Storia
Storia
La parola “Medioevo” compare per la prima volta nel 1469. Questo termine nasce dopo
l’Umanesimo e il Rinascimento, movimenti culturali sviluppati tra XIV e XVI secolo,
soprattutto in Italia.
Gli intellettuali umanisti vedevano i secoli successivi alla caduta dell’Impero romano come
un’età buia, segnata da barbarie, superstizione e ignoranza. Pensavano che il latino si fosse
corrotto e che molti autori antichi fossero stati dimenticati o modificati dall’interpretazione
cristiana.
Per loro non esisteva continuità tra Antichità e Medioevo. La loro innovazione consisteva nel
riscoprire e studiare la cultura greca e romana, considerata un modello da imitare e una
fonte di ispirazione.
All’inizio queste idee appartenevano solo a una piccola minoranza colta. Solo dal XVII
secolo si affermò la divisione della storia in tre periodi: età antica, Medioevo ed età moderna.
Il nucleo centrale della cultura umanistica fu l’idea dell’individuo come protagonista della
propria vita interiore e sociale. Gli umanisti rivalutavano la libertà, la vita terrena e le
capacità dell’uomo, prendendo come modello la cultura antica romana. Questa visione si
contrapponeva al Medioevo, che esaltava soprattutto la religione e la vita ultraterrena.
Nel testo, Coluccio Salutati esalta Firenze, definendola una città libera, ricca e potente.
Essere cittadini fiorentini significava essere liberi, come gli antichi romani. Firenze viene
descritta come splendida per edifici, piazze, commerci e ricchezze, e come una città ricca di
uomini illustri.
Tra questi vengono ricordati anche Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni
Boccaccio, che insieme rappresentano il grande prestigio culturale di Firenze e della
tradizione letteraria italiana.
Un ruolo importante lo ebbe il progressivo indebolimento dei grandi poteri universali, cioè
dell’Impero romano e soprattutto della Chiesa, messa in crisi dal trasferimento del papato ad
Avignone e dallo Scisma d’Occidente. Questo contribuì a indebolire la “società dei tre
ordini”, che divideva la popolazione in: chi prega, chi combatte e chi lavora. In età
umanistica, gli “oratores” (chi pregava) vengono idealmente affiancati dai “letterati” o
“filosofi”, cioè gli uomini di cultura, che rivendicano un ruolo più importante nella società.
Un altro fattore decisivo fu la crescita delle città e delle università, che permise alla cultura di
non essere più esclusiva degli ecclesiastici, ma più diffusa. In particolare in Italia, lo sviluppo
di mercanti e banchieri dimostrò che anche grazie alle capacità personali si poteva
migliorare la propria condizione sociale e avere più peso politico.
In primo luogo si sviluppò la ricerca dei manoscritti degli autori latini, spesso conservati e
dimenticati nei monasteri. Un esempio è l’umanista Poggio Bracciolini, che durante il
Concilio di Costanza scoprì testi antichi importanti come quelli di Quintiliano e Cicerone.
Questi libri venivano copiati e diffusi tra gli studiosi, contribuendo alla riscoperta della cultura
classica.
Un’altra grande novità fu il rinnovato interesse per la lingua e la letteratura greca. Nel
Medioevo il greco era poco conosciuto, ma la situazione cambiò grazie all’arrivo di studiosi
bizantini in Italia, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli.
In questo contesto, l’umanista Leonardo Bruni racconta il suo entusiasmo per lo studio del
greco e per le lezioni del maestro bizantino Manuele Crisolora. La riscoperta del greco
permise di leggere direttamente autori fondamentali come Omero, Platone e Demostene.
Infine, con gli “studia humanitatis” nacque la filologia, cioè la scienza che studia e corregge i
testi antichi per ricostruirli nella loro forma originale. Il fondatore di questa disciplina è
considerato Lorenzo Valla, famoso per aver dimostrato che la “Donazione di Costantino” era
un falso storico.
Secondo questa visione, l’uomo può dominare la natura, organizzare la società e accrescere
il proprio sapere, apprezzando anche le bellezze della vita.
Giovanni Pico della Mirandola, nella sua opera Oratio de hominis dignitate, sostiene che
l’uomo è libero perché non ha una natura fissa e determinata. Proprio per questo può
scegliere cosa diventare: può “plasmarsi” da solo come un artefice di sé stesso.
Nel testo, Dio affida all’uomo una posizione speciale nel mondo: non gli assegna un destino
preciso, ma gli lascia la libertà di scegliere il proprio cammino. L’uomo può elevarsi fino alla
dimensione divina oppure degradarsi verso la condizione animale, a seconda delle sue
scelte.
La pedagogia umanistica
Gli umanisti criticano i vecchi metodi scolastici medievali, basati soprattutto sulla
memorizzazione, sulla lettura di pochi testi e sulle punizioni fisiche. Al loro posto propongono
un nuovo modo di insegnare, fondato sul dialogo tra maestro e allievo, sulla lettura diretta
dei testi e sullo sviluppo del pensiero critico e della creatività.
Pier Paolo Vergerio, detto “il Vecchio”, elabora un programma educativo in cui gli studia
humanitatis diventano la base della formazione. A questi si affiancano anche altre discipline
come scienze naturali, medicina, diritto, metafisica e teologia, per formare un sapere
completo e armonico.
Nella pedagogia umanistica si sviluppa un programma educativo integrato, cioè non basato
solo sulle lettere ma su più discipline insieme.
Nelle scuole umanistiche, come quella di Vittorino da Feltre, si cercava di formare una
persona completa, unendo lo studio delle materie letterarie (come grammatica e retorica)
con le scienze naturali e altre conoscenze utili a comprendere il mondo.
Questo ideale è confermato da figure come Leon Battista Alberti, che fu insieme scrittore,
architetto, matematico e teorico dell’arte, e da Leonardo da Vinci, che unì pittura, studi di
anatomia, meccanica e ottica. Entrambi mostrano l’idea umanistica di una conoscenza
globale e unitaria della realtà.
Questo tipo di istruzione era rivolto soprattutto ai maschi, mentre le donne erano
generalmente escluse, salvo rare eccezioni (spesso in convento o in casi particolari tra le
famiglie nobili).
Umanesimo cristiano
Gli umanisti non si limitano più a studiare i testi classici, ma applicano lo stesso metodo
anche ai testi sacri, cioè la Bibbia. L’idea centrale è che per capire davvero il messaggio
cristiano bisogna tornare alle fonti originali e leggerle in modo corretto, senza errori di
traduzione o interpretazioni distorte.
Il principale rappresentante di questo movimento è Erasmo da Rotterdam. Egli sostiene che
i testi sacri non devono essere letti solo nella traduzione latina ufficiale della Chiesa, ma
nelle lingue originali, soprattutto il greco. Per questo motivo prepara un’edizione critica del
Nuovo Testamento in greco, cercando di ricostruire il testo più vicino possibile a quello
autentico. Questo lavoro non è solo filologico, ma ha anche uno scopo religioso: migliorare
la comprensione della fede cristiana.
Erasmo critica anche profondamente la Chiesa del suo tempo. Secondo lui, i papi e il clero
si sono allontanati dal vero insegnamento di Cristo perché sono troppo legati al potere, alla
ricchezza e alla politica. Nel testo si denuncia soprattutto il fatto che i papi facciano guerre e
si comportino come sovrani, dimenticando il messaggio di pace del Vangelo. Inoltre,
vengono accusati di deformare la figura di Cristo con interpretazioni forzate e comportamenti
contrari alla morale cristiana.
Un esempio di questo clima culturale è anche Utopia, dove si immagina una società ideale
basata su pace, uguaglianza e semplicità. Anche qui, come in Erasmo, la descrizione di un
mondo migliore serve a criticare indirettamente i problemi della società reale del tempo.
3: Il rinascimento
Il testo chiarisce che l’Umanesimo rappresenta una nuova concezione dell’uomo e della
formazione intellettuale, collegata a una grande trasformazione culturale e alla fioritura delle
arti e del pensiero. In questo contesto nasce il termine “Rinascimento”, che indica una
rinascita dopo il periodo medievale. Il termine viene usato per la prima volta da Giorgio
Vasari, che lo impiega nelle Vite per descrivere il ritorno alle forme classiche romano-latine
dopo l’arte gotico-bizantina.
Il testo ricorda anche che questa visione ha influenzato a lungo la storiografia successiva, in
particolare lo storico svizzero Jacob Burckhardt, che nell’opera La civiltà del Rinascimento in
Italia (1860) descrive il Rinascimento come una “fioritura improvvisa” dopo il Medioevo.
Infine, viene aggiunta una prospettiva critica più recente: gli studi moderni hanno mostrato
che il Rinascimento non nasce improvvisamente, ma si sviluppa gradualmente a partire dal
Medioevo, pur rappresentando comunque un importante punto di svolta nella storia culturale
europea.
Tra i più importanti artisti ci furono Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Raffaello
Sanzio, Sandro Botticelli e Tiziano Vecellio, che rivoluzionarono pittura e scultura.
Una delle innovazioni più importanti fu lo studio della prospettiva, che permise di
rappresentare lo spazio in modo realistico usando regole geometriche e matematiche.
Inoltre nacquero nuovi generi artistici e letterari, come il ritratto, il paesaggio, la natura morta
e il madrigale.
Questo successo porta anche a un’ascesa sociale: alcuni ricevono titoli nobiliari o incarichi
importanti dai principi o dalla Chiesa, entrando così nell’élite culturale e politica del tempo.
Tuttavia, questa crescita riguarda quasi esclusivamente gli uomini. Le donne sono
pochissime nel mondo dell’arte e della cultura e spesso emergono solo in ambito poetico,
come Gaspara Stampa o Vittoria Colonna. In una società dominata dagli uomini, alle donne
era molto più difficile accedere alla formazione e farsi riconoscere come artiste.
In sintesi: gli artisti uomini nel Rinascimento possono diventare ricchi e influenti, mentre le
donne restano fortemente emarginate e raramente riescono a emergere.
Nel Rinascimento italiano la grande fioritura culturale fu favorita da diversi fattori. L’Italia era
una delle aree più ricche e sviluppate d’Europa e aveva una forte tradizione di città
autonome e di botteghe artigiane, da cui provenivano molti artisti.
Un ruolo decisivo ebbero però le corti signorili del Centro-Nord (come Milano, Firenze,
Mantova, Ferrara, Urbino) e anche la corte papale a Roma e la Repubblica di Venezia. Qui
principi e signori proteggevano artisti, scrittori e scienziati.
Questo sistema è chiamato mecenatismo: i sovrani finanziavano e ospitavano gli artisti per
ottenere prestigio e potere politico. In questo modo, l’arte serviva anche a dare importanza e
legittimità alle famiglie dominanti.
In sintesi: il Rinascimento cresce grazie alla ricchezza delle città italiane e soprattutto al
sostegno delle corti, che rendono possibile il lavoro degli artisti più importanti.
TESTO: MECENATISMO
Il testo spiega che il termine “mecenatismo” indica la protezione delle arti e delle lettere da
parte di persone ricche e potenti e deriva dal nome di Mecenate, ministro dell’imperatore
Augusto e protettore di poeti come Virgilio e Orazio. Spiega inoltre che la grande fioritura
artistica del Rinascimento si deve anche alle grandi risorse economiche messe a
disposizione dai mecenati.
Il testo spiega che i mecenati del Rinascimento erano sia ecclesiastici sia laici e che per
molti secoli furono soprattutto gli uomini di Chiesa a finanziare gli artisti, commissionando
opere precise come pale d’altare, dipinti, affreschi, sculture o edifici interi.
Il testo spiega che anche le associazioni ebbero un ruolo importante nel mecenatismo: a
Firenze, per esempio, l’Arte della lana si occupava del Duomo di Santa Maria del Fiore e
l’Arte di Calimala del Battistero di San Giovanni. Spiega anche che le confraternite religiose,
legate a opere di carità, commissionavano opere d’arte, come la Vergine delle Rocce di
Leonardo.
Il testo spiega che il mecenatismo dei signori era diffuso nell’Italia rinascimentale e si
collocava tra pubblico e privato, perché i principi non distinguevano nettamente i due ambiti.
Spiega inoltre che gli artisti a corte ricevevano vitto, alloggio, vestiti e denaro, ma avevano
meno libertà rispetto a quelli delle botteghe e dovevano essere molto versatili, come
Leonardo da Vinci alla corte di Ludovico Sforza.
Il testo spiega che anche le donne ebbero un ruolo nel mecenatismo, soprattutto attraverso
l’influenza delle mogli dei signori. Tra queste spicca Isabella d’Este, donna colta e raffinata,
che arricchì la sua corte con libri e opere d’arte e fu molto ammirata dai contemporanei.
Infine il testo spiega che i mecenati commissionavano opere d’arte per due motivi principali:
motivi religiosi, cioè per offrirle alla Chiesa, e motivi di prestigio, cioè per mostrare la propria
ricchezza e il proprio potere.
Parallelamente allo sviluppo delle corti nascono le accademie, luoghi in cui gli studiosi si
incontrano per conversare, discutere e scambiarsi conoscenze. Le accademie nascono sia
per iniziativa libera di gruppi di intellettuali sia per volontà di principi e signori che le
proteggono e le finanziano, e hanno un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura
umanistica.
Tra le più importanti ci sono l’Accademia platonica, fondata da Marsilio Ficino e sostenuta
dalla famiglia dei Medici, e l’Accademia di Napoli, creata da Giovanni Pontano sotto la
protezione di Alfonso V d’Aragona.
Il sostegno dei principi alle accademie non deriva solo dal prestigio, ma anche dal bisogno di
controllare gli intellettuali e orientare la cultura secondo le esigenze del potere.
L’accademia è diversa dall’università perché non ha un percorso di studi rigido o programmi
fissi: favorisce invece incontri tra studiosi di discipline diverse, con riunioni regolari e la
produzione di testi basati sulle loro discussioni.
Nel corso del XVI secolo le accademie diventano istituzioni stabili, con regole e statuti, e si
trasformano in uno dei principali centri della cultura italiana nei secoli successivi.
Nel Rinascimento ci fu una grande rivoluzione culturale, resa possibile anche da una
rivoluzione nelle comunicazioni: l’invenzione della stampa a caratteri mobili.
Grazie a questo sistema i libri potevano essere prodotti: più velocemente, in molte copie e
con costi minori rispetto ai manoscritti.
All’inizio le stamperie erano piccole botteghe familiari, ma presto arrivarono investitori con
capitali provenienti da altri settori. Così nacquero grandi imprese editoriali ben organizzate.
Queste imprese si svilupparono soprattutto in città importanti dal punto di vista economico,
culturale e universitario, come Parigi, Anversa, Norimberga, Francoforte, Ginevra e Venezia.
Nelle stamperie lavoravano molte figure professionali diverse: fonditori di metallo per creare i
caratteri; correttori; traduttori; curatori; estensori di indici e commercianti di libri.
Per esempio, nel 1483 una stamperia fiorentina chiese tre fiorini per stampare venti pagine
dei Dialoghi di Platone tradotti in latino da Marsilio Ficino.
Un copista chiedeva un fiorino per copiare la stessa quantità di testo, ma riusciva a produrre
una sola copia, mentre la stamperia poteva stampare più di mille copie in poco tempo.
Grazie alla stampa, i libri divennero più accessibili e i lettori poterono comprarli e leggerli a
casa propria.
Prima della stampa, gli studiosi possedevano pochi libri e dovevano viaggiare da una
biblioteca all’altra oppure scambiare lettere con altri eruditi per ottenere le opere desiderate.
Con la stampa, invece, bastava consultare i cataloghi degli stampatori e ordinare i libri.
Di conseguenza si ampliarono gli orizzonti culturali degli studiosi e cambiò il loro modo di
lavorare.
Avendo più libri a disposizione, studiosi e studenti universitari iniziarono a confrontare testi,
opinioni e informazioni diverse.
Nacque così un metodo di studio più aperto e critico, basato sul confronto delle idee e non
più solo sull’accettazione dell’opinione comune.
I libri copiati dai copisti avevano due grandi problemi: erano prodotti in poche copie, quindi
potevano andare facilmente persi o rovinati, e inoltre la copiatura a mano, fatta per dettatura
o ricopiatura, causava spesso errori, salti di righe o modifiche da un testo all’altro.
Con l’arrivo della stampa si affermò la standardizzazione dei testi, cioè la produzione di
copie tutte identiche dello stesso libro. Questo permise agli studiosi di tutta Europa di
lavorare su testi uguali, senza il dubbio che una copia fosse diversa da un’altra o
contenesse errori o varianti.
Questo cambiamento riguardò non solo i testi filosofici, teologici, scientifici e letterari, ma
anche materiali più pratici come calendari, dizionari, guide di consultazione, carte
geografiche e piante topografiche.
Anche in campi come la musica e la matematica la stampa rese i contenuti più precisi e
ripetibili, eliminando il caos della copiatura manuale e facilitando la diffusione, la
comunicazione e il confronto delle conoscenze.
Lo storico Peter Burke spiega che non è possibile stabilire con precisione quando sia iniziato
il Rinascimento, perché il passaggio dal Medioevo al Rinascimento non è netto, ma
graduale.
Tra gli storici non c’è un accordo unico: molti fanno iniziare il Rinascimento in Italia, ma con
punti di partenza diversi. Alcuni lo collegano a Francesco Petrarca (anni 1300), altri alla
figura di Giotto, che introduce un nuovo stile artistico ispirato all’antichità.
Se si parte da Giotto, bisogna considerare anche Dante Alighieri, che insieme a lui contribuì
alla grande fioritura culturale di Firenze dopo il 1300. Anche se oggi Dante è considerato
medievale, nel Rinascimento era molto apprezzato.
Altri storici fanno risalire le origini ancora più indietro, al XIII secolo, con le trasformazioni
della filosofia e il recupero di Aristotele attraverso pensatori come Tommaso d’Aquino.
Burke conclude che il punto centrale non è una data precisa, ma la continuità della
tradizione classica, che non scompare mai completamente:
Nel brano Dalla carta alla stampa, Henri-Jean Martin racconta come la carta sia stata molto
importante per la nascita della stampa. La carta era nata in Cina e poi era stata usata dagli
Arabi, che la diffusero nei paesi del Mediterraneo e in Spagna. Da lì arrivò anche in Europa.
All’inizio la carta veniva fatta con canapa, lino e vecchi stracci. I materiali venivano lavorati a
mano con molta cura fino a ottenere fogli bianchi e leggeri. Con il tempo l’uso della scrittura
aumentò in tutta Europa, soprattutto in Italia. Le prime città italiane a usare la carta furono la
Sicilia e Genova, ma il centro più importante diventò Fabriano.
A Fabriano furono introdotte molte innovazioni: si iniziò a usare la forza dell’acqua per
lavorare meglio gli stracci, si crearono stampi più resistenti con fili di ottone, nacque la
filigrana e si usò una colla animale che rendeva la carta più forte. Grazie a questi
miglioramenti la carta diventò più resistente, meno costosa e più facile da produrre.
L’autore vuole far capire che senza la diffusione della carta e senza le innovazioni introdotte
soprattutto in Italia, la stampa di Gutenberg non avrebbe avuto così tanto successo.
L’aumento dei prezzi portò però a una diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori,
perché i salari crescevano meno velocemente dei prezzi. Di conseguenza molte persone
poterono comprare meno cibo e peggiorarono i consumi alimentari. Allo stesso tempo, però,
la crescita della domanda spinse a investire di più nell’agricoltura. In molte zone d’Europa
nacquero grandi coltivazioni di cereali destinate al commercio, fenomeno chiamato
cerealizzazione dell’agricoltura. In Italia si diffusero anche colture specializzate come vite,
olivo, riso e gelso.
Nel settore manifatturiero l’attività più importante era quella tessile. Molti lavori venivano
svolti a domicilio: gli imprenditori consegnavano la materia prima ai lavoratori e poi ritiravano
il prodotto finito. L’Italia produceva tessuti di lana di alta qualità, la Germania si specializzò
nel fustagno, più economico, mentre l’Inghilterra produceva panni di qualità media e bassa.
Nelle Fiandre si diffusero tessuti leggeri e poco costosi, adatti a un numero maggiore di
compratori. Anche il settore minerario e metallurgico si sviluppò grazie all’aumento
dell’estrazione di ferro e carbone e alla diffusione di fonderie e altiforni.
Nello stesso periodo l’Europa visse anche grandi cambiamenti religiosi e politici. Il progetto
di Carlo V di creare un impero europeo unitario fallì, mentre si rafforzarono le monarchie
nazionali, come l’Inghilterra. Inoltre il monaco tedesco Martin Lutero diede inizio alla Riforma
protestante criticando la corruzione della Chiesa cattolica. La Chiesa di Roma reagì con la
Controriforma, cercando di rinnovarsi ma anche di rafforzare il controllo sui territori rimasti
cattolici.
Nel 1517 il monaco tedesco Martin Lutero pubblicò le sue 95 Tesi, un testo in cui criticava
duramente la Chiesa cattolica. In particolare era contrario alla vendita delle indulgenze, cioè
dei documenti con cui la Chiesa prometteva la riduzione delle pene del Purgatorio in cambio
di offerte di denaro.
La vendita delle indulgenze era stata incoraggiata da papa Leone X per raccogliere fondi
destinati alla costruzione della basilica di San Pietro a Roma, con l’appoggio dei banchieri
Fugger. Le idee di Lutero si diffusero rapidamente in tutta la Germania grazie alla stampa.
Lutero non criticava soltanto la corruzione della Chiesa e il comportamento immorale del
clero, ma metteva in discussione il ruolo stesso del papa e dei sacerdoti. Secondo lui
nessun uomo poteva perdonare i peccati al posto di Dio e quindi la Chiesa non doveva
essere considerata un’intermediaria indispensabile tra i fedeli e Dio.
Queste idee diedero inizio alla Riforma protestante, che divise profondamente il mondo
cristiano europeo.
La dottrina di Lutero
La dottrina di Martin Lutero portò grandi cambiamenti nella religione cristiana. Secondo
Lutero tutti i credenti erano uguali davanti a Dio e quindi ogni cristiano poteva leggere e
interpretare da solo la Bibbia. Questa idea viene chiamata “sacerdozio universale dei
credenti”.
Lutero eliminò anche la tradizionale gerarchia della Chiesa cattolica: al posto di papi,
vescovi e sacerdoti, le comunità sceglievano dei pastori che si occupavano della
predicazione e dei sacramenti. I sacramenti furono ridotti soltanto a due, il battesimo e
l’eucaristia, mentre gli altri persero valore religioso o diventarono semplici riti simbolici.
Un altro principio fondamentale era la “giustificazione per fede”. Secondo Lutero la salvezza
dell’anima non dipendeva dalle opere buone o da una vita virtuosa, ma solo dalla fede in
Gesù Cristo e dalla grazia di Dio.
Queste idee ebbero conseguenze molto importanti anche nella vita quotidiana. I pastori
protestanti potevano sposarsi, gli ordini religiosi furono aboliti e vennero eliminati il culto dei
santi, delle reliquie, delle immagini sacre e della Madonna come intermediari tra gli uomini e
Dio.
Nel 1519 Carlo d’Asburgo diventò imperatore con il nome di Carlo V d’Asburgo. Era nato nel
1500 nelle Fiandre ed era figlio di Filippo d’Asburgo e di Giovanna d’Aragona. Nel 1516 era
già diventato re di Spagna, e con il titolo di imperatore riuscì a unire sotto il suo controllo un
territorio enorme.
Il suo impero comprendeva la Spagna con i suoi possedimenti in Italia (come Napoli, Sicilia
e Sardegna), i territori ereditari degli Asburgo in Austria e Boemia, e anche le Fiandre e i
Paesi Bassi. Inoltre, durante il suo regno, la Spagna controllava anche le colonie americane
appena conquistate. Per questo si diceva che “nel suo impero il sole non tramontava mai”.
Il brano descrive le difficoltà che Carlo V dovette affrontare subito dopo la sua elezione a
imperatore.
Dopo la Dieta, Carlo V emanò una condanna severissima contro Lutero, dichiarandolo
nemico pubblico e mettendolo fuori legge. Nonostante ciò, il luteranesimo continuò a
diffondersi rapidamente.
Questa situazione segnò l’inizio della profonda divisione religiosa e politica della Germania
nel XVI secolo.
I primi a ribellarsi furono i cavalieri, cioè la piccola nobiltà tedesca. Erano nobili impoveriti,
esclusi dal grande potere politico e desiderosi di migliorare la propria condizione. Essi
interpretarono la predicazione di Lutero come un invito ad attaccare le proprietà della Chiesa
e a sostituire le vecchie autorità dell’Impero. La cosiddetta guerra dei cavalieri (1521-1523)
terminò però con una dura repressione da parte dei grandi feudatari laici ed ecclesiastici.
Alla rivolta parteciparono anche salariati urbani e minatori del Tirolo. Molti ribelli si
richiamavano al Vangelo e alle idee di Lutero contro la Chiesa e l’imperatore.
Tra i capi più radicali vi fu Thomas Müntzer, che sosteneva idee rivoluzionarie e una società
più egualitaria, arrivando a giustificare la violenza contro i principi che non avessero
accettato tali principi.
Tuttavia Lutero prese nettamente le distanze dalla rivolta. Nel suo scritto Contro le bande
assassine e brigantesche dei contadini (1525), condannò i ribelli accusandoli di:
Per Lutero la libertà cristiana era soltanto interiore e religiosa, non politica o sociale. Egli
riteneva che il Vangelo escludesse ogni forma di violenza e che solo Dio potesse eliminare
le ingiustizie.
La germania divisa
In un primo momento, durante le rivolte dei cavalieri e dei contadini, l’obiettivo comune era
ristabilire l’ordine. In questa fase, sia Carlo V sia i principi tedeschi (cattolici e luterani)
condivisero la necessità di reprimere i disordini. Anche Lutero e la Chiesa cattolica erano
d’accordo nel condannare le rivolte sociali.
Nel 1529, alla Dieta di Spira, alcuni principi e città tedesche protestarono contro il tentativo
di applicare ovunque l’editto di Worms del 1521, che condannava il luteranesimo. Da questo
atto di protesta nacque il nome “protestanti”, usato poi per indicare i seguaci della Riforma.
In risposta, nel 1531 i principi protestanti formarono un’alleanza militare chiamata Lega di
Smalcalda.
Da quel momento il luteranesimo si diffuse rapidamente in gran parte della Germania,
arrivando a controllare circa due terzi del territorio. Rimanevano cattoliche soprattutto la
Baviera e le regioni occidentali.
Il testo spiega come la Germania arrivò a una profonda divisione religiosa e politica dopo le
prime fasi della Riforma di Martin Lutero.
In un primo momento, durante le rivolte dei cavalieri e dei contadini, l’obiettivo comune era
ristabilire l’ordine. In questa fase, sia Carlo V sia i principi tedeschi (cattolici e luterani)
condivisero la necessità di reprimere i disordini. Anche Lutero e la Chiesa cattolica erano
d’accordo nel condannare le rivolte sociali.
Nel 1529, alla Dieta di Spira, alcuni principi e città tedesche protestarono contro il tentativo
di applicare ovunque l’editto di Worms del 1521, che condannava il luteranesimo. Da questo
atto di protesta nacque il nome “protestanti”, usato poi per indicare i seguaci della Riforma.
In risposta, nel 1531 i principi protestanti formarono un’alleanza militare chiamata Lega di
Smalcalda.
Dopo la diffusione della Riforma di Martin Lutero, la Chiesa cattolica reagì con un vasto
insieme di interventi religiosi, politici e disciplinari tra il 1550 e il 1660. Questo insieme di
trasformazioni viene spesso chiamato “Controriforma”.
Il termine “Controriforma”:
Il testo però chiarisce un punto importante: non si tratta di due fenomeni separati, ma di due
aspetti che convivono:
Un ruolo centrale in questo processo fu svolto dal Concilio di Trento, che definì la dottrina
cattolica e riformò la disciplina della Chiesa, rafforzandone l’organizzazione e chiarendo la
distanza dal protestantesimo.
Il concilio di Trento
Il testo spiega in modo dettagliato il ruolo e le caratteristiche del Concilio di Trento, uno degli
eventi centrali della risposta cattolica alla Riforma protestante di Martin Lutero.
Il papa Paolo III promosse la convocazione di un concilio ecumenico (cioè universale) per:
Anche l’imperatore Carlo V sostenne la convocazione, perché era impegnato nella lotta
contro i principi luterani in Germania.
Il concilio fu convocato nel 1542, ma iniziò effettivamente nel 1545 a Trento, scelta perché:
L’idea iniziale era un incontro tra cattolici e protestanti, ma fallì subito perché:
Alla fine il Concilio di Trento non fu un incontro tra tutte le confessioni cristiane, ma:
In sintesi, il Concilio di Trento segnò la risposta ufficiale della Chiesa cattolica alla Riforma:
non una riconciliazione, ma una riorganizzazione dottrinale e disciplinare del cattolicesimo.
Questioni dottrinali/disciplinari
Il testo riassume le principali decisioni del Concilio di Trento, sia sul piano della dottrina sia
su quello della disciplina ecclesiastica, come risposta alla Riforma di Martin Lutero.
Questioni dottrinali:
Il concilio prese una posizione molto netta contro le idee protestanti e riaffermò i principi
fondamentali della Chiesa cattolica:
Questioni disciplinari:
Il concilio affrontò anche problemi interni alla Chiesa, cercando di riformarne la disciplina:
In sintesi
Il Concilio di Trento: da un lato difese con forza la dottrina cattolica contro il protestantesimo;
dall’altro avviò una profonda riforma interna della Chiesa. Fu quindi un momento decisivo sia
per la Controriforma sia per la riorganizzazione del cattolicesimo moderno.
Il catechismo
Dopo il concilio, la Chiesa stabilì che la dottrina cristiana dovesse essere insegnata ai fedeli
nelle parrocchie in lingua volgare, cioè comprensibile a tutti, e non solo in latino.
Per rendere questo insegnamento uniforme, il concilio affidò a una commissione guidata da
Carlo Borromeo la redazione del Catechismo romano, pubblicato nel 1566.
Questo testo:
Un aspetto importante è l’uso della stampa: la Chiesa cattolica sfruttò lo stesso strumento
già utilizzato dai protestanti, ma per diffondere la propria dottrina in modo più efficace.
● educare i fedeli;
● rafforzare l’unità della dottrina cattolica;
● contrastare la diffusione del protestantesimo.
L’AZIONE REPRESSIVA DELLA CHIESA
Inquisizione e censura
Papa Paolo III, dopo aver convocato il Concilio di Trento, nel 1542 rafforzò il tribunale
dell’Inquisizione.
● l’eresia;
● la stregoneria;
● ogni idea critica contro la dottrina cattolica.
La scomunica non era più considerata sufficiente per fermare la diffusione delle nuove idee
religiose.
In quegli anni l’Inquisizione spagnola ebbe molto successo. Era nata alla fine del XV secolo
per controllare chi tornava all’ebraismo dopo la conversione al cristianesimo. Era famosa per
i suoi metodi duri e per molte condanne.
Sull’esempio spagnolo, il papa organizzò meglio l’Inquisizione. Creò una struttura centrale
chiamata Congregazione del Sant’Uffizio.
In questo modo la Chiesa creò un sistema unico e centralizzato per reprimere ogni minaccia
alla sua dottrina e alla sua autorità.
In età medievale, in alcune zone lontane dal controllo della Chiesa e del sistema feudale,
come i Pirenei francesi e le Alpi italiane, sopravvivevano antiche credenze pagane e forme
di resistenza religiosa. Questi fenomeni popolari vennero interpretati come stregoneria.
Nel tempo, anche comportamenti considerati “non normali” o “sconvenienti” potevano far
nascere accuse di stregoneria. Un esempio è Giovanna d’Arco, che fu condannata al rogo
nel 1431 durante la guerra dei Cent’anni.
Nel 1486 fu pubblicato il Malleus maleficarum (“Martello delle streghe”), un manuale per
individuare e combattere le streghe. Questo testo contiene idee molto negative verso le
donne (misoginia) e sostiene che le donne sarebbero più inclini alla stregoneria per tre
motivi:
Tra il 1550 e il 1650, non solo l’Inquisizione cattolica, ma anche le autorità civili e religiose
protestanti condannarono a morte decine di migliaia di persone accusate di stregoneria. Le
accuse riguardavano:
La diffusione della Riforma di Martin Lutero contribuì ad aumentare la paura delle streghe.
Nei territori protestanti si accusavano spesso i cattolici di stregoneria e viceversa.
La caccia alle streghe continuò per tutto il periodo dei conflitti religiosi del Cinquecento e si
fermò verso la metà del Seicento, quando:
Una volta creata l’idea della strega, questa iniziò a vivere di vita propria, anche oltre gli errori
e gli eccessi degli inquisitori cattolici e dei persecutori protestanti.
Molte persone credevano davvero che le streghe esistessero. Anche alcune donne accusate
erano convinte di avere poteri diabolici.
● guerre;
● carestie;
● disordini sociali;
● paura e incertezza.
In queste situazioni le società cercano spesso un “capro espiatorio”, cioè qualcuno a cui
dare la colpa dei problemi.
La figura della strega diventò quindi il “nemico” da combattere. Per questo venivano
sospettate soprattutto persone considerate “diverse”, come:
● anziane;
● vedove;
● levatrici (mammane);
● vagabondi;
● persone sole o senza famiglia;
● storpi e marginali.
Molte di queste persone erano già emarginate dalla società e quindi più facilmente
accusabili.
In alcuni casi, le persone stesse potevano convincersi di avere poteri magici, soprattutto
quelle più fragili psicologicamente. Questo fenomeno è chiamato autosuggestione.
Le donne erano le più colpite perché nella società dell’epoca avevano una posizione di
inferiorità. Per questo erano più esposte alle accuse.
Il testo conclude che la caccia alle streghe fu anche il risultato di paure collettive,
emarginazione sociale e desiderio di trovare un colpevole per i mali della società.
Papa Paolo IV, molto conservatore, rafforzò la censura sui libri stampati.
La censura serviva a controllare ciò che veniva pubblicato e letto dai fedeli.
Nel 1559 fu creato il primo Indice dei libri proibiti, chiamato “Indice paolino”. Era un elenco
di libri che un buon cattolico non doveva leggere.
Questo Indice:
In seguito venne creata anche una nuova istituzione, la Congregazione dell’Indice, che
affiancava il Sant’Uffizio.
La Chiesa controllava anche la diffusione clandestina dei libri proibiti, soprattutto quelli
provenienti dai paesi protestanti, dove la produzione di libri era molto intensa.
In questo modo la Chiesa cercava di limitare la diffusione delle idee considerate pericolose
per la fede cattolica.
Nel 1555 papa Paolo IV emanò nuove regole molto restrittive contro le comunità ebraiche
nello Stato pontificio.
Gli ebrei:
Lo stesso papa impose anche la segregazione nei ghetti, cioè quartieri separati dove gli
ebrei dovevano vivere.
Il modello era quello del ghetto di Venezia, istituito nel 1516 (Ghetto Novo).
Nel ghetto:
Il papa cercò di far adottare queste misure anche in altre parti d’Italia.
Queste decisioni avevano lo scopo di evitare ogni forma di tolleranza verso l’ebraismo nel
periodo della Controriforma.
● esenzioni fiscali;
● possibilità di tornare all’ebraismo;
● libertà di commercio.