Heroides
Heroides
Dei testi presenti in questo file dovete studiare per la verifica solamente la lettera di Penelope e
quella di Arianna. Le altre ve le allego perché magari a qualcuno sta piacendo Ovidio, oppure è
interessato ad altri miti (es. Medea, Didone, Elena) e ha voglia di leggerle. (Quindi sì, Claudio, puoi
tranquillamente saltarle).
HEROIDES
Epistola 1
Penelope ad Odisseo
Questa lettera te la invia la tua Penelope, o Ulisse che indugi a tornare. Ma non rispondermi, vieni di
persona! Troia, odiata dalle donne greche, di certo è abbattuta; Priamo e Troia tutta a malapena
valevano tanto! Oh se allora, quando con la nave si dirigeva verso Lacedemone, l'adultero fosse stato
sommerso dal furore delle acque! Io non sarei rimasta nel gelo di un letto vuoto e, abbandonata, non mi
sarei lamentata dell'interminabile trascorrere dei giorni, né, mentre cercavo di ingannare il grande
spazio della notte, la tela ricadente avrebbe stancato le mie mani, prive di te. Quando non ebbi a temere
pericoli più spaventosi di quelli reali? L'amore è un sentimento permeato di paure angosciose.
Immaginavo i Troiani che stavano per scagliarsi con violenza contro di te; all'udire il nome di Ettore
impallidivo sempre; se qualcuno raccontava che Antiloco era stato vinto da Ettore, era Antiloco la causa
della mia paura; se si raccontava che il figlio di Menezio era caduto mentre indossava armi non sue,
lamentavo che gli inganni potessero non avere buon esito. Con il suo sangue Tlepolemo aveva
intiepidito l'asta licia: la mia angoscia fu rinnovata dalla morte di Tlepolemo. Alla fine, chiunque venisse
sgozzato in campo Acheo, il mio cuore di innamorata diventava più freddo del ghiaccio. Ma un dio di
giustizia venne in aiuto al mio casto amore: Troia è ridotta in cenere, mio marito è salvo. I capi argolici
sono ritornati, gli altari fumano, il bottino dei barbari viene offerto agli dèi dei nostri padri; le giovani
spose portano doni di ringraziamento per la salvezza dei mariti, ed essi cantano i destini di Troia, vinti
dai loro destini. I vecchi saggi e le fanciulle trepidanti sono in ammirazione, la sposa pende dalle labbra
del marito che racconta. E qualcuno, sulla tavola apparecchiata, illustra gli aspri combattimenti e
dipinge con una piccola quantità di vino Pergamo tutta: "Di qua scorreva il Simoenta, questa è la zona
del Sigeo, qui si ergeva, una volta, la superba reggia del vecchio Priamo; là era attendato il figlio di Eaco,
là Ulisse, qui il cadavere straziato di Ettore atterrì i cavalli lanciati nella corsa". Il vecchio Nestore,
infatti, aveva riferito ogni cosa a tuo figlio, inviato a cercarti e lui a me. Mi raccontò di Reso e di Dolone,
massacrati col ferro, e come uno fosse stato colto nel sonno, l'altro con l'inganno. Hai avuto il coraggio,
troppo, troppo dimentico dei tuoi, di entrare nell'accampamento dei Traci con un agguato notturno e, di
trucidare con l'aiuto di un solo compagno tanti guerrieri. Eri davvero prudente e ti preoccupavi di certo
di me! Per la paura il cuore mi palpitava di continuo finché si seppe che, vittorioso, avevi attraversato il
campo alleato sui destrieri traci. Ma che giova a me che Ilio sia stata distrutta dalle vostre braccia e che
sia nuda terra quello che prima era muro, se resto nella stessa condizione di quando Troia era ancora in
piedi e se devo sentire la mancanza dello sposo, che è sempre assente?
Distrutta per gli altri, per me sola resti ancora in piedi, Pergamo che, il colono vincitore ara con i buoi
catturati. Dove una volta sorgeva Troia, ora c'è il grano e il terreno da mietere con la falce è in pieno
rigoglio, reso fecondo dal sangue troiano; le ossa affioranti dei guerrieri sono colpite dalle lame ricurve
degli aratri, l'erba ricopre le rovine delle case. Tu, che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è
dato sapere quale sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne stia nascosto.
Chiunque diriga la sua nave straniera a questi lidi, riparte solo dopo che l'ho interrogato a lungo su di te
e gli viene affidata una lettera scritta di mio pugno per consegnartela, se mai ti vedesse in qualche luogo.
Ho mandato a Pilo, terra del vecchio Nestore, figlio di Neleo: da Pilo mi sono tornate notizie incerte. Ho
mandato anche a Sparta, anche Sparta non sa nulla di vero. In quali terre vivi, o dove indugi lontano?
Sarebbe meglio che fossero ancora in piedi le mura di Febo - mi adiro, ahimè, incoerente, contro i miei
stessi desideri! -: saprei dove combatti e avrei timore solo della guerra ed il mio lamento si unirebbe a
molti altri. Non so di cosa ho paura, ma, da insensata, ho paura di tutto e vasto spazio si offre alle mie
angosce. Qualunque pericolo del mare e della terra sospetto che sia la causa di un ritardo così
prolungato. Mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere preso dall'amore per una straniera -
tale è l'indole vogliosa di voi uomini! Forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto
a cardare la lana. Possa io ingannarmi e questo sospetto svanisca nell'aria leggera, e non avvenga che tu,
libero di tornare, voglia restare lontano! Il padre Icario mi spinge ad abbandonare il letto vuoto e
continua a rimproverare la mia interminabile attesa. Continui pure a rimproverare! Sono tua, devo
essere considerata tua: io, Penelope, sarò sempre la sposa di Ulisse. Ma alla fine mio padre si lascia
commuovere dalla mia devozione e dalle mie caste preghiere e modera le sue pressioni. I pretendenti di
Dulichio, di Samo e quelli nati nella rocciosa Zacinto mi assalgono, moltitudine dissoluta, e fanno da
padroni nella tua reggia, senza che nessuno gli si opponga: nostro figlio, i tuoi beni si divorano! Perché
raccontarti di Pisandro, di Polibo e del crudele Medonte, delle mani rapaci di Eurimaco e Antinoo e di
tutti gli altri che tu stesso, con la tua vergognosa assenza, alimenti con i beni che hai conquistato col
sangue? Iro, il mendicante e Melanto che guida il gregge destinato ai banchetti, sono l'onta suprema che
si aggiunge alla tua rovina. Siamo tre di numero, indifesi: una donna senza forze, un vecchio, Laerte, un
ragazzo, Telemaco. Quest'ultimo, di recente, per poco non mi è stato strappato con un tranello, mentre
si preparava a recarsi a Pilo, contro il volere di tutti. Vogliano gli dèi, li imploro, che secondo il corso
naturale del destino, sia lui a chiudere i miei occhi, sia lui a chiudere i tuoi! Sono con noi il custode delle
mandrie, l'anziana nutrice, e come terzo il fedele guardiano dell'immondo porcile. Ma Laerte, inabile
alle armi, non può mantenere il regno in mezzo ai nemici - giungerà per Telemaco, purché sopravviva,
un'età più vigorosa: ora la sua giovinezza doveva essere protetta dall'aiuto del padre - e io non posseggo
le forze per scacciare i nemici dalla reggia; vieni tu, al più presto, porto e rifugio per i tuoi! Tu hai, e
prego che tu possa continuare ad avere, un figlio che doveva essere istruito in tenera età nelle
conoscenze paterne. Pensa a Laerte: egli prolunga l'ultimo giorno destinato alla sua vita, perché tu
possa finalmente chiudere i suoi occhi. Io, che alla tua partenza ero una giovane donna, per quanto
presto tu possa tornare, di certo ti sembrerò diventata una vecchia.
1) Agli occhi della donna abbandonata anche la guerra di Troia perde il suo carattere epico ed eroico per diventare
invece solo una fonte di angosce e preoccupazioni. Facendo riferimento al testo, illustra come Ovidio propone
questa visione “al femminile” della guerra.
2) Trova i tratti che possono essere considerati propriamente “elegiaci” e traccia somiglianze e differenze con la
Penelope omerica.
Epistola 10
Arianna a Teseo
La donna che tu, malvagio Teseo, hai abbandonato alle belve vive ancora, e tu vorresti accettare questo
fatto con indifferenza? Ho trovato ogni specie di fiera meno spietata di te: non avrei potuto essere
affidata a nessuno peggio che a te! Ciò che leggi, Teseo, te lo invio proprio da quella spiaggia da dove le
vele hanno portato via la tua nave, senza di me; su questo lido il sonno mi ha perfidamente ingannata e
anche tu lo hai fatto, che hai insidiato il mio sonno con un’azione malvagia.
Era l'ora in cui la terra inizia ad essere coperta da un strato di brina, come di vetro e gli uccelli, al riparo
delle fronde, emettono il loro canto lamentoso; non ancora del tutto sveglia, illanguidita dal sonno,
sollevandomi appena mossi le mani per toccare Teseo: non c'era nessuno! Ritraggo le mani e riprovo
una seconda volta, e muovo le braccia per tutto il letto: non c'era nessuno. La paura scacciò il sonno; in
preda al terrore mi alzo ed il mio corpo si precipita fuori dal letto vuoto. Subito il mio petto risuonò,
percosso dalle mani; mi strappai i capelli così com'erano, ingarbugliati dal sonno. C'era la luna; scruto
se vedo qualcosa oltre alla spiaggia; ma i miei occhi non riescono a scorgere nulla oltre alla spiaggia.
Corro disordinatamente ora qua e ora là, in ogni direzione. La sabbia fonda ostacola il mio passo di
fanciulla. Intanto mentre gridavo per tutta la spiaggia "Teseo!", le rocce dalle loro cavità mi
rimandavano indietro il tuo nome e quante volte ti chiamavo, altrettante il luogo stesso chiamava;
anche il luogo voleva recare aiuto a me sventurata.
C'era un monte; sulla sua cima si vedono cespugli isolati; di lì si protende uno scoglio corroso dalle onde
fragorose. Vi salgo; la volontà mi dava la forza; e così misuro con lo sguardo per ampio tratto la
profonda distesa del mare. Di lì - anche i venti infatti furono crudeli con me - vidi delle vele tese dal
soffio impetuoso di Noto. O le vidi o erano tali che credetti di averle viste; rimasi più gelida del ghiaccio
e semisvenuta. Ma il dolore non mi permette di rimanere a lungo inerte, mi ridesta, mi ridesta e chiamo
Teseo ad altissima voce "Dove scappi?", grido. "Torna indietro, Teseo scellerato! Volgi la nave! Non è al
completo!". Così gridavo. Quanto mancava alla voce, lo compensavo col rumore dei colpi al petto; e i
colpi si mescolavano alle mie parole. Agitando le mani feci ampi segni perché, se tu non potevi udirmi,
mi potessi almeno vedere; applicai poi ad un lungo bastone un candido velo, per richiamare l'attenzione
di chi certamente si era dimenticato di me. Ma ormai ti eri sottratto alla mia vista.
Allora finalmente piansi: prima le mie morbide guance erano irrigidite per il dolore. Che cosa avrebbero
dovuto fare i miei occhi se non piangere sulla mia sorte, dopo aver perso di vista le tue vele? Vagai
solitaria con i capelli sciolti come una baccante invasata dal dio ogigio, oppure sedetti come di ghiaccio
su di una roccia, guardando fisso il mare e, seduta sulla pietra, anch'io rimasi impietrita. Spesso ritorno
al letto che ci aveva accolti entrambi e che non ci avrebbe più offerto accoglienza e tocco - è quello che
posso, ora che tu mi manchi - le tue impronte e le coperte che avevano ricevuto il calore del tuo corpo.
Piombo sul letto inzuppato dalle lacrime versate e grido: "In due ti abbiamo occupato, facci tornare due!
Siamo giunti qui in due, perché non siamo in due ad andarcene? Letto traditore, dov'è la parte più
importante di noi due?". Cosa fare? Dove andare da sola? L'isola è selvaggia, non vedo segni dell'attività
di uomini, né del lavoro di buoi. Il mare circonda la terra da ogni lato; da nessuna parte un marinaio,
nessuna nave prossima a passare per queste rotte insidiose.
Mettiamo che mi vengano dati compagni e venti e una nave: perché dovrei seguirli? La terra di mio
padre mi nega l'accesso. E se io avessi la fortuna di solcare su di una nave il mare tranquillo ed Eolo
moderasse i venti, resterò sempre un'esule. Non riuscirò più a vederti, o Creta, costellata da cento città,
terra conosciuta da Giove bambino. Mio padre, infatti, e la terra governata con giustizia da mio padre,
nomi a me cari sono stati traditi dal mio gesto, quando ti diedi il filo che guidasse i tuoi passi, perché tu,
vincitore, non trovassi la morte nel tortuoso palazzo. Allora mi dicevi: "Giuro su questi stessi pericoli,
che sarai mia finché entrambi vivremo". Viviamo, e non sono tua, Teseo, se solo è viva una donna,
sepolta dall'inganno di un traditore. Avresti dovuto uccidere anche me, malvagio, con la clava con la
quale uccidesti mio fratello! La promessa che mi avevi fatto sarebbe stata sciolta dalla mia morte. Ora io
mi raffiguro non soltanto ciò che dovrò soffrire, ma tutto quello che può soffrire una donna
abbandonata. Mi si affollano alla mente mille immagini di morte, e la morte è pena minore dell'attesa
della morte. Immagino che fra poco arriveranno di qua o di là i lupi a straziarmi le viscere con denti
voraci. Questa terra nutre forse anche fulvi leoni? Chi sa mai che quest'isola ... anche tigri feroci? E si
dice che il mare getti sulla riva enormi foche. Chi può impedire alle spade di trafiggermi il fianco?
Soltanto non mi accada di essere legata come prigioniera da una dura catena e di dover filare con mano
di schiava grandi quantità di lana; io ho Minosse come padre, come madre la figlia di Febo e, cosa che
ricordo più di tutto, fui legata a te da una promessa. Se guardo il mare, la terra, e la distesa della
spiaggia, molti pericoli minaccia la terra, molti il mare. Mi restava il cielo; temo le apparizioni degli dèi;
mi sento abbandonata come preda e cibo per le belve voraci. Se degli uomini abitano qui e coltivano la
terra, non mi fido di loro; ho imparato sulla mia pelle a temere gli uomini stranieri. Oh se Androgeo
fosse ancora in vita, e tu, terra di Cecrope, non avessi espiato le tue azioni scellerate con la morte dei
tuoi figli; la tua mano, Teseo, levatasi in alto non avesse ucciso con la clava nodosa l'essere in parte
uomo ed in parte toro; e io non ti avessi consegnato il filo che ti indicasse la via del ritorno, quel filo via
via raccolto dalle tue mani, che lo tiravano a sé! Non mi meraviglio proprio se la vittoria sta dalla tua
parte ed il mostro, abbattuto, coprì la terra di Creta. Un cuore di ferro non poteva essere trafitto dalle
sue corna; anche se non ti riparavi, il tuo petto era al sicuro. Tu lì portavi la selce, lì portavi l'acciaio, lì
hai Teseo, che vince in durezza le selci.
Sonno crudele, perché mi hai tenuta nell'incoscienza? Ma, una volta per tutte, doveva calare su di me il
sonno eterno. Anche voi venti crudeli e troppo accondiscendenti e voi soffi pronti a farmi piangere;
mano spietata che hai ucciso me e mio fratello e fedeltà, parola vuota, promessa a colei che la chiedeva;
il sonno, il vento e la fedeltà congiurarono contro di me: tre cause hanno tradito una sola fanciulla. Così,
in punto di morte, non vedrò le lacrime di mia madre né ci sarà chi chiuda con le dita i miei occhi, la
mia anima infelice se ne andrà nell'aria verso un mondo sconosciuto e nessuna mano amica cospargerà
di unguenti le mie membra esanimi. Gli uccelli marini si poseranno sulle mie ossa insepolte: questa è la
sepoltura degna dei miei meriti. Entrerai nel porto di Cecrope, e quando, accolto dalla patria, sarai là in
alto onorato dal tuo popolo e racconterai compiutamente l'uccisione del toro-uomo, del palazzo di
pietra, attraversato da corridoi insidiosi, racconta anche di me, abbandonata in una terra deserta: io
non devo essere sottratta ai tuoi titoli di gloria!
Tuo padre non è Egeo, e tu non sei nato da Etra, figlia di Pitteo; ti hanno generato rocce e flutti. Oh, se
gli dèi avessero consentito che tu mi scorgessi dall'alto della nave, il mio aspetto dolente ti avrebbe
commosso. Guardami bene anche ora, non con gli occhi, ma con l'immaginazione, con cui puoi, mentre
me ne sto attaccata ad uno scoglio, battuto dal moto delle onde; guarda i capelli sciolti, segno di dolore,
e la tunica appesantita dalle lacrime, come da pioggia! Il mio corpo trema, come le spighe battute dai
venti del nord, ed i caratteri, tracciati dalla mia mano tremante, sono incerti. Io non ti supplico in nome
dei miei benefici, perché hanno ottenuto un cattivo risultato; nessuna gratitudine mi sia dovuta per il
mio operato, ma neppure una punizione. Se non sono io la causa della tua salvezza, non c'è tuttavia
ragione perché tu sia per me causa di morte. Queste mani stanche di percuotere il mio petto colmo di
mestizia, io, infelice, protendo verso di te al di là del vasto mare; ti mostro, affranta, questi capelli che
mi sono rimasti; ti prego, per queste mie lacrime dovute alle tue azioni: volgi la tua nave, Teseo, e torna
indietro al mutare del vento; se io sarò morta prima, tu, almeno, raccoglierai le mie ossa.
1) Trova un poliptoto e spiega che valore aggiunto conferisce a ciò che viene detto.
2) Trova tutti gli elementi che possono essere ricondotti al topos del θρῆνος.
3) Apri il libro dell’anno scorso a p. 633 e confronta questo testo con “Il lamento di Arianna” di Catullo,
tracciando somiglianze e differenze.
Epistola 12
Medea a Giasone
Esule, senza mezzi, disprezzata, Medea scrive al novello sposo, o forse non hai tempo libero dagli
impegni del regno? Eppure mi ricordo: io, regina di Colchide, tralasciai i miei impegni, quando chiedesti
che la mia arte ti venisse in aiuto! Le sorelle che regolano i destini dei mortali, avrebbero dovuto
svolgere allora fino in fondo il mio fuso; allora io, Medea, avrei potuto morire degnamente. Tutta la vita
che ho trascinato da quel tempo, è stata dolore. Ahimè, perché mai, spinta da giovani braccia, la nave
costruita col legno del Pelio venne a cercare l'ariete di Frisso? Perché mai noi Colchi vedemmo Argo, la
nave di Magnesia, e voi, schiera di Greci, beveste l'acqua del Fasi? Perché mi piacquero più del dovuto i
tuoi capelli biondi, la tua eleganza ed il garbo artificioso delle tue parole? Oh, se almeno, una volta
giunta l'insolita nave alle nostre spiagge col suo carico di uomini avventurosi, l'ingrato figlio di Esone
senza la protezione della mia magia fosse andato contro i fuochi che emanavano le teste fiammeggianti
dei tori! E dopo aver gettato i semi, dai semi fossero sorti altrettanti nemici, così che il seminatore fosse
abbattuto dal suo stesso seminato! Quanta perfidia sarebbe morta con te, sciagurato! Quante disgrazie
sarebbero state allontanate dal mio capo! Fa un certo piacere rinfacciare i propri meriti ad un ingrato;
ne godrò, questa sola gioia avrò da te. Con l'ordine di dirigere verso la Colchide la nave che non aveva
ancora sperimentato il mare, facesti ingresso nel prospero regno della mia patria. Là io, Medea, ero
quello che qui è la tua novella sposa; quanto è ricco suo padre, altrettanto lo era il mio. L'uno possiede
Efira bagnata dai due mari, l'altro tutto il territorio che si stende lungo la riva sinistra del Ponto, fino
alla Scizia nevosa. Eeta offre ospitalità ai giovani Pelasgi e voi Greci vi sdraiate sui nostri letti variopinti.
Fu allora che ti vidi, allora cominciai a sapere chi fossi; quello fu il primo cedimento del mio animo. Ti
vidi e fui perduta! Mi infiammai di una passione a me ignota, come una torcia di pino arde dinanzi ai
grandi dèi. Eri bello e il mio destino mi trascinava: il tuo sguardo aveva stregato i miei occhi. Tu,
traditore, te ne accorgesti! Chi infatti riesce a nascondere bene l'amore? La fiamma appare ben visibile,
tradita dal suo stesso chiarore. Nel frattempo ti viene dato l'ordine di aggiogare i duri colli di tori
selvaggi all'aratro ad essi sconosciuto. Erano i tori di Marte, pericolosi ben più che per le corna: il loro
terribile alito era di fuoco, gli zoccoli tutti di bronzo e di bronzo erano ricoperte le narici, anch'esse
annerite dal loro fiato. Poi ti fu ordinato di spargere per i vasti campi, con mano pronta ad affrontare la
morte, la semente destinata a generare uomini, che avrebbero cercato di colpire il tuo corpo con armi
nate con loro: mèsse, quella, nociva per chi l'ha seminata. Ingannare con qualche incantesimo gli occhi
del guardiano, che non conoscono il sonno è l'ultima fatica. Eeta aveva parlato: costernati, vi alzate tutti
e l'alta mensa viene allontanata dai letti coperti di porpora. Quanto erano lontani allora per te il regno,
che Creusa porta in dote, e il suocero e la figlia del grande Creonte! Te ne vai sconsolato. Ti seguo,
mentre ti allontani, con gli occhi umidi e la mia lingua pronunciò con un lieve sussurro: "Addio!". Come,
gravemente ferita, toccai il letto posto nella mia stanza, trascorsi la notte, per quanto fu lunga, tra le
lacrime. Davanti ai miei occhi c'erano i tori e le messi funeste, davanti ai miei occhi il drago insonne. Da
un lato c'è l'amore, dall'altro la paura e la paura accresce l'amore. Si era fatta mattina e l'amata sorella,
accolta nella mia stanza, mi trova con i capelli in disordine, riversa bocconi sul letto e tutto era pieno
delle mie lacrime. Chiede aiuto per i Minii, una chiede e l'altra otterrà; concedo al giovane figlio di
Esone ciò che lei chiede. C'è un bosco tenebroso di pini e di fronde di leccio, a fatica i raggi del sole
possono penetrarvi; c'è in quel luogo - di sicuro c'era - un tempio di Diana; vi si erge una statua in oro
della dea, foggiata da mano barbarica. Te ne ricordi o hai cancellato dalla tua mente quei luoghi,
assieme a me? Giungemmo là; per primo cominciasti così a parlare, con la tua bocca menzognera: "La
sorte ti ha dato il potere di decidere della mia salvezza, e la vita e la morte sono in mano tua; è già
abbastanza avere la facoltà di uccidere, se a qualcuno piace il potere in se stesso; ma se mi salverai, avrai
una gloria maggiore. Ti prego, per le sventure che mi aspettano, dalle quali tu mi puoi sollevare, per la
tua stirpe e la divinità del tuo avo che tutto vede, per il triplice volto e per i sacri misteri di Diana e per
gli altri dèi, se la tua gente ne possiede: o fanciulla, abbi pietà di me, abbi pietà dei miei uomini, fa' sì
che, per il tuo aiuto, io divenga tuo per sempre! E se per caso non disdegni un marito greco - ma come
posso sperare gli dèi a me così propizi? -, il mio spirito vitale si dissolva nell'aria leggera, prima che
un'altra donna, che non sia tu, divenga sposa nel mio talamo. Sia testimone Giunone, preposta alle
cerimonie coniugali e la dea, nel cui tempio di marmo ci troviamo!". Queste parole - e quanto piccola
parte non sarebbe bastata? - e la tua destra stretta alla mia turbarono il mio animo di giovane inesperta.
Vidi anche le tue lacrime; c'è una parte di inganno anche in quelle? Così, io, una fanciulla, fui subito
sedotta dalle tue parole. Allora aggioghi i tori dagli zoccoli di bronzo, senza bruciarti il corpo, e solchi la
dura terra con l'aratro come prescritto. Riempi i campi arati di denti funesti anziché di semi, e nascono
soldati e hanno spade e scudi. Io stessa, che ti avevo dato i magici filtri, impallidii e mi sedetti quando
vidi che gli uomini apparsi all'improvviso impugnavano le armi, finché i fratelli generati dalla terra -
fatto prodigioso! - si aggredirono tra di loro con le armi in pugno. Ecco il guardiano insonne, irto di
squame stridenti, sibila e spazza la terra contorcendosi. Dove erano le ricchezze della dote? Dove la tua
sposa di stirpe regale e l'Istmo che separa le acque dei due mari? Io, che per te ora sono diventata solo
una barbara, che per te ora sono povera, che ora ti sembro colpevole, sono quella che fece chiudere gli
occhi di fuoco con un magico sonno e che ti diede il vello da portare via senza pericolo. Tradii mio
padre, abbandonai il regno e la mia patria; accettai l'esilio, qualunque peso comportasse, la mia
verginità divenne conquista di un predone straniero, con la mia cara madre, ho abbandonato la migliore
delle sorelle. Ma nella fuga, fratello, non ti lasciai senza di me. In questo solo punto la mia lettera è
reticente. Quello che ha osato fare, la mia mano non osa scriverlo. Così io, ma con te, avrei dovuto
essere straziata! E tuttavia non ebbi paura - cosa infatti avrei dovuto temere, dopo quello che avevo
commesso? - di affidarmi al mare, donna e ormai colpevole. Dov'è la potenza divina? Dove gli dèi? Che
si paghino in mezzo al mare le pene che meritiamo: tu del tuo inganno, io della mia ingenuità! Oh se le
Simplegadi, schiacciandoci, ci avessero stritolati e le mie ossa si fossero unite alle tue ossa! Oppure
Scilla vorace, ci avesse gettati in pasto ai suoi cani! Scilla avrebbe dovuto punire uomini ingrati. O il
mostro che tante volte vomita flutti e altrettante li risucchia avesse sommerso anche noi nel mare della
Trinacria! Salvo e vincitore, ritorni alle città d'Emonia; il vello d'oro è offerto agli dèi patrii. Perché
dovrei parlare delle figlie di Pelia assassine per affetto, e del corpo del padre fatto a pezzi da mani di
fanciulle? Anche se gli altri mi accusano, tu per forza mi devi lodare, perché fui costretta tante volte ad
essere colpevole per il tuo bene. Hai avuto il coraggio - oh, mi mancano le parole adatte ad esprimere
uno sdegno legittimo! -, hai avuto il coraggio di dire: "Esci dalla casa di Esone!". A quell'ordine uscii
dalla tua casa, seguita dai bambini e dall'amore per te, che mi accompagna costantemente. Come,
improvvisamente, giunse alle mie orecchie il canto di Imene e brillarono fiaccole ardenti ed il suono di
un flauto, più triste per me di una tromba funebre, accompagnò canti di nozze, fui pervasa dal terrore;
non credevo ancora che si trattasse di una così grande infamia, ma tuttavia il gelo mi pervase tutto il
petto. Accorre un mucchio di gente e ripetutamente grida: "O Imene, Imeneo!"; quanto più il grido si
avvicinava, tanto più ero in preda all'angoscia. I servi in disparte piangevano e nascondevano le lacrime
- chi avrebbe voluto essere messaggero di una disgrazia così grande? Di qualunque cosa si trattasse, io
avrei preferito ignorarla, ma come se sapessi, il mio cuore era in pena, quando, il più piccolo dei figli,
perché mandato, o per il desiderio di vedere, si fermò sulla soglia della duplice porta; di lì mi disse:
"Mamma, vieni! Mio padre Giasone guida un corteo e, vestito d'oro, sprona i cavalli appaiati".
Immediatamente, mi lacerai la veste e mi percossi il petto e non mi risparmiai il volto dai graffi.
L'istinto mi spingeva ad andare in mezzo alla folla e a strappare via le corone dai capelli agghindati; mi
trattenni a stento dal gridare, così com'ero, con i capelli scarmigliati: "è mio!", e dal posare le mani su te.
Rallegrati, padre oltraggiato! Rallegratevi Colchi che ho abbandonato! Ombra di mio fratello, ricevi il
sacrificio d'espiazione! Io che ho perduto il regno, la patria e la casa, sono abbandonata dal mio sposo,
che da solo per me era tutto. Dunque io, che ho potuto domare draghi e tori furiosi, solo il mio sposo
non ho avuto il potere di sottomettere. E io che ho respinto fiamme indomabili con la mia scienza
magica non ho la forza di sfuggire al mio stesso fuoco. I miei stessi incantesimi, le erbe, le arti mi
abbandonano. Né la dea, né i sacri riti della potente Ecate riescono ad avere effetto. Non amo il giorno,
le notti sono veglie amare e il dolce sonno, ahimè infelice, non occupa più il mio petto. Io che sono
riuscita ad addormentare un drago non posso farlo con me stessa. I miei rimedi sono più utili a
chiunque che a me. Una rivale abbraccia le membra che io ho salvato, ed è lei a cogliere il frutto della
mia fatica. Forse, mentre cerchi di gloriarti di fronte alla tua sciocca moglie e di formulare discorsi
adatti alle sue orecchie ostili, inventi anche nuove calunnie contro il mio aspetto ed il mio
comportamento! Rida pure, lei, e gioisca dei miei difetti. Rida e si corichi superba sulla porpora di Tiro -
piangerà e sarà bruciata da fiamme che supereranno le mie. Finché ci saranno ferro e fuoco ed essenze
velenose, nessun nemico di Medea resterà impunito. E se può accadere che le preghiere tocchino un
cuore di ferro, ascolta ora parole più moderate dei miei sentimenti. Ti supplico, così come tu spesso hai
fatto con me, e non esito a gettarmi ai tuoi piedi. Se per te non conto più nulla, guarda i nostri figli: una
matrigna crudele sarà spietata contro quelli che ho generato io. Ti assomigliano troppo, sono colpita dal
loro aspetto e ogni volta che li guardo, i miei occhi si inumidiscono. Ti prego per gli dèi e per la luce
della fiamma avita e per quanto ho meritato e per i due figli, pegno della nostra unione, restituiscimi il
letto, per il quale, folle, ho abbandonato tante cose! Mantieni fede alle tue parole e ricambia l'aiuto! Io
non mi appello a te contro tori e uomini e perché un drago giaccia vinto grazie al tuo intervento; è te che
chiedo, te ho meritato, che ti sei dato a me di tua volontà, con te, divenuto padre, sono diventata in pari
tempo madre. Chiedi dov'è la mia dote? L'ho pagata in quel campo che tu dovevi arare, per portare via il
vello. Quell'ariete d'oro, straordinario per il folto vello, è la mia dote; se io ti dicessi: "Rendimelo", tu
rifiuteresti. La mia dote sei tu, salvo, la mia dote è la gioventù greca. Va' ora, disonesto, fa' il confronto
con le ricchezze di Sisifo! Che tu viva, che abbia una sposa ed un suocero potente, il fatto stesso che tu
possa essere ingrato, persino questo, è merito mio. A loro veramente fra poco... ma a cosa serve
preannunciare un castigo? L'ira genera enormi minacce. Andrò dove mi porterà l'ira. Forse mi pentirò
del mio operato, così come mi pento di avere avuto cura di un marito infedele. Si occupi di queste cose il
dio, che ora sconvolge il mio cuore. Di sicuro la mia mente sta meditando non so che di spropositato.
Epistola 7
Didone ad Enea
Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire: quelle che leggi sono le ultime
parole che ti vengono da me. Così canta il bianco cigno presso gli acquitrini del Meandro, mentre langue
sull'umida erba, quando il destino lo chiama. E non mi rivolgo a te nella speranza di poterti
commuovere con la mia preghiera: questa iniziativa è contro il volere del dio. Ma, avendo gettato via
con disonore la mia buona reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell'anima, è cosa da
poco sprecare delle parole. Ormai sei deciso, Enea, ad andartene e ad abbandonare l'infelice Didone. I
medesimi venti porteranno lontano le tue vele e le tue promesse. Sei deciso, Enea, a sciogliere le navi e i
tuoi patti e a raggiungere i regni d'Italia, che non sai dove siano. Non ti interessano né Cartagine
fondata di recente, né le mura che stanno crescendo, né il potere supremo affidato al tuo scettro. Fuggi
ciò che è fatto e desideri ciò che è da farsi. Senti di dover cercare un'altra terra nel mondo, dopo averne
già cercata una. Anche se la trovi questa terra, chi te ne darà possesso, chi consegnerà a degli
sconosciuti i propri terreni da occupare? Un altro amore... un'altra Didone e altre promesse dovrai fare,
per poter tradire di nuovo. Quando avverrà che tu fondi una città simile a Cartagine e che tu possa
guardare il tuo popolo dall'alto della rocca? Anche se tutto ciò si avverasse e gli dèi non ritardassero il
tuo desiderio, dove troverai una moglie che ti ami così? Brucio come le fiaccole di cera impregnate di
zolfo, come l'incenso delle devozioni versato sui roghi fumanti. Enea resta sempre impresso nei miei
occhi insonni, Enea ho nella mente, notte e giorno. Ma lui è ingrato e sordo alle mie offerte generose e,
se non fossi insensata, vorrei fare a meno di lui. Tuttavia non odio Enea, benché mediti il mio male, ma
lamento la sua slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più. Venere, abbi pietà di tua nuora e tu, fratello
Amore, abbraccia il tuo crudele fratello; che egli militi nelle tue schiere;... l'uomo che per prima ho
cominciato ad amare - e non me ne vergogno - offra materia al mio tormento d'amore. Mi inganno, e
questa sua immagine che mi si agita dinanzi è illusoria: la sua indole è diversa da quella di sua madre.
La pietra e le montagne e le querce che nascono spontanee sulle alte rupi e le belve feroci ti hanno
generato, oppure il mare, come lo vedi anche ora, sconvolto dai venti e che tuttavia ti accingi ad
attraversare, nonostante le onde avverse. Dove scappi? Ti si oppone la tempesta: possa aiutarmi il
favore della tempesta! Guarda come Euro agita e sconvolge le acque. Ciò che avrei preferito dovere a te,
lascia che lo debba alle tempeste. Il vento e le onde sono più giusti del tuo cuore. Io non sono così
importante che tu, malvagio - ti valuto forse ingiustamente? -, debba morire, mentre mi sfuggi sul vasto
mare. Tu nutri a caro prezzo un odio costoso e pervicace, se, pur di liberarti di me, poco ti importa di
morire. Ormai i venti caleranno e Tritone correrà sulla piana superficie delle acque, con i suoi cavalli
cerulei. Oh, se anche tu potessi cambiare con i venti! E cambierai, se non superi le querce in durezza.
Cosa faresti, se non conoscessi il potere del mare infuriato? Così avventatamente ti affidi alle acque che
hai sperimentato tante volte? Anche se tu sciogliessi gli ormeggi con un mare invitante, molte sono le
sciagure che riserva la vasta distesa del mare. E certo non giova, a chi si avventura nellle acque, aver
violato giuramenti: quel luogo esige che si paghi il fio del tradimento, soprattutto quando si è offeso
l'amore, poiché si dice che la madre degli Amori sia nata nuda dalle acque di Citera. Rovinata, temo di
mandare in rovina, o di fare del male a chi me ne fa o che il mio nemico, naufragando, beva le acque del
mare. Vivi, ti prego! Preferisco perderti così, piuttosto che vederti morto - tu piuttosto, sarai considerato
responsabile della mia morte. Prova a immaginare di essere preso da un turbine impetuoso - che il mio
presagio sia vano! - cosa penserai? Ti verranno subito in mente i falsi giuramenti della tua lingua
menzognera e Didone, costretta a morire per la perfidia di un frigio; ti starà davanti agli occhi
l'immagine di tua moglie, che hai ingannata, triste, insanguinata, con i capelli scomposti. "Qualunque
cosa sia", dirai, "tanto ho meritato, perdono!", e tutti i fulmini che cadranno penserai che siano scagliati
contro di te! Concedi una piccola tregua alla tua crudeltà e al mare; la grande ricompensa al tuo indugio
sarà un viaggio sicuro. E non mi preoccupo solo per te: abbi almeno riguardo per il piccolo Iulo! è
sufficiente per te avere la gloria della mia morte. Quale colpa può avere Ascanio, che è un fanciullo,
quale i Penati? Gli dèi sottratti all'incendio dovranno essere sommersi dalle onde? Ma non li porti con te
e tutte le cose di cui, spergiuro, ti vanti con me, gli oggetti sacri e tuo padre, non gravarono le tue spalle.
Menti su tutto; e veramente non sono io la prima ad essere ingannata dalla tua lingua, né io per prima
ne pago le conseguenze: se chiedi dove sia la madre del bel Iulo, ella è morta in solitudine, abbandonata
da un marito crudele. Questo mi hai raccontato... La punizione sarà sempre inferiore alla tua colpa. E ho
l'intima certezza che i tuoi dei ti condannino: sono sette inverni che sei sballottato per mare e per terra;
rigettato dai flutti ti ho accolto in un luogo sicuro, e avevo ascoltato a malapena il tuo nome che ti ho
consegnato il mio regno. Se almeno mi fossi limitata a questi favori e il mio buon nome non fosse stato
sepolto dalla nostra unione! Ha segnato la mia rovina quel giorno in cui un grigio temporale ci spinse,
per un acquazzone improvviso, nella cavità di una grotta. Avevo udito delle voci, credetti che fossero
ululati delle ninfe: erano invece le Eumenidi che davano il segnale del mio destino. Esigi una punizione,
o pudore offeso, e voi sacre leggi del matrimonio profanate e tu, mio buon nome, che non ho conservato
fino alla morte e anche voi, miei Mani, e tu anima e cenere di Sicheo, cui sventurata vado incontro piena
di vergogna. In un tempio di marmo ho consacrato la sacra effige di Sicheo: la ricoprono sul davanti
fronde e bianchi velli. Di lì io mi sono sentita chiamare per quattro volte dalla ben nota voce; proprio
lui, con voce sommessa, mi disse: "Elissa, vieni!". Non c'è da aspettare: vengo, vengo, io, la tua sposa
legittima. Giungo tardi, tuttavia, ora che ho perso il mio onore! Perdona la mia colpa: chi mi ha
ingannata dava tutte le garanzie; egli rende meno riprovevole la mia colpa. Una dea per madre,
l'anziano padre, pio fardello del figlio, mi diedero ragionevole speranza di un marito che sarebbe
rimasto. Se era destino che sbagliassi, il mio errore ha cause oneste; aggiungigli la fedeltà, non sarebbe
spregevole sotto nessun aspetto. Il destino, che ho sempre avuto in passato, persiste sino alla fine e
accompagna gli ultimi momenti della mia vita. Il mio sposo è morto, assassinato presso l'altare di Tiro e
mio fratello si gode la ricompensa di un delitto così grande. Vengo costretta all'esilio e abbandono le
ceneri di mio marito e la patria; sotto l'inseguimento nemico, sono spinta in un pericoloso cammino.
Sfuggita al fratello e al mare, approdo tra gente sconosciuta e acquisto quella terra che ti ho donato,
traditore. Fondai una città ed eressi mura che si estendono per lungo tratto e destano l'invidia delle
regioni vicine. Ci sono guerre in fermento: straniera e donna sono provocata a combattere e, inesperta,
allestisco con difficoltà le porte per la città e gli armamenti. Piacqui a mille pretendenti che si allearono,
scontenti che io avessi preferito ai loro talami uno sconosciuto. Perché esiti a consegnarmi in catene al
getulo Iarba? Offrirei le mie braccia al tuo misfatto. Ho anche un fratello, la cui mano sacrilega, bagnata
del sangue di mio marito, chiede di essere macchiata del mio. Deponi le statue degli dèi e i sacri oggetti
che profani col tuo contatto! Non è bene che una mano impura renda onore agli dèi.
Se dovevi essere tu a venerare gli dèi scampati all'incendio, quegli dèi rimpiangono di essere sfuggiti alle
fiamme. Forse, disgraziato, tu abbandoni Didone anche incinta e una parte di te è racchiusa e nascosta
nel mio corpo. La sventurata creatura condividerà il destino della madre e tu sarai colpevole della morte
di un essere non ancora nato. E il fratello di Iulo morirà insieme a sua madre e un unico destino ci
porterà via uniti. "Ma un dio mi ordina di partire!". Vorrei che ti avesse impedito di venire e che il
territorio cartaginese non fosse stato calpestato dai Troiani. è certamente con la guida di questo dio che
sei sbattuto da venti ostili e consumi lungo tempo trascinato dalle onde! Così grande fatica da parte tua
sarebbe valsa appena per cercare di tornare a Pergamo, se fosse nelle condizioni di quando Ettore era
ancora vivo. Tu non cerchi il paterno Simoenta, ma le acque del Tevere; certo, anche se giungi dove
desideri, sarai uno straniero. E dal momento che la terra che tu cerchi se ne sta ben nascosta, restando
fuori dalla vista, ed evita le tue navi, questa terra agognata la raggiungerai a malapena da vecchio.
Lascia il tuo peregrinare e accetta piuttosto in dote, questo popolo e le ricchezze di Pigmalione che ho
portato con me. Trasporta più opportunamente Ilio nella città tiria e prendi infine il posto e lo scettro
sacro di re! Se il tuo animo è avido di guerra, se Iulo cerca da dove poter trarre trionfi con il suo impeto
guerriero, gli procureremo un nemico da battere, perché non gli manchi nulla: questo luogo dà spazio a
leggi di pace, ma anche alle armi. Solo ti prego, per tua madre e per le armi di tuo fratello, le frecce, e
per gli dèi che ti hanno accompagnato nella fuga, sacre divinità troiane - così sopravvivano quanti della
tua gente porti con te e la crudele guerra troiana segni il termine delle tue sventure e Ascanio porti
felicemente a compimento i suoi anni e le ossa del vecchio Anchise riposino in pace! -, abbi pietà della
casa che si affida a te. Di quale colpa mi accusi, se non di averti amato? Io non vengo da Ftia o dalla
potente Micene; mio marito e mio padre non furono mai contro di te. Se ti vergogni di avermi in moglie,
che non mi si chiami tua sposa, ma ospite; pur di essere tua, Didone accetterà di essere qualunque cosa.
Conosco bene i flutti che squassano il litorale africano: in determinati periodi consentono o
impediscono la partenza. Quando il vento consentirà di partire, darai le vele ai venti; ora le alghe
filacciose trattengono la nave gettata qui. Affida a me l'incarico di osservare il tempo: partirai più sicuro,
e, anche se tu lo volessi, non ti permetterò di restare. Anche i tuoi compagni chiedono riposo e le navi
squarciate, finora riparate a metà, esigono una breve sosta. Per i miei meriti, e per quello che forse
ancora ti dovrò, per la mia speranza di nozze, ti chiedo un po' di tempo, finché si calmino il mare e il
mio amore, finché con il tempo e l'abitudine io sappia trovare la forza per sopportare i dispiaceri. Se no,
intendo abbandonare la vita: non puoi infierire su di me ancora a lungo. Oh, se tu vedessi l'immagine di
chi ti scrive! Scrivo e tengo in grembo la spada troiana; lungo le guance le lacrime scivolano giù sulla
spada sguainata, che fra poco sarà bagnata di sangue, anziché di lacrime. Come si adattano bene al mio
destino i tuoi doni! Con poca spesa prepari il mio sepolcro. E non è ora la prima volta che il mio petto è
ferito da un'arma: vi è già la ferita di un amore crudele. Anna sorella, sorella Anna, consapevole,
purtroppo, della mia colpa, fra poco porgerai gli ultimi onori alle mie ceneri. E, una volta divorata dal
fuoco, non sarò più indicata come Elissa, moglie di Sicheo, ci saranno soltanto questi versi incisi nel
marmo del sepolcro: "Enea fornì il motivo della morte e la spada; Didone si tolse la vita con la sua stessa
mano".
Epistola 16
Paride a Elena
Io, figlio di Priamo, invio a te, figlia di Leda, quell'augurio di bene che a me può essere concesso solo se
sei tu a donarlo. Devo parlare, o non c'è bisogno di rivelare una passione già nota, ed il mio amore
appare ormai più evidente di quanto io vorrei? Preferirei che restasse nascosto, finché giungano tempi
in cui non si confondano alla gioia i timori. Ma io so fingere male. Chi infatti potrebbe nascondere il
fuoco, che viene sempre tradito dal suo stesso bagliore? E se ti aspetti che io aggiunga anche un nome a
ciò che mi accade, brucio! - ecco la parola che ti svela il mio sentimento. Ti prego, perdona la mia
confessione e non leggere il resto con espressione severa, ma conforme alla tua bellezza. Mi fa già molto
piacere il fatto che tu abbia accolto la mia lettera, questo mi dà la speranza di essere accolto anch'io in
modo simile. E mi auguro che questa speranza si realizzi e la madre di Amore, che mi spinse a questo
viaggio, non ti abbia promessa invano: è su consiglio divino - perché tu non debba sbagliare non
sapendolo - che sono condotto qui ed una divinità non senza importanza mi assiste in questa impresa.
Io aspiro certamente ad una ricompensa grande, ma che mi spetta: Citerea ti ha promessa al mio
talamo. Sotto la sua guida, dalla riva del Sigeo affrontai rotte pericolose attraverso il vasto mare, su di
una nave costruita da Ferecle. Lei mi ha procurato docili brezze e venti favorevoli: lei, che è nata dal
mare, sul mare ha naturalmente potere. Continui e, come quello del mare, così governi l'impeto del mio
cuore e conduca al loro porto anche i miei desideri! Queste fiamme di passione le ho portate con me,
non le ho trovate qui: sono state loro il motivo del mio così lungo viaggio. Perché non mi ha fatto
approdare qui infatti una rovinosa tempesta, né un errore di rotta: la mia flotta era diretta alla terra del
Tenaro. E non pensare che io solchi il mare su di una nave che trasporta mercanzie. Mi conservino gli
dèi solo le mie ricchezze! E non vengo alle città greche come visitatore; le città del mio regno sono più
ricche. Te io cerco, che l'aurea Venere ha promesso al mio letto; te ho desiderato, ancor prima di
conoscerti. Ho visto il tuo volto con la mente prima che con lo sguardo, la fama fu la prima messaggera
del tuo volto. E tuttavia non c'è da stupirsi se, come deve accadere, colpito a distanza dalle frecce
scagliate dall'arco, mi sono innamorato. Così piacque al destino e, perché tu non cerchi di sconvolgerlo,
ascolta quanto ti dico con sincerità e lealtà. Ero ancora trattenuto nell'utero materno per un ritardo del
parto; il ventre era già gravido del giusto peso. A mia madre sembrò in sogno di partorire dal suo ventre
pregno una fiaccola ardente. Terrorizzata si alza e riferisce a Priamo, e questi agli indovini, la paurosa
visione di quella notte tenebrosa; un indovino vaticina che Ilio brucerà per il fuoco di Paride: a giudicare
da ora, era quella la fiaccola che brucia nel mio petto! La mia bellezza e la forza del mio coraggio,
sebbene io sembrassi provenire dal popolo, erano indizio della mia segreta nobiltà. C'è un luogo nelle
boscose valli, nel cuore dell'Ida, fuori mano e folto di pini e di lecci, dove non brucano né le pecore
mansuete, né le caprette amiche delle rocce, né la lenta giovenca con la sua larga bocca. Per spingere lo
sguardo di là sulle mura e gli alti palazzi della città di Dardano ed il mare, mi ero appoggiato ad un
albero: ecco che mi sembrò che la terra tremasse per un calpestio di passi - dirò cose vere, ma che si
potranno credere a stento -, si presentò davanti ai miei occhi, condotto da ali veloci, il nipote del grande
Atlante e di Pleione - mi fu concesso vederlo, mi sia lecito riferire ciò che vidi - e fra le dita del dio c'era
il caduceo d'oro. E in quel momento, contemporaneamente, tre dee, Venere e Giunone con Pallade,
posarono i piedi delicati sull'erba. Rimasi stupefatto ed un brivido agghiacciante mi fece rizzare i capelli,
quando il messaggero alato mi disse: "Non avere paura; tu sei il giudice della bellezza: poni fine alla
contesa delle dee, dichiara quale sia l'unica degna di vincere in bellezza le altre due". Perché non mi
tirassi indietro, mi dà l'ordine in nome di Giove e subito sale verso le stelle, per la via celeste. Il mio
animo si rinfrancò, subito presi coraggio e non ebbi timore di esaminare ciascuna con lo sguardo. Tutte
meritavano di vincere e, come giudice, mi dispiaceva che tutte non potessero vincere la loro causa.
Tuttavia fra di loro già allora una mi piaceva di più e, come puoi intuire, era colei che ispira l'amore.
Grande è il loro desiderio di vincere: ardono dalla voglia di influenzare il mio giudizio con doni
straordinari. La consorte di Giove promette regni, la figlia valore; io non so se voler essere potente o
valoroso. Venere sorrise dolcemente e: "Non farti tentare dai doni, Paride, entrambi sono gravidi di
angoscioso timore", disse. "Io ti darò un amore e la figlia della bella Leda, ancor più bella di lei, si offrirà
al tuo abbraccio!". Parlò e, prescelta ugualmente sia per il dono, che per la sua bellezza, la dea tornò in
cielo vittoriosa. Nel frattempo, mutatosi al meglio, credo, il mio destino, vengo riconosciuto come figlio
del re attraverso indizi sicuri. La reggia è lieta per il figlio riacquistato dopo lungo tempo e Troia
aggiunge ai giorni festivi anche questo. E come io desidero te, così le fanciulle volevano me: tu hai la
possibilità di possedere da sola quello che desiderano tante donne. E non mi desideravano soltanto le
figlie di re e di condottieri, ma fui anche oggetto d'amore e d'affanni per le ninfe ... rispetto a te nessuna
nuora è degna di Priamo. Ma mi sono venute tutte quante a noia, dopo che si presentò la speranza di un
matrimonio con te, figlia di Tindaro. Te avevo da sveglio negli occhi, te di notte nella mente, quando le
palpebre si chiudono, vinte dal placido sonno. Che effetto avresti prodotto in me di persona, se mi
piacevi senza che ancora ti avessi vista? Bruciavo, nonostante il fuoco fosse qui, lontano, e non potei più
a lungo negare a me stesso questa speranza, senza cercare di raggiungere l'oggetto dei miei desideri
attraverso l'azzurra via del mare. Le pinete troiane vengono abbattute dalla scure frigia e ogni albero
adatto alle acque del mare: il Gargaro scosceso è spogliato delle sue alte foreste e l'Ida, per quanto si
estende, mi fornisce legname a non finire. Vengono incurvati i legni di quercia per costruire la struttura
delle navi veloci e lo scafo ricurvo è connesso all'ossatura. Aggiungiamo il pennone e le vele appese
all'albero e la poppa ricurva accoglie le immagini dipinte degli dèi; ma nella nave da cui sono
trasportato è dipinta la dea garante delle nozze promesse, accompagnata dal piccolo Cupido. Dopo che
furono dati gli ultimi ritocchi alla flotta ormai allestita, mi venne subito il desiderio di attraversare le
acque dell'Egeo. Mio padre e mia madre frenano i miei desideri con le suppliche e con parole
commoventi ritardano il viaggio prestabilito. E mia sorella Cassandra, così com'era, con i capelli
scompigliati, mentre ormai le nostre navi volevano salpare grida: "Dove corri? Porterai indietro con te
un incendio! Tu non sai quanto fuoco vai a cercare attraverso questo mare!". La profetessa predisse la
verità: ho trovato il fuoco di cui parlava ed un amore indomabile divampa nel mio tenero cuore. Esco
dal porto e, col favore dei venti approdo alla tua terra, ninfa Ebalia. Tuo marito mi offre la sua
ospitalità: anche questo avviene non senza il volere ed il consenso degli dèi. Ed egli mi mostra quanto in
tutta Sparta era notevole e degno di essere mostrato. Ma per me che bramavo di vedere la tua decantata
bellezza, non c'era niente altro da cui i miei occhi potessero essere attratti. Come ti vidi, rimasi stordito
e avvertii con sbigottimento che il mio cuore, nel profondo, si gonfiava di pene sconosciute. Per quanto
mi ricordo, Venere aveva un aspetto simile a questo, quando si presentò al mio giudizio. Se tu fossi
venuta a quella gara assieme a lei, la vittoria di Venere sarebbe stata in pericolo. La fama, certo, ha fatto
di te grandi elogi e non c'è terra che non conosca la tua bellezza: in nessun luogo, né in Frigia, né là dove
sorge il sole, un'altra ha, fra le belle, una rinomanza pari alla tua. Mi credi anche in questo? La tua gloria
è inferiore alla realtà e la fama è quasi invidiosa della tua bellezza. Io trovo qui più di quello che essa
aveva promesso e la tua fama è superata dalla sua causa. A ragione perciò Teseo, che conosceva tutto, si
infiammò d'amore e tu apparisti preda adeguata ad un così grande eroe, mentre, secondo l'usanza della
tua gente, ti esercitavi nuda nella palestra rilucente ed eri donna nuda fra uomini nudi. Approvo che ti
abbia rapita, mi stupisco che ti abbia restituita: una preda così preziosa doveva essere trattenuta per
sempre. Questa mia testa si sarebbe dovuta staccare dal collo insanguinato, prima che tu fossi strappata
via dal mio letto. Avrebbero mai voluto le mie mani lasciarti andare? Avrei sopportato, restando vivo,
che tu ti allontanassi dalle mie braccia? Se ti avessi dovuto restituire, tuttavia prima avrei preso
qualcosa ed il mio amore non sarebbe stato del tutto inattivo: o avrei colto la tua verginità, o quello che
si poteva prendere, lasciando intatta la tua verginità. Tu, solo, concediti. Conoscerai qual'è la costanza di
Paride: solo la fiamma del rogo spegnerà le mie fiamme. Io ti ho anteposto ai regni che una volta mi
promise la più grande delle dee, la sposa e sorella di Giove; purché io potessi cingere con le mie braccia
il tuo collo, non ho tenuto in nessun conto il valore che Pallade mi offriva. Non me ne pento e mai mi
sembrerà di aver fatto una scelta sconsiderata. La mia mente si mantiene salda nel suo desiderio; solo
questo ti chiedo, non permettere che la mia speranza divenga vana, tu, che meriti di essere conquistata
con tanta fatica! Io non sono un uomo di origini oscure che aspira alle nozze con una donna altolocata e,
credimi, non ti dovrai vergognare di essere mia moglie. Se indaghi, troverai nella mia stirpe una Pleiade
e Giove, per non parlare degli avi intermedi. Mio padre detiene il potere sull'Asia, di cui nessuna regione
è più ricca e a stento la si può percorrere nei suoi territori sconfinati. Vedrai innumerevoli città e palazzi
dorati e templi che dirai degni dei loro dèi; vedrai Ilio e le sue mura, fortificate da alte torri, costruite al
suono della lira di Febo. Che cosa ti dovrei dire della popolazione e del gran numero di uomini? A mala
pena quella terra può reggere il suo popolo. Le madri troiane ti verranno incontro in folta schiera ed il
nostro palazzo non potrà contenere le fanciulle frigie. Oh quante volte dirai: "Come è povera la mia
Acaia!"; da sola una casa qualunque possiederà le ricchezze di tutta una città. Ma non mi potrei
permettere di disprezzare la vostra Sparta: la terra in cui tu sei nata è per me una terra ricca. Sparta
però è austera, mentre tu sei degna di un ricco tenore di vita: questo posto non si addice ad una bellezza
simile; si addice invece a questa bellezza servirsi senza limite di ricchi ornamenti ed immergersi in
raffinatezze sempre nuove. Quando vedi l'eleganza degli uomini del mio popolo, quale credi che sia
quella delle donne dardanie? Sii soltanto accondiscendente nel concederti a me e non disdegnare un
marito frigio, tu fanciulla nata nella campagna di Terapne. Era frigio e nato dal nostro sangue, colui che
ora in cielo con gli dèi mescola l'acqua con il nettare per le loro bevande; frigio era lo sposo di Aurora,
eppure la dea che pone fine all'ultimo tratto della notte, se lo portò via; frigio era anche Anchise, con il
quale la madre degli Amori alati si compiace di essersi unita sulle pendici dell'Ida. E io non ritengo che,
messi a confronto la bellezza e gli anni, Menelao sia, a tuo giudizio da preferire a me. Non ti darò
certamente un suocero che metta in fuga la fulgente luce del sole e allontani dal banchetto i cavalli
inorriditi. Né Priamo ha un padre che si è macchiato di sangue per l'uccisione del suocero e che con il
suo delitto dà il nome al mare Mirtoo. Né un mio antenato tenta di cogliere frutti nelle onde dello Stige
o cerca da bere nel mezzo delle acque. Che importa, tuttavia, se ti tiene legata a sé uno nato da costoro e
Giove è costretto ad essere suocero in questa casa? Che delitto! Lui, che non ne è degno, ti possiede per
notti intere e gode dei tuoi amplessi. Io, invece, ti posso vedere appena quando finalmente viene
imbandita la mensa e anche questo tempo presenta molte occasioni che mi feriscono. Capitino ai miei
nemici conviti di questo genere, quali io spesso debbo sopportare quando si serve il vino! Mi rammarico
di essere ospite quando questo zotico, sotto i miei occhi, ti getta le braccia al collo. Scoppio e mi
ingelosisco - perché non dire tutto? - quando accarezza il tuo corpo gettandovi sopra una coperta. Ma
quando di fronte a me vi scambiavate baci voluttuosi, ho preso la coppa e l'ho messa davanti ai miei
occhi; abbasso lo sguardo quando lui ti tiene più stretta ed il cibo si accumula pesante nella bocca che lo
rifiuta. Spesso ho emesso sospiri e mi sono accorto che tu, provocante, non ti trattenevi dal ridere per i
miei sospiri. Molte volte desiderai spegnere col vino la fiamma d'amore, ma quella crebbe e l'ebbrezza
aggiunse fuoco al fuoco. Per non vedere molte cose mi sdraio con la testa voltata, ma subito tu richiami
il mio sguardo. Non so cosa fare: provo dolore a vedere queste cose, ma è un dolore ancora più grande
avere il tuo volto lontano. Finché mi è lecito e posso, mi sforzo di nascondere il mio ardore, tuttavia
l'amore per quanto nascosto trapela. Le mie non sono solo parole: tu senti le mie ferite, le senti! Almeno
fossero note a te sola! Ah quante volte distolsi il mio viso, mentre mi salivano le lacrime agli occhi,
perché lui non chiedesse il motivo del mio pianto! Ah quante volte, dopo aver bevuto, raccontai qualche
storia d'amore facendo riferimento in ogni parola al tuo volto e sotto un nome fittizio lasciai intendere
che si trattava di me: il vero innamorato, se non lo sai, ero io! Anzi, per potermi servire più
sfacciatamente delle mie parole, simulai l'ubriachezza, e non una volta sola! Dalla tua tunica allentata,
mi ricordo, si svelò il seno, che si offrì nudo al mio sguardo, seno più bianco della neve immacolata, o
del latte, o di Giove quando abbracciò tua madre; mentre resto estasiato a quella vista - reggevo per caso
una coppa -, mi sfuggì dalle dita il manico ricurvo. Se tu davi baci a tua figlia, con gioia io prontamente
li prendevo dalle tenere labbra di Ermione. E ora supino cantavo gli antichi amori, ora, con un cenno, ti
trasmettevo segnali segreti. Ultimamente ho anche osato avvicinare con parole affabili le più
ragguardevoli delle tue accompagnatrici, Climene ed Etra, le quali non mi dissero altro se non che
avevano paura e mi abbandonarono nel bel mezzo delle mie preghiere. Volessero gli dèi che tu fossi la
ricompensa di una grande gara e che il vincitore potesse averti nel suo letto! Come Ippomene ebbe la
figlia di Scheneo in premio della corsa, come Ippodamia fu accolta dall'abbraccio di un frigio, come il
terribile Ercole spezzò le corna di Acheloo, che voleva i tuoi amplessi, o Deianira. A queste condizioni la
mia audacia si sarebbe fatta avanti con impeto e tu sapresti di essere l'oggetto della mia fatica. Ora non
mi resta altro, bellissima, se non supplicare e abbracciare, se me lo permetti, i tuoi piedi. O onore e
gloria vivente dei fratelli gemelli, tu che saresti degna di Giove come marito, se non fossi nata da Giove o
io raggiungerò il porto Sigeo con te come sposa, o qui, esule, io sia coperto dalla terra del Tenaro! Il mio
petto non è stato sfiorato superficialmente dalla punta di una freccia, la mia ferita giunge fino alle ossa.
Che sarei stato trafitto da una freccia celeste - lo ricordo -, questo lo aveva predetto mia sorella, che dice
il vero. Elena, non disprezzare l'amore voluto dal destino, e possa tu avere gli dèi disponibili ai tuoi
desideri! Molte cose mi vengono in mente, ma per parlarti più diffusamente di persona, accoglimi nel
tuo letto, col silenzio della notte. O forse ti vergogni e temi di profanare l'amore coniugale e di tradire gli
onesti diritti del letto legittimo? Ah Elena, troppo ingenua, per non dire arretrata, pensi che questa tua
bellezza possa restare esente da colpa? è necessario o che tu cambi aspetto o che tu non sia inflessibile: è
grande il contrasto fra castità e bellezza. Di questi amori furtivi gode Giove, gode l'aurea Venere: questi
amori furtivi ti hanno dato Giove come padre. Difficilmente puoi diventare casta tu, che sei figlia di
Giove e di Leda, se nel seme c'è l'essenza del carattere. Tuttavia, quando sarai nella mia Troia, allora ti
prego, sii casta e sia io soltanto la tua colpa! Ora commettiamo quel peccato che il momento del
matrimonio emenderà, se solo Venere non mi ha fatto una promessa vana. Ma è tuo marito stesso a
indurti a questo, coi fatti, non con le parole: se ne sta lontano per non ostacolare l'amore furtivo del suo
ospite. Non ha trovato momento più opportuno per visitare il regno di Creta: oh marito di straordinaria
accortezza! Proprio quando stava per partire si fermò e disse: "Ti raccomando, moglie, di occuparti al
posto mio dell'ospite dell'Ida". Sono testimone che tu trascuri le raccomandazioni di tuo marito assente:
non hai cura alcuna del tuo ospite. E tu, figlia di Tindaro, speri che quest'uomo senza perspicacia possa
saper comprendere sufficientemente il valore della tua bellezza? Ti sbagli, non lo sa capire; se ritenesse
grande il bene che possiede, non lo affiderebbe ad uno straniero. Anche se non ti sollecitassero né le mie
parole, né la mia passione, siamo tuttavia indotti ad approfittare della sua stessa compiacenza, oppure
saremo così sciocchi da superare persino lui stesso, se ci lasceremo scappare, senza sfruttarla,
un'occasione tanto sicura. Ti porta l'amante quasi con le sue mani: approfitta dell'ingenuità di un marito
che ti fa certe raccomandazioni. Te ne stai sola in un letto vuoto, per tutta la notte, lunga com'è; anch'io
me ne sto solo in un letto vuoto; che piaceri comuni uniscano te a me e me a te: quella notte sarà più
luminosa del mezzogiorno. Allora io giurerò per tutti gli dèi che vuoi tu e mi vincolerò con le mie parole
a giuramenti solenni. Allora, se non è mal riposta la mia fiducia, una volta che io sia in tua presenza, ti
convincerò a venire nel mio regno. Se ti vergogni e temi di dar l'impressione di avermi seguito, figurerò
io, senza di te, colpevole di questo adulterio. Imiterò infatti il comportamento del figlio di Egeo e dei
tuoi fratelli: non puoi essere toccata da un esempio più vicino. Teseo rapì te, quelli le figlie gemelle di
Leucippo; io mi aggiungerò come quarto a questi esempi. C'è qui la flotta troiana equipaggiata con armi
e uomini, i remi ed il vento renderanno subito veloce il viaggio. Te ne andrai, maestosa regina, per le
città dardanie ed il popolo crederà di avere dinanzi una nuova dea. Ovunque porterai i tuoi passi, le
fiamme bruceranno cinnamomo ed una vittima sacrificata stramazzerà sul terreno insanguinato. Mio
padre, i fratelli e le sorelle con mia madre e tutte le donne troiane e Troia tutta ti recheranno doni.
Ahimè, io ti rivelo appena una piccola parte del tuo futuro. Avrai più di quanto riporta la mia lettera. E
non temere che al tuo rapimento faccia seguito una guerra crudele e che la Grecia potente raduni le sue
forze. Di tante donne rapite in passato, forse qualcuna è stata rivendicata con le armi? Credimi, questo
timore è senza fondamento. I Traci rapirono a nome di Aquilone la figlia di Eretteo, eppure la costa
tracia fu al sicuro dalla guerra; Giasone di Pagase portò via sulla sua nuova nave la fanciulla del Fasi ed
il territorio tessalo non fu aggredito dalle schiere dei Colchi. Teseo, che rapì anche te, rapì la figlia di
Minosse, tuttavia Minosse non chiamò affatto alle armi i Cretesi. In queste situazioni, la paura è di
solito più grande del pericolo: si ha vergogna di aver troppo temuto ciò che si è propensi a temere.
Immagina tuttavia, se vuoi, che scoppi una grande guerra: anch'io sono potente, anche le mie armi
recano danno. Le risorse militari dell'Asia non sono inferiori a quelle della vostra terra: è ricca di
uomini, ricca in abbondanza di cavalli. Né Menelao, figlio di Atreo, avrà più coraggio di Paride o sarà da
considerare superiore nelle armi. Quasi bambino, uccisi i nemici, mi riappropriai degli armenti rubati e
di lì ebbe origine il mio nome. Quasi bambino vinsi in varie gare dei giovani, tra i quali si trovavano
Deifobo ed Ilioneo. E perché tu non pensi che io sia temibile solo da vicino, sappi che la mia freccia si
conficca nel punto da me voluto. Non puoi attribuire a lui queste imprese della mia prima giovinezza,
non puoi dotare l'Atride della mia abilità! Anche se tu volessi dargli tutto, gli potrai forse dare Ettore
come fratello? Egli da solo varrà quanto una moltitudine di soldati. Tu non sai quello che valgo e la mia
forza ti è sconosciuta; non sai a quale uomo andrai sposa. Quindi o non sarai reclamata da alcuno
strepito di guerra o gli accampamenti dorici dovranno soccombere al mio attacco. E tuttavia non riterrei
sconveniente prendere le armi per una moglie così prestigiosa: le grandi ricompense spingono alla lotta.
E anche tu, se per te si scontrerà il mondo intero, avrai per sempre fama tra i posteri. Solo, partendo di
qui con il favore degli dèi, con intrepida speranza esigi i doni che ti ho promesso in piena fede.
Epistola 17
Se mi fosse possibile, Paride, non aver letto ciò che ho letto, potrei ancora conservare come prima i
requisiti di donna onesta. Ma ora, poiché la tua lettera ha violato i miei occhi, mi sembra futile orgoglio
non risponderti! Tu, uno straniero, hai osato profanare i sacri diritti dell'ospitalità e insidiare la
legittima fedeltà di una donna sposata! è dunque per questo che, portato sul mare battuto dai venti, ti
accolse nel suo porto la riva del Tenaro e, sebbene tu provenissi da un popolo straniero, il nostro palazzo
non ti sbarrò le porte, perché un'offesa fosse la ricompensa di così grande disponibilità? E tu, che
entravi così, eri un ospite, oppure un nemico? E non ho dubbi che questa mia lagnanza, per giusta che
sia, a tuo parere venga definita da provinciale. Che io sia pure considerata arretrata, purché non
dimentica del pudore e la mia condotta di vita sia senza macchia. Se non ho un'espressione severa sul
volto studiato e non siedo arcigna con le sopracciglia aggrottate, tuttavia la mia fama è irreprensibile e,
fino ad ora, ho avuto onesti passatempi e nessun adultero può vantarsi di me. Tanto più quindi trovo
sorprendente la tua fiducia nell'impresa ed il motivo che ti ha dato la speranza del mio letto. Forse
perché l'eroe discendente di Nettuno mi ha presa con la forza e, rapita una volta, ti sembro degna di
essere rapita anche una seconda? La colpa sarebbe mia se fossi stata consenziente; ma, una volta rapita,
che cosa avrei dovuto fare se non opporre il mio rifiuto? Del resto dalla sua impresa egli non colse il
frutto desiderato: ritornai senza aver subito nulla, fatta eccezione per la paura. L'insolente mi strappò
soltanto pochi baci, mentre gli opponevo resistenza: nient'altro egli ha ottenuto da me. Ma la tua
spudoratezza è tale che non si sarebbe accontentata di questo! Grazie agli dèi, lui non ti somigliava! Mi
ha restituita intatta e il suo rispetto ne ha diminuito la colpa; è evidente che il giovane si era pentito
della sua azione. Teseo si pentì perché Paride subentrasse a lui ed il mio nome fosse sempre sulla bocca
di tutti? Tuttavia non mi adiro - chi infatti può sdegnarsi con chi lo ama? - soltanto se l'amore che
ostenti non è simulato. Sospetto infatti anche questo, non perché mi manchi la fiducia o io non sia
consapevole della mia bellezza, ma perché di solito la credulità è pericolosa per le giovani donne e si
dice che le parole di voi uomini non sono sincere. "Ma le altre peccano", dici, "ed è rara una donna
sposata virtuosa". Chi impedisce che il mio nome sia inserito fra le rarità? Anche se mia madre ti è
sembrata l'esempio adatto a farti credere che anch'io possa lasciarmi piegare, c'è un errore alla base
della colpa di mia madre, ingannata da una falsa apparenza: l'adultero era celato dalle piume. Ma se io
dovessi commettere l'adulterio, non posso considerarmi all'oscuro di nulla e non ci sarà nessun inganno
che possa attenuare la colpevolezza del mio comportamento. Lei è stata fortunata nel suo errore e la
colpa è stata riscattata dal responsabile; ma io, per merito di quale Giove sarei definita fortunata
nell'adulterio? Tu vanti la tua stirpe e gli antenati e titoli regali, ma anche questa casa è abbastanza
insigne per la sua nobiltà. Per tacere di Giove, antenato di mio suocero e tutta la stirpe di Pelope, figlio
di Tantalo, e di Tindaro, mi dà Giove come padre Leda, che, ingannata dal cigno, accolse nel suo
grembo, senza sospetto, il falso uccello. E ora va' pure a raccontare con dovizia di particolari le origini
della stirpe frigia e di Priamo, con suo padre Laomedonte! Io li rispetto, ma colui che per te è grande
gloria come quinto, è il primo a risalire dal mio nome. Sebbene io ritenga che il tuo regno sia potente,
tuttavia io non penso che questo nostro sia ad esso inferiore. Se poi questo paese è superato in ricchezza
e numero di uomini, d'altra parte la tua è senza dubbio una terra barbara. La tua munifica lettera
promette doni tanto grandi che potrebbero far vacillare le stesse dee. Ma se io volessi ormai oltrepassare
le barriere del pudore, tu da solo saresti stato il migliore motivo per peccare. O io manterrò per sempre
la mia reputazione senza macchia, o io seguirò te, piuttosto che i tuoi doni. Comunque io non li
disprezzo: sono sempre assai graditi i doni resi preziosi da chi li offre. Vale molto di più il fatto che tu mi
ami, che sono io la causa del tuo travaglio, che la tua speranza abbia attraversato così vasto mare. Anche
quello che tu fai, impudente, quando è allestita la mensa, lo osservo, sebbene io cerchi di non farmene
accorgere. Quando mi fissi lascivo con sguardi sfrontati e così insistenti che a stento i miei occhi li
sopportano e ora sospiri, ora prendi il bicchiere vicino a me e bevi anche tu dalla parte dove ho bevuto
io. Ah, quante volte mi sono accorta dei messaggi segreti che mi venivano fatti con le dita, quante volte
con il tuo sopracciglio che quasi parlava! E spesso ebbi timore che mio marito li vedesse e arrossii per
quei segni non abbastanza nascosti. Spesso con un bisbiglio sommesso o quasi senza fiatare dissi: "Non
si vergogna di nulla, costui". E questa mia affermazione corrispondeva a verità. Ho anche letto sul piano
rotondo della tavola, sotto il mio nome, il messaggio delle lettere tracciate col vino: io amo. Ma con un
cenno di diniego degli occhi feci capire di non crederti. Ahimè, ho imparato ormai che si può
comunicare così! Se avessi deciso di peccare, avrei ceduto a queste lusinghe: da queste poteva essere
conquistato il mio cuore. Tu hai una bellezza non comune, lo confesso, e una fanciulla può desiderare di
gettarsi fra le tue braccia. Ma sia felice senza colpa un'altra donna, piuttosto che il mio pudore crolli per
amore di uno straniero! Impara dal mio esempio che si può fare a meno del bello: è una virtù tenersi
lontano dalle cose piacevoli che ci attraggono. Quanti giovani credi che desiderino ciò che tu desideri,
ma non perdono la testa? O solo tu, Paride, hai gli occhi? Tu non vedi meglio, ma osi con più
temerarietà, e tu non hai più sentimento, ma più sfrontatezza! Io vorrei che tu fossi giunto sulla tua
veloce nave quando mille pretendenti aspiravano alla mia verginità.
Se ti avessi visto saresti stato il primo fra mille. Perfino mio marito perdonerà questa mia ammissione.
Tu giungi tardi a piaceri già goduti e posseduti: la tua speranza fu tarda, ciò che vuoi l'ha un altro. Anche
se io desiderassi diventare la tua sposa troiana, Menelao non mi possiede così contro la mia volontà. Ti
prego, cessa di sconvolgere il mio cuore vulnerabile con le tue parole e non fare del male a me, che tu
dici di amare, ma lascia che io mantenga il destino che la sorte mi ha dato e non cogliere le vergognose
spoglie del mio onore! Ma Venere te lo ha promesso e nelle valli dell'alto Ida si sono presentate a te le
tre dee nude e, mentre l'una ti offriva il regno, l'altra la gloria in guerra, la terza ti disse: "Avrai come
moglie la figlia di Tindaro!". Veramente ho difficoltà a credere che dei corpi divini abbiano sottoposto al
tuo giudizio la loro bellezza: anche se questo fosse vero, certamente è falsa la seconda parte in cui si dice
che io ti vengo concessa a ricompensa del tuo giudizio favorevole. Non ho tanta fiducia nel mio fisico da
pensare di esser stata considerata il massimo dei premi per testimonianza di una dea. La mia bellezza si
accontenta di essere apprezzata dagli occhi degli uomini; Venere, che mi loda, mi espone all'invidia. Ma
io non confuto nulla; accolgo con piacere anche queste lodi. Per quale motivo infatti dovrei negare con
le parole ciò che desidero? E tu non ti risentire se ti credo con troppa difficoltà: tardi, di solito, viene
accordata fiducia alle cose importanti. Pertanto la mia prima soddisfazione è di essere piaciuta a
Venere; la successiva di esserti sembrata il massimo dei premi e che tu non abbia anteposto i premi
prestigiosi di Pallade e di Giunone, alle qualità che avevi sentito dire di Elena. Così sono io, per te, il
valore, io un nobile regno? Sarei di ferro se non amassi un simile cuore! Credimi, non sono di ferro, ma
sono restia ad amare un uomo che difficilmente penso possa diventare mio. Perché sforzarmi di solcare
con l'aratro ricurvo la riva assetata e tentare di inseguire una speranza che il luogo stesso nega?
Sono inesperta di amori furtivi e - gli dèi mi sono testimoni - non ho mai ingannato con nessuno
stratagemma un marito fedele; anche ora, che affido le mie parole ad una lettera clandestina, la mia
scrittura si presta ad una mansione insolita. Felici coloro che sono sorretti dall'esperienza!
Io, inesperta di queste cose, suppongo che la via del tradimento sia ardua. La paura stessa mi fa soffrire:
già ora sono turbata e penso che tutti gli sguardi si appuntino sui nostri volti. E non lo penso a torto: ho
avvertito i pettegolezzi della gente, ed Etra mi ha riferito certe voci; ma tu cerca di fingere, se non
preferisci arrenderti. Ma perché dovresti arrenderti? Tu sei in grado di fingere! Porta avanti il gioco, ma
di nascosto! L'assenza di Menelao ci offre una maggiore libertà, ma non grandissima. Certo egli è partito
per un luogo lontano, perché così costretto dalle circostanze: importante e legittimo era il motivo del
viaggio improvviso - o tale mi era sembrato. Io, poiché era in dubbio se partire, gli dissi: "Cerca di
tornare al più presto!". Rallegrato dal buon augurio, mi baciò e disse: "Abbi cura dei beni, della casa e
dell'ospite troiano". A stento mi trattenni dal riso e mentre mi sforzavo di soffocarlo, non fui in grado di
dirgli altro che: "Ne avrò". Con i venti favorevoli, è vero, si è diretto verso Creta, ma tu non pensare che
per questo tutto ti sia concesso! Mio marito è lontano di qui, ma è tale da sorvegliarmi anche se è
assente: non sai forse che i re hanno le braccia lunghe? Anche la mia fama è un peso: infatti quanto più
sono lodata con insistenza dalla vostra bocca, tanto più a buon diritto egli teme. E quella stessa gloria
che mi fa piacere, almeno ora mi danneggia e sarebbe stato meglio ingannare la fama. E non stupirti che
mi abbia lasciata qui con te: egli ha avuto fiducia nella mia moralità e nella mia condotta di vita. Ha
paura della mia bellezza, ma ha fiducia nel mio modo di vivere. La mia virtù lo rende sicuro, la mia
bellezza lo inquieta. Tu mi esorti a non perdere l'occasione che si è offerta spontaneamente e a servirci
della compiacenza di un marito senza malizia. L'invito mi attrae e mi fa paura e la mia volontà non è
ancora abbastanza decisa: il mio cuore oscilla nel dubbio. Mio marito è lontano da me e tu dormi senza
una compagna e la tua bellezza seduce me, la mia te, vicendevolmente; e le notti sono lunghe e abbiamo
già raggiunto l'intimità con le parole e tu, ahimè sventurata, sei attraente e siamo sotto lo stesso tetto.
Possa io morire, se tutto non ci induce al peccato; tuttavia non so da quale timore sono trattenuta. Oh,
se tu potessi costringermi a fare senza colpa quello che vuoi convincermi a fare nel peccato! Con la forza
dovevi spazzar via la mia ritrosia. Talvolta la violenza è vantaggiosa anche per quelli che la subiscono:
così certamente sarei stata costretta ad essere felice. Combattiamo piuttosto, finché è nuovo, un amore
che nasce! Un fuoco appena acceso si spegne se ci versi sopra un po' d'acqua. L'amore degli stranieri
non è affidabile: va in giro qua e là come loro e, quando speri che niente vi sia di più solido, si dilegua.
Ne è testimone Ipsipile, testimone è la figlia di Minosse, entrambe ingannate in nozze che non giunsero
mai. Si dice che anche tu, traditore, abbia abbandonato dopo averla amata per molti anni, la tua Enone;
tu stesso, del resto, non lo neghi e, se non lo sai, ebbi gran cura di prendere ogni informazione su di te.
Aggiungi che, anche se tu desiderassi rimanere costante nel tuo amore, non puoi: ormai i Frigi spiegano
le tue vele. Mentre parli con me, mentre si prepara la notte sperata, starà già per levarsi il vento che ti
porterà in patria. Abbandonerai piaceri ricchi di novità a metà del loro corso: il nostro amore se ne
andrà col vento.
O ti seguirò, come mi esorti, e verrò a vedere la celebrata Pergamo e sarò la moglie del nipote del grande
Laomedonte? Io non sottovaluto la diffusione della fama alata a tal punto da lasciarle riempire la terra
del mio disonore. Che cosa dirà di me Sparta, che cosa l'Acaia tutta, che cosa le popolazioni dell'Asia,
che cosa la tua Troia? Che cosa penserà Priamo di me, che cosa la moglie di Priamo e i tuoi numerosi
fratelli e le loro spose dardanie?
E anche tu, come potrai sperare che io ti sarò fedele e non essere tormentato dal tuo stesso esempio?
Qualunque straniero farà ingresso nel porto troiano, sarà per te motivo di angosciosa apprensione.
Quante volte tu stesso, pieno di rabbia mi dirai: "Adultera!", dimentico che nella mia colpa c'è anche la
tua! Diventerai al tempo stesso censore e responsabile del mio errore. Possa prima la terra, lo supplico,
ricoprire il mio volto! Ma godrò delle ricchezze di Ilio e di un tenore di vita magnifico e avrò doni più
sontuosi di quelli promessi? Mi saranno certamente donati porpora e tessuti pregiati e sarò ricca di
cumuli d'oro? Perdonami se lo confesso! i tuoi doni non hanno un valore così grande; non so come, ma è
la terra stessa a trattenermi. Chi, se sarò offesa, verrà in mio aiuto sulle sponde frigie? Dove cercare i
fratelli, dove l'aiuto di mio padre? Tutto il traditore Giasone promise a Medea, ma non fu forse scacciata
dal palazzo di Esone? Non c'era Eeta dal quale, ripudiata, poter tornare, non la madre Idia e la sorella
Calciope. Io non temo nulla di simile, ma nemmeno Medea lo temeva: la buona speranza spesso è
tradita dal suo ottimismo. Troverai che per tutte le navi che ora sono sballottate in alto mare, alla
partenza dal porto il mare era calmo. Mi spaventa anche la fiaccola grondante di sangue che tua madre
sognò di aver generato, grondante sangue, il giorno precedente al parto; e temo gli avvertimenti degli
indovini: si dice abbiano presagito che Ilio brucerà del fuoco pelasgo. E come Citerea ti predilige, perché
ha vinto ed ha ottenuto in base alla tua decisione un duplice trofeo, così io temo le altre due dee che, se è
vero quello di cui ti vanti, per il tuo giudizio non vinsero la contesa. E non ho dubbi che, se ti seguirò, si
andrà alle armi; il nostro amore, ahimè, passerà attraverso le spade! Se Ippodamia di Atrace costrinse i
guerrieri d'Emonia a intraprendere una guerra feroce contro i Centauri, tu pensi che Menelao sarà lento
ad accendersi di giusta ira, e lo saranno i miei fratelli gemelli e Tindaro? Quanto al fatto che tu ti vanti
ampiamente e parli di azioni valorose, questa tua bellezza è in contrasto con le tue parole. Il tuo fisico è
più adatto a Venere che a Marte; facciano la guerra gli eroi!
Tu, Paride, fa' sempre l'amore! Esorta Ettore, che tu ammiri, a combattere al posto tuo; un'altra milizia
merita il tuo intervento. Io approfitterei di questo, se fossi accorta e un poco più coraggiosa - ne
approfitterebbe qualunque fanciulla di buon senso! O forse, abbandonato il ritegno, mi farò accorta e,
vinta dal tempo mi consegnerò a te, dopo aver tanto esitato. Quanto alla tua richiesta di parlare
segretamente e di persona di queste cose, so che cosa cerchi di avere e che cosa chiami colloquio; ma tu
hai troppa fretta e la tua messe è ancora in erba. Questo indugio forse può essere alleato del tuo
desiderio. Basta. La lettera, complice dei miei segreti pensieri, abbandoni il suo compito furtivo; le dita
sono ormai stanche. Possiamo parlare del resto per mezzo delle mie compagne Climene ed Etra, che mi
sono entrambe amiche e consigliere.
Epistola 3
Briseide ad Achille
Questa lettera che leggi ti giunge da Briseide, la donna a te rapita: l'ho scritta stentatamente in greco
con la mia mano di straniera. Tutte le cancellature che vedrai, sono state le lacrime a farle; ma,
nondimeno, anche le lacrime hanno il peso della parola. Se mi è concesso lamentarmi un po' di te, mio
signore e marito, mi lamenterò un poco del mio signore e marito. Non è colpa tua se sono stata subito
consegnata al re che mi richiedeva, eppure anche questa è colpa tua. Infatti non appena Euribate e
Taltibio mi chiamarono, fui consegnata al seguito di Euribate e Taltibio. Interrogandosi reciprocamente
con lo sguardo, si domandavano, senza parlare, dove fosse il nostro amore. Si poteva aspettare: un
ritardo della pena mi sarebbe stato gradito. Ahimè! Nell'allontanarmi non ti diedi neanche un bacio! Ma
versai lacrime senza fine e mi strappai i capelli: mi sembrò, sventurata, di essere fatta schiava una
seconda volta. Molte volte decisi di ritornare, ingannando la sorveglianza del custode; ma c'era un
nemico pronto a restituirmi impaurita. Temevo che, se mi fossi azzardata ad uscire fuori di notte, sarei
stata catturata e poi destinata in dono ad una qualunque delle nuore di Priamo. Ma ammettiamolo, sono
stata consegnata perché dovevo esserlo: sono lontana da tante notti e tu non mi reclami; indugi e la tua
ira è lenta. Il figlio stesso di Menezio, mentre venivo consegnata, mi disse all'orecchio: "Perché piangi?
Tra breve sarai di nuovo qui". Ed è ancora poco non avermi reclamata: tu lotti, Achille, perché io non ti
venga restituita. Ma sì, tieniti la tua fama di amante appassionato! Sono venuti da te i figli di Telamone
e di Amintore, uno più vicino a te per vincolo di sangue, l'altro tuo compagno, ed il figlio di Laerte, che
avrebbero dovuto scortarmi al mio ritorno (doni sontuosi diedero maggior peso alle accattivanti
preghiere): venti bacini fulvi di bronzo lavorato e sette tripodi di pari peso e raffinatezza. A questi
furono aggiunti dieci talenti d'oro e dodici cavalli avvezzi a vincere sempre e, cosa superflua, fanciulle di
Lesbo di superba bellezza, fatte prigioniere dopo la distruzione della loro casa; oltre a tutto ciò, come
moglie - ma tu non hai bisogno di moglie -, una delle tre figlie di Agamennone. Rifiuti di ricevere quanto
avresti dovuto dare, se tu avessi dovuto pagare il mio riscatto al figlio di Atreo? Quale colpa ho
commesso per diventare così insignificante per te, Achille? Dove è fuggito così velocemente lontano da
noi il volubile amore? Forse una sorte avversa tormenta senza tregua gli infelici e non giunge un
momento più favorevole, una volta che le sciagure hanno avuto inizio? Ho visto le mura di Lirnesso
distrutte dalla tua furia guerriera, e io ero parte importante della mia patria; ho visto cadere tre uomini,
accomunati dallo stesso destino di nascita e di morte: tre guerrieri che avevano la stessa madre, la mia.
Ho visto mio marito, steso sul terreno cruento, con tutto il suo corpo, agitare il petto insanguinato.
Tu, da solo, sei bastato a ripagarmi di tante perdite; tu eri per me signore, marito, fratello. Tu stesso,
giurando sulla divinità di tua madre, che vive nel mare, dicevi che era meglio per me essere stata fatta
prigioniera. Certo per potermi respingere, benché io venga provvista di dote, e per rifiutare i doni che
con me ti vengono offerti! Anzi, mi è giunta la voce che, quando sorgerà splendente l'aurora di domani,
tu spiegherai le vele rigonfie ai venti tempestosi. Non appena, me infelice, la notizia di questa azione
infame giunse alle mie orecchie impaurite, il petto mi si è svuotato di sangue e ho perso coscienza. Te ne
andrai e - me infelice! - a chi mi lasci, uomo brutale? Chi mi consolerà dolcemente dell'abbandono?
Vorrei prima essere inghiottita da una improvvisa voragine della terra o incenerita dalla fiamma
balenante di un fulmine, piuttosto che senza di me le acque si facciano bianche di schiuma sotto i remi
di Ftia ed io, abbandonata, veda allontanarsi le tue navi! Se desideri ormai tornare ai Penati paterni, io
non sono un fardello pesante per la tua nave; ti seguirò come una schiava segue il vincitore, non come
una sposa il marito: ho mani abili a filare la lana. La più bella fra le donne achee giungerà come sposa
nel tuo talamo, e vi entri pure, nuora degna del suocero, nipote di Giove e di Egina, e sia ben accetta al
padre della suocera, il vecchio Nereo. Io, umile schiava filerò la lana assegnata e il mio filo alleggerirà la
conocchia gonfia. Ti scongiuro soltanto che la tua sposa non mi tormenti; non so ancora come, ma lei
non sarà benevola con me, e non permettere che mi si strappino i capelli in tua presenza mentre dici con
noncuranza: "Anche lei è stata mia". O permettilo pure, purché io non venga abbandonata qui, nel
disprezzo; è questo il terrore che - povera me! - mi fa tremare le ossa. Ma cosa aspetti? Agamennone si
pente della sua ira e la Grecia, afflitta, giace ai tuoi piedi. Tu che vinci tutto il resto, vinci i tuoi
sentimenti d'ira! Perché l'infaticabile Ettore sta dilaniando le forze dei Danai? Prendi le armi, nipote di
Eaco, ma non prima di avermi accolta e, col favore di Marte, incalza i guerrieri cacciati in fuga
disordinata. L'ira iniziata per colpa mia, per causa mia finisca e possa io, che sono la causa, essere anche
la fine del tuo sdegno. E non considerare disonorevole piegarti alle mie preghiere: il figlio di Eneo si
convertì alle armi per la preghiera della moglie. Questo fatto io l'ho sentito raccontare, ma a te è noto:
privata dei fratelli la madre votò alla morte la testa del figlio e ogni sua aspettativa. C'era la guerra; il
figlio, spietato, depose le armi, si allontanò e negò aiuto alla patria con ostinazione. Solo la moglie piegò
il marito - ben più fortunata quella donna -, le mie parole invece cadono senza alcun peso. Tuttavia non
mi sento offesa, non mi sono mai comportata come moglie io, schiava, chiamata tante volte al letto del
mio padrone. Mi ricordo che una prigioniera mi chiamava padrona, io le dissi: "Tu aggiungi alla mia
schiavitù il peso di quel nome". Tuttavia sulle ossa di mio marito, mal custodite da una sepoltura
improvvisata, ossa che sento di dover sempre venerare, e sul valore dei miei tre fratelli, come dèi per
me, che sono caduti gloriosamente con la patria e per la patria, e sul tuo e sul mio capo che furono
congiunti, e sulla tua spada, arma conosciuta ai miei cari, giuro che mai il Miceneo ha condiviso il letto
con me: abbandonami pure se ti inganno. Se ora ti dicessi: "Giura anche tu, o mio prode, che non hai
goduto alcun piacere senza di me", lo negheresti. I Greci credono che tu sia addolorato, tu invece suoni
la cetra ed una tenera amica ti accoglie sul suo tiepido seno. E qualcuno si domanda perché rifiuti di
combattere: perché il combattimento è rischioso, la cetra, la notte e l'amore sono piacevoli. è più sicuro
starsene a letto, abbracciare una ragazza, far risuonare con il tocco delle dita la lira tracia, piuttosto che
avere in mano lo scudo e l'asta dalla punta acuminata e l'elmo calcato sui capelli. Ma a te piacevano
imprese straordinarie, anziché quelle prive di rischi, e ti era cara la gloria ottenuta combattendo. Forse
le guerre crudeli ti piacevano soltanto fino a farmi prigioniera, ed ora la tua fama giace vinta insieme
alla mia patria? Gli dèi non vogliano! E l'asta peliaca, scagliata dal tuo braccio potente trapassi, lo spero,
il fianco di Ettore! Mandate me, Greci.
Come messaggera supplicherò il mio signore, gli porterò molti baci insieme ai messaggi. Otterrò più io,
credetemi, di Fenice, più dell'eloquente Ulisse, più del fratello di Teucro. Vale qualcosa cingere il collo
con un abbraccio familiare e richiamare con il proprio lo sguardo di chi sta di fronte! Per quanto tu sia
disumano e più spietato delle onde materne, saprò intenerirti in silenzio con le mie lacrime. Anche
adesso - possa tuo padre Peleo compiere tutti i suoi anni, e Pirro andare sotto le armi con il tuo successo
- volgi lo sguardo su Briseide, che è in pena, forte Achille, e, duro come il ferro, non consumare l'infelice
con una interminabile attesa; oppure se il tuo amore si è trasformato in avversione per me, costringi a
morire, chi costringi a vivere senza di te! E così come ti comporti, mi costringerai. Ho perso peso e
colore, la sola speranza di averti, tuttavia, alimenta questo poco di vita. E se verrà a mancare anche
questa, raggiungerò i miei fratelli e mio marito e per te non sarà nobile gesto aver imposto a una donna
di morire. Ma perché me lo dovresti imporre? Sguaina la spada e colpiscimi. Ho ancora del sangue che
sgorghi dal mio petto trafitto. Colpisca me quella spada che, se la dea lo avesse permesso, era destinata
a trapassare il petto del figlio di Atreo! Ah, salva piuttosto la mia vita, che è tuo dono! Ti chiedo da
amica ciò che, vincitore, mi avevi concesso come nemica. La nettunia Pergamo ti offre migliori
possibilità di uccidere: chiedi al nemico materia per una strage. A me, sia che tu ti prepari a spingere al
largo la tua flotta a forza di remi, sia che tu rimanga, col tuo diritto di padrone, dai solo l'ordine di
venire!