IL RAZIONALISMO E IL BAUHAUS
Il Razionalismo in Architettura
Nasce nel ventennio tra le due guerre mondiali. Dopo i disastri della Prima Guerra Mondiale,
l'Art Nouveau (caratterizzata da linee sinuose e ornamenti) viene superata. Sorge la
necessità di ricostruire rapidamente e concretamente le abitazioni distrutte.
I principi chiave sono le linee dritte, le forme squadrate e la totale eliminazione
dell'ornamento superfluo. La struttura deve seguire esclusivamente la funzione e il bisogno
per cui serve (funzionalità maggiore dell'estetica).
I materiali innovativi utilizzati sono il cemento armato, il ferro e il vetro.
Focus tecnico sul cemento armato:
Viene ottenuto versando il calcestruzzo in una cassaforma di legno (uno scatolato) in cui
sono stati precedentemente posizionati dei tondini di ferro ai quattro angoli. Dopo circa venti
giorni il materiale si indurisce, le assi di legno vengono rimosse e la struttura si regge
perfettamente. Nelle travi, i ferri vengono posizionati nella parte inferiore (intradosso) perché
sotto l'azione dei pesi la trave tende a curvarsi e a tidersi, rischiando di spaccarsi. Nei
balconi a sbalzo, che non hanno supporti inferiori e tendono a crollare verso il basso, i ferri
vengono invece posizionati nella parte superiore (estradosso). Questo sistema permette di
eliminare i vecchi muri portanti e di creare grandi aperture e finestre a nastro.
Walter Gropius e il Bauhaus
In Germania, l'architetto Walter Gropius fonda il Bauhaus (che significa casa del costruire),
un movimento che unisce strettamente l'architettura, l'urbanistica e il design di oggetti
quotidiani. La filosofia alla base è quella di modificare il territorio in funzione dei reali bisogni
dell'uomo. Gropius diventa celebre perché, per la prima volta, nobilita le strutture industriali e
le fabbriche, migliorando la vita degli operai grazie ad ambienti più sani, luminosi e dotati di
grandi vetrate.
Ludwig Mies van der Rohe
È stato l'ultimo direttore del Bauhaus (ne spostò la sede a Berlino) prima di fuggire in
America per scampare al regime nazista. È considerato uno dei quattro padri del
Modernismo insieme a Gropius, Le Corbusier e Wright.
Il Padiglione di Barcellona (EXPO 1929):
Rappresenta il manifesto del Razionalismo. Fu voluto dalla Repubblica di Weimar per
dimostrare la nuova politica democratica e pacifica della Germania. È caratterizzato da
volumi semplici e puri, linee dritte e dall'eliminazione di ogni decorazione.
Presenta una pianta libera, ovvero lo spazio interno non è vincolato da muri fissi o suddiviso
in stanze chiuse, ma è composto da linee dritte e rettangoli che si intersecano. L'unica
copertura è una lastra in cemento armato retta da 8 pilastri cruciformi cromati e resi lucidi a
specchio. Per le pareti vengono usati materiali pregiati come marmo verde, marmo nero,
vetro e acciaio. Il padiglione venne demolito alla fine dell'esposizione, ma negli anni Ottanta
è stato ricostruito fedelmente nello stesso identico posto usando le stesse cave di pietra.
La Poltrona Barcellona:
Mies van der Rohe la progetta appositamente in sole due copie per la visita del Re e della
Regina di Spagna al padiglione. Ha una struttura in ferro a forma di X (una linea fa da
schienale e gamba anteriore, l'altra fa da seduta e gamba posteriore), cinghie di cuoio e un
cuscino in pelle bianca. Tutta la sedia è geometricamente inscrivibile in un cubo di 75
centimetri di lato. La sua linea è così essenziale che non è mai passata di moda ed è in
produzione ancora oggi.
Le Corbusier e il Design
Oltre che un grande architetto, Le Corbusier è un designer fondamentale. Crea la Chaise
Longue, una sorta di sdraio pensata per garantire la perfetta postura della colonna
vertebrale, realizzata con tubi d'acciaio cromato e un cuscino (oggi usatissima negli studi
degli psicologi). Progetta anche la poltrona Grand Comfort, una seduta cubica formata da un
telaio esterno in tubolari d'acciaio che sorregge 5 cuscini indipendenti (2 per la seduta, 2 per
i braccioli e uno per lo schienale).
La città di Chandigarh
Nel dopoguerra, a seguito della spartizione dei territori tra India e Pakistan, lo stato indiano
perde la sua vecchia capitale. Il governatore chiede a Le Corbusier di progettare da zero
una nuova capitale per mezzo milione di abitanti.
L'architetto concepisce la città divisa in micro-quartieri basati su maglie ortogonali
(riprendendo l'impostazione delle antiche città greche e romane). Ogni abitazione è dotata di
un orto personale. Il progetto è all'avanguardia di cinquant'anni rispetto all'epoca: prevede la
canalizzazione dei fiumi indiani per sfruttare il ciclo della pioggia e portare acqua pulita alla
città, integrando enormi spazi di verde pubblico. Il simbolo della città è la Mano Aperta, una
struttura che rappresenta la generosità e l'aiuto reciproco.
ARCHITETTURA FASCISTA: IL PALAZZO DELLA CIVILTA ITALIANA
Contesto storico
Si trova nel quartiere EUR (Esposizione Universale Romana) a Roma, un'area elegante
progettata negli anni Trenta sotto la direzione dell'architetto Marcello Piacentini. Mussolini
candidò Roma per ospitare l'EXPO del 1942 per celebrare i vent'anni della marcia su Roma
e mostrare la grandezza del regime. A causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale
l'esposizione non si tenne, e i lavori nel quartiere vennero ultimati solo nel dopoguerra. Il
palazzo doveva ospitare una mostra sulla storia di Roma da Augusto fino al Fascismo.
Architettura e simbologia
Il palazzo, progettato da tre architetti sotto la direzione di Piacentini, è soprannominato
Colosseo Quadrato. La struttura interna è in cemento armato, ma è interamente rivestita di
travertino, la pietra classica di Roma, come omaggio ai monumenti dell'antichità.
Mussolini volle inserire una precisa simbologia numerica legata al suo nome: l'edificio
presenta infatti 6 arcate in verticale (pari al numero di lettere della parola BENITO) e 9
arcate in orizzontale (pari al numero di lettere della parola MUSSOLINI). In totale ci sono
216 arcate (54 per ognuna delle quattro facciate).
Dettagli e iscrizioni
L'edificio sorge su una gradonata monumentale. Al pian terreno sono collocate delle sculture
allegoriche che rappresentano i mestieri, le virtù e la gloria del popolo italiano, oltre alle
grandi statue dei due Dioscuri a cavallo (Castore e Polluce). Sull'attico di tutte e quattro le
facciate è incisa una celebre frase tratta da un discorso di Mussolini per riassumere
l'ideologia fascista.
LA METAFISICA: GIORGIO DE CHIRICO
La corrente artistica
La Metafisica nasce ufficialmente nel 1917 a Ferrara dall'incontro tra Giorgio de Chirico e
Carlo Carrà. Entrambi si trovavano ricoverati in un ospedale psichiatrico militare: Carrà era
reduce dalle dolorose esperienze del fronte, mentre De Chirico vi lavorava negli uffici a
causa di problemi di salute. La corrente ha come principale ispirazione filosofica il pensiero
di Nietzsche e Schopenhauer. Metafisica significa letteralmente oltre la fisica: l'obiettivo è
andare al di là delle apparenze reali per generare nell'osservatore un forte senso di mistero
e disorientamento.
Caratteristiche visive
Le opere metafisiche presentano piazze italiane totalmente deserte, prospettive volutamente
distorte o con molteplici punti di vista, campiture di colore piatte e nette delimitate da linee
scure, ombre molto lunghe che evocano il tardo pomeriggio e la totale assenza di esseri
umani, sostituiti da manichini. De Chirico si concentra sulle ambientazioni esterne, mentre
Carrà predilige gli interni.
L'enigma dell'ora (1911)
Dipinto da De Chirico durante il suo soggiorno a Parigi, ma ambientato in una tipica piazza
italiana. L'architettura richiama il corridoio vasariano e lo spedale degli innocenti di Firenze,
ma ricorda anche la piazza di una stazione di Torino.
La piazza è deserta e le presenze umane sono piccolissime, sporadiche e poste di spalle:
un uomo vestito di bianco, una figura nascosta nell'ombra del porticato e una terza figura
parziale sul loggiato superiore. La prospettiva è volutamente scorretta, poiché le arcate
presentano due punti di vista differenti (dall'alto e dal basso).
Il fulcro dell'opera è il grande orologio che segna le ore 14:55. Questo crea l'enigma: le
ombre lunghissime indicano il tardo pomeriggio, ma l'orologio segna l'inizio del pomeriggio.
L'osservatore si chiede se il tempo si sia fermato o se l'orologio sia rotto, generando la tipica
atmosfera di sospensione temporale metafisica.
FRIDA KAHLO: REALISMO E SOFFERENZA
L'identità artistica
Sebbene la critica e teorici come André Breton l'abbiano spesso inserita nel movimento
surrealista per via dei suoi accostamenti fantastici e insoliti, la pittrice messicana rifiutava
fermamente questa etichetta. Affermava di non dipingere i propri sogni, ma la propria cruda
realtà, definendosi una pittrice realista.
La biografia e il dolore
La sua vita fu interamente segnata dalla sofferenza fisica. A sei anni le fu diagnosticata la
spina bifida (inizialmente scambiata per polio), che le causò una malformazione alla gamba
destra. A 18 anni subì un gravissimo incidente stradale: l'autobus della scuola fu travolto da
un camion e un tubo del corrimano le perforò il bacino, l'utero e la colonna vertebrale.
Subì più di 30 interventi chirurgici e trascorse gran parte della vita allettata o bloccata in
busti ortopedici di metallo e stoffa estremamente dolorosi. Iniziò a dipingere proprio durante
la degenza a letto grazie a un cavalletto speciale e a uno specchio montato sul soffitto
regalati dai genitori. Il suo stile unisce elementi della tradizione folkloristica messicana a un
realismo crudo. La sua vita fu segnata anche dal tormentato legame d'amore e dai
tradimenti del marito, il pittore Diego Rivera.
La colonna spezzata (1944)
È un celebre autoritratto in cui l'artista si raffigura nuda dal pube in su, parzialmente coperta
sui fianchi da un drappo bianco che richiama il sudario di Cristo, presentandosi come una
martire. Il corpo mostra chiaramente il busto ortopedico dell'epoca fatto di cinghie metalliche
e tessuto.
Al posto della colonna vertebrale è dipinta una colonna ionica classica con il capitello, che
appare visibilmente spezzata e incrinata in più punti a causa delle operazioni subite. Il corpo
è interamente trafitto da numerosi chiodi, un chiaro riferimento iconografico al martirio di San
Sebastiano, utilizzato dall'artista con una punta di ironia tragica. Il chiodo più grande e
profondo è conficcato in corrispondenza del cuore, a simboleggiare il dolore causato dal
divorzio e dai tradimenti di Diego Rivera. Lo sfondo è un paesaggio desertico, arido e pieno
di crepe, specchio della sua desolazione interiore.
Le due Frida (1939)
Un doppio autoritratto dipinto durante il periodo del divorzio da Diego Rivera. Le due figure
sono sedute su una panca e si tengono per mano. Presentano tratti marcati, come il tipico
monociglio che l'artista tendeva a esasperare nei quadri.
La Frida di sinistra indossa un abito bianco in stile europeo. Ha il cuore visibilmente
spezzato e sanguinante. Nella mano stringe una pinza chirurgica (una pinza emostatica che
stringe ma non taglia del tutto) per bloccare un'arteria che esce dal cuore, ma il sangue
continua a gocciolare sull'abito bianco. Questo simboleggia lo status di donna ferita, che vive
una morte lenta e dolorosa goccia dopo goccia, sia per la salute che per la fine del
matrimonio.
La Frida di destra indossa un abito tradizionale folkloristico messicano (legato alle sue
origini). Ha un cuore integro e sano. L'arteria che parte dal suo cuore si collega a un piccolo
medaglione che stringe tra le mani, contenente il ritratto di Diego Rivera da bambino.
Rappresenta la Frida amata e ancora profondamente innamorata del marito. Lo sfondo è
caratterizzato da un cielo tempestoso carico di nuvole grigie.
Viva la vida (1954)
È l'ultimo quadro dipinto dall'artista, realizzato circa una settimana prima di morire.
Consapevole della fine imminente, Frida Kahlo dipinge una natura morta con diverse fette di
anguria (cocomeri). Sulla polpa della fetta centrale incide la scritta Viva la vida. Nonostante
l'agonia e le sofferenze, l'opera costituisce un profondo inno alla vita e un invito a vivere ogni
istante. Questo dipinto e la figura di Frida hanno ispirato il titolo e i testi del celebre album
dei Coldplay.
LA STREET ART E KEITH HARING
Le origini della Street Art
La Street Art (arte di strada) nasce tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni
Settanta negli Stati Uniti, in particolare a New York e Philadelphia. Inizialmente si sviluppa
come fenomeno illegale nei quartieri più poveri, periferici e degradati, segnati da
delinquenza e tensioni sociali. I giovani (soprattutto afroamericani e portoricani legati alla
cultura rap e breakdance) utilizzavano bombolette spray per lasciare scritte o simboli sui
muri delle case abbandonate come forma di ribellione contro le ingiustizie sociali.
Con il passare degli anni, alcuni di questi giovani vengono riconosciuti come veri e propri
artisti. La Street Art si distingue dal semplice writing (fatto solo di scritte e tag) per l'uso di
immagini e figure stilizzate, ottenendo nel tempo concessioni legali da parte dei comuni per
dipingere in metropolitane, autobus o gallerie d'arte.
Keith Haring
È stato uno dei massimi esponenti della Street Art a livello mondiale. Il suo stile è celebre
per l'uso di figure umane bidimensionali, dinamiche e stilizzate (i cosiddetti omini),
contornate da spesse linee nere. Nel 1986 scopre di aver contratto l'AIDS e muore nel 1990
a soli 31 anni. Nel 1986 apre a New York il Pop Shop, un negozio di gadget e souvenir dove
le sue opere vengono impresse su oggetti d'uso quotidiano, applicando la filosofia di rendere
l'arte accessibile a tutti e non solo ai ricchi collezionisti.
Crack is Wack (1986)
Un celebre murales realizzato illegalmente da Haring a New York sulla parete di un campo
da pallamano. L'artista venne arrestato dalla polizia la notte stessa del completamento, ma
fu subito rilasciato con una sanzione minima di 100 dollari grazie alla mobilitazione degli
abitanti e delle televisioni locali. L'opera è un potente manifesto di sensibilizzazione contro la
diffusione del crack, una droga pesante che stava devastando i quartieri poveri, arricchendo
i trafficanti a scapito dei consumatori.
Tuttomondo (Pisa, 1989)
È l'ultima opera pubblica realizzata da Keith Haring prima della sua morte ed è considerata
la sua opera più importante. Si differenzia da tutti i suoi lavori precedenti (come le
decorazioni per il negozio di Fiorucci a Milano, destinate a durare pochi mesi) perché è
l'unica monumentale pensata fin dall'inizio per essere stabile e permanente.
Come nasce l'opera:
Nel 1988, uno studente universitario toscano incontra Haring a New York e gli propone di
realizzare un'opera in Italia. Dopo una fitta corrispondenza, l'artista organizza il viaggio.
Inizialmente l'opera doveva sorgere a Firenze, ma il comune offriva solo spazi periferici. Il
comune di Pisa concede invece una parete centrale: il grande muro esterno del convento di
Sant'Antonio.
Caratteristiche tecniche e simboli:
Il murales copre un'area imponente di 180 metri quadrati (18 metri di altezza per 10 metri di
lunghezza). Haring non utilizza le bombolette spray, ma colori acrilici applicati a pennello,
scegliendo tonalità più spente e desaturate per armonizzare l'opera con i colori dei palazzi
storici circostanti. Nei restauri successivi promossi dalla Fondazione Haring, i colori sono
stati protetti con vernici speciali resistenti alle intemperie.
L'opera contiene 30 figure dinamiche che si incastrano perfettamente tra loro come un
puzzle, celebrando i temi della pace, dell'uguaglianza e dell'armonia universale.
Tra i personaggi principali si riconoscono:
Un omino con un televisore al posto della testa, che rappresenta lo sviluppo tecnologico.
Una figura femminile con un neonato in braccio, simbolo della maternità.
Una grande forbice formata dall'unione di due omini (uno dei quali fa il segno del cuore) che
taglia a metà un serpente, simbolo del bene che trionfa sul male.
Un omino giallo che cammina sul bordo inferiore dell'opera, inserito dall'artista per
rappresentare i turisti distratti che camminavano verso la Torre di Pisa e venivano catturati
visivamente dal murales.
La firma K.H. 89 nell'angolo in basso a destra.
Haring amò profondamente l'Italia e l'accoglienza ricevuta a Pisa. In un'intervista dichiarò
che, se il paradiso fosse stato così, avrebbe preferito morire lì. Sapeva che in America lo
reclamavano per motivi commerciali (poiché le opere di un artista malato terminale
aumentano rapidamente di valore), ma l'esperienza italiana rappresentò per lui un momento
di pura e autentica espressione artistica.