovvero l’integrale di Ψ(ĤΨ)∗ è uguale all’integrale di Ψ∗ (ĤΨ), e dunque
hĤi∗ = hĤi. Ne segue che il valor medio è un numero reale. La seconda
conseguenza interessante è che, se la funzione d’onda Ψ è la funzione d’onda
di uno stato stazionario di norma unitaria e di energia E, ovvero ĤΨ = EΨ
allora il valor medio diventa
Z Z Z
∗ ∗
hĤi = d r Ψ ĤΨ = d r Ψ EΨ = E d3 r |Ψ|2 = E .
3 3
(5.111)

Inoltre possiamo calcolare l’incertezza sull’energia in questo modo

(∆E)2 = h(Ĥ − hĤi)2 i = hĤ 2 i − E 2 , (5.112)

e osservare che
Z Z Z
2 3 ∗ 3 ∗ 2
hĤ i = d r Ψ Ĥ ĤΨ = E d r Ψ ĤΨ = E d3 r |Ψ|2 = E 2 , (5.113)

da cui risulta che l’incertezza ∆E è nulla. Gli stati stazionari sono stati di
energia fissata: misurando l’energia di una particella in repliche dello stesso
sistema si troverà sempre lo stesso valore di E. Al contrario, se la funzione Ψ
è una combinazione lineare di diverse autofunzioni di Ĥ, come ad esempio per
un pacchetto d’onde piane, allora la misura di E può dare valori diversi e ∆E
ha un valore non nullo.
Abbiamo visto che l’hermitianità di Ĥ implica che il suo valor medio è
reale. Notiamo che anche la posizione r si comporta come un operatore lineare
5.6. POSIZIONE, MOMENTO, ENERGIA 107

hermitiano, dato agisce sulle Ψ come un semplice fattore moltiplicativo reale,


e dunque Z Z
d r Ψ rΨ = d3 r (rΨ)∗ Ψ .
3 ∗
(5.114)

Questo implica che il valor medio della posizione è reale, e noi in effetti vo-
gliamo che lo sia. Come regola generale, che segue dalla natura stessa delle
procedure di misura, vogliamo che l’esito della misura di una qualsiasi gran-
dezza fisica sia un numero reale e, quindi, anche il suo valor medio su misure
ripetute lo sia. Abbiamo visto che questo è vero per l’energia e la posizione. È
vero anche per il momento? Verifichiamo che p, quando agisce sulle funzioni
d’onda, è un operatore hermitiano e che il valor medio è reale. Lo mostriamo
in una dimensione per semplicità:
Z Z
hpx i − hpx i = dx Ψ (px Ψ) − dx Ψ(px Ψ)∗
∗ ∗

Z  
∗ ∂ ∂ ∗
= dx Ψ (−i~ Ψ) − Ψ(−i~ Ψ)
∂x ∂x
Z   Z
∗ ∂ ∂ ∗ ∂
= −i~ dx Ψ Ψ + Ψ Ψ = −i~ dx (Ψ∗ Ψ) = 0 .
∂x ∂x ∂x
(5.115)
dove abbiamo usato il fatto che l’ultimo integrale è uguale alla differenza dei
valori di |Ψ|2 calcolati in x = ±∞, ma la funzione d’onda è a quadrato somma-
bile e si annulla all’infinito. Dunque hpx i è un numero reale. In modo analogo
lo si dimostra per hpi in tre dimensioni.
Le funzioni a quadrato sommabile ammettono la trasformata di Fourier.
Questo fatto ha implicazioni interessanti nel calcolo dei valori medi, e non
solo. Sia Ψ̃(k, t) la trasformata di Fourier di Ψ(r, t) definita dalle relazioni
Z
1
Ψ̃(k, t) = d3 r Ψ(r, t)e−ik·r
(2π)3/2
Z (5.116)
1
Ψ(r, t) = d3 k Ψ̃(k, t)eik·r
(2π)3/2

e riscriviamo il valor medio di p, definito da


Z
hpi = d3 r Ψ∗ (r, t) (−i~∇) Ψ(r, t) , (5.117)

sfruttando l’espressione di Ψ(r, t) come trasformata di Fourier della Ψ̃(k, t):


Z  Z 
3 ∗ 1 3 ik·r
hpi = −i~ d r Ψ (r, t)∇ d k Ψ̃(k, t)e . (5.118)
(2π)3/2
108 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

Scambiando l’ordine di integrazione e applicando il gradiente rispetto alla


posizione, otteniamo
−i~
ZZ
hpi = d3 r d3 k Ψ∗ (r, t)Ψ̃(k, t)∇eik·r
(2π)3/2
ZZ
~
= d3 r d3 k kΨ∗ (r, t)Ψ̃(k, t)eik·r
(2π)3/2
ZZ
~ ∗
d3 r d3 k k Ψ(r, t)e−ik·r Ψ̃(k, t)

= 3/2 (5.119)
(2π)
Z  Z ∗
3 1 3 −ik·r
= dk d r Ψ(r, t)e ~kΨ̃(k, t)
(2π)3/2
Z
= d3 k Ψ̃∗ (k, t)~kΨ̃(k, t) .

Possiamo usare la relazione p = ~k per riscrivere le trasformate di Fourier


cosı̀: Z
1 p
Ψ̃(p, t) = 3/2
d3 r Ψ(r, t)e−i ~ ·r
(2π~)
Z (5.120)
1 3 ip ·r
Ψ(r, t) = d p Ψ̃(p, t)e ~
(2π~)3/2
e il valor medio di p diventa
Z
hpi = d3 p Ψ̃∗ (p, t)pΨ̃(p, t) (5.121)

che fa il paio con la precedente


Z
hri = d3 r Ψ∗ (r, t)rΨ(r, t) . (5.122)

Rispetto alla definizione (5.96), nella nuova espressione (5.121) la grandezza


p si comporta come un fattore moltiplicativo, che coincide con la variabile
d’integrazione, e non come un operatore differenziale.
Questo risultato ci fa intuire un aspetto interessante della teoria: all’insieme
delle funzioni d’onda definite nello spazio delle coordinate possiamo associare
un insieme di funzioni d’onda nello spazio dei momenti, i due insiemi essendo
legati dalle trasformate di Fourier. La stessa grandezza fisica è rappresentata in
modo diverso nei due spazi, ma il valor medio sarà lo stesso. Una conseguenza,
ad esempio, è che possiamo calcolare il valore medio di qualsiasi funzione di
p nello spazio dei momenti senza bisogno di applicare operatori differenziali.
Possiamo scrivere
Z Z

hp i = d p Ψ̃ (p, t)p Ψ̃(p, t) = d3 p p2 |Ψ̃(p, t)|2 .
2 3 2
(5.123)
5.6. POSIZIONE, MOMENTO, ENERGIA 109

Possiamo calcolare anche l’indeterminazione sul valore del momento. In una


dimensione si ha

(∆px )2 = h(px − hpx i)2 i = hp2x i − hpx i2 . (5.124)

La grandezza ∆px è dunque fissata dall’estensione della funzione d’onda che


rappresenta la particella nello spazio dei momenti, esattamente come ∆x è
fissata dall’estensione della funzione d’onda nello spazio delle coordinate. Ma
come abbiamo già visto nella sezione 4.3 le trasformate di Fourier hanno la
proprietà che il prodotto delle rispettive larghezze non può assumere valori
arbitrari. Per pacchetti gaussiani o simili avevamo visto che (∆x)(∆k) ∼ O(1),
che corrisponde a
(∆x)(∆px ) ∼ O(~) . (5.125)

In effetti, si può dimostrare che, in qualsiasi stato si trovi una particella, vale
sempre la diseguaglianza
~
(∆x)(∆px ) ≥ . (5.126)
2
Questo è noto come principio di indeterminazione di Heisenberg. Il suo si-
gnificato è che non possiamo determinare con certezza sia la posizione che il
momento di una particella in un dato istante. Se riduciamo l’incertezza sulla
posizione aumenta l’incertezza sul momento, e viceversa. È anche un modo
diverso per esprimere l’impossibilità di misurare la traiettoria della particella
istante per istante.
Il principio di indeterminazione è uno dei aspetti più noti della meccanica
quantistica e uno dei primi che si affrontano nello sviluppo formale della teoria.
Si potrebbe dimostrare che esso deriva direttamente dalla non commutatività
degli operatori che rappresentano le grandezze fisiche posizione e momento.
Ma qui non andiamo oltre. Il nostro scopo era quello di introdurre la fisica dei
quanti da Planck a Schrödinger. La meccanica quantistica da un punto di vista
più formale ed esaustivo la lasciamo ai corsi del terzo anno. Queste lezioni sono
solo l’antipasto di una teoria che si presenta con caratteri molto diversi da quelli
familiari della meccanica newtoniana. Apparentemente si tratta di una teoria
che crea un sacco di problemi, come la delocalizzazione spaziale delle particelle
e l’apparente violazione di regole che ritenevamo assodate (si pensi all’effetto
tunnel, ad esempio). In realtà i problemi hanno a che fare con l’inadeguatezza
dei concetti che normalmente applichiamo alla descrizione della realtà che ci
circonda; se ci ostiniamo ad usarli per tutti i fenomeni finiamo per cadere in
contraddizione con le osservazioni empiriche. La nuova teoria ci fornisce nuovi
concetti e nuovi strumenti formali per risolvere le contraddizioni. Si tratta solo
di essere mentalmente flessibili. I risultati ripagheranno lo sforzo.
110 CAPITOLO 5. LA FUNZIONE D’ONDA E IL SUO SIGNIFICATO

FD, Trento, versione del 15 aprile 2024

L’immagine di copertina è un modello di atomo che [Link] ha presentato


ad una lezione alla Royal Institution nel 1905. L’immagine, in bianco e nero, è
quella riprodotta a p.13 di Niels Bohr and the Quantum Atom, di Helge Kragh
(Oxford University Press, Oxford 2012), liberamente colorata da FD.

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