Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni280 pagine

2015 04 Rocco

Caricato da

laura2002mia
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni280 pagine

2015 04 Rocco

Caricato da

laura2002mia
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

POLITECNICO DI MILANO

Scuola di Ingegneria Edile - Architettura

Corso di Laurea Specialistica in


Ingegneria dei Sistemi Edilizi

Il consolidamento delle strutture murarie


mediante l’uso di catene metalliche

Relatore: Prof. Marco Andrea PISANI

Tesi di Laurea di:

Marco ROCCO
Matr. 800868

Anno Accademico 2013 – 2014


Indice

Indice 3
Elenco delle Figure 7
Elenco delle Tabelle 13
Nomenclatura 15
Introduzione 21
1. Aspetti generali 23
1.1. Evoluzione storica 23
1.2. Le catene odierne 36
1.2.1. Applicazioni 36
[Link]. Presidi contro le strutture spingenti 36
[Link]. Presidi tesi a ricercare il comportamento scatolare 39
[Link]. Presidi tesi a consolidare porzioni di muratura 44
[Link]. L’utilizzo delle catene per il restauro dei monumenti 44
1.2.2. Forme 47
1.2.3. Messa in opera 51
[Link]. Applicazione di nuove catene 51
[Link]. Manutenzione di catene esistenti 58
[Link]. Creazione del vincolo bidirezionale nei solai 59
2. Progetto dei tiranti 63
2.1. Comportamento delle murature 63
2.1.1. Analisi delle sollecitazioni 63
2.1.2. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti nel piano medio 64
[Link]. Meccanismo di rottura per Fessurazione diagonale (Shear cracking) 64
[Link]. Meccanismo di rottura per Scorrimento (Sliding) 68
[Link]. Meccanismo di rottura per Schiacciamento/Ribaltamento 70
[Link]. Confronto delle modalità di rottura 74
2.1.3. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti fuori dal piano medio 78
2.2. Presidi tesi ad incatenare la struttura 83
2.2.1. Introduzione 83

3
2.2.2. Modalità di analisi in caso di solai rigidi 85
[Link]. Esempio 93
2.2.3. Modalità di analisi in caso di solai deformabili 96
[Link]. Introduzione 96
[Link]. Analisi cinematica lineare 101
[Link]. Analisi statica non lineare 105
[Link]. Esempio 111
2.2.4. Osservazioni 122
2.2.5. Meccanismi di ribaltamento alternativi 124
[Link]. Flessione verticale 124
[Link]. Flessione orizzontale 125
[Link]. Ribaltamento composto 127
2.3. Presidi tesi a contrastare le spinte 130
2.3.1. Introduzione 130
2.3.2. Meccanismi di collasso per azioni statiche 135
[Link]. Presso-flessione 135
[Link]. Catene estradossali 141

3. La capacità delle catene 145


3.1. Introduzione 145
3.2. Resistenza della muratura 147
3.2.1. Stato dell’arte 147
[Link]. Esposizione tratta dall’autore Sisto Mastrodicasa 147
[Link]. Esposizione tratta dalle linee guida antisismiche 152
[Link]. Esposizione tratta dall’autore Michele Vinci 154
3.2.2. Confronto delle proposte 156
3.2.3. Analisi critica delle proposte 159
[Link]. Ipotesi generali 159
[Link]. Verifica a trazione 160
[Link]. Verifica a taglio 162
3.2.4. La resistenza al punzonamento 163
[Link]. Ipotesi sulla modellazione 163

4
Indice

[Link]. Crisi per taglio 164


[Link]. Crisi per trazione 175
[Link]. Confronto dei due meccanismi 201
3.3. Resistenza del capochiave 209
3.3.1. Capochiave a paletto 209
[Link]. Stato dell’arte 209
[Link]. Metodo di analisi 211
[Link]. Precisazioni in merito alla costante elastica del terreno 212
[Link]. Risoluzione delle trave su suolo elastico 216
[Link]. Definizione della rigidezza complessiva limite 219
[Link]. Verifica di resistenza 222
3.3.2. Capochiave circolare 225
[Link]. Stato dell’arte 225
[Link]. Schema di verifica 227
[Link]. Calcolo della rigidezza complessiva limite 233
[Link]. Procedimenti di verifica semplificati 235
[Link]. Confronto fra le tre procedure di verifica 242
[Link]. Considerazioni conclusive sulle verifiche tensionali semplificate 244
[Link]. Contributo delle nervature di irrigidimento 245
[Link]. Confronto tra gli spessori limite individuati 251
[Link]. Il capochiave di forma rettangolare 253
3.4. Resistenza della barra 254
3.4.1. Valutazione dell’azione resistente 254
3.4.2. Scelta dell’acciaio 256
Conclusioni 259
Riferimenti bibliografici 265
Appendice A Risoluzione della trave su suolo elastico 269
Appendice B Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante le
equazioni di Bessel 270
Appendice C Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante
sviluppo in serie 271

5
Appendice D Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante
valori tabellati 272
Appendice E Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante il
metodo di Fὂppl 278
Ringraziamenti 280

6
Elenco delle Figure
Figura 1. Illustrazione tratta da [3]. 24
Figura 2. Schema di posizionamento delle catene estratto da [5]. 25
Figura 3. Scala autoportante in muratura a palazzo Boncompagni, Vignola. 27
Figura 4. Consolidamento della scala mediante tiranti metallici. 27
Figura 5. Porzione di una catena metallica a sezione rettangolare proveniente dal
Duomo di Milano. 28
Figura 6. Giunto a forchetta per la connessione del tirante al capochiave, corte
interna del complesso di Brera, Milano. 28
Figura 7. Estratto dalla tavola CXLIII di [9]. 29
Figura 8. Schemi per la connessione reciproca dei tiranti estratti dalla tavola CXLIII
di [9]. 31
Figura 9. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11]. 33
Figura 10. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11]. 34
Figura 11. Estratto dalla tavola CCLXXVII di [11]. 35
Figura 12. Camminamento esterno dell'abbazia di San Colombano (Bobbio). 36
Figura 13. Doppia catena intradossale, Palazzo comunale di Modena. 37
Figura 14. Schema di una catena estradossale. 37
Figura 15. Schema della catena a braga, estratto dalla tavola CCLXXVII di [11]. 38
Figura 16. Catene per contenere la spinta della copertura, Abbazia di San
Colombano, Bobbio. 39
Figura 17. Catene per contenere la spinta della copertura, Cappella presso Miazzina,
Valgrande. 39
Figura 18. Schema generale per il posizionamento di tiranti metallici. 40
Figura 19. Catene applicate per vincolare mutuamente le pareti ortogonali. Chiesa di
San Lorenzo ed edificio attiguo, Bobbio. 40
Figura 20. Crisi per mancanza di vincolo bilatero. 41
Figura 21. Rottura per scalzamento e martellamento delle travi principali lignee. 42
Figura 22. Vincolo bidirezionale applicato alle travi mediante un tirante metallico e
un capochiave. 42
Figura 23. Schema di trasmissione dell'azione laterale. 43
Figura 24. Fabio Borbottoni, olio su tela dell'interno del Duomo di Firenze. Notare le
catene risalenti alla costruzione originaria. 46
Figura 25. Tirante utilizzato per incatenare le travi lignee alla muratura [20]. 47
Figura 26. Capochiave a paletto tradizionale, Piazza dei mercanti, Milano. 48

7
Figura 27. Moderno capochiave a paletto [20]. 48
Figura 28. Diverse forme di capichiave a piastra [20, 21]. 49
Figura 29. Particolare capochiave realizzato in acciaio e calcestruzzo proposto in
[22]. 50
Figura 30. Effetto dell'umidità relativa e della temperatura sulla velocità di
corrosione di un inserto di acciaio inglobato in una malta di calce e gesso
[24]. 52
Figura 31. Possibile posizionamento dei capichiave. 53
Figura 32. Schema di un tenditore cilindrico [25]. 54
Figura 33. Valori della massima azione di serraggio consentita (CS) a seconda del
diametro nominale di filettatura e della classe del dado. Prospetto 4-IV
della CNR-UNI 10011. 55
Figura 34. Sequenza di tesatura, fase a. 55
Figura 35. Sequenza di tesatura, fase b. 56
Figura 36. Sequenza di tesatura, fase c. 56
Figura 37. Sequenza di tesatura, fase d. 57
Figura 38. Sequenza di tesatura, fase e. 57
Figura 39. Solaio dotato di assito in ligneo inchiodato su un'orditura di travi. 60
Figura 40. Applicazione di tirante e capochiave alla trave. 60
Figura 41. Schema di deformazione dei tiranti applicati sulle travi. 61
Figura 42. Tecniche di incatenamento delle murature al solaio riportate in [19]. 62
Figura 43. Sollecitazioni sulla muratura. 63
Figura 44. Interpretazione circa la comparsa di lesioni dal centro del muro verso le
estremità [33]. 64
Figura 45. Confronto tra legge empirica e risultati sperimentali (Hendry, 1981). 65
Figura 46. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione. 70
Figura 47. Meccanismo di rottura per schiacciamento senza formazione di lesione. 72
Figura 48. Meccanismi di ribaltamento: A - Blocco rigido, B/C - Parziali 73
Figura 49. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
2,00. 75
Figura 50. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
1,20. 76
Figura 51. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
0,60. 76
Figura 52. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione. 78
Figura 53. Schema di ribaltamento per pannello fissato alla base. 80
Figura 54. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
1,20. 81

8
Elenco delle figure

Figura 55. Esempio di meccanismo locale per flessione verticale dovuto a un


insufficiente ammorsamento della parete al solaio [50]. 84
Figura 56. Esempio di utilizzo dei tiranti quali opere provvisionali atte a contenere i
cedimenti delle fondazioni, Amsterdam. 84
Figura 57. Soluzioni efficaci per effettuare il vincolo bidirezionale del solaio [51]. 86
Figura 58. Modello a mensola (sinistra) e "a telai" (destra). 87
Figura 59. Esempio di schematizzazione 3D per l'analisi Push-Over di un edificio in
muratura [52]. 87
Figura 60. Schema di verifica 88
Figura 61. Collasso per eccessiva distanza dei tiranti. 90
Figura 62. Schema per determinare il passo dei tiranti. 91
Figura 63. Possibile meccanismo resistente dovuto a un effetto arco. 91
Figura 64. Schema per il dimensionamento del passo dei tiranti. 92
Figura 65. Disposizione dei tiranti. 93
Figura 66. Risultati restituiti dal software. 94
Figura 67. Esempio di meccanismo di ribaltamento dovuto a flessione verticale [50]. 96
Figura 68. Esempio di meccanismo di ribaltamento [50]. 97
Figura 69. Regione ammissibile di equilibrio [56]. 98
Figura 70. Modello per l'analisi dei meccanismi locali. 99
Figura 71. Schematizzazione della struttura assunta dalla normativa. 101
Figura 72. Curva di capacità del sistema. 105
Figura 73. Curva di capacità del sistema equivalente. 106
Figura 74. Curva di capacità del sistema reale consolidato. 108
Figura 75. Risoluzione grafica. 109
Figura 76. Possibili schemi di ribaltamento semplice. 111
Figura 77. Geometria della struttura oggetto di analisi. 112
Figura 78. Schema per la verifica del cinematismo. 113
Figura 79. Schema di verifica comprensivo dell'azione stabilizzante. 115
Figura 80. Curva di capacità del sistema reale non consolidato. 117
Figura 81. Costruzione della curva di capacita spettrale del sistema equivalente. 118
Figura 82. Curva di capacita spettrale del sistema equivalente. 119
Figura 83. Procedimento grafico per ricavare il valore di as*. 120
Figura 84. Schema e fotografie del ribaltamento in esame [50]. 124
Figura 85. Schema e fotografie del ribaltamento in esame [50]. 126
Figura 86. Schema e fotografie del ribaltamento in esame [50]. 128
Figura 87. Similitudine di comportamento tra trave e arco [19]. 130

9
Figura 88. Esempio di volta a crociera (composta) formata per intersezione di due
volte a botte (semplici) nate a loro volta dallo sviluppo lungo una retta di
un arco. Adattato da [25]. 131
Figura 89. Studio effettuato da Poleni (1747) per assicurare la stabilità della cupola
di san Pietro. 132
Figura 90. Telaio basilicale soggetto ad azioni sismiche, studiato e calcolato da
Camillo Guidi secondo l’analisi elastica nel volume di Esercizi delle sue
Lezioni di Scienza delle costruzioni, Negro, Torino, 1928. 133
Figura 91. Comportamento tipico della muratura secondo la tipologia di analisi, [60]. 134
Figura 92. Rottura a flessione dell'arco. 135
Figura 93. Schema di ribaltamento del piedritto. 136
Figura 94. Arco a spinta eliminata [19]. 138
Figura 95. Schema classico di una catena estradossale. 141
Figura 96. Schema di funzionamento della catena estradossale. 142
Figura 97. Analisi della sezione AA' per determinare l'azione di pretensione
massima. 143
Figura 98. Schema del solido di distacco per coesione. 148
Figura 99. Schema del meccanismo ad attrito. 150
Figura 100. Schema del solido di distacco per attrito. 151
Figura 101. Schema del solido di distacco per capochiave a paletto. 152
Figura 102. Particolare della superficie laterale del solido di distacco. 153
Figura 103. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra
rettangolare. 157
Figura 104. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra
circolare. 158
Figura 105. Linee di rottura applicate a diversi pannelli. 160
Figura 106. Possibili linee di frattura per crisi a taglio lungo la sezione verticale della
muratura. 164
Figura 107. Possibile modalità di scalzamento di un blocco parzialmente soggetto
alla spinta. 165
Figura 108. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave
rettangolare. 165
Figura 109. Schema geometrico per la valorizzazione dei giunti orizzontali. 166
Figura 110. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave
circolare. 167
Figura 111. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave a
paletto. 168
Figura 112. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave rettangolare. 170
Figura 113. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave circolare. 171

10
Elenco delle figure

Figura 114. Tensioni principali presenti sul mattone. 175


Figura 115. Schema di frattura per crisi a trazione. 176
Figura 116. Rapporto tra l'area di un rettangolo e l'area sottesa da una parabola. 177
Figura 117. Schema di verifica aggiornato per la sezione verticale. 178
Figura 118. Schema di verifica aggiornato per la sezione orizzontale. 181
Figura 119. Schema del solido di distacco e delle superfici di taglio. 183
Figura 120. Schema geometrico. 185
Figura 121. Perimetro di verifica equivalente u1 186
Figura 122. Schema per l'analisi dello stato tensionale. 188
Figura 123. Schema per l’analisi dello stato tensionale. 192
Figura 124. Schema geometrico. 194
Figura 125. Schema per l’analisi delle sollecitazioni. 196
Figura 126. Schema di verifica per la sezione verticale. 197
Figura 127. Schema di verifica per la sezione orizzontale. 197
Figura 128. Schema geometrico. 198
Figura 129. Schema per la relazione tra i parametri c, d ed f. 199
Figura 130. Azione resistente al crescere dell'azione di compressione. 202
Figura 131. Confronto dell'azione resistente in funzione dello sforzo di
compressione valutata in base alla proposta fatta e al procedimento di M.
Vinci. 203
Figura 132. Valore dell’azione resistente al crescere dell'azione di compressione per
diverse dimensioni del capochiave. 204
Figura 133. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per
una muratura in tufo giallo. 205
Figura 134. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per
una muratura costituita da pietrame eterogeneo. 206
Figura 135. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di
mattoni utilizzando diversi tipi di capichiave. 207
Figura 136. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di
mattoni in tufo giallo utilizzando diversi tipi di capichiave. 208
Figura 137. Capochiave a paletto, Abbazia di S. Donato a Sesto Calende, XI secolo. 209
Figura 138. Capochiave a paletto, Cappella presso Miazzina, Valgrande. 209
Figura 139. Schema statico per la verifica del capochiave a paletto. 210
Figura 140. Trave su solido elastico. 211
Figura 141. Sezione infinitesima di una trave su suolo elastico. 212
Figura 142. Schema statico. 216

11
Figura 143. Capochiave eccessivamente deformato, Veneranda fabbrica del Duomo,
Milano. 220
Figura 144. Capochiave eccessivamente deformato, Palazzo comunale, Modena. 220
Figura 145. Capochiave a paletto abbinato a due catene, Piazza dei mercanti, Milano. 221
Figura 146. Esempio n°1, grafico dei momento flettenti. 223
Figura 147. Andamento delle tensioni nella sezione dell’esempio n°1. 223
Figura 148. Esempio n°2, grafico dei momenti flettenti. 224
Figura 149. Schema statico per la verifica del capochiave a piastra circolare. 225
Figura 150. Piastra circolare su solido elastico. 227
Figura 151. Equilibrio delle forze in un elemento infinitesimo. 228
Figura 152. Schema statico risolutivo. 235
Figura 153. Differenza dei coefficienti κ. 236
Figura 154. Grafici dei coefficienti κ e della curva che approssima la loro differenza. 237
Figura 155. Andamento delle tensioni. 240
Figura 156. Grafico riepilogativo dei risultati ottenuti. 243
Figura 157. Schema statico per l'analisi. 245
Figura 158. Schema statico per la verifica delle nervature. 250
Figura 159. Rappresentazione grafica degli spessori limite ottenuti. 252
Figura 160. Specifiche profilo triangolare [101]. 255
Figura 161. Estratti dal punto 1.2.1 260
Figura 162. Estratti dal capitolo 2 261
Figura 163. Estratti dal punto 3.2.4 262
Figura 164. Estratti dal punto 3.3.1 263
Figura 165. Estratto dal punto 3.3.2 264
Figura 166. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 136-137. 272
Figura 167. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 138-139. 273
Figura 168. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 140-141. 274
Figura 169. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 142-143. 275
Figura 170. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 144-145. 276
Figura 171. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 146-147. 277

12
Elenco delle Tabelle
Tabella 1. Coefficienti parziali da adottare nelle verifiche allo SLU [54]. 137
Tabella 2. Valori della resistenza a trazione proposti [21]. 148
Tabella 3. Valori delle resistenze a compressione e a taglio in assenza di
compressione. 149
Tabella [Link] della coesione e del coefficiente di attrito [17]. 173
Tabella 5. Valori indicativi del modulo edometrico e della costante elastica del
terreno. 214
Tabella 6. Valori della costante elastica del terreno proposti da A. Riva. 215
Tabella 7. Valori del coefficiente κ contenuti in [95]. 235
Tabella 8. Valori de coefficiente κ contenuti in [98]. 235
Tabella 9. Resoconto dei valori ottenuti. 236
Tabella 10. Valori del coefficiente κ, forma estesa. 237
Tabella 11. Resoconto degli spessori e delle rigidezze derivanti. 242
Tabella 12. Resoconto delle tensioni ideale ottenute con il metodo di Timoshenko. 243
Tabella 13. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di S. Caffè. 243
Tabella 14. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di M. Vinci. 243

13
Nomenclatura

𝐴𝑊 Sezione di base del maschio murario


𝐴𝑆 Sezione del tirante metallico
𝐴𝐶 Superficie di contatto tra il capochiave metallico e la muratura
𝑎, 𝑏 Dimensioni del capochiave rettangolare
𝐵 Rigidezza flessionale della lastra
𝑏𝑝 Base del capochiave a paletto
𝑐𝑚𝑏 Coefficiente di coesione muratura
𝐷 Diametro del capochiave circolare
𝑑 Lunghezza in esame dell’arco
𝑑𝑓 Diametro nominale di filettatura del bullone
𝐸𝑊 Modulo di elasticità normale della muratura
𝐸𝑊,∥ Modulo di elasticità normale della muratura
𝐸𝑆 Modulo di elasticità normale del terreno
𝑒 Eccentricità totale
𝑒𝑖 Eccentricità dovuta al carico i-esimo
𝑓𝑏,𝑐𝑘 Resistenza caratteristica a compressione dell’elemento (mattone)
in direzione verticale
̅
𝑓𝑏,𝑐𝑘 Resistenza caratteristica a compressione dell’elemento (mattone)
in direzione orizzontale
𝑓𝑏,𝑡𝑘 Resistenza caratteristica a trazione dell’elemento (mattone)
𝑓𝑚,𝑐𝑘 Resistenza caratteristica a compressione della malta
𝑓𝑚,𝑡𝑘 Resistenza caratteristica a trazione della malta
𝑓𝑠,𝑦𝑘 Resistenza caratteristica a trazione per snervamento della catena
𝑓𝑠,𝑦𝑑 Resistenza di calcolo a trazione per snervamento della catena
𝑓𝑠,𝑡𝑘 Resistenza caratteristica a trazione per rottura della catena
𝑓𝑠,𝑡𝑑 Resistenza di calcolo a trazione per rottura della catena
𝑓𝑤,𝑐𝑘 Resistenza caratteristica a compressione del maschio murario

15
𝑓𝑤,𝑐𝑑 Resistenza di calcolo a compressione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑡𝑘 Resistenza caratteristica a trazione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑡𝑑 Resistenza di calcolo a trazione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑘 Resistenza caratteristica a taglio del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑑 Resistenza di calcolo a taglio del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑘0 Resistenza caratteristica a taglio del maschio murario in assenza di
azione assiale
𝑓𝑤,𝑣𝑘,𝑙𝑖𝑚 Valore massimo della resistenza caratteristica a taglio che può esse-
re impiegato nel calcolo
𝐹𝐶 Fattore di confidenza
𝐺 Modulo di elasticità tangenziale
𝐻 Spinta esercitata dall’arco
ℎ Altezza del maschio murario
ℎ𝑝 Altezza del capochiave a paletto
𝐼𝐿 Momento di inerzia della piastra
𝐼𝑃 Momento di inerzia del capochiave a paletto
𝐿 Dimensione parallela al piano medio del maschio murario
𝐿𝐶 Dimensione parallela al piano medio del maschio murario sottopo-
sta ad azione di compressione
𝑙𝑝 Lunghezza aderente alla muratura del capochiave a paletto
𝑀𝐸𝑑 Momento agente
𝑀𝑅𝑑 Momento resistente
𝑁𝐸𝑑 Azione assiale agente
𝑁𝑅𝑑 Azione assiale resistente
𝑃𝐸𝑑 Pretensione presente nel tirante
𝑝 Reazione distribuita del terreno
𝑄 Carico concentrato
𝑞 Carico distribuito
𝑅𝐿 Raggio del capochiave circolare
𝑠𝑝 Spessore della lastra

16
Nomenclatura

𝑇𝐸𝑑 Azione di trazione presente nel tirante


𝑇𝑤,𝐶𝑑 Azione resistente della muratura al punzonamento secondo un
meccanismo di rottura per compressione
𝑇𝑤,𝑇𝑑 Azione resistente della muratura al punzonamento secondo un
meccanismo di rottura per trazione
𝑇𝑤,𝑉𝑑 Azione resistente della muratura al punzonamento secondo un
meccanismo di rottura per taglio
𝑡 Spessore del maschio murario
𝑉𝐸𝑑 Taglio agente
𝑉𝑅𝑑 Taglio resistente
𝑤 Peso specifico del materiale
𝑦 Valore della deformata in direzione ortogonale all’asse principale
𝛼𝑣 Snellezza del pannello corretta in funzione dei vincoli di estremità
𝛽 Coefficiente correttivo legato alla distribuzione degli sforzi tangen-
ziali sulla sezione
𝛾𝑀 Coefficiente di sicurezza del materiale
Δ𝐿𝑦𝑑 Deformazione limite elastica
Δ𝐿𝑡𝑑 Deformazione limite plastica
𝜀𝑠,𝑦𝑑 Allungamento percentuale a snervamento della catena
𝜀𝑠,𝑡𝑑 Allungamento percentuale a rottura della catena
𝜆𝑀 Snellezza della parete
𝜆 Caratteristica del sistema (travi)
𝜆𝑙 Rigidezza complessiva del sistema (travi)
𝜇 Coefficiente di attrito
𝜈 Modulo di Poisson
𝜎𝐸𝑑 Sforzo assiale nel maschio murario
𝜎1 Tensione principale di trazione nel maschio murario
𝜎2 Tensione principale di compressione nel maschio murario
𝜍 Angolo formato tra l’orizzontale e l’asse del paletto
𝜏𝐸𝑑 Sforzo tangenziale nel maschio murario

17
𝜏𝐸𝑑,𝑈 Sforzo tangenziale ultimo nel maschio murario
𝜙 Angolo di attrito interno tra blocco e legante
𝜙𝑅 Diametro del tirante
ψ Coefficiente funzione delle condizioni di vincolo
𝜑 Rotazione
𝜔 Caratteristica del sistema (piastre)
𝜔⁄𝑅𝐿 Rigidezza complessiva del sistema (piastre)

18
Abstract

Questa tesi si sviluppa nell’ambito del consolidamento delle strutture murarie.


L’obiettivo generale del documento è quello di individuare e proporre i procedi-
menti analitici necessari al dimensionamento e alla verifica dei tiranti metallici, al
fine di supportare la pratica del consolidamento edilizio.
La prima parte del lavoro svolto, consiste nella revisione della letteratura scientifi-
ca e mette in luce la povertà degli strumenti e dei modelli analitici disponibili su
questo argomento. Per questa ragione la tesi fondamentalmente fornisce un’ampia
trattazione riguardo la valutazione della capacità resistente ultima del “sistema”
catena, intendendo quest’ultimo come l’insieme della barra, del capochiave e della
zona di muratura investita dalla pressione di quest’ultima. Per arrivare a questo
risultato si prende in considerazione criticamente quanto proposto dalla letteratu-
ra scientifica e se ne propongono radicali migliorie.
A compendio di quanto ora descritto, nella tesi viene proposta una panoramica del-
le modalità di messa in opera e progetto relative a (1) applicazioni necessarie al
mutuo incatenamento dei pannelli al fine di permettere il comportamento scatola-
re dell’edificio; e (2) applicazioni necessarie a controbilanciare le azioni orizzontali
prodotte da strutture spingenti.

Abstract (english)

This thesis was developed in the field of masonry structures consolidation. The
general objective of the thesis consists in the identification and formalization of
appropriate analytical tools for sizing and testing metal rods.
The first part of the work is devoted to an in-depth critical review of scientific lit-
erature about the state-of-the-art methods in this field. The core of the thesis con-
sists in the development of a comprehensive method for the evaluation of the last
resistant capacity of the metal rod system, which is composed by the rod, the re-
taining plate and the portion of the masonry that is subjected to the pressure
caused by the retaining plate. The novel approach here proposed overcomes the
drawbacks highlighted in the literature review.
Finally, the thesis proposes an overview of practical approaches for design and
construction of metal rod system in the following specific cases: (1) to increase the
resistance of mutual chained walls and (2) to counterpoise the horizontal thrust of
arches and vaults.

19
Introduzione

Il consolidamento delle strutture in muratura è una tematica di primaria impor-


tanza all’interno del panorama edilizio italiano, poiché da essa dipende la possibili-
tà di riqualificare l’immenso patrimonio costruttivo esistente sul territorio nazio-
nale.
Tra gli interventi di consolidamento presenti nella pratica ingegneristica figura la
disposizione di tiranti metallici. Essi sono principalmente utilizzati per impedire il
ribaltamento dei pannelli murari non efficacemente ammorsati e per contrastare le
spinte indotte da particolari schemi strutturali. Questa pratica è stata apprezzata
sin dai tempi passati e anche le attuali norme nazionali, nonché la letteratura
scientifica in materia, ne consigliano l’utilizzo. Questo perché a una comprovata af-
fidabilità ed efficacia si accompagnano una facile messa in opera, una bassa invasi-
vità e un’alta reversibilità dell’intervento.
Nonostante ciò questa tecnica di consolidamento è affetta da numerose incertezze
e controversie, oltre al fatto che non risultano definiti dei procedimenti di verifica e
dimensionamento comprovati da prove di laboratorio. Il presente documento ha
quindi lo scopo di fornire un ampio quadro della materia, mediante l’analisi e la re-
visione della letteratura riguardante la tematica.
In prima istanza verranno dunque analizzati gli aspetti generali dell’argomento,
valutando l’evoluzione che questa tecnica ha subito con il passare degli anni, la fi-
losofia strutturale alla base di tale intervento e le modalità necessarie alla messa in
opera. Sulla base di tali nozioni saranno poi definiti i procedimenti con cui deter-
minare l’azione stabilizzante che i tiranti dovranno essere in grado di fornire.
Infine sarà riservata un’ampia trattazione alla capacita resistente ultima offerta dal
sistema catena. Questa tematica, spesso disattesa o trattata in maniera erronea
all’interno della letteratura scientifica, risulta di importanza fondamentale per la
corretta riuscita dell’intervento.

21
1. Aspetti generali

1.1. Evoluzione storica


Una piena comprensione della tecnica con cui si dispongono le catene metalliche
passa attraverso lo studio del ruolo che queste hanno avuto nei secoli. Nel capitolo
in questione ci si accinge dunque a mostrare l’evoluzione che questi tiranti hanno
subito per quanto riguarda la loro messa in opera, le loro funzioni e le loro forme. Il
contesto di riferimento resta quello occidentale e ancora più in particolare quello
italiano, ma se si cerca una trattazione più completa e rigorosa è possibile consul-
tare la tesi [1].
Innanzitutto bisogna premettere che i tiranti in acciaio nascono per contenere la
spinta prodotta da volte, archi e solai sulle pareti perimetrali degli edifici. In prin-
cipio questa funzione era assolta mediante catene lignee, queste tuttavia causava-
no un forte impatto estetico e pertanto, con il tempo, si tentò di alleggerirne il pro-
filo realizzandole in ferro.
La funzione di controllo della spinta laterale è riportata per la prima volta nel trat-
tato di architettura, ingegneria e arte militare (1503) di Francesco Di Giorgio Mar-
tini [2] e nel trattato “De re aedificatoria” (1565) di Leon Battista Alberti [3], dove
nel libro III cap. XIV si specifica l’utilizzo di tale presidio per contenere la spinta di
volte e archi fortemente ribassati.
"Adunque non habbiamo bisogno di corde ne gli archi interi, difendendosi
per loro medesimi; ma ne gli archi meno che interi, abbiamo bisogno d'u-
na catena di ferro, o gli affortichiamo di mura di quà e di la, che habbino
forza di corda [...]" [3]
Ancora Pellegrino Pellegrini Tibaldi, nel suo trattato “Architettura”, afferma che:
“[…] a tutti li modi che si facci la volta, convien porvi al dritto de' pilastri o
colonne delle faciate le grosse chiavi di ferro intertenuto, che per il proprio
peso non posi cadere, con deste ciave di fero che vada alle volte del circolo
della volta; e tale chiave di fero scuro è vive e vesibile, et anco morte, che
non si vedono.”[4]
Sempre in quegli anni Sebastiano Serlio, nel trattato “I sette libri dell’architettura”
[5] (1584) al cap. VI del libro IV, ribadisce tale concetto introducendo però altre
importanti nozioni.
"[…] percioche quella loggia o portico, che vogliamo dirlo, vuole essere vol-
tato a botte, ma dove saranno gli archi sarà dibisogno che si facciano le
crociere, si come appare nella pianta qui di sotto(Figura 2); e perché le co-

23
Capitolo 1

lonne non potrebbono sostenere i fianchi delle crociere, le quali sempre


spingono in fuori; sarà necessario sopra ogni colonna ne' fianchi della bot-
te metterci le chiavi di ferro, ma di bronzo sariano più perpetue: se pur si
faranno di ferro per difenderle dalla ruggine, si potrà vernicarle al fuoco,
cuocerle sopra la vernice, anco il fasciar di lame di piombo, o di rame quel-
la parte che sarà posta nel muro, darà grande aiuto alla durabilità.”[5]

Figura 1. Illustrazione tratta da [3].

E’ interessante notare la cura che si iniziava a riporre nella scelta dei materiali e
nel loro posizionamento di modo da non inficiare la funzionalità del dispositivo a
causa di un prematuro deterioramento causato dalla ruggine.
L’utilizzo delle catene era comunque visto come un male necessario a supplire le
carenze meccaniche della muratura e le perniciosità causate dagli schemi struttu-
rali adottati. Pertanto, come osservabile in Figura 2, si cercava di nascondere i ca-

24
Aspetti generali

pichiave all’interno delle strutture e dove possibile si cercava di occultare la catena


stessa all’interno della volta.
"[…] poste infra la grossezza d’essa volta e ‘l pavimento […]” [2]

Figura 2. Schema di posizionamento delle catene estratto da [5].

Nel ‘600 e nel ‘700 l’utilizzo di tiranti metallici era fortemente sconsigliato più che
per motivi strutturali, per fattori estetici e culturali. A tal proposito si riporta un
estratto dal libro XIII cap. XIV de “L’idea dell’architettura universale” (1615) di
Vincenzo Scamozzi [6].
" […] le quali cose debbonsi molto bene osservare per fuggire quegli abu-
si e disconci di mettere ferramenti e catene da legar pali a traverso ai
luoghi: maniere introdotte dai barbari e da genti straniere e del tutto
lontane dalle belle e graziose maniere dell'edificare; e però alle volte os-
servate da alcuni moderni poco intelligenti, e manco osservatori del
buono. Vero è, che alle volte ci possiamo assicurare con le catene di ferro
fin tanto che l'opera possa stabilirsi e far buona presa […] vero è che fu-
rono fatte di mattoni cotti buonissimi, e perciò a mezzo il fianco di essa
volta, dove consiste il maggior contrasto, facemmo porre una catena di

25
Capitolo 1

ferro di onesta grossezza, divisa in otto pezzi, impernata negli otto ango-
li, e murata nella grossezza di essa volta, la quale cinse con molta forza e
leggiadria, essendo murata a spiche e con archi rimurati, i quali portano
tutto il peso verso gli angoli; la onde ella si è conservata benissimo col
suo coperto sopra, come si può vedere, e contro l'opinione della maggior
parte degli artisti di quella città.” [6]
e si cita un estratto del primo libro di “Principi di architettura civile” (1781) di
Francesco Milizia [7]:
"Negli edifici antichi si osserva molta parsimonia "di ferro; non se n'è mai
scoperto alcun pezzo in luogo apparente: non vi si veggono che alcuni
ramponi di bronzo, delle spranghe, o sieno grappe, o branche , nascoste
negli architravi, nelle cornici, e nelle volte. Nelle opere Gotiche è tutto
l'opposto : non vi si trova pietra , che non sia sigillata a piombo con bran-
che di ferro. Anche nelle nostre l'abbondanza è grande, e forse abusiva,
specialmente in quelle catene, che s'impiegano negli archi, e che dimo-
strano la debolezza della costruzione. Contro queste catene Vignola non si
dava pace, e soleva dire, che le fabbriche non si hanno da reggere colle
stringhe. E che direbbe egli, se ora vedesse in Roma, ove i materiali e i ce-
menti sono i migliori, costruirsi edifici di pianta, e concatenarsene di ferro
ogni pezzo? […] Gli edifici ben costruiti non hanno bisogno di queste allac-
ciature, le quali non sono che rimedi per le fabbriche vecchie e rovinose.
Quando la necessità porta d'impiegar tali spranghe di ferro, s'impieghino,
come si spacciano da' Mercanti, senza punto diminuirne la grossezza; ba-
sta solo batterne le estremità, per farne l'occhio e l'uncino.” [7]
Dalla lettura dei brani proposti emerge in maniera preponderante una regola
dell’arte che non vedeva certo di buon occhio l’utilizzo di tiranti metallici se adotta-
ti già in fase di progetto. Il buon costruttore non doveva dunque ricorrere al ferro
per costruire ex-novo un edificio, poiché esso era ritenuto un materiale esterno al-
la pratica e alla cultura italica del buon costruire.
Occorre però distinguere il fatto che tale intervento era mal visto solo qualora fos-
se adottato già in fase di progetto, mentre era ritenuto doveroso ed efficace se ef-
fettuato come rinforzo strutturale di strutture ammalorate o mal progettate. A tal
riguardo vi è un’evoluzione nella loro disposizione in quanto non sono più occulta-
te nella muratura, ma denunciate esplicitamente all’osservatore (s'impieghino, co-
me si spacciano da' Mercanti).
Un esempio di questa filosofia costruttiva è fornito dalla scalinata presente
all’interno del palazzo Boncompagni a Vignola. Jacopo Barozzi progettò, infatti, una
scala a chiocciola elicoidale in mattoni che aveva il pregio di sostenersi senza
l’ausilio di una struttura verticale interna e senza il controllo della spinta laterale

26
Aspetti generali

mediante i tiranti metallici, ma solo appoggiandosi alle pareti perimetrali esterne.


Il passare del tempo ha tuttavia deteriorato i materiali e portato la struttura a una
situazione precaria, tanto da dover ricorrere al consolidamento della torre, me-
diante il controllo della spinta attraverso l’uso di tiranti metallici.

Figura 3. Scala autoportante in muratura a palazzo


Boncompagni, Vignola.

Figura 4. Consolidamento della scala mediante


tiranti metallici.

Un interessante indizio sulle forme dei capichiave è fornito nelle righe finali
dell’ultimo estratto, dove si consiglia di terminare l’estremità della catena in ma-
niera tale da formare l’occhiello in cui inserire il paletto metallico. Fino alla fine del
‘700 non vi è traccia, nei trattati o negli edifici conosciuti, di capichiave diversi da
quelli a paletto o di tecniche di serraggio diverse dal mettere in tensione la catena
attraverso l’inserimento di una zeppa metallica tra l’occhiello e il paletto. Fino a
questo periodo la catena era dunque formata da un unico tirante di ferro di sezione
quadrata (non rotonda, perché la sezione era ottenuta per battitura, vedi Figura 5),
lavorato alle estremità e messo in tensione a freddo. Nel migliore dei casi il sistema
era costituito da tre pezzi poiché, come osservabile in Figura 6 il tratto centrale era
collegato alle estremità mediante i giunti a forchetta. Ciò consentiva una facile so-
stituzione del tirante se questo avesse subito una forte plasticizzazione.

27
Capitolo 1

Figura 5. Porzione di una catena metallica a sezione rettangolare proveniente dal Duomo di Milano.
Figura 6. Giunto a forchetta per la connessione del tirante al capochiave, corte interna del complesso
di Brera, Milano.

Nuove forme e innovative tecniche di messa in opera prendono piede


dall’ottocento. Ciò è dovuto alle nuove scoperte maturate nel campo della scienza
delle costruzioni e alle nuove problematiche legate alla conservazione del patri-
monio edilizio esistente. Anche se poco esaustivo di una tematica qual è quella del
restauro, in cui questo lavoro non ha intenzione di addentrarsi, è tuttavia molto
utile citare l’aforisma 31 prelevato dal libro “Le sette lampade dell’architettura”
scritto da John Ruskin nel 1849. Esso è utile poiché fornisce una parte del pensiero
culturale intorno al quale si muoveva il dibattito sul restauro e maggiormente, esso
mostra lo spazio che l’intervento di rinforzo strutturale mediante catene poteva
occupare dentro lo scenario della conservazione dei beni monumentali.
“Eppure, si dice, il restauro può presentarsi come una necessità. Certo!
Guardiamola bene in faccia questa necessità, e cerchiamo di capirla nei
suoi veri termini. E’ una necessità distruttiva. Accettatela, così; e allora
demolite tutto l’edificio, spargetene le pietre negli angoli più remoti, fa-
tene zavorra, o materiale da costruzione, se volete; ma fatelo onesta-
mente, e non elevate un monumento alla menzogna, al loro posto. […]
Prendetevi cura solerte dei vostri monumenti, e non avrete alcun bisogno
di restaurarli. Poche lastre di piombo collocate a tempo debito su un tet-
to, poche foglie secche e sterpi spazzati via in tempo da uno scroscio

28
Aspetti generali

d’acqua, salveranno sia il soffitto che i muri dalla rovina. Vigilate su un


vecchio edificio con attenzione prematura; proteggetelo meglio che po-
tete e ad ogni costo […] dove la struttura muraria mostra delle smaglia-
ture, tenetela compatta usando il ferro; e dove essa cede, puntellatela
con travi: e non preoccupatevi per la bruttezza di questi interventi di so-
stegno […] e più di una generazione potrà ancora nascere e morire
all’ombra di quell’edificio.” [8]
Accanto a questo nuovo spirito di conservazione si sviluppano profondamente le
tecniche di consolidamento mediante i tiranti metallici, tanto che Jean-Baptiste
Rondelet all’interno del suo “Trattato dell’arte di edificare” (1817) [9], dedica tutto
il primo capitolo del settimo libro a questa tecnica. Si procede dunque col riportare
alcuni estratti di questo libro per meglio comprendere l’evoluzione di questi dispo-
sitivi.

Figura 7. Estratto dalla tavola CXLIII di [9].

“Non basta di costruire i muri d'un fabbricato nelle dimensioni volute e


con tutta l'attenzione convenevole […] si prendono di piano in piano cer-
te precauzioni a questo riguardo nella costruzione dei muri per preveni-
re ogni allontanamento, mettendo nel centro dei muri o nel loro spesso-
re, delle catene orizzontali di ferro piatto o quadrato ben applicate , e so-
lidamente saldate alle loro estremità con àncore, le quali legano insieme
i muri in modo da non poter agire l'uno senza l'altro ed a prestarsi un
reciproco soccorso. Queste catene si pongono nei muri nel costruirli.

29
Capitolo 1

Frattanto solamente nei fabbricati u' una certa importanza si mettono le


catene io tutta la lunghezza dci muri; perchè, nelle case ordinarie, basta
porre dei tiranti alla testa o piuttosto all'incontro di tutti i muri di spar-
timento e divisori con i muri di faccia a ciascun piano, della lunghezza
solamente di 7 a 8 piedi, la cui estremità opposta all'àncora è infissa nel-
la murazione. […]ed allora vi si dava la forma d'un S oppure d'un Y per
abbracciare una più grande estensione di muro; ma ora, per non nuocere
all'effetto delle facciate, benchè questo modo non sia così solido, si fanno
diritte e s'incassano per 2 o 3 pollici per nasconderle alla vista.”
Oltralpe la tecnica dei tiranti è dunque fortemente apprezzata anche quando è uti-
lizzata nella costruzione di nuovi edifici. Anzi ne viene fortemente consigliata la
pratica per promuovere il comportamento scatolare dell’edificio ed esaltare così le
capacità meccaniche della muratura. I tiranti sono dunque posti in opera fin dalla
costruzione per legare tra loro i diversi setti, ma la loro presenza è occultata alla
vista attraverso l’incassatura delle chiavi all’interno della muratura.
All’interno del capitolo, di cui si consiglia una lettura completa, è poi interessante
scoprire i primi calcoli e ragionamenti, relativi al dimensionamento di questi di-
spostivi. Desta tuttavia maggiore interesse il seguente paragrafo relativo alle mo-
dalità di connessione reciproca dei tiranti:
“Vi sono tre maniere differenti di formare le commessure delle catene;
cioè con cerniere, con talloni e con occhi.
Per la commessura a cerniere rappresentata dalla figura 1 (vedi Figura
8), Tavola CXLlll, l'estremità d'una delle barre forma una forca nella
quale s'introduce l'estremità dell'altra. Le tre grossezze di ferro riunite
sono forate da un buco; in questo buco si fa entrare una cavicchia a vite
oppure a chiavetta e qualche volta cunei doppi. Si preferiscono i cunei
doppi quando trattasi di far tirare le barre che formano la catena; una
tale operazione chiamasi far legare la catena. Le catene e i tiranti in fer-
ro piatto mancano ordinariamente al punto della piegatura, che si prati-
ca alla loro estremità, acciocchè l'occhio che le termina possa pigliare
l'àncora in una posizione verticale, perchè il ferro è corrotto in questa
parte. Si eviterà questo inconveniente posando le barre in coltello nei
muri, oppure la lunghezza d'una delle faccie verticali delle travi.
Nella seconda commessura, rappresentata dalle figure 2 e 3 (vedi Figura
8), le estremità che devono unirsi sono terminate da talloni voltati in
senso contrario. Si fa legare la catena, introducendo cunei di ferro fra i
due talloni, mantenendosi unite le estremità delle barre per mezzo di due
briglie situate al punto dei talloni.

30
Aspetti generali

La commessura ad occhi non differisce dalla precedente che nell'essere i


talloni più forti, e contornati come si vede nelle figure 4, 5, 6 e 7 (vedi Fi-
gura 8). Questa maniera di riunire le barre è la più solida, e perciò si pre-
ferisce per le grandi catene che hanno potenti sforzi da sostenere.”

Figura 8. Schemi per la connessione reciproca dei tiranti estratti dalla tavola CXLIII di [9].

Infine il capitolo riporta il consolidamento delle strutture del conservatorio delle


arti e dei mestieri eseguito da Rondelet con l’aiuto del direttore dell’istituto M. Mo-
lard. Tali operazioni, riportate anche da C. Russo in [10], sono di grande interesse
perché per la prima volta si utilizzano delle piastre circolari in ghisa in luogo dei
normali paletti. Queste piastre, come osservabile in Figura 7, sono poi dotate di un
bullone con cui era eseguita la messa in tensione della barra. Tuttavia l’operazione
non avveniva a freddo, in quanto si provvedeva a scaldare il tirante per allungarlo
durante il serraggio. Una volta raffreddata, la barra guadagnava uno stato di tra-

31
Capitolo 1

zione che era così imposto alle pareti per recuperare lo strapiombo delle stesse
causato dalle spinte della volta.
A Rondelet e più in generale alle teorie proposte dall’ Ecole de pont et chaussée si
deve dunque l’introduzione dei capichiave a piastra, di tecniche per la connessione
delle catene, dell’operazione di messa in tensione a caldo e, non meno importante,
la ricerca del comportamento scatolare degli edifici in muratura attraverso l’uso di
tiranti metallici.
Nello stesso periodo (1829) Giuseppe Valadier pubblica in Italia il trattato
“L’architettura pratica” [11]. Al suo interno è ravvisabile una sintesi tra la parsi-
monia culturale italica verso l’utilizzo dei tiranti nelle nuove costruzioni, la razio-
nalità francese che vedeva di buon occhio questa pratica e l’ingegnosità ottocente-
sca utilizzata per smascherare alcuni perniciosi sistemi di messa in opera, dettati
unicamente da caratteri estetici.
In particolare è utile riportare il seguente estratto dal libro 2, sezione VII:
"...se non vi fosse il sussidio delle catene, delle sbranche, de' tiranti, e simili
altri mezzitermini per risparmio di grossezze immense de' muri e per sup-
plire a forze che utilmente si pongono invece di queste, bisogna però anche
queste forze collocarle e distribuirle senza abuso, e con quella parsimonia
che è necessaria in ogni parte del fabricato ma questa parsimonia deve es-
sere ragionata, giacché potrebbe divenire mancanza delle forze con depe-
rimento del fabricato.
Le catene devono non sostenere decisamente in piedi un fabricato, o una
parte di questo, ma devono esservi per soccorso ad un qualche cedimento
che ogni fabbricato è soggetto a fare per suo peso per una qualche cessio-
ne di fondamento per suo naturale assestamento nel seccarsi i muri, e sic-
come dalle varie grossezze de' muri e dalla variata gravità che questi
hanno per le diverse grandezze di ambienti, per i diversi carichi di volte di
scale, de' solari, di elevazioni, di vani, e di tante varietà; così dando loro un
eguale assettamento, fa sì che in ogni fabricato si osservi nei muri delle
piccole, e varie lesioni provenienti da queste circostanze, e tanto maggiori
appariscono, quando una fabrica è stata costruita sollecilamente. Ecco
dunque che munita una fabrica di questi sussidi non solo sarà sicura a
queste inevitabili mosse, che senza catena alcuna potrebbero divenir signi-
ficanti, ma saranno ancor più utili a resistere a qualche scossa di terremo-
to.”
e altri frammenti prelevati dal libro 4 alla sezione XXI:
"Quando accadesse di dover osservare un danno in qualche muro strappa-
to di un fabbricato e che si riconosca cagionato dall'urto e spinta interna
di qualche arco, volta, ed anche solaro, che dalla sua vecchiaia, costruzio-

32
Aspetti generali

ne, e carico possano aver prodotto questo detrimento al muro; il miglior


modo di assicurarlo sarà quello di togliere la causa [...] Se il danno l'avesse
prodotto la spinta di una volta, sarà prudenza di demolirla, e sostituirvi un
solaro con buoni travi maestri, ponendovi alle teste li suoi bandelloni di
ferro, tanto dell'una che dall'altra testa, con i suoi paletti e zeppe come si
osserva alla tavolare CCLXXVI fig.1 (vedi Figura 9). Questi bandelloni sa-
ranno di ferro, detto cerchio, proporzionato all'officio che devono fare, ed
alla grandezza del vano e grossezza dei muri... e se le mura avessero sof-
ferto negli angoli del fabbricato, sarà bene di collocarvi qualche catena di
ferro con suoi paletti, che prenda a legare il muro esterno con altro inter-
no buono e senza difetti; potendo queste catene internarle sotto il matto-
nato, o sia nella grossezza del lastrico...”

Figura 9. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11].

Valadier introduce dunque la necessità di creare un vincolo bidirezionale per le


travi maestre di un solaio, di modo che queste non esercitino la funzione di maglio
durante una scossa sismica. Viene inoltre ribadita la necessità di legare tra loro le
diverse pareti di un fabbricato.
"Li paletti che si collocheranno nell'esterno delli prospetti sarà necessario
porli obliquamente come si disse, e come in dette fig. 3 e 4 lett. D (vedi Fi-
gura 10) perchè prenderanno in una parte tutta la grossezza del muro che
deve reggere, e coll'altra in appoggio a resistere all'urto di quelle, giacchè
ponendoli perpendicolari non farebbero questo officio. Se tali catene o
bandelloni si avessero a collocare in fabbricati di figura irregolare o mista

33
Capitolo 1

dovrà sempre osservarsi di situarle colla direzione più breve ed opposta


direttamente al sito che devono sostenere..."

Figura 10. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11].

"Devo darvi in proposito un avvertimento, che è di procurare nel far i bu-


chi ai muri vecchi dove si giudicherà opportuna di porvi una e più catene
[…] e perciò i paletti dovranno esser lunghi, e poco incassati nel muro
giacchè l'incassarli troppo non farebbe che indebolire la parte che più de-
ve essere sostenuta."
Per la prima volta sono fornite delle informazioni per quanto riguarda il posizio-
namento dei capichiave a paletto. In particolare viene prescritto che quando le ca-
tene sono utilizzate per legare tra loro i diversi pannelli del fabbricato, è bene che
il paletto sia disposto in posizione obliqua, in modo da sottendere il muro di spina
e il muro di cui si vuole impedire il ribaltamento.
Di maggiore interesse è il prossimo estratto, in quanto per la prima volta viene
espresso un giudizio molto severo sulle catene poste nello spessore della volta.
Inoltre vengono fatti propri gli studi di Poleni e Couplet sulla spinta degli archi e
viene proposto il posizionamento della catena a un terzo dell’altezza dell’arco.
"Le catene nelle imposte degli archi e delle volte sono la vita delle medesi-
me, quando li piedritti e li muri non sono abbastanza solidi […] Alcuni ar-
chitetti che hanno azzardato di fare volte ed archi senza catene, e senza
l'opportuna base delli piedritti; hanno dovuto con dispiacere per loro col-
pa vedersi cadere tali volte. Vi è chi per non far vedere le catene, e non fare
li piedritti abbastanza solidi ha praticato di mettere delle catene di ferro
nascoste nella grossezza della volta medesima... ma questa sorte di catene
poco o niente forzano, cedono all'urto della volta più o meno secondo la
sua forma, seguendo col piegarsi, l'andamento del cedimento naturale del
volto medesimo […] All'opposto la catena retta, posta circa al terzo
dell'arco, come si avvertì nella sudetta Tav. CCXLI fig. 9 per la spinta delle
volte, senza strapparsi, non può mai pericolare"

34
Aspetti generali

Figura 11. Estratto dalla tavola CCLXXVII di [11].

Ulteriori sviluppi nella teoria dei tiranti metallici sono portati da Nicola Cavalieri di
San Bertolo il quale pone la questione degli effetti della dilatazione prodotta dalle
variazioni termiche. Importante è poi il contributo di Gustav Adolf Breymann il
quale introduce nel 1877 il giunto di connessione tra tiranti cosiddetto a manicot-
to, per mezzo del quale è possibile il tiro a freddo della barra.
Una forte opera di divulgazione è poi dovuta al trattato di Musso e Copperi [12], di
Andreani [13], di Donghi [14] e di Formenti [15], per mezzo dei quali le conoscen-
ze acquisite in secoli di teoria e pratica furono consolidate e trasmesse ai posteri.

35
Capitolo 1

1.2. Le catene odierne


1.2.1. Applicazioni

Con la precedente analisi storiografica sono stati analizzati numerosi trattati grazie
ai quali è possibile intuire le numerose funzioni assolvibili dai tiranti metallici. Oc-
corre tuttavia organizzare in maniera maggiormente dettagliata questo aspetto,
anche alla luce delle nuove applicazioni adottate nel consolidamento.
Se si limita il campo di analisi alle strutture in muratura non armata è possibile
scindere il fine per cui disporre dei tiranti metallici in tre macro aree:
 Contrasto alle azioni statiche di strutture spingenti,
 Ricerca del comportamento scatolare della struttura,
 Consolidamento locale di singole porzioni murarie.

[Link]. Presidi contro le strutture spingenti


Il primo gruppo comprende tutti quei presidi tesi a contrastare l’azione statica, ge-
nerata da strutture spingenti (archi, volte e coperture inclinate), la quale andrebbe
ad abbattere il supporto verticale della struttura stessa.
A questa categoria appartengono sicuramente le catene, queste sono costituite da
un tirante, il quale viene posizionato a una determinata altezza dell’arco o della
volta in direzione perpendicolare alla generatrice e successivamente vincolato alle
pareti della struttura, mediante delle piastre dette capichiave. In questo modo la
catena è in grado di assorbire la spinta che questi schemi statici generano per as-
solvere al loro compito.

Figura 12. Camminamento esterno dell'abbazia di San Colombano (Bobbio).

36
Aspetti generali

E’ bene anticipare che la risultante della spinta laterale esercitata da un arco è in


genere situata a un terzo della sua freccia e pertanto, la posizione più efficace della
catena per consolidare l’arco risulta quest’ultima (Figura 12). Tuttavia se l’arco è in
buona salute ed è necessario consolidare i piedritti sarà necessario disporre i ti-
ranti al piano di imposta in modo da eliminare integralmente la spinta su questi ul-
timi.
I tiranti disposti all’intradosso della sagoma dell’arco o della volta verranno chia-
mati catene intradossali (Figura 13), mentre quelli posizionati al di sopra dell’ in-
tradosso verranno invece chiamati catene estradossali (Figura 14).

Figura 13. Doppia catena intradossale, Palazzo comunale di Modena.

Figura 14. Schema di una catena estradossale.

Per quanto i tiranti estradossali presentino l’indiscutibile vantaggio di non detur-


pare il profilo di un’eventuale volta affrescata, essi scontano un pessimo compor-
tamento meccanico, in quanto, specie se pretesi, inducono assieme alla spinta della

37
Capitolo 1

volta una coppia sulle pareti perimetrali, le quali rischiano così il collasso per pres-
soflessione.
Un primo metodo di mitigare questo effetto consiste nella cosiddetta catena “a
braga” (vedi Figura 15), dove dei tiranti inclinati, detti “braghettoni”, collegano la
catena annegata nella volta a dei capichiave maggiormente estesi lungo la muratu-
ra. Al precedente capitolo era stato fatto osservare che già G. Valadier sconsigliava
l’uso di questi dispositivi in quanto non erano ritenuti tanto più efficaci di una
semplice catena estradossale. Questo perché il tirante orizzontale non ha una se-
zione in grado di offrire la necessaria rigidezza flessionale e pertanto i braghettoni
vanno semplicemente ad accompagnare il collasso della volta.

Figura 15. Schema della catena a braga, estratto dalla tavola CCLXXVII di [11].

Recentemente il sistema è stato tuttavia recuperato andando a sostituire il tirante


metallico orizzontale con dei profili in acciaio, detti “graffette”, in grado di assicu-
rare la necessaria rigidezza flessionale e permettere così ai braghettoni di contra-
stare l’azione di pressoflessione indotta dalla spinta della volta.
Tra le strutture spingenti sono comprese anche le coperture inclinate le cui spinte
sulle pareti verticali di supporto potrebbero produrre il collasso delle stesse. Per
prevenire ciò, anche in questo caso è possibile porre in opera dei tiranti metallici,
dotati o meno di una pretensione iniziale, con lo scopo di contrastare tale spinta.
Ulteriori utilizzi dei tiranti metallici per il presidio di strutture spingenti consisto-
no nella predisposizione di sistemi con cui letteralmente appendere la volta o nel
posizionamento di cavi in adiacenza intra o estradossale al profilo dell’arco. Questi
ultimi, più che assorbire la spinta dell’arco come i precedenti, tendono a correg-
gerne la risultante delle azioni interne in modo che ricada dentro il profilo della
struttura e garantirne così la stabilità. Questi sistemi presentano dunque un fun-

38
Aspetti generali

zionamento e un fine statico differente rispetto ai precedenti che miravano


all’incatenamento della struttura muraria e pertanto non verranno affrontati nel
presente lavoro. Il lettore interessato potrà comunque approfondire queste tema-
tiche consultando i seguenti scritti [16-18].

Figura 16. Catene per contenere la spinta della copertura, Abbazia di San Colombano, Bobbio.
Figura 17. Catene per contenere la spinta della copertura, Cappella presso Miazzina, Valgrande.

[Link]. Presidi tesi a ricercare il comportamento scatolare


La seconda famiglia di applicazioni racchiude tutti quei presidi destinati a miglio-
rare la resistenza della struttura contro le azioni laterali causate dal vento e dal si-
sma. E’ noto che un pannello murario mal si oppone a quelle azioni che lo investo-
no perpendicolarmente al suo piano medio, tuttavia se questo è opportunamente
connesso ad altre pareti, orientate parallelamente alla direzione con cui l’azione
laterale investe il primo pannello, l’azione si redistribuisce su queste ultime in vir-
tù della loro maggior rigidezza.
Occorre pertanto che tutte le pareti portanti di un edificio in muratura siano con-
nesse tra loro in modo da ottenere un comportamento scatolare e una risposta
globale contro le azioni laterali. Il collegamento si esplica su più livelli, in quanto vi
è la necessità di creare un collegamento tra i pannelli lungo la loro interfaccia ver-
ticale e un collegamento sull’interfaccia orizzontale ottenuto mediante un solaio
sufficientemente rigido.

39
Capitolo 1

Generalmente negli edifici in muratura costruiti prima del primo dopoguerra è


presente solo il collegamento di tipo verticale tra le pareti, il più delle volte ottenu-
to mediante lo sfalsamento dei giunti e dei blocchi. La necessità di disporre di oriz-
zontamenti rigidi e dotati di vincolo bilatero in grado di redistribuire l’azione late-
rale era infatti un concetto abbastanza sconosciuto e pertanto, raramente si ritro-
vano solai di questo tipo nelle vecchie costruzioni. In ogni caso è possibile consoli-
dare un edificio che sia in deficit di questi due tipi di connessione mediante dei ti-
ranti metallici.

Figura 18. Schema generale per il posizionamento di tiranti metallici.

Figura 19. Catene applicate per vincolare mutuamente le pareti ortogonali. Chiesa di San Lorenzo ed
edificio attiguo, Bobbio.

40
Aspetti generali

In particolare è possibile stabilire o ristabilire il necessario collegamento verticale


tra le pareti, applicando delle catene dotate di capichiave ad entrambe le estremità.
Come osservabile nella Figura 18, si ipotizzi un sistema strutturale elementare ba-
sato su quattro pannelli disposti a formare un rettangolo le cui intersezioni risulti-
no scarsamente ammorsate. Durante un evento sismico le pareti 3 e 4 rispondono
egregiamente alla sollecitazione loro applicata in quanto parallele alla direzione
del sisma, ma i pannelli 1 e 2, essendo sollecitati in direzione perpendicolare al
piano medio cedono per pressoflessione e si ribaltano. L’apposizione di catene, si-
tuate a livello dei solai e posizionate in adiacenza ai muri, permette di risolvere
questo problema, in quanto è possibile trasferire, mediante i capichiave, l’azione
presente nei pannelli 1 e 2 ai ben più rigidi 3 e 4.
La connessione verticale tra le pareti può tuttavia non essere sufficiente a preveni-
re il ribaltamento delle stesse. In tal senso è utile riferirsi alla Figura 20, nella quale
è osservabile la precedente struttura sottoposta però alle due componenti del si-
sma lungo le direzioni x e y. In questo caso la precedente sollecitazione agente lun-
go y è ancora assorbita, ma è possibile che la componente in direzione x comporti
una rottura nei pannelli 3 e 4. Il fenomeno è causato dal fatto che le porzioni di
muratura 3 e 4 vicine agli spigoli riescono a trasferire gli sforzi ai pannelli 1 e 2,
mentre, data l’eccessiva lunghezza di 3 e 4, vi sono delle porzioni di muratura che
non riescono a sfruttare l’effetto di connessione offerto dalle catene e pertanto,
non riuscendo a trasferire l’azione laterale, sono sottoposte a una spinta che ne
provoca il ribaltamento.

Figura 20. Crisi per mancanza di vincolo bilatero.

Per risolvere questa problematica è necessario disporre di un solaio infinitamente


rigido (indeformabile) nel proprio piano e vincolato bilateralmente alle pareti, in
modo che lo sforzo applicato sui pannelli 3 e 4 possa venire incanalato attraverso il

41
Capitolo 1

solaio (in luogo della sua elevata rigidezza) verso le pareti 1 e 2. Il valore di rigi-
dezza da raggiungere è difficilmente quantificabile numericamente, ma risulta rea-
listicamente raggiunto per solai laterocementizi, per solette piene in calcestruzzo,
per solai misti acciaio – calcestruzzo o legno – calcestruzzo e per solai in legno se
dotati di un doppio ordito di travi o di un assito formato da due strati incrociati di
assi tra loro sufficientemente vincolate [19]. Anche nelle vecchie costruzioni si ri-
scontrano spesso degli elementi strutturali di questo tipo, o sono comunque ri-
creabili in sostituzione o in aggiunta di quelli presenti, ma quasi sicuramente vi sa-
rà carenza di bidirezionalità nel modo in cui questi sono vincolati alle pareti por-
tanti.
Ad esempio un comune solaio in legno costituito da una singola orditura di travi in
legno e da un assito, potrebbe, in caso di sisma, provocare la rottura evidenziata in
Figura 21, in quanto le travi principali, non essendo vincolate nelle due direzioni, si
comporterebbero come un maglio che percuote alternativamente i pannelli 3 e 4.

Figura 21. Rottura per scalzamento e martellamento delle travi principali lignee.

Figura 22. Vincolo bidirezionale applicato alle travi mediante un tirante metallico e un capochiave.

42
Aspetti generali

L’apposizione di tiranti metallici che vincolino l’estremità delle travi alle pareti pe-
rimetrali mediante l’utilizzo di capichiave (come visibile in Figura 22) eviterebbe
l’insorgere di questo tipo di collasso, ma non di tutti i tipi collasso possibili, in
quanto il solaio non sarebbe ancora in grado di trasferire la spinta laterale presen-
te nelle pareti 3 e 4 alle 1 e 2. Per permettere questo passaggio è necessario che il
solaio risulti vincolato bilateralmente anche in direzione perpendicolare all’ ordi-
tura (Figura 23).

Figura 23. Schema di trasmissione dell'azione laterale.

L’utilizzo di tiranti metallici abbinati a strumenti di ritegno quali i capichiave, con-


sente dunque ad un struttura realizzata in muratura non armata di resistere alla
spinta laterale indotta da un evento sismico. Ciò è possibile in quanto i sistemi di
catene che si vanno ad apporre consentono di innalzare la resistenza per rotture
fragili (pressoflessione dei pannelli fuori dal piano medio) permettendo alla strut-
tura di resistere secondo i meccanismi che le sono più consoni, ovvero pressofles-
sione e taglio agente lungo il piano medio dei pannelli.
Quanto fin qui scritto a riguardo dei presidi per prevenire la rottura delle strutture
spingenti e per contrastare il sisma ha valore introduttivo e di iniziale indirizzo
verso un più corposo lavoro affrontato nei capitoli successivi.

43
Capitolo 1

[Link]. Presidi tesi a consolidare porzioni di muratura


In questa sezione rientrano tutti gli interventi, eseguiti mediante l’uso di tiranti
metallici, la cui finalità consiste nel consolidare singole porzioni di muratura. Al
suo interno è possibile trovare gli interventi di cerchiatura, l’inserimento di tiranti
antiespulsivi, le iniezioni armate e la precompressione di pareti sempre mediante
barre metalliche.
Questi interventi non saranno tuttavia trattati in quanto non riguardano diretta-
mente il tema del mutuo incatenamento tra le pareti in muratura di un edificio.

[Link]. L’utilizzo delle catene per il restauro dei monumenti


In base a quanto scritto fino a questo punto appaiono lampanti le potenzialità e i
vantaggi ottenibili dalla disposizione delle catene per conseguire il rinforzo delle
strutture di un edificio. Tuttavia conviene spendere alcune parole e sottolineare
alcuni concetti quando tale intervento ha come destinazione non un semplice edifi-
cio, ma un oggetto dotato di un cospicuo interesse tecnico, storico o artistico, ovve-
ro un monumento. Come già accennato, il presente lavoro non si prefigge l’ obbiet-
tivo di discutere la filosofia del restauro o altri problemi assiologici legati alla con-
servazione dei monumenti, tuttavia è bene illustrare come la normativa vigente
disciplini gli interventi di consolidamento strutturale su questi manufatti.
È dunque d’obbligo riferirsi alla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri
del 9 febbraio 2011 al cui interno viene disciplinata la valutazione e la riduzione
del rischio sismico del patrimonio culturale in riferimento alle NTC 2008. Occorre
riportare una serie di estratti del sesto capo della norma a partire dall’ introduzio-
ne, dove viene ribadito l’obbiettivo principale dell’intervento, ovvero:
“[…] la conservazione non solo della materia, ma anche del funzionamento
strutturale accertato, qualora questo non presenti carenze tali da poter
comportare la perdita del bene.”
Più avanti viene aggiunto che:
“[…] in via generale devono essere evitate tutte le opere di demolizione - so-
stituzione e di demolizione – ricostruzione, operando con interventi che si
integrino con la struttura esistente senza trasformarla radicalmente.”
“Dovranno essere privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo
non permanente l’edificio ed i nuovi materiali, risultanti dall’innovazione
tecnologica, dovranno essere valutati alla luce dei criteri di compatibilità e
durabilità nel tempo, in relazione alla materia storica.
Gli interventi dovranno, per quanto possibile, rispettare la concezione e le
tecniche originarie della struttura, nonché le trasformazioni significative
avvenute nel corso della storia del manufatto. Da questo punto di vista gli

44
Aspetti generali

elementi strutturali danneggiati, quando possibile, devono essere riparati


piuttosto che sostituiti […]”
Alla luce di quanto visto l’ apposizione di tiranti metallici si inquadra in una strate-
gia basata sull’inserimento di nuovi elementi, che come visto al punto 1.1 risulta
compatibile storicamente, culturalmente e tecnicamente con la struttura esistente.
Tale pratica ha come fine il miglioramento del funzionamento complessivo del ma-
nufatto e presenta alcuni caratteri fortemente vantaggiosi per il restauro dei mo-
numenti dal punto di vista della statica, della reversibilità e dell’integrità.
Sotto il punto di vista statico, pur modificando l’attuale comportamento, l’uso di ti-
ranti è coerente con il funzionamento della tipologia strutturale. Si pensi ad esem-
pio alla posa di una catena per contenere la spinta di un arco e a come il tirante sia
la naturale risposta alla richiesta dello schema in questione. Inoltre potendo deci-
dere di fornire o meno una pretensione al tirante, la posa dei tiranti permette di
non alterare lo stato tensionale attuale della struttura e soprattutto non presenta il
rischio relativo all’aumento di rigidezza di parte della struttura.
Per quanto riguarda l’invasività e la reversibilità dell’intervento, la norma descrive
come invasivo il presidio teso alla modifica permanente degli elementi resistenti
ed esalta le applicazioni in grado di integrare la struttura senza trasformarla per-
manentemente. In quest’ottica la posa di catene risulta fortemente reversibile in
quanto nulla impedisce la loro manutenzione o sostituzione con altri sistemi rite-
nuti più idonei (ad esempio i contrafforti o il getto di una cappa in calcestruzzo nel
caso di volte).
Sotto il punto di vista dell’integrità architettonica del manufatto, come già accenna-
to, l’uso di tiranti metallici consente di scalfire solo in minima parte le caratteristi-
che materiche dell’opera, in quanto, anche se non è necessario sostituire i blocchi,
potrebbe essere necessario consolidare, mediante stilatura dei giunti o iniezioni di
miscele leganti, la porzione di muratura su cui insiste il capochiave. L’uso di catene
consente inoltre di preservare la tipologia strutturale, in quanto, riducendo le spin-
te provocate ad esempio da una volta, essa potrebbe non essere demolita e conse-
guentemente sostituita da un solaio. Il nuovo intervento andrebbe poi ad integrarsi
perfettamente sia dal punto di vista storico che da quello delle tecniche costruttive,
in quanto sin dal medioevo si è fatto uso di questi presidi per consolidare gli edifici.
Per permettere l’integrità della tipologia strutturale è tuttavia necessario che i ti-
ranti non siano celati alla vista in quanto, in caso contrario, si assisterebbe ad un
manifesto falso. Si immagini infatti di agire su un’antica volta in pietra e di operare
il consolidamento della stessa mediante la posa di catene nascoste nello spessore
della volta o peggio di porre un sistema di tiranti per mezzo del quale appendere la
volta a un solaio sovrastante. Bene, se l’obbiettivo era preservare l’antica tecnica
costruttiva si è fallito generando un falso, in quanto la volta non risulta più una

45
Capitolo 1

struttura, ma un carico portato. A tal fine è utile riportare le parole di Frank L.


Wright:
“[…] i blocchi di granito, tagliato secondo lo stile dei seguaci di Fidia, inge-
gnosamente disposti intorno alle travi e ai pilastri d'acciaio per sembrare
veri, gravano pesantemente su uno scheletro interno d'acciaio che li so-
stiene da piano a piano, che regge lo sforzo stando sotto quella realtà e
che, io penso, cadrebbe volentieri morto di vergogna.”
Se invece è necessario preservare ad esempio gli affreschi di una volta si potranno
disporre senza remore i tiranti nello spessore della volta, purché, come recita la
norma, “ne sia dimostrata l’efficacia nel contenimento della spinta e siano verifica-
te le sollecitazioni taglianti e flessionali che si producono nella parete”. Questo per
sottolineare il fatto che l’inserimento di catene estradossali, adottate per evitare il
leggero disturbo visivo causato da quelle intradossali, non permetta una fessura-
zione tale da comportare il danneggiamento degli affreschi citati nell’esempio.

Figura 24. Fabio Borbottoni, olio su tela dell'interno del Duomo di Firenze. Notare le catene risalenti
alla costruzione originaria.

46
Aspetti generali

1.2.2. Forme

Dalle applicazioni elencate discendono due principali forme di tiranti; quelli desti-
nati a esercitare un vincolo bilatero sulle travi in legno di un solaio e quelli destina-
ti a formare le catene.
I primi sono costituiti dal sistema di ritegno esterno che insiste sulla muratura, ov-
vero il capochiave, da una piastra disposta sul lato della trave e utilizzata per vin-
colare quest’ultima attraverso dei bulloni passanti e infine da una barra che collega
il capochiave alla piastra (Figura 25).

Figura 25. Tirante utilizzato per incatenare le travi lignee alla muratura [20].

Del sistema descritto esistono numerose varianti che presentano una piastra di ri-
tegno per lato della trave o diverse geometrie del capochiave.
La seconda famiglia menzionata è quella delle catene ed è costituita da una barra
circolare e da due capochiave posti alle estremità. Per quanto riguarda le caratteri-
stiche della prima si rimanda al punto 3.4 del presente lavoro in cui sono descritte
le caratteristiche del materiale da utilizzare a seconda delle condizioni ambientali,
il diametro della sezione in base alle sollecitazioni cui è sottoposta e le lavorazioni
a cui è bene sottoporla (filettatura e trattamenti antiossidanti) prima di porla in
opera.
I capichiave, detti anche chiavarde o bolzoni, sono elementi in acciaio e ne esistono
di varie fogge. Come è stato fatto osservare al punto 1.1, in passato venivano utiliz-
zati principalmente capichiave a paletto inseriti nell’occhiello terminale della barra
e successivamente messi in tensione mediante l’inserimento di una zeppa metallica
(Figura 26).

47
Capitolo 1

Figura 26. Capochiave a paletto tradizionale, Piazza dei mercanti, Milano.

L’evoluzione delle teorie relative alla scienza delle costruzioni hanno permesso di
determinare il valore della pretensione da applicare alla barra e pertanto nelle ap-
plicazioni moderne è necessario adottare paletti dotati di evoluti sistemi di serrag-
gio, poiché il vecchio sistema delle zeppe non consente di capire l’effettivo livello di
tensione applicato. Una possibile soluzione consiste nell’adozione di bolzoni nel cui
centro è ricavato un foro che permetta il passaggio della barra filettata, la quale
verrà successivamente messa in tensione mediante martinetti o chiavi dinamome-
triche e serrata infine con un dado (Figura 27).

Figura 27. Moderno capochiave a paletto [20].

48
Aspetti generali

Necessità statiche o estetiche possono però condurre alla scelta di disporre delle
chiavarde aventi una maggiore impronta di appoggio; in questo caso ci si orienta
verso piastre d’acciaio di forma circolare, rettangolare o maggiormente complesse
che vengono dotate, a seconda delle esigenze, di nervature di irrigidimento.

Figura 28. Diverse forme di capichiave a piastra [20, 21].

49
Capitolo 1

Anche in questo caso le chiavarde sono serrate grazie alla filettatura presente nella
parte terminale della barra e a un dado.
Per quanto riguarda le dimensioni di questi componenti si rimanda al punto 3.3
dove viene appunto affrontato il dimensionamento in funzione del tipo di muratu-
ra su cui insistono e del livello di azione stabilizzante che devono essere in grado di
garantire.

Figura 29. Particolare capochiave realizzato in acciaio e calcestruzzo proposto in [22].

50
Aspetti generali

1.2.3. Messa in opera

In questa sezione verranno sommariamente riassunte le tecniche di posa dei tiran-


ti metallici. Nessuno dei libri che trattano la tematica prescrive una particolare se-
quenza operativa per la disposizione di questi dispositivi, la quale viene in genere
affidata all’esperienza dell’impresa che ha vinto l’appalto per la realizzazione
dell’intervento di consolidamento.
Nel descrivere le lavorazioni necessarie a una corretta messa in opera, conviene
distinguere tre tipologie di intervento:
 Applicazione di nuove catene destinate al presidio di strutture spingenti o
al contrasto del ribaltamento dei pannelli in muratura,
 Manutenzione di tiranti già presenti nell’edificio e aventi la medesima fun-
zione dei precedenti,
 Creazione del vincolo bidirezionale nei solai mediante tiranti in acciaio.

[Link]. Applicazione di nuove catene


In questo caso è necessario studiare attentamente gli elaborati progettuali e con-
frontare il tracciato dei tiranti proposto in questi ultimi con la situazione che si
presenta nell’edificio. Questo per rilevare eventuali incongruenze tra gli elaborati e
lo stato di fatto, ma soprattutto per valutare lo stato di salute delle murature su cui
dovranno insistere i capichiave. Se ad essere ammalorata è la malta, sarà sufficien-
te procedere a una stilatura dei giunti o a delle iniezioni di miscele leganti, a se-
conda che il degrado e la mancanza di legante sia superficiale o interno. Se invece
sono i mattoni a godere di cattivo stato, in quanto vi è ad esempio un’elevata pre-
senza di blocchi albasi, si sconsiglia di procedere con un intervento di “cuci e scuci”
in quanto se anche si sostituissero i blocchi ammalorati con altri di eccellente fat-
tura, questi non sarebbero più compressi come i precedenti e dunque non garanti-
rebbero più la necessaria azione resistente contro il punzonamento (vedi punto
3.2.4). Al punto [Link] verrà evidenziato il fatto che in presenza di blocchi di scarsa
qualità, la rottura per punzonamento avviene proprio per superamento della resi-
stenza a trazione in questi elementi. Come per le solette in calcestruzzo sottoposte
a punzonamento, conviene dunque cucire mutuamente i due lati della parete me-
diante tiranti antiespulsivi, di modo da garantire una maggior resistenza allo stato
limite ultimo, piuttosto che adottare interventi di cuci e scuci.
Verificato ciò e rilevate le prestazioni che l’apparato murario è in grado di offrire, è
necessario procedere con la perforazione della muratura mediante trapano, fioret-
to a rotazione/rotopercussione veloce o altri dispositivi diamantati e/o vidiati. La
scelta dello strumento idoneo dipende dal diametro del foro da eseguire, dalla sua
profondità, dai vincoli presenti in cantiere e dalle disponibilità dell’impresa appal-
tatrice. Se il tracciato dei cavi prevede che questi siano occultati all’interno dei mu-

51
Capitolo 1

ri di spina, è necessario procedere alla formazione di traccia all’interno delle pareti


con la conseguente riparazione delle parti smosse e la stuccatura a chiudere dopo
la posa dei tiranti.
A questo punto è necessario aprire una parentesi per descrivere il comportamento
dei materiali metallici quando sono inseriti nella muratura. Per iniziare è bene
premettere che le murature, anche quelle realizzate con malte cementizie, non so-
no sufficientemente alcaline e dunque, a differenza del calcestruzzo, non sono in
grado di proteggere efficacemente dalla corrosione gli inserti metallici contenuti. I
fattori scatenanti la corrosione, la quale comporta la fessurazione della muratura a
causa dell’azione espansiva degli ossidi prodotti, sono sicuramente l’ossigeno e
l’acqua che attraversano i pori del laterizio e del legante, nonché l’umidità e i sali
presenti all’interno della muratura [23].

Figura 30. Effetto dell'umidità relativa e della temperatura sulla velocità di corrosione di un inserto
di acciaio inglobato in una malta di calce e gesso [24].

Pertanto è necessario proteggere dalla corrosione le barre metalliche che attraver-


sano lo spessore del pannello murario o sono in esso inglobate in traccia. L’utilizzo
di acciai austenitici o duplex previene questo rischio, ma l’alto costo non ne per-
mette un massiccio utilizzo e pertanto si ricade su trattamenti superficiali quali la
zincatura o la verniciatura. In questo caso però, c’è il rischio che i movimenti indot-
ti dal sisma portino la muratura a sfregare contro le barre e dunque ad asportare lo
strato protettivo. Conviene dunque porre all’interno del foro una guaina polimerica
in cui inserire successivamente la barra, in modo che questa non sia a diretto con-
tatto con la muratura. Gli interstizi presenti tra il tubo e il tirante verranno poi
riempiti mediante l’iniezione di resine.

52
Aspetti generali

Per quanto riguarda il tracciato delle catene, esso dovrà essere il più corto e rettili-
neo possibile e dove le barre avranno bisogno di giunzione, poiché la distanza è
troppo elevata, conviene che l’unione sia a completo ripristino di resistenza. Per
effettuare ciò è possibile adoperare manicotti che realizzino una giunzione di tipo
filettata, clampata, ammorsata, imbullonata o inghisata [19].

Figura 31. Possibile posizionamento dei capichiave.

Disposti i tiranti, è possibile procedere a porre in opera i capichiave di ritegno. Se il


presidio è teso a ricercare il mutuo incatenamento tra le murature dell’edificio, le
chiavarde andranno posizionate in modo che, come osservabile in Figura 31, per-
mettano di vincolare il pannello murario insistendo, almeno in parte, su un muro di
spina o sul solaio. In questo modo è possibile trasferire con maggior sicurezza la
spinta indotta dal sisma, verso quegli elementi che in virtù della loro maggior rigi-
dezza, sono più adatti a resistergli. Salvo forti esigenze estetiche, è bene che il ca-
pochiave non sia incassato nella muratura, onde non ridurre la resistenza al pun-
zonamento della muratura e la diffusione dell’azione stabilizzante.
Successivamente è possibile fornire la necessaria azione di pretensionamento al
tirante; questa è stabilita in base ai ragionamenti proposti nei capitoli successivi ed
è indotta mediante l’utilizzo di tenditori posti in mezzeria, chiavi dinamometriche
o martinetti idraulici. Nel primo caso la barra è costituita da due spezzoni connessi
da un apparecchio che generalmente è formato da un cilindro d’acciaio dotato al
suo interno di una doppia filettatura entro cui si posizionano i due tronconi. Tale

53
Capitolo 1

apparecchio deve essere progettato come un giunto a totale ripristino di resistenza


e offrire dunque un’azione resistente per trazione superiore a quella della barra.

Figura 32. Schema di un tenditore cilindrico [25].

Agendo con un’adeguata chiave inglese sul tenditore è così possibile fornire una
tensione di trazione nella catena. Il calcolo dell’azione di pretensione avviene sulla
base della deformazione assiale εs che la barra subisce durante il suo serraggio e
che può essere determinata, per esempio, grazie all’utilizzo di un deformometro
millesimale rimovibile [25]. Grazie al suo valore e a quello del modulo elastico
dell’acciaio usato Es, sarà possibile determinare l’azione di pretensione grazie alla
seguente formula:
PEd  Es s As [kN ] (1.1)

In alternativa è possibile fare uso di una chiave dinamometrica, ovvero una chiave
a cricchetto che permette di regolare con precisione la coppia di serraggio applica-
ta a una vite. Questa fornisce dunque una coppia sul dado che insiste sulle chiavar-
da e così facendo, mette in tensione la barra. L’entità della tensione applicata (PEd)
varia a seconda del diametro nominale di filettatura del dado (df) e della coppia di
serraggio (CEd) secondo la seguente formula proposta dalla CNR-UNI 10011:
CEd
PEd  5 [kN ] (1.2)
df

La massima coppia di serraggio imponibile (CS) è fornita dalla CNR-UNI 10011 in


base alla classe del dado e al suo diametro nominale di filettatura, tuttavia è bene
tenere presente anche le caratteristiche della barra quando si progetta il valore
della coppia da applicare.

54
Aspetti generali

Figura 33. Valori della massima azione di serraggio consentita (CS) a seconda del diametro nominale
di filettatura e della classe del dado. Prospetto 4-IV della CNR-UNI 10011.

Se le chiavi dinamometriche non permettono di raggiungere il necessario livello di


trazione nel tirante sarà necessario adoperare dei martinetti idraulici secondo la
seguente sequenza operativa.

Figura 34. Sequenza di tesatura, fase a.

Nella fase di partenza si inserisce la barra metallica dotata di estremità filettate (1)
all’interno della guaina polimerica posizionata nel foro praticato nel muro.
L’operazione è eseguita per le due murature contrapposte.

55
Capitolo 1

Figura 35. Sequenza di tesatura, fase b.

Successivamente si inseriscono i capichiave (2) da ambo i lati, ma solo da un lato si


serra completamente il dado (3), mentre all’altra estremità viene lasciato lasco. E’
bene che la superficie della muratura a contatto con la chiavarda sia piana e uni-
forme, pertanto conviene predisporre uno strato di regolarizzazione e ripartizione
dei carichi in malta cementizia.

Figura 36. Sequenza di tesatura, fase c.

Operando dove non si è applicato il serraggio del capochiave si inghisa una secon-
da barra filettata (4) alla precedente mediante un idoneo apparecchio di giunzione
e si dispone un supporto metallico (6) a ridosso del capochiave. Quest’ultimo ser-
virà da vincolo al martinetto quando metterà in tensione il tirante.

56
Aspetti generali

Figura 37. Sequenza di tesatura, fase d.

A questo punto si dispone il martinetto idraulico vincolandolo alla struttura


d’acciaio predisposta e si mette in tensione la barra fino al valore cercato. La lettu-
ra della pressione operante dell’olio è garanzia di un perfetto controllo del livello
tensionale presente. Una volta raggiunto il livello di trazione cercato, è sufficiente
serrare il dado a mano attraverso i fori presenti sul sistema di supporto al marti-
netto (6).

Figura 38. Sequenza di tesatura, fase e.

Nell’ultima fase si procede allo smontaggio del martinetto e del suo supporto, oltre
che al taglio della barra filettata. La lunghezza rimanente deve permettere lo svol-
gimento delle sequenze c-d-e per una futura messa in tensione della catena.
Le operazioni presentate valgono anche per le catene disposte all’intradosso o
all’estradosso di archi e volte, mentre per la posa in opera di una catena a braga o
“graffettata”, conviene, data la particolarità della lavorazione, riferirsi a specifiche
pubblicazioni quali [25, 26].

57
Capitolo 1

[Link]. Manutenzione di catene esistenti


L’intervento di consolidamento può riguardare la messa in sicurezza della struttu-
ra attraverso la verifica delle prestazioni rimanenti e l’eventuale manutenzione di
una catena esistente. In questo caso occorre eseguire più verifiche a livello materi-
co e statico, le quali riguardano:
 Lo stato di salute del supporto murario su cui insistono i capichiave,
 Il livello tensionale a cui sono sottoposte barre e chiavarde e quello a cui
dovrebbero essere sottoposte per garantire la sicurezza della struttura,
 Le prestazioni rimanenti dell’acciaio e il suo livello di degrado.
La prima verifica e i conseguenti interventi di consolidamento sono già stati de-
scritti al precedente paragrafo. Per quanto riguarda invece il secondo intervento, si
premette che il calcolo dell’azione stabilizzante verrà affrontato al prossimo capi-
tolo, mentre per determinare il livello dell’azione di trazione presente verranno
ora riassunti i tre metodi principali.
Il primo di essi si basa su una prova pratica e invasiva sulla catena, ovvero la prova
di rilascio. Essa consiste nel rilasciare gradualmente la catena fino ad annullarne la
sollecitazione, misurando tramite estensimetri la deformazione assiale preesistente.
Conoscendo le caratteristiche geometriche e il modulo elastico del tirante, si risale al
tiro. Questo metodo, tuttavia, non è applicabile in molti casi o perché i tenditori non
sono presenti o perché il loro cattivo stato non ne consente l’allentamento o, infine,
perché il rilascio della catena potrebbe pregiudicare la sicurezza strutturale del ma-
nufatto in questione [27].
Se non fosse possibile eseguire tale prova bisognerà ricorrere ai restanti due me-
todi, detti anche indiretti, poiché misurano altre grandezze correlate al tiro. Il se-
condo sistema si basa su un’analisi statica e consiste nel monitorare le deforma-
zioni del tirante applicando su di esso, una forza trasversale alla sua direzione
principale. In base agli spostamenti rilevati sarà dunque possibile, mediante il
principio dei lavori virtuali, arrivare a determinare l’entità dell’azione di trazione
presente nella catena. Il procedimento analitico e dettagliato è contenuto all’ inter-
no del volume [28] e in [25].
L’ultimo metodo è basato su un’analisi dinamica del problema e in genere risulta
maggiormente preciso del precedente. Il metodo dinamico tradizionale, nella sua
formulazione più semplice, modella la catena come una “corda vibrante”, priva di ri-
gidezza flessionale, e consente di ricavare il valore del tiro in funzione della frequen-
za corrispondente al primo modo di vibrare [29]. All’interno di [27] si afferma che
questo tipo di analisi risulta accurata solo quando le catena sono molto snelle e te-
se e pertanto viene presentato un diverso modello di calcolo. Esso permette di de-
terminare il tiro presente nella catena attraverso un’unica acquisizione dinamica,
eseguita con un accelerometro collocato in posizione opportuna sulla catena. Con es-

58
Aspetti generali

sa si determina tramite la trasformata rapida di Fourier lo spettro di risposta in fre-


quenza. Da quest’ultimo si ricavano poi i valori delle prime frequenze proprie. Infine,
attraverso la soluzione numerica di un sistema non lineare di equazioni, si identifica-
no i parametri strutturali incogniti, cioè le rigidezze dei vincoli ed il tiro [27]. Altri
sistemi di analisi dinamica sono poi presenti in letteratura, come quello parametri-
co di S. Sorace descritto in [30].
Prima di procedere alla tesatura o al rilascio del tirante in base alla differenza tra
l’azione richiesta e quella presente è doveroso appurare lo stato di salute dei mate-
riali metallici che compongono la catena. In particolare si cercherà di determinare
le caratteristiche del ferro o dell’acciaio mediante analisi metallurgiche piuttosto
che attraverso deduzioni storiche. Per le catene in ferro battuto Tomasoni in [25]
indica la prova Rockwell come la più indicata per appurare le qualità del materiale.
Successivamente si analizzerà il degrado dovuto alla corrosione e all’ossidazione
per valutare l’eventuale sostituzione dell’intera catena o di una sua parte.
All’interno di questa decisione peserà anche un fattore di tipo strutturale; i capi-
chiave e la barra dovranno sostenere l’onere dell’eventuale tesatura e pertanto, se
non ne saranno in grado o si mostrano già fortemente plasticizzati dall’attuale sta-
to tensionale, andranno sicuramente sostituiti.
L’applicazione di un’azione di pretensione avviene mediante l’uso di chiavi dina-
mometriche o di martinetti idraulici secondo lo schema già descritto al paragrafo
precedente. Se il capochiave non permette l’uso di questi attrezzi, ad esempio per-
ché la catena è messa in tensione da una zeppa metallica, esso andrà sostituito. Si
sconsiglia fortemente di eseguire l’operazione di rinzeppatura in quanto
l’operatore non sarebbe in grado di definire il livello tensionale raggiunto.

[Link]. Creazione del vincolo bidirezionale nei solai


Come affermato al punto precedente è possibile fare uso di tiranti metallici per
creare un vincolo bilatero tra il solaio e la muratura. A seconda della tipologia di
struttura verticale presente è possibile adottare diverse soluzioni.
Una tipica soluzione costruttiva in cui non è raro imbattersi nella pratica comune è
quella riportata in Figura 39, ovvero una struttura composta da un ordito di travi
in legno su cui è inchiodato un assito di tavole.

59
Capitolo 1

Figura 39. Solaio dotato di assito in ligneo inchiodato su un'orditura di travi.

Il criterio generale per vincolare bilateralmente questo tipo di struttura, o altre si-
mili, consiste nell’evitare lo scarroccio delle travi principali attraverso il sistema
già presentato in Figura 22 e qui riproposto in Figura 40, dove è ora possibile ap-
prezzare la posa di una cappa in calcestruzzo che doni la necessaria rigidezza alla
struttura orizzontale.

Figura 40. Applicazione di tirante e capochiave alla trave.

La posa del capochiave in questione può essere effettuata sulla base delle informa-
zioni fornite al punto precedente. Si aggiunge semplicemente che in questo caso
non è importante fornire una pretensione alla barra che collega la chiavarda alla
trave, ma sarà sufficiente un corretto serraggio. Inoltre è bene che le testate delle
travi non siano annegate nella malta, perché i due materiali presentano delle in-
compatibilità tali da pregiudicare la durabilità dell’opera. Qualora si cercasse di ri-
durre il ponte termico puntuale è però possibile seguire la soluzione dell’azienda
Tecnaria, impresa specializzata nel recupero dei solai, la quale propone di riempire
gli interstizi dello scasso con delle tavole di sughero.

60
Aspetti generali

L’ancoraggio bilatero proposto è eseguibile anche per altre tipologie di solai come
quelli misti in acciaio – laterizio. Questa soluzione, molto usata da metà ottocento
in poi, prevede che delle travi a doppio T in acciaio sostengano il peso di sottili vol-
tine ribassate in laterizio il cui estradosso è appianato da uno strato di magrone.
Anche se potrebbe sembrare la soluzione più ovvia, non è possibile saldare la barra
all’anima del profilo, in quanto, l’acciaio di quest’ultimo risulta nella maggioranza
dei casi non saldabile. Pertanto occorre saldare la barra a una piastra che verrà
successivamente imbullonata o rivettata alla trave, ricordandosi di controllare la
compatibilità galvanica degli acciai impiegati.
Una volta che il solaio risulta vincolato alle pareti lungo la direzione di orditura è
necessario che lo sia anche in direzione perpendicolare, in modo da poter trasmet-
tere l’azione laterale ai pannelli in muratura paralleli a quest’ultima.
In riferimento al precedente solaio formato da travi e assito di legno, è bene pre-
mettere che non conviene realizzare tale vincolo mediante dei tiranti che attraver-
sino le travi in direzione perpendicolare. Questo perché, come rappresentato in Fi-
gura 41, le barre non possiedono una sufficiente rigidezza flessionale e pertanto,
non sarebbero in grado di offrire la necessaria azione di contrasto per effettuare il
vincolo.

Figura 41. Schema di deformazione dei tiranti applicati sulle travi.

Meglio allora annegare i tiranti connessi ai capichiave, all’interno della cappa in


calcestruzzo utilizzata per irrigidire il solaio in legno. Come riportato da M. Pisani

61
Capitolo 1

in [19] è possibile omettere le chiavarde andando ad inserire le barre all’interno di


appositi fori praticati nella muratura e successivamente operare il loro riempimen-
to mediante iniezioni di malta cementizia (Figura 42) o apposite resine. Queste so-
luzioni risultano valide anche per solai scarsamente vincolati alle pareti del tipo
misto acciaio - laterizio, acciaio – calcestruzzo e in laterocemento.

Figura 42. Tecniche di incatenamento delle murature al solaio riportate in [19].

62
2. Progetto dei tiranti

2.1. Comportamento delle murature


2.1.1. Analisi delle sollecitazioni

Prima di descrivere i procedimenti con cui ricavare il valore dell’azione stabiliz-


zante con cui dimensionare i tiranti è doveroso riassumere il comportamento e le
modalità di rottura dei pannelli murari nei confronti dei diversi tipi di sollecitazio-
ne che si possono presentare.

Figura 43. Sollecitazioni sulla muratura.

Le situazioni più comuni negli edifici in muratura sono state riassunte nella Figura
43. Nel primo caso (a) il pannello è sollecitato da uno sforzo normale di compres-
sione σEd, mentre nei restanti, oltre a quest’ultimo, vi è la presenza di un’azione la-
terale di taglio agente lungo il piano medio (b) o perpendicolarmente ad esso (c).
Le strutture in muratura ordinaria, ovvero non armata, resistono in maniera eccel-
lente al primo tipo di sollecitazioni, ma, a causa della loro debolissima resistenza a
trazione, esse dimostrano anche una scarsa propensione a resistere alle azioni la-
terali. Il peggioramento della resistenza è accentuato in base a quanto la sollecita-
zione laterale incida perpendicolarmente al piano medio.
Pertanto verranno riportate le modalità di rottura e le resistenze ottenibili nei due
casi estremi. I procedimenti proposti risultano comprovati sotto l’ipotesi che la
muratura abbia filari orizzontali e venga considerata come un solido omogeneo,
isotropo e privo di resistenza a trazione. Tale ipotesi per quanto drastica e irrispet-
tosa della reale natura del materiale fornisce una corretta lettura del comporta-
mento della muratura [31].

63
Capitolo 2

2.1.2. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti nel piano medio

Vengono ora presentate le modalità di crisi di un pannello sottoposto a compres-


sione verticale e spinta laterale parallela al piano medio. In questo caso la rottura
può avvenire secondo più modalità:
 Fessurazione diagonale
 Scorrimento
 Schiacciamento/Ribaltamento

[Link]. Meccanismo di rottura per Fessurazione diagonale (Shear cracking)


In questo caso le tensioni tangenziali agenti sulla parete, raggiungono il loro mas-
simo valore lungo l’asse geometrico verticale posto nella mezzeria del pannello,
mentre la tensione di compressione verticale è praticamente costante in tutti i
punti della sezione. La presenza simultanea di tensioni sia tangenziali che di com-
pressione può comportare una concentrazione delle stesse che conducono alla
creazione di lesioni a croce di sant’Andrea dovute a taglio – compressione nella pa-
rete muraria. Tali lesioni compaiono inizialmente nel centro della muratura, dove
le tensioni tangenziali e di compressione raggiungono il loro massimo valore [32].

Figura 44. Interpretazione circa la comparsa di lesioni dal centro del muro verso le estremità [33].

64
Progetto dei tiranti

Uno dei criteri presenti in letteratura per valutare la capacità ultima a taglio di una
parete con questo criterio è dovuto a Turnsek e Cacovic [34]. Esso è nato
dall’osservazione di numerose prove sperimentali [35] e si basa sull’assunzione
che la rottura avvenga quando la tensione principale di trazione, nella zona centra-
le del pannello, uguaglia la resistenza a trazione della muratura.

Figura 45. Confronto tra legge empirica e risultati sperimentali (Hendry, 1981).

In base alla teoria relativa al cerchio di Mohr possiamo descrivere la tensione prin-
cipale di trazione di un corpo soggetto a sforzo assiale e tangenziale, come:

  
2

 1  Ed   Ed     Ed   MPa
2
(2.1)
2  2 
Ponendo dunque  1  f w,tk e  Ed  f w,vk

2
     
2 2

 Ed     Ed     f w,vk  
2
 f w,tk
 2    2  
 

 Ed
2
 Ed
2
f 2
w,tk   f w,tk Ed    2 f w2,vk
4 4

65
Capitolo 2

f w,tk  f w,tk   Ed    2 f w2,vk

f w,tk  f w,tk   Ed    2 f w2,vk

f w,tk  Ed
f w,v k  1 [ MPa] (2.2)
 f w,tk

Se ora moltiplichiamo entrambi i membri per la sezione del pannello si ottiene il


taglio ultimo cui è sottoponibile il pannello.

f w,tk  Ed
Vw,V1k  Lt 1 [kN ] (2.3)
 f w,tk

fw,tk rappresenta la resistenza a trazione della muratura ed è un parametro di diffi-


cile individuazione perché non esistono prove con cui rilevare il suo valore. Inoltre
il valore della tensione principale di trazione al collasso non è costante dal momen-
to che la sua inclinazione rispetto all’orizzontale, diminuisce al crescere delle com-
pressioni, e a causa dell’anisotropia della muratura. Perciò le condizioni di collasso
per compressione e taglio devono essere definite da una superficie funzione di σ Ed,
fw,tk e θ che rappresenta l’inclinazione della direzione principale di compressione
[36]. Il problema andrebbe quindi risolto attraverso il metodo agli elementi finiti
come in [37].
La pratica edile necessita però di un approccio dotato di un minor onere computa-
zionale e in alternativa sono disponibili formule empiriche di comprovata attendi-
bilità. Proprio per questo la Circolare applicativa delle NTC 2008, al punto
C.[Link], individua il suo valore in:
f w,tk  1,5  f w,vk 0 [MPa] (2.4)

Il parametro fw,vk0 (resistenza a taglio in assenza di compressione) presenta il van-


taggio di avere un riscontro fisico più immediato rispetto alla tensione convenzio-
nale a trazione. Esso può essere infatti dedotto dalla tabella C8A.2.1 della circolare
applicativa relativa ai parametri meccanici di diverse tipologie di muratura. Inoltre
è ricavabile mediante prove sperimentali quali test di compressione diagonale (se-
condo norma ASTM E 519/10) su porzioni di muratura (di difficile esecuzione per
edifici esistenti), utilizzando la formula relativa al criterio di Turnsek e Cacovic :
 max
f w,vk 0  0,33 [ MPa] (2.5)
An
Ancora è possibile sfruttare prove su triplette regolate in base alla norma UNI EN
1052-3, le quali consentono di trovare la resistenza a taglio con un maggior fattore

66
Progetto dei tiranti

di sicurezza rispetto alla prova precedente [38]. Infine è possibile determinare la


resistenza a taglio in assenza di compressione mediante prove meccaniche effet-
tuate su carote estratte dal pannello, così come indicato in [39].
In alternativa all’approccio proposto dalla Circolare con la formula (2.4), Chinwah
in [40] e Schneider in [41], propongono di valutare la resistenza a trazione della
muratura come la somma della resistenza a taglio in assenza di compressione e di
un termine funzione del livello di compressione. Come vedremo questo porta a un
maggior fattore di sicurezza e a una descrizione più adesa al reale comportamento
del materiale.
f w,tk  f w,vk 0  0,05   Ed (2.6)

Conviene poi tornare all’equazione (2.3) per definire l’ultimo parametro rimasto
ovvero il coefficiente β. Il suo valore è funzione della snellezza della parete λM =
h/L (rapporto tra l’altezza del pannello h e la sua lunghezza L) e delle sue condi-
zioni di vincolo. Il suo scopo è quello di correlare l’equazione (2.3) con la possibile
crisi locale della muratura, dovuta alla distribuzione non uniforme del taglio.
In origine Turnsek e Sheppard proposero di adottare una distribuzione parabolica
e di uguagliare tale valore a 1,5, ma questo era corretto solo per quei pannelli
aventi una snellezza paragonabile al solido di De Saint Venant. La circolare applica-
tiva del 2009 suggerisce così di usare la formulazione proposta da Benedetti e To-
mazevic in [42]:

1,0 per   h / L  1,0



   per 1,0    h / L  1,5 (2.7)
1,5   h / L  1,5
 per

Prove di laboratorio hanno tuttavia dimostrato che l’equazione (2.7) è affetta da un


certo grado di approssimazione in quanto, per pannelli aventi snellezze inferiori a
1,5, i valori di β da essa ottenuti sono sensibilmente sottostimati portando, attra-
verso l’equazione (2.3), a una sovrastima del taglio ultimo resistente . Utilizzando i
risultati ottenuti per via numerica sono state definite nuove espressioni del coeffi-
ciente β al variare della snellezza e l’andamento di tale relazione ha permesso l’uso
di una formula approssimata più adesa al reale andamento del fattore di taglio β
[43]:

     1,0  V  1,0    (2.8)

Dove il coefficiente ψ è funzione dei vincoli superiore e inferiore della parete e ri-
sulta pari a 1,0 in caso di mensola e 0,5 in caso di doppio incastro. Si precisa però
che il criterio di rottura per fessurazione diagonale, fornisce una corretta interpre-
tazione del comportamento della muratura unicamente in caso di doppio incastro.

67
Capitolo 2

Esiste poi la possibilità che la lesione diagonale non si inneschi a gradino lungo i
giunti di malta, ma bensì, sia dovuta al superamento della resistenza a trazione nei
blocchi (fb,tk), specie quando questi risultano di scarsa qualità e la malta di ottima
fattura. Per valutare il taglio ultimo resistente in questo caso, all’interno di [44]
Mann e Muller propongono la seguente formula, molto simile all’equazione (2.3):

fb,tk  Ed
Vw,V 2k  Lt 1 [kN ] (2.9)
2,3 fb,tk

Il coefficiente di snellezza viene dunque amplificato e la resistenza a trazione della


muratura viene sostituita con quella dei blocchi, la quale risulta di più facile estra-
polazione rispetto alla precedente. Sperimentalmente si è notato che questa rela-
zione funziona bene per αv ≤ 1; per valori superiori la lettura del comportamento a
collasso diventa eccessivamente cautelativa [44].

[Link]. Meccanismo di rottura per Scorrimento (Sliding)


Il secondo meccanismo di rottura è quello per scorrimento, dove la porzione supe-
riore del pannello scorre su quella inferiore in seguito al collasso dei letti orizzon-
tali di malta. Dalle prove di laboratorio [43, 45] è possibile notare che questo tipo
di rottura si verifica maggiormente in caso di basso carico di compressione e nelle
zone di estremità della parete, ovvero quelle dove il momento flettente è maggiore.
Il criterio di rottura tradizionalmente utilizzato è quello di Mohr – Coulomb che
verrà meglio analizzato al punto [Link]. Secondo tale criterio, la tensione tangen-
ziale ultima viene espressa come somma di un termine costante c mb (detto coesio-
ne e assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di compressione fw,vk0) e di un
termine proporzionale alla tensione di compressione media nella sezione σEd [46].
f w,vk  cmb  f  Ed (2.10)

Il termine f prende il nome di coefficiente di attrito apparente ed esprime


l’influenza della tensione verticale di compressione sulla resistenza a taglio.

f  tan   (2.11)

Dove φ rappresenta l’angolo di attrito interno della muratura. Le NTC 2008 im-
pongono di utilizzare un valore di 0,4 per il coefficiente di attrito, ma bisogna far
notare che tale coefficiente non è in realtà costante. Il suo valore oscilla tra 0,3 e
0,8 [36] e per determinarlo con precisione si dovrebbero effettuare numerose pro-
ve di compressione diagonale inclinando i provini. Ad esempio si potrebbe utilizza-
re la tecnica descritta in [39].
La resistenza a taglio si calcola dunque come:

68
Progetto dei tiranti

f w,vk  f w,vk 0  0, 4 Ed [MPa] (2.12)

E se non sono presenti i giunti di testa:


f w,vk '  0,5 f w,vk 0  0, 4 Ed [MPa] (2.13)

Al fine di determinare il taglio ultimo resistente bisogna poi moltiplicare entrambi


i membri per l’area di base del pannello e dividere per il coefficiente di taglio β
precedentemente descritto.

Lt  f w,vk 0  0, 4 Ed 
Vw,V3k  [ MPa] (2.14)
1  V
Tuttavia bisogna considerare il fatto che la rottura potrebbe essere causata dalla
flessione. Per prevenire ciò si può utilizzare la resistenza a taglio trovata con
l’equazione (2.12) riferendola alla sezione non fessurata dal momento flettente
[46]. La lunghezza di tale sezione è in genere calcolata omettendo il contributo a
trazione dato dai letti di malta e assumendo una distribuzione semplificata delle
compressioni, in genere lineare. Se queste ipotesi sono valide la lunghezza della
sezione non fessurata, LC, è calcolata in funzione dell’eccentricità del carico vertica-
le e vale:

L e L/6

LC    1 VEd  [ m] (2.15)
 L  3  2  N V   L L/6e L/2
  Ed 
E di conseguenza l’azione resistente offerta dalla muratura è pari a

 Lt  f w,vk 0  0, 4 Ed 
e  L / 6
 1  V

Vw,V3k  1 V  [ MPa] (2.16)
 Lt  3   Ed V    f w,vk 0  0, 4 Ed 
L  e  L  2 N Ed 
 6 2 1  V

Come prescritto dalle NTC 2008, il valore di fw,vk non può comunque essere mag-
giore di 1,4 fb,ck, dove fb,ck indica la resistenza a compressione degli elementi nella
direzione di applicazione della forza, né maggiore di 1,5 MPa. Oppure, come propo-
sto dall’Eurocodice 6, non può essere maggiore di 0,065 fw,ck [47].

69
Capitolo 2

[Link]. Meccanismo di rottura per Schiacciamento/Ribaltamento (Rocking


failure)
Le azioni laterali agenti sul pannello murario inducono un momento flettente che
varia lungo la lunghezza della parete. Questo produce tensioni normali di trazione
e di compressione che risultano massime alla base della parete nelle zone di
estremità.
Se le tensioni di compressione superano la resistenza a compressione della mura-
tura si verifica uno schiacciamento in corrispondenza della parte compressa della
sezione trasversale della parete. Allo stato limite ultimo la condizione di rottura
può sopraggiungere secondo due casi: nel primo il pannello subisce una lesione a
causa degli sforzi di trazione, mentre nel secondo no.

Figura 46. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione.

Si consideri il primo caso dove, per piccoli valori dell’azione di compressione, si ve-
rifica la rottura nella regione B del pannello, dopo il lesionamento della porzione A.
In riferimento alla Figura 46 si ponga l’equilibrio alla traslazione verticale [33]:

L 
2    e  t   f w,ck   Ed  Lt
2 
Sapendo che l’eccentricità della risultante delle forze NEd è pari a:

70
Progetto dei tiranti

M Ed VEd  h  Ed  hLt  Ed
e    h
N Ed N Ed  Ed  Lt  Ed
Si sostituisce la sua formulazione nella precedente equazione di equilibrio vertica-
le e si ottiene:
 Ed
 f w, ck Lt   f w, ck t 2   h   Ed  Lt
 Ed
 Ed 2 f w, ck t h   f w, ck Lt Ed   Ed
2
 Lt
 f w, ck Lt Ed   Ed 2
 Lt
 Ed 
2 f w, ck t h

 Ed   
 Ed  L 1  Ed
  (2.17)
2 h   f w, ck 
In condizioni di crisi incipiente è possibile uguagliare la tensione tangenziale ulti-
ma con la resistenza taglio, ovvero τEd = fw,vk.

 Ed   Ed 
f w,vk  1   [ MPa] (2.18)
2V   f w,ck 
Dove il coefficiente κ semplifica la distribuzione degli sforzi di compressione in
corrispondenza dello spigolo attraverso l’uso di uno stress-block con κ =0,85.
Si consideri invece il caso in cui, per grandi valori dello sforzo di compressione σ Ed,
si arriva al collasso per compressione nella porzione B, senza che si lesioni la parte
in A. Questo accade non perché si ipotizza l’esistenza di una resistenza a trazione
nella muratura, ma perché la risultante dei carichi cade all’interno del terzo medio
della sezione (e < L/6). Bisogna però ricordare che anche nella situazione di sezio-
ne non parzializzata, le NTC 2008 impongono di ridurre la resistenza caratteristica
a compressione mediante il coefficiente κ =0,85.
Poniamo allora l’equilibrio alla traslazione verticale riferendoci alla Figura 47.
N Ed M Ed N V  h L
B   y  Ed  Ed 3    Ed  6V Ed
AW I yy Lt tL 2
12
Che al collasso diventa:
 f w, ck   Ed
f w, vk  [ MPa]
6V

71
Capitolo 2

Figura 47. Meccanismo di rottura per schiacciamento senza formazione di lesione.

L’azione resistente al taglio è dunque pari a:

  f w, ck   Ed
e  L / 6 Lt
6V

Vw,V 4 k  [ MPa] (2.19)
L  e  L    
6
Lt Ed 1  Ed 
 2 2V   f w, ck 
Le NTC 2008 propongono invece una verifica basata sul confronto tra il momento
flettente agente nel piano della parete e quello resistente valutato in base alla se-
guente formula:

 Ed   Ed 
M Rd  L2t 1   (2.20)
2  0,85 f w, ck 

Ricordando il rapporto che lega il momento flettente ultimo con il taglio ultimo,
ovvero M Rd  VRd  h , è possibile osservare che tale equazione risulta uguale alla
seconda della (2.19). Le NTC 2008 scartano dunque l’ipotesi di sezione non fessu-
rata, in quanto per tale condizione è più probabile che si realizzino le precedenti
rotture.
Tuttavia pur non pervenendo allo schiacciamento della muratura si potrebbe veri-
ficare il ribaltamento del pannello in corrispondenza di B. Questo a causa

72
Progetto dei tiranti

dell’eccessiva parzializzazione della sezione che porterebbe l’asse neutro in pros-


simità del bordo compresso con un progressivo degrado della rigidezza fino
all’incapacità di sostenere ulteriori incrementi di carico. Tale meccanismo può av-
venire secondo modalità differenti a seconda della qualità dei componenti. Nel ca-
so di una muratura realizzata con malta di buona qualità il pannello si comporta
come descritto in precedenza e ruota come un blocco rigido intorno a uno spigolo
di base (Figura 48 A). In presenza di malta scadente o in caso di pannelli tozzi, il
collasso avviene tramite il distacco e la rotazione di una porzione di parete delimi-
tata da una direzione inclinata. Il valore del taglio ultimo per ribaltamento si può
calcolare risolvendo un problema di analisi limite relativo a meccanismi parziali
come quelli indicati in Figura 48 B/C. Ovviamente il verificarsi di tali meccanismi
parziali riduce il taglio ultimo del pannello murario [48].

Figura 48. Meccanismi di ribaltamento: A - Blocco rigido, B/C - Parziali

Questa situazione si verifica quando la risultante delle compressioni NEd è posizio-


nata oltre la base L della parete, ovvero quando l’eccentricità è maggiore di L/2, ma
in caso di pannelli sollecitati parallelamente al piano medio risulta abbastanza ra-
ro.

73
Capitolo 2

[Link]. Confronto delle modalità di rottura


Se si esclude momentaneamente l’ultimo meccanismo di collasso presentato, in ca-
so di murature aventi filari orizzontali, qualunque sia il tipo di lesione (scorrimen-
to o fessurazione diagonale), si arriva al medesimo meccanismo di collasso. In ogni
caso infatti, la parte superiore del pannello scorre su quella inferiore e a questo si
oppone maggiormente la resistenza della malta presente nei filari orizzontali. I
giunti di testa, spesso non presenti, hanno infatti un minor peso nel meccanismo
resistente.
Volendo riassumere è possibile dire che la rottura per taglio del pannello può ma-
nifestarsi in modi diversi in relazione alla qualità del legante rispetto al blocco, del-
la geometria del pannello, dei suoi vincoli ed in funzione del carico verticale agen-
te. In particolare è utile osservare che la rottura per scorrimento orizzontale lungo
i corsi di malta si verifica per bassi valori del carico verticale di compressione e
nelle zone di estremità della parete. Queste infatti sono maggiormente soggette ad
una contemporanea azione di flessione che parzializza la sezione riducendo così
l’area resistente. La rottura di tipo diagonale è quella che si realizza maggiormente
poiché è causata da medi e alti livelli di compressioni, da una malta di qualità simi-
le a quella dei blocchi (murature storiche) e da geometrie tozze del pannello (0,5 <
λ < 1,5).
Tutte queste affermazioni sono riscontrabili nei prossimi grafici, all’interno dei
quali sono riportati i valori dell’azione resistente a taglio determinata attraverso le
formule mostrate in precedenza. L’analisi è stata eseguita su un maschio murario a
due teste, incastrato alle estremità, costituito da mattoni pieni e malta di calce e
dotato delle seguenti caratteristiche meccaniche:
f w, ck  5,20  MPa  f w,v k lim  0,13  MPa 
f w,v k 0  0,13  MPa  E  1800  MPa 
fb , ck  18,00  MPa  fb ,tk  0,90  MPa 
Si è scelto di mostrare l’azione resistente determinata tramite:
1. Il criterio di rottura per scorrimento come prescritto dalle NTC 2008 (linea
rossa continua) attraverso l’equazione (2.16) nell’ipotesi di sezione inte-
ramente reagente;
2. Il criterio di rottura per fessurazione diagonale della muratura come pre-
scritto dalla circolare applicativa del 2009 attraverso la formula (2.3);
3. Il criterio di rottura per fessurazione diagonale della muratura utilizzando
però gli accorgimenti descritti nelle formule (2.6) e (2.8);
4. Il criterio di rottura per fessurazione diagonale dei blocchi utilizzando
l’equazione (2.9);

74
Progetto dei tiranti

5. Il criterio di rottura per schiacciamento descritto nelle NTC 2008 attraver-


so l’equazione (2.19), nell’ipotesi di sezione fessurata;
6. Il limite della resistenza a taglio dettato dall’Eurocodice 6.
Per cogliere meglio gli aspetti del problema, si è scelto di replicare tre volte
l’analisi facendo variare la lunghezza del pannello, di modo da ottenere diversi li-
velli di snellezza. I grafici si riferiscono quindi a murature aventi rispettivamente
un coefficiente λ pari a 2,00 - 1,20 – 0,60.

Figura 49. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 2,00.

Visionando i grafici è possibile notare che il criterio di rottura per schiacciamento è


poco utile se non nel caso di elevata snellezza o di compressioni verticali talmente
basse da risultare quasi impossibili nella pratica. Inoltre il limite posto alla resi-
stenza a taglio dall’Eurocodice 6 è significativo solo per l’azione resistente deter-
minata dal primo criterio.
Se si focalizza l’attenzione sulle azioni resistenti determinate tramite le normative
nazionali è possibile vedere che il criterio della fessurazione diagonale della mura-
tura si impone sullo scorrimento orizzontale al crescere dell’azione di compressio-
ne. Rispetto a quanto affermato in precedenza sembrerebbe che il punto di scam-
bio tra i due, trasli verso le minori compressioni al diminuire della snellezza. Que-
sto però è il contrario di quello che succederebbe realmente siccome è stata consi-
derata una sezione interamente soggetta a compressione.

75
Capitolo 2

Figura 50. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 1,20.

Figura 51. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 0,60.

76
Progetto dei tiranti

Ad ogni modo, come proposto da Tomazevic in [35], il secondo criterio offre una
miglior lettura dell’azione resistente ultima nell’arco di compressioni proprie della
pratica edile. Un perfezionamento di quest’ultimo avviene con il terzo e il quarto
criterio, dove gli accorgimenti proposti da numerosi autori, permettono un mag-
gior grado di sicurezza accompagnato da una più conscia e corretta lettura del rea-
le comportamento della muratura. In particolare il terzo criterio adotta una resi-
stenza a trazione che, calcolata in base al livello di compressione agente, permette
di risolvere la sovrastima del taglio resistente alle basse compressioni effettuata
dal secondo criterio.

77
Capitolo 2

2.1.3. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti fuori dal piano medio

Quando il pannello è soggetto a una spinta laterale ortogonale al suo piano medio
la rottura avviene principalmente secondo un meccanismo di schiacciamento o ri-
baltamento simile a quello precedentemente descritto. Al punto [Link] le NTC
2008 propongono una verifica semplificata di questo stato tensionale che si basa
su una verifica a compressione. Il procedimento prevede di ridurre la resistenza in
funzione della snellezza del pannello e dell’eccentricità con cui agiscono i carichi.
In alternativa, al punto [Link].2, sempre le NTC propongono di calcolare il momen-
to ultimo resistente in maniera molto simile al caso di collasso per pressoflessione
di una parete sollecitata nel suo piano medio. Similmente a quanto visto al punto
[Link] e all’equazione (2.20) si assume un diagramma delle compressioni rettan-
golare con uno stress-block pari a 0,85 e si trascura la resistenza a trazione. Il valo-
re del momento resistente può essere dunque calcolato come:

 Ed   Ed 
M Rd  Lt 2 1    M Ed  kNm (2.21)
2  0,85 f w, ck 

Figura 52. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione.

Questa risoluzione non permette però di analizzare la situazione né di confrontare


l’azione resistente ottenibile con le precedenti. Per questo motivo si procede a de-

78
Progetto dei tiranti

terminare il valore dell’azione resistente a taglio, ponendo, similmente a quanto


fatto in precedenza, l’equilibrio alla traslazione verticale in relazione allo schema
di Figura 52.

t 
2    e  L   f w, ck   Ed  Lt (2.22)
2 
Sapendo che l’eccentricità della risultante delle forze NEd è pari a:
M Ed VEd  h  Ed  h Lt  Ed
e    h
N Ed N Ed  Ed  Lt  Ed
Si sostituisce la sua formulazione nella precedente equazione di equilibrio vertica-
le e si ottiene:
 Ed
 f w, ck Lt   f w, ck L 2   h   Ed  Lt
 Ed
 Ed 2 f w, ck L h   f w, ck Lt Ed   Ed
2
 Lt
 f w, ck Lt Ed   Ed
2
 Lt
 Ed 
2 f w, ck L h

 Ed   
 Ed  t 1  Ed  (2.23)
2 h   f w, ck 
Se si osserva attentamente quest’ultima equazione e la si mette a confronto con la
(2.17), scritta per una spinta laterale parallela al piano medio, è possibile notare
che le due differiscono soltanto per il denominatore, dove, in luogo della lunghezza
L del pannello è ora presente il suo spessore t. E’ allora possibile affermare che sic-
come L ≫ t, a parità di geometria e carichi, una muratura, sottoposta a un’azione
laterale parallela al suo piano medio, sarà in grado di raggiungere una tensione
tangenziale ultima maggiore, rispetto a quella raggiungibile qualora la spinta agi-
sca perpendicolarmente ad essa. Questo è il motivo del perché convenga riportare
le azioni laterali verso i rispettivi muri di controvento, mediante l’utilizzo di solai
rigidi e opportunamente vincolati alle pareti.
In aggiunta a ciò, è doveroso sottolineare che, siccome lo spessore di un pannello è
in genere molto inferiore alla sua lunghezza, aumenta considerevolmente il rischio
di ribaltamento rispetto al caso precedente, dove le azioni laterali agivano paralle-
lamente al piano medio. Come già accennato, è possibile determinare il taglio ulti-
mo resistente mediante un’analisi limite in un cui si ipotizza l’innesco del meccani-
smo di ribaltamento attorno a una cerniera plastica. I casi possono essere molte-
plici, perché molteplici sono gli schemi statici che si presentano, ma è possibile
chiarire la forma del problema mediante l’esempio riportato nella Figura 53-a. In

79
Capitolo 2

essa è riportata la sezione di un pannello vincolato alla base e sottoposto alla risul-
tante delle azioni di compressione NEd nella mezzeria del suo spessore e alla risul-
tante delle azioni laterali VEd alla sua sommità.

Figura 53. Schema di ribaltamento per pannello fissato alla base.

Tralasciando gli effetti del second’ordine, è possibile determinare la condizione di


instabilità, ipotizzando la formazione di una cerniera plastica alla base e ponendo
l’equilibrio alla rotazione in questo punto.
t
VEd h  N Ed
2
Siccome il momento è pari al prodotto della forza per il suo braccio è possibile
scrivere la seguente relazione M Ed  VEd h e sostituirla nella precedente equazio-
ne.
t
M Ed  N Ed
2
L’eccentricità con cui agisce la risultante delle forze interne è pari a e  M Ed N Ed e
pertanto la condizione di instabilità di manifesta quando:
t
e (2.24)
2
Tale condizione può anche essere espressa in funzione della spinta laterale VEd:

80
Progetto dei tiranti

t
VEd  N Ed (2.25)
2h

Figura 54. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 1,20.

Nel grafico di Figura 54 sono stati riportati i valori dell’azione resistente a taglio
per un pannello vincolato a terra come una mensola e avente le medesime caratte-
ristiche meccaniche di quelli introdotti al punto [Link]. In un caso si è ipotizzato
che la spinta laterale agisse normalmente al piano medio della parete, mentre
nell’altro che essa agisse in direzione parallela. Dal confronto tra le due, emerge la
necessità di riportare l’azione laterale verso i muri di controvento.
Osservando la Figura 53-c è poi possibile intuire il contributo alla stabilità che i ti-
ranti possono offrire. Per farlo è sufficiente porre ancora una volta l’equilibrio alla
rotazione intorno alla cerniera plastica.
t
VEd h  N Ed  TEd hC
2
e determinare così la seguente condizione di instabilità:
t h
VEd  N Ed  TEd C (2.26)
2h h

81
Capitolo 2

che rispetto alla precedente, definita dall’equazione (2.25), garantisce un maggior


livello di sicurezza contro il ribaltamento. Ciò a patto che l’azione laterale V Ed sia
permanente e non temporanea, altrimenti in sua mancanza l’azione T Ed da stabiliz-
zante diventerebbe instabilizzante.
Da tale considerazione discende una prima indicazione sulla filosofia progettuale
con cui disporre i tiranti; se questi vengono disposti per prevenire il ribaltamento
dei pannelli in caso di evento sismico, bisognerà contenerne il pretensionamento
in modo che non sia esso stesso causa di un preventivo ribaltamento. Mentre in ca-
so di catene atte a contenere l’azione laterale di strutture spingenti, è bene che la
pretensione di trazione presente nel tirante sia calcolata sulla base dei soli carichi
permanenti.

82
Progetto dei tiranti

2.2. Presidi tesi ad incatenare la struttura


2.2.1. Introduzione

In questo capitolo viene affrontato il dimensionamento dei tiranti quando lo scopo


della loro applicazione consiste nel conferire un maggior comportamento scatolare
all’edificio e/o nel prevenire le diverse modalità di collasso locale o globale che
possono incorrere.
L’uso di catene metalliche non è in grado di raggiungere aprioristicamente il pri-
mo, il secondo o entrambi gli obbiettivi proposti, in quanto ciò è possibile solo in
relazione alle caratteristiche della struttura e alle sollecitazioni a cui essa è sotto-
posta. Un comportamento di tipo scatolare e dunque la possibilità di redistribuire
le azioni laterali verso i pannelli ad esse paralleli, è infatti attuabile solo in presen-
za di un solaio sufficientemente rigido. La presenza o meno di quest’ultimo varierà
poi i criteri di dimensionamento e verifica in base al tipo si sollecitazioni presenti,
se di tipo statico o dinamico.
Tra le azioni statiche sono comprese le spinte esercitate da particolari schemi
strutturali (come ad esempio le coperture spingenti, la presenza di materiali sciolti
insilati, la pressione delle terre) o le azioni causate da cedimenti delle fondazioni.
Le prime si inquadrano nel contesto di annullamento della spinta e verranno trat-
tate al capitolo 2.3, mentre la risoluzione delle seconde mediante l’utilizzo di tiran-
ti risulta un argomento poco, se non per nulla, trattato sia dalle norme tecniche che
dalla letteratura scientifica. Questo perché il presidio non consente di risolvere la
causa del dissesto, ma soltanto le conseguenze. Inoltre diventa difficile stabilire
una corretta e realistica procedura di dimensionamento dei tiranti, in quanto non
risulta possibile definire la reale entità delle sollecitazioni in gioco, poiché la fessu-
razione dei pannelli innesca nella muratura, dei meccanismi resistenti ausiliari di
difficile implementazione nel modello di calcolo.
Visto e considerato che nella maggior parte dei casi non si è poi in grado di stabili-
re il progredire dei cedimenti e che l’utilizzo di tiranti consente di migliorare solo il
comportamento ultimo e non quello in esercizio, tale presidio assume maggior si-
gnificato nel campo delle opere a carattere provvisionale e urgente, come quelle
messe in campo per evitare il crollo di edifici in seguito ai cedimenti causati da un
evento sismico. All’interno di questa macro area di interventi figura sì l’utilizzo di
tiranti e cerchiature metalliche (Figura 56), ma l’urgenza con cui è necessario in-
tervenire, fa passare in secondo piano il tema di una progettazione accurata grazie
all’utilizzo di alti coefficienti di sicurezza. Pertanto si è deciso di non trattare il di-
mensionamento dei tiranti in caso di sollecitazioni indotte dai cedimenti del terre-
no, ma per maggiori delucidazioni a riguardo, si consiglia di visionare [49].

83
Capitolo 2

La normativa e la letteratura scientifica si concentrano maggiormente sulla verifica


delle murature in seguito alle sollecitazioni dinamiche provocate da un evento si-
smico. In questo caso, se l’edificio è dotato di solai sufficientemente rigidi, esso sa-
rà in grado si redistribuire tali sollecitazioni al suo interno e pertanto, le norme
consentono di effettuare una verifica globale della struttura e una verifica semplifi-
cata dei meccanismi fuori piano che coinvolgono i pannelli. Entrando nello specifi-
co di tali verifiche sarà dunque possibile effettuare il dimensionamento dei tiranti
affinché garantiscano il necessario vincolo bilatero tra parete e orizzontamento.
Qualora i solai siano deformabili o la struttura non presenti un chiaro comporta-
mento d’insieme, le NTC 2008 consigliano invece di vagliare la stabilità e la resi-
stenza mediante un numero sufficiente di verifiche locali su singole porzioni di
muratura. Anche in questo caso l’analisi dei procedimenti proposti consentirà di
effettuare il dimensionamento.

Figura 55. Esempio di meccanismo locale per


flessione verticale dovuto a un in-
sufficiente ammorsamento della
parete al solaio [50].

Figura 56. Esempio di utilizzo dei tiranti quali


opere provvisionali atte a contenere i cedimenti
delle fondazioni, Amsterdam.

84
Progetto dei tiranti

2.2.2. Modalità di analisi in caso di solai rigidi

Come già affermato, in caso di solai sufficientemente rigidi nel loro piano medio,
l’azione orizzontale inerziale delle pareti e dei carichi da esse portati vengono tra-
sferite da queste alle pareti trasversali attraverso gli orizzontamenti.
Il valore di rigidezza da raggiungere è difficilmente quantificabile numericamente,
ma al punto 7.2.6, le NTC 2008 affermano che “gli orizzontamenti possono essere
considerati infinitamente rigidi nel loro piano, a condizione che siano realizzati in
cemento armato, oppure in latero-cemento con soletta in c.a. di almeno 40 mm di
spessore, o in struttura mista con soletta in cemento armato di almeno 50 mm di
spessore collegata da connettori a taglio opportunamente dimensionati agli elementi
strutturali in acciaio o in legno e purché le aperture presenti non ne riducano signifi-
cativamente la rigidezza”.
L’ulteriore condizione necessaria a permettere questo tipo di comportamento è la
presenza di un buon vincolo bidirezionale solaio-parete in grado di trasferire le
azioni senza che avvenga il punzonamento della muratura o la prematura rottura
del dispositivo di connessione stesso. La normativa tecnica non specifica alcun tipo
di soluzione, mentre la letteratura in commercio presenta numerose soluzioni in
grado di effettuare tale collegamento in maniera più o meno efficace. Al punto
[Link] sono state presentate in Figura 42 le soluzioni proposte da M. Pisani, men-
tre ora verranno riportate le modalità di vincolo ritenute efficaci dalla Kipendoff
Engineering:
I. cordoli in calcestruzzo armato;
II. rete elettrosaldata risvoltata sulla parete;
III. rete elettrosaldata collegata alla parete con ferri disposti a coda di rondine;
IV. capochiave e tirante metallico ancorato a travi in legno o in acciaio;
V. capochiave e tirante metallico annegato nella cappa in calcestruzzo;
VI. profilo metallico continuo ancorato alla muratura e al solaio.

85
Capitolo 2

Figura 57. Soluzioni efficaci per effettuare il vincolo bidirezionale del solaio [51].

Mentre le tecniche proposte in Figura 42 sono ritenute affidabili da chi scrive, bi-
sogna precisare che la I è difficilmente applicabile negli edifici esistenti, mentre la
II offre una scarsa resistenza. Tra le altre brillano sicuramente per possibilità di
utilizzo su strutture esistenti, efficacia e possibilità di dimensionamento, quelle che
prevedono la disposizione di barre annegate nella cappa in calcestruzzo e vincolate
alla muratura mediante l’inghisaggio o l’utilizzo di capichiave metallici.
Se le condizioni di vincolo e rigidezza sono assolte è possibile eseguire un’analisi
globale della struttura, in base alle limitazioni descritte al punto [Link] e alla con-
troparte presente nella circolare applicativa, secondo quattro diversi metodi:
 analisi statica lineare,
 analisi statica non lineare,
 analisi dinamica lineare,
 analisi dinamica non lineare.
Nell’ipotesi di infinita rigidezza nel piano dei solai, il modello può essere costituito
dai soli elementi murari continui dalle fondazioni alla sommità, collegati ai soli fini
traslazionali alle quote dei solai (modello a mensole di Figura 58). In alternativa,
gli elementi di accoppiamento fra pareti diverse, quali travi o cordoli in cemento
armato e “travi in muratura” (qualora efficacemente ammorsate alle pareti me-
diante cordoli o tiranti), possono essere considerati nel modello, a condizione che

86
Progetto dei tiranti

le verifiche di sicurezza vengano effettuate anche su tali elementi (modello a telai


di Figura 58).

Figura 58. Modello a mensola (sinistra) e "a telai" (destra).

Figura 59. Esempio di schematizzazione 3D per l'analisi Push-Over di un edificio in muratura [52].

In base alle sollecitazioni ottenute si procede con la verifica a taglio e pressofles-


sione nel piano dei singoli maschi murari, mentre per quanto riguarda la verifica
dei meccanismi fuori piano, al punto [Link].2, la normativa afferma che “Le verifi-
che fuori piano possono essere effettuate separatamente, e possono essere adottate le
forze equivalenti indicate al § 7.2.3 per gli elementi non strutturali, assumendo qa = 3.
Più precisamente l’azione sismica ortogonale alla parete può essere rappresentata
da una forza orizzontale distribuita, pari a SaγI/qa volte il peso della parete nonché
da forze orizzontali concentrate pari a SaγI/qa volte il peso trasmesso dagli orizzon-

87
Capitolo 2

tamenti che si appoggiano sulla parete, qualora queste forze non siano efficacemente
trasmesse a muri trasversali disposti parallelamente alla direzione del sisma.”
E’ doveroso precisare che in tale risoluzione appare scorretto permettere la pre-
senza di forze orizzontali concentrate dovute al peso di orizzontamenti non effica-
cemente trasmessi alle pareti trasversali, perché se queste fossero presenti, non
sarebbe realistico supporre che la struttura abbia un chiaro comportamento
d’insieme e pertanto non sarebbe corretto applicare un’analisi globale e nemmeno
la verifica semplificata in questione, ma sarebbe più giusto eseguire un’analisi dei
meccanismi locali di collasso. Un esempio di ciò è fornito dalla Figura 55 dove
l’insufficiente vincolo bidirezionale tra il solaio e la parete ha provocato un mecca-
nismo di ribaltamento locale per flessione verticale.
Pertanto si assume la presenza di adeguati vincoli bilateri da dimensionare a po-
steriori e, in base a quanto espresso al punto 7.2.3 dove vengono descritti i criteri
di progettazione di elementi strutturali secondari e non strutturali, è possibile ese-
guire la verifica dei meccanismi fuori piano secondo lo schema riportato nella figu-
ra sottostante.

Wa  w  L  h  t  kN  (2.27)

Sa  Wa
Fa   kN  (2.28)
qa
Fa
pa   kN / m (2.29)
h

ag S  3 1  Z h '  aS
Sa    0,5   g
g  1  1  Ta T1  2

 g
(2.30)

m
Ta  2 [ s]
k

Figura 60. Schema di verifica

Dove:
Wa è il peso dell’elemento;
w è il peso specifico dell’elemento;
L è la lunghezza della parete;

88
Progetto dei tiranti

h è l’altezza della parete;


Fa è la forza sismica orizzontale agente al centro di massa dell’elemento
non strutturale nella direzione più sfavorevole;
Sa è l’accelerazione massima, adimensionalizzata rispetto a quella di gravi-
tà, che l’elemento strutturale subisce durante il sisma e corrisponde allo
stato limite in esame (v. § 3.2.1);
qa è il fattore di struttura dell’elemento da porre uguale a 3;
ag è l’accelerazione orizzontale massima del sito;
g è l’accelerazione di gravità;
S è il coefficiente che tiene conto della categoria di sottosuolo e delle con-
dizioni topografiche secondo quanto riportato nel § [Link].1 delle NTC;
Ta è il periodo fondamentale di vibrazione dell’elemento non strutturale
(strutturale secondario) che può essere posto pari a 0 se il pannello ri-
spetta i limiti geometrici imposti dalla tabella 7.8 II delle NTC;
T1 è il periodo fondamentale di vibrazione della costruzione nella direzione
considerata (da determinare anche con formule semplificate);
Z è la quota del baricentro dell’elemento non strutturale misurata a parti-
re dal piano di fondazione (v. § 3.2.2);
h’ è l’altezza della costruzione misurata a partire dal piano di fondazione.

Successivamente è possibile calcolare il momento massimo agente come:

pa h2
M Ed   kNm
8
e confrontarlo con il momento resistente calcolato in base al punto [Link].3 delle
NTC 2008 secondo l’equazione (2.21) già presentata al punto 2.1.3:

 Ed   
M Rd  Lt 2 1  Ed
  M Ed  kNm
2  0,85 f w, ck 
La reazione vincolare TEd,1, riportata nello schema di Figura 60 e determinata in
base all’equazione (2.31),
pa h
TEd ,1   kN  (2.31)
2
corrisponde alla sollecitazione a cui il vincolo bilatero dovrà essere in grado di re-
sistere. Inoltre, se presenti, bisogna considerare il contributo determinato
dall’azione inerziale di pannelli superiori o inferiori.
È bene tenere presente che l’effetto di ritegno esercitato dai capichiave sulla mura-
tura diminuisce all’aumentare della distanza tra il primo e il punto della muratura
in cui l’azione di ritegno viene misurata. In questo senso lo schema di verifica bi-
dimensionale ha dei limiti, in quanto non contempla un parametro che rappresenti

89
Capitolo 2

il passo tra i tiranti nelle equazioni di verifica. Si corre dunque il rischio di riuscire
sì a dimensionare un capochiave per l’effettiva entità della sollecitazione, ma di
non prevenire però il possibile collasso della muratura a causa dell’eccessiva di-
stanza tra le chiavarde. Di quanto affermato viene fornito un esempio con la figura
sottostante. I capichiave 1 e 2 possono infatti essere dimensionati in base al carico
a cui sono soggetti, poiché basterà garantire che essi non collassino per una crisi
dell’acciaio o per il punzonamento della muratura (cfr. capitolo 3), tuttavia l’aver
scongiurato la crisi per punzonamento non consente di ammettere che la porzione
di muratura compresa tra i due capichiave sia efficacemente vincolata al solaio
(non esiste infatti alcuna prova di laboratorio o teorica). Pertanto lo schema statico
“a” riportato in Figura 61 non è in grado di interpretare adeguatamente la reale si-
tuazione tensionale presente nella sezione AA’, ma sarebbe più corretto adottare lo
schema “b”. L’aumento della lunghezza di libera inflessione dello schema porta ad
un aumento del momento flettente e dunque a una possibile crisi del pannello per
flessione verticale descritta nella parte destra di Figura 61 (esempio in Figura 55).

Figura 61. Collasso per eccessiva distanza dei tiranti.

Una teoria con cui dimensionare il passo dei tiranti si basa sulla ragionevole ipotesi
che una forza concentrata e applicata a un ammasso murario si distribuisca al suo
interno secondo un’inclinazione di 45° lungo l’orizzontale (vedi punto [Link]). In
base a tale ipotesi è possibile disporre delle barre inghisate nella muratura (secon-
do lo schema di Figura 64) in modo che il passo con cui sono posizionate permetta
di assoggettare tutta la sezione di muratura in esame all’azione di ritegno esercita-
ta. In tal caso il passo sarebbe dunque pari a due volte la proiezione orizzontale
della lunghezza di inghisaggio delle barre all’interno della muratura.

90
Progetto dei tiranti

Figura 62. Schema per determinare il passo dei tiranti.

Tale soluzione risulta, a giudizio dell’autore, fortemente a favore di sicurezza, in


quanto, l’inclinazione di 45° sull’orizzontale rappresenta l’ipotetica linea di frattu-
ra dovuta al punzonamento della muratura (cfr. capitolo [Link]). Se tale crisi risul-
tasse scongiurata, l’area di influenza dell’azione di ritegno crescerebbe di una
quantità tuttavia non definibile a causa dell’assenza di una teoria a riguardo o di
specifiche prove di laboratorio.
Un procedimento meno restrittivo per definire il passo dei tiranti parte dall’analisi
di una sezione orizzontale di una porzione di struttura muraria. In riferimento allo
schema di Figura 63 è possibile osservare che se il pannello 2 è confinato su en-
trambi i lati del suo piano medio da pareti complanari sufficientemente rigide o di
tiranti paralleli al suo piano medio, al suo interno può instaurarsi un meccanismo
resistente “ad arco”, in quanto la spinta laterale indotta da tale meccanismo può
essere assorbita.

Figura 63. Possibile meccanismo resistente dovuto a un effetto arco.

91
Capitolo 2

Sotto tale ipotesi e con riferimento allo schema di Figura 64 è allora possibile pro-
gettare il passo dei tiranti verificando che la porzione di muratura compresa tra
due tiranti non collassi per instabilità o superamento della resistenza a compres-
sione. L’analisi va effettuata studiando l’elemento come una piattabanda e verifi-
cando sia che la funicolare dei carichi resti contenuta nel profilo della parete sia
che le tensioni assiali indotte dal meccanismo resistente non superino la resistenza
a compressione del materiale. Inoltre è necessario dimensionare il tirante parallelo
al piano medio del pannello (se quest’ultimo è presente) affinché sia in grado di
contenere la spinta H esercitata dal meccanismo.

Figura 64. Schema per il dimensionamento del passo dei tiranti.

Infine è possibile dimensionare i tiranti ortogonali alla parete secondo lo schema


di Figura 60, affinché siano in grado di garantire il necessario vincolo bilatero per
la lunghezza L di muratura di rispettiva pertinenza.

92
Progetto dei tiranti

[Link]. Esempio
Viene riportato ora un esempio che chiarisca maggiormente la teoria espressa al
punto precedente per quanto riguarda il calcolo del passo tra le chiavarde median-
te uno schema resistente ad arco. Si immagini quindi di consolidare la parete di un
edificio in muratura, mediante l’ apposizione di tiranti che garantiscano il necessa-
rio vincolo bilatero tra la parete e il solaio in laterocemento, secondo il passo ipo-
tizzato in Figura 65.

Figura 65. Disposizione dei tiranti.

Dati del problema:


Materiale: Mattoni pieni e malta di calce aerea
Res. a compressione fw,ck = 2,4 N/mm2
Lunghezza LP = 4 m
Altezza interpiano H= 4 m
Altezza edificio H’ = 18 m
Altezza baricentro della parete in esame Z = 14 m
Spessore t = 0,5 m
Peso specifico γP = 18 kN/m³
Input sismico:
Località: L’Aquila
Accelerazione di picco ag = 0,2607
Amplificazione spettrale F0 = 2,364
Periodo di inizio del tratto a velocità costante TC* = 0,347
Categoria di sottosuolo D
Categoria topografica T3
Vita nominale 50 anni
Classe d’uso II
Fattore di struttura qa = 3,00
Livello di conoscenza LC2 FC = 1,20
Si procede ora con la verifica del passo ipotizzato secondo lo schema resistente ad
arco mediante il software Arco di Piero Gelfi [53]. Al suo interno viene schematiz-

93
Capitolo 2

zata la porzione di muratura posta tra due chiavarde come una piattabanda priva
di rinfianco, freccia quasi nulla (posta pari a 0,01 m per esigenze del software), pe-
so specifico nullo e sottoposta solo al carico variabile distribuito causato dalla for-
za inerziale indotta dal peso della parete.
Nel calcolo si considera una profondità (d) dell’arco pari a un metro e si amplifi-
cherà l’azione presente mediante un fattore correttivo (H/d) che tenga conto di
come le forze di massa siano distribuite sull’altezza dell’intero piano e non solo sul-
la profondità dell’arco.
Sa H
p  wt    kN m2  (2.32)
qa d
Il valore di Sa si ricava in base all’equazione (2.30):

ag S  3 1  Z H ' 
Sa    0,5 
g  1  1  Ta T1 2 

 3 1  14 18  
 0, 2607  2,68   0,5   1,52
 1  1  0 0, 432 
 
e porta a trovare un valore dell’azione sollecitante pari a:
1,52 4
p  18  0,5    18,24 kN m2 
3 1

Figura 66. Risultati restituiti dal software.

94
Progetto dei tiranti

Siccome la risultante dei carichi è contenuta all’interno del profilo della parete non
resta che effettuare una verifica di resistenza in base ala massima sollecitazione di
compressione presente all’estradosso o all’intradosso (σarco). In questo caso è ne-
cessario tenere presente che oltre a questa tensione è presente la compressione
assiale dovuta ai carichi verticali (σEd). Per effettuare la verifica sarà possibile adot-
tare un criterio di resistenza lineare ed utilizzare la seguente formula [33]:
 arco  Ed
 1
f w, ck f w, ck

Infine sarà necessario dimensionare il tirante parallelo al piano medio del pannello
in modo che esso sia in grado di contrastare la spinta HEd (fornita come dato di
output dal software) e garantire così il funzionamento del meccanismo resistente
ad arco. Per fare ciò sarà necessario esplicitare in funzione dell’area, l’equazione
(3.132) e una volta determinata l’area minima necessaria, si sceglierà il diametro
adatto in base alla dimensioni presenti in commercio.
E’ importante notare che all’allungamento della barra corrisponde una caduta di
spinta nell’arco che comporta un decremento dell’efficienza di quest’ultimo. Cadu-
ta di spinta che l’analisi limite ora svolta trascura. È dunque necessario garantire
una contenuta deformazione del tirante, ma ad oggi non esiste alcun valore limite
da poter considerare. È chiaro che questo problema, ma in generale tutta la que-
stione del passo delle chiavarde, necessita maggiori studi e approfondimenti.

95
Capitolo 2

2.2.3. Modalità di analisi in caso di solai deformabili

[Link]. Introduzione
Quando la costruzione non manifesta un chiaro comportamento d’insieme, ma piut-
tosto tende a reagire al sisma come un insieme di sottosistemi (meccanismi locali), la
verifica su un modello globale non ha rispondenza rispetto al suo effettivo compor-
tamento sismico. Particolarmente frequente è il caso delle grandi chiese o di edifici
estesi e di geometria complessa non dotati di solai rigidi e resistenti nel piano, né di
efficaci e diffusi sistemi di catene o tiranti. In tali casi la verifica globale può essere
effettuata attraverso un insieme esaustivo di verifiche locali, purché la totalità delle
forze sismiche sia coerentemente ripartita sui meccanismi locali considerati e si ten-
ga correttamente conto delle forze scambiate tra i sottosistemi strutturali considera-
ti [54].
Quando si trattano costruzioni in muratura non risulta quasi mai realistico studiare
l’intero edificio (specie se antico) come una scatola pluriconnessa [55], ovvero non
conviene estendere la nozione di materiale elastico, omogeneo e isotropo
nell’analisi globale di una struttura in muratura come per un telaio in calcestruzzo
o in acciaio. L’analisi globale prevista dalle norme va dunque intesa nel senso che la
globalità dell’edificio deve essere passata in rassegna per individuare i possibili mec-
canismi di dissesto che l’azione sismica può provocare in ogni sua parte. Ciò è possibi-
le attraverso la suddivisione della compagine muraria in porzioni elementari coinvol-
te nei singoli meccanismi resistenti [22].

Figura 67. Esempio di meccanismo di ribaltamento dovuto a flessione verticale [50].

La verifica strutturale di questo tipo di edifici passa dunque per l’analisi di quelle
modalità di collasso che avranno più probabilità di innescarsi a causa della scarsa

96
Progetto dei tiranti

duttilità e della bassa resistenza offerte dal meccanismo resistente. Per quanto vi-
sto nei punti precedenti è chiaro che esistono numerose modalità di rottura di una
porzione di muratura, le quali dipendono a loro volta da diversi fattori geometrici e
materici che acquisiscono una maggior incidenza, quando risultano contempora-
neamente localizzati. Tra tutti, risaltano certo per debolezza e modalità disastrose
di crisi, i meccanismi che si innescano per il ribaltamento di un pannello o di una
sua parte, a causa di forze che agiscono ortogonalmente al suo piano medio.

Figura 68. Esempio di meccanismo di ribaltamento [50].

Al punto C8A.4 della circolare applicativa delle NTC 2008 viene proposto un pro-
cedimento per valutare l’azione orizzontale che attiva i diversi meccanismi di ribal-
tamento. Esso è svolto attraverso un’analisi limite dell’equilibrio secondo un ap-
proccio cinematico, ovvero viene studiato l’avvio di diverse catene cinematiche, ca-
ratterizzate dal distacco di solidi murari assimilabili a corpi rigidi e dalla formazio-
ne di cerniere plastiche. Le ipotesi alla base dell’analisi sono le stesse formulate da
J. Heyman per l’analisi limite degli archi in muratura [56], ovvero:

97
Capitolo 2

 la muratura ha resistenza nulla a trazione,


 la muratura ha resistenza infinita a compressione,
 assenza di scorrimento tra i giunti.
La prima ipotesi equivale ad ammettere che non è possibile trasferire sforzi di tra-
zione in un ammasso murario e, vista la bassa resistenza del materiale, l’incertezza
nel misurarla e la possibilità che sia presente uno stato fessurativo conseguente al-
la vita pregressa risulta un’opzione realistica. La seconda equivale ad ammettere
che le tensioni di compressione siano così basse da annullare il rischio di schiac-
ciamento del materiale. Questa ipotesi non è a favore di sicurezza, ma come dimo-
strato da Heyman comporta piccoli errori se la crisi avviene per formazione di un
meccanismo cinematico, mentre se è possibile garantire la stabilità del pannello si
può a posteriori verificare che sotto il carico di progetto lo stato di sollecitazione
della muratura sia comunque compreso entro limiti accettabili.

Figura 69. Regione ammissibile di equilibrio [56].

Il terzo assunto consiste invece nell’ammettere un valore dell’attrito sufficiente-


mente elevato, tale da impedire lo scorrimento di una porzione muraria sull’altra.
Se dunque sono impedite le rotture per superamento della resistenza a taglio ed è
garantita la monoliticità della parete contro le disgregazioni puntuali indotte
dall’azione delle chiavarde, sarà possibile studiare il collasso dei pannelli, assimi-
lando questi ultimi a dei corpi rigidi (elastici, omogenei ed isotropi) che ruotano
attorno a delle cerniere plastiche secondo diversi meccanismi, quali:
 ribaltamento semplice, Figura 68-I ;
 flessione verticale, Figura 67;
 flessione orizzontale, Figura 68-II;
 ribaltamento composto, Figura 68-III;
 ribaltamento del cantonale, Figura 67-IV.
Sempre all’appendice C8A.4 della circolare alle NTC 2008 vengono proposti due
diversi procedimenti per eseguire la verifica di questi meccanismi; il primo è basa-

98
Progetto dei tiranti

to su un’analisi di tipo cinematico lineare, mentre il secondo su una del tipo statico
non lineare. Tale nomenclatura può tuttavia trarre in inganno, in quanto le analisi
proposte non presentano tutte le caratteristiche che si potrebbero associare al loro
nome secondo le definizioni fornite dalle NTC al punto 7.3.
In entrambi i casi infatti si utilizza un modello non lineare a plasticità concentrata,
in quanto i blocchi che costituiscono la struttura rimangono in campo elastico,
mentre laddove si prevede la formazione di una cerniera plastica, vengono intro-
dotti elementi puntuali a cerniera con comportamento inelastico. Sempre secondo
lo schema dell’analisi statica non lineare, al modello vengono poi applicati i carichi
gravitazionali e, a seconda del meccanismo, una particolare distribuzione di forze
statiche orizzontali incrementali secondo il moltiplicatore α e proporzionali ai ca-
richi gravitazionali.

Figura 70. Modello per l'analisi dei meccanismi locali.

A ciò segue l’analisi limite dell’equilibrio, secondo l’approccio cinematico, che si basa
sulla scelta del meccanismo di collasso (sulla base dello stato fessurativo presente)
e la valutazione dell’azione orizzontale che attiva tale cinematismo [57]. Mediante il
Principio dei Lavori Virtuali o ponendo l’equilibrio alla rotazione può essere quindi
determinato il particolare moltiplicatore dei carichi orizzontali α0 che porta
all’attivazione del meccanismo di collasso.
Arrivati a questo punto i due procedimenti si differenziano in quanto il primo (ci-
nematica lineare) valuta la sicurezza della struttura accertando che l’accelerazione

99
Capitolo 2

spettrale di attivazione del meccanismo a0*, che è funzione di α0 valutato per una
configurazione indeformata del sistema, risulti superiore all’accelerazione di picco
della domanda sismica (aS). Nel secondo (statica non lineare) invece, viene effet-
tuato il confronto tra la capacità di spostamento ultimo du* del meccanismo locale
e la domanda di spostamento richiesta dal sisma Δd(TS). Per procedere in tal senso
sarà necessario valutare la curva di capacità del sistema reale, ovvero l’andamento
del moltiplicatore di collasso α in base alle diverse configurazioni deformate. Per
determinare il suo valore si dovrà applicare al precedente modello il Principio dei
lavori virtuali o l’equilibrio alla rotazione, solo che questa volta non verrà valutata
la sola condizione indeformata (come nel caso precedente), ma anche tutte le si-
tuazioni deformate fino ad arrivare all’annullamento del moltiplicatore.
Anche se i due procedimenti differiscono per le diverse configurazioni analizzate,
in entrambi i casi i parametri di accelerazione e spostamento necessari alla verifica
sono determinati associando alla struttura reale un sistema strutturale equivalente
ad un grado di libertà (oscillatore).
L’analisi cinematica lineare risulta tuttavia maggiormente semplificata, in quanto
fa uso dell’oscillatore equivalente solo per il calcolo dell’accelerazione spettrale di
attivazione del meccanismo (a0*). Tale quantità viene poi confrontata con l’ accele-
razione di picco della domanda sismica (aS) valutata però non in relazione alle ca-
ratteristiche dell’oscillatore equivalente, ma in base a quelle della struttura reale.
Inoltre tale analisi è lineare, in quanto il calcolo di quest’ultima quantità avviene
mediante l’utilizzo di spettri elastici di progetto, scalati del fattore di struttura q. In
pratica si assume che l’edificio risponda al sisma rimanendo in campo elastico li-
neare, ma si permette di ridurre l’accelerazione che si otterrebbe in campo elastico
mediante il coefficiente q, il quale tiene in conto in modo semplificato della capacità
dissipativa inelastica della struttura, della sua sovraresistenza e dell’incremento del
suo periodo proprio a seguito della plasticizzazione [58].
Il secondo procedimento non si ferma allo studio dell’accelerazione spettrale di at-
tivazione del meccanismo, ma in relazione alla struttura reale, valuta, grazie
all’oscillatore equivalente, anche la capacità di spostamento spettrale del sistema e
confronta quest’ultima con lo spettro elastico di spostamento riferito al sistema
equivalente. In questo caso il comportamento dissipativo della struttura non viene
tenuto in conto mediante l’utilizzo di un fattore di struttura come nel caso prece-
dente, ma bensì mediante l’utilizzo del comportamento non lineare del materiale
associato al sistema equivalente.
Per effettuare delle considerazioni sui due procedimenti è tuttavia necessario ad-
dentrarsi con maggiore perizia al loro interno, studiandone i passaggi e la loro ap-
plicazione mediante un caso pratico elementare.

100
Progetto dei tiranti

[Link]. Analisi cinematica lineare


In primo luogo è necessario schematizzare la struttura che partecipa al cinemati-
smo secondo quanto riportato nella circolare. Tale procedimento consiste nell’ ap-
plicare ai blocchi rigidi le seguenti forze (Figura 71): “i pesi propri dei blocchi (Pi),
applicati nel loro baricentro (G); i carichi verticali portati dagli stessi (Pk , pesi propri
e sovraccarichi dei solai e della copertura, altri elementi murari non considerati nel
modello strutturale); un sistema di forze orizzontali proporzionali ai carichi verticali
portati (α0Pk), se queste non sono efficacemente trasmesse ad altre parti dell'edificio;
eventuali forze esterne stabilizzanti (Fh,s) o meno (Fh,ins)” [57].
Una volta che la struttura è stata schematizzata è possibile determinare il moltipli-
catore dei carichi che porta all’attivazione del meccanismo (α0) mediante
l’equilibrio alla rotazione intorno alla cerniera cinematica (C) oppure attraverso il
principio dei lavori virtuali. Entrambi i metodi portano allo stesso risultato [59] e
pertanto si è scelto di riportare solo il primo, in quanto la sua maggior facilità di
esecuzione permette di ottenere una maggior chiarezza per il lettore. Ponendo
l’equilibrio alla rotazione in C si determina dunque:
n n m
 0  Ph
i i   0  Pk hk   Fh , ins hh , ins 
i 1 k 1 h 1
(2.33)
n n o o
 Pd
i i   Pk d k   Fh , s hh ,s   Fh , s d h ,s  0
i 1 k 1 h 1 h 1

Figura 71. Schematizzazione della struttura assunta dalla normativa.

101
Capitolo 2

Dove n è il numero delle forze peso, m quello delle forze instabilizzanti e o quello
delle forze stabilizzanti. È poi possibile riscrivere la precedente equazione in fun-
zione del moltiplicatore α0 e ottenere:
n n m o o

 Phi i   Pk hk   Fh,ins hh,ins   Fh, s hh,s   Fh, s dh,s


0  i 1 k 1 h 1
n n
h 1 h 1
(2.34)
 Pd   P d
i 1
i i
k 1
k k

Come è possibile vedere dalla forma dell’equazione (2.34), le azioni stabilizzanti


offerte dai tiranti permettono di incrementare il moltiplicatore α0 e pertanto è pos-
sibile disporre tali presidi per superare le verifiche di sicurezza, qualora queste
non risultino soddisfatte.
Definito il moltiplicatore, non resta che effettuare la verifica di sicurezza nei con-
fronti dello stato limite di danno e di salvaguardia della vita. Queste si ritengono
soddisfatte qualora l’accelerazione spettrale di attivazione del meccanismo a0*, che
è funzione di α0, risulti superiore all’accelerazione di picco della domanda sismica
(aS).
0  g
a0*   aS  mm / s 2  (2.35)
e  FC
*

Dove g è l’accelerazione di gravità (pari a 9,806 m/s2), e* è la massa partecipante


ed FC è il fattore di confidenza. Mentre quest’ultimo è scelto in base ai criteri defi-
niti al punto C8A.1.A.4 della circolare, la frazione di massa partecipante e* viene
definita al punto C8A.4.2.2 come:

gM *
e*  n
(2.36)
P
i 1
i

Dove g è l’accelerazione di gravità, Pi la i-esima forza peso che genera, per effetto
dell’azione sismica, una forza orizzontale sugli elementi della catena cinematica ed
M* è la massa partecipante al cinematismo. Quest’ultima può essere valutata con-
siderando gli spostamenti virtuali dei punti di applicazione dei diversi pesi associa-
ti al cinematismo, come una forma modale di vibrazione:
2
 nm 
  Pi x ,i 
M *   i 1 nm

 Nm (2.37)
g  P 2
i x ,i
i 1

Dove:

102
Progetto dei tiranti

- n+m è il numero delle forze peso Pi applicate, le cui masse, per effetto
dell'azione sismica, generano forze orizzontali sugli elementi della catena
cinematica;
- x,i è lo spostamento virtuale orizzontale del punto di applicazione dell’i-
esimo peso Pi.
M. Vinci in [59] propone le seguenti relazioni per valutare lo spostamento x,i in
funzione della variazione di angolo virtuale (θ

 x  y  
 y  x  
“dove si indica con x la distanza in orizzontale del punto di applicazione della generi-
ca forza e la cerniera C, e con y la distanza in verticale tra la generica forza e la sud-
detta cerniera. Da notare che se sostituita all’interno dell’equazione C8A.4.3, l’angolo
virtuale θ si elimina” [59].
Viene ora riportato il punto CA8.4 della circolare applicativa delle NTC 2008 ne-
cessario al calcolo dell’accelerazione di picco della domanda sismica secondo i di-
versi Stati limite.

Stato limite di danno


La verifica di sicurezza nei confronti dello Stato limite di danno è soddisfatta qua-
lora l’accelerazione spettrale di attivazione del meccanismo sia superiore all'acce-
lerazione di picco della domanda sismica.
Nel caso in cui la verifica riguardi un elemento isolato o una porzione della costru-
zione comunque sostanzialmente appoggiata a terra, l’accelerazione di attivazione
del meccanismo viene confrontata con l’accelerazione al suolo, ovvero lo spettro
elastico definito nel § 3.2.6, valutato per T=0:

a0*  ag  PVR   S (2.38)

dove:
- ag è funzione della probabilità di superamento dello stato limite scelto e della
vita di riferimento come definiti al § 3.2 delle NTC;
- S è definito al § [Link].1 delle NTC.
Se invece il meccanismo locale interessa una porzione della costruzione posta ad
una certa quota, si deve tener conto del fatto che l’accelerazione assoluta alla quota
della porzione di edificio interessata dal cinematismo è in genere amplificata ri-
spetto a quella al suolo. In aggiunta alla C8A.4.7, si verifica anche che:

103
Capitolo 2

a0*  Se T1    Z    (2.39)

dove:
- Se(T1) è lo spettro elastico definito nel § [Link].1 delle NTC, funzione della
probabilità di superamento dello stato limite scelto (in questo caso 63%) e
del periodo di riferimento VR come definiti al § 3.2. delle NTC, calcolato per il
periodo T1;
- T1 è il primo periodo di vibrazione dell’intera struttura nella direzione consi-
derata;
- ψ(Z) è il primo modo di vibrazione nella direzione considerata, normalizzato
ad uno in sommità all’edificio; in assenza di valutazioni più accurate può es-
sere assunto ψ(Z)=Z/hT, dove hT è l’altezza della struttura rispetto alla fon-
dazione;
- Z è l’altezza, rispetto alla fondazione dell'edificio, del baricentro delle linee di
vincolo tra i blocchi interessati dal meccanismo ed il resto della struttura;
- γ è il corrispondente coefficiente di partecipazione modale (in assenza di va-
lutazioni più accurate può essere assunto γ=3N/(2N+1), con N numero di
piani dell’edificio).
Nel caso di meccanismi locali, lo Stato limite di danno corrisponde all’insorgere di
fessurazioni che non interessano l’intera struttura ma solo una sua parte; pertanto
nel caso di edifici esistenti in muratura, anche in considerazione delle giustificate
esigenze di conservazione, pur essendo auspicabile il soddisfacimento di questo
stato limite, la sua verifica non è richiesta.

Stato limite di salvaguardia della vita


Nel caso in cui la verifica riguardi un elemento isolato o una porzione della costru-
zione comunque sostanzialmente appoggiata a terra, la verifica di sicurezza nei
confronti dello Stato limite di salvaguardia della vita è soddisfatta se l'accelerazio-
ne spettrale a0* che attiva il meccanismo soddisfa la seguente disuguaglianza:

ag  PVR   S
a0*  (2.40)
q
in cui ag è funzione della probabilità di superamento dello stato limite scelto e della
vita di riferimento come definiti al § 3.2 delle NTC, S è definito al § [Link].1 delle
NTC e q è il fattore di struttura, che può essere assunto uguale a 2.0.
Se invece il meccanismo locale interessa una porzione della costruzione posta ad
una certa quota, si deve tener conto del fatto che l’accelerazione assoluta alla quota
della porzione di edificio interessata dal cinematismo è in genere amplificata ri-

104
Progetto dei tiranti

spetto a quella al suolo. Una approssimazione accettabile consiste nel verificare,


oltre alla C8A.4.9, anche la:

Se T1    Z   
a0*  (2.41)
q
dove: Se(T1), ψ(Z) e γ sono definite come al punto precedente, tenendo conto che lo
spettro di risposta è riferito alla probabilità di superamento del 10% nel periodo di
riferimento VR.
Se la verifica non darà esito positivo sarà possibile consolidare la porzione in esa-
me mediante dei tiranti che consentano di innalzare il moltiplicatore dei carichi α0
e di conseguenza anche l’accelerazione spettrale di attivazione del meccanismo.

[Link]. Analisi statica non lineare


Utilizzando il procedimento alternativo si dovrà comunque schematizzare la strut-
tura secondo i criteri esposti al punto precedente e successivamente si procederà a
determinare la curva di capacità del sistema reale. Questa non è altro che un grafi-
co in cui l’ordinata rappresenta il moltiplicatore dei carichi, mentre in ascissa si ri-
porta lo spostamento di un punto di controllo presente sulla struttura (general-
mente l’estremo superiore del sistema). I punti individuati sul diagramma rappre-
sentano dunque il valore del moltiplicatore dei carichi per cui si attiva il meccani-
smo di collasso secondo una precisa configurazione deformata del sistema, espres-
sa mediante lo spostamento di un punto di controllo.

Figura 72. Curva di capacità del sistema.

Il grafico riportato in Figura 72 rappresenta la curva di capacità relativa ad un si-


stema (non consolidato mediante tiranti) per il quale le forze partecipanti al cine-
matismo si mantengono costanti fino all’avvio del meccanismo. Essa può essere
quindi determinata attraverso il calcolo del moltiplicatore α (mediante l’equazione

105
Capitolo 2

(2.34)) nella configurazione indeformata e in una deformata. L’unione dei due pun-
ti trovati restituirà la curva che assume la seguente espressione:
1  dk
  0 (2.42)
d k,0

Se le forze non rimangano costanti, la funzione sarà lineare a tratti e sarà perciò
necessario determinare un maggior numero di punti.
Successivamente è necessario passare dal sistema reale a quello spettrale equiva-
lente, effettuando il passaggio dei parametri rappresentati sul precedente grafico
ad un secondo diagramma. Su quest’ultimo saranno riportate le accelerazioni spet-
trali a* sull’asse delle ordinate e gli spostamenti spettrali d* sull’asse delle ascisse.
Le prime verranno determinate mediante l’equazione (2.35), mentre le seconde at-
traverso la seguente formula:
n

 P  i
2
x ,i
d *  dk i 1
n cm (2.43)
 x ,k  Pi   x ,i
i 1

Dove il pedice i indica l’i-esimo spostamento virtuale associato all’i-esima forza e il


pedice k è associato allo spostamento del punto di controllo prescelto.

Figura 73. Curva di capacità del sistema equivalente.

Una volta che è nota la curva di capacità del sistema spettrale è possibile procedere
alla verifica del meccanismo previa definizione delle seguenti quantità. La prima è
la capacità di spostamento relativa allo Stato limite di salvaguardia della vita (du*)
e corrisponde al minore fra gli spostamenti così definiti:

106
Progetto dei tiranti

a) il 40% dello spostamento per cui si annulla l’accelerazione spettrale a*, va-
lutata su una curva in cui si considerino solamente le azioni di cui è verifi-
cata la presenza fino al collasso;
b) lo spostamento corrispondente a situazioni localmente incompatibili con
la stabilità degli elementi della costruzione (dc*) (ad esempio, sfilamento
di travi), nei casi in cui questo sia valutabile. [57]
Ovvero:

du*  min 0,4d0* ; dc*  (2.44)

La seconda quantità consiste nello spostamento spettrale (ds*) relativo al periodo


del sistema equivalente (Ts) e si valuta come:

d s*  0,4du* (2.45)

A questo punto è possibile determinare il periodo Ts del sistema equivalente come:

d s*
Ts  2  s (2.46)
as*

In base al valore ottenuto è possibile determinare lo spettro di risposta elastico in


spostamento delle componenti orizzontali SDe[Ts], necessario al calcolo della do-
manda di spostamento Δd(Ts) richiesta dal sisma. Quest’ultima è così ottenuta:
 nel caso in cui la verifica riguardi un elemento isolato o una porzione della
costruzione comunque sostanzialmente appoggiata a terra:

d Ts   SDe Ts  (2.47)

Dove SDe[Ts] si ricava dalla corrispondente risposta in accelerazione S e[Ts]


secondo la seguente equazione:
2
T 
S De Ts   Se Ts    s  (2.48)
 2 
 se invece il meccanismo locale interessa una porzione della costruzione po-
sta ad una certa quota, deve essere considerato lo spettro di risposta in
spostamento del moto alla quota della porzione di edificio interessata dal
cinematismo. Una approssimazione accettabile consiste nel verificare, oltre
alla C8A.4.11, anche la:

107
Capitolo 2

2
 Ts 
 
 d Ts   S De T1    Z      T1  (2.49)
2
 Ts  Ts
1    0,02
 T1  T1

La verifica allo stato limite di danno può essere tralasciata, mentre quella allo stato
limite di salvaguardia della vita (comprensiva anche di quella allo stato limite di
collasso, vedi punto C8.7.1.1 della Circolare [57] ) si esegue confrontando la capaci-
tà di spostamento relativa all’SLV (du*) con la domanda di spostamento Δd(Ts) ri-
chiesta dal sisma.

du*  d Ts  (2.50)

Se l’equazione non risulta verificata sarà possibile disporre dei tiranti.


Siccome si ricerca un comportamento duttile si assume che la rottura avvenga per
la plasticizzazione della barra. Pertanto è possibile che la capacità di spostamento
all’SLV non corrisponda al 40% dello spostamento per cui si annulla l’ accelerazio-
ne spettrale, ma bensì alla massima plasticizzazione della barra (ΔlP). Questa è pari
al 10%O della lunghezza della barra (lR), tale valore è utilizzato per la deformazione
massima dell’acciaio nel calcolo agli stati limite di sezioni in calcestruzzo armato
[59].
lP  0,01  lR (2.51)

La curva di capacità reale non presenterà più il precedente andamento lineare pre-
sentato in Figura 72, ma piuttosto quello lineare a tratti riportato in Figura 74 sini-
stra (se il sistema arriva a rottura per massima plasticizzazione della barra) o quel-
lo di Figura 74 destra (se la rottura avviene per il ribaltamento della parete senza
che si giunga alla rottura del tirante).

Figura 74. Curva di capacità del sistema reale consolidato.

108
Progetto dei tiranti

Se si assume che la rottura avvenga per l’eccessiva plasticizzazione della barra, al-
lora lo spostamento del punto di controllo per il quale si ha la massima plasticizza-
zione diventa la capacità di spostamento del sistema reale. Tale grandezza andrà
trasformata in base all’equazione (2.43) in uno spostamento spettrale e si assume-
rà quest’ultimo come capacità di spostamento all’SLV (du*). Pertanto la domanda di
spostamento non potrà eccedere tale valore.
Il procedimento di dimensionamento dei tiranti proposto da M. Vinci consiste dun-
que nel contenere il valore della domanda di spostamento mediante il contenimen-
to del valore del periodo TS relativo all’oscillatore associato.
Per fare ciò si attua una risoluzione per via grafica (Figura 75) che prevede il dise-
gno della curva di capacità spettrale del sistema non consolidato e della curva
ADSR (Attack Decay Sustain Release) legata allo spettro elastico di spostamento.

Figura 75. Risoluzione grafica.

Siccome la domanda di spostamento può assumere al massimo un valore pari a du*


è sufficiente intercettare in corrispondenza di tale ascissa la curva ADSR nel punto C.
̅̅̅̅ e la retta verticale passante per l’ascissa ds* for-
Il punto di intersezione tra retta 𝑂𝐶
nisce l’ordinata, ovvero l’accelerazione spettrale di attivazione del meccanismo mi-
nima, che la curva di capacità deve assumere affinché il sistema dia esito positivo alla
verifica [59]. Inserendo il valore dell’accelerazione spettrale trovata all’interno

109
Capitolo 2

dell’equazione (2.35) è poi possibile ricavare il valore del moltiplicatore dei carichi
α0,C invertendo la stessa:

aS*  e*  FC
 0,C  (2.52)
g
Esplicitando poi il valore di α0 in base all’equazione (2.33) sarà possibile determi-
nare il valore dell’azione resistente (TEd) con cui dimensionare il tirante.

110
Progetto dei tiranti

[Link]. Esempio

Introduzione al cinematismo: Ribaltamento semplice


Questo tipo di cinematismo si presenta per tutte quelle pareti scarsamente am-
morsate in sommità e alle pareti ortogonali e che dunque, collassano per rotazione
attorno a una cerniera orizzontale posizionata nel punto di maggior vincolo del
pannello (fondazione o solaio efficace). La presenza di spinte dovute a coperture
spingenti, l’assenza di cordoli o catene che dovrebbero assorbire tali azioni e la
presenza di solai deformabili o mal collegati sono fattori che esaltano il meccani-
smo di collasso in questione. Tale crisi può essere identificata per la presenza di
lesioni verticali in corrispondenza delle intersezioni murarie o dal fuori piombo
della parete ribaltante.

Figura 76. Possibili schemi di ribaltamento semplice.

Dato che la rotazione può avvenire a diverse quote della struttura sarà necessario
effettuare più calcoli ipotizzando la posizione della cerniera cinematica su tutti i
livelli e prendendo in considerazione solo quella che fornisce il moltiplicatore delle
azioni cinematiche più basso.

111
Capitolo 2

Dati del problema


Si immagini di dover ora verificare la parete n°4 della struttura elementare ripor-
tata in Figura 77.

Figura 77. Geometria della struttura oggetto di analisi.

Parete n°4:
Materiale: Mattoni pieni e malta di calce aerea
Lunghezza LP = 4 m
Altezza h= 4 m
Spessore t = 0,5 m
Peso specifico γP = 18 kN/m³
Peso W  L  t  h  144 kN
Solaio:
Materiale: Legno
Area di influenza AS = 8 m²
Peso specifico γS = 4,8 kN/m²

Peso PS  AS   S  38,4 kN
Input sismico
Località: L’Aquila
Accelerazione di picco ag = 0,2607
Amplificazione spettrale F0 = 2,364
Periodo di inizio del tratto a velocità costante TC* = 0,347

112
Progetto dei tiranti

Categoria di sottosuolo D
Categoria topografica T3
Vita nominale 50 anni
Classe d’uso II
Fattore di struttura q = 2,00
Livello di conoscenza LC2 FC = 1,20
Altre informazioni:
- Scarso ammorsamento tra le pareti ortogonali
- Assenza di vincolo bidirezionale tra il solaio e la parete
- Solaio di tipo deformabile
- Punto di applicazione dei carichi portati dalla parete (xs) situato a 10 cm
dal bordo interno della stessa

Analisi cinematica lineare


In Figura 78 è proposta la schematizzazione della precedente parete. Osservandola
è possibile vedere l’interpretazione del meccanismo come una parete libera di ruo-
tare intorno ad una cerniera cilindrica orizzontale sottoposta a diverse forze che
determinano un preciso moltiplicatore delle azioni orizzontali α0 che attiva il ci-
nematismo. Per determinarlo si applica l’equazione (2.33) dalla quale si ricava:
t h
W  Ps  t  xs    0 W   0 Ps h  0
2 2

Figura 78. Schema per la verifica del cinematismo.

113
Capitolo 2

t
W  Ps  t  xs 
0  2  0,116
W 
  Ps  h
 2 
A questo punto si determinano i parametri di massa partecipante e frazione di
massa partecipante per arrivare a determinare l’accelerazione spettrale di attiva-
zione del meccanismo. Nel calcolo di M* è possibile sostituire gli spostamenti vir-
tuali con il braccio della i-esima forza applicata al blocco rigido [59].
2
 h  W
 W  Ps h   Ps
M 
*  2   2  0,151 kNm
 h2 2 W 
g W  Ps h  g   Ps 
 4   4 

gM *
e*  %  0,81
W  Ps
0  g
a0*   117,03 cm / s 2
e  FC
*

Si utilizza ora l’equazione (2.40) per la verifica allo stato limite di salvaguardia del-
la vita:
ag  PVR   S
a0* 
q
0, 2607  9,806  102  2,16
117,03 
2
117,03  276,09
La verifica non risulta ottemperata e pertanto si decide di disporre due tiranti
all’intersezione tra le pareti ortogonali a una quota di 3,7 m. Questo permetterà di
innalzare il moltiplicatore dei carichi fino alla soglia cercata. Questa può essere de-
terminata invertendo l’equazione (2.35) in funzione di α0 e sostituendo al suo in-
terno l’accelerazione spettrale di attivazione con quella relativa alla domanda si-
smica espressa dal sito. Chiameremo α0,C il moltiplicatore che permetterà di ot-
temperare alla verifica.

aS*  e*  FC
 0,C   0,274
g

114
Progetto dei tiranti

Figura 79. Schema di verifica comprensivo dell'azione stabilizzante.

A questo punto è possibile porre l’equilibrio alla rotazione in relazione al nuovo


schema risolutivo che comprende la presenza dei tiranti.
t h
W  Ps  t  xs    0,C W   0,C Ps h  TEd hC  0
2 2
W  t
 0,C   Ps  h  W  Ps  t  xs 
TEd   2  2
 18,82 kN
hC
Disponendo di tale valore si potrà procedere a determinare la geometria e i mate-
riali con cui realizzare la barra e le chiavarde in base ai criteri di gerarchia delle re-
sistenze e alle relative formule proposte al capitolo 3, tenendo presente che il valo-
re determinato è da ripartire sui due tiranti.
Come valutare il valore di azione stabilizzante trasferito in funzione o meno della
pretensione fornita è però un problema da non sottovalutare. In teoria, se si assu-
messe una configurazione indeformata del sistema, si dovrebbe conteggiare nel va-
lore dell’azione stabilizzante il solo contributo dato dalla pretensione di cui la bar-
ra è fornita, in quanto, non essendoci rotazione nel pannello, non vi sarà sforzo nel
tirante.
Per considerare il contributo del tirante privo di pretensionamento all’interno del-
lo schema resistente si dovrebbe far riferimento a una condizione deformata e in
particolare a quella che porta allo snervamento del cavo. In tale situazione l’azione
stabilizzante da considerare corrisponderebbe a quella per cui si realizza lo sner-

115
Capitolo 2

vamento della barra, ma i calcoli diverrebbero altresì più complessi, in quanto bi-
sognerebbe considerare nel calcolo anche lo spostamento del punto di applicazio-
ne di tutte le forze causato dalla rotazione del pannello.
All’interno di [59], M. Vinci esegue il calcolo del moltiplicatore α0 considerando, sia
in configurazione deformata sia in indeformata, il valore dell’azione stabilizzante
pari a quello raggiunto in concomitanza con lo snervamento della barra. Egli giun-
ge così alla conclusione che, siccome α0 differisce di pochi millesimi tra i due casi, è
possibile considerare nella configurazione indeformata il massimo valore dell’azione
resistente offerto dalla barra, sostituendo quest’ultimo nella (2.33) in luogo della
forza di pretensionamento e facilitando così la verifica.

116
Progetto dei tiranti

Analisi statica non lineare


Per prima cosa si determina la curva di capacità relativa al sistema reale non con-
solidato. In tale configurazione le forze rimangono costanti fino al collasso e per-
tanto è sufficiente calcolare solo due punti per disegnare la retta. Per farlo si calco-
la in prima istanza il valore del moltiplicatore α0 in condizione indeformata, il qua-
le è già stato calcolato al punto precedente ed è pari a 0,116. Per trovare il secondo
punto invece è sufficiente valutare l’equazione (2.33) per una condizione deforma-
ta relativa a una rotazione di 1° del pannello. La rotazione aumenta le distanze ver-
ticali (maggiore effetto delle forze instabilizzanti) e diminuisce quelle orizzontali
[59].
W  x 'w  Ps  x 's  0 W  y 'w  0 Ps  y 's  0
Dove:

 t h
 x 'w  2  2  rad    0, 215 m

 y '  h  t  rad    2,005 m
 w 2 2
 x 's   t  xs   h  rad    0,33 m

 y 's  h   t  xs   rad    4,007 m
W  x 'w  Ps  x 's
 0 1   0,0986
W  y 'w  Ps  y 's

Figura 80. Curva di capacità del sistema reale non consolidato.

117
Capitolo 2

A questo punto si costruisce per punti la curva rappresentante la capacità spettrale


del sistema equivalente. Lo spostamento spettrale si determina in base
all’equazione (2.43), mentre l’accelerazione mediante la (2.35). Nel primo caso è
possibile sostituire gli spostamenti virtuali con il braccio della i-esima forza appli-
cata al blocco rigido [59].
2
h W
W    Ps h 2  Ps
d *  dk   cm
2 4
 dk  0,674  d k
 h  W
 Ps
 W  Ps h  h
 2  2
Mentre nel secondo caso è bene tenere presente che siccome l’analisi è di tipo sta-
tico non lineare, la circolare impone di utilizzare sempre un fattore di confidenza
pari a LC1 (FC = 1,35).

g 9,806  102
a0*   0   896,75   0
e*  FC 0,81  1.35

Figura 81. Costruzione della curva di capacita spettrale del sistema equivalente.

Definita la curva è possibile calcolare le grandezze necessarie alla risoluzione del


problema per lo stato limite di salvaguardia della vita:

du*  min 0,4d0* ; dc*   min 0,4 13,49 ; assente  5,40 cm

d s*  0,4du*  2,16 cm

Dove lo spostamento spettrale (d0*) in corrispondenza dell’annullamento dell’ ac-


celerazione spettrale è stato ottenuto per via grafica. Allo stesso modo si determina
l’accelerazione spettrale in corrispondenza di ds*:

as*  87,35 cm / s 2

118
Progetto dei tiranti

Figura 82. Curva di capacita spettrale del sistema equivalente.

A questo punto si determina il periodo Ts del sistema equivalente attraverso


l’equazione (2.46) e si esegue la verifica secondo (2.48) e (2.50):

d s* 2,16
Ts  2 *
 2  0,98''
as 87,35

du*   d Ts 
du*  S De Ts 
2
T 
d  Se Ts    s 
*

 2 
u

2
 0,98 
d  565,86  
*
  13,77
 2 
u

5, 40  13,77
Poiché la domanda di spostamento è maggiore della capacità la verifica non risulta
superata e si decide quindi di apporre due tiranti in corrispondenza
dell’intersezione della parete con quelle trasversali per consolidare la struttura. In
base al procedimento descritto al punto [Link] si definisce il nuovo spostamento
spettrale all’SLV:

du*  min 0,4d0* ; dc*   min 0,4 13,49 ;0,674 5  3,37 cm

d s*  0,4du*  1,348 cm

Sempre seguendo il procedimento si uguaglia tale quantità alla domanda di spo-


stamento e si ricava graficamente il valore dell’accelerazione spettrale as*.

119
Capitolo 2

Figura 83. Procedimento grafico per ricavare il valore di as*.

Una volta fatto ciò si procede a ritroso con il calcolo del moltiplicatore dei carichi
α0,C, mediante l’equazione (2.52), e con l’esplicitazione di quest’ultimo per il calcolo
dell’azione stabilizzante da affidare al tirante.

aS*  e*  FC
 0,C   0,478
g
L’equilibrio alla rotazione deve essere posto attraverso l’equazione (2.33) per una
configurazione deformata relativa a uno spostamento del punto di controllo pari al
corrispettivo reale di ds*.

d s*
ds   2 cm
0,674
Se si assume che il punto di controllo è posizionato nel punto di applicazione dei
carichi del solaio, allora è possibile dire che il braccio della forza gravitazionale del
solaio in condizione deformata è esprimibile come:

x 's   t  xs   d s
Ma tale distanza può essere anche espressa in funzione dell’angolo di rotazione del
pannello come:

x 's   t  xs   h  rad  

120
Progetto dei tiranti

Uguagliando le due equazioni è possibile determinare il valore dell’angolo θ


espresso in radianti e calcolare così il braccio di tutte le altre forze come:

 t h
 x 'w  2  2  rad    0, 24 m

 y '  h  t  rad    2,00125 m
 w 2 2
 y 's  h   t  xs   rad    4,002 m
h '
C  hC   t  xs   rad    3,698 m

E determinare così l’entità dell’azione stabilizzante da affidare ai due tiranti:


W  x 'w  Ps  x 's   0,C W  y 'w   0,C Ps  y 's  TEd h 'C  0
 0,C W  y 'w   0,C Ps  y 's  W  x 'w  Ps  x 's
TEd   43,82 kN
h 'C

121
Capitolo 2

2.2.4. Osservazioni

Verranno ora espresse alcune considerazioni di carattere generale e particolare ri-


guardanti l’incatenamento della struttura e le relative procedure di verifica elenca-
te nei precedenti capitoli.
Innanzitutto è bene premettere che quando si interviene sulle strutture di un edifi-
cio in modo da operarne il consolidamento e il rinforzo in prevenzione del sisma, è
bene disporre di orizzontamenti ben vincolati alle pareti e sufficientemente rigidi
(secondo la definizione fornita al punto 2.2.2), i quali siano in grado di redistribui-
re le azioni laterali alle pareti in base alla loro rigidezza. Se la struttura dispone di
orizzontamenti adeguati, oltre a redistribuire le azioni laterali, sarà maggiormente
identificabile e presente un unico comportamento di insieme, piuttosto che diversi
meccanismi locali di difficile interpretazione e verifica. Pertanto, se dallo stato di
fatto risultano solai deformabili e poco vincolati alle pareti, si dovrà valutare il loro
consolidamento o addirittura la loro sostituzione. La percorribilità di tale opzione
sarà comunque vagliata soppesando i vantaggi statici ottenibili con i costi dell’ in-
tervento, il tutto alla luce dei vincoli tecnici, ergotecnici, estetici e conservativi.
La presenza di forti e reali impedimenti può comportare il mantenimento del so-
laio deformabile e dunque la necessità di verificare la struttura attraverso l’analisi
dei meccanismi locali. Delle due procedure descritte si consiglia di adottare
l’analisi cinematica lineare, in quanto attraverso la statica non lineare si operereb-
be una verifica ingiustificatamente severa. Le motivazioni di tale affermazioni na-
scono dal confronto dei due sistemi. Nel primo si assume infatti che l’edificio ri-
sponda al sisma rimanendo in campo elastico lineare, ma si permette di ridurre
l’accelerazione che si otterrebbe in campo elastico, mediante il coefficiente di strut-
tura q, il quale tiene in conto la capacità dissipativa della struttura.
Nella normale analisi statica non lineare (non quella proposta dalla circolare per la
verifica dei meccanismi locali) si associa il comportamento non lineare del mate-
riale all’oscillatore equivalente e si lascia che sia tale comportamento a scalare lo
spettro di risposta elastico. Questo permette dunque di valutare con maggiore pre-
cisione le capacità dissipative, in quanto non si utilizza un coefficiente poco rap-
presentativo delle caratteristiche del singolo edificio come il fattore di struttura q,
ma un diagramma bilineare appositamente costruito in base alle proprietà mecca-
niche degli elementi strutturali. Come ricorda anche la norma, questo è un aspetto
particolarmente vantaggioso proprio per le murature, le quali sono caratterizzate
da un comportamento non lineare molto marcato sin da bassi stati di sforzo. Tutta-
via il procedimento di verifica dei meccanismi locali che la circolare propone sotto
il nome di statica non lineare, non permette di sfruttare la capacità dissipativa as-
sociata al diagramma inelastico del materiale, in quanto le equazioni alla base del
procedimento sono equazioni di equilibrio e non di resistenza. Oltre a questo biso-

122
Progetto dei tiranti

gna contare che se si adopera questa analisi è imposto l’utilizzo di un fattore di


confidenza LC1.
Di fatto il secondo procedimento considera la struttura come non dissipativa e
procede quindi nella sua verifica richiedendo che essa resista alle condizioni impo-
ste dal sisma per uno stato limite di salvaguardia della vita, ovvero uno stato limite
ultimo obbligando la struttura a rimanere in campo elastico. Questo spiega l’alto
valore dell’azione stabilizzante trovato nell’esempio, il quale risulta più che doppio
rispetto a quello rilevato mediante l’analisi cinematica lineare. Non appare dunque
casuale il fatto che le raccomandazioni regionali per la verifica sismica delle co-
struzioni in muratura (ad esempio [50]) applichino solo l’approccio secondo
l’analisi cinematica lineare.
In entrambi i casi si adotta comunque un modello non lineare a plasticità concen-
trata e una distribuzione di forze inerziali proporzionale alle forze statiche, dunque
un modello tipico della normale statica non lineare. Se la non linearità dei vincoli è
un’opzione realisticamente adottabile in base alle considerazioni espresse al punto
[Link], per le strutture in muratura l’utilizzo di una tale distribuzione di forze è
ammesso solo se il modo di vibrare fondamentale nella direzione considerata ha
una partecipazione di massa, ottenuto in base all’equazione (2.36), non inferiore al
60%.

123
Capitolo 2

2.2.5. Meccanismi di ribaltamento alternativi

Dei meccanismi di ribaltamento presentati al punto [Link] è stato trattato in ma-


niera esauriente solo il ribaltamento semplice. Per la risoluzione dei restanti se-
condo l’analisi cinematica lineare è possibile consultare il documento [50] e il rela-
tivo foglio Excel, al cui interno è appunto riportata la risoluzione di tutti i meccani-
smi e molti consigli utili per la schematizzazione di particolari soluzioni costrutti-
ve, come ad esempio le pareti a cortina. Lo svolgimento degli stessi secondo
l’analisi statica non lineare può essere invece visionato all’interno di [59].
Dei meccanismi di collasso alternativi al ribaltamento semplice, è comunque dove-
roso riportarne una descrizione che comprenda i sintomi e le condizioni strutturali
che comportano il potenziale avvio del cinematismo. In possesso di queste cono-
scenze si potrà dunque provvedere alla verifica strutturale secondo i procedimenti
descritti al punto [Link] e [Link]. La trattazione riportata è stata prelevata da [50].

[Link]. Flessione verticale


Una situazione piuttosto comune negli edifici in muratura è rappresentata da una
tesa muraria vincolata agli estremi e libera nella zona centrale (Figura 84). È que-
sto il caso, ad esempio, di un edificio con un cordolo in sommità ed i solai interme-
di privi di qualsiasi connessione; una situazione di questo tipo si presenta anche
quando si considera la porzione di parete compresa tra due solai ben collegati ad
essa. In queste condizioni la presenza in sommità di un dispositivo di connessione
impedisce il ribaltamento della parete verso l’esterno.

Figura 84. Schema e fotografie del ribaltamento in esame [50].

Tuttavia questa, sotto l’effetto dello scuotimento orizzontale, può collassare per in-
stabilità verticale. Infatti la struttura muraria, costruita per sovrapposizione di
elementi lapidei e laterizi vincolati da semplice contatto o da una malta con scarsa
resistenza a trazione, sopporta gli sforzi di flessione indotti dalle azioni ortogonali

124
Progetto dei tiranti

al suo piano, solo se lo sforzo normale mantiene la risultante interna alla sezione
trasversale. In caso contrario si forma in quel punto una cerniera cilindrica oriz-
zontale che consente l’innesco del cinematismo per flessione verticale.
Tale meccanismo è favorito da una qualità scadente della muratura, ad esempio
muratura a sacco, che la rende instabile e da spinte orizzontali localizzate, deter-
minate ad esempio dalla presenza di archi, volte o solai intermedi non trattenuti;
può quindi verificarsi in presenza di un trattenimento in testa alla tesa muraria,
dovuti, ad esempio, a tiranti metallici, ad ancoraggi alle testate di travi lignee o a
cordoli e solette in c.a. ben ammorsate alla muratura. Il meccanismo, in questo ca-
so, è caratterizzato da valori del coefficiente di collasso α0 più elevati rispetto al ca-
so di ribaltamento semplice.
In un edificio già danneggiato dal terremoto il meccanismo è segnalato da un fuori
piombo della parete, talvolta accompagnato dallo sfilamento delle travi del solaio
che insiste sulla parete. In ogni caso, l’instaurarsi dell’arco verticale che precede
l’attivazione del meccanismo richiede la presenza di efficaci vincoli orizzontali so-
pra e sotto il tratto di parete interessato.
Il meccanismo di flessione verticale di una parete può quindi interessare uno o più
piani dell’edificio, in relazione alla presenza di vincoli agli orizzontamenti, diverse
geometrie dei macroelementi, determinate dalla presenza di aperture o spinte lo-
calizzate, ed uno o entrambi i paramenti nel caso di strutture murarie a doppia cor-
tina. In particolare nel caso dei muri a sacco, il materiale di riempimento interno
per effetto della sovrappressione può causare l’instabilità del paramento esterno,
soprattutto quando il solo paramento interno è collegato ai solai (ad esempio
quando su questo sono stati realizzati cordoli in c.a. in traccia).

[Link]. Flessione orizzontale


In presenza di pannelli murari efficacemente vincolati alle pareti ortogonali con il
lato sommitale non trattenuto da alcun dispositivo si assiste spesso ad un tipo di
crisi riconducibile al comportamento flessionale nel piano orizzontale del solido
murario. La risposta strutturale della parete si manifesta in questi casi come un ef-
fetto arco orizzontale all’interno della parete ed è chiamato in causa dall’azione si-
smica ortogonale alla stessa (Figura 85). In particolare, la spinta trasmessa dal so-
laio o dalla copertura in testa alla struttura muraria si scarica sulla parete di faccia-
ta fino ad arrivare ad interessare le pareti ad essa ortogonali (arco orizzontale).
Tale azione, in corrispondenza delle intersezioni murarie, viene quindi ripartita in
una componente T ortogonale alla parete investita dal sisma, assorbita dai tiranti,
ed una componente H parallela alla stessa.
L’attivazione del meccanismo è preceduta dalla formazione di un arco orizzontale
nello spessore del muro; nella condizione limite di equilibrio si formano tre cernie-
re, una in mezzeria, le altre in prossimità dell’intersezione tra la parete in esame ed

125
Capitolo 2

i muri ad essa ortogonali, in corrispondenza degli elementi che devono portare il


tiro T. Dallo schema di calcolo si osserva che il collasso si manifesta quando la pa-
rete non trova elementi strutturali in grado di fornire le reazioni H. Nel caso in cui
la parete si inserisce all’interno di una schiera e le porzioni di muratura contigue
sono di sufficiente resistenza, il collasso per cinematismo non si verifica e la rottu-
ra può avvenire solo per schiacciamento della parte interna del muro.

Figura 85. Schema e fotografie del ribalta-


mento in esame [50].

In altre parole l’evoluzione del meccanismo dipende dalla capacità dei muri laterali
di sopportare le spinte H degli archi. Se la parete non trova elementi di contrasto
capaci di fornire una reazione pari ed opposta alla spinta H, allora lo schema iso-
statico di arco a tre cerniere diventa labile quando queste vengono ad essere alli-
neate e si ha il conseguente cinematismo di collasso. Se, invece, la muratura in
esame appartiene ad una cella interclusa di una schiera, allora la spinta H è gene-
ralmente assorbita dalle pareti contigue, quindi diventa necessaria un’analisi di ti-
po tensionale che verifichi la condizione di schiacciamento della parte interna del
muro soggetta a forti sollecitazioni di compressione.
La situazione descritta è tipica delle pareti trattenute da tiranti ed è favorita dalle
spinte in testa al muro (dovute alla presenza di una copertura spingente o
all’azione di martellamento degli elementi di grossa orditura del tetto) e da una ri-
dotta resistenza a trazione della muratura (che comporta rischi di espulsione del
materiale che costituisce la faccia esterna della parete per le tensioni di trazione
che nascono al centro della muratura a causa dal cinematismo stesso). Anche la

126
Progetto dei tiranti

presenza di canne fumarie ricavate nello spessore della parete o di aperture per
l’alloggio degli impianti tecnologici, riducendo la sezione resistente della struttura
muraria, costituiscono situazioni preferenziali per la formazione delle cerniere
verticali e l’innesco del cinematismo e rappresentano quindi elementi di particola-
re interesse. Nell’analisi del meccanismo di flessione orizzontale bisogna distin-
guere poi tra il caso di parete monolitica, per il quale l’arco di scarico può interes-
sare l’intero spessore della parete, ed il caso di parete a doppia cortina per il quale
si può manifestare espulsione di materiale senza che si abbia il coinvolgimento del-
la cortina interna. Il meccanismo di flessione orizzontale inoltre può interessare
diverse geometrie dei macroelementi coinvolti nel cinematismo, la cui definizione
è condizionata principalmente dalla presenza di aperture allineate nella fascia di
sottotetto e dalla qualità della muratura che influisce sull’altezza del cuneo di di-
stacco.
Nel caso di strutture anche lievemente danneggiate l’individuazione di meccanismi
di flessione orizzontale è agevolata dalla lettura del quadro fessurativo che forni-
sce importanti indicazioni sui macroelementi che si sono formati. Mentre in gene-
rale nel caso di murature integre con cantonali correttamente eseguiti i possibili
cinematismi di collasso fuori dal piano possono svilupparsi con il coinvolgimento
di porzioni più o meno ampie di muratura e non è immediato prevedere quale sia il
cinematismo più probabile. Per stabilire quale sia la condizione più sfavorevole, in
questi casi occorre valutare diversi moltiplicatori di collasso ipotizzando diverse
geometrie delle porzioni di muratura interessate dal cinematismo.

[Link]. Ribaltamento composto


Per ribaltamento composto si vuole qui indicare un insieme di situazioni in cui al
ribaltamento della parete ortogonale all’azione sismica si accompagna il trascina-
mento di una porzione di struttura muraria appartenente ad un’angolata libera
oppure a pareti di spina (Figura 86). In molti casi infatti i martelli murari e le ango-
late presentano connessioni adeguate tra le murature che confluiscono in un nodo,
tali da determinare il coinvolgimento di parti di esse nel ribaltamento. Affinché si
possa prevedere un meccanismo di ribaltamento composto in un edificio integro,
devono esserci condizioni caratterizzate dall’assenza di vincoli in sommità della
parete ribaltante e dalla presenza di un efficace collegamento tra la parete investi-
ta dal sisma e quella ad essa ortogonale. Si tratta generalmente di murature co-
struite in uno stesso momento (cellule originarie) o che hanno subito interventi di
consolidamento che prevedono il collegamento dei pannelli murari ortogonali, ma
in assenza di un efficace collegamento in testa alla parete ribaltante.
Inoltre, in relazione alla presenza di solai rigidi, si può definire una diversa confi-
gurazione del cuneo di distacco nella parete coinvolta nel ribaltamento. Nel caso in
cui siano presenti solai tradizionali, privi di soletta armata, il meccanismo di ribal-
tamento della facciata è accompagnato generalmente dal distacco di un cuneo dia-

127
Capitolo 2

gonale della parete ortogonale. Se invece i solai sono dotati di soletta rigida il mec-
canismo di ribaltamento composto determina il trascinamento di un cuneo a dop-
pia diagonale nella parete di controvento.

Figura 86. Schema e fotografie del ribaltamento in esame [50].

Quando l’edificio in esame ha già subito l’azione di un sisma è possibile constatare


il meccanismo di ribaltamento composto attraverso la lettura del dissesto rilevato,
descritto da lesioni diagonali o a doppia diagonale sulle pareti di spina con angolo
di distacco differente a seconda della tipologia e della qualità muraria caratteriz-
zante l’edificio stesso. In effetti tale meccanismo, che rappresenta una variante del
ribaltamento semplice, è fortemente influenzato anche dal tipo di muratura è dalla
presenza di aperture nelle pareti di controvento, da cui dipendono in particolare le
dimensioni e la configurazione del cuneo di distacco. Per pareti di controvento pri-
ve di aperture si può osservare che in generale l’angolo formato dalla diagonale del

128
Progetto dei tiranti

cuneo che ribalta con la verticale aumenta all’aumentare della qualità muraria (in
particolare è tanto maggiore quanto migliore è l’apparecchiatura del sistema mu-
rario e quanto maggiori sono le dimensioni medie degli ortostrati). In presenza di
aperture in prossimità dell’intersezione tra i muri, invece, la forma e le dimensioni
del cuneo di distacco sono determinate da queste. Si osserva poi che, in questo tipo
di cinematismo, minore è la porzione di muratura che viene trascinata nel moto di
ribaltamento più ridotto risulta il valore del moltiplicatore di collasso determinato,
fino a tendere al limite al caso di ribaltamento semplice.
Il meccanismo di ribaltamento composto può interessare quindi diverse geometrie
del macroelemento coinvolto nel cinematismo e diversi piani dell’edificio, in rela-
zione alla presenza di dispositivi di connessione ai vari livelli, ma riguarda gene-
ralmente murature a comportamento monolitico poiché può attivarsi solo in pareti
di buona qualità ed apparecchiatura.

129
Capitolo 2

2.3. Presidi tesi a contrastare le spinte


2.3.1. Introduzione

Si vuole ora focalizzare il ragionamento sul consolidamento delle strutture spin-


genti mediante i tiranti metallici. Per iniziare conviene indagare il concetto stesso
di spinta e per farlo, escludendo in un primo momento i tetti spingenti dalle strut-
ture in esame, ci si concentra sul confronto tra le travi dotate o meno di una curva-
tura.

Figura 87. Similitudine di comportamento tra trave e arco [19].

Lo studio del funzionamento di una struttura ad arco può essere svolto partendo da
quello di una trave rettilinea di pari luce, sottoposta agli stessi carichi verticali e ai
medesimi vincoli. Le azioni verticali producono nell’arco un momento flettente (Ma)
diverso da quello generato nella trave (Mtr) a causa della differente geometria e del-
la presenza della spinta laterale H [19].

M a  x   M tr  x   H  y  x   M  x 
tr (2.53)

Tale comportamento è possibile solo in presenza di adeguati vincoli che permetta-


no lo sviluppo della spinta, altrimenti la struttura non svilupperà un meccanismo
resistente ad arco e resisterà come una semplice trave. Nella pratica costruttiva
degli archi in muratura questo è possibile mediante il progetto di imposte suffi-
cientemente robuste o tramite l’apposizione di catene.

130
Progetto dei tiranti

L’estensione dello schema bidimensionale dell’arco alla profondità del volume,


portò già gli antichi costruttori a sfruttare il meccanismo resistente in esame, per la
realizzazione di volte in muratura. Queste non sono altro che lo sviluppo dell’arco
lungo una retta generatrice, dette volte semplici, o l’intersezione di diverse porzio-
ni queste ultime, dette volte composte (Figura 88). In ogni caso anche questi siste-
mi tridimensionali devono poter produrre delle spinte orizzontali affinché si in-
staurino dei meccanismi resistenti ad arco al loro interno.

Figura 88. Esempio di volta a crociera (composta) formata per intersezione di due volte a botte
(semplici) nate a loro volta dallo sviluppo lungo una retta di un arco. Adattato da [25].

Sin dal passato matematici, architetti ed ingegneri hanno messo a punto numerosi
procedimenti per la verifica strutturale di questi elementi. Nel caso degli archi in
muratura, i tentativi più concreti furono inizialmente intrapresi da De La Hire
(1712) e Couplet (1730), i quali posero le basi per lo studio di questi elementi at-
traverso la ricerca del carico ultimo di collasso che permettesse la formazione di
un cinematismo. Ciò avveniva considerando l’arco come un insieme di elementi in-
finitamente rigidi, privi di resistenza a trazione e dotati (o meno nel modello di De
La Hire) di attrito tra i conci, il cui collasso avveniva per la rotazione dei blocchi at-
torno a determinati punti. Il modello in questione fu ampliato, discusso ed enuncia-
to in diverse forme da altrettanti autori, quali: Danisy, Frezier, Mascheroni, Poleni,
Coulomb e molti altri. A tutti questi si deve la formulazione di una risoluzione che
potrebbe essere definita analisi limite pre-moderna, in quanto precorre gli studi
effettuati da J. Heyman dopo metà novecento sull’analisi limite degli archi.
Prima dell’avvento di quest’ultima si sviluppò però un approccio basato sull’analisi
elastica della struttura. Le ricerche di molti degli autori presentati si basavano in-
fatti sul calcolo della risultante delle azioni di compressione all’interno della sago-
ma dell’arco e sulla ricerca della sua posizione.

131
Capitolo 2

Figura 89. Studio effettuato da Poleni (1747) per assicurare la stabilità della cupola di san Pietro.

La maggior attenzione verso il reale stato di sollecitazione del materiale portò


dunque molti autori, tra cui Castigliano, ad analizzare la struttura sotto l’ipotesi
della teoria dell’elasticità formulata da Navier, Cauchy e Poisson. La verifica non
veniva più effettuata valutando il carico ultimo che conduceva alla rotazione dei
blocchi attorno alle cerniere, ma analizzando lo stato tensionale del materiale e
ipotizzando che quest’ultimo avesse un comportamento isotropo ed elastico in
compressione ed una resistenza nulla a trazione. Se la risultante delle azioni di
compressione, valutata in corrispondenza di una precisa situazione di carico, rica-
deva all’interno del terzo medio della sezione, allora non erano presenti sforzi di
trazione ed era possibile confrontare gli sforzi di compressione con la resistenza
del materiale.
Tale approccio non era tuttavia considerato da tutti come risolutivo del problema,
ma come il più affidabile. Questo perché le prove meccaniche effettuate sulla mura-
tura avevano evidenziato che i materiali lapidei, naturali ed artificiali, non seguiva-
no esattamente la legge di Hooke, discostandosene in maniera più o meno accentuata
fin dalle prime fasi di carico [60] con un comportamento non lineare. Vale la pena
di riportare, come in [60], il commento formulato in proposito da Sejourné
all’interno del suo testo riguardante il progetto di ponti in muratura (Grandes
voûtes).

132
Progetto dei tiranti

“Non disponiamo, al momento, per il calcolo delle volte, di un’ipotesi


migliore di quella elastica. A conti fatti, accettiamola dunque non per-
ché sia vera, ma perché volte sottili, così calcolate, resistono. La accet-
tiamo solo provvisoriamente, sotto beneficio di inventario sperimenta-
le, vale a dire fino a quando nuove esperienze diano luogo ad altre for-
mulazioni che si adattino meglio ai fatti.”

Figura 90. Telaio basilicale soggetto ad azioni sismiche, studiato e calcolato da Camillo Guidi secon-
do l’analisi elastica nel volume di Esercizi delle sue Lezioni di Scienza delle costruzioni, Ne-
gro, Torino, 1928.

Durante la prima metà del novecento numerosi studiosi (Pippard, Baker, Kooha-
rian) compresero i limiti dell’analisi elastica e riprendendo i concetti formulati
nell’analisi limite pre-moderna gettarono le basi per l’analisi plastica degli archi in
muratura. Ciò avvenne in maniera corposa e accettata mediante il lavoro di J. Hey-
man. Questi infatti comprese che [61]:
“[…] ci sono forti argomentazioni per sostenere che non sia utile cono-
scere con esattezza lo stato tensionale reale della muratura. Sebbene la
curva delle pressioni in un arco sia sempre unica, comunque, un qualsiasi
pur piccolo spostamento successivo per esempio di un piedritto o una
piccola variazione della temperatura, modificherà quasi certamente la
posizione della curva delle pressioni di una quantità significativa. In una
situazione mutevole come questa è utile la conoscenza di ciò che rimane
costante, ovvero, non lo stato tensionale dell’arco, ma il suo comporta-
mento.”

133
Capitolo 2

Sotto le tre principali ipotesi già descritte al punto [Link], Heyman considera l’arco
come un solido continuo, la cui crisi avviene per la rotazione rigida di alcune sue
porzioni attorno a delle cerniere. In questo contesto egli applica il teorema
dell’estremo inferiore dell’analisi limite ed afferma che se è possibile determinare
una curva delle pressioni in equilibrio con le azioni applicate, compresa all’interno
della sagoma dell’arco, allora questo è in sicurezza [56]. Egli però non si limita a
questo criterio di verifica, peraltro già noto a Coulomb (cfr. [62]), ma in relazione
al precedente enunciato definisce due tipi di coefficiente di sicurezza in modo da
stabilire il livello di sicurezza della struttura. Questi ultimi e il procedimento ver-
ranno definiti meglio al prossimo capitolo.
Alla luce di quanto appena affermato, nei prossimi capitoli non verrà trattato il
consolidamento delle volte mediante tiranti, in quanto tale argomento meriterebbe
per la sua vastità e complessità, una tesi monografica. Il lavoro si concentrerà mag-
giormente sugli archi in muratura isolati e per estensione alle volte a botte.
Il dimensionamento della capacità dei tiranti verrà effettuato mediante l’analisi li-
mite allo stato limite ultimo, in quanto essa non richiede la descrizione della rispo-
sta meccanica del materiale, ma soltanto la definizione di un dominio limite oltre il
quale si attivano deformazioni incontrollate. Questo aspetto rende l’analisi limite uno
strumento particolarmente significativo proprio per le costruzioni storiche in mura-
tura, poiché consente di definire il margine di sicurezza della struttura indipenden-
temente dalle proprietà deformative del materiale [60].
Il livello di pretensione da fornire alla catena verrà invece calcolato allo stato limite
di esercizio attraverso la teoria elastica dell’arco a spinta eliminata.

Figura 91. Comportamento tipico della muratura secondo la tipologia di analisi, [60].

134
Progetto dei tiranti

2.3.2. Meccanismi di collasso per azioni statiche

Secondo la trattazione riportata in [25] la crisi di un arco può sopraggiungere se-


condo diverse modalità e l’innesco di un meccanismo piuttosto che di un altro, di-
pende da diversi fattori, quali la geometria della struttura (dimensione di freccia,
corda, spessore, rinfianco […]), le condizioni di vincolo, le tecniche costruttive, le
caratteristiche dei materiali impiegati, i carichi attualmente agenti sulla struttura e
la storia dei carichi che l’arco ha dovuto sopportare e quindi i danni che ne sono
conseguiti.
È possibile identificare tre tipologie principali di crisi:
 formazione di cerniere plastiche per presso-flessione;
 ribaltamento dei piedritti;
 scorrimento relativo tra i conci.
Dallo studio della prima tipologia mediante l’analisi limite sarà possibile determi-
nare la capacità portante ultima del tirante e del capochiave. Mediante l’analisi ela-
stica sotto i carichi quasi permanenti sarà invece possibile ricavare il valore della
pretensione da applicare alla barra.

[Link]. Presso-flessione
Nel primo caso il collasso si manifesta per la formazione di un numero sufficiente
di cerniere plastiche lungo il profilo dell’arco. Per numero sufficiente si intende un
numero tale da dar luogo a un meccanismo cinematico, ovvero al minimo quattro.

Figura 92. Rottura a flessione dell'arco.

135
Capitolo 2

La verifica nei confronti di questo meccanismo si esegue controllando che esista


almeno una curva funicolare del carico che, in equilibrio con le azioni applicate, sia
compresa all’interno della sagoma dell’arco. Essa si può svolgere con programmi di
calcolo automatici (“Arco” di Piero Gelfi [53] o il foglio Excel contenuto in [25]), i
quali restituiscono, in funzione di geometria e carichi, la funicolare dei carichi che
tra le  ³ possibili, genera il minor impegno statico per la struttura. Nel program-
ma di Gelfi è sufficiente controllare graficamente o in base ai dati sull’eccentricità
della spinta, che la funicolare sia ovunque contenuta entro la sagoma dell’arco. Il
foglio di calcolo allegato in [25] permette inoltre di determinare il posizionamento
delle cerniere plastiche e di valutare il livello di sicurezza della struttura in base a
un coefficiente di sicurezza. Questo non è altro che il rapporto tra lo spessore reale
dell’arco e quello minimo affinché sia garantita la stabilità.
La procedura proposta determina la soluzione di minor impegno statico per la
struttura ipotizzando che i presidi tesi a far nascere il comportamento ad arco rie-
scano a sopportare e a garantire lo sviluppo della spinta H, la quale è fornita come
dato di output della procedura [19]. Il valore trovato andrà quindi uguagliato
all’azione resistente TEd con cui dimensionare i diversi componenti della catena se-
condo le indicazioni contenute al capitolo 3.
È possibile che la quarta cerniera anziché for-
marsi lungo il profilo dell’arco si sviluppi su uno
dei piedritti (o entrambi in caso di carico sim-
metrico). In questo caso è necessario contem-
plare anche i piedritti all’interno dell’analisi
strutturale e verificare ancora che esista almeno
una funicolare dei carichi contenuta nel profilo
della struttura e in equilibrio con i carichi ester-
ni agenti sulla struttura analizzata.
Un concetto a cui prestare molta attenzione du-
rante la verifica è quello relativo a come conteg-
giare i carichi e in particolare quale valore affi-
dare ai coefficienti di sicurezza e a quelli di
combinazione delle azioni. In caso di strutture
esistenti è bene premettere che le verifiche sta-
tiche potranno essere eseguite con riferimento
Figura 93. Schema di ribaltamento
ai soli SLU e pertanto si dovrà far riferimento al-
del piedritto.
la combinazione fondamentale definita al punto
2.5.3 delle NTC 2008:

 G1G1   G 2G2   Q1Qk1   Q 2  02 Qk 2   Q3 03 Qk 3  ... (2.54)

136
Progetto dei tiranti

Dove G1 rappresenta i carichi permanenti dovuti al peso proprio della struttura, G2


i carichi permanenti non strutturali, Q i carichi variabili, γ i coefficienti parziali del-
le azioni e ψ i coefficienti di combinazione.

Tabella 1. Coefficienti parziali da adottare nelle verifiche allo SLU [54].

Quando si studia il comportamento degli archi non risulta immediato definire se


l’azione considerata darà un contributo favorevole o sfavorevole alla stabilità.
Dunque converrà formulare più ipotesi, andando poi ad adottare quella combina-
zione di carico che fornisce il minor coefficiente di sicurezza dell’arco.
In genere il peso proprio è un carico favorevole e pertanto va assunto un coeffi-
ciente parziale pari a 0,9. I carichi variabili, distribuiti o concentrati, sono solita-
mente sfavorevoli e pertanto si assumono i coefficienti massimi indicati nella Ta-
bella 1. Infine il riempimento rappresenta un carico stabilizzante qualora il suo spes-
sore in chiave sia nullo o comunque molto limitato [25], mentre diviene gravoso in
caso contrario. Una volta dimensionata, sarà possibile disporre la catena all’altezza
delle reni, ovvero dove agirà la spinta orizzontale H.
In base alle sollecitazioni taglianti ottenute dall’analisi, sarà poi possibile verificare
l’assenza di slittamento tra i conci, confrontando l’azione agente con quella resi-
stente. Quest’ultima è determinata moltiplicando la superficie compressa per una
resistenza a taglio dedotta da un modello ad attrito e coesione del tipo Mohr-
Coulomb (vedi punto [Link]).
Tramite l’analisi limite allo stato limite ultimo è dunque possibile trovare la capaci-
tà ultima della catena, tuttavia resta da definire come determinare il valore della
pretensione da applicare alla barra. Secondo l’approccio proposto in [19] è possibi-
le definire tale quantità mediante un’analisi elastica allo stato limite di esercizio.
Sotto l’ipotesi di comportamento elastico del materiale sarebbe in generale corret-
to studiare un arco isolato come una struttura incastrata alle imposte. Ciò risulta
affidabile per archi in acciaio o in calcestruzzo armato, i quali possiedono
un’elevata resistenza a flessione, ma non per quelli realizzati in muratura. Questi
subiscono infatti un assestamento iniziale delle imposte a causa della caduta di

137
Capitolo 2

spinta e della viscosità più o meno marcata della malta che tende a produrre uno
schema statico molto più simile all’arco a due cerniere [63]. Vista la presenza della
catena è poi doveroso ricondursi al caso specifico di arco a spinta eliminata, dove
un tirante di modulo elastico ER e sezione AR unisce tra di loro le imposte dell’arco
assicurando lo sviluppo della spinta H.

Figura 94. Arco a spinta eliminata [19].

Secondo la risoluzione completa presentata in [19, 64] è possibile determinare il


valore della spinta applicando il principio dei valori virtuali. In primo luogo si defi-
niscono le equazioni di momento, taglio e azione assiale per i due sistemi:
M a  x   M tr  x   H y  x 
N a  x   H Cos   x    RVS   Fj  Sin   x   H Cos   x   Vtr  x  Cos   x  (2.55)

Va  x    H Sin   x    RVS   Fj  Cos   x    H Sin   x   Vtr  x  Cos   x 

M tr*  x   Vtr*  x   0 x : 0  x  l
M a*  x    y  x 
(2.56)
N a*  x   Cos   x 
Va*  x    Sin   x 

Dove:
N(x) è l’azione l’assiale (positiva se di compressione);
V(x) è il taglio (positivo se induce una rotazione oraria);

138
Progetto dei tiranti

M(x) è il momento flettente (positivo se orario)


α(x) è l’angolo compreso tra la tangente alla linea d’asse dell’arco, y(x), e
l’orizzontale. Dunque è ottenibile come derivata prima della linea
d’asse.
Successivamente si applica il PLV:

 M s   N s 
0   M a*  s   a    s   ds   N a*  s   a    s   ds 
l l

 EI  s    EA  s  
   
0 0

(2.57)
 V  s   Hl
 V  s  a    s   ds  H *
l
*
a  GA  s   ER AR
 
0

Dove:
s è l’ascissa curvilinea della linea d’asse dell’arco
μ(s), λ(s), υ(x) rappresentano eventuali distorsioni distribuite (rispettiva-
mente flessionale, assiale e tagliante) che verranno trascu-
rate nell’attuale trattazione.
Si semplifica poi l’equazione tendendo conto che ds = dx/Cos α(x).

Ma  x dx N  x dx
0   M a*  x    N a*  x  a
l l

0 EI  x  Cos   x  0 EA  x  Cos   x 
Va  x  dx Hl
  Va*  x 
l
 H*
0 GA  x  Cos   x  ER AR

A questo punto si esplicita l’equazione in funzione della spinta e si sostituiscono le


precedenti (2.55)-(2.56) al suo interno:
l y  x
M tr  x  l V  x  Sin   x  l V  x  Sin   x 
 Cos   x  dx   tr dx   tr
dx
0 EI  x  0 EA  x  0 GA  x 
H
l y2  x l Cos   x  l  Sin   x  Tan   x  l
0 EI  x  Cos   x  dx  0 EA  x  dx  0 GA  x 
dx 
ER AR

Dove a numeratore sono riportati i termini che determinano lo spostamento rela-


tivo tra le imposte dovuto ai carichi esterni, mentre il denominatore (in cui i primi
tre termini vengono indicati globalmente con Δ*) rappresenta tale spostamento
per H* = 1.

139
Capitolo 2

l y  x M tr  x  l V  x  Sin   x  l V  x  Sin   x 
 Cos   x  dx   tr dx   tr
dx
0 EI  x  0 EA  x  0 GA  x 
H (2.58)
l
 
*

ER AR
Siccome l’arco ha una sezione compatta è poi possibile semplificare il termine rela-
tivo alla deformabilità tagliante e riscrivere l’equazione come segue:
l y  xM tr  x  l V  x  Sin   x 

0  Cos   x EI  x 
dx   tr
0 EA  x 
dx
H
l y2  x l Cos   x  l
0 EI  x  Cos   x  dx  0 EA  x  dx  ER AR
Anche in questo caso si raggruppano i primi due termini del denominatore sotto il
simbolo di Δ1*:
ly  x  M tr  x  l V  x  Sin   x 
0 Cos   x  EI  x   0 EA  x  dx
tr
dx
H (2.59)
l
1* 
ER AR
Il termine a numeratore relativo all’azione assiale ha segno negativo e pertanto es-
so induce un decremento della spinta H chiamato appunto caduta di spinta. Questa
inficia il meccanismo resistente ad arco in quanto produce, per qualunque distri-
buzione dei carichi, un decremento dell’azione assiale e un aumento delle sollecita-
zioni flessionali e taglianti. E’ difficile stabilire a priori l’influenza di questo feno-
meno sul comportamento strutturale e pertanto si consiglia di valutare ciò attra-
verso la seguente equazione [19], che fornisce una misura (in percentuale)
dell’influenza della deformabilità assiale sul valore della spinta H.
dx
l l
H 
 

  ER AR
0 EA x Cos  x
 (2.60)
H l
1* 
ER AR
Se il valore dedotto dall’equazione (2.60) è inferiore al 10%, è allora ragionevole
trascurare la deformabilità assiale e calcolare il valore della spinta come:

140
Progetto dei tiranti

ly  x  M tr  x  l y  x M tr  x 

0 Cos  x
  EI  x 
dx  Cos   x 
0 EI  x 
dx
H  (2.61)
l y2  x l *2 
l
0 EI  x  Cos   x  dx  ER AR ER AR

Il valore della pretensione da fornire al tirante sarà dunque pari al valore della
spinta, calcolato mediante la (2.59) o la (2.61) per uno stato limite di esercizio in
cui si prendono in considerazione i soli carichi permanenti.

[Link]. Catene estradossali


La presenza di vincoli legati alla tutela del patrimonio artistico, come la presenza di
affreschi sulla volta a botte, possono orientare le scelte del progettista verso l’ uti-
lizzo di catene estradossali occultate nel riempimento della volta.

Figura 95. Schema classico di una catena estradossale.

In realtà con questo termine ci si dovrebbe riferire a tutti quei tiranti disposti oltre
il piano delle reni (o del rinfianco se più alto). Questo perché oltre tale altezza la
catena non permette più lo sviluppo della spinta in maniera diretta, ma piuttosto,
essa tende a consolidare il piedritto sottostante modificando l’eccentricità con cui
agisce la risultante dei carichi esso sovrastanti.
Osservando molto attentamente la Figura 96 è possibile rendersi conto di quanto
appena affermato. Nella parte sinistra della figura è infatti schematizzata una por-
zione di arco di cui si studia il funzionamento sotto i carichi di esercizio e quindi
sotto un comportamento di tipo elastico. Essa inoltre non risulta consolidata me-
diante tiranti intradossali e pertanto la spinta innescata dal meccanismo ad arco ha
modo di generarsi solo in forza del piedritto. Tuttavia, se il carico proveniente dalla
struttura sovrastante (W2) agisse con una certa eccentricità, la sezione BB’ non ri-
sulterà uniformemente compressa o peggio ancora, vi sarà una porzione di essa
fessurata, con la conseguente riduzione della resistenza a pressoflessione della se-
zione.

141
Capitolo 2

Figura 96. Schema di funzionamento della catena estradossale.

Anziché contrastare direttamente la spinta H, come con le catene intradossali,


quelle estradossali si limitano a modificare l’eccentricità con cui agisce la risultante
dei carichi delle strutture sovrastanti (vedi Figura 96-b) e così facendo, migliorano
la distribuzione e l’entità delle compressioni agenti sulla porzione di muratura alla
base del piedritto. In questo modo si permette lo sviluppo di una maggior spinta
rispetto alla situazione non consolidata, così da incrementare la resistenza ultima
della struttura e il suo comportamento in esercizio.
Come è facile intuire questo tipo di intervento di consolidamento risulta molto
meno efficace rispetto al posizionamento di tiranti intradossali, oltre al fatto che il
calcolo della capacità ultima della barra e la sua pretensione devono essere atten-
tamente valutate in modo da impedire effetti indesiderati, come il ribaltamento
della muratura su cui insiste il capochiave.
Il presente lavoro non intende occuparsi oltre del dimensionamento della sezione
e della forza di pretensionamento nel caso di catene estradossali, in quanto i criteri
di verifica espressi ai punti precedenti sono sufficienti a guidare la risoluzione del
problema. Risulta tuttavia molto interessante studiare, in condizioni di esercizio e
di collasso, la massima azione di pretensione e quella ultima che la struttura è in
grado di assorbire.

142
Progetto dei tiranti

Figura 97. Analisi della sezione AA' per determinare l'azione di pretensione massima.

Sotto i carichi di esercizio è possibile determinare il valore massimo dell’azione di


pretensione ipotizzando che il materiale rimanga in campo elastico e che la sezione
risulti parzialmente compressa per una lunghezza u pari a [19]:

t 
u  3  1  eTot  (2.62)
2 
A questo punto si pone l’equilibrio alla traslazione e si sostituisce al suo interno
l’equazione (2.62).
u
W2  N  f w, ck d
2
3t 
W2  f w, ck  1  eTot  d
2 2 
2W2 t
 1  eTot
3d f w, ck 2

t1 2W2
eTot   (2.63)
2 3d f w, ck

Successivamente si impone la condizione di equilibrio mediante l’equazione di


equilibrio alla rotazione intorno al centro della sezione:

143
Capitolo 2

W2 e2  PEd hC  NeTot
t 2W2 
W2 e2  PEd hC  W2  1  
 2 3d f
 w, ck 
t 2W2 
PEd hC  W2  1    W2 e2
 2 3d f
 w , ck 
t1 2W2
  e2
2 3d f w, ck
PEd  W2 (2.64)
hC
Mediante l’equazione (2.64) è possibile stabilire il valore massimo dell’azione di
pretensione, tenendo però presente che il calcolo deve essere eseguito per una
combinazione di esercizio in cui si prendono in considerazione i soli carichi per-
manenti.
Allo stato limite ultimo si ipotizza che la porzione di muratura ruoti attorno al bor-
do del pannello e qui vi sia la formazione di una cerniera plastica. In questo caso è
sufficiente porre uguale a infinito la resistenza della muratura nell’equazione
(2.64) e determinare così, mediante la combinazione fondamentale, l’azione resi-
stente ultima che la muratura è in grado si assorbire. Se la muratura possiede una
bassa resistenza a compressione si potrebbe adottare, come illustrato al punto
precedente, uno stress-block per semplificare il diagramma delle tensioni non li-
neare e posizionare la cerniera nella mezzeria di quest’ ultimo.

144
3. La capacità delle catene

3.1. Introduzione
Affinché una catena metallica contribuisca al miglioramento della capacità resi-
stente di una struttura in muratura e in generale ne impedisca i diversi meccanismi
di ribaltamento, è necessario effettuare il corretto dimensionamento dei suoi com-
ponenti. La massima azione di trazione che un tirante è in grado di sopportare di-
pende infatti dalla resistenza offerta dalla barra d’acciaio, dal capochiave e dalla
muratura limitrofa. In seguito verrà mostrato in dettaglio il calcolo delle resistenza
di questi elementi, ma ora è importante mostrare la filosofia che guida la progetta-
zione di questi componenti.
A fronte delle azioni sismiche è importante che il meccanismo di rottura permetta
di dissipare molta energia prima di arrivare a collasso. Questo vale anche nel caso
di azioni spingenti quasi statiche (per esempio la spinta di un arco): in termini di
sicurezza strutturale è di gran lunga preferibile che il collasso sia preceduto da
ampi stati fessurativi. E’ quindi importante, in fase di progettazione, non prevede-
re, ma piuttosto governare il processo secondo cui si arriva al collasso della strut-
tura, di modo che segua il criterio sopra descritto [58]. Ciò si ottiene favorendo la
formazione di meccanismi duttili ed evitando la formazione di rotture fragili o di
meccanismi indesiderati.
Nel caso in esame, questa filosofia di progettazione si esplica su due diversi livelli;
il primo consiste nel dimensionare la capacità del “sistema” catena in funzione dei
meccanismi di collasso dell’edificio. Il secondo concerne i principi con cui dimen-
sionare i diversi elementi della catena in funzione dei loro meccanismi di rottura.
Si tratta cioè di definire una gerarchia delle resistenze tra barra d’acciaio, capo-
chiave e muratura limitrofa al capochiave.
E’ lecito allora affermare che le catene devono assicurare ai pannelli murari un de-
terminato livello di azione stabilizzante. Tale azione deve permettere alla struttura
di resistere secondo meccanismi che impediscano o procrastinino il ribaltamento.
Questi concetti, che corrispondono alla progettazione di un intervento che dia luo-
go ad un’opportuna gerarchia delle resistenze all’interno della struttura, condizio-
nano le scelte progettuali relative al primo livello.
Per raggiungere quest’obbiettivo bisogna dunque evitare che la muratura ceda lo-
calmente secondo un meccanismo fragile di punzonamento. In questo senso si de-
ve cercare di limitare il livello delle sollecitazioni agenti per mantenere il materiale
nella fase elastica. Allo stesso tempo è necessario che il capochiave ripartisca in
modo il più possibile omogeneo e con livelli di pressione sufficientemente ridotti

145
Capitolo 3

l’azione trasmessa dalla barra metallica della catena. Per permettere ciò bisognerà
fare una stima adeguata della rigidezza del capochiave in relazione al comporta-
mento della muratura su cui insiste. Ciò comporta il dimensionamento di un capo-
chiave in grado di distribuire convenientemente l’azione di progetto prevista. Si
tratta dunque di un’analisi in cui è vincolante la deformabilità in campo elastico
(fino a rottura del “sistema” catena), salvo verificare a posteriori la resistenza.
Per quanto riguarda la barra della catena va poi osservato che la stessa è soggetta a
trazione pura, il ché presuppone un meccanismo di rottura dotato di elevata dutti-
lità. Ciò si realizza solo se viene effettuata una corretta scelta dell’acciaio e l’area
della sezione retta è dimensionata in modo che il carico di progetto coincida con lo
snervamento. In questo modo ai movimenti cinematici della struttura allo stato li-
mite ultimo corrisponde la dissipazione di energia attraverso la deformazione pla-
stica del tirante.

146
La capacità delle catene

3.2. Resistenza della muratura


Il primo elemento che contribuisce a determinare la massima azione applicabile
alla catena è definito dalla resistenza al punzonamento offerta dalla muratura.
L’assenza di prove di laboratorio effettuate a riguardo e l’assenza di un modello
teorico consolidato con cui la letteratura odierna stimi questo valore, fanno di
quest’ultimo contributo il più difficile da definire e stimare correttamente.
I meccanismi resistenti e le formule proposte dalla normativa servono infatti a va-
lutare la resistenza di macro porzioni di muratura, dove il materiale viene conside-
rato isotropo e omogeneo. Nel caso in esame invece, le sollecitazioni si applicano a
una micro porzione di muratura, la quale non può più essere considerata omoge-
nea e tantomeno isotropa, dato che la riduzione della scala esalta il ruolo, prima
minoritario, di fattori come la tessitura muraria o il mutuo rapporto tra le caratte-
ristiche di legante e blocchi.

3.2.1. Stato dell’arte

Anche se la normativa nazionale con le NTC 2008 e quella europea con l’ Eurocodi-
ce 6 non propongono criteri di verifica, in letteratura sono presenti alcune teorie
per valutare l’azione resistente della muratura contro il punzonamento. Queste de-
rivano da norme antisismiche regionali e da manuali sul consolidamento scritti da
numerosi autori. In seguito vengono riportati i principali e più validi criteri sulla
tematica, frutto di un corposo lavoro di ricerca.

[Link]. Esposizione tratta dall’autore Sisto Mastrodicasa


La maggior parte dei testi e delle linee guida antisismiche che trattano la questione
si rifanno alla teoria proposta da Sisto Mastrodicasa in [21]. In questo volume,
l’autore propone di ricavare la massima azione traente esercitabile dal tirante, de-
ducendo tale valore, dal minore dei due contributi dovuti all’attrito e alla coesione
nella muratura. Secondo l’autore vi è infatti un primo meccanismo resistente, per
cui all’azione del tirante si oppone la coesione dell’apparato murario esprimibile
mediante la resistenza a trazione di quest’ultimo. Oltre a questa bisogna poi valu-
tare una seconda resistenza dovuta all’attrito che si genera per lo scorrimento di
un solido di distacco rispetto all’altro. In entrambi i casi le resistenze sono calcola-
te ipotizzando di lavorare con un capochiave di tipo circolare.
Nel primo caso si descrive come la forza esercitata dal capochiave, tenda a “estir-
pare un solido di distacco costituito da un tronco di cono in cui la faccia esterna è
definita dalla superficie del capochiave e quella interna è definita dalla regione pa-
ramentale delimitata dalla superficie conica che, inviluppando la piastra, diverge
con l’angolo costante di 45° dall’asse del tirante. Secondo questa superficie conica
si suppone che si verifichi lo strappamento del muro.”[21]

147
Capitolo 3

La muratura viene dunque considerata un corpo omogeneo e isotropo, di cui si va-


luta la resistenza allo strappamento del solido di distacco moltiplicando la superfi-
cie laterale di tale volume, per la componente nella direzione dell’asse della catena
della resistenza a trazione della muratura. Nel libro in esame, il valore della resi-
stenza a trazione non è assunto in base alla tipologia di muratura, ma unicamente
in funzione del tipo di malta usata. In seguito si riportano i dati proposti, lo schema
del solido di distacco e il procedimento di verifica.

Tabella 2. Valori della resistenza a trazione proposti [21].

Figura 98. Schema del solido di distacco per coesione.

L’azione resistente di calcolo dovuta alla coesione (Tw,Td) è dunque pari alla resi-
stenza a trazione della malta moltiplicata per la superficie laterale del solido di di-
stacco causato da questo meccanismo di rottura (ASL,1) e diviso per un coefficiente
di sicurezza.

ASL,1  f m,tk 2
Tw,Td   kN  (3.1)
M 2

148
La capacità delle catene

1 f
Tw,Td   2 r  2  RL  t   t  m,tk  kN  (3.2)
2 M

Il coefficiente di sicurezza è infine posto pari a 2 di modo da garantire un elevato


grado di affidabilità.

 t
Tw,Td   t  f m,tk  RL    kN  (3.3)
 2
Un affinamento di questo procedimento si può trovare nel libro “Trattato sul con-
solidamento e il restauro, Vol II”[65], scritto da Massimo Mariani, la cui pubblica-
zione è stata curata dal centro studi “Sisto Mastrodicasa”. Al suo interno possiamo
ritrovare la stessa modalità di verifica, ma al posto dei precedenti valori usati per
stimare la resistenza a trazione, qui si consiglia di utilizzare i valori dello sforzo
tangenziale resistente τk (assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di sforzo
assiale fw,vk0) desunti dalla tabella 1 della circolare del ministero dei lavori pubblici
del 30/6/1981 [66].

Tabella 3. Valori delle resistenze a compressione e a taglio in assenza di compressione.

L’uso di questi dati ha una portata rilevante poiché viene proposta una verifica a
trazione monodirezionale, usando dei valori che la normativa in questione prescri-

149
Capitolo 3

ve vengano utilizzati per una verifica a taglio. Inoltre il valore della resistenza non
è più frutto unicamente della malta, ma viene assegnata in funzione del tipo di mu-
ratura. Questa e altre criticità riscontrate in letteratura verranno poi discusse in un
apposito spazio.
Nel secondo caso viene valutata l’azione resistente di calcolo (Tw,Vd) offerta
dall’attrito causato dal carico gravante sulla porzione di muratura interessata
dall’organo di ritegno. Se infatti venisse vinta la precedente azione resistente offer-
ta dalla coesione, questo secondo contributo tenderebbe a impedire l’estirpazione
del blocco.
Per determinare ciò, si trasforma la precedente superficie tronco-conica nella
somma di infinite superfici cilindriche d’altezza dx e raggio r (pari a x nelle formu-
le) e si valuta il diverso livello di compressioni agenti sulle superfici laterali infini-
tesime rdαdx e sottoposte al coefficiente di attrito effettivo (μ) posto uguale a 0,75.
Così facendo si applica la forza d’attrito alla superficie laterale di un cilindro avente
altezza pari allo spessore della muratura e raggio pari a quello del capochiave cir-
colare ipotizzato (r1), più una quantità (t/2) determinata dalla proiezione orizzon-
tale dell’intersezione tra la retta di diffusione dello sforzo (ipotizzata ragionevol-
mente a 45°) e la mezzeria dello spessore murario.
L’azione resistente dovuta all’attrito è dunque il frutto della resistenza dovuta
all’attrito (μσEd), ridotta di un coefficiente di sicurezza e moltiplicata per la superfi-
cie laterale del solido distacco ottimizzata per considerare il diverso livello di com-
pressione(ASL,2).

Figura 99. Schema del meccanismo ad attrito.

150
La capacità delle catene

 Ed
Tw,Vd  ASL,2  kN  (3.4)
M
 Ed
d 2Tw,Vd  x sin  dx d  kN  (3.5)
M
 Ed  Ed 2 2
 x2  x1 
 2
 kN 
x2
Tw,Vd  4
M 
0
sin  d  x dx  2
x1 M
(3.6)

Figura 100. Schema del solido di distacco per attrito.

Posto poi x1 = RL e x2 = RL + t, e utilizzando un coefficiente di sicurezza pari a 2 si ot-


tiene:
Tw,Vd   Ed t  t  2RL   kN  (3.7)

La resistenza al punzonamento del maschio murario è dunque offerta dal minor


contributo determinato mediante le equazioni (3.1) e (3.4).
Questo schema di verifica viene proposto senza modifiche anche nei libri [67-69] e
nelle tesi di laurea [70, 71].

151
Capitolo 3

[Link]. Esposizione tratta dalle linee guida antisismiche


Alcuni affinamenti della teoria proposta da S. Mastrodicasa sono offerti dalle due
linee guida regionali antisismiche. Questi documenti sono stati redatti con il con-
tributo della protezione civile, delle università e di istituti di ricerca.
Il primo documento è il “Manuale delle opere provvisionali urgenti post-sisma”
[49]. Questo è il risultato di una convenzione tra il dipartimento di protezione civi-
le, l’ufficio del servizio sismico nazionale e l’università degli studi della Basilicata e
si occupa di tutti gli aspetti relativi alle opere provvisionali necessarie agli edifici
colpiti da un evento sismico. Il taglio dato alla trattazione è quindi molto pragmati-
co e poco teorico, infatti vengono dati per lo più consigli di tipo pratico sulla messa
in opera delle catene, rispetto a quelli destinati al dimensionamento degli organi di
ritegno.
Un’informazione utile arriva dalla descrizione del solido di distacco per coesione in
caso di capochiave avente la foggia di paletto.

Figura 101. Schema del solido di distacco per capochiave a paletto.

Oltre a ciò, quando viene proposto il procedimento di stima della resistenza della
muratura, si afferma in primo luogo che su questa bisogna eseguire una verifica a
taglio, infatti, essendo il capochiave posizionato a ridosso dei solai e dei muri tra-
sversali, gli sforzi flessionali sono trascurabili rispetto a quelli taglianti.
Tuttavia viene calcolato, con il procedimento di Mastrodicasa, il solo contributo
dovuto alla coesione e dunque viene effettuata solo una verifica a trazione median-
te l’equazione (3.1).

152
La capacità delle catene

Il secondo documento è un foglio di calcolo Excel nato dalla collaborazione tra nu-
merosi enti, tra cui la Protezione Civile e il Consorzio dei Laboratori Universitari di
Ingegneria Sismica (ReLuis). Il documento è un applicativo per le verifiche sismi-
che dei meccanismi di collasso locali fuori piano, utilizzato negli edifici esistenti in
muratura, mediante l’analisi cinematica lineare ed è allegato al testo [50]. Il suo
funzionamento viene anche descritto nelle dispense [72] del corso di riabilitazione
strutturale dell’università di Basilicata tenuto dal Professore Felice Ponzo.
Oltre a contenere alcuni fogli per il calcolo dei meccanismi di ribaltamento per
pannelli in muratura, all’interno del documento è possibile trovare la procedura di
calcolo per determinare, in caso di capochiave rettangolare, il tiro massimo da for-
nire alla catena per non superare la capacità portante della muratura. Questo è pe-
rò valutato in maniera molto differente rispetto a quanto visto nei casi precedenti.
Esso coincide con il minore tra due valori di cui il primo deriva da una rottura della
muratura causata da uno sforzo di taglio. Il valore cercato è frutto della resistenza
a taglio della parete in assenza di compressione (fw,vk0), moltiplicata per la superfi-
cie laterale del solido di distacco individuato con gli stessi criteri di quello visto
nella Figura 100.
f w, vk 0
Tw,Vd  ASL,2  kN  (3.8)
M
E’ interessante notare come le superfici verticali del parallelepipedo di distacco
non sottoposte ad azione assiale, vengano in un primo momento escluse dal calcolo
dell’area che fornisce la resistenza al punzonamento, in ottemperanza al punto
[Link].2 delle NTC 2008 [54]. Tuttavia il foglio di calcolo consente poi, a rischio del
progettista, di considerare una quota parte di queste facce non sottoposte a com-
pressione, per il calcolo dell’azione resistente.

Figura 102. Particolare della superficie laterale del solido di distacco.

153
Capitolo 3

Il meccanismo di rottura con cui viene valutato il secondo contributo è relativo alla
resistenza del muro nei confronti della penetrazione della piastra di ancoraggio a
causa di un eccesso di pressione di contatto. Tale valore è determinato dal prodot-
to della resistenza a compressione della parete moltiplicata per la superficie di
contatto dell’apparecchio di ancoraggio con la muratura (AC) e divisa per un coeffi-
ciente di sicurezza di cui non viene fornito il valore.
f w,ck
Tw,Cd  AC  kN  (3.9)
M

[Link]. Esposizione tratta dall’autore Michele Vinci


Un riassunto concorde e armonizzante delle precedenti teorie viene effettuato da
Michele Vinci nel volume [59] di recente pubblicazione. Le verifiche svolte sono
quelle già presentate in Mastrodicasa, ovvero deducendo la resistenza al punzo-
namento come il minore di due valori resistenti calcolati secondo un meccanismo
di crisi per trazione e taglio. Tuttavia la trattazione è affinata secondo quanto ri-
portato dal “Manuale delle opere provvisionali urgenti post sisma” e da altre intui-
zione ricavate dai criteri delle NTC 2008.
Per quanto riguarda la verifica relativa alla crisi per trazione, per il calcolo
dell’azione resistente offerta dalla muratura viene proposta l’equazione (3.1). Il so-
lido di distacco è quello già proposto in Figura 98 in caso di capochiave circolare e
viene data soluzione anche in caso di apparecchi di forma rettangolare o di paletto.
Tuttavia l’autore non fornisce alcuna indicazione su come ricavare il valore della
resistenza a trazione, salvo poi, negli esempi successivi, uguagliare tale valore alla
resistenza a taglio in assenza di compressione (fw,vk0) amplificata del fattore 1,5 co-
sì come descritto al punto C8.7.15 della circolare [57].
A seconda del tipo di capochiave l’equazione svolta diventa:
Piastra circolare Tw,Td  f m,td  t  t  2 RL 
Piastra rettangolare Tw,Td  f m,td 2t  a  b  2t  N  (3.10)

Paletto Tw,Td  f m,td 2t  l p  bp  2t 

Il secondo valore dell’azione resistente è poi valutato secondo un meccanismo di


crisi a taglio. Questa volta però, la resistenza a taglio della muratura (fw,vd) è deter-
minata secondo il punto [Link] delle NTC 2008.
f w,vk 0  0, 4 Ed
f w,vd   MPa  (3.11)
M
O in alternativa secondo il punto C8.7.1.5 della Circolare alle NTC 2008.

154
La capacità delle catene

f w,td  Ed
f w,vd  1  MPa  (3.12)
 f w,td

Dove la resistenza a trazione della muratura è pari alla resistenza a taglio in assen-
za di compressione moltiplicata per il fattore 1,5.

f w,td  1,5  f w,vd 0  MPa (3.13)

Se si utilizza la resistenza a taglio espressa dalla (3.11) l’equazione generale


dell’azione resistente di calcolo è pari a

Tw,Vd   f w, vd  dA  kN  (3.14)
ASL ,2

Le formule vengono poi esplicitate in funzione delle diverse geometrie del capo-
chiave:
Piastra Circolare Tw,Vd  t  t  2 RL  f vd 0  2  0, 4 Ed 
Piastra rettangolare Tw,Vd  2t  f vd 0  a  b  2t   0, 4 Ed  a  t   N 
(3.15)
Paletto Tw,Vd  2t ( f vd 0  l p  bp  2t   0, 4 Ed 


  l p  t  Cos    bp  t  Sin  
Quello che preme sottolineare è che nel calcolo dell’azione resistente secondo una
crisi a taglio, rispetto a (3.4), dove Mastrodicasa considerava il solo contributo del
termine dovuto all’attrito per compressione e rispetto a (3.8) dove veniva conside-
rato il solo contributo della resistenza a taglio in assenza di compressione, ora, in
ottemperanza alle NTC 2008, vengono contemplati entrambi i contributi resistenti.
Inoltre viene fornita ampia trattazione su come valutare il livello di compressione
agente sulle superfici curve e inclinate.

155
Capitolo 3

3.2.2. Confronto delle proposte

Arrivati a questo punto risulta molto utile effettuare un paragone tra i diversi pro-
cedimenti proposti dagli autori, di modo da valutarne il grado di sicurezza e inizia-
re a notarne le prime lacune.
Per effettuare questo paragone verrà valutata l’azione resistente caratteristica of-
ferta dalla muratura utilizzando i procedimenti visti nel precedente capitolo, ovve-
ro quello di Mastrodicasa, del Manuale delle opere provvisionali urgenti post-
sisma, del foglio di calcolo di ReLuis e di Vinci.
L’analisi è effettuata su una parete costituita da una muratura a tre teste in mattoni
pieni e malta di calce, le cui proprietà meccaniche sono estrapolate dalla tabella
C8A.2.1 della circolare delle NTC 2008 utilizzando un fattore di confidenza pari a
1,35 e dai valori proposti da Mastrodicasa in [21] per quanto riguarda la resistenza
a trazione della malta.
f w, ck  1,78  MPa  E  1800  MPa 
f w,v k 0  0,04  MPa  G  600  MPa 
f m,tk  0,10  MPa   Mastrodicasa 
Su una muratura di questo tipo viene dunque valutata l’azione resistente al punzo-
namento al crescere delle compressioni. Il tutto è effettuato nel caso di un capo-
chiave rettangolare di dimensioni a e b entrambe pari a 300 mm e di uno circolare
avente un raggio della piastra pari a 170 mm. Essi hanno dunque una superficie di
contatto praticamente identica.
In seguito sono riportati i risultati valutati al crescere del rapporto tra sforzo e re-
sistenza a compressione , dai quali si evince che nel metodo proposto da Mastrodi-
casa, ad essere determinante è l’azione resistente calcolata con il criterio di rottura
per trazione. Questa viene superata dal meccanismo per attrito solo per bassi livel-
li dell’azione di compressione. Oltre questo limite la resistenza offerta dall’attrito
cresce a dismisura, favorita anche dall’ assunzione di un coefficiente di attrito effet-
tivo abbastanza elevato, poiché posto pari a 0,75 in luogo dello 0,4 proposto dalle
NTC 2008 al punto [Link].
Se si usa il metodo proposto dal Manuale delle opere provvisionali urgenti post-
sisma, la resistenza al punzonamento è determinata unicamente dal termine frutto
della coesione. Gli autori del documento prescrivono di adottare gli stessi valori
della resistenza a trazione visti in Mastrodicasa e pertanto le linee risultano so-
vrapposte nei grafici.

156
La capacità delle catene

L’approccio proposto da M. Vinci porta a determinare un valore dell’azione resi-


stente dovuta a una crisi per trazione inferiore a quella dei due metodi precedenti,
in quanto il valore usato per definire la resistenza a trazione è minore di quello
proposto da Mastrodicasa. Infine il termine dovuto all’attrito risulta sempre molto
maggiore di quello per trazione, ma minore di quello calcolato con il metodo pre-
cedente; questo perché si utilizza un coefficiente di attrito μ inferiore e in linea con
le NTC 2008.
Un discorso a parte merita il terzo metodo di risoluzione, ovvero quello del foglio
di calcolo ReLuis. Esso è stato utilizzato solo nel caso del capochiave rettangolare
non essendoci indicazioni in caso di piastre circolari. E’ poi interessante notare che
il terzo contributo, frutto della resistenza a compressione della muratura, è abba-
stanza superfluo, poiché l’ordine di grandezza della resistenza a compressione ri-
spetto a quella a taglio in assenza di compressione è talmente superiore da consen-
tire a questo contributo di essere sempre maggiore del primo. Quest’ultimo è poi il
valore che garantisce il più alto fattore di sicurezza tra tutti i metodi visti, perché
calcola l’azione resistente mediante una resistenza a taglio priva del contributo del
termine funzione del livello di compressione (μσEd) e figlia unicamente della resi-
stenza a taglio in assenza di compressione (fvk0).

Figura 103. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra rettangolare.

157
Capitolo 3

Figura 104. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra circolare.

158
La capacità delle catene

3.2.3. Analisi critica delle proposte

[Link]. Ipotesi generali


Da quanto descritto emerge un quadro discorde delle modalità di verifica proposte
dalla letteratura attuale. La dimostrazione di ciò è data ad esempio dall’azione resi-
stente dovuta a una crisi per taglio, calcolata secondo il foglio di calcolo ReLuis; il
suo valore deriva unicamente dalla resistenza a taglio in assenza di compressione
ed è valutato su un solido di distacco a forma di parallelepipedo, ma l’azione resi-
stente dovuta a una crisi per trazione, calcolata secondo M. Vinci, è altresì il frutto
della precedente resistenza a taglio, applicata però a un diverso solido di distacco.
Insomma verifiche dovute a diversi meccanismi di crisi sono effettuate mediante
un’identica resistenza.
Dovendo però articolare un’analisi dei procedimenti esaminati è meglio iniziare
facendo notare che i quattro metodi di valutazione riportati, rappresentanti la tota-
lità degli approcci alla materia, non applicano contemporaneamente le stesse veri-
fiche e se ne hanno qualcuna in comune, questa viene poi eseguita in maniera diffe-
rente.
Permangono ulteriori dubbi sulle singole modalità con cui si procede a determina-
re la resistenza al punzonamento. In primo luogo perché tutti e quattro gli approcci
partono dall’ipotesi di considerare la muratura come un solido omogeneo e isotro-
po. Se questa affermazione può essere assunta come corretta quando si eseguono
le verifiche a compressione o a taglio di pannelli murari, perché permette una
semplificazione del problema non imprecisa; non altrettanto può essere fatto
quando si valuta la resistenza al punzonamento della muratura. Questo perché la
riduzione della scala con cui si interagisce, implica l’esaltazione di fattori quali
l’orditura muraria e il mutuo legame tra le caratteristiche degli elementi compo-
nenti la muratura. Su tale ipotesi si potrebbe comunque impostare un’analisi cor-
retta del dettaglio, ma la letteratura si lancia in azzardate semplificazioni del solido
di distacco. Azzardate perché nonostante l’ipotesi di isotropia premessa, si genera-
lizza troppo il solido di distacco, concedendo così una sovrastima o anche una sot-
tostima dell’area resistente al punzonamento.
Dell’affermazione ne viene fornito un esempio lampante grazie all’immagine suc-
cessiva (Figura 105). In essa sono rappresentate le sezioni verticali di una muratu-
ra a due teste e in particolare nella prima è possibile osservare il solido di distacco
per crisi a taglio applicato come descritto dalla letteratura proposta. Negli altri due
casi viene evidenziata l’orditura in chiave del pannello mettendo così a confronto
le linee di frattura proposte per una muratura considerata omogenea e isotropa,
con quelle che intuitivamente è possibile tracciare considerando l’orditura.
Se si analizza il terzo pannello si può innanzitutto osservare che non esiste ragione
per la quale si debba formare il solido di distacco proposto dalla letteratura. La

159
Capitolo 3

frattura dovrebbe infatti partire dal bordo del capochiave e non situarsi alcuni cor-
si dopo così come proposto dai testi analizzati.

Figura 105. Linee di rottura applicate a diversi pannelli.

Assumendo la muratura come un solido omogeneo e isotropo, la letteratura arriva


a determinare dei solidi di distacco che rischiano di avere ben poca attinenza con
quelli che si riscontrano nel fenomeno del punzonamento. Per quanto non sia ob-
biettivo dell’esempio mostrare in maniera analitica il livello di errore, esso mostra
in maniera abbastanza efficace che in caso di crisi per taglio l’area resistente sia er-
roneamente sovrastimata dai metodi precedenti.
Un valido procedimento di stima della resistenza offerta dalla muratura dovrebbe
dunque tenere in conto se non la singola orditura, almeno le caratteristiche mec-
caniche dei componenti. In funzione delle caratteristiche appena citate, una corret-
ta analisi dovrebbe permettere di determinare con precisione il solido di distacco
mediante un’analisi delle linee di frattura che impiegano la minor quantità di lavo-
ro per punzonare il pannello, valutando quindi la minor superficie di frattura tra le
possibili superfici ipotizzate in base a una crisi della malta o dei mattoni.

[Link]. Verifica a trazione


Se si volesse ammettere la correttezza delle ipotesi formulate e di conseguenze an-
che il fatto che il solido di distacco abbia a seconda della crisi per taglio o per tra-
zione la forma presentata, c’è un altro aspetto che appare a tratti scorretto e a trat-
ti lacunoso ed è quello relativo al valore da assegnare alle resistenza delle superfici
di frattura.
Nel procedimento proposto da Mastrodicasa l’autore propone di utilizzare un valo-
re desunto da prove di trazione rilevate sulla malta. Questo approccio appare tut-
tavia scorretto visto che se si parla di resistenza a trazione della muratura, questa
non è il frutto delle sole caratteristiche della malta, ma anche di quelle dei blocchi,
dello spessore dei giunti, dell’orditura e soprattutto del contenuto d’acqua nel mat-
tone al momento della messa in opera [73]. Proprio quest’ultimo contributo, scar-

160
La capacità delle catene

tato nella trattazione di Mastrodicasa, è alla base della formazione o meno di un


elevata resistenza. Infatti, come è possibile vedere dagli studi di Grandet, riportati
in [36], è il contenuto d’acqua e la porosità del blocco a determinare la formazione
o meno di uno strato di ettringite all’interfaccia malta/blocco, necessario allo svi-
luppo di tale resistenza.
Sembrerebbe dunque più corretto ricavare il valore della resistenza a trazione di-
rettamente da prove effettuate su un’intera porzione di muratura, piuttosto che da
prove effettuate sui singoli componenti. Questo è l’approccio utilizzato da Mariani
in [65] dove il valore proposto era infatti ricavato dalla tabella del decreto [36],
oggi aggiornata dalla tabella C8A.2.1 della circolare alle NTC 2008, la quale propo-
neva dei valori in funzione del tipo di muratura e delle sue qualità.
Tuttavia all’interno di questa tabella non viene riportato il valore della resistenza a
trazione, bensì quello della resistenza a taglio in assenza di compressione che gli
autori paragonano alla prima. Tale accostamento è proposto in quanto “negli ele-
menti soggetti al solo taglio, la tensione principale di trazione uguaglia lo sforzo
tangenziale unitario” [21].
Utilizzando la teoria relativa al cerchio di Mohr è possibile descrivere la tensione
principale di trazione come:

  
2

 1  Ed   Ed     Ed   MPa
2
(3.16)
2  2 
che in assenza di tensione assiale σEd diventa

1   Ed ,u  MPa (3.17)

E dunque, quando il valore della tensione principale raggiunge il valore corrispon-


dente alla rottura, è possibile scrivere

f w,tk   f w,vk 0  MPa (3.18)

Osservando la precedente equazione è possibile mettere in evidenza il fatto che è


erroneo, come proposto in [65] da Mariani, paragonare la resistenza a trazione a
quella a taglio senza tenere conto del fattore amplificativo β che tiene conto della
snellezza del maschio murario. Di tale fattore tiene invece conto l’approccio propo-
sto da M. Vinci attraverso l’equazione (3.13).
In ogni caso resta il fatto che la muratura in esame è sottoposta a un diverso stato
tensionale in quanto vi è la presenza di uno sforzo di compressione che innalza la
resistenza a trazione dell’apparato murario. Pertanto le formule viste in tutta la let-
teratura sottostimano il valore dell’azione resistente secondo un meccanismo di
crisi per trazione.

161
Capitolo 3

[Link]. Verifica a taglio


I procedimenti descritti per determinare il contributo resistente dovuto a una crisi
per taglio hanno in comune un identico solido di distacco. Come già descritto que-
sto risulta però poco plausibile, in quanto non tiene conto dell’orditura presente
sovrastimando così la superficie resistente. Inoltre vi è grande discordanza tra i
vari approcci nel determinare le superfici da conteggiare come resistenti e il valore
da assegnare alla resistenza stessa.
In ottemperanza al punto [Link].2. delle NTC 2008 bisognerebbe infatti escludere
dal calcolo dell’area resistente tutte quelle superfici non soggette a compressione,
ma nessuna delle metodologie viste, salvo [72] e parzialmente [59], lo specifica.
Come visto al punto [Link] delle NTC 2008, quest’ultima e la Circolare applicativa
definiscono la resistenza a taglio della muratura sulla base del criterio di rottura
Mohr-Coulomb e di quello di Turnsek-Cacovic. Dei due i procedimenti visti utiliz-
zano essenzialmente il primo per stimare la resistenza al taglio. Secondo questo
principio la resistenza cercata è data dalla somma di un termine costante c dovuto
alla coesione (assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di compressione fw,vk0)
e di un termine proporzionale alla tensione di compressione media nella sezione
(σEd) secondo il coefficiente di proporzionalità (f), detto coefficiente di attrito ap-
parente.
f w,vk  cmb  f  Ed (3.19)

Alla luce di ciò possiamo confrontare le metodologie viste e notare che:


 Mastrodicasa basa la resistenza a taglio unicamente sul contributo
dell’attrito trascurando quello della coesione, il quale viene utilizzato paral-
lelamente per sviluppare il calcolo del secondo meccanismo resistente per
crisi a trazione. Il valore del coefficiente di attrito è molto alto (0,75 in luo-
go dello 0,4 proposto dalle norme) e non è posto un limite superiore alla
resistenza, fattore che causa l’esplosione del risultato al crescere del livello
di compressione agente;
 Il foglio di calcolo proposto da ReLuis invece calcola la resistenza unica-
mente sulla base del contributo della coesione e dunque della resistenza
taglio in assenza di compressione, il ché determina un basso valore della
resistenza se paragonato a quello delle norme;
 Vinci segue fedelmente le NTC 2008 evidenziando anche a seconda della
geometria del capochiave come valutare il diverso livello di compressione
agente. Inoltre accenna il possibile uso del criterio di Turnsek-Cacovic.

162
La capacità delle catene

3.2.4. La resistenza al punzonamento

[Link]. Ipotesi sulla modellazione


Per quanto scritto al punto precedente emerge la necessità di stabilire un nuovo
procedimento di stima della resistenza al punzonamento, il quale sia esente dagli
errori e dalle incertezze evidenziate.
Il procedimento che sarà mostrato nei punti a seguire determina l’azione resisten-
te della muratura contro il punzonamento come la minore di due diversi valori.
Questi sono determinati, come in alcuni dei casi presenti in letteratura, ipotizzando
che la rottura avvenga secondo un meccanismo di crisi per taglio e di uno per tra-
zione.

Tw, Rk  min Tw,Vk , Tw,Tk  (3.20)

Si è scelto di escludere una crisi per schiacciamento dovuto alla spinta laterale per-
ché come già accennato, il valore dell’azione resistente ottenuto secondo questo
schema risultava sempre maggiore dei precedenti. Affinché tale ipotesi sia sempre
verificata è tuttavia necessario che la pressione esercitata dal capochiave sia suffi-
cientemente uniforme lungo il suo sviluppo e non presenti delle pericolose concen-
trazioni degli sforzi. Le condizioni per ottemperare a questa condizione verranno
esplicitate nel capitolo riguardante i capichiave.
Indipendentemente dal meccanismo di crisi la formula che descrive la capacità re-
sistente è del tipo:

Tw, Rk  f AL N (3.21)

Dove f è la resistenza e AL l’area resistente, così come già visto nella letteratura
esaminata.
Tuttavia rispetto a quanto visto nei punti precedenti si procederà ad affinare il
procedimento secondo due vie; in primo luogo la corretta scelta di un solido di di-
stacco che non sovrastimi la superficie resistente in una crisi a taglio e che tenga
conto dell’effetto positivo indotto dalle compressioni quando la rottura avviene
per trazione. A ciò si accompagna il secondo affinamento, che consiste in una de-
terminazione affidabile della resistenza a trazione nel caso del calcolo di TW,Tk.

163
Capitolo 3

[Link]. Crisi per taglio


Come già affermato al punto [Link] il solido di distacco proposto in letteratura per
una crisi a taglio risulta ingiustamente sovradimensionato. Non esiste infatti alcu-
na motivazione per cui la frattura debba seguire il tratteggio L1 indicato nella Fi-
gura 106, mentre appare molto più plausibile che la frattura abbia inizio lungo il
bordo del capochiave (dove inizia la diffusione della spinta nella muratura circo-
stante) e da quel punto prosegua lungo il percorso che richieda la minima energia
di frattura, ovvero la linea L3.

Figura 106. Possibili linee di frattura per crisi a taglio lungo la sezione verticale della muratura.

A giudicare da Figura 106 la distinzione tra L2 ed L3 è abbastanza ininfluente in


quanto i giunti di testa presenti lungo L2, per loro natura ed essendo sollecitati a
trazione, offrono uno scarsissimo contributo alla resistenza del meccanismo com-
plessivo. Quello che conta è dunque la superficie parallela all’azione di tiro che ap-
pare simile in entrambi i casi. Tuttavia se si analizza lo sviluppo del meccanismo in
tre dimensioni è possibile notare che la linea L2 presuppone lo sviluppo di un soli-
do di distacco tronco-piramidale, la cui proiezione sull’orizzontale è una superficie
trapezoidale più ampia di quella rettangolare che si ottiene secondo il meccanismo
di frattura L3. Pertanto quest’ultima rappresenta il meccanismo più plausibile e
quindi quello che verrà adottato nel seguito. Ovviamente il percorso L3 presuppo-
ne che la rottura avvenga per scorrimento lungo i corsi di malta che solitamente
rappresentano il materiale meno resistente.
Constatato che in sede di progetto non è possibile definire con precisione la collo-
cazione del capochiave rispetto ai blocchi, è opportuno definire i diversi procedi-
menti con cui determinare la superficie resistente in base al tipo di tessitura mura-
ria e in base al livello di conoscenza della stessa.

164
La capacità delle catene

Murature costituite da filari orizzontali


Se si dispongono delle chiavarde su una muratura costituita da blocchi squadrati
disposti secondo uno schema a filari orizzontali è opportuno studiare il ruolo dei
mattoni su cui il capochiave agisce solo parzialmente per definire correttamente il
valore della superficie resistente.

Figura 107. Possibile modalità di scalzamento di un blocco parzialmente soggetto alla spinta.

E’ importante sottolineare che i blocchi interessati solo parzialmente dall’azione


della piastra subiranno uno scalzamento (vedi Figura 107), piuttosto che fratturar-
si parallelamente alla direzione della spinta. Tale fenomeno per poter avvenire ne-
cessita di uno scorrimento sui letti di malta, come nei blocchi interamente soggetti
alla spinta della chiavarda, e pertanto è importante considerare anche il perimetro
di questi elementi nel calcolo della superficie resistente. Un altro elemento da te-
nere in conto è il differente comportamento dei giunti di testa rispetto a quelli
orizzontali; nei primi si riscontrano spesso carenze di riempimento che portano a
definire un valore della resistenza a taglio in assenza di compressione inferiore a
quello dei giunti orizzontali e comunque questa resistenza è nettamente inferiore a
quella delle superfici interessate da uno sforzo di compressione (in blu nella Figura
108). Il loro contributo verrà dunque scartato nel calcolo della superficie resisten-
te.

Figura 108. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave rettangolare.

In Figura 108 è rappresentato il prospetto frontale di tre capichiave quadrati di-


sposti su una muratura a quattro teste. Nel primo caso il progettista non è in grado
di distinguere l’orditura a causa della presenza dell’intonaco; ciò potrebbe portare

165
Capitolo 3

a calcolare l’area resistente come composta unicamente dalle superfici orizzontali


di dimensione pari ad a.

AL  2at [mm2 ]

Questo porterebbe tuttavia a sottostimare l’area resistente in quanto non vengono


prese in considerazione le superfici orizzontali dei blocchi sottoposti parzialmente
all’azione della piastra. Il valore di queste ultime varia in base alla posizione della
chiavarda, spostandosi dal caso più favorevole della piastra n°2 al meno favorevo-
le della piastra n°3. Il loro calcolo risulta tuttavia lungo e poco agevole, oltre a po-
ter essere vanificato da un leggero difetto di posizionamento o da correzioni di po-
sizionamento in corso d’opera.
Risulta invece maggiormente proficuo osservare che anche nel caso meno favore-
vole della piastra n°3, il valore delle superfici orizzontali dei blocchi a rischio di
scalzamento e di quelli interamente soggetti all’azione piastra è almeno pari al va-
lore del perimetro della piastra stessa.

Figura 109. Schema geometrico per la valorizzazione dei giunti orizzontali.

In base allo schema di Figura 109 la lunghezza del perimetro del capochiave risulta
pari a 30  4  120cm , mentre la lunghezza dei giunti orizzontali risulta pari a:

 
2  2m  10   10   2  2m  10    8  m  10   128 cm

Siccome questo è anche il caso che presenta la minor lunghezza dei giunti orizzon-
tali è ragionevole assumere che la superficie resistente al punzonamento per crisi a
taglio e sottoposta a un’azione di compressione, è almeno pari a

AL  2  a  b  t [mm2 ] (3.22)

Il procedimento può essere replicato per un capochiave circolare. Prima di proce-


dere è però importante sottolineare che se questo tipo di piastra viene disposta su
una muratura costituita da blocchi squadrati disposti per filari orizzontali, è scor-
retto valutare la superficie resistente in base al contorno del capochiave. Questo

166
La capacità delle catene

perché così facendo si utilizzerebbe una superficie circolare, mentre la muratura in


esame attua il meccanismo resistente a scorrimento operando lungo i giunti oriz-
zontali di malta. Pertanto è necessario riferirsi alle superfici orizzontali corrispon-
denti ai letti di malta.

Figura 110. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave circolare.

In questo senso la superficie della chiavarda n°1 potrebbe essere identificata con la
proiezione orizzontale della superficie laterale ottenuta estrudendo il perimetro
del capochiave lungo lo spessore della muratura.

AL  2  2RL  t [mm2 ]

Come nel caso precedente questo porterebbe ad escludere il contributo dei giunti
orizzontali di quei blocchi parzialmente interessati dall’azione del capochiave.
Giunti che determinano superfici di difficile conteggio, ma che sono implementabili
nel calcolo attraverso un oculato ragionamento. Per farlo è sufficiente assumere
che i giunti orizzontali soggetti a compressione siano pari al perimetro del quadra-
to di area equivalente al capochiave circolare in esame.

AL  4t  RL2 [mm2 ] (3.23)

Se ad esempio effettuiamo il calcolo della superficie resistente complessiva, otte-


nuta posizionando la chiavarda nella posizione meno favorevole (caso n°2 di Figu-
ra 110), si determina una lunghezza dei giunti orizzontali coinvolti nel meccanismo
resistente pari a 118 cm. Un valore dunque molto superiore a quello determinabile
attraverso la proiezione orizzontale della piastra (62,8 cm), ma di poco superiore
al perimetro del quadrato di area equivalente (111 cm).
In caso di capochiave a paletto diventa più difficoltoso conteggiare all’interno del
meccanismo resistente il contributo dei blocchi scalzati. Questo perché la misura
dei giunti orizzontali oltre a variare in base al posizionamento della chiavarda,
cambia in base all’inclinazione del paletto.

167
Capitolo 3

Figura 111. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave a paletto.

Se si osserva il capochiave n°4 di Figura 111 non è possibile distinguere l’orditura


e pertanto se si mantiene l’ipotesi di non conteggiare i giunti di testa del meccani-
smo resistente si potrebbe calcolare la superficie resistente come il doppio prodot-
to della proiezione orizzontale della lunghezza della chiavarda estrusa lungo lo
spessore della muratura.

AL  2tLP Cos  [mm2 ] (3.24)

Data la doppia variabilità del problema la formula presentata porta non solo a tra-
scurare il contributo dei blocchi scalzati, ma anche ad azzerare l’area resistente
quando il paletto è disposto lungo la verticale.
Se si effettua il calcolo complessivo dei giunti orizzontali a seconda dell’ inclinazio-
ne e a seconda di un posizionamento più o meno favorevole del paletto si determi-

168
La capacità delle catene

na (si faccia riferimento alla Figura 109 per le dimensioni del blocco) una superfi-
cie resistente pari a:

n2  
AL  t  2m  10    2  2m  10    18  m  10   795600 mm 2

n3 AL  t 18  3  m  10    2  2  2m  10     2055300 mm 2

n5 AL  t  2  2m  10   8  m  10   4  3  m  10     795600 mm 2

n6 AL  t  2  2  2m  10    4  3  m  10    8  m  10    928200 mm 2

E’ interessante notare che anche secondo il posizionamento meno a favore di sicu-


rezza, il valore della superficie resistente è identico sia per una disposizione verti-
cale (n°2) che per una obliqua (n°5). Con questo tipo di orditura è pertanto possi-
bile escludere l’influenza dell’inclinazione sul calcolo dell’area resistente.
Il calcolo della superficie resistente sottoposta a compressione si può dunque effet-
tuare mediante la seguente formula:

AL  2tLP [mm2 ] (3.25)

Poiché essa individua un valore a favore di sicurezza per ogni inclinazione e per
ogni disposizione della chiavarda. A riprova di ciò, è possibile utilizzare la prece-
dente equazione per valutare l’area resistente della muratura a quattro teste del
caso precedente sottoposta all’azione dello stesso paletto di lunghezza pari a 600
mm.

AL  2tLP  2  510  600  612000 mm2

Un valore certamente inferiore a quello determinabile studiando lo specifico svi-


luppo delle superfici di frattura, ma superiore a quello ottenibile mediante il primo
approccio presentato dall’equazione (3.24). Senza contare che l’equazione (3.25)
consente di conteggiare parzialmente il contributo dei blocchi scalzati anche quan-
do la presenza dell’intonaco impedisce lo studio delle superfici di frattura.
A ulteriore dimostrazione (aggiungere schema per muro a due teste in chiave)…
funziona anche per questo.
In conclusione bisogna tuttavia ribadire che gli approcci presentati per la valuta-
zione della superficie resistente secondo un meccanismo di crisi per scorrimento
in base alla forma del capochiave, hanno validità limitata a una muratura costituita
da blocchi squadrati disposti per filari orizzontali. Inoltre è importante sottolinea-
re che le formule presentate possono subire variazioni a seconda del numero di te-
ste, della disposizione dei blocchi e della dimensione degli stessi. I procedimenti
mostrati, oltre ad essere un corretto metodo di valutazione della superficie resi-
stente per il singolo caso presentato, si prestano dunque ad essere il metodo di in-
dagine per valutare altre tipologie di murature.

169
Capitolo 3

Murature costituite da materiale incoerente


Se la muratura è costituita da pietrame disomogeneo, come ciottoli o pietre errati-
che irregolari, sarebbe errato considerare validi i precedenti ragionamenti perché
questi sono stati sviluppati secondo un meccanismo resistente che ha tenuto in
considerazione il contributo di quei blocchi parzialmente investiti dall’azione del
capochiave.
Osservando lo schema di Figura 112 è possibile osservare che nel caso di murature
in pietrame disomogeneo non è possibile conteggiare nel calcolo dell’area resisten-
te i giunti orizzontali dei blocchi scalzati. Questo perché la forma irregolare delle
pietre non permette la creazione di un giunto continuo e perfettamente orizzonta-
le. Pertanto, volendo rimanere a favore di sicurezza, è più ragionevole considerare
che il solido di distacco coincida con il perimetro del capochiave estruso lungo lo
spessore della parete. In caso di capochiave rettangolare si trascurano dunque le
superfici verticali non compresse è si determina l’area resistente attraverso la se-
guente equazione:

AL  2at [mm2 ] (3.26)

Figura 112. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave rettangolare.

170
La capacità delle catene

In caso di capochiave circolare si segue lo schema geometrico di Figura 113 e si


considera un’area resistente pari al doppio prodotto della proiezione orizzontale
della superficie laterale del solido di distacco, ottenuto mediante l’estrusione del
perimetro del capochiave circolare lungo lo spessore della parete.

AL  4RLt [mm2 ] (3.27)

Figura 113. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave circolare.

Se si opera su questo tipo di murature si sconsiglia l’uso di capichiave a paletto


poiché a meno di un corposo studio sulle possibili superfici di frattura, si dovrebbe
adottare l’equazione (3.24) per il calcolo della superficie resistente. Tale formula
ha il difetto di tendere a zero all’avvicinarsi dell’inclinazione del paletto verso la
verticale, determinando così una resistenza nulla solo sulla carta. Pertanto si con-
siglia di utilizzare dei capichiave rettangolari o circolari per il consolidamento di
murature incoerenti, di valutare l’area resistente di paletti inclinati (30°-60°) già
presenti, mediante l’equazione (3.24) e di eseguire lo studio delle possibili linee di
fratture se ci si trova in presenza di paletti disposti o tendenti (> 60°) verso la ver-
ticale.

171
Capitolo 3

Resistenza allo scorrimento


Determinata l’area, non resta che concentrarsi sul calcolo della resistenza caratte-
ristica a taglio. Le NTC 2008 consentono il calcolo di questo valore secondo due
schemi; il primo prevede un meccanismo di crisi per scorrimento e valuta la resi-
stenza mediante un criterio di rottura Mohr-Coulomb attraverso l’equazione (3.19)
già descritta al punto [Link]. Il secondo prevede una crisi della sezione per fessu-
razione diagonale e valuta la resistenza a taglio mediante l’equazione (3.12).
E’ utile ricordare che quest’ultima equazione, descritta da Turnsek e Čačovič in
[34], è pensata per valutare il valore della resistenza a taglio di un pannello sogget-
to a compressione e ad una spinta laterale nel proprio piano medio. I coefficienti
presenti nelle equazioni e le equazioni stesse sono dunque stati pensati e sono
comprovati unicamente per pannelli aventi una certa geometria e sottoposti allo
stato tensionale già descritto. Appare dunque scorretto utilizzare tali formule, co-
me proposto in [59], per valutare il valore della resistenza a taglio perché non ri-
sulterebbero comprovate nel caso in esame di una muratura compressa e sottopo-
sta a una spinta concentrata ortogonalmente al piano medio. Si consiglia dunque di
determinare tale valore attraverso l’equazione (3.19) di seguito riportata.
f w, vk  cmb  f  Ed [MPa]

Come già affermato il primo termine del secondo membro (cmb), detto coesione è
assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di compressione (fw,vk0) e per una
muratura esistente tale valore può essere dedotto con un certo margine di sicurez-
za dalla tabella C8A.2.1 della circolare [57] relativa ai parametri meccanici di di-
verse tipologie di pannelli murari.
Ancora è possibile sfruttare prove su triplette regolate in base alla norma UNI EN
1052-3, le quali consentono di trovare la resistenza a taglio con un maggior fattore
di sicurezza rispetto alla prova di compressione diagonale regolata dalla norma
ASTM E 519/10 (la cui esecuzione risulta difficoltosa per edifici esistenti) [38]. In-
fine è possibile determinare la resistenza a taglio in assenza di compressione me-
diante prove meccaniche effettuate su carote estratte dal pannello, così come indi-
cato in [39].
Il coefficiente di attrito f varia anch’esso a seconda della tipologia e delle caratteri-
stiche meccaniche dei componenti della muratura, oltre a variare anche in base al
difficilmente quantificabile parametro della qualità costruttiva con cui è stato rea-
lizzato l’elemento. Numerose prove, riportate in [36] e riassunte nella Tabella 4,
effettuate su materiali confezionati in laboratorio, esprimono una forte variazione
di tale coefficiente, essendo questo compreso in un intervallo che va da 0,3 a 1,04.
Anche se il suo valore potrebbe essere determinato in base alle prove precedenti,
le NTC 2008 al punto [Link] impongono di uguagliare il suo valore a 0,4.

172
La capacità delle catene

Tabella [Link] della coesione e del coefficiente di attrito [17].

Per quanto riguarda lo sforzo di compressione da adottare nel calcolo della resi-
stenza a taglio, si consiglia di evitare l’utilizzo di diversi valori dello sforzo a secon-
da della superficie in esame, come ad esempio due diversi numeri da applicare sul-
la superficie resistente inferiore e superiore di un capochiave rettangolare. Inoltre
si sconsiglia di adottare l’approccio proposto da M. Vinci quando considera le com-
pressioni agenti sulla superficie del solido di distacco circolare, come variabili se-
condo un andamento sinusoidale. Le superfici di frattura si sviluppano infatti se-
condo direzioni verticale ed orizzontale; le prime sono state escluse per ipotesi e
pertanto si considerano solo le seconde, le quali rappresentano la proiezione oriz-
zontale del solido di distacco. Data la giacitura, il valore resta costante a meno di
una leggero e trascurabile aumento dell’azione di compressione dovuto al maggior
carico della muratura nella porzione inferiore del capochiave.
f w, vk  f w, vk 0  0,4 Ed [MPa] (3.28)

173
Capitolo 3

Formulario del meccanismo per scorrimento


Volendo fare sintesi dei precedenti concetti si applica all’equazione (3.21) la speci-
fica formulazione dell’area resistente e della resistenza a taglio in funzione della
geometria del capochiave e del tipo di muratura.
Se si opera su una muratura costituita da blocchi squadrati disposti per filari oriz-
zontali o su di un pannello avente due paramenti così realizzati e un nucleo di ma-
teriale incoerente, è possibile servirsi delle seguenti equazioni per determinare la
resistenza al punzonamento secondo un meccanismo di crisi a taglio.

 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2t  a  b   f w, vk 0  0, 4 Ed 
C. Rettangolare 
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2t  a  b  f vk ,lim
f
 w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  4t  RL2  f w, vk 0  0, 4 Ed   N  (3.29)
C. Circolare 
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  4t  RL2 f vk ,lim
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2t LP  f w, vk 0  0, 4 Ed 
C. Paletto 
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2t LP f vk ,lim

Se invece si interviene su una muratura costituita da pietrame eterogeneo si adot-


tano invece le seguenti equazioni per determinare la resistenza al punzonamento
secondo un meccanismo di crisi a taglio:

 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2ta  f w, vk 0  0, 4 Ed 


C. Rettangolare 
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2ta f vk ,lim
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  4tRL  f w, vk 0  0, 4 Ed  N 
C. Circolare  (3.30)
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  4tRL f vk ,lim
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2tLP Cos   f w, vk 0  0, 4 Ed 
C. Paletto 
 f w, vk 0  f vk ,lim  Tw,Vk  2tLP Cos  f vk ,lim

174
La capacità delle catene

[Link]. Crisi per trazione


Il secondo meccanismo che porta a punzonare la porzione di muratura su cui insi-
ste la chiavarda avviene per trazione. Per definire il valore dell’azione resistente
associato a questa crisi è necessario affinare il calcolo del solido di distacco e la
scelta della resistenza a trazione da utilizzare.
Per quanto concerne il solido di distacco, gli esempi visti in letteratura propongono
un solido di rottura formato dal perimetro del capochiave estruso per lo spessore
della parete lungo rette inclinate di 45° verso l’esterno del solido. Questo porta a
ottenere un tronco di cono in caso di capochiave circolare e un tronco di piramide
in caso di capochiave a paletto o di piastra rettangolare. La superficie laterale di
questi elementi viene poi moltiplicata per la componente della resistenza a trazio-
ne della muratura parallela all’azione della catena. Una siffatta soluzione non rende
però conto della presenza in direzione verticale di importanti tensioni normali che
in generale orientano le superfici di frattura secondo angoli di inclinazione diversi
rispetto ai 45°.
Riguardo invece al valore della resistenza a trazione, va osservato che nel meccani-
smo di rottura in esame, la crisi sopraggiunge quando la tensione principale di tra-
zione σ2 supera la resistenza a trazione dei mattoni (che in questo caso infatti si
fratturano) in direzione obliqua rispetto alla giacitura dei letti di malta. La resi-
stenza da considerare non è pertanto il frutto delle caratteristiche della malta, né
peraltro quella a trazione monodirezionale del blocco, ma in generale un valore
che tiene conto dello stato di sollecitazione biassiale presente nei mattoni.
Una definizione affidabile di tale resistenza è
proposta in [33] tramite la seguente relazione:
1 2
 1 (3.31)
f b,ck f b,tk

in cui però l’autore considera i moduli delle


tensioni. Nel nostro caso le tensioni hanno il
loro segno, per cui l’equazione precedente di-
venta:
Figura 114. Tensioni principali presenti 1 2
sul mattone.  1 (3.32)
fb, ck fb ,tk

La (3.32) può anche essere riscritta per evidenziare la formulazione della tensione
principale di trazione in condizione di crisi incipiente nella seguente forma:

 1 
 2   f b,tk  1   (3.33)
 f b,ck 

175
Capitolo 3

Capochiave rettangolare
Il procedimento di verifica può essere mostrato a partire dallo studio di due sezio-
ni di muratura, verticale ed orizzontale, sottoposte all’azione di un capochiave ret-
tangolare di dimensioni a e b (vedi Figura 115).

Figura 115. Schema di frattura per crisi a trazione.

In questo caso la tensione normale nella giacitura di un filare σEd è definibile come
la pressione trasmessa dalla muratura sovrastante il capochiave. Questa deve esse-

176
La capacità delle catene

re determinata attraverso le formule per il calcolo delle azioni agenti, proposte dal-
le NTC 2008 al punto 2.5.3, in base alla combinazione in esame. Al suo interno pos-
sono dunque comparire o meno i carichi variabili, opportunamente moltiplicati per
i coefficienti di combinazione (ψn,j) e per i coefficienti parziali di sicurezza (γG,i).
Per quanto concerne le tensioni tangenziali non è possibile ammettere che queste
abbiano una distribuzione costante lungo lo spessore del pannello. Infatti in elasti-
cità lineare risulta che τxy = τyx, ma la tensione tangenziale sulla faccia libera del
maschio murario (τyx) è necessariamente nulla. Tassios in [33] propone allora un
andamento di tipo parabolico avente valore massimo pari a βτmedio al centro della
sezione, dove pone β ≃ 1,5, e nullo alle estremità dove τxy = τ yx = 0. In questo modo
la distribuzione parabolica e il valore di β assunto, consentono di avere la stessa
intensità di azione agente rispetto a una distribuzione costante, infatti l’area sotte-
sa da una parabola è 2/3 di quella del rettangolo che la incornicia (vedi Figura
116). Pertanto a parità di base (spessore della parete), l’azione TEd espressa da una
distribuzione costante e pari a τmedio, è uguale a quella definita da una distribuzione
parabolica avente valore massimo pari a 1,5τmedio.

Figura 116. Rapporto tra l'area di un rettangolo e l'area sottesa da una parabola.

Conformemente alla teoria del cerchio di Mohr relativa a uno stato di sforzo di pia-
no è possibile definire le tensioni principali massima e minima come segue [74]:

  
2

 1,2     
2
 MPa  (3.34)
2  
2

Si osservi tuttavia che l’adozione di una distribuzione parabolica delle tensioni


tangenziali dà necessariamente luogo ad un orientamento ed una intensità delle
tensioni principali variabile da punto a punto lungo lo spessore della parete. Nelle
verifiche che seguono si sceglie di trascurare questa variabilità partendo dal pre-
supposto che la fragilità del meccanismo di rottura provochi la propagazione fragi-
le delle lesioni una volta che questa si è innescata nella zona di massimo impegno
statico della muratura. Pertanto τ = βτmedio e la precedente (3.34) diventa [33]:

 Ed   Ed 
2

 1,2        medio   MPa 


2
 (3.35)
2  2 

177
Capitolo 3

E’ poi importante definire l’angolo di giacitura di tali tensioni, poiché ortogonal-


mente alla tensione principale di trazione si svilupperà la frattura. Quest’angolo è
determinato dalla seguente equazione prelevata sempre da [33]:

 2 medio 
 P  0,5arctan   [rad ] (3.36)
  
La dimostrazione delle equazioni (3.34) e (3.36) è visionabile nel libro [74].
Resta da definire il valore di τmedio, che deve essere valutato in corrispondenza del-
la superficie di frattura in condizione di crisi incipiente (τu) e in base alla superficie
in esame.
Per quanto riguarda le superfici evi-
denziate in rosso in Figura 115 e ripor-
tate nella Figura 117 posta in parte, è
possibile definire il valore della tensio-
ne tangenziale ultima in condizione di
crisi incipiente (τu,H) attraverso il se-
guente procedimento.
Innanzitutto si parte dall’equazione
(3.32) che descrive il criterio di rottura
dei blocchi a causa dello stato di solle-
citazione biassiale.

1 2
 1
fb, ck fb ,tk

Successivamente si sostituiscono i va-


lori delle tensioni principali massima e
minima in condizione di crisi incipiente
in base alla formulazione (3.35) dove:

 Ed   Ed 
2

     u,H 
2
1   
2  2 
 Ed
 
2

  Ed      u , H 
2
Figura 117. Schema di verifica aggiornato per la
2  
2  2 
sezione verticale.

La combinazione delle equazioni (3.32) e (3.35) conduce all’espressione (3.37), de-


finita anche da Tassios in [33], attraverso il seguente procedimento:

178
La capacità delle catene

 1 
  2 1
 f b , ck fb , tk

 Ed   Ed 
2

     u,H 
2
 1   
 2  2 

     Ed    Ed    
2

  u,H 
2

 2 
 2  2 

Si sviluppa la prima equazione del sistema:

 Ed   Ed    
2 2

     u,H   Ed   Ed      u , H 
2 2
 
2  2  2  2 
 1
fb , ck fb ,tk
   Ed 
2      
2 
fb ,tk  Ed    u , H   b , ck 
    u , H    fb , ck fb ,tk
2 2
     f  Ed
 
Ed
  
 2  2  2  2 
   
 Ed   Ed 
2

f  f b , ck        u , H   fb, tk  fb , ck   f b, ck f b, tk
2
b , tk 
2  2 
 Ed
  Ed 
2 fb , ck f b , tk   fb,tk  fb,ck 
     u,H  
2
2

 2   fb,tk  fb,ck 
 Ed
2

f  f b, ck    Ed f b, ck f b, tk  f b, tk  f b, ck 
2
fb2,tk f b2, ck 
  Ed 
2

     u,H  
2 b , tk
4

 2  f  fb , ck 
2
b , tk

179
Capitolo 3

 Ed
2
fb2,tk fb2, ck  f 2
 fb2, ck  2 fb , ck f b ,tk  f b2,tk  f b2, ck  2 f b , ck f b ,tk 
  
2 b , tk
 4 
f  fb , ck 
u,H 2
b , tk

 Ed fb , ck fb ,tk  fb ,tk  fb , ck 

f  fb , ck 
2
b , tk

1 fb2,tk fb2, ck   Ed fb , ck fb ,tk  fb ,tk  fb , ck    Ed


2
fb , ck f b ,tk
 u,H  
2 f  fb , ck 
2
b , tk

  Ed  fb ,tk  fb , ck  1 
fb2,tk fb2, ck 1    Ed
2

 f b , ck f b ,tk f b , ck f b , tk 
 u,H 
1  
  fb,tk  fb,ck 
2

  Ed  Ed  Ed
2 
 1    
1  fb , ck f b ,tk f b , ck f b , tk 
 u,H 
  fb , tk  fb , ck 
2

 
 fb , ck fb ,tk 
     Ed   Ed 
11  Ed   1   
 fb , ck
1    fb ,tk  fb , ck 
 u,H 
  1 1 
2

  
 fb ,tk fb , ck 

  Ed   Ed 
1  1  
1  fb, ck 
 fb ,tk 
 u ,H  [ MPa] (3.37)
 1

1
fb , ck fb ,tk

Successivamente è necessario determinare la tensione tangenziale ultima soppor-


tabile dalle superfici di frattura evidenziate in verde nella sezione orizzontale di
Figura 115. In questo caso è importante analizzare lo stato di sollecitazione dei
mattoni poiché non è più piano come nel caso precedente, ma triassiale, così come
osservabile in Figura 118:

180
La capacità delle catene

Figura 118. Schema di verifica aggiornato per la sezione orizzontale.

In questo caso è necessario fissare un sistema di riferimento in cui la direzione


dell’asse z coincide con la direzione principale x3 ed è uguale alla direzione delle
tensioni normali σEd. Così facendo, su tutte le giaciture che hanno x3 per asse risul-
tano nulle tutte le componenti tangenziali, ad eccezione dunque di τxy. La situazio-
ne è del tutto analoga a quella che si verifica nel caso di tensioni piane e dunque,
come proposto in [75], sarà possibile determinare il valore delle tensioni principali
massima e minima attraverso l’equazione (3.34). Come per il caso precedente al
suo interno si sostituisce il valore di τ con βτmedio, ma ora il valore delle tensioni
normali σ è nullo. In condizioni di crisi incipiente il valore delle tensioni principali
è dunque definito dalla seguente equazione:

  
2
 0
 1,2            u ,V
2
  medio
(3.38)
2 2
Per proseguire è necessario definire un nuovo criterio di rottura in relazione allo
stato di sforzo triassiale agente sui blocchi. Nel caso precedente la rottura di un
materiale fragile relativa a uno stato di sforzo piano, seguiva un criterio lineare de-
finito dall’equazione (3.32). Si sceglie di mantenere la linearità del criterio, di mo-
do da preservare un certo margine di sicurezza e lo si adatta nella seguente forma
per tenere in conto la tensione normale agente lungo la direzione x3:

1 2  Ed
  1 (3.39)
fb, ck fb,tk fb, ck

Ora si dispone di tutti gli elementi necessari a determinare la tensione tangenziale


ultima sopportabile dalle superfici evidenziate in verde in Figura 118 in condizione

181
Capitolo 3

di crisi incipiente. Per trovarla è sufficiente mettere a sistema le equazioni (3.38) e


(3.39)

 1  
  2  Ed  1
 fb , ck fb ,tk fb , ck
    
 1,2 u ,V

e sviluppare la prima come segue:


  u ,V   u ,V  Ed
  1
fb , ck fb ,tk fb , ck
  u ,V  fb ,tk  fb , ck    Ed fb ,tk  fb ,tk fb , ck
fb ,tk fb , ck   Ed fb ,tk
 u ,V 
  fb ,tk  fb , ck 
f b , tk  f b , ck   Ed 
 u ,V 
 fb , ck 
 fb ,tk 1  
 fb ,tk 
fb , ck   Ed
 u ,V  (3.40)
 f 
 1  b, ck 
 fb ,tk 
Prima di proseguire con l’analisi delle superfici di frattura di raccordo tra quelle
fino ad ora esaminate, conviene fissare un importante ragionamento.
A giudizio dell’autore, in condizione di crisi incipiente non è lecito assumere una
tensione tangenziale variabile lungo il perimetro del solido di distacco. Ciò presup-
porrebbe infatti che la frattura si creasse contemporaneamente su tutte le facce e
si avesse una redistribuzione dell’azione presente in funzione della resistenza delle
superfici. È invece molto più probabile che le tensioni tangenziali si redistribuisca-
no in maniera costante lungo il perimetro del solido di distacco in virtù della me-
desima rigidezza posseduta dalle superfici e che la crisi si inneschi sulle superfici
aventi minor sforzo tangenziale ultimo. Quando su queste ultime si arriva al valore
limite della tensione tangenziale, esse perdono improvvisamente la loro capacità
resistente, obbligando la parte integra di muratura a sobbarcarsi anche la quota
parte di carico precedentemente portata dalle zone fratturate, il che solitamente si
risolve nel collasso del sistema.
In sintesi si assumerà che la tensione tangenziale ultima sia costante su tutte le su-
perfici, anche quelle di raccordo, e pari al minore dei valori determinati in base alle

182
La capacità delle catene

equazioni (3.37) e (3.40). Questo è sempre quello relativo alle fratture evidenziate
in verde sulla sezione orizzontale di Figura 118, ovvero τu,V. Moltiplicando poi il va-
lore trovato per l’estensione delle superfici di taglio sarà possibile ottenere il valo-
re dell’azione resistente al punzonamento per crisi a trazione.
Legenda:
Contorno del solido di distacco
Contorno del piano di taglio

Figura 119. Schema del solido di distacco e delle superfici di taglio.

183
Capitolo 3

Per determinare l’estensione di tali superfici è necessario stabilire la geometria del


solido di distacco e in particolare l’angolo di innesco della lesione. Questo è calco-
labile utilizzando l’equazione (3.36) che determina la giacitura, rispetto alla dire-
zione delle tensioni tangenziali, delle tensioni principali massima e minimo in fun-
zione delle quali si innesca appunto la lesione.
Per la sezione orizzontale di Figura 118, l’angolo θP,o è determinabile attraverso
l’equazione (3.36) nonostante lo stato di sollecitazione triassiale. Questo perché,
come già affermato, la particolare giacitura della tensione normale σEd riconduce il
problema all’analisi di uno stato di sforzo piano. Inoltre il valore nullo della tensio-
ne normale lungo y semplifica il problema, in quanto per qualsiasi valore della ten-
sione tangenziale ultima, l’angolo risulta pari a 45°.

 2 u ,V 
 P ,O  0,5 arctan    45 (3.41)
 0 
Se l’angolo posto sull’orizzontale è costante, quello verticale θP,V varia invece con lo
stato di sollecitazione a cui è sottoposta la parete, ovvero σEd e τu. Il valore della
tensione tangenziale da inserire nell’equazione (3.36) è quello per cui si innesca la
rottura a punzonamento della porzione di muratura interessata dall’azione del ca-
pochiave, ovvero τu,V.

 2 u ,V 
 P ,V  0,5  arctan   (3.42)
  Ed 
Per arrivare a determinare l’azione resistente al punzonamento per crisi a trazione
è necessario determinare l’estensione delle superfici di taglio in base alle seguenti
deduzioni geometriche:

184
La capacità delle catene

AL1  2  AEFGH
AL 2  2  AABCD
AL 3  4  ADCFE
EF  CD  t
BC  b
FG  a
DL  DL 2  t 2
t t
FI  
  Sin P ,V
Cos    P ,O 
2 
LF  FI  Cos  P ,V  t  Cot  P ,V
LF t
LE   Cot  P ,V
2 2
2 2
DE  DL  LE
t2 t2
  Cot 2 P ,V
4 4
t
 1  Cot 2 P ,V
2
Figura 120. Schema geometrico.

AL1  2at
AL 2  2bt [mm2 ] (3.43)

AL 3  2 t 2 1  Cot 2 P ,V

La scelta di adottare una parte della superficie di frattura costituita dal triangolo
IFH è in disaccordo con la letteratura scientifica. In tutti i casi esaminati è infatti
proposto un solido di distacco avente la forma di un tronco di piramide, il che non
è tuttavia supportato né da prove sperimentali né da solide basi analitiche.
La resistenza a trazione da adottare nel calcolo è figlia della resistenza dei blocchi,
il materiale ha dunque una bassa resistenza e un comportamento fragile, poiché si
arriva a rottura per fessurazione della sezione. Tale comportamento è analogo a
quello del calcestruzzo sottoposto a punzonamento e pertanto è utile studiare il so-
lido di distacco proposto per questo materiale.
Al punto 6.4 l’Eurocodice 2 [76] tratta il caso di punzonamento di solette e fonda-
zioni in calcestruzzo. Questi elementi non sono sottoposti ad uno sforzo di com-
pressione nel piano medio e pertanto l’angolo θP è costante. Nella figura 6.20 del

185
Capitolo 3

documento, in seguito riportata, è possibile osservare che in caso di impronta di


carico rettangolare è proposto un perimetro superiore del solido di distacco avente
i bordi arrotondati.

Figura 121. Perimetro di verifica equivalente u1

La procedura di verifica proposta dall’Eurocodice non contempla però questi arro-


tondamenti, valutando così il perimetro superiore come un rettangolo e il solido di
distacco come un tronco di piramide. Se ciò può essere permesso nel punzonamen-
to di elementi in calcestruzzo dove è stato conseguito un modello di calcolo conso-
lidato e tarato su numerose prove di laboratorio, non è altrettanto giustificato
adottare questa approssimazione nella muratura. In quest’ultimo caso la totale as-
senza di prove di laboratorio non consente di escludere l’arrotondamento dei bor-
di del solido di distacco, ma anzi, ne si consiglia la presa in considerazione in quan-
to sono superfici che richiedono una minor energia di frattura rispetto a quelle di
un solido di distacco tronco-piramidale. Vista la laboriosità del calcolo di queste
superfici arrotondate è poi ulteriormente consigliabile semplificare tali curve ridu-
cendole a delle rette, così come proposto nello schema di verifica riportato alla Fi-
gura 120.
Qualora prove sperimentali mirate fossero in grado di dimostrare che questo ap-
proccio è eccessivamente cautelativo si potrebbe sostituire la superficie di rottura
di Figura 120 con un tronco di piramide a base rettangolare, così come nella verifi-
ca a punzonamento dei solai e fondazioni in calcestruzzo.
A questo punto si valuta l’azione resistente come il risultato della somma delle tre
tipologie di azioni resistenti.
Tw,Tk  Tw,Tk1  Tw,Tk 2  Tw,Tk 3 [N ] (3.44)

Queste si riferiscono rispettivamente ai tre tipi di superficie di taglio moltiplicate


per la tensione tangenziale ultima minore.

186
La capacità delle catene

Tw,Tki  AL,i  min  u ,V , u ,H  (3.45)

Vengono ora riassunte le equazioni da utilizzare nella formula (3.44) per valutare
il valore dell’azione resistente per crisi a trazione in caso di capochiave rettangola-
re.
Tw,Tk1  2at  u ,V
Tw,Tk 2  2bt  u ,V [N ] (3.46)

Tw,Tk 3  2 t 2 1  Cot 2 P ,V  u ,V


Tw,Tk  2t  u ,V a  b  t 1  Cot 2 P,V [ N ]  (3.47)

È interessante mettere a confronto quest’ultima formula con l’equazione (3.10)


(sotto riportata) proposta da M. Vinci per determinare la stessa azione resistente.

Tw,Td  2t f m,td  a  b  2t  N 
Dal confronto è possibile notare che, come annunciato all’inizio del punto [Link], il
nuovo procedimento tiene in conto l’effetto dello stato di sollecitazione presente
nel calcolo dell’area resistente. Ciò è possibile grazie al termine posto sotto la radi-
ce, il quale amplifica l’estensione dell’area resistente al crescere delle compressioni
e al diminuire della tensione tangenziale.
Inoltre nell’equazione (3.10) con cui M. Vinci svolge la verifica a trazione viene uti-
lizzata una resistenza che anziché discendere dalla resistenza a trazione dei bloc-
chi, della malta o dell’intero solido murario è derivata dalla resistenza a taglio in
assenza di compressione. Pertanto tale procedimento non può essere inteso come
una verifica a trazione. Al contrario, il nuovo procedimento proposto asserisce che
un meccanismo di crisi alternativo a quello che avviene per scorrimento dei letti di
malta, nasca per fessurazione dei blocchi. Tale rottura è dovuta a uno stato di sol-
lecitazione pluriassiale presente nei mattoni. In base a questo stato è stato possibi-
le ricavare la tensione tangenziale ultima in funzione della resistenza a compres-
sione e a trazione degli elementi. In seguito ci si riferirà a questo meccanismo indi-
stintamente sia come crisi per trazione sia come rottura per sollecitazione plurias-
siale.

187
Capitolo 3

Capochiave a paletto
In caso di capochiave a paletto la risoluzione è simile al caso precedente in quanto
il valore dell’azione resistente è ancora dovuto al prodotto della tensione tangen-
ziale in condizione di crisi incipiente per i tre tipi di superficie resistente, ovvero
quella relativa alla dimensione maggiore del paletto, quella relativa alla dimensio-
ne minore e infine le superfici curve che raccordano le aree precedenti (approssi-
mate da dei triangoli). Rispetto a prima però vi è la problematica legata
all’inclinazione “ς” del paletto che modifica lo schema geometrico e i relativi pas-
saggi necessari alla risoluzione.
In primo luogo conviene analizzare lo stato tensionale presente lungo la superficie
di frattura relativa alla dimensione maggiore del paletto (lp).

Figura 122. Schema per l'analisi dello stato tensionale.

L’inclinazione ς con cui è disposto il paletto fa scaturire uno stato di tensione trias-
siale sui blocchi. Pertanto si farà dunque uso del precedente criterio di rottura li-
neare fornito dall’equazione (3.39), i cui termini andranno tuttavia puntualizzati e
corretti per semplificare la risoluzione.

188
La capacità delle catene

Come per il caso precedente infatti, se si orienta in maniera corretta la terna carte-
siana di riferimento, è possibile ridurre il calcolo delle tensioni principali e
dell’angolo per cui queste sono massime a un problema di sforzo piano. Se dunque
si ruota il sistema di riferimento x, y, z secondo l’angolo di inclinazione del paletto
si ottiene il nuovo sistema di riferimento x’, y’, z’. Secondo questi nuovi assi è pos-
sibile scomporre la tensione normale σEd lungo y’ e z’ di modo da azzerare le com-
ponenti tangenziali che hanno per componente y’. In questo modo si ottiene uno
stato di sollecitazione triassiale in cui il calcolo delle tensioni principali massima e
minima sono riconducibili a uno stato di sforzo piano.

1 2  Ed , y'
  1
fb , ck fb ,tk fb , ck

 Ed Cos    Ed Cos  
2

 1,2        medio 
2
 (3.48)
2  2 
 Ed , y'   Ed Sin 
Mettendo a sistema le precedenti equazioni è possibile determinare la forma della
tensione tangenziale in condizione di crisi incipiente sviluppando la prima equa-
zione:

 1   Ed , y'
  2  1
 f b , ck f b , tk f b , ck

   Ed Cos     Ed Cos     
2

  u,M 
2
 1 
 2  2 

 Ed Cos    Ed Cos  
2

     u,M 
2
2    

2  2 
 Ed , y'   Ed Sin 

189
Capitolo 3

 Ed Cos    Ed Cos    Cos    Ed Cos  


2 2

     u,M       u,M 
2 2
   Ed  
2  2  2  2 
 
fb , ck f b , tk
 Ed Sin 
 1
fb , ck
  Cos    Ed Cos  
2 
fb ,tk  Ed   
2
        Sin 
 
u , M Ed

2  2  
  Cos    Ed Cos  
2 
 fb , ck   Ed   u , M    f b ,tk f b , ck
2
    
 2  2 
 
 Ed   Ed Cos  
2

f Cos   2 f b ,tk Sin   f b , ck Cos         u,M  


2
b , tk 
2  2 
f b , tk  fb , ck   f b ,tk f b , ck
 Ed
  Ed Cos  
2 fb ,tk fb , ck  f Cos   2 f b , tk Sin   f b , ck Cos  
     u,M  
2 b , tk
2

 2  f b , tk  fb , ck 
 Ed
2
 
  Ed Cos  
2  fb ,tk fb , ck   f b ,tk Cos   2 fb ,tk Sin   fb , ck Cos   
     u,M   
2 2

   fb,tk  fb,ck 
2
2
 Ed
fb2,tk fb2, ck  2 fb ,tk fb , ck  fb ,tk Cos   2 f b ,tk Sin   f b , ck Cos  
  
2
 2 
f  fb , ck 
u,M 2
b , tk

 2

4
Ed
f 2
b , tk Cos 2  4 f b2,tk Sin 2  f b2,ck Cos 2 

f  fb , ck 
2
b , tk

 Ed
2

4
4 f 2
b , tk Cos  Sin   2 f b ,tk f b , ck Cos 2  4 f b ,tk f b , ck Cos  Sin  

 fb,tk  fb,ck 
2

 Ed
2

f 2
b , tk Cos 2  f b2, ck Cos 2  2 f b ,tk f b , ck Cos 2 
 4
f  fb , ck 
2
b , tk

190
La capacità delle catene

fb2,tk fb2, ck   Ed f b , tk f b , ck  f b , tk Cos   2 f b , tk Sin   f b , ck Cos  


   u,M  
2

 fb,tk  fb,ck 
2

 Ed
2
 fb2,tk Sin2  fb2,tk Cos  Sin   fb,tk fb,ck Cos  Sin   2 fb,tk fb,ck Cos 2 
f  fb , ck 
2
b , tk

  Ed 
fb2,tk fb2, ck 1 
fb ,tk fb , ck
 f b , tk Cos   2 f b , tk Sin   fb , ck Cos   
 
  
2

 fb,tk  fb,ck 
u,M 2

  Ed 2  fb , tk f 
  Cos   Cos  Sin   Cos  Sin   b ,tk Sin 2  
2 2 2
f f
b , tk b , ck
 fb , tk f b , ck f b , ck f b , ck 
  

f  fb , ck 
2
b , tk

  Ed 
1 
fb ,tk fb , ck
 fb , tk Cos   2 f b ,tk Sin   f b , ck Cos   

  
1
 u2, M
  fb , tk  fb , ck 
2

 
 fb ,tk fb , ck 
  Ed2  fb ,tk f 
  Cos   Cos  Sin   Cos  Sin   b ,tk Sin 2  
2

1  fb ,tk fb , ck  f b , ck f b , ck 

 
  fb ,tk  fb , ck 
2

 
 fb , tk fb , ck 

 Ed
1
fb ,tk fb , ck
f b , tk Cos   2 f b ,tk Sin   f b , ck Cos  
1
 u,M  
 1

1
fb ,tk fb , ck (3.49)
 2  fb ,tk f 
  Cos   Cos  Sin   Cos  Sin   b ,tk Sin 2 
Ed 2

1 fb ,tk fb , ck  fb , ck f b , ck 

 1

1
fb ,tk fb , ck

A riprova della correttezza dell’equazione appena scritta è possibile verificare che


per un paletto perfettamente orizzontale (ς = 0°), la precedente equazione è equi-

191
Capitolo 3

valente alla (3.37) relativa alla tensione tangenziale ultima riferita alla superficie di
taglio orizzontale di un capochiave quadrato. Mentre per un paletto verticale (ς =
90°) la (3.49) è uguale all’equazione (3.40) riferita alla tensione tangenziale ultima
della superficie di taglio verticale di un capochiave quadrato.
Si passa poi a calcolare il valore della tensione tangenziale ultima sopportabile dal-
le superfici di frattura relative alla dimensione minore del paletto (bp).

Figura 123. Schema per l’analisi dello stato tensionale.

In base allo schema precedente è possibile stabilire un procedimento di risoluzione


analogo, ma in questo caso l’entità delle tensioni principali è funzione della com-
ponente di σEd secondo la direzione y’ e pertanto il sistema di risoluzione diventa:

192
La capacità delle catene

 1  
  2  Ed , z '  1
 fb , ck f b, tk f b, ck

   Ed Sin     Ed Sin     
2

  u,m 
2
 1 
 2  2 

 Ed Sin    Ed Sin  
2

 
2
  2         u , m

2  2 
 Ed , y'   Ed Cos 

Visto il procedimento di risoluzione adottato in precedenza e vista la reciproca in-


versione della funzione seno con quella coseno all’interno del sistema risolutivo è
possibile affermare che l’equazione con cui descrivere l’andamento della tensione
tangenziale ultima è equivalente alla (3.49) se al suo interno si scambiano le fun-
zioni seno con quelle coseno e viceversa.

 Ed
1
fb ,tk fb , ck
f b , tk Sin   2 fb ,tk Cos   fb , ck Sin  
1
 u ,m  
 1

1
fb ,tk fb , ck
(3.50)
 Ed
2  2 fb ,tk f 
  Sin   Cos  Sin   Cos  Sin   b ,tk Cos 2 
1 fb ,tk fb , ck  f b , ck f b, ck 

 1

1
fb ,tk fb , ck

Come per il capochiave rettangolare la minor tensione tangenziale ultima trovata


in base alle equazioni (3.49) e (3.50) corrisponde alla resistenza da moltiplicare
per l’estensione delle superfici di taglio per ottenere la resistenza al punzonamen-
to per crisi a trazione.
L’estensione di queste è deducibile in base ai seguenti ragionamenti.

193
Capitolo 3

Figura 124. Schema geometrico.

AL1  2  AEFGH AL 2  2  AABCD AL 3  4  ADCFE  4  CG  BC

BC  GF  ED  t
ED t ED t
AD   HD  
Sin P , m Sin P , m Sin P , M Sin P ,M
AE  AD  Cos  P , m  t Cot  P , m EH  HD  Cos  P ,M  t Cot  P ,M
2 2
 AE   EH  t2 t2 t
CG        Cot 2
 P,m  Cot 2  P ,M  Cot 2 P , m  Cot 2  P ,M
 2   2  4 4 2

AL1  2lPt
AL 2  2bPt [mm 2 ] (3.51)

AL 3  2 t 2 Cot 2 P , m  Cot 2  P ,M

194
La capacità delle catene

A questo punto si valuta l’azione resistente come il risultato della somma delle tre
tipologie di azioni resistenti. Queste si riferiscono rispettivamente ai tre tipi di su-
perficie di taglio moltiplicate per la tensione tangenziale ultima minore.

Tw,Tki  AL,i  min  u ,M , u ,m  (3.52)

Vengono ora riassunte le equazioni da utilizzare nella formula (3.52) per valutare
il valore dell’azione resistente per crisi a trazione in caso di capochiave a paletto.
Tw,Tk1  2lPt  u ,V
Tw,Tk 2  2bPt  u ,V [N ] (3.53)

Tw,Tk 3  2 t 2 Cot 2 P , m  Cot 2  P ,M  u ,V

Il cui valore complessivo risulta pari a:

 
Tw,Tk  2t  u a  b  t Cot 2 P, m  Cot 2  P ,M [ N ] (3.54)

195
Capitolo 3

Capochiave circolare
In caso di capochiave circolare è possibile ricondursi ai casi precedenti per deter-
minare il valore dell’azione resistente per crisi a trazione. Se si effettua lo studio
dello stato di sollecitazione relativo a una sezione verticale e ad una orizzontale si
scopre che la forma delle sezioni e le tensioni presenti sono analoghe a quelle regi-
strate nel caso di un capochiave quadrato.

Figura 125. Schema per l’analisi delle sollecitazioni.

E’ possibile dunque ricondursi alla Figura 117 e alla Figura 118 (in seguito riporta-
te) e in generale al procedimento risolutivo precedentemente affrontato.

196
La capacità delle catene

Figura 126. Schema di verifica per la sezione verticale.

Figura 127. Schema di verifica per la sezione orizzontale.

197
Capitolo 3

In sintesi sarà sufficiente determinare la tensione tangenziale in condizione di crisi


incipiente nella sezione verticale (τu,H) attraverso l’equazione (3.37) e nella sezione
orizzontale (τu,V) attraverso la (3.40). Questi due valori rappresentano l’estremo
superiore (τu,H) e inferiore (τu,V) dell’intervallo contenente le tensioni tangenziali
ultime relative alle infinite superfici radiali con cui è possibile sezionare il solido di
distacco.
Per le modalità di crisi già discusse l’azione resistente a punzonamento verrà de-
terminata dal prodotto tra la minore delle azioni tangenziali ultime per l’ estensio-
ne della superficie di taglio relativa al solido di distacco. Come osservabile in Figu-
ra 125 quest’ultima è ragionevolmente approssimabile con un’ellisse estrusa lungo
lo spessore della parete.

Figura 128. Schema geometrico.

L’estensione di questa superficie resistente è calcolabile mediante le seguenti ope-


razioni:

198
La capacità delle catene

AB  CD  t OB  OD  RL
AB t CD t
AF   CE  
Sin P ,V Sin P ,V Sin P , H Sin P , H
BF  AF  Cos  P ,V  t Cot  P ,V ED  CE  Cos  P , H  t Cot  P , H
BF t ED t
OL  OB   RL  Cot  P ,V OI  OD   RL  Cot  P ,H
2 2 2 2
Se il segmento OL rappresenta il semiasse maggiore (c) e OI quello minore (d) è
possibile definire l’eccentricità (e) dell’ellisse come il rapporto tra la distanza tra i
due fuochi (2f) e la lunghezza dell’asse maggiore, ovvero:
2f f
e 
2a a
Per determinare l’eccentricità dell’ellisse è sufficiente osservare la Figura 129 e ri-
cordare la proprietà dell’ellisse per cui la distanza tra il fuoco M e il punto I è pari
alla lunghezza del semiasse maggiore c (pari al segmento OL).

Figura 129. Schema per la relazione tra i parametri c, d ed f.

Pertanto è possibile utilizzare il teorema di Pitagora per definire la distanza f e ri-


scrivere l’equazione dell’eccentricità come:
2 2
f c2  d 2 OL  OI
e  
a c OL
A questo punto si determina la lunghezza dell’ellisse come:

2 pEl  4aE  e2  [mm] (3.55)

199
Capitolo 3

dove E è un integrale ellittico completo di seconda specie per la cui dimostrazione


si rimanda a [77]. L’equazione può essere tuttavia sviluppata in serie come:

   n 1
2 k  1  e2 n 
2

2 pEl  2 c 1       [mm] (3.56)


 n 1  k  0 2  k  1  2n  1 
 
di cui la formulazione di Ramanujan [78] ne fornisce un’ottima approssimazione:


2 pEl   3 c  d    3c  d  c  3d   [mm] (3.57)

Pertanto è possibile esprimere l’azione resistente (caratteristica, non di calcolo) al


punzonamento della muratura per crisi a trazione dei blocchi come:
Tw,Tk   u , H  t  2 pEl [N ] (3.58)

200
La capacità delle catene

[Link]. Confronto dei due meccanismi


Per quanto visto è lecito affermare che il punzonamento per trazione, o meglio per
uno stato di tensione pluriassiale, si manifesta in quelle murature dove l’alta quali-
tà del legante permette lo sviluppo di un’elevata azione resistente contro la crisi
per scorrimento del solido di distacco. Tale meccanismo, che è garanzia di una ele-
vata duttilità a causa della gran quantità di energia necessaria a permettere il mo-
vimento reciproco di superfici scabre, può essere tuttavia preceduto da una crisi
meno duttile nei blocchi a causa di una sollecitazione composta di trazione e com-
pressione. La condizione che causa l’insorgere di questo secondo meccanismo di
crisi “meno desiderato”, poiché maggiormente fragile, è essenzialmente la presen-
za di elementi dotati di scarse proprietà meccaniche nella muratura, come mattoni
albasi o blocchi di tufo.
E’ utile offrire ora degli esempi che mettano in risalto alcune caratteristiche delle
leggi proposte per determinare l’azione resistente.

201
Capitolo 3

Nel primo caso è proposto il calcolo dell’azione resistente attraverso l’uso di un ca-
pochiave quadrato, avente lato pari a 250 mm, applicato su una muratura costitui-
ta da blocchi di tufo giallo, le cui caratteristiche sono state prelevate dai test ripor-
tati nella prova [79]. Si riassumo i parametri necessari al calcolo:
f w, vk 0  0,146 [ MPa] t  300 [mm]
fb, ck  4,13 [ MPa] fb,tk  0,23 [ MPa]

In primo luogo si mostra l’andamento dell’azione resistente secondo i due mecca-


nismi di crisi al crescere dell’azione di compressione agente. Come immaginabile al
crescere delle compressioni crescono entrambe le azioni resistenti ed è importante
notare che, data la scarsa resistenza a trazione dei blocchi, è presente un intervallo
di valori nello stato di sollecitazione per il quale l’azione resistente da assumere
come rappresentativa del solido murario diventa quella dovuta a un meccanismo
di crisi per trazione. Ciò è in aperto contrasto con gli andamenti che presentano le
azioni resistenti calcolate secondo la letteratura scientifica in circolazione.

Figura 130. Azione resistente al crescere dell'azione di compressione.

202
La capacità delle catene

Nel seguente grafico viene invece mostrato l’andamento dell’azione resistente cal-
colata secondo il procedimento mostrato e secondo quello proposto da M. Vinci.

Figura 131. Confronto dell'azione resistente in funzione dello sforzo di compressione valutata in ba-
se alla proposta fatta e al procedimento di M. Vinci.

Innanzitutto è possibile notare che il nuovo procedimento proposto per valutare il


meccanismo di crisi per taglio individua dei valori notevolmente inferiori; ciò è do-
vuto alla riformulazione del metodo di valutazione dell’area resistente. Inoltre il
nuovo procedimento per il calcolo dell’azione resistente secondo un meccanismo
di crisi per sollecitazione pluriassiale, contemplando l’effetto indotto da tale stato
di sforzo ed utilizzando una resistenza basata sulle caratteristiche dei blocchi, in-
dividua dei valori variabili in base allo stato di sollecitazione e diversi rispetto a
quelli determinati mediante il procedimento di M. Vinci.

203
Capitolo 3

Nel grafico seguente viene invece mostrato l’andamento dell’azione resistente se-
condo le due modalità di rottura proposte e utilizzando capichiave quadrati di di-
verse dimensioni. Ciò per mostrare al lettore che mantenendo costante lo spessore
della parete e aumentando la dimensione del capochiave, l’azione resistente per
crisi a taglio cresce molto più velocemente di quella per “trazione”.

Figura 132. Valore dell’azione resistente al crescere dell'azione di compressione per diverse dimen-
sioni del capochiave.

204
La capacità delle catene

E’ poi interessante mostrare l’andamento dell’azione resistente utilizzando un ca-


pochiave a paletto avente una lunghezza pari a 60 cm e una larghezza di 3 cm. In
questo esempio si adotta il precedente solido murario e si mantiene costante il li-
vello delle tensioni normali σEd a 1,00 MPa per determinare il valore dell’azione re-
sistente al variare dell’inclinazione ς con cui è stato disposto il paletto.

Figura 133. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per una muratura in
tufo giallo.

Si nota subito che l’azione resistente per crisi a taglio resta costante. Questo per-
ché, come visto al punto [Link], la presenza di blocchi parzialmente interessati dal
paletto rende costante l’area resistente al variare dell’inclinazione. Per quanto ri-
guarda il secondo meccanismo di crisi, oltre al valore complessivo dell’azione resi-
stente, sono state riportate le tre componenti relative ai tre tipi di superfici resi-
stenti, di cui è molto interessante osservare l’andamento in funzione
dell’inclinazione ς del paletto.

205
Capitolo 3

Lo stesso capochiave a paletto viene ora disposto su una muratura in pietrame di-
sordinata (costituita da ciottoli, pietre erratiche e irregolari) le cui caratteristiche
meccaniche sono prelevate dalla tabella C8.A.2.1 della Circolare delle NTC 2008.
f w, ck  1,00 [MPa] f w, vk 0  0,02 [MPa] t  400 [mm]

La resistenza a trazione e compressione dei blocchi coincide con quella delle pietre
presenti nel paramento e pertanto, visto le elevate caratteristiche meccaniche delle
pietre, si trascura la verifica dovuta alla fessurazione di queste ultime.
Nel grafico seguente viene mostrato l’andamento dell’azione resistente al punzo-
namento per crisi a taglio della muratura, ipotizzando che questa sia sottoposta a
una tensione normale σEd pari a 0,50 MPa e facendo variare l’inclinazione del palet-
to.

Figura 134. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per una muratura
costituita da pietrame eterogeneo.

In questo caso, per le motivazioni già espresse al punto [Link], non è possibile sta-
bilire dei meccanismi resistenti per una crisi a taglio come per il caso precedente e
il valore dell’azione resistente secondo questo meccanismo di crisi varia da un va-
lore massimo a un minimo, registrati rispettivamente a 0° e a 90°.

206
La capacità delle catene

Infine si ipotizzi di applicare diversi tipi di capochiave ad una vecchia muratura di


mattoni disposti per filari orizzontali, le cui caratteristiche meccaniche sono prele-
vate dal test [80] e in seguito riportate:
f w, ck  7,90 [ MPa] f w, vk 0  0,11 [ MPa] t  380 [mm]
fb, ck  19,5 [ MPa] fb,tk  1,26 [ MPa]

Ipotizzando di mantenere costante il valore della tensione normale di compressio-


ne σEd e pari a 2,5 MPa, si rilevano le seguenti azioni resistenti.

Figura 135. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di mattoni utilizzando
diversi tipi di capichiave.

In questo caso l’elevata resistenza a trazione e compressione dei blocchi porta a


determinare dei valori per crisi a trazione estremamente elevati e pertanto la veri-
fica fondamentale è quella per crisi a taglio.
Al contrario se sullo stesso grafico si mostra il valore delle azioni resistenti in rela-
zione alla precedente muratura in tufo giallo il rapporto tra queste si inverte e la
l’azione resistente per crisi a trazione risulta determinante.

207
Capitolo 3

Figura 136. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di mattoni in tufo giallo
utilizzando diversi tipi di capichiave.

Si ricorda che i valori trovati non sono dei valori di calcolo, ma caratteristici, in
quanto non è stato loro applicato il coefficiente parziale di sicurezza γ M fornito dal-
la tabella 4.5 II delle NTC 2008.

208
La capacità delle catene

3.3. Resistenza del capochiave


3.3.1. Capochiave a paletto

[Link]. Stato dell’arte


L’unico riferimento per determinare la capacità portante di un capochiave in ac-
ciaio, avente la forma di un paletto, ovvero un elemento in cui una dimensione pre-
vale sulle altre due e la sezione di base rettangolare è estrusa lungo una retta nor-
male alla base, è contenuta all’interno del libro [59] scritto da Michele Vinci.

Figura 137. Capochiave a paletto, Abbazia di S. Donato a Sesto Calende, XI secolo.


Figura 138. Capochiave a paletto, Cappella presso Miazzina, Valgrande.

L’autore esegue l’analisi della resistenza studiando il paletto come un tradizionale


elemento monodimensionale incastrato in prossimità del collegamento con il ti-
rante. Esso viene dunque schematizzato come due mensole incastrate in mezzeria
e soggette alla reazione distribuita linearmente della muratura, pari all’azione di
trazione del tirante diviso la lunghezza del paletto.
Viene dunque proposto il calcolo di momento e taglio presenti nel paletto, i quali
generano uno stato di sforzo, composto da tensioni assiali e tangenziali, con cui at-
traverso il criterio di rottura di Von Mises, si ricava la tensione ideale agente, da
confrontare in ultima istanza con la resistenza a snervamento dell’acciaio.

209
Capitolo 3

bp h3p
Ip 
12
ymax  lp 2
S p  b ymax
2

Figura 139. Schema statico per la verifica del capochiave a paletto.

2
l 
pEd  p 
M Ed   2   TEd l p [kNm] (3.59)
2 8
lp TEd
VEd  pEd  [kN ] (3.60)
2 2
 M Ed ymax
 Ed ( x, y )  I
[ MPa]
 p
 (3.61)
 ( x, y )  VEd S p [ MPa]
 Ed I b
 p p

 id ( x, y)   2 ( x, y)  3 2 ( x, y)  f yd
Ed Ed
[ MPa] (3.62)

L’ipotesi alla base del procedimento è che le caratteristiche geometriche e mecca-


niche del capochiave e del pannello, nonché il loro mutuo interagire, permettano di
sviluppare una reazione costante della muratura lungo lo sviluppo del paletto, in
risposta all’azione concentrata esercitata dal tirante.

210
La capacità delle catene

Questa ipotesi non può dirsi automaticamente verificata ed è bene addentrarsi


maggiormente nella problematica, per stabilire:
 Se il procedimento valuti correttamente le azioni agenti,
 I limiti entro cui si ottiene una risposta adeguata della muratura.
E’ bene osservare che non basta adempiere alla prima condizione espressa, poiché
l’eventuale disomogeneità marcata nella risposta del solido murario comportereb-
be una pericolosa concentrazione degli sforzi, potenzialmente dannosa poiché fon-
te di meccanismi di rottura prematuri rispetto a quelli attesi. In buona sostanza si
tratta di comprendere se la condizione di progetto più gravosa sia quella legata alla
resistenza del paletto o dipenda dalla deformabilità di quest’ultimo, come supposto
nell’introduzione a questo capitolo.

[Link]. Metodo di analisi


Per stabilire quanto affermato in precedenza è necessario adoperare un modello di
analisi maggiormente adeso alla reale situazione presente. Non è detto infatti che
la muratura risponda in maniera omogenea, e la verifica dello stato tensionale non
può dunque prescindere dallo studio del mutuo interagire dei due corpi lungo il
confine del capochiave.
E’ quindi necessario riferirsi al caso di una trave su appoggio elastico continuo e
assimilare così il paletto in esame, a un elemento monodimensionale di dimensio-
ne principale finita, appoggiato per tutta la sua lunghezza su di un suolo elastico,
tale che la sua reazione in ogni punto sia proporzionale all’abbassamento che subi-
sce la trave nell’inflettersi [81]. Per quanto detto, l’intensità della reazione del ter-
reno p, avente distribuzione lineare, è pari a
pk y [ N / mm] (3.63)

Figura 140. Trave su solido elastico.

Questa teoria fu introdotta nel 1867 da E. Winkler e si basa sul descrivere il com-
portamento elastico del suolo mediante la costante elastica del terreno k0, che rap-
presenta la reazione del suolo nell’area di 1 mm² quando l’abbassamento è di 1

211
Capitolo 3

mm. Pertanto esso si misura N/mm³. Se poi si considera la larghezza bp della trave,
la reazione esercitata dal suolo su un millimetro della sua lunghezza, quando
l’abbassamento è di 1 mm, è pari al modulo:
N
k  k0 bs [ ] (3.64)
mm2
Se si analizza una sezione infinitesima della trave di Figura 140 e si considera
l’equazione all’equilibrio verticale delle forze, è possibile scrivere, per una trave
prismatica e omogenea, l’equazione differenziale della linea elastica.

d4y
EI  qk y (3.65)
dx 4

Figura 141. Sezione infinitesima di una trave su suolo elastico.

[Link]. Precisazioni in merito alla costante elastica del terreno


Prima di procedere ad analizzare il caso specifico di trave su suolo elastico sotto-
posta a un carico concentrato in mezzeria, ovvero la situazione che meglio inter-
preta il comportamento del capochiave a paletto, è bene soffermarsi sulla costante
elastica del terreno k0 .
Questo parametro è un valore applicato in geotecnica per caratterizzare i diversi
tipi di suolo e definirne le prestazioni meccaniche. In particolare il suolo viene
schematizzato, oltre che come un semispazio elastico, anche come un mezzo elasti-
co caratterizzato dal fatto che in un punto il cedimento dipende soltanto dal carico
ivi applicato. Il parametro che rappresenta la portanza è appunto k0 e si determina
mediante un apparecchio detto edometro che mettendo in compressione un volu-
me di terreno, ne misura le caratteristiche. E’ utile notare che la prova di compres-
sione avviene mentre le espansioni laterali del volume di terreno sono impedite e
che il dispositivo di prova misura anche il modulo elastico, il quale può essere
quindi correlato a k0.

212
La capacità delle catene

La relazione tra i due parametri e in particolare il tentativo di esprimere la costan-


te k0 in funzione del modulo elastico del terreno fu oggetto di numerosi studi. Que-
sto perché si cercava una formulazione empirica della costante elastica del terreno
che fosse basata su un parametro conosciuto per ogni tipo di terreno, piuttosto che
eseguire delle prove meccaniche ogni qualvolta si operi in un nuovo ambiente. Fu
così che Biot in [82] propose la seguente relazione:
0,108
ES  ES b4 
k0  0,95   [N/ mm3 ] (3.66)
b 1  v 2   EI 

Altre formulazioni basate sugli studi di Biot furono poi proposte da Hetenyi in [83]:

ES ES b 4
k0  0, 71 3 [N/ mm3 ] (3.67)
b EI
e da Vesic in [84]:

ES 12 ES b4
k0  0, 65 [N/ mm3 ] (3.68)
b 1  v 2  EI

Ulteriori formulazioni sono proposte in [85-87], mentre in [88] è riportata una re-
lazione ricavata valutando i cedimenti secondo la teoria di Boussinesq:
2E
k0  2, 632 [ N / mm3 ] (3.69)
 1  2 

Se si paragona l’edometro a una situazione in cui un capochiave a paletto mette in


carico la muratura, si osserva innanzitutto che l’azione trasmessa dalla chiavarda
avviene in direzione normale a quella in cui normalmente si misura il modulo ela-
stico della muratura. Perciò nelle formule precedenti bisognerebbe innanzitutto far
uso del modulo di elasticità normale parallelo ai letti di malta (la muratura può es-
sere vista come un materiale omogeneo ortotropo). In secondo luogo è bene ricor-
dare che nello studio di una trave su suolo elastico, il suolo è assimilabile ad un
semispazio infinito in cui si diffonde l’azione localizzata esercitata dalla fondazio-
ne. Nel caso del capochiave invece, ci si trova di fronte a un supporto elastico di
spessore finito e ridotto, in cui la deformazione in direzione trasversale non avvie-
ne soltanto per cedimento del mezzo elastico, ma anche per l’inflettersi della pare-
te. Tuttavia le catene vengono spesso disposte in prossimità dei solai e/o di muri
ad esse paralleli dove l’inflessione è minima e pertanto questa discrepanza nel
comportamento è trascurabile.
Tuttavia le formule presentate non sono adatte per valutare la costante elastica del
terreno di un solido avente un alto modulo elastico e una composizione diversa da

213
Capitolo 3

quella di un terreno. Esse sono state infatti concepite per correlare con sufficiente
approssimazione la costante elastica di un terreno al modulo elastico solo per ma-
teriali dotati di un basso modulo elastico.
Se infatti si utilizzano i valori del modulo edometrico presi da [89] (riassunti nella
Tabella 5) per calcolare attraverso le precedenti formule la costante elastica del
terreno, si riscontrano dei valori simili a quelli proposti da [89], solo fino a che il
modulo edometrico non sorpassa all’incirca il valore di 200 MPa. Oltre questo ter-
mine il valore di k0 esplode.

ES da [89] k0 da [89] k0 (3.66) k0 (3.67) k0 (3.68) k0 (3.69)


Tipo di terreno
[N/mm2] [N/mm3] [N/mm3] [N/mm3] [N/mm3] [N/mm3]
Sabbia sciolta 10 ÷ 50 0,01 ÷ 0,10 0,03 ÷ 0,14 0,01 ÷ 0,07 0,04 ÷ 0,19 0,02 ÷ 0,09

Sabbia compatta 50 ÷ 120 0,1 ÷ 0,15 0,16 ÷ 0,37 0,13 ÷ 0,30 0,22 ÷ 0,53 0,09 ÷ 0,21

Ghiaia compatta 100 ÷ 200 0,1 ÷ 0,3 0,33 ÷ 0,66 0,32 ÷ 0,63 0,48 ÷ 0,96 0,17 ÷ 0,35
5000 ÷
Arenaria 0,6 ÷ 0,8 > 200 > 700 > 300 > 60
40000 (*)

(*)Il modulo elastico dell’arenaria proposto in [16] diventa 8000÷40000[N/mm3] secondo quanto espo-
sto in [90].

Tabella 5. Valori indicativi del modulo edometrico e della costante elastica del terreno.

Analogamente, se si calcola la costante elastica k0 di una muratura a partire dal


modulo elastico normale parallelo ai letti di malta della stessa, si perviene a valori
da 4 a 10 volte al di sopra della costante elastica dell’arenaria riportata in [89]. Va-
lori dunque del tutto fuori scala e inapplicabili nell’analisi di una trave su suolo
elastico. Utilizzando infatti il valore del modulo elastico normale parallelo ai letti di
malta riportato nel test [91], il valore più attendibile della costante elastica del ter-
reno è determinato dall’equazione (3.69) e risulta compreso tra 4,47 ÷ 7,95
[N/mm3].

E’ invece ragionevole assumere che il valore di k0 di una muratura, sia compreso


tra il valore della costante di un terreno ghiaioso e quello di una pietra arenaria.
L’escursione tra i due estremi potrebbe essere risolta facendo un’interpolazione
lineare e utilizzando come discriminante il modulo elastico: posto che l’indice “a”
rappresenti l’arenaria, “g” la ghiaia e “W” la muratura, si potrebbe assumere che la
costante elastica k0 della muratura sia pari a:
EW ,  Eg
k0,W  k0, g   k0,a  k0, g  [ N / mm3 ] (3.70)
Ea  Eg

214
La capacità delle catene

A titolo di confronto si riportano di seguito i valori di k0 proposti dall’ing. A. Riva in


[92]. Tale tabella non riporta però i corrispondenti moduli edometrici, per cui non
è direttamente utilizzabile nell’equazione (3.70).

Tabella 6. Valori della costante elastica del terreno proposti da A. Riva.

In conclusione, la costante elastica k0 della muratura può essere ottenuta dalla re-
lazione:
EW ,  200
k0  0.3  0.5 [ N / mm3 ] (3.71)
39800
in cui si è assunto

k0, g  0,3 [N/mm3 ]


k0,a  0,8 [N/mm3 ]
Eg  200 [MPa]
Ea  40000 [MPa]
Se ad esempio si utilizzasse il valore del modulo elastico normale parallelo ai letti
di malta del test [91], ovvero 2560 N/mm², attraverso la formula (3.71) si otter-
rebbe un valore della costante elastica k0 pari a 0,33 N/mm3. Un valore che in rife-
rimento ai dati di [89] appare in scala e correttamente posizionato.

215
Capitolo 3

[Link]. Risoluzione delle trave su suolo elastico


Volendo dunque descrivere il comportamento di un capochiave a paletto, collegato
al tirante in prossimità della zona centrale e avente sezione rettangolare di rigi-
dezza costante, è necessario riferirsi al caso specifico di trave appoggiata su di un
solido elastico e sottoposta unicamente a un’azione concentrata in mezzeria pari
all’azione di trazione TEd trasmessa dalla barra in acciaio .
Tra le ipotesi del problema dobbiamo anche aggiungere che il solido elastico reagi-
sce solo tramite azione di compressione e non di trazione, dunque se le zone ter-
minali del paletto si sollevano esse non saranno sottoposte ad alcuna azione. Inol-
tre si ipotizza che le zone adiacenti, ma non direttamente a contatto con la trave,
non portino alcun contributo alla risoluzione.

Figura 142. Schema statico.

Riferendosi dunque alla Figura 142 si riprende in considerazione l’equazione della


linea elastica precedentemente scritta (3.65), che, in virtù dei carichi agenti, diven-
ta:

d4y k
4
 y (3.72)
dx EI
Successivamente si pone il termine

k
4 [mm1 ] (3.73)
4 EI
Questo fattore include la rigidezza flessionale della trave così come la capacità ela-
stica del supporto e pertanto è un importante fattore che influenzerà l’andamento
della linea elastica. Per questo motivo esso è chiamato la caratteristica del sistema
e, siccome ha le dimensioni del reciproco di una lunghezza, il termine 1/λ viene
chiamato lunghezza caratteristica del sistema [83].

216
La capacità delle catene

Inoltre è altresì utile far notare che il coefficiente λl, siccome contiene le caratteri-
stiche di entrambi i solidi e in quanto adimensionale, ben si presta per descrivere i
limiti geometrici e meccanici per cui si realizzano i punti affermati al paragrafo
[Link], ovvero determinare quanto la soluzione di M. Vinci sia sufficientemente
corretta e quando la risposta della muratura sia uniforme lungo la lunghezza del
capochiave. Chiameremo questo termine rigidezza complessiva.
Tornando alla risoluzione del problema è possibile determinare l’andamento della
linea elastica risolvendo l’equazione differenziale (3.72), il cui integrale generale è

y  x   C1e x sin   x   C2 e x cos   x   C3e x sin   x   C4 e x cos   x 


e determinare le costanti di integrazione ponendo le seguenti condizioni al contor-
no:
Q
x0  y'  0  EIy '''  
2
l
x   EIy ''  0  EIy '''  0
2
Note le costanti è possibile calcolare deformata (y), rotazione (φ), momento (MEd),
taglio (VEd) e reazione del terreno (p) in qualunque punto della trave.
All’Appendice A è possibile trovare il codice scritto per Wolfram Mathematica 9.0
con cui risolvere il caso in esame, ma per svolgere il ragionamento si è deciso di
adottare la risoluzione delle precedenti variabili scritta in forma chiusa da M. He-
tenyi in [83].
Tuttavia è molto utile osservare l’integrale generale della (3.72) per capire che sic-
come e-λx diminuisce molto rapidamente al crescere di λx, gli effetti del carico con-
centrato su deformata, taglio, momento e reazione del suolo, si riducono altrettan-
to velocemente al crescere della distanza x dal punto di applicazione del carico.
Si riportano ora le equazioni contenute in [83].
 Equazione generale della deformata [cm]:
Q 1
y {Cosh l cos   l  x   cos  x Cosh   l  x  
2k Sinh l  sin l
 Sinh  x sin   l  x   sin  x Sinh   l  x   (3.74)
 2Cosh  x cos  x}
Deformata in mezzeria:
Q Cosh l  cos l  2
yC  [mm] (3.75)
2k Sinh l  sin l

217
Capitolo 3

Deformata agli estremi:


l l
Cosh  cos
2Q 2 2
y A  yB  [mm] (3.76)
k Sinh l  sin l
 Equazione generale della rotazione:

Q 2 1
 {Sinh  x [cos  x  cos   l  x ] 
k Sinh l  sin l (3.77)
 sin  x [ Cosh  x  Cosh   l  x ]}

Rotazione alle estremità


l l l l
Sinh cos  sin Cosh
2Q 2
 A  B  2 2 2 2 (3.78)
k Sinh l  sin l
 Equazione generale del momento:

Q 1
M Ed  {Sinh  x [sin  x  sin   l  x ] 
4 Sinh l  sin l
 Cosh  x [cos  x  cos   l  x ]  (3.79)
 sin  x [ Sinh  x  Sinh   l  x ] 
 cos  x [ Cosh  x  Cosh   l  x ]

Momento in mezzeria
Q Cosh l  cos l
M Ed ,C  (3.80)
4 Sinh l  sin l

 Equazione generale del taglio


Q 1
VEd  {Cosh  x [sin  x  sin   l  x ] 
2 Sinh l  sin l (3.81)
 cos  x [ Sinh  x  Sinh   l  x ]}
L’equazione (3.76) è molto importante perché permette di definire la lunghezza
limite del paletto oltre la quale si avrà il sollevamento delle estremità del capo-
chiave. Anche se scongiurare questa eventualità non garantisce la risposta unifor-
me della muratura, determinare questa lunghezza limite resta comunque un inte-

218
La capacità delle catene

ressante esercizio. Ponendo quindi il limite alla deformata yA < 0 e risolvendo


l’equazione, si riscontra che essa è verificata per
l   (3.82)
e dunque la lunghezza limite del paletto risulta essere l < π/λ . I principi che ver-
ranno in seguito fissati per determinare gli obbiettivi descritti in [Link] andranno
poi a determinare un valore più stringente per il coefficiente λl.

[Link]. Definizione della rigidezza complessiva limite


Il procedimento risolutivo proposto da M. Vinci ipotizzava di schematizzare il pa-
letto mediante la Figura 139 e presupponeva una reazione omogenea della mura-
tura. Come già accennato un’eventuale concentrazione degli sforzi può essere dan-
nosa, pertanto, oltre a superare una verifica di resistenza, le dimensioni geometri-
che del paletto, nonché le caratteristiche meccaniche dei due materiali, dovranno
essere tali da definire un limite al coefficiente λl, di modo da ottenere una reazione
della muratura il più possibile uniforme. Dovendo porre un limite ingegneristico si
sceglie di contenere la differenza di reazione tra l’estremità e la mezzeria della
chiavarda entro il 10% della reazione presente all’estremità. Valutando le reazioni
con lo schema di trave su suolo elastico è possibile stabilire che:
pC  pA  0,1 pA (3.83)

k yC  k y A  0,1k y A

l l l l
Cosh cos Cosh cos
Q Cosh l  cos l  2 2Q 2 2  0,1 2Q  2 2

2k Sinh l  sin l k Sinh l  sin l k Sinh l  sin l

Conviene porre N  Q / k e x  l / 2

N Cosh 2 x  cos 2 x  2 Cosh x cos x Cosh x cos x


 2N  0,1  2 N
2 Sinh 2 x  sin 2 x Sinh 2 x  sin 2 x Sinh 2 x  sin 2 x
Si applicano poi le formule di bisezione al seno e al coseno normali e iperbolici di
modo che abbiano lo stesso argomento e siccome N è sempre maggiore di zero è
possibile semplificarlo.

N 2Cosh2 x  1  2cos 2 x  1  2 Cosh x cos x


 2,2 N 0
2 Sinh 2 x  sin 2 x Sinh 2 x  sin 2 x

Cosh2 x  cos 2 x  2, 2Cosh x cos x


0
Sinh x Cosh x  sin x cos x

219
Capitolo 3

E’ poi impossibile procedere oltre per via analitica, perciò si sviluppa il primo ter-
mine della disequazione in serie di Taylor

x3 x5 x7 x9 x11
a  x   Sin x  x     
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
b  x   Cos x  1     
2 24 720 40320 3628800
x3 x5 x7 x9 x11
c  x   Sinh x  x     
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
d  x   Cosh x  1     
2 24 720 40320 3628800
e si giunge alla seguente disequazione:

 d  x   b  x   2, 2 d  x  b  x 
2 2

0
c  x d  x  b  x a  x

Attuando poi una riduzione ai minimi termini si giunge alla seguente soluzione
x   0,663111  0  x  0,663111
Tuttavia, siccome x  l / 2  , l’unica soluzione possibile resta x  0,663111 e
pertanto:
k
l  l 4  1,326 (3.84)
4 EI

Figura 143. Capochiave eccessivamente deformato, Veneranda fabbrica del Duomo, Milano.
Figura 144. Capochiave eccessivamente deformato, Palazzo comunale, Modena.

220
La capacità delle catene

Come si avrà modo di vedere la verifica di deformabilità proposta risulterà, salvo


elevati valori dell’azione di tiro, la verifica determinante per individuare le dimen-
sioni del paletto. Pertanto conviene sviluppare l’equazione (3.84) per individuare i
termini di progetto, ovvero l’altezza del paletto e la sua lunghezza.

k b k0 3k0
l  l 4 l 3
l4  1,326
4 EI 4 bh E h3
4E
12
Nella progettazione di queste chiavarde la lunghezza del paletto verrà determinata
in base alla resistenza al punzonamento della muratura. Una volta fatto ciò, sarà
possibile, in base alle caratteristiche della muratura definite da k0 e a quelle
dell’acciaio definite dal modulo di Young, determinare l’altezza del paletto neces-
saria ad impedire una concentrazione pericolosa degli sforzi.

3k0
h 4
[mm] (3.85)
3  1,326 
E 
 l 

Il procedimento mostrato può essere altresì


adottato per definire la rigidezza complessiva
limite anche in situazioni diverse dal generico
caso di capochiave a paletto collegato al tiran-
te in mezzeria. Osservando la catena di Figura
145 è possibile notare che il paletto è abbina-
to a due tiranti. In questo caso non è possibile
utilizzare lo schema proposto da M. Vinci per
la risoluzione ed è obbligatorio riferirsi allo
schema di trave su suolo elastico per definire
le azioni agenti sull’elemento. Per definire poi
la rigidezza complessiva limite sarà sufficien-
te inserire nell’equazione (3.83) le equazioni
in forma chiusa della deformata, proposte per
il caso in esame sempre da Hetenyi in [83], e
ricavare il valore di λl utilizzando il medesimo
procedimento.
Figura 145. Capochiave a paletto abbi-
nato a due catene, Piazza
dei mercanti, Milano.

221
Capitolo 3

[Link]. Verifica di resistenza


Se si rispetta il criterio posto dalla disequazione (3.84) si ottiene una risposta suf-
ficientemente omogenea della muratura, evitando così una pericolosa concentra-
zione degli sforzi. Soddisfatta questa condizione è poi necessario effettuare co-
munque una verifica di resistenza, da attuare mediante il criterio di rottura di Von
Mises. Tuttavia, a differenza di quanto scritto da M. Vinci, le equazioni di verifica
differiscono dallo schema proposto dall’autore mediante le equazioni (3.61) e
(3.62).
Come proposto dall’autore è necessario verificare la sezione posta nella mezzeria
del paletto, poiché lì, il taglio e il momento flettente raggiungono il loro valore
massimo. Tuttavia la tensione assiale σEd e quella tangenziale τEd variano lungo l’
altezza y della sezione con andamento inverso, ovvero dove l’una raggiunge il suo
massimo, l’altra trova il suo minimo. Pertanto risulta scorretto valutare la tensione
ideale sommando all’interno dell’equazione (3.62) i valori massimi delle tensioni
assiali e tangenziali. Al punto [Link] verrà studiata la variazione delle due tensioni
lungo l’altezza di una sezione unitaria in caso di capochiave circolare. In questo ca-
so valgono i medesimi ragionamenti e si giunge alla stessa conclusione, ovvero che
la tensione ideale è da valutare all’estremità della sezione, dove la tensione assiale
raggiunge il suo massimo, mentre la tangenziale si azzera.

 l p hp 
 id  ,    Ed2 ( x, y)  f yd [ MPa] (3.86)
2 2
Il momento e il taglio agenti, necessari al calcolo della tensione ideale σId, è bene
che siano calcolati mediante le equazioni della trave su suolo elastico per ottenere
una maggior precisione. Tuttavia è bene far notare che se viene rispettata la condi-
zione posta dalla disequazione (3.84), allora anche lo schema di doppia mensola
incastrata, proposto da M. Vinci per il calcolo di momento e taglio, fornisce
un’ottima approssimazione del problema, in quanto la reazione della muratura sa-
rà praticamente omogenea.
Per dare dimostrazione di quanto affermato viene effettuato un esempio mettendo
a confronto due capichiave a paletto sottoposti alla stessa azione concentrata in
mezzeria TEd ed aventi identica geometria, salvo l’altezza che passa da 60 a 45 mm,
modificando così il valore della rigidezza complessiva λl.

222
La capacità delle catene

Figura 146. Esempio n°1, grafico dei momento flettenti.

Nel primo caso siccome λl < 1,326, non si avrà un’elevata concentrazione degli
sforzi e lo schema a mensola permetterà di ottenere dei risultati simili a quelli ot-
tenibili con la risoluzione della trave su suolo elastico.

l h  h
M Ed  p , p   p
 Ed  r , y    2 2  2  yi
IP hp 2

6T  hp2 
 Ed  r , y   Ed3   yi 
2

bp hp  4 

Figura 147. Andamento delle tensioni nella sezione dell’esempio n°1.

223
Capitolo 3

Se poi si osserva l’andamento della tensione assiale e di quella tangenziale lungo


l’altezza della sezione è possibile avere una dimostrazione concreta del fatto che il
punto in cui valutare la tensione ideale sia quello posto all’estremità della sezione,
poiché è qui che si registra il valore più alto.

Figura 148. Esempio n°2, grafico dei momenti flettenti.

Nel secondo caso invece λl è maggiore del valore limite proposto, il ché si traduce
in una disomogeneità marcata nella reazione della muratura. Questa infatti aumen-
ta di circa il 25% passando da un estremo alla mezzeria, creando una situazione
pericolosa per la sicurezza della muratura.
E’ interessante notare che nonostante sia stata imposta azione di tiro non troppo
elevata, in entrambi i casi la verifica di resistenza mediante il criterio di Von Mises
risulta positiva, mentre la condizione relativa alla deformabilità è più difficoltosa
da ottemperare. Questo comunque non solleva il progettista dal compito di effet-
tuarle entrambe, in quanto la verifica dell’uniformità della reazione, per il principio
di sovrapposizione e proporzionalità degli effetti, non è funzione del carico appli-
cato.

224
La capacità delle catene

3.3.2. Capochiave circolare

[Link]. Stato dell’arte


L’unico riferimento presente in letteratura per determinare la capacità portante di
un capochiave in acciaio, avente la forma di una piastra circolare dotata o meno di
nervature di irrigidimento, è contenuta all’interno del libro [59] scritto da Michele
Vinci.
Riferendosi allo schema esposto in Figura 149, l’autore propone un metodo sem-
plificato per schematizzare le azioni sollecitanti. Ovvero quello di considerare la
piastra come incastrata sull’asse orizzontale passante per il baricentro (asse xx’)
della piastra stessa e sollecitata da due forze applicate nel baricentro di ogni semi-
cerchio.

Figura 149. Schema statico per la verifica del capochiave a piastra circolare.

4 RL h1  h2
yG  [mm] yMax  [mm]
3 2
2 2
b  h  2r  h  b1h13 2 RL h23
SC  1  1   C  2  [mm3 ] IC   [mm4 ]
22 2 2 12 12

225
Capitolo 3

Viene dunque proposto il calcolo di momento e taglio presenti nella sezione di in-
castro, i quali generano uno stato di sforzo, composto da tensioni assiali e tangen-
ziali, con cui attraverso il criterio di rottura di Von Mises, si ricava la tensione idea-
le agente, da confrontare in ultima istanza con la resistenza a snervamento
dell’acciaio.
TEd
M Ed  yG [kNm] (3.87)
2
TEd
VEd  [kN ] (3.88)
2
 M Ed ymax
 Ed ( x, y )  [ MPa]
 IC
 (3.89)
 ( x, y )  VEd SC [ MPa]
 Ed I C 2 RL

 id ( x, y)   2 ( x, y)  3 2 ( x, y)  f yd
Ed Ed
[ MPa] (3.90)

La verifica viene condotta assumendo che due forze, entrambe pari a metà
dell’azione esercitata dal tirante, agiscano puntualmente nel baricentro dei due
settori circolari e imponendo dunque implicitamente che la distribuzione di pres-
sione sia uniforme. Tale schema è inadeguato, in quanto non rispecchia il reale
comportamento meccanico della piastra poiché si impone la conservazione delle
sezioni piane anziché adottare i meccanismi resistenti della piastra caricata in ma-
niera assialsimmetrica. E’ quindi necessario effettuare uno studio mediante uno
schema statico maggiormente adeso alla realtà, il quale permetta di stabilire:
 le caratteristiche geometriche e meccaniche della piastra necessarie ad ot-
tenere una risposta sufficientemente omogenea della muratura in modo
da evitare una pericolosa concentrazione degli sforzi,
 se il procedimento più sopra esposto valuti correttamente le azioni agenti.
In caso contrario sarà necessario trovare un metodo alternativo.

226
La capacità delle catene

[Link]. Schema di verifica


In analogia a quanto visto in precedenza per il capochiave a paletto, si è scelto di
studiare il problema attraverso la risoluzione relativa alla piastra circolare di di-
mensione finita appoggiata su un suolo elastico e sottoposta a un carico concentra-
to nel punto centrale.
Si potrebbe tuttavia obbiettare che la piastra circolare di una catena risulta forata
al centro e per di più essa è quasi sempre dotata di nervature di irrigidimento. Alla
prima obbiezione si risponde facendo notare che nel foro passa il tirante in acciaio
collegato mediante filettatura alla piastra. Il vincolo che si realizza tra i due corpi
consente dunque di considerarli come un unico solido e studiare così il suo com-
portamento mediante uno schema di piastra circolare non anulare. Per quanto ri-
guarda la seconda obbiezione si risponde che è una precisa scelta studiare un ele-
mento privo di irrigidimenti, per poi stabilire solo in un secondo momento il con-
tributo di questi ultimi al comportamento del capochiave.
Come visto nel caso della trave su suolo elastico anche per le piastre la reazione del
solido elastico in ogni punto è proporzionale all’abbassamento che subisce la pia-
stra nell’inflettersi [81]. Visto il tipo di supporto tale reazione è unicamente di
compressione e non di trazione, quindi dove la piastra si solleva il solido non rea-
girà.
Per quanto detto, l’intensità della reazione del terreno p è proporzionale allo spo-
stamento secondo la costante elastica k0 già descritta in [Link].

p  k0 y [ N / mm2 ] (3.91)

Figura 150. Piastra circolare su solido elastico.

227
Capitolo 3

Figura 151. Equilibrio delle forze in un elemento infinitesimo.

Per determinare l’equazione della superficie elastica si propone l’approccio conte-


nuto in [93] dove si impone l’equilibrio alla traslazione verticale per l’elemento in-
finitesimo di Figura 151, limitato da due superfici cilindriche r e dr e da due piani
radiali formanti l’angolo dθ. Al termine del procedimento si ottiene un’equazione
della superficie elastica pari a

d 4 y 2 d 3 y 1 d 2 y 1 d y k0
    y0 (3.92)
d r4 r d r3 r2 d r 2 r3 d r B
Dove B è la rigidezza flessionale della lastra, pari a
EI L
B (3.93)
1  v2
E IL è il momento di inerzia della sezione per unità di larghezza, pari a
sL
IL  (3.94)
12
Prima di proseguire nella risoluzione si pone anzitutto

228
La capacità delle catene

B EsL3
  4
k0 12 1  v 2  k0

EsL3
4 [mm] (3.95)
12 1  v 2  k0

Analogamente a quanto visto per il paletto, chiamiamo ω lunghezza caratteristica


del sistema. Essa dipende sia dalla rigidezza flessionale della lastra sia dalle carat-
teristiche del solido elastico ed è un fattore che influenza profondamente
l’andamento della superficie elastica. Visto che ha le dimensioni di una lunghezza,
nello sviluppo delle equazioni del problema, converrà evidenziare al loro interno il
termine α = R/ω, che chiameremo rigidezza complessiva del sistema, in quanto è
adimensionale e contiene tutte le informazioni del problema utili a risolvere gli in-
terrogativi posti al punto precedente. Si introducono così nuove variabili x e z,
rappresentate dai rapporti:
r y
x z (3.96)
 
A questo punto la risoluzione può seguire più strade. L’integrazione della (3.92)
venne effettuata da Hertz in [94] attraverso le equazioni cilindriche di Bessel. Tale
approccio viene riportato anche da Timoshenko in [95] e mostra che la deforma-
zione della piastra è pari a
w  C1 Z1  C2 Z2  C3 Z3  C4 Z4 [mm] (3.97)

Dove C1, C2, C3 e C4 sono le costanti di integrazione moltiplicate per le rispettive


funzioni di Bessel Z1, Z2, Z3 e Z4. All’interno di [95] non viene tuttavia risolto il caso
di piastra circolare sottoposta a un carico concentrato; esso venne affrontato da F.
Schleicher in [96] e la sua risoluzione porta a definire una deformazione trasversa-
le pari a
P
w  C1Z1  C2 Z 2  Z3  [mm] (3.98)
4 k0 B

m 1 1 '
Z1   Z 4'    Z1'   Z 4   
m 
Z1   Z3'    Z 2'   Z 4'  
C1 
m  1 1 '2
Z1   Z 2'    Z1'   Z 2   
m 
Z1    Z 2'2   (3.99)
m 1 1 '
 Z 2   Z 4'    Z 2'   Z 4   
m 
Z1   Z 4'    Z 2'   Z3'  
C2 
m  1 1 '2
Z1   Z 2'    Z1'   Z 2   
m 
Z1    Z 2'2  

229
Capitolo 3

Per determinare le costanti di integrazione e le funzioni Z l’autore propone più


strade. Una prima risoluzione è basata sul calcolo diretto delle equazioni di Bessel,
il cui svolgimento è riportato all’Appendice B. Una seconda tecnica consiste, per
bassi valori di x (x < 5, come nel nostro caso), una semplificazione delle costanti e
delle funzioni mediante lo sviluppo in serie di Taylor e l’utilizzo di ulteriori serie
armoniche. Questa risoluzione viene riportata all’Appendice C. Infine all’appendice
D vengono riportati i valori tabellati delle funzioni Z da inserire nelle equazioni
(3.98) e (3.99) per ottenere il valore della deformata.
E’ fondamentale mettere in evidenza che se applicati, i tre metodi non consentono
di arrivare ad un risultato univoco. Ciò è sorprendente, poiché non è nemmeno ipo-
tizzabile che gli approcci più sopra trattati non siano corretti. La discrepanza è
probabilmente ascrivibile a qualche errore di stampa, che però non è possibile evi-
denziare in quanto non si hanno a disposizione le intere dimostrazioni. E’ dunque
necessario utilizzare un quarto metodo di integrazione dell’equazione (3.92) per
stabilire quale sia il risultato giusto. Viene dunque mostrato il metodo di integra-
zione proposto da A. Fὂppl in [97].
Applicando la seconda della (3.96) all’equazione differenziale della superficie ela-
stica descritta alla (3.92) si ottiene

d 4z 2 d 3z 1 d 2z 1 d z
   z0 (3.100)
d x 4 x d x3 x 2 d x 2 x3 d x
La soluzione della precedente equazione trovata da Fὂppl è
z  x   {C1 106  15625 x 4  6, 7817 x8  ...  C2 106 x 2  1736 x 6  0, 2713 x10  ... 


 C3 106  15625 x 4  6, 7817 x8  ... ln x  23437,5 x 4  14,129 x8   (3.101)

 C  10
4
6

x 2  1736 x 6  0, 2713 x10  ... ln x  1447 x 6  0,348 x10 } 106

La costante di integrazione C4 non dipende dalle condizioni al contorno e vale


TEd
C4  (3.102)
8 k0 3

La costante C3 deve essere uguale a zero altrimenti risulterebbe z  C3 ln 0  


per r = 0 e ciò è impossibile. Infine le costanti C1 e C2 si trovano ponendo le condi-
zioni al contorno e in particolare uguagliando a zero il momento e il taglio radiali
per r = R. La piastra infatti non risulta vincolata sul bordo esterno.

 d 2 y v dy 
mr  RL    B  2  0 (3.103)
 dr r dr 

230
La capacità delle catene

d  d 2 y 1 dy 
tr  RL    B  2  0 (3.104)
dr  dr r dr 

Dalla seconda equazione della (3.96) sappiamo che y = z(x)ω, pertanto nelle equa-
zioni (3.103) e (3.104) è necessario operare uno scambio di variabili semplifican-
dole nel seguente modo:

  2   RL     R  
  d  z    d  z  L   
m  x  RL    B        v        0
 r     dx 2 x dx 
  
  

  2   RL     RL   
    z   
 
d       1      
  d z d
RL 
tr  x   B  0
    dx  dx 2 x dx 
  
  
Scrivendo la z(x) in RL/ω mediante l’equazione (3.101) e sostituendo tale valore
all’interno del precedente sistema si ottiene un sistema di due equazioni nelle due
incognite C1 e C2, ovvero le ultime due costanti di integrazione da determinare. Il
sistema, risolto con l’ausilio del software Wolfram Mathematica e limitando la
(3.101) al sesto ordine, porta a descrivere le costanti di integrazione nella seguente
forma:

C1  (TEd (5509 413 RL8  2119 005 RL8 v  1302187 500 RL4 4 
651187 500 RL4 4 v  15625 106 v  8 )(2,5 105 k0 3 (1302 RL4 
651 RL4 v  62500 4  62500 4 v))1
R 
C2  TEd (215 RL4  218 RL4v  3, 75 103  4  1, 25 103 v  4  10 416 Log  L  
 
R  R  R 
5 208 RL4 vLog  L   5 105  4 Log  L   5 105 v  4 Log  L  ) 
     

 2,5 10 k  1302 R  651 RL4 v  62500 4 1  v   


1
5 3 4
0 L

Se ora si utilizzano le costanti definite per esprimere l’equazione della deformata


trasversale y, in funzione della posizione lungo il raggio r, si arriva alla seguente
formulazione:

y r    z r  [mm]

231
Capitolo 3

TEd 15625 r 4
y  r   106 {[(106  )(5509 413 RL8  2119 005 RL8v
k0 2
4
1302187 500 RL4 4  651187 500 RL4 v 4  15625 106  8 (1  v)]) 
 (2,5 105  2 RL2 (1302 RL4  651RL4 v  62500(1  v))) 1 ] 
r6 r6 r2 r
 [((1447  (1736  106 ) Log ( )) / 8]  (3.105)
 6
 6
 2

r6 r2
 [ ((1736  10 6
)(215RL4  218RL4 v  375000 4 
 6
 2

r r
125000 v  4  10 416 RL4 Log ( )  5 208RL4 vLog ( ) 
 
r
5 105  4 (1  v) Log ( ))(1302 RL4  651RL4v  62500 4 (1  v)) 1 ] / 64}

All’Appendice E è riportato il codice di calcolo per il software Wolfram Mathemati-
ca con cui determinare la deformazione trasversale, le sollecitazioni e la risposta
del terreno con un ordine della variabile z arrestato al decimo grado.
Se ora si utilizza questo procedimento per risolvere l’esercizio contenuto in [96] a
pagina 38 e ivi risolto con il metodo tabellare, si ottengono i medesimi risultati
dell’autore; dunque questa espressione può ritenersi affidabile. Bisogna precisare
che non è possibile, mediante la (3.105), calcolare la deformazione per r = 0, in
quanto si giungerebbe a una forma indeterminata. Tuttavia è sufficiente calcolare y
in r = 0,1 mm per ottenere il medesimo risultato calcolato da F. Schleicher in [96].
In seguito si farà uso del procedimento di calcolo di Fὂppl per determinare, attra-
verso il fattore di rigidezza complessiva della piastra RL/ω, le caratteristiche della
piastra e del solido tali da garantire una differenza massima di reazione del suolo
inferiore al 10%. Questo permetterà di trascurare tale differenza e utilizzare come
schema risolutivo quello di una piastra anulare incastrata lungo il bordo interno e
sottoposta a un carico distribuito uniformemente. Di tale procedimento verrà pro-
posta la risoluzione tabellare di Timoshenko in [95] e quella, sempre tabellare ma
dotata di un minor fattore sicurezza, proposta da S. Caffè in [98].

232
La capacità delle catene

[Link]. Calcolo della rigidezza complessiva limite


Come affermato in precedenza si intende ora calcolare il valore della rigidezza
complessiva limite (α = RL/ω) al di sotto della quale si ottiene una risposta suffi-
cientemente omogenea della muratura. Nel caso del capochiave a paletto si era im-
posto che la massima differenza tra la reazione della muratura p, applicata in due
punti diversi, non superasse il 10% della reazione massima e tale percentuale ver-
rà adottata anche in questo caso. Pertanto si cerca di risolvere la seguente disequa-
zione in funzione della rigidezza complessiva limite α:

p  0  p  RL   0,1 p  RL  (3.106)

Sotto l’ipotesi di suolo elastico alla Winkler la reazione del suolo è proporzionale
alla deformazione secondo la costante elastica k0 definita al punto [Link]. Pertanto
la precedente equazione diventa

k0 y  0  k0 y  RL   0,1k0 y  RL 
All’interno della quale possiamo semplificare k0 e sostituire l’equazione della de-
formazione y(r) calcolata secondo la (3.105) in RL e 0,1, visto che in zero si ottiene
una forma indeterminata.
106 TEd 1,5625
{[(106  )(5509 413 RL8  2119005 RL8v  1302187500 RL4  4  651187500 RL4  4v 
k0 2
4
15625  106  8 (1  v))(2,5  105 RL2 2 (1302 RL4  651 RL4v  62500  4 (1  v)) 1 ]  [0,125 
0,001447 0,001736 10000 0,1 0,001736 10000
(  (  ) Log( ))]  [((  )(215 RL4  218 RL4v 
6 
6 2
  6 2
 
R RR
375000  125000 v   10416 R Log ( )  5208 R vLog ( )  5 10 5  4 (1  v) Log ( ))) 
4 4 4 4

  
L L

(64 R (1302 R  651 R v  62500  (1  v)) ] 


2
L
4
L
4
L
4 1

1,1  106 TEd 15625 RL4


 {[(106  )(5509 413 RL8  2119005 RL8v  1302187500 RL4  4  651187500 RL4  4v 
k0 2
4
1447 RL6
15625  106  8 (1  v))(2,5  105 RL2 2 (1302 RL4  651 RL4v  62500  4 (1  v)) 1 ]  [0,125( 
6

1736 RL6 106 RL 1736 106
(  ) Log( ))]  [(( 6  2 )(215 RL4  218 RL4v  375000 4  125000 v  4 
6 2   
R R R
10416 RL4 Log ( )  5208 RL4vLog ( )  5 105  4 (1  v) Log ( )))(64 RL2 (1302 RL4  651 RL4v 
  
62500  4 (1  v)) 1 ]}  0

Purtroppo la lunghezza e la sua complessità non ne permettono un’ agevole risolu-


zione. Studiando l’equazione si può tuttavia notare che è possibile semplificare al
suo interno il termine TEd/k0; così facendo essa risulta funzione unicamente dei
termini R e ω. La soluzione del problema è stata poi ottenuta per tentativi, ovvero

233
Capitolo 3

risolvendo la 4.48 al variare del parametro α ed andando a cercare la situazione


limite per cui nella 4.48 vale il segno di uguaglianza. Così facendo si è determinato
un valore limite del parametro α pari a:
RL RL
   1,00647 1,00 (3.107)
 EsL3
12 1  v 2  k0
4

Siccome il raggio della piastra dipende dalla resistenza al punzonamento della mu-
ratura e il modulo di Young, il coefficiente di Poisson e la costante elastica dipen-
dono dalle proprietà dei materiali, è possibile determinare lo spessore limite della
piastra per cui si ottiene una distribuzione degli sforzi sufficientemente omogenea.

12 RL4 k0 1  v 2 
sL ,lim  3
[mm] (3.108)
E

234
La capacità delle catene

[Link]. Procedimenti di verifica semplificati


Se si assolve alla condizione del punto precedente, la pressione esercitata dalla
muratura sarà distribuita in maniera sufficientemente uniforme sulla superficie del
capochiave da permettere l’utilizzo dei due approcci semplificati mostrati più sot-
to.

Figura 152. Schema statico risolutivo.

In entrambi la reazione della muratura è calcolata come


TEd
q [ N / mm2 ] (3.109)
  
2

  RL2   R  
  2
 
Il primo metodo è proposto da Timoshenko in [95]; al suo interno l’autore localizza
la massima tensione assiale sulla superficie esterna della piastra all’incastro e pro-
pone di calcolarla come:
 s  2
qR
 Ed , Max  R ,  L    2L [ N / mm2 ] (3.110)
 2 2 sL
Dove κ è un coefficiente calcolato in [99] per diversi rapporti di 2RL/ΦR e assu-
mendo un modulo di Poisson pari a quello dell’acciaio (v =0,3).

Tabella 7. Valori del coefficiente κ contenuti in [95].

In alternativa è possibile adottare i coefficienti proposti da S. Caffè in [98]

Tabella 8. Valori de coefficiente κ contenuti in [98].

235
Capitolo 3

In entrambi i casi è possibile utilizzare la seguente formula di interpolazione per


determinare κ:

  2R   2R  
 j  i    L    L  
  R   R  
  i   i
(3.111)
 2 RL   2 RL 
   
 R  j  R i
In generale i coefficienti proposti da Timoshenko portano a determinare una ten-
sione maggiore di circa il 10% rispetto a quelli del secondo metodo, nel quale non
è indicata la provenienza dei valori di κ. Tuttavia per le normali geometrie con cui
si presentano i capochiave circolari si riscontrano rapporti 2RL/ΦR maggiori di 5
(in genere > 8). Questo porta a un aumento ingiustificato del coefficiente κ, perché
si è costretti ad utilizzare la (3.111) riferendosi ad un errato intervallo del rappor-
to 2RL/ΦR, visto che non è presente un valore del rapporto pari a 10 come nella
Tabella 8. E’ dunque necessario ricostruire il valore di κ con un rapporto pari a 10
e per farlo si inizia con il calcolare la differenza tra i due coefficienti in base al valo-
re del rapporto.

Figura 153. Differenza dei coefficienti κ.

I valori trovati vengono quindi riportati su un grafico e tramite il software Grapher


si ricava l’equazione della funzione logaritmica che meglio approssima questa dif-
ferenza. Così facendo si è in grado di calcolare la differenza tra i coefficienti κ dei
due approcci quando il rapporto 2RL/ΦR è uguale a 10 e di conseguenza è possibile
ottenere il valore di κ a 10 secondo Timoshenko sommando la precedente diffe-
renza, con il valore di κ a 10 secondo S. Caffè.

Tabella 9. Resoconto dei valori ottenuti.

236
La capacità delle catene

Tuttavia i valori del rapporto 2RL/ΦR possono arrivare anche al di sopra del valore
10, posizionandosi in un intervallo che ha come estremi 8 e 20. Pertanto è necessa-
rio definire il valore assunto dal coefficiente κ per un rapporto pari a 20.
Per fare ciò è possibile ricostruire la pendenza che la retta di interpolazione assu-
me tra i valori 10 e 20 sulla base delle precedenti pendenze. Il valore che κ assume
in 20 sarà pari al valore assunto in 10 più la pendenza trovata moltiplicata per la
differenza di intervallo, ovvero:

  10     5   5    4  
  20    10    2    20  10   7,14 (3.112)
 10  5 54 

Tabella 10. Valori del coefficiente κ, forma estesa.

Figura 154. Grafici dei coefficienti κ e della curva che approssima la loro differenza.

In entrambi i casi è poi necessario valutare la tensione tangenziale τEd; per deter-
minarla è possibile utilizzare l’equazione di Jourawsky:

vEd S *
 Ed  r , y   [ N / mm2 ] (3.113)
I Lb

237
Capitolo 3

Al variare della distanza y del punto considerato dall’asse neutro, le quantità I L,b e
TEd non variano; quindi τEd varia con il momento statico S*. Il valore massimo della
tensione tangenziale si trova sull’asse neutro, dove il momento statico per una lar-
ghezza unitaria è pari a:

sL s s2
S*  1 L  L [mm3 ] (3.114)
2 4 8
Mentre il momento di inerzia della sezione per unità di larghezza (IL) era già stato
definito attraverso l’equazione (3.94). Infine il taglio agente sul bordo interno inca-
strato vEd e dunque un azione per unità di lunghezza, si determina come:
TEd
vEd  1 [ N ] (3.115)
 R
Se si utilizzano le semplificazioni proposte si arriva alla seguente equazione della
tensione tangenziale agente.

TEd sL2
    8 3 TEd
 Ed , Max  R ,0   3R  [ N / mm2 ] (3.116)
 2  s 2   s
L
1 R L
12
Successivamente è possibile effettuare una verifica di resistenza sulla piastra in
esame mediante il criterio di Von Mises.

 id  r0 , y0    Ed
2
 r0 , y0   3 Ed  r0 , y0   f yd [MPa] (3.117)

Tuttavia è necessario stabilire quale sia il punto maggiormente sollecitato, visto


che le tensioni assiale e tangenziale massime sono localizzate in punti diversi. Per
farlo è necessario studiare l’andamento di tali tensioni e della tensione ideale σid.
Visto che la tensione assiale σEd varia con legge lineare è possibile descrivere la sua
variazione lungo l’altezza della sezione come:

qRL2 yi
 Ed  r , y    [ N / mm2 ] (3.118)
sL2 sL 2
Dove yi rappresenta la distanza lungo y dall’asse neutro della sezione. La tensione
tangenziale si può invece rappresentare mediante la formula [81]:

6 vEd  sL2 
 Ed  r , y   3 
 yi2  [ N / mm2 ] (3.119)
sL  4 

238
La capacità delle catene

Come è possibile intuire dalla forma delle equazioni presentate, al crescere di yi


aumenta la tensione assiale, mentre decresce quella tangenziale. E’ necessario so-
stituire all’interno della (3.117) le equazioni (3.118) e (3.119) per studiare la for-
ma dell’equazione.
2 2
 qRL2 yi   6 vEd  sL2 2

 id  r , y     2   3 3   yi  
 sL sL 2   sL 4 
2
4 2 RL4 q 2 2  3 vEd sL2 6 vEd 2 
 yi  3   3 yi 
sL6  2 sL
3
sL 

2
4 2 RL4 q 2 2  3 vEd sL2 6 vEd 2 
 yi  3   3 yi 
sL6  2 sL
3
sL 
4 2 RL4TEd2 27 TEd2 sL4 108TEd2 4 54TEd2 sL2 2
 yi2   yi  6 2 2 yi
 2  R  
2 2
4 sL6 2 2 sL6 2 2 sL 
s   RL     
6
L  2  

 
 
 108TEd2  4  4 RLTEd
2 4 2 2 2 
54TEd sL 2  27 TEd2 sL4 
  6 2 2  yi    6 2 2  yi   6 2 2 
 sL    6 2 2 2
 R   sL    4 sL  
 
 L  L
s R       
   2  
Si perviene dunque alla radice di un polinomio di quarto grado nella forma x =
ay4+by2+c. I parametri a e c risultano maggiori di zero, mentre è possibile determi-
nare il segno di b solo se si contestualizza il problema descrivendo i parametri
geometrici in base alle generiche dimensioni di un capochiave e ponendo lo spes-
sore della lastra e la dimensione del foro in funzione del raggio della piastra.
sL  RL 6 R  RL 8  5

239
Capitolo 3

4 2 RL4TEd2 54TEd2 sL2


b 
   
2 2
sL6 2 2
s   RL2    R  
6
L  2  

RL2
54TEd2
4 R T
2 4 2
62
 L Ed
2

RL6  2 RL2  RL6 2 RL2
 2
  RL    66 8
66  256 
4  66  2TEd2 54  66  82 TEd2
 
RL6 2 62 RL6 2
66 TEd2
 100  96   0
RL6 2
Il valore dei coefficienti a,b,c non è di alcun interesse, mentre risulta molto più im-
portante osservare la forma assunta dall’equazione.

 id  r , y   ay 4  by 2  c [MPa]

Osservandola si può infatti stabilire che il valore massimo della tensione ideale si
raggiunge alle estremità della sezione della piastra quando y = sL/2. Dai grafici del-
le tre funzioni si potrà avere una spiegazione probabilmente più immediata.

Figura 155. Andamento delle tensioni.

240
La capacità delle catene

Pertanto l’equazione (3.117) con cui effettuare la verifica di resistenza è calcolata


nella sezione posta all’incastro con altezza yi = s/2 e diventa:

 R s L  2  R s L   R sL 
 id  ,    Ed  ,    Ed , Max  ,   f yd [ MPa] (3.120)
 2 2  2 2  2 2
Dove la tensione σEd,Max è descritta dall’equazione (3.110). E’ poi possibile utilizzare
questa relazione per calcolare lo spessore minimo della piastra necessario a soddi-
sfare la verifica di resistenza allo stato limite ultimo. Per farlo sostituiamo la
(3.110) all’interno della (3.120) e uguagliamo σEd,Max alla resistenza a snervamento
dell’ acciaio.

 qRL2
sL,lim  [mm] (3.121)
f yd

241
Capitolo 3

[Link]. Confronto fra le tre procedure di verifica


Conviene ora porre un caso di esempio concreto per osservare la lettura dello stato
tensionale offerto dalle tre procedure. L’esempio viene condotto su tre capichiave
circolari in acciaio privi di nervature di irrigidimento, aventi uguali raggi, fori e
azioni agenti, ma dotati di diverso spessore:
E  200000 [ N / mm 2 ] TEd  50 [kN ]
k 0  0,33 [ N / mm ] 3
RL  160 [mm]
f yd  275 [ N / mm ] 2
R  20 [mm]
v  0,3

Nella seguente tabella vengono riassunti gli spessori delle piastre, il valore della
caratteristica ω dei tre sistemi e la loro rigidezza complessiva α.

Tabella 11. Resoconto degli spessori e delle rigidezze derivanti.

La disuguaglianza (3.107) risulta rispettata solo nel terzo caso e pertanto solo in
questo sarebbe possibile adottare correttamente l’approccio semplificato visto al
punto precedente. Tuttavia è’ utile notare che si potrebbe adottare questo metodo
anche nei primi due casi; così facendo il valore della tensione ideale restituito sa-
rebbe maggiormente a favore di sicurezza, in quanto a fronte di una distribuzione
di pressione non sufficientemente omogenea, essa verrebbe assunta come costan-
te. Tuttavia la distribuzione reale presente non sarebbe sufficientemente omoge-
nea da escludere una situazione di pericolo per la muratura retrostante a causa
della concentrazione degli sforzi.
Per osservare i diversi aspetti del comportamento si decide comunque di utilizzare
l’approccio semplificato per tutti e tre i casi presentati e dunque si calcola il carico
distribuito sulla piastra attraverso la (3.109).
TEd
q  0,62 [ N / mm2 ]
  R 
2

  RL2    
  2
 
Nelle seguenti tabelle sono stati riassunti i valori della tensione ideale valutati con
l’equazione (3.120) attraverso i coefficienti di Timoshenko e di S. Caffè e il valore
della tensione ideale che si ottiene attraverso l’uso dell’approccio di M. Vinci de-
scritto al punto [Link].

242
La capacità delle catene

Tabella 12. Resoconto delle tensioni ideale ottenute con il metodo di Timoshenko.

Tabella 13. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di S. Caffè.

Tabella 14. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di M. Vinci.

Figura 156. Grafico riepilogativo dei risultati ottenuti.

243
Capitolo 3

[Link]. Considerazioni conclusive sulle verifiche tensionali semplificate


Osservando i risultati ottenuti nel caso di studio di cui al paragrafo precedente è
possibile giungere ad alcune conclusioni.
Al punto [Link] si era già accennato a come lo schema statico di M. Vinci non fosse
realmente rappresentativo della reale situazione di carico presente sul capochiave.
La comparazione effettuata tra i risultati ottenuti con questo procedimento (Vinci)
e quelli ottenuti da modelli più accurati (Timoshenko e Caffè) ha infine dimostrato
che questo procedimento oltre a non schematizzare correttamente il problema, of-
fre dei risultati molto a sfavore di sicurezza. Pertanto se ne sconsiglia fortemente
l’utilizzo nella pratica progettuale.
In secondo luogo è bene evidenziare che i valori del coefficiente κ suggeriti da Ti-
moshenko portano a valori delle tensioni agenti un po’ più elevati di quelli otteni-
bili con i dati di S. Caffè, ovvero più cautelativi. Inoltre non vi è certezza sull’origine
dei dati di S. Caffè, mentre quelli proposti in [95] sono tratti da [99]. Ciò suggerisce
di preferire l’utilizzo dei dati contenuti alla Tabella 10 rispetto a quelli proposti da
Caffè.
Un’ulteriore considerazione nasce dall’osservazione che in due casi la verifica di
resistenza era soddisfatta, ma solo uno spessore permetteva di superare anche la
verifica più restrittiva legata alla deformabilità, ovvero quella descritta al punto
[Link] dall’equazione (3.107). Con essa è possibile determinare lo spessore del ca-
pochiave in funzione sia del raggio della piastra, il cui valore dipende dalla resi-
stenza al punzonamento del solido murario, sia del parametro k0 utilizzato per de-
scrivere il comportamento della muratura. Effettuando tale verifica si è quindi in
grado di eliminare il rischio derivante dalla concentrazioni degli sforzi, pericolosa
non tanto per la piastra, quanto per l’integrità della muratura retrostante. Soddi-
sfatta tale condizione, è comunque doveroso effettuare la verifica di resistenza
semplificata secondo Timoshenko, in quanto, siccome la verifica di deformabilità è
slegata dall’intensità del carico, potrebbe capitare che per un’azione di tiro molto
elevata il requisito di resistenza diventi il più restrittivo.

244
La capacità delle catene

[Link]. Contributo delle nervature di irrigidimento


Le precedenti verifiche sono state concepite per un capochiave circolare privo di
nervature di irrigidimento. Un punto che tuttavia è ancora necessario studiare ri-
guarda proprio il contributo di queste ultime.
Nella normale prassi costruttiva un capochiave è sempre dotato di irrigidimenti.
Più che per un effettivo bisogno tale presenza è pensata per garantire, attraverso
l’aumento della rigidezza, un maggior livello di sicurezza a una situazione tensio-
nale non sufficientemente definita. Come affermato nei precedenti paragrafi, nella
letteratura odierna vi è infatti la mancanza di un approccio mediante la teoria delle
piastre che descriva il comportamento di un capochiave privo di nervature. In que-
sta situazione il progettista era dunque portato ad aggiungere delle costolature il
cui contributo era difficilmente quantificabile, ma la cui presenza era garanzia di
sufficiente sicurezza per l’intervento.
Il progetto di questi elementi all’interno del sistema catena resta dunque non defi-
nito nella letteratura appositamente scritta a riguardo, ma un professionista po-
trebbe comunque rifarsi alle verifiche mediante gli schemi semplificati che si adot-
tano nella progettazione delle nervature presenti alla base dei pilastri in acciaio; ad
esempio quelli riportati in [100] a partire da pagina 308.
In maniera simile (vedi Figura 157) si procederà ora a schematizzare le costole di
irrigidimento come azioni concentrate agenti su una trave poggiante però su di un
suolo elastico. Dove la trave non è altro che il segmento di piastra che intercorre
tra due costole adiacenti.

Figura 157. Schema statico per l'analisi.

Analizzando il segmento più sollecitato, ovvero quello che ha come estremi i bordi
della piastra, si procederà all’analisi mediante la risoluzione in forma chiusa di He-
tenyi in [83]. In primo luogo si imporrà che la differenza di reazione del solido ela-
stico tra un estremo e la mezzeria sia inferiore al 10% della massima reazione. In
maniera analoga a quanto visto per il capochiave a paletto si determinerà dunque

245
Capitolo 3

la rigidezza complessiva λl, questo permetterà di sviluppare tale termine in funzio-


ne dell’altezza della piastra e di ottenere così l’altezza minima della lastra, che sarà
dunque inferiore a quella calcolata in assenza di nervature, per cui non si realizza
una pericolosa concentrazione degli sforzi. Svolta la verifica di deformazione si
procederà con il calcolare, sempre mediante le equazioni di Hetenyi, il valore del
momento massimo presente nella mezzeria della trave, di modo da verificare se
l’altezza ridotta ora utilizzata è in grado di sopportare il carico agente. E’ necessa-
rio svolgere tale controllo perché come nei casi precedenti, l’equazione con cui si
effettua la verifica di deformabilità è indipendente dall’intensità del carico.
Le formule di Hetenyi per stabilire la deformazione all’estremità e in mezzeria per
lo schema statico di Figura 157 sono in seguito riassunte:
2Q Cosh l  cos l
y A  yB  [mm] (3.122)
k Sinh l  sin l

l l
Cosh  cos
4Q 2 2
yC  [mm] (3.123)
k Sinh l  sin l
Come già affermato la pressione esercitata dal solido elastico è proporzionale allo
spostamento secondo la legge:

p  x  k y  x
Pertanto se si vuole contenere la reazione della muratura tenendo conto delle ner-
vature è possibile riscrivere l’equazione (3.83) già utilizzata per il paletto, sosti-
tuendo però al suo interno la formulazione dello spostamento relativo all’attuale
schema statico proposto nelle formule (3.122) e (3.123).
pC  pA  0,1 pA

k yC  k y A  0,1k y A

l l l l
Cosh cos Cosh cos
2Q Cosh l  cos l 4Q 2 2  0,1 4Q 2 2

k Sinh l  sin l k Sinh l  sin l k Sinh l  sin l
Conviene porre N  2Q / k e x  l / 2

Cosh 2 x  cos 2 x Cosh x cos x


N  2,2 N 0
Sinh 2 x  sin 2 x Sinh 2 x  sin 2 x

246
La capacità delle catene

Si applicano poi le formule di bisezione al seno e al coseno normali e iperbolici di


modo che abbiano lo stesso argomento e siccome N è sempre maggiore di zero è
possibile semplificarlo.

N 2Cosh2 x  1  2cos 2 x  1 Cosh x cos x


 2,2 N 0
2 Sinh xCosh x  sin x cos x 2  Sinh xCosh x  sin x cos x 

Cosh2 x  cos 2 x  1,1Cosh x cos x  1


0
Sinh xCosh x  sin x cos x
E’ poi impossibile procedere oltre per via analitica, perciò si sviluppa il primo ter-
mine della disequazione in serie di Taylor

x3 x5 x7 x9 x11
a  x   Sin x  x     
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
b  x   Cos x  1     
2 24 720 40320 3628800
x3 x5 x7 x9 x11
c  x   Sinh x  x     
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
d  x   Cosh x  1     
2 24 720 40320 3628800
E si giunge alla seguente disequazione

 d  x   b  x   1,1d  x  b  x   1
2 2

0
c  x d  x  b x a  x

Mediante il software Mathematica viene poi attuata la riduzione ai minimi termini


della disequazione e si giunge alla seguente soluzione:
x   0,58554  0  x  0,58554
Tuttavia, siccome x  l / 2  , l’unica soluzione possibile resta 0  x  0,58554 e
pertanto

k
l  l 4  1,171 (3.124)
4 EI
E’ necessario ora sviluppare la caratteristica del sistema λ per evidenziare l’altezza
della piastra e girare tutta l’equazione (3.124) in funzione di questo termine.

247
Capitolo 3

k bk0 3k
l  l 4 l 3
 l 4 03  1,171
4 EI 4 bs EsL
4E L
12
Pertanto l’utilizzo delle nervature di irrigidimento consente di ottenere una distri-
buzione sufficientemente omogenea della reazione a partire da una altezza della
piastra superiore a

3k0
sL ,min  4
[mm] (3.125)
3  1,171 
E 
 l 
Dove la costante elastica k0 è stata definita al punto [Link], il modulo di Young è
quello dell’acciaio, mentre la lunghezza l non è altro che la massima distanza tra
due costole adiacenti (lc,max) ed è funzione della tipologia di costolatura scelta:

N  Costole n4  lc , max  RL 2 [mm]


N  Costole n5  lc , max  RL [mm] (3.126)
  4
N  Costole n6  lc , max  2 RLCos   [mm]
 2 
Si sconsiglia di utilizzare sistemi a tre costole perché poco efficienti come irrigidi-
menti o sistemi a più di sei costolature perché di costruzione troppo complessa.
In ogni caso è poi necessario effettuare una verifica di resistenza sulla base del
nuovo spessore della piastra. Questa viene condotta calcolando la tensione ideale
presente sulla trave di lunghezza lc,max e larghezza b unitaria. Per i ragionamenti
che verranno affrontati al punto [Link] tale tensione è massima quando la tensione
assiale assume il suo valore massimo e quella tangenziale si azzera. E’ quindi ne-
cessario definire, attraverso l’equazione in forma chiusa proposta da Hetenyi, il
momento massimo che agisce nella mezzeria della trave per arrivare a calcolare
mediante l’equazione (3.89) la tensione assiale massima.
l l
Sinh sin
2Q 2 2
MC  [ Nmm] (3.127)
 Sinh l  sin l
Al contrario della precedente verifica, nella quale il risultato era indipendente
dall’intensità del carico, ora è necessario definire il valore dell’azione concentrata
Q che sostituisce la presenza della nervatura. Per calcolare tale azione si assume
una distribuzione perfettamente uniforme della pressione q sulla piastra, poi si
procede con il moltiplicare tale valore, calcolato mediante l’equazione (3.109), per

248
La capacità delle catene

l’area della piastra e la larghezza b della trave, che in questo caso assume grandez-
za unitaria. Successivamente si passa a dividerlo per il numero di costole presenti e
a dividerlo ulteriormente per il raggio della piastra, di modo da ottenere l’azione
concentrata sulla trave di larghezza unitaria.

 2   
2
 2   
2

  RL    R     RL    R  
 2  b  2   1 TEd 1
Q  q 
TEd
 
 R 
2
n RL n RL n RL
 RL    
2

 2
TEd 1
Q [N ] (3.128)
n RL
Come affermato si valuta quindi il momento massimo in mezzeria mediante la
(3.127) e la relativa tensione assiale mediante la (3.89), ricordandosi però di calco-
lare il momento di inerzia della sezione I C  b sL3 12 riferendosi a una larghezza
unitaria e ponendo dunque b =1 mm.

 S L  M c ymax
 Ed  R L ,  [ MPa]
 2  IC
Infine si effettua la verifica di resistenza confrontando la tensione ideale presente
nel punto più sollecitato della sezione di mezzeria con la resistenza allo snerva-
mento dell’acciaio adottato:
2
 S    S 
 id  R L , L     Ed  R L , L    f yd [ MPa] (3.129)
 2    2 

Tuttavia è doveroso affermare che questa verifica è superflua in quanto il rispetto


della precedente verifica a deformazione impone degli spessori della piastra tali da
permettere di contenere il livello delle sollecitazioni presenti costantemente al di
sotto del limite di snervamento. Per i generici livelli dell’azione di tiro presenti nel-
la catena e dunque per azioni normalmente inferiori ai 100 kN, l’uso di spessori ri-
cavati mediante l’equazione (3.125) permettono di verificare sempre l’equazione
(3.129).
In seguito è necessario procedere con la verifica della nervatura di irrigidimento.
Questa si esegue considerando l’elemento come una mensola tozza sottoposta a un
carico distribuito qn il cui modulo è pari alla precedente forza concentrata Q defini-
ta dalla (3.128).
qn  Q [ N / mm] (3.130)

249
Capitolo 3

E’ quindi necessario confrontare il taglio e il momento flettente agenti all’incastro


con i rispettivi valori resistenti offerti dalla sezione.

qnln2 b h2
M Ed   M Rd  f yd n n
2 6 (3.131)
VEd  qnln  VRd  f yd bn hn 3

Figura 158. Schema statico per la verifica delle nervature.

Infine è necessario valutare l’altezza di gola delle saldature che connettono la ner-
vatura all’anello centrale. Il progetto di questa dimensione non viene qui riassunto
poiché è già notevolmente sviluppato in molti testi e nelle NTC 2008.

250
La capacità delle catene

[Link]. Confronto tra gli spessori limite individuati


Arrivati a questo punto diventa molto utile confrontare gli spessori minimi della
piastra necessari a superare le diverse verifiche di resistenza e deformabilità a se-
conda dell’utilizzo o meno delle nervature di irrigidimento.
Per operare questo confronto si è deciso di studiare tali spessori mantenendo in-
variati alcuni parametri e facendone variare di altri. In particolare si è scelto di uti-
lizzare lo stesso acciaio per realizzare le piastre e lo stesso supporto murario
dell’esempio posto al punto [Link]:
E  200000 [ N / mm2 ] f yd  275 [ N / mm2 ] k 0  0,33 [ N / mm3 ]

Gli spessori sono stati calcolati al variare dell’azione di tiro all’interno del range
cui normalmente è sottoposta la catena, ovvero tra i 40 e i 100 kN. Inoltre i valori
sono stati ulteriormente definiti al variare del raggio della piastra tra 160, 180 e
200 mm e siccome è stato mantenuta costante la dimensione del foro, ovvero 20
mm, è possibile affermare che per ogni verifica sono state definite tre curve in base
al rapporto tra il raggio della piastra e il suo foro e in base all’azione di tiro.
Si è quindi calcolato lo spessore limite della piastra priva di nervature necessario a
garantire una distribuzione degli sforzi sufficientemente omogenea, ovvero la veri-
fica di deformabilità. Il calcolo è stato eseguito mediante l’equazione (3.108) in se-
guito riportata:
12 RL4 k0 1  v 2 
sL ,lim  3
[mm]
E
Successivamente si è calcolato lo spessore limite di una piastra priva di nervature
necessario a superare la verifica di resistenza attraverso il metodo di Timoshenko.
Tali valori sono stati definiti in base al rapporto 2RL/ϕR e al variare dell’azione di
tiro attraverso l’equazione (3.121) in seguito riportata

 qRL2
sL,lim  [mm]
f yd

Infine si è valutato lo spessore limite di una piastra dotata di cinque nervature di


irrigidimento necessario a superare la verifica di deformabilità, attraverso l’ equa-
zione (3.125) in seguito riportata:

3k0
sL ,min  4
[mm]
3  1,171 
E 
 l 
Si è optato per mostrare i valori relativi all’uso di cinque nervature perché al di
sotto di questo numero non si apprezzano significative riduzioni di spessore e al di

251
Capitolo 3

sopra di tale valore si complicano le lavorazioni necessarie al posizionamento degli


irrigidimenti.

Figura 159. Rappresentazione grafica degli spessori limite ottenuti.

Osservando attentamente il grafico è possibile affermare che le dimensioni di pro-


getto del capochiave sono determinate dalle verifiche di deformabilità all’ aumen-
tare del raggio della piastra e al diminuire dell’azione presente nella catena. Inoltre
è corretto aggiungere che l’utilizzo di nervature di irrigidimento porta a una signi-
ficativa diminuzione dello spessore della piastra all’aumentare del suo raggio, co-
me nel caso in cui il rapporto 2RL/ΦR è pari a 20, dove si registra un dimezzamento
dello spessore.
Per l’applicazione di queste ultime è però necessario eseguire numerose lavora-
zioni che aumentano drasticamente il costo dell’intervento. Si è infatti costretti ad
eseguire costose saldature che si complicano all’aumentare del numero di costole e
dunque all’aumentare del risparmio sul materiale. Bisogna poi ricordare che non
sempre è opportuno saldare tali elementi; come nel caso di utilizzo degli acciai
inossidabili.
Il progetto di un capochiave privo di irrigidimenti è ora tuttavia eseguibile seguen-
do i criteri descritti ai punti [Link] e [Link].

252
La capacità delle catene

[Link]. Il capochiave di forma rettangolare


Se si intende disporre un capochiave avente forma rettangolare e più precisamente
quadrata è possibile utilizzare le precedenti formule per verificare un capochiave
circolare di area equivalente. La forma quadrata assicura infatti un comportamen-
to migliore o al massimo pari rispetto a quella circolare, a patto di disporre le ner-
vature lungo le diagonali.
Oppure è possibile sviluppare una metodologia specifica di analisi, dimensiona-
mento e verifica, sulla base di quella mostrata per il capochiave circolare.

253
Capitolo 3

3.4. Resistenza della barra


3.4.1. Valutazione dell’azione resistente

La massima azione di calcolo sopportabile dalla barra (TR,Rd) è fornita dal prodotto
tra la resistenza caratteristica a snervamento per trazione dell’acciaio (fs,yk) e l’area
della barra (AR). Il tutto viene poi diviso per il coefficiente di sicurezza del materia-
le (ϒM).
f s , yk AR
TR ,Rd  (3.132)
M
E’ utile notare che il coefficiente di sicurezza del materiale dovrebbe assumere in
una generica sezione della barra il valore di ϒS = 1,15 e come specificato al punto
[Link].1.3 delle NTC 2008, tale valore deve essere utilizzato per tutte le tipologie
di acciaio. Tuttavia le sezioni maggiormente a rischio sono quelle terminali, dove la
barra si connette al capochiave. Pertanto, la sezione da verificare sarà proprio que-
sta, dove il coefficiente di sicurezza da adottare nel calcolo è quello espresso al
punto [Link].1 delle NTC 2008, dove viene posto pari a ϒM2 = 1,25. In [25] l’autrice
consiglia, per le catene in ferro battuto, di innalzare il valore di quest’ultimo coeffi-
ciente a 1,3 o 1,5 a causa dell’imprecisione che caratterizza le prove di durezza con
cui è possibile determinare le caratteristiche dell’acciaio. L’inaffidabilità delle pro-
ve e la disomogeneità del materiale è considerata dall’autrice così elevata, da con-
sigliare l’utilizzo di un valore della resistenza a trazione (di calcolo) pari a 50-100
MPa, che rappresenta, con buona approssimazione, la minima resistenza a rottura
delle catene desunta dalla letteratura.
Inoltre è bene considerare che l’area contenuta nella formula di verifica non si rife-
risce alla generica sezione, ma bensì alla sezione terminale perché maggiormente
sollecitata. Questo perché la filettatura necessaria all’ancoraggio può ridurre l’area
resistente. Generalmente il giunto è concepito a “parziale rispristino”, in quanto la
sezione filettata è ricavata per asportazione del materiale della barra secondo una
filettatura metrica ISO 4533 a profilo triangolare[100].

254
La capacità delle catene

Figura 160. Specifiche profilo triangolare [101].

Nel caso odierno più comune di barra circolare e con riferimento alla Figura 160
possiamo calcolare l’area resistente della parte filettata come:

 d res
2
AR ,r e s  (3.133)
4
dove il diametro della sezione resistente si ottiene dalla media aritmetica del dia-
metro del nocciolo e del diametro medio (Figura 160), oppure mediante apposite
tabelle.
Pertanto le zone terminali, filettate mediante asportazione di materiale, sono le
zone critiche della barra. Vi è quindi il rischio che queste siano le prime ad entrare
in crisi e per di più, vi entrerebbero ancora prima che venga raggiunto il limite di
snervamento in una sezione generica, rendendo così inutili le capacità duttili
dell’elemento. Per tale ragione è preferibile, specie se si intende fare affidamento
sulla duttilità del tirante, ricorrere a una filettatura ricavata per rullatura [100].
Questa operazione consiste in una laminazione a freddo in cui il pezzo da filettare,
avente il diametro di poco superiore al diametro medio della filettatura da genera-
re, viene costretto a rotolare fra cuscinetti opportunamente rigati, i quali, sotto la
pressione esercitata dalla macchina, penetrano nel pezzo imprimendo progressi-
vamente il bassofondo del profilo. Questo costringe il materiale a deformarsi pla-
sticamente generando la cresta della filettatura senza asportazione di materiale.

255
Capitolo 3

La rullatura presenta dunque il vantaggio di non ridurre l’area resistente della bar-
ra, evitando così di localizzare la sezione meno resistente nel punto più delicato del
sistema. Inoltre questo sistema presenta l’ulteriore vantaggio di creare una filetta-
tura dotata di gole arrotondate; la forma arrotondata presenta infatti un minor ri-
schio di formazione di cricche rispetto alle gole a spigolo vivo della tornitura dove,
specialmente dopo lo snervamento del materiale, vi è un’elevata possibilità di
creazione di cricche che dalla base della gola si estendano velocemente e in manie-
ra incontrollata, creando così una modalità di rottura fragile.

3.4.2. Scelta dell’acciaio

Siccome la richiesta di duttilità potrebbe essere elevata e siccome in ambito sismi-


co è buona prassi conferire questa proprietà al tirante, in luogo della riduzione di
duttilità causata dalla filettatura, sembra conveniente escludere l’utilizzo di acciai
ad alto tenore di carbonio come quelli utilizzati per il calcestruzzo armato precom-
presso. Questi acciai sono da evitare anche a causa dell’elevata fragilità di cui sono
dotati, nel caso di catene infatti, la barra non è protetta dal calcestruzzo, ma inseri-
ta per brevi tratti nella muratura e scoperta nei restanti. I movimenti dei pannelli
durante il sisma o il fattore antropico potrebbero dunque causare delle lesioni che
diventerebbero un principio di innesco di cricche veloci e incontrollate proprio a
causa della fragilità del materiale. In ogni caso è bene che il produttore dell’acciaio
certifichi che il prodotto scelto sia destinato a realizzare catene per il consolida-
mento.
Si è poi accennato al fatto che il sistema catena è a contatto con l’aria per la mag-
gior parte della sua lunghezza. E’ dunque necessario valutare l’aggressività
dell’ambiente, per la cui corretta valutazione si rimanda a [23], di modo da preve-
nire la possibile corrosione dei tiranti attraverso un’opportuna scelta dell’acciaio o
delle tecniche di protezione dello stesso.
In caso di ambienti poco aggressivi e a seconda del livello di azione stabilizzante
richiesto è possibile orientarsi verso acciai come il B500, S555 o l’S670. Se aumen-
ta l’aggressività è poi possibile dotare le barre di un rivestimento protettivo attua-
to attraverso una resina epossidica o meglio, con una zincatura effettuata a spruz-
zo o a caldo. I prodotti aventi alte resistenze a trazione (fyd > 1000 MPa) sono parti-
colarmente suscettibili alle conseguenze della corrosione, soprattutto perché, a
causa della loro bassa duttilità, anche piccolissimi attacchi corrosivi possono por-
tare a rotture in esercizio [102] e dunque ne è sconsigliato l’utilizzo.
Se le condizioni ambientali dovessero farsi particolarmente gravose bisognerà in-
fine ripiegare verso l’utilizzo di acciai inossidabili. Tra questi trovano maggiore
applicazione quelli a struttura austenoferritica e austenitica, dove i primi sono do-
tati di una minor resistenza alla corrosione rispetto ai secondi. Tra gli acciai auste-
nitici si dovrà poi scegliere se adottare leghe contenenti piccole quantità di molib-

256
La capacità delle catene

deno (2-3%) o leghe prive di tale elemento. In questa sede si ricorda solo la mag-
gior resistenza alla corrosione delle leghe provviste di molibdeno, sigla AISI 316,
rispetto a quelle sprovviste, sigla AISI 304. E’ poi possibile applicare ulteriori trat-
tamenti, come la riduzione del tenore di carbonio o l’aggiunta di titanio per aumen-
tare la resistenza a particolari tipi di corrosione. L’utilizzo di queste leghe compor-
ta un considerevole aumento del costo del materiale e delle lavorazioni per la posa
in opera, in quanto l’AISI 304 può arrivare a costare 8 volte tanto rispetto a un
normale acciaio al carbonio, mentre l’AISI 316 fino a 10 volte tanto [19].
Bisogna poi tenere in considerazione che gli elementi di fissaggio e giunzione delle
barre, come dadi, piastre e manicotti, devono essere selezionati con particolare cu-
ra. In genere i produttori tendono a produrre e fornire insieme allo specifico ac-
ciaio gli accessori necessari alla corretta posa dei dispositivi. Quanto detto vale in
particolar modo per gli acciai inossidabili dove l’accoppiamento meccanico è da
preferire alla saldatura, in quanto quest’ultima rischia di asportare o rovinare lo
strato di protezione dalla corrosione.

257
Conclusioni

Nell’attuale panorama della letteratura tecnico – scientifica, le conoscenze riguar-


danti il consolidamento delle strutture murarie mediante i tiranti metallici non ri-
sultano organizzate in maniera completa ed esauriente all’interno di una singola
opera. In genere i manuali di consolidamento, così come le norme, si limitano a
esprimere un giudizio positivo sulla tecnica e a fornire un quadro poco approfondi-
to della questione che non aiuta il progettista nella pratica quotidiana. Esistono poi
numerosi documenti che, più o meno direttamente, trattano specifici ambiti di
questa pratica, delineandone ad esempio il profilo storico o una precisa funzione
strutturale cui assolvono. Ovunque regna in ogni caso l’incertezza nel definire in
maniera sicura e comprovata il reale effetto di questi tiranti una volta inseriti nella
struttura, soprattutto a causa dell’assenza di prove di laboratorio.
In sede conclusiva si intende dunque evidenziare il filo conduttore del lavoro svol-
to. Esso si basa in assoluto su un corposo lavoro di ricerca, intrapreso per analizza-
re la quasi totalità delle conoscenze presenti in letteratura riguardanti il consoli-
damento della muratura mediante i tiranti. All’interno di questo documento esse
sono state vagliate e organizzate in una trattazione che fosse il più possibile globa-
le, ma allo stesso tempo esauriente. Dove possibile si è cercato poi di colmare le la-
cune e le incertezze delle trattazioni disponibili fornendo una trattazione e una ri-
soluzione inedita di molti problemi che affliggono la progettazione di un intervento
di recupero mediante i tiranti metallici.
Volendo ripercorrere nello specifico lo sviluppo dell’opera è possibile osservare
che il primo capitolo ha come scopo proprio quello di organizzare in maniera ra-
gionata quell’universo di nozioni e consigli che riguardano questa tecnica di conso-
lidamento. Al suo interno si è preferito indagare in primis il ruolo e l’evoluzione
che le catene hanno avuto nel corso dei secoli ancor prima di analizzarne funzioni e
forme. Ciò non è stato svolto per mero esercizio storiografico, ma piuttosto, perché
si intendeva offrire la conoscenza di alcuni spunti e intuizioni che mossero già gli
antichi costruttori verso l’utilizzo di questi dispositivi. Leggendo si ha così modo di
cogliere la stratificazione di idee e l’impegno profuso nello studio di questi presidi,
a testimonianza del fatto che essi erano già efficacemente utilizzati nella pratica
pur non riuscendo a interpretarne compiutamente gli effetti e il funzionamento.
Successivamente sono state riportate le possibili forme e applicazioni svolte dalle
catene al giorno d’oggi. In questo frangente il taglio dato alla trattazione è più lega-
to alla filosofia strutturale che all’elaborazione di un modello matematico con cui
interpretare la statica del presidio. Al termine del capitolo si è infine dato corpo a
un tema molto trascurato dalla letteratura e cioè, quello riguardante la messa in
opera dei tiranti. Il sotto capitolo in questione non si è tuttavia limitato a elencare

259
una serie di piccoli accorgimenti e a stigmatizzarne di altri, ma sono state elaborate
delle procedure per la corretta messa in opera di nuove catene e per la manuten-
zione di quelle esistenti. Quanto scritto è stato proposto in modo da non inficiare la
durabilità del presidio stesso e allo stesso tempo al fine di ottenere il massimo ef-
fetto consolidante dall’applicazione di questi dispositivi. La stesura definitiva di
questo capitolo è dunque avvenuta a posteriori rispetto ai successivi, in modo che
la definizione del procedimento ergotecnico fosse integrata dalla corretta interpre-
tazione del comportamento strutturale. All’interno del capitolo 2.1 sono state infi-
ne fornite le principali nozioni riguardanti il comportamento e la verifica della mu-
ratura sulla base non solo delle normative tecniche, ma anche delle più significati-
ve pubblicazioni presenti sul tema.

Figura 161. Estratti dal punto 1.2.1

In questo modo il lettore dispone di tutti gli strumenti necessari a comprendere i


modelli, descritti all’interno del capitolo 2, con cui saranno dimensionate le catene
a seconda che la loro presenza serva a incatenare mutuamente i pannelli murari
per ottenere il comportamento scatolare dell’edificio o a contenere le azioni stati-
che di strutture spingenti. La trattazione effettuata all’interno di questo capitolo ha
il forte pregio di affrontare in maniera unificata il dimensionamento dei tiranti se-
condo il singolo utilizzo, cosa che richiederebbe la lettura di numerosi testi, ma al
tempo stesso scende nel dettaglio delle specifiche formule di verifica.
Per quanto riguarda l’incatenamento dei pannelli, la procedura è stata sdoppiata
secondo la presenza o meno di solai sufficientemente rigidi nel loro piano medio.
Nel primo caso è stato proposto un procedimento di dimensionamento dei tiranti e
verifica degli stessi che era solo accennato all’interno delle NTC 2008, sviluppando
altresì diversi metodi per risolvere l’annosa questione riguardante il passo dei ti-
ranti. Nel secondo caso sono stati invece analizzati i procedimenti proposti dalla
Circolare per la verifica a ribaltamento dei pannelli, mostrando, a differenza di
quest’ultima, come procedere al dimensionamento dei tiranti in caso tali verifiche
non fossero adempiute. L’analisi, effettuata anche grazie a un ampio esempio, ha
messo in chiaro la filosofia generale e i punti più spinosi, mostrando altresì le mo-

260
Conclusioni

tivate incertezze legate all’utilizzo dell’analisi statica non lineare per la verifica dei
meccanismi locali. Al punto 2.3 sono stati poi riassunti i procedimenti con cui di-
mensionare i diversi tipi di catene e il livello di pretensione da fornire a queste ul-
time, affinché fossero in grado di contrastare le spinte prodotte dagli archi e dalle
volte a botte.

Figura 162. Estratti dal capitolo 2

Gli aspetti più spinosi legati all’utilizzo dei tiranti, nel senso che oltre a non esserci
dei modelli comprovati vi è anche discordia o parsimonia di trattazione, sono prin-
cipalmente due. Il primo di essi è legato alla valutazione dell’effettiva azione di ri-
tegno espressa dal capochiave e dunque, al passo con cui disporre le catene
all’interno della struttura. Per quanto il presente documento contenga due proce-
dimenti atti a valutare ciò, è anche doveroso ammettere che essi rappresentano so-
lo uno stato embrionale e poco raffinato dell’analisi. Più che un modello compiuto e
definitivo, essi vanno dunque intesi come l’incipit di una possibile futura ricerca
sull’argomento.
Il secondo tema che non risulta ancora comprovato all’interno della letteratura
scientifica, è invece legato alla capacità ultima del sistema catena. Di quest’aspetto

261
viene però fornita un’ampia analisi e una possibile soluzione al capitolo 3. Al suo
interno viene infatti stabilito che l’azione resistente ultima sopportabile dal siste-
ma è pari al minore di tre contributi dovuti allo snervamento della barra, alla crisi
per snervamento o eccessiva deformazione del capochiave e al punzonamento del-
la muratura e tra questi vengono stabiliti dei criteri di gerarchia delle resistenze.
Per prima cosa è stata valutata l’azione resistente offerta dalla muratura e per farlo
sono stati passati in rassegna tutti gli approcci presenti ad oggi in letteratura. Gra-
zie all’analisi delle criticità, degli approcci e dei punti di forza delle singole metodo-
logie è stato poi possibile enunciare una teoria che consentisse di valutare l’azione
resistente offerta dalla muratura secondo due diversi meccanismi di collasso. Il
primo è basato su una crisi per taglio dovuta allo scorrimento orizzontale dei bloc-
chi lungo l’interfaccia. Il procedimento di valutazione per questo tipo di crisi è sta-
to sviluppato in seguito alla correzione dei migliori approcci analoghi presenti in
letteratura e armonizzato secondo la filosofia progettuale contenuta nelle NTC. Il
secondo meccanismo di collasso è invece dovuto al superamento delle tensioni li-
mite nei blocchi in seguito a uno stato di sforzo biassiale ed è stato sviluppato a
partire dalle verifiche a trazione presenti in letteratura. Rispetto a queste ultime
esso rappresenta però una teoria innovativa all’interno del panorama complessivo,
poiché supera le forti limitazioni della precedente verifica (vedi [Link]) andando a
interpretare correttamente lo stato tensionale presente nella muratura.

Figura 163. Estratti dal punto 3.2.4

Tra le cause del punzonamento non è stato considerato lo schiacciamento del sup-
porto murario a contatto con il capochiave, poiché se la reazione della muratura
agisce in maniera omogenea lungo l’area di contatto tra la chiavarda e la muratura,
le precedenti cause di dissesto sopraggiungeranno prima dello schiacciamento.
Tuttavia bisognava scoprire per quali caratteristiche del capochiave e della mura-

262
Conclusioni

tura si ottiene una pressione di contatto omogenea, oltre a stabilire se le verifiche


di resistenza proposte in letteratura fossero adeguate.

Figura 164. Estratti dal punto 3.3.1

Per effettuare ciò è stata utilizzata la teoria della trave su suolo elastico attraverso
cui è stato possibile valutare in maniera più accurata il comportamento del capo-
chiave a paletto. Tale approccio è solitamente adottato in geotecnica e perciò è sta-
to necessario calibrare alcuni termini dell’equazione in funzione delle caratteristi-
che della muratura, ma una volta definite le equazioni di verifica, è stato possibile
dimensionare in funzione della lunghezza del paletto e delle condizioni del suppor-
to, un’altezza del paletto tale da permettere lo sviluppo di una reazione distribuita
in maniera sufficientemente omogenea lungo lo sviluppo del capochiave. Allo stes-
so tempo sono state fornite le equazioni per effettuare le verifiche di resistenza
sempre sotto l’ipotesi di trave su suolo elastico, ma in generale è stato possibile os-
servare che se era assolta la prima condizione legata alla deformazione del paletto,
era allora possibile condurre la verifica di resistenza mediante lo schema semplifi-
cato di trave incastrata in mezzeria e sottoposta a un carico uniformemente distri-
buito.
Lo stesso procedimento di analisi è stato poi utilizzato per i capichiave costituiti da
una piastra circolare. In prima istanza si è studiato il comportamento di una pia-
stra priva di nervature, arrivando a formulare una semplice equazione con cui sta-
bilire lo spessore minimo per cui si ottiene una risposta omogenea del supporto. In
seguito è stato proposto un procedimento di verifica semplificato e alternativo, ri-
spetto a quello errato presente in letteratura, con cui condurre la verifica di resi-
stenza. A posteriori è stato poi enunciato un nuovo metodo per valutare il contri-
buto che l’aggiunta di piastre di irrigidimento avrebbe comportato sulla condizione

263
di deformabilità e sulla verifica di resistenza in modo da completare in maniera
esauriente la trattazione della problematica.

Figura 165. Estratto dal punto 3.3.2

È bene ricordare che i procedimenti proposti per valutare la capacità resistente ul-
tima del sistema catena, come del resto tutti gli altri approcci presenti in letteratu-
ra, non sono comprovati da prove di laboratorio che ne attestino la veridicità. Per-
tanto un interessante percorso di ricerca potrebbe consistere proprio nell’eseguire
diversi test con cui vagliare la teoria proposta all’interno della tesi. Ciò offrirebbe
inoltre numerosi spunti di approfondimento, tra i quali si ribadisce l’importanza
strategica di arrivare a modelli di calcolo comprovati per valutare il passo con cui
disporre i tiranti.

264
Riferimenti bibliografici

1. Tacconi, D. and E. Vernetti, Catene e capichiave : un'analisi storica,


tecnologica e strutturale. 2001, Politecnico di Milano.
2. Martini, F.D.G., Trattato di architettura, ingegneria e arte militare. 1503.
3. Alberti, L.B., De re aedificatoria. 1565.
4. Tibaldi Pellegrini, P., L'architettura. 1990, Milano.
5. Serlio, S., I sette libri dell'architettura. 1584.
6. Scamozzi, V., L'idea dell'architettura universale. 1615.
7. Milizia, F., Principi di architettura civile. 1781.
8. Ruskin, J., Le sette lampade dell'architettura. 1849, Milano.
9. Rondelet, G., Trattato teorio e pratico dell'arte Di Edificare. 1832.
10. Russo, C., Le lesioni dei fabbricati. 1947, Torino.
11. Valadier, G., L'architettura pratica. 1829, Roma.
12. Musso, G. and G. Copperi, Particolari di costruzioni murali e finimenti di
fabbricati. 1890.
13. Andreani, I., L'arte dei mestieri: il fabbro. 1930, Milano.
14. Donghi, D., Manuale dell'architetto. 1925, Torino.
15. Formenti, C., La pratica del fabbricare. 1895, Milano.
16. Galli, C., Consolidamento di archi e volte in muratura mediante la tecnica
dell'arco armato : un approccio numerico 2011, Politecnico di Milano.
17. Bonfigliuoli, S., Consolidamento strutturale e antisismico di archi e volte in
muratura : una sperimentazione sulla tecnica dell'arco armato. 2011,
Politecnico di Milano.
18. Giglio, S.M., Consolidamento di archi e volte in muratura mediante la tecnica
dell'arco armato : approccio sperimentale. 2009, Politecnico di Milano.
19. Pisani, M.A., Consolidamento delle strutture. 2013, Milano.
20. Bei, L. [Link] 2013.
21. Mastrodicasa, S., Dissesti statici delle strutture edilizie. 1973, Milano.
22. Cangi, G. and F. Giovanetti, Manuale del recupero strutturale e antisismico.
2012: Dei.
23. Bertolini, L., Materiali da costruzione. Vol. 2. 2010, Novara.
24. Bertolini, L., M. Carsana, and E. Marra, Conseguenze della corrosione degli
inserti metallici negli elementi in muratura dei beni culturali. 2011.
25. Tomasoni, E., Analisi, verifiche e consolidamento strutturale di archi e volte.
2015, Palermo.
26. Basile, A. and A. Benini, La riduzione della spinta in archi e volte: confronto
tra le principali tecniche, analisi e modellazione. 2011, Politecnico di Milano.

265
27. Dardano, D., et al. Un metodo per la determinazione del tiro nelle catene
mediante identificazione dinamica. in Procs. of Conferenza Nazionale sulle
Prove non Distruttive Monitoraggio Diagnostica. 2005.
28. Pozzati, P. and C. Ceccoli, Teoria e tecnica delle strutture. 1980.
29. Belluzzi, O., Scienza delle costruzioni. Vol. 4. 1982, Bologna.
30. Sorace, S., Parameter models for estimating in-situ tensile force in tie-rods.
Journal of engineering mechanics, 1996. 122(9): p. 818-825.
31. Borri, A., G. Cangi, and A. De Maria, Sulle caratteristiche meccaniche delle
murature storiche. Esperienze e perplessità. 2011.
32. Tassios, T., Meccanica delle murature.
33. Tassios, T.P. and N. Avramidou, Meccanica delle murature. 1988, Napoli.
34. Turnšek, V. and F. Čačovič. Some experimental results on the strength of
brick masonry walls. in Proceedings of the 2nd international brick-masonry
conference. British Ceramic Society, Stoke-on-Trent. 1971.
35. Tomaževič, M., Shear resistance of masonry walls and Eurocode 6: shear
versus tensile strength of masonry. Materials and structures, 2009. 42(7): p.
889-907.
36. Hendry, A.W., Statica delle strutture in muratura di mattoni. 1990.
37. Page, A.W., A.W. Hendry, and W. Samarasinghe, On the failure of masonry
shear walls. 1980.
38. Alecci, V., et al., Prove di compressione diagonale e taglio su differenti
tipologie murarie. 2011.
39. Mazzotti, C., E. Sassoni, and G. Pagliai, Determination of shear strenght of
historic masonries by moderately destructive testing of masonry cores. 2014.
40. Chinwah, J., C.G., Shear resistance of brick walls. 1972.
41. Schneider, H., Tests on shear resistance masonry. 1976.
42. Benedetti, D. and M. Tomazevic, Sulla verifica sismica di costruzioni in
muratura. 1984.
43. Betti, M., et al., Uno studio numerico sulla resistenza a taglio per fessurazione
diagonale di pannelli in muratura ordinaria. 2011.
44. Mann, W. and H. Muller. Failure of Shear-Stressed Masonry. An Enlarged
Theory, Tests and Application to Shear Walls. in Proc. Br. Ceram. Soc. 1982.
45. Calderoni, B., et al., Ulteriori sviluppi dell'indagine sperimentale in scala
ridotta su pannelli di fascia di piano. 2011.
46. Magenes, G. and M. Calvi, In plane seismic response of brick masonry walls.
1997.
47. UNI, E., 1-1 Eurocodice 6, in Progettazione delle strutture di muratura-Parte
1-1: Regole generali per strutture di muratura armata e non armata. 2006.
48. Pantò, B., La modellazione sismica degli edifici in muratura. 2004.
49. Dolce, M., et al., Manuale delle opere provvisionali urgenti post-sisma. 2001.
50. Beolchini, G., L. Milano, and E. Antonacci, Repertorio dei meccanismi di
danno, delle tecniche di intervento e dei relativi costi negli edifici in muratura

266
Riferimenti bibliografici

- Definizione di modelli per l'analisi strutturale degli edifici in muratura,


Volume II - Parte 1°. 2006.
51. Engineering, K., Edifici esistenti in muratura verifiche di vulnerabilità
sismica analisi cinematiche.
52. Biondi, A., Analisi Push-Over. 2015.
53. Gelfi, P. [Link] 2015.
54. Pubblici, C.S.d.L., Norme tecniche per le costruzioni. 2008, Gazzetta Ufficiale
della Repubblica Italiana.
55. Pubblici, C.S.d.L. Indicazioni - I Sezione - prot. n°29. 1992.
56. Heyman, J., The stone skeleton: structural engineering of masonry
architecture. 1997: Cambridge University Press.
57. Trasporti, M.d.I.e.d., Circolare applicativa delle NTC08 del 2 febbraio 2009,
n°617 2009.
58. Beconcini, M.L., Costruzioni in zona sismica. 2013, Pisa.
59. Vinci, M., I tiranti in acciaio nel calcolo delle costruzioni in muratura. 2012,
Palermo.
60. Calderini, C., Un modello costitutivo per la muratura: formulazione ed
implementazione per l'analisi di strutture complesse. 2004.
61. Heyman, J. and C. Padfield. Two masonry bridges. in ICE Proceedings. 1972.
Thomas Telford.
62. Heyman, J., Il saggio di Coulomb sulla statica. Hevelius, Benevento, 1999.
63. Pippard, A.J.S., E. Tranter, and L. Chitty, The mechanics of the voussoir arch.
Journal of the ICE, 1936. 4(2): p. 281-306.
64. Belluzzi, O., Scienza delle costruzioni. Vol. 2. 1982, Bologna.
65. Mariani, M., Trattato sul consolidamento e il restauro. Vol. II. 2006, Roma.
66. Pubblici, M.L., Istruzioni per l'applicazione della normativa tecnica per la
riparazione ed il rafforzamento degli edifici danneggiati dal sisma. 1981.
67. Sbacchis, S., Elementi strutturali negli edifici in muratura. 2002, Palermo.
68. Olivito, R., Statica e stabilità delle costruzioni in muratura. 2003, Bologna.
69. Pasta, A., Restauro conservativo e antisismico. 2006, Palermo.
70. Lucchini, B. and S. Tagliaferri, Le catene metalliche nelle strutture in
muratura. 1995, Politecnico di Milano.
71. Tacconi, D. and E. Vernetti, Catene e capichiave, un'analisi storica,
tecnologica e strutturale. 2001.
72. Ponzo, F., Meccanismi di collasso locale negli edifici esistenti in muratura e
rafforzamento mediante tiranti. 2012.
73. Carbone, I.V., A. Fiore, and G. Pistone, Le costruzioni in muratura:
interpretazione del comportamento statico e tecniche di intervento. 2001,
Milano.
74. Beer, F.P., et al., Scienza delle costruzioni: introduzione alla meccanica dei
materiali. 1997.
75. Giannini, R., Dispense del corso di tecnica delle costruzioni. 2007.

267
76. UNI, E., 1-1 (2005) Eurocodice 2-Progettazione delle strutture in
calcestruzzo. 1992, Parte.
77. Vaglieco,M.
[Link]
/pdf/07-VII%[Link].
78. Wikipedia. [Link]
79. Augenti, N. and F. Parisi, Constitutive modelling of tuff masonry in direct
shear. Construction and Building Materials, 2011. 25(4): p. 1612-1620.
80. Magenes, G.M. and G. Calvi, Experimental evaluation of seismic strength of
old masonry structures.
81. Belluzzi, O., Scienza delle costruzioni. Vol. 1. 1982, Bologna.
82. Biot, M., Bending of an infinite beam on an elastic foundation. 1922.
83. Hetényi, M., Beams on elastic foundation: theory with applications in the
fields of civil and mechanical engineering. 1971, Rexdale.
84. Vesic, A.B. Beams on elastic subgrade and the Winkler's hypothesis. 1961.
85. Guidi, C.C., Geotecnica e tecnica delle fondazioni. Vol. 1. 1987, Milano.
86. Fischer, F.D. and E. Gamsjäger, Beams on foundation, Winkler bedding or
halfspace–a comparison. 2008.
87. Sadrekarimi, J. and M. Akbarzad, Comparative study of methods of
determination of coefficient of subgrade reaction. 2009.
88. Giannatasio, P., et al., Portanza dei sottofondi. 1989.
89. Alasia, U. and M. Pugno, Corso di costruzioni. Vol. V. 2011, Torino.
90. Leonhardt, F. and R. Mariani, I ponti: dimensionamento, tipologia,
costruzione. 1979: Edizioni di Scienza e Tecnica.
91. Badalà, A. and M. Cuomo, Determinazione delle proprietà meccaniche della
muratura come solido composito. 1996.
92. Riva, A. [Link]
93. Belluzzi, O., Scienza delle costruzioni. Vol. 3. 1982, Bologna.
94. Hertz, H., Über das Gleichgewicht schwimmender elastischer Platten. 1884.
95. Timoshenko, S. and S. Woinowsky-Krieger, Theory of plates and shells.
1959.
96. Schleicher, F., Kreisplatten auf elastischer Unterlage. 1926, Madison.
97. Föppl, A., Vorlesungen über technische Mechanik. 1912, Rexdale.
98. Caffè, S., Schemi riassuntivi sull'acciaio (Giunti). 2006.
99. Wahl, A. and G. Lobo, Stresses and deflections in flat circular plates with
central holes. 1930.
100. Ballio, G. and F.M. Mazzolani, Strutture in acciaio. 1982, Milano.
101. EN, U., ISO 4533 - Filettature ISO a profilo triangolare.
102. Bertolini, L., Materiali da costruzione. Vol. 1. 2010, Novara.

268
Appendice A Risoluzione della trave su suolo elastico

269
Appendice B Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante le equazioni di Bessel

270
Appendici

Appendice C Risoluzione della piastra su suolo elastico


mediante sviluppo in serie

271
Appendice D Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante valori tabellati

Per calcolare la deformazione y di una lastra è possibile utilizzare le equazioni


(3.98) e (3.99) utilizzando i seguenti valori tabellati all’interno di [96].

Figura 166. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 136-137.

272
Appendici

Figura 167. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 138-139.

273
Figura 168. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 140-141.

274
Appendici

Figura 169. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 142-143.

275
Figura 170. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 144-145.

276
Appendici

Figura 171. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 146-147.

277
Appendice E Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante il metodo di Fὂppl

278
Appendici

279
Ringraziamenti

Un sentito ringraziamento al professor Marco A. Pisani che mi ha seguito nello svi-


luppo di questo elaborato, ma soprattutto, un ringraziamento profondo va alla mia
famiglia che mi ha permesso di compiere questo percorso di studi.

280

Potrebbero piacerti anche