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Tasso

Torquato Tasso, nato nel 1544 a Sorrento, cresce in un periodo di forte controllo culturale dovuto alla Controriforma, che influisce sulla sua formazione e produzione letteraria. La sua vita è segnata da instabilità psicologica e successi contrastanti, culminando nella scrittura della 'Gerusalemme Liberata', un poema eroico che riflette le tensioni tra forze divine e demoniache nella conquista di Gerusalemme. Nonostante la sua reclusione in un ospedale psichiatrico, l'opera ottiene un grande successo, ma Tasso muore nel 1595, poco prima di ricevere l'incoronazione poetica promessa dal papa.

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Tasso

Torquato Tasso, nato nel 1544 a Sorrento, cresce in un periodo di forte controllo culturale dovuto alla Controriforma, che influisce sulla sua formazione e produzione letteraria. La sua vita è segnata da instabilità psicologica e successi contrastanti, culminando nella scrittura della 'Gerusalemme Liberata', un poema eroico che riflette le tensioni tra forze divine e demoniache nella conquista di Gerusalemme. Nonostante la sua reclusione in un ospedale psichiatrico, l'opera ottiene un grande successo, ma Tasso muore nel 1595, poco prima di ricevere l'incoronazione poetica promessa dal papa.

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Vita, contesto storico e formazione

Torquato Tasso nasce nel 1544 a Sorrento, in un momento storico di profonda


trasformazione e irrigidimento culturale. Siamo infatti negli anni immediatamente successivi
all’avvio della Controriforma, la risposta ufficiale della Chiesa cattolica alla Riforma luterana.
La Controriforma prende forma a partire dal 1545, con l’apertura del Concilio di Trento, e si
caratterizza per una volontà molto forte di controllo non solo religioso, ma anche culturale e
morale.

La risposta della Chiesa alla Riforma protestante si concretizza soprattutto attraverso


strumenti come la Santa Inquisizione e l’Indice dei libri proibiti. In questo clima, la letteratura
non può più essere libera come nel pieno Rinascimento: agli scrittori viene implicitamente
richiesto di produrre opere che abbiano una chiara funzione morale, educativa e religiosa.
La fantasia incontrollata e l’eccessiva libertà creativa vengono viste con sospetto. È in
questo contesto che si colloca la formazione e l’intera produzione letteraria di Tasso.

Non è un caso che Tasso, nato proprio nel 1544, senta per tutta la vita il peso di questo
clima: nelle sue opere sottolineerà sempre la guida morale e la finalità etica della letteratura.
Rispetto all’epoca di Ariosto, siamo ormai entrati in una fase più cupa, più problematica,
meno fiduciosa nell’armonia del mondo.

Tasso nasce a Sorrento, ma la sua infanzia è segnata da continui spostamenti. Il padre,


Bernardo Tasso, è anch’egli un letterato, ma soprattutto un uomo di corte. Come molti
intellettuali del Cinquecento, segue i principi e i signori del momento, spostandosi da una
corte all’altra in cerca di protezione e incarichi. Questo comporta una vita instabile, fatta di
continui viaggi e cambiamenti.

Per questo motivo, nei primi anni Torquato vive prevalentemente con la madre, mentre il
padre è spesso lontano. Bernardo Tasso segue inizialmente i Sanseverino, poi passa al
servizio dei Gonzaga e successivamente dei Della Rovere. Solo nel 1554 Torquato riesce
finalmente a raggiungere il padre a Roma, ma questo momento di riunione familiare è subito
segnato da un evento traumatico: la madre muore poco dopo. Questa perdita precoce
contribuisce a rendere Tasso una personalità estremamente sensibile, inquieta e fragile.

Grazie al padre, Torquato viene avviato molto presto agli studi letterari. Successivamente
inizia anche un percorso universitario vero e proprio: frequenta l’università di Bologna e poi
si sposta a Padova e a Venezia. La sua formazione non è esclusivamente letteraria: studia
anche diritto, perché all’epoca era considerato un sapere fondamentale per chi aspirava a
una carriera pubblica o di corte. Tuttavia, la sua vera passione resta sempre la letteratura.

Giovanissimo, Tasso dimostra già un talento straordinario: compone una sorta di piccolo
poema, una prima versione embrionale di quello che diventerà in seguito la Gerusalemme
Liberata. Questo dato è importante perché mostra come il progetto dell’opera lo accompagni
fin dall’adolescenza.

La vita di corte e l’instabilità psicologica


Nel 1565, a soli ventun anni, Tasso entra alla corte degli Estensi, una delle più importanti
d’Italia. Inizialmente va al servizio del cardinale Luigi d’Este, come già altri letterati avevano
fatto prima di lui. Nel 1572 passa poi direttamente al servizio del duca Alfonso II d’Este.

Qui emerge una differenza fondamentale rispetto ad Ludovico Ariosto. Ariosto aveva vissuto
la vita di corte con fastidio, criticandola e ironizzando su di essa. Tasso, invece, ama
profondamente la vita di corte: si sente apprezzato, protetto, inserito in un ambiente colto e
raffinato. Stringe rapporti molto stretti con le sorelle del duca, Eleonora e Lucrezia d’Este,
con le quali instaura un legame di amicizia e confidenza.

Già nel 1565 Tasso aveva iniziato a scrivere il poema che all’inizio si intitolava Goffredo. Nel
1575 lo sottopone alla lettura del duca e delle sorelle d’Este. Tuttavia, la sua insicurezza lo
porta a fare qualcosa di molto significativo: non si limita a far leggere l’opera agli amici, ma
la sottopone al giudizio di tutti i letterati che conosce, dell’Accademia della Crusca e perfino
della Santa Inquisizione.

Questo comportamento rivela due aspetti fondamentali della sua personalità:

1. da un lato, l’adesione totale al clima della Controriforma;

2. dall’altro, una crescente inquietudine psicologica.

Tasso inizia infatti a manifestare squilibri psichici sempre più evidenti, accompagnati da
violenti eccessi d’ira. Le critiche ricevute sull’opera a volte vengono accettate, altre volte
provocano reazioni sproporzionate. Sebbene l’Inquisizione non trovi nulla di eretico nella sua
opera, Tasso non riesce a trovare pace.

Nel 1577 avviene un episodio gravissimo: mentre parla con la duchessa Lucrezia, Tasso
lancia un coltello contro un servo, convinto di essere spiato. A questo punto la corte decide
di allontanarlo e viene rinchiuso nel convento di San Francesco. Dopo un periodo riesce a
fuggire e comincia a vagare per l’Italia, talvolta insieme al padre.

Torna infine a Sorrento dalla sorella, ma si presenta inizialmente sotto falsa identità,
fingendo di essere un’altra persona. È uno dei momenti più evidenti della sua follia: Tasso
vuole “mettere alla prova” la fedeltà della sorella. Solo dopo un po’ si rivela, e lentamente
sembra recuperare un certo equilibrio, tanto da tornare alla corte di Ferrara.

Il ricovero a Sant’Anna e il successo dell’opera

Il ritorno a Ferrara coincide però con un altro momento critico: fervono i preparativi per le
nozze del duca Alfonso II, e proprio in questa fase Tasso ha un nuovo crollo psicologico.
Insulta pubblicamente il duca e dà nuovamente in escandescenze. Questa volta la reazione
è definitiva: viene rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Sant’Anna, dove resterà per circa
sette anni.

Durante questo lungo periodo di reclusione, Tasso scrive moltissimo: non solo opere
letterarie, ma soprattutto numerose lettere, grazie alle quali conosciamo in modo dettagliato
le sue turbe psichiche. Egli afferma di essere perseguitato da folletti, spiriti maligni e forze
oscure; soffre di fortissime manie di persecuzione.

Paradossalmente, proprio mentre Tasso è rinchiuso, la sua opera comincia a conoscere un


successo enorme. Nel 1580 viene pubblicata una prima edizione della Gerusalemme
Liberata, ancora lacunosa; nel 1581 esce la versione definitiva, che ottiene una diffusione
straordinaria in tutta Europa.

Dopo sette anni, Vincenzo Gonzaga decide di liberarlo e di portarlo con sé a Mantova.
Tuttavia, l’irrequietezza di Tasso non termina mai. Continua a spostarsi per l’Italia, finché si
pone sotto la protezione di Clemente VIII. Negli ultimi anni è sempre più ossessionato dalla
religione e scrive testi di argomento morale e spirituale.

Il papa gli promette l’incoronazione poetica, ma Tasso muore nel 1595, poco prima che la
cerimonia abbia luogo. La sua opera, però, è già diventata famosissima.

La Gerusalemme Liberata

La Gerusalemme Liberata è un poema scritto interamente in ottave, ma non appartiene al


genere del poema cavalleresco. Si tratta invece di un poema eroico, che si rifà
esplicitamente ai modelli dell’Iliade e dell’Eneide. Inizialmente composto in 20 canti, Tasso lo
porta a 24 canti proprio per rafforzare il richiamo all’epica classica.

L’argomento è la liberazione del Santo Sepolcro da parte dei cristiani durante la prima
crociata (1096–1099). Tasso si concentra sull’ultima fase della spedizione, quando i crociati
riescono finalmente a conquistare Gerusalemme sotto la guida di Goffredo di Buglione,
personaggio storico realmente esistito.

La scelta di un argomento storico è fondamentale: mentre Ariosto aveva raccontato vicende


fantastiche, Tasso vuole ancorarsi al vero storico, in linea con le esigenze della
Controriforma. Allo stesso tempo, il tema è estremamente attuale: nel Cinquecento il mondo
cristiano è nuovamente minacciato dai Turchi, fino alla loro sconfitta nella Battaglia di
Lepanto. Tasso racconta così l’origine storica dello scontro tra due grandi civiltà e religioni.

I capisaldi della poetica tassiana

Uno dei concetti centrali è quello del vero e del verosimile. L’argomento del poema è vero
perché storico, ma al tempo stesso verosimile, cioè credibile. La distanza temporale
consente a Tasso di inserire elementi fantastici senza tradire la realtà.

L’opera deve inoltre essere utile e dilettevole, secondo un principio antico già formulato da
Orazio e Lucrezio. Utile perché deve trasmettere un insegnamento morale; dilettevole
perché solo ciò che piace può attirare il lettore. Tasso usa la celebre metafora della medicina
data al bambino, addolcita con il miele.
Fondamentale è il concetto di meraviglioso cristiano: tutto ciò che è straordinario avviene
grazie alla fede, agli angeli e alla Provvidenza divina. Il soprannaturale è legittimato dalla
religione.

Tasso applica inoltre le regole della Poetica di Aristotele:

• unità di tempo (ultima fase della crociata),

• unità di luogo (Gerusalemme e dintorni),

• unità di azione (la liberazione del Santo Sepolcro).

Lo stile deve essere sublime: lessico elevato, termini “peregrini”, periodi complessi, assenza
di ironia o abbassamenti comici.

Ariosto Tasso

Tipo di poema Poema cavalleresco Poema eroico: si rifa ad una


tradizione che è quella
dell’iliade e dell’eneide. E’
un poema piu di guerra che
di cavalieri

Argomento Fantastico Storico

Meraviglioso Fiabesco(maghi, draghi, Meraviglioso cristiano( tutto


paesi fantastici) quello che può dipendere
dalla fede,tutte le cose
prodigiose che può produrre
la fede)

Fine Dilettare utile, morale e dilettevole

Stile Vario, con abbassamenti di Sublime


stile e anche ironico

Unità Entrelacement, vari filoni Unità di tempo,luogo e


azione
Il proemio

Il poema si apre con un proemio di cinque ottave, che contiene l’anticipazione


dell’argomento, l’invocazione e la dedica ad Alfonso II. Il tono è subito alto, solenne e
complesso. Tasso si richiama esplicitamente al celebre incipit dell’Eneide (Arma virumque
cano), sottolineando il modello classico.

A differenza di Ariosto, nel proemio non compare l’elemento femminile. Siamo alla fine di
dieci anni di guerra e i cristiani non sono ancora riusciti a liberare il Santo Sepolcro. Goffredo
assume il comando come condottiero pio, richiamando la figura di Enea, definito pius perché
rispettoso degli dèi e del destino.

Nel poema agiscono forze centrifughe, diaboliche, che cercano di allontanare i guerrieri
cristiani dal loro compito, e forze centripete, divine, che li riportano alla loro missione.

Il poema di Torquato Tasso, la Gerusalemme liberata, nasce con un’intenzione molto chiara:
raccontare una grande impresa eroica, la prima crociata, culminata nella liberazione del
Santo Sepolcro nel 1099. Fin dai primi versi Tasso dichiara di voler cantare le armi e gli
uomini, collocandosi consapevolmente nella tradizione del poema epico classico. Tuttavia,
accanto all’elemento eroico e guerresco, il poema è attraversato da una fitta rete di storie
d’amore, conflitti interiori e conversioni religiose, che ne fanno un’opera profondamente
moderna e complessa.

La struttura del poema: forze centripete e centrifughe

L’azione del poema è governata da due tipi di forze opposte.

Da un lato ci sono le forze centripete, che spingono i cavalieri cristiani verso l’obiettivo
comune: la conquista di Gerusalemme. Dall’altro lato agiscono le forze centrifughe, che
cercano invece di allontanarli dal loro scopo, distraendoli, seducendoli o traviandoli.

A guidare l’esercito cristiano c’è Goffredo di Buglione, personaggio storico realmente


esistito. In un momento decisivo, l’arcangelo gli appare in sogno e gli ordina di assumere
pienamente il comando dell’esercito e di condurlo all’attacco finale contro Gerusalemme.
Questo intervento soprannaturale chiarisce subito che il poema è governato da un disegno
provvidenziale: Dio sostiene l’impresa cristiana.

A opporsi a questo progetto divino intervengono però le forze infernali. Plutone convoca un
vero e proprio convegno di diavoli, con l’obiettivo di impedire la conquista del Santo
Sepolcro, che deve rimanere sotto il controllo dei musulmani. I demoni non combattono
direttamente, ma agiscono attraverso l’inganno, la seduzione e la magia.

Armida e il traviamento di Rinaldo

La prima e più potente forza centrifuga è la maga Armida, che viene incaricata di allontanare
dalla guerra il più valoroso dei cavalieri cristiani: Rinaldo.

Rinaldo è un guerriero fortissimo, impulsivo, dominato dalle passioni, ma è anche un


personaggio chiave del poema. Secondo Tasso, egli è addirittura l’antenato della casata
degli Este, signori di Ferrara: qui emerge chiaramente l’elemento encomiastico, cioè l’intento
celebrativo dell’autore verso i suoi protettori.

Armida riesce nel suo intento grazie alle armi dell’eros: seduce Rinaldo e lo imprigiona su
un’isola incantata, dove egli dimentica completamente il suo dovere di cavaliere cristiano,
vivendo in uno stato di piacere e di illusione. In questo modo, Rinaldo viene
temporaneamente sottratto alla guerra.

Tuttavia, come accade spesso nel poema, alle forze demoniache si contrappongono le forze
angeliche: Rinaldo viene ricondotto alla ragione, spezza l’incantesimo e torna a combattere,
contribuendo in modo decisivo alla vittoria finale.

Goffredo di Buglione

Goffredo di Buglione è il personaggio più saldo e moralmente impeccabile del poema. È un


eroe “lineare”: non vacilla mai, non si lascia sedurre, non conosce crisi interiori. Incarna
l’ideale del comandante giusto, pio e razionale. Paradossalmente, però, proprio questa
perfezione lo rende meno centrale dal punto di vista narrativo rispetto a personaggi più
tormentati come Rinaldo o Tancredi.

Tancredi e Clorinda: amore e tragedia

Uno dei nuclei più intensi del poema è la storia di Tancredi e Clorinda.

Tancredi è un cavaliere cristiano valoroso, ma dal carattere malinconico e introverso. È


innamorato di Clorinda, una guerriera musulmana di straordinario valore, che combatte
sempre coperta da un’armatura, senza rivelare la propria identità femminile.

Clorinda è una figura affascinante e ambigua: è una donna guerriera, come le amazzoni
della mitologia classica, e combatte alla pari con gli uomini. Il suo valore è spesso associato
alla sua armatura bianca, simbolo di purezza e nobiltà, anche se nessuno sa che sotto
l’armatura si cela una donna.

Nel dodicesimo canto, si consuma la tragedia: durante uno scontro notturno, Tancredi
combatte contro un guerriero sconosciuto, completamente coperto da un’armatura scura.
Solo alla fine del duello scopre di aver ucciso Clorinda. Nel momento della morte, Clorinda si
converte al cristianesimo e chiede di essere battezzata. È una scena di altissima intensità
drammatica, che unisce amore, morte e fede.

La storia segreta di Clorinda

Prima di questa notte fatale, il suo servo Arsete le rivela la sua vera origine.

Clorinda è figlia della regina cristiana d’Etiopia, che, pur essendo di pelle scura, genera una
bambina bionda e chiarissima, simile alla Vergine Maria. Temendo la reazione del marito, la
regina decide di sostituire la neonata con un’altra bambina e affida Clorinda ad Arsete,
chiedendogli di battezzarla e di portarla lontano.

Arsete fugge in Egitto, ma, essendo musulmano, non la battezza e la cresce secondo la
religione islamica. Durante la fuga viene attaccato da una tigre, che però, invece di uccidere
la bambina, la allatta, richiamando il mito di Romolo e Remo. Questa origine straordinaria
spiega la bellezza quasi soprannaturale di Clorinda e prepara simbolicamente la sua
conversione finale.

Il duello notturno e l’assalto alla torre

Quando i cristiani costruiscono una grande torre d’assedio davanti a Gerusalemme, gli
abitanti della città capiscono che la situazione è disperata. Clorinda e Argante, il più forte
guerriero saraceno, decidono di uscire di notte per distruggerla.

Clorinda inizialmente indossa un’armatura bianca, ma poi sceglie una armatura nera per non
essere riconosciuta. Dopo l’incendio della torre, Argante riesce a rientrare in città, mentre
Clorinda resta fuori dalle mura e si imbatte in Tancredi. Da qui nasce il duello fatale.

Argante e Aladino

Aladino è il re di Gerusalemme, figura di comando del fronte musulmano.

Argante, invece, è il classico eroe antagonista: fortissimo, leale, coraggioso, ma schierato


dalla parte avversa. Tasso si ispira chiaramente all’Iliade, soprattutto nella costruzione dei
duelli e nella caratterizzazione degli eroi nemici, che non sono mai ridicolizzati o
demonizzati, ma presentati con grande dignità.

Erminia e il mondo pastorale

Accanto alla tragedia di Tancredi e Clorinda, si sviluppa la figura di Erminia, principessa di


Antiochia. È prigioniera dei musulmani, ma trattata con rispetto. È timida, dolce e
profondamente innamorata di Tancredi, che però non ricambia il suo amore.

Erminia decide di fuggire dalla città e, indossando l’armatura di Clorinda, tenta di


raggiungere Tancredi. Tuttavia, si perde e finisce tra i pastori, dando origine a uno degli
episodi più celebri del poema: Erminia tra i pastori. Qui Tasso descrive un mondo semplice,
pacifico, lontano dalla guerra, simbolo di una vita autentica e genuina, in netto contrasto con
la violenza della crociata.

Armida ed Erminia: due conversioni

Il poema si chiude con due conversioni significative: quella di Clorinda, tragica e immediata,
e quella di Armida, più lenta e sofferta. Entrambe rappresentano la vittoria finale non solo
militare, ma anche spirituale del cristianesimo.

L’eunuco

Infine, nel contesto orientale del poema, compare anche la figura dell’eunuco: uomini
castrati, privati della sessualità, che venivano spesso posti a guardia degli harem o al
servizio delle principesse, perché ritenuti privi di desiderio erotico.

Il duello fra Tancredi e Clorinda


Il canto XII della Gerusalemme liberata è interamente dedicato alla figura di Clorinda e
rappresenta uno dei momenti più intensi e drammatici del poema.

L’episodio culmina nel duello notturno tra Tancredi e Clorinda, che costituisce una scena di
grande valore simbolico ed emotivo.

Siamo nella fase finale della guerra: i cristiani stanno stringendo d’assedio Gerusalemme e i
combattimenti sono sempre più duri. La notte diventa il momento privilegiato dell’azione,
creando un’atmosfera cupa, carica di tensione e presagio di morte.

L’ambientazione notturna
Il canto si apre con una descrizione della notte, che non porta riposo ai guerrieri:

anche se il sonno dovrebbe alleviare la fatica, i soldati restano svegli, intenti a vigilare,
riparare le mura e curare i feriti. La notte è silenziosa, scura, quasi immobile, e crea una
cornice tragica agli eventi che stanno per accadere.

Questa ambientazione ha un valore simbolico:

● la notte rappresenta l’ignoranza, l’errore, il destino oscuro;

● favorisce lo scambio di identità e l’irreparabile tragedia.

Clorinda: la guerriera solitaria


Clorinda, guerriera pagana di straordinario valore, non riesce a restare inattiva.

La sua anima d’onore, fiera e ardente, la spinge all’azione: decide di uscire sola dalla città
per compiere un’impresa audace contro i cristiani.

È una figura eccezionale:

● combatte come un uomo;

● è guidata dall’onore e dal coraggio;

● unisce forza guerriera e grande dignità morale.

Clorinda indossa un’armatura che nasconde la sua identità, dettaglio fondamentale per lo
sviluppo della vicenda.

L’incontro con Tancredi


Tancredi, cavaliere cristiano, incontra Clorinda nel buio della notte.

Non riconoscendola a causa dell’armatura, la scambia per un nemico qualsiasi e la sfida a


duello.

Qui si crea il grande paradosso tragico:

● Tancredi ama Clorinda;

● Clorinda ama Tancredi;

● ma combattono l’uno contro l’altra senza riconoscersi.

Il duello è lungo, violento, estenuante. I due sono pari per forza e valore, e nessuno riesce a
prevalere facilmente sull’altro. Tasso insiste molto sulla simmetria del combattimento, che
rende ancora più drammatica la scena.

Il colpo mortale e la rivelazione


Alla fine, Tancredi riesce a ferire mortalmente l’avversario.

Solo in quel momento, quando Clorinda sta per morire, avviene la rivelazione tragica:
Tancredi scopre di aver ucciso la donna che amava.

La tragedia raggiunge il suo culmine: l’eroe cristiano, simbolo del valore cavalleresco,
diventa inconsapevolmente colpevole del gesto più terribile.

Il battesimo e la morte di Clorinda


Clorinda, ormai morente, chiede a Tancredi di essere battezzata.

Il battesimo segna il suo ingresso nel mondo cristiano proprio nel momento della morte.

Questo passaggio è fondamentale:

● Clorinda muore come eroina tragica;

● ma si salva spiritualmente;

● la sua conversione è silenziosa, composta, dignitosa.

Tancredi, disperato, le concede il battesimo e assiste alla sua morte, completamente


sconvolto.
Significato simbolico dell’episodio
L’episodio del duello racchiude molti significati profondi:

1. La tragedia dell’errore

La morte di Clorinda non è frutto di crudeltà, ma di ignoranza e casualità.

La notte impedisce il riconoscimento e rende inevitabile l’errore.

2. Relativismo dell’eroismo

Tasso mette in discussione l’eroismo tradizionale:

● Tancredi è un eroe cristiano;

● ma il suo gesto eroico coincide con una tragedia personale e morale.

3. Amore e guerra

L’amore non riesce a fermare la violenza della guerra.

Anzi, la guerra distrugge l’amore, trasformandolo in dolore.

Stile e poetica: tra epica e lirica


Questo episodio è uno dei migliori esempi della fusione tra epica e lirica:

● epica → duello, guerra, valore militare;

● lirica → dolore, amore, disperazione, pietà.

Il linguaggio è solenne ma profondamente emotivo, e il lettore è portato a provare


compassione sia per Tancredi sia per Clorinda.

Il gusto barocco
Il duello riflette il gusto barocco:

● opposizione tra luce e buio, amore e morte;

● forte intensità emotiva;


● scena costruita per colpire e commuovere.

Il momento della rivelazione finale è tipicamente barocco: improvviso, sconvolgente, carico


di pathos.

Struttura dell’episodio
L’episodio può essere diviso in quattro parti:

1. Descrizione della notte e del clima di guerra

2. Uscita solitaria di Clorinda

3. Duello notturno con Tancredi

4. Rivelazione, battesimo e morte

Il giardino di Armida –
Nel canto del Giardino di Armida, Rinaldo viene sedotto dalla maga Armida, che crea per lui
un giardino incantato, fittizio e artificiale, pensato appositamente per tenerlo lontano dal suo
dovere di cavaliere cristiano.

Questo giardino non è un luogo naturale: è costruito con l’inganno, attraverso la magia, e
rappresenta una dimensione di piacere, ozio e abbandono ai sensi.

All’interno del giardino, Rinaldo consuma il suo amore con Armida. Il cavaliere, che prima
era un guerriero valoroso, forte e determinato, viene progressivamente trasformato: perde il
senso dell’ordine, dell’onore e del dovere. Non riesce più a combattere e a partecipare alla
guerra per la liberazione di Gerusalemme, rimanendo completamente immerso in una vita di
piacere e passività.

Rinaldo è dunque totalmente inebetito, come se fosse prigioniero di un incantesimo: la maga


lo allontana dal suo destino di crociato e lo trattiene in un mondo finto, dominato
dall’illusione.

Il risveglio di Rinaldo e il ruolo di Ubaldo e Carlo


La situazione cambia quando Ubaldo e Carlo, due compagni di Rinaldo, vengono inviati per
riportarlo alla ragione. Essi giungono nel giardino incantato e osservano il cavaliere ormai
irriconoscibile, completamente assorbito dall’amore per Armida.

Per spezzare l’incantesimo, i due mostrano a Rinaldo uno scudo lucido, che funziona come
uno specchio. Guardandosi riflesso, Rinaldo vede la propria immagine degradata: non più il
cavaliere valoroso di un tempo, ma un uomo effeminato, privo di forza e di disciplina.
Questo momento è decisivo: il confronto con la propria immagine lo riporta alla
consapevolezza di sé e del proprio ruolo.

Rinaldo comprende così ciò che è diventato e ciò che ha perduto. L’illusione del giardino si
spezza e il cavaliere decide di abbandonare Armida per tornare a combattere con l’esercito
cristiano.

La disperazione di Armida
Quando Armida si accorge che Rinaldo sta per lasciarla, cade nella disperazione. Il suo
dolore è autentico: ella non è solo una maga ingannatrice, ma una donna profondamente
innamorata.

Tuttavia, il sentimento di Armida non è sufficiente a trattenere Rinaldo, che ora è di nuovo
illuminato dalla ragione e dalla consapevolezza del dovere.

Significato simbolico del giardino


Il giardino di Armida è una metafora potente:

● rappresenta il piacere sensuale, l’ozio e l’abbandono ai sensi;

● è un luogo artificiale, creato con la magia e quindi falso;

● si oppone ai valori della guerra santa: disciplina, sacrificio, onore.

Il giardino è l’esatto contrario del mondo cavalleresco: mentre il cavaliere dovrebbe


affrontare fatica e dolore per un fine superiore, qui tutto è facile, piacevole e ingannevole.

Il gusto barocco e il concettismo


Il brano è fortemente legato al gusto barocco e al concettismo:

● il giardino e la guerra sono concetti opposti accostati;

● la bellezza assoluta del giardino nasconde una realtà negativa;

● la finalità del barocco è proprio quella di stupire, ingannare i sensi e creare


meraviglia.

Il lettore, come Rinaldo, viene inizialmente affascinato dalla descrizione del giardino, ma poi
comprende che si tratta di un’illusione.
Struttura del brano
Il brano può essere diviso in tre (o quattro) parti:

1. Descrizione del giardino: spazio incantato, artificiale, sensuale.

2. Incontro tra Armida e Rinaldo: amore, seduzione e perdita del dovere.

3. Arrivo di Ubaldo e Carlo: rottura dell’incantesimo.

4. Risveglio di Rinaldo e disperazione di Armida: ritorno alla guerra e fine dell’illusione.

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