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Il 700

Nella prima metà del Settecento, l'Europa vive trasformazioni politiche, economiche e culturali, con potenze come Inghilterra, Francia e Prussia che emergono, mentre altri Stati perdono influenza. La rivoluzione industriale inizia in Inghilterra, portando a un cambiamento significativo nella produzione e nella società, mentre l'Illuminismo promuove valori di razionalità e progresso, influenzando anche la cultura italiana, dove si sviluppano movimenti come l'Accademia dell'Arcadia. Adam Smith introduce idee economiche fondamentali, sottolineando l'importanza della produttività e della divisione del lavoro nel contesto del capitalismo nascente.

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Il 700

Nella prima metà del Settecento, l'Europa vive trasformazioni politiche, economiche e culturali, con potenze come Inghilterra, Francia e Prussia che emergono, mentre altri Stati perdono influenza. La rivoluzione industriale inizia in Inghilterra, portando a un cambiamento significativo nella produzione e nella società, mentre l'Illuminismo promuove valori di razionalità e progresso, influenzando anche la cultura italiana, dove si sviluppano movimenti come l'Accademia dell'Arcadia. Adam Smith introduce idee economiche fondamentali, sottolineando l'importanza della produttività e della divisione del lavoro nel contesto del capitalismo nascente.

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L’Europa nella prima metà del Settecento

Nella prima metà del Settecento l’Europa attraversa un periodo di grandi trasformazioni
politiche, economiche e culturali. Dopo le grandi guerre del Seicento, molti Stati europei
cercano un equilibrio e si avvia una fase di riorganizzazione politica. Alcuni paesi
consolidano il proprio potere, mentre altri lo perdono.

Tra gli Stati più forti emergono Inghilterra, Francia e Prussia, mentre la Spagna e altri grandi
imperi iniziano lentamente a perdere influenza. Anche l’Impero asburgico mantiene un ruolo
importante nello scenario europeo. In Italia la situazione resta frammentata: la penisola è
divisa in molti Stati e diversi territori sono controllati da potenze straniere.

In questo periodo l’Europa è coinvolta anche in diverse guerre di successione, combattute


per stabilire chi dovesse ereditare i troni di alcuni regni. Tra queste si ricordano la guerra di
successione spagnola, quella polacca e quella austriaca, che ridisegnano l’equilibrio politico
del continente.

Le trasformazioni economiche e la crescita


demografica
Nel Settecento si verificano importanti cambiamenti economici e sociali. La popolazione
europea cresce rapidamente grazie a un miglioramento delle condizioni di vita, a una
maggiore disponibilità di cibo e a un calo delle epidemie. Questo aumento della popolazione
porta anche a una maggiore domanda di beni e favorisce lo sviluppo dell’economia.

Parallelamente si sviluppa una nuova organizzazione dell’agricoltura e della produzione.


L’agricoltura diventa più efficiente grazie a nuove tecniche di coltivazione e a un migliore
utilizzo delle terre. Questo processo, chiamato rivoluzione agraria, prepara il terreno per un
cambiamento ancora più grande: la rivoluzione industriale.

La rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale nasce in Inghilterra nella seconda metà del Settecento. Questo
paese possiede alcune condizioni favorevoli: grandi risorse naturali come ferro e carbone,
un vasto mercato e un impero coloniale che fornisce materie prime a basso costo.

La rivoluzione industriale riguarda soprattutto tre settori principali:


• industria tessile

• miniere

• metallurgia

Grazie a nuove invenzioni e macchine, la produzione diventa più veloce ed efficiente. Si


diffonde la meccanizzazione del lavoro, cioè l’uso delle macchine nel processo produttivo.

Questo cambiamento trasforma profondamente la società: nascono nuove fabbriche e si


sviluppa una nuova organizzazione del lavoro basata sulla divisione e specializzazione delle
attività.

Le idee economiche di Adam Smith


Un ruolo importante nel pensiero economico del Settecento è svolto dall’economista
scozzese Adam Smith. Nel suo libro La ricchezza delle nazioni (1776) sostiene che la
ricchezza di un paese dipende dall’aumento della produttività del lavoro.

Secondo Smith, la produttività cresce grazie alla divisione del lavoro, cioè alla
specializzazione dei lavoratori in compiti specifici. Inoltre egli afferma che l’interesse
individuale, se lasciato libero di agire nel mercato, può produrre benefici per tutta la società.
Per questo motivo Smith è considerato uno dei principali teorici del capitalismo.

La situazione in Francia e in Italia


La rivoluzione industriale non si sviluppa nello stesso modo in tutta Europa. In Francia
l’industrializzazione arriva con circa quaranta o cinquant’anni di ritardo rispetto all’Inghilterra.

In Italia il processo è ancora più lento. L’industria si sviluppa solo in alcune zone, soprattutto
nel settore della seta, in regioni come il Piemonte, il Milanese e il Comasco. Nel resto della
penisola l’economia resta principalmente agricola.

Per molto tempo quindi in Italia convivono elementi tradizionali e moderni: da un lato
sopravvivono strutture feudali, dall’altro iniziano ad affermarsi nuove forme di economia
capitalistica.
Il contesto culturale del Settecento:
Illuminismo e nuovi orientamenti
della cultura
Il Settecento rappresenta un periodo di grande trasformazione nella cultura europea. In
questo secolo si diffonde progressivamente un nuovo modo di pensare che mette al centro
la ragione, la conoscenza e il progresso. Gli intellettuali iniziano a ritenere che attraverso la
scienza, lo studio e l’uso della ragione sia possibile migliorare la società e superare
superstizioni e pregiudizi che per secoli avevano condizionato la vita degli uomini. Questo
nuovo orientamento prende il nome di Illuminismo, termine che richiama proprio l’idea della
ragione come una luce capace di “illuminare” la mente umana.

L’Illuminismo nasce e si sviluppa soprattutto in Francia, dove filosofi e pensatori elaborano


nuove teorie politiche e sociali che mettono in discussione molte istituzioni tradizionali
dell’Antico Regime. Il pensiero illuminista promuove valori come la libertà, l’uguaglianza, la
tolleranza e la diffusione del sapere, sostenendo che la società debba basarsi su leggi
razionali e giuste. Le idee degli illuministi avranno conseguenze storiche molto importanti,
perché contribuiranno a creare il clima culturale che porterà alla crisi dell’Antico Regime e
alla Rivoluzione francese.

In Italia il movimento illuminista si diffonde con alcune caratteristiche specifiche e in modo


generalmente più moderato rispetto ad altri paesi europei. Ciò è dovuto soprattutto alla forte
presenza del potere della Chiesa, che continua a esercitare una grande influenza sulla vita
culturale e politica e guarda con sospetto alle nuove idee. L’Illuminismo, infatti, promuove lo
spirito critico e si basa sulla fiducia nella scienza e nella ragione, elementi che possono
entrare in tensione con una visione fondata esclusivamente sulla fede.

Nonostante queste resistenze, anche in Italia si sviluppano importanti centri culturali legati
all’Illuminismo. In particolare, due città assumono un ruolo fondamentale: Milano e Napoli.
Tuttavia la situazione sociale delle due città è molto diversa e questo influenza anche il
modo in cui le idee illuministe si diffondono.

A Napoli l’aristocrazia mantiene ancora un peso molto forte e questo rende più difficile
l’affermazione delle nuove idee riformatrici. A Milano, invece, la presenza di una borghesia
sempre più attiva e influente favorisce la nascita di un ambiente culturale aperto al
cambiamento. Inoltre Milano si trova sotto il dominio degli Asburgo, una dinastia che
promuove alcune riforme amministrative e culturali e che viene spesso definita “illuminata”
proprio per la sua attenzione alle nuove idee. Anche la posizione geografica di Milano, molto
vicina alla Francia, facilita la circolazione delle influenze culturali francesi.

Nel Settecento cambia anche il modo in cui gli intellettuali diffondono le proprie idee. La
cultura non rimane più confinata solo negli ambienti accademici o nelle opere letterarie
tradizionali, ma si sviluppano nuovi strumenti di comunicazione come riviste, giornali e saggi,
che permettono di discutere problemi concreti della società. Il linguaggio diventa più chiaro,
diretto e accessibile, perché gli intellettuali desiderano raggiungere un pubblico più ampio e
non soltanto una ristretta cerchia di studiosi.

Un esempio importante di questo nuovo modo di fare cultura è rappresentato


dall’Accademia dei Pugni, un gruppo di intellettuali milanesi che si riunivano per discutere di
economia, politica e società. Tra i membri più importanti di questo gruppo troviamo Pietro
Verri, Alessandro Verri e Cesare Beccaria. Proprio Beccaria scriverà una delle opere più
celebri dell’Illuminismo italiano, “Dei delitti e delle pene”, un trattato in cui critica la tortura e
la pena di morte e propone una riforma del sistema giudiziario basata su principi di
razionalità e umanità.

Le idee di questo gruppo si diffondono anche attraverso la rivista “Il Caffè”, fondata dai
fratelli Verri. Il nome richiama i caffè, luoghi molto frequentati dagli intellettuali dell’epoca
dove si discuteva di cultura e politica. Gli articoli della rivista trattano temi molto concreti,
come l’economia, l’educazione e l’organizzazione dello Stato, e utilizzano uno stile semplice
e comprensibile.

Parallelamente allo sviluppo dell’Illuminismo, nel corso del Settecento si afferma anche il
Neoclassicismo, un movimento artistico e letterario che nasce dal desiderio di riscoprire e
imitare i modelli dell’antichità greca e romana. Questo interesse per il mondo classico è
alimentato anche dalle importanti scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano, che
riportano alla luce opere e testimonianze dell’arte antica.

Secondo la concezione neoclassica, l’arte dell’antichità rappresenta il modello più alto di


armonia, equilibrio e perfezione. Gli artisti e gli scrittori neoclassici ritengono che l’uomo
possa raggiungere la bellezza ideale proprio attraverso l’imitazione dei modelli classici. Per
questo motivo nelle opere neoclassiche si ritrovano spesso temi, forme e valori ispirati alla
cultura della Grecia e di Roma.

Se vuoi, posso anche fare lo stesso lavoro su eventuali altri paragrafi che ti sembrano
ancora graficamente poco ordinati.

L’Accademia dell’Arcadia
Prima ancora che le idee dell’Illuminismo si diffondano pienamente, nella cultura italiana
della fine del Seicento nasce un movimento letterario che eserciterà una grande influenza
sulla poesia della prima parte del Settecento: l’Accademia dell’Arcadia. Questa accademia
rappresenta soprattutto una reazione agli eccessi del Barocco, lo stile dominante nel
Seicento.

La poesia barocca era caratterizzata da un linguaggio molto ricco e artificioso, pieno di


metafore complesse, giochi di parole e immagini sorprendenti. L’obiettivo principale era
quello di stupire il lettore attraverso effetti spettacolari. Tuttavia molti intellettuali iniziarono a
considerare questo stile eccessivo e lontano dai modelli della vera bellezza poetica. Per
questo motivo nacque l’esigenza di ritornare a modelli più semplici ed equilibrati, ispirati alla
tradizione classica greca e latina, che veniva considerata un modello di armonia e misura.
Per comprendere la nascita dell’Accademia dell’Arcadia è necessario tornare alla metà del
Seicento e alla figura di Cristina di Svezia. Nel 1654 la sovrana abdica al trono dopo essersi
convertita al cattolicesimo. Dopo l’abdicazione decide di trasferirsi a Roma, dove diventa
una grande mecenate e un punto di riferimento per molti intellettuali.

Intorno a lei si raccoglie un gruppo di poeti, studiosi e uomini di cultura che si incontrano per
discutere di letteratura e di poesia. Questi incontri avvengono in un momento in cui il
Barocco è ancora dominante, ma in cui si inizia a percepire un fermento culturale che spinge
verso un rinnovamento della poesia. In questi ambienti si comincia infatti a discutere della
necessità di superare l’artificiosità dello stile barocco e di recuperare una poesia più
semplice, più naturale e più vicina ai modelli della tradizione classica.

Quando Cristina di Svezia muore nel 1689, il gruppo di intellettuali che frequentava la sua
corte si disperde in parte. Tuttavia alcuni di loro continuano a incontrarsi e a organizzare
attività culturali. Da queste riunioni nasce nel 1690, a Roma, l’Accademia dell’Arcadia, che
può essere considerata l’erede della precedente Accademia Reale e uno dei principali centri
culturali della prima età settecentesca.

Il nome Arcadia deriva da una regione montuosa della Grecia antica, considerata nella
tradizione letteraria come un luogo ideale abitato da pastori che vivevano in modo semplice
e sereno, dedicandosi alla musica e alla poesia. Questa immagine della vita pastorale aveva
una lunga tradizione nella letteratura e rappresentava un modello di vita naturale, armoniosa
e lontana dalle complicazioni della società urbana.

Il poeta greco Teocrito aveva scritto degli idilli, brevi componimenti poetici che raccontavano
storie di pastori e scene di vita campestre. Successivamente anche Virgilio, nella letteratura
latina, aveva ripreso questo tema nelle Bucoliche, dove la vita pastorale diventa simbolo di
armonia tra l’uomo e la natura.

Nel Rinascimento questa tradizione era stata ripresa da Jacopo Sannazaro, autore nel
Cinquecento di un celebre romanzo pastorale intitolato Arcadia, che ebbe grande diffusione
e contribuì a consolidare l’immagine ideale del mondo pastorale nella letteratura europea.

Gli intellettuali che fondarono l’Accademia dell’Arcadia si ispirarono proprio a questa


tradizione letteraria e decisero di promuovere una poesia molto diversa da quella barocca. I
poeti arcadici volevano recuperare una poesia semplice, elegante e armoniosa,
caratterizzata da un linguaggio chiaro e da una forte musicalità. La loro poesia non cercava
più di stupire con effetti spettacolari, ma puntava piuttosto alla grazia, all’equilibrio e alla
piacevolezza.

All’interno dell’Accademia i poeti assumevano spesso nomi pastorali o mitologici, ispirati alla
Grecia antica. In questo modo si identificavano simbolicamente con il mondo ideale
dell’Arcadia. Il presidente dell’Accademia assumeva il titolo di Custode generale, mentre
ogni membro adottava un nome pastorale greco. Questo sistema simbolico faceva parte di
un vero e proprio rituale accademico, che richiamava l’immagine del mondo pastorale.

Le poesie venivano spesso declamate nei salotti aristocratici, luoghi di incontro dell’alta
società dove si organizzavano momenti di intrattenimento culturale. I salotti rappresentavano
infatti uno dei principali spazi di diffusione della cultura nel Settecento, insieme alle
accademie e ad altri luoghi di incontro intellettuale.

Alla nascita dell’Arcadia contribuì anche l’influenza di un importante critico francese,


Dominique Bouhours, un religioso e intellettuale che aveva criticato duramente la letteratura
barocca italiana. Bouhours sosteneva che il Barocco si fosse allontanato dalla vera bellezza
della poesia classica e lo considerava uno stile eccessivo e di cattivo gusto. Le sue critiche
spinsero molti intellettuali italiani a riflettere sulla necessità di rinnovare la poesia e di
recuperare modelli più semplici e naturali.

Tra i principali promotori dell’Accademia dell’Arcadia troviamo Giovanni Mario Crescimbeni e


Gian Vincenzo Gravina. Crescimbeni sosteneva una poesia semplice ed elegante, mentre
Gravina era favorevole a un ritorno ancora più deciso ai modelli della classicità antica e a
una poesia più severa e ispirata ai grandi autori greci e latini.

L’Accademia dell’Arcadia si diffuse rapidamente in tutta Italia. All’Accademia aderirono non


solo i principali intellettuali del tempo, ma anche molti letterati provenienti da diverse regioni
della penisola. In molte città italiane vennero fondate delle “colonie” arcadiche, cioè sedi
locali dell’Accademia. Questo contribuì a creare una sorta di rete culturale tra gli intellettuali
italiani, favorendo la nascita di una comune coscienza culturale e letteraria.

Tra gli autori legati a questo ambiente si trova anche Paolo Rolli, un poeta che precede la
figura di Metastasio, destinato a diventare uno dei più importanti autori di libretti per il
melodramma europeo del Settecento.

Un componimento molto famoso di Rolli è “Solitario bosco ombroso”, una poesia


caratterizzata da una grande cantabilità. La sua musicalità la rendeva facilmente
memorizzabile e spesso veniva cantata. Si racconta che lo stesso Goethe ricordasse di
averla sentita cantare dalla madre.

La poesia arcadica si caratterizza anche per una struttura metrica molto regolare. Nel caso
del componimento di Rolli si tratta di quartine di versi ottonari, cioè strofe composte da
quattro versi di otto sillabe con rime alternate. Il primo e il terzo verso sono piani, cioè con
l’accento sulla penultima sillaba, mentre il secondo e il quarto sono tronchi, cioè con
l’accento sull’ultima sillaba. Questa struttura contribuisce a rendere la poesia molto musicale
e orecchiabile, in netto contrasto con la complessità della poesia barocca.

Il contesto culturale del primo Settecento


Nel Settecento la situazione linguistica e culturale degli intellettuali europei è piuttosto
articolata. Il latino continua a essere utilizzato nelle università e negli ambienti accademici.
L’italiano è la lingua della letteratura e soprattutto dei libretti del melodramma e dell’opera,
che circolano in tutta Europa. Allo stesso tempo il francese diventa la lingua internazionale
della cultura, perché dalla Francia proviene gran parte del pensiero illuminista che
influenzerà profondamente la cultura europea del Settecento.

In questo periodo cambia anche la figura dell’intellettuale. In Inghilterra e in Francia


l’intellettuale diventa sempre più espressione della borghesia emergente, la nuova classe
sociale che sta acquisendo un ruolo sempre più importante nella vita economica e politica.
Proprio in questi paesi nasce il giornalismo moderno, che contribuisce alla formazione
dell’opinione pubblica.

Un esempio importante è il giornale inglese “The Spectator”, pubblicato a Londra tra il 1711
e il 1714. Questo giornale aveva l’obiettivo non solo di informare i lettori, ma anche di
intrattenerli con riflessioni morali, sociali e culturali. Il successo del giornale fu molto grande
e contribuì all’ampliamento della cerchia dei lettori, composta sempre più da una borghesia
urbana alfabetizzata.

In Italia la situazione è in parte diversa e più lenta. Gli intellettuali continuano spesso a
riunirsi nelle accademie, nelle università e nei circoli letterari. Tra le figure tipiche
dell’intellettuale italiano del primo Settecento compare quella dell’abate, cioè un
ecclesiastico che, pur appartenendo alla Chiesa, si dedica soprattutto ad attività culturali e
letterarie.

Accanto a questa figura troviamo anche quella dell’erudito, uno studioso che si dedica alla
ricerca storica, alla raccolta di documenti e alla scrittura di opere storiche e filologiche. Tra i
più importanti eruditi italiani del periodo si ricordano Antonio Magliabechi, Ludovico Antonio
Muratori e Scipione Maffei.

Nel corso del Settecento si diffondono inoltre nuovi luoghi di incontro e discussione per gli
intellettuali, come i salotti e i caffè, che diventano importanti spazi di confronto culturale. In
questi ambienti nasce anche l’idea di una “Repubblica delle lettere”, cioè una comunità
ideale di studiosi che si riconoscono come parte dello stesso mondo culturale, al di là delle
differenze sociali o nazionali.

Nella prima metà del Settecento si diffonde anche la massoneria, un’associazione culturale
e filosofica nata ufficialmente a Londra nel 1717. La massoneria riuniva intellettuali e uomini
di cultura che condividevano ideali di razionalità, tolleranza e libero pensiero e si
organizzavano in gruppi chiamati logge.

Metastasio
Nel 1698 nasce a Roma Pietro Trapassi, da una famiglia povera. La sua vita cambia quando
viene adottato da Gian Vincenzo Gravina, uno dei fondatori dell’Accademia dell’Arcadia, che
si accorge subito delle sue grandi capacità intellettuali e soprattutto della sua abilità
nell’improvvisare versi. Gravina vede in lui grandi potenzialità poetiche e decide quindi di
adottarlo e di occuparsi della sua formazione culturale.
È proprio Gravina a cambiargli il nome da Pietro Trapassi a Pietro Metastasio. Il cognome
Trapassi viene infatti trasformato nella sua versione greca Metastasio (dal greco metástasis,
che significa “trapassare”, “andare oltre”). Questo cambiamento riflette anche il gusto
dell’epoca per i riferimenti alla cultura classica e alla lingua greca.

Quando entrerà nell’Accademia dell’Arcadia, come era consuetudine per i membri


dell’accademia, assumerà anche un nome pastorale, cioè uno pseudonimo che richiama il
mondo della Grecia antica. Il suo nome arcadico sarà Artino Corasio, un nome che non ha
un significato preciso ma che richiama sonorità greche. Infatti, quando i poeti entravano a far
parte dell’Arcadia, prendevano nomi che avessero un richiamo simbolico o musicale alla
cultura greca, perché l’Arcadia si ispirava proprio all’ideale del mondo pastorale dell’antica
Grecia.

L’Accademia dell’Arcadia esiste ancora oggi. Non ha più il ruolo centrale che aveva nel
Settecento nella vita culturale italiana, ma continua a esistere come fondazione culturale che
si occupa di studi letterari e pubblicazioni. Anche l’Accademia della Crusca esiste ancora
oggi e continua a svolgere attività di studio e di ricerca sulla lingua italiana.

Pietro Trapassi, cioè Metastasio, diventa una figura molto importante nella cultura del
Settecento. Dopo la morte di Gravina si trasferisce a Napoli, che in quel periodo è uno dei
principali centri culturali e musicali d’Europa. Qui entra in contatto con il mondo del teatro
musicale e conosce una delle più importanti cantanti dell’epoca, Marianna Benti Bulgarelli,
soprannominata “la Romanina”.

È proprio la Romanina a incoraggiarlo a scrivere melodrammi, cioè libretti per opere


musicali. Il melodramma è un genere teatrale in cui una storia viene rappresentata
attraverso il canto e la musica. In questo periodo Metastasio inizia a scrivere le sue prime
opere teatrali.

Tra queste la più famosa è Didone abbandonata, rappresentata nel 1724 a Napoli. Questa
opera è molto importante perché è l’unica tra le sue principali opere ad avere un finale
tragico, mentre nella maggior parte dei melodrammi metastasiani il finale è positivo.

Metastasio scriverà moltissime opere. Dopo il periodo napoletano, nel 1730 si trasferisce a
Vienna, dove ottiene un incarico molto prestigioso: diventa poeta cesareo, cioè poeta
ufficiale della corte imperiale degli Asburgo. In questa posizione sostituisce Apostolo Zeno,
che prima di lui aveva iniziato una riforma del melodramma.

Il poeta cesareo era il poeta della corte imperiale e aveva il compito di scrivere melodrammi,
libretti, poesie celebrative e componimenti d’occasione destinati alla vita di corte. Tutta la
produzione letteraria legata alla corte veniva quindi affidata a lui.

Metastasio rimarrà poeta cesareo per oltre cinquant’anni, fino alla sua morte nel 1782.
Nonostante viva in un periodo in cui l’Illuminismo si diffonde in tutta Europa, Metastasio
rimane sempre legato alla cultura della corte e alla celebrazione del potere imperiale. Nei
suoi melodrammi infatti esalta spesso la figura del sovrano giusto e virtuoso.

Durante il periodo viennese scrive alcuni dei suoi melodrammi più importanti, tra cui:
• L’Olimpiade

• Demofonte

• La clemenza di Tito

Nel 1740 scriverà anche Attilio Regolo, opera ispirata alla figura del console romano della
prima guerra punica.

Come si può notare, i titoli delle sue opere fanno riferimento a personaggi e vicende della
storia antica o della mitologia, perché Metastasio recupera i modelli della tragedia classica
greca e romana. Anche Didone, protagonista della Didone abbandonata, è un personaggio
della mitologia romana raccontato anche nell’Eneide di Virgilio.

Essendo poeta cesareo, Metastasio scrisse anche molte poesie brevi e componimenti
d’occasione, destinati alla vita aristocratica di corte. Si trattava spesso di poesie leggere,
pensate per l’intrattenimento nei salotti aristocratici.

Tra queste poesie troviamo le canzonette, come ad esempio La libertà.

La riforma del melodramma


Metastasio è considerato uno dei più importanti librettisti del Settecento. Il libretto era il testo
poetico dell’opera musicale, cioè la storia che poi veniva musicata dai compositori.

Il melodramma è in pratica l’origine dell’attuale opera lirica. Si tratta di una rappresentazione


teatrale in cui la storia viene raccontata attraverso musica, canto e recitazione.

All’inizio però il melodramma era piuttosto confuso:

• si mescolavano parti tragiche e parti comiche

• la trama era spesso complicata e disordinata

• i cantanti potevano modificare liberamente le parti musicali

• le arie servivano soprattutto a mettere in mostra la bravura dei cantanti

Il libretto spesso era solo un pretesto per far esibire i cantanti, soprattutto nelle arie. Inoltre in
quel periodo molti cantanti erano castrati, cioè uomini che erano stati evirati da bambini per
conservare una voce acuta. Questa pratica continuerà per gran parte del Settecento e verrà
criticata da alcuni intellettuali dell’epoca.

Metastasio interviene con una importante riforma del melodramma.

Prima di lui la parte recitata era quasi solo un collegamento tra le arie. Metastasio invece
introduce una struttura molto più ordinata e razionale.
La sua riforma consiste soprattutto nel separare chiaramente due momenti dell’opera:

• il recitativo, cioè la parte recitata che serve a far avanzare la storia

• l’aria, cioè la parte cantata che esprime i sentimenti del personaggio

In questo modo il melodramma diventa molto più chiaro e ordinato.

Metastasio mette anche ordine nella trama: la storia non è più confusa e piena di colpi di
scena, ma diventa lineare e ben organizzata.

Tre sono le caratteristiche principali dello stile di Metastasio:

• grazia

• eleganza

• chiarezza

Queste caratteristiche si collegano perfettamente con gli ideali dell’Accademia dell’Arcadia,


che cercava una poesia semplice, armoniosa ed equilibrata.

Metastasio recupera anche i modelli della tragedia classica, scegliendo come argomento
delle sue opere storie tratte dalla mitologia greca o dalla storia antica romana.

Il linguaggio utilizzato da Metastasio è un linguaggio semplice, medio e molto chiaro, che


ricorda in parte la tradizione poetica di Petrarca. Non è né troppo elevato né troppo
popolare, ma è un linguaggio elegante e facilmente comprensibile.

Questo linguaggio rende le sue opere facili da capire e da seguire anche per il pubblico,
contribuendo al grande successo del melodramma metastasiano.

Un altro elemento importante è che nei suoi melodrammi c’è quasi sempre un insegnamento
morale. Metastasio tende a mettere in risalto la virtù dell’eroe e i valori morali, come la
giustizia, la fedeltà e il senso del dovere.

Un’altra caratteristica è il finale positivo, cioè il lieto fine. Solo nella Didone abbandonata
troviamo un finale tragico.

Proprio queste caratteristiche – chiarezza, ordine della trama, insegnamento morale e


linguaggio semplice – fanno sì che le opere di Metastasio abbiano un enorme successo in
tutta Europa. I suoi melodrammi vengono rappresentati nei teatri di molti paesi e diventano
un modello per il teatro musicale del Settecento.

Il teatro nel Settecento era frequentato da tutte le classi sociali. Curiosamente la platea, cioè
la parte centrale del teatro, era destinata soprattutto al popolo, mentre i nobili occupavano i
palchi, che potevano essere acquistati o affittati dalle famiglie aristocratiche. Nei palchi
spesso si svolgeva anche una vera vita sociale: si mangiava, si conversava e si seguiva lo
spettacolo come occasione di incontro.
La canzonetta “La libertà”
La libertà è una canzonetta, cioè una poesia breve e musicale, simile a quelle scritte anche
da Paolo Rolli.

La canzonetta è formata da 13 strofe, ciascuna composta da due quartine, quindi ogni strofa
ha otto versi.

I primi due versi delle due quartine rimano tra loro e lo stesso accade per gli ultimi due versi.
All’interno delle quartine è presente anche una rima baciata, cioè una rima tra due versi
consecutivi.

Il tema della poesia è la liberazione dall’amore per Nice, una donna che aveva fatto soffrire il
poeta. Il poeta afferma quindi di sentirsi finalmente libero da questo legame amoroso.

Le canzonette di Metastasio hanno un linguaggio molto semplice e musicale e non


richiedono grandi parafrasi perché il significato è immediato. Si tratta infatti di componimenti
leggeri, eleganti e piacevoli, pensati soprattutto per l’intrattenimento nei salotti aristocratici.

Che cosa succede quando si diffonde l’Illuminismo


in Italia
Quando si diffonde l’Illuminismo in Italia si verifica un cambiamento importante nella cultura
e nel modo di pensare. Abbiamo già iniziato a parlare nella lezione introduttiva
dell’Illuminismo di come questo movimento si diffonda soprattutto in due città principali:
Milano e Napoli.

A Milano si sviluppa un ambiente culturale molto vivace, legato alla presenza di una
borghesia attiva e colta, interessata alle riforme economiche e sociali. Questo cambiamento
è collegato anche alle trasformazioni economiche che stavano avvenendo in Europa,
soprattutto in Inghilterra e in Francia, dove si stavano diffondendo nuove idee legate al
progresso scientifico, alla razionalità e alla libertà di pensiero.

In Inghilterra, in particolare, si diffonde in modo molto forte la stampa e si sviluppa una


grande produzione di giornali e riviste. Anche in Francia la diffusione delle idee è molto
intensa e porta a una vera e propria rivoluzione culturale.

Uno degli strumenti principali della diffusione delle idee illuministe è la Encyclopédie di
Diderot e d’Alembert. Si tratta di un’opera monumentale pubblicata a partire dal 1751, che
raccoglie e organizza tutte le conoscenze dell’epoca. L’Enciclopedia aveva una struttura
particolare: gli argomenti venivano presentati in ordine alfabetico, come nelle enciclopedie
moderne.
La finalità dell’opera era quella di diffondere il sapere, rendendolo accessibile a un pubblico
sempre più ampio. All’interno dell’Enciclopedia venivano trattati argomenti scientifici, tecnici,
filosofici e politici, e spesso venivano messi in discussione anche il potere assoluto e
l’autorità della Chiesa.

In Italia la diffusione dell’Illuminismo avviene però in modo più moderato rispetto alla
Francia. Gli intellettuali italiani sono infatti spesso più cauti nel criticare apertamente il potere
politico e religioso.

In Italia un ruolo fondamentale nella diffusione delle idee illuministe è svolto dalle riviste. Tra
queste troviamo:

• Il Caffè

• La Gazzetta Veneta

• La Gazzetta di Foligno

• La Frusta letteraria di Giuseppe Baretti

Proprio nella rivista La Frusta letteraria, Baretti criticò in modo molto duro l’Accademia
dell’Arcadia, accusandola di occuparsi soltanto di poesia elegante e raffinata ma distaccata
dai problemi concreti della società. Secondo Baretti, la poesia arcadica era una poesia fine a
se stessa, chiusa nei salotti aristocratici e incapace di affrontare i problemi reali del mondo.

Le riviste illuministe avevano invece uno scopo completamente diverso: diffondere il sapere
e stimolare il pensiero critico. L’Illuminismo infatti vuole spingere gli uomini a riflettere con la
propria ragione, a sviluppare uno spirito critico e a mettere in discussione le ingiustizie, le
tradizioni e le autorità che fino ad allora erano state accettate senza essere discusse.

L’obiettivo dell’Illuminismo è quindi quello di “illuminare” le menti, cioè di risvegliare la


coscienza degli uomini attraverso la diffusione della conoscenza.

Il pamphlet
Oltre alle riviste, uno strumento molto importante per diffondere le idee illuministe è il
pamphlet.

Il pamphlet è un breve trattato, molto più corto dei grandi trattati filosofici che erano stati
scritti fino ad allora. Ha uno stile molto diverso da quello della tradizione letteraria
precedente: il linguaggio è chiaro, diretto e concreto, perché deve essere comprensibile a un
pubblico ampio.

Il pamphlet non ha uno stile elegante e raffinato come quello della poesia arcadica, ma un
linguaggio pratico e funzionale, pensato per informare e convincere il lettore.
Attraverso il pamphlet gli intellettuali illuministi cercano di diffondere nuove idee e di
intervenire nei dibattiti politici e sociali.

Il più famoso pamphlet del Settecento è “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria,
pubblicato nel 1764.

L’Illuminismo milanese: Pietro Verri e Cesare


Beccaria
Una figura centrale dell’Illuminismo lombardo è Pietro Verri, nato a Milano nel 1728.

Nel 1761, dopo un soggiorno a Vienna, torna a Milano con l’intenzione di dedicarsi agli studi
economici e di contribuire al rinnovamento culturale e politico della città.

Verri fonda insieme ad altri intellettuali l’Accademia dei Pugni, un gruppo di discussione
formato da giovani illuministi milanesi. Tra i membri più importanti dell’Accademia c’erano:

• Pietro Verri

• Alessandro Verri

• Cesare Beccaria

Le riunioni si svolgevano nella casa dei fratelli Verri e avevano come argomento problemi
concreti della società, come l’economia, la giustizia e l’organizzazione dello Stato.

Da questo gruppo nacque la rivista Il Caffè, pubblicata tra il 1764 e il 1766. Questa rivista
aveva come modello il giornale inglese The Spectator e aveva lo scopo di diffondere le idee
illuministe attraverso articoli brevi e chiari.

Pietro Verri fu anche autore di diverse opere di carattere filosofico ed economico, tra cui:

• Meditazioni sulla felicità (1763)

• Meditazioni sull’economia politica (1771)

Scrisse anche un’importante opera giuridica intitolata Osservazioni sulla tortura, in cui
criticava l’uso della tortura nei processi.

Il testo di Pietro Verri: “È lecita la tortura?”


Nel testo “È lecita la tortura?”, tratto dalle Osservazioni sulla tortura, Pietro Verri sostiene
che la tortura è un metodo ingiusto e inutile per scoprire la verità.
Secondo Verri, anche se la tortura fosse un mezzo efficace per ottenere informazioni dai
sospetti, resterebbe comunque un atto ingiusto, perché costringe una persona a soffrire
senza la certezza della sua colpevolezza.

Verri spiega che la tortura non può essere considerata una prova di colpevolezza, perché
una persona innocente, sottoposta a dolori insopportabili, potrebbe confessare un crimine
che non ha commesso solo per far cessare la sofferenza.

Inoltre Verri critica anche il fatto che la tortura obbligasse l’imputato ad accusare se stesso,
cosa che secondo lui è contraria ai principi della giustizia e della natura umana.

Il suo ragionamento porta quindi alla conclusione che la tortura è contraria alla ragione, alla
giustizia e alla dignità dell’uomo.

Integrazione sugli argomenti di Verri contro la tortura

Nelle sue riflessioni Verri insiste anche su un altro punto fondamentale: la tortura è illogica
dal punto di vista giuridico. Se una persona è già considerata certamente colpevole, allora la
giustizia ha già stabilito una pena e non ha senso sottoporla alla tortura. Se invece non
siamo certi della sua colpevolezza, allora quella persona potrebbe essere innocente e non
esiste alcun diritto di infliggere sofferenze a un uomo che potrebbe non aver commesso il
reato.

Inoltre la tortura produce conseguenze terribili anche dal punto di vista umano, perché sotto
dolori estremi le persone possono arrivare ad accusare chiunque pur di far cessare la
sofferenza, perfino i propri familiari. Genitori e figli potrebbero accusarsi a vicenda solo per
interrompere il dolore. Per questo motivo la tortura non porta alla verità, ma costringe le
persone a confessare qualsiasi cosa pur di smettere di soffrire.

Cesare Beccaria e “Dei delitti e delle pene”


Un’altra figura fondamentale dell’Illuminismo italiano è Cesare Beccaria, nato a Milano nel
1738.

Beccaria studiò legge all’Università di Pavia e frequentò il gruppo degli illuministi milanesi
guidato da Pietro Verri.

Nel 1764 pubblicò la sua opera più famosa, “Dei delitti e delle pene”, che diventò
rapidamente il testo più importante dell’Illuminismo italiano.

Il libro ebbe un grande successo in tutta Europa e fu letto e commentato anche da filosofi
come Voltaire.

L’opera è composta da 42 brevi capitoli e ha come obiettivo principale quello di dimostrare


l’ingiustizia del sistema giudiziario dell’epoca.
Beccaria sostiene che il sistema penale del suo tempo è violento e irrazionale, perché si
basa sulla tortura e sulla pena di morte.

Il testo di Beccaria: “Contro la pena di morte”


Nel testo “Contro la pena di morte”, Beccaria sostiene che la pena di morte non è né giusta
né utile.

Secondo Beccaria lo Stato non ha il diritto di togliere la vita a un cittadino, perché la società
nasce da un contratto tra gli uomini, e nessuno ha mai dato allo Stato il diritto di uccidere.

Inoltre la pena di morte non è efficace come deterrente contro i crimini. Secondo Beccaria è
molto più efficace una pena lunga e continua, come la prigione o i lavori forzati, perché il
timore di una sofferenza prolungata ha un effetto maggiore rispetto alla paura di una morte
immediata.

Beccaria afferma anche che la pena di morte diventa spesso uno spettacolo pubblico, che
suscita pietà o indignazione negli spettatori invece di rafforzare il rispetto delle leggi.

Per questo motivo egli propone un sistema di pene più umano e più razionale, basato sulla
prevenzione dei crimini e sul rispetto dei diritti dell’uomo.

Integrazione sul ragionamento di Beccaria

Beccaria afferma che la pena di morte potrebbe sembrare giustificabile solo in casi estremi,
per esempio quando una persona rappresenta un pericolo gravissimo per la sicurezza dello
Stato o mantiene un grande potere anche mentre è in carcere. Un’altra possibile
giustificazione potrebbe essere l’idea che la pena di morte funzioni da deterrente, cioè che lo
spettacolo dell’esecuzione spaventi i criminali e li dissuada dal commettere reati.

Tuttavia Beccaria dimostra che questo ragionamento è sbagliato. Gli uomini temono molto di
più una sofferenza lunga e continua, come quella del carcere o dei lavori forzati, piuttosto
che una sofferenza breve come la morte. Per questo motivo una pena prolungata nel tempo
è molto più efficace nel prevenire i crimini rispetto alla pena di morte.

Giuseppe Parini
Giuseppe Parini nasce nel 1729 in Brianza, in un piccolo centro vicino a Lecco, quindi in un
ambiente lontano dalla grande vita cittadina. Proviene da una famiglia piuttosto semplice e
modesta, che non dispone di grandi mezzi economici. Fin da giovane dimostra però una
notevole intelligenza e una forte inclinazione per lo studio. Nonostante queste capacità, la
sua famiglia fatica a garantirgli una formazione adeguata proprio a causa delle difficoltà
economiche.
Un ruolo decisivo nella sua vita viene svolto da una prozia, cioè una sorella di uno dei suoi
nonni, che decide di aiutarlo. Questa parente si prende cura di lui e finanzia i suoi studi,
permettendogli di proseguire il percorso scolastico. Quando Parini è ancora giovane, la
prozia muore e gli lascia una piccola eredità. Tuttavia questo lascito è accompagnato da una
condizione precisa: il giovane Giuseppe deve intraprendere la carriera ecclesiastica e
diventare sacerdote. Parini accetta questa condizione e viene quindi avviato alla vita
religiosa, anche se la sua vera vocazione rimane soprattutto quella intellettuale e letteraria.

Fin dai primi anni della sua formazione Parini inizia a scrivere e a dedicarsi alla poesia. Le
sue prime composizioni seguono le regole dell’Accademia dell’Arcadia, un importante
ambiente culturale che proponeva una poesia elegante, regolata e ispirata ai modelli
classici. In seguito entra anche nell’Accademia dei Trasformati, un circolo letterario milanese
frequentato da intellettuali e aristocratici. Attraverso questo ambiente Parini viene introdotto
nei salotti e nelle case dell’aristocrazia milanese. Questo ingresso nei circoli aristocratici
segna profondamente la sua vita e la sua attività letteraria.

A partire dal 1754 e fino al 1768 Parini lavora infatti come precettore, cioè come educatore
privato all’interno delle famiglie nobili. Il precettore era una figura molto diffusa all’epoca:
viveva nella casa dei nobili e si occupava dell’educazione dei figli, insegnando loro le
materie di studio e guidandoli nella formazione culturale e morale. Si trattava di una
tradizione molto antica, che esisteva già ai tempi dell’antica Roma.

Il primo incarico importante di Parini come precettore si svolge presso la famiglia del duca
Serbelloni,una delle famiglie aristocratiche più importanti di Milano. Questo ambiente è
particolarmente interessante perché appartiene all’entourage di alcuni ambienti illuministi
milanesi. Parini entra quindi in contatto con idee nuove e moderne e sviluppa
progressivamente uno sguardo critico nei confronti dei comportamenti dell’aristocrazia.

Vivendo quotidianamente nelle case nobiliari, Parini ha modo di osservare da vicino lo stile
di vita dei nobili: i loro privilegi, le loro abitudini, ma anche i loro difetti, la superficialità e
l’egoismo che spesso caratterizzavano questo ambiente sociale. Questa esperienza diretta
sarà fondamentale per la nascita della sua opera più famosa, il poemetto satirico Il giorno, in
cui l’autore descrive e critica proprio la vita oziosa e vuota della nobiltà.

Durante il periodo trascorso nella casa dei Serbelloni avviene un episodio significativo. In
questa famiglia, come era consuetudine nelle case aristocratiche dell’epoca, era presente
anche un maestro di musica, perché l’educazione dei giovani nobili comprendeva spesso
anche lo studio della musica. Un giorno la duchessa, durante una discussione, arriva a
schiaffeggiare la figlia del maestro di pianoforte. Parini, ormai influenzato dalle nuove idee di
uguaglianza e di dignità della persona, prende immediatamente le difese della ragazza.
Questo gesto, però, provoca l’ira della duchessa, che decide di cacciarlo dalla casa in modo
brusco e poco rispettoso.

Proprio in questi anni Parini inizia a lavorare alla sua opera più celebre. Comincia infatti a
scrivere Il mattino e Il mezzogiorno, che costituiscono le prime due parti del grande
poemetto satirico che diventerà poi Il giorno. Parallelamente continua la sua attività poetica
e nel 1757 inizia a comporre le Odi, una raccolta di poesie dedicate a temi molto diversi tra
loro.
Le Odi rappresentano un aspetto molto importante della produzione poetica di Parini perché
mostrano chiaramente il passaggio a una poesia impegnata sui temi civili e sociali. A
differenza di molta poesia precedente, che spesso trattava temi come l’amore, la bellezza
femminile o la celebrazione dell’arte, Parini affronta questioni concrete della società del suo
tempo.

Tra i temi trattati nelle Odi troviamo, ad esempio, la critica alla superstizione e l’attenzione
per il progresso scientifico. In una poesia molto famosa Parini sostiene la nuova pratica della
vaccinazione contro il vaiolo, una scoperta medica innovativa ma che all’epoca suscitava
molta diffidenza tra la popolazione, perché veniva considerata una sperimentazione
rischiosa. Parini, invece, ne riconosce l’importanza per la salute pubblica.

In un’altra ode condanna una pratica allora molto diffusa nel mondo della musica: la
castrazione dei giovani cantanti destinati alla carriera musicale. Questa operazione veniva
eseguita per conservare la voce acuta e permettere loro di cantare nelle opere liriche, ma
comportava gravi conseguenze fisiche e morali. Parini denuncia con forza la crudeltà di
questa pratica.

Un altro tema affrontato nelle Odi riguarda il rapporto tra povertà e criminalità. In una poesia
intitolata Il bisogno l’autore riflette su come le difficoltà economiche possano spingere alcune
persone a compiere azioni illegali pur di sopravvivere. Anche in questo caso emerge una
forte sensibilità sociale.

Dopo essere stato allontanato dalla casa dei Serbelloni, Parini trova un nuovo incarico
grazie al conte Giuseppe Maria Imbonati. Il conte lo accoglie nella propria casa e gli affida
l’educazione del figlio Carlo Imbonati. Parini diventa quindi il suo precettore e rimane presso
la famiglia Imbonati fino al 1768, anno della morte del conte. Questo periodo rappresenta
per lui una fase di maggiore stabilità.

Quando deve lasciare la casa degli Imbonati, Parini prosegue la sua carriera culturale
assumendo diversi incarichi pubblici. Lavora in ambito accademico, collabora con giornali e
ricopre ruoli importanti nella vita culturale milanese, diventando una figura di grande
prestigio nell’ambiente intellettuale dell’epoca.

Un capitolo fondamentale della sua produzione poetica è rappresentato proprio dalle Odi.
Queste poesie possono essere divise in tre periodi principali. Il primo periodo va dal 1757 al
1770 ed è caratterizzato soprattutto da temi civili e sociali. In questa fase Parini affronta
problemi concreti della società del suo tempo, come l’inquinamento dell’aria nelle città, la
superstizione o alcune pratiche crudeli della società.

Tra le odi di questo periodo troviamo ad esempio La salubrità dell’aria, in cui Parini
condanna le condizioni malsane delle città, dove l’aria è già diventata insalubre a causa
della cattiva gestione degli spazi urbani. L’autore contrappone la purezza dell’aria della
campagna alla corruzione e all’inquinamento dell’ambiente cittadino.

In questa stessa fase Parini riflette anche sui cambiamenti sociali e sull’emergere di nuovi
comportamenti individualisti, criticando gli atteggiamenti egoistici che stanno trasformando la
società.
Il secondo periodo delle Odi è invece più concentrato sul tema dell’educazione. In questa
fase Parini riflette sul ruolo dell’istruzione nella formazione morale e civile degli individui. Un
esempio importante è l’ode intitolata L’educazione, dedicata proprio a Carlo Imbonati, il
giovane di cui era stato precettore. Accanto a questa poesia troviamo anche altre
composizioni significative come La caduta e Il bisogno, nelle quali continua a emergere
l’attenzione dell’autore per i problemi morali e sociali della società del suo tempo.

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