2015 04 Rocco
2015 04 Rocco
Marco ROCCO
Matr. 800868
Indice 3
Elenco delle Figure 7
Elenco delle Tabelle 13
Nomenclatura 15
Introduzione 21
1. Aspetti generali 23
1.1. Evoluzione storica 23
1.2. Le catene odierne 36
1.2.1. Applicazioni 36
[Link]. Presidi contro le strutture spingenti 36
[Link]. Presidi tesi a ricercare il comportamento scatolare 39
[Link]. Presidi tesi a consolidare porzioni di muratura 44
[Link]. L’utilizzo delle catene per il restauro dei monumenti 44
1.2.2. Forme 47
1.2.3. Messa in opera 51
[Link]. Applicazione di nuove catene 51
[Link]. Manutenzione di catene esistenti 58
[Link]. Creazione del vincolo bidirezionale nei solai 59
2. Progetto dei tiranti 63
2.1. Comportamento delle murature 63
2.1.1. Analisi delle sollecitazioni 63
2.1.2. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti nel piano medio 64
[Link]. Meccanismo di rottura per Fessurazione diagonale (Shear cracking) 64
[Link]. Meccanismo di rottura per Scorrimento (Sliding) 68
[Link]. Meccanismo di rottura per Schiacciamento/Ribaltamento 70
[Link]. Confronto delle modalità di rottura 74
2.1.3. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti fuori dal piano medio 78
2.2. Presidi tesi ad incatenare la struttura 83
2.2.1. Introduzione 83
3
2.2.2. Modalità di analisi in caso di solai rigidi 85
[Link]. Esempio 93
2.2.3. Modalità di analisi in caso di solai deformabili 96
[Link]. Introduzione 96
[Link]. Analisi cinematica lineare 101
[Link]. Analisi statica non lineare 105
[Link]. Esempio 111
2.2.4. Osservazioni 122
2.2.5. Meccanismi di ribaltamento alternativi 124
[Link]. Flessione verticale 124
[Link]. Flessione orizzontale 125
[Link]. Ribaltamento composto 127
2.3. Presidi tesi a contrastare le spinte 130
2.3.1. Introduzione 130
2.3.2. Meccanismi di collasso per azioni statiche 135
[Link]. Presso-flessione 135
[Link]. Catene estradossali 141
4
Indice
5
Appendice D Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante
valori tabellati 272
Appendice E Risoluzione della piastra su suolo elastico mediante il
metodo di Fὂppl 278
Ringraziamenti 280
6
Elenco delle Figure
Figura 1. Illustrazione tratta da [3]. 24
Figura 2. Schema di posizionamento delle catene estratto da [5]. 25
Figura 3. Scala autoportante in muratura a palazzo Boncompagni, Vignola. 27
Figura 4. Consolidamento della scala mediante tiranti metallici. 27
Figura 5. Porzione di una catena metallica a sezione rettangolare proveniente dal
Duomo di Milano. 28
Figura 6. Giunto a forchetta per la connessione del tirante al capochiave, corte
interna del complesso di Brera, Milano. 28
Figura 7. Estratto dalla tavola CXLIII di [9]. 29
Figura 8. Schemi per la connessione reciproca dei tiranti estratti dalla tavola CXLIII
di [9]. 31
Figura 9. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11]. 33
Figura 10. Estratto dalla tavola CCLXXVI di [11]. 34
Figura 11. Estratto dalla tavola CCLXXVII di [11]. 35
Figura 12. Camminamento esterno dell'abbazia di San Colombano (Bobbio). 36
Figura 13. Doppia catena intradossale, Palazzo comunale di Modena. 37
Figura 14. Schema di una catena estradossale. 37
Figura 15. Schema della catena a braga, estratto dalla tavola CCLXXVII di [11]. 38
Figura 16. Catene per contenere la spinta della copertura, Abbazia di San
Colombano, Bobbio. 39
Figura 17. Catene per contenere la spinta della copertura, Cappella presso Miazzina,
Valgrande. 39
Figura 18. Schema generale per il posizionamento di tiranti metallici. 40
Figura 19. Catene applicate per vincolare mutuamente le pareti ortogonali. Chiesa di
San Lorenzo ed edificio attiguo, Bobbio. 40
Figura 20. Crisi per mancanza di vincolo bilatero. 41
Figura 21. Rottura per scalzamento e martellamento delle travi principali lignee. 42
Figura 22. Vincolo bidirezionale applicato alle travi mediante un tirante metallico e
un capochiave. 42
Figura 23. Schema di trasmissione dell'azione laterale. 43
Figura 24. Fabio Borbottoni, olio su tela dell'interno del Duomo di Firenze. Notare le
catene risalenti alla costruzione originaria. 46
Figura 25. Tirante utilizzato per incatenare le travi lignee alla muratura [20]. 47
Figura 26. Capochiave a paletto tradizionale, Piazza dei mercanti, Milano. 48
7
Figura 27. Moderno capochiave a paletto [20]. 48
Figura 28. Diverse forme di capichiave a piastra [20, 21]. 49
Figura 29. Particolare capochiave realizzato in acciaio e calcestruzzo proposto in
[22]. 50
Figura 30. Effetto dell'umidità relativa e della temperatura sulla velocità di
corrosione di un inserto di acciaio inglobato in una malta di calce e gesso
[24]. 52
Figura 31. Possibile posizionamento dei capichiave. 53
Figura 32. Schema di un tenditore cilindrico [25]. 54
Figura 33. Valori della massima azione di serraggio consentita (CS) a seconda del
diametro nominale di filettatura e della classe del dado. Prospetto 4-IV
della CNR-UNI 10011. 55
Figura 34. Sequenza di tesatura, fase a. 55
Figura 35. Sequenza di tesatura, fase b. 56
Figura 36. Sequenza di tesatura, fase c. 56
Figura 37. Sequenza di tesatura, fase d. 57
Figura 38. Sequenza di tesatura, fase e. 57
Figura 39. Solaio dotato di assito in ligneo inchiodato su un'orditura di travi. 60
Figura 40. Applicazione di tirante e capochiave alla trave. 60
Figura 41. Schema di deformazione dei tiranti applicati sulle travi. 61
Figura 42. Tecniche di incatenamento delle murature al solaio riportate in [19]. 62
Figura 43. Sollecitazioni sulla muratura. 63
Figura 44. Interpretazione circa la comparsa di lesioni dal centro del muro verso le
estremità [33]. 64
Figura 45. Confronto tra legge empirica e risultati sperimentali (Hendry, 1981). 65
Figura 46. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione. 70
Figura 47. Meccanismo di rottura per schiacciamento senza formazione di lesione. 72
Figura 48. Meccanismi di ribaltamento: A - Blocco rigido, B/C - Parziali 73
Figura 49. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
2,00. 75
Figura 50. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
1,20. 76
Figura 51. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
0,60. 76
Figura 52. Meccanismo di rottura per schiacciamento con formazione di lesione. 78
Figura 53. Schema di ribaltamento per pannello fissato alla base. 80
Figura 54. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ =
1,20. 81
8
Elenco delle figure
9
Figura 88. Esempio di volta a crociera (composta) formata per intersezione di due
volte a botte (semplici) nate a loro volta dallo sviluppo lungo una retta di
un arco. Adattato da [25]. 131
Figura 89. Studio effettuato da Poleni (1747) per assicurare la stabilità della cupola
di san Pietro. 132
Figura 90. Telaio basilicale soggetto ad azioni sismiche, studiato e calcolato da
Camillo Guidi secondo l’analisi elastica nel volume di Esercizi delle sue
Lezioni di Scienza delle costruzioni, Negro, Torino, 1928. 133
Figura 91. Comportamento tipico della muratura secondo la tipologia di analisi, [60]. 134
Figura 92. Rottura a flessione dell'arco. 135
Figura 93. Schema di ribaltamento del piedritto. 136
Figura 94. Arco a spinta eliminata [19]. 138
Figura 95. Schema classico di una catena estradossale. 141
Figura 96. Schema di funzionamento della catena estradossale. 142
Figura 97. Analisi della sezione AA' per determinare l'azione di pretensione
massima. 143
Figura 98. Schema del solido di distacco per coesione. 148
Figura 99. Schema del meccanismo ad attrito. 150
Figura 100. Schema del solido di distacco per attrito. 151
Figura 101. Schema del solido di distacco per capochiave a paletto. 152
Figura 102. Particolare della superficie laterale del solido di distacco. 153
Figura 103. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra
rettangolare. 157
Figura 104. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra
circolare. 158
Figura 105. Linee di rottura applicate a diversi pannelli. 160
Figura 106. Possibili linee di frattura per crisi a taglio lungo la sezione verticale della
muratura. 164
Figura 107. Possibile modalità di scalzamento di un blocco parzialmente soggetto
alla spinta. 165
Figura 108. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave
rettangolare. 165
Figura 109. Schema geometrico per la valorizzazione dei giunti orizzontali. 166
Figura 110. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave
circolare. 167
Figura 111. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave a
paletto. 168
Figura 112. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave rettangolare. 170
Figura 113. Schema geometrico per muratura incoerente e capochiave circolare. 171
10
Elenco delle figure
11
Figura 143. Capochiave eccessivamente deformato, Veneranda fabbrica del Duomo,
Milano. 220
Figura 144. Capochiave eccessivamente deformato, Palazzo comunale, Modena. 220
Figura 145. Capochiave a paletto abbinato a due catene, Piazza dei mercanti, Milano. 221
Figura 146. Esempio n°1, grafico dei momento flettenti. 223
Figura 147. Andamento delle tensioni nella sezione dell’esempio n°1. 223
Figura 148. Esempio n°2, grafico dei momenti flettenti. 224
Figura 149. Schema statico per la verifica del capochiave a piastra circolare. 225
Figura 150. Piastra circolare su solido elastico. 227
Figura 151. Equilibrio delle forze in un elemento infinitesimo. 228
Figura 152. Schema statico risolutivo. 235
Figura 153. Differenza dei coefficienti κ. 236
Figura 154. Grafici dei coefficienti κ e della curva che approssima la loro differenza. 237
Figura 155. Andamento delle tensioni. 240
Figura 156. Grafico riepilogativo dei risultati ottenuti. 243
Figura 157. Schema statico per l'analisi. 245
Figura 158. Schema statico per la verifica delle nervature. 250
Figura 159. Rappresentazione grafica degli spessori limite ottenuti. 252
Figura 160. Specifiche profilo triangolare [101]. 255
Figura 161. Estratti dal punto 1.2.1 260
Figura 162. Estratti dal capitolo 2 261
Figura 163. Estratti dal punto 3.2.4 262
Figura 164. Estratti dal punto 3.3.1 263
Figura 165. Estratto dal punto 3.3.2 264
Figura 166. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 136-137. 272
Figura 167. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 138-139. 273
Figura 168. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 140-141. 274
Figura 169. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 142-143. 275
Figura 170. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 144-145. 276
Figura 171. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 146-147. 277
12
Elenco delle Tabelle
Tabella 1. Coefficienti parziali da adottare nelle verifiche allo SLU [54]. 137
Tabella 2. Valori della resistenza a trazione proposti [21]. 148
Tabella 3. Valori delle resistenze a compressione e a taglio in assenza di
compressione. 149
Tabella [Link] della coesione e del coefficiente di attrito [17]. 173
Tabella 5. Valori indicativi del modulo edometrico e della costante elastica del
terreno. 214
Tabella 6. Valori della costante elastica del terreno proposti da A. Riva. 215
Tabella 7. Valori del coefficiente κ contenuti in [95]. 235
Tabella 8. Valori de coefficiente κ contenuti in [98]. 235
Tabella 9. Resoconto dei valori ottenuti. 236
Tabella 10. Valori del coefficiente κ, forma estesa. 237
Tabella 11. Resoconto degli spessori e delle rigidezze derivanti. 242
Tabella 12. Resoconto delle tensioni ideale ottenute con il metodo di Timoshenko. 243
Tabella 13. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di S. Caffè. 243
Tabella 14. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di M. Vinci. 243
13
Nomenclatura
15
𝑓𝑤,𝑐𝑑 Resistenza di calcolo a compressione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑡𝑘 Resistenza caratteristica a trazione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑡𝑑 Resistenza di calcolo a trazione del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑘 Resistenza caratteristica a taglio del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑑 Resistenza di calcolo a taglio del maschio murario
𝑓𝑤,𝑣𝑘0 Resistenza caratteristica a taglio del maschio murario in assenza di
azione assiale
𝑓𝑤,𝑣𝑘,𝑙𝑖𝑚 Valore massimo della resistenza caratteristica a taglio che può esse-
re impiegato nel calcolo
𝐹𝐶 Fattore di confidenza
𝐺 Modulo di elasticità tangenziale
𝐻 Spinta esercitata dall’arco
ℎ Altezza del maschio murario
ℎ𝑝 Altezza del capochiave a paletto
𝐼𝐿 Momento di inerzia della piastra
𝐼𝑃 Momento di inerzia del capochiave a paletto
𝐿 Dimensione parallela al piano medio del maschio murario
𝐿𝐶 Dimensione parallela al piano medio del maschio murario sottopo-
sta ad azione di compressione
𝑙𝑝 Lunghezza aderente alla muratura del capochiave a paletto
𝑀𝐸𝑑 Momento agente
𝑀𝑅𝑑 Momento resistente
𝑁𝐸𝑑 Azione assiale agente
𝑁𝑅𝑑 Azione assiale resistente
𝑃𝐸𝑑 Pretensione presente nel tirante
𝑝 Reazione distribuita del terreno
𝑄 Carico concentrato
𝑞 Carico distribuito
𝑅𝐿 Raggio del capochiave circolare
𝑠𝑝 Spessore della lastra
16
Nomenclatura
17
𝜏𝐸𝑑,𝑈 Sforzo tangenziale ultimo nel maschio murario
𝜙 Angolo di attrito interno tra blocco e legante
𝜙𝑅 Diametro del tirante
ψ Coefficiente funzione delle condizioni di vincolo
𝜑 Rotazione
𝜔 Caratteristica del sistema (piastre)
𝜔⁄𝑅𝐿 Rigidezza complessiva del sistema (piastre)
18
Abstract
Abstract (english)
This thesis was developed in the field of masonry structures consolidation. The
general objective of the thesis consists in the identification and formalization of
appropriate analytical tools for sizing and testing metal rods.
The first part of the work is devoted to an in-depth critical review of scientific lit-
erature about the state-of-the-art methods in this field. The core of the thesis con-
sists in the development of a comprehensive method for the evaluation of the last
resistant capacity of the metal rod system, which is composed by the rod, the re-
taining plate and the portion of the masonry that is subjected to the pressure
caused by the retaining plate. The novel approach here proposed overcomes the
drawbacks highlighted in the literature review.
Finally, the thesis proposes an overview of practical approaches for design and
construction of metal rod system in the following specific cases: (1) to increase the
resistance of mutual chained walls and (2) to counterpoise the horizontal thrust of
arches and vaults.
19
Introduzione
21
1. Aspetti generali
23
Capitolo 1
E’ interessante notare la cura che si iniziava a riporre nella scelta dei materiali e
nel loro posizionamento di modo da non inficiare la funzionalità del dispositivo a
causa di un prematuro deterioramento causato dalla ruggine.
L’utilizzo delle catene era comunque visto come un male necessario a supplire le
carenze meccaniche della muratura e le perniciosità causate dagli schemi struttu-
rali adottati. Pertanto, come osservabile in Figura 2, si cercava di nascondere i ca-
24
Aspetti generali
Nel ‘600 e nel ‘700 l’utilizzo di tiranti metallici era fortemente sconsigliato più che
per motivi strutturali, per fattori estetici e culturali. A tal proposito si riporta un
estratto dal libro XIII cap. XIV de “L’idea dell’architettura universale” (1615) di
Vincenzo Scamozzi [6].
" […] le quali cose debbonsi molto bene osservare per fuggire quegli abu-
si e disconci di mettere ferramenti e catene da legar pali a traverso ai
luoghi: maniere introdotte dai barbari e da genti straniere e del tutto
lontane dalle belle e graziose maniere dell'edificare; e però alle volte os-
servate da alcuni moderni poco intelligenti, e manco osservatori del
buono. Vero è, che alle volte ci possiamo assicurare con le catene di ferro
fin tanto che l'opera possa stabilirsi e far buona presa […] vero è che fu-
rono fatte di mattoni cotti buonissimi, e perciò a mezzo il fianco di essa
volta, dove consiste il maggior contrasto, facemmo porre una catena di
25
Capitolo 1
ferro di onesta grossezza, divisa in otto pezzi, impernata negli otto ango-
li, e murata nella grossezza di essa volta, la quale cinse con molta forza e
leggiadria, essendo murata a spiche e con archi rimurati, i quali portano
tutto il peso verso gli angoli; la onde ella si è conservata benissimo col
suo coperto sopra, come si può vedere, e contro l'opinione della maggior
parte degli artisti di quella città.” [6]
e si cita un estratto del primo libro di “Principi di architettura civile” (1781) di
Francesco Milizia [7]:
"Negli edifici antichi si osserva molta parsimonia "di ferro; non se n'è mai
scoperto alcun pezzo in luogo apparente: non vi si veggono che alcuni
ramponi di bronzo, delle spranghe, o sieno grappe, o branche , nascoste
negli architravi, nelle cornici, e nelle volte. Nelle opere Gotiche è tutto
l'opposto : non vi si trova pietra , che non sia sigillata a piombo con bran-
che di ferro. Anche nelle nostre l'abbondanza è grande, e forse abusiva,
specialmente in quelle catene, che s'impiegano negli archi, e che dimo-
strano la debolezza della costruzione. Contro queste catene Vignola non si
dava pace, e soleva dire, che le fabbriche non si hanno da reggere colle
stringhe. E che direbbe egli, se ora vedesse in Roma, ove i materiali e i ce-
menti sono i migliori, costruirsi edifici di pianta, e concatenarsene di ferro
ogni pezzo? […] Gli edifici ben costruiti non hanno bisogno di queste allac-
ciature, le quali non sono che rimedi per le fabbriche vecchie e rovinose.
Quando la necessità porta d'impiegar tali spranghe di ferro, s'impieghino,
come si spacciano da' Mercanti, senza punto diminuirne la grossezza; ba-
sta solo batterne le estremità, per farne l'occhio e l'uncino.” [7]
Dalla lettura dei brani proposti emerge in maniera preponderante una regola
dell’arte che non vedeva certo di buon occhio l’utilizzo di tiranti metallici se adotta-
ti già in fase di progetto. Il buon costruttore non doveva dunque ricorrere al ferro
per costruire ex-novo un edificio, poiché esso era ritenuto un materiale esterno al-
la pratica e alla cultura italica del buon costruire.
Occorre però distinguere il fatto che tale intervento era mal visto solo qualora fos-
se adottato già in fase di progetto, mentre era ritenuto doveroso ed efficace se ef-
fettuato come rinforzo strutturale di strutture ammalorate o mal progettate. A tal
riguardo vi è un’evoluzione nella loro disposizione in quanto non sono più occulta-
te nella muratura, ma denunciate esplicitamente all’osservatore (s'impieghino, co-
me si spacciano da' Mercanti).
Un esempio di questa filosofia costruttiva è fornito dalla scalinata presente
all’interno del palazzo Boncompagni a Vignola. Jacopo Barozzi progettò, infatti, una
scala a chiocciola elicoidale in mattoni che aveva il pregio di sostenersi senza
l’ausilio di una struttura verticale interna e senza il controllo della spinta laterale
26
Aspetti generali
Un interessante indizio sulle forme dei capichiave è fornito nelle righe finali
dell’ultimo estratto, dove si consiglia di terminare l’estremità della catena in ma-
niera tale da formare l’occhiello in cui inserire il paletto metallico. Fino alla fine del
‘700 non vi è traccia, nei trattati o negli edifici conosciuti, di capichiave diversi da
quelli a paletto o di tecniche di serraggio diverse dal mettere in tensione la catena
attraverso l’inserimento di una zeppa metallica tra l’occhiello e il paletto. Fino a
questo periodo la catena era dunque formata da un unico tirante di ferro di sezione
quadrata (non rotonda, perché la sezione era ottenuta per battitura, vedi Figura 5),
lavorato alle estremità e messo in tensione a freddo. Nel migliore dei casi il sistema
era costituito da tre pezzi poiché, come osservabile in Figura 6 il tratto centrale era
collegato alle estremità mediante i giunti a forchetta. Ciò consentiva una facile so-
stituzione del tirante se questo avesse subito una forte plasticizzazione.
27
Capitolo 1
Figura 5. Porzione di una catena metallica a sezione rettangolare proveniente dal Duomo di Milano.
Figura 6. Giunto a forchetta per la connessione del tirante al capochiave, corte interna del complesso
di Brera, Milano.
28
Aspetti generali
29
Capitolo 1
30
Aspetti generali
Figura 8. Schemi per la connessione reciproca dei tiranti estratti dalla tavola CXLIII di [9].
31
Capitolo 1
zione che era così imposto alle pareti per recuperare lo strapiombo delle stesse
causato dalle spinte della volta.
A Rondelet e più in generale alle teorie proposte dall’ Ecole de pont et chaussée si
deve dunque l’introduzione dei capichiave a piastra, di tecniche per la connessione
delle catene, dell’operazione di messa in tensione a caldo e, non meno importante,
la ricerca del comportamento scatolare degli edifici in muratura attraverso l’uso di
tiranti metallici.
Nello stesso periodo (1829) Giuseppe Valadier pubblica in Italia il trattato
“L’architettura pratica” [11]. Al suo interno è ravvisabile una sintesi tra la parsi-
monia culturale italica verso l’utilizzo dei tiranti nelle nuove costruzioni, la razio-
nalità francese che vedeva di buon occhio questa pratica e l’ingegnosità ottocente-
sca utilizzata per smascherare alcuni perniciosi sistemi di messa in opera, dettati
unicamente da caratteri estetici.
In particolare è utile riportare il seguente estratto dal libro 2, sezione VII:
"...se non vi fosse il sussidio delle catene, delle sbranche, de' tiranti, e simili
altri mezzitermini per risparmio di grossezze immense de' muri e per sup-
plire a forze che utilmente si pongono invece di queste, bisogna però anche
queste forze collocarle e distribuirle senza abuso, e con quella parsimonia
che è necessaria in ogni parte del fabricato ma questa parsimonia deve es-
sere ragionata, giacché potrebbe divenire mancanza delle forze con depe-
rimento del fabricato.
Le catene devono non sostenere decisamente in piedi un fabricato, o una
parte di questo, ma devono esservi per soccorso ad un qualche cedimento
che ogni fabbricato è soggetto a fare per suo peso per una qualche cessio-
ne di fondamento per suo naturale assestamento nel seccarsi i muri, e sic-
come dalle varie grossezze de' muri e dalla variata gravità che questi
hanno per le diverse grandezze di ambienti, per i diversi carichi di volte di
scale, de' solari, di elevazioni, di vani, e di tante varietà; così dando loro un
eguale assettamento, fa sì che in ogni fabricato si osservi nei muri delle
piccole, e varie lesioni provenienti da queste circostanze, e tanto maggiori
appariscono, quando una fabrica è stata costruita sollecilamente. Ecco
dunque che munita una fabrica di questi sussidi non solo sarà sicura a
queste inevitabili mosse, che senza catena alcuna potrebbero divenir signi-
ficanti, ma saranno ancor più utili a resistere a qualche scossa di terremo-
to.”
e altri frammenti prelevati dal libro 4 alla sezione XXI:
"Quando accadesse di dover osservare un danno in qualche muro strappa-
to di un fabbricato e che si riconosca cagionato dall'urto e spinta interna
di qualche arco, volta, ed anche solaro, che dalla sua vecchiaia, costruzio-
32
Aspetti generali
33
Capitolo 1
34
Aspetti generali
Ulteriori sviluppi nella teoria dei tiranti metallici sono portati da Nicola Cavalieri di
San Bertolo il quale pone la questione degli effetti della dilatazione prodotta dalle
variazioni termiche. Importante è poi il contributo di Gustav Adolf Breymann il
quale introduce nel 1877 il giunto di connessione tra tiranti cosiddetto a manicot-
to, per mezzo del quale è possibile il tiro a freddo della barra.
Una forte opera di divulgazione è poi dovuta al trattato di Musso e Copperi [12], di
Andreani [13], di Donghi [14] e di Formenti [15], per mezzo dei quali le conoscen-
ze acquisite in secoli di teoria e pratica furono consolidate e trasmesse ai posteri.
35
Capitolo 1
Con la precedente analisi storiografica sono stati analizzati numerosi trattati grazie
ai quali è possibile intuire le numerose funzioni assolvibili dai tiranti metallici. Oc-
corre tuttavia organizzare in maniera maggiormente dettagliata questo aspetto,
anche alla luce delle nuove applicazioni adottate nel consolidamento.
Se si limita il campo di analisi alle strutture in muratura non armata è possibile
scindere il fine per cui disporre dei tiranti metallici in tre macro aree:
Contrasto alle azioni statiche di strutture spingenti,
Ricerca del comportamento scatolare della struttura,
Consolidamento locale di singole porzioni murarie.
36
Aspetti generali
37
Capitolo 1
volta una coppia sulle pareti perimetrali, le quali rischiano così il collasso per pres-
soflessione.
Un primo metodo di mitigare questo effetto consiste nella cosiddetta catena “a
braga” (vedi Figura 15), dove dei tiranti inclinati, detti “braghettoni”, collegano la
catena annegata nella volta a dei capichiave maggiormente estesi lungo la muratu-
ra. Al precedente capitolo era stato fatto osservare che già G. Valadier sconsigliava
l’uso di questi dispositivi in quanto non erano ritenuti tanto più efficaci di una
semplice catena estradossale. Questo perché il tirante orizzontale non ha una se-
zione in grado di offrire la necessaria rigidezza flessionale e pertanto i braghettoni
vanno semplicemente ad accompagnare il collasso della volta.
Figura 15. Schema della catena a braga, estratto dalla tavola CCLXXVII di [11].
38
Aspetti generali
Figura 16. Catene per contenere la spinta della copertura, Abbazia di San Colombano, Bobbio.
Figura 17. Catene per contenere la spinta della copertura, Cappella presso Miazzina, Valgrande.
39
Capitolo 1
Figura 19. Catene applicate per vincolare mutuamente le pareti ortogonali. Chiesa di San Lorenzo ed
edificio attiguo, Bobbio.
40
Aspetti generali
41
Capitolo 1
solaio (in luogo della sua elevata rigidezza) verso le pareti 1 e 2. Il valore di rigi-
dezza da raggiungere è difficilmente quantificabile numericamente, ma risulta rea-
listicamente raggiunto per solai laterocementizi, per solette piene in calcestruzzo,
per solai misti acciaio – calcestruzzo o legno – calcestruzzo e per solai in legno se
dotati di un doppio ordito di travi o di un assito formato da due strati incrociati di
assi tra loro sufficientemente vincolate [19]. Anche nelle vecchie costruzioni si ri-
scontrano spesso degli elementi strutturali di questo tipo, o sono comunque ri-
creabili in sostituzione o in aggiunta di quelli presenti, ma quasi sicuramente vi sa-
rà carenza di bidirezionalità nel modo in cui questi sono vincolati alle pareti por-
tanti.
Ad esempio un comune solaio in legno costituito da una singola orditura di travi in
legno e da un assito, potrebbe, in caso di sisma, provocare la rottura evidenziata in
Figura 21, in quanto le travi principali, non essendo vincolate nelle due direzioni, si
comporterebbero come un maglio che percuote alternativamente i pannelli 3 e 4.
Figura 21. Rottura per scalzamento e martellamento delle travi principali lignee.
Figura 22. Vincolo bidirezionale applicato alle travi mediante un tirante metallico e un capochiave.
42
Aspetti generali
L’apposizione di tiranti metallici che vincolino l’estremità delle travi alle pareti pe-
rimetrali mediante l’utilizzo di capichiave (come visibile in Figura 22) eviterebbe
l’insorgere di questo tipo di collasso, ma non di tutti i tipi collasso possibili, in
quanto il solaio non sarebbe ancora in grado di trasferire la spinta laterale presen-
te nelle pareti 3 e 4 alle 1 e 2. Per permettere questo passaggio è necessario che il
solaio risulti vincolato bilateralmente anche in direzione perpendicolare all’ ordi-
tura (Figura 23).
43
Capitolo 1
44
Aspetti generali
45
Capitolo 1
Figura 24. Fabio Borbottoni, olio su tela dell'interno del Duomo di Firenze. Notare le catene risalenti
alla costruzione originaria.
46
Aspetti generali
1.2.2. Forme
Dalle applicazioni elencate discendono due principali forme di tiranti; quelli desti-
nati a esercitare un vincolo bilatero sulle travi in legno di un solaio e quelli destina-
ti a formare le catene.
I primi sono costituiti dal sistema di ritegno esterno che insiste sulla muratura, ov-
vero il capochiave, da una piastra disposta sul lato della trave e utilizzata per vin-
colare quest’ultima attraverso dei bulloni passanti e infine da una barra che collega
il capochiave alla piastra (Figura 25).
Figura 25. Tirante utilizzato per incatenare le travi lignee alla muratura [20].
Del sistema descritto esistono numerose varianti che presentano una piastra di ri-
tegno per lato della trave o diverse geometrie del capochiave.
La seconda famiglia menzionata è quella delle catene ed è costituita da una barra
circolare e da due capochiave posti alle estremità. Per quanto riguarda le caratteri-
stiche della prima si rimanda al punto 3.4 del presente lavoro in cui sono descritte
le caratteristiche del materiale da utilizzare a seconda delle condizioni ambientali,
il diametro della sezione in base alle sollecitazioni cui è sottoposta e le lavorazioni
a cui è bene sottoporla (filettatura e trattamenti antiossidanti) prima di porla in
opera.
I capichiave, detti anche chiavarde o bolzoni, sono elementi in acciaio e ne esistono
di varie fogge. Come è stato fatto osservare al punto 1.1, in passato venivano utiliz-
zati principalmente capichiave a paletto inseriti nell’occhiello terminale della barra
e successivamente messi in tensione mediante l’inserimento di una zeppa metallica
(Figura 26).
47
Capitolo 1
L’evoluzione delle teorie relative alla scienza delle costruzioni hanno permesso di
determinare il valore della pretensione da applicare alla barra e pertanto nelle ap-
plicazioni moderne è necessario adottare paletti dotati di evoluti sistemi di serrag-
gio, poiché il vecchio sistema delle zeppe non consente di capire l’effettivo livello di
tensione applicato. Una possibile soluzione consiste nell’adozione di bolzoni nel cui
centro è ricavato un foro che permetta il passaggio della barra filettata, la quale
verrà successivamente messa in tensione mediante martinetti o chiavi dinamome-
triche e serrata infine con un dado (Figura 27).
48
Aspetti generali
Necessità statiche o estetiche possono però condurre alla scelta di disporre delle
chiavarde aventi una maggiore impronta di appoggio; in questo caso ci si orienta
verso piastre d’acciaio di forma circolare, rettangolare o maggiormente complesse
che vengono dotate, a seconda delle esigenze, di nervature di irrigidimento.
49
Capitolo 1
Anche in questo caso le chiavarde sono serrate grazie alla filettatura presente nella
parte terminale della barra e a un dado.
Per quanto riguarda le dimensioni di questi componenti si rimanda al punto 3.3
dove viene appunto affrontato il dimensionamento in funzione del tipo di muratu-
ra su cui insistono e del livello di azione stabilizzante che devono essere in grado di
garantire.
50
Aspetti generali
51
Capitolo 1
Figura 30. Effetto dell'umidità relativa e della temperatura sulla velocità di corrosione di un inserto
di acciaio inglobato in una malta di calce e gesso [24].
52
Aspetti generali
Per quanto riguarda il tracciato delle catene, esso dovrà essere il più corto e rettili-
neo possibile e dove le barre avranno bisogno di giunzione, poiché la distanza è
troppo elevata, conviene che l’unione sia a completo ripristino di resistenza. Per
effettuare ciò è possibile adoperare manicotti che realizzino una giunzione di tipo
filettata, clampata, ammorsata, imbullonata o inghisata [19].
53
Capitolo 1
Agendo con un’adeguata chiave inglese sul tenditore è così possibile fornire una
tensione di trazione nella catena. Il calcolo dell’azione di pretensione avviene sulla
base della deformazione assiale εs che la barra subisce durante il suo serraggio e
che può essere determinata, per esempio, grazie all’utilizzo di un deformometro
millesimale rimovibile [25]. Grazie al suo valore e a quello del modulo elastico
dell’acciaio usato Es, sarà possibile determinare l’azione di pretensione grazie alla
seguente formula:
PEd Es s As [kN ] (1.1)
In alternativa è possibile fare uso di una chiave dinamometrica, ovvero una chiave
a cricchetto che permette di regolare con precisione la coppia di serraggio applica-
ta a una vite. Questa fornisce dunque una coppia sul dado che insiste sulle chiavar-
da e così facendo, mette in tensione la barra. L’entità della tensione applicata (PEd)
varia a seconda del diametro nominale di filettatura del dado (df) e della coppia di
serraggio (CEd) secondo la seguente formula proposta dalla CNR-UNI 10011:
CEd
PEd 5 [kN ] (1.2)
df
54
Aspetti generali
Figura 33. Valori della massima azione di serraggio consentita (CS) a seconda del diametro nominale
di filettatura e della classe del dado. Prospetto 4-IV della CNR-UNI 10011.
Nella fase di partenza si inserisce la barra metallica dotata di estremità filettate (1)
all’interno della guaina polimerica posizionata nel foro praticato nel muro.
L’operazione è eseguita per le due murature contrapposte.
55
Capitolo 1
Operando dove non si è applicato il serraggio del capochiave si inghisa una secon-
da barra filettata (4) alla precedente mediante un idoneo apparecchio di giunzione
e si dispone un supporto metallico (6) a ridosso del capochiave. Quest’ultimo ser-
virà da vincolo al martinetto quando metterà in tensione il tirante.
56
Aspetti generali
Nell’ultima fase si procede allo smontaggio del martinetto e del suo supporto, oltre
che al taglio della barra filettata. La lunghezza rimanente deve permettere lo svol-
gimento delle sequenze c-d-e per una futura messa in tensione della catena.
Le operazioni presentate valgono anche per le catene disposte all’intradosso o
all’estradosso di archi e volte, mentre per la posa in opera di una catena a braga o
“graffettata”, conviene, data la particolarità della lavorazione, riferirsi a specifiche
pubblicazioni quali [25, 26].
57
Capitolo 1
58
Aspetti generali
59
Capitolo 1
Il criterio generale per vincolare bilateralmente questo tipo di struttura, o altre si-
mili, consiste nell’evitare lo scarroccio delle travi principali attraverso il sistema
già presentato in Figura 22 e qui riproposto in Figura 40, dove è ora possibile ap-
prezzare la posa di una cappa in calcestruzzo che doni la necessaria rigidezza alla
struttura orizzontale.
La posa del capochiave in questione può essere effettuata sulla base delle informa-
zioni fornite al punto precedente. Si aggiunge semplicemente che in questo caso
non è importante fornire una pretensione alla barra che collega la chiavarda alla
trave, ma sarà sufficiente un corretto serraggio. Inoltre è bene che le testate delle
travi non siano annegate nella malta, perché i due materiali presentano delle in-
compatibilità tali da pregiudicare la durabilità dell’opera. Qualora si cercasse di ri-
durre il ponte termico puntuale è però possibile seguire la soluzione dell’azienda
Tecnaria, impresa specializzata nel recupero dei solai, la quale propone di riempire
gli interstizi dello scasso con delle tavole di sughero.
60
Aspetti generali
L’ancoraggio bilatero proposto è eseguibile anche per altre tipologie di solai come
quelli misti in acciaio – laterizio. Questa soluzione, molto usata da metà ottocento
in poi, prevede che delle travi a doppio T in acciaio sostengano il peso di sottili vol-
tine ribassate in laterizio il cui estradosso è appianato da uno strato di magrone.
Anche se potrebbe sembrare la soluzione più ovvia, non è possibile saldare la barra
all’anima del profilo, in quanto, l’acciaio di quest’ultimo risulta nella maggioranza
dei casi non saldabile. Pertanto occorre saldare la barra a una piastra che verrà
successivamente imbullonata o rivettata alla trave, ricordandosi di controllare la
compatibilità galvanica degli acciai impiegati.
Una volta che il solaio risulta vincolato alle pareti lungo la direzione di orditura è
necessario che lo sia anche in direzione perpendicolare, in modo da poter trasmet-
tere l’azione laterale ai pannelli in muratura paralleli a quest’ultima.
In riferimento al precedente solaio formato da travi e assito di legno, è bene pre-
mettere che non conviene realizzare tale vincolo mediante dei tiranti che attraver-
sino le travi in direzione perpendicolare. Questo perché, come rappresentato in Fi-
gura 41, le barre non possiedono una sufficiente rigidezza flessionale e pertanto,
non sarebbero in grado di offrire la necessaria azione di contrasto per effettuare il
vincolo.
61
Capitolo 1
62
2. Progetto dei tiranti
Le situazioni più comuni negli edifici in muratura sono state riassunte nella Figura
43. Nel primo caso (a) il pannello è sollecitato da uno sforzo normale di compres-
sione σEd, mentre nei restanti, oltre a quest’ultimo, vi è la presenza di un’azione la-
terale di taglio agente lungo il piano medio (b) o perpendicolarmente ad esso (c).
Le strutture in muratura ordinaria, ovvero non armata, resistono in maniera eccel-
lente al primo tipo di sollecitazioni, ma, a causa della loro debolissima resistenza a
trazione, esse dimostrano anche una scarsa propensione a resistere alle azioni la-
terali. Il peggioramento della resistenza è accentuato in base a quanto la sollecita-
zione laterale incida perpendicolarmente al piano medio.
Pertanto verranno riportate le modalità di rottura e le resistenze ottenibili nei due
casi estremi. I procedimenti proposti risultano comprovati sotto l’ipotesi che la
muratura abbia filari orizzontali e venga considerata come un solido omogeneo,
isotropo e privo di resistenza a trazione. Tale ipotesi per quanto drastica e irrispet-
tosa della reale natura del materiale fornisce una corretta lettura del comporta-
mento della muratura [31].
63
Capitolo 2
Figura 44. Interpretazione circa la comparsa di lesioni dal centro del muro verso le estremità [33].
64
Progetto dei tiranti
Uno dei criteri presenti in letteratura per valutare la capacità ultima a taglio di una
parete con questo criterio è dovuto a Turnsek e Cacovic [34]. Esso è nato
dall’osservazione di numerose prove sperimentali [35] e si basa sull’assunzione
che la rottura avvenga quando la tensione principale di trazione, nella zona centra-
le del pannello, uguaglia la resistenza a trazione della muratura.
Figura 45. Confronto tra legge empirica e risultati sperimentali (Hendry, 1981).
In base alla teoria relativa al cerchio di Mohr possiamo descrivere la tensione prin-
cipale di trazione di un corpo soggetto a sforzo assiale e tangenziale, come:
2
1 Ed Ed Ed MPa
2
(2.1)
2 2
Ponendo dunque 1 f w,tk e Ed f w,vk
2
2 2
Ed Ed f w,vk
2
f w,tk
2 2
Ed
2
Ed
2
f 2
w,tk f w,tk Ed 2 f w2,vk
4 4
65
Capitolo 2
f w,tk Ed
f w,v k 1 [ MPa] (2.2)
f w,tk
f w,tk Ed
Vw,V1k Lt 1 [kN ] (2.3)
f w,tk
66
Progetto dei tiranti
Conviene poi tornare all’equazione (2.3) per definire l’ultimo parametro rimasto
ovvero il coefficiente β. Il suo valore è funzione della snellezza della parete λM =
h/L (rapporto tra l’altezza del pannello h e la sua lunghezza L) e delle sue condi-
zioni di vincolo. Il suo scopo è quello di correlare l’equazione (2.3) con la possibile
crisi locale della muratura, dovuta alla distribuzione non uniforme del taglio.
In origine Turnsek e Sheppard proposero di adottare una distribuzione parabolica
e di uguagliare tale valore a 1,5, ma questo era corretto solo per quei pannelli
aventi una snellezza paragonabile al solido di De Saint Venant. La circolare applica-
tiva del 2009 suggerisce così di usare la formulazione proposta da Benedetti e To-
mazevic in [42]:
Dove il coefficiente ψ è funzione dei vincoli superiore e inferiore della parete e ri-
sulta pari a 1,0 in caso di mensola e 0,5 in caso di doppio incastro. Si precisa però
che il criterio di rottura per fessurazione diagonale, fornisce una corretta interpre-
tazione del comportamento della muratura unicamente in caso di doppio incastro.
67
Capitolo 2
Esiste poi la possibilità che la lesione diagonale non si inneschi a gradino lungo i
giunti di malta, ma bensì, sia dovuta al superamento della resistenza a trazione nei
blocchi (fb,tk), specie quando questi risultano di scarsa qualità e la malta di ottima
fattura. Per valutare il taglio ultimo resistente in questo caso, all’interno di [44]
Mann e Muller propongono la seguente formula, molto simile all’equazione (2.3):
fb,tk Ed
Vw,V 2k Lt 1 [kN ] (2.9)
2,3 fb,tk
f tan (2.11)
Dove φ rappresenta l’angolo di attrito interno della muratura. Le NTC 2008 im-
pongono di utilizzare un valore di 0,4 per il coefficiente di attrito, ma bisogna far
notare che tale coefficiente non è in realtà costante. Il suo valore oscilla tra 0,3 e
0,8 [36] e per determinarlo con precisione si dovrebbero effettuare numerose pro-
ve di compressione diagonale inclinando i provini. Ad esempio si potrebbe utilizza-
re la tecnica descritta in [39].
La resistenza a taglio si calcola dunque come:
68
Progetto dei tiranti
Lt f w,vk 0 0, 4 Ed
Vw,V3k [ MPa] (2.14)
1 V
Tuttavia bisogna considerare il fatto che la rottura potrebbe essere causata dalla
flessione. Per prevenire ciò si può utilizzare la resistenza a taglio trovata con
l’equazione (2.12) riferendola alla sezione non fessurata dal momento flettente
[46]. La lunghezza di tale sezione è in genere calcolata omettendo il contributo a
trazione dato dai letti di malta e assumendo una distribuzione semplificata delle
compressioni, in genere lineare. Se queste ipotesi sono valide la lunghezza della
sezione non fessurata, LC, è calcolata in funzione dell’eccentricità del carico vertica-
le e vale:
L e L/6
LC 1 VEd [ m] (2.15)
L 3 2 N V L L/6e L/2
Ed
E di conseguenza l’azione resistente offerta dalla muratura è pari a
Lt f w,vk 0 0, 4 Ed
e L / 6
1 V
Vw,V3k 1 V [ MPa] (2.16)
Lt 3 Ed V f w,vk 0 0, 4 Ed
L e L 2 N Ed
6 2 1 V
Come prescritto dalle NTC 2008, il valore di fw,vk non può comunque essere mag-
giore di 1,4 fb,ck, dove fb,ck indica la resistenza a compressione degli elementi nella
direzione di applicazione della forza, né maggiore di 1,5 MPa. Oppure, come propo-
sto dall’Eurocodice 6, non può essere maggiore di 0,065 fw,ck [47].
69
Capitolo 2
Si consideri il primo caso dove, per piccoli valori dell’azione di compressione, si ve-
rifica la rottura nella regione B del pannello, dopo il lesionamento della porzione A.
In riferimento alla Figura 46 si ponga l’equilibrio alla traslazione verticale [33]:
L
2 e t f w,ck Ed Lt
2
Sapendo che l’eccentricità della risultante delle forze NEd è pari a:
70
Progetto dei tiranti
M Ed VEd h Ed hLt Ed
e h
N Ed N Ed Ed Lt Ed
Si sostituisce la sua formulazione nella precedente equazione di equilibrio vertica-
le e si ottiene:
Ed
f w, ck Lt f w, ck t 2 h Ed Lt
Ed
Ed 2 f w, ck t h f w, ck Lt Ed Ed
2
Lt
f w, ck Lt Ed Ed 2
Lt
Ed
2 f w, ck t h
Ed
Ed L 1 Ed
(2.17)
2 h f w, ck
In condizioni di crisi incipiente è possibile uguagliare la tensione tangenziale ulti-
ma con la resistenza taglio, ovvero τEd = fw,vk.
Ed Ed
f w,vk 1 [ MPa] (2.18)
2V f w,ck
Dove il coefficiente κ semplifica la distribuzione degli sforzi di compressione in
corrispondenza dello spigolo attraverso l’uso di uno stress-block con κ =0,85.
Si consideri invece il caso in cui, per grandi valori dello sforzo di compressione σ Ed,
si arriva al collasso per compressione nella porzione B, senza che si lesioni la parte
in A. Questo accade non perché si ipotizza l’esistenza di una resistenza a trazione
nella muratura, ma perché la risultante dei carichi cade all’interno del terzo medio
della sezione (e < L/6). Bisogna però ricordare che anche nella situazione di sezio-
ne non parzializzata, le NTC 2008 impongono di ridurre la resistenza caratteristica
a compressione mediante il coefficiente κ =0,85.
Poniamo allora l’equilibrio alla traslazione verticale riferendoci alla Figura 47.
N Ed M Ed N V h L
B y Ed Ed 3 Ed 6V Ed
AW I yy Lt tL 2
12
Che al collasso diventa:
f w, ck Ed
f w, vk [ MPa]
6V
71
Capitolo 2
f w, ck Ed
e L / 6 Lt
6V
Vw,V 4 k [ MPa] (2.19)
L e L
6
Lt Ed 1 Ed
2 2V f w, ck
Le NTC 2008 propongono invece una verifica basata sul confronto tra il momento
flettente agente nel piano della parete e quello resistente valutato in base alla se-
guente formula:
Ed Ed
M Rd L2t 1 (2.20)
2 0,85 f w, ck
Ricordando il rapporto che lega il momento flettente ultimo con il taglio ultimo,
ovvero M Rd VRd h , è possibile osservare che tale equazione risulta uguale alla
seconda della (2.19). Le NTC 2008 scartano dunque l’ipotesi di sezione non fessu-
rata, in quanto per tale condizione è più probabile che si realizzino le precedenti
rotture.
Tuttavia pur non pervenendo allo schiacciamento della muratura si potrebbe veri-
ficare il ribaltamento del pannello in corrispondenza di B. Questo a causa
72
Progetto dei tiranti
73
Capitolo 2
74
Progetto dei tiranti
Figura 49. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 2,00.
75
Capitolo 2
Figura 50. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 1,20.
Figura 51. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 0,60.
76
Progetto dei tiranti
Ad ogni modo, come proposto da Tomazevic in [35], il secondo criterio offre una
miglior lettura dell’azione resistente ultima nell’arco di compressioni proprie della
pratica edile. Un perfezionamento di quest’ultimo avviene con il terzo e il quarto
criterio, dove gli accorgimenti proposti da numerosi autori, permettono un mag-
gior grado di sicurezza accompagnato da una più conscia e corretta lettura del rea-
le comportamento della muratura. In particolare il terzo criterio adotta una resi-
stenza a trazione che, calcolata in base al livello di compressione agente, permette
di risolvere la sovrastima del taglio resistente alle basse compressioni effettuata
dal secondo criterio.
77
Capitolo 2
2.1.3. Rottura dovuta ad azioni laterali agenti fuori dal piano medio
Quando il pannello è soggetto a una spinta laterale ortogonale al suo piano medio
la rottura avviene principalmente secondo un meccanismo di schiacciamento o ri-
baltamento simile a quello precedentemente descritto. Al punto [Link] le NTC
2008 propongono una verifica semplificata di questo stato tensionale che si basa
su una verifica a compressione. Il procedimento prevede di ridurre la resistenza in
funzione della snellezza del pannello e dell’eccentricità con cui agiscono i carichi.
In alternativa, al punto [Link].2, sempre le NTC propongono di calcolare il momen-
to ultimo resistente in maniera molto simile al caso di collasso per pressoflessione
di una parete sollecitata nel suo piano medio. Similmente a quanto visto al punto
[Link] e all’equazione (2.20) si assume un diagramma delle compressioni rettan-
golare con uno stress-block pari a 0,85 e si trascura la resistenza a trazione. Il valo-
re del momento resistente può essere dunque calcolato come:
Ed Ed
M Rd Lt 2 1 M Ed kNm (2.21)
2 0,85 f w, ck
78
Progetto dei tiranti
t
2 e L f w, ck Ed Lt (2.22)
2
Sapendo che l’eccentricità della risultante delle forze NEd è pari a:
M Ed VEd h Ed h Lt Ed
e h
N Ed N Ed Ed Lt Ed
Si sostituisce la sua formulazione nella precedente equazione di equilibrio vertica-
le e si ottiene:
Ed
f w, ck Lt f w, ck L 2 h Ed Lt
Ed
Ed 2 f w, ck L h f w, ck Lt Ed Ed
2
Lt
f w, ck Lt Ed Ed
2
Lt
Ed
2 f w, ck L h
Ed
Ed t 1 Ed (2.23)
2 h f w, ck
Se si osserva attentamente quest’ultima equazione e la si mette a confronto con la
(2.17), scritta per una spinta laterale parallela al piano medio, è possibile notare
che le due differiscono soltanto per il denominatore, dove, in luogo della lunghezza
L del pannello è ora presente il suo spessore t. E’ allora possibile affermare che sic-
come L ≫ t, a parità di geometria e carichi, una muratura, sottoposta a un’azione
laterale parallela al suo piano medio, sarà in grado di raggiungere una tensione
tangenziale ultima maggiore, rispetto a quella raggiungibile qualora la spinta agi-
sca perpendicolarmente ad essa. Questo è il motivo del perché convenga riportare
le azioni laterali verso i rispettivi muri di controvento, mediante l’utilizzo di solai
rigidi e opportunamente vincolati alle pareti.
In aggiunta a ciò, è doveroso sottolineare che, siccome lo spessore di un pannello è
in genere molto inferiore alla sua lunghezza, aumenta considerevolmente il rischio
di ribaltamento rispetto al caso precedente, dove le azioni laterali agivano paralle-
lamente al piano medio. Come già accennato, è possibile determinare il taglio ulti-
mo resistente mediante un’analisi limite in un cui si ipotizza l’innesco del meccani-
smo di ribaltamento attorno a una cerniera plastica. I casi possono essere molte-
plici, perché molteplici sono gli schemi statici che si presentano, ma è possibile
chiarire la forma del problema mediante l’esempio riportato nella Figura 53-a. In
79
Capitolo 2
essa è riportata la sezione di un pannello vincolato alla base e sottoposto alla risul-
tante delle azioni di compressione NEd nella mezzeria del suo spessore e alla risul-
tante delle azioni laterali VEd alla sua sommità.
80
Progetto dei tiranti
t
VEd N Ed (2.25)
2h
Figura 54. Andamento dell'azione resistente al crescere delle compressioni, per λ = 1,20.
Nel grafico di Figura 54 sono stati riportati i valori dell’azione resistente a taglio
per un pannello vincolato a terra come una mensola e avente le medesime caratte-
ristiche meccaniche di quelli introdotti al punto [Link]. In un caso si è ipotizzato
che la spinta laterale agisse normalmente al piano medio della parete, mentre
nell’altro che essa agisse in direzione parallela. Dal confronto tra le due, emerge la
necessità di riportare l’azione laterale verso i muri di controvento.
Osservando la Figura 53-c è poi possibile intuire il contributo alla stabilità che i ti-
ranti possono offrire. Per farlo è sufficiente porre ancora una volta l’equilibrio alla
rotazione intorno alla cerniera plastica.
t
VEd h N Ed TEd hC
2
e determinare così la seguente condizione di instabilità:
t h
VEd N Ed TEd C (2.26)
2h h
81
Capitolo 2
82
Progetto dei tiranti
83
Capitolo 2
84
Progetto dei tiranti
Come già affermato, in caso di solai sufficientemente rigidi nel loro piano medio,
l’azione orizzontale inerziale delle pareti e dei carichi da esse portati vengono tra-
sferite da queste alle pareti trasversali attraverso gli orizzontamenti.
Il valore di rigidezza da raggiungere è difficilmente quantificabile numericamente,
ma al punto 7.2.6, le NTC 2008 affermano che “gli orizzontamenti possono essere
considerati infinitamente rigidi nel loro piano, a condizione che siano realizzati in
cemento armato, oppure in latero-cemento con soletta in c.a. di almeno 40 mm di
spessore, o in struttura mista con soletta in cemento armato di almeno 50 mm di
spessore collegata da connettori a taglio opportunamente dimensionati agli elementi
strutturali in acciaio o in legno e purché le aperture presenti non ne riducano signifi-
cativamente la rigidezza”.
L’ulteriore condizione necessaria a permettere questo tipo di comportamento è la
presenza di un buon vincolo bidirezionale solaio-parete in grado di trasferire le
azioni senza che avvenga il punzonamento della muratura o la prematura rottura
del dispositivo di connessione stesso. La normativa tecnica non specifica alcun tipo
di soluzione, mentre la letteratura in commercio presenta numerose soluzioni in
grado di effettuare tale collegamento in maniera più o meno efficace. Al punto
[Link] sono state presentate in Figura 42 le soluzioni proposte da M. Pisani, men-
tre ora verranno riportate le modalità di vincolo ritenute efficaci dalla Kipendoff
Engineering:
I. cordoli in calcestruzzo armato;
II. rete elettrosaldata risvoltata sulla parete;
III. rete elettrosaldata collegata alla parete con ferri disposti a coda di rondine;
IV. capochiave e tirante metallico ancorato a travi in legno o in acciaio;
V. capochiave e tirante metallico annegato nella cappa in calcestruzzo;
VI. profilo metallico continuo ancorato alla muratura e al solaio.
85
Capitolo 2
Figura 57. Soluzioni efficaci per effettuare il vincolo bidirezionale del solaio [51].
Mentre le tecniche proposte in Figura 42 sono ritenute affidabili da chi scrive, bi-
sogna precisare che la I è difficilmente applicabile negli edifici esistenti, mentre la
II offre una scarsa resistenza. Tra le altre brillano sicuramente per possibilità di
utilizzo su strutture esistenti, efficacia e possibilità di dimensionamento, quelle che
prevedono la disposizione di barre annegate nella cappa in calcestruzzo e vincolate
alla muratura mediante l’inghisaggio o l’utilizzo di capichiave metallici.
Se le condizioni di vincolo e rigidezza sono assolte è possibile eseguire un’analisi
globale della struttura, in base alle limitazioni descritte al punto [Link] e alla con-
troparte presente nella circolare applicativa, secondo quattro diversi metodi:
analisi statica lineare,
analisi statica non lineare,
analisi dinamica lineare,
analisi dinamica non lineare.
Nell’ipotesi di infinita rigidezza nel piano dei solai, il modello può essere costituito
dai soli elementi murari continui dalle fondazioni alla sommità, collegati ai soli fini
traslazionali alle quote dei solai (modello a mensole di Figura 58). In alternativa,
gli elementi di accoppiamento fra pareti diverse, quali travi o cordoli in cemento
armato e “travi in muratura” (qualora efficacemente ammorsate alle pareti me-
diante cordoli o tiranti), possono essere considerati nel modello, a condizione che
86
Progetto dei tiranti
Figura 59. Esempio di schematizzazione 3D per l'analisi Push-Over di un edificio in muratura [52].
87
Capitolo 2
tamenti che si appoggiano sulla parete, qualora queste forze non siano efficacemente
trasmesse a muri trasversali disposti parallelamente alla direzione del sisma.”
E’ doveroso precisare che in tale risoluzione appare scorretto permettere la pre-
senza di forze orizzontali concentrate dovute al peso di orizzontamenti non effica-
cemente trasmessi alle pareti trasversali, perché se queste fossero presenti, non
sarebbe realistico supporre che la struttura abbia un chiaro comportamento
d’insieme e pertanto non sarebbe corretto applicare un’analisi globale e nemmeno
la verifica semplificata in questione, ma sarebbe più giusto eseguire un’analisi dei
meccanismi locali di collasso. Un esempio di ciò è fornito dalla Figura 55 dove
l’insufficiente vincolo bidirezionale tra il solaio e la parete ha provocato un mecca-
nismo di ribaltamento locale per flessione verticale.
Pertanto si assume la presenza di adeguati vincoli bilateri da dimensionare a po-
steriori e, in base a quanto espresso al punto 7.2.3 dove vengono descritti i criteri
di progettazione di elementi strutturali secondari e non strutturali, è possibile ese-
guire la verifica dei meccanismi fuori piano secondo lo schema riportato nella figu-
ra sottostante.
Wa w L h t kN (2.27)
Sa Wa
Fa kN (2.28)
qa
Fa
pa kN / m (2.29)
h
ag S 3 1 Z h ' aS
Sa 0,5 g
g 1 1 Ta T1 2
g
(2.30)
m
Ta 2 [ s]
k
Dove:
Wa è il peso dell’elemento;
w è il peso specifico dell’elemento;
L è la lunghezza della parete;
88
Progetto dei tiranti
pa h2
M Ed kNm
8
e confrontarlo con il momento resistente calcolato in base al punto [Link].3 delle
NTC 2008 secondo l’equazione (2.21) già presentata al punto 2.1.3:
Ed
M Rd Lt 2 1 Ed
M Ed kNm
2 0,85 f w, ck
La reazione vincolare TEd,1, riportata nello schema di Figura 60 e determinata in
base all’equazione (2.31),
pa h
TEd ,1 kN (2.31)
2
corrisponde alla sollecitazione a cui il vincolo bilatero dovrà essere in grado di re-
sistere. Inoltre, se presenti, bisogna considerare il contributo determinato
dall’azione inerziale di pannelli superiori o inferiori.
È bene tenere presente che l’effetto di ritegno esercitato dai capichiave sulla mura-
tura diminuisce all’aumentare della distanza tra il primo e il punto della muratura
in cui l’azione di ritegno viene misurata. In questo senso lo schema di verifica bi-
dimensionale ha dei limiti, in quanto non contempla un parametro che rappresenti
89
Capitolo 2
il passo tra i tiranti nelle equazioni di verifica. Si corre dunque il rischio di riuscire
sì a dimensionare un capochiave per l’effettiva entità della sollecitazione, ma di
non prevenire però il possibile collasso della muratura a causa dell’eccessiva di-
stanza tra le chiavarde. Di quanto affermato viene fornito un esempio con la figura
sottostante. I capichiave 1 e 2 possono infatti essere dimensionati in base al carico
a cui sono soggetti, poiché basterà garantire che essi non collassino per una crisi
dell’acciaio o per il punzonamento della muratura (cfr. capitolo 3), tuttavia l’aver
scongiurato la crisi per punzonamento non consente di ammettere che la porzione
di muratura compresa tra i due capichiave sia efficacemente vincolata al solaio
(non esiste infatti alcuna prova di laboratorio o teorica). Pertanto lo schema statico
“a” riportato in Figura 61 non è in grado di interpretare adeguatamente la reale si-
tuazione tensionale presente nella sezione AA’, ma sarebbe più corretto adottare lo
schema “b”. L’aumento della lunghezza di libera inflessione dello schema porta ad
un aumento del momento flettente e dunque a una possibile crisi del pannello per
flessione verticale descritta nella parte destra di Figura 61 (esempio in Figura 55).
Una teoria con cui dimensionare il passo dei tiranti si basa sulla ragionevole ipotesi
che una forza concentrata e applicata a un ammasso murario si distribuisca al suo
interno secondo un’inclinazione di 45° lungo l’orizzontale (vedi punto [Link]). In
base a tale ipotesi è possibile disporre delle barre inghisate nella muratura (secon-
do lo schema di Figura 64) in modo che il passo con cui sono posizionate permetta
di assoggettare tutta la sezione di muratura in esame all’azione di ritegno esercita-
ta. In tal caso il passo sarebbe dunque pari a due volte la proiezione orizzontale
della lunghezza di inghisaggio delle barre all’interno della muratura.
90
Progetto dei tiranti
91
Capitolo 2
Sotto tale ipotesi e con riferimento allo schema di Figura 64 è allora possibile pro-
gettare il passo dei tiranti verificando che la porzione di muratura compresa tra
due tiranti non collassi per instabilità o superamento della resistenza a compres-
sione. L’analisi va effettuata studiando l’elemento come una piattabanda e verifi-
cando sia che la funicolare dei carichi resti contenuta nel profilo della parete sia
che le tensioni assiali indotte dal meccanismo resistente non superino la resistenza
a compressione del materiale. Inoltre è necessario dimensionare il tirante parallelo
al piano medio del pannello (se quest’ultimo è presente) affinché sia in grado di
contenere la spinta H esercitata dal meccanismo.
92
Progetto dei tiranti
[Link]. Esempio
Viene riportato ora un esempio che chiarisca maggiormente la teoria espressa al
punto precedente per quanto riguarda il calcolo del passo tra le chiavarde median-
te uno schema resistente ad arco. Si immagini quindi di consolidare la parete di un
edificio in muratura, mediante l’ apposizione di tiranti che garantiscano il necessa-
rio vincolo bilatero tra la parete e il solaio in laterocemento, secondo il passo ipo-
tizzato in Figura 65.
93
Capitolo 2
zata la porzione di muratura posta tra due chiavarde come una piattabanda priva
di rinfianco, freccia quasi nulla (posta pari a 0,01 m per esigenze del software), pe-
so specifico nullo e sottoposta solo al carico variabile distribuito causato dalla for-
za inerziale indotta dal peso della parete.
Nel calcolo si considera una profondità (d) dell’arco pari a un metro e si amplifi-
cherà l’azione presente mediante un fattore correttivo (H/d) che tenga conto di
come le forze di massa siano distribuite sull’altezza dell’intero piano e non solo sul-
la profondità dell’arco.
Sa H
p wt kN m2 (2.32)
qa d
Il valore di Sa si ricava in base all’equazione (2.30):
ag S 3 1 Z H '
Sa 0,5
g 1 1 Ta T1 2
3 1 14 18
0, 2607 2,68 0,5 1,52
1 1 0 0, 432
e porta a trovare un valore dell’azione sollecitante pari a:
1,52 4
p 18 0,5 18,24 kN m2
3 1
94
Progetto dei tiranti
Siccome la risultante dei carichi è contenuta all’interno del profilo della parete non
resta che effettuare una verifica di resistenza in base ala massima sollecitazione di
compressione presente all’estradosso o all’intradosso (σarco). In questo caso è ne-
cessario tenere presente che oltre a questa tensione è presente la compressione
assiale dovuta ai carichi verticali (σEd). Per effettuare la verifica sarà possibile adot-
tare un criterio di resistenza lineare ed utilizzare la seguente formula [33]:
arco Ed
1
f w, ck f w, ck
Infine sarà necessario dimensionare il tirante parallelo al piano medio del pannello
in modo che esso sia in grado di contrastare la spinta HEd (fornita come dato di
output dal software) e garantire così il funzionamento del meccanismo resistente
ad arco. Per fare ciò sarà necessario esplicitare in funzione dell’area, l’equazione
(3.132) e una volta determinata l’area minima necessaria, si sceglierà il diametro
adatto in base alla dimensioni presenti in commercio.
E’ importante notare che all’allungamento della barra corrisponde una caduta di
spinta nell’arco che comporta un decremento dell’efficienza di quest’ultimo. Cadu-
ta di spinta che l’analisi limite ora svolta trascura. È dunque necessario garantire
una contenuta deformazione del tirante, ma ad oggi non esiste alcun valore limite
da poter considerare. È chiaro che questo problema, ma in generale tutta la que-
stione del passo delle chiavarde, necessita maggiori studi e approfondimenti.
95
Capitolo 2
[Link]. Introduzione
Quando la costruzione non manifesta un chiaro comportamento d’insieme, ma piut-
tosto tende a reagire al sisma come un insieme di sottosistemi (meccanismi locali), la
verifica su un modello globale non ha rispondenza rispetto al suo effettivo compor-
tamento sismico. Particolarmente frequente è il caso delle grandi chiese o di edifici
estesi e di geometria complessa non dotati di solai rigidi e resistenti nel piano, né di
efficaci e diffusi sistemi di catene o tiranti. In tali casi la verifica globale può essere
effettuata attraverso un insieme esaustivo di verifiche locali, purché la totalità delle
forze sismiche sia coerentemente ripartita sui meccanismi locali considerati e si ten-
ga correttamente conto delle forze scambiate tra i sottosistemi strutturali considera-
ti [54].
Quando si trattano costruzioni in muratura non risulta quasi mai realistico studiare
l’intero edificio (specie se antico) come una scatola pluriconnessa [55], ovvero non
conviene estendere la nozione di materiale elastico, omogeneo e isotropo
nell’analisi globale di una struttura in muratura come per un telaio in calcestruzzo
o in acciaio. L’analisi globale prevista dalle norme va dunque intesa nel senso che la
globalità dell’edificio deve essere passata in rassegna per individuare i possibili mec-
canismi di dissesto che l’azione sismica può provocare in ogni sua parte. Ciò è possibi-
le attraverso la suddivisione della compagine muraria in porzioni elementari coinvol-
te nei singoli meccanismi resistenti [22].
La verifica strutturale di questo tipo di edifici passa dunque per l’analisi di quelle
modalità di collasso che avranno più probabilità di innescarsi a causa della scarsa
96
Progetto dei tiranti
duttilità e della bassa resistenza offerte dal meccanismo resistente. Per quanto vi-
sto nei punti precedenti è chiaro che esistono numerose modalità di rottura di una
porzione di muratura, le quali dipendono a loro volta da diversi fattori geometrici e
materici che acquisiscono una maggior incidenza, quando risultano contempora-
neamente localizzati. Tra tutti, risaltano certo per debolezza e modalità disastrose
di crisi, i meccanismi che si innescano per il ribaltamento di un pannello o di una
sua parte, a causa di forze che agiscono ortogonalmente al suo piano medio.
Al punto C8A.4 della circolare applicativa delle NTC 2008 viene proposto un pro-
cedimento per valutare l’azione orizzontale che attiva i diversi meccanismi di ribal-
tamento. Esso è svolto attraverso un’analisi limite dell’equilibrio secondo un ap-
proccio cinematico, ovvero viene studiato l’avvio di diverse catene cinematiche, ca-
ratterizzate dal distacco di solidi murari assimilabili a corpi rigidi e dalla formazio-
ne di cerniere plastiche. Le ipotesi alla base dell’analisi sono le stesse formulate da
J. Heyman per l’analisi limite degli archi in muratura [56], ovvero:
97
Capitolo 2
98
Progetto dei tiranti
to su un’analisi di tipo cinematico lineare, mentre il secondo su una del tipo statico
non lineare. Tale nomenclatura può tuttavia trarre in inganno, in quanto le analisi
proposte non presentano tutte le caratteristiche che si potrebbero associare al loro
nome secondo le definizioni fornite dalle NTC al punto 7.3.
In entrambi i casi infatti si utilizza un modello non lineare a plasticità concentrata,
in quanto i blocchi che costituiscono la struttura rimangono in campo elastico,
mentre laddove si prevede la formazione di una cerniera plastica, vengono intro-
dotti elementi puntuali a cerniera con comportamento inelastico. Sempre secondo
lo schema dell’analisi statica non lineare, al modello vengono poi applicati i carichi
gravitazionali e, a seconda del meccanismo, una particolare distribuzione di forze
statiche orizzontali incrementali secondo il moltiplicatore α e proporzionali ai ca-
richi gravitazionali.
A ciò segue l’analisi limite dell’equilibrio, secondo l’approccio cinematico, che si basa
sulla scelta del meccanismo di collasso (sulla base dello stato fessurativo presente)
e la valutazione dell’azione orizzontale che attiva tale cinematismo [57]. Mediante il
Principio dei Lavori Virtuali o ponendo l’equilibrio alla rotazione può essere quindi
determinato il particolare moltiplicatore dei carichi orizzontali α0 che porta
all’attivazione del meccanismo di collasso.
Arrivati a questo punto i due procedimenti si differenziano in quanto il primo (ci-
nematica lineare) valuta la sicurezza della struttura accertando che l’accelerazione
99
Capitolo 2
spettrale di attivazione del meccanismo a0*, che è funzione di α0 valutato per una
configurazione indeformata del sistema, risulti superiore all’accelerazione di picco
della domanda sismica (aS). Nel secondo (statica non lineare) invece, viene effet-
tuato il confronto tra la capacità di spostamento ultimo du* del meccanismo locale
e la domanda di spostamento richiesta dal sisma Δd(TS). Per procedere in tal senso
sarà necessario valutare la curva di capacità del sistema reale, ovvero l’andamento
del moltiplicatore di collasso α in base alle diverse configurazioni deformate. Per
determinare il suo valore si dovrà applicare al precedente modello il Principio dei
lavori virtuali o l’equilibrio alla rotazione, solo che questa volta non verrà valutata
la sola condizione indeformata (come nel caso precedente), ma anche tutte le si-
tuazioni deformate fino ad arrivare all’annullamento del moltiplicatore.
Anche se i due procedimenti differiscono per le diverse configurazioni analizzate,
in entrambi i casi i parametri di accelerazione e spostamento necessari alla verifica
sono determinati associando alla struttura reale un sistema strutturale equivalente
ad un grado di libertà (oscillatore).
L’analisi cinematica lineare risulta tuttavia maggiormente semplificata, in quanto
fa uso dell’oscillatore equivalente solo per il calcolo dell’accelerazione spettrale di
attivazione del meccanismo (a0*). Tale quantità viene poi confrontata con l’ accele-
razione di picco della domanda sismica (aS) valutata però non in relazione alle ca-
ratteristiche dell’oscillatore equivalente, ma in base a quelle della struttura reale.
Inoltre tale analisi è lineare, in quanto il calcolo di quest’ultima quantità avviene
mediante l’utilizzo di spettri elastici di progetto, scalati del fattore di struttura q. In
pratica si assume che l’edificio risponda al sisma rimanendo in campo elastico li-
neare, ma si permette di ridurre l’accelerazione che si otterrebbe in campo elastico
mediante il coefficiente q, il quale tiene in conto in modo semplificato della capacità
dissipativa inelastica della struttura, della sua sovraresistenza e dell’incremento del
suo periodo proprio a seguito della plasticizzazione [58].
Il secondo procedimento non si ferma allo studio dell’accelerazione spettrale di at-
tivazione del meccanismo, ma in relazione alla struttura reale, valuta, grazie
all’oscillatore equivalente, anche la capacità di spostamento spettrale del sistema e
confronta quest’ultima con lo spettro elastico di spostamento riferito al sistema
equivalente. In questo caso il comportamento dissipativo della struttura non viene
tenuto in conto mediante l’utilizzo di un fattore di struttura come nel caso prece-
dente, ma bensì mediante l’utilizzo del comportamento non lineare del materiale
associato al sistema equivalente.
Per effettuare delle considerazioni sui due procedimenti è tuttavia necessario ad-
dentrarsi con maggiore perizia al loro interno, studiandone i passaggi e la loro ap-
plicazione mediante un caso pratico elementare.
100
Progetto dei tiranti
101
Capitolo 2
Dove n è il numero delle forze peso, m quello delle forze instabilizzanti e o quello
delle forze stabilizzanti. È poi possibile riscrivere la precedente equazione in fun-
zione del moltiplicatore α0 e ottenere:
n n m o o
gM *
e* n
(2.36)
P
i 1
i
Dove g è l’accelerazione di gravità, Pi la i-esima forza peso che genera, per effetto
dell’azione sismica, una forza orizzontale sugli elementi della catena cinematica ed
M* è la massa partecipante al cinematismo. Quest’ultima può essere valutata con-
siderando gli spostamenti virtuali dei punti di applicazione dei diversi pesi associa-
ti al cinematismo, come una forma modale di vibrazione:
2
nm
Pi x ,i
M * i 1 nm
Nm (2.37)
g P 2
i x ,i
i 1
Dove:
102
Progetto dei tiranti
- n+m è il numero delle forze peso Pi applicate, le cui masse, per effetto
dell'azione sismica, generano forze orizzontali sugli elementi della catena
cinematica;
- x,i è lo spostamento virtuale orizzontale del punto di applicazione dell’i-
esimo peso Pi.
M. Vinci in [59] propone le seguenti relazioni per valutare lo spostamento x,i in
funzione della variazione di angolo virtuale (θ
x y
y x
“dove si indica con x la distanza in orizzontale del punto di applicazione della generi-
ca forza e la cerniera C, e con y la distanza in verticale tra la generica forza e la sud-
detta cerniera. Da notare che se sostituita all’interno dell’equazione C8A.4.3, l’angolo
virtuale θ si elimina” [59].
Viene ora riportato il punto CA8.4 della circolare applicativa delle NTC 2008 ne-
cessario al calcolo dell’accelerazione di picco della domanda sismica secondo i di-
versi Stati limite.
dove:
- ag è funzione della probabilità di superamento dello stato limite scelto e della
vita di riferimento come definiti al § 3.2 delle NTC;
- S è definito al § [Link].1 delle NTC.
Se invece il meccanismo locale interessa una porzione della costruzione posta ad
una certa quota, si deve tener conto del fatto che l’accelerazione assoluta alla quota
della porzione di edificio interessata dal cinematismo è in genere amplificata ri-
spetto a quella al suolo. In aggiunta alla C8A.4.7, si verifica anche che:
103
Capitolo 2
dove:
- Se(T1) è lo spettro elastico definito nel § [Link].1 delle NTC, funzione della
probabilità di superamento dello stato limite scelto (in questo caso 63%) e
del periodo di riferimento VR come definiti al § 3.2. delle NTC, calcolato per il
periodo T1;
- T1 è il primo periodo di vibrazione dell’intera struttura nella direzione consi-
derata;
- ψ(Z) è il primo modo di vibrazione nella direzione considerata, normalizzato
ad uno in sommità all’edificio; in assenza di valutazioni più accurate può es-
sere assunto ψ(Z)=Z/hT, dove hT è l’altezza della struttura rispetto alla fon-
dazione;
- Z è l’altezza, rispetto alla fondazione dell'edificio, del baricentro delle linee di
vincolo tra i blocchi interessati dal meccanismo ed il resto della struttura;
- γ è il corrispondente coefficiente di partecipazione modale (in assenza di va-
lutazioni più accurate può essere assunto γ=3N/(2N+1), con N numero di
piani dell’edificio).
Nel caso di meccanismi locali, lo Stato limite di danno corrisponde all’insorgere di
fessurazioni che non interessano l’intera struttura ma solo una sua parte; pertanto
nel caso di edifici esistenti in muratura, anche in considerazione delle giustificate
esigenze di conservazione, pur essendo auspicabile il soddisfacimento di questo
stato limite, la sua verifica non è richiesta.
ag PVR S
a0* (2.40)
q
in cui ag è funzione della probabilità di superamento dello stato limite scelto e della
vita di riferimento come definiti al § 3.2 delle NTC, S è definito al § [Link].1 delle
NTC e q è il fattore di struttura, che può essere assunto uguale a 2.0.
Se invece il meccanismo locale interessa una porzione della costruzione posta ad
una certa quota, si deve tener conto del fatto che l’accelerazione assoluta alla quota
della porzione di edificio interessata dal cinematismo è in genere amplificata ri-
104
Progetto dei tiranti
Se T1 Z
a0* (2.41)
q
dove: Se(T1), ψ(Z) e γ sono definite come al punto precedente, tenendo conto che lo
spettro di risposta è riferito alla probabilità di superamento del 10% nel periodo di
riferimento VR.
Se la verifica non darà esito positivo sarà possibile consolidare la porzione in esa-
me mediante dei tiranti che consentano di innalzare il moltiplicatore dei carichi α0
e di conseguenza anche l’accelerazione spettrale di attivazione del meccanismo.
105
Capitolo 2
(2.34)) nella configurazione indeformata e in una deformata. L’unione dei due pun-
ti trovati restituirà la curva che assume la seguente espressione:
1 dk
0 (2.42)
d k,0
Se le forze non rimangano costanti, la funzione sarà lineare a tratti e sarà perciò
necessario determinare un maggior numero di punti.
Successivamente è necessario passare dal sistema reale a quello spettrale equiva-
lente, effettuando il passaggio dei parametri rappresentati sul precedente grafico
ad un secondo diagramma. Su quest’ultimo saranno riportate le accelerazioni spet-
trali a* sull’asse delle ordinate e gli spostamenti spettrali d* sull’asse delle ascisse.
Le prime verranno determinate mediante l’equazione (2.35), mentre le seconde at-
traverso la seguente formula:
n
P i
2
x ,i
d * dk i 1
n cm (2.43)
x ,k Pi x ,i
i 1
Una volta che è nota la curva di capacità del sistema spettrale è possibile procedere
alla verifica del meccanismo previa definizione delle seguenti quantità. La prima è
la capacità di spostamento relativa allo Stato limite di salvaguardia della vita (du*)
e corrisponde al minore fra gli spostamenti così definiti:
106
Progetto dei tiranti
a) il 40% dello spostamento per cui si annulla l’accelerazione spettrale a*, va-
lutata su una curva in cui si considerino solamente le azioni di cui è verifi-
cata la presenza fino al collasso;
b) lo spostamento corrispondente a situazioni localmente incompatibili con
la stabilità degli elementi della costruzione (dc*) (ad esempio, sfilamento
di travi), nei casi in cui questo sia valutabile. [57]
Ovvero:
d s* 0,4du* (2.45)
d s*
Ts 2 s (2.46)
as*
107
Capitolo 2
2
Ts
d Ts S De T1 Z T1 (2.49)
2
Ts Ts
1 0,02
T1 T1
La verifica allo stato limite di danno può essere tralasciata, mentre quella allo stato
limite di salvaguardia della vita (comprensiva anche di quella allo stato limite di
collasso, vedi punto C8.7.1.1 della Circolare [57] ) si esegue confrontando la capaci-
tà di spostamento relativa all’SLV (du*) con la domanda di spostamento Δd(Ts) ri-
chiesta dal sisma.
La curva di capacità reale non presenterà più il precedente andamento lineare pre-
sentato in Figura 72, ma piuttosto quello lineare a tratti riportato in Figura 74 sini-
stra (se il sistema arriva a rottura per massima plasticizzazione della barra) o quel-
lo di Figura 74 destra (se la rottura avviene per il ribaltamento della parete senza
che si giunga alla rottura del tirante).
108
Progetto dei tiranti
Se si assume che la rottura avvenga per l’eccessiva plasticizzazione della barra, al-
lora lo spostamento del punto di controllo per il quale si ha la massima plasticizza-
zione diventa la capacità di spostamento del sistema reale. Tale grandezza andrà
trasformata in base all’equazione (2.43) in uno spostamento spettrale e si assume-
rà quest’ultimo come capacità di spostamento all’SLV (du*). Pertanto la domanda di
spostamento non potrà eccedere tale valore.
Il procedimento di dimensionamento dei tiranti proposto da M. Vinci consiste dun-
que nel contenere il valore della domanda di spostamento mediante il contenimen-
to del valore del periodo TS relativo all’oscillatore associato.
Per fare ciò si attua una risoluzione per via grafica (Figura 75) che prevede il dise-
gno della curva di capacità spettrale del sistema non consolidato e della curva
ADSR (Attack Decay Sustain Release) legata allo spettro elastico di spostamento.
109
Capitolo 2
dell’equazione (2.35) è poi possibile ricavare il valore del moltiplicatore dei carichi
α0,C invertendo la stessa:
aS* e* FC
0,C (2.52)
g
Esplicitando poi il valore di α0 in base all’equazione (2.33) sarà possibile determi-
nare il valore dell’azione resistente (TEd) con cui dimensionare il tirante.
110
Progetto dei tiranti
[Link]. Esempio
Dato che la rotazione può avvenire a diverse quote della struttura sarà necessario
effettuare più calcoli ipotizzando la posizione della cerniera cinematica su tutti i
livelli e prendendo in considerazione solo quella che fornisce il moltiplicatore delle
azioni cinematiche più basso.
111
Capitolo 2
Parete n°4:
Materiale: Mattoni pieni e malta di calce aerea
Lunghezza LP = 4 m
Altezza h= 4 m
Spessore t = 0,5 m
Peso specifico γP = 18 kN/m³
Peso W L t h 144 kN
Solaio:
Materiale: Legno
Area di influenza AS = 8 m²
Peso specifico γS = 4,8 kN/m²
Peso PS AS S 38,4 kN
Input sismico
Località: L’Aquila
Accelerazione di picco ag = 0,2607
Amplificazione spettrale F0 = 2,364
Periodo di inizio del tratto a velocità costante TC* = 0,347
112
Progetto dei tiranti
Categoria di sottosuolo D
Categoria topografica T3
Vita nominale 50 anni
Classe d’uso II
Fattore di struttura q = 2,00
Livello di conoscenza LC2 FC = 1,20
Altre informazioni:
- Scarso ammorsamento tra le pareti ortogonali
- Assenza di vincolo bidirezionale tra il solaio e la parete
- Solaio di tipo deformabile
- Punto di applicazione dei carichi portati dalla parete (xs) situato a 10 cm
dal bordo interno della stessa
113
Capitolo 2
t
W Ps t xs
0 2 0,116
W
Ps h
2
A questo punto si determinano i parametri di massa partecipante e frazione di
massa partecipante per arrivare a determinare l’accelerazione spettrale di attiva-
zione del meccanismo. Nel calcolo di M* è possibile sostituire gli spostamenti vir-
tuali con il braccio della i-esima forza applicata al blocco rigido [59].
2
h W
W Ps h Ps
M
* 2 2 0,151 kNm
h2 2 W
g W Ps h g Ps
4 4
gM *
e* % 0,81
W Ps
0 g
a0* 117,03 cm / s 2
e FC
*
Si utilizza ora l’equazione (2.40) per la verifica allo stato limite di salvaguardia del-
la vita:
ag PVR S
a0*
q
0, 2607 9,806 102 2,16
117,03
2
117,03 276,09
La verifica non risulta ottemperata e pertanto si decide di disporre due tiranti
all’intersezione tra le pareti ortogonali a una quota di 3,7 m. Questo permetterà di
innalzare il moltiplicatore dei carichi fino alla soglia cercata. Questa può essere de-
terminata invertendo l’equazione (2.35) in funzione di α0 e sostituendo al suo in-
terno l’accelerazione spettrale di attivazione con quella relativa alla domanda si-
smica espressa dal sito. Chiameremo α0,C il moltiplicatore che permetterà di ot-
temperare alla verifica.
aS* e* FC
0,C 0,274
g
114
Progetto dei tiranti
115
Capitolo 2
vamento della barra, ma i calcoli diverrebbero altresì più complessi, in quanto bi-
sognerebbe considerare nel calcolo anche lo spostamento del punto di applicazio-
ne di tutte le forze causato dalla rotazione del pannello.
All’interno di [59], M. Vinci esegue il calcolo del moltiplicatore α0 considerando, sia
in configurazione deformata sia in indeformata, il valore dell’azione stabilizzante
pari a quello raggiunto in concomitanza con lo snervamento della barra. Egli giun-
ge così alla conclusione che, siccome α0 differisce di pochi millesimi tra i due casi, è
possibile considerare nella configurazione indeformata il massimo valore dell’azione
resistente offerto dalla barra, sostituendo quest’ultimo nella (2.33) in luogo della
forza di pretensionamento e facilitando così la verifica.
116
Progetto dei tiranti
t h
x 'w 2 2 rad 0, 215 m
y ' h t rad 2,005 m
w 2 2
x 's t xs h rad 0,33 m
y 's h t xs rad 4,007 m
W x 'w Ps x 's
0 1 0,0986
W y 'w Ps y 's
117
Capitolo 2
g 9,806 102
a0* 0 896,75 0
e* FC 0,81 1.35
Figura 81. Costruzione della curva di capacita spettrale del sistema equivalente.
d s* 0,4du* 2,16 cm
as* 87,35 cm / s 2
118
Progetto dei tiranti
d s* 2,16
Ts 2 *
2 0,98''
as 87,35
du* d Ts
du* S De Ts
2
T
d Se Ts s
*
2
u
2
0,98
d 565,86
*
13,77
2
u
5, 40 13,77
Poiché la domanda di spostamento è maggiore della capacità la verifica non risulta
superata e si decide quindi di apporre due tiranti in corrispondenza
dell’intersezione della parete con quelle trasversali per consolidare la struttura. In
base al procedimento descritto al punto [Link] si definisce il nuovo spostamento
spettrale all’SLV:
du* min 0,4d0* ; dc* min 0,4 13,49 ;0,674 5 3,37 cm
d s* 0,4du* 1,348 cm
119
Capitolo 2
Una volta fatto ciò si procede a ritroso con il calcolo del moltiplicatore dei carichi
α0,C, mediante l’equazione (2.52), e con l’esplicitazione di quest’ultimo per il calcolo
dell’azione stabilizzante da affidare al tirante.
aS* e* FC
0,C 0,478
g
L’equilibrio alla rotazione deve essere posto attraverso l’equazione (2.33) per una
configurazione deformata relativa a uno spostamento del punto di controllo pari al
corrispettivo reale di ds*.
d s*
ds 2 cm
0,674
Se si assume che il punto di controllo è posizionato nel punto di applicazione dei
carichi del solaio, allora è possibile dire che il braccio della forza gravitazionale del
solaio in condizione deformata è esprimibile come:
x 's t xs d s
Ma tale distanza può essere anche espressa in funzione dell’angolo di rotazione del
pannello come:
x 's t xs h rad
120
Progetto dei tiranti
t h
x 'w 2 2 rad 0, 24 m
y ' h t rad 2,00125 m
w 2 2
y 's h t xs rad 4,002 m
h '
C hC t xs rad 3,698 m
121
Capitolo 2
2.2.4. Osservazioni
122
Progetto dei tiranti
123
Capitolo 2
Tuttavia questa, sotto l’effetto dello scuotimento orizzontale, può collassare per in-
stabilità verticale. Infatti la struttura muraria, costruita per sovrapposizione di
elementi lapidei e laterizi vincolati da semplice contatto o da una malta con scarsa
resistenza a trazione, sopporta gli sforzi di flessione indotti dalle azioni ortogonali
124
Progetto dei tiranti
al suo piano, solo se lo sforzo normale mantiene la risultante interna alla sezione
trasversale. In caso contrario si forma in quel punto una cerniera cilindrica oriz-
zontale che consente l’innesco del cinematismo per flessione verticale.
Tale meccanismo è favorito da una qualità scadente della muratura, ad esempio
muratura a sacco, che la rende instabile e da spinte orizzontali localizzate, deter-
minate ad esempio dalla presenza di archi, volte o solai intermedi non trattenuti;
può quindi verificarsi in presenza di un trattenimento in testa alla tesa muraria,
dovuti, ad esempio, a tiranti metallici, ad ancoraggi alle testate di travi lignee o a
cordoli e solette in c.a. ben ammorsate alla muratura. Il meccanismo, in questo ca-
so, è caratterizzato da valori del coefficiente di collasso α0 più elevati rispetto al ca-
so di ribaltamento semplice.
In un edificio già danneggiato dal terremoto il meccanismo è segnalato da un fuori
piombo della parete, talvolta accompagnato dallo sfilamento delle travi del solaio
che insiste sulla parete. In ogni caso, l’instaurarsi dell’arco verticale che precede
l’attivazione del meccanismo richiede la presenza di efficaci vincoli orizzontali so-
pra e sotto il tratto di parete interessato.
Il meccanismo di flessione verticale di una parete può quindi interessare uno o più
piani dell’edificio, in relazione alla presenza di vincoli agli orizzontamenti, diverse
geometrie dei macroelementi, determinate dalla presenza di aperture o spinte lo-
calizzate, ed uno o entrambi i paramenti nel caso di strutture murarie a doppia cor-
tina. In particolare nel caso dei muri a sacco, il materiale di riempimento interno
per effetto della sovrappressione può causare l’instabilità del paramento esterno,
soprattutto quando il solo paramento interno è collegato ai solai (ad esempio
quando su questo sono stati realizzati cordoli in c.a. in traccia).
125
Capitolo 2
In altre parole l’evoluzione del meccanismo dipende dalla capacità dei muri laterali
di sopportare le spinte H degli archi. Se la parete non trova elementi di contrasto
capaci di fornire una reazione pari ed opposta alla spinta H, allora lo schema iso-
statico di arco a tre cerniere diventa labile quando queste vengono ad essere alli-
neate e si ha il conseguente cinematismo di collasso. Se, invece, la muratura in
esame appartiene ad una cella interclusa di una schiera, allora la spinta H è gene-
ralmente assorbita dalle pareti contigue, quindi diventa necessaria un’analisi di ti-
po tensionale che verifichi la condizione di schiacciamento della parte interna del
muro soggetta a forti sollecitazioni di compressione.
La situazione descritta è tipica delle pareti trattenute da tiranti ed è favorita dalle
spinte in testa al muro (dovute alla presenza di una copertura spingente o
all’azione di martellamento degli elementi di grossa orditura del tetto) e da una ri-
dotta resistenza a trazione della muratura (che comporta rischi di espulsione del
materiale che costituisce la faccia esterna della parete per le tensioni di trazione
che nascono al centro della muratura a causa dal cinematismo stesso). Anche la
126
Progetto dei tiranti
presenza di canne fumarie ricavate nello spessore della parete o di aperture per
l’alloggio degli impianti tecnologici, riducendo la sezione resistente della struttura
muraria, costituiscono situazioni preferenziali per la formazione delle cerniere
verticali e l’innesco del cinematismo e rappresentano quindi elementi di particola-
re interesse. Nell’analisi del meccanismo di flessione orizzontale bisogna distin-
guere poi tra il caso di parete monolitica, per il quale l’arco di scarico può interes-
sare l’intero spessore della parete, ed il caso di parete a doppia cortina per il quale
si può manifestare espulsione di materiale senza che si abbia il coinvolgimento del-
la cortina interna. Il meccanismo di flessione orizzontale inoltre può interessare
diverse geometrie dei macroelementi coinvolti nel cinematismo, la cui definizione
è condizionata principalmente dalla presenza di aperture allineate nella fascia di
sottotetto e dalla qualità della muratura che influisce sull’altezza del cuneo di di-
stacco.
Nel caso di strutture anche lievemente danneggiate l’individuazione di meccanismi
di flessione orizzontale è agevolata dalla lettura del quadro fessurativo che forni-
sce importanti indicazioni sui macroelementi che si sono formati. Mentre in gene-
rale nel caso di murature integre con cantonali correttamente eseguiti i possibili
cinematismi di collasso fuori dal piano possono svilupparsi con il coinvolgimento
di porzioni più o meno ampie di muratura e non è immediato prevedere quale sia il
cinematismo più probabile. Per stabilire quale sia la condizione più sfavorevole, in
questi casi occorre valutare diversi moltiplicatori di collasso ipotizzando diverse
geometrie delle porzioni di muratura interessate dal cinematismo.
127
Capitolo 2
gonale della parete ortogonale. Se invece i solai sono dotati di soletta rigida il mec-
canismo di ribaltamento composto determina il trascinamento di un cuneo a dop-
pia diagonale nella parete di controvento.
128
Progetto dei tiranti
cuneo che ribalta con la verticale aumenta all’aumentare della qualità muraria (in
particolare è tanto maggiore quanto migliore è l’apparecchiatura del sistema mu-
rario e quanto maggiori sono le dimensioni medie degli ortostrati). In presenza di
aperture in prossimità dell’intersezione tra i muri, invece, la forma e le dimensioni
del cuneo di distacco sono determinate da queste. Si osserva poi che, in questo tipo
di cinematismo, minore è la porzione di muratura che viene trascinata nel moto di
ribaltamento più ridotto risulta il valore del moltiplicatore di collasso determinato,
fino a tendere al limite al caso di ribaltamento semplice.
Il meccanismo di ribaltamento composto può interessare quindi diverse geometrie
del macroelemento coinvolto nel cinematismo e diversi piani dell’edificio, in rela-
zione alla presenza di dispositivi di connessione ai vari livelli, ma riguarda gene-
ralmente murature a comportamento monolitico poiché può attivarsi solo in pareti
di buona qualità ed apparecchiatura.
129
Capitolo 2
Lo studio del funzionamento di una struttura ad arco può essere svolto partendo da
quello di una trave rettilinea di pari luce, sottoposta agli stessi carichi verticali e ai
medesimi vincoli. Le azioni verticali producono nell’arco un momento flettente (Ma)
diverso da quello generato nella trave (Mtr) a causa della differente geometria e del-
la presenza della spinta laterale H [19].
M a x M tr x H y x M x
tr (2.53)
130
Progetto dei tiranti
Figura 88. Esempio di volta a crociera (composta) formata per intersezione di due volte a botte
(semplici) nate a loro volta dallo sviluppo lungo una retta di un arco. Adattato da [25].
Sin dal passato matematici, architetti ed ingegneri hanno messo a punto numerosi
procedimenti per la verifica strutturale di questi elementi. Nel caso degli archi in
muratura, i tentativi più concreti furono inizialmente intrapresi da De La Hire
(1712) e Couplet (1730), i quali posero le basi per lo studio di questi elementi at-
traverso la ricerca del carico ultimo di collasso che permettesse la formazione di
un cinematismo. Ciò avveniva considerando l’arco come un insieme di elementi in-
finitamente rigidi, privi di resistenza a trazione e dotati (o meno nel modello di De
La Hire) di attrito tra i conci, il cui collasso avveniva per la rotazione dei blocchi at-
torno a determinati punti. Il modello in questione fu ampliato, discusso ed enuncia-
to in diverse forme da altrettanti autori, quali: Danisy, Frezier, Mascheroni, Poleni,
Coulomb e molti altri. A tutti questi si deve la formulazione di una risoluzione che
potrebbe essere definita analisi limite pre-moderna, in quanto precorre gli studi
effettuati da J. Heyman dopo metà novecento sull’analisi limite degli archi.
Prima dell’avvento di quest’ultima si sviluppò però un approccio basato sull’analisi
elastica della struttura. Le ricerche di molti degli autori presentati si basavano in-
fatti sul calcolo della risultante delle azioni di compressione all’interno della sago-
ma dell’arco e sulla ricerca della sua posizione.
131
Capitolo 2
Figura 89. Studio effettuato da Poleni (1747) per assicurare la stabilità della cupola di san Pietro.
132
Progetto dei tiranti
Figura 90. Telaio basilicale soggetto ad azioni sismiche, studiato e calcolato da Camillo Guidi secon-
do l’analisi elastica nel volume di Esercizi delle sue Lezioni di Scienza delle costruzioni, Ne-
gro, Torino, 1928.
Durante la prima metà del novecento numerosi studiosi (Pippard, Baker, Kooha-
rian) compresero i limiti dell’analisi elastica e riprendendo i concetti formulati
nell’analisi limite pre-moderna gettarono le basi per l’analisi plastica degli archi in
muratura. Ciò avvenne in maniera corposa e accettata mediante il lavoro di J. Hey-
man. Questi infatti comprese che [61]:
“[…] ci sono forti argomentazioni per sostenere che non sia utile cono-
scere con esattezza lo stato tensionale reale della muratura. Sebbene la
curva delle pressioni in un arco sia sempre unica, comunque, un qualsiasi
pur piccolo spostamento successivo per esempio di un piedritto o una
piccola variazione della temperatura, modificherà quasi certamente la
posizione della curva delle pressioni di una quantità significativa. In una
situazione mutevole come questa è utile la conoscenza di ciò che rimane
costante, ovvero, non lo stato tensionale dell’arco, ma il suo comporta-
mento.”
133
Capitolo 2
Sotto le tre principali ipotesi già descritte al punto [Link], Heyman considera l’arco
come un solido continuo, la cui crisi avviene per la rotazione rigida di alcune sue
porzioni attorno a delle cerniere. In questo contesto egli applica il teorema
dell’estremo inferiore dell’analisi limite ed afferma che se è possibile determinare
una curva delle pressioni in equilibrio con le azioni applicate, compresa all’interno
della sagoma dell’arco, allora questo è in sicurezza [56]. Egli però non si limita a
questo criterio di verifica, peraltro già noto a Coulomb (cfr. [62]), ma in relazione
al precedente enunciato definisce due tipi di coefficiente di sicurezza in modo da
stabilire il livello di sicurezza della struttura. Questi ultimi e il procedimento ver-
ranno definiti meglio al prossimo capitolo.
Alla luce di quanto appena affermato, nei prossimi capitoli non verrà trattato il
consolidamento delle volte mediante tiranti, in quanto tale argomento meriterebbe
per la sua vastità e complessità, una tesi monografica. Il lavoro si concentrerà mag-
giormente sugli archi in muratura isolati e per estensione alle volte a botte.
Il dimensionamento della capacità dei tiranti verrà effettuato mediante l’analisi li-
mite allo stato limite ultimo, in quanto essa non richiede la descrizione della rispo-
sta meccanica del materiale, ma soltanto la definizione di un dominio limite oltre il
quale si attivano deformazioni incontrollate. Questo aspetto rende l’analisi limite uno
strumento particolarmente significativo proprio per le costruzioni storiche in mura-
tura, poiché consente di definire il margine di sicurezza della struttura indipenden-
temente dalle proprietà deformative del materiale [60].
Il livello di pretensione da fornire alla catena verrà invece calcolato allo stato limite
di esercizio attraverso la teoria elastica dell’arco a spinta eliminata.
Figura 91. Comportamento tipico della muratura secondo la tipologia di analisi, [60].
134
Progetto dei tiranti
[Link]. Presso-flessione
Nel primo caso il collasso si manifesta per la formazione di un numero sufficiente
di cerniere plastiche lungo il profilo dell’arco. Per numero sufficiente si intende un
numero tale da dar luogo a un meccanismo cinematico, ovvero al minimo quattro.
135
Capitolo 2
136
Progetto dei tiranti
137
Capitolo 2
spinta e della viscosità più o meno marcata della malta che tende a produrre uno
schema statico molto più simile all’arco a due cerniere [63]. Vista la presenza della
catena è poi doveroso ricondursi al caso specifico di arco a spinta eliminata, dove
un tirante di modulo elastico ER e sezione AR unisce tra di loro le imposte dell’arco
assicurando lo sviluppo della spinta H.
M tr* x Vtr* x 0 x : 0 x l
M a* x y x
(2.56)
N a* x Cos x
Va* x Sin x
Dove:
N(x) è l’azione l’assiale (positiva se di compressione);
V(x) è il taglio (positivo se induce una rotazione oraria);
138
Progetto dei tiranti
M s N s
0 M a* s a s ds N a* s a s ds
l l
EI s EA s
0 0
(2.57)
V s Hl
V s a s ds H *
l
*
a GA s ER AR
0
Dove:
s è l’ascissa curvilinea della linea d’asse dell’arco
μ(s), λ(s), υ(x) rappresentano eventuali distorsioni distribuite (rispettiva-
mente flessionale, assiale e tagliante) che verranno trascu-
rate nell’attuale trattazione.
Si semplifica poi l’equazione tendendo conto che ds = dx/Cos α(x).
Ma x dx N x dx
0 M a* x N a* x a
l l
0 EI x Cos x 0 EA x Cos x
Va x dx Hl
Va* x
l
H*
0 GA x Cos x ER AR
139
Capitolo 2
l y x M tr x l V x Sin x l V x Sin x
Cos x dx tr dx tr
dx
0 EI x 0 EA x 0 GA x
H (2.58)
l
*
ER AR
Siccome l’arco ha una sezione compatta è poi possibile semplificare il termine rela-
tivo alla deformabilità tagliante e riscrivere l’equazione come segue:
l y xM tr x l V x Sin x
0 Cos x EI x
dx tr
0 EA x
dx
H
l y2 x l Cos x l
0 EI x Cos x dx 0 EA x dx ER AR
Anche in questo caso si raggruppano i primi due termini del denominatore sotto il
simbolo di Δ1*:
ly x M tr x l V x Sin x
0 Cos x EI x 0 EA x dx
tr
dx
H (2.59)
l
1*
ER AR
Il termine a numeratore relativo all’azione assiale ha segno negativo e pertanto es-
so induce un decremento della spinta H chiamato appunto caduta di spinta. Questa
inficia il meccanismo resistente ad arco in quanto produce, per qualunque distri-
buzione dei carichi, un decremento dell’azione assiale e un aumento delle sollecita-
zioni flessionali e taglianti. E’ difficile stabilire a priori l’influenza di questo feno-
meno sul comportamento strutturale e pertanto si consiglia di valutare ciò attra-
verso la seguente equazione [19], che fornisce una misura (in percentuale)
dell’influenza della deformabilità assiale sul valore della spinta H.
dx
l l
H
ER AR
0 EA x Cos x
(2.60)
H l
1*
ER AR
Se il valore dedotto dall’equazione (2.60) è inferiore al 10%, è allora ragionevole
trascurare la deformabilità assiale e calcolare il valore della spinta come:
140
Progetto dei tiranti
ly x M tr x l y x M tr x
0 Cos x
EI x
dx Cos x
0 EI x
dx
H (2.61)
l y2 x l *2
l
0 EI x Cos x dx ER AR ER AR
Il valore della pretensione da fornire al tirante sarà dunque pari al valore della
spinta, calcolato mediante la (2.59) o la (2.61) per uno stato limite di esercizio in
cui si prendono in considerazione i soli carichi permanenti.
In realtà con questo termine ci si dovrebbe riferire a tutti quei tiranti disposti oltre
il piano delle reni (o del rinfianco se più alto). Questo perché oltre tale altezza la
catena non permette più lo sviluppo della spinta in maniera diretta, ma piuttosto,
essa tende a consolidare il piedritto sottostante modificando l’eccentricità con cui
agisce la risultante dei carichi esso sovrastanti.
Osservando molto attentamente la Figura 96 è possibile rendersi conto di quanto
appena affermato. Nella parte sinistra della figura è infatti schematizzata una por-
zione di arco di cui si studia il funzionamento sotto i carichi di esercizio e quindi
sotto un comportamento di tipo elastico. Essa inoltre non risulta consolidata me-
diante tiranti intradossali e pertanto la spinta innescata dal meccanismo ad arco ha
modo di generarsi solo in forza del piedritto. Tuttavia, se il carico proveniente dalla
struttura sovrastante (W2) agisse con una certa eccentricità, la sezione BB’ non ri-
sulterà uniformemente compressa o peggio ancora, vi sarà una porzione di essa
fessurata, con la conseguente riduzione della resistenza a pressoflessione della se-
zione.
141
Capitolo 2
142
Progetto dei tiranti
Figura 97. Analisi della sezione AA' per determinare l'azione di pretensione massima.
t
u 3 1 eTot (2.62)
2
A questo punto si pone l’equilibrio alla traslazione e si sostituisce al suo interno
l’equazione (2.62).
u
W2 N f w, ck d
2
3t
W2 f w, ck 1 eTot d
2 2
2W2 t
1 eTot
3d f w, ck 2
t1 2W2
eTot (2.63)
2 3d f w, ck
143
Capitolo 2
W2 e2 PEd hC NeTot
t 2W2
W2 e2 PEd hC W2 1
2 3d f
w, ck
t 2W2
PEd hC W2 1 W2 e2
2 3d f
w , ck
t1 2W2
e2
2 3d f w, ck
PEd W2 (2.64)
hC
Mediante l’equazione (2.64) è possibile stabilire il valore massimo dell’azione di
pretensione, tenendo però presente che il calcolo deve essere eseguito per una
combinazione di esercizio in cui si prendono in considerazione i soli carichi per-
manenti.
Allo stato limite ultimo si ipotizza che la porzione di muratura ruoti attorno al bor-
do del pannello e qui vi sia la formazione di una cerniera plastica. In questo caso è
sufficiente porre uguale a infinito la resistenza della muratura nell’equazione
(2.64) e determinare così, mediante la combinazione fondamentale, l’azione resi-
stente ultima che la muratura è in grado si assorbire. Se la muratura possiede una
bassa resistenza a compressione si potrebbe adottare, come illustrato al punto
precedente, uno stress-block per semplificare il diagramma delle tensioni non li-
neare e posizionare la cerniera nella mezzeria di quest’ ultimo.
144
3. La capacità delle catene
3.1. Introduzione
Affinché una catena metallica contribuisca al miglioramento della capacità resi-
stente di una struttura in muratura e in generale ne impedisca i diversi meccanismi
di ribaltamento, è necessario effettuare il corretto dimensionamento dei suoi com-
ponenti. La massima azione di trazione che un tirante è in grado di sopportare di-
pende infatti dalla resistenza offerta dalla barra d’acciaio, dal capochiave e dalla
muratura limitrofa. In seguito verrà mostrato in dettaglio il calcolo delle resistenza
di questi elementi, ma ora è importante mostrare la filosofia che guida la progetta-
zione di questi componenti.
A fronte delle azioni sismiche è importante che il meccanismo di rottura permetta
di dissipare molta energia prima di arrivare a collasso. Questo vale anche nel caso
di azioni spingenti quasi statiche (per esempio la spinta di un arco): in termini di
sicurezza strutturale è di gran lunga preferibile che il collasso sia preceduto da
ampi stati fessurativi. E’ quindi importante, in fase di progettazione, non prevede-
re, ma piuttosto governare il processo secondo cui si arriva al collasso della strut-
tura, di modo che segua il criterio sopra descritto [58]. Ciò si ottiene favorendo la
formazione di meccanismi duttili ed evitando la formazione di rotture fragili o di
meccanismi indesiderati.
Nel caso in esame, questa filosofia di progettazione si esplica su due diversi livelli;
il primo consiste nel dimensionare la capacità del “sistema” catena in funzione dei
meccanismi di collasso dell’edificio. Il secondo concerne i principi con cui dimen-
sionare i diversi elementi della catena in funzione dei loro meccanismi di rottura.
Si tratta cioè di definire una gerarchia delle resistenze tra barra d’acciaio, capo-
chiave e muratura limitrofa al capochiave.
E’ lecito allora affermare che le catene devono assicurare ai pannelli murari un de-
terminato livello di azione stabilizzante. Tale azione deve permettere alla struttura
di resistere secondo meccanismi che impediscano o procrastinino il ribaltamento.
Questi concetti, che corrispondono alla progettazione di un intervento che dia luo-
go ad un’opportuna gerarchia delle resistenze all’interno della struttura, condizio-
nano le scelte progettuali relative al primo livello.
Per raggiungere quest’obbiettivo bisogna dunque evitare che la muratura ceda lo-
calmente secondo un meccanismo fragile di punzonamento. In questo senso si de-
ve cercare di limitare il livello delle sollecitazioni agenti per mantenere il materiale
nella fase elastica. Allo stesso tempo è necessario che il capochiave ripartisca in
modo il più possibile omogeneo e con livelli di pressione sufficientemente ridotti
145
Capitolo 3
l’azione trasmessa dalla barra metallica della catena. Per permettere ciò bisognerà
fare una stima adeguata della rigidezza del capochiave in relazione al comporta-
mento della muratura su cui insiste. Ciò comporta il dimensionamento di un capo-
chiave in grado di distribuire convenientemente l’azione di progetto prevista. Si
tratta dunque di un’analisi in cui è vincolante la deformabilità in campo elastico
(fino a rottura del “sistema” catena), salvo verificare a posteriori la resistenza.
Per quanto riguarda la barra della catena va poi osservato che la stessa è soggetta a
trazione pura, il ché presuppone un meccanismo di rottura dotato di elevata dutti-
lità. Ciò si realizza solo se viene effettuata una corretta scelta dell’acciaio e l’area
della sezione retta è dimensionata in modo che il carico di progetto coincida con lo
snervamento. In questo modo ai movimenti cinematici della struttura allo stato li-
mite ultimo corrisponde la dissipazione di energia attraverso la deformazione pla-
stica del tirante.
146
La capacità delle catene
Anche se la normativa nazionale con le NTC 2008 e quella europea con l’ Eurocodi-
ce 6 non propongono criteri di verifica, in letteratura sono presenti alcune teorie
per valutare l’azione resistente della muratura contro il punzonamento. Queste de-
rivano da norme antisismiche regionali e da manuali sul consolidamento scritti da
numerosi autori. In seguito vengono riportati i principali e più validi criteri sulla
tematica, frutto di un corposo lavoro di ricerca.
147
Capitolo 3
L’azione resistente di calcolo dovuta alla coesione (Tw,Td) è dunque pari alla resi-
stenza a trazione della malta moltiplicata per la superficie laterale del solido di di-
stacco causato da questo meccanismo di rottura (ASL,1) e diviso per un coefficiente
di sicurezza.
ASL,1 f m,tk 2
Tw,Td kN (3.1)
M 2
148
La capacità delle catene
1 f
Tw,Td 2 r 2 RL t t m,tk kN (3.2)
2 M
t
Tw,Td t f m,tk RL kN (3.3)
2
Un affinamento di questo procedimento si può trovare nel libro “Trattato sul con-
solidamento e il restauro, Vol II”[65], scritto da Massimo Mariani, la cui pubblica-
zione è stata curata dal centro studi “Sisto Mastrodicasa”. Al suo interno possiamo
ritrovare la stessa modalità di verifica, ma al posto dei precedenti valori usati per
stimare la resistenza a trazione, qui si consiglia di utilizzare i valori dello sforzo
tangenziale resistente τk (assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di sforzo
assiale fw,vk0) desunti dalla tabella 1 della circolare del ministero dei lavori pubblici
del 30/6/1981 [66].
L’uso di questi dati ha una portata rilevante poiché viene proposta una verifica a
trazione monodirezionale, usando dei valori che la normativa in questione prescri-
149
Capitolo 3
ve vengano utilizzati per una verifica a taglio. Inoltre il valore della resistenza non
è più frutto unicamente della malta, ma viene assegnata in funzione del tipo di mu-
ratura. Questa e altre criticità riscontrate in letteratura verranno poi discusse in un
apposito spazio.
Nel secondo caso viene valutata l’azione resistente di calcolo (Tw,Vd) offerta
dall’attrito causato dal carico gravante sulla porzione di muratura interessata
dall’organo di ritegno. Se infatti venisse vinta la precedente azione resistente offer-
ta dalla coesione, questo secondo contributo tenderebbe a impedire l’estirpazione
del blocco.
Per determinare ciò, si trasforma la precedente superficie tronco-conica nella
somma di infinite superfici cilindriche d’altezza dx e raggio r (pari a x nelle formu-
le) e si valuta il diverso livello di compressioni agenti sulle superfici laterali infini-
tesime rdαdx e sottoposte al coefficiente di attrito effettivo (μ) posto uguale a 0,75.
Così facendo si applica la forza d’attrito alla superficie laterale di un cilindro avente
altezza pari allo spessore della muratura e raggio pari a quello del capochiave cir-
colare ipotizzato (r1), più una quantità (t/2) determinata dalla proiezione orizzon-
tale dell’intersezione tra la retta di diffusione dello sforzo (ipotizzata ragionevol-
mente a 45°) e la mezzeria dello spessore murario.
L’azione resistente dovuta all’attrito è dunque il frutto della resistenza dovuta
all’attrito (μσEd), ridotta di un coefficiente di sicurezza e moltiplicata per la superfi-
cie laterale del solido distacco ottimizzata per considerare il diverso livello di com-
pressione(ASL,2).
150
La capacità delle catene
Ed
Tw,Vd ASL,2 kN (3.4)
M
Ed
d 2Tw,Vd x sin dx d kN (3.5)
M
Ed Ed 2 2
x2 x1
2
kN
x2
Tw,Vd 4
M
0
sin d x dx 2
x1 M
(3.6)
151
Capitolo 3
Oltre a ciò, quando viene proposto il procedimento di stima della resistenza della
muratura, si afferma in primo luogo che su questa bisogna eseguire una verifica a
taglio, infatti, essendo il capochiave posizionato a ridosso dei solai e dei muri tra-
sversali, gli sforzi flessionali sono trascurabili rispetto a quelli taglianti.
Tuttavia viene calcolato, con il procedimento di Mastrodicasa, il solo contributo
dovuto alla coesione e dunque viene effettuata solo una verifica a trazione median-
te l’equazione (3.1).
152
La capacità delle catene
Il secondo documento è un foglio di calcolo Excel nato dalla collaborazione tra nu-
merosi enti, tra cui la Protezione Civile e il Consorzio dei Laboratori Universitari di
Ingegneria Sismica (ReLuis). Il documento è un applicativo per le verifiche sismi-
che dei meccanismi di collasso locali fuori piano, utilizzato negli edifici esistenti in
muratura, mediante l’analisi cinematica lineare ed è allegato al testo [50]. Il suo
funzionamento viene anche descritto nelle dispense [72] del corso di riabilitazione
strutturale dell’università di Basilicata tenuto dal Professore Felice Ponzo.
Oltre a contenere alcuni fogli per il calcolo dei meccanismi di ribaltamento per
pannelli in muratura, all’interno del documento è possibile trovare la procedura di
calcolo per determinare, in caso di capochiave rettangolare, il tiro massimo da for-
nire alla catena per non superare la capacità portante della muratura. Questo è pe-
rò valutato in maniera molto differente rispetto a quanto visto nei casi precedenti.
Esso coincide con il minore tra due valori di cui il primo deriva da una rottura della
muratura causata da uno sforzo di taglio. Il valore cercato è frutto della resistenza
a taglio della parete in assenza di compressione (fw,vk0), moltiplicata per la superfi-
cie laterale del solido di distacco individuato con gli stessi criteri di quello visto
nella Figura 100.
f w, vk 0
Tw,Vd ASL,2 kN (3.8)
M
E’ interessante notare come le superfici verticali del parallelepipedo di distacco
non sottoposte ad azione assiale, vengano in un primo momento escluse dal calcolo
dell’area che fornisce la resistenza al punzonamento, in ottemperanza al punto
[Link].2 delle NTC 2008 [54]. Tuttavia il foglio di calcolo consente poi, a rischio del
progettista, di considerare una quota parte di queste facce non sottoposte a com-
pressione, per il calcolo dell’azione resistente.
153
Capitolo 3
Il meccanismo di rottura con cui viene valutato il secondo contributo è relativo alla
resistenza del muro nei confronti della penetrazione della piastra di ancoraggio a
causa di un eccesso di pressione di contatto. Tale valore è determinato dal prodot-
to della resistenza a compressione della parete moltiplicata per la superficie di
contatto dell’apparecchio di ancoraggio con la muratura (AC) e divisa per un coeffi-
ciente di sicurezza di cui non viene fornito il valore.
f w,ck
Tw,Cd AC kN (3.9)
M
154
La capacità delle catene
f w,td Ed
f w,vd 1 MPa (3.12)
f w,td
Dove la resistenza a trazione della muratura è pari alla resistenza a taglio in assen-
za di compressione moltiplicata per il fattore 1,5.
Tw,Vd f w, vd dA kN (3.14)
ASL ,2
Le formule vengono poi esplicitate in funzione delle diverse geometrie del capo-
chiave:
Piastra Circolare Tw,Vd t t 2 RL f vd 0 2 0, 4 Ed
Piastra rettangolare Tw,Vd 2t f vd 0 a b 2t 0, 4 Ed a t N
(3.15)
Paletto Tw,Vd 2t ( f vd 0 l p bp 2t 0, 4 Ed
l p t Cos bp t Sin
Quello che preme sottolineare è che nel calcolo dell’azione resistente secondo una
crisi a taglio, rispetto a (3.4), dove Mastrodicasa considerava il solo contributo del
termine dovuto all’attrito per compressione e rispetto a (3.8) dove veniva conside-
rato il solo contributo della resistenza a taglio in assenza di compressione, ora, in
ottemperanza alle NTC 2008, vengono contemplati entrambi i contributi resistenti.
Inoltre viene fornita ampia trattazione su come valutare il livello di compressione
agente sulle superfici curve e inclinate.
155
Capitolo 3
Arrivati a questo punto risulta molto utile effettuare un paragone tra i diversi pro-
cedimenti proposti dagli autori, di modo da valutarne il grado di sicurezza e inizia-
re a notarne le prime lacune.
Per effettuare questo paragone verrà valutata l’azione resistente caratteristica of-
ferta dalla muratura utilizzando i procedimenti visti nel precedente capitolo, ovve-
ro quello di Mastrodicasa, del Manuale delle opere provvisionali urgenti post-
sisma, del foglio di calcolo di ReLuis e di Vinci.
L’analisi è effettuata su una parete costituita da una muratura a tre teste in mattoni
pieni e malta di calce, le cui proprietà meccaniche sono estrapolate dalla tabella
C8A.2.1 della circolare delle NTC 2008 utilizzando un fattore di confidenza pari a
1,35 e dai valori proposti da Mastrodicasa in [21] per quanto riguarda la resistenza
a trazione della malta.
f w, ck 1,78 MPa E 1800 MPa
f w,v k 0 0,04 MPa G 600 MPa
f m,tk 0,10 MPa Mastrodicasa
Su una muratura di questo tipo viene dunque valutata l’azione resistente al punzo-
namento al crescere delle compressioni. Il tutto è effettuato nel caso di un capo-
chiave rettangolare di dimensioni a e b entrambe pari a 300 mm e di uno circolare
avente un raggio della piastra pari a 170 mm. Essi hanno dunque una superficie di
contatto praticamente identica.
In seguito sono riportati i risultati valutati al crescere del rapporto tra sforzo e re-
sistenza a compressione , dai quali si evince che nel metodo proposto da Mastrodi-
casa, ad essere determinante è l’azione resistente calcolata con il criterio di rottura
per trazione. Questa viene superata dal meccanismo per attrito solo per bassi livel-
li dell’azione di compressione. Oltre questo limite la resistenza offerta dall’attrito
cresce a dismisura, favorita anche dall’ assunzione di un coefficiente di attrito effet-
tivo abbastanza elevato, poiché posto pari a 0,75 in luogo dello 0,4 proposto dalle
NTC 2008 al punto [Link].
Se si usa il metodo proposto dal Manuale delle opere provvisionali urgenti post-
sisma, la resistenza al punzonamento è determinata unicamente dal termine frutto
della coesione. Gli autori del documento prescrivono di adottare gli stessi valori
della resistenza a trazione visti in Mastrodicasa e pertanto le linee risultano so-
vrapposte nei grafici.
156
La capacità delle catene
Figura 103. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra rettangolare.
157
Capitolo 3
Figura 104. Confronto tra i valori dell'azione resistente con l’uso di una piastra circolare.
158
La capacità delle catene
159
Capitolo 3
frattura dovrebbe infatti partire dal bordo del capochiave e non situarsi alcuni cor-
si dopo così come proposto dai testi analizzati.
160
La capacità delle catene
2
1 Ed Ed Ed MPa
2
(3.16)
2 2
che in assenza di tensione assiale σEd diventa
1 Ed ,u MPa (3.17)
161
Capitolo 3
162
La capacità delle catene
Si è scelto di escludere una crisi per schiacciamento dovuto alla spinta laterale per-
ché come già accennato, il valore dell’azione resistente ottenuto secondo questo
schema risultava sempre maggiore dei precedenti. Affinché tale ipotesi sia sempre
verificata è tuttavia necessario che la pressione esercitata dal capochiave sia suffi-
cientemente uniforme lungo il suo sviluppo e non presenti delle pericolose concen-
trazioni degli sforzi. Le condizioni per ottemperare a questa condizione verranno
esplicitate nel capitolo riguardante i capichiave.
Indipendentemente dal meccanismo di crisi la formula che descrive la capacità re-
sistente è del tipo:
Dove f è la resistenza e AL l’area resistente, così come già visto nella letteratura
esaminata.
Tuttavia rispetto a quanto visto nei punti precedenti si procederà ad affinare il
procedimento secondo due vie; in primo luogo la corretta scelta di un solido di di-
stacco che non sovrastimi la superficie resistente in una crisi a taglio e che tenga
conto dell’effetto positivo indotto dalle compressioni quando la rottura avviene
per trazione. A ciò si accompagna il secondo affinamento, che consiste in una de-
terminazione affidabile della resistenza a trazione nel caso del calcolo di TW,Tk.
163
Capitolo 3
Figura 106. Possibili linee di frattura per crisi a taglio lungo la sezione verticale della muratura.
164
La capacità delle catene
Figura 107. Possibile modalità di scalzamento di un blocco parzialmente soggetto alla spinta.
Figura 108. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave rettangolare.
165
Capitolo 3
AL 2at [mm2 ]
In base allo schema di Figura 109 la lunghezza del perimetro del capochiave risulta
pari a 30 4 120cm , mentre la lunghezza dei giunti orizzontali risulta pari a:
2 2m 10 10 2 2m 10 8 m 10 128 cm
Siccome questo è anche il caso che presenta la minor lunghezza dei giunti orizzon-
tali è ragionevole assumere che la superficie resistente al punzonamento per crisi a
taglio e sottoposta a un’azione di compressione, è almeno pari a
AL 2 a b t [mm2 ] (3.22)
166
La capacità delle catene
Figura 110. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave circolare.
In questo senso la superficie della chiavarda n°1 potrebbe essere identificata con la
proiezione orizzontale della superficie laterale ottenuta estrudendo il perimetro
del capochiave lungo lo spessore della muratura.
AL 2 2RL t [mm2 ]
Come nel caso precedente questo porterebbe ad escludere il contributo dei giunti
orizzontali di quei blocchi parzialmente interessati dall’azione del capochiave.
Giunti che determinano superfici di difficile conteggio, ma che sono implementabili
nel calcolo attraverso un oculato ragionamento. Per farlo è sufficiente assumere
che i giunti orizzontali soggetti a compressione siano pari al perimetro del quadra-
to di area equivalente al capochiave circolare in esame.
167
Capitolo 3
Figura 111. Schema geometrico per muratura a filari orizzontali e capochiave a paletto.
Data la doppia variabilità del problema la formula presentata porta non solo a tra-
scurare il contributo dei blocchi scalzati, ma anche ad azzerare l’area resistente
quando il paletto è disposto lungo la verticale.
Se si effettua il calcolo complessivo dei giunti orizzontali a seconda dell’ inclinazio-
ne e a seconda di un posizionamento più o meno favorevole del paletto si determi-
168
La capacità delle catene
na (si faccia riferimento alla Figura 109 per le dimensioni del blocco) una superfi-
cie resistente pari a:
n2
AL t 2m 10 2 2m 10 18 m 10 795600 mm 2
n5 AL t 2 2m 10 8 m 10 4 3 m 10 795600 mm 2
n6 AL t 2 2 2m 10 4 3 m 10 8 m 10 928200 mm 2
Poiché essa individua un valore a favore di sicurezza per ogni inclinazione e per
ogni disposizione della chiavarda. A riprova di ciò, è possibile utilizzare la prece-
dente equazione per valutare l’area resistente della muratura a quattro teste del
caso precedente sottoposta all’azione dello stesso paletto di lunghezza pari a 600
mm.
169
Capitolo 3
170
La capacità delle catene
171
Capitolo 3
Come già affermato il primo termine del secondo membro (cmb), detto coesione è
assimilabile alla resistenza a taglio in assenza di compressione (fw,vk0) e per una
muratura esistente tale valore può essere dedotto con un certo margine di sicurez-
za dalla tabella C8A.2.1 della circolare [57] relativa ai parametri meccanici di di-
verse tipologie di pannelli murari.
Ancora è possibile sfruttare prove su triplette regolate in base alla norma UNI EN
1052-3, le quali consentono di trovare la resistenza a taglio con un maggior fattore
di sicurezza rispetto alla prova di compressione diagonale regolata dalla norma
ASTM E 519/10 (la cui esecuzione risulta difficoltosa per edifici esistenti) [38]. In-
fine è possibile determinare la resistenza a taglio in assenza di compressione me-
diante prove meccaniche effettuate su carote estratte dal pannello, così come indi-
cato in [39].
Il coefficiente di attrito f varia anch’esso a seconda della tipologia e delle caratteri-
stiche meccaniche dei componenti della muratura, oltre a variare anche in base al
difficilmente quantificabile parametro della qualità costruttiva con cui è stato rea-
lizzato l’elemento. Numerose prove, riportate in [36] e riassunte nella Tabella 4,
effettuate su materiali confezionati in laboratorio, esprimono una forte variazione
di tale coefficiente, essendo questo compreso in un intervallo che va da 0,3 a 1,04.
Anche se il suo valore potrebbe essere determinato in base alle prove precedenti,
le NTC 2008 al punto [Link] impongono di uguagliare il suo valore a 0,4.
172
La capacità delle catene
Per quanto riguarda lo sforzo di compressione da adottare nel calcolo della resi-
stenza a taglio, si consiglia di evitare l’utilizzo di diversi valori dello sforzo a secon-
da della superficie in esame, come ad esempio due diversi numeri da applicare sul-
la superficie resistente inferiore e superiore di un capochiave rettangolare. Inoltre
si sconsiglia di adottare l’approccio proposto da M. Vinci quando considera le com-
pressioni agenti sulla superficie del solido di distacco circolare, come variabili se-
condo un andamento sinusoidale. Le superfici di frattura si sviluppano infatti se-
condo direzioni verticale ed orizzontale; le prime sono state escluse per ipotesi e
pertanto si considerano solo le seconde, le quali rappresentano la proiezione oriz-
zontale del solido di distacco. Data la giacitura, il valore resta costante a meno di
una leggero e trascurabile aumento dell’azione di compressione dovuto al maggior
carico della muratura nella porzione inferiore del capochiave.
f w, vk f w, vk 0 0,4 Ed [MPa] (3.28)
173
Capitolo 3
f w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 2t a b f w, vk 0 0, 4 Ed
C. Rettangolare
f w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 2t a b f vk ,lim
f
w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 4t RL2 f w, vk 0 0, 4 Ed N (3.29)
C. Circolare
f w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 4t RL2 f vk ,lim
f w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 2t LP f w, vk 0 0, 4 Ed
C. Paletto
f w, vk 0 f vk ,lim Tw,Vk 2t LP f vk ,lim
174
La capacità delle catene
La (3.32) può anche essere riscritta per evidenziare la formulazione della tensione
principale di trazione in condizione di crisi incipiente nella seguente forma:
1
2 f b,tk 1 (3.33)
f b,ck
175
Capitolo 3
Capochiave rettangolare
Il procedimento di verifica può essere mostrato a partire dallo studio di due sezio-
ni di muratura, verticale ed orizzontale, sottoposte all’azione di un capochiave ret-
tangolare di dimensioni a e b (vedi Figura 115).
In questo caso la tensione normale nella giacitura di un filare σEd è definibile come
la pressione trasmessa dalla muratura sovrastante il capochiave. Questa deve esse-
176
La capacità delle catene
re determinata attraverso le formule per il calcolo delle azioni agenti, proposte dal-
le NTC 2008 al punto 2.5.3, in base alla combinazione in esame. Al suo interno pos-
sono dunque comparire o meno i carichi variabili, opportunamente moltiplicati per
i coefficienti di combinazione (ψn,j) e per i coefficienti parziali di sicurezza (γG,i).
Per quanto concerne le tensioni tangenziali non è possibile ammettere che queste
abbiano una distribuzione costante lungo lo spessore del pannello. Infatti in elasti-
cità lineare risulta che τxy = τyx, ma la tensione tangenziale sulla faccia libera del
maschio murario (τyx) è necessariamente nulla. Tassios in [33] propone allora un
andamento di tipo parabolico avente valore massimo pari a βτmedio al centro della
sezione, dove pone β ≃ 1,5, e nullo alle estremità dove τxy = τ yx = 0. In questo modo
la distribuzione parabolica e il valore di β assunto, consentono di avere la stessa
intensità di azione agente rispetto a una distribuzione costante, infatti l’area sotte-
sa da una parabola è 2/3 di quella del rettangolo che la incornicia (vedi Figura
116). Pertanto a parità di base (spessore della parete), l’azione TEd espressa da una
distribuzione costante e pari a τmedio, è uguale a quella definita da una distribuzione
parabolica avente valore massimo pari a 1,5τmedio.
Figura 116. Rapporto tra l'area di un rettangolo e l'area sottesa da una parabola.
Conformemente alla teoria del cerchio di Mohr relativa a uno stato di sforzo di pia-
no è possibile definire le tensioni principali massima e minima come segue [74]:
2
1,2
2
MPa (3.34)
2
2
Ed Ed
2
177
Capitolo 3
2 medio
P 0,5arctan [rad ] (3.36)
La dimostrazione delle equazioni (3.34) e (3.36) è visionabile nel libro [74].
Resta da definire il valore di τmedio, che deve essere valutato in corrispondenza del-
la superficie di frattura in condizione di crisi incipiente (τu) e in base alla superficie
in esame.
Per quanto riguarda le superfici evi-
denziate in rosso in Figura 115 e ripor-
tate nella Figura 117 posta in parte, è
possibile definire il valore della tensio-
ne tangenziale ultima in condizione di
crisi incipiente (τu,H) attraverso il se-
guente procedimento.
Innanzitutto si parte dall’equazione
(3.32) che descrive il criterio di rottura
dei blocchi a causa dello stato di solle-
citazione biassiale.
1 2
1
fb, ck fb ,tk
Ed Ed
2
u,H
2
1
2 2
Ed
2
Ed u , H
2
Figura 117. Schema di verifica aggiornato per la
2
2 2
sezione verticale.
178
La capacità delle catene
1
2 1
f b , ck fb , tk
Ed Ed
2
u,H
2
1
2 2
Ed Ed
2
u,H
2
2
2 2
Ed Ed
2 2
u,H Ed Ed u , H
2 2
2 2 2 2
1
fb , ck fb ,tk
Ed
2
2
fb ,tk Ed u , H b , ck
u , H fb , ck fb ,tk
2 2
f Ed
Ed
2 2 2 2
Ed Ed
2
f f b , ck u , H fb, tk fb , ck f b, ck f b, tk
2
b , tk
2 2
Ed
Ed
2 fb , ck f b , tk fb,tk fb,ck
u,H
2
2
2 fb,tk fb,ck
Ed
2
f f b, ck Ed f b, ck f b, tk f b, tk f b, ck
2
fb2,tk f b2, ck
Ed
2
u,H
2 b , tk
4
2 f fb , ck
2
b , tk
179
Capitolo 3
Ed
2
fb2,tk fb2, ck f 2
fb2, ck 2 fb , ck f b ,tk f b2,tk f b2, ck 2 f b , ck f b ,tk
2 b , tk
4
f fb , ck
u,H 2
b , tk
Ed fb , ck fb ,tk fb ,tk fb , ck
f fb , ck
2
b , tk
Ed fb ,tk fb , ck 1
fb2,tk fb2, ck 1 Ed
2
f b , ck f b ,tk f b , ck f b , tk
u,H
1
fb,tk fb,ck
2
Ed Ed Ed
2
1
1 fb , ck f b ,tk f b , ck f b , tk
u,H
fb , tk fb , ck
2
fb , ck fb ,tk
Ed Ed
11 Ed 1
fb , ck
1 fb ,tk fb , ck
u,H
1 1
2
fb ,tk fb , ck
Ed Ed
1 1
1 fb, ck
fb ,tk
u ,H [ MPa] (3.37)
1
1
fb , ck fb ,tk
180
La capacità delle catene
2
0
1,2 u ,V
2
medio
(3.38)
2 2
Per proseguire è necessario definire un nuovo criterio di rottura in relazione allo
stato di sforzo triassiale agente sui blocchi. Nel caso precedente la rottura di un
materiale fragile relativa a uno stato di sforzo piano, seguiva un criterio lineare de-
finito dall’equazione (3.32). Si sceglie di mantenere la linearità del criterio, di mo-
do da preservare un certo margine di sicurezza e lo si adatta nella seguente forma
per tenere in conto la tensione normale agente lungo la direzione x3:
1 2 Ed
1 (3.39)
fb, ck fb,tk fb, ck
181
Capitolo 3
1
2 Ed 1
fb , ck fb ,tk fb , ck
1,2 u ,V
182
La capacità delle catene
equazioni (3.37) e (3.40). Questo è sempre quello relativo alle fratture evidenziate
in verde sulla sezione orizzontale di Figura 118, ovvero τu,V. Moltiplicando poi il va-
lore trovato per l’estensione delle superfici di taglio sarà possibile ottenere il valo-
re dell’azione resistente al punzonamento per crisi a trazione.
Legenda:
Contorno del solido di distacco
Contorno del piano di taglio
183
Capitolo 3
2 u ,V
P ,O 0,5 arctan 45 (3.41)
0
Se l’angolo posto sull’orizzontale è costante, quello verticale θP,V varia invece con lo
stato di sollecitazione a cui è sottoposta la parete, ovvero σEd e τu. Il valore della
tensione tangenziale da inserire nell’equazione (3.36) è quello per cui si innesca la
rottura a punzonamento della porzione di muratura interessata dall’azione del ca-
pochiave, ovvero τu,V.
2 u ,V
P ,V 0,5 arctan (3.42)
Ed
Per arrivare a determinare l’azione resistente al punzonamento per crisi a trazione
è necessario determinare l’estensione delle superfici di taglio in base alle seguenti
deduzioni geometriche:
184
La capacità delle catene
AL1 2 AEFGH
AL 2 2 AABCD
AL 3 4 ADCFE
EF CD t
BC b
FG a
DL DL 2 t 2
t t
FI
Sin P ,V
Cos P ,O
2
LF FI Cos P ,V t Cot P ,V
LF t
LE Cot P ,V
2 2
2 2
DE DL LE
t2 t2
Cot 2 P ,V
4 4
t
1 Cot 2 P ,V
2
Figura 120. Schema geometrico.
AL1 2at
AL 2 2bt [mm2 ] (3.43)
AL 3 2 t 2 1 Cot 2 P ,V
La scelta di adottare una parte della superficie di frattura costituita dal triangolo
IFH è in disaccordo con la letteratura scientifica. In tutti i casi esaminati è infatti
proposto un solido di distacco avente la forma di un tronco di piramide, il che non
è tuttavia supportato né da prove sperimentali né da solide basi analitiche.
La resistenza a trazione da adottare nel calcolo è figlia della resistenza dei blocchi,
il materiale ha dunque una bassa resistenza e un comportamento fragile, poiché si
arriva a rottura per fessurazione della sezione. Tale comportamento è analogo a
quello del calcestruzzo sottoposto a punzonamento e pertanto è utile studiare il so-
lido di distacco proposto per questo materiale.
Al punto 6.4 l’Eurocodice 2 [76] tratta il caso di punzonamento di solette e fonda-
zioni in calcestruzzo. Questi elementi non sono sottoposti ad uno sforzo di com-
pressione nel piano medio e pertanto l’angolo θP è costante. Nella figura 6.20 del
185
Capitolo 3
186
La capacità delle catene
Vengono ora riassunte le equazioni da utilizzare nella formula (3.44) per valutare
il valore dell’azione resistente per crisi a trazione in caso di capochiave rettangola-
re.
Tw,Tk1 2at u ,V
Tw,Tk 2 2bt u ,V [N ] (3.46)
Tw,Tk 3 2 t 2 1 Cot 2 P ,V u ,V
Tw,Tk 2t u ,V a b t 1 Cot 2 P,V [ N ] (3.47)
Tw,Td 2t f m,td a b 2t N
Dal confronto è possibile notare che, come annunciato all’inizio del punto [Link], il
nuovo procedimento tiene in conto l’effetto dello stato di sollecitazione presente
nel calcolo dell’area resistente. Ciò è possibile grazie al termine posto sotto la radi-
ce, il quale amplifica l’estensione dell’area resistente al crescere delle compressioni
e al diminuire della tensione tangenziale.
Inoltre nell’equazione (3.10) con cui M. Vinci svolge la verifica a trazione viene uti-
lizzata una resistenza che anziché discendere dalla resistenza a trazione dei bloc-
chi, della malta o dell’intero solido murario è derivata dalla resistenza a taglio in
assenza di compressione. Pertanto tale procedimento non può essere inteso come
una verifica a trazione. Al contrario, il nuovo procedimento proposto asserisce che
un meccanismo di crisi alternativo a quello che avviene per scorrimento dei letti di
malta, nasca per fessurazione dei blocchi. Tale rottura è dovuta a uno stato di sol-
lecitazione pluriassiale presente nei mattoni. In base a questo stato è stato possibi-
le ricavare la tensione tangenziale ultima in funzione della resistenza a compres-
sione e a trazione degli elementi. In seguito ci si riferirà a questo meccanismo indi-
stintamente sia come crisi per trazione sia come rottura per sollecitazione plurias-
siale.
187
Capitolo 3
Capochiave a paletto
In caso di capochiave a paletto la risoluzione è simile al caso precedente in quanto
il valore dell’azione resistente è ancora dovuto al prodotto della tensione tangen-
ziale in condizione di crisi incipiente per i tre tipi di superficie resistente, ovvero
quella relativa alla dimensione maggiore del paletto, quella relativa alla dimensio-
ne minore e infine le superfici curve che raccordano le aree precedenti (approssi-
mate da dei triangoli). Rispetto a prima però vi è la problematica legata
all’inclinazione “ς” del paletto che modifica lo schema geometrico e i relativi pas-
saggi necessari alla risoluzione.
In primo luogo conviene analizzare lo stato tensionale presente lungo la superficie
di frattura relativa alla dimensione maggiore del paletto (lp).
L’inclinazione ς con cui è disposto il paletto fa scaturire uno stato di tensione trias-
siale sui blocchi. Pertanto si farà dunque uso del precedente criterio di rottura li-
neare fornito dall’equazione (3.39), i cui termini andranno tuttavia puntualizzati e
corretti per semplificare la risoluzione.
188
La capacità delle catene
Come per il caso precedente infatti, se si orienta in maniera corretta la terna carte-
siana di riferimento, è possibile ridurre il calcolo delle tensioni principali e
dell’angolo per cui queste sono massime a un problema di sforzo piano. Se dunque
si ruota il sistema di riferimento x, y, z secondo l’angolo di inclinazione del paletto
si ottiene il nuovo sistema di riferimento x’, y’, z’. Secondo questi nuovi assi è pos-
sibile scomporre la tensione normale σEd lungo y’ e z’ di modo da azzerare le com-
ponenti tangenziali che hanno per componente y’. In questo modo si ottiene uno
stato di sollecitazione triassiale in cui il calcolo delle tensioni principali massima e
minima sono riconducibili a uno stato di sforzo piano.
1 2 Ed , y'
1
fb , ck fb ,tk fb , ck
Ed Cos Ed Cos
2
1,2 medio
2
(3.48)
2 2
Ed , y' Ed Sin
Mettendo a sistema le precedenti equazioni è possibile determinare la forma della
tensione tangenziale in condizione di crisi incipiente sviluppando la prima equa-
zione:
1 Ed , y'
2 1
f b , ck f b , tk f b , ck
Ed Cos Ed Cos
2
u,M
2
1
2 2
Ed Cos Ed Cos
2
u,M
2
2
2 2
Ed , y' Ed Sin
189
Capitolo 3
u,M u,M
2 2
Ed
2 2 2 2
fb , ck f b , tk
Ed Sin
1
fb , ck
Cos Ed Cos
2
fb ,tk Ed
2
Sin
u , M Ed
2 2
Cos Ed Cos
2
fb , ck Ed u , M f b ,tk f b , ck
2
2 2
Ed Ed Cos
2
2
4
Ed
f 2
b , tk Cos 2 4 f b2,tk Sin 2 f b2,ck Cos 2
f fb , ck
2
b , tk
Ed
2
4
4 f 2
b , tk Cos Sin 2 f b ,tk f b , ck Cos 2 4 f b ,tk f b , ck Cos Sin
fb,tk fb,ck
2
Ed
2
f 2
b , tk Cos 2 f b2, ck Cos 2 2 f b ,tk f b , ck Cos 2
4
f fb , ck
2
b , tk
190
La capacità delle catene
Ed
2
fb2,tk Sin2 fb2,tk Cos Sin fb,tk fb,ck Cos Sin 2 fb,tk fb,ck Cos 2
f fb , ck
2
b , tk
Ed
fb2,tk fb2, ck 1
fb ,tk fb , ck
f b , tk Cos 2 f b , tk Sin fb , ck Cos
2
fb,tk fb,ck
u,M 2
Ed 2 fb , tk f
Cos Cos Sin Cos Sin b ,tk Sin 2
2 2 2
f f
b , tk b , ck
fb , tk f b , ck f b , ck f b , ck
f fb , ck
2
b , tk
Ed
1
fb ,tk fb , ck
fb , tk Cos 2 f b ,tk Sin f b , ck Cos
1
u2, M
fb , tk fb , ck
2
fb ,tk fb , ck
Ed2 fb ,tk f
Cos Cos Sin Cos Sin b ,tk Sin 2
2
1 fb ,tk fb , ck f b , ck f b , ck
fb ,tk fb , ck
2
fb , tk fb , ck
Ed
1
fb ,tk fb , ck
f b , tk Cos 2 f b ,tk Sin f b , ck Cos
1
u,M
1
1
fb ,tk fb , ck (3.49)
2 fb ,tk f
Cos Cos Sin Cos Sin b ,tk Sin 2
Ed 2
1 fb ,tk fb , ck fb , ck f b , ck
1
1
fb ,tk fb , ck
191
Capitolo 3
valente alla (3.37) relativa alla tensione tangenziale ultima riferita alla superficie di
taglio orizzontale di un capochiave quadrato. Mentre per un paletto verticale (ς =
90°) la (3.49) è uguale all’equazione (3.40) riferita alla tensione tangenziale ultima
della superficie di taglio verticale di un capochiave quadrato.
Si passa poi a calcolare il valore della tensione tangenziale ultima sopportabile dal-
le superfici di frattura relative alla dimensione minore del paletto (bp).
192
La capacità delle catene
1
2 Ed , z ' 1
fb , ck f b, tk f b, ck
Ed Sin Ed Sin
2
u,m
2
1
2 2
Ed Sin Ed Sin
2
2
2 u , m
2 2
Ed , y' Ed Cos
Ed
1
fb ,tk fb , ck
f b , tk Sin 2 fb ,tk Cos fb , ck Sin
1
u ,m
1
1
fb ,tk fb , ck
(3.50)
Ed
2 2 fb ,tk f
Sin Cos Sin Cos Sin b ,tk Cos 2
1 fb ,tk fb , ck f b , ck f b, ck
1
1
fb ,tk fb , ck
193
Capitolo 3
BC GF ED t
ED t ED t
AD HD
Sin P , m Sin P , m Sin P , M Sin P ,M
AE AD Cos P , m t Cot P , m EH HD Cos P ,M t Cot P ,M
2 2
AE EH t2 t2 t
CG Cot 2
P,m Cot 2 P ,M Cot 2 P , m Cot 2 P ,M
2 2 4 4 2
AL1 2lPt
AL 2 2bPt [mm 2 ] (3.51)
AL 3 2 t 2 Cot 2 P , m Cot 2 P ,M
194
La capacità delle catene
A questo punto si valuta l’azione resistente come il risultato della somma delle tre
tipologie di azioni resistenti. Queste si riferiscono rispettivamente ai tre tipi di su-
perficie di taglio moltiplicate per la tensione tangenziale ultima minore.
Vengono ora riassunte le equazioni da utilizzare nella formula (3.52) per valutare
il valore dell’azione resistente per crisi a trazione in caso di capochiave a paletto.
Tw,Tk1 2lPt u ,V
Tw,Tk 2 2bPt u ,V [N ] (3.53)
Tw,Tk 2t u a b t Cot 2 P, m Cot 2 P ,M [ N ] (3.54)
195
Capitolo 3
Capochiave circolare
In caso di capochiave circolare è possibile ricondursi ai casi precedenti per deter-
minare il valore dell’azione resistente per crisi a trazione. Se si effettua lo studio
dello stato di sollecitazione relativo a una sezione verticale e ad una orizzontale si
scopre che la forma delle sezioni e le tensioni presenti sono analoghe a quelle regi-
strate nel caso di un capochiave quadrato.
E’ possibile dunque ricondursi alla Figura 117 e alla Figura 118 (in seguito riporta-
te) e in generale al procedimento risolutivo precedentemente affrontato.
196
La capacità delle catene
197
Capitolo 3
198
La capacità delle catene
AB CD t OB OD RL
AB t CD t
AF CE
Sin P ,V Sin P ,V Sin P , H Sin P , H
BF AF Cos P ,V t Cot P ,V ED CE Cos P , H t Cot P , H
BF t ED t
OL OB RL Cot P ,V OI OD RL Cot P ,H
2 2 2 2
Se il segmento OL rappresenta il semiasse maggiore (c) e OI quello minore (d) è
possibile definire l’eccentricità (e) dell’ellisse come il rapporto tra la distanza tra i
due fuochi (2f) e la lunghezza dell’asse maggiore, ovvero:
2f f
e
2a a
Per determinare l’eccentricità dell’ellisse è sufficiente osservare la Figura 129 e ri-
cordare la proprietà dell’ellisse per cui la distanza tra il fuoco M e il punto I è pari
alla lunghezza del semiasse maggiore c (pari al segmento OL).
199
Capitolo 3
n 1
2 k 1 e2 n
2
2 pEl 3 c d 3c d c 3d [mm] (3.57)
200
La capacità delle catene
201
Capitolo 3
Nel primo caso è proposto il calcolo dell’azione resistente attraverso l’uso di un ca-
pochiave quadrato, avente lato pari a 250 mm, applicato su una muratura costitui-
ta da blocchi di tufo giallo, le cui caratteristiche sono state prelevate dai test ripor-
tati nella prova [79]. Si riassumo i parametri necessari al calcolo:
f w, vk 0 0,146 [ MPa] t 300 [mm]
fb, ck 4,13 [ MPa] fb,tk 0,23 [ MPa]
202
La capacità delle catene
Nel seguente grafico viene invece mostrato l’andamento dell’azione resistente cal-
colata secondo il procedimento mostrato e secondo quello proposto da M. Vinci.
Figura 131. Confronto dell'azione resistente in funzione dello sforzo di compressione valutata in ba-
se alla proposta fatta e al procedimento di M. Vinci.
203
Capitolo 3
Nel grafico seguente viene invece mostrato l’andamento dell’azione resistente se-
condo le due modalità di rottura proposte e utilizzando capichiave quadrati di di-
verse dimensioni. Ciò per mostrare al lettore che mantenendo costante lo spessore
della parete e aumentando la dimensione del capochiave, l’azione resistente per
crisi a taglio cresce molto più velocemente di quella per “trazione”.
Figura 132. Valore dell’azione resistente al crescere dell'azione di compressione per diverse dimen-
sioni del capochiave.
204
La capacità delle catene
Figura 133. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per una muratura in
tufo giallo.
Si nota subito che l’azione resistente per crisi a taglio resta costante. Questo per-
ché, come visto al punto [Link], la presenza di blocchi parzialmente interessati dal
paletto rende costante l’area resistente al variare dell’inclinazione. Per quanto ri-
guarda il secondo meccanismo di crisi, oltre al valore complessivo dell’azione resi-
stente, sono state riportate le tre componenti relative ai tre tipi di superfici resi-
stenti, di cui è molto interessante osservare l’andamento in funzione
dell’inclinazione ς del paletto.
205
Capitolo 3
Lo stesso capochiave a paletto viene ora disposto su una muratura in pietrame di-
sordinata (costituita da ciottoli, pietre erratiche e irregolari) le cui caratteristiche
meccaniche sono prelevate dalla tabella C8.A.2.1 della Circolare delle NTC 2008.
f w, ck 1,00 [MPa] f w, vk 0 0,02 [MPa] t 400 [mm]
La resistenza a trazione e compressione dei blocchi coincide con quella delle pietre
presenti nel paramento e pertanto, visto le elevate caratteristiche meccaniche delle
pietre, si trascura la verifica dovuta alla fessurazione di queste ultime.
Nel grafico seguente viene mostrato l’andamento dell’azione resistente al punzo-
namento per crisi a taglio della muratura, ipotizzando che questa sia sottoposta a
una tensione normale σEd pari a 0,50 MPa e facendo variare l’inclinazione del palet-
to.
Figura 134. Valori dell'azione resistente in funzione dell’inclinazione del paletto per una muratura
costituita da pietrame eterogeneo.
In questo caso, per le motivazioni già espresse al punto [Link], non è possibile sta-
bilire dei meccanismi resistenti per una crisi a taglio come per il caso precedente e
il valore dell’azione resistente secondo questo meccanismo di crisi varia da un va-
lore massimo a un minimo, registrati rispettivamente a 0° e a 90°.
206
La capacità delle catene
Figura 135. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di mattoni utilizzando
diversi tipi di capichiave.
207
Capitolo 3
Figura 136. Valore dell'azione resistente per punzonamento di una muratura di mattoni in tufo giallo
utilizzando diversi tipi di capichiave.
Si ricorda che i valori trovati non sono dei valori di calcolo, ma caratteristici, in
quanto non è stato loro applicato il coefficiente parziale di sicurezza γ M fornito dal-
la tabella 4.5 II delle NTC 2008.
208
La capacità delle catene
209
Capitolo 3
bp h3p
Ip
12
ymax lp 2
S p b ymax
2
2
l
pEd p
M Ed 2 TEd l p [kNm] (3.59)
2 8
lp TEd
VEd pEd [kN ] (3.60)
2 2
M Ed ymax
Ed ( x, y ) I
[ MPa]
p
(3.61)
( x, y ) VEd S p [ MPa]
Ed I b
p p
id ( x, y) 2 ( x, y) 3 2 ( x, y) f yd
Ed Ed
[ MPa] (3.62)
210
La capacità delle catene
Questa teoria fu introdotta nel 1867 da E. Winkler e si basa sul descrivere il com-
portamento elastico del suolo mediante la costante elastica del terreno k0, che rap-
presenta la reazione del suolo nell’area di 1 mm² quando l’abbassamento è di 1
211
Capitolo 3
mm. Pertanto esso si misura N/mm³. Se poi si considera la larghezza bp della trave,
la reazione esercitata dal suolo su un millimetro della sua lunghezza, quando
l’abbassamento è di 1 mm, è pari al modulo:
N
k k0 bs [ ] (3.64)
mm2
Se si analizza una sezione infinitesima della trave di Figura 140 e si considera
l’equazione all’equilibrio verticale delle forze, è possibile scrivere, per una trave
prismatica e omogenea, l’equazione differenziale della linea elastica.
d4y
EI qk y (3.65)
dx 4
212
La capacità delle catene
Altre formulazioni basate sugli studi di Biot furono poi proposte da Hetenyi in [83]:
ES ES b 4
k0 0, 71 3 [N/ mm3 ] (3.67)
b EI
e da Vesic in [84]:
ES 12 ES b4
k0 0, 65 [N/ mm3 ] (3.68)
b 1 v 2 EI
Ulteriori formulazioni sono proposte in [85-87], mentre in [88] è riportata una re-
lazione ricavata valutando i cedimenti secondo la teoria di Boussinesq:
2E
k0 2, 632 [ N / mm3 ] (3.69)
1 2
213
Capitolo 3
quella di un terreno. Esse sono state infatti concepite per correlare con sufficiente
approssimazione la costante elastica di un terreno al modulo elastico solo per ma-
teriali dotati di un basso modulo elastico.
Se infatti si utilizzano i valori del modulo edometrico presi da [89] (riassunti nella
Tabella 5) per calcolare attraverso le precedenti formule la costante elastica del
terreno, si riscontrano dei valori simili a quelli proposti da [89], solo fino a che il
modulo edometrico non sorpassa all’incirca il valore di 200 MPa. Oltre questo ter-
mine il valore di k0 esplode.
Sabbia compatta 50 ÷ 120 0,1 ÷ 0,15 0,16 ÷ 0,37 0,13 ÷ 0,30 0,22 ÷ 0,53 0,09 ÷ 0,21
Ghiaia compatta 100 ÷ 200 0,1 ÷ 0,3 0,33 ÷ 0,66 0,32 ÷ 0,63 0,48 ÷ 0,96 0,17 ÷ 0,35
5000 ÷
Arenaria 0,6 ÷ 0,8 > 200 > 700 > 300 > 60
40000 (*)
(*)Il modulo elastico dell’arenaria proposto in [16] diventa 8000÷40000[N/mm3] secondo quanto espo-
sto in [90].
Tabella 5. Valori indicativi del modulo edometrico e della costante elastica del terreno.
214
La capacità delle catene
In conclusione, la costante elastica k0 della muratura può essere ottenuta dalla re-
lazione:
EW , 200
k0 0.3 0.5 [ N / mm3 ] (3.71)
39800
in cui si è assunto
215
Capitolo 3
d4y k
4
y (3.72)
dx EI
Successivamente si pone il termine
k
4 [mm1 ] (3.73)
4 EI
Questo fattore include la rigidezza flessionale della trave così come la capacità ela-
stica del supporto e pertanto è un importante fattore che influenzerà l’andamento
della linea elastica. Per questo motivo esso è chiamato la caratteristica del sistema
e, siccome ha le dimensioni del reciproco di una lunghezza, il termine 1/λ viene
chiamato lunghezza caratteristica del sistema [83].
216
La capacità delle catene
Inoltre è altresì utile far notare che il coefficiente λl, siccome contiene le caratteri-
stiche di entrambi i solidi e in quanto adimensionale, ben si presta per descrivere i
limiti geometrici e meccanici per cui si realizzano i punti affermati al paragrafo
[Link], ovvero determinare quanto la soluzione di M. Vinci sia sufficientemente
corretta e quando la risposta della muratura sia uniforme lungo la lunghezza del
capochiave. Chiameremo questo termine rigidezza complessiva.
Tornando alla risoluzione del problema è possibile determinare l’andamento della
linea elastica risolvendo l’equazione differenziale (3.72), il cui integrale generale è
217
Capitolo 3
Q 2 1
{Sinh x [cos x cos l x ]
k Sinh l sin l (3.77)
sin x [ Cosh x Cosh l x ]}
Q 1
M Ed {Sinh x [sin x sin l x ]
4 Sinh l sin l
Cosh x [cos x cos l x ] (3.79)
sin x [ Sinh x Sinh l x ]
cos x [ Cosh x Cosh l x ]
Momento in mezzeria
Q Cosh l cos l
M Ed ,C (3.80)
4 Sinh l sin l
218
La capacità delle catene
k yC k y A 0,1k y A
l l l l
Cosh cos Cosh cos
Q Cosh l cos l 2 2Q 2 2 0,1 2Q 2 2
2k Sinh l sin l k Sinh l sin l k Sinh l sin l
Conviene porre N Q / k e x l / 2
219
Capitolo 3
E’ poi impossibile procedere oltre per via analitica, perciò si sviluppa il primo ter-
mine della disequazione in serie di Taylor
x3 x5 x7 x9 x11
a x Sin x x
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
b x Cos x 1
2 24 720 40320 3628800
x3 x5 x7 x9 x11
c x Sinh x x
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
d x Cosh x 1
2 24 720 40320 3628800
e si giunge alla seguente disequazione:
d x b x 2, 2 d x b x
2 2
0
c x d x b x a x
Attuando poi una riduzione ai minimi termini si giunge alla seguente soluzione
x 0,663111 0 x 0,663111
Tuttavia, siccome x l / 2 , l’unica soluzione possibile resta x 0,663111 e
pertanto:
k
l l 4 1,326 (3.84)
4 EI
Figura 143. Capochiave eccessivamente deformato, Veneranda fabbrica del Duomo, Milano.
Figura 144. Capochiave eccessivamente deformato, Palazzo comunale, Modena.
220
La capacità delle catene
k b k0 3k0
l l 4 l 3
l4 1,326
4 EI 4 bh E h3
4E
12
Nella progettazione di queste chiavarde la lunghezza del paletto verrà determinata
in base alla resistenza al punzonamento della muratura. Una volta fatto ciò, sarà
possibile, in base alle caratteristiche della muratura definite da k0 e a quelle
dell’acciaio definite dal modulo di Young, determinare l’altezza del paletto neces-
saria ad impedire una concentrazione pericolosa degli sforzi.
3k0
h 4
[mm] (3.85)
3 1,326
E
l
221
Capitolo 3
l p hp
id , Ed2 ( x, y) f yd [ MPa] (3.86)
2 2
Il momento e il taglio agenti, necessari al calcolo della tensione ideale σId, è bene
che siano calcolati mediante le equazioni della trave su suolo elastico per ottenere
una maggior precisione. Tuttavia è bene far notare che se viene rispettata la condi-
zione posta dalla disequazione (3.84), allora anche lo schema di doppia mensola
incastrata, proposto da M. Vinci per il calcolo di momento e taglio, fornisce
un’ottima approssimazione del problema, in quanto la reazione della muratura sa-
rà praticamente omogenea.
Per dare dimostrazione di quanto affermato viene effettuato un esempio mettendo
a confronto due capichiave a paletto sottoposti alla stessa azione concentrata in
mezzeria TEd ed aventi identica geometria, salvo l’altezza che passa da 60 a 45 mm,
modificando così il valore della rigidezza complessiva λl.
222
La capacità delle catene
Nel primo caso siccome λl < 1,326, non si avrà un’elevata concentrazione degli
sforzi e lo schema a mensola permetterà di ottenere dei risultati simili a quelli ot-
tenibili con la risoluzione della trave su suolo elastico.
l h h
M Ed p , p p
Ed r , y 2 2 2 yi
IP hp 2
6T hp2
Ed r , y Ed3 yi
2
bp hp 4
223
Capitolo 3
Nel secondo caso invece λl è maggiore del valore limite proposto, il ché si traduce
in una disomogeneità marcata nella reazione della muratura. Questa infatti aumen-
ta di circa il 25% passando da un estremo alla mezzeria, creando una situazione
pericolosa per la sicurezza della muratura.
E’ interessante notare che nonostante sia stata imposta azione di tiro non troppo
elevata, in entrambi i casi la verifica di resistenza mediante il criterio di Von Mises
risulta positiva, mentre la condizione relativa alla deformabilità è più difficoltosa
da ottemperare. Questo comunque non solleva il progettista dal compito di effet-
tuarle entrambe, in quanto la verifica dell’uniformità della reazione, per il principio
di sovrapposizione e proporzionalità degli effetti, non è funzione del carico appli-
cato.
224
La capacità delle catene
Figura 149. Schema statico per la verifica del capochiave a piastra circolare.
4 RL h1 h2
yG [mm] yMax [mm]
3 2
2 2
b h 2r h b1h13 2 RL h23
SC 1 1 C 2 [mm3 ] IC [mm4 ]
22 2 2 12 12
225
Capitolo 3
Viene dunque proposto il calcolo di momento e taglio presenti nella sezione di in-
castro, i quali generano uno stato di sforzo, composto da tensioni assiali e tangen-
ziali, con cui attraverso il criterio di rottura di Von Mises, si ricava la tensione idea-
le agente, da confrontare in ultima istanza con la resistenza a snervamento
dell’acciaio.
TEd
M Ed yG [kNm] (3.87)
2
TEd
VEd [kN ] (3.88)
2
M Ed ymax
Ed ( x, y ) [ MPa]
IC
(3.89)
( x, y ) VEd SC [ MPa]
Ed I C 2 RL
id ( x, y) 2 ( x, y) 3 2 ( x, y) f yd
Ed Ed
[ MPa] (3.90)
La verifica viene condotta assumendo che due forze, entrambe pari a metà
dell’azione esercitata dal tirante, agiscano puntualmente nel baricentro dei due
settori circolari e imponendo dunque implicitamente che la distribuzione di pres-
sione sia uniforme. Tale schema è inadeguato, in quanto non rispecchia il reale
comportamento meccanico della piastra poiché si impone la conservazione delle
sezioni piane anziché adottare i meccanismi resistenti della piastra caricata in ma-
niera assialsimmetrica. E’ quindi necessario effettuare uno studio mediante uno
schema statico maggiormente adeso alla realtà, il quale permetta di stabilire:
le caratteristiche geometriche e meccaniche della piastra necessarie ad ot-
tenere una risposta sufficientemente omogenea della muratura in modo
da evitare una pericolosa concentrazione degli sforzi,
se il procedimento più sopra esposto valuti correttamente le azioni agenti.
In caso contrario sarà necessario trovare un metodo alternativo.
226
La capacità delle catene
p k0 y [ N / mm2 ] (3.91)
227
Capitolo 3
d 4 y 2 d 3 y 1 d 2 y 1 d y k0
y0 (3.92)
d r4 r d r3 r2 d r 2 r3 d r B
Dove B è la rigidezza flessionale della lastra, pari a
EI L
B (3.93)
1 v2
E IL è il momento di inerzia della sezione per unità di larghezza, pari a
sL
IL (3.94)
12
Prima di proseguire nella risoluzione si pone anzitutto
228
La capacità delle catene
B EsL3
4
k0 12 1 v 2 k0
EsL3
4 [mm] (3.95)
12 1 v 2 k0
m 1 1 '
Z1 Z 4' Z1' Z 4
m
Z1 Z3' Z 2' Z 4'
C1
m 1 1 '2
Z1 Z 2' Z1' Z 2
m
Z1 Z 2'2 (3.99)
m 1 1 '
Z 2 Z 4' Z 2' Z 4
m
Z1 Z 4' Z 2' Z3'
C2
m 1 1 '2
Z1 Z 2' Z1' Z 2
m
Z1 Z 2'2
229
Capitolo 3
d 4z 2 d 3z 1 d 2z 1 d z
z0 (3.100)
d x 4 x d x3 x 2 d x 2 x3 d x
La soluzione della precedente equazione trovata da Fὂppl è
z x {C1 106 15625 x 4 6, 7817 x8 ... C2 106 x 2 1736 x 6 0, 2713 x10 ...
C3 106 15625 x 4 6, 7817 x8 ... ln x 23437,5 x 4 14,129 x8 (3.101)
C 10
4
6
x 2 1736 x 6 0, 2713 x10 ... ln x 1447 x 6 0,348 x10 } 106
d 2 y v dy
mr RL B 2 0 (3.103)
dr r dr
230
La capacità delle catene
d d 2 y 1 dy
tr RL B 2 0 (3.104)
dr dr r dr
Dalla seconda equazione della (3.96) sappiamo che y = z(x)ω, pertanto nelle equa-
zioni (3.103) e (3.104) è necessario operare uno scambio di variabili semplifican-
dole nel seguente modo:
2 RL R
d z d z L
m x RL B v 0
r dx 2 x dx
2 RL RL
z
d 1
d z d
RL
tr x B 0
dx dx 2 x dx
Scrivendo la z(x) in RL/ω mediante l’equazione (3.101) e sostituendo tale valore
all’interno del precedente sistema si ottiene un sistema di due equazioni nelle due
incognite C1 e C2, ovvero le ultime due costanti di integrazione da determinare. Il
sistema, risolto con l’ausilio del software Wolfram Mathematica e limitando la
(3.101) al sesto ordine, porta a descrivere le costanti di integrazione nella seguente
forma:
C1 (TEd (5509 413 RL8 2119 005 RL8 v 1302187 500 RL4 4
651187 500 RL4 4 v 15625 106 v 8 )(2,5 105 k0 3 (1302 RL4
651 RL4 v 62500 4 62500 4 v))1
R
C2 TEd (215 RL4 218 RL4v 3, 75 103 4 1, 25 103 v 4 10 416 Log L
R R R
5 208 RL4 vLog L 5 105 4 Log L 5 105 v 4 Log L )
y r z r [mm]
231
Capitolo 3
TEd 15625 r 4
y r 106 {[(106 )(5509 413 RL8 2119 005 RL8v
k0 2
4
1302187 500 RL4 4 651187 500 RL4 v 4 15625 106 8 (1 v)])
(2,5 105 2 RL2 (1302 RL4 651RL4 v 62500(1 v))) 1 ]
r6 r6 r2 r
[((1447 (1736 106 ) Log ( )) / 8] (3.105)
6
6
2
r6 r2
[ ((1736 10 6
)(215RL4 218RL4 v 375000 4
6
2
r r
125000 v 4 10 416 RL4 Log ( ) 5 208RL4 vLog ( )
r
5 105 4 (1 v) Log ( ))(1302 RL4 651RL4v 62500 4 (1 v)) 1 ] / 64}
All’Appendice E è riportato il codice di calcolo per il software Wolfram Mathemati-
ca con cui determinare la deformazione trasversale, le sollecitazioni e la risposta
del terreno con un ordine della variabile z arrestato al decimo grado.
Se ora si utilizza questo procedimento per risolvere l’esercizio contenuto in [96] a
pagina 38 e ivi risolto con il metodo tabellare, si ottengono i medesimi risultati
dell’autore; dunque questa espressione può ritenersi affidabile. Bisogna precisare
che non è possibile, mediante la (3.105), calcolare la deformazione per r = 0, in
quanto si giungerebbe a una forma indeterminata. Tuttavia è sufficiente calcolare y
in r = 0,1 mm per ottenere il medesimo risultato calcolato da F. Schleicher in [96].
In seguito si farà uso del procedimento di calcolo di Fὂppl per determinare, attra-
verso il fattore di rigidezza complessiva della piastra RL/ω, le caratteristiche della
piastra e del solido tali da garantire una differenza massima di reazione del suolo
inferiore al 10%. Questo permetterà di trascurare tale differenza e utilizzare come
schema risolutivo quello di una piastra anulare incastrata lungo il bordo interno e
sottoposta a un carico distribuito uniformemente. Di tale procedimento verrà pro-
posta la risoluzione tabellare di Timoshenko in [95] e quella, sempre tabellare ma
dotata di un minor fattore sicurezza, proposta da S. Caffè in [98].
232
La capacità delle catene
p 0 p RL 0,1 p RL (3.106)
Sotto l’ipotesi di suolo elastico alla Winkler la reazione del suolo è proporzionale
alla deformazione secondo la costante elastica k0 definita al punto [Link]. Pertanto
la precedente equazione diventa
k0 y 0 k0 y RL 0,1k0 y RL
All’interno della quale possiamo semplificare k0 e sostituire l’equazione della de-
formazione y(r) calcolata secondo la (3.105) in RL e 0,1, visto che in zero si ottiene
una forma indeterminata.
106 TEd 1,5625
{[(106 )(5509 413 RL8 2119005 RL8v 1302187500 RL4 4 651187500 RL4 4v
k0 2
4
15625 106 8 (1 v))(2,5 105 RL2 2 (1302 RL4 651 RL4v 62500 4 (1 v)) 1 ] [0,125
0,001447 0,001736 10000 0,1 0,001736 10000
( ( ) Log( ))] [(( )(215 RL4 218 RL4v
6
6 2
6 2
R RR
375000 125000 v 10416 R Log ( ) 5208 R vLog ( ) 5 10 5 4 (1 v) Log ( )))
4 4 4 4
L L
233
Capitolo 3
Siccome il raggio della piastra dipende dalla resistenza al punzonamento della mu-
ratura e il modulo di Young, il coefficiente di Poisson e la costante elastica dipen-
dono dalle proprietà dei materiali, è possibile determinare lo spessore limite della
piastra per cui si ottiene una distribuzione degli sforzi sufficientemente omogenea.
12 RL4 k0 1 v 2
sL ,lim 3
[mm] (3.108)
E
234
La capacità delle catene
235
Capitolo 3
2R 2R
j i L L
R R
i i
(3.111)
2 RL 2 RL
R j R i
In generale i coefficienti proposti da Timoshenko portano a determinare una ten-
sione maggiore di circa il 10% rispetto a quelli del secondo metodo, nel quale non
è indicata la provenienza dei valori di κ. Tuttavia per le normali geometrie con cui
si presentano i capochiave circolari si riscontrano rapporti 2RL/ΦR maggiori di 5
(in genere > 8). Questo porta a un aumento ingiustificato del coefficiente κ, perché
si è costretti ad utilizzare la (3.111) riferendosi ad un errato intervallo del rappor-
to 2RL/ΦR, visto che non è presente un valore del rapporto pari a 10 come nella
Tabella 8. E’ dunque necessario ricostruire il valore di κ con un rapporto pari a 10
e per farlo si inizia con il calcolare la differenza tra i due coefficienti in base al valo-
re del rapporto.
236
La capacità delle catene
Tuttavia i valori del rapporto 2RL/ΦR possono arrivare anche al di sopra del valore
10, posizionandosi in un intervallo che ha come estremi 8 e 20. Pertanto è necessa-
rio definire il valore assunto dal coefficiente κ per un rapporto pari a 20.
Per fare ciò è possibile ricostruire la pendenza che la retta di interpolazione assu-
me tra i valori 10 e 20 sulla base delle precedenti pendenze. Il valore che κ assume
in 20 sarà pari al valore assunto in 10 più la pendenza trovata moltiplicata per la
differenza di intervallo, ovvero:
10 5 5 4
20 10 2 20 10 7,14 (3.112)
10 5 54
Figura 154. Grafici dei coefficienti κ e della curva che approssima la loro differenza.
In entrambi i casi è poi necessario valutare la tensione tangenziale τEd; per deter-
minarla è possibile utilizzare l’equazione di Jourawsky:
vEd S *
Ed r , y [ N / mm2 ] (3.113)
I Lb
237
Capitolo 3
Al variare della distanza y del punto considerato dall’asse neutro, le quantità I L,b e
TEd non variano; quindi τEd varia con il momento statico S*. Il valore massimo della
tensione tangenziale si trova sull’asse neutro, dove il momento statico per una lar-
ghezza unitaria è pari a:
sL s s2
S* 1 L L [mm3 ] (3.114)
2 4 8
Mentre il momento di inerzia della sezione per unità di larghezza (IL) era già stato
definito attraverso l’equazione (3.94). Infine il taglio agente sul bordo interno inca-
strato vEd e dunque un azione per unità di lunghezza, si determina come:
TEd
vEd 1 [ N ] (3.115)
R
Se si utilizzano le semplificazioni proposte si arriva alla seguente equazione della
tensione tangenziale agente.
TEd sL2
8 3 TEd
Ed , Max R ,0 3R [ N / mm2 ] (3.116)
2 s 2 s
L
1 R L
12
Successivamente è possibile effettuare una verifica di resistenza sulla piastra in
esame mediante il criterio di Von Mises.
id r0 , y0 Ed
2
r0 , y0 3 Ed r0 , y0 f yd [MPa] (3.117)
qRL2 yi
Ed r , y [ N / mm2 ] (3.118)
sL2 sL 2
Dove yi rappresenta la distanza lungo y dall’asse neutro della sezione. La tensione
tangenziale si può invece rappresentare mediante la formula [81]:
6 vEd sL2
Ed r , y 3
yi2 [ N / mm2 ] (3.119)
sL 4
238
La capacità delle catene
2
4 2 RL4 q 2 2 3 vEd sL2 6 vEd 2
yi 3 3 yi
sL6 2 sL
3
sL
4 2 RL4TEd2 27 TEd2 sL4 108TEd2 4 54TEd2 sL2 2
yi2 yi 6 2 2 yi
2 R
2 2
4 sL6 2 2 sL6 2 2 sL
s RL
6
L 2
108TEd2 4 4 RLTEd
2 4 2 2 2
54TEd sL 2 27 TEd2 sL4
6 2 2 yi 6 2 2 yi 6 2 2
sL 6 2 2 2
R sL 4 sL
L L
s R
2
Si perviene dunque alla radice di un polinomio di quarto grado nella forma x =
ay4+by2+c. I parametri a e c risultano maggiori di zero, mentre è possibile determi-
nare il segno di b solo se si contestualizza il problema descrivendo i parametri
geometrici in base alle generiche dimensioni di un capochiave e ponendo lo spes-
sore della lastra e la dimensione del foro in funzione del raggio della piastra.
sL RL 6 R RL 8 5
239
Capitolo 3
id r , y ay 4 by 2 c [MPa]
Osservandola si può infatti stabilire che il valore massimo della tensione ideale si
raggiunge alle estremità della sezione della piastra quando y = sL/2. Dai grafici del-
le tre funzioni si potrà avere una spiegazione probabilmente più immediata.
240
La capacità delle catene
R s L 2 R s L R sL
id , Ed , Ed , Max , f yd [ MPa] (3.120)
2 2 2 2 2 2
Dove la tensione σEd,Max è descritta dall’equazione (3.110). E’ poi possibile utilizzare
questa relazione per calcolare lo spessore minimo della piastra necessario a soddi-
sfare la verifica di resistenza allo stato limite ultimo. Per farlo sostituiamo la
(3.110) all’interno della (3.120) e uguagliamo σEd,Max alla resistenza a snervamento
dell’ acciaio.
qRL2
sL,lim [mm] (3.121)
f yd
241
Capitolo 3
Nella seguente tabella vengono riassunti gli spessori delle piastre, il valore della
caratteristica ω dei tre sistemi e la loro rigidezza complessiva α.
La disuguaglianza (3.107) risulta rispettata solo nel terzo caso e pertanto solo in
questo sarebbe possibile adottare correttamente l’approccio semplificato visto al
punto precedente. Tuttavia è’ utile notare che si potrebbe adottare questo metodo
anche nei primi due casi; così facendo il valore della tensione ideale restituito sa-
rebbe maggiormente a favore di sicurezza, in quanto a fronte di una distribuzione
di pressione non sufficientemente omogenea, essa verrebbe assunta come costan-
te. Tuttavia la distribuzione reale presente non sarebbe sufficientemente omoge-
nea da escludere una situazione di pericolo per la muratura retrostante a causa
della concentrazione degli sforzi.
Per osservare i diversi aspetti del comportamento si decide comunque di utilizzare
l’approccio semplificato per tutti e tre i casi presentati e dunque si calcola il carico
distribuito sulla piastra attraverso la (3.109).
TEd
q 0,62 [ N / mm2 ]
R
2
RL2
2
Nelle seguenti tabelle sono stati riassunti i valori della tensione ideale valutati con
l’equazione (3.120) attraverso i coefficienti di Timoshenko e di S. Caffè e il valore
della tensione ideale che si ottiene attraverso l’uso dell’approccio di M. Vinci de-
scritto al punto [Link].
242
La capacità delle catene
Tabella 12. Resoconto delle tensioni ideale ottenute con il metodo di Timoshenko.
Tabella 13. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di S. Caffè.
Tabella 14. Resoconto delle tensioni ideali ottenute con il metodo di M. Vinci.
243
Capitolo 3
244
La capacità delle catene
Analizzando il segmento più sollecitato, ovvero quello che ha come estremi i bordi
della piastra, si procederà all’analisi mediante la risoluzione in forma chiusa di He-
tenyi in [83]. In primo luogo si imporrà che la differenza di reazione del solido ela-
stico tra un estremo e la mezzeria sia inferiore al 10% della massima reazione. In
maniera analoga a quanto visto per il capochiave a paletto si determinerà dunque
245
Capitolo 3
l l
Cosh cos
4Q 2 2
yC [mm] (3.123)
k Sinh l sin l
Come già affermato la pressione esercitata dal solido elastico è proporzionale allo
spostamento secondo la legge:
p x k y x
Pertanto se si vuole contenere la reazione della muratura tenendo conto delle ner-
vature è possibile riscrivere l’equazione (3.83) già utilizzata per il paletto, sosti-
tuendo però al suo interno la formulazione dello spostamento relativo all’attuale
schema statico proposto nelle formule (3.122) e (3.123).
pC pA 0,1 pA
k yC k y A 0,1k y A
l l l l
Cosh cos Cosh cos
2Q Cosh l cos l 4Q 2 2 0,1 4Q 2 2
k Sinh l sin l k Sinh l sin l k Sinh l sin l
Conviene porre N 2Q / k e x l / 2
246
La capacità delle catene
x3 x5 x7 x9 x11
a x Sin x x
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
b x Cos x 1
2 24 720 40320 3628800
x3 x5 x7 x9 x11
c x Sinh x x
6 120 5040 362880 39916800
x2 x4 x6 x8 x10
d x Cosh x 1
2 24 720 40320 3628800
E si giunge alla seguente disequazione
d x b x 1,1d x b x 1
2 2
0
c x d x b x a x
k
l l 4 1,171 (3.124)
4 EI
E’ necessario ora sviluppare la caratteristica del sistema λ per evidenziare l’altezza
della piastra e girare tutta l’equazione (3.124) in funzione di questo termine.
247
Capitolo 3
k bk0 3k
l l 4 l 3
l 4 03 1,171
4 EI 4 bs EsL
4E L
12
Pertanto l’utilizzo delle nervature di irrigidimento consente di ottenere una distri-
buzione sufficientemente omogenea della reazione a partire da una altezza della
piastra superiore a
3k0
sL ,min 4
[mm] (3.125)
3 1,171
E
l
Dove la costante elastica k0 è stata definita al punto [Link], il modulo di Young è
quello dell’acciaio, mentre la lunghezza l non è altro che la massima distanza tra
due costole adiacenti (lc,max) ed è funzione della tipologia di costolatura scelta:
248
La capacità delle catene
l’area della piastra e la larghezza b della trave, che in questo caso assume grandez-
za unitaria. Successivamente si passa a dividerlo per il numero di costole presenti e
a dividerlo ulteriormente per il raggio della piastra, di modo da ottenere l’azione
concentrata sulla trave di larghezza unitaria.
2
2
2
2
RL R RL R
2 b 2 1 TEd 1
Q q
TEd
R
2
n RL n RL n RL
RL
2
2
TEd 1
Q [N ] (3.128)
n RL
Come affermato si valuta quindi il momento massimo in mezzeria mediante la
(3.127) e la relativa tensione assiale mediante la (3.89), ricordandosi però di calco-
lare il momento di inerzia della sezione I C b sL3 12 riferendosi a una larghezza
unitaria e ponendo dunque b =1 mm.
S L M c ymax
Ed R L , [ MPa]
2 IC
Infine si effettua la verifica di resistenza confrontando la tensione ideale presente
nel punto più sollecitato della sezione di mezzeria con la resistenza allo snerva-
mento dell’acciaio adottato:
2
S S
id R L , L Ed R L , L f yd [ MPa] (3.129)
2 2
249
Capitolo 3
qnln2 b h2
M Ed M Rd f yd n n
2 6 (3.131)
VEd qnln VRd f yd bn hn 3
Infine è necessario valutare l’altezza di gola delle saldature che connettono la ner-
vatura all’anello centrale. Il progetto di questa dimensione non viene qui riassunto
poiché è già notevolmente sviluppato in molti testi e nelle NTC 2008.
250
La capacità delle catene
Gli spessori sono stati calcolati al variare dell’azione di tiro all’interno del range
cui normalmente è sottoposta la catena, ovvero tra i 40 e i 100 kN. Inoltre i valori
sono stati ulteriormente definiti al variare del raggio della piastra tra 160, 180 e
200 mm e siccome è stato mantenuta costante la dimensione del foro, ovvero 20
mm, è possibile affermare che per ogni verifica sono state definite tre curve in base
al rapporto tra il raggio della piastra e il suo foro e in base all’azione di tiro.
Si è quindi calcolato lo spessore limite della piastra priva di nervature necessario a
garantire una distribuzione degli sforzi sufficientemente omogenea, ovvero la veri-
fica di deformabilità. Il calcolo è stato eseguito mediante l’equazione (3.108) in se-
guito riportata:
12 RL4 k0 1 v 2
sL ,lim 3
[mm]
E
Successivamente si è calcolato lo spessore limite di una piastra priva di nervature
necessario a superare la verifica di resistenza attraverso il metodo di Timoshenko.
Tali valori sono stati definiti in base al rapporto 2RL/ϕR e al variare dell’azione di
tiro attraverso l’equazione (3.121) in seguito riportata
qRL2
sL,lim [mm]
f yd
3k0
sL ,min 4
[mm]
3 1,171
E
l
Si è optato per mostrare i valori relativi all’uso di cinque nervature perché al di
sotto di questo numero non si apprezzano significative riduzioni di spessore e al di
251
Capitolo 3
252
La capacità delle catene
253
Capitolo 3
La massima azione di calcolo sopportabile dalla barra (TR,Rd) è fornita dal prodotto
tra la resistenza caratteristica a snervamento per trazione dell’acciaio (fs,yk) e l’area
della barra (AR). Il tutto viene poi diviso per il coefficiente di sicurezza del materia-
le (ϒM).
f s , yk AR
TR ,Rd (3.132)
M
E’ utile notare che il coefficiente di sicurezza del materiale dovrebbe assumere in
una generica sezione della barra il valore di ϒS = 1,15 e come specificato al punto
[Link].1.3 delle NTC 2008, tale valore deve essere utilizzato per tutte le tipologie
di acciaio. Tuttavia le sezioni maggiormente a rischio sono quelle terminali, dove la
barra si connette al capochiave. Pertanto, la sezione da verificare sarà proprio que-
sta, dove il coefficiente di sicurezza da adottare nel calcolo è quello espresso al
punto [Link].1 delle NTC 2008, dove viene posto pari a ϒM2 = 1,25. In [25] l’autrice
consiglia, per le catene in ferro battuto, di innalzare il valore di quest’ultimo coeffi-
ciente a 1,3 o 1,5 a causa dell’imprecisione che caratterizza le prove di durezza con
cui è possibile determinare le caratteristiche dell’acciaio. L’inaffidabilità delle pro-
ve e la disomogeneità del materiale è considerata dall’autrice così elevata, da con-
sigliare l’utilizzo di un valore della resistenza a trazione (di calcolo) pari a 50-100
MPa, che rappresenta, con buona approssimazione, la minima resistenza a rottura
delle catene desunta dalla letteratura.
Inoltre è bene considerare che l’area contenuta nella formula di verifica non si rife-
risce alla generica sezione, ma bensì alla sezione terminale perché maggiormente
sollecitata. Questo perché la filettatura necessaria all’ancoraggio può ridurre l’area
resistente. Generalmente il giunto è concepito a “parziale rispristino”, in quanto la
sezione filettata è ricavata per asportazione del materiale della barra secondo una
filettatura metrica ISO 4533 a profilo triangolare[100].
254
La capacità delle catene
Nel caso odierno più comune di barra circolare e con riferimento alla Figura 160
possiamo calcolare l’area resistente della parte filettata come:
d res
2
AR ,r e s (3.133)
4
dove il diametro della sezione resistente si ottiene dalla media aritmetica del dia-
metro del nocciolo e del diametro medio (Figura 160), oppure mediante apposite
tabelle.
Pertanto le zone terminali, filettate mediante asportazione di materiale, sono le
zone critiche della barra. Vi è quindi il rischio che queste siano le prime ad entrare
in crisi e per di più, vi entrerebbero ancora prima che venga raggiunto il limite di
snervamento in una sezione generica, rendendo così inutili le capacità duttili
dell’elemento. Per tale ragione è preferibile, specie se si intende fare affidamento
sulla duttilità del tirante, ricorrere a una filettatura ricavata per rullatura [100].
Questa operazione consiste in una laminazione a freddo in cui il pezzo da filettare,
avente il diametro di poco superiore al diametro medio della filettatura da genera-
re, viene costretto a rotolare fra cuscinetti opportunamente rigati, i quali, sotto la
pressione esercitata dalla macchina, penetrano nel pezzo imprimendo progressi-
vamente il bassofondo del profilo. Questo costringe il materiale a deformarsi pla-
sticamente generando la cresta della filettatura senza asportazione di materiale.
255
Capitolo 3
La rullatura presenta dunque il vantaggio di non ridurre l’area resistente della bar-
ra, evitando così di localizzare la sezione meno resistente nel punto più delicato del
sistema. Inoltre questo sistema presenta l’ulteriore vantaggio di creare una filetta-
tura dotata di gole arrotondate; la forma arrotondata presenta infatti un minor ri-
schio di formazione di cricche rispetto alle gole a spigolo vivo della tornitura dove,
specialmente dopo lo snervamento del materiale, vi è un’elevata possibilità di
creazione di cricche che dalla base della gola si estendano velocemente e in manie-
ra incontrollata, creando così una modalità di rottura fragile.
256
La capacità delle catene
deno (2-3%) o leghe prive di tale elemento. In questa sede si ricorda solo la mag-
gior resistenza alla corrosione delle leghe provviste di molibdeno, sigla AISI 316,
rispetto a quelle sprovviste, sigla AISI 304. E’ poi possibile applicare ulteriori trat-
tamenti, come la riduzione del tenore di carbonio o l’aggiunta di titanio per aumen-
tare la resistenza a particolari tipi di corrosione. L’utilizzo di queste leghe compor-
ta un considerevole aumento del costo del materiale e delle lavorazioni per la posa
in opera, in quanto l’AISI 304 può arrivare a costare 8 volte tanto rispetto a un
normale acciaio al carbonio, mentre l’AISI 316 fino a 10 volte tanto [19].
Bisogna poi tenere in considerazione che gli elementi di fissaggio e giunzione delle
barre, come dadi, piastre e manicotti, devono essere selezionati con particolare cu-
ra. In genere i produttori tendono a produrre e fornire insieme allo specifico ac-
ciaio gli accessori necessari alla corretta posa dei dispositivi. Quanto detto vale in
particolar modo per gli acciai inossidabili dove l’accoppiamento meccanico è da
preferire alla saldatura, in quanto quest’ultima rischia di asportare o rovinare lo
strato di protezione dalla corrosione.
257
Conclusioni
259
una serie di piccoli accorgimenti e a stigmatizzarne di altri, ma sono state elaborate
delle procedure per la corretta messa in opera di nuove catene e per la manuten-
zione di quelle esistenti. Quanto scritto è stato proposto in modo da non inficiare la
durabilità del presidio stesso e allo stesso tempo al fine di ottenere il massimo ef-
fetto consolidante dall’applicazione di questi dispositivi. La stesura definitiva di
questo capitolo è dunque avvenuta a posteriori rispetto ai successivi, in modo che
la definizione del procedimento ergotecnico fosse integrata dalla corretta interpre-
tazione del comportamento strutturale. All’interno del capitolo 2.1 sono state infi-
ne fornite le principali nozioni riguardanti il comportamento e la verifica della mu-
ratura sulla base non solo delle normative tecniche, ma anche delle più significati-
ve pubblicazioni presenti sul tema.
260
Conclusioni
tivate incertezze legate all’utilizzo dell’analisi statica non lineare per la verifica dei
meccanismi locali. Al punto 2.3 sono stati poi riassunti i procedimenti con cui di-
mensionare i diversi tipi di catene e il livello di pretensione da fornire a queste ul-
time, affinché fossero in grado di contrastare le spinte prodotte dagli archi e dalle
volte a botte.
Gli aspetti più spinosi legati all’utilizzo dei tiranti, nel senso che oltre a non esserci
dei modelli comprovati vi è anche discordia o parsimonia di trattazione, sono prin-
cipalmente due. Il primo di essi è legato alla valutazione dell’effettiva azione di ri-
tegno espressa dal capochiave e dunque, al passo con cui disporre le catene
all’interno della struttura. Per quanto il presente documento contenga due proce-
dimenti atti a valutare ciò, è anche doveroso ammettere che essi rappresentano so-
lo uno stato embrionale e poco raffinato dell’analisi. Più che un modello compiuto e
definitivo, essi vanno dunque intesi come l’incipit di una possibile futura ricerca
sull’argomento.
Il secondo tema che non risulta ancora comprovato all’interno della letteratura
scientifica, è invece legato alla capacità ultima del sistema catena. Di quest’aspetto
261
viene però fornita un’ampia analisi e una possibile soluzione al capitolo 3. Al suo
interno viene infatti stabilito che l’azione resistente ultima sopportabile dal siste-
ma è pari al minore di tre contributi dovuti allo snervamento della barra, alla crisi
per snervamento o eccessiva deformazione del capochiave e al punzonamento del-
la muratura e tra questi vengono stabiliti dei criteri di gerarchia delle resistenze.
Per prima cosa è stata valutata l’azione resistente offerta dalla muratura e per farlo
sono stati passati in rassegna tutti gli approcci presenti ad oggi in letteratura. Gra-
zie all’analisi delle criticità, degli approcci e dei punti di forza delle singole metodo-
logie è stato poi possibile enunciare una teoria che consentisse di valutare l’azione
resistente offerta dalla muratura secondo due diversi meccanismi di collasso. Il
primo è basato su una crisi per taglio dovuta allo scorrimento orizzontale dei bloc-
chi lungo l’interfaccia. Il procedimento di valutazione per questo tipo di crisi è sta-
to sviluppato in seguito alla correzione dei migliori approcci analoghi presenti in
letteratura e armonizzato secondo la filosofia progettuale contenuta nelle NTC. Il
secondo meccanismo di collasso è invece dovuto al superamento delle tensioni li-
mite nei blocchi in seguito a uno stato di sforzo biassiale ed è stato sviluppato a
partire dalle verifiche a trazione presenti in letteratura. Rispetto a queste ultime
esso rappresenta però una teoria innovativa all’interno del panorama complessivo,
poiché supera le forti limitazioni della precedente verifica (vedi [Link]) andando a
interpretare correttamente lo stato tensionale presente nella muratura.
Tra le cause del punzonamento non è stato considerato lo schiacciamento del sup-
porto murario a contatto con il capochiave, poiché se la reazione della muratura
agisce in maniera omogenea lungo l’area di contatto tra la chiavarda e la muratura,
le precedenti cause di dissesto sopraggiungeranno prima dello schiacciamento.
Tuttavia bisognava scoprire per quali caratteristiche del capochiave e della mura-
262
Conclusioni
Per effettuare ciò è stata utilizzata la teoria della trave su suolo elastico attraverso
cui è stato possibile valutare in maniera più accurata il comportamento del capo-
chiave a paletto. Tale approccio è solitamente adottato in geotecnica e perciò è sta-
to necessario calibrare alcuni termini dell’equazione in funzione delle caratteristi-
che della muratura, ma una volta definite le equazioni di verifica, è stato possibile
dimensionare in funzione della lunghezza del paletto e delle condizioni del suppor-
to, un’altezza del paletto tale da permettere lo sviluppo di una reazione distribuita
in maniera sufficientemente omogenea lungo lo sviluppo del capochiave. Allo stes-
so tempo sono state fornite le equazioni per effettuare le verifiche di resistenza
sempre sotto l’ipotesi di trave su suolo elastico, ma in generale è stato possibile os-
servare che se era assolta la prima condizione legata alla deformazione del paletto,
era allora possibile condurre la verifica di resistenza mediante lo schema semplifi-
cato di trave incastrata in mezzeria e sottoposta a un carico uniformemente distri-
buito.
Lo stesso procedimento di analisi è stato poi utilizzato per i capichiave costituiti da
una piastra circolare. In prima istanza si è studiato il comportamento di una pia-
stra priva di nervature, arrivando a formulare una semplice equazione con cui sta-
bilire lo spessore minimo per cui si ottiene una risposta omogenea del supporto. In
seguito è stato proposto un procedimento di verifica semplificato e alternativo, ri-
spetto a quello errato presente in letteratura, con cui condurre la verifica di resi-
stenza. A posteriori è stato poi enunciato un nuovo metodo per valutare il contri-
buto che l’aggiunta di piastre di irrigidimento avrebbe comportato sulla condizione
263
di deformabilità e sulla verifica di resistenza in modo da completare in maniera
esauriente la trattazione della problematica.
È bene ricordare che i procedimenti proposti per valutare la capacità resistente ul-
tima del sistema catena, come del resto tutti gli altri approcci presenti in letteratu-
ra, non sono comprovati da prove di laboratorio che ne attestino la veridicità. Per-
tanto un interessante percorso di ricerca potrebbe consistere proprio nell’eseguire
diversi test con cui vagliare la teoria proposta all’interno della tesi. Ciò offrirebbe
inoltre numerosi spunti di approfondimento, tra i quali si ribadisce l’importanza
strategica di arrivare a modelli di calcolo comprovati per valutare il passo con cui
disporre i tiranti.
264
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268
Appendice A Risoluzione della trave su suolo elastico
269
Appendice B Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante le equazioni di Bessel
270
Appendici
271
Appendice D Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante valori tabellati
272
Appendici
273
Figura 168. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 140-141.
274
Appendici
275
Figura 170. Valori delle funzioni di Bessel, pp. 144-145.
276
Appendici
277
Appendice E Risoluzione della piastra su suolo elastico
mediante il metodo di Fὂppl
278
Appendici
279
Ringraziamenti
280