KANT
Il tribunale della ragione
Lo studio di Kant attorno ai limiti della conoscenza vuole essere un vero e proprio tribunale della
ragione, dove la ragione processa sé stessa, in modo da vigilare sull'innata tendenza umana a
travalicarne i limiti (il razionalismo, ovvero la tendenza a costruire verità metafisiche per mezzo del
solo pensiero razionale, senza riscontro nella realtà concreta). Il Razionalismo e l’Empirismo,
ovvero grandi correnti filosofiche dell’epoca moderna, in merito alle teorie sulla conoscenza
(gnoseologia), presentano dei limiti: il Razionalismo sfocia nel dogmatismo e l’Empirismo sfocia
nello scetticismo.
Se la ragione umana ha spesso travalicato i limiti dell'esperienza affermando verità indimostrabili,
per Kant è bene vigilare su queste tendenze e dedicarsi invece alla ricerca delle reali possibilità del
conoscibile. La ragione sottopone a giudizio sé stessa in modo da definire le sue capacità di
giudizio attorno alle cose, i suoi limiti, la sua validità e i modi in cui può esprimere giudizi attorno
alla realtà.
CRITICA DELLA RAGION PURA (1781)
Con il termine "critica della ragione pura" Kant intende porre una critica (un giudizio, un'analisi
della validità, dei limiti e delle possibilità) della ragione scremata da qualsiasi elemento empirico
"accidentale", la ragione in sé stessa, per come si struttura.
La cosa in sé
Il nucleo centrale della filosofia di Kant è l'affermazione che la conoscenza umana non può
corrispondere alle cose come sono in se stesse. Il contenuto della conoscenza non permette di
conoscere le cose in modo che corrispondano alla realtà. La coscienza opera sulla realtà un processo
di mediazione e tale mediazione impedisce necessariamente l'accesso alla fonte autentica della
realtà. La mente non ha la qualità di percepire le cose per come sono realmente, poiché i processi
mentali filtrano la realtà attraverso i loro meccanismi. La mente umana è una lente: essa deforma e
legge la realtà attraverso le sue specifiche caratteristiche.
Conoscenza a priori e conoscenza a posteriori
Per Kant la conoscenza universale e necessaria, ovvero la conoscenza che si pone al di sopra delle
opinioni soggettive è la conoscenza a priori. La conoscenza a priori è per Kant la conoscenza
necessaria della realtà.
Se la mente umana e il suo contenuto non possono che venire a contatto con il fenomeno, è anche
vero che la mente umana interpreta la realtà in sé sempre allo stesso modo secondo le sue
caratteristiche. Queste caratteristiche peculiari che rappresentano i modi in cui la realtà in sé viene
interpretata dalla coscienza sono un tipo di conoscenza
a-priori, ovvero un tipo di conoscenza che è vera indipendentemente dal contenuto dell'esperienza.
La conoscenza a-priori è dunque il modo sempre identico secondo il quale la mente interpreta la
realtà (La nostra mente, percepisce sempre allo stesso modo il fluire del tempo e l'estensione dello
spazio, i quali sono intuizioni, o conoscenze, a-priori).
La conoscenza a posteriori, per contro, è quel tipo di conoscenza che può mutare secondo il
mutare dell'esperienza empirica di fatto. Se la conoscenza di un oggetto implica a priori che tale
oggetto possegga una certa forma, la conoscenza a posteriori indica quale è la sua forma concreta.
La conoscenza a posteriori viene quindi dopo l'intuizione a priori dell'oggetto ed è quel tipo di
conoscenza che si fonda sul confronto con le esperienze empiriche passate.
Nella Critica della Ragion Pura Kant si pone alcune domande fondamentali: “com’è possibile la
scienza?”, cioè quali sono le sue condizioni di possibilità? In secondo luogo, “è possibile una
metafisica intesa come scienza?”. Kant procede dunque ad analizzare i fondamenti e i principi del
sapere scientifico partendo dai suoi elementi di base: i giudizi. Kant distingue quindi:
I giudizi analitici a priori. Si dicono analitici i giudizi in cui il predicato è già contenuto nel
soggetto (es. tutti i corpi sono estesi). Per sapere se i corpi sono estesi non occorre infatti uscire dal
concetto stesso di corpo in quanto è in questo concetto (il concetto di corpo) che è implicito il
concetto di estensione. I giudizi analitici sono a priori in quanto nessun fatto empirico può smentirli,
hanno carattere di universalità ma sono privi di novità perché il predicato non aggiunge nulla di
nuovo.
I giudizi sintetici a posteriori. Sono sintetici quei giudizi in cui il predicato non è contenuto nel
soggetto, per cui è necessaria avere una certa esperienza dei fatti per affermare che accadono in quel
certo modo (es. tutti i corpi sono pesanti). Sono a posteriori poiché implicano considerazioni
necessitate di un’esperienza che li possa confermare, sono sintetici in quanto derivano da un
insieme di dati empirici opportunamente raccolti, ma in quanto interamente legati all’esperienza
non possiedono il carattere di universalità e necessità.
I giudizi sintetici a priori. Giudizi perché consistono nell’aggiungere un predicato ad un soggetto;
sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo sul soggetto; a priori perché essendo universali e
necessari non possono derivare dall’esperienza. Essi sono i giudizi fondamentali della scienza (es.
tutto ciò che avviene ha una causa).
La rivoluzione copernicana del pensiero.
Secondo quanto Kant stesso afferma, egli è protagonista di una vera e propria rivoluzione
copernicana del pensiero. L'uomo ha sempre pensato di dover conformare e adattare la sua mente
alla percezione degli oggetti (la mente era passiva, l'oggetto attivo), mentre occorre ribaltare la
questione e pensare che sono gli oggetti, ovvero la percezione che abbiamo di essi e della
materia, a doversi adattare agli schemi aprioristici della mente umana (la mente è attiva,
l'oggetto passivo). L'oggetto diventa il frutto di un'attività mentale, l'uomo non è una "spugna" che
assorbe passivamente il contenuto della realtà. L'uomo e le sue strutture mentali intervengono
attivamente a creare l'immagine degli oggetti. Similmente a Copernico, che suggerì di ribaltare le
teorie della centralità della Terra a favore dell'eliocentrismo, Kant suggerisce di ripensare il
rapporto che sussiste tra mente e realtà esterna alla mente: non sono gli oggetti a produrre un
certo effetto nella mente passiva, ma è la mente attiva a produrre gli oggetti, i quali sono
passivi in relazione a tale produzione mentale che li determina.
Le categorie
L’intelletto unifica ordina, determina, concettualizza le diverse rappresentazioni sotto una
rappresentazione comune, attraverso le categorie: esse sono le forme, schemi concettuali, del
giudizio che la coscienza opera sulla realtà, ovvero le forme in cui il giudizio dell'intelletto sulla
realtà si esplica indipendentemente dal suo contenuto empirico (ovvero, il modo sempre uguale a se
stesso, attraverso il quale la mente determina, ordina e interpreta i fenomeni).
L’IO PENSO rappresenta la funzione logico-formale in virtù della quale la mente unifica e
determina tutte le rappresentazioni fenomeniche attraverso le categorie dell’intelletto. Attraverso la
sua attività sintetizzatrice, l’IO PENSO, tramite le categorie, fonda la possibilità del sapere umano,
assicurando ad esso universalità e necessità. In questo modo è garantita anche l’oggettività del
sapere, in quanto la conoscenza scientifica viene a fondarsi sui principi universali e necessari
dell’intelletto.
La realtà inconoscibile è chiamata da Kant "cosa in sé". Essa risulta pensata dalla mente come
"noumeno", ovvero, "oggetto del pensiero". La cosa in sé è pensata ma non può essere "conosciuta"
dalla mente per come si presenta. Da questo si evince che la realtà che l'uomo percepisce attraverso
la mente è un fenomeno ("ciò che appare") sotto il quale esiste un'ulteriore realtà, chiusa in sé e
alla conoscenza.
Per Kant non si può conoscere la realtà autentica delle cose (la cosa in sé) attraverso la razionalità,
ma si può solamente venire a contatto con il fenomeno sensibile costituito dal mondo.