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Umanesimo

L'Umanesimo è un movimento culturale che trasforma l'Italia tra il XIV e il XV secolo, caratterizzato dal recupero dei testi antichi e dalla consapevolezza della distanza storica dal passato. Gli umanisti, come Poggio Bracciolini e Lorenzo Valla, si dedicano alla filologia e all'imitazione dei classici, mentre il programma di studi umanistico mira a formare cittadini attivi e capaci di governare. Il movimento si sviluppa principalmente a Padova e Firenze, creando una rete intellettuale attraverso lettere e accademie.

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Umanesimo

L'Umanesimo è un movimento culturale che trasforma l'Italia tra il XIV e il XV secolo, caratterizzato dal recupero dei testi antichi e dalla consapevolezza della distanza storica dal passato. Gli umanisti, come Poggio Bracciolini e Lorenzo Valla, si dedicano alla filologia e all'imitazione dei classici, mentre il programma di studi umanistico mira a formare cittadini attivi e capaci di governare. Il movimento si sviluppa principalmente a Padova e Firenze, creando una rete intellettuale attraverso lettere e accademie.

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L’Umanesimo — spiegazione chiara

1. Cos’è l’Umanesimo e quando nasce


L’Umanesimo è il grande movimento culturale che trasforma l’Italia tra il XIV e il XV secolo.
La parola chiave è rinascita: gli intellettuali di questo periodo sentono di vivere dopo secoli di
buio (il Medioevo), e vogliono tornare alla grandezza dell’antichità classica greca e romana.
Lo storico olandese Johan Huizinga usa una bella metafora: il passaggio dal Medioevo al
Rinascimento è come le onde del mare — non c’è un momento preciso in cui tutto cambia di
colpo, ma una trasformazione graduale e continua.

2. Il recupero dell’antichità: renovatio e restauratio


Il cuore dell’Umanesimo è il recupero fisico e intellettuale dei testi antichi. Gli umanisti
vanno letteralmente a cercare manoscritti nelle biblioteche dei monasteri di tutta Europa,
perché dopo la caduta dell’Impero romano (476 d.C.) moltissimi testi erano andati perduti o
dimenticati. Il protagonista assoluto di questa ricerca è Poggio Bracciolini (1380-1459).
Nel 1415, nel monastero di San Gallo in Svizzera, trovò le Institutiones oratoriae di
Quintiliano — un testo fondamentale di retorica che nessuno leggeva da secoli. Lo descrive
come un prigioniero liberato dal carcere: i libri erano in una cantina buia, coperti di muffa e
polvere. Questa immagine — il libro come prigioniero — diventa simbolo di tutta l’epoca:
recuperare i classici significa liberare la sapienza che il Medioevo aveva imprigionato.

Due concetti chiave:


Renovatio = rinnovamento. La propria epoca è “tètra e oscura” (il Medioevo), periodo in
cui la lingua latina era diventata rozza e barbarica. Bisogna rinnovarsi tornando agli antichi.
Restauratio = restauro filologico. Non basta trovare i manoscritti — bisogna correggerli,
confrontare le diverse versioni (collatio), ricostruire il testo originale corretto. La filologia
(cioè la scienza del testo) diventa lo strumento principale della cultura umanistica.

3. Il rapporto con il passato: una nuova sensibilità storica


Gli umanisti scoprono qualcosa di rivoluzionario: il latino non è sempre uguale. Il latino di
Cicerone (I secolo a.C.) è diversissimo da quello di Ennio (III-II secolo a.C.) o di Stazio (I
secolo d.C.). La lingua cambia nel tempo — e questo vuol dire che il passato è distante, non è
un blocco omogeneo sempre uguale a sé stesso. Questa è la distanza storica: la
consapevolezza che il mondo antico è lontano, che bisogna studiarlo con metodo per capirlo
davvero. È una conquista culturale enorme, perché nel Medioevo si leggevano i classici come
se fossero contemporanei, senza senso della differenza storica.
Petrarca è il primo a capirlo davvero. Scrive addirittura una lettera a Cicerone — un autore
morto 1400 anni prima — come se stesse scrivendo a un amico. Lo rimprovera per alcune sue
scelte politiche, lo chiama “gran padre della romana eloquenza”. Questo gesto
apparentemente bizzarro è in realtà profondissimo: significa che Petrarca sente i classici
come interlocutori vivi, non come reliquie del passato.

4. Il problema della lingua: imitare i classici


Se vuoi recuperare la grandezza degli antichi, devi scrivere come loro. Questo è il grande
problema linguistico dell’Umanesimo. Il modello per la prosa latina è Cicerone. Il modello
per la poesia latina è Virgilio. Scrivere bene in latino umanistico significa scrivere come loro
— e questo richiede anni di studio.
Nasce così il concetto di imitatio: non si tratta di copiare meccanicamente, ma di assorbire
lo stile degli antichi e farlo proprio. Petrarca usa due belle immagini:

​ •​ Le api che raccolgono il nettare da fiori diversi e lo trasformano in miele loro


→ bisogna prendere dai modelli ma creare qualcosa di autonomo
​ •​ Il figlio che assomiglia al padre senza essere identico → l’imitazione deve
produrre qualcosa di nuovo

Lorenzo Valla (1407-1457) porta questo progetto al massimo. Nelle sue Elegantiae latinae
linguae dimostra filologicamente come il latino classico fosse stato corrotto durante il
Medioevo, e invita a restaurarlo. Per lui il restauro della lingua latina non è un fatto estetico
— è il fondamento della civiltà occidentale.

5. Gli studia humanitatis: cosa studiano gli umanisti


Il programma di studi umanistico si chiama studia humanitatis e comprende:

​ •​ Grammatica (il latino corretto)


​ •​ Retorica (l’arte del discorso e della persuasione)
​ •​ Poetica (la letteratura)
​ •​ Storia
​ •​ Filosofia morale

Non è un programma astratto — serve per la vita attiva, per formare cittadini e uomini di
governo capaci di comunicare, persuadere, prendere decisioni sagge.
Leon Battista Alberti spiega che i giovani devono leggere i classici ad alta voce, recitarli,
mandarli a memoria. L’obiettivo è interiorizzare non solo i contenuti ma il modo di pensare
degli antichi.

6. Dove nasce l’Umanesimo: Padova e Firenze

L’Umanesimo non nasce solo a Firenze, come spesso si pensa. Padova è in realtà il primo
centro. L’Università di Padova aveva una forte tradizione filologica. Lovato dei Lovati (già
intorno al 1290) comincia a cercare le “impronte degli antichi”. Anche Petrarca trascorre gli
ultimi anni della sua vita tra Padova e Arquà.
Firenze aggiunge una dimensione politica e civile. Gli umanisti fiorentini — come Coluccio
Salutati e Leonardo Bruni — sono anche cancellieri della Repubblica. Per loro l’Umanesimo
non è solo cultura: è strumento di governo. Il principio aristotelico che “l’uomo è animale
civile” diventa il fondamento dell’ideale umanistico fiorentino: la humanitas non è solo
retorica, deve ispirare l’azione concreta.

7. Come si organizzano gli umanisti: le accademie e le lettere


Gli umanisti creano una rete culturale basata su due strumenti principali:
Le lettere (epistole): scritte in latino sul modello ciceroniano, sono lo strumento
privilegiato di comunicazione. Non sono burocratiche — sono espressione di amicizia,
confronto intellettuale, scambio di idee. Poggio Bracciolini scrive lettere a Guarino Veronese
annunciando le sue scoperte. Niccolò Niccoli presta libri a Poggio che li restituisce anni
dopo. I libri circolano, le idee circolano: si crea una vera Repubblica delle Lettere.
Le accademie: gruppi informali di intellettuali che si ritrovano per discutere, leggere,
commentare testi antichi. Le più importanti sono:

​ •​ Accademia fiorentina di Careggi (1462), fondata attorno a Marsilio Ficino,


dedita allo studio di Platone
​ •​ Accademia romana di Pomponio Leto (intorno al 1450)
​ •​ Accademia di Napoli (1458), fondata dal Panormita

Le accademie funzionano sul principio dell’otium — la libertà intellettuale distaccata dagli


impegni quotidiani — e della sodalitas — la solidarietà tra pari, libera da gerarchie. Sono il
contrario dell’università medievale: non c’è un’autorità che impone la verità, c’è un dialogo
tra eguali.

[In sintesi: cos’è davvero l’Umanesimo]

L’Umanesimo è la prima grande rivoluzione culturale dell’età moderna. I suoi elementi


fondamentali sono:

​ •​ Recupero filologico dei testi antichi (trovare, copiare, correggere i


manoscritti)
​ •​ Distanza storica: consapevolezza che il passato è lontano e va studiato con
metodo
​ •​ Imitazione dei classici come modello linguistico e morale
​ •​ Centralità della parola (retorica): chi sa parlare e scrivere bene sa anche
governare e vivere bene
​ •​ Dimensione civile: la cultura non è contemplazione astratta ma strumento per
migliorare la vita collettiva
​ •​ Rete intellettuale: lettere, accademie, circolazione di libri e idee

È il ponte tra il Medioevo e il Rinascimento — e il fondamento di tutta la cultura europea


moderna.

L’Umanesimo latino del Quattrocento — i protagonisti

1. Coluccio Salutati — il ponte tra Trecento e Umanesimo


Chi è: Nasce vicino a Pistoia nel 1331, diventa cancelliere della Repubblica fiorentina nel 1375
e lo rimane fino alla morte nel 1406. È il primo grande organizzatore dell’Umanesimo
fiorentino.
Cosa fa di importante:
Salutati non è solo un funzionario — è un intellettuale che usa la sua posizione per
promuovere la cultura umanistica. Scrive oltre tremila lettere pubbliche per conto dello
Stato, e altre 344 lettere private in cui emerge la sua vera personalità: quella di un
intellettuale che combatte per affermare gli ideali del nascente Umanesimo. La sua cosa più
importante è il recupero dei classici: a lui si deve la riscoperta delle Epistulae ad familiares di
Cicerone nel 1392, che diventerà il modello fondamentale per il latino quattrocentesco.

Le sue opere principali:


​ •​ De fato et fortuna: ragiona sul rapporto tra la libertà del volere umano e il
dogma della prescienza divina. È un’opera di filosofia morale che mescola Agostino, Petrarca
e la filosofia stoica.
​ •​ De tyranno: trattato politico del 1400 sulla legittimità di eliminare il tiranno.
Usa l’esempio di Bruto e Cassio contro Cesare — e qui fa una cosa coraggiosa: difende Bruto,
che Dante aveva messo nel punto più basso dell’Inferno. Salutati dice che uccidere un
tiranno può essere legittimo. È una riflessione profonda su democrazia e governo.
Il suo lascito: Forma la generazione successiva — quella di Bruni e Bracciolini.

2. Leonardo Bruni — l’umanista civile


Chi è: Nato ad Arezzo tra il 1370 e il 1375, studia con Salutati a Firenze, impara il greco (cosa
rarissima all’epoca), e diventa cancelliere della Repubblica nel 1427. Muore nel 1444 e viene
sepolto con tutti gli onori in Santa Croce.
Il suo ideale: l’umanesimo civile
Bruni rappresenta la versione più politica e pubblica dell’Umanesimo. Per lui la cultura non è
contemplazione privata — deve servire la vita civile. Il principio aristotelico che “l’uomo è
animale civile” è il suo fondamento: la humanitas deve ispirare l’azione concreta, non solo la
retorica.
Le sue opere principali:

Laudatio florentinae urbis (1403-1404): un grande elogio di Firenze come modello di virtù e
di ordinamento democratico. Mostra come i diversi componenti della società fiorentina
trovino armonia nel sistema politico della Repubblica. È il testo che lancia Firenze come mito
culturale europeo.
Dialogi ad Petrum Paulum Histrum (1401): un dialogo ambientato a Firenze tra lo stesso
Bruni, Niccolò Niccoli e il maestro Salutati. Contengono una discussione serrata sulle opere
di Dante, Petrarca e Boccaccio — alcuni le difendono, altri le attaccano duramente in nome di
un estremismo umanistico che condanna la letteratura in volgare della stagione precedente.
Historiarum florentini populi libri XII: una storia di Firenze in latino classico, il primo
grande testo storiografico della nuova cultura. Bruni traduce anche Platone e Aristotele dal
greco al latino, compiendo un’operazione culturale fondamentale.

3. Poggio Bracciolini — il cacciatore di manoscritti


Chi è: Nato nel 1380 a Terranova (Valdarno), entra nella scuola di Salutati, poi lavora per
decenni nella curia romana come segretario apostolico. Partecipa al Concilio di Costanza
(1414-1418) e usa i viaggi per lavoro per visitare biblioteche in tutta Europa. Nel 1453 torna a
Firenze come cancelliere, carica che mantiene fino alla morte nel 1459.
Le sue scoperte epocali:
Poggio è il più grande cacciatore di manoscritti dell’Umanesimo. Nei monasteri svizzeri,
tedeschi e francesi ritrova testi che nessuno leggeva da secoli:

​ •​ Nel 1415 a Cluny: due orazioni ciceroniane (Pro Murena e Pro Roscio
Amerino) e poi altre sette
​ •​ Nel 1416 a San Gallo: il testo integrale delle Institutiones oratoriae di
Quintiliano — trovato in una cantina buia, coperto di muffa, come descrive in una lettera
celeberrima. Lo paragonava a un prigioniero tenuto in carcere ingiustamente.
​ •​ A Fulda: il De rerum natura di Lucrezio, testo fondamentale della filosofia
epicurea che nessuno aveva mai potuto leggere da secoli.
Descrivere i libri come prigionieri da liberare non è solo retorica: è la visione del mondo
umanistica — la conoscenza antica era stata imprigionata dal Medioevo, e gli umanisti la
liberano.

Le sue opere:

​ •​ Liber facetiarum: 273 brevi racconti in latino vivace, che mescolano il


modello di Boccaccio con quello di Sacchetti. Insegnamento morale e gusto narrativo
insieme. Un racconto è dedicato a Dante — lo racconta come un uomo di enorme sapienza
che disprezzava i potenti.
​ •​ De avaritia, De vera nobilitate, De infelicitate principum: opere di riflessione
etica sulla condizione umana, scritte con toni a volte violentissimi.

4. Francesco Filelfo — l’umanista polemico


Chi è: Nato nel 1398 nelle Marche, studia nelle migliori scuole umanistiche (Padova,
Costantinopoli dove impara perfettamente il greco), passa per Bologna e arriva a Firenze alla
fine degli anni Venti. Poi si sposta a Milano durante la stagione dei Visconti e degli Sforza,
dove rimane per decenni.
Perché è importante:
Filelfo è l’umanista più cosmopolita e polemico del secolo. Conosce il greco come pochi altri,
è autore di un corpus sterminato (oltre 1500 lettere, 100 componimenti latini in esametri per
gli Sforza — lo Sforziade), ed è coinvolto in polemiche violentissime con quasi tutti i grandi
umanisti del tempo: Guarino, Bracciolini, Valla.
A Firenze scrive un ricco commento al Canzoniere petrarchesco (1443), segnale che la
tradizione volgare stava guadagnando posizioni anche negli ambienti umanistici.

5. Lorenzo Valla — il filologo rivoluzionario


Chi è: Nato a Roma nel 1407, è il più radicale e rivoluzionario degli umanisti. Percorso
inquieto, pieno di polemiche, spostamenti continui. Muore a Roma nel 1457 come docente di
retorica nello studium romano.
Il suo metodo:
Valla porta la filologia al massimo delle sue conseguenze. Per lui lo studio dei testi antichi va
condotto contro ogni principio di autorità — non importa chi abbia detto una cosa, importa
se è filologicamente corretto. Questo gli permette di sfidare la filosofia scolastica, il diritto
canonico, persino la Chiesa.

Le sue opere fondamentali:

Elegantiae latinae linguae (avviate intorno al 1435, concluse nel periodo napoletano): sei
libri dedicati alla grammatica, al lessico e alla sintassi della lingua latina classica. È l’elogio
altissimo del latino classico e una sistematica demolizione degli errori accumulati nei secoli
medievali. Per Valla il restauro della lingua latina non è estetico — è il fondamento della
civiltà. Il latino è il vero “codice universale di governo del mondo”.

De falso credita et ementita Constantini donatione (1440): la sua opera più famosa e più
scandalosa. La Donazione di Costantino era un documento in cui l’imperatore Costantino
avrebbe donato al papa Silvestro I il potere politico su Roma e sull’intero Occidente — e la
Chiesa lo usava da secoli per giustificare il suo potere temporale. Valla dimostra
filologicamente che il documento è un falso dell’VIII o IX secolo: il latino usato è troppo
tardo, ci sono anacronismi lessicali evidenti. È una dimostrazione che cambia la storia: la
filologia come strumento di smascheramento del potere. Per questo viene processato
dall’Inquisizione napoletana nel 1444.

Annotationes in Novum Testamentum: lavoro filologico sulla Bibbia, in cui confronta il testo
greco originale del Nuovo Testamento con la Vulgata latina — e trova errori di traduzione.
Un atto di coraggio straordinario, che anticipa Erasmo di decenni.

6. Leon Battista Alberti — il genio universale


Chi è: Nasce a Genova nel 1404 da una famiglia fiorentina in esilio. La sua formazione passa
per Padova (scuola di Barzizza), Bologna (diritto), poi Roma e Firenze. È architetto, scrittore,
linguista, matematico, teorico dell’arte. Muore nel 1472. Il testo lo definisce una “parabola
sovramunicipale”: appartiene a Firenze ma la supera, è un intellettuale europeo.
Perché è il “genio universale”:
Alberti incarna meglio di chiunque altro l’ideale umanistico dell’uomo completo: non si
limita alla letteratura e alla filologia, ma interviene concretamente sulla realtà — progetta
chiese, scrive trattati di pittura, architettura, scultura, famiglia, politica. Il suo principio è che
la conoscenza serve solo se si traduce in azione pratica.

Le sue opere principali:

De pictura (1435, poi in volgare): il primo trattato teorico sulla pittura della storia moderna.
Dedica a Brunelleschi. Spiega i principi matematici della prospettiva pittorica: la geometria
permette di creare uno spazio razionale e bello insieme. Arte come scienza, non come
artigianato.

Libri della famiglia (in volgare, elaborati dal 1432 al 1444): quattro libri in forma di dialogo
che trattano il rapporto tra famiglia e società. I temi sono: l’educazione dei figli, il
matrimonio, le attività economiche, le relazioni sociali. È una riflessione pratica e concreta
su come vivere bene nel mondo moderno. Scritto in volgare — un atto politico, perché Alberti
vuole raggiungere un pubblico più largo.

Intercenales (intorno al 1440): raccolta di testi latini di varia lunghezza, dialoghi e narrazioni
ispirati a Luciano di Samosata, lo scrittore greco satirico. Sono una “critica della maschera”
— smascherano le illusioni, le convenzioni sociali, la stupidità umana. Il riso come strumento
filosofico.

De re aedificatoria (trattato in 10 libri, intorno al 1452): il grande trattato di architettura,


modellato sul De architectura di Vitruvio. Afferma che l’arte si basa su principi razionali
rigorosi: l’architettura deve rispondere sia all’utilitas (funzionalità) sia alla venustas
(bellezza). È la prima teoria organica dell’urbanistica moderna.

De iciarchia (1470, ultima opera): torna sul rapporto tra famiglia e politica, ragionando sul
capofamiglia come modello di governo. Proposta conservatrice: il buon governo si basa sul
riconoscimento della legge come norma superiore e sull’educazione umanistica del
governante.
La prosa e la poesia volgare del Quattrocento

Il quadro generale: latino vs volgare


Nel Quattrocento convivono due lingue con funzioni diverse:
Latino = lingua degli umanisti, della cultura ufficiale, delle opere più impegnative. È lo
strumento del sapere dotto.
Volgare = lingua pratica, popolare, usata per scrivere cose di uso quotidiano — ma anche
sempre più per la letteratura.

La grande eccezione è la Toscana e Firenze: qui il volgare ha una tradizione fortissima grazie
alle Tre Corone (Dante, Petrarca, Boccaccio), e nel Quattrocento Firenze diventa la
“roccaforte” del volgare letterario — soprattutto per la novella, la narrativa cavalleresca, la
scrittura privata, la predicazione e la poesia lirica e comica.

PROSA VOLGARE

1. La novella: gli epigoni del Decameron


Dopo Boccaccio, la tradizione della novella continua. Gli autori più importanti operano
principalmente in area toscana.
Gentile Sermini (prima metà del Quattrocento): senese, scrive un corpus di quaranta
novelle senza un ordine preciso, indirizzate al fratello. Ambientate nel territorio senese,
usano un lessico colorito e locale. I temi principali sono la satira antiecclesiastica, il villano e
la beffa. Le influenze sono Boccaccio e Sacchetti, ma anche le Facetiae di Poggio Bracciolini.
Le novelle spicciolate: nel Quattrocento circolano anche novelle singole e sparse, non
raccolte in libri organici. Le più famose trattano di beffe e motti. La più importante è la
Novella del Grasso legnaiuolo.

2. La Novella del Grasso legnaiuolo — un caso speciale. È la beffa più famosa del
Quattrocento fiorentino e merita attenzione specifica.

La trama: Un gruppo di amici guidato dall’architetto Filippo Brunelleschi (1377-1446)


organizza uno scherzo ai danni di Manetto, detto “il Grasso” (un intagliatore del legno, nato
nel 1381). Lo convincono sistematicamente di essere diventato un’altra persona — attraverso
una serie di inganni sempre più elaborati: si trovano al suo posto a casa sua, la madre lo
chiama con un altro nome, lo fanno arrestare come debitore di un tale “Matteo”. Il Grasso,
completamente disorientato, comincia a credere di non essere più se stesso. Capisce alla fine
di essere stato raggirato, e per evitare il ridicolo decide di partire per l’Ungheria.

Perché è importante:

​ •​ È una beffa collettiva — non un singolo beffatore ma una brigata fiorentina


intera
​ •​ Ha un valore corale: rispecchia la fisiologia sociale di Firenze, dove la beffa è
quasi un’istituzione
​ •​ Il tema dell’identità smarrita è molto più profondo di una semplice burla: il
Grasso perde il senso di chi è
​ •​ Si collega direttamente alla tradizione boccacciana e sacchettiana, anticipando
la beffa cinquecentesca

3. I cantari e il romanzo cavalleresco


La narrativa in versi è dominata dai cantari: componimenti in ottava rima, recitati ad alta
voce in piazze e luoghi pubblici da cantastorie. Sono destinati a un pubblico medio-basso,
capace di apprezzare i mezzi retorici popolari.
I temi dei cantari sono molto vari: classico, mitologico, religioso, fiabesco,
leggendario-cavalleresco. Ma il tema cavalleresco è quello che ha più fortuna nel
Quattrocento, grazie ad autori come Luigi Pulci e Matteo Maria Boiardo.

Andrea da Barberino (1370 ca.-1432): il principale esponente del romanzo cavalleresco in


prosa. È autore dei Reali di Francia — il romanzo più noto e fortunato del genere. Racconta
le vicende della casa di Francia da Fiovo a Carlo Magno con fantasiosi intrecci narrativi. Il
brano presente nel manuale riguarda l’innamoramento di Berta e Milone (genitori di
Orlando), caratterizzato da una sintassi semplice e dall’uso frequente della paratasi (frasi
coordinate, non subordinate), tipica dello stile narrativo popolare.

4. Zibaldoni, memorie, libri domestici


Una delle forme più originali e vitali della prosa volgare quattrocentesca è la scrittura
privata: diari, memorie, lettere, libri di famiglia. Sono testi scritti prevalentemente da
mercanti fiorentini, che mostrano la realtà quotidiana da dentro.
I libri dei mercanti: fin dal Trecento i mercanti tengono libri di conti, ma questi evolvono in
qualcosa di più: depositari di ricordi, osservazioni, precetti morali. Esempi: la Pratica della
mercatura di Francesco Balducci Pegolotti, il Libro di buoni costumi di Paolo da Certaldo.
I Ricordi di Giovanni di Pagolo Morelli (1371-1444): il caso più significativo. Morelli è un
mercante alto-borghese fiorentino, membro di una storica famiglia. I suoi Ricordi sono divisi
in quattro parti: rispecchiano l’esperienza personale dell’autore ma anche i precetti per i
membri della famiglia — prudenza, legalità, lealtà, difesa degli interessi economici. Sono lo
specchio degli ideali della classe borghese fiorentina, con un forte senso civico e un’etica
concreta.
Un proverbio trascritto da Morelli riassume tutto: “Sempre leali sieno i tuoi guadagni / E di
sudore il tuo pane si bagni”.

5. La letteratura religiosa: predicazione e ascetismo


Accanto alla letteratura laica, nel Quattrocento fiorisce anche una forte letteratura religiosa,
che si divide tra due tendenze:

Ascetismo (ritiro dal mondo, mistica): rappresentato da figure come Caterina da Siena e
Giovanni Dominici.

Impegno sociale e predicazione popolare: rappresentato soprattutto da San Bernardino da


Siena (1380-1444), frate francescano. È il predicatore più importante del secolo. Le sue
prediche vengono tenute nelle piazze delle città italiane, davanti a folle enormi, e trascritte
da assistenti. Bernardino usa un linguaggio vivace, narrativo, con dialoghi con il pubblico,
termini popolari e dialettali. Le sue prediche sono quasi dei racconti orali — usa novelle e
aneddoti per rendere il messaggio morale più efficace e comprensibile.
L’esempio nel manuale riguarda una predica famosa contro le streghe e le loro pratiche,
tenuta sul Campo di Siena nel 1427. Bernardino racconta con realismo e ironia popolare
come le streghe confessarono di aver ucciso bambini, di aver usato unguenti, di essersi
trasformate. Il tono è a metà tra la denuncia teologica e il racconto popolare.

POESIA VOLGARE
1. Il Certame coronario e il primo petrarchismo

Il 22 ottobre 1441 a Firenze si tiene una gara di poesia in volgare organizzata da Leon Battista
Alberti — il Certame coronario. L’obiettivo dichiarato è rilanciare il volgare come lingua di
cultura, alla pari del latino. Il vincitore avrebbe ricevuto una corona d’argento.
La gara fallisce: i testi presentati non vengono ritenuti all’altezza, il premio non viene
assegnato. Ma il fallimento è comunque significativo — segnala un bisogno concreto di
legittimazione del volgare come lingua letteraria di alta dignità.
Il cambiamento avverrà con Lorenzo il Magnifico, che farà del volgare uno strumento di
affermazione politica medicea, sostenuto da intellettuali come Cristoforo Landino e Angelo
Poliziano.
Sul versante lirico, il modello dominante è Petrarca e i Rerum vulgarium fragmenta. Il primo
petrarchismo di inizio Quattrocento è ancora cortigiano e poco originale. A metà secolo nasce
una lirica che coincide sempre più pienamente con il petrarchismo.

Giusto de’ Conti (1389-1449): uno dei primi a inaugurare il petrarchismo quattrocentesco.
La sua opera principale è La bella mano — un canzoniere ispirato ai sonetti del guanto
petrarcheschi (Rvf 199-201), centrato sull’amore per una donna identificata storicamente
con Isabella Bentivoglio. È il primo modello per la lirica successiva.

2. La poesia “alla burchia” — la tradizione comica


Accanto al petrarchismo serio, nel Quattrocento fiorentino prospera una forte tradizione
comica e nonsensica.
Il Burchiello (Domenico di Giovanni, 1404-1449): barbiere fiorentino, inventore e
massimo esponente della poesia alla burchia. I suoi sonetti usano un linguaggio oscuro,
gergale, paradossale, pieno di termini rari, metafore assurde, allusioni incomprensibili. Il
testo sembra privo di senso — ma in realtà ha una sua logica nascosta, fatta di associazioni
concettuali e lessicali difficilissime da decifrare.

Come funziona tecnicamente:

​ •​ Sonetti con quartine di endecasillabi più una coda di un settenario e due


endecasillabi
​ •​ Linguaggio gergale, oscuro, apparentemente caotico
​ •​ Personaggi e figure della cultura alta (Pirramo e Tisbe, Orfeo, Virgilio)
vengono ridotti a compiere azioni ridicole e banali
​ •​ Allusioni a una dimensione municipale fiorentina incomprensibile ai
non-fiorentini

Perché è importante: Questo genere ridicolizza i pedanti e i dotti — chi ha acquisito la cultura
solo sui libri, senza radicamento nella realtà. È una critica all’Umanesimo ufficiale
dall’interno della cultura popolare fiorentina.
Il Burchiello verrà imitato per tutto il Quattrocento e oltre. Tra i suoi continuatori più validi
viene annoverato Luigi Pulci.

L’uomo al centro: cosa significa davvero


Nel Medioevo il centro di tutto era Dio. La vita terrena era solo un passaggio verso quella
eterna, la cultura serviva a capire il disegno divino, e l’uomo era una creatura fragile in attesa
della salvezza.
L’Umanesimo non nega Dio — sarebbe impossibile nel Quattrocento — ma sposta il fuoco
dell’attenzione. La domanda non è più “come salvo la mia anima?” ma “come vivo bene qui,
adesso, in questo mondo?”

L’uomo umanistico ha tre caratteristiche fondamentali

1. È capace di conoscere il mondo attraverso lo studio e la ragione — non ha bisogno solo


della fede per capire la realtà.

2. È capace di agire — non subisce passivamente la Fortuna ma la affronta con l’ingegno. Il


celebre principio è: “l’uomo è animale civile” (da Aristotele). Esiste per stare nel mondo, non
per fuggirlo.

3. È capace di creare — attraverso la parola, l’arte, l’architettura, la letteratura. Alberti ne è


l’esempio perfetto: architetto, scrittore, matematico, teorico dell’arte. L’uomo che sa fare
tutto è l’ideale del tempo.

Boccaccio nel Decameron (1348-1353) anticipa già questa svolta — come abbiamo visto —
mettendo al centro l’uomo concreto che affronta la realtà con ingegno e parola, senza
aspettare la Provvidenza. L’Umanesimo del Quattrocento teorizza e sistematizza quello che
Boccaccio aveva intuito narrativamente. Costruisce un programma culturale preciso:
studiare i classici per imparare a vivere meglio, usare la retorica per agire nel mondo,
formare uomini capaci di governare e non solo di pregare.

L’Umanesimo è il seme. Il Rinascimento è la pianta che cresce da quel seme.


L’Umanesimo prepara il terreno — recupera i classici, rivaluta la ragione umana, sviluppa la
filologia. Il Rinascimento raccoglie questi frutti e li espande in tutti i campi: pittura, scultura,
architettura, scienza, filosofia, politica. L’Umanesimo mette al centro l’uomo come studioso e
uomo di lettere — capace di conoscere il passato, usare la parola, vivere civilmente. È una
visione prevalentemente letteraria e filologica.
Il Rinascimento mette al centro l’uomo come misura di tutte le cose — capace di creare
bellezza, dominare la natura, scoprire il mondo. È una visione più ampia che tocca arte,
scienza, esplorazione geografica.
La famosa frase del filosofo greco Protagora — “l’uomo è misura di tutte le cose” — viene
riscoperta e fatta propria proprio in questa stagione.

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