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Progetto Di Ricerca

La Superleggera 699, progettata da Gio Ponti e prodotta da Cassina dal 1957, è un'icona del design italiano che unisce tradizione e modernità, rappresentando un equilibrio tra leggerezza, solidità ed ergonomia. Questa sedia, simbolo del Made in Italy, è il risultato di un'innovativa fusione tra artigianato e produzione industriale, mantenendo un'alta qualità nonostante la produzione in serie. La sua progettazione è stata influenzata dal Razionalismo Italiano e ha contribuito a definire l'eleganza e lo stile italiano nel dopoguerra.

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Progetto Di Ricerca

La Superleggera 699, progettata da Gio Ponti e prodotta da Cassina dal 1957, è un'icona del design italiano che unisce tradizione e modernità, rappresentando un equilibrio tra leggerezza, solidità ed ergonomia. Questa sedia, simbolo del Made in Italy, è il risultato di un'innovativa fusione tra artigianato e produzione industriale, mantenendo un'alta qualità nonostante la produzione in serie. La sua progettazione è stata influenzata dal Razionalismo Italiano e ha contribuito a definire l'eleganza e lo stile italiano nel dopoguerra.

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Introduzione

La Superleggera 699, una sintesi esclusiva tra Gio Ponti e Cassina

Superleggera è una sedia in legno progettata dal designer italiano Gio Ponti, colui che ha dato vita al made
in Italy, prodotta dall’azienda italiana Cassina dal 1957. Si tratta di uno dei prodotti più noti del designer
milanese e uno dei prodotti di disegno industriale più rilevanti del XX secolo. Il 1957 è uno dei primi e più
importanti anni del miracolo economico italiano: battendo la concorrenza di editori americani e francesi,
Feltrinelli pubblica in anteprima mondiale Il dottor Živago, celebre romanzo dello scrittore russo Boris
Leonidovič Pasternak; sulla televisione pubblica italiana viene trasmessa la prima puntata del Carosello;
esordisce sul mercato automobilistico la Fiat Nuova 500, l’utilitaria più famosa del Belpaese; l’azienda
brianzola Figli di Amedeo Cassina mette in produzione la Superleggera, progettata da Gio Ponti e conosciuta
anche come sedia 699. Il “699” era il numero identificativo del progetto durante la sua lunga fase di sviluppo
(dal 1951 al 1957).

Simbolo del Made in Italy

Ponti non ha creato un oggetto dal nulla, ma ha perfezionato un archetipo della tradizione vernacolare
italiana (la sedia impagliata ligure), elevandolo a design moderno. La Superleggera 699, prodotta
ininterrottamente da settant’anni nel reparto falegnameria di Cassina a Meda in Italia, è una delle icone del
design italiano, simbolo di equilibrio tra solidità, leggerezza ed ergonomia. Presente nei musei di tutto il
mondo, è un capolavoro riconosciuto che ha definito l’eleganza e lo stile italiano nel dopoguerra. Mostra al
mondo che l’Italia non è solo moda e artigianato decorativo, ma design industriale e d’avanguardia. Simbolo
del Made in Italy perchè unisce la storia e la modernità, trasforma la funzione in bellezza, dimostra che la
produzione industriale può essere di qualità. La sedia 699 è riconosciuta da Gio Ponti come uno dei suoi tre
capolavori, insieme al grattacielo Pirelli a Milano e alla Concattedrale di Taranto.

Contesto storico e culturale

Il Razionalismo Italiano e il dopoguerra

Il Razionalismo italiano è una corrente architettonica e di design del XX secolo (anni ‘20-’30) legata al
Movimento Moderno, che privilegia la funzionalità, la semplicità formale, l’eliminazione degli ornamenti e
l’uso di nuovi materiali (cemento, vetro, acciaio), cercando un linguaggio universale basato sulla logica e
sulla ragione, pur mantenendo legami con la tradizione classica (Vitruvio, Rinascimento) e il Futurismo. Nato
a Milano nel 1926 dal “Gruppo 7” un collettivo di 7 architetti del Politecnico di Milano. Dopo la prima
guerra mondiale si avvertiva l’esigenza di un ritorno alla ragione ed alla tradizione dopo l’irrazionalità della
guerra. In politica si affermò anche l’esigenza di un ritorno all’ordine, che favorì l’instaurarsi del regime
fascista. In campo artistico nacque il movimento “Novecento”, al quale si avvicinarono anche architetti come
Giovanni Muzio, Emilio Lancia, Gio Ponti, Ottavio Cabiati, strettamente legati ai canoni classici sia come
metodo che come linguaggio figurativo. Gli architetti novecentisti individuarono i problemi urbanistici e le
esigenze della città moderna, ma con un approccio che rimaneva quello del metodo ottocentesco e classico.
Negli anni venti del XX secolo, al Politecnico di Milano la cattedra di architettura era tenuta da Gaetano
Moretti, il quale non condivideva le idee progressiste del razionalismo, sostenute invece dal suo assistente
Piero Portaluppi. Si formò così tra i banchi del Politecnico un vivace gruppo di amici composto da Luigi
Figini, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco Silva, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo
Castagnoli, uniti dal desiderio di portare in Italia la nuova corrente architettonica. Le caratteristiche chiave
del Razionalismo Italiano erano:
• Funzionalismo: Ogni elemento dell’edificio doveva essere dettato dalla sua funzione.

• Geometria e Volumi Puri: Uso di forme semplici e volumi geometrici essenziali.

• Semplificazione: Riduzione dell’ornamento e chiarezza strutturale.

• Integrazione Interni/Esterni: Progettazione unitaria di interni ed esterni per la massima funzionalità.

Ponti ha attraversato il razionalismo senza mai aderirvi completamente. Ne ha assorbito il rigore, ma ne ha


rifiutato la rigidità. Nei suoi interni c’è sempre spazio per la decorazione, per il colore, per il dettaglio
poetico. Non sono orpelli, ma dichiarazioni di senso. Per Ponti, la casa non è una macchina da abitare, ma
un organismo vivente, capace di accogliere emozioni. La Superleggera di Ponti si ispira alla sedia di Chiavari
(1807), costruita dall’artigiano Giuseppe Descalzi, la storica seduta impagliata, tipica dell’artigianato ligure,
nonché uno dei capisaldi della tradizione vernacolare italiana. L’idea di reinventare questo archetipo a
partire dalle sue caratteristiche, ossia leggerezza, semplicità, stabilità e bassi costi di produzione-acquisto,
viene sviluppata dall’architetto a partire dal 1949, a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e
dunque in un contesto storico-sociale ideale: quello di un paese distrutto e che fa fatica a ripartire (ma che
ben presto verrà “travolto” dal boom economico). Emersa nel clima di rinascita e desiderio di modernità, la
sedia rispondeva alla necessità di oggetti funzionali, belli e accessibili per le nuove case italiane. “Una sedia,
senza aggettivi”: Il nome sottolinea l’obiettivo di essenzialità e funzionalità, Una normale sedia priva di
decorazioni superflue che torna alle sue origini, senza nessuna stranezza o caratteristica che la allontani da
ciò che una sedia debba essere.

Il progettista e la genesi dell’oggetto

Dall’origine all’innovazione

Gio Ponti (Milano, 1891 – 1979) è stato uno dei protagonisti assoluti del design e dell’architettura del
Novecento italiano. Dopo la laurea al Politecnico di Milano, Ponti iniziò a collaborare con la manifattura
ceramica Richard-Ginori, rinnovandone il linguaggio e avvicinando industria e arte. Nelle ceramiche si
ritrovano forme e motivi classici che si mescolano con nuovi materiali, tecniche d’avanguardia e
sperimentazioni funzionali, in modo da unire la bellezza dell’arte all’utilità degli oggetti. Nella sua rivista
“Domus” parlerà proprio del potenziamento del settore della ceramica come materiale di eccellenza
italiana. Oltre la qualità una caratteristica fondamentale è l’incorruttibilità, proprio per combattere la
precarietà degli intonaci. Usato nell’edilizia, questo materiale moderno, se impiegato ocn gusto e senso
artistico non invecchia mai. Proprio questa filosofia diventerà la firma inconfondibile di Gio Ponti, che
ritroveremo in tutte le sue opere successive. Nel 1927 aprì il suo primo studio insieme all’architetto Emilio
Lancia e divenne successivamente il direttore creativo di Fontana Arte. In quegli anni fondò la rivista di
design e architettura Domus, iniziò la sua collaborazione con le Triennali di Milano e divenne docente del
corso di interni, arredamento e decorazione del Politecnico di Milano, in cui insegnò fino al 1961.

A metà anni ‘50 istituì il Premio Compasso d’Oro, che premia i miglior progetti italiani di design, realizzò il
grattacielo Pirelli e scrisse il libro “Amate l’Architettura”. Il suo lavoro spazia dagli oggetti d’uso quotidiano —
celebri le sedie Superleggera — a edifici iconici come il Grattacielo Pirelli a Milano, simbolo di eleganza e
leggerezza strutturale. Ponti credeva in un’architettura “felice”, luminosa, aperta alla vita, dove forma,
funzione e bellezza fossero inseparabili. Visionario e curioso, Gio Ponti ha anticipato il concetto di designer
come autore totale, capace di progettare tutto, “dal cucchiaio alla città”, lasciando un’eredità ancora oggi
centrale nel pensiero progettuale contemporaneo. La sua idea di artista, assimilabile a quella rinascimentale
di persona, è in grado di mettere al servizio dell’uomo la propria arte per aiutarlo a vivere meglio.
Progettare gli spazi di una città o di una casa per andare incontro alle esigenze di tutti.

Proprio per questo l’idea di abitare di Ponti viene definita architettura umana. Come scrisse in un carteggio
con un suo amico: “per ogni finestra, l’architetto deve immaginare una persona affacciata. Per ogni porta,
una persona che l’attraversa”; tutte le architetture devono cucirsi addosso agli abitanti, costruire mondi a
partire da loro.

Il concetto di Leggerezza

La coesistenza dell’impossibile: l’essenzialità e la fantasia. Tutta l’opera dell’architetto è stata improntata a


questo: cercare la fantasia dentro forme pulite e pure. La sua è un’architettura di piani: tagli, lame, aperture.
Come dice in Amate l’Architettura, secondo Ponti l’architettura come il design, come la scrittura devono
essere semplici e democratici, comprensibili a tutti. Segue questa logica la sedia Superleggera, definita dallo
stesso Ponti come “Una sedia, senza aggettivi”. Leggerezza, essenzialità, semplicità, modernità e tecnologia
sono le caratteristiche di questo pezzo iconico. Gio Ponti racconta con ironia la Leggera e il suo sodalizio con
l’azienda di Meda: “Questa sedia è leggera, costa poco (sulle cinquemila), è fortissima, e se andate dai
Cassina vi daranno spettacoli emozionanti di lanci di queste sedie che ricadono dopo voli vertiginosi, in alto
ed in lungo, rimbalzando e non rompendosi mai (nessuno fabbrica a quel prezzo sedie forti come i figli
Cassina, questi straordinari pezzi d’uomini famosi ormai in tutto il mondo per la passione con la quale fanno
le loro sedie e poltrone ed eseguono con esse giochi acrobatici ed esercizi di forza per dimostrarne
l’imbattibile solidità: entrare nella loro fabbrica è pericoloso perché le sedie volano continuamente in questi
incredibili collaudi).”

Forma, funzione e linguaggio

Un equilibrio tra arte e industria

Quella della famosissima sedia Superleggera fu una vera e propria sfida costruttiva vinta da Gio Ponti grazie
alla fortunata collaborazione con Cassina, al connubio tra ricerca, sperimentazione avanzata e innovazione
industriale. L’architetto e designer milanese impiegò anni a perfezionarla: ottimizzò la sezione delle gambe
togliendo materia e identificando al limite la forma con la struttura, sino a raggiungere il peso minimo di soli
1.700 grammi; abbinò la struttura in frassino, legno notoriamente elastico e leggero, al telaio del sedile in
faggio, materiale al contrario più compatto e resistente al carico. Nel 1951 il modello Chiavari si evolve nella
Leggera: la sedia viene ridotta ai suoi elementi più essenziali, pulita nella forma e appunto alleggerita. Per
Ponti e Cassina lo scopo è quello di aumentare ulteriormente le prestazioni della seduta, la tecnologia di
assemblaggio e dei materiali ad essa applicata. Il risultato finale è una sedia altamente tecnologica pur
mantenendo una grande fedeltà estetica con il modello artigianale e senza l’utilizzo di materiali compositi o
non naturali. Si tratta di una sedia che pur pesando solo 1,7 kg è estremamente solida e robusta. Il percorso
tra sperimentazione, studio del dettaglio e ricerca della perfezione che condusse al progetto finale n. 699
del 1957, ossia alla Superleggera, è del tutto analogo a quello compiuto da August Thonet (figlio di Michael
Tonet) nel 1890, quando mise a punto la sedia n.91.

• La riduzione degli spessori sotto ai due centimetri: nella Superleggera le sezioni originariamente tonde
diventano triangolari, mentre nella Thonet 91 sono ovoidali e rastremate.

• L’utilizzo della canna d’India intrecciata come da tradizione ligure nella prima e “a paglia di Vienna” nella
seconda;

Se però la struttura di quest’ultima si affida ad un unico elemento di legno curvato, nella Superleggera sono
fondamentali gli incastri dei singoli pezzi, tenuti insieme proprio dalla canna indiana. Solo successivamente
Cassina iniziò produrre la sedia in varianti colorate con seduta imbottita. Gli elementi in legno, realizzati a
macchina (CNC), sono rifiniti manualmente attraverso le procedure meticolose di incollaggio a pennello,
pulitura dalla colla residua e impagliatura della seduta. Cassina riesce in qualcosa di rarissimo all’epoca (anni
’50): produzione in serie, mantenendo altissima qualità artigianale.
Questo dimostra che l’Italia può competere industrialmente senza rinunciare alla cura del dettaglio. Un
messaggio potentissimo nel dopoguerra. Sapienza artigianale e innovazione industriale si incontrano.
Leggerezza, essenzialità, semplicità, modernità e tecnologia sono le caratteristiche di questo pezzo iconico
così come di tutte le altre creazioni di arredamento che seguirono, innovativi ma di stampo tradizionale.
Razionale e funzionale, solida e al tempo stesso leggera, essenziale e priva di connotazioni stilistiche come
fosse una sedia e basta (così la chiamava lo stesso Ponti), il nuovo prototipo ispirato alla “chiavarina”
avrebbe avuto un costo contenuto per venire incontro alle difficoltà economiche della popolazione. Queste
erano perlomeno le intenzioni iniziali. Poi la storia ha fatto il suo corso.

Comunicazione e ricezione

Superleggera, di nome e di fatto

Riprodotta ininterrottamente dal 1957, la Superleggera divenne in poco tempo un simbolo culturale e uno
degli esempi più interessanti di tecnologia innovativa applicata all’arredamento. Tuttavia, ad essere
complice di questo incredibile successo non furono solo il design e le prestazioni eccellenti (pesava solo 1,7
kg ed era estremamente solida e robusta), bensì il product naming (ossia la scelta/creazione del nome più
adatto e rappresentativo del prodotto finalizzata all’impatto sul pubblico, alla resa commerciale e a porre un
primo accento sulle sue caratteristiche peculiari) unita ad una comunicazione vincente dello stesso. Parti
integranti della strategia di marketing furono infatti le curiose dimostrazioni e le originali campagne
pubblicitarie lanciate per promuovere la sedia e presentarla al pubblico.

È Giorgio Casali, fotografo di Domus, a rendere percepibile la leggerezza della sedia con la foto di un
ragazzino che solleva la Superleggera con un dito;

Particolarmente interessante l’aspetto formale ed ergonomico del prodotto, il cui schienale viene piegato
all’indietro per conferire al modello, comunque ispirato al passato, una linea più moderna e slanciata. Una
caratteristica che, insieme alla robustezza, viene esibita nella foto che ritrae una donna mentre si dondola
sulla sedia. . Le immagini e i test generarono grande sorpresa, facendo percepire la sedia come un oggetto
magico e perfetto, che sfidava le leggi della fisica. Divenne subito un simbolo del design italiano, presente
nelle case e nei musei (come il Triennale Design Museum), diventando un punto di riferimento nel settore.

Vincente per il successo fu la percezione di “normalità” e Innovazione: Nonostante la sua complessità


tecnologica e artigianale, Ponti la descriveva come una sedia “normale”, “sottile”, “conveniente”,
rendendola accessibile e desiderabile per tutti. Non vinse il Compasso d’Oro (premio tra l’altro ideato dallo
stesso Ponti), divenne tuttavia un’icona indiscutibile del design italiano, uno dei simboli del miracolo
economico e di quell’Italia moderna e spensierata, trascinata da un crescente entusiasmo verso il consumo.
Si impose dunque sul mercato non più come articolo rivolto alla massa, al popolo del dopoguerra in
difficoltà, ma come oggetto cult e ricercato, venduto ad un prezzo piuttosto elevato. Una discutibile
incoerenza con le concezioni originarie del progettista. La sua produzione ininterrotta dal 1957 testimonia
un’efficacia comunicativa e una risonanza culturale che la rendono tuttora attuale e desiderata. La sua
evoluzione l’ha trasformata in un classico intramontabile, celebrato per la sua capacità di unire innovazione
e tradizione.

Conclusione

L’eredità della Superleggera, il pensiero di Gio Ponti oggi

La Superleggera 699 di Gio Ponti non è soltanto una sedia, ma una dichiarazione culturale che ha
contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’identità del design italiano: un’identità fondata
sull’equilibrio tra industria e artigianato, tra innovazione tecnica e memoria della tradizione. Attraverso la
riduzione all’essenziale, la leggerezza strutturale e l’eleganza senza tempo, Ponti dimostra come il progetto
possa essere al tempo stesso funzionale, poetico e accessibile, incarnando un’idea di modernità
profondamente italiana. la ricerca sulla leggerezza strutturale. Molti designer contemporanei lavorano
sull’idea di “riduzione intelligente” introdotta da Ponti: togliere materia senza perdere resistenza né dignità
formale. I valori espressi dalla Superleggera — semplicità, intelligenza costruttiva, rispetto dei materiali e
centralità dell’uomo — continuano a influenzare il design contemporaneo. In un contesto contemporaneo
sempre più attento alla sostenibilità, la Superleggera viene spesso citata come esempio di oggetto
progettato per durare nel tempo, sia fisicamente sia culturalmente. L’idea che un prodotto debba
attraversare le mode, essere riparabile, aggiornabile (attraverso finiture, colori, contesti d’uso) è oggi
centrale nel design responsabile e trova nella sedia di Ponti un precedente autorevole. Nel lavoro di Piero
Lissoni, soprattutto nel furniture design per aziende italiane, è evidente il richiamo a un’idea di eleganza
misurata e senza tempo. Le sue sedute e i suoi interni non cercano mai l’eccesso, ma costruiscono un
linguaggio sobrio e colto, in continuità con la lezione di Ponti: il design come cultura, non come stile. Alcuni
riprendono l’archetipo della sedia comune e lo raffinano attraverso proporzioni, dettagli e comfort, proprio
come la Superleggera rielabora la sedia di Chiavari. In entrambi i casi il progetto non cerca l’icona
spettacolare, ma l’oggetto giusto. Anche fuori dal prodotto industriale, la Superleggera ha generato
contaminazioni: nella moda, spesso compare come oggetto-simbolo in allestimenti e sfilate di marchi
italiani (da Prada a Bottega Veneta). Viene spesso utilizzata non solo come seduta funzionale ma come
segno visivo capace di “italianizzare” immediatamente uno spazio. Un esempio tipico è la sua presenza in
servizi fotografici di interni pubblicati su riviste come Domus, Abitare o AD Italia: la sedia viene inserita in
ambienti minimali, talvolta accostata a tavoli contemporanei o a contesti architettonici molto essenziali. In
questi casi non è scelta per comodità o necessità, ma perché la sua sagoma sottile e riconoscibile comunica
istantaneamente un’idea di cultura del progetto, misura ed eleganza — qualità associate al gusto italiano. il
riconoscimento del fatto che la Superleggera, oggi, comunica identità prima ancora che funzione: è un
oggetto che “parla italiano” anche quando viene semplicemente mostrato, fotografato o citato.

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