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Storia Romana Handout 2: Fabulae

Il documento narra la leggenda della fondazione di Roma, partendo dalla figura di Ascanio e della sua madre Lavinia, fino alla nascita dei gemelli Romolo e Remo. Dopo una serie di eventi tragici e conflitti, tra cui il fratricidio di Remo, Romolo diventa il fondatore di Roma, dando il suo nome alla città. La storia è arricchita da vari riferimenti storici e mitologici che evidenziano l'importanza di questo mito nella cultura romana.

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Storia Romana Handout 2: Fabulae

Il documento narra la leggenda della fondazione di Roma, partendo dalla figura di Ascanio e della sua madre Lavinia, fino alla nascita dei gemelli Romolo e Remo. Dopo una serie di eventi tragici e conflitti, tra cui il fratricidio di Remo, Romolo diventa il fondatore di Roma, dando il suo nome alla città. La storia è arricchita da vari riferimenti storici e mitologici che evidenziano l'importanza di questo mito nella cultura romana.

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STORIA ROMANA

Handout 2
Fabulae

Fab. 1

T1 Livio 1, 3-7, 3 (da Alba Longa a Roma)


3. Poiché Ascanio era ancora troppo giovane per assumere il comando, esso gli fu conservato intatto
sino al raggiungimento della pubertà; per tutto quel tempo, lo Stato latino e il regno appartenuto agli avi
e al padre poggiarono sulla tutela di una donna, Lavinia, a riprova della sua eccezionale personalità.
Non oserei affermare con certezza, data l’antichità della cosa, se questo Ascanio sia lo stesso che era nato
da Creusa quando ancora Troia era fiorente e che poi aveva accompagnato il padre nell’esilio, noto
anche come Iulo e in quanto tale considerato dalla famiglia Iulia come proprio capostipite. Ad ogni
modo, prescindendo dall’identità della madre e dal luogo di nascita (di certo c’è che era figlio di Enea),
questo Ascanio, poiché a Lavinio vi era un eccesso di popolazione, lasciò a sua madre, o matrigna, una
città già fiorente e ricca – per quanto si poteva esserlo a quei tempi – e andò a fondarne una egli stesso ai
piedi del monte Albano, che chiamò Alba Longa per via della sua conformazione (era infatti disposta
longitudinalmente sul dorso della montagna). Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione di Alba
Longa intercorsero pressappoco trent’anni. E tuttavia la potenza dello Stato, specialmente dopo la
vittoria sugli Etruschi, era cresciuta al punto tale che né Mezenzio, né gli Etruschi né alcuna altra
popolazione confinante osò prendere le armi, nonostante la morte di Enea, la reggenza affidata a una
donna e la giovanissima età del re ai suoi primi esordi potessero costituire altrettante circostanze
favorevoli. La pace stipulata prevedeva che il fiume Albula, corrispondente all’attuale Tevere,
costituisse il confine fra Etruschi e Latini. Il regno passò quindi a Silvio, figlio di Ascanio, nato per caso
tra i boschi; questi generò Enea Silvio, da cui nacque Latino Silvio. Quest’ultimo fondò alcune colonie,
dette in seguito dei Prischi Latini, e Silvio rimase poi il nome della dinastia regnante di Alba. Da Latino
nacque Alba, da Alba Ati, da Ati Capi, da Capi Capeto, da Capeto Tiberino. Quest’ultimo, annegato
mentre attraversava il fiume Albula, diede ad esso il nome divenuto poi celebre presso i posteri.
Regnano quindi Agrippa, figlio di Tiberino, che trasmise a sua volta il governo al figlio Romolo Silvio.
Dopo la morte di quest’ultimo, colpito da un fulmine, il regno passò di mano in mano sino ad Aventino,
il quale, seppellito su quel colle che fa oggi parte di Roma, diede ad esso il suo nome. Regnò quindi
Proca. Questi generò Numitore e Amulio; a Numitore, che era il primogenito, lasciò in eredità il regno
ormai antico della famiglia Silvia. Ma la violenza prevalse sulla volontà del padre nonché sul rispetto
dovuto alla maggiore età, e Amulio si impadronì del regno dopo aver scacciato il fratello. Delitto si
aggiunse quindi a delitto: uccise il figlio maschio del fratello, mentre alla figlia del fratello Rea Silvia,
sotto l’apparenza di volerle rendere omaggio, tolse di fatto ogni speranza di partorire scegliendola come
Vestale, e in quanto tale tenuta alla verginità perpetua.
4. Ma l’origine di una tale città e la fondazione di un impero secondo per potenza solo a quello degli
dei era destinata, io credo, dal Fato. La Vestale, cui era stata usata violenza, mise al mondo due gemelli e

1
ne attribuì a Marte l’incerta paternità, o perché ne fosse davvero convinta, o per giustificare la colpa
addossandone a un dio la responsabilità. Ma né gli dei né gli uomini poterono proteggere lei e i suoi
figli dalla crudeltà del re; la sacerdotessa venne incatenata e imprigionata, mentre i bambini furono
abbandonati per disposizione di Amulio nelle acque del fiume. Per una provvidenziale circostanza, si
era verificato uno straripamento del Tevere, sicché era impossibile giungere al letto vero e proprio del
fiume, e d’altra parte i portatori speravano che la corrente, sebbene così debole, potesse ugualmente far
annegare i neonati. Pertanto, essi abbandonarono i bambini nel punto più vicino dello straripamento,
certi di aver eseguito l’incarico dato loro dal re, dove ora si trova il Fico Ruminale, il cui nome originario,
a quanto dicono, era Romulare. All’epoca quei luoghi erano spopolati e deserti. Dura tutt’oggi la fama
secondo cui la debole corrente lasciò sulla terra asciutta il paniere ondeggiante nel quale i bambini erano
stati deposti e che una lupa, scesa dai colli circostanti per abbeverarsi, fu attirata in quella direzione dai
vagiti; essa con incredibile docilità porse ai neonati le sue mammelle, al punto che un pastore del re – cui
la tradizione attribuisce il nome di Faustolo – la trovò che leccava i due bambini; egli allora li portò nelle
stalle e li affidò alla moglie Larenzia perché li allevasse. Una diversa tradizione vuole che Larenzia fosse
una prostituta nota fra i pastori con l’appellativo di «lupa» e che così si spieghino il prodigio e la relativa
leggenda. Nati e allevati in questo modo, da adulti i due gemelli non si mostrarono pigri né nei lavori
della stalla né in quelli del pascolo e si davano alla caccia nelle balze vicine; ciò contribuì a temprare i
loro corpi e le loro menti, al punto che non solo affrontavano le belve, ma attaccavano i predoni carichi
di bottino, che dividevano poi fra i pastori. Così facendo, attirarono a sé un numero crescente di giovani,
con i quali condividevano sia il riposo che il lavoro.
5. Si dice che già allora si celebrasse sul Palatino la festa dei Lupercali, e che il colle traesse dalla città
arcadica di Pallanteo il nome, prima nella forma Pallanzio, poi Palatino. Lì Evandro, un arcade che
molto tempo prima aveva governato in quei luoghi, avrebbe istituito una festività importata
dall’Arcadia: si trattava di giovani che in onore di Pan Liceo – che poi i Romani chiamarono Inuo –
correvano nudi con atteggiamenti scherzosi o lascivi. Si racconta che durante la celebrazione di questa
festività, a tutti nota, i giovani furono attaccati dai briganti irritati per essersi visto sottratto il loro
bottino; in quella circostanza, Romolo riuscì a difendersi con la forza, Remo invece fu catturato, tradotto
dinanzi al re Amulio e qui posto in stato d’accusa. In particolare, gli veniva imputato di aver attaccato i
territori di Numitore, dai quali lui e il fratello avrebbero tratto il bottino aiutati da una schiera di altri
giovani, al modo di un esercito nemico. Così Remo è consegnato a Numitore per l’esecuzione della
pena. Sin dall’inizio Faustolo aveva coltivato la speranza che in casa sua venissero allevati i figli del re;
sapeva infatti che questi aveva ordinato di esporre dei neonati, e che il fatto era accaduto proprio nello
stesso lasso di tempo in cui egli aveva ritrovato i due gemelli; tuttavia gli sembrava prematuro rivelare
la sua convinzione, a meno che non vi fosse stato indotto da un’occasione favorevole o da una causa di
forza maggiore. Il caso volle che anche Numitore, il quale teneva prigioniero Remo e aveva saputo che
si trattava di due gemelli, confrontando la loro età e osservando il loro spirito tutt’altro che servile, si
ricordò dei suoi nipoti; a forza di domande, fu a un passo dall’individuare la vera identità di Remo.
Allora, da entrambe le parti si tramò un inganno contro il re. Romolo rinunciò ad un attacco in forze,
poiché non era in grado di sostenere uno scontro in campo aperto, e attaccò il re dopo aver ordinato a
ciascuno dei pastori al suo seguito di giungere in un momento prefissato alla reggia da diverse

2
direzioni; contemporaneamente gli si affianca Remo, grazie alle forze reclutate in casa di Numitore. Così
sgozzano il re.
6. Nella confusione dei primi momenti Numitore andava dicendo che i nemici avevano invaso la
città e attaccato la reggia e aveva richiamato la gioventù albana per difendere in armi la rocca; ma
quando vide che i giovani, compiuto il delitto, avanzavano verso di lui per felicitarsene, convocò
immediatamente l’assemblea e spiegò i delitti del fratello nei suoi confronti, l’origine dei nipoti, la loro
nascita, il modo in cui erano cresciuti e come li avesse riconosciuti, infine l’uccisione del tiranno, di cui si
dichiarò promotore. I giovani, entrati in schiera in mezzo all’assemblea, salutarono il nonno con il titolo
di re; le grida unanimi di approvazione dei presenti ratificarono quel titolo e sancirono il ritorno del
potere nelle mani di Numitore. Dopo aver lasciato a quest’ultimo lo Stato di Alba, Romolo e Remo
furono presi dal desiderio di fondare una città nei luoghi dove erano stati abbandonati e allevati. In
effetti, Latini e Albani avevano popolazione in esubero; ad essa si aggiungevano i pastori, sicché era
facile prevedere che la nuova città che si andava a fondare avrebbe superato centri piccoli come Alba e
Lavinio. Mentre tuttavia si concepivano simili progetti, si insinuò un male ereditario, quello della brama
di potere, che da inizi piuttosto blandi sfociò in una disputa vergognosa. Poiché si trattava di gemelli,
per i quali la maggiore età non poteva costituire un elemento di distinzione, affinché gli dei che
proteggevano quei luoghi scegliessero attraverso i loro segni chi dovesse dare il nome alla nuova città e
chi dovesse governarla una volta fondata, Romolo si installa sul Palatino e Remo sull’Aventino per
osservare il cielo e ricavarne presagi.
7. La tradizione vuole che a Remo per primo apparissero come presagio divino sei avvoltoi, ma che
mentre già si dava notizia del prodigio Romolo ne vide un numero doppio: perciò i rispettivi partigiani
proclamarono ciascuno dei due fratelli re, gli uni appellandosi alla precedenza dell’apparizione, gli altri
al numero maggiore di uccelli. Si viene dunque a contesa; monta la rabbia sino all’omicidio; colpito nel
tumulto, Remo cade a terra. La versione più famosa (volgatior fama) vuole che per irridere il fratello
Remo abbia oltrepassato le nuove mura (novos transiluisse muros) e che sia stato ucciso per questo da
Romolo adirato con le parole: «così capiti d’ora in avanti a chiunque oltrepasserà le mie mura». Così il
solo Romolo si impadronì del potere e dal suo nome derivò quello della città.

T4 Orazio, Epodi 7, 13-20


Vi rapisce forse un cieco furore o una forza ancora più forte,
oppure una colpa? Rispondetemi!
Restano in silenzio e un bianco pallore si dipinge sul volto
e gli animi colpiti restano stupefatti.
È così: tremendi destini agitano i Romani
e la macchia di un fratricidio
da quando il sangue di Remo innocente fu sparso a terra,
maledetto per i suoi discendenti.

T3 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane 1, 87, 4

3
Alcuni dicono che Romos dopo aver ceduto il comando a Romolo, irritato e sdegnato per l'inganno
subito, mentre veniva costruito il muro, per dimostrare la sua inutilità, esclamò: «Facilmente un
nemico potrebbe scavalcare il vostro muro, come me!» e subito saltò al di là. Ma Celere, uno di
quelli che era salito sul muro e dirigeva i lavori, esclamando: «Facilmente, però uno di noi
potrebbe respingerlo», lo colpì con una vanga sulla testa e lo uccise sul colpo. Così si dice sia finita
la discordia fra i gemelli.

T4 Diodoro Siculo, Biblioteca storica 8, 6


Si dice che Romolo nel fondare Roma avesse cinto con cura il Palatino con un fossato per impedire
che i popoli vicini attentassero alla sua impresa. Ma Remo mal sopportando di essere stato scalzato
dal primato e invidiando la buona sorte del fratello, essendosi recato presso quelli che lavoravano
li dileggiava: diceva che il fossato era insufficiente e che la città sarebbe stata malsicura dato che i
nemici l'avrebbero facilmente oltrepassato. Allora Romolo, adirato disse: «Ordino a tutti i cittadini
di respingere colui che tenti di attraversare la fossa». Ma di nuovo Remo insultando quelli che
lavoravano diceva che lo facevano troppo stretto: «Facilmente, infatti, i nemici lo supereranno
come posso farlo io». E con queste parole lo attraversò. Ma un certo Celere, uno dei lavoratori, gli
rispose «e io respingerò colui che l'attraversa secondo il proclama del re», e così dicendo, afferrò
una vanga e uccise Remo colpendolo in testa.

T5 Varrone, Sulla lingua latina 5, 143.


Nel Lazio molti fondavano i villaggi secondo il rito etrusco; dopo aver aggiogato dei buoi, un toro
e una vacca all’interno, tracciavano intorno un solco con l’aratro - lo facevano per motivi religiosi
in un giorno indicato dagli auspici - per essere protetti da una fossa e da un muro. Il luogo da cui
estraevano la terra la chiamavano «fossa» e quella gettata all’interno «muro».

Lastra marmorea del I sec. d.C., proveniente da Aquileia, raffigurante il rito del sulcus primigenius probabilmente parte di un arco, o
di una porta che doveva mostrare, in accordo con il il rito di fondazione di Roma, lo statuto di colonia romana della città.

4
T6 Servio, Commento all’Eneide 5, 755
«traccia il perimetro della città con l’aratro». Catone nelle Origini afferma che si tratta di un mos: i
fondatori aggiogavano un toro a destra e una vacca dalla parte interna e cinti secondo il rito
gabino, cioè con una parte della toga che scendeva sul capo, con un’altra che cingeva la vita,
tenevano la stiva piegata, perché tutte le zolle di terra cadessero all’interno. E con un solco così
tracciato designavano il percorso delle mura, avendo cura di alzare l’aratro lì dove avevano
intenzione di costruire le porte. Il luogo della futura città era definito da un solco, cioè per mezzo
di un aratro. Catone dice: «chi fonda una nuova città, ari con un toro e una vacca, e dove avrà arato
costruisca le mura, dove vuole che sorgano le porte, sollevi l’aratro e lo trasporti e chiami quello
spazio porta»

T7 Paolo Diacono, Epitome di Festo s. v. Primigenius sulcus, p. 271 Lindsay


È chiamato primigenius il solco che nel fondare una nuova città viene impresso nel terreno con un
toro e una vacca per designarne il perimetro.

T8 Ennio, Annales 94-95 Skutsch = 102-103 Flores


«E per Polluce, nessun uomo vivente farà questo impunemente (impune);
neppure tu (hoc nec tu): mi pagherai, infatti, la colpa con il caldo tuo sangue».

T9 Plutarco, Questioni romane 27


Perché considerano tutta la cinta muraria invalicabile e sacra, e non le porte?

Forse, come ha scritto Varrone, si devono considerare sacre le mura, perché in loro difesa gli
uomini combattano con ardore fino alla morte? Così si ritiene che anche Romolo abbia ucciso il
fratello, perché aveva tentato di oltrepassare un luogo inviolabile e sacro (ábaton kái hierón),
rendendolo così attraversabile e profano (hyperbatón kái bébelon). Non era invece possibile
dichiarare sacre le porte, attraverso le quali portano fuori dalla città molti altri carichi necessari e i
cadaveri. Per questo motivo i primi fondatori della città, aggiogati un bue e una vacca, arano dove
intendono fortificare: quando tracciano il circuito delle mura, misurato lo spazio necessario per le
porte, sollevano il vomere e trasportano oltre l’aratro, perché credono che tutta la terra arata sia
sacra e inviolabile.

T10 Floro, Epitome di Livio 1, 1, 8


Sembrava sufficiente a proteggere la nuova città un vallo. Mentre Remo con un salto si faceva beffa
delle sue dimensioni, venne ucciso, non si sa se per ordine del fratello; senza dubbio fu la prima

5
vittima e con il suo sangue consacrò le difese della nuova città (prima certe victima fuit,
munitionemque urbis novae sanguine suo consecravit).

T11 Marciano, Instituzioni 2, 1, 10


Le res sanctae, come le mura e le porte, in un certo senso appartengono allo ius divinum e pertanto
non possono essere proprietà di nessuno. A motivo di ciò diciamo che le mura sono sante, perché è
prevista la pena capitale per coloro che hanno commesso una colpa nei loro confronti

T12 Ulpiano, Digesto 1, 8, 9, 3.


Definiamo sante le cose che non sono né sacre, né profane, ma protette da una qualche sanzione. Le
leggi sono sante, ad esempio, perché sostenute da una sanzione. Ciò che è sostenuto da una qualche
sanzione è santo anche se non consacrato ad un dio. E talvolta fra le sanzioni si specifica che
l’individuo che lì abbia commesso una qualche colpa sia punito con la morte.

T13 Pomponio, Digesto 1, 8, 11


Se qualcuno viola le mura è punito con la morte (capite punitur), che le scavalchi servendosi di scale
o in qualunque altro modo. Ai cittadini romani, infatti, non è permesso uscire se non per le porte,
dal momento che considerano ostile e di cattivo augurio qualunque altro sistema (cum illud hostile et
abominandum sit); si dice, infatti, che Remo, il fratello di Romolo, sia stato ucciso per questo motivo,
perché avrebbe voluto scavalcare le mura.

T14 Livio, Ab Urbe condita libri 8, 7, 15-20.


«Poiché tu, Tito Manlio, senza aver riguardo per il comando dei consoli e per l’autorità paterna,
hai combattuto con il nemico fuori delle file, contrariamente a quanto avevamo prescritto, e, per
quanto è dipeso da te, hai allentato la disciplina militare sulla quale fino a oggi si è retta la potenza
di Roma, mettendomi di fronte alla necessità di dover scegliere se dimenticarmi della res publica o
di me stesso e dei miei cari, saremo noi a pagare il peso dei nostri sbagli e non lasceremo che sia la
res publica a scontare le nostre colpe con un così grave danno. Saremo un triste esempio, ma
salutare per le generazioni future. Non soltanto mi dispone a tuo favore l’innato affetto per i figli,
ma anche questa prova di valore, pur ingannata dalla vuota immagine della gloria; ma dal
momento che bisogna rendere inviolabili gli ordini dei consoli con la tua morte o abrogarli per
sempre con la tua impunità, e credo che, se c’è in te una goccia del mio sangue, non vorrai certo
rifiutarti di ristabilire la disciplina militare indebolita per colpa tua, va’, o littore, legalo al palo».

6
Fab. 2

T15 Livio 1, 57-60 (Lucrezia e la fondazione della res publica)


57. Ardea era un centro rutulo assai potente per quella zona e quell’epoca. E fu proprio questa la causa
della guerra: il re voleva anzitutto arricchirsi, in quanto lo sfarzo delle opere pubbliche ne aveva
prosciugato le finanze, e inoltre accattivarsi con il bottino gli animi del popolo, sdegnati sia, in generale,
dal comportamento superbo del re, sia, in particolare, per il fatto di essere impiegati da tempo in attività
da operai e in lavori da schiavi. Si provò a prendere Ardea al primo assalto; fallito questo tentativo, si
cominciò a stringere la città con fortificazioni e opere d’assedio. In questa situazione di ristagno, come
spesso accade in guerre più lunghe che violente, vi era una certa libertà nel concedere licenze, specie agli
ufficiali; i giovani della famiglia reale, in particolare, trascorrevano talora il tempo libero in banchetti e
festini. Un giorno che bevevano ospiti di Sesto Tarquinio – era presente al pranzo anche Tarquinio
Collatino, figlio di Egerio – il discorso cadde sulle rispettive mogli, e ognuno vantava la propria con lodi
sperticate. Ne nacque una contesa: e Collatino disse che era inutile perdere tempo in chiacchiere quando
nel giro di poche ore tutti avrebbero potuto constatare quanto la sua Lucrezia fosse superiore a tutte le
altre. «Siamo giovani e forti: perché dunque non montiamo a cavallo e andiamo a verificare con i nostri
occhi la moralità delle nostre donne? Quello che vedremo arrivando all’improvviso costituirà una
testimonianza inoppugnabile per ognuno di noi». Il vino li aveva eccitati: tutti approvano con
impazienza la proposta; a spron battuto volano a Roma. Qui giungono al crepuscolo, trovando le mogli
della famiglia reale che passavano il tempo con le loro coetanee in lussuosi banchetti; quindi
proseguono per Collazia, dove invece Lucrezia, a tarda notte, sedeva al centro dell’atrio insieme alle
ancelle dedita alla filatura al chiarore delle lucerne. La vittoria nella contesa sulle donne toccò a
Lucrezia. Il marito e i Tarquini entrarono e furono ricevuti con cordialità; il vincitore cavallerescamente
invitò a cena i giovani principi. Allora Sesto Tarquinio fu preso dall’infame capriccio di possedere
Lucrezia con la violenza: a stuzzicarlo erano tanto la bellezza quanto la manifesta castità della donna.
Per il momento, tuttavia, rientrarono nell’accampamento dopo quella ragazzata notturna.
58. Passano pochi giorni e Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, si reca a Collazia con un solo
compagno. Qui viene accolto cordialmente da chi ignorava il suo piano e dopo cena viene
accompagnato nella stanza degli ospiti; ardente di passione, quando gli sembrò che tutto fosse
tranquillo e nessuno fosse rimasto sveglio, impugnò la spada e si presentò da Lucrezia che dormiva;
quindi, premendole il petto con la sinistra disse: «Zitta, Lucrezia: sono Sesto Tarquinio e sono armato; se
provi a gridare sei morta». La donna, svegliatasi di soprassalto, non vedeva vie di scampo dalla morte
imminente; intanto Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, mescolava alle preghiere le
minacce, insomma cercava di sollecitare in ogni modo l’animo della donna. Ma quando si rese conto
della sua ostinazione, tenace persino di fronte alla paura della morte, alle minacce aggiunse il disonore
(Ubi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum
servum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur): disse che avrebbe strangolato un servo e
lo avrebbe posto nudo accanto a lei, perché si dicesse che era stata sorpresa in volgare adulterio. La
prospettiva terrorizzò Lucrezia ed ebbe ragione della sua ostinata resistenza; Tarquinio, soddisfatto il
suo capriccio, se ne partì, tutto fiero di aver costretto al cedimento una donna così onorata. Lucrezia,

7
afflitta dall’enormità della sventura, manda un messaggero prima a Roma dal padre, poi ad Ardea dal
marito: venissero entrambi il più presto possibile accompagnati da un amico fidato; era accaduto un
fatto atroce. Spurio Lucrezio partì con Publio Valerio figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto,
poiché il messaggero della moglie li aveva incontrati entrambi mentre stavano tornando a Roma.
Trovano Lucrezia che siede angosciata in camera da letto. L’arrivo dei suoi cari la fece scoppiare in
lacrime; e alla domanda del marito «Va tutto bene?» rispose: «Niente affatto: nulla può andar bene per
una donna che abbia perso l’onore. Collatino, nel tuo letto ci sono le tracce di un altro uomo. Peraltro il
corpo solo è stato violato, l’animo è innocente: me ne sarà testimone la morte. Voi però porgetemi le
vostre destre e giuratemi che l’adultero la pagherà cara («Satin salve?» «Minime» inquit; «Quid enim salvi
est mulieri amissa pudicitia? vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum,
animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore). Sto parlando di Sesto
Tarquinio, che stanotte, nemico sotto le spoglie di ospite, con la violenza e la minaccia delle armi ha
estorto un piacere che sarà letale a me e a lui, se siete uomini». L’uno dopo l’altro prestano il giuramento
e cercano di consolare l’infelice: lei era stata costretta; il vero colpevole era l’artefice della violenza; solo
l’animo può peccare, non il corpo, e se manca l’intenzione non può esservi colpa. «È compito vostro
stabilire quale sia la punizione adeguata per lui: io, anche se mi reputo innocente, non mi esimo dalla
punizione; nessuna donna svergognata potrà un giorno restare in vita adducendo l’esempio di
Lucrezia» («Vos» inquit «videritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero; nec ulla
deinde impudica Lucretiae exemplo vivet»). Ed estratto un coltello che aveva nascosto sotto la veste lo
caccia nel petto; quindi si piega sulla ferita e cade a terra morta. Marito e padre lanciano un grido.
59. Bruto, mentre quelli sono in lacrime, estrasse dalla ferita di Lucrezia il pugnale ancora stillante
sangue e brandendolo dinanzi a sé disse: «Per questo sangue, purissimo prima di essere contaminato
dalla violenza regia, io giuro e chiamo voi dei a testimoni che caccerò Lucio Tarquinio il Superbo con la
moglie scellerata e tutta la sua genia con le armi, con il fuoco, con qualunque mezzo possibile, e che non
permetterò che né loro né alcun altro sia nuovamente re a Roma!» («Per hunc» inquit «castissimum ante
regiam iniuriam sanguinem iuro, vosque, di, testes facio me L. Tarquinium Superbum cum scelerata coniuge et
omni liberorum stirpe ferro igni quacumque dehinc vi possim exsecuturum, nec illos nec alium quemquam regnare
Romae passurum»). Consegna quindi il coltello a Collatino, poi a Lucrezio e a Valerio, stupefatti dinanzi a
un comportamento così sorprendente e insolito rispetto al carattere di Bruto. Giurano secondo quanto
gli era stato intimato; il loro dolore si trasforma in rabbia, e seguono tutti Bruto che li guida ad abbattere
la monarchia. Il cadavere di Lucrezia viene trasportato nel foro; la folla si raccoglie, come accade in
questi casi, attratta dalla inaudita e mostruosa novità. Ognuno protesta contro il misfatto e la violenza
del principe; a scuoterli è sia l’angoscia del padre, sia l’invito di Bruto a bandire le lacrime e le inutili
lamentele e a prendere le armi, come si addiceva a veri uomini e veri Romani, contro chi aveva osato
azioni da nemico. I giovani più decisi si offrono spontaneamente armati; gli altri tengono loro dietro.
Quindi, lasciato un piccolo presidio a Collazia e sentinelle alle porte, per evitare una fuga di notizie su
quanto stava accadendo, tutti gli altri, armati, partono per Roma guidati da Bruto. Giunti che furono,
ovunque avanza, la massa armata sparge terrore e scompiglio; quando però ci si rende conto che sono i
cittadini più in vista a guidare le operazioni, risulta chiaro che c’è in ballo qualcosa di grosso. L’atroce
episodio non suscita a Roma meno commozione di quanto avesse fatto a Collazia: da tutti i luoghi della
città è un correre verso il foro; qui il banditore convoca il popolo dinanzi al tribuno dei Celeri, che

8
casualmente in quel momento era proprio Bruto. Il suo discorso dimostrò un coraggio e una intelligenza
assai diverse da quelle che Bruto aveva simulato fino a quel giorno: parlò della violenza e della libidine
di Sesto Tarquinio, dello stupro infame e della infelice morte di Lucrezia, di Tricipitino rimasto privo
della figlia e per il quale la causa di quella perdita era più infamante e più dolorosa della stessa morte.
Passò poi a ricordare la superbia del re, le miserie e le fatiche della plebe costretta a lavorare sotto terra
per prosciugare fossati e canali di scolo: i Romani, vincitori su tutti i popoli dei dintorni, da guerrieri
erano stati ridotti a operai e tagliapietre. Venne ricordato l’attentato infame di cui era rimasto vittima
Servio Tullio, l’episodio della figlia passata con la sua empia carrozza sul cadavere del padre; furono
invocati gli dei vendicatori dei genitori. Dopo aver ricordato simili fatti ed altri ancora più atroci,
secondo quanto suggeriva in quel frangente la rabbia – riportarli tutti non è facile per lo storico –,
indusse la folla al culmine dell’esasperazione ad abrogare il potere monarchico e a inviare in esilio
Tarquinio con la moglie e i figli. Egli, dopo aver selezionato e armato alcuni giovani che
spontaneamente si mettevano a sua disposizione, parte alla volta di Ardea per raggiungere
l’accampamento e indurre anche l’esercito ad un pronunciamento contro la monarchia; il controllo della
città è affidato a Lucrezio, già nominato prefetto urbano dal re. Durante le manifestazioni, Tullia scappa
fuori di casa, inseguita ovunque andasse dalle maledizioni degli uomini e delle donne che invocavano
le Furie vendicatrici dei delitti familiari.
60. Quando la notizia di questi avvenimenti giunse nell’accampamento, il re, sorpreso e turbato, si
diresse a Roma per reprimere la rivolta; Bruto, che ne aveva avuto sentore, cambiò tragitto per evitare di
incontrarlo, sicché capitò che attraverso strade diverse Bruto e Tarquinio giunsero quasi
contemporaneamente ad Ardea e a Roma. A Tarquinio furono chiuse le porte e gli fu intimato l’esilio;
l’esercito invece accolse festante il liberatore della città e cacciò dall’accampamento i figli del re. Di essi
due seguirono il padre in esilio nel centro etrusco di Cere; Sesto Tarquinio, partito alla volta di Gabi,
come se si trattasse del suo regno, fu ucciso da coloro che intendevano vendicare vecchi rancori da lui
stesso suscitati con le stragi e le spoliazioni a suo tempo compiute. Lucio Tarquinio il Superbo regnò
venticinque anni; la monarchia a Roma durò invece 244 anni. Il prefetto urbano convocò quindi,
secondo la procedura stabilita da Servio Tullio, i comizi centuriati, da cui risultarono eletti due consoli,
Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.

T16 Eschilo, Eumenidi, 658-661


«Colei che viene chiamata madre non è genitrice [tokeús] del figlio, bensì soltanto nutrice [trophós] del
germe appena seminato in lei. […] È il fecondatore che genera […] ella, come ospite ad ospite, conserva
il germoglio, se un dio non lo soffoca prima».

T17 CIL 3, 03572 = CLE 00558


Hic sita sum matrona, genus nomenque Veturia
Fortunati coniux de patre Veturio, nata
ter novenos misera et nupta bis octo per annos,
unicuba uniiuga quae post sex partus uno superstite obii.

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Qui giace Veturia, una matrona, figlia di Veturio, moglie di Fortunato. Quando la sventura mi ha colta
avevo soltanto ventisette anni, di cui sedici trascorsi con il mio sposo. Ho dormito soltanto con un
uomo, ho conosciuto soltanto un marito; dopo sei parti sono morta, soltanto uno dei miei figli mi è
sopravvissuto.

T18 CIL 1, 1211


Hospes, quod deico, paullum est, asta ac pellege.
Heic est sepulcrum hau pulchum pulcrai feminae.
Nomen parentes nominarunt Claudiam.
Suom mareitum corde dilexit souo.
Gnatos duos creavit. Horunc alterum
in terra linquit, alium sub terra locat.
Sermone lepido, tum autem incessu commodo.
Domum servavit. Lanam fecit. Dixi. Abei.

Amico, non è molto quello che ho da dirti, ma fermati e leggi. Questo è il modesto sepolcro di una
donna bella. I genitori le diedero il nome di Claudia. Amò suo marito con tutto il suo cuore.
Allevò due figli, uno dei quali lasciò in vita, l’altro sotto terra. Sapeva conversare piacevolmente,
camminava con grazia. e custodì la casa. Lavorò la lana. Questo è tutto. Puoi andare.

T19 Seneca, De matrimonio fr. 50 Vottero


La pudicizia va tenuta stretta più di ogni altro bene, perché una volta perduta trascina con sé nella
rovina tutti gli altri: essa è la regina delle virtù femminili. La pudicizia fa apprezzare la donna
povera ed esalta la ricca, riscatta la brutta e dà lustro alla bella. Una donna casta è benemerita nei
confronti degli antenati, il cui sangue non viene viziato dall’innesto di una discendenza spuria, e
nei confronti dei figli, i quali non dovranno arrossire della loro madre né dubitare del loro padre; è
benemerita, infine, verso sé stessa, perché si sottrae all’onta del contatto con un corpo estraneo.
Quando una città viene conquistata del resto è proprio questa la peggiore delle sciagure: l’essere
oggetto della libidine del vincitore. Gli uomini traggono lustro dal rivestire il consolato, oppure
sono le capacità oratorie o la gloria militare o i trionfi su popoli mai uditi prima a rendere eterno il
loro nome e a consacrarlo. Ci sono insomma molti campi in cui gli uomini migliori possono
acquistarsi gloria; nel caso di una donna, invece, la sua virtù specifica risiede nella pudicizia.

Le donne a Roma:

o sono, durante tutto l’arco della loro esistenza, soggette all’autorità di un maschio, prima del padre e poi del
marito, o del suocero, se questi è ancora sottoposto alla potestas del padre;
o hanno una capacità patrimoniale fortemente limitata (la lex Voconia nel 169 a. C. stabiliva che le donne non
potessero ereditare un patrimonio superiore a 200.000 assi, fatta eccezione per le Vestali e la flaminica Dialis);

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o sono titolari di diritti (certamente non quello di voto, né attivo, né passivo), ma non hanno la capacità di
esercitarli autonomamente; sono cioè costantemente sottoposte al controllo di un tutore (tutela). La ragione è
semplice: le donne non sono in grado di provvedere a se stesse propter levitatem animi.
o non hanno, tranne in casi eccezionali, un nome proprio, cioè un prenomen. Vengono designate infatti con il
nome del padre o della gens femminilizzato (cfr. Lucrezia o Verginia). La donna, scrive Moses Finley, non era
un individuo, ma “una frazione passiva e anonima di un gruppo familiare”.
o la loro funzione è fondamentalmente riproduttiva: si pensi a Giulia, figlia di Augusto fatta sposare per scopi
dinastici dal padre prima con il cugino Claudio Marcello, poi con Agrippa, il braccio destro del padre stesso,
infine con Tiberio, matrimonio quest’ultimo infelicissimo per entrambi; o a Marzia che Catone “presta”
all’amico Ortensio perché, rimasto vedovo, gli dia dei figli.
o Guai se commette adulterio! A Roma, come in Grecia, si credeva che solo il seme maschile avesse potere
generativo. La donna si limitava ad ospitare questo seme nel proprio grembo per alimentarlo fino al momento
della nascita (teoria emogenetica del sangue). Per questa ragione ogni rapporto extraconiugale, alterando
attraverso la presenza di un seme alieno, l’habitat destinato ad ospitare il seme/sangue del marito, avrebbe
inequivocabilmente compromesso la funzione di riproduttrice della stirpe maschile che la società romana
attribuiva alle matronae. Una legge risalente a Romolo riconosceva al marito di uccidere la moglie adultera e il
suo amante (Dionigi di Alicarnasso AR 2, 25, 6); norma confermata da un frammento del perduto De dote di
Catone il Vecchio, citato da Gellio, in cui si dice che i mariti avevano il ius di uccidere le proprie mogli colte in
flagrante adulterio (Gellio, NA 10, 23, 4-5); la Lex Iulia de adulteriis promulgata da Augusto tra il 18 e il 16 a.C.
limitava questo potere: essa infatti sanciva che la donna adultera fosse punita “con la confisca della metà della
dote, la confisca della terza parte dei beni e con la relegazione in un'isola”, l'uomo adultero con la confisca della
"metà del patrimonio con uguale relegazione in un'isola, purché siano relegati in isole diverse". Inoltre il padre
della donna aveva il diritto di uccidere immediatamente la figlia e l'adultero, se colti in flagrante nella propria
casa o in quella del genero tradito (non poteva risparmiare l'uno o l'altro, ma doveva necessariamente ucciderli
ambedue per non incorrere nell'accusa di omicidio), mentre il marito aveva il diritto di uccidere l'amante, solo
in determinate circostanze, come ad esempio la sua appartenenza ad un basso rango sociale (se l'amante era di
alto lignaggio allora si aveva la possibilità di catturarlo e tenerlo segregato per un massimo di 20 ore
consecutive, in modo da radunare i testimonii necessari), e di ripudiare la consorte, ma non di ucciderla. Se il
marito non denunciava l'adulterio della moglie, non cacciava la consorte e lasciava andar via l'amante colto in
flagrante, oppure sfruttava la cosa economicamente, veniva accusato di lenocinio e punito come adultero.
o la donna ideale vive relegata entro le mura domestiche, prigioniera del suo ruolo di sposa e madre, che spende
il proprio tempo libero alla filatura e alla tessitura (cfr. Lucrezia); gli aggettivi che qualificano il modello
femminile positivo sono quanto mai eloquenti: lanifica, pia, pudica, casta, domiseda, univira. Cfr. l’epigrafe di
Claudia. Ovviamente poi ci sono le donne in carne ed ossa che possono deviare radicalmente da questo
modello (pansa Clodia, Fulvia, Sempronia, o Messalina).
o La donna romana esce di casa di rado (cfr. Orazia, che corre per sapere l’esito dello scontro tra i fratelli e i
cugini);
o non può bere vino (cfr. ius osculi);
o è tenuta a vestire in modo parco (leges sumptuariae);
o è sottoposta ad una costante quanto rigida repressione sessuale; ogni forma di erotismo gli è preclusa: pare che
il senatore Manlio, sorpreso a baciare la moglie in pubblico, abbia rischiato per questo di essere espulso dal
senato (Plutarco, Vita di Catone 7, 17). Questo spiega il successo dei Baccanali, repressi nel 186 a.C.
o Non c’è da stupirsi se le donne abbiano tentato più volte di ribellarsi a questo stato di cose: nel 331 a.C. sotto il
consolato di M. Claudio Marcello e C. Valerio Potito, si verificano diversi casi di decessi sospetti tra personaggi
illustri. Una schiave denunciò alcune matronae nelle cui case furono effettivamente trovati dei venena, che esse
dissero essere dei medicamenta. Le matronae furono sfidate a berle, lo fecero senza batter ciglia e morirono. AL
termine del processo furono condannate 160 donne (Livio 8, 18, 8).

Letture consigliate:
E. Cantarella, L’ambiguo malanno. La donna nell’antichità greca e romana, Feltrinelli 2013.
F. Cenerini, La donna romana, il Mulino 2013.
M. Lentano, Lucrezia. Vita e morte di una matrona romana, Carocci 2020.
A.M. Urso, Corpo, Inschibboleth 2024.

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