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L'Ariosto, intellettuale di corte con un rapporto ambivalente con l'ambiente, si dedicò alla letteratura dopo aver abbandonato gli studi di diritto. Le sue opere, tra cui 'Le Satire' e 'L'Orlando furioso', riflettono il desiderio di autonomia personale e una critica alla vita di corte, evidenziando temi di desiderio, follia e la complessità della condizione umana. 'L'Orlando furioso' è un poema innovativo che utilizza l'entrelacement per esplorare la ricerca di desideri e la natura illusoria della felicità.

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L'Ariosto, intellettuale di corte con un rapporto ambivalente con l'ambiente, si dedicò alla letteratura dopo aver abbandonato gli studi di diritto. Le sue opere, tra cui 'Le Satire' e 'L'Orlando furioso', riflettono il desiderio di autonomia personale e una critica alla vita di corte, evidenziando temi di desiderio, follia e la complessità della condizione umana. 'L'Orlando furioso' è un poema innovativo che utilizza l'entrelacement per esplorare la ricerca di desideri e la natura illusoria della felicità.

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L a vita

Ariosto, tipico intellettuale di corte, ebbe però un rapporto ambivalente con questo ambiente: ne faceva parte, ma ne criticava
limiti e costrizioni, tema centrale anche nelle sue opere. Nato a Reggio Emilia nel 1474 da una famiglia nobile, si trasferì nel 1484 a
Ferrara, dove iniziò gli studi. Costretto dal padre a studiare diritto, abbandonò presto quella disciplina per dedicarsi alla
formazione umanistica. A Ferrara conobbe Pietro Bembo, che influenzò la sua scelta di scrivere in volgare. Entrò poi alla corte
degli Estensi, dopo la morte del padre e lavorò per il duca Ercole primo come cortigiano stipendiato.

La morte del padre nel 1500 lo obbligò a occuparsi della famiglia e ad accettare incarichi presso gli Estensi. Nel 1503 entrò al
servizio del cardinale Ippolito d’Este, svolgendo missioni politiche e diplomatiche che considerava poco adatte alla sua vocazione
letteraria. Per migliorare la propria situazione economica prese gli ordini minori e ottenne benefici ecclesiastici. In questi anni
si dedicò anche al teatro, scrivendo commedie come la Cassaria e i Suppositi. Tra il 1509 e il 1510 fu ambasciatore presso papa
Giulio II e sperò invano di ottenere a Roma una posizione più stabile, soprattutto dopo l’elezione di Leone X, della famiglia De
Medici, suo amico. Intanto si legò sentimentalmente ad Alessandra Benucci, che sposò segretamente anni dopo.

Nel 1516 pubblicò la prima edizione dell’Orlando furioso, dedicandola a Ippolito d’Este, che però non la apprezzò quanto Ariosto
sperava. Nel 1517 rifiutò di seguire il cardinale in Ungheria e passò al servizio del duca Alfonso. Tra il 1522 e il 1525 governò la
difficile regione della Garfagnana, mostrando notevoli capacità politiche. Tornato a Ferrara, si dedicò nuovamente al teatro e
continuò a correggere il Furioso, e descrisse questi anni come i migliori della sua vita . Morì nel 1533.

Nonostante gli incarichi pubblici, Ariosto desiderava una vita tranquilla dedicata agli studi. Nelle Satire emerge infatti il ritratto
di un uomo che preferisce la pace domestica alla vita di corte. Pur riservato, fu abile e intelligente nella gestione politica e
dotato di grande capacità di osservazione. Secondo il critico Lanfranco Caretti, Ariosto cercò sempre una “misura” e un
equilibrio interiore, scegliendo la moderazione per difendere la propria libertà intellettuale.

Le Satire
Le Satire sono sette componimenti scritti tra il 1517 e il 1525 sotto forma di lettere in versi indirizzate ad amici e parenti.
Pubblicate solo dopo la morte dell’autore, si ispirano alle Satire e alle Epistole di Orazio. Come nei Sermones oraziani, anche qui il
tono è quello di una conversazione libera e spontanea, che passa da episodi autobiografici a riflessioni morali e ritratti umani.
Ariosto si riconosce nell’ideale oraziano di una vita semplice e indipendente. La metrica usata è la terzina dantesca.

Le Satire rappresentano il diario intellettuale di Ariosto e mostrano il suo ideale di autonomia personale, in opposizione alla vita
di corte vissuta come una gabbia. Il testo procede in modo discorsivo e dialogico: secondo Cesare Segre, il poeta dialoga
continuamente con se stesso, con i destinatari reali e con interlocutori immaginari, creando diversi punti di vista sulla realtà.

I temi principali sono la condizione dell’intellettuale cortigiano, il desiderio di una vita tranquilla dedicata agli studi e la follia di chi
rincorre ricchezza e successo. Ariosto affronta questi temi con ironia e tolleranza, senza aggressività, mostrando però una
visione pessimistica della società e dei limiti umani.
Nonostante ciò questa scelta mostra uno sguardo attento verso i problemi della società del tempo.

Lo stile è colloquiale e vicino al parlato, con pause e modi di dire quotidiani che danno naturalezza ai versi. Questa semplicità è in
realtà frutto di una raffinata ricerca letteraria. Le Satire sono fondamentali per comprendere il Furioso, perché vi compare in
forma diretta quell’atteggiamento ironico e riflessivo che nel poema è nascosto dietro l’avventura cavalleresca.

T.1: L’intellettuale cortigiano rivendica la sua autonomia


Questa satira nasce da un episodio reale della vita di Ariosto. Nel 1517 il cardinale Ippolito d’Este, presso cui Ariosto lavorava,
dovette partire per l’Ungheria e pretese che il poeta lo seguisse. Ariosto però rifiutò, perché non voleva abbandonare Ferrara,
gli studi e la propria tranquillità. Poco dopo passò al servizio del duca Alfonso d’Este. La satira è indirizzata al cugino Annibale
Malaguzzi, che gli aveva chiesto se fosse soddisfatto di questo cambiamento.

Il testo è importante perché mostra il vero pensiero di Ariosto sulla vita di corte. Anche se vive grazie ai signori, Ariosto
considera il rapporto tra cortigiano e principe quasi una forma di schiavitù. Il cortigiano infatti deve obbedire agli ordini del
signore, viaggiare continuamente, svolgere incarichi politici e rinunciare spesso alla propria libertà personale. Ariosto sente
tutto questo come un peso, perché il suo desiderio più grande è vivere in pace e dedicarsi alla letteratura.
Nella satira Ariosto non usa un tono aggressivo o polemico, ma ironico e ragionato. Non attacca direttamente il cardinale:
preferisce riflettere con calma sui propri bisogni e sui limiti della vita di corte. Per questo il testo sembra una conversazione
spontanea. Attraverso continui richiami al “tu”, il poeta sembra dialogare sia con il cugino sia con se stesso.

Il tema centrale è la difesa dell’autonomia individuale. Per Ariosto la libertà vale più della ricchezza e degli onori. Egli afferma di
preferire una vita semplice e modesta piuttosto che una vita lussuosa ma dipendente dal potere dei signori. Qui si vede
chiaramente il modello di Orazio: anche il poeta latino sosteneva che l’indipendenza interiore fosse più importante dei favori dei
potenti.
Ariosto rivaluta così una vita tranquilla e sedentaria. Non ama i viaggi, le missioni diplomatiche o la vita movimentata della corte.
Preferisce restare nella propria casa, leggere, studiare e scrivere. Questa scelta non nasce da pigrizia, ma dalla convinzione che
soltanto la pace e l’otium permettano all’intellettuale di pensare e creare poesia. È proprio stando fermo nella sua stanza che il
poeta può viaggiare con la fantasia e inventare i mondi immensi del Furioso.

La satira è importante anche perché anticipa molti temi dell’Orlando furioso: il desiderio di equilibrio, la critica agli eccessi
umani, l’ironia verso chi si lascia dominare dalle passioni e soprattutto la ricerca di una misura interiore capace di difendere la
libertà dell’uomo.

L’Orlando furioso
L’Orlando furioso è il capolavoro di Ariosto e rappresenta il poema più importante del Rinascimento italiano. Ariosto iniziò a
scriverlo nel 1505 riprendendo direttamente la storia dell’Orlando innamorato di Boiardo, rimasta incompiuta. La prima edizione
uscì nel 1516 in 40 canti; una seconda nel 1521; infine la versione definitiva del 1532 arrivò a 46 canti e presentò una lingua più
elegante e classicista, modellata sul fiorentino letterario di Petrarca e Boccaccio secondo le idee di Pietro Bembo secondo il
quale bisogna usare una lingua pura e elegante.
Nel poema Ariosto unisce la materia cavalleresca medievale con la cultura classica rinascimentale. Da una parte ci sono guerre,
magie, duelli e avventure tipiche dei romanzi cavallereschi; dall’altra troviamo equilibrio stilistico, richiami a Virgilio e Ovidio e una
riflessione profonda sulla natura umana.

I tre filoni principali del poema sono:


1. la guerra tra Carlo Magno e il re saraceno Agramante;
2. la follia di Orlando per amore di Angelica;
3. l’amore tra Ruggero e Bradamante, da cui nascerà simbolicamente la dinastia degli Estensi.

L’intreio
L’intreccio del Furioso è estremamente complesso e rappresenta una delle caratteristiche più innovative del poema. Ariosto
utilizza la tecnica dell’entrelacement, cioè l’intreccio continuo di più storie contemporaneamente. Il narratore interrompe
spesso una vicenda nel momento di massima tensione per passare a un’altra storia, lasciando il lettore in sospeso. Poi, dopo
molti episodi, riprende il racconto precedente.

Questo sistema crea un movimento continuo e dà l’impressione di un mondo vastissimo e sempre in trasformazione. Le storie
dei personaggi si separano, si incrociano e si ricongiungono continuamente, proprio come i sentieri di un labirinto.

L’entrelacement non serve solo a creare suspense: Serve anche a mostrare come Ariosto vede il mondo: la realtà è complicata,
cambia continuamente e gli uomini non riescono mai a controllarla davvero. Ogni personaggio segue ciò che desidera, ma spesso
finisce per perdersi o fallire.
Nonostante questa complessità, il poema non è caotico. Ariosto controlla perfettamente tutti i fili narrativi e costruisce un
equilibrio rigoroso attraverso parallelismi e simmetrie. Per esempio:
Orlando impazzisce per gelosia verso Angelica;
Bradamante soffre in parallelo per la gelosia verso Ruggero;
Orlando compie un percorso di degradazione;
Ruggero invece cresce e matura progressivamente.
Il motivo dell’inchiesta
Il vero motore del poema è il motivo dell’inchiesta, cioè la ricerca continua di qualcosa desiderato. Tutti i personaggi del Furioso
inseguono un oggetto del proprio desiderio:
Orlando cerca Angelica;
Rinaldo cerca il proprio onore;
i cavalieri cercano cavalli, armi, amori o gloria.

Nel Medioevo la ricerca aveva spesso un significato religioso, come nel caso del Sacro Graal. In Ariosto invece l’inchiesta diventa
laica e terrena: gli uomini inseguono desideri materiali e passioni personali.
La caratteristica fondamentale è che questa ricerca fallisce quasi sempre. Gli oggetti desiderati:
sfuggono continuamente;
deludono chi li raggiunge;
cambiano valore;
vengono sostituiti da nuovi desideri.
Angelica rappresenta perfettamente questo meccanismo: tutti la inseguono ma nessuno riesce mai davvero a possederla.
Grazie all’anello magico riesce sempre a fuggire, lasciando i cavalieri frustrati e smarriti.

L’inchiesta quindi non conduce a una meta definitiva, ma diventa un movimento infinito e circolare. I personaggi si muovono
continuamente senza arrivare davvero da nessuna parte. Per Ariosto questo rappresenta la condizione umana: gli uomini sono
dominati dai desideri e dalla Fortuna e non riescono mai a raggiungere una felicità stabile.

Da qui nasce anche il concetto di “errore”, parola fondamentale nel poema:


errore materiale: smarrirsi fisicamente;
errore morale: abbandonare i propri doveri;
errore psicologico: lasciarsi dominare dalle passioni fino alla follia.
Orlando è l’esempio più evidente: dimentica il ruolo di cavaliere cristiano per inseguire Angelica e finisce per perdere
completamente la ragione.

Il labirinto
Il labirinto è uno dei simboli più importanti del Furioso. Non è soltanto un luogo fisico, ma rappresenta l’intera struttura del
poema e la visione del mondo di Ariosto.
I cavalieri si muovono in spazi immensim boschi, castelli, strade, mari, senza una direzione chiara. I loro percorsi si intrecciano
continuamente e spesso li riportano al punto di partenza. Per questo il mondo del poema appare come un grande labirinto
dominato dal caso e dalla Fortuna.

Il simbolo più evidente del labirinto è il castello del mago Atlante. Qui i cavalieri inseguono ciò che desiderano di più, ma senza
riuscire mai a raggiungerlo davvero. Ognuno vede davanti a sé l’oggetto dei propri desideri e continua a corrergli dietro
inutilmente. Il castello rappresenta quindi l’illusione umana: gli uomini credono di poter raggiungere felicità e soddisfazione, ma
restano prigionieri dei propri desideri.

Anche la selva è simbolo del labirinto. Il bosco è pieno di sentieri che si incrociano e in cui i personaggi si perdono continuamente. A
differenza della selva di Dante, che porta verso la salvezza spirituale, quella di Ariosto non conduce a una meta finale: è il simbolo
di una realtà confusa e senza certezze assolute.

Il labirinto riguarda anche il tempo e la narrazione. Ariosto interrompe continuamente le storie e poi le riprende, creando un
intreccio complicato in cui il lettore stesso rischia di smarrirsi. Tuttavia il poeta mantiene sempre il controllo della struttura e
riesce a dare armonia a questa complessità.

Il significato profondo del labirinto è legato alla visione rinascimentale e pessimistica di Ariosto. L’uomo non vive più in un
universo ordinato dalla Provvidenza divina, come nella Divina Commedia di Dante. Nel Furioso domina invece la Fortuna, cioè il caso
imprevedibile. Gli uomini cercano di controllare la realtà, ma finiscono spesso smarriti nei propri desideri e nelle proprie illusioni.
Per questo il poema è insieme affascinante e inquietante: dietro l’avventura cavalleresca Ariosto mostra una riflessione molto
moderna sulla fragilità dell’uomo e sull’impossibilità di trovare certezze definitive.

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