Schopenhauer
CENNI BIOGRAFICI
• Nasce a Danzica nel 1788 da una famiglia benestante; il padre, mercante cosmopolita, lo educa al gusto per i
viaggi e per la cultura europea.
• Dopo la morte del padre, si dedica pienamente agli studi umanistici e filosofici, influenzato da Platone, Kant
e dal pensiero orientale (Upanishad, Veda, Buddha).
• Si trasferisce a Berlino, dove entra in contrasto con Hegel: la sua filosofia pessimista viene ignorata in
un’epoca dominata dall’idealismo.
• Vive poi a Francoforte, in solitudine, dove continua a rielaborare il suo pensiero e a pubblicare nuove
edizioni del suo capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione (1819).
CONTRAPPOSIZIONE CON HEGEL
La filosofia di Arthur Schopenhauer si configura come una delle più radicali opposizioni all’idealismo ottocentesco, in
particolare al sistema di Hegel. Mentre quest’ultimo identificava la realtà con la razionalità, affermando che il
progresso della storia coincidesse con lo sviluppo della Ragione universale, Schopenhauer ne rovescia
completamente la prospettiva:
• il mondo, per lui, non è razionale, né governato da una logica necessaria, ma dominato da una forza cieca,
irrazionale e senza scopo, la volontà di vivere.
Si passa dunque da una filosofia dell’ottimismo razionale a una filosofia del pessimismo esistenziale.
• Questa contrapposizione è fondamentale: Schopenhauer rifiuta l’idea di una razionalità universale e vede
nella vita umana sofferenza e dolore.
Hegel = ottimismo razionale – Schopenhauer = pessimismo esistenziale.
MODELLI DI RIFERIMENTO
I modelli di riferimento di Schopenhauer sono KANTe PLATONE, entrambi autori di una visione dualistica della
realtà.
KANT: riprende la distinzione tra fenomeno e noumeno.
Per Kant, il fenomeno è l’oggetto della conoscenza possibile, ciò che si manifesta al soggetto attraverso le forme a
priori dello spazio, del tempo e le 13 categorie .
→La conoscenza, dunque, non deriva direttamente dalle cose, ma è determinata dal soggetto conoscente, che
organizza l’esperienza sensibile mediante le proprie strutture mentali:
• In tal modo Kant rovescia il rapporto tradizionale tra soggetto e oggetto: non è più il soggetto a dipendere
dall’oggetto, ma è l’oggetto a esistere solo in quanto rappresentato dal soggetto.
Schopenhauer accoglie questa impostazione, ma la radicalizza. Egli sostiene infatti che il soggetto e l’oggetto sono
inseparabili, due poli della stessa relazione conoscitiva: l’uno non può esistere senza l’altro. → Da qui la celebre
affermazione secondo cui “il mondo è la mia rappresentazione”.
Tuttavia, mentre per Kant il noumeno resta inconoscibile, Schopenhauer ritiene che esso possa essere colto nella
sua essenza più profonda: la volontà.
PLATONE: Schopenhauer eredita la distinzione tra il mondo sensibile e il mondo delle Idee, ma la interpreta alla luce
della propria metafisica.
→Le Idee non sono per lui realtà perfette e razionali, bensì oggettivazioni della volontà, cioè le forme stabili e
universali attraverso cui la volontà si esprime nel mondo fenomenico.
Così, la struttura dualistica di Platone e Kant si unifica in una visione tragica e pessimistica: dietro l’apparenza
ordinata della realtà non si cela la ragione, ma una forza cieca e incessante, la volontà di vivere, origine di ogni
desiderio e di ogni sofferenza.
Il mondo come volontà e rappresentazione” (1819)
È la sua opera principale e la chiave per comprendere tutto il suo pensiero. Pubblicata nel 1819, inizialmente passa
inosservata, ma viene riscoperta e apprezzata solo decenni dopo.
In quest’opera Schopenhauer espone la sua visione dualistica del mondo:
1. Il mondo come rappresentazione → ciò che appare alla coscienza, la realtà fenomenica (soggettiva e
illusoria).
2. Il mondo come volontà → la realtà noumenica, cioè la forza cieca e irrazionale che anima tutto l’esistente.
Per Schopenhauer, l’essenza della vita non è la ragione, ma la volontà di vivere, una spinta cieca e senza scopo che
genera desiderio, lotta e dolore.
L’influenza della filosofia orientale→ Schopenhauer si distingue dai filosofi occidentali per l’interesse verso il
pensiero orientale, soprattutto le Upanishad e i Veda (testi sacri dell’Induismo) e il Buddhismo.
• Da queste tradizioni riprende l’idea che il mondo sia illusione (velo di Maya) e che la salvezza consista nel
distacco dai desideri.
• L’uomo può liberarsi dal dolore solo negando la volontà di vivere, cioè attraverso la rinuncia, l’ascesi e la
compassione.
[Link] MONDO COME RAPPRESENTAZIONE
Schopenhauer apre la sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione con l’affermazione:
“Il mondo è la mia rappresentazione.”
Con questa formula, egli intende esprimere che la realtà fenomenica non è un insieme di cose esistenti in sé, ma una
rappresentazione della coscienza, costruita attraverso le forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità.
Riprendendo la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, Schopenhauer mantiene l’impostazione di Kant ma
la rielabora profondamente.
Per Kant:
• il fenomeno rappresenta l’oggetto della nostra conoscenza, cioè ciò che possiamo conoscere attraverso le
forme a priori della sensibilità e le categorie dell’intelletto.
• Il noumeno, invece, è la “cosa in sé”, la realtà indipendente dal soggetto, che resta inconoscibile.
In questo modo Kant rovescia la relazione tradizionale tra soggetto e oggetto: la conoscenza non è il risultato di un
adattamento del soggetto al mondo, ma di una struttura conoscitiva che il soggetto impone all’esperienza. → Il
mondo, dunque, non è conosciuto “così com’è”, ma “come appare” al soggetto conoscente.
Schopenhauer accoglie questo principio, ma lo modifica. Egli sostiene che il soggetto non può esistere senza
l’oggetto, né l’oggetto senza il soggetto: entrambi sono poli complementari e inseparabili del medesimo atto
[Link] conoscenza è sempre una relazione tra soggetto e oggetto, e nessuno dei due ha priorità sull’altro.
⇒La mente umana non coglie le cose in sé, ma soltanto la loro rappresentazione, ossia il modo in cui esse si
manifestano attraverso le forme della percezione.
Da questa posizione emerge una critica tanto all’ IDEALISMO quanto al MATERIALISMO.
• L’idealismo (in particolare quello hegeliano) riduce l’oggetto al soggetto, poiché considera la realtà come
una manifestazione dello Spirito o della Ragione.
• Il materialismo, al contrario, riduce il soggetto all’oggetto, cioè spiega la coscienza come prodotto della
materia.
Schopenhauer rifiuta entrambe le prospettive, sostenendo che soggetto e oggetto sono manifestazioni della stessa
realtà, due facce della medesima medaglia.
Da questa unione scaturisce l’unità del mondo come rappresentazione:
il mondo non esiste al di fuori della coscienza, ma nemmeno la coscienza può sussistere senza il mondo da
rappresentare.
Per spiegare la natura illusoria del fenomeno, Schopenhauer riprende dal pensiero indiano il concetto di MAYA,
termine sanscrito che significa “illusione” o “apparenza”:
• Secondo questa visione, la realtà sensibile è un velo di Maya, cioè un intreccio di percezioni e interpretazioni
che nascondono la vera essenza del mondo.
Il fenomeno, pertanto, non è che una parvenza, un sogno, un riflesso apparente dietro cui si cela la realtà
noumenica, che non è razionale ma volitiva. → La conoscenza, dunque, non ci permette di oltrepassare il velo delle
apparenze: noi possiamo conoscere solo il modo in cui il mondo si manifesta, non ciò che esso è in sé.
Egli però riconosce che la mente umana struttura la realtà mediante FORME A PRIORI:
• spazio,
• tempo
• e causalità
ma rifiuta la concezione astratta e trascendentale di Kant, sostituendola con una visione più empirica e fisiologica.
→ Le facoltà conoscitive non sono attività di una ragione pura, bensì funzioni del cervello umano, quindi processi
concreti e naturali.
Lo spazio e il tempo costituiscono il quadro entro cui si collocano gli oggetti dell’esperienza, mentre la causalità
stabilisce i nessi necessari che li legano tra loro.
principio di ragion sufficiente: nulla esiste o accade senza una ragione che lo determini. Questo principio regola ogni
forma di conoscenza fenomenica e si articola in quattro modalità
1. divenire: ossia il modo in cui gli eventi si susseguono nel mondo naturale secondo rapporti di causa ed
effetto. Ogni mutamento ha una causa che lo precede e lo determina: nulla accade senza una ragione che lo
spieghi.
2. l’essere: cioè i rapporti spaziali, temporali e matematici che connettono tra loro gli oggetti del mondo
fenomenico. Essa fonda le leggi della matematica e della geometria, dove ogni relazione è necessaria e
determinata.
3. il conoscere: il funzionamento della ragione umana. Anche i nostri pensieri e ragionamenti seguono un
principio di causalità interna: da un’idea deriva logicamente un’altra.
4. e l’agire: dimensione etica e psicologica dell’uomo. Anche le azioni, infatti, non sono libere in senso assoluto,
ma determinate da cause interne: i motivi, le emozioni e i desideri. Ogni decisione umana è il risultato di
una concatenazione necessaria di impulsi e rappresentazioni.
che corrispondono rispettivamente ai diversi ambiti in cui opera la causalità: naturale, logico, conoscitivo e morale.
Proprio la riflessione su questo principio porta Schopenhauer a definire l’uomo come animale METAFISICO
→ l’unico essere vivente che non si limita a percepire e a reagire, ma che si interroga sul significato della propria
esistenza. L'Intelligenza è la miura che permette di definirlo come tale .
Tuttavia, questa consapevolezza non è fonte di libertà, bensì di turbamento: conoscere significa scoprire l’illusorietà
del mondo fenomenico e l’impossibilità di oltrepassarlo. →Consapevolezza propria degli uomini.
[Link] MONDO COME VOLONTA’
Dopo aver mostrato che il mondo fenomenico non è altro che rappresentazione, Schopenhauer si chiede che cosa si
nasconda dietro questa apparenza, al di là del velo di Maya. La risposta costituisce il nucleo della sua filosofia: dietro
il mondo come rappresentazione si cela il mondo come volontà.
Schopenhauer parte da questa idea:
• Il mondo che vediamo (cioè il mondo fenomenico) non è la realtà vera, ma una rappresentazione che
la nostra mente costruisce.
Quindi tutto ciò che vediamo — le cose, le persone, la natura — è solo apparenza, come un velo che nasconde
qualcosa di più profondo. A questo velo lui dà il nome di “velo di Maya”, preso dalla filosofia indiana: significa
illusione, apparenza ingannevole.
Schopenhauer si chiede: che cosa c’è davvero dietro questo mondo di apparenze? La risposta è la VOLONTA’. →
Dietro tutto ciò che esiste, dietro ogni cosa vivente o non vivente, c’è una forza cieca e irrazionale, che spinge tutto
a vivere, a muoversi, a esistere. Tutto tende semplicemente a continuare a esistere.
Questa forza è la volontà di vivere (Wille zum Leben).
• Non è una volontà consapevole, cioè non pensa né decide.
• È una spinta naturale, un impulso vitale che fa sì che tutto tenda a conservarsi, a riprodursi, a sopravvivere.
L’uomo può capire l’esistenza di questa volontà osservando se stesso. Quando agisci o desideri qualcosa, senti
dentro di te una spinta, un impulso che ti muove: quella è la volontà.
In questo modo Schopenhauer dice che, attraverso il corpo, noi possiamo intuire la realtà profonda del mondo, che
è la volontà.
Quindi:
• il corpo è oggetto (perché lo vediamo e lo percepiamo),
• ma è anche manifestazione della volontà (perché sentiamo che ci muove da dentro).
Essa si manifesta in ogni forma di vita e costituisce l’energia originaria che muove l’intero universo. È, perciò, la
“cosa in sé” di cui parlava Kant, ma concepita non come realtà razionale, bensì come principio dinamico e
irrazionale.
Anche se il mondo ci sembra ordinato, regolato da leggi e da una certa logica (per esempio le leggi della natura), in
realtà non c’è nessun vero ordine o scopo dietro tutto questo. ⇒ Quell’ordine che vediamo è solo apparenza, cioè
un effetto del modo in cui la nostra mente organizza la realtà .
In fondo, dietro tutto, non c’è la ragione o un piano divino, ma una forza cieca e irrazionale, che lui chiama volontà
di vivere.
• Questa volontà non ha nessun obiettivo preciso: vuole solo continuare a esistere, a vivere, a riprodursi. Per
questo Schopenhauer dice che il mondo è privo di senso — non c’è un motivo per cui esiste, né un fine
verso cui tende. Tutto si muove solo perché la volontà vuole continuare a esistere.
CONCETTO DI LIBERTA’ → Gli uomini credono di essere liberi, ma non lo sono davvero. Pensano di scegliere
liberamente cosa fare — ma in realtà sono mossi da questa forza che agisce dentro di loro, la volontà. Ogni volta
che decidiamo qualcosa, lo facciamo perché siamo spinti da un desiderio o da un bisogno, che non dipende da noi.
Quindi:
• noi non scegliamo veramente,
• ma seguiamo ciò che la volontà ci impone.
Schopenhauer dice che l’uomo non è un essere libero, ma uno strumento della volontà, una forza che lo attraversa
e che lui non può controllare.
LA VITA E’ DOLORE → PESSIMISMO SCHOPENARIANO
Schopenhauer descrive così una realtà dominata dal dolore: la volontà si manifesta sempre come desiderio di
qualcosa che non si possiede, e ogni desiderio, una volta soddisfatto, lascia spazio a un nuovo bisogno.
• La vita è dolore, perché è volontà che vuole e non trova mai appagamento.
Ogni volta che desideriamo qualcosa, sentiamo mancanza e [Link] otteniamo ciò che vogliamo, il
piacere dura poco, e poi arriva la noia o un nuovo desiderio.
Quindi: la vita è come un pendolo che oscilla tra dolore e noia. ⇒ Non c’è mai una felicità stabile, solo momenti
brevi di soddisfazione.
Questo meccanismo genera un conflitto permanente tra gli individui, poiché la realizzazione della volontà di uno
coincide spesso con la negazione della volontà dell’altro. → Tutta la natura è una lotta continua, dove la
sopravvivenza di uno significa la morte o la sconfitta di un altro.
Di conseguenza, ogni successo implica la sconfitta di qualcun altro: l’esistenza è una lotta universale, in cui ogni
essere tende a imporsi sugli altri per affermare se stesso.
Il pessimismo metafisico di Schopenhauer raggiunge qui la sua espressione più radicale:
-se tutto è volontà, e la volontà è cieca e irrazionale, allora l’essenza stessa del mondo è sofferenza. La vita non può
essere redenta da alcun progresso né da alcuna razionalità.
Da questa consapevolezza nasceranno, nelle sezioni successive della sua filosofia, le vie di liberazione:
• l’arte,
• la morale
• e l’ascesi, un percorso di progressivo distacco dalla volontà di vivere.
La conoscenza, lungi dall’essere strumento di emancipazione, diviene allora consapevolezza dolorosa della
condizione umana, che può condurre solo alla negazione della vita e al superamento della volontà stessa.
L’ILLUSIONE DELL’AMORE E DEL PIACERE
Per Schopenhauer, anche l’amore non è un sentimento puro o romantico, ma un inganno della volontà di vivere.
→ Quando ci innamoriamo, crediamo di cercare la felicità, ma in realtà è la volontà della specie che agisce in noi:
serve solo a farci riprodurre e garantire la continuità della vita.
Dopo il piacere, rimane solo tristezza e vuoto, perché la volontà ha ottenuto il suo scopo e noi ci ritroviamo
insoddisfatti.
Perché il suicidio non è una soluzione? Schopenhauer rifiuta il suicidio come soluzione al dolore.
Uccidersi non libera davvero, perché chi si toglie la vita non distrugge la volontà di vivere, ma solo il proprio corpo.
• il suicidio è ancora un atto della volontà, un modo per dire “non voglio più soffrire” — quindi,
paradossalmente, la volontà continua ad agire.
L’unico modo per liberarsi davvero dal dolore non è distruggere la vita, ma smettere di volere.
LE VIE DI LIBERAZIONE DAL DOLORE
Schopenhauer parte da una certezza: la vita è dolore, perché tutto ciò che esiste è dominato dalla volontà di vivere,
una forza cieca e irrazionale che spinge continuamente a desiderare.
Tuttavia, l’uomo può tentare di liberarsi dalla sofferenza solo in tre modi: l’arte, la morale e l’ascesi.
Ognuna di queste vie rappresenta un diverso modo di ridurre o spegnere la volontà.
1. L’arte: la consolazione estetica
L’arte è la prima via di liberazione, ma solo [Link] contempliamo un’opera d’arte, dimentichiamo per
un momento i nostri desideri, i nostri problemi e la nostra individualità.
In quel momento non vogliamo nulla, non desideriamo nulla: siamo puri soggetti conoscitivi.
Secondo Schopenhauer, l’artista è colui che riesce a “vedere le idee”, cioè a intuire l’essenza delle cose al di là delle
apparenze. L’arte quindi non serve a piacere o divertire, ma a farci cogliere la verità del mondo senza essere travolti
dalla volontà.
• Tutti possono vedere la realtà, ma solo l’artista sa coglierne l’essenza profonda.
• L’arte ci offre un momento di liberazione dal dolore, una sorta di “breve incantesimo”.
• La musica è la forma d’arte più alta, perché non rappresenta le idee (come la pittura o la poesia), ma
esprime direttamente la volontà stessa attraverso il suono.
Tuttavia, l’arte non spegne la volontà definitivamente: finita la contemplazione, il desiderio e il dolore ritornano.
2. La morale: giustizia e compassione
La morale rappresenta una forma più profonda di liberazione, che nasce dal riconoscimento della sofferenza
universale. Se nell’arte l’uomo si distacca temporaneamente dai propri desideri, nella morale egli impara a
considerare anche gli altri.
Per Schopenhauer, la morale non nasce dalla ragione (come in Kant) né da un “dovere” universale, ma da un
sentimento, un pathos: la compassione (Mitleid).
• Compassione significa “soffrire insieme”, riuscire a sentire dentro di sé il dolore dell’altro, riconoscendo che
tutti gli uomini condividono la stessa condizione di fragilità e sofferenza.
In quel momento il confine tra sé e l’altro scompare: comprendiamo che non c’è vera separazione, perché tutti
partecipiamo alla stessa realtà dominata dalla volontà.
La morale, quindi, si articola in due forme:
• La GIUSTIZIA, che è una forma “negativa” di morale, cioè consiste nel non fare del male agli altri. È un primo
passo, ma ancora esterno e parziale.
• La COMPASSIONE, che è una forma “positiva”: non solo non fare del male, ma soffrire insieme agli altri,
agire per ridurre la sofferenza universale.
Attraverso la compassione, l’uomo comincia a indebolire la volontà, perché smette di vedere l’altro come un nemico
o un mezzo per i propri fini.
3. L’ascesi: la negazione della volontà
L’ascesi è la terza e più alta via di liberazione. Dopo l’esperienza estetica e morale, l’uomo può scegliere di
rinunciare completamente ai desideri e ai piaceri, arrivando all’annullamento della volontà di vivere.
Chi pratica l’ascesi non agisce più per sé, non cerca più nulla, non vuole più nulla.
→ Rinuncia ai bisogni del corpo e a ogni forma di piacere, soprattutto a quello sessuale, che per Schopenhauer
rappresenta la massima espressione della volontà, poiché serve alla perpetuazione della specie.
L’ascesi è dunque una liberazione totale, che passa attraverso:
• la castità perfetta, cioè l’eliminazione del desiderio sessuale;
• la povertà volontaria, cioè il distacco dai beni materiali;
• il digiuno e il sacrificio, cioè la rinuncia consapevole ai piaceri del corpo.
Chi raggiunge questo stato riesce a vivere in una condizione di assoluta quiete e serenità, dove ogni sofferenza
scompare.
Questo stato è paragonato da Schopenhauer al nirvana buddhista:
“Non più volontà, non più rappresentazione, ma pace e silenzio.”
È la fine della volontà, ma anche la fine del dolore: un punto di equilibrio perfetto, una sorta di “nulla beato” in cui
non si desidera più nulla e, proprio per questo, si è finalmente liberi.