La spinta verso l'espansione
Dopo la fine della monarchia (509 a.C.), la repubblica romana fu protagonista di una grandiosa espansione
territoriale che la portò a controllare un territorio che comprendeva tutta l'Italia centrale e [Link]
espansionismo non seguì un piano prestabilito fin dall'inizio. Fu piuttosto il frutto di situazioni contingenti che si
sommarono l'una all'altra. Ogni nuova conquista rendeva Roma più ricca, ma la esponeva anche a nuovi
attacchi, spingendola a espandersi ancora.A questo si aggiungevano forti interessi economici, come la
spartizione del bottino di guerra e delle terre. Poiché sia i ricchi sia i ceti popolari volevano questi ingrandimenti
territoriali, solo un diffuso consenso può spiegare questa spinta militare, che trasformò l'esercito in una
macchina da guerra apparentemente invincibile.
La situazione alla fine della monarchia
All'alba della repubblica, Roma aveva una posizione di rilievo all'interno della Lega Latina, definita come "una
confederazione di natura religiosa e politica che riuniva all'incirca una trentina di centri del Lazio centrale". La
caduta della monarchia creò dei contraccolpi: alcune città, guidate dal potente centro di Lavinio, cercarono di
staccarsi dall'alleanza con [Link] affrontò i Latini in campo aperto e li sconfisse nel 496 a.C. sul Lago
Regillo. Nel 493 a.C. venne stipulato il Fedus Cassianum (foedus Cassianum), che prese il nome dal magistrato
Spurio Cassio che lo sottoscrisse. Questo patto stabiliva una parità tra le due parti, ma riconosceva già il
primato di Roma (che da sola valeva quanto tutte le altre città messe insieme). I contraenti si impegnavano a
creare un esercito comune e a dividere i bottini in parti [Link] questa fase iniziale si colloca anche la firma del
primo trattato con Cartagine, un accordo commerciale sul Mediterraneo che dimostra come Roma fosse già
considerata una città importante da una delle massime potenze dell'epoca.
Il confronto con Equi, Volsci e Sabini
Risolto il contenzioso con i Latini, il nuovo terreno di scontro fu la fascia costiera del Lazio, una zona fertile e
pianeggiante. Questa terra era ambita da popoli delle zone interne e montuose: gli Equi, i Volsci e i [Link]ù
che vere guerre, si trattava di scontri stagionali: in primavera questi popoli scendevano a depredare i raccolti e il
territorio romano, provocando continue ritorsioni da parte di Roma. Questa situazione andò avanti a lungo,
finché i Romani sconfissero definitivamente i Volsci e gli Equi sul Monte [Link] protagonista assoluto di questa
impresa fu Lucio Quinzio Cincinnato. Essendo un esperto uomo d'armi, in quel momento di emergenza era stato
nominato dittatore. Cincinnato divenne l'esempio del cittadino romano ideale perché, appena ottenuta la vittoria,
depositò subito la dittatura, rifiutò i benefici personali e tornò a coltivare le sue terre.
La conquista di Veio
Alla fine del V secolo a.C., Roma aprì un nuovo fronte di guerra a nord del Tevere contro gli Etruschi. Per la
prima volta i Romani si espandevano fuori dal Lazio. L'obiettivo principale era il controllo del fiume e delle saline.
Dopo un lunghissimo assedio, la guerra si concluse con la caduta della città etrusca di Veio 396 a.C. La vittoria
fu ottenuta grazie al dittatore Furio Camillo: i cittadini di Veio furono ridotti in schiavitù e le loro terre furono
requisite dallo Stato romano.
I Celti nella pianura padana
Poco tempo dopo la vittoria su Veio, una nuova gravissima crisi minacciò Roma. Dal centro Europa arrivarono i
Celti che i Romani chiamavano Galli, una popolazione che attraversò le Alpi e si stabilì stabilmente nella pianura
padana, cacciando gli Etruschi. In questa zona i Galli fondarono importanti centri urbani che oggi conosciamo
come Milano e Bologna.
Il sacco di Roma
La minaccia si spostò verso il centro Italia quando alcuni gruppi di Galli, appartenenti alle tribù dei Senoni,
decisero di spingersi ancora più a sud fino a puntare su Roma. L'esercito romano cercò di fermarli, ma subì una
sconfitta disastrosa presso il fiume Allia. Quella data (il 18 luglio) rimase impressa nella memoria collettiva come
un giorno infausto, un giorno maledetto in cui per secoli fu vietata qualsiasi attività pubblica o [Link] più
ostacoli, i Galli entrarono a Roma e la sottoposero a un lungo saccheggio. Gli invasori accettarono di
abbandonare la città e ritirarsi solo dopo aver ricevuto un pesantissimo riscatto 390 a.C. in oro. I danni materiali
per Roma furono enormi e andarono distrutti quasi tutti i documenti scritti fino a quel momento, rendendo
difficile per gli storici ricostruire la storia romana precedente a questa data.
Un avversario indomabile: i Sanniti
Superata la crisi dei Galli, Roma cercò di espandersi verso l'Italia meridionale. Qui le popolazioni
dell'Appennino, cioè i Lucani, i Bruzi e in particolare i Sanniti, si stavano spostando verso la Campania,
avvicinandosi ai confini romani. I Sanniti erano un popolo tenace e bellicoso. All'inizio, nel 354 a.C., Roma e i
Sanniti firmarono un trattato per dividersi le zone di influenza. Questo accordo però saltò a causa delle richieste
di aiuto da parte di Capua, che subiva la forte pressione dei Sanniti e chiese protezione ai Romani.
Il lungo confronto militare
Questo scontro diede il via a un conflitto duro, diviso in tre guerre sannitiche che durarono complessivamente
dal 343 al 290 a.C. La prima fase (dal 343 al 341 a.C., prima guerra sannitica) finì senza vincitori, rinnovando il
vecchio trattato. Subito dopo, le città della Lega Latina si ribellarono a Roma, ma vennero sconfitte: questo
portò alla cancellazione della lega e confermò la posizione ormai egemone esercitata da Roma sui suoi alleati.
Successivamente, durante la seconda guerra sannitica, i Romani subirono una terribile sconfitta militare presso
le Forche Caudine, dove l'intero esercito fu imbottigliato in una valle e costretto alla resa. Tuttavia, dopo altre
sanguinose campagne, nel 305 a.C. Roma ottenne un successo decisivo conquistando il centro sannita più
importante, Boviano, costringendo i nemici a chiedere la pace.
La resistenza dei Sanniti
La pace durò poco e la situazione esplose con la terza guerra sannitica (298-290 a.C.), in cui i Sanniti si
allearono con Etruschi, Umbri e Galli per fermare Roma. Lo scontro decisivo avvenne a Sentino, dove i Romani
vinsero guidati dal console Publio Decio Mure. Nonostante la sconfitta della coalizione, i Sanniti continuarono a
resistere strenuamente. Per piegarli definitivamente, molti anni dopo, fu necessario un vero e proprio sterminio
di massa compiuto dal generale Lucio Cornelio Silla.
L'espansione nell'Italia centrale
Subito dopo, Roma completò l'espansione nell'Italia centrale affrontando gli Etruschi, che si erano alleati con la
tribù gallica dei Boii. I Romani vinsero ripetutamente e nel 280 a.C. si arrivò alla fine dell'indipendenza etrusca,
con tutte le loro città costrette a firmare patti separati con Roma. Grazie a queste vittorie, lo Stato romano
estese stabilmente il proprio dominio fino all'odierna Rimini.
La guerra contro Taranto e contro Pirro
Roma aveva inizialmente stretto un patto di non aggressione con Taranto, un'importante colonia greca. La
situazione cambiò quando i Romani cercarono di imporre la propria influenza in Puglia e Calabria. La rottura
definitiva avvenne quando la città di Thurii (Turi) chiese aiuto a Roma per difendersi; per rispondere alla richiesta,
le navi romane entrarono nel golfo tarantino violando i [Link] difendersi, nel 280 a.C. i tarantini chiamarono in
soccorso Pirro, re dell'Epiro, un sovrano ambizioso che sperava di espandere il proprio regno in Italia. Per i
Romani si trattò di un nemico temibilissimo: i legionari si trovarono ad affrontare un esercito che combatteva con
la tattica della falange e rimasero spaventati dai giganteschi elefanti da guerra, animali sconosciuti che i Romani
chiamarono "buoi lucani".
Le prime vittorie di Pirro
Tra il 280 e il 279 a.C., il re dell'Epiro affrontò i Romani in campo aperto e ottenne due importanti vittorie nelle
battaglie di Eraclea e di Ascoli Satriano. Si trattò però di successi non risolutivi, perché l'esercito di Pirro subì
perdite umane gravissime (da qui nasce il modo di dire "vittoria di Pirro" per indicare un successo pagato a un
prezzo troppo alto). Vista la situazione di stallo, il sovrano decise di lasciare temporaneamente la penisola e di
spostarsi in Sicilia per tentare nuove conquiste contro i Cartaginesi.
La sconfitta di Pirro e di Taranto
Nemmeno l'intervento in Sicilia bastò a Pirro per vincere. Il re decise quindi di tornare nella penisola italiana per
riprendere lo scontro con i Romani. Si arrivò così alla battaglia decisiva, combattuta nel 275 a.C. nei pressi di
Maleventum. I Romani vinsero e, per celebrare il successo, cambiarono il nome della città in Beneventum
(l'odierna Benevento). In questo scontro Pirro fu sconfitto dall'esercito guidato dal console Manio Curio Dentato
e fu costretto a fuggire e a rientrare definitivamente in [Link] la ritirata del re, la sorte di Taranto fu segnata:
senza più aiuti esterni, la città venne occupata dai Romani nel 272 a.C. Negli anni successivi, tutte le altre
colonie greche rimaste nell'Italia meridionale persero l'indipendenza e furono costrette a firmare accordi di
sottomissione a Roma, che divenne così la padrona assoluta di tutta la penisola.