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Inquietudini L’occhio di chi ama

Come su uno specchio


Nella fuga sei vivo, animato
venti avversi e orrende burrasche l'amore tuo rimbalza sugli occhi

nere si espande

infuriare e infuriarsi splendidi fasci di luce e diamanti

scuri; e sento il tuo essere dentro

nessun rifugio fu mai più amato non vedo.

della caotica tenebra ignota L'iride tesa non li può trattenere

e il brivido pulsa nel sangue lotta, si strugge, ti vuole rapire

mai stanco: invano:

fermarsi a pensare è la morte dell'anima sei tu l'immagine confusa

inquieta, che sfugge all'amante per farlo soffrire.

annegare in torbide acque

in rigida quiete e falsa salvezza,

eppure ti sforzi e tendi le braccia...

è l'inquietudine:

storia di un relitto congelato

che ancora sogna ventosi orizzonti

al largo di inesplorate coste.


Solitudini (dolci, senza amarezza) Non resta che l’alba a chi vive di notte

Non piove; Non resta che l'alba a chi vive di notte

lucida il pensiero il candore del giorno due nere pupille immerse nel buio

casto il brivido che ridesta, lucciole tristi con ali di seta;

riscuote: le spieghi, boccheggi, il sonno è tiranno

vibra la spina, si alza il profumo t'insegue maligno, anziano, lui affanna

e calmo è lo spirito quando non brama. e mentre il villaggio riposa sereno

tu ridi solo,

Svaniti; lanci sguardi d'invidia sognante

le ombre del mondo, il fischio del tempo poi piangi solo,

nel mare di nebbia nuotano i sogni preghi Morfeo di lasciarti svenire.

e sola è la barca, soli anche gli altri A te non resta che l'alba,

solo è lo spirito senza afflizioni. creatura notturna:

chiudendo i segreti nel pallido petto

Canti; con l'alba si scioglie il cuore di pietra,

in un'unica voce si abbracciano si chiudono gli occhi di ghiaccio.

i venti caldi e la solitudine.


Le cose del mondo Il mare

Le cose del mondo mi rendono inquieto: E il mare, d'improvviso,

ingannano il tempo di tutti i suoi morti ricordò il nome.


Abbraccia i corpi pallidi,
trafiggono il cuore.
inermi,
Taccio, tuttavia,
li culla e li cura tra perle e coralli.
perché nessun uomo sincero ne cambiò mai il corso,
Le onde in silenzio ritornano a riva:
e così ogni grido è ridotto a sospiro. è il mare che piange
Crudele è il destino del sognatore: scoppia e straborda
tace, e profetico è il suo male, inonda le strade e stride il suo pianto;

e invano morì Cassandra dei morti odi il grido e vedi le croci


e tu vivo ma alieno con loro a nuotare,
il petto trafitto da spine di rosa.
(eternamente affranto, il lutto un macigno)
nel vuoto a nuotare.
Primavera Kirwan

Benvenuta, Primavera: Spurio, lucente astro nuovo mosse


ti ho bramata con ardore, implorata di far presto
del carro di Orlando la bella ruota;
ma ora che sei qui dolce ricordo è il gelo,
silente e stremante stupore scosse
amara incertezza il tuo tepore.
mente ‘sì cauta da chiudersi al bene.

Sigillato cuore d’autunno e


Tu, tempo
pallido, indolenzito…

ritrovata frescura d’estate,


Smuovi ogni cosa, spegni i pensieri
leggero equilibrio sul filo del giorno.
violento rapace, tu, Tempo
nel cuore fai strage di sogni,
degli occhi annienti la luce Attesa, paziente,
scivoli, scivoli… di un curativo solstizio,
fluido e malvagio, orrido e ingordo e che l’astro nascente (pubertà divina e festosa!)
divori l’amore, scivoli:
risplenda di luce piena e cangiante,
con te si annega e si muore ogni ora.
che avvolga il Creato in una stretta inattesa.
Secretum Il giorno è un addio

ma ogni notte ritorno:

Ridestami! Svegliami!
Sospiro. Mi perdo in un caldo sogno
se fossi reale, fuggirei anch'io.
amico

accolgo quel fuoco di pelle

che brucia,

inspiro: è polvere di stelle.

Occhi umidi e languidi

colpevoli buoni

timidi complici

dissimulando il peccato più dolce

ma la tua aurea è per me una condanna.

Ridestami! 'Che non t'amo,

ti sogno:

amor proibito,

anelato, furioso

solo per poco, il tempo di un lampo,

tremo al tocco tuo lieve e curioso.


Solstizio L’esorcismo

Ho dentro un grumo di tedio e rimorso,


Terrore che stringe è la nuova stagione
scolpito da un diavolo artista e straniero!
e ogni solstizio è incerto e segreto;
Inodore massa gravosa che inquina:
orridi tremori e lunghi brividi s’affollano nel petto
(verde petrolio scorre nel sangue)
senza conforto:
vischiosa, opprimente cellula caìna!
adunano i destini piangenti,
Palpiti orrida e intermittente, crudele!
nessuna risposta al loro lamento.

Il corpo è ormai polvere, si salva il pensiero


Sfera in cristallo, sorda al mio pianto!
che soffre querulo, resiste, fiero:
T’infesta la nebbia, la zingara tace
fiero superstite, boccheggia e gattona
quel mio cieco e fumoso avvenire:
e abbraccia il fumo di un sogno che brucia
corrodi tu la vita come acido atroce,
(splende e poi brucia!).
corrode la vita l’ignota forma del cielo.

Esalo aria scura, lo sento annegarmi…

è un gomitolo di perdizione e apatia!

Lontano da me, lontano! Perverso alchimista, nera magia,

essere osceno e del malessere schiavo.


L’uomo e il mare (dialogando con Baudelaire) Come do un titolo all’ineffabile?

Rovisto nel buio, carponi,


In acque tiepide e dolci galleggio dormiente e sicura;
tastando un mare grigio di sassi;
incantevole è attendere che s’apra il proibito abisso
cerco con zelo parole di bene
schivo, infinito,
che muoiono, al nascere, già difettose
cuore immortale, imperitura corazza,
su quelle labbra mie rotte e dischiuse,
si scioglie al calore di pianti e tristezza.
martoriati petali torturati dall’ansia.

Un tempo restio, scoprendo tu in me un affine dolore


Rovisto, carponi,
bruciando la maschera e il velo che opprime
tasto un mare di sogni;
mi lasci nuotare e indagare il tuo male
l’anima in pegno per riuscire a spiegare
invisibile crepa, frattura nefasta
chi sei, cosa vedo, il bene che sento,
ch’io sola ho cercato e so dove trovare.
ma qualche pensiero evapora al sole,

si scioglie in silenzio e tramuta in sale.


Ma tanto è il buio che strazia il tuo cuore

(non cimitero ma di torbidi rimorsi ospedale)


Provo, ritento, desisto, mi pento:
che il fiato non basta:
è l’ineffabile terribile fiera
raggiungo la riva, riprendo a nuotare
e il bene tra noi un eterno mistero.
e colmo la sete curiosa, esausta.
Ternura

Tenerezze infinite,

languidi giovani occhi

che il tempo non muta,

protegge;

amene visioni,

euforia d’esistere,

nella risata un trillo sincero:

quasi felice mi appare la storia

e una luce, e una pace…

seppur amaro e torbido è il mare

che mi inonda;

io stanca, io persa, io stanca

tu soffi via il male, tu credi, io penso:

mai due furono tanto distanti.


Dios todo lo ve. Ma odio la Bibbia, è un libro di niente! ‘Eek è il destino. Dove sfocia il mio?
Breve racconto drammatico in cui l’amore è sconfitto (non sempre più stanco e malato, aveva venduto ogni suo avere, ogni oggetto di
valore, l’auto, il sorriso, i vestiti, il corpo e ora dormiva per le strade di
può vincere sempre) Buenos Aires, libero e povero.
Era, insomma, un senzatetto. Sentiva di non temere più nulla e che, anzi,
ogni cosa lo affascinava incredibilmente. Passava le sue giornate a scrivere
La grande capitale era avvolta da una nebbia scura e pesante che gravava
poesie dai versi sciolti, senza rima, su un lussuosissimo taccuino rilegato in
sui pensieri e li appiattiva lentamente, comprimendoli, portandoli al limite
pelle rubato dalla ventiquattr’ore di un uomo d’affari in stazione, mentre
fino a farli scoppiare.
scrutava la città prender vita o prender sonno, all’alba e al tramonto, e i
Mi scoppiano i pensieri. Non so più come trattenerli.
volti dei suoi abitanti raccontare storie e segreti che solo lui poteva
E finivano ovunque. Urtavano quelli del vicino, del passante, del ciclista
conoscere.
incrociato sul marciapiede largo eppure gremito, e dopo la colluttazione
Sopravviveva, come fanno i poeti. Si abbandonava alla vita fiducioso che
prendevano velocità e iniziavano a schizzar via, a sbattere contro ogni
giammai lo avrebbe lasciato cadere, e tutto quello che sentiva o che gli
parete, ogni albero, a rompere i vetri delle case e alzare nubi di polvere al
capitava mentre precipitava lo trasformava in poesia, unica, intrisa di gioie
loro passaggio: inutile correre per recuperarli, saltare e dimenarsi per
e nevrosi. Scriveva di gioie e nevrosi, pace e guerra come se non fossero
riafferrarli.
due estremi, due opposti: in fondo ogni cosa è buona, ogni cosa è bella,
Inutile correre. I porteños avanzavano con lentezza disarmante,
terminava così l’ultima strofa appuntata sul suo taccuino, e mi ricorda che
passeggiando per le strade di una città melancolica. Qualcuno se n’era
esisto.
andato da tempo, abbandonando intere palazzine, ville, appartamenti,
Quella sera gli incubi e le allucinazioni erano più fastidiosi del solito: gli
lasciando dietro di sé una grigissima scia di paura e solitudine: la nebbia di
bastò una sigaretta, l’ultima, e già si sentì meglio. Iniziò a camminare a
quella sera.
passo svelto, a trotterellare per le strade del centro senza una meta:
Lui no. Diversi mesi prima aveva deciso di trasferirsi dal quartiere più
attraversò un paio di vicoli, prese diversi autobus e dopo ancora accelerò il
malfamato al più lussuoso, occupando l’appartamento di un suo amico da
poco partito e diretto chissà dove, nessun posto è sicuro, chissà con chi. Poi,
passo per raggiungere la prima piazza più vicina, stare tra i suoi simili, tremante, lentamente e incurvando la schiena, quasi temesse di essere visto
sentire i loro pensieri scontrarsi e ingannare la solitudine. da qualcuno o da qualcosa di terribile.
L’uomo è solo. Chi sei?
I visi fintamente rallegrati dalla movida notturna sembravano gridarlo ogni Guardò attonito il suo riflesso. Si rizzò con uno scatto improvviso, sono
istante, ogni qualvolta incrociavano lo sguardo di qualcun altro. Il suo, un mostro, Dio, sono un mostro, e si precipitò sul vetro per toccarlo e
tuttavia, non gridava: sussurrava tenere parole d’affetto a tutti quegli sporcarlo delle sue impronte, se non tocco non credo, riempendolo di aloni
estranei amici, amici fratelli, che avrebbe voluto abbracciare e stringere, che il suo affanno disegnava sulla superficie gelida dopo ogni parola
consolare per i disastri dell’avvenire. sussurrata.
L’indifferenza, pensò, è il peccato peggiore. Non si riconosceva più, tranne che per gli inconfondibili occhi verde
Il coprifuoco sarebbe scattato in meno di un’ora. Utilizzò quel tempo per smeraldo. Il viso emaciato, la barba lunghissima e incolta, i capelli canuti
rincorrere qualche pensiero tra strade e piazze affollate, incredibile come il raccolti in una coda stretta e bassa, il collo arrossato per quel nevrotico
mondo non si vuoti mai nonostante tutti quelli che van via, e solo adesso quel vizio di grattarsi e graffiarsi la notte e il giorno e in ogni momento
vociare gli portava malinconia, perché sapeva. d’angoscia, che è ormai cosa perenne.
Eppure andava, andava, vestito da gran signore con gli unici indumenti Non lo accettava. Aveva scritto diverse poesie al riguardo, poesie sulla
che gli erano rimasti. Talvolta faceva in modo di scontrarsi con un difficoltà di riconoscersi, di comprendersi, e mai le aveva credute così
passante solo per potergli parlare e chiedergli scusa, scusa, scusa, mi profetiche o mai avrebbe pensato di poterle vivere sulla sua pelle. Le mani
perdoni, mi scusi, e per non dimenticare il suono della sua voce. intorpidite dal freddo iniziarono a scorrere incerte sul suo corpo, se non
Si fece strada in un locale, ordinò una birra e si rinchiuse velocemente in tocco non credo. Stringevano la pelle, la pizzicavano attraverso i vestiti,
bagno, tanto non potrei mai pagarla, e cercò morbosamente uno specchio. cercavano qualcosa da aprire o strappare o slacciare per gettar via
Ne scorse uno dietro il muro delle latrine: quadrato, modesto e trascurato l’orrenda maschera; la immaginava ancora più spaventosa, una volta
e infelice nell’aspetto, come me. Avanzò a grandi passi felpati, tutto rimossa, e con due fori al posto degli occhi perché quelli li vedo, li ricordo,
sono sempre stati i miei.
che, ne sono sicuro, nascoste dalla chioma rubina aveva due grandi ali
Occhi vispi, brillanti: forse, tutto ciò che gli rimaneva per ricordarsi di bianche da angelo.
essere umano. Perché sei qui?
Non sopportò quella visione. Accadde in fretta, inspiegabilmente, BUM, e “Non ti leggo nella mente, sono i nostri pensieri che si scontrano. Ho
l’alieno nello specchio esplose improvvisamente in decine di schegge che origliato il tuo panico e voglio anch’io un po’ d’amore” -rispose, sincera.
caddero qualcuna su di lui, ferendolo, altre sulle mattonelle lucide, Gli porse la mano e a lui sembrò di volare, o sprofondare. Amore e odio.
rigandole. Le nocche gli sanguinavano, il pugno era ancora stretto e teso Danza o uccidi. Doveva incontrarla proprio quella sera? Proprio quella
avanti aspettando di trovare altri specchi da rompere, altri riflessi da notte? Proprio in quell’istante?
uccidere. Poi si strinse a lui, e tutto passò. Aveva dimenticato quella sensazione,
Odio il mio riflesso. quella di avvertire il piacevole peso di un altro corpo sul proprio e il
Seguì le note di un Libertango più sensuale del solito e un inebriante calore, l’euforia, la pace dei sensi improvvisamente non erano più solo
profumo di rosa che quasi lo stordì: li vide in una piazza, circondati da speranze e poesie. No, non stava più sognando, e se così fosse stato
decine e decine di persone, due giovani. E quel Libertango, pensò, era avrebbe preferito continuare a dormire e solo ogni tanto aprire gli occhi e
eseguito con tanta grazia, tanta maestria, tanta dolcezza che sembrava svegliarsi, perché conoscere l’orrore della realtà aiuta ad apprezzare il
facessero l’amore danzando, che belli, che bravi. Pianse. Vorrei il mio sogno.
taccuino per scrivere di loro. È tutto così chiaro, così ovvio: lui è perso di lei, e Accettò di ballare, iniziò a volare, l’amava. Tango o milonga, tradizionale o
lei diffida ma lo abbraccia stretto, bisognosa d’amore… con passi nuovi, anomali, non importava: volteggiavano per la piazza come
“Ottima analisi” -sussurrò una candida voce alle sue spalle. Lui si voltò se fossero soli, rubando la scena e tutto lo spazio e ordinando al tempo,
impaurito, stupito, come mi hai letto la mente? Poi la riconobbe, e non parlò non alla musica, di fermarsi. Quella seppe obbedire. Suonava dolce e
né pensò più. Era proprio lei, lei che era in grado di leggere anche le infinita: un tango infinito, un pianoforte nascosto e altrettanto infinito, con
menti più contorte, o più perverse. Lei che aveva fatto della foresta di una tastiera percorsa da due mani e dieci dita che raccontavano storie
incubi che era il suo cuore una radura di verdi salici e limpide acque. Lei diverse, infinitamente diverse. Il rancore, l’incertezza, il rimpianto o la
vita, la paura o la gioia tutte insieme, chiuse nello spazio quasi “Restiamo.”
impercettibile tra i due corpi, disegnate in ogni accordo alternando il E invece lui fuggì. Riprese a correre come quando aveva deciso di uscire e
bianco al nero, l’applauso al sospiro, l’abbraccio al grido. passeggiare, allora con la fretta di amare, ora con la smania di odiarsi e
L’applauso e il sospiro, l’abbraccio e il grido: così partecipava il pubblico, farlo a tal punto da non riuscire a smettere. Allora correva, correva, con i
inevitabilmente contagiato dalla bellezza dei ballerini, che con i loro corpi muscoli in fiamme dal dolore ma instancabile per l’adrenalina che aveva in
parlavano di sé. Allora è il momento giusto, si pensò, e tutti i presenti corpo, e correva e piangeva, e stringeva i denti quasi fino a spezzarli.
presero ad imitarli e si amarono per il tempo di quella danza, finché si può, L’ombra avanzava, il tempo scadeva, non c’è tempo, e se rallento passerà più
finché si deve. Rimasero stretti stretti l’uno all’altro, pregando con gli occhi in fretta per farmi un dispetto, e se mi fermo penso al peggio, ma se continuo a
lucidi e le labbra distese in teneri sorrisi, Dio, non farlo finire!, correre svengo, rifletteva, mentre imboccava vicoli sconosciuti perfino a lui,
immaginando quell’allegria regnare al posto dell’odio: era come se nessuna lontani dal centro e dal tango: lontani da lei.
guerra stesse per scoppiare. Mi lascerà in pace? Mi lascerà in pace. Mi lascerà andare.
Petali bianchi di rosa iniziarono a svolazzare, sollevati dal vento, sulle Ecco che invece un cigolio, alle sue spalle, iniziò a gracchiare acuto e
teste dei presenti, mentre tra gli applausi e il tintinnio delle monete ogni pungente contro il rombo dei suoi pensieri.
sospiro d’affanno per la fatica si trasformava in un gioioso fremito sottile, “Generale!” -gridava lei, pedalando sempre più veloce- “Generale! Si fermi,
ignorato. Le sirene stavano per suonare, ma nessuno sembrava Generale! Si fermi!”.
intenzionato a interrompere quei rari momenti di leggerezza inattesa e a Il Generale era affranto, ma non stanco, mai stanco. Correva modulando la
lungo bramata. Allora lei neanche. Gli strinse una mano, poi l’altra, e velocità in base alle strade, alle curve, al pensiero che lo affliggeva ogni
subito pianse lacrime di gioia e tristezza allo stesso tempo. Lui pensava di metro percorso, ma non sembrava volersi fermare, mai. L’irrazionalità,
poter resistere, lo sperava, ma guardava altrove per non incrociare quello l’imprevedibilità di quel momento sconvolsero entrambi. Avevano un peso
smeraldo così simile al suo sebbene più puro e trasparente, come uno sul petto, quel dubbio profondo che affligge ogni uomo e ogni donna in
specchio indistruttibile nel quale leggere di sé senza bisogno di chiedere, lacrime: ne vale la pena? Valeva la pena fuggire sapendo di non avere
di cercarsi. rifugio in nessun luogo? Valeva la pena rincorrere un fantasma? Vale la
pena implorare il perdono di Dio? Vale la pena amare, e morire amando, Ci vorrà solo un attimo.
bruciando da dentro? Una luce sempre più forte, sempre più vicina, sempre più veloce: era il
Non trovarono risposte. Uno correva, l’altra pedalava controvento e momento giusto per svegliarsi dal sogno, strappare alla realtà ogni filtro e
contro il tempo ingordo che divora gli incubi. Poi, l’inaspettato: lui si ogni illusione, accettare la fine della loro storia e guardarla dipingersi
ferma. Lei invece frena vari, molti metri addietro e si accascia per terra, brutale nel cielo plumbeo.
ansimante. Guarda esausta, abbracciato dalla fioca luce dei pochi lampioni Ci vorrà solo un attimo. La storia, pensava, e la vita, e la morte, sono questioni
rimasti accesi, quel generale lacerato dalla colpa e dagli orrori dei quali i di attimi.
suoi occhi sono stati silenziosi testimoni, innamorato della vita e delle Un attimo, forse il tempo di un battito di palpebre, bastò a far sì che si
persone, soldato esemplare eppure ribelle, combattente per dovere e non lanciasse in strada, BUM, senza riflettere, senza guardarla, e solo il Vento
per volere, ‘che se fosse per me, la guerra non si farebbe; lo stesso che scriveva gelido ascoltò il grido d’orrore di lei, uno solo. Dopo, tutto era immobile:
poesie sui muri della città, su un taccuino rubato o sul terreno fangoso, un petalo bianco svolazzava, caduto dai suoi vestiti, e si posò leggiadro
tracciando i contorni delle lettere con le dita che sporcavano le rime di sull’asfalto fresco, letto di morte.
sangue; lo stesso che immaginava vagare per le trincee pensoso, in una
mano il pennino e nell’altra il fucile; lo stesso che ora aveva avuto un’idea.
Non aveva visto il tir quando questo era ancora in lontananza, ma per
qualche ragione sentiva, lo sento, che sarebbe passato per quella strada e
quindi aveva rallentato. Quello sfrecciava leggero e sicuro, forse più di
quanto avrebbe dovuto, e i suoi due enormi occhi bianchi si facevano
sempre più minacciosamente vicini. Illuminavano tutto: le pareti degli alti
palazzi squadrati, le vetrine dei negozi, gli alberi piantati ai lati dei Nella mente di un viaggiatore notturno (lettera al mio
marciapiedi e le loro radici sollevate, i rami spezzati, le foglie cadute che il
amico Guglielmo)
Vento iniziava a portare via con sé.
tratti quasi una blasfemia, è immaginare che il Sole e la Luna siano i suoi
occhi: due iridi di due colori diversi, due anime, due mondi chiusi
nell’unico, grande, bellissimo mistero che è il suo sguardo. Due occhi
La vita non è vita se non contiene un mistero. Non un rompicapo, no: un
diversi per riuscire a decifrare quello ancora più e serio e fitto, caotico,
mistero. Metafisico, mistico, da capogiro, e un mistero non è un mistero se
insito di contraddizioni che continua a muoversi e respirare sotto di lui: la
ha soluzione. Perché i quadri cadono? E perché proprio in quel momento?, mi
sua creazione.
chiedesti un giorno, lasciandomi lacerata dalla consapevolezza di non
Non ci aveva proprio pensato. Ha dato vita alle cose del mondo e ci ha
avere una soluzione, di essermi imbattuta nell’ennesimo, profondissimo
incaricati di prendercene cura; spavaldo, illuso, credeva di potersi fidare e
mistero.
invece ora è costretto a guardarlo con una mano sempre davanti agli
Decisi, dunque, di iniziare a riflettere su domande simili e senza risposta e
occhi, pronto ad asciugare il freddo sudore sulla fronte o a coprirli se ciò
il mio occhio, ricordo, venne improvvisamente catturato da una flebile
che vede diventa troppo doloroso per il suo cuore fragile.
luce nel cielo, delicata e lontana ma dal fascino irresistibile...come esprimo
E quando il Sole si spegnerà, e la Luna smetterà di rifletterne il bagliore,
un desiderio se la sola visione di una stella cadente mi fa tremare il cuore? E sì,
sarà segno che Dio è diventato cieco. Finalmente, cieco. Una cecità attesa,
ecco, ci risiamo: perché le stelle, così belle e così vive, decidono di cadere?
anelata, perché non ne poteva più di guardarci morire e distruggerci, o
Guardi un cielo limpido, un firmamento immobile sopra di te che invece ti
vivere distruggendo ogni cosa pura intorno a noi.
agiti perché cosciente di quanto piccolo sei rispetto a quel mostro di luce,
Eppure, povero, continua a salvarci: non è più un mistero il perché il
e senza preavvisi BUM, una di quelle si stacca e inizia a cadere. E tu
mondo ancora si muova, arrancando e stentando ma ancora tutto vivo. E
rimani in adorazione. Non sai spiegartelo, non sai parlare, non puoi
sai, ho conosciuto un poeta, lui, lui lo sa: si è appostato nella nebbia, una
smettere di guardarla. Cosa porta le stelle cadenti a scegliere di morire e
notte d’autunno, spiando da un aleph...l’ho visto, oddio, Dio, mentre si
lanciarsi nel vuoto?
sdraiava supino sul fango putrido, in silenzio, in segreto, e il mondo lo
Ci penso spesso. Per molti è bizzarro credere che siano le lacrime versate
calpestava facendogli male; gemeva dal dolore e piangeva polvere di stelle e tutte
da Dio quando non ne può più, quando si sente talmente esausto da non
avere la forza di asciugarle e nasconderle. Forse ancora più curioso, a
le rughe diventavano solchi, profondi e arrossati...il suo sacrificio di padre ci fa
credere di essere invincibili.
Non manca molto. Lo stiamo esasperando, portando a quel limite che
anche un’essenza tanto divina quanto la sua si trova a dover rispettare.
Non vorresti mai che si adirasse; mai vorresti che si avverassero nella
realtà crudele le ancora più crudeli profezie che i sognatori di un tempo
raccontavano su pergamene intrise di lacrime, calde lacrime amare versate
al risveglio dal loro incubo premonitore.
Mai vorresti.
Mai vorresti, e neanche Dio vorrebbe. Preferisce spegnersi piano,
tramontare con noi nel silenzio e nella disperazione del suo fallimento,
della sua sconfitta. Non muore, non sparisce, Dio non lo fa. Aspetterà che
le iridi gli si velino di bianca foschia, e poi cercherà un posto in cui
riposare sereno, cullato dal nulla, abbracciato dal vuoto. Ecco, piangerà
come sta già facendo, e le sue lacrime sono quelle stelle cadenti. Superbe e
aggraziate, disegnano nei cieli ampie parabole di polvere chiara: la loro
bellezza racchiude e nasconde la tragedia del loro destino.

Caro Guglielmo: ecco tutto ciò che ricordo (ti parlerò di me


in terza persona, perché guardarmi dentro è lacerante)
Nessuno l’avrebbe consolata e capita, o ascoltata, o sentita. Nessuno
l’avrebbe amata, neanche solo per il tempo di un pianto.
Borbottava confusamente, gattonando sul terreno ancora umido e Talvolta guardava alle sue spalle tentata dall’idea di tornare indietro per
scansando i sassi più grandi o più appuntiti, facendo attenzione a non sempre, superando ogni contraddizione umana mai esistita sino a quel
posarvi le mani tremule. Non ricordava da quanto tempo stesse vagando, momento e diventando la prima donna ad aver deciso di evadere da una
ma la totale mancanza di forze, se solo fosse stata così lucida, l’avrebbe prigione per poi fuggire volontariamente e consapevolmente verso un’altra
convinta che ne era passato molto, troppo. che si prospettava peggiore.
Un mese, forse uno e qualche settimana: nessuno mai lo seppe. La cella che le spettava, immensa, persa nella natura incontaminata della
Avanzava lontana dalla strada. Aveva ormai dimenticato il profumo della Patagonia argentina, appariva al suo animo tormentato come una stanza
pioggia sull’asfalto, né sentiva più la mancanza della sensazione di bruciore vuota e insonorizzata dalle curve pareti ricoperte di specchi, nella quale
che la sua ruvida superficie le procurava ogni volta che le capitava di ogni rumore è secco e ovattato e punge fastidiosamente l’udito sensibile.
inciampare e ferirsi. Quel dolore l’aveva aiutata a rimanere vigile durante i Saresti in grado di avvertire, se fossi tu a trovartici, il sangue scorrere
giorni più duri del suo viaggio, a combattere il sonno o la morte quando la nelle vene, talvolta ribollire all’altezza del cuore, e questo sbattere la sua
raggiungevano e le respiravano sul collo, ossessionati da lei e dall’idea di punta contro il tuo sterno con ritmo martellante, inquietante.
averla, in attesa di vedermi crollare come due predatori feroci e affamati. Porteresti, come lei, le tue mani nei capelli e proveresti a gridare, ma
Adesso perfino il dolore sembrava solo un ricordo. Quello del corpo, anche quel grido ti morirebbe dentro e non riuscirebbe a viaggiare in uno
quantomeno, perché per il resto ogni pensiero la portava inevitabilmente a spazio così sconfinato: si batterebbe per farti giustizia, confondersi col
sentire lo stomaco stringersi, il cuore sgretolarsi e quell’ultimo pugno di Vento e volare via, invano. È una punizione, un’interminabile punizione
ninfa vitale che ancora credeva di avere dentro sé abbandonarla per chi brama la solitudine disprezzando il calore dei suoi simili. Un
lentamente, scivolare via attraverso le ferite aperte. La sofferenza più incubo che approfitterebbe della tua follia per uscire dalla tua mente e
grande, in effetti, era quella di guardarsi intorno e sapere che nessuno farsi materia davanti a un paio di occhi increduli...leggimi bene e credi a
l’avrebbe aiutata a curarle, o a curare se stessa e la sua disperazione. ciò che ti scrivo: naufragare nel mare dell’infinito è la condanna peggiore.
Tu, tempo (mi chiedi perché non dormo...)
Il tempo tiranno scorre senza proferire parola, nel silenzio. È solo al
tramonto del Sole che si lascia ascoltare, esalando tremuli sospiri di noia o
di fatica, e così solo di sera si prega e si vede e si sente la morte vicina. sanno di esistere, e fanno luce, e fanno strada. E insieme amiamo
Non è banale, è vero. Il giorno è illusione, insignificante nube di caos, soffrendo, soffriamo nella penombra.
poesia inebriante e anestetica. Oppio per la sofferenza. Ora comprendi chi
vive di notte, chi solo soffrendo si sente vivo? Ma noi vogliamo sempre Ho capito a cosa serve il dolore
ciò che non possediamo, ciò che per natura non ci appartiene. L’idea ci
Si dice che sia folle colui che abbandona la lotta, castra ogni spirito ribelle
piace, ci attrae, ci sconvolge e ci travolge e così quelli cercheranno
o curioso e non sente il cuore avvolto dalle fiamme e il cervello spento e
disperati, dopo poco tempo, il sonno e la normalità: a loro, non resta che
compresso ogni volta che piange, di nuovo, senza conoscere il motivo
l’alba. A noi, invece, basta un po’ di buio per scoprire che esistiamo.
della sua sofferenza. Il dolore che condividiamo io e te, vedi, è ciò che ci
rende normali, e tu mi hai dato la chiave. Mi hai parlato, con calma, mi hai
Esiste la purezza di cui mi parli? aiutato a comprendere: il tormento, il nostro, è una tappa necessaria per lo
Si racconta spesso che gli animi gentili irradino la loro purezza senza spirito; la attraversa per spezzarsi, frantumarsi, sorpreso dalla violenza
sforzo alcuno. Ma la purezza non esiste, l’anima dell’uomo è in costante delle cose del mondo, e dopo si guarda da dentro e leviga le sue schegge.
travaglio e il mondo è peccatore: allora amare è uno sforzo dello spirito, e Poi medita, e infine guarisce: le sue cicatrici gli ricordano di essere
del corpo pure. immortale.

Il telamone (interessante metafora per un triste destino)


La Pietà (Firenze è davvero immensa!) Ti incontro spesso nei miei sogni. In uno di questi la luna cadeva e c’eri
La bellezza, talvolta, si piega al dolore e trascina gli amanti nella tu, a braccia aperte, pronto ad afferrarla in tempo e salvare il suo bagliore
sofferenza. Ma a loro sta bene patirla; amando bruciano, e bruciando dal volo fatale. Tu accecato, schiacciato, lei salva e ancora bellissima.
È così. Tu eri il telamone: portavi sulle tue spalle massicce ma esauste il suggestioni, splendide impressioni, lucidi sogni e amene visioni: la penna è
peso di una bellezza che non hai mai potuto conoscere. un Dio plasmatore di incanti.

Wahlverwandtschaften
L’amor platonico che non ti abbandona illumina il giorno, rischiara la
notte, ed è eternamente estate nel cuore.

Non scrivere di me
Non scrivere di me, io ti prego! Del giardino tuo immenso e divino (lo

decanti con grazia, e la tua penna è l’ala di un angelo!) non fui mai il fiore,

tenero gelsomino, non il merlo, graziosa creatura, non l’albero in frutto,

estiva illusione, non il verde filo di erba fresca e sottile, non il mare calmo

di cui ascolti il sussurro, non il sasso liscio e leggero! Bensì il verme, e

l’insetto, e la buca, e il concime, e il freddo e il gelo e ogni altra cosa che,

orrida, invade i tuoi incubi, incapace di amare e di essere amata.

Perché scrivo, Guglielmo?


Quanto di macabro c’è nel folle mondo che ci ha partoriti, Guglielmo, il
poeta domina e tramuta in bellezza. Sai di cosa parlo? Appassionate

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