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Il Lavoro Degli: Percorsi Di Tutela: Influencers

Il documento analizza il lavoro degli influencer, evidenziando le relazioni contrattuali tra influencer, brand e piattaforme digitali, e le problematiche di tutela legate a questa nuova forma di lavoro. Si sottolinea la mancanza di una regolamentazione specifica, che porta a una debolezza contrattuale e alla necessità di estendere le protezioni previste per i lavoratori tradizionali. Infine, si discute l'importanza di considerare le condizioni reali di lavoro per sviluppare tutele adeguate per questa categoria emergente.

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Il Lavoro Degli: Percorsi Di Tutela: Influencers

Il documento analizza il lavoro degli influencer, evidenziando le relazioni contrattuali tra influencer, brand e piattaforme digitali, e le problematiche di tutela legate a questa nuova forma di lavoro. Si sottolinea la mancanza di una regolamentazione specifica, che porta a una debolezza contrattuale e alla necessità di estendere le protezioni previste per i lavoratori tradizionali. Infine, si discute l'importanza di considerare le condizioni reali di lavoro per sviluppare tutele adeguate per questa categoria emergente.

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Il lavoro degli influencers:

percorsi di tutela

LAURA TORSELLO
Università Politecnica delle Marche

vol. 7, no. 2, 2021


ISSN: 2421-2695
Il lavoro degli influencers:
percorsi di tutela

LAURA TORSELLO
Università Politecnica delle Marche
Ricercatrice di Diritto del lavoro
[Link]@[Link]

ABSTRACT

The theme dealt with in the contribution concerns a new way of working
and specifically that exercised by influencers.
After defining the content of the service, the relationships that the
influencer has with both brands and digital platforms are examined. In the
absence of a specific discipline, many critical issues of classification and
protection emerge. In conclusion, some aspect issues are examined such as the
extension of minimum protections also with reference to social security profiles.

Keywords: influencer; digital platform; flexible work.

[Link]
L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

SOMMARIO: 1. Il nuovo “mestiere” degli influencers. - 2. Quali relazioni contrattuali. -


3. Il ruolo delle piattaforme digitali. - 4. Il rapporto contrattuale tra brand e
influencer. - 5. Profili qualificatori e percorsi di tutele.

1. Il nuovo “mestiere” degli influencers

L’innovazione tecnologica, caratterizzata da un intenso sviluppo digitale,


ha condotto a scenari lavorativi fino a poco tempo fa impensabili ai più(1) e ha
suscitato numerosi dibattiti tra gli studiosi del diritto del lavoro, i quali si sono
interrogati sulla necessità di riformare diversi aspetti della legislazione lavoristica
per estendere le più importanti tutele previste per il lavoratore dipendente a
nuove tipologie di lavoratori(2).
In considerazione dell’utilizzo di massa di strumenti tecnologici di
comunicazione, con l’informatizzazione “alla portata di tutti”, anche il
consumatore - sempre più connesso e raggiungibile sui social - è oggetto di
attenzione da parte delle imprese che possono proporre i loro prodotti
conoscendo già quali sono i gusti e gli interessi del soggetto profilato.
Tra i diversi strumenti di marketing digitale(3) di cui le aziende possono
disporre, emerge l’utilizzo sempre più massiccio della figura dell’influencer o
blogger. Se soltanto fino a dieci anni fa, infatti, caricare video di diverso genere
sulle più note piattaforme social appariva come un divertimento o un’attività
amatoriale, oggi non si può negare che il fenomeno sia diventato un’attività
lavorativa che si caratterizza, innanzitutto, per svolgersi con modalità in gran
parte dematerializzate.
Volendo dare una definizione sintetica, l’attività digitale degli influencer si
concretizza nella sponsorizzazione di prodotti ed eventi e nell’interazione con il

(1) Tra i diversi contributi v. di A. Donini, Il lavoro attraverso le piattaforme digitali, Bup,
2019; L. Zappalà, Informartizzazione dei processi decisionali e diritto del lavoro: algoritmi, poteri datoriali
e responsabilità del prestatore nell’era dell’intelligenza artificiale, WP CSDLE “Massimo D’Antona”.IT –
446/2021.
(2) P. Tullini, Web e lavoro. Profili evolutivi e di tutela, Giappichelli, 2017; L. Fiorillo, Un
diritto del lavoro per il lavoro che cambia: primi spunti di riflessione, WP CSDLE “Massimo D’Antona”.IT
–2018, 368, 2.
(3) Sul tema in modo approfondito v. G.L. Gregori, F. Pascucci (a cura di) Il digital
marketing come fattore competitivo. Verso un approccio integrato “stumenti” e “strategia”, Franco Angeli,
Milano, 2019.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

pubblico. Analizzando il profilo dell’influencer emerge, poi, che si tratta spesso


di personaggi pubblici con molto seguito e che vantano un alto numero di
follower. Generalmente appartengono al settore dello spettacolo o a quello della
moda, anche se è sempre più frequente che decidano di cimentarsi in tale
prospettiva di lavoro persone “comuni”, spesso giovanissime, promuovendo
prodotti sui social media come ad esempio Facebook, Instagram, Twitter, YouTube,
TikTok o Twitch, con la finalità di indurre i consumatori a scegliere alcuni marchi,
piuttosto che altri ed ottenendo per loro un ritorno in termini economici e di
visibilità.
L’inedita “tipologia” di lavoro ha attirato l’interesse dei giuristi sotto
profili più civilistici come quelli relativi alla tutela dei consumatori e alle pratiche
di concorrenza sleale e pubblicità ingannevole(4), ma merita l’attenzione anche
dei giuslavoristi soprattutto perché la nuova categoria di lavoratori rischia di non
avere alcun tipo di protezione e tutela. Si pongono, infatti, una serie di questioni
problematiche relativamente ai compensi o a profili di tipo previdenziale, ma
anche con riferimento ai tempi di riposo e a tutele in caso di sospensione del
rapporto a causa di malattia senza incorrere nelle penalizzazioni imposte dai
committenti e dalle c.d. piattaforme digitali su cui svolgono la propria attività.
Va inoltre considerato che se da un lato abbiamo il rapporto contrattuale
tra azienda e influencer, dall’altro v’è il ruolo, non secondario, delle piattaforme
che gestiscono le pagine o gli spazi degli influencer, li mettono in contatto con i
brand o con aziende, e possono incidere sulla visibilità ed i guadagni; pertanto
occorre indagare le modalità della prestazione in entrambi i rapporti contrattuali.
Benchè l’attività degli influencer si presenti con caratteristiche distinte da
quelle di altri lavoratori digitali come, ad esempio, la tanto investigata categoria
dei rider, il dato comune che emerge è comunque quello di una grande debolezza
contrattuale, a meno che non si tratti di personaggio di grande successo e con
un importante seguito di follower(5).
Sarà dunque necessario partire dalle condizioni reali di lavoro per vagliare
la possibilità di estendere tipologie di tutele previste per lavoratori simili o
tentare di disegnare protezioni calibrate sulla nuova figura in virtù della

(4) M. Zarro, Online Unfair Commercial Practices: A European Overview, Essay, 2021.
(5) Secondo fonti giornalistiche il numero di follower rappresenta uno degli indici che
definisce il tipo di influencer: i c.d. nano-influencer contano fino a 1.000 seguaci, solitamente
settorializzati in un determinato ambito, come gli sport estremi o i video-games; i micro-influencer,
sino ai 100mila follower; influencer tra i 100mila e i 500mila follower; fino a raggiungere i c.d. macro-
influencer che possono vantare anche milioni di seguaci.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

particolare condizione di vulnerabilità e della situazione di dipendenza


economica di tali lavoratori(6).
Qui si intende dunque analizzare la questione problematica che sorge
ogniqualvolta esista uno squilibrio contrattuale tra i lavoratori che sono connessi
a piattaforme e/o ad algoritmi digitali e le aziende che si avvalgono della
“collaborazione”: è ormai evidente che quello del lavoro digitale sia il terreno in
cui si manifesta più che in altri settori la fuga dalle protezioni del diritto del
lavoro, amplificando le disuguaglianze e ampliando il rischio di gravi
ripercussioni sulla dignità della persona.

2. Quali relazioni contrattuali

Una regolamentazione ad hoc da applicare all’ambito contrattuale degli


influencer non ha ancora visto la luce, e gli studi sui lavoratori della gig economy
hanno ben sottolineato le difficoltà e le implicazioni che una sistematizzazione
normativa dei lavoratori digitali comporta, evidenziando la necessità di una
“disciplina differenziata”(7).
La persona che svolge in modo stabile e continuativo tale attività,
pertanto, deve far riferimento alle categorie tradizionali e solitamente tende a
presentarsi come un imprenditore, oppure come un libero professionista,
benché il più delle volte tale non sia nella realtà dei fatti, soprattutto se si
considerano gli influencer “minori”, e cioè quelli che non raggiungono
determinate soglie di reddito e non hanno un grande seguito.
Nei primi anni dello scorso decennio quello dei social media appariva come
uno spazio senza regole, nel quale gli influencer sono stati utilizzati in modo
irregolare, cosicché per porre argini si sono dovute applicare norme pensate per
disciplinare altri ambiti, con il rischio di far leva su norme esclusivamente
civilistiche, in tal modo aggirando la disciplina protezionistica propria del diritto
del lavoro.
È dunque utile tracciare una prima distinzione tra le norme che
attengono a profili quali il diritto d’autore o diritto all’immagine ovvero ai diritti
nascenti in capo all’autore di foto, post, stories, video o articoli e che qui non
verranno esaminate e quelle riguardano più strettamente il rapporto di lavoro.

(6) Sul tema A. Alaimo, Il lavoro autonomo tra nuove debolezze e deficit di protezione sociale:
tutele prima, durante e dopo la pandemia, RDSS, 2, 2121,. 209 ss.
(7) V. le riflessioni contenute nel paragrafo conclusivo al saggio di T. Treu, Rimedi, tutele
e fattispecie: riflessioni a partire dai lavoratori della Gig economy, LD, 2017, 3/4, 395 ss.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

In particolare, la difficoltà di regolamentare il lavoro degli influencer, come


per gli altri lavoratori digitali, deriva dal fatto che si tratta di una categoria molto
eterogenea(8) e il problema di individuare di quali tutele siano titolari va
affrontato attraverso l’indagine dei rapporti che si instaurano in maniera
trilaterale: tra l’influencer e l’azienda, tra l’influencer e la piattaforma digitale, nonché
tra la piattaforma e l’azienda.
Il rapporto tra influencer, aziende e piattaforme digitali, spesso, si fonda su
contratti atipici ai sensi dell’art. 1322 cod. civ.; ragione per cui ci si trova di fronte
una gamma “innominabile” di tipologie contrattuali, come ad esempio il
contratto di “influencer marketing”. Altre volte il rapporto viene regolato
secondo lo schema utilizzato per i contratti di sponsorizzazione ed in tal caso
possono essere stipulati sia direttamente tra brand e influencer, oppure attraverso
l’intermediazione della piattaforma. Il rapporto, dunque, può essere inquadrato,
a seconda delle concrete esigenze delle parti, come un negozio che può prendere
la forma del contratto d’opera occasionale, oppure come un contratto d’opera
intellettuale o come un appalto di servizi.
Per individuare la categoria contrattuale, lo spartiacque più rilevante è
dato dai guadagni che contraddistinguono la prestazione d’opera occasionale:
qualora il reddito non superi i 5.000,00 euro, infatti, si tende a ricadere nella
prima fattispecie che permette di godere dell’esenzione dal regime IVA e
dall’iscrizione alla Gestione separata INPS(9). L’influencer può avvalersi del
contratto di prestazione occasionale anche con più committenti, ai quali è
possibile fornire prestazioni di lavoro autonomo per attività sporadiche, tuttavia,
sempre nel rispetto del limite dei 5.000 euro con riferimento a tutti gli
utilizzatori.
Quando il guadagno dell’influencer diventa l’unica, o la principale, fonte di
reddito(10), siamo in presenza di quella che può essere considerata una vera e

(8) Ne è riprova il fatto che non esiste ancora un codice identificativo univoco e, per
ovviare al problema, in genere vengono inseriti nel codice relativo a “Conduzione di campagne
di marketing e altri servizi pubblicitari” o a quello di “Ideazione di campagne pubblicitarie”.
In alternativa, si può optare per il codice generico “Altre attività professionali nca”.
(9) Sotto il profilo previdenziale, l’influencer, come altri professionisti che svolgono
“attività innovative”, non ha una specifica cassa di riferimento, né un ordine o un albo e
pertanto ha l’obbligo di iscriversi alla Gestione separata.
(10) Superata la soglia-limite di 5.000,00 euro lordi di reddito nell’anno solare, l’influencer
non è più considerato collaboratore occasionale e ha l’obbligo di iscriversi alla gestione separata
dell’INPS al fine del pagamento dei contributi previdenziali, oltrechè aprire la partita Iva. La
determinazione dei redditi derivanti dall’attività svolta può avvenire in via analitica ai sensi
dell’art. 54 del Tuir, ovvero in via forfetaria come stabilito dall’art. 1, commi 54-89, l. n.
90/2014. Qualora i guadagni non superino la soglia di 65.0000,00 euro all’anno è possibile
fruire del regime forfetario. In questo caso, la principale agevolazione consiste nel versamento

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

propria attività professionale, non più occasionale e, anzi, caratterizzata da


abitualità. L’influencer “di professione” – quando addirittura non sia organizzato
in modo tale da potersi configurare come imprenditore ex art. 2082 cod. civ. o
piccolo imprenditore ex art. 2083 cod. civ.(11) - è considerato un lavoratore
autonomo che, in quanto esercente un’arte è inquadrato nella disciplina del
contratto d’opera ex art. 2222 cod. civ.: nel suo caso l’attività è continuativa, le
visualizzazioni ai contenuti pubblicati, che - come vedremo in seguito sono una
delle variabili da prendere in considerazione per determinare il compenso -
incrementeranno il volume d’affari dell’impresa con cui collabora e, di
conseguenza, quello dell’influencer stesso.

3. Il ruolo delle piattaforme digitali

Le piattaforme digitali sono dei sistemi informatici, ossia dei sistemi di


elaborazione dati, detti anche “infrastrutture” che offrono variegate tipologie di
servizi e mezzi tecnologici come i software, applicazioni in grado di creare e
distribuire virtualmente prodotti e servizi, sia a pagamento che gratuiti.
Con riferimento al rapporto dell’influencer con le piattaforme digitali, vi
sono casi in cui queste non si limitano a favorire l’incontro tra domanda ed
offerta di prestazioni lavorative(12).

di una sola imposta sostitutiva, con aliquota fissa al 5% per i primi cinque anni o al 15% per
sempre, sul reddito imponibile, vale a dire sul fatturato annuo, meno una percentuale per le
spese del 22%. Altri vantaggi, per chi si avvale del regime forfettario, sono: la franchigia IVA,
che permette di offrire tariffe non maggiorate dell’Imposta sul Valore Aggiunto, dunque più
basse e competitive rispetto ai concorrenti che si avvalgono del regime ordinario; l’esonero da
studi di settore, esterometro, fatturazione elettronica, ecc.; una contabilità semplificata, con
semplice conservazione e numerazione delle fatture (senza registrazione). Per accedere al
regime forfettario, oltre a non superare la soglia massima di reddito di 65.000 euro, occorre
essere residenti in Italia (o in un Paese che abbia stretto accordi economici con il nostro, purché
si produca il 75% del fatturato su territorio italiano).
(11) Cfr. O. Razzolini, Perché avviare una riflessione su piccolo imprenditore e lavoro
prevalentemente personale?, DRI, 2013, 4, 1080 ss. in cui l’A. si interroga sulla riconducibilità del
piccolo imprenditore al lavoro autonomo, esaminandone alcune possibili proiezioni
applicative e suggerendo una possibile rilettura degli artt. 2222 e 2083 cod. civ., in base alla
quale la nozione di lavoro autonomo ricomprenderebbe, oltre al lavoro intellettuale, il lavoro
esclusivamente e prevalentemente personale, quest’ultimo associabile alla figura del piccolo
imprenditore.
(12) In tal caso, la piattaforma si comporta come un operatore economico che svolge
attività di mediazione di manodopera, senza assumere la qualifica di datore di lavoro. V. sul
tema le riflessioni di E. Raimondi, Il lavoro nelle piattaforme digitali e il problema dellaqualificazione
della fattispecie, LLI, 2, 2019, 69; D. Garofalo, Blockchain, smart contract e machine learning: alla prova
del diritto del lavoro, LG, 2019, 10, 879.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

In alcuni casi, infatti, l’influencer percepisce una ricompensa in denaro per


i contenuti caricati, come accade con la nota piattaforma YouTube che permette,
attraverso una procedura per la richiesta di monetizzazione(13), di inserire
pubblicità ai video. In tali ipotesi il pagamento dei compensi dello youtuber è
dunque affidato unilateralmente alla piattaforma che può imporre anche
ulteriori adempimenti.
Tra le regole più note richieste dal portale vi è la richiesta di caricare
contenuti con una determinata frequenza, il divieto di inserire musiche o
frammenti di video coperti da copyright, a meno che non se ne abbia il permesso,
l’impegno a non pubblicare contenuti violenti. Più visualizzazioni si hanno su
un video, e maggiori sono i compensi che l’influencer percepirà periodicamente.
La cifra corrisposta è variabile a seconda dei mesi e sconta il rischio di ritardi
quando non addirittura mancati pagamenti da parte del proprietario della
piattaforma(14).
Insomma, la piattaforma ha indiscutibilmente un potere nel ‘governare’
l’attività dell’influencer, in quanto sceglie quali contenuti valorizzare, con che
frequenza devono essere pubblicati, in quali mesi pagare di più e ha anche una
sorta di potere “punitivo” nel bloccare i video che ritiene non idonei o che
utilizzano piattaforme concorrenti o facciano a queste pubblicità.
Se dunque la piattaforma, tramite l’algoritmo, controlla la prestazione e
sanziona i comportamenti non conformi a determinati standard, occorre
chiedersi se in tale ipotesi l’attività svolta rientri ancora nella fattispecie del
lavoro autonomo puro, oppure se la modalità di coordinamento non sia tale da
rientrare nella fattispecie dell’etero-organizzazione di cui all’art. 2 del [Link].
81/2015, poi modificato dal d.l. n. 101/2019 (conv. in l. n. 128/2019)(15), là
dove la prestazione sia prevalentemente personale, continuativa ed eseguita con
modalità organizzate dal committente.

(13) Si può scegliere di rivolgersi direttamente a YouTube (che quindi incassa i soldi dagli
sponsor e poi gira un compenso allo YouTuber in base alle views dei suoi video) oppure a
dei network di terze parti che fanno da intermediari fra YouTube e i creatori dei video.
(14) Per i creator il compenso sarà trattato alla stregua di royalty ai fini dell’imposizione
fiscale negli Stati Uniti e Google applicherà le ritenute fiscali ove previste dalla legge.
(15) Tra gli altri Cfr., P. Tullini, Le collaborazioni etero-organizzate dei riders: quali tutele
applicabili?, LDE, 2019, 1; O. Mazzotta, L'inafferrabile etero-direzione: a proposito di ciclofattorini e
modelli contrattuali, Labor, 2020, 1, 7; M. Barbieri, Contraddizioni sistematiche e possibili effetti positivi
di una legge di buone intenzioni e cattiva fattura, in La nuova legge sui riders e sulle collaborazioni etero-
organizzate, a cura di U. Carabelli, L. Fassina, CGIL Ufficio Giuridico, Roma, 2020, 3, 92; G.
Santoro-Passarelli, Il lavoro mediante piattaforme digitali e la vicenda processuale dei riders, RIDL, 2021,
1, 115.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

Si tratta, quindi, di verificare se il controllo esercitato dalla piattaforma


possa essere un indice sintomatico dell’esclusione del regime di autonomia: la
figura dello youtuber presenta forti profili di criticità in tal senso in quanto, a ben
guardare, nella maggior parte dei casi, il controllo non viene esercitato sulla
prestazione lavorativa in sé, ma sul risultato dell’opera effettuata dal lavoratore,
rendendolo così compatibile con la natura autonoma del rapporto.
Per quanto riguarda il recesso, e quindi la disconnessione dell’influencer
dalla piattaforma, tale potere potrebbe essere considerato come licenziamento,
solo qualora un giudice abbia qualificato o riqualificato il rapporto di lavoro
come subordinato. In caso contrario, una simile decisione da parte di chi gestisce
la piattaforma potrebbe, ai sensi dell’art. 1373 cod. civ., configurare l’ipotesi del
recesso da un rapporto di durata, compatibile con la natura autonoma della
collaborazione nell’impresa digitale(16). In tal caso sorge l’obbligo del “congruo
preavviso” da rendere in ipotesi di recesso così come ribadito anche dalla legge
n. 81 del 2017 che, tuttavia, all’art. 3, si limita a considerare “abusive e prive di
effetto le clausole che attribuiscono al committente la facoltà di modificare
unilateralmente le condizioni del contratto o, nel caso di contratto avente ad
oggetto una prestazione continuativa, di recedere da esso senza congruo
preavviso”, senza così discostarsi dalla legge sulla subfornitura(17).
Tuttavia, pur escludendo che il controllo esercitato da parte della
piattaforma digitale possa essere considerato pervasivo e voler qualificare lo
youtuber come un lavoratore autonomo restano aperti importanti interrogativi.
Un primo rilevante problema è determinato dalla circostanza che
l’algoritmo che rende più o meno visibili i video e i post caricati dall’influencer si
modifica in base a determinate variabili. L’algoritmo, ad esempio, non tiene
conto delle motivazioni per cui un influencer non carica contenuti (si pensi ad un
periodo di malattia) determinando lo svantaggio di perdere visualizzazioni e
follower, così limitando anche le future occasioni di incarichi. In un’ottica di
protezione del lavoratore debole, che sia subordinato, o eteorganizzato, o
autonomo, non si possono ignorare lacune di protezione lesive della dignità e
dell’autodeterminazione di chi rende un servizio.

(16) Lo evidenzia, E. Raimondi, Il lavoro nelle piattaforme digitali e il problema


dellaqualificazione della fattispecie, cit., 71.
(17) Sul punto, molto critico sulla protezione prevista dalla l. n. 81/2017 A. Perulli,
Oltre la subordinazione. La nuova tendenza espansiva del lavoro, Giappichelli, 2021, 92, che per il
lavoratore autonomo economicamente dipendente ritiene dovrebbe essere corrisposa
un’indennità che lo lasci indenne per l’attività svolta, le spese sostenute e il mancato guadagno,
coerentemente con quanto disposto dall’art. 2227 cod. civ.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

Altro profilo di criticità attiene poi ad un’opacità dei meccanismi


decisionali dell’algoritmo che potrebbe dare adito a forme di discriminazione.
Per ripianare l’asimmetria informativa tra lavoratore e algoritmo può soccorrere
la normativa europea in materia di privacy e di protezione dei dati personali e
segnatamente alcune norme contenute nel Regolamento generale sulla
protezione dei dati - UE/2016/679 (GDPR). In particolare, ai sensi dell’art. 12
del GDPR, prima del trattamento, il titolare ha il dovere di fornire agli interessati
un documento, c.d. “informativa”, contenente le notizie di cui al successivo art.
13; poi l’art. 15 del GDPR dispone un “diritto di accesso” a tali dati(18).
Ulteriore problema da porsi è quali siano le ricadute in caso di
malfunzionamenti della piattaforma, le cui conseguenze negative potrebbero
ricadere sul prestatore d’opera. A tal proposito, il principale ostacolo riguarda la
capacità di individuare con certezza il soggetto sul quale debba ricadere la
responsabilità per il danno cagionato da una «forma» di intelligenza artificiale
che agisce autonomamente, sulla base di un algoritmo generato da un software
che si adatta e muta nel corso della sua vita. È stata postulata una disciplina
fondata sulla natura oggettiva della responsabilità del gestore-creatore della
piattaforma, il quale ben conosce le potenzialità e i limiti del suo strumento.
Nonostante il gestore non abbia il controllo delle operazioni compiute sulla
piattaforma, a causa della sua natura decentralizzata, è ragionevole che
l’eventuale danno subìto dagli utenti a causa di un malfunzionamento (o altro
evento potenzialmente dannoso) della piattaforma ricada su chi poteva evitarlo.
Si tratta della ragione che innerva e sorregge la responsabilità oggettiva e che
prevede una prova liberatoria assai ardua, costituita dall’avere adottato ogni
misura idonea ad evitare il danno(19).

(18) Nel commentare Trib. Bologna, 31 dicembre 2020, evidenzia tale soluzione G.
Gaudio, La Cgil fa breccia nel cuore dell’algoritmo di Deliveroo: è discriminatorio, RIDL, 2021, 2, 188.
(19) L. Buonanno, La responsabilità civile nell’era delle nuove tecnologie: l’influenza della
blockchain, Resp. civ. e prev., 2020, 5, 1618 ss. Da qui la nascita di un dibattito dottrinale relativo
all’estensione della «soggettività» agli agenti elettronici capaci di elaborare decisioni
algoritmiche autonome e, correlativamente, di compiere azioni che abbiano effetti nella realtà
giuridica. Il problema maggiore si pone nel momento in cui tali forme di «intelligenza
artificiale» forniscono, in quanto provviste di autonomia e capacità di apprendimento
indipendente, prestazioni incontrollabili sia dagli sviluppatori che dagli utilizzatori. Sul punto,
S. Fidotti, Nuove forme contrattuali nell’era del blockchain e del machine learning. Profili di responsabilità,
in, Diritto e intelligenza artificiale, a cura di G. Alpa, Pacini Editore, 2020, 335 ss.

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4. Il rapporto contrattuale tra brand e influencer

L’obbligazione contrattuale richiesta all’influencer da un’azienda che deve


pubblicizzare i suoi beni, a prescindere dal numero di seguaci, consiste nella
promozione di uno o più prodotti del brand che lo ha ingaggiato tramite post sui
social network. D’altro canto, le aziende che si avvalgano degli influencer hanno
obblighi di trasparenza(20) nel dichiarare esplicitamente le loro collaborazioni.
Riguardo al contenuto del contratto, la durata può variare in relazione
alla prestazione; vengono stabilite le modalità di pagamento; l’eventuale
presenza di un patto di non concorrenza; le cause che giustificano la risoluzione
del contratto ed eventuali clausole vessatorie.
Circa le modalità della prestazione, potrebbero essere richiesti un
determinato numero e tipo di contenuti da creare (ad esempio, post; immagini;
minutaggio del video, stories). Potrebbero essere stabilite dall’azienda le
piattaforme social su cui pubblicare i contenuti, il numero minimo di post, gli orari
in cui pubblicare, oltre all’obbligo di rispettare il codice etico della società. Altre
volte può essere richiesto all’influencer di inoltrare una richiesta di approvazione
del materiale allo sponsor prima di caricare il contenuto.
Di solito, i valori di riferimento da tenere in considerazione per la
determinazione del compenso sono il numero di like lasciati dai follower ai diversi
contenuti caricati, la quantità di commenti, i salvataggi da parte dell’utente di post
o stories, le interazioni degli e tra gli utenti o anche il tipo di marchio che si

(20) A tal proposito rilevano il Codice del consumo ([Link]. n. 206 del 2005), le norme
riguardanti la tutela dalla pubblicità scorretta e ingannevole ([Link]. n. 145 del 2007), l’articolo
2598 cod. civ., in tema di concorrenza sleale, l’adesione di aziende al Codice di Autodisciplina
Pubblicitaria (C.A.) creato dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP). Recentemente,
sempre più brand valutano positivamente l’adesione degli influencer alle linee guida dell’IAP,
ritenendola una garanzia anche nei loro confronti, a prevenzione di eventuali comportamenti
che, eventualmente, potrebbero essere loro addebitati quali atti di concorrenza sleale. Sempre
in via autoregolativa, l’IAP ha emanato il regolamento Digital Chart che contiene specifiche
linee guida volte a garantire la trasparenza tra operatori commerciali e e-commerce, per cui, ad
esempio, si richiede sempre di indicare la natura promozionale dell’attività. È necessario,
dunque, inserire in modo visibile nel post o nella storia pubblicata la dicitura adv, advertising,
sponsorizzato da… ecc., quando una collaborazione con un brand è avvenuta in ragione di un
compenso remunerativo. Anche nel caso diverso in cui il bene o il servizio pubblicizzato sia
stato regalato da un brand, dovrà essere utilizzato l’apposito disclaimer per indicarne l’origine (es.
gifted). Per meglio comprendere la questione, in presenza di pubblicità ingannevole il soggetto
che si ritiene danneggiato potrà agire innanzi al Tribunale per la tutela dei diritti riconosciuti ai
consumatori o per contrastare un fenomeno di concorrenza sleale, oppure rivolgersi
all’Autorità Garante della Concorrenza del Mercato (AGCM), oppure ancora denunciare
all’IAP la violazione del soggetto che eventualmente vi aderisce, ottenendo, in quest’ultimo
caso, la rimozione immediata del messaggio pubblicitario (senza irrogazione di sanzioni).

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

pubblicizza. Il compenso può variare anche a seconda del tipo di piattaforma


che si sceglie di utilizzare, dalla frequenza della sponsorizzazione nonché sul
lavoro fatto dall’influencer “dietro le quinte” per confezionare i contenuti da
proporre sul web. Se un influencer è molto popolare può permettersi di fissare lui
un prezzo per la propria collaborazione; va invece considerato che tutti coloro
che si trovano in condizione di debolezza economica spesso accettano
addirittura di essere compensati con la merce che gli si chiede di sponsorizzare
o con gift card.
Sotto il profilo strettamente tributario, i compensi percepiti a seguito
dell’utilizzazione delle immagini pubblicate sono da considerarsi redditi
assimilabili a quelli di lavoro autonomo essendo correlati alla fama del
personaggio a norma dell’art. 54, co. 1-quater, del TUIR (corrispettivi percepiti a
seguito di cessione di elementi immateriali comunque riferitili all’attività artistica
o professionale)(21).
Nel contratto tra influencer e azienda può essere inserita una clausola di
esclusiva che può essere pattuita sia a favore dell’azienda, che a favore
dell’influencer. Se nel primo caso la clausola di esclusiva svolge la funzione di
evitare che l’influencer accetti collaborazioni e, pertanto, pubblicizzi prodotti di
un’azienda concorrente rispetto a quella con cui ha stipulato il contratto, nel
secondo caso, invece, con la clausola in questione l’influencer persegue lo scopo
di evitare che l’azienda proprietaria del brand si avvalga della collaborazione di
altri soggetti per la sponsorizzazione dei medesimi prodotti.
Quando la clausola di esclusiva venga protratta oltre la cessazione del
rapporto fra le parti, la stessa potrà considerarsi come un patto di non
concorrenza attraverso il quale l’influencer si impegna a non accettare
collaborazioni con altre aziende concorrenti(22).

(21) L’Agenzia delle Entrate è entrata nel merito dei criteri di collegamento da adottare
per la tassazione dei proventi di influencer esteri che si trovano a realizzare attività in Italia.
L’Amministrazione finanziaria, con la risposta ad interpello n. 700/E/2021 ha fornito
indicazioni importanti sui criteri connessi al trattamento fiscale dei compensi percepiti da
influencer non residenti nelle ipotesi in cui gli stessi si fossero prestati a svolgere in Italia sessioni
di photo shooting con contestuale concessione dei diritti di utilizzazione delle immagini
scattate. Con riferimento alla figura degli influencer è stato precisato che: I compensi che le
celebrities percepiscono per l’esecuzione delle sessioni di photo shooting costituiscono redditi di
lavoro autonomo in quanto, anche se non strettamente riconducibili alla loro attività principale,
sono da considerare redditi relativi ad attività collegate al contesto artistico nel quale si esprime
la loro attività principale (es. cantante, artista o influencer).
(22) M. Dallacasa, Il patto di non concorrenza del lavoro autonomo tra norme del codice e
Costituzione, RIDL, 2, 2021, 211.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

Certo è che al ricorrere di tutte o di gran parte delle modalità di lavoro


descritte si potrebbe dubitare della genuinità dell’autonomia e, quando il
controllo si presenta particolarmente intenso, la soluzione migliore per
entrambe le parti potrebbe essere quella di assumere come lavoratore
subordinato l’influencer, magari ricorrendo a tipologie contrattuali flessibili come
il lavoro intermittente o il lavoro part-time.

5. Profili qualificatori e percorsi di tutele

Considerata la condizione di debolezza contrattuale(23) nonché di


dipendenza economica(24) della gran parte degli influencer e l’assenza di una
regolamentazione ad hoc occorre verificare quali tutele poter estendere alla
categoria, senza però tralasciare di considerare le mutate esigenze produttive di
un sistema che esige prestazioni di lavoro autonomo fortemente integrate con
l’impresa, soprattutto nell’area degli indipendent professionals e dei freelance.
Le possibilità di qualificazione saranno diverse a seconda delle concrete
modalità della prestazione: allorquando questa presenti i caratteri dell’autonomia
non vi è alcun ostacolo a ritenere applicabile il nucleo codicistico dedicato al
lavoro autonomo e le specifiche tutele del lavoro autonomo non imprenditoriale
di cui alla l. n. 81 del 2017(25), senza che vi sia la necessità di un intervento
normativo che estenda anche a questi lavoratori digitali tale ambito di
applicazione.
Potrebbero, invece, presentarsi ipotesi in cui il servizio dedotto
presupponga una prestazione continuativa e coordinata con le esigenze
dell’azienda committente ed in tal caso si potrebbe configurare un contratto di
collaborazione riconducibile all’art. 2, comma, 1 [Link]. n. 81 del 2015 (mod. dalla

(23) Sulla debolezza economica in cui versano i “lavoratori autonomi di nuova


generazione”, A. Alaimo, Lo “Statuto dei lavoratori autonomi”: dalla tendenza espansiva del diritto del
lavoro subordinato al diritto del lavoro. Verso un’ulteriore diversificazione delle tutele?, NCCC, 2017, 594
ss.; diffusamente, G. Santoro Passarelli, Falso lavoro autonomo e lavoro autonomo economicamente debole
ma genuino: due nozioni a confronto, RIDL, 1, 2013, 112 ss.
(24) La dipendenza economica è relazione “potenziale” tra due imprese che entrano in
un rapporto commerciale, come un’asimmetria di potere contrattuale ed è dunque una nozione
relativa, dovendo essere riscontrata nella singola relazione contrattuale, non necessariamente
correlata a una posizione dominante sul mercato della controparte.
(25) Le specifiche tutele del lavoro autonomo non imprenditoriale e i loro limiti sono
analizzati da A. Perulli, Oltre la subordinazione. La nuova tendenza espansiva del lavoro, cit., per il
quale la l. 81/2017 ha un’impostazione “timida, generalista e poco innovativa”.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

l. 2 novembre 2019, n. 128, di conversione del d.l. n. 101/2019), con tutto ciò
che ne consegue in ordine alla disciplina da applicare.
Resta da esaminare la riconducibilità della prestazione resa dall’influencer
all’interno dell’art. 2094 cod. civ; a tal proposito, la dottrina che ha più
investigato le fattispecie del lavoro autonomo si dimostra critica rispetto alla
tendenza ad identificare il “lavoro per altri” come subordinazione(26). La stessa
dottrina, peraltro, che già da tempo auspicava “la necessità di una riforma
complessiva del lavoro autonomo economicamente dipendente”, così da non
abbandonare molti lavoratori ad una pura e semplice regolazione
commerciale(27), segnala che la l. n. 81 del 2017, pur avendo il pregio di aver
tentato di sistematizzare il tema, presenta un’impostazione “timida, generalista
e poco innovativa”(28).
La difficoltà di ricondurre le nuove figure di lavoratori digitali nelle
categorie classiche del lavoro subordinato ovvero autonomo non è una novità
ed anzi è protagonista del proficuo e vitale dialogo tra dottrina e giurisprudenza
con riferimento alla qualificazione giuridica della categoria dei ciclofattorini
digitali(29). Per quel che qui interessa, gli studi condotti hanno portato a
distinguere tra rider continuativi e non continuativi(30), applicando ai primi la
disciplina del lavoro subordinato attraverso l’art. 2 [Link]. n. 81 del 2015, mentre
agli altri, che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito
urbano e con l’ausilio di velocipedi o di veicoli a motore ... attraverso
piattaforme anche digitali, le tutele minime previste dal capo V-bis ex artt. 47-bis
ss., aggiunte allo stesso [Link]. n. 81 del 2015.
Tali ultime disposizioni, riservate quindi esclusivamente ai rider
autonomi(31) possono offrire lo spunto per disegnare intorno alla figura degli

(26) A. Perulli, Un Jobs Act per il lavoro autonomo: verso una nuova disciplina della dipendenza
economica?, DRI, 1, 2015,114.
(27) Si pensi, ad esempio, all’abuso di dipendenza economica, come introdotta nel
nostro ordinamento dalla l. 192/98, riguardo la disciplina della subfornitura nelle attività
produttive, richiamata, nei limiti della compatibilità dall’art. 3 l. 81/17.
(28) A. Perulli, Oltre la subordinazione. La nuova tendenza espansiva del lavoro, cit., 75. V.
anche O. Razzolini, Jobs Act degli autonomi e lavoro esclusivamente personale. L’ambito di applicazione
della l. n. 81/2017, in Il Jobs Act del lavoro autonomo e del lavoro agile, a cura di L. Fiorillo - A. Perulli
Giappichelli, 2018, 13.
(29) Per tutti, M. Barbieri, Il luminoso futuro di un concetto antico: la subordinazione
nell’esemplare sentenza di Palermo sui riders, LLI, 2020, 2, VI.1-32.
(30) G. Santoro Passarelli, Il lavoro mediante piattaforme digitali e la vicenda processuale dei
riders, DRI, 1, 2021, p. 116.
(31) Critica tale scelta legislativa M.T. Carinci, I contratti in cui è dedotta una attività di lavoro
alla luce di Cass. 1663/2020, RIDL, 1, 2020, 58, secondo la quale «la disciplina posta dal Capo
V-bis dovrebbe essere estesa a tutti i lavoratori autonomi e non limitata ai soli lavoratori delle

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

influencer una tutela minima, estendendo la disciplina antidiscriminatoria e quella


posta a tutela della libertà e della dignità del lavoratore subordinato, oppure
introducendo una copertura assicurativa Inail obbligatoria contro gli infortuni e
le malattie professionali, o ancora affidando la definizione dei criteri di
determinazione del compenso ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni
sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale(32).
Indipendentemente dalle questioni attinenti alla qualificazione dei
rapporti di lavoro(33), dunque, la strada più proficua è rappresentata da
un’estensione universalistica delle tutele(34), prospettiva avallata da lettura
costituzionalmente orientata(35).
Uno dei terreni più fertili per favorire una protezione è quello del sistema
di sicurezza sociale, nell’ottica di garantire una protezione più ampia possibile,
ricollegando i diritti e le tutele direttamente alla persona che entra nel mercato
del lavoro digitale(36). Estendere le tutele tradizionali quali maternità, malattia,

piattaforme di delivery». Tale limitazione confliggerebbe, infatti, con il principio di


ragionevolezza della legge (o di indisponibilità del tipo) che impone che rapporti dotati delle
stesse caratteristiche siano soggetti alla medesima disciplina.
(32) Come noto, i fattorini non possono essere retribuiti in base alle consegne
effettuate, ma deve essere loro riconosciuto un compenso minimo orario parametrato ai
minimi tabellari stabiliti da contratti collettivi nazionali di settori affini. E solo quando non si
rinvengano contratti di settori affini il giudice può determinare il compenso secondo i
parametri indicati dall’art. 2225 cod. civ.
(33) Per tutti, T. Treu, Rimedi, tutele e fattispecie: riflessioni a partire dai lavoratori della Gig
economy, cit., 367 e segg.
(34) Da ultimo, A. Alaimo, Il lavoro autonomo tra nuove debolezze e deficit di protezione sociale:
tutele prima, durante e dopo la pandemia, cit., 238 secondo cui l’universalizzazione applicata al lavoro
autonomo da una parte “riduce la frammentazione delle prestazioni”, dall’altra “limita la
tendenza all’assimilazione proprie del lavoro subordinato alle aree più deboli del lavoro
autonomo”; A. Perulli, Oltre la subordinazione. La nuova tendenza espansiva del lavoro, Giappichelli,
2021, 76, che auspica il superamento della rigida dicotomia tra autonomia e subordinazione.
(35) F. Martelloni, La tutela del lavoro nel prisma dell’art. 35 Cost., RIDL, 3, 2020, 399; P.
Tullini, La salvaguardia dei diritti fondamentali della persona che lavora nella gig economy,
[Link], n. 1/2020, 41 ss., che parla dell’art. 35, comma 1, Cost. come norma-ponte
«intesa quale porta d’accesso per l’attribuzione d’un corredo di garanzie economico-sociali e di
diritti fondamentali alla persona che lavora». Anche A. Lassandari, Oltre la “grande dicotomia”?
La povertà tra subordinazione e autonomia, LD, 2019, 96, sostiene che superare la dicotomia lavoro
subordinato/lavoro autonomo, senza ricorrere a categorie intermedie, può rappresentare la
strada preferibile e coerente all’impostazione della nostra Carta costituzionale, che impone al
legislatore di tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
(36) Anche alle istituzioni europee è chiara questa esigenza a prescindere dal
riconoscimento dello status di lavoratori subordinati. Nella Risoluzione del Parlamento
europeo del 19 gennaio 2017 sul «pilastro europeo dei diritti sociali» è rilanciata l’idea che per
le forme di occupazioni precarie o «atipiche», in forte crescita numerica, «vada realizzato e
garantito un «nucleo di diritti azionabili, indipendentemente dal tipo di contratto o rapporto di
lavoro, tra cui parità di trattamento, tutela della salute e sicurezza, protezione della maternità,

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

vecchiaia e soprattutto la disoccupazione involontaria(37), tuttavia, potrebbe non


essere sufficiente, in considerazione della parcellizzazione delle prestazioni e dei
bassi salari/redditi che di norma caratterizzano tali prestazioni di lavoro con la
necessità di trovare soluzioni nuove(38).
La previsione di una misura quale l’ISCRO (Indennità Straordinaria di
Continuità Reddituale e Operativa), previsto nella legge di Bilancio 2021(39),
sembra fare dei passi proprio verso un universalismo, sebbene differenziato,
rivolto alle aree più deboli del lavoro autonomo in considerazione della
circostanza che si richiede la titolarità di partita Iva da almeno quattro anni e
l’iscrizione alla Gestione Separata INPS(40).
Va segnalata anche la nascita di quello che è stato definito il primo
“sindacato” nazionale per influencer e content creator : il Siicc, in collaborazione con
l’associazione promotrice, l’Asnali, che fornisce servizi e assistenza a imprese e
lavoratori autonomi(41). È ancora assente, tuttavia, una normativa di carattere
generale che estenda le prerogative sindacali anche ai lavoratori autonomi;
pertanto, più che ad un sindacato in senso stretto, ove non si tratti di rapporti
di lavoro subordinato “camuffati” da partita iva - secondo la posizione della
Corte di Giustizia dell’UE(42) - si dovrebbe pensare ad un’associazione di

disposizioni in materia di orario e periodi di riposo, accesso alla formazione, diritti di


informazione e consultazione, libertà sindacali ecc.». B. Caruso, I diritti dei lavoratori digitali nella
prospettiva del Pilastro sociale, WP CSDLE “Massimo D’Antona”.INT – 146/2018, 14 ss.
(37) L’influencer spesso dipende da una o pochissime aziende e non ha un vero e proprio
sbocco autonomo nel mercato con il rischio di non avere alcuna garanzia tra un incarico ed un
altro.
(38) Una panoramica delle diverse proposte di riforma del welfare state pensate per i
lavoratori delle fattispecie racchiuse nella platform economy, cfr. M. D’Onghia, Lavori in rete e nuove
precarietà: come riformare il welfare state?, QRGL, 2017, 83 ss.
(39) L. n. 178 del 30 dicembre 2020, art. 1, commi da 386 a 401. Si tratta di una sorta
di cassa integrazione in forma di bonus richiedibile una volta, dedicata esclusivamente agli
autonomi in partita IVA con Gestione separata, pari al 25% dell’ultimo reddito dichiarato e
attiva in forma sperimentale solo per il triennio 2021-2023.
(40) A. Zoppo, L’ammortizzatore sociale per i lavoratori autonomi (Iscro): un altro tentativo di
“attuare” l’art. 35 Cost.?, in [Link] 2021. Segnala l’inidoneità della misura a
svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale A. Alaimo, op. ult. cit., 235, in considerazione del
fatto che la cessazione della [Link] determina l’immediata cessazione dell’indennità e il recupero
della mensilità erogata dopo tale data.
(41) Come spiega a Il Messaggero
([Link]/economia/news/influencer_sindacato_italiano_news_ultime_notizie-
[Link]) Edoardo Leoni, il coordinatore nazionale del sindacato: «Vogliamo
rappresentare chi lavora su Youtube, Instagram, Tik Tok e Twitch e far capire che il nostro è un
lavoro, che richiede preparazione, studio e impegno quotidiani, come per attori, artisti e
presentatori in tv».
(42) Sul punto si rammenta la posizione della corte di Giustizia europea (CGUE, 4
dicembre 2014, FNV Kunsten Informatie en Media c. Staat der Nederlanden, causa C-413/13) che

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

categoria, con ogni conseguenza in ordine alle difficoltà di rappresentatività e


rappresentanza. Negare la contrattazione collettiva ai lavoratori autonomi, non
dotati di adeguato potere contrattuale nei confronti dei committenti a causa
degli squilibri di mercato, rappresenta un ostacolo di non poco conto per il
riequilibrio delle posizioni dei contraenti più deboli, che restano esclusi dalla
tutela negoziale(43) e oltretutto sono spesso ignari dei loro diritti di lavoratori.
Tale aspetto e le importanti problematiche che porta con sé si ricollega
all’attuale dibattito sul “salario minimo”(44), misura su cui la contrattazione
collettiva ha un ruolo fondamentale. In particolare, ci si interroga se il salario
minimo possa rappresentare una valida strada per garantire la sostenibilità
sociale per le nuove forme di organizzazione del lavoro, tra cui possiamo
includere anche la categoria in commento, ma ci si scontra con una serie di
ostacoli che derivano dal contrasto con il diritto europeo della concorrenza.
Al riguardo, la proposta di direttiva europea relativa a salari minimi
adeguati del 28 ottobre 2020 individua nel suo campo di applicazione soggettivo
(art. 2) i “lavoratori dell’Unione che hanno un contratto di lavoro o un rapporto
di lavoro quali definiti dal diritto, dai contratti collettivi o dalle prassi in vigore
in ciascuno Stato membro, tenendo conto della giurisprudenza della Corte di
giustizia dell’Unione europea per determinare lo status di lavoratore». Si indicano
poi al “considerando 17” una serie di lavoratori non standard come «i lavoratori
domestici, i lavoratori a chiamata, i lavoratori intermittenti, i lavoratori a
voucher, i falsi lavoratori autonomi, i lavoratori tramite piattaforma digitale, i

ha ammesso la legittimità di un contratto collettivo per professori d’orchestra lavoratori


autonomi solo in quanto li considerò “falsi autonomi”, risolvendosi altrimenti il contratto
collettivo in un accordo limitativo della concorrenza tra operatori economici nel settore non
subordinato. Per un’analisi di sistema del rapporto tra lavoro autonomo, legge e contrattazione
collettiva nell’ordinamento giuridico italiano, cfr. P. Tomassetti, Il lavoro autonomo tra legge e
contrattazione collettiva, VTDL, 3, 2018, 717 ss.; C. Lazzari, Contrattazione collettiva e lavoro autonomo
dopo il [Link]. n. 81/2015, VTDL, 2, 2016, 325.
(43) V. le riflessioni di A. Perulli, Oltre la subordinazione, 104 ss. V. altresì O. Razzolini,
Salario minimo, dumping contrattuale e parità di trattamento: brevi riflessioni a margine della proposta di
direttiva europea, LDE, 2021, 10, nt. 38, che segnala un possibile cambio di passo considerata la
decisione in cui il Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS, Irish Congress of Trade Unions v.
Ireland, Complaint No.123/2016, 12 dicembre 2018, § 111) afferma che “il diritto alla
contrattazione collettiva spetta anche ai lavoratori autonomi genuini”.
(44)M. Barbieri, La proposta di direttiva sul salario minimo legale: opportunità e limiti, DRI,
2021, 2, 387 ss.; A. Bellavista, La proposta di direttiva sui salari minimi adeguati. L’Europa sociale ad
una svolta, DRI, 2021, 2, 411 ss.; O. Razzolini, Salario minimo, dumping contrattuale e parità di
trattamento: brevi riflessioni a margine della proposta di direttiva europea, LDE, 2021, pdf.

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L. TORSELLO, Il lavoro degli influencers: percorsi di tutela

tirocinanti e gli apprendisti» che «potrebbero rientrare nell’ambito di


applicazione della presente direttiva a condizione che soddisfino tali criteri»,
aggiungendo, tuttavia, che «i lavoratori effettivamente autonomi non rientrano
nell’ambito di applicazione della presente direttiva, in quanto non soddisfano
tali criteri». La dicotomia europea tra imprenditore e lavoro dipendente genera,
dunque, criticità di non poco conto, in quanto l’esclusione dei lavoratori
autonomi in condizione di debolezza economica dalla possibilità di percepire un
salario adeguato rappresenterebbe un paradosso, stridendo fortemente con gli
obiettivi dell’Unione Europea di garantire a tutti i lavoratori condizioni di lavoro
eque e un’adeguata protezione sociale.

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