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STORIA

Il Risorgimento italiano, tra il 1831 e il 1870, rappresenta un periodo cruciale per la nascita della coscienza nazionale e dello Stato unitario, caratterizzato da tre correnti politiche principali: il mazzinianesimo, il liberalismo moderato e il liberalismo radicale. Nonostante le divergenze ideologiche, queste correnti collaborarono per superare le sfide dell'epoca, culminando nell'unificazione sotto la monarchia dei Savoia, sebbene con compromessi che limitarono le aspirazioni democratiche. La figura di Cavour e le tensioni politiche ed economiche dell'epoca segnarono profondamente il processo di unificazione, che si concluse con la proclamazione di Roma come capitale d'Italia.

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STORIA

Il Risorgimento italiano, tra il 1831 e il 1870, rappresenta un periodo cruciale per la nascita della coscienza nazionale e dello Stato unitario, caratterizzato da tre correnti politiche principali: il mazzinianesimo, il liberalismo moderato e il liberalismo radicale. Nonostante le divergenze ideologiche, queste correnti collaborarono per superare le sfide dell'epoca, culminando nell'unificazione sotto la monarchia dei Savoia, sebbene con compromessi che limitarono le aspirazioni democratiche. La figura di Cavour e le tensioni politiche ed economiche dell'epoca segnarono profondamente il processo di unificazione, che si concluse con la proclamazione di Roma come capitale d'Italia.

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IL RISORGIMENTO ITALIANO

1.

Il quindicennio compreso tra il 1831 e l'ascesa al soglio pontificio di Pio IX nel 1846 rappresenta un
momento cruciale per lo sviluppo della coscienza nazionale italiana. In questo periodo storico si delineano
le tre principali correnti politiche che guideranno il Risorgimento: il mazzinianesimo, il liberalismo
moderato e il liberalismo radicale. Queste correnti, pur differenti per visione e obiettivi, contribuirono in
modo decisivo alla nascita dello Stato unitario italiano.

In quegli anni, i governi degli stati preunitari restavano ancorati al sistema dell’Ancien Régime,
caratterizzato da un assolutismo monarchico che escludeva ogni forma di controllo democratico o
partecipazione popolare. Contro questa struttura politica arcaica, Giuseppe Mazzini portò avanti un
programma radicalmente innovativo basato su due principi fondamentali: la repubblica democratica e
l’iniziativa popolare. Mazzini criticava fortemente il settarismo politico e il particolarismo regionale,
chiedendo agli italiani di abbracciare una nuova moralità collettiva, fondata su una fede vissuta
intensamente, che avrebbe potuto ispirare i sacrifici necessari al riscatto nazionale. Sebbene i moti
organizzati da Mazzini fallissero nel raggiungere i loro obiettivi immediati, il loro merito fu quello di
scuotere l'opinione pubblica e sensibilizzarla alle questioni nazionali, ponendo le basi per una
consapevolezza politica più ampia.

In contrapposizione al mazzinianesimo si sviluppò il liberalismo moderato, rappresentato soprattutto da


Vincenzo Gioberti, attorno al quale si raccolsero gli ambienti cattolici favorevoli a un rinnovamento.
Gioberti sosteneva la necessità di una riforma moderata, guidata dai sovrani italiani, che avrebbe riportato
il papato al centro della funzione civilizzatrice. Propose la creazione di una confederazione di stati italiani,
ognuno sotto il proprio sovrano legittimo, ma con una guida unitaria esercitata dal pontefice. Questo
progetto si rifaceva alla cultura romantica, che valorizzava la tradizione e la spiritualità come fondamento
per l’organizzazione politica.

A differenza sia del mazzinianesimo che del liberalismo moderato, il liberalismo radicale affondava le sue
radici nella cultura illuministica settecentesca e aveva tra i suoi principali esponenti Giuseppe Ferrari e
Carlo Cattaneo. Essi criticarono aspramente il misticismo di Mazzini, giudicandolo inadeguato per garantire
un'evoluzione democratica dello Stato italiano. Sia i radicali che i moderati condividevano l’idea di riforme e
federalismo, ma divergevano nelle finalità: i moderati vedevano nel riformismo un punto di arrivo e nel
federalismo una forma di conservazione delle sovranità esistenti, mentre i radicali consideravano le riforme
uno strumento per una rivoluzione graduale e il federalismo un mezzo per creare una nuova sovranità
popolare. Ferrari e Cattaneo immaginavano un’Italia unita attraverso una federazione di repubbliche, da
raggiungere con una rivolta popolare e, possibilmente, con il sostegno francese.

Le differenze tra le tre correnti non impedirono una loro collaborazione, spesso non voluta ma necessaria.
Mentre i moderati erano prevalentemente cattolici e vedevano nel Risorgimento un riscatto nazionale, i
radicali, laici e positivisti, ambivano a una trasformazione totale della società, sia politica che culturale.
Nonostante i contrasti, queste correnti rispecchiavano le diverse esigenze della società italiana del tempo e
contribuirono, ciascuna a suo modo, al processo di unificazione.

La nascita dello Stato italiano fu quindi il risultato di un complesso intreccio tra le iniziative del partito
dell’ordine (conservatori e moderati) e quelle del partito d’azione (democratici e radicali). Questo
confronto-scontro tra le due anime del Risorgimento, pur caratterizzato da divergenze ideologiche
profonde, dimostrò che la collaborazione, seppur forzata, era l’unica strada per superare gli ostacoli
dell’epoca e costruire una nuova identità nazionale.
Mazzini, il liberalismo moderato e il liberalismo radicale, pur nella loro profonda diversità ideologica e nei
metodi adottati, condividevano un obiettivo comune: l'unità e l'indipendenza dell'Italia. Questo periodo,
segnato dalle conseguenze della rivoluzione del 1848, rappresenta un momento cruciale per il
consolidamento del processo di unificazione nazionale. Tuttavia, gli esiti del 1848 evidenziarono
significative differenze tra le diverse aree d’Europa: mentre nell'Europa occidentale si affermava la grande
borghesia, nell'Europa orientale si assistette a una violenta reazione assolutistica. Tra gli stati italiani, solo il
Regno di Sardegna mantenne un ordinamento costituzionale, introdotto da Carlo Alberto, distinguendosi
come uno stato guida per il movimento risorgimentale.

In questo contesto, la figura di Camillo Benso di Cavour emerge come centrale. Grazie alla sua visione
politica e alla capacità di agire sia sul piano interno che su quello internazionale, Cavour trasformò il
Piemonte in un modello di modernità ed efficienza, inserendolo nel sistema politico-diplomatico europeo.
Tra le sue strategie principali, vi fu il coinvolgimento di Napoleone III nel piano politico piemontese, che
avrebbe portato all’espansione del Regno di Sardegna nella valle Padana.

Gli eventi promossi da Cavour, insieme alla ripresa dell’azione mazziniana, culminarono nella guerra del
1859, che segnò l'annessione della Lombardia al Piemonte, e nella spedizione dei Mille, guidata da
Garibaldi, che portò alla sostanziale unificazione del Regno d’Italia. Tuttavia, il processo di unificazione non
fu privo di compromessi. Gli obiettivi democratici di Mazzini, che auspicava una repubblica, furono solo
parzialmente raggiunti. Infatti, la forma istituzionale che prevalse fu quella monarchica, sotto la guida di
Casa Savoia, sancendo la sconfitta delle aspirazioni repubblicane delle forze democratiche.

Le conseguenze del biennio 1848-1849, inoltre, segnarono il predominio della grande borghesia nell’Europa
occidentale. Pur fedele agli ideali liberali e costituzionali, questa classe non era disposta a soddisfare le
richieste delle classi popolari, né a cedere alle rivendicazioni socialiste che iniziavano a circolare in Europa.
La grande borghesia occidentale assunse così il controllo dello Stato, identificandosi con esso e creando le
basi per un nazionalismo egoistico e prevaricatore, in netto contrasto con il nazionalismo idealistico della
prima metà dell’Ottocento.

Nella prima metà del secolo, il termine nazionalismo era associato a un’idea positiva: ogni popolo era visto
come un’unità autonoma e originale, legata da tradizioni, cultura e religione comuni. Questo tipo di
nazionalismo collegava i concetti di libertà e nazione, promuovendo l’idea di una collaborazione fraterna
tra popoli liberi e indipendenti. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, il nazionalismo assunse una
connotazione diversa e più aggressiva: pur continuando a identificare ogni popolo come un’entità
autonoma e originale, l’obiettivo divenne quello di affermare la supremazia di una nazione sulle altre,
favorendo il conflitto e la competizione tra stati.

In questo quadro di trasformazioni sociali, politiche ed economiche, il processo di unificazione italiano


rappresenta uno degli eventi più significativi del periodo successivo al 1848. Grazie all’opera di Cavour, dei
democratici e della grande borghesia, l’Italia iniziò a costruire la propria identità nazionale, pur tra
compromessi e divergenze ideologiche che avrebbero segnato profondamente il suo percorso verso l’unità.

Il Risorgimento italiano, un processo complesso e articolato, maturò nel contesto di un’Europa attraversata
da profondi cambiamenti politici, economici e sociali. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,
l’acuirsi delle tensioni imperialistiche e l’approssimarsi di eventi drammatici come le due guerre mondiali
segnano il quadro generale in cui lo Stato unitario italiano prese forma. L’unificazione italiana, uno degli
eventi più significativi del ventennio successivo al 1848, si realizzò gradualmente tra il 1859 e il 1870. Con la
conquista del Veneto e di Roma, proclamata capitale d’Italia, il processo risorgimentale giunse a
compimento, anche se con molte difficoltà.

Il termine Risorgimento sottolinea la rinascita di un sentimento nazionale che portò alla costruzione di uno
Stato unitario attraverso strumenti diplomatici e militari. Questo termine si distingue dalla parola
rivoluzione, che implica un cambiamento radicale nei rapporti politico-sociali a opera di una classe
emergente in lotta contro le vecchie classi dominanti. L’unificazione italiana si svolse invece attraverso una
progressiva espansione del Regno di Sardegna, guidato dai Savoia, che annesse gradualmente i vari stati
preunitari della penisola.

In Italia, come in Germania, fu fondamentale il ruolo di una dinastia monarchica, unita all’azione
dell’esercito e alla lungimiranza di un grande statista, Camillo Benso di Cavour. Tuttavia, a differenza della
via tedesca, in Italia i democratici e i mazziniani giocarono un ruolo centrale. Sebbene i loro obiettivi
fossero spesso subordinati, essi contribuirono in modo decisivo alla creazione delle condizioni necessarie
per l’unità e l’indipendenza italiane. In questo quadro, il processo di formazione dello Stato nazionale fu il
risultato dello stretto intreccio tra il partito dell’ordine e il partito d’azione.

Il partito dell’ordine, composto da conservatori e moderati, puntava a mantenere una monarchia


costituzionale, mentre il partito d’azione, guidato dai democratici, ambiva alla creazione di una repubblica.
Sebbene in forte contrasto, queste due fazioni furono costrette a collaborare, seppur in modo non voluto,
per raggiungere l’obiettivo comune dell’unificazione. Questo intreccio tra forze politiche diverse fu
essenziale per superare gli ostacoli interni ed esterni al processo risorgimentale.

Dopo il 1848, la penisola italiana visse un periodo di reazione violenta, soprattutto sotto l’influenza
dell’Austria, che estese il proprio controllo su gran parte degli stati italiani. In Lombardia-Veneto, l’Austria
rimise in piedi un’oppressiva macchina politica, promuovendo processi contro i patrioti e adottando misure
economiche che danneggiarono gravemente l’economia lombarda. Queste azioni furono giustificate come
risposta alla ripresa della propaganda mazziniana e alle sue iniziative.

Un episodio particolarmente significativo si verificò nel 1852, quando la polizia austriaca arrestò un gruppo
di patrioti a Mantova. Questi uomini, coinvolti nella raccolta di fondi per un prestito nazionale lanciato da
Mazzini a favore della causa risorgimentale, furono processati e giustiziati presso gli spalti della fortezza di
Belfiore. Questo evento suscitò una forte reazione nell’opinione pubblica italiana, ma il successivo
tentativo di Mazzini di promuovere un’insurrezione a Milano nel febbraio 1853 fallì, poiché non riuscì a
coinvolgere la grande borghesia milanese.

Il fallimento del moto milanese segnò un ulteriore inasprimento della repressione austriaca, con nuove
condanne a morte e all’ergastolo per i patrioti. Questo clima di oppressione contribuì a scavare un solco
sempre più profondo tra l’Italia e l’Austria, rendendo inevitabile il confronto politico e militare. Nel
tentativo di migliorare i rapporti e moderare la situazione, il governo austriaco richiamò Radetzky e inviò in
Italia l’arciduca Massimiliano, un uomo mite e meno rigido. Tuttavia, questa scelta si rivelò tardiva e
incapace di arrestare le spinte risorgimentali, ormai avviate verso una fase decisiva del loro percorso.

In questo contesto di tensioni crescenti, il Risorgimento continuò a svilupparsi come un movimento


complesso, in cui le aspirazioni popolari e democratiche si intrecciarono con le strategie politiche e
diplomatiche del Regno di Sardegna, segnando profondamente la storia italiana ed europea.

Nel periodo successivo al 1848, la reazione politica contro le aspirazioni liberali e costituzionali si diffuse in
gran parte della penisola italiana, manifestandosi in forme diverse a seconda degli stati. Nel Ducato di
Modena, nel Ducato di Parma e nel Granducato di Toscana, la presenza e l'influenza dell'Austria furono
determinanti. A Firenze, la popolazione mostrò disaffezione verso il governo di Leopoldo II, nonostante il
suo atteggiamento generalmente bonario. Questa ostilità derivava dal suo adeguarsi alla presenza di una
legione austriaca stipendiata dal governo granducale, dalla reintroduzione della pena di morte e
dall’autorizzazione a processare patrioti illustri. Inoltre, Leopoldo II abrogò la legislazione leopoldina, che
aveva cercato di limitare i poteri della Chiesa, compromettendo ulteriormente la sua popolarità.
Anche nello Stato Pontificio si assistette a un ritorno ai metodi autoritari e assolutistici sotto Pio IX, che,
pur avendo inizialmente mostrato aperture riformiste, abbandonò ogni velleità liberale. Nonostante le
raccomandazioni di Luigi Napoleone Bonaparte, che dopo la soppressione della Repubblica Romana aveva
sollecitato il pontefice a modernizzare lo Stato, Pio IX si attestò su posizioni conservatrici, alienandosi il
sostegno di molti progressisti.

La repressione raggiunse livelli drammatici nel Regno delle Due Sicilie, dove Ferdinando II avviò una serie
di processi che criminalizzavano qualsiasi atteggiamento liberale o costituzionale. Uomini di grande
spessore intellettuale, come Luigi Settembrini e Carlo Spaventa, furono imprigionati insieme a delinquenti
comuni nelle famigerate galere borboniche. Il regno, pur avendo conosciuto momenti di gloria civile, era
sempre più isolato sia sul piano nazionale che internazionale. La dinastia borbonica si avviava verso un
inevitabile declino, tanto che lo stesso statista britannico William Gladstone definì il regime borbonico
come "la negazione di Dio eretta a sistema di governo".

Unica eccezione a questa ondata di reazione fu il Regno di Sardegna, dove Vittorio Emanuele II, pur
essendo un monarca autoritario, mantenne lo Statuto Albertino, consapevole del fatto che questo avrebbe
attratto i liberali di tutta la penisola. Sotto la guida del primo ministro Massimo d'Azeglio, il governo
sabaudo avviò trattative per la Pace di Milano del 1849. Tuttavia, l’opposizione democratica ostacolò
inizialmente la ratifica della pace, costringendo Vittorio Emanuele II a sciogliere le camere e indire nuove
elezioni. Attraverso il Proclama di Moncalieri, il re invitò l’elettorato a scegliere rappresentanti più docili,
lasciando intendere che, in caso contrario, avrebbe revocato le garanzie costituzionali. Le nuove elezioni
permisero di ratificare la pace con l’Austria, consentendo al ministero d’Azeglio di avviare un’importante
opera di riforma e riorganizzazione dello Stato.

Tra le riforme più significative del governo d’Azeglio vi furono le Leggi Siccardi, che miravano a ridurre i
privilegi della Chiesa cattolica in Piemonte, abolendo il foro ecclesiastico e il diritto d’asilo nei luoghi sacri.
Queste leggi suscitarono accesi dibattiti parlamentari e posero in evidenza la figura di Camillo Benso di
Cavour, all’epoca ministro dell’Agricoltura, delle Finanze e della Marina. Cavour si distinse per la sua visione
liberale e progressista, che si contrapponeva alla rigidità conservatrice di d’Azeglio.

Nel 1852, Cavour raggiunse un accordo con Urbano Rattazzi, esponente moderato della sinistra, dando vita
al connubio Rattazzi-Cavour, un esempio precoce di trasformismo politico. Questo accordo permise la
formazione di una larga maggioranza parlamentare, che avviò un ampio programma di riforme statali.
L’ascesa di Cavour a presidente del Consiglio nel novembre del 1852 segnò l’inizio di una nuova fase
politica per il Regno di Sardegna, in cui il Piemonte si consolidò come modello di modernità e punto di
riferimento per il processo di unificazione italiana.

Nel novembre del 1852, Camillo Benso di Cavour divenne presidente del Consiglio nel Regno di Sardegna,
incarico che avrebbe ricoperto fino al 1859, poco prima dell'Unità d'Italia. Cavour proveniva da una famiglia
nobile che, dopo il 1830, si avvicinò agli ideali e alla cultura della borghesia moderata, riflettendo il graduale
adattamento della nobiltà ai cambiamenti sociali e politici dell'epoca. Fin da giovane, Cavour si distinse per
la sua avversione alla carriera militare, preferendo concentrarsi sulla gestione delle finanze familiari e
sull’attività agricola e commerciale. In questo contesto, approfondì i problemi economici e sociali legati allo
sviluppo capitalistico dell’Europa occidentale, considerato da lui l’apice della civiltà moderna, in particolare
nel modello britannico.

La formazione politica di Cavour fu profondamente influenzata dalla rivoluzione liberale degli anni ’30, che
lo spinse verso il liberalismo moderato. Egli riteneva che il progresso fosse possibile solo attraverso riforme
graduali, rifiutando metodi rivoluzionari che, secondo lui, avrebbero solo rallentato lo sviluppo. La sua
concezione liberale si fondava sulla convinzione che il progresso politico ed economico richiedesse la piena
libertà individuale, capace di far emergere le energie creative degli individui. Questa visione lo portò ad
opporsi alle teorie socialiste emergenti, considerate una minaccia alla libertà individuale e all'iniziativa
economica.

Il suo pragmatismo lo rese particolarmente attento alla necessità di riforme, viste come il mezzo per
prevenire rivoluzioni e garantire stabilità politica. Da fervente sostenitore del liberismo economico, Cavour
credeva che il libero scambio fosse essenziale per inserire i paesi meno sviluppati, come il Regno di
Sardegna, nel circuito del capitalismo internazionale. In qualità di politico, si impegnò in una serie di riforme
e accordi commerciali con nazioni industrializzate come Gran Bretagna, Francia, Belgio e Austria,
contribuendo a rafforzare l'economia piemontese e a porre il Piemonte al centro del processo di
unificazione italiana.

Cavour era però consapevole delle divergenze ideologiche tra il suo approccio moderato e quello dei
democratici, in particolare i mazziniani, che lo consideravano inizialmente un rappresentante della vecchia
aristocrazia. Tuttavia, il suo sostegno alle Leggi Siccardi, volte a ridurre i privilegi ecclesiastici, e la sua
abilità nel promuovere riforme lo resero una figura rispettata sia in Italia che in Europa. Questi
provvedimenti, insieme alla liberalizzazione degli scambi, consolidarono la sua immagine come politico
moderno e progressista.

Sul fronte della politica estera, Cavour mirò a rafforzare il regime liberale e a garantire al Piemonte un
ruolo predominante nella penisola italiana, adottando una linea chiaramente anti-austriaca. Nel 1853, dopo
il fallimento del moto milanese organizzato da Mazzini, il governo austriaco sequestrò i beni di molti
emigrati lombardi rifugiati in Piemonte. Cavour rispose con fermezza, facendo approvare un
provvedimento per risarcire gli emigrati lombardi danneggiati. Questo episodio rappresentò il primo passo
concreto di Cavour verso una politica estera apertamente anti-austriaca, segnale di una strategia a lungo
termine per indebolire l'influenza asburgica e rafforzare il ruolo del Piemonte come guida del Risorgimento.

La decisione di Cavour di far partecipare il Regno di Sardegna alla Guerra di Crimea segna uno dei momenti
più significativi della sua carriera politica e della politica estera piemontese. Nel 1853, lo zar Nicola I di
Russia occupò i principati di Moldavia e Valacchia, territori vassalli dell’Impero Ottomano, provocando
l’intervento di Francia e Inghilterra a fianco della Turchia. Questo conflitto, culminato con l’assedio di
Sebastopoli, vide Francia e Inghilterra subire enormi difficoltà a causa di inefficienze militari e malattie,
tanto da richiedere il supporto di nuovi alleati.

In questo contesto, l’Austria mantenne una posizione neutrale, preoccupata che un eventuale intervento
potesse spingere il Piemonte a riprendere le ostilità in Italia con l’appoggio francese. Cavour colse questa
opportunità per inserire il piccolo Regno di Sardegna nel complesso scenario diplomatico europeo.
Nonostante le critiche della sinistra, che riteneva uno spreco inviare 15.000 uomini in un conflitto
apparentemente lontano dagli interessi del Piemonte, Cavour decise di partecipare alla guerra. La
motivazione era strategica: ottenere un posto al tavolo della pace al termine del conflitto e mettere sotto
accusa l’Austria in un contesto internazionale, portando così la questione italiana all’attenzione delle grandi
potenze.

Il conflitto si concluse con il Trattato di Parigi del 1856, dove Cavour rappresentò il Piemonte come uno dei
vincitori, pur senza aver ottenuto vantaggi territoriali immediati. Tuttavia, l’effetto diplomatico fu enorme:
il Piemonte venne riconosciuto come un attore politico rilevante, e la questione italiana fu ufficialmente
discussa a livello internazionale. Inoltre, il quadro politico europeo uscì profondamente trasformato:
l’Austria si ritrovò isolata, in conflitto con la Russia per aver occupato i principati danubiani, e in tensione
con la Francia, che mirava a indebolire l’influenza austriaca nel Mediterraneo Centrale.

La Russia, da parte sua, perse la preponderanza militare che aveva esercitato fino ad allora, mentre
Napoleone III emerse come il vero arbitro della situazione europea. Pur non ottenendo vantaggi territoriali
immediati, l’Impero Francese consolidò la sua influenza politica, presentandosi come il principale
antagonista dell’Austria. Questo posizionamento aprì le porte alla futura alleanza tra Cavour e Napoleone
III, che avrebbe giocato un ruolo cruciale negli eventi del 1859.

Per Cavour, la partecipazione alla Guerra di Crimea fu un capolavoro di diplomazia. Pur non conseguendo
risultati tangibili sul campo di battaglia, egli riuscì a sfruttare la situazione internazionale per isolare
l’Austria, costruire alleanze e rafforzare il ruolo del Piemonte come guida del processo di unificazione
italiana. Questo successo pose le basi per la futura cooperazione franco-piemontese e per la pianificazione
della Seconda Guerra d’Indipendenza, che avrebbe segnato una tappa fondamentale verso la creazione
dello Stato italiano.

2.

Per comprendere il processo di unificazione italiana, è fondamentale inserirlo nel contesto delle relazioni
internazionali, dove si svilupparono complesse dinamiche tra le grandi potenze europee. Il Regno di
Sardegna, sotto la guida di Cavour, si trovò a navigare con successo nello scacchiere europeo, caratterizzato
dalla contrapposizione tra potenze reazionarie e democratiche e dalla competizione tra Francia e
Inghilterra. Cavour intuì che la questione dell’unificazione italiana non poteva essere risolta esclusivamente
come un affare interno tra le dinastie dei Borbone, dei Savoia e il Papato, ma che doveva essere portata a
un livello di politica estera internazionale. La strategia di Cavour si concentrò sull’allineamento con le
ambizioni di Napoleone III, che mirava a consolidare l’influenza francese sia in Italia sia in Europa,
perseguendo tre obiettivi fondamentali: la cacciata degli austriaci dall’Italia, il rafforzamento politico e
territoriale dello Stato Sabaudo e la sconfitta del movimento democratico mazziniano e della sua
componente repubblicana.

Cavour lavorò per trasportare la questione italiana su un piano internazionale, ma il suo approccio si
scontrava con l’alternativa offerta da Mazzini. Quest’ultimo credeva che fosse giunto il momento per i
patrioti italiani di dimostrare all’Europa la capacità di risolvere la questione nazionale con una soluzione
esclusivamente italiana e repubblicana. Mazzini individuava nel Mezzogiorno il teatro ideale per l’azione,
anche per contrastare eventuali mosse di Napoleone III, che avrebbe potuto favorire l’ascesa di un
successore di Murat sul trono di Napoli. Nel contesto del fermento rivoluzionario del 1856-1857, emerse il
tentativo insurrezionale di Carlo Pisacane, un mazziniano che aveva sviluppato idee socialiste, proponendo
il coinvolgimento delle masse contadine attraverso una radicale riforma agraria che prevedeva la
redistribuzione delle terre.

Pisacane decise di attuare il suo piano, nonostante le perplessità di Mazzini e il rifiuto di Garibaldi di guidare
l’impresa. Sbarcò a Sapri, ma, contrariamente alle sue aspettative, non trovò alcun moto rivoluzionario in
atto. Nel giro di poche settimane, il tentativo fu schiacciato dalle truppe borboniche e dalle popolazioni
locali, aizzate contro i rivoltosi da un clero fanatico. Questo fallimento evidenziò i limiti dell’approccio
mazziniano, basato su insurrezioni isolate e prive di coordinamento con le grandi potenze.

Cavour colse l'importanza di questo episodio e si mosse con grande abilità per consolidare la propria
posizione. Fondò la Società Nazionale, un’organizzazione monarchica unitaria che promuoveva l’idea
dell’unità d’Italia sotto la guida dei Savoia. Il motto della Società, "L’Italia e Vittorio Emanuele", rifletteva
l’obiettivo di unificare il paese sotto una monarchia costituzionale. Parallelamente, Cavour continuò a
tessere una rete diplomatica internazionale, cercando di rassicurare l’Inghilterra, che osservava con
sospetto le sue manovre e le ambizioni di Napoleone III.

Questo complesso intreccio di azioni interne e relazioni internazionali dimostra come l’unificazione italiana
fu il risultato di un sapiente equilibrio tra diplomazia, strategia politica e sfruttamento delle circostanze
internazionali, elementi che Cavour seppe orchestrare con maestria per portare avanti il progetto di
un’Italia unita sotto la guida sabauda.

L'evoluzione della situazione italiana verso la guerra nel 1859 trova le sue radici in un complesso intreccio di
manovre diplomatiche e tensioni internazionali orchestrate principalmente da Cavour e Napoleone III. La
Francia, guidata dall’imperatore, mirava a rafforzare la sua influenza in Italia, ma non poteva apertamente
assumere il ruolo di perturbatore dell’equilibrio europeo. Il Congresso di Parigi del 1856 aveva già
evidenziato un interesse francese verso la questione italiana, ma Napoleone III non voleva rischiare di
compromettere la sua immagine internazionale.

Un episodio cruciale per sbloccare l’apparente stallo fu il fallito attentato di Felice Orsini ai danni di
Napoleone III. Orsini, un repubblicano convinto, sperava di innescare una ripresa rivoluzionaria in Francia e
in Italia attraverso un gesto eclatante. Tuttavia, il fallimento dell’attentato e la successiva condanna a
morte di Orsini generarono una reazione negativa da parte del governo francese, che accusò il Piemonte di
tollerare eccessi repubblicani. Per evitare un deterioramento dei rapporti con la Francia, Cavour dimostrò la
sua abilità diplomatica adottando provvedimenti restrittivi nei confronti dei repubblicani piemontesi e
accusandoli pubblicamente di promuovere il terrorismo politico. Questa mossa, per quanto cinica, era
mirata a rassicurare Napoleone III e a sottolineare la necessità di risolvere la questione italiana attraverso
mezzi diplomatici e militari.

Il punto di svolta fu rappresentato dagli Accordi di Plombières, un incontro segreto tra Cavour e Napoleone
III nel 1858. Gli accordi delineavano un piano per ridisegnare l’assetto politico italiano, prevedendo
l’annessione al Piemonte del Lombardo-Veneto, della Romagna e delle Legazioni pontificie, la creazione di
un Regno dell’Italia Centrale comprendente Toscana, Marche e Umbria, il mantenimento della sovranità
pontificia su Roma e dintorni e l’integrità del Regno delle Due Sicilie. Questo piano rifletteva gli interessi
francesi di mantenere l’Italia sotto la loro influenza piuttosto che emanciparla pienamente, un fatto che
Mazzini denunciò aspramente.

Cavour, pragmatico, vide negli Accordi di Plombières un’opportunità per espandere il dominio sabaudo e
rafforzare il movimento nazionalista. Sebbene non credesse in un’unificazione immediata e completa,
pensava che la creazione di un regno nell’Italia settentrionale, più forte e ricco, avrebbe posto le basi per
un’ulteriore espansione sabauda. Il suo obiettivo era sfruttare la cacciata degli austriaci dall’Italia per aprire
nuove prospettive al movimento unitario.

Nel 1859, Napoleone III iniziò a provocare l’Austria, sottolineando pubblicamente il peggioramento delle
relazioni franco-austriache. Gli Accordi di Plombières prevedevano che l’Austria dovesse attaccare per
prima, rendendo la guerra un atto difensivo per Francia e Piemonte. In linea con questa strategia, il re
Vittorio Emanuele II dichiarò provocatoriamente di non poter restare indifferente al "grido di dolore"
proveniente da tutta Italia. Cavour consolidò la posizione piemontese stipulando un’alleanza militare con la
Francia.

L’Inghilterra, preoccupata per le possibili conseguenze di un conflitto che avrebbe alterato l’equilibrio nel
Mediterraneo centrale, propose una conferenza internazionale per risolvere pacificamente la questione
italiana. Tuttavia, il corso degli eventi era ormai avviato verso uno scontro militare, poiché sia Napoleone III
sia Cavour erano determinati a portare avanti i loro obiettivi. La guerra divenne inevitabile, inserendosi in
un contesto europeo in cui la diplomazia e la forza si intrecciavano in modo inestricabile.

Nel 1859, il conflitto franco-piemontese contro l'Austria si aprì dopo che l'imperatore austriaco, sotto la
pressione dei suoi ambienti militari, inviò un ultimatum al Piemonte, che fu respinto. La guerra vide gli
alleati ottenere vittorie significative a Magenta, San Martino e Solferino. Tuttavia, nonostante il successo
militare, Napoleone III decise improvvisamente di interrompere le operazioni e propose l’armistizio di
Villafranca. Questo accordo prevedeva che l’Austria cedesse la Lombardia alla Francia, che l’avrebbe poi
trasferita al Piemonte. L’armistizio fu una grave delusione per Cavour, che lo considerò una violazione degli
accordi di Plombières e si dimise in segno di protesta, mentre il re Vittorio Emanuele II accettò la decisione
francese senza opporsi.

L’interruzione della guerra da parte di Napoleone III fu influenzata da diverse ragioni. Le forze conservatrici
francesi temevano le implicazioni di una possibile unificazione italiana per il potere del papato e per
l’equilibrio internazionale. Inoltre, Napoleone III era preoccupato che le insurrezioni democratiche
scoppiate a Firenze, Modena, Parma e Bologna, in seguito alla sconfitta austriaca, potessero destabilizzare
ulteriormente la situazione. In queste città, i democratici avevano formato governi provvisori e creato un
esercito comune, ma i loro sforzi fallirono per mancanza di coordinazione e per l’opposizione dei moderati.

Nel novembre 1859, la Conferenza di Zurigo confermò l’intenzione di ripristinare lo status quo nell’Italia
centrale, ma la situazione si sbloccò con il ritorno di Cavour alla guida del governo piemontese. Con grande
abilità diplomatica, Cavour ottenne il consenso della Francia per l’annessione della Toscana, dell’Emilia e
dei Ducati di Modena e Parma al Piemonte, in cambio della cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Nel
marzo 1860, i plebisciti nelle regioni interessate sancirono l’annessione al Piemonte, chiudendo un capitolo
importante del processo di unificazione, ma aprendo nuove questioni riguardanti il Regno delle Due Sicilie e
lo Stato Pontificio.

Il Regno delle Due Sicilie si trovava in una crisi profonda, caratterizzata da immobilismo politico interno e
isolamento internazionale. Nel 1859, Cavour aveva cercato di convincere il sovrano borbonico ad aderire
all’alleanza franco-piemontese, ma senza successo. In Sicilia, il risentimento contro il regime borbonico
cresceva, alimentato da movimenti unitari e spinte autonomiste, nonché dal malcontento delle masse
contadine. Tuttavia, Cavour procedeva con cautela, consapevole della debolezza dei moderati in Sicilia e
dell’opposizione francese a qualsiasi iniziativa verso Roma e il Mezzogiorno.

Con la cessione di Nizza e Savoia, i moderati persero slancio e non riuscirono a trovare una strategia per
proseguire il processo di unificazione. Di fronte all’immobilismo, il Partito d’Azione guidato dai mazziniani e
da altri esponenti democratici iniziò a pianificare una rivoluzione. L’attenzione si spostò sul Regno delle Due
Sicilie, dove il fragile rapporto tra il regime borbonico e la popolazione sembrava prossimo al collasso. I
preparativi per un’insurrezione furono organizzati a Genova sotto lo sguardo del governo piemontese, che
non intervenne né per agevolare né per ostacolare l’iniziativa. Il re Vittorio Emanuele II, pur favorevole
all’impresa di Garibaldi, evitò di esporsi direttamente, lasciando spazio all’azione rivoluzionaria.

La spedizione garibaldina, nonostante le profonde preoccupazioni di Cavour per il rischio che assumesse
connotazioni rivoluzionarie e democratiche, si trasformò rapidamente in un successo inatteso, al punto da
costringere tutte le forze politiche nazionali a confrontarsi con le sue implicazioni sul futuro dello Stato
italiano. Garibaldi, alla guida di un piccolo contingente di volontari male armati e provenienti
principalmente dalla Liguria e dalla Toscana, sbarcò a Marsala e si addentrò in Sicilia, dove instaurò un
governo dittatoriale. La chiave del suo successo fu la capacità di interpretare il diffuso clima rivoluzionario
che attraversava l’isola. La popolazione contadina, vedendo in Garibaldi un potenziale liberatore dai torti
subiti, sostenne la sua avanzata, portandolo a liberare tutta la Sicilia entro la fine di giugno.

Tuttavia, il governo dittatoriale di Garibaldi rivelò il suo carattere lealista e monarchico. Da un lato, abbassò
la pressione fiscale, ma dall'altro si oppose duramente alle rivolte contadine che cercavano di occupare le
terre dei grandi proprietari, dimostrando la volontà di mantenere un ordine sociale favorevole ai moderati.
Il successo garibaldino sollevò due questioni fondamentali: la strada da intraprendere per la liberazione di
Roma e la struttura politica che avrebbe dovuto assumere il nuovo Stato italiano. Mentre il nord della
penisola era dominato da un indirizzo conservatore, i mazziniani spingevano per un’Assemblea Costituente
nazionale che gettasse le basi di una repubblica democratica.
Questo conflitto tra moderati e democratici si fece più evidente quando Cavour e il Piemonte iniziarono a
fare pressione per l'annessione immediata della Sicilia al Regno sabaudo. Cavour, consapevole che
l’iniziativa garibaldina non aveva provocato reazioni ostili da parte della Francia, tentò anche di
promuovere un moto moderato a Napoli, ma senza successo. Nel frattempo, Francesco II di Borbone,
sovrano del Regno delle Due Sicilie, cercò di riguadagnare terreno ripristinando la costituzione del 1848 e
formando un governo con la partecipazione dei moderati, ma questa mossa arrivò troppo tardi. Di fronte a
un quadro ormai compromesso, i moderati meridionali e gran parte della borghesia locale sostennero
l'annessione immediata come unico modo per porre fine alla rivoluzione.

Mentre Garibaldi sbarcava in Calabria e avanzava verso Napoli, accolto trionfalmente dalla popolazione,
Cavour diede attuazione al suo piano per annettere le Marche e l’Umbria. Le truppe piemontesi sconfissero
l’esercito pontificio e liberarono queste regioni, ottenendo il consenso del Parlamento piemontese per
accettare le annessioni. Vittorio Emanuele II, a capo dell’esercito, entrò nel Mezzogiorno, completando
l’opera di unificazione attraverso un’azione diplomatico-militare.

Nel frattempo, il Sud Italia attraversava una crisi gravissima. Le masse contadine, deluse per la mancata
redistribuzione delle terre, diedero vita a manifestazioni di rivolta anarchica, successivamente etichettate
come brigantaggio. La borghesia meridionale, temendo l’instabilità sociale, si schierò apertamente a favore
dell’annessione al Piemonte per porre fine alle rivolte. Con il crollo delle forze democratiche e
l’indebolimento del movimento mazziniano, si tennero plebisciti che sancirono l’annessione delle regioni
meridionali, delle Marche e dell’Umbria al Regno sabaudo.

Il nuovo Stato italiano nacque così attraverso un processo diplomatico e militare, segnato dall’alleanza tra
la borghesia progressista del nord e i latifondisti conservatori del sud. Questo compromesso determinò una
struttura statale ristretta, incapace di includere appieno le istanze delle classi popolari e delle masse
contadine. L’unificazione si realizzò formalmente, ma rimase profondamente condizionata da
disuguaglianze sociali e politiche tra le diverse regioni.

3.

L’Unità d’Italia si realizza attraverso un processo di natura conservatrice, sostenuto da una tacita alleanza
tra la borghesia progressista del nord e i latifondisti arretrati del sud. Questi ultimi, di fronte al successo
della spedizione garibaldina e alle spinte rivoluzionarie, scelsero di appoggiare l’annessione al Regno di
Sardegna. Tuttavia, questa adesione non comportò alcuna modifica alle strutture economiche e sociali
arcaiche del Mezzogiorno. Le masse popolari del sud, composte da contadini poveri e analfabeti, braccianti
dell’Italia centrale e operai delle poche manifatture del nord, furono escluse dai benefici dell’unità
nazionale. Questi ceti si trovarono invece a sopportare il peso del nuovo Stato attraverso una pressione
fiscale opprimente e l’introduzione della leva obbligatoria, che sottraeva forza lavoro ai campi, aggravando
ulteriormente la loro condizione economica.

La base popolare fu completamente esclusa dalla partecipazione alla vita politica e istituzionale del nuovo
Stato, sperimentandolo solo attraverso le sue manifestazioni più dure, come la riscossione delle tasse e
l’obbligo militare. Anche a livello internazionale, l’Italia unificata non fu immediatamente accolta con
entusiasmo: le potenze europee riconobbero lo Stato con esitazione, riflettendo una generale diffidenza
verso la nuova entità statale. Questo atteggiamento era dovuto alla fragilità delle sue strutture economiche
e finanziarie, oltre che alla presunta inefficienza del suo apparato militare. Per molti osservatori, l’Italia
appariva come uno Stato dipendente dalla Francia di Napoleone III, accentuando il discredito
internazionale.
All’interno, il giovane Stato italiano si trovava di fronte a problemi organizzativi di enorme portata. Era
necessario unificare i diversi sistemi legislativi, fiscali, monetari e metrici che caratterizzavano gli stati
preunitari. Ogni regione aveva infatti sviluppato strutture autonome per secoli: mentre alcune, come il
Piemonte e la Lombardia, disponevano di amministrazioni efficienti e di un sistema fiscale funzionale, altre,
come lo Stato Pontificio, soffrivano di corruzione e arretratezza economica. Cavour, consapevole di queste
disparità, aveva immaginato una struttura statale decentrata, che garantisse autonomia alle diverse realtà
locali. Tuttavia, con la sua morte nel 1861, questa visione fu abbandonata. I suoi successori optarono per
un’organizzazione centralizzata, estendendo a tutta la penisola gli ordinamenti piemontesi. Questo
comportò l’imposizione di un sistema fiscale che colpiva duramente i consumi popolari e l’introduzione del
servizio militare obbligatorio.

La classe dirigente post-unitaria perseguì l’obiettivo prioritario di rafforzare l’unità nazionale appena
conquistata. Attraverso una rigida centralizzazione amministrativa, affidata ai prefetti di nomina regia, lo
Stato si garantì un controllo capillare del territorio. Tuttavia, la base elettorale rimase estremamente
ristretta: solo il 2% della popolazione adulta maschile, circa 400.000 persone, aveva diritto al voto. Il primo
Parlamento italiano, riunitosi a Torino, era caratterizzato dalla divisione tra destra e sinistra storica, ma
queste fazioni non rappresentavano partiti organizzati nel senso moderno del termine. Entrambe erano
espressione del ceto benestante e non riflettevano interessi di classi sociali diverse. Spesso, le alleanze
parlamentari si formavano sulla base di interessi personali o opportunismi, dando luogo al fenomeno del
trasformismo, che favoriva un sistema politico instabile e privo di una chiara contrapposizione ideologica.
La distinzione tra destra e sinistra era più formale che sostanziale, basata più su differenze culturali e
personali dei deputati che su una vera contrapposizione politica.

Quali sono le caratteristiche di destra e sinistra?

Dopo l’Unità d’Italia, il Parlamento si configurò con una divisione tra destra e sinistra, sebbene non
esistessero ancora partiti politici organizzati come li intendiamo oggi. La destra storica era costituita
principalmente da liberali moderati e conservatori, sostenitori della politica di progresso avviata da Cavour.
Essi si affidavano al gioco parlamentare per mantenere l’ordine e consolidare lo Stato, mostrando una
lealtà incondizionata alla casa Savoia. All’interno della destra, vi era anche un’estrema destra composta da
reazionari che, chiusi nei loro pregiudizi antidemocratici, risultavano incapaci di esercitare un’opposizione
concreta e costruttiva.

La sinistra storica, invece, si articolava in diverse correnti. La sinistra costituzionale, rappresentata da figure
come Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, accettava la monarchia sabauda e si inseriva nel gioco
parlamentare tradizionale. Rinunciando alla pregiudiziale repubblicana, la sinistra costituzionale dava
priorità alla realizzazione dell’unità completa del Paese, che includeva ancora l’annessione di Roma e del
Veneto. Questa sinistra, pur con obiettivi diversi, si posizionava in continuità con il liberalismo moderato e
si concentrava su riforme che potevano rafforzare lo Stato.

Dopo la morte di Cavour, il governo fu affidato a Bettino Ricasoli, esponente della destra moderata, che
perseguì l’unità del Paese con determinazione. Ricasoli cercò di organizzare il nuovo Stato italiano secondo
un modello centralizzato. Il Paese fu diviso in province, amministrate da prefetti di nomina regia, mentre i
comuni erano governati da consigli elettivi, ma i sindaci erano anch’essi nominati dal re. Per consolidare
l’unità nazionale, si decise di estendere a tutta la penisola le leggi e gli ordinamenti piemontesi, compreso
lo Statuto Albertino. Sebbene questo statuto potesse essere interpretato sia in senso liberale che
autoritario, molti italiani percepirono l’imposizione delle norme piemontesi come una prevaricazione,
spesso definita "piemontesizzazione". Questa percezione portò alcuni a descrivere l’Unità d’Italia come
"l’ultima invasione barbarica".

Questa centralizzazione, insieme all’introduzione di un sistema fiscale pesante e alla leva obbligatoria,
generò gravi tensioni, soprattutto nel Mezzogiorno. Qui, l’economia arretrata e isolata fu profondamente
colpita dalla nascita di un mercato nazionale che favoriva i prodotti delle industrie capitalistiche del nord e
dell’Europa. L’abolizione delle protezioni doganali borboniche e l’afflusso di beni di consumo stranieri
determinarono il crollo dell’economia locale. Inoltre, le terre demaniali, che avrebbero dovuto essere
distribuite ai contadini, furono vendute ai latifondisti, consolidando il potere economico e politico della
vecchia aristocrazia terriera. Questo provocò il malcontento dei contadini, che esplose in una violenta
guerriglia, nota come brigantaggio, soprattutto tra il 1861 e il 1865.

Il brigantaggio, che coinvolgeva galeotti fuggiti e bande armate di contadini, fu in parte una ribellione
anarcoide contro i galantuomini liberali e il nuovo Stato. Sebbene considerato da alcuni solo un fenomeno
criminale, molti storici lo interpretano come una forma primitiva di lotta sociale, un segnale del profondo
malessere delle masse rurali escluse dai benefici dell’unificazione. Anche chi non partecipò direttamente al
brigantaggio spesso mostrò simpatia verso questa resistenza contadina, che esprimeva il disagio di un Sud
schiacciato dalle politiche fiscali e dalle disuguaglianze sociali perpetuate dal nuovo Stato unitario.

Come affrontò il problema il governo italiano?

Il governo italiano affrontò il problema del brigantaggio percependolo come una grave minaccia per l'unità
appena conseguita, scegliendo di risolverlo prevalentemente con la forza militare. Si inviò nel Sud circa
metà dell’esercito italiano, oltre 150.000 uomini, per sedare la ribellione con una campagna militare che si
trasformò in una guerriglia caratterizzata da episodi di estrema violenza e brutalità da entrambe le parti.
Nel 1865, il fenomeno del brigantaggio fu considerato formalmente sedato, anche se già nel 1863 una
commissione parlamentare d'inchiesta aveva evidenziato che le radici profonde della rivolta non
risiedevano esclusivamente nella criminalità, ma nel profondo stato di miseria e disperazione delle masse
contadine meridionali, schiacciate dall’arroganza dei grandi proprietari terrieri e dalla mancanza di
opportunità.

La repressione militare non fu accompagnata da un'azione risolutiva per affrontare le cause socio-
economiche che alimentavano il brigantaggio. Fu in questo contesto che emerse quella che sarebbe
diventata nota come questione meridionale, un problema complesso legato alle profonde disuguaglianze
economiche, sociali e culturali tra il Nord e il Sud del Paese. Personalità come Sidney Sonnino e Leopoldo
Franchetti analizzarono le cause della crisi meridionale, individuandole nello stato di estrema povertà
materiale e morale delle classi contadine e nella mancanza di un ceto medio capace di fungere da tramite
tra le élite agrarie e le masse popolari.

Secondo il pensiero di Antonio Gramsci, la classe dirigente post-unitaria, attraverso uomini come Sonnino e
Franchetti, mostrò consapevolezza nell’affrontare il problema meridionale considerandolo non come una
questione locale, ma come una problematica nazionale che richiedeva un piano governativo strutturato.
Tale piano prevedeva la creazione di un diffuso ceto medio con una duplice funzione: contenere il potere e
l’arroganza dei grandi agrari e limitare le rivolte delle masse contadine, creando un equilibrio socio-
economico. Tuttavia, Gramsci riteneva che questo progetto, per quanto significativo, non fosse realizzabile
a causa delle condizioni economiche e dei rapporti di forza tra Nord e Sud.

Gramsci identificò due ostacoli principali alla formazione di un ceto medio meridionale:

La pressione fiscale: l'eccessivo carico tributario impediva un'accumulazione primitiva di capitale da parte
delle classi emergenti nel Sud. Questo bloccava la possibilità di creare risorse economiche locali da
reinvestire nello sviluppo dell’area.

La fuga dei capitali: i pochi capitalisti operanti nel Mezzogiorno non reinvestivano i loro profitti sul
territorio, ma li destinavano altrove, principalmente al Nord, dove l'industria era più sviluppata. Questo
drenaggio di risorse rendeva impossibile avviare un ciclo virtuoso di sviluppo economico locale.
In sostanza, la classe dirigente italiana, pur riconoscendo la gravità del problema meridionale, adottò
soluzioni che tendevano più a preservare l’unità e il controllo dello Stato piuttosto che a promuovere una
reale trasformazione socio-economica del Sud. Di conseguenza, il divario tra Nord e Sud rimase un
problema irrisolto, contribuendo a una persistente frattura economica, sociale e culturale all’interno del
Paese.

4.

Tra il 1870 e il 1900, l’Italia affrontò una fase cruciale per il consolidamento dello Stato unitario,
caratterizzata da significativi sviluppi politici ed economici. Dopo l’annessione di Veneto e Roma,
rispettivamente nel 1866 e nel 1870, la destra storica mantenne il potere per alcuni anni in una situazione
estremamente complessa. Da un lato, si dovette affrontare il problema della miseria diffusa, soprattutto
nel Mezzogiorno, e quello della sistemazione del bilancio statale; dall’altro, l’annessione di Roma segnò la
fine del potere temporale del pontefice, creando un profondo attrito con il Vaticano. Il papa Pio IX, rigido
oppositore dello Stato italiano, emanò il Non expedit, proibendo ai cattolici di partecipare alla vita politica,
né come elettori né come eletti, complicando ulteriormente il quadro politico-sociale.

Nonostante le difficoltà, la destra storica conseguì alcuni risultati di rilievo. Riuscì a unificare gran parte
dell’amministrazione pubblica, gettando le basi per la modernizzazione agraria e industriale, e con una
severa politica fiscale triplicò le entrate statali, raggiungendo il pareggio di bilancio. Tuttavia, l’elevata
pressione fiscale, simboleggiata dalla tassa sul macinato, pesava soprattutto sulle masse popolari e
alimentava malcontento, erodendo gradualmente il consenso della destra. A ciò si aggiungeva una
mancanza di un programma politico chiaro e la difficoltà di dialogare con la sinistra, che contribuì alla
progressiva riduzione della maggioranza parlamentare.

Nel 1875, Agostino De Pretis, capo della sinistra, preannunciò il programma del suo schieramento durante
un comizio a Stradella. Le sue proposte, che includevano l’allargamento del diritto di voto, il
decentramento amministrativo, l’istruzione elementare laica e obbligatoria e l’abolizione della tassa sul
macinato, suscitarono ampie speranze. Quando nel marzo 1876 il governo di destra guidato da Minghetti
cadde, il re affidò il governo a De Pretis. Questo evento segnò una svolta, con l’avvento della sinistra al
potere, considerato da molti contemporanei una sorta di rivoluzione parlamentare.

La politica economica della sinistra si differenziò nettamente da quella della destra. Mentre la destra, con
un rigido controllo delle finanze, aveva salvato lo Stato dalla bancarotta, la sinistra inaugurò una politica di
spesa pubblica più ampia, talvolta oltre i limiti del bilancio, per favorire gli interessi dei ceti popolari.
Tuttavia, la mancanza di esperienza e la gestione finanziaria meno rigorosa rispetto alla destra portarono a
risultati controversi. La sinistra abbandonò progressivamente il metodo rivoluzionario dei suoi
predecessori, come Mazzini e Garibaldi, per adattarsi alle dinamiche parlamentari, concentrandosi sul
completamento dell’unità politica e su riforme sociali e amministrative.

L’avvento della sinistra rappresentò, dunque, una cesura con il passato, ma il percorso di modernizzazione
e consolidamento dello Stato unitario rimase complesso e segnato da contraddizioni. Il periodo mise in
evidenza i limiti delle classi dirigenti nell’affrontare le profonde disparità sociali ed economiche del Paese,
soprattutto tra Nord e Sud, e la difficoltà di integrare culture e mentalità eterogenee in un’unica entità
statale.

Tra il 1870 e il 1900, l’Italia affrontò una trasformazione politica ed economica significativa, segnando il
passaggio dalla leadership della destra storica a quella della sinistra storica. Dopo l’annessione di Roma nel
1870, l’unità d’Italia era formalmente completata, ma lo Stato doveva affrontare sfide imponenti. Tra
queste, la necessità di uniformare le diversità culturali, sociali ed economiche delle regioni, risolvere la
diffusa miseria nel Mezzogiorno, stabilizzare il bilancio statale e affrontare il profondo attrito con il
Vaticano, che negava la legittimità dello Stato italiano e proibiva ai cattolici di partecipare alla vita politica
attraverso il Non expedit.

La destra storica conseguì risultati importanti, tra cui il raggiungimento del pareggio di bilancio, ottenuto
però attraverso una politica fiscale estremamente gravosa, simbolizzata dalla controversa tassa sul
macinato, che pesava soprattutto sui ceti popolari. Tuttavia, la destra mancò di un programma politico
adeguato alle necessità di un Paese appena unificato, mostrando difficoltà a dialogare con la sinistra e
progressivamente perdendo consenso. Nel 1876, un voto contrario al governo di Minghetti portò alla
caduta della destra e all’ascesa di Agostino De Pretis e della sinistra storica.

De Pretis inaugurò una nuova stagione politica caratterizzata dal trasformismo, una pratica che mirava a
garantire al governo una vasta maggioranza parlamentare, includendo anche esponenti di schieramenti
opposti. Questo approccio, pur assicurando una certa stabilità politica, fu criticato per aver appiattito la vita
parlamentare e favorito accordi di corridoio, riflettendo la realtà politico-sociale di un Paese in cui solo
l’aristocrazia e l’alta borghesia godevano di pieni diritti politici. La mancanza di una vera opposizione
organizzata, dato lo sgretolamento della destra e la debolezza numerica di socialisti e radicali, rafforzò il
dominio della sinistra.

Durante il governo De Pretis, furono varate importanti riforme. La legge Coppino del 1877 introdusse
l’obbligo scolastico per i bambini, con l’obiettivo di combattere l’analfabetismo, soprattutto nel
Mezzogiorno. Nonostante fosse limitata a due classi obbligatorie, rappresentava un passo importante verso
il progresso civile, anche se fu fortemente osteggiata dai cattolici conservatori per il carattere laico della
scuola. Nel 1882, una riforma elettorale estese il diritto di voto a circa 2 milioni di uomini (dal 2% al 6%
della popolazione adulta maschile), includendo coloro che sapevano leggere e scrivere e avevano compiuto
21 anni. Tuttavia, il requisito della capacità alfabetica e il mancato suffragio universale esclusero gran parte
dei meridionali e delle classi popolari, limitando l’efficacia democratizzante della riforma.

In ambito fiscale, la sinistra abolì la tassa sul macinato, ma mantenne la tassazione indiretta sui beni di
consumo, che continuava a gravare pesantemente sui ceti popolari. Le speranze di un decentramento
amministrativo furono deluse: nonostante i sindaci diventassero elettivi, i prefetti rimasero di nomina regia,
perpetuando un’organizzazione statale fortemente centralizzata.

Nel contesto delle riforme e delle trasformazioni politiche, tra il 1872 e il 1878 si verificò anche un ricambio
generazionale: morirono Vittorio Emanuele II, Mazzini e papa Pio IX, segnando la fine di un’epoca e l’inizio
di una nuova fase per lo Stato italiano. Con l’ascesa al trono di Umberto I, caratterizzato da un
autoritarismo alimentato dalla regina Margherita e da influenti ambienti bellicisti e capitalistici, si consolidò
un orientamento conservatore. La stagione delle riforme inaugurata dalla sinistra storica segnò un
progresso in alcuni ambiti, ma evidenziò anche i limiti strutturali dello Stato unitario nel risolvere le
profonde disuguaglianze sociali e regionali.

L’ascesa della sinistra storica al potere coincide con il decollo industriale italiano, che si sviluppa in parallelo
a una crisi agraria negli anni ’80. Sotto i governi di sinistra, si registra un aumento significativo dei trasporti
ferroviari e marittimi, mentre nascono le prime grandi industrie italiane, come la Pirelli a Milano, la Breda a
Padova, gli altiforni di Terni e l’Edison, fondata sui progressi dell’energia idroelettrica. Questo sviluppo
industriale, concentrato soprattutto nel nord, è sostenuto da una politica di protezionismo che offre
sovvenzioni statali alle industrie nascenti, in particolare a quelle del settore pesante come la siderurgia e la
cantieristica. La scelta protezionista riflette la necessità di difendere l’industria italiana dalla concorrenza
europea, dato il ritardo del capitalismo italiano rispetto ad altri paesi.

Parallelamente, il boom industriale si accompagna a una crisi agraria causata dall’importazione di grano
americano a prezzi bassi, resa possibile dalla riduzione dei costi di trasporto. Questa crisi colpisce
duramente il sud Italia, accentuando le già profonde disparità economiche e sociali tra nord e sud. Per
arginare le conseguenze economiche e mantenere il supporto dei grandi proprietari terrieri, il governo
estende il protezionismo anche all’agricoltura, proteggendo le colture di grano, riso e canapa. Questo
consolidò quello che Gramsci definì il "blocco agrario-industriale", un’alleanza atipica tra la borghesia
industriale del nord e gli agrari conservatori del sud, che contribuì a rafforzare l’emancipazione economica
del nord lasciando il sud fermo alle sue strutture arcaiche.

Le politiche protezionistiche ebbero anche ripercussioni significative in politica estera e interna. Sul piano
estero, portarono a uno scontro con la Francia, culminato in una guerra commerciale-doganale. In politica
interna, legarono la classe politica ai grandi gruppi industriali, consolidando l’interesse per lo sviluppo
dell’industria pesante.

In ambito internazionale, la politica estera italiana della sinistra fu influenzata dalla nascita della repubblica
borghese in Francia e dalla costruzione dell’impero autoritario in Germania. Un evento cruciale fu il
Congresso di Berlino del 1878, che segnò l’inizio della corsa all’Africa. Sebbene l’Italia partecipasse al
congresso, rimase ai margini, adottando una politica delle "mani nette", rinunciando a un coinvolgimento
diretto nelle colonie a causa delle limitate risorse economiche e militari. Questo approccio provocò critiche
da parte dei gruppi irredentisti, che rimproveravano al governo italiano di non aver rivendicato Trento e
Trieste, mentre all’Austria-Ungheria venivano assegnate Bosnia ed Erzegovina, e dai colonialisti, che
condannavano la passività del governo soprattutto dopo il riconoscimento della Tunisia come
possedimento francese. La Tunisia, abitata da una numerosa comunità di italiani, rappresentava un
territorio di particolare interesse per il nazionalismo italiano, rendendo questa politica rinunciataria motivo
di forte tensione e dibattito.

Nel contesto politico italiano della fine del XIX secolo, il governo di Cairoli adottò inizialmente una politica
di prudente disimpegno, nota come politica del "piede di casa". Questa scelta era motivata dalla
consapevolezza che le risorse finanziarie e militari dell’Italia fossero inadeguate a un ruolo attivo sul
palcoscenico internazionale. Inoltre, l’Italia si trovava in una posizione di isolamento diplomatico. Il re
Umberto I, desideroso di superare questa condizione, promosse l’avvicinamento dell’Italia agli imperi
centrali, culminato nel 1882 con la stipula della Triplice Alleanza. Questo trattato, pur gravoso in quanto
obbligava l’Italia a intervenire al fianco di Austria e Germania in caso di attacco alla Francia, rappresentò un
passo importante per uscire dall’isolamento internazionale, ottenendo il riconoscimento ufficiale
dell’esistenza dello stato unitario italiano anche da parte della cattolicissima Austria.

Dopo l’adesione alla Triplice Alleanza, l’Italia abbandonò la politica del disimpegno e avviò timidamente un
processo di espansione coloniale. Il primo passo fu l’acquisto della Baia di Assab sul Mar Rosso da parte di
una società di navigazione, segnando l’inizio dell’interesse italiano verso l’Africa orientale, in particolare
Eritrea ed Etiopia. L’espansione continuò con l’occupazione di Massawa e del suo entroterra, ma gli sforzi
italiani incontrarono una dura resistenza. Un episodio simbolico fu la sconfitta di Dogali nel 1887, quando
500 soldati italiani furono trucidati dalle forze del Negus etiope Giovanni IV. Questo evento, inizialmente un
incidente isolato, fu trasformato in una questione di onore nazionale, alimentando il discorso sulla missione
civilizzatrice dell’Italia in Africa.

La classe dirigente italiana cominciò a vedere nell’espansione coloniale una soluzione alla
sovrappopolazione e alla crescente emigrazione oltreoceano. Tuttavia, l’imperialismo italiano si sviluppò in
ritardo e con risorse limitate rispetto alle altre potenze europee, guadagnandosi la definizione di
"imperialismo degli straccioni" da parte di Lenin. L’industria italiana era debole, priva di materie prime e
capitali, e il bilancio commerciale era in deficit, rendendo difficile competere con gli imperi coloniali già
consolidati.

Nonostante queste difficoltà, l’idea del colonialismo guadagnò consensi, soprattutto nel Mezzogiorno, dove
la dilagante miseria rendeva allettante la prospettiva di una migrazione controllata verso l’Africa.
Inizialmente osteggiata da una parte della sinistra, che la considerava un tradimento dei valori di libertà e
autodeterminazione dei popoli, l’espansione coloniale iniziò a essere vista come un passo necessario per
l’Italia, nel tentativo di emulare le altre grandi potenze e affermare il proprio prestigio internazionale.
Tuttavia, la debolezza strutturale dello stato italiano limitò l’efficacia e la portata di questo tentativo, che
rimase in larga parte un’impresa imitativa più che propulsiva.
ETÀ CRISPINA: 1887-1896
L'età crispina, compresa tra il 1887 e il 1896, prende il nome dallo statista siciliano Francesco Crispi, figura
centrale della politica italiana in quel decennio. Crispi, inizialmente fervente mazziniano e stretto
collaboratore di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, abbandonò progressivamente l’ideale
repubblicano per abbracciare la monarchia, sostenendo che questa avrebbe garantito l’unità nazionale,
mentre la repubblica avrebbe rischiato di dividere il Paese. Questa trasformazione riflette un percorso
comune tra molti democratici risorgimentali, passati da un fervore rivoluzionario a una visione monarchica
e, infine, a un aggressivo nazionalismo.

La storiografia su Crispi è stata per lungo tempo discordante. Fino agli anni '90, si sottolineavano
soprattutto il suo autoritarismo e le sue velleità espansionistiche, attribuendogli tratti protofascisti o proto-
nazionalisti. In seguito, tuttavia, alcuni storici hanno rivalutato la sua figura, riconoscendolo come un uomo
del suo tempo, impegnato a portare l’Italia al livello delle grandi potenze europee. Crispi perseguiva
l’obiettivo di abbandonare la politica del disimpegno, tipica della fase precedente, per allineare il Paese agli
altri stati europei attraverso un ruolo più attivo sulla scena internazionale.

Il Congresso di Berlino del 1878 segnò l'inizio della spartizione coloniale dell'Africa e dell'Asia da parte delle
grandi potenze europee. L’Italia partecipò a questo congresso adottando una politica del disimpegno, scelta
motivata dalle limitate capacità economiche e militari del Paese. Tuttavia, con il superamento
dell’isolamento internazionale grazie all’adesione alla Triplice Alleanza, Crispi inaugurò una politica estera
più ambiziosa, volta a espandere l’influenza italiana oltre i confini nazionali.

I legami di Crispi con l'alta borghesia commerciale siciliana, rappresentata da famiglie influenti come i
Florio, i Rubattino e i Fernando, furono determinanti nel suo orientamento verso una politica di prestigio ed
espansione coloniale. Tuttavia, il passaggio dal liberismo al protezionismo non può essere attribuito
unicamente a Crispi. Questo cambiamento rifletteva una tendenza comune tra i paesi arrivati tardi alla
rivoluzione industriale, i quali adottavano misure protezionistiche per favorire lo sviluppo delle economie
nazionali. Già con De Pretis, il liberismo economico era stato abbandonato in favore di politiche che
proteggevano gli agrari meridionali e incoraggiavano il trasformismo come strumento di governo.

In sintesi, l'età crispina fu caratterizzata dalla volontà di affermare l’Italia come potenza internazionale
attraverso politiche autoritarie, un forte nazionalismo e un’espansione coloniale. Sebbene queste scelte
fossero in parte il risultato di contingenze economiche e geopolitiche, Crispi rimane una figura controversa,
simbolo di un’epoca di trasformazioni e contraddizioni per lo stato italiano.

Durante l'età crispina, la politica italiana si orientò in due direzioni principali: da un lato, un’espansione
coloniale mirata a consolidare il prestigio nazionale e, dall'altro, una riforma dello Stato con un
rafforzamento delle strutture autoritarie e del potere esecutivo. Crispi, con il suo carattere risoluto, volle
allineare l'Italia alle grandi potenze europee e rafforzare l'autorità statale, ma le sue scelte ebbero
conseguenze contrastanti, sia in politica interna che estera.

In politica estera, Crispi cercò di proiettare l’Italia su una scena internazionale più ambiziosa. L’espansione
coloniale fu centrale, con l'occupazione di Asmara e la proclamazione della colonia Eritrea nel 1890, a
seguito dell’eccidio di Dogali. Tuttavia, i rapporti con l’Etiopia si deteriorarono rapidamente. Il Trattato di
Uccialli del 1889, che doveva sancire un protettorato italiano sull’Etiopia, fu frainteso per divergenze
interpretative tra la versione italiana e quella amarica. Menelik II, negus neghesti, continuò a comportarsi
da sovrano indipendente, suscitando tensioni che non poterono essere risolte diplomaticamente. L’Italia
dovette accontentarsi della sola Eritrea, senza riuscire a espandersi ulteriormente nell’Africa orientale,
alimentando una percezione di insuccesso nella missione coloniale.
Sempre sul piano estero, Crispi tentò un avvicinamento al Vaticano, vedendo nella partecipazione dei
cattolici alla vita politica italiana un potenziale argine contro le crescenti tensioni sociali e l'avanzata del
movimento socialista. Tuttavia, questi colloqui non portarono a una riconciliazione, dato che i tempi per
una pacificazione tra Stato e Chiesa non erano ancora maturi.

Sul fronte interno, Crispi adottò un approccio autoritario, rafforzando il potere esecutivo e ampliando le
prerogative della polizia, consolidando così il controllo dello Stato. Egli vedeva nel re una figura carismatica
e centrale, ben al di sopra delle funzioni puramente civili previste dallo Statuto Albertino. Questa visione
coincise con una grave crisi economica che accentuò il malcontento popolare. La denuncia del trattato
commerciale con la Francia portò a una guerra commerciale che colpì duramente l’economia italiana,
riducendo del 40% le esportazioni verso la Francia. Settori come la viticoltura e l’agrumicoltura del Sud,
oltre alla sericoltura settentrionale, furono particolarmente penalizzati. A questa crisi si aggiunse il tracollo
del settore edilizio, innescato da una speculazione sfrenata nei grandi centri urbani come Roma e Napoli.
Quando il boom edilizio si esaurì, molte imprese e istituti di credito coinvolti nella speculazione crollarono,
causando un effetto domino sull’economia nazionale.

L'età crispina, quindi, si caratterizzò per un'ambiziosa politica di espansione e consolidamento dello Stato,
ma anche per scelte economiche che aggravarono le disuguaglianze e i conflitti sociali, lasciando l'Italia in
una situazione complessa e instabile sia a livello interno che internazionale.

Alla crisi bancaria che travolse il sistema economico italiano negli anni del governo crispino, Crispi tentò di
reagire con una politica basata su sovvenzioni e prestiti che, purtroppo, favorirono fenomeni di corruzione
e connivenza tra il mondo politico e quello finanziario. Questo intreccio portò a un deterioramento della
situazione e a un aumento delle critiche nei confronti del suo operato. Nel 1891, Crispi fu costretto a
dimettersi, anche a causa dell’ostilità crescente della destra, irritata per l’inasprimento del carico fiscale, e
della pressione esercitata dall’estrema sinistra, che si era unita in un’alleanza nota come "Patto di Roma".
Questo patto, sostenuto da socialisti, repubblicani e radicali, chiedeva una politica fiscale più equa, un
maggiore controllo parlamentare sul governo e una maggiore attenzione alle necessità della classe operaia.

Dopo le dimissioni di Crispi e un breve governo di Rudinì, Giovanni Giolitti assunse l’incarico di Presidente
del Consiglio. Giolitti, rappresentante della sinistra liberal-costituzionale insieme a Zanardelli, si poneva in
netto contrasto con la linea politica di Crispi. Mentre quest’ultimo interpretava le aspirazioni di una
borghesia interessata a una politica di prestigio e di espansione coloniale, Giolitti rappresentava la
borghesia lombarda e milanese, più interessata al progresso economico e meno incline a sostenere
politiche di militarizzazione o imperialismo. La prima mossa di Giolitti fu porre fine alla disastrosa guerra
commerciale con la Francia, ristabilendo così le condizioni economiche favorevoli ai ceti produttivi coinvolti
nel commercio di esportazione.

In politica interna, Giolitti avviò un cambio di approccio radicale noto come "svolta liberale". Fino ad allora,
i conflitti tra operai e imprenditori venivano trattati come semplici problemi di ordine pubblico e affrontati
con la repressione militare. Giolitti, invece, promosse una politica di neutralità dello Stato nei conflitti
sociali, riconoscendo il diritto dei lavoratori di organizzarsi e scioperare. Questa svolta era motivata dalla
necessità di allargare le basi dello Stato, ancora troppo limitate e dominate da un'élite risorgimentale.
Giolitti vedeva nel movimento operaio e nei cattolici i possibili nuovi interlocutori per una modernizzazione
dello Stato italiano.

Un evento cruciale in questo contesto fu la nascita, nel 1892, del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani,
fondato da Filippo Turati. Questo partito, di ispirazione marxista, rappresentava una novità nel panorama
politico italiano. Era composto da operai e contadini guidati da intellettuali, con l’obiettivo di contrapporsi
al blocco d’ordine costituito dalla borghesia industriale del Nord e dagli agrari conservatori del Sud. Pur
ispirandosi al marxismo, il partito rifiutava le velleità rivoluzionarie e proponeva un cambiamento graduale
attraverso le riforme. L’obiettivo non era instaurare una dittatura del proletariato, come teorizzato da
Lenin, ma trasformare la classe operaia in una forza di governo capace di guidare il Paese.

Giolitti comprese l’importanza di includere queste nuove forze sociali nel sistema politico, per garantire una
stabilità duratura e superare le contraddizioni ereditate dall’epoca risorgimentale. Questa politica segnò
l’inizio di una nuova fase per l’Italia, caratterizzata da un tentativo di mediazione tra le istanze popolari e gli
interessi delle élite.

Dopo lo scandalo della Banca di Roma, che aveva messo in luce la profonda compenetrazione tra sistema
finanziario e mondo politico, Giolitti fu costretto a dimettersi e lasciare l’Italia per evitare
un’incriminazione. Al suo posto tornò al potere Francesco Crispi, accolto con favore dai ceti conservatori,
dagli industriali del Nord legati alle commesse militari e dagli ambienti di corte, che vedevano in lui l’uomo
forte capace di garantire la sicurezza dello Stato borghese e contenere le proteste sociali. Al suo ritorno,
Crispi riprese con determinazione i metodi autoritari che avevano caratterizzato il suo primo governo,
imponendo lo stato d’assedio e ordinando arresti di massa contro gli esponenti dei Fasci Siciliani. Questo
movimento di protesta, sorto tra i contadini e la piccola borghesia del Sud, si era diffuso in seguito alle
difficoltà economiche provocate dalla denuncia del trattato commerciale con la Francia e dal conseguente
crollo delle esportazioni agricole meridionali. L’insurrezione coinvolse anche i braccianti della Romagna e gli
operai della Lombardia, ma fu brutalmente repressa. Crispi sciolse le Camere del Lavoro, mise al bando il
Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, che aveva espresso solidarietà ai lavoratori condannati, e fece
arrestare numerosi dirigenti socialisti.

In politica estera, Crispi si impegnò per rilanciare il prestigio nazionale riprendendo il progetto coloniale.
Nonostante l’opposizione di gran parte della borghesia imprenditoriale del Nord, del movimento operaio e
dei ceti popolari, che consideravano improduttive le spese militari, Crispi era determinato a conquistare
l’Etiopia. La questione del Trattato di Uccialli, denunciato dal sovrano etiope Menelik, fu interpretata da
Crispi come una provocazione, e il governo ordinò al generale Baratieri, comandante delle truppe italiane in
Eritrea, di avanzare nel territorio abissino. Le forze italiane, composte da 15.000 uomini, erano però male
equipaggiate e impreparate, mentre Menelik poteva contare su un esercito di 100.000 uomini, sostenuto
da Francia e Russia. Nel 1896, la battaglia di Adua si concluse con una disfatta umiliante per l’Italia: per la
prima volta un esercito europeo fu sconfitto da truppe indigene, segnando una delle pagine più nere della
storia coloniale italiana. La sconfitta costò cara a Crispi, che fu costretto alle dimissioni e uscì
definitivamente di scena. Dopo la caduta di Crispi, l’Italia abbandonò temporaneamente le sue ambizioni
coloniali, ma ciò non portò a un’evoluzione democratica del sistema politico.

Gli anni successivi al 1896 furono segnati da una forte reazione conservatrice. Le forze che avevano
sostenuto Crispi – agrari del Sud, industriali del Nord e ambienti di corte – continuarono a opporsi al
movimento operaio emergente e alle sue istanze di giustizia sociale. In questo clima, Sidney Sonnino si fece
portavoce della tendenza autoritaria pubblicando nel 1897 l’articolo "Torniamo allo Statuto" sulla rivista
"Nuova Antologia". Sonnino proponeva un ritorno allo spirito originario dello Statuto Albertino del 1848,
chiedendo al re di assumere un ruolo centrale nel governo attraverso un colpo di Stato legalitario. La sua
proposta puntava a liquidare l’impostazione parlamentare voluta da Cavour e a rafforzare un sistema
politico accentrato sul potere esecutivo, con l’obiettivo di arginare le richieste democratiche e preservare
l’ordine costituito. Questo clima reazionario e la sconfitta di Adua riflettono un’Italia ancora incapace di
risolvere le sue contraddizioni interne e di affrontare le sfide di una modernizzazione politica ed economica.

Dopo la caduta di Francesco Crispi, gli anni tra il 1896 e il 1900 furono tra i più difficili e turbolenti nella
storia dell’Italia postunitaria. La gravità della situazione economica e sociale, unita alla crescente tensione
politica, fece emergere una profonda crisi interna. Crispi fu sostituito da Antonio di Rudinì, che inizialmente
cercò di riportare un clima di moderazione, concedendo un’amnistia ai prigionieri politici e ponendo fine
allo stato d’assedio. Tuttavia, il Paese restava afflitto da forti tensioni sociali, soprattutto a causa della
penuria di pane e dell’elevato costo dei beni di prima necessità, conseguenze dirette della competizione
con il grano americano.

Le proteste per il rincaro del pane culminarono nelle "quattro giornate di Milano", una serie di tumulti
durante i quali la folla, formata in gran parte da donne, fu brutalmente repressa dall’esercito che
cannoneggiò i manifestanti. Questo eccidio, che lasciò una ferita profonda nel tessuto sociale italiano,
portò alle dimissioni di di Rudinì. Il nuovo capo del governo, Luigi Pelloux, iniziò il suo mandato con un
atteggiamento di moderazione simile al suo predecessore, ma ben presto il suo governo propose una serie
di provvedimenti che miravano a limitare le libertà fondamentali, tra cui la libertà di stampa, di
associazione e di riunione. Questi disegni di legge, noti come “leggi liberticide”, provocarono una forte
opposizione sia dalla sinistra liberal-costituzionale, rappresentata da Zanardelli e Giolitti, sia dall’estrema
sinistra.

Per contrastare l’approvazione di queste leggi, le opposizioni ricorsero all’ostruzionismo parlamentare,


bloccando a oltranza i lavori della Camera. Pelloux, nel tentativo di superare questa situazione, cercò di
avvalersi dei decreti legge, ma la Corte di Cassazione dichiarò incostituzionali i suoi atti, costringendolo a
sciogliere le Camere. Alle successive elezioni, le forze liberali e l’estrema sinistra, pur senza ottenere la
maggioranza, registrarono un successo significativo, che rese insostenibile la posizione di Pelloux e lo
costrinse alle dimissioni.

Il nuovo governo, guidato da Giuseppe Saracco, ritirò le leggi liberticide e tentò di riportare il Paese verso
una politica di pacificazione nazionale. Tuttavia, l’eco dei gravi fatti di Milano era troppo forte per essere
ignorata, e le tensioni culminarono nell’assassinio di re Umberto I da parte dell’anarchico Gaetano Bresci,
che dichiarò di voler vendicare le vittime dell’eccidio di Milano. L’omicidio del sovrano segnò un momento
drammatico nella storia italiana e rappresentò una netta cesura nei rapporti tra le classi popolari e lo Stato.

Alla morte di Umberto I, salì al trono Vittorio Emanuele III, che riconobbe la necessità di un cambiamento
nei metodi di governo. Nel 1901 affidò l’incarico di formare un nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, con
Giovanni Giolitti come ministro dell’Interno. Giolitti, che sarebbe poi diventato capo del governo nel 1903,
inaugurò una nuova fase della politica italiana nota come “svolta liberale”. Questa nuova direzione politica
si basava su un cambiamento radicale nei metodi di gestione dello Stato, con un maggiore impegno a
garantire la neutralità nei conflitti sociali e a includere le classi popolari nella vita politica e istituzionale del
Paese.
ETÀ GIOLITTIANA

L'età giolittiana è stata oggetto di giudizi contrastanti sia da parte dei contemporanei che della storiografia
successiva. I contemporanei di Giovanni Giolitti hanno spesso espresso giudizi negativi, evidenziando
soprattutto i suoi demeriti. La critica più ricorrente riguardava il suo atteggiamento nei confronti del
trasformismo: Giolitti non solo accettò questa pratica politica senza cercare di modificarla o attenuarla, ma
ne accettò anche gli aspetti più deteriori, come la corruttela del costume politico, senza provare a
riformarlo.

Al contrario, la storiografia successiva tende a dare un giudizio complessivamente più positivo,


riconoscendo in Giolitti uno statista illuminato che cercò di garantire una maggiore prosperità al Paese e di
promuovere una maggiore giustizia sociale. Secondo gli storici, il suo operato di governo mirava a far
progredire l'Italia sia sul piano economico che sociale. Uno dei risultati più significativi del periodo fu
l'introduzione del suffragio universale maschile, che rappresentò una conquista importante per la classe
operaia. Questa misura, insieme ad altre riforme, migliorò le condizioni di vita dei lavoratori e contribuì
all'ampliamento del mercato interno.

Tra le iniziative promosse durante il governo giolittiano, si possono citare la nazionalizzazione delle ferrovie
e altri disegni di legge. Tuttavia, non tutte le sue proposte riuscirono a concretizzarsi: ad esempio, andarono
a vuoto i disegni di legge che miravano a inasprire le imposte di successione o ad introdurre un’imposta
progressiva sul reddito, richieste fortemente sostenute dai socialisti.

Nonostante i successi iniziali, la politica giolittiana subì un'inversione di rotta in occasione della guerra di
Libia del 1911, che segnò una svolta conservatrice nel suo operato. Secondo la storiografia, questa guerra
rappresenta un momento di crisi per il sistema giolittiano, poiché sancì il distacco delle masse popolari e
della classe lavoratrice dalla vita dello Stato. Il programma di Giolitti, che aveva cercato di ridurre le
distanze tra lo Stato e i ceti popolari, entrò in crisi, rivelando le profonde contraddizioni del sistema liberale
prefascista. Questo sistema, da un lato, tentava di ampliare la partecipazione politica includendo i ceti
popolari, ma dall’altro cercava di ostacolare l’emancipazione delle classi lavoratrici e la loro organizzazione
in un movimento socialista.

La guerra di Libia, dunque, evidenziò i limiti della politica giolittiana e, più in generale, quelli dello Stato
liberale, che si trovava diviso tra l’esigenza di allargare le basi democratiche e il timore di un’affermazione
eccessiva delle classi lavoratrici.

Giovanni Giolitti ricoprì la carica di ministro degli interni nel governo Zanardelli a partire dal 1901, per poi
diventare capo del governo nel 1903, ruolo che mantenne quasi ininterrottamente fino al 1914, alla vigilia
della Prima Guerra Mondiale. Durante il suo mandato, si passò da un regime liberale-conservatore, che
privilegiava le esigenze della borghesia tradizionale, a un regime liberale-progressista, che cercava di
includere e rappresentare anche i ceti popolari.

Questo passaggio significava che Giolitti, pur rimanendo fermo nella difesa delle istituzioni liberali,
riconosceva la necessità di affrontare i problemi politici, economici e sociali posti dall'evoluzione della
società italiana, coinvolgendo le classi lavoratrici nel sistema politico. Giolitti riteneva che lo Stato non
dovesse schierarsi con i ceti privilegiati contro le rivendicazioni del movimento operaio, ma assumere una
posizione neutrale, garantendo il libero gioco delle forze economiche e sindacali e limitandosi a mantenere
l’ordine pubblico. Questo approccio segnava una rottura rispetto ai governi precedenti, spesso schierati a
favore dei ceti dominanti.

Un episodio significativo che illustra il mutamento dei rapporti tra Stato e masse popolari durante l’età
giolittiana fu rappresentato dalle manifestazioni di braccianti che, pur protestando, gridavano "Viva
Giolitti!". Questo slogan rifletteva il cambiamento nel modo in cui le classi sociali subalterne percepivano il
governo, segnando un progressivo avvicinamento tra le masse e lo Stato.

Giolitti è difficile da definire con una sola etichetta. Si può considerare un liberale progressista o un
conservatore illuminato, ma il suo liberalismo era essenzialmente pragmatico ed empirico, adattandosi alle
esigenze mutevoli della politica italiana. La sua apertura verso il mondo del lavoro non era semplicemente
umana, ma parte di un preciso progetto politico: allargare le basi dello Stato, ancora dominate da un’élite
risorgimentale, integrandovi nuove forze come i socialisti e i cattolici.

Per quanto riguarda i socialisti, Giolitti mirava a trasformarli in un sostegno per le istituzioni parlamentari, a
condizione che essi accantonassero le loro aspirazioni rivoluzionarie. Questo significava superare l'antitesi
tra le classi emergenti e la borghesia dirigente, condizione necessaria per salvaguardare le istituzioni
liberali.

Giolitti cercò anche l’appoggio dei cattolici, che fino a quel momento erano rimasti ai margini della vita
politica a causa del non expedit emesso da Pio IX, che vietava ai cattolici di partecipare attivamente o
passivamente alle elezioni. Per cooptare i cattolici, Giolitti sfruttò le aperture offerte da Pio X e cercò di
attrarre questa massa elettorale nel sistema politico.

Tuttavia, per realizzare il suo progetto di conciliazione e integrazione, erano necessarie due condizioni
fondamentali:

I socialisti dovevano abbandonare le aspirazioni rivoluzionarie. All'interno del Partito Socialista esistevano
due correnti: l’ala massimalista, che auspicava un abbattimento delle strutture di potere e la costituzione
della classe operaia come dittatura, e l’ala riformista, più incline a collaborare con le istituzioni liberali.

La borghesia doveva essere più aperta alle richieste delle classi lavoratrici. Era fondamentale che il ceto
dirigente mostrasse maggiore sensibilità e attenzione verso i bisogni delle classi subalterne per evitare
conflitti sociali destabilizzanti.

L’approccio di Giolitti, pur avendo dei limiti, segnò un tentativo significativo di modernizzare il sistema
politico italiano, favorendo una maggiore inclusione e stabilità sociale, pur rimanendo all’interno del
quadro liberale.

Giovanni Giolitti ricoprì un ruolo centrale nella politica italiana dal 1901, anno in cui divenne ministro degli
interni sotto il governo Zanardelli, fino al 1914, periodo che rappresenta una svolta cruciale nella storia
dell'Italia postunitaria. Durante il suo mandato, Giolitti mirò a trasformare lo Stato italiano da un sistema
liberale-conservatore, orientato principalmente a tutelare gli interessi delle élite borghesi, a un sistema
liberale-progressista, capace di includere le classi popolari e rispondere alle loro esigenze.

L’idea di Giolitti era quella di creare un equilibrio tra le classi sociali, preservando le istituzioni liberali e
garantendo la neutralità dello Stato nei conflitti tra classe operaia e classe imprenditoriale. Lo Stato,
secondo Giolitti, non doveva schierarsi con i ceti privilegiati contro le rivendicazioni operaie, ma mantenere
un ruolo di arbitro imparziale. Questo approccio, che rappresentò una svolta rispetto ai governi precedenti,
permise alle lotte sindacali di svilupparsi in modo più libero, soprattutto nel Nord Italia, dove il contesto
industriale e una classe operaia ben organizzata favorirono riforme e progressi.

La congiuntura politica del tempo era favorevole al progetto di Giolitti. Da un lato, il Partito Socialista, sotto
la guida di Filippo Turati, si era orientato verso il riformismo, abbandonando le velleità rivoluzionarie e
puntando alla costituzione della classe operaia come forza di governo. Dall’altro, l’alta borghesia del Nord,
in particolare quella lombarda e milanese, non interessata alle spese militari o alla politica di prestigio, era
disposta, grazie anche alla favorevole congiuntura economica, a sostenere le richieste della classe operaia e
a promuovere riforme.
Grazie a questo contesto, durante l’età giolittiana furono varate alcune riforme sociali significative, tra cui:

 una legge per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli;
 l’istituzione dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro;
 la creazione di un Commissariato per l’immigrazione;
 la nascita del Consiglio Superiore del Lavoro.

Queste riforme contribuirono a migliorare le condizioni di vita e di lavoro, soprattutto nel Nord, dove
esisteva già una struttura industriale avanzata e una classe operaia organizzata. Tuttavia, lo stesso non si
può dire per il Mezzogiorno. Le profonde differenze economiche, sociali e culturali tra Nord e Sud
limitarono l’efficacia delle politiche di Giolitti nel Meridione. Qui, la società era ancora dominata dalle
antiche strutture latifondiste, basate sulla cerealicoltura estensiva e caratterizzate da un’arretratezza
economica e ideologica.

Mentre nel Nord le lotte sindacali portarono a un aumento dei salari e, di conseguenza, a un incremento
del potere d’acquisto della classe operaia, che stimolò il mercato interno e favorì gli investimenti industriali,
nel Sud la situazione rimase invariata. Un eventuale aumento salariale per i braccianti avrebbe infatti
ridotto le rendite dei grandi proprietari terrieri, i quali, anziché reinvestire i proventi in ammodernamenti, li
destinavano ad acquisti di lusso, titoli di Stato o appartamenti nelle capitali. Questa mentalità limitò lo
sviluppo economico del Mezzogiorno e mantenne inalterata la struttura sociale esistente.

Secondo alcuni storici, Giolitti sacrificò il Mezzogiorno pur di realizzare il suo progetto di collaborazione tra
la borghesia avanzata e la classe operaia organizzata del Nord. Nel Sud, le proteste sociali continuarono a
essere trattate come problemi di ordine pubblico, con l’uso dell’esercito e dello stato d’assedio per sedare
le rivolte, dimostrando l’incapacità di superare i metodi tradizionali di governo.

Un elemento chiave del progetto giolittiano fu il tentativo di fare del Partito Socialista un sostegno delle
istituzioni parlamentari. Per riuscirci, erano necessarie due condizioni: da un lato, i socialisti dovevano
abbandonare le loro aspirazioni rivoluzionarie, rappresentate dall’ala massimalista; dall’altro, la borghesia
doveva mostrarsi più aperta e disponibile verso le richieste delle classi lavoratrici. Nonostante i limiti e le
contraddizioni, l’età giolittiana rappresentò un tentativo significativo di modernizzazione e inclusione
sociale, anche se non riuscì a superare il divario strutturale tra Nord e Sud.

Nel 1903, Giolitti tentò di avviare un processo di mediazione tra la borghesia e la classe operaia,
proponendo a Filippo Turati, leader del Partito Socialista, l’ingresso nel governo. Questo segnava
un’importante apertura verso una collaborazione tra istituzioni liberali e socialismo riformista. Tuttavia, la
proposta di Giolitti non poté concretizzarsi a causa della crescente influenza all’interno del Partito Socialista
della componente radicale e rivoluzionaria, contraria a qualsiasi forma di collaborazione con un governo
borghese. Turati, pur desideroso di accettare, si trovò costretto a rigettare l’offerta, lasciando Giolitti privo
di un alleato stabile e autorevole con cui condividere un programma di riforme strutturali. Nonostante ciò,
in alcune occasioni, Giolitti poté comunque contare sull’appoggio esterno del Partito Socialista.

Durante questo periodo, l’Italia attraversava la seconda fase del suo sviluppo industriale, caratterizzata da
un incremento della produzione, soprattutto nei settori chimico e tessile, con una crescita economica che
registrava un tasso del 12%. Questo decollo industriale interessò prevalentemente il Nord Italia, ma i suoi
effetti si estesero anche al settore agricolo, con un aumento delle esportazioni, in particolare di prodotti
viticoli e agrumicoli provenienti dalla Sicilia. La crescita economica portò con sé un miglioramento delle
condizioni salariali per i lavoratori, grazie alle lotte sindacali, e un conseguente incremento del potere
d’acquisto, che contribuì ad ampliare il mercato interno. Tuttavia, questa prosperità economica non eliminò
le tensioni sociali e le difficoltà economiche che caratterizzarono l’intero periodo giolittiano.
Nel 1904 si verificò il primo sciopero generale in Italia, proclamato nel mese di settembre dal Partito
Socialista in risposta agli eccidi avvenuti in Sardegna. Giolitti, coerente con la sua politica di neutralità, si
rifiutò di utilizzare l’esercito per difendere la proprietà minacciata e lasciò che la protesta si esaurisse
autonomamente. Una volta terminata l’ondata di scioperi, tuttavia, Giolitti sciolse le camere e indisse
nuove elezioni, convinto che l’elettorato avrebbe punito le forze eversive e rafforzato il governo.
Effettivamente, i risultati elettorali confermarono la sua previsione: il Partito Socialista subì una battuta
d’arresto, passando da 33 a 29 deputati, e si registrò una diminuzione del sostegno alle forze di estrema
sinistra.

In seguito a questi eventi, Giolitti cercò di stabilire un dialogo con i cattolici, un segmento elettorale fino a
quel momento escluso dalla vita politica italiana a causa del "Non expedit" promulgato dal papa. Giolitti
intraprese colloqui esplorativi volti a coinvolgere i cattolici nel sistema politico, nel tentativo di ampliare il
consenso verso destra. Questi primi contatti rappresentarono le basi per il successivo Patto Gentiloni, che
sancì ufficialmente l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana e costituì un importante passo verso una
futura riconciliazione tra Stato e Chiesa.

Nel 1904 si verificò il primo sciopero generale nella storia d'Italia, una protesta significativa che Giolitti
decise di affrontare con il suo caratteristico approccio neutrale. Pur di non ricorrere alla repressione
armata, lasciò che lo sciopero si esaurisse spontaneamente, evitando di schierare l'esercito per difendere
l’ordine costituito o la proprietà privata. Questa scelta fu coerente con la sua politica di non interferenza
nei conflitti sociali, che mirava a favorire un dialogo tra le classi senza l’imposizione della forza militare.
Tuttavia, al termine dello sciopero, il sovrano decise di sciogliere il governo e convocare nuove elezioni,
confidando che l'elettorato avrebbe punito le forze estremistiche e rafforzato il governo. Effettivamente, i
risultati elettorali confermarono questa previsione: il Partito Socialista subì una perdita di consensi e di
rappresentanti parlamentari, passando da 33 a 29 deputati, mentre le forze liberal-costituzionali ottennero
un notevole successo.

In occasione di queste elezioni del 1904, si registrò anche un evento significativo: per la prima volta, il papa
autorizzò i cattolici a votare in alcuni collegi. Sebbene questa concessione fosse limitata e non configurasse
una partecipazione organizzata dei cattolici, rappresentò un importante passo avanti nella loro integrazione
nella vita politica italiana. Il motivo principale dietro questa decisione era il timore della crescente influenza
del socialismo. La Chiesa, preoccupata dall'avanzata delle istanze socialiste, ritenne necessario intervenire
per arginare il pericolo. Tuttavia, i cattolici votarono a titolo personale, non come parte di un
raggruppamento politico organizzato.

Nel panorama del cattolicesimo politico, esistevano due correnti principali: quella clerico-moderata e quella
democratico-progressista. Entrambe erano unite dall’avversione al socialismo, ma differivano nei metodi.
La corrente clerico-moderata si schierava a difesa dell’ordine costituito e sosteneva le istituzioni statali,
mentre quella democratico-progressista, ispirandosi all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, promuoveva
la creazione di sindacati bianchi per tutelare i lavoratori, distinguendosi così dai sindacati rossi del Partito
Socialista. Tra i principali esponenti di questa corrente progressista vi era Romolo Murri, un sacerdote
marchigiano, e Giuseppe Toniolo, un economista cattolico che criticava il principio della proprietà privata
senza però negarlo.

Nonostante le differenze ideologiche, queste due correnti convivevano all'interno del mondo cattolico
grazie alla rigida disciplina ecclesiastica. Tuttavia, nel 1904, il rafforzarsi delle posizioni conservatrici nella
Chiesa e l’ascesa del gruppo progressista di Murri all'interno dell’Opera dei Congressi portarono Pio X a
sciogliere l’organizzazione. L'Opera dei Congressi, fondata nel 1875 per difendere gli interessi della Chiesa
dopo l’unificazione italiana, era diventata un terreno di scontro tra le due anime del cattolicesimo politico.
La scelta di scioglierla segnò un momento decisivo per la politica cattolica, che da allora si schierò
prevalentemente con i clerico-moderati, favorendo un approccio conservatore.
Giolitti, consapevole dell’impossibilità di ottenere un sostegno stabile a sinistra, cercò di allargare le basi
dello Stato coinvolgendo i cattolici. Questo primo tentativo di collaborazione si concretizzò proprio nelle
elezioni del 1904, dove i cattolici cominciarono a partecipare alla vita politica, anche se in modo limitato e
su base individuale. Tale strategia rappresentava un passo importante verso un rafforzamento delle
istituzioni statali, anche se orientato in senso conservatore, dopo il fallimento delle sue aspirazioni di
allargare il consenso politico verso sinistra.

Durante l’età giolittiana, il sistema politico e sociale italiano evidenziò profonde contraddizioni e squilibri, in
particolare tra il Nord e il Sud del Paese. Giolitti, pur proponendosi come il fautore di un governo liberale e
progressista, dovette affrontare i limiti di un sistema politico fortemente condizionato da corruzione e
tradizioni arcaiche, soprattutto nel Mezzogiorno. Laddove al Nord si verificava uno sviluppo industriale e un
progressivo avvicinamento alle economie mitteleuropee, il Sud restava ancorato alle sue strutture
economiche e sociali feudali, evidenziando un divario sempre più marcato.

Giolitti non riuscì a portare al Sud i benefici delle sue riforme, come accadde invece nel Nord. Mentre le
lotte sindacali del Nord portarono a salari più alti, un ampliamento del mercato interno e investimenti
nell’industria, nel Sud prevalse un rigido sistema protezionistico che proteggeva i grandi latifondisti dalla
concorrenza internazionale, mantenendo intatta una mentalità arretrata. Questo sistema portava i ceti
agrari a impiegare le proprie rendite in beni di lusso o investimenti sicuri, come titoli di Stato, piuttosto che
in modernizzazioni agricole o industriali. Giolitti, per conservare il sostegno dei deputati meridionali in
Parlamento, tollerò e favorì questa dinamica, perpetuando un’alleanza tra i ceti industriali del Nord e i
latifondisti del Sud.

Questo atteggiamento causò il rafforzamento del dualismo tra Nord e Sud: il primo si evolveva
rapidamente, mentre il secondo rimaneva legato a una realtà arcaica, aggravata dall’uso sistematico di
pratiche coercitive come la corruzione, la violenza elettorale e lo stato d’assedio per controllare le scelte
politiche dei cittadini meridionali. Questa situazione venne criticata dai meridionalisti, tra cui Antonio De
Viti De Marco, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti e Gaetano Salvemini, che denunciarono come
l’industria del Nord fosse diventata una realtà parassitaria, prosperando a scapito del Sud. Essi
evidenziarono che il sistema tariffario protettivo bloccava l’ingresso di beni industriali stranieri, obbligando
il Sud ad acquistare prodotti del Nord a prezzi elevati. Inoltre, i meridionalisti sottolinearono la necessità di
una riforma fondiaria per risollevare le plebi contadine del Sud, che altrimenti non avevano altra scelta che
l’emigrazione. Quest’ultima raggiunse cifre impressionanti: nel 1913, ben 872.000 persone lasciarono il
Mezzogiorno.

Nonostante alcuni provvedimenti come le leggi speciali per la Basilicata, la Calabria e le isole, o la
realizzazione di opere pubbliche come l'acquedotto pugliese, questi interventi risultarono insufficienti a
risolvere la questione meridionale. Mentre il Nord avanzava verso l’industrializzazione, il Sud continuava a
essere governato con i metodi tradizionali e repressivi.

In politica estera, Giolitti adottò una visione più pragmatica e difensiva rispetto ai suoi predecessori. Dopo
la disfatta di Adua del 1896, l’Italia comprese che non poteva intraprendere iniziative coloniali senza
l’assenso delle grandi potenze democratiche come Francia e Gran Bretagna. Giolitti avviò un processo di
avvicinamento a queste nazioni, stipulando accordi che garantivano all’Italia una maggiore libertà di
movimento in Africa. In cambio, l’Italia riconobbe i possedimenti francesi in Marocco e quelli britannici in
Egitto. Questi accordi segnarono un graduale distacco dell’Italia dagli imperi centrali della Triplice Alleanza.
Il cancelliere tedesco Von Bülow definì ironicamente questi accordi come "giri di valzer", ma essi
rappresentavano un passo importante verso l’espansione coloniale italiana.

Grazie all’assenso di Francia e Gran Bretagna, Giolitti avviò una politica di espansione in Africa, dichiarando
guerra alla Turchia per sottrarle il controllo della Libia. Questo rappresentava un tentativo di accrescere il
prestigio nazionale e di compensare le precedenti sconfitte coloniali. Tuttavia, anche questa scelta segnò
una svolta conservatrice nella politica giolittiana, allontanando ulteriormente le masse popolari dallo Stato
e aggravando le contraddizioni di un sistema liberale incapace di risolvere i problemi strutturali del Paese.

L'età giolittiana termina con un progressivo indebolimento del sistema politico e con l'acuirsi delle tensioni
sociali e politiche, segnando una svolta nella storia dell'Italia liberale. La guerra in Libia del 1911
rappresentò un punto di rottura per il giolittismo. Giolitti giustificò questa iniziativa coloniale con ragioni
politico-strategiche: riteneva necessario che l’Italia occupasse la Libia prima che lo facessero altre potenze,
alterando gli equilibri nel Mediterraneo. Parlò di "fatalità storica", quasi per difendersi dalle critiche dei
socialisti, fortemente contrari all’impresa libica. Tuttavia, la decisione di intraprendere la guerra in Libia era
anche influenzata dagli interessi del capitale finanziario italiano, in particolare del Banco di Roma, che
aveva già avviato una penetrazione economica in Libia e Turchia.

L'opinione pubblica inizialmente sostenne con entusiasmo la campagna libica, percependo la Libia come
una sorta di "Eldorado". Tuttavia, le difficoltà incontrate durante la guerra, la resistenza delle tribù libiche,
e il notevole dispendio di risorse finanziarie raffreddarono rapidamente questo entusiasmo. La guerra portò
alla ricomparsa del deficit nel bilancio statale dopo un decennio di pareggio, e le speranze di trovare risorse
significative in Libia si rivelarono infondate. Salvemini definì la Libia uno "scatolone di sabbia",
sottolineando l’assenza di ricchezze promesse.

Questa avventura segnò l’inizio della crisi del sistema giolittiano. L'opposizione a Giolitti si rafforzò su più
fronti: a destra, tra i settori della borghesia che avevano abbracciato il nazionalismo imperialista, e
all'interno del Partito Socialista, dove le correnti estremistiche guadagnavano terreno. Nel congresso di
Reggio Emilia del 1912, l’ala riformista guidata da Bonomi fu estromessa, mentre Benito Mussolini assunse
la direzione dell’"Avanti!". Questo segnò un cambio di direzione nel movimento socialista, che divenne
sempre più ostile a Giolitti.

Nel 1913 si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile, che consentirono a tutti i cittadini
maschi sopra i 30 anni di votare, indipendentemente dal livello di alfabetizzazione o dal censo. Non
potendo contare sull'appoggio dei socialisti, Giolitti stipulò il "Patto Gentiloni" con i cattolici. Questo
accordo prevedeva che i cattolici sostenessero i candidati liberali nei collegi dove si rischiava una vittoria
socialista, in cambio della promessa di non promuovere leggi contrarie agli interessi della Chiesa, come
l’introduzione del divorzio. Il patto portò a un successo elettorale per Giolitti, con circa 300 deputati
governativi eletti contro 78 socialisti e solo 3 nazionalisti. Tuttavia, questo risultato sancì un’involuzione
conservatrice del sistema giolittiano.

La politica riformista e neutralista di Giolitti sembrava ormai superata. Il governo si schierò apertamente
contro le manifestazioni operaie, alienandosi il sostegno delle classi lavoratrici. Le tensioni sociali si
intensificarono, alimentate da una crisi economica che aggravava il malcontento generale. Di fronte a
questa situazione, Giolitti si dimise, designando Antonio Salandra come suo successore. Questa strategia,
tipica del suo modo di fare politica, mirava a preparare un possibile ritorno al potere. Tuttavia, gli eventi
presero una direzione diversa, con un crescente irrigidimento delle posizioni politiche e sociali.

L'età giolittiana si concluse con il fallimento del suo progetto di mediazione tra borghesia e classe operaia.
Né i lavoratori né i ceti agrari trovarono soddisfazione nella politica giolittiana, e le tensioni di classe si
fecero sempre più acute. Giolitti lasciò così la scena politica, anche se sarebbe tornato brevemente durante
il periodo del Biennio Rosso. Gli storici lo hanno descritto come "l’uomo più onorevole della classe dirigente
prefascista", ma la sua epoca segnò anche il declino del liberalismo italiano e il preludio a una crisi più
profonda dello Stato.
LA CRISI DELLO STATO LIBERALE
La crisi dello Stato liberale, che si sviluppò tra il 1919 e il 1922, culminò con la presa del potere da parte dei
fascisti. Per comprendere questo periodo di transizione è necessario analizzare la situazione dell'Italia nel
1919, alla fine della Prima Guerra Mondiale. Nonostante l'Italia fosse uscita formalmente vincitrice dal
conflitto, essa si trovava in una condizione di profonda debolezza e fragilità, dovuta a ritardi nell'evoluzione
politica e agli squilibri economici che il conflitto aveva esasperato.

Durante l'età giolittiana era stata introdotta nel 1912 la riforma del suffragio universale maschile, che aveva
concesso il diritto di voto a tutti i cittadini maschi sopra i 30 anni, indipendentemente dal loro livello di
istruzione o dal censo. Tuttavia, il breve periodo che separava questa riforma dall'inizio della guerra non
aveva permesso di integrare politicamente i nuovi elettori, lasciando irrisolta la questione della
politicizzazione delle masse popolari. La guerra stessa, sebbene avesse rappresentato per molti il primo
vero momento di unità nazionale, impose questa consapevolezza in maniera traumatica e violenta.

Sul piano politico, l'Italia si trovava nel difficile tentativo di transizione da un regime liberale elitario,
dominato da un ristretto gruppo di "ottimati", a un regime democratico basato sui partiti di massa.
Tuttavia, le istituzioni parlamentari, ereditate dal liberalismo ottocentesco, non erano pronte a gestire
questa trasformazione. Secondo la concezione liberale del tempo, il diritto di partecipazione politica era
limitato a coloro che, per proprietà o istruzione, potevano formarsi un'opinione autonoma e razionale.
Questa visione escludeva ancora ampie fasce della popolazione e aggravava le divisioni sociali.

Anche lo sviluppo economico prebellico non era riuscito a creare una società più coesa. La guerra aveva
accentuato le disuguaglianze economiche, privilegiando l'industria, che dipendeva fortemente dalle
commesse statali e dai capitali bancari. Questo aveva aumentato il divario tra i ceti benestanti e quelli
meno abbienti, ma anche le tensioni interne alla borghesia stessa. La concentrazione monopolistica e la
speculazione avevano ulteriormente polarizzato la società.

Un altro tratto distintivo dell'Italia post-bellica era rappresentato dall'accentuazione dell'autoritarismo


statale. Durante la guerra, il governo aveva rafforzato il controllo politico, la censura sulla stampa e la
vigilanza da parte delle forze dell’ordine. Queste pratiche, invece di essere abbandonate con il ritorno alla
pace, continuarono e si consolidarono.

Nel dopoguerra, si verificò un fenomeno significativo: la massiccia sindacalizzazione delle masse lavoratrici.
Si svilupparono due grandi organizzazioni sindacali: la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL),
di ispirazione socialista, con 2 milioni di iscritti, e la Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL), di
ispirazione cattolica, con 1,5 milioni di aderenti, composta principalmente da contadini. Nel Nord e nel
Centro Italia, queste organizzazioni guidarono scioperi e manifestazioni per ottenere migliori condizioni
lavorative e aumenti salariali. Al Sud, invece, le masse contadine, spesso guidate da capi improvvisati o ex
combattenti, organizzarono occupazioni delle terre dei latifondisti, rivendicandone la proprietà. Questo
movimento di protesta sociale era alimentato dalla persistente arretratezza delle strutture economiche e
sociali del Mezzogiorno, incapaci di garantire un miglioramento delle condizioni di vita per le classi più
povere.

In sintesi, la crisi dello Stato liberale fu alimentata da profonde disuguaglianze economiche, da tensioni
sociali sempre più accese e da un sistema politico incapace di adattarsi ai mutamenti in corso. Questo
quadro complesso pose le basi per il declino del liberalismo italiano e l’ascesa di movimenti autoritari come
il fascismo, che promettevano ordine e stabilità in un contesto di caos crescente.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’Italia attraversò un periodo di profonde trasformazioni politiche e
sociali che portarono alla crisi dello Stato liberale e alla nascita di nuove formazioni politiche, tra cui il
Partito Popolare Italiano, il Partito Comunista Italiano e i Fasci Italiani di Combattimento.
Tra gli elementi di novità, il Partito Popolare Italiano fu fondato da Don Luigi Sturzo, sacerdote attivo nel
movimento cattolico siciliano. Questo partito segnò l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica
italiana, assumendo da subito il carattere di un partito di massa, ma al suo interno coesistevano interessi
diversi e spesso contraddittori, rappresentando sia i ceti contadini del Nord sia gli agrari reazionari del Sud.
Il Partito Popolare si presentava come un’organizzazione cristiana aconfessionale, ossia indipendente dalle
gerarchie ecclesiastiche, e mirava a:

 Colonizzare i latifondi improduttivi,


 Estendere il diritto di voto anche alle donne,
 Rafforzare le autonomie locali,
 Introdurre il sistema elettorale proporzionale, che sostituì il precedente sistema maggioritario.

L’introduzione del sistema proporzionale nel 1919 rappresentò un grande successo per il Partito Popolare.
Con il sistema proporzionale, in ogni collegio venivano eletti più candidati, distribuiti tra le liste in base ai
voti ricevuti. Questo metodo favorì i partiti organizzati, ponendo fine all’egemonia politica dei notabili
liberali che dominavano il Parlamento grazie al sistema maggioritario. Per Sturzo, il proporzionale era uno
strumento per contrastare il personalismo politico, ridare autorevolezza alle istituzioni parlamentari e
consolidare una politica basata sui programmi e non sulle individualità.

Nel frattempo, il Partito Socialista Italiano conobbe una crescita impetuosa, ottenendo 156 deputati alle
elezioni del 1919, rispetto ai soli 52 del periodo prebellico. Tuttavia, il partito era profondamente diviso al
suo interno. La componente riformista, che rappresentava la maggioranza parlamentare, mirava a
negoziare graduali riforme con la borghesia. Dall’altro lato, i rivoluzionari, contrari al riformismo, avevano
conquistato la direzione del partito, pur mancando di un programma politico concreto. Questa spaccatura
interna si aggravò nel Congresso di Livorno del 1921, dove si consumò la scissione tra l’ala riformista e
quella rivoluzionaria. Quest’ultima, sotto la guida di Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, fondò il Partito
Comunista Italiano. Il movimento di Gramsci, nato attorno alla rivista Ordine Nuovo, vedeva nei consigli di
fabbrica il nucleo della lotta proletaria e il punto di partenza per formare una nuova classe dirigente
composta da operai, contadini e intellettuali. Questi consigli avrebbero dovuto sostituire le funzioni svolte
dai capitalisti, dando vita a un blocco sociale capace di guidare la rivoluzione.

Un’altra importante novità fu la nascita, nel marzo del 1919, dei Fasci Italiani di Combattimento, fondati da
Benito Mussolini. Questo movimento inizialmente avanzò rivendicazioni estremamente radicali, come la
convocazione di un'assemblea costituente e la trasformazione dell’Italia da monarchia a repubblica. Si
presentava come un anti-partito o un super-partito, rivolgendosi a tutte le classi produttive italiane per
completare il progetto della "guerra rivoluzionaria". Tuttavia, nonostante le sue ambizioni iniziali, i Fasci
rappresentarono un'alleanza eterogenea e disorganizzata, che acquisì maggiore forza solo negli anni
successivi, approfittando del clima di instabilità sociale e politica.

Questo periodo vide dunque l’affermarsi di partiti di massa, il declino della vecchia classe dirigente liberale
e il manifestarsi di contrasti insanabili tra le diverse forze politiche e sociali del Paese, elementi che
avrebbero contribuito al crollo del sistema liberale e all’avvento del fascismo.

Il fascismo italiano nacque in un contesto di forte instabilità politica, economica e sociale, ereditando e
distorcendo temi come la "guerra rivoluzionaria". Questo concetto, insieme ad altri punti programmatici,
non rappresentava una reale visione ideologica, ma piuttosto uno strumento flessibile da adattare alle
circostanze, come esplicitato da Benito Mussolini in un articolo su Il Popolo d’Italia, dove dichiarava:
"Possiamo essere legalitari e illegalitari, conservatori e democratici, rivoluzionari e reazionari, tutto ciò a
seconda delle circostanze di luogo, tempo e ambiente." Questa spregiudicatezza era particolarmente adatta
alla confusione ideologica della borghesia italiana del periodo. Come scrisse Lelio Basso, "il risentimento era
lo stato d’animo prevalente della borghesia italiana e Benito Mussolini ne era l’interprete ideale."
Nel panorama politico del dopoguerra, l'Italia era segnata dalla crescita e radicalizzazione delle masse
operaie, dall'avanzata del Partito Socialista, dalla nascita del Partito Popolare e dei Fasci di Combattimento.
In questo contesto, la classe dirigente liberale si trovò ad affrontare due problemi principali: uno
economico, legato alla ripresa post-bellica, e uno internazionale, relativo al ruolo dell'Italia nel nuovo
ordine mondiale.

Il Patto di Londra del 1915 aveva promesso all’Italia, in caso di vittoria, territori come il Trentino, il
Sudtirolo, l’Istria, la Dalmazia e compensi coloniali in Turchia. Tuttavia, durante la Conferenza di Pace di
Parigi del 1919, le rivendicazioni italiane, guidate dal capo del governo Vittorio Emanuele Orlando,
incontrarono forti opposizioni, soprattutto da parte del presidente americano Woodrow Wilson, che non
riconosceva il Patto di Londra. Orlando rivendicò Fiume basandosi sul principio di autodeterminazione dei
popoli, ma Fiume era destinata alla Croazia secondo il Patto. Allo stesso modo, la richiesta della Dalmazia
trovò l'opposizione delle popolazioni slave, che diedero vita al Regno di Jugoslavia.

Wilson negò la legittimità delle pretese italiane, culminando in un appello diretto al popolo italiano che di
fatto delegittimava Orlando. Per protesta, Orlando abbandonò la Conferenza di Parigi, ma a nulla valsero le
manifestazioni popolari a sostegno del governo. L’Italia fu esclusa dalla spartizione delle colonie ex-
tedesche, alimentando il mito della "vittoria mutilata", che divenne una leva ideologica per i nazionalisti.
Orlando, ormai compromesso, si dimise nel giugno 1919, lasciando il posto a Francesco Saverio Nitti.

Sul fronte interno, il Paese era devastato da carovita e disoccupazione, che portarono a proteste violente.
La scintilla partì da La Spezia, dove i commercianti attuarono una serrata contro l’aumento della tassa di
consumo. I tumulti si diffusero rapidamente, assumendo un carattere insurrezionale. Le folle, guidate
spesso da donne, saccheggiarono negozi, imposero la riduzione dei prezzi e si rivolsero alle Camere del
Lavoro locali per garantire una nuova legalità. Tuttavia, queste proteste non trovarono un coordinamento
centrale: i sindacati, che si vedevano affidati responsabilità locali, si rifiutarono di centralizzare il
movimento, scaricando la responsabilità sul Partito Socialista, che rimase indeciso sull’utilità di queste
iniziative spontanee.

Parallelamente, nelle campagne, i contadini occuparono i latifondi rivendicandone la proprietà. Tuttavia,


anche questi movimenti rimasero separati da quelli urbani. I moti, così come erano iniziati, rifluirono
spontaneamente. Questa frammentazione fu aggravata dalla divergenza tra socialisti e agrari sulla
questione agraria: mentre gli agrari proponevano la distribuzione dei latifondi ai singoli contadini per creare
piccole proprietà private, i socialisti sostenevano che la terra dovesse essere collettivizzata.

In questo clima di caos e incertezza, il fascismo trovò terreno fertile per proporsi come soluzione autoritaria
e "pacificatrice" ai problemi del Paese, ponendosi come alternativa alle divisioni interne della sinistra e al
presunto fallimento del liberalismo.

Il biennio 1919-1920, caratterizzato da tensioni sociali, politiche ed economiche, non vede solo le iniziative
della sinistra, ma anche l'emergere di movimenti nazionalisti come l'irredentismo, che si scagliarono contro
lo Stato liberale. Un evento emblematico di questa tendenza fu l’Impresa di Fiume, guidata da Gabriele
D’Annunzio. Nel settembre 1919, D’Annunzio, a capo di alcuni reparti dell’esercito, occupò Fiume
proclamandone l’annessione al Regno d’Italia. Questa lunga sedizione militare rappresentò un grave
attacco allo Stato liberale, che dimostrò tutta la sua fragilità.

Il governo guidato da Francesco Saverio Nitti, già in difficoltà a causa del carovita e delle tensioni sociali,
adottò un atteggiamento attendista, evitando interventi drastici contro il regime fiumano. Tale strategia si
basava sull'idea che le contraddizioni interne al movimento e le difficoltà economiche ne avrebbero
progressivamente eroso il consenso, conducendo all’isolamento. Tuttavia, l'incapacità di affrontare
direttamente l’occupazione di Fiume contribuì a delegittimare ulteriormente il governo Nitti, che si dimise
lasciando il posto a Giovanni Giolitti.
Giolitti, tornato al potere nel 1920, riuscì a risolvere la questione fiumana attraverso la via diplomatica,
stipulando il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia. Questo accordo prevedeva che Fiume diventasse uno
Stato indipendente e che l’Italia rinunciasse definitivamente alla Dalmazia. D’Annunzio fu costretto ad
abbandonare Fiume, segnando la fine dell'impresa. Tuttavia, il danno allo Stato liberale era ormai fatto: la
lunga tolleranza verso la sedizione militare dimostrava non solo la debolezza dell’autorità statale, ma anche
la sua dipendenza dall’esercito e dai grandi gruppi industriali. Inoltre, questa gestione lasciò scontento il
ceto intermedio, che mal tollerava la prudenza dimostrata nella conduzione della questione adriatica,
soprattutto in un’epoca in cui il mito della potenza bellica si affermava in tutta Europa.

La crisi del liberalismo italiano era ormai evidente, come dimostrarono le elezioni del 1919 svolte con il
sistema proporzionale. Queste segnarono un’importante svolta politica, sancendo l’ascesa dei partiti di
massa e la sconfitta dei liberali. I risultati furono emblematici:

 Il Partito Socialista ottenne 156 deputati, diventando la principale forza politica.


 Il Partito Popolare Italiano, fondato da Don Luigi Sturzo, ottenne un grande successo con 101 deputati.
 I liberali, pur mantenendo la maggioranza dei voti, persero la maggioranza dei seggi, ottenendone solo
251 su 308. Questo risultato fu definito una vera e propria "Caporetto liberale".
 I Fasci di Combattimento, ancora marginali, non riuscirono a eleggere alcun deputato.

Le elezioni evidenziarono che i liberali, nella nuova situazione politica caratterizzata da una più ampia
partecipazione popolare, erano incapaci di mantenere il predominio politico. Ciò portò gran parte della
classe dirigente liberale ad arretrare su posizioni conservatrici, con l’eccezione di figure come Nitti e Giolitti.
Quest'ultimo, tornato al governo nel giugno 1920, era visto come l’uomo capace di garantire un ritorno alla
normalità e di ripristinare l’autorevolezza dello Stato.

Giolitti ottenne due importanti successi durante il suo governo. In politica estera, risolse la questione
adriatica con il Trattato di Rapallo, riportando stabilità nella regione. In politica interna, dovette affrontare
il movimento operaio che, nel 1920, raggiunse il suo apice con l’occupazione delle fabbriche. La vertenza,
iniziata nel Triangolo Industriale (Torino, Milano, Genova), aveva origine dalle richieste operaie di aumenti
salariali e dal riconoscimento dei consigli di fabbrica. A Torino, nell'aprile del 1920, si era già verificato lo
sciopero delle lancette, che si concluse con un insuccesso per gli operai a causa dell’intransigenza del ceto
imprenditoriale e della mancanza di un coordinamento sindacale.

Successivamente, la protesta si spostò a Milano, dove gli operai, in risposta alla serrata delle Officine
Romeo, decisero di occupare le fabbriche. Questa escalation rappresentò un ulteriore banco di prova per
Giolitti, che, fedele alla sua politica di neutralità, evitò di schierare l’esercito contro i lavoratori, cercando
una soluzione che evitasse un ulteriore aggravamento delle tensioni sociali. Tuttavia, queste lotte operaie,
pur segnando un momento importante della storia sociale italiana, finirono per rifluire senza ottenere
risultati concreti a causa della frammentazione del movimento e dell’incapacità dei partiti di sinistra di
fornire una direzione unitaria.

Il biennio 1919-1920 segnò il culmine della crisi dello Stato liberale, culminando con l'erosione delle sue
fondamenta e la progressiva affermazione del fascismo come forza politica egemone. Questo periodo vide
un'escalation di tensioni sociali e politiche, alimentate da profonde fratture economiche e dall'incapacità
delle istituzioni di far fronte alla complessità dei problemi.

Uno dei momenti più significativi fu rappresentato dalle occupazioni delle fabbriche nel settembre del
1920, concentrate principalmente nel Triangolo Industriale del Nord Italia. Gli operai rivendicavano
aumenti salariali e il riconoscimento dei consigli di fabbrica, che avrebbero dovuto rappresentare il nucleo
di una futura gestione collettiva delle industrie. Tuttavia, il movimento di occupazione aveva un carattere
limitato e settoriale, privo di un coordinamento nazionale che potesse amplificarne la portata. Gli operai
delle altre regioni italiane non scesero in campo in sostegno ai lavoratori del nord, rendendo la protesta
meno incisiva.

Giolitti comprese il carattere circoscritto del movimento e l'assenza di un reale rischio rivoluzionario. In
questo contesto, il vecchio statista si adoperò per quella che viene definita la "mediazione impossibile",
cercando di raggiungere un compromesso tra le parti in causa. L’accordo che ne scaturì prevedeva un
riconoscimento limitato ai consigli di fabbrica e concessioni salariali per gli operai. Questo risultato, se da
un lato rappresentava un successo per Giolitti, dall'altro scontentava sia gli operai, delusi dall'attuazione
parziale delle loro rivendicazioni, sia i capitalisti, che vedevano minacciati i loro interessi. L’accordo
aumentò anche le divisioni interne al Partito Socialista, con i massimalisti che accusavano i riformisti di
aver tradito le aspirazioni rivoluzionarie del movimento operaio.

Questo periodo di mediazioni e compromessi segnò di fatto l'ultima grande iniziativa dello Stato liberale.
Dal settembre del 1920 in poi, l'Italia entrò in una fase di profonda instabilità politica, caratterizzata da un
vuoto di potere e dall'emergere di forze estremiste. Tra il 1920 e il 1922 si susseguirono ben quattro
governi deboli e inconsistenti, che non riuscirono a rispondere efficacemente alla crisi.

Prima fase: la perdita di potere delle forze tradizionali (1920-1921)

Negli ultimi mesi del governo Giolitti, lo statista perse progressivamente consensi sia a destra sia a sinistra,
arrivando a una situazione di ingovernabilità. Le misure adottate per contenere l'ondata rivoluzionaria,
come la legge sul controllo operaio e l’abolizione del prezzo politico del pane, scontentarono tanto il
capitale quanto le masse popolari. Le elezioni del 1921 non portarono a una maggioranza stabile: il nuovo
Parlamento era frammentato in undici gruppi in contrasto tra loro, riflettendo l’incapacità del sistema
liberale di garantire la governabilità. Di fronte al rifiuto del Parlamento di concedergli pieni poteri, Giolitti si
dimise, aprendo la strada a un periodo di vuoto politico.

Seconda fase: il vuoto di potere (1921-1922)

La crisi politica si accentuò con il governo di Ivanoe Bonomi, nato con l'intento di coinvolgere socialisti e
cattolici nella gestione dello Stato. Tuttavia, il governo Bonomi ebbe vita breve, sopravvivendo
stentatamente per soli sei mesi. Alla sua caduta, i leader politici evitarono di indicare un successore per
timore di bruciarsi politicamente. Dopo settimane di crisi, il re Vittorio Emanuele III affidò l’incarico ad un
personaggio debole e privo di esperienza, Luigi Facta, il cui governo si rivelò incapace di affrontare la
complessità della situazione politica ed economica.

Terza fase: l’ascesa del fascismo (1922)

Mentre i governi si dimostravano sempre più deboli, il fascismo si affermava con crescente forza. Questo
movimento, fino ad allora marginale, cominciò a crescere impetuosamente grazie a una solida
organizzazione paramilitare, le squadre d’azione, e all’uso sistematico della violenza, tollerata o persino
appoggiata dalle autorità locali, dalla polizia e dall’esercito. Nel giro di pochi mesi, gli squadristi distrussero
centinaia di sedi sindacali, uccidendo o ferendo migliaia di lavoratori. La violenza sistematica e il sostegno
della media borghesia urbana, degli agrari e degli ex combattenti permisero al fascismo di inserirsi nella
crisi italiana e di piegare a suo vantaggio l’evoluzione degli avvenimenti.

Nel 1921, il fascismo ottenne una rappresentanza parlamentare con l'elezione di 30 deputati, ma il suo vero
potere si esercitava al di fuori delle istituzioni, attraverso il controllo delle piazze e la repressione violenta
del movimento operaio e contadino. La combinazione di una crisi politica senza precedenti, la debolezza dei
governi liberali e l'ascesa di un movimento capace di canalizzare il malcontento sociale preparò il terreno
per la presa del potere fascista nell’ottobre del 1922, con la Marcia su Roma.
Questa sequenza di eventi segnò il definitivo collasso dello Stato liberale e l’inizio della dittatura fascista, un
processo accelerato dalla connivenza di settori della borghesia, del mondo militare e delle istituzioni, che
vedevano nel fascismo una soluzione ai conflitti sociali e un baluardo contro il socialismo.

Il fascismo italiano, inizialmente un movimento di base piccolo-borghese, riuscì a imporsi grazie a una
violenza sistematica e al supporto dell'alta borghesia. Nonostante avesse scarsa rappresentanza
parlamentare nei primi anni, il fascismo era ben radicato sul territorio attraverso un'organizzazione
paramilitare che utilizzava il terrorismo politico come strumento per eliminare ogni opposizione. La
violenza non fu solo un mezzo per affermarsi, ma divenne il pilastro dell’intera strategia politica fascista,
permettendo al movimento di inserirsi nel panorama politico italiano e di sfruttare a proprio vantaggio il
vuoto di potere lasciato dalla crisi dello Stato liberale.

I liberali sottovalutarono il fascismo, ritenendolo un fenomeno temporaneo e utile per contrastare l’ascesa
del socialismo. Giolitti, in particolare, tentò di integrare il fascismo all’interno del sistema politico
tradizionale, considerandolo uno strumento per rafforzare lo Stato contro le forze socialiste. Tuttavia,
questa strategia fallì poiché il fascismo non era semplicemente un movimento antisocialista, ma si stava
configurando come un organismo alternativo e antagonista allo Stato liberale. Già durante la fase
ascendente dello squadrismo, il fascismo dimostrò di avere un’autorità percepita quasi equivalente a quella
dello Stato, comportandosi come un potere parallelo.

Nel 1922, durante lo sciopero legalitario promosso dalle sinistre, i fascisti colsero l’occasione per umiliare i
loro avversari. Mentre i lavoratori si astenevano dal lavoro, i fascisti non solo li aggredirono, ma in molti
casi si sostituirono ai dipendenti pubblici e ai lavoratori dei servizi essenziali, dimostrando una grande
efficienza organizzativa. Nei mesi successivi, il fascismo consolidò il proprio prestigio intervenendo in
diverse situazioni, come l’assistenza ai terremotati e la repressione dei movimenti operai in Toscana ed
Emilia. In questi episodi, i fascisti si sostituirono frequentemente alle autorità statali, arrivando persino a
effettuare arresti. Questo rafforzò la percezione del fascismo come forza in grado di ristabilire l’ordine,
guadagnandosi il consenso di ampi settori della popolazione.

Nell’ottobre del 1922, Mussolini giunse al potere con la Marcia su Roma, un evento che non apparve
immediatamente come un colpo di Stato, ma come il naturale esito di un progressivo spostamento politico
verso il fascismo. Il vuoto di potere e l’ingovernabilità del Parlamento spinsero il re Vittorio Emanuele III a
conferire l’incarico di formare il governo a Mussolini, evitando di firmare il decreto dello stato d’assedio che
avrebbe potuto fermare la Marcia. Questa decisione dimostrò l’incapacità della monarchia di opporsi al
fascismo, sancendo di fatto il ruolo della monarchia italiana come strumento che facilitò l’ascesa del
regime.

Una volta al governo, Mussolini ottenne il sostegno di un ampio fronte parlamentare che andava dai liberali
ai popolari. Molti ritenevano che il fascismo fosse un fenomeno transitorio o addirittura necessario per
ristabilire l’autorità dello Stato. Il Parlamento votò la fiducia al governo Mussolini, conferendo una parvenza
di legittimità costituzionale alla sua ascesa. Tuttavia, tra il 1922 e il 1925, Mussolini lavorò per trasformare
progressivamente lo Stato, consolidando il potere fascista dall’interno e gettando le basi per il passaggio a
un regime totalitario.

Un momento cruciale di questa trasformazione fu l’approvazione della Legge Acerbo nel 1923. Questa
legge introdusse un sistema elettorale maggioritario che garantiva un premio di maggioranza, pari ai due
terzi dei seggi parlamentari, alla lista che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. Questo strumento,
concepito per assicurare la stabilità del governo, fu invece utilizzato dal fascismo per consolidare il proprio
controllo sul Parlamento. Con questa legge, si tennero le elezioni del 1924, in cui il listone fascista ottenne
una vittoria significativa grazie alla frammentazione delle sinistre e all’uso diffuso della violenza e delle
intimidazioni.
La vittoria elettorale del 1924 rappresentò un passo decisivo verso la dittatura, ma fu seguita da un evento
che mise temporaneamente in crisi il regime: il rapimento e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Matteotti,
deputato socialista, aveva denunciato le irregolarità e le violenze che avevano caratterizzato le elezioni,
diventando il simbolo dell’opposizione al fascismo. Il suo assassinio suscitò una forte reazione pubblica, ma
Mussolini sfruttò l’occasione per consolidare ulteriormente il proprio potere. Nel gennaio 1925, Mussolini
pronunciò un discorso in cui si assunse la responsabilità politica degli eventi, dichiarando apertamente la
natura dittatoriale del suo governo.

A partire da quel momento, il fascismo iniziò a trasformare qualitativamente le strutture dello Stato. Tra il
1925 e il 1926, vennero introdotte leggi che abolirono le libertà politiche, censurarono la stampa e sciolsero
i partiti di opposizione, instaurando un regime totalitario. In questo contesto, il fascismo completò la sua
evoluzione da movimento di protesta a sistema di governo autoritario, eliminando ogni residuo di
democrazia e consolidando il proprio controllo su tutti gli aspetti della vita politica e sociale italiana.

L’ascesa del fascismo rappresentò quindi non solo la crisi dello Stato liberale, ma anche l’instaurazione di
un nuovo ordine politico basato sulla repressione, sulla violenza e sull’autoritarismo. La debolezza delle
istituzioni liberali, la complicità della monarchia e il sostegno di settori della borghesia furono fattori
determinanti che consentirono a Mussolini di trasformare l’Italia in uno Stato totalitario.

L’omicidio di Giacomo Matteotti rappresentò uno degli eventi più significativi nella transizione del fascismo
da un governo autoritario a un regime totalitario. Matteotti, deputato socialista, aveva denunciato con
fermezza le violenze e i brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 1924, chiedendo al re di intervenire
per invalidarle e convocare nuove elezioni a sistema proporzionale. Questa denuncia, insieme alla sua
richiesta di revocare l’incarico a Mussolini, segnò il suo destino. Matteotti fu rapito e assassinato da sicari
fascisti, un delitto che non lasciava dubbi sul coinvolgimento del regime. La notizia della sua morte suscitò
un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica italiana e creò disorientamento anche all’interno del
fascismo.

Il re, ancora una volta, scelse di sostenere Mussolini, ignorando le prove che dimostravano il
coinvolgimento diretto del capo del governo. Quando alcuni senatori, tra cui Campanello, portarono tali
prove, il re reagì dicendo: “Sono cieco e sordo, i miei occhi e le mie orecchie sono Camera e Senato.”
Nonostante il rischio di una crisi politica, Mussolini, con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, si assunse la
responsabilità politica, morale e storica del delitto, lasciando quella giudiziaria ai suoi sicari. Con questo
discorso si aprì definitivamente la strada alla costruzione di un regime totalitario: lo Stato, la società, la
cultura e ogni aspetto della vita pubblica dovevano essere interamente identificati con il fascismo.

La costruzione del regime passò attraverso il varo delle cosiddette leggi fascistissime, elaborate da Alfredo
Rocco. Queste leggi non abolirono formalmente lo Statuto Albertino, che rimase in vigore fino al 1946, ma
ridisegnarono la struttura dello Stato, concentrando il potere nelle mani di Mussolini. Il capo del governo
non era più responsabile di fronte al Parlamento, ma solo al re, mentre gli altri ministri erano nominati e
revocati su proposta del capo del governo. Queste leggi decretarono anche la decadenza dei parlamentari
di opposizione, giustificata dal fatto che si erano ritirati nei cosiddetti "lavori dell’Aventino" dopo
l’assassinio di Matteotti. Fu questo il preludio alla formazione del partito unico fascista.

Tra il 1928 e il 1929, il Gran Consiglio del Fascismo fu integrato nella struttura dello Stato, diventando un
organo istituzionale dipendente dal capo del governo. Questo organo aveva il compito di esprimersi
obbligatoriamente su tutte le questioni di rilevanza costituzionale, come i trattati internazionali e i rapporti
tra Stato e Chiesa. Il sistema elettorale venne anch’esso modificato per adattarsi al partito unico: venne
introdotto un sistema plebiscitario in cui gli elettori dovevano approvare o meno una lista unica di candidati
proposta dal Gran Consiglio. Questo sistema fu utilizzato solo due volte, nel 1929 e nel 1934, registrando
altissime percentuali di partecipazione grazie al rigido controllo amministrativo sulle procedure di voto.
Tuttavia, già nel 1939 il sistema plebiscitario fu superato con l’abolizione della Camera elettiva e
l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, un organo composto esclusivamente da membri
del partito e delle corporazioni fasciste. Questa misura eliminò ogni residuo di rappresentanza politica,
sancendo il pieno controllo del regime sulle istituzioni statali. In questo contesto si sviluppò l’idea dello
Stato corporativo, basato su tre principi fondamentali: la critica all’individualismo borghese, l’opposizione al
mercato e il rifiuto della concorrenza. Questi elementi caratterizzavano non solo il regime fascista italiano,
ma anche gli altri regimi totalitari dell’epoca.

L’evoluzione verso il totalitarismo mussoliniano fu facilitata da un sistema di repressione capillare e da un


controllo totale sulla società civile. Ogni aspetto della vita pubblica e privata fu subordinato agli interessi
del partito, trasformando lo Stato fascista in un’entità che assorbiva completamente la società, eliminando
qualsiasi forma di dissenso e pluralismo.

Il fascismo italiano, fin dalle sue origini, si presentò come un movimento fondato sull’uso sistematico della
violenza, con una leadership carismatica e una base sociale piccolo-borghese e agraria, capace di allearsi
con l’alta borghesia per conquistare il potere. Attraverso un’organizzazione paramilitare, il fascismo sfruttò
la violenza terroristica contro gli avversari politici per inserirsi nelle crepe del sistema liberale italiano.
Questo clima di violenza e instabilità venne inizialmente sottovalutato dai liberali, che considerarono il
fascismo un fenomeno transitorio e utile per contenere l’ascesa del socialismo. Tuttavia, questo approccio
permisero al movimento di consolidarsi e trasformarsi in un vero e proprio regime totalitario.

L’apice del cambiamento avvenne tra il 1922 e il 1925, con la progressiva trasformazione delle strutture
dello Stato. Mussolini, nominato capo del governo con il sostegno di un ampio fronte parlamentare che
includeva liberali e popolari, ricevette la fiducia della Camera nel novembre 1922, con 306 voti favorevoli e
solo 116 contrari. Questo passaggio diede una parvenza di legalità costituzionale all’operato del fascismo,
nonostante segnasse di fatto la fine dello Stato liberale e della democrazia parlamentare.

Un momento cruciale di questa trasformazione fu l’assassinio di Giacomo Matteotti. Nel 1924, le elezioni
politiche, svolte con il nuovo sistema maggioritario introdotto dalla legge Acerbo, garantirono un cospicuo
premio di maggioranza al listone fascista. Tuttavia, la campagna elettorale fu segnata da intimidazioni,
violenze e brogli. Matteotti, all’apertura del Parlamento, denunciò con forza le irregolarità elettorali e
chiese al re di intervenire, revocando l’incarico a Mussolini e invalidando le elezioni. La sua richiesta rimase
inascoltata, e pochi giorni dopo Matteotti fu rapito e assassinato da sicari fascisti.

La notizia del suo omicidio scatenò un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica e creò
disorientamento anche tra le fila fasciste. Tuttavia, la reazione dell’opposizione fu debole: i partiti di
opposizione si limitarono a ritirarsi dal Parlamento, inaugurando la cosiddetta "secessione dell’Aventino".
Questo gesto simbolico si rivelò inefficace, poiché il re, anziché prendere posizione contro Mussolini,
continuò a sostenerlo. Nonostante alcuni senatori avessero presentato prove del coinvolgimento diretto di
Mussolini nell’omicidio, Vittorio Emanuele III dichiarò di affidarsi esclusivamente al Parlamento e al Senato.

Mussolini, di fronte alla possibilità di una crisi politica, reagì con decisione. Il 3 gennaio 1925 pronunciò un
discorso in cui si assunse la responsabilità politica, morale e storica dell’assassinio di Matteotti, chiudendo
di fatto ogni questione morale. Questo discorso segnò il passaggio definitivo da un governo autoritario a un
regime totalitario, dove lo Stato e ogni aspetto della società civile dovevano identificarsi col fascismo.

La trasformazione delle strutture statali fu sancita dalle leggi fascistissime, ispirate da Alfredo Rocco.
Queste leggi non abolirono formalmente lo Statuto Albertino, ma ne svuotarono i principi fondamentali,
consolidando il potere di Mussolini. Il capo del governo divenne responsabile solo di fronte al re, mentre i
ministri erano nominati e revocati su sua proposta. I parlamentari d’opposizione vennero dichiarati
decaduti, i partiti politici furono sciolti e le organizzazioni fasciste furono integrate nella struttura dello
Stato.
Tra il 1928 e il 1929, il Gran Consiglio del Fascismo fu istituzionalizzato, diventando un organo dello Stato.
Questo organismo aveva il compito di esprimersi su questioni costituzionali e di rilevanza nazionale, come i
rapporti con la Chiesa e la redazione di trattati internazionali. Anche il sistema elettorale fu modificato:
venne introdotto un sistema plebiscitario in cui gli elettori dovevano approvare una lista unica di candidati
selezionati dal Gran Consiglio. Questo sistema fu utilizzato nelle consultazioni del 1929 e del 1934, che
registrarono altissime percentuali di partecipazione grazie al controllo rigido delle procedure elettorali.

Nel 1939, la Camera elettiva venne definitivamente abolita e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle
Corporazioni, composta esclusivamente da membri delle organizzazioni fasciste. Questo segnò la completa
eliminazione di ogni residuo di rappresentanza politica e portò a compimento la costituzione dello Stato
corporativo. Il corporativismo fascista si fondava sulla critica all’individualismo borghese, sull’opposizione al
mercato e sul rifiuto della concorrenza, elementi che accomunavano il regime fascista agli altri regimi
totalitari dell’epoca.

In definitiva, il fascismo italiano trasformò profondamente lo Stato, annullando le libertà politiche e


individuali, instaurando un partito unico e adottando politiche economiche autarchiche. Questi
cambiamenti, uniti alla violenza sistematica e al controllo totale della società, consolidarono il regime
totalitario e resero possibile la sua sopravvivenza fino alla Seconda guerra mondiale.

I provvedimenti legislativi adottati durante il regime fascista assicurarono al capo del governo poteri
straordinari, consolidando una struttura statale centralizzata e autoritaria. Tra le principali conseguenze di
queste misure vi fu la subordinazione del Parlamento al potere esecutivo, che vide ampliarsi i propri poteri
normativi. I ministri, nominati e revocati per decreto reale su proposta del capo del governo, erano
responsabili non solo davanti al re ma anche al capo del governo stesso. Inoltre, il capo del governo
disponeva del potere di stabilire l'ordine del giorno della Camera, riducendo ulteriormente il ruolo del
Parlamento, ormai privo di possibilità di controllo o sanzione sull'esecutivo.

Con le "leggi fascistissime", furono dichiarati decaduti i parlamentari delle opposizioni, in particolare della
sinistra, con la motivazione che si erano ritirati dai lavori parlamentari dopo l'assassinio di Giacomo
Matteotti. Contestualmente, vennero soppressi i partiti politici, creando le premesse per la costituzione del
partito unico, che si realizzò definitivamente tra il 1928 e il 1929. In questo processo, il Gran Consiglio del
Fascismo fu trasformato in un organo statale alle dirette dipendenze del capo del governo. Il Gran Consiglio
assunse un ruolo cruciale: doveva essere consultato obbligatoriamente su questioni di primaria importanza,
come i rapporti tra Stato e Chiesa, la redazione di trattati internazionali, la successione al trono e altre
questioni di rilevanza costituzionale. In questo modo, il partito fascista fu pienamente integrato nella
struttura statale, consolidando ulteriormente il regime.

Il sistema elettorale venne adattato alla realtà del partito unico, introducendo il sistema plebiscitario.
Questo sistema prevedeva che le organizzazioni collaterali al fascismo stilassero un elenco di 1000
nominativi, tra i quali il Gran Consiglio del Fascismo selezionava 400 candidati da sottoporre al giudizio
dell’elettorato. Gli elettori, riuniti in un unico collegio nazionale, potevano solo accettare o respingere
l’intera lista. Questo meccanismo elettorale fu utilizzato in due plebisciti, nel 1929 e nel 1934, che
registrarono altissime percentuali di partecipazione (89% nel 1929 e 96% nel 1934), sebbene sotto la stretta
vigilanza amministrativa.

Il 19 febbraio 1939, una nuova legge abrogò definitivamente la Camera elettiva, sostituendola con la
Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Questa nuova istituzione era composta da membri cooptati tra
coloro che ricoprivano incarichi all’interno del partito fascista e delle corporazioni. Con questa riforma,
furono eliminati gli ultimi residui di rappresentatività politica, completando il processo di costruzione dello
stato corporativo.
Il corporativismo fascista, elemento cardine del regime, si basava su tre principi fondamentali: la critica
dell’individualismo borghese, l’opposizione al mercato e il rifiuto della libera concorrenza. Questi tre
aspetti, presenti anche negli altri regimi totalitari dell’epoca, erano considerati ostacoli alla costruzione di
una società unitaria e coesa. L’individualismo, il mercato e la concorrenza venivano visti come veicoli di
disgregazione sociale, contrapposti all’ideologia fascista che mirava all’eliminazione delle posizioni
contrastanti e all’instaurazione di un’organizzazione statuale monolitica.

In definitiva, il corporativismo fascista non rappresentava solo un modello economico, ma un tentativo di


controllo totale della società attraverso la soppressione delle differenze ideologiche, politiche ed
economiche. Questo annientamento delle posizioni contrastanti fu uno dei pilastri dell’ideologia fascista e
un elemento comune a tutti i regimi totalitari, che miravano all’assoluta centralizzazione del potere e alla
sottomissione di ogni aspetto della vita pubblica e privata al controllo dello Stato.

La politica estera del regime fascista si inserisce in un contesto internazionale con l’obiettivo di ampliare
l’influenza dell’Italia nel Mediterraneo e in Africa. Mussolini perseguì due linee principali: la penetrazione
militare in Africa e la penetrazione politico-diplomatica nei Balcani, con l’intento di far emergere l’Italia
come una grande potenza. Tuttavia, gli sviluppi internazionali e interni al regime portarono a esiti
ambivalenti, influenzando in modo significativo la posizione italiana nel panorama mondiale.

Durante gli anni Venti, il contesto internazionale relativamente stabile limitò l’attivismo del regime fascista,
che si concentrò principalmente sulla richiesta di revisioni dei trattati di pace post-bellici. La situazione
cambiò radicalmente con la grande depressione del 1929-30 e l’ascesa di Hitler in Germania, che spinsero
Mussolini a intensificare le iniziative per contrastare l’espansionismo tedesco e rafforzare il ruolo dell’Italia.
L’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss nel 1934, che Mussolini vedeva come un possibile alleato
antitedesco, intensificò ulteriormente il suo attivismo in politica estera, spingendo l’Italia a divenire un
fattore di instabilità.

Un passaggio chiave fu l’accordo del gennaio 1935 con il ministro degli Esteri francese Pierre Laval, in cui la
Francia manifestò un “disinteressamento” rispetto a una possibile iniziativa italiana in Etiopia. Questo
venne interpretato da Mussolini come un via libera all’intervento militare. La guerra d’Etiopia, dichiarata
nell’ottobre 1935, segnò una svolta nella politica estera italiana. Nonostante la vittoria italiana con
l’occupazione di Addis Abeba e la proclamazione dell’impero italiano nel maggio 1936, la campagna si
caratterizzò per metodi disumani, come l’uso di gas asfissianti contro civili, e portò all’isolamento
internazionale dell’Italia. La Società delle Nazioni impose sanzioni economiche all’Italia, mentre le relazioni
con l’Inghilterra e gli Stati Uniti si deteriorarono gravemente. Tuttavia, nel luglio 1936, le sanzioni furono
revocate, rappresentando per Mussolini un successo politico.

Nonostante la proclamazione dell’Impero e i riconoscimenti interni, l’Italia uscì indebolita militarmente e


industrialmente dalla guerra d’Etiopia. Questo portò a una progressiva subordinazione all’espansionismo
tedesco. Hitler, inizialmente contrario all’intervento italiano in Etiopia, usò la debolezza italiana per
avvicinare Mussolini ai suoi progetti. Nel 1936, con lo scoppio della guerra civile spagnola, l’Italia fornì
“volontari” e materiale bellico per sostenere le forze di Franco, contribuendo a consolidare l’asse Roma-
Berlino. Questo rapporto si intensificò progressivamente, trasformandosi in una cooperazione economica e
militare sempre più stretta.

In sintesi, la politica estera fascista, inizialmente orientata verso ambizioni imperialistiche e di prestigio,
portò l’Italia all’isolamento internazionale, segnando l’inizio di una subordinazione alla Germania di Hitler e
la formazione di un’alleanza che avrebbe avuto conseguenze decisive per il futuro dell’Italia.

Negli ultimi anni del regime fascista, la politica estera di Mussolini subì un drammatico cambiamento,
portando l’Italia verso il collasso politico, militare e sociale. Un punto di svolta fondamentale fu
l'accettazione, nel 1938, dell'annessione dell’Austria da parte della Germania, con cui l’Italia rinunciò a una
delle principali conquiste strategiche della Prima Guerra Mondiale: evitare di avere una potenza minacciosa
al confine. L’annessione trasformò la Germania in una presenza pressante sul Brennero e su Trieste,
alterando l’equilibrio geopolitico della regione.

Contemporaneamente, l’Italia adottò gli aspetti più estremi del regime nazista: il razzismo antisemita e il
culto del Führer. Il Manifesto della Razza, pubblicato nell’estate del 1938 e firmato da numerosi
accademici, segnò l’inizio di una campagna di discriminazione razziale. Seguì la pubblicazione del
quindicinale La Difesa della Razza, curato da Telesio Interlandi, e le leggi razziali del settembre 1938, che
colpirono gravemente i diritti degli ebrei italiani. Tra i provvedimenti più significativi vi furono l’esclusione
degli ebrei dall’insegnamento, dalle accademie e dalle associazioni ufficiali, nonché la loro esclusione dalla
collettività nazionale. Questo periodo vide anche la cosiddetta bonifica culturale, durante la quale vennero
sequestrati e bruciati libri di autori ebrei e antifascisti.

Questi sviluppi prepararono il terreno per l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Nel maggio
1939, Mussolini firmò con la Germania il Patto d’Acciaio, un’alleanza stipulata con superficialità, che non
prevedeva neppure un obbligo di consultazione preventiva tra i due paesi. L’Italia dichiarò guerra a Francia
e Inghilterra nel giugno 1940, nonostante l’inadeguata preparazione militare. Il Stato Maggiore
dell’Esercito aveva già avvertito che l’Italia non era in grado di sostenere una guerra moderna e
generalizzata, confidando solo in una rapida vittoria tedesca. Tuttavia, Mussolini era determinato a entrare
in guerra per ragioni ideologiche e strategiche, identificando nelle potenze occidentali i principali oppositori
all’espansionismo italiano nel Mediterraneo.

Nonostante gli appelli di Roosevelt e Churchill tra maggio e giugno 1940, che cercarono di convincere
Mussolini a restare fuori dal conflitto, egli ignorò tali inviti, rispondendo con sarcasmo e non
comprendendo la portata di tali gesti diplomatici. La decisione di entrare in guerra ebbe conseguenze
devastanti per l’Italia. L’esito delle operazioni militari e le ripetute sconfitte approfondirono la frattura tra il
Paese e il regime fascista.

Tra le disfatte più significative ci furono l’abbandono dell’Africa da parte delle forze italiane e tedesche
nell’autunno del 1942, seguito dalla catastrofe dell’Armir (Corpo di spedizione italiano in Russia) nel
dicembre dello stesso anno. Le truppe italiane furono travolte dall’offensiva sovietica, con perdite enormi:
gran parte dell’esercito morì per fame, freddo e sfinimento nelle steppe russe. I pochi sopravvissuti, tra cui
gli alpini della Julia, rientrarono in Italia nella primavera del 1943, ma con la raccomandazione di tacere
sulle loro sofferenze. Tuttavia, i loro racconti alimentarono ulteriormente il malcontento popolare,
rafforzando le istanze pacifiste e il desiderio di porre fine sia alla guerra che al regime fascista.

Questi eventi, uniti alle crescenti difficoltà economiche e sociali, segnarono l’inevitabile declino del
fascismo, che venne travolto dalle sue stesse ambizioni espansionistiche e dalla gestione catastrofica del
conflitto.

Nel 1943, l'Italia si trovò in una fase critica sia sul piano militare che politico, con eventi che accelerarono il
crollo del regime fascista e aprirono la strada alla guerra civile e alla liberazione. Nelle fabbriche del Nord, a
partire da Milano, si susseguirono scioperi con rivendicazioni apparentemente economiche, come richieste
di aumenti salariali, ma che in realtà nascondevano una forte motivazione politica, evidente anche negli
slogan utilizzati dagli operai. Sorprendentemente, i militanti fascisti scomparvero durante queste proteste e
la milizia fascista si limitò a un contenimento passivo, senza intervenire in modo significativo.

Nel frattempo, i bombardamenti alleati devastavano l’Italia, causando enormi danni alle infrastrutture e
alimentando il crescente sentimento pacifista. La strategia alleata mirava a rendere impossibili i
collegamenti tra Nord e Sud, preludio all'invasione anglo-americana. Lo sbarco in Sicilia, avvenuto sulle
coste meridionali e sud-orientali, incontrò scarsissima resistenza, e l’isola fu completamente conquistata
entro la metà di agosto del 1943. I bombardamenti alleati, come quello del 19 luglio sul quartiere di San
Lorenzo a Roma, colpirono duramente anche la capitale e provocarono un forte impatto psicologico sulla
popolazione, rafforzando il desiderio di porre fine al conflitto.

Lo stesso giorno del bombardamento di Roma, Mussolini incontrò Hitler a Feltre, cercando senza successo
di ottenere il consenso per una pace separata e ulteriori aiuti militari. Tuttavia, Hitler ignorò le richieste
italiane, limitandosi a un monologo che Mussolini ascoltò passivamente. Nel frattempo, in Italia, i partiti
antifascisti si stavano riorganizzando clandestinamente, e persino all'interno del Movimento Fascista si
sviluppava una fronda contro Mussolini.

La situazione precipitò nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo votò la
sfiducia a Mussolini. Il Duce venne convocato dal re Vittorio Emanuele III, arrestato e sostituito alla guida
del governo dal maresciallo Pietro Badoglio, figura vicina agli ambienti monarchici e considerata in grado di
garantire la continuità istituzionale. Tuttavia, le speranze della popolazione italiana di una rapida fine della
guerra furono disattese. In un proclama, Badoglio dichiarò che la guerra sarebbe continuata, rassicurando i
tedeschi sulla fedeltà italiana all'Asse, ma anche minacciando i partiti di sinistra contro eventuali tentativi
rivoluzionari.

Intanto, le truppe tedesche affluivano rapidamente in Italia per contrastare gli anglo-americani e prevenire
un tradimento italiano. Nonostante le dichiarazioni pubbliche, emissari di Badoglio avviarono trattative
segrete con gli Alleati, culminate nella firma dell’armistizio il 3 settembre 1943, reso pubblico l’8
settembre. La notizia dell’armistizio gettò l’Italia nel caos: il re e Badoglio abbandonarono Roma,
rifugiandosi a Brindisi, lasciando il Paese senza guida e il suo esercito allo sbando.

Nel frattempo, Mussolini fu liberato dai tedeschi durante l’Operazione Quercia e posto a capo della
Repubblica Sociale Italiana (RSI), un regime fantoccio sotto il controllo diretto della Germania. Tuttavia,
persino i tedeschi tolsero formalmente a Mussolini ogni sovranità su regioni come il Trentino e la Venezia
Giulia, dimostrando la totale subordinazione della RSI. La Repubblica Sociale si rivelò un alleato complice
dell’occupazione tedesca, partecipando alla repressione del popolo italiano.

L’Italia risultò plasticamente spezzata in due: al Sud, gli anglo-americani avanzavano lentamente, mentre al
Nord la RSI governava nominalmente sotto la ferrea supervisione tedesca. In questo contesto si sviluppò la
guerra civile e di liberazione. Al Sud, con la liberazione dalle truppe alleate, rinascono i partiti antifascisti,
che riprendono lentamente la dialettica politica. Al Nord, invece, l’esercito, privo di ordini, si sfaldò sotto la
pressione tedesca. Molti soldati, intellettuali, operai e contadini scelsero la via della resistenza, unendosi ai
partigiani per riscattare moralmente e politicamente il Paese. Questa lotta segnò l’inizio della rinascita
dell’Italia e la definitiva sconfitta del fascismo.

All'inizio della Resistenza, i partigiani erano circa 10.000, un numero inizialmente ridotto ma composto dai
membri più consapevoli e motivati, che costituirono la spina dorsale del movimento di liberazione. Con il
tempo, questi numeri crebbero rapidamente, raggiungendo circa 120-130.000 partigiani, organizzati in vere
e proprie brigate e divisioni, un esercito strutturato che adottava tecniche di combattimento basate sulla
guerriglia per bande. Circa il 50% dei partigiani era guidato dalle forze comuniste, rappresentate dalle
Brigate Garibaldi. Un ulteriore 30% era legato al Partito d'Azione, che includeva i gruppi di Giustizia e
Libertà, mentre altre componenti più ridotte erano guidate dai socialisti e dai cattolici.

La guerriglia partigiana trovò una risposta brutale da parte delle forze tedesche e fasciste, che adottarono
la rappresaglia come principale strumento di contrasto. L'obiettivo delle rappresaglie era duplice: ricattare i
partigiani, bloccarne l'azione e spezzare il loro legame con la popolazione, cioè il consenso popolare che
costituiva il loro retroterra. Gli episodi di rappresaglia furono numerosi e dolorosi, con massacri che
colpirono duramente i civili. Tra i casi più noti si ricordano il massacro di Marzabotto, l'eccidio delle Fosse
Ardeatine e l'eccidio di Boves, eventi simbolo di una lunga serie di violenze che segnarono profondamente
la popolazione italiana.
La Resistenza rappresentò un momento cruciale di partecipazione civile e protagonismo popolare,
un'esperienza dal basso che trasformò radicalmente il panorama politico e sociale italiano. Questo
movimento non solo combatté per la liberazione dall'occupazione nazifascista, ma contribuì anche a
istituzionalizzare il passaggio da un regime liberale, diretto da un ristretto gruppo di élite (gli "ottimati"), a
un regime democratico, guidato dai partiti di massa.

La Resistenza riuscì a completare un processo già tentato, ma fallito, durante il Biennio rosso, quando le
classi dirigenti avevano schiacciato le aspirazioni democratiche affidandosi al fascismo. Questa volta, il
passaggio alla democrazia fu reso possibile non solo dal rafforzamento dei partiti di massa, ma anche
dall'emergere di un protagonismo politico delle masse popolari subalterne. Durante la Resistenza, queste
masse, che erano state assenti dal processo di unificazione italiana e dal Risorgimento, conquistarono per la
prima volta un ruolo centrale nella storia del Paese, segnando l'inizio di una nuova era per la democrazia in
Italia.
LA GRANDE CRISI DEL 1929
La grande crisi del 1929 fu un evento economico di portata mondiale, originatosi negli Stati Uniti e
caratterizzato da una recessione profonda e prolungata. Il crollo del mercato azionario avvenne nell'ottobre
di quell'anno, con momenti particolarmente critici tra il 24 e il 29 ottobre, quando la Borsa americana
cominciò a mostrare segni di cedimento. Inizialmente, questo fenomeno non rappresentava una crisi reale,
ma piuttosto un mutamento psicologico degli investitori, i quali, temendo un arresto del trend ascendente,
contribuirono a generare il panico. Tuttavia, gli effetti sull'economia reale furono drammatici: il valore dei
titoli delle imprese crollò, le banche cessarono di finanziarle e il conseguente crollo di Wall Street aggravò
una depressione economica già in atto. Questa crisi si diffuse rapidamente in tutto il mondo e durò tre anni,
con un lento ritorno alla normalità che avvenne solo negli anni '30, poco prima dello scoppio della Seconda
Guerra Mondiale.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l'Europa e gli Stati Uniti si trovavano in situazioni molto diverse. In
Europa, la guerra aveva trasformato profondamente le società e gli stati: le abitudini delle masse e degli
individui erano cambiate, e i governi avevano assunto un ruolo sempre più attivo nell'economia, adattando
le industrie alle necessità belliche. Anche nei paesi più liberisti, lo Stato iniziò a svolgere funzioni di
imprenditore e produttore. Nel 1918, i governi erano più potenti che in passato, e il suffragio universale
permetteva alle masse popolari di influenzare le decisioni politiche nazionali. Le principali preoccupazioni
delle masse riguardavano il lavoro e il welfare, che comprendeva l'assistenza sociale e l'assicurazione
contro gli infortuni sul lavoro.

Negli Stati Uniti, invece, gli anni successivi alla guerra furono segnati da un'opulenza economica senza
precedenti. La ricchezza americana derivava da due fattori principali: la creazione di una moderna società di
consumi di massa, agevolata dal pagamento rateale, e una congiuntura finanziaria favorevole derivante dal
trattato di pace. La Germania, obbligata a pagare enormi riparazioni di guerra, non disponeva dei capitali
necessari, e ciò portò investitori americani ed europei a finanziare la ricostruzione industriale tedesca.
Questo circolo finanziario strettissimo tra Stati Uniti ed Europa permise agli americani di ottenere interessi
e riparazioni di guerra, consolidando la loro posizione economica globale. Tuttavia, questa interdipendenza
finanziaria rese anche fragile il sistema: una minima alterazione negli Stati Uniti poteva avere effetti a
catena in Europa.

Gli anni '20 furono per gli Stati Uniti un periodo di espansione produttiva, progresso tecnologico e
prosperità economica. Le autorità americane favorirono ulteriormente questa crescita con politiche mirate:
sospesero le leggi antitrust, incoraggiando concentrazioni industriali, e crearono imprese all'estero, che
generarono profitti elevati. Tuttavia, non tutti beneficiarono di questo periodo di opulenza. Gli agricoltori
americani, ad esempio, videro crollare il prezzo dei prodotti agricoli a causa della diminuzione della
domanda europea dopo la guerra. Questo squilibrio segnò un lato meno visibile dell'economia americana,
evidenziando una disparità tra i diversi settori produttivi.

Questa complessa rete di interazioni economiche e finanziarie tra Stati Uniti ed Europa contribuì a rendere
il mondo sempre più interconnesso, ma anche più vulnerabile alle crisi globali.

Il decennio precedente alla crisi del 1929 fu caratterizzato da una grande fiducia nel progresso e nel
benessere economico, al punto che presso la popolazione maturò la convinzione che arricchirsi fosse un
processo rapido e accessibile. Questa fiducia si tradusse in un boom economico, con fenomeni di
speculazione immobiliare e finanziaria che avevano alla base meccanismi autoreferenziali. Ad esempio, in
Florida, i lotti di terreno venivano acquistati non per costruire, ma con fini puramente speculativi:
l’aumento dei prezzi era alimentato dall’accrescersi della domanda. Lo stesso accadde nel mercato
azionario, il cui rialzo iniziò nel 1927. Gli investitori acquistavano azioni prevedendo un aumento dei prezzi,
che si verificava poiché altri investitori agivano con le stesse aspettative. Questo meccanismo coinvolse non
solo i ceti abbienti, ma anche i cittadini comuni, che speculavano utilizzando denaro preso in prestito grazie
a sistemi di finanziamento.

La febbre speculativa si diffuse dalla Borsa di New York alle borse periferiche americane. Tuttavia, già nel
1928 l’economia cominciò a mostrare segnali di rallentamento, con una flessione nella produzione
industriale, particolarmente evidente nei settori dipendenti dal credito, come quello automobilistico e
edilizio. Nei primi mesi del 1929, questa flessione divenne più marcata. Già a settembre del 1929, alcuni
possessori di attività finanziarie iniziarono a vendere, causando un ribasso dei prezzi dei titoli e generando
un effetto domino: il 24 ottobre 1929, noto come "giovedì nero", la borsa crollò. Molti investitori,
desiderosi di vendere, non trovarono acquirenti se non a prezzi irrisori, con conseguenze devastanti. Le
fortune dei meno abbienti svanirono per prime, seguite da quelle dei ricchi. Anche gli istituti finanziari, che
avevano cercato di sostenere i prezzi dei titoli, entrarono in crisi.

Il crollo finanziario trasformò una recessione in un tracollo economico di lungo periodo. Fabbriche, imprese
commerciali e banche chiusero, causando un drammatico aumento della disoccupazione. Nel 1929, i
disoccupati erano 1,5 milioni; nel 1933, raggiunsero i 13 milioni, un quarto della forza lavoro americana.

Le autorità di politica economica, invece di alleviare la crisi, secondo molti economisti, la aggravarono. Il
Federal Reserve System, un organismo composto da 12 banche distrettuali, attuò nel febbraio 1929 una
stretta monetaria per limitare la speculazione, riducendo la disponibilità di credito. Tuttavia, questa misura
non sortì gli effetti sperati: la speculazione continuò e la stretta monetaria colpì duramente i settori
economici dipendenti dal credito, aggravando ulteriormente la situazione. Anche a livello politico, le
presidenze repubblicane di Calvin Coolidge (1923-1928) e Herbert Hoover (1928-1932) non riuscirono a
fronteggiare efficacemente la crisi. Coolidge, nel suo discorso di congedo del 1928, si mostrò ottimista sul
futuro economico americano, ma il suo successore Hoover, ostile alla speculazione, adottò una retorica
che, secondo alcuni studiosi, contribuì alla crisi di fiducia che culminò nel crollo della borsa.

In sintesi, la crisi del 1929 non fu solo il risultato del crollo di Wall Street, ma anche di fragilità strutturali,
politiche economiche inadeguate e una fiducia cieca in un progresso economico che si rivelò insostenibile.
Le conseguenze furono catastrofiche, segnando un'intera epoca di recessione e trasformando
profondamente il panorama economico e sociale degli Stati Uniti e del mondo.

Negli anni antecedenti alla crisi del 1929, la dottrina economica dominante era il laissez-faire, basata
sull'idea che il mercato fosse in grado di autoregolarsi senza interventi statali. Secondo questo principio, lo
Stato doveva astenersi da qualsiasi azione che potesse alterare gli equilibri del mercato, lasciando che la
libera concorrenza determinasse gli esiti economici. Una delle implicazioni di questa visione era la priorità
data al pareggio di bilancio, ovvero l'equilibrio tra le entrate e le spese dello Stato, principio fortemente
sostenuto dai repubblicani.

Di fronte alla crisi, il presidente Herbert Hoover si trovò inizialmente a rispettare questa impostazione,
evitando interventi significativi. Nel novembre del 1929, dopo il crollo di Wall Street, decise una modesta
riduzione delle imposte, ma con il peggiorare della crisi promosse programmi per rilanciare l’economia e
l’occupazione. Tuttavia, questi interventi si rivelarono insufficienti rispetto alla gravità della situazione.
Hoover rimase contrario a forme dirette di assistenza e ai sussidi di disoccupazione. Inoltre, nel 1932,
introdusse nuove tasse e ulteriori tagli alla spesa pubblica attraverso il Revenue Act, aggravando la crisi con
una contrazione ulteriore della produzione e dei consumi.

Fu necessario attendere l’insediamento di Franklin Delano Roosevelt nel marzo 1933 per vedere un
approccio radicalmente diverso. Eletto con il sostegno di una vasta base sociale, Roosevelt accusò i
banchieri di essere i principali responsabili della crisi. Secondo la sua visione, la crisi del 1929 non era una
semplice recessione, ma un tracollo che aveva colpito l’intera società, richiedendo non solo un programma
economico, ma anche una mobilitazione sociale. Roosevelt si impegnò a creare un senso di unità nazionale
individuando un nemico preciso – un ceto sociale, non il capitalismo in generale – come causa della crisi,
una strategia che favorì il consenso popolare.

Durante i primi cento giorni del suo governo, Roosevelt attuò misure significative, tra cui:

 La riorganizzazione del sistema finanziario e la creazione di un’assicurazione contro i fallimenti


bancari, per ripristinare la fiducia nei mercati.
 La trasformazione del Federal Reserve System in una sorta di banca centrale più strutturata,
ispirandosi ai modelli europei, rinominandolo Federal Reserve Bank.
 L’istituzione di agenzie federali con tre obiettivi principali:
- Promuovere grandi opere pubbliche.
- Ridurre la disoccupazione.
- Frenare il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli e industriali.

Questi provvedimenti ebbero una doppia funzione. Da un lato, l’erogazione di salari attraverso i progetti di
lavoro pubblico aumentò il potere d’acquisto, stimolando la ripresa economica. Dall’altro, i disoccupati e le
loro famiglie divennero una base di consenso per il governo di Roosevelt. Questi interventi sottolinearono
l’innovatività della sua amministrazione, che si distinse sia dai governi precedenti sia dai regimi autoritari
europei dell’epoca.

Nonostante alcune somiglianze con le politiche di mobilitazione di massa adottate nei regimi autoritari, il
New Deal si basava su principi fondamentali diversi:

 Le libertà politiche furono preservate e ampliate, piuttosto che annientate.


 Il ruolo dello Stato non fu quello di pianificatore globale dell’economia, bensì di regolatore
anticiclico. In questo senso, lo Stato agiva per stimolare lo sviluppo durante le recessioni e per
frenarlo in periodi di crescita squilibrata, assumendo una funzione equilibratrice e correttiva.

In sintesi, il governo Roosevelt si configurò come l’ago della bilancia in un sistema capitalistico liberale,
introducendo un modello di intervento statale volto a correggere gli squilibri del mercato senza sostituirsi a
esso. Il New Deal rappresentò un cambio di paradigma, segnando una netta rottura con l’approccio laissez-
faire che aveva dominato negli anni precedenti e ponendo le basi per una nuova concezione del ruolo dello
Stato nell’economia.

Negli anni successivi alla crisi del 1929, gli Stati Uniti adottarono un approccio differente rispetto a molte
economie europee, come quella italiana, che sviluppavano economie miste in cui lo Stato assumeva
direttamente un ruolo produttivo. Negli Stati Uniti, invece, l’intervento economico statale rimase confinato
ai suoi ambiti tradizionali: grandi opere pubbliche, assistenza sociale, tariffe e regolamentazione delle
attività finanziarie. Tuttavia, con il New Deal di Roosevelt, vi fu una svolta significativa nel ruolo dello Stato,
introducendo il cosiddetto Capitalismo Democratico, caratterizzato da un'economia regolamentata e da
una mediazione statale tra le parti sociali.

La crisi del 1929 segnò anche un profondo cambiamento nella teoria economica, mettendo in discussione il
paradigma dominante del laissez-faire. Secondo questa dottrina, la disoccupazione era considerata un
fenomeno temporaneo che si sarebbe risolto spontaneamente grazie alle dinamiche autonome del
mercato. Questa visione fu contestata dall’economista inglese John Maynard Keynes, che nel 1936
pubblicò il volume "Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta". Keynes sosteneva
che il sistema economico, lasciato a se stesso, non era in grado di garantire la piena occupazione e che la
crisi del 1929 ne era la dimostrazione. Egli identificò la crisi come una crisi di sovrapproduzione in una
condizione di sotto consumo: i beni prodotti non trovavano acquirenti, portando alla chiusura delle
fabbriche, al fallimento delle imprese commerciali e bancarie, e all’aumento della disoccupazione. Questo
ciclo negativo riduceva ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, aggravando la crisi.
Keynes individuò il problema nel circolo vizioso della domanda insufficiente e attribuì allo Stato il compito
di interromperlo. Il concetto centrale della sua teoria è la domanda aggregata, ossia la somma delle
intenzioni di spesa di individui, imprenditori e cittadini. Quando la domanda aggregata è troppo bassa, il
rischio di disoccupazione prolungata diventa concreto. Per Keynes, la soluzione risiedeva nell’intervento
statale attraverso la spesa pubblica e gli investimenti pubblici, necessari per stimolare la domanda e
garantire la piena occupazione.

La crisi del 1929 contribuì così a delineare le basi teoriche del moderno intervento statale in economia.
Secondo Keynes, lo Stato, tramite adeguate politiche economiche, poteva rompere il circolo vizioso della
disoccupazione e stimolare livelli elevati di domanda aggregata, favorendo la crescita della produzione e
l’assorbimento della disoccupazione. Questo nuovo approccio economico segnò una rottura rispetto al
laissez-faire, riconoscendo il ruolo attivo dello Stato come regolatore e promotore dello sviluppo
economico, soprattutto in momenti di crisi.
L’ITALIA TRA IL 1943 E IL 1947
Nel periodo tra il 1943 e il 1947, l'Italia attraversò un momento cruciale nella sua collocazione
internazionale, segnato dalla fine del regime fascista e dalle pesanti conseguenze della Seconda Guerra
Mondiale. L’ingresso dell’Italia nel conflitto al fianco della Germania nazista e il fallimento della guerra
parallela, con la conseguente sconfitta delle forze armate italiane, segnarono un radicale cambiamento nel
suo ruolo internazionale. In un primo momento, l’Italia aveva avuto la possibilità di giocare un ruolo
autonomo nel panorama internazionale, ma dopo le sconfitte, divenne una pedina nelle mani della
Germania hitleriana.

La Gran Bretagna, sotto la guida di Churchill, non aveva mai considerato l’Italia come una grande potenza. Il
regime fascista italiano, con i suoi fallimenti militari e le difficoltà interne, non suscitava alcun rispetto. La
Gran Bretagna pensava che l’Italia, alla fine, avrebbe chiesto una pace separata, ma con il proseguire della
guerra, si convinse che l’Italia fosse un semplice strumento nelle mani della Germania, con Mussolini visto
come un collaborazionista. Gli inglesi ritenevano che il popolo italiano fosse una massa passiva, incapace di
ribellarsi al fascismo, e per questo bisognava punirlo severamente, con la rinuncia alle colonie che
sarebbero state cedute agli alleati, in particolare agli inglesi. Inoltre, erano previsti cambiamenti territoriali
al confine orientale a favore della Jugoslavia.

A differenza della Gran Bretagna, gli Stati Uniti non nutrivano rancore nei confronti dell’Italia. Nonostante
la percezione che l’Italia fosse trascurabile a livello internazionale, gli Stati Uniti non vedevano il popolo
italiano come responsabile delle scelte fasciste. Le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Italia erano caratterizzate
dalla lunga tradizione di migrazione italiana, che aveva creato una comunità di grande rilevanza
oltreoceano. Durante la fase fascista, molti americani consideravano il regime di Mussolini come una forza
di modernizzazione, un argine contro il comunismo. Tuttavia, con l’invasione dell’Etiopia nel 1935 e il
progressivo allineamento dell’Italia con la Germania, la percezione americana cambiò, vedendo il fascismo
come una minaccia di destabilizzazione. Gli Stati Uniti avevano cercato di evitare l’ingresso dell’Italia in
guerra, non tanto perché la considerassero un nemico strategico, ma perché la numerosa comunità italiana
negli Stati Uniti avrebbe avuto un impatto significativo sulle elezioni presidenziali di Roosevelt. Quando
Mussolini decise di entrare in guerra, Roosevelt parlò di una "pugnalata alle spalle", ma successivamente
minimizzò questa dichiarazione per evitare reazioni tra gli elettori italo-americani.

Nel 1941, l’Italia era vista dagli Stati Uniti come una pedina nelle mani della strategia hitleriana e non aveva
più un ruolo significativo nella scena internazionale. Tuttavia, contrariamente agli inglesi, gli Stati Uniti
cercavano di separare la responsabilità del popolo italiano da quella del regime fascista. Gli americani
ritenevano che il fascismo fosse colpevole degli attacchi alle democrazie, ma che il popolo italiano non
fosse complice di queste azioni. In questo periodo, l’Italia si trovò a dover ridefinire il proprio ruolo,
passando dalla sottomissione alla Germania alla successiva alleanza con le potenze occidentali, soprattutto
gli Stati Uniti, che avrebbero permesso al paese di recuperare la sua posizione internazionale dopo la fine
del conflitto.

Tra il 1943 e il 1947, l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Italia si configurò come un delicato
equilibrio tra necessità strategiche e valutazioni politiche interne. Sebbene l'Italia fosse considerata una
pedina secondaria nel contesto bellico, la comunità italo-americana ebbe un ruolo significativo nel mitigare
eventuali pregiudizi contro il popolo italiano. Inizialmente, vi era il timore che la comunità potesse agire
come una "quinta colonna" dei Paesi dell'Asse, ma col tempo, Washington si rese conto che la volontà di
integrazione degli italo-americani prevaleva sull'adesione al regime fascista. In questo quadro, gli Stati Uniti
dettero spazio alle iniziative di gruppi antifascisti, come quelli guidati da personalità di spicco come Carlo
Sforza, Alberto Tarchiani, Randolfo Pacciardi, Gaetano Salvemini e Don Luigi Sturzo. Questi esponenti,
raccolti attorno al movimento Mazzini Society, vedevano nella sconfitta italiana un’opportunità per
rovesciare il fascismo e stabilire contatti con le potenze democratiche.
L’obiettivo degli antifascisti era quello di separare le responsabilità del fascismo da quelle del popolo
italiano, evitando che l’intera nazione fosse travolta dalle colpe del regime. Fondarono il movimento Italia
Libera, ispirato al modello della Francia Libera, chiedendone il riconoscimento ufficiale a Washington in
cambio del sostegno della comunità italo-americana in senso antifascista. Tuttavia, gli americani, pur
riconoscendo il potenziale di queste iniziative, decisero di rimandarne l’uso a un momento più opportuno,
quando ciò avrebbe avvantaggiato maggiormente i propri interessi strategici. L’attenzione primaria restava
rivolta alla vittoria della guerra, e le questioni politico-istituzionali italiane vennero accantonate per essere
affrontate in un secondo momento.

In parallelo, gli Stati Uniti dovettero confrontarsi con le aspirazioni britanniche nel Mediterraneo. Gli inglesi,
guidati da Churchill, desideravano rafforzare la loro egemonia nell'area, proponendo una strategia che
favorisse operazioni militari periferiche, anziché un secondo fronte in Francia settentrionale come
desiderato inizialmente dagli americani e promesso a Stalin. Questo approccio si tradusse nella campagna
nordafricana, con il coinvolgimento diretto delle truppe americane in Marocco e Algeria, seguita dalla
liberazione della Sicilia, un passo cruciale per eliminare l'Italia dal conflitto.

Le divergenze tra gli alleati emersero chiaramente nel dibattito sul futuro dell’Italia liberata. Gli inglesi
chiedevano il riconoscimento di una senior partnership nella gestione dei territori italiani, proponendo
un’amministrazione militare britannica nelle aree liberate. Roosevelt, pur avendo inizialmente auspicato
l’apertura di un secondo fronte in Francia, accettò il compromesso britannico per affrontare la guerra nel
Mediterraneo, spostando l’attenzione sul ruolo dell’Italia nel contesto post-bellico.

In questo periodo, l'Italia si trovò al centro di una contesa strategica tra le potenze alleate, il cui obiettivo
era quello di garantirsi vantaggi territoriali e politici, mentre il destino del popolo italiano e il superamento
delle responsabilità del fascismo restarono in secondo piano, subordinati agli interessi militari e geopolitici
dei vincitori.

Nel contesto della Seconda guerra mondiale, la questione italiana rappresentò un terreno di confronto e
negoziazione all’interno del fronte alleato. Churchill insistette sull'importanza di una propaganda che
sottolineasse la volontà punitiva verso il popolo italiano, ma Roosevelt si oppose fermamente, riuscendo a
far prevalere un approccio più equilibrato. Alla fine, il territorio liberato fu governato da
un’amministrazione militare alleata basata su una equal partnership tra Stati Uniti e Regno Unito, con una
propaganda che distingueva le responsabilità del fascismo da quelle del popolo italiano. Le operazioni di
sbarco in Sicilia, dirette dal generale statunitense Eisenhower, divennero quindi il primo vero motivo di
scontro tra gli alleati sulla gestione dell'Italia.

Alla fine del 1942, le sconfitte delle forze dell’Asse resero evidente alle forze conservatrici italiane – come la
diplomazia vaticana, la monarchia, le forze armate e i capitalisti – che il fascismo era ormai in una crisi
irreversibile. Questi gruppi cercarono di separare le proprie responsabilità da quelle del regime
mussoliniano, puntando su una rapida uscita dalla guerra per salvaguardare i propri interessi, preservare
l'ordine sociale conservatore ed evitare il collasso dell’intera nazione. Si profilava persino l’idea di un
rovesciamento delle alleanze, e personalità italiane iniziarono a stabilire contatti con Londra, proponendo
la destituzione di Mussolini e una pace separata con gli Alleati. Tuttavia, Churchill rispose con il silenzio,
poiché disprezzava sia le forze conservatrici italiane che gli italiani in generale. Inoltre, trattare con l’Italia
avrebbe contraddetto la dichiarazione di Casablanca del gennaio 1943, che imponeva una resa senza
condizioni per le potenze dell’Asse.

Parallelamente, gli Alleati pianificavano minuziosamente lo sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 luglio 1943. Le
forze anglo-americane incontrarono una debole resistenza militare e furono accolte come liberatori dalla
popolazione civile. La campagna di Sicilia, insieme ai bombardamenti che devastavano la penisola italiana –
come quello sul quartiere San Lorenzo a Roma – accelerò il crollo del fascismo. La notte tra il 24 e il 25
luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo approvò una mozione di sfiducia contro Mussolini, che venne
destituito e arrestato. Vittorio Emanuele III affidò quindi il governo al maresciallo Badoglio, una figura vicina
agli ambienti monarchici, che garantiva una certa continuità istituzionale. Dopo lo scioglimento del partito
fascista, fu instaurata una forma di dittatura militare sotto Badoglio, con l’obiettivo di uscire dalla guerra e,
possibilmente, di rovesciare le alleanze per permettere all’Italia di schierarsi dalla parte dei vincitori.
Tuttavia, questa strategia rifletteva un errore di valutazione, poiché sopravvalutava l’interesse
internazionale verso l’Italia e il suo ruolo nel contesto postbellico.

Gli Alleati, sorpresi dalla caduta del fascismo, iniziarono a considerare una possibile richiesta di pace
separata da parte dell’Italia. Tuttavia, sia Churchill sia Roosevelt rimasero vincolati alla dichiarazione di
Casablanca. Nell’agosto del 1943, durante il vertice di Québec, i due leader concordarono sulla possibilità di
ammorbidire l’atteggiamento nei confronti dell’Italia se questa avesse abbandonato la Germania e
contribuito allo sforzo militare alleato. Pur ammettendo questa possibilità a livello teorico, entrambi
delegarono ai vertici militari la gestione dell’uscita dell’Italia dal conflitto.

In conclusione, il destino dell’Italia nel periodo 1942-1943 fu condizionato sia dalle divisioni interne al Paese
sia dagli equilibri e dalle priorità delle potenze alleate. Il crollo del fascismo e l’uscita dalla guerra furono
determinati da una combinazione di fattori interni ed esterni, ma la posizione dell’Italia rimase subordinata
agli interessi strategici di Stati Uniti e Regno Unito, che si preoccuparono soprattutto di mantenere il
controllo sulle operazioni belliche e sul futuro politico dell’Europa.

Le dinamiche si presentano complesse tra Italia e gli Alleati durante la seconda guerra mondiale, un periodo
cruciale che vide il crollo del regime fascista e la transizione verso un'Italia cobelligerante. Gli alti vertici
militari degli Alleati proposero una soluzione articolata per gestire la resa italiana, suddivisa in due fasi: un
"armistizio corto", che prevedeva clausole generiche, e un "armistizio lungo", contenente severe
condizioni di resa. Questa strategia accontentava sia i britannici, inclini a infliggere una pace punitiva, sia gli
americani, rappresentati da Eisenhower, che desideravano mantenere la centralità militare.

La leadership italiana, guidata da Vittorio Emanuele III e Badoglio, cercò di stabilire contatti con gli Alleati
attraverso l'invio del generale Castellano a Lisbona nell'agosto 1943. Nonostante la difficoltà iniziale,
Castellano ottenne un incontro con i vertici alleati, i quali ribadirono l'ineluttabilità di un armistizio senza
condizioni. Tuttavia, gli Alleati promisero un'operazione aviotrasportata per sostenere le forze italiane nei
pressi di Roma, una promessa che gli italiani fraintesero, sovrastimandone la portata e confidando
erroneamente che gli Alleati avrebbero risolto autonomamente le criticità militari.

Il 3 settembre 1943 fu firmato l'armistizio a Cassibile, ma la sua pubblicazione avvenne solo l'8 settembre,
generando confusione e lasciando l'Italia impreparata. L'assenza di difese a Roma portò all'annullamento
dell'operazione alleata promessa, e la fuga del re e del governo da Roma causò lo sfaldamento delle
strutture statali italiane. L'esercito, privo di ordini, fu lasciato a sé stesso, mentre la monarchia si trovò
confinata a Brindisi, perdendo credibilità e autorità.

Gli anglo-americani, nonostante la scarsa stima per la leadership italiana, riconobbero in Vittorio Emanuele
III e Badoglio degli interlocutori utili per garantire l'attuazione delle clausole armistiziali. Badoglio fu quindi
costretto a firmare l'armistizio lungo il 29 settembre 1943 a Malta, e il 13 ottobre 1943 l'Italia dichiarò
guerra alla Germania, completando il rovesciamento di alleanze sperato dalla leadership conservatrice
italiana. Tuttavia, le ambizioni italiane di riscattarsi come membro di pari dignità all'interno della coalizione
vincente erano incompatibili con gli obiettivi degli Alleati.

Gli Alleati intendevano sfruttare l'Italia per fini pratici: utilizzarne la flotta, impiegare la manodopera e
garantire la sicurezza delle retrovie. Per Churchill, l'Italia rappresentava uno strumento per rafforzare la
strategia mediterranea inglese; per Eisenhower, era un elemento strategico per ottenere rapidamente
successi militari prima dello sbarco in Normandia. Questa visione strumentale si tradusse in una relazione
ambigua, sintetizzata dal termine "cobelligerante": l'Italia non fu riconosciuta come un'alleata a tutti gli
effetti, ma come un ex nemico ora impegnato contro i propri precedenti alleati, con gli anglo-americani che
mantenevano il controllo sul suo destino postbellico.

Nel 1943, con l’avanzata degli anglo-americani nell’Italia meridionale, si pose una complessa questione
politica riguardante il governo del Regno del Sud e il futuro della monarchia. Gli anglo-americani liberarono
rapidamente buona parte dell’Italia meridionale, ma si trovarono a fronteggiare una tenace resistenza
tedesca lungo la Linea Gustav, che trasformò il conflitto in una lunga guerra di logoramento fino alla
liberazione completa nel 1945.

Con il fronte stabilizzato, gli Alleati dovettero decidere quale atteggiamento mantenere nei confronti del re
Vittorio Emanuele III e del governo guidato da Badoglio. Gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano visioni
divergenti. Gli inglesi, sostenendo Churchill, preferivano mantenere in carica il re e Badoglio.
Consideravano queste figure compromesse e deboli, ma anche utili garanti dell’armistizio, che avrebbero
accettato le dure clausole imposte dagli Alleati. Gli americani, pur sotto la leadership di Roosevelt,
tolleravano temporaneamente il governo Badoglio per evitare di ostacolare le operazioni militari, ma
mostravano interesse per un ricambio politico e una prospettiva democratica a lungo termine.

In questo contesto, emergeva il ruolo del clero cattolico e della diplomazia vaticana, che fin dai primi anni
del conflitto avevano cercato di influenzare Roosevelt. Esponenti dell’alto clero suggerirono al presidente
americano di non sostenere il movimento antifascista "Italia Libera", guidato da Carlo Sforza, considerato
anticlericale e rappresentante di un liberalismo superato. Tuttavia, Roosevelt accolse solo in parte tali
raccomandazioni e nel 1943 permise a Sforza di rientrare in Italia, dimostrando così l’interesse degli Stati
Uniti per un’alternativa democratica al regime monarchico.

L’8 settembre 1943, con la resa e l’occupazione tedesca di gran parte della penisola, i vecchi partiti
antifascisti riemersero come attori principali nel processo di liberazione e nella costruzione di una futura
Italia democratica. Inizialmente, si limitarono a riorganizzarsi durante i "45 giorni badogliani" (tra la caduta
di Mussolini e l’armistizio), ma con l’occupazione tedesca presero una posizione più attiva. I partiti
antifascisti premevano per la rimozione di Vittorio Emanuele III e Badoglio, considerati incapaci di guidare il
Paese fuori dal conflitto, e si impegnarono in una lotta senza quartiere contro i nazifascisti.

Nonostante queste pressioni, gli anglo-americani mantennero atteggiamenti ambigui e contraddittori.


Roosevelt, in linea teorica, era favorevole a un ricambio radicale della leadership politica e mostrò simpatia
per le richieste antifasciste. Churchill, al contrario, si oppose fermamente a qualsiasi cambiamento. Per il
primo ministro britannico, era essenziale mantenere al potere figure già compromesse come il re e
Badoglio, che avrebbero garantito la pace punitiva e l’ordine nel Regno del Sud. Questa divergenza tra
americani e inglesi rifletteva una differenza di approccio alla gestione del dopoguerra: mentre gli Stati Uniti
guardavano al futuro democratico dell’Italia, il Regno Unito era più concentrato sul controllo immediato
della situazione per tutelare i propri interessi.

La tensione politica tra le forze alleate e i partiti antifascisti si inserì così in un quadro più ampio di conflitti
interni e ambiguità, che caratterizzarono il periodo della guerra e prepararono il terreno per i futuri assetti
della Repubblica Italiana.

Nel contesto della guerra e dell’occupazione angloamericana, sia Vittorio Emanuele III che Badoglio
compresero che il loro prestigio presso l’opinione pubblica italiana dipendeva dalla capacità di affermare
una maggiore autonomia politica. Tuttavia, questa autonomia era ostacolata dalla rigida tutela esercitata
dagli Alleati, i quali affidavano il controllo reale all’autorità della commissione centrale di controllo.

Per cercare di ottenere un riconoscimento ufficiale, Vittorio Emanuele III adottò una strategia inusuale:
inviò Renato Prunas in Unione Sovietica con l’intento di ottenere il riconoscimento del governo Badoglio.
L’obiettivo era sfruttare questo riconoscimento sovietico per esercitare pressione sugli angloamericani,
inducendoli a fare altrettanto. Tale mossa rifletteva una consapevolezza delle forze conservatrici italiane sul
carattere provvisorio dell’alleanza tra angloamericani e sovietici.

Nel marzo 1944, l’Unione Sovietica riconobbe ufficialmente il Regno del Sud. Questo evento fu
strettamente legato al rientro in Italia di Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano, che segnò
la cosiddetta "svolta di Salerno". Togliatti, una volta rientrato, dichiarò la volontà di collaborare con il
governo Badoglio, a condizione che fosse proseguita con determinazione la lotta contro i nazifascisti.

Nel breve periodo, questa svolta sembrò rafforzare la monarchia e il governo Badoglio. Tuttavia, in una
prospettiva di lungo termine, la posizione del Partito Comunista Italiano ne uscì notevolmente rafforzata.
Presentandosi come un partito patriottico, moderato e orientato al governo piuttosto che alla rivoluzione, il
PCI consolidò il proprio ruolo come forza politica di rilievo in Italia. Inoltre, questa dinamica rafforzò la
posizione dell’Unione Sovietica, che, attraverso il riconoscimento ufficiale del governo Badoglio, ottenne
una presenza legittimata in Italia. Questo segnava una prima avvisaglia della futura Guerra Fredda, in cui le
aree liberate dalle potenze alleate rientravano nella loro rispettiva sfera di influenza.

Gli angloamericani, preoccupati per il crescente ruolo dell’Unione Sovietica, decisero di intervenire. Una
delle misure principali fu il congedo di Vittorio Emanuele III, sostituito da suo figlio Umberto come
luogotenente del regno. Nell’aprile 1944, venne autorizzata la formazione di un nuovo governo presieduto
da Badoglio, ma con la partecipazione di tutti i partiti antifascisti. Questo governo includeva:

 il Partito Comunista Italiano,


 il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria,
 la Democrazia Cristiana,
 il Partito Liberale Italiano,
 il Partito d’Azione,
 il Partito Democratico del Lavoro.

Il governo Badoglio formato nell’aprile 1944 rimase in carica fino all’8 giugno dello stesso anno, quando i
progressi militari e l’evoluzione del conflitto portarono a nuove decisioni istituzionali, segnando un ulteriore
passo verso la definizione dell’assetto postbellico dell’Italia.

L’8 settembre 1943 rappresenta un punto cruciale non solo sul piano militare, ma anche per il completo
sfaldamento delle strutture dello Stato italiano. Con la pubblicazione dell'armistizio, le truppe tedesche
scatenano un attacco diretto e immediato, costringendo il re e il governo a fuggire. Vittorio Emanuele III
abbandona Roma, lasciandola vulnerabile, e si rifugia a Brindisi, nelle zone liberate dagli anglo-americani,
segnando una perdita di prestigio per la monarchia e per il governo Badoglio, che si riduce a operare
all’interno del Castello Svevo di Brindisi.

Gli anglo-americani, pur riconoscendo la necessità di avere l'Italia dalla loro parte, avevano scopi ben
definiti e non intendevano concedere troppo al governo italiano. In particolare, Badoglio e la monarchia
non godono di una reale autonomia o autorità. Il 29 settembre 1943, Badoglio si trova costretto a firmare
l'armistizio lungo a Malta, che imponeva una resa senza condizioni, con una pace fortemente punitiva per
l’Italia. Questo accordo non solo metteva fine alla partecipazione italiana al conflitto al fianco della
Germania, ma sanciva una subalternità totale dell’Italia rispetto agli Alleati.

Nel contesto della resa, l’Italia dichiara guerra alla Germania nel mese di ottobre 1943, sperando di
guadagnare la posizione di uno dei vincitori. Tuttavia, le aspirazioni italiane di guadagnarsi una posizione
privilegiata nel dopoguerra si scontrano con le strategie anglo-americane. Gli Alleati avevano bisogno delle
strutture burocratiche italiane e delle forze di polizia per ristabilire l'ordine nelle retrovie, consentendo loro
di continuare la guerra contro i tedeschi. In questa fase, Roosevelt vede l’Italia principalmente come una
pedina nelle sue manovre con Churchill, utili a portare avanti la strategia mediterranea, che sarebbe stata
essenziale per preparare lo sbarco in Normandia.

Il rapporto tra l’Italia e gli Alleati diventa particolarmente ambiguo. Sebbene l’Italia fosse cobelligerante,
cioè combattesse contro la Germania insieme agli Alleati, non veniva ancora considerata un alleato, ma
piuttosto un partner forzato in un conflitto che la vedeva schierata con i suoi ex nemici. La definizione di
cobelligeranza esprime perfettamente questa condizione: l'Italia combatteva contro la Germania, ma gli
Alleati, per non compromettere la loro immagine, non intendevano considerarla un vero alleato.
Nonostante la defezione italiana, i tedeschi, nell’autunno del 1943, resistevano con forza, bloccando
qualsiasi tentativo di liberazione rapida dell’Italia. La guerra si stabilizza lungo la linea Gustav, separando la
penisola in due e allungando il conflitto fino al 1945, con la completa liberazione dell'Italia solo nell’aprile di
quell’anno.

Il fallimento nel liberare rapidamente l’Italia mette gli anglo-americani di fronte a un problema politico: la
necessità di interagire con due figure chiave, Vittorio Emanuele III e Badoglio. Sebbene i militari volessero
sfruttare le risorse italiane, non intendevano concedere autonomia al governo Badoglio, al quale fu imposto
un controllo rigido da parte della commissione alleata. Churchill, pur non avendo simpatie per la
monarchia, era determinato a mantenere al potere il governo Badoglio e il re, in quanto garanzia di
un’armistizio che assicurava la pace punitiva e consentiva di proseguire con la strategia nel Mediterraneo.

D’altro canto, Roosevelt non aveva stima né per Badoglio né per il re. Tuttavia, evitava di intervenire
drasticamente contro di loro, perché non voleva che la questione istituzionale italiana ostacolasse il
progresso delle operazioni militari. Nonostante il suo disinteresse per le figure al potere, Roosevelt aveva
già preso in considerazione l'idea di un radicale ricambio della leadership italiana. Nel 1943, infatti, decise
di far rientrare in Italia Carlo Sforza, un ex ministro fascista che avrebbe collaborato con il governo
Badoglio, ma anche come simbolo dell’interesse americano per una alternativa democratica al governo
monarchico.

Questo scenario evidenziava l’ambiguità e la strumentalità della posizione anglo-americana nei confronti
dell’Italia: pur riconoscendo il valore strategico della sua alleanza, gli Alleati preferivano mantenere il
controllo, mentre gli italiani si trovavano a lottare per cercare di recuperare una qualche forma di
autonomia politica e di prestigio internazionale.

Nell’autunno del 1943, in seguito all’armistizio dell’8 settembre e all’occupazione tedesca di gran parte del
territorio italiano, nuovi attori politici iniziarono a emergere sulla scena italiana. Tra questi, i vecchi partiti
antifascisti, che avevano approfittato della crisi del fascismo per riorganizzarsi, trovarono finalmente uno
spazio per agire. Pur non avendo avuto alcun ruolo nel rovesciamento del fascismo, questi partiti colsero
l’opportunità offerta dalla crisi del regime, dall’occupazione tedesca e dallo schieramento del Sud con gli
Alleati per partecipare attivamente alla liberazione dell’Italia e proporre una concreta alternativa
democratica al regime monarchico e fascista.

Sin dall’inizio, i partiti antifascisti si posero due obiettivi fondamentali: il primo era allontanare dal potere
Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio, entrambi considerati responsabili del compromesso con il
fascismo; il secondo era proseguire la lotta contro i tedeschi e le forze nazifasciste per ottenere la
liberazione del Paese. Questi partiti, inoltre, manifestarono apertamente la loro ostilità verso il re e
Badoglio, insistendo con i rappresentanti degli Alleati affinché fosse avviato un processo che portasse alla
costituzione di un’alternativa democratica. Personalità come Carlo Sforza, rientrato a Napoli nel 1943, si
fecero promotrici di questa visione, intrattenendo contatti con i vertici politici e militari americani per
ottenere l’allontanamento del re e di Badoglio. Tuttavia, l’atteggiamento degli anglo-americani si rivelò
ambiguo e contraddittorio. Da una parte, l’amministrazione americana, sotto la guida di Roosevelt,
sembrava favorevole a un ricambio radicale della leadership politica italiana. Dall’altra, il governo
britannico, guidato da Churchill, era fermamente deciso a mantenere in carica il re e Badoglio,
considerandoli essenziali per garantire la stabilità politica e la continuità istituzionale.

Di fronte a questa situazione di stallo, il governo Badoglio comprese la necessità di recuperare


autorevolezza e autonomia politica rispetto alla Commissione Alleata di Controllo. Tuttavia, a causa
dell’opposizione britannica, ottenere un margine di autonomia dagli alleati occidentali si rivelò un’impresa
ardua. Per questo motivo, Badoglio cercò di rivolgersi all’Unione Sovietica, attivando canali diplomatici con
Mosca. Nel 1944, il diplomatico Niccolò Carandini Prunas fu inviato in Unione Sovietica, dove incontrò il
vice ministro degli Esteri sovietico, Andrei Vyshinsky. Questo incontro portò al riconoscimento ufficiale del
Regno del Sud da parte dell’URSS, rafforzando temporaneamente la posizione sia del governo Badoglio sia
di Vittorio Emanuele III, che speravano di sfruttare questo riconoscimento per ottenere una maggiore
legittimazione anche da parte delle potenze occidentali.

Parallelamente, si verificò un altro evento cruciale: il rientro di Palmiro Togliatti, leader del Partito
Comunista Italiano, dall’esilio in Unione Sovietica. Togliatti attuò la cosiddetta "svolta di Salerno",
dichiarando la disponibilità del PCI a collaborare con il governo Badoglio, a condizione che questo
continuasse la lotta contro i tedeschi. Questa mossa strategica rafforzò il PCI, che si presentò come un
partito patriottico e moderato, temporaneamente disposto ad accantonare le aspirazioni rivoluzionarie per
concentrarsi sulla liberazione del Paese. Tale approccio gli permise di accreditarsi come una forza politica
legittima e potenzialmente di governo. Al contempo, la "svolta di Salerno" avvantaggiò l’Unione Sovietica,
che vedeva consolidarsi la propria influenza in Italia grazie al rafforzamento del PCI.

Gli anglo-americani, rendendosi conto del rischio di un’eccessiva influenza sovietica e dell’ascesa del PCI,
decisero di intervenire per bilanciare la situazione. Vittorio Emanuele III fu allontanato dal potere e venne
nominato il principe Umberto come luogotenente del Regno. Inoltre, si favorì la formazione di un nuovo
governo che includesse i partiti antifascisti, pur mantenendo Badoglio alla guida. Questa soluzione
rappresentava un compromesso accettabile per Londra, che desiderava preservare la figura di Badoglio, e
per Washington, che vedeva in questa mossa un primo passo verso la democratizzazione dell’Italia.

L’insieme di questi eventi segnò una fase di transizione cruciale per il futuro politico del Paese. Da un lato,
la monarchia e il governo Badoglio cercarono di recuperare legittimità attraverso il riconoscimento
internazionale e l’inclusione dei partiti antifascisti. Dall’altro, l’emergere del PCI e il rafforzamento
dell’influenza sovietica rappresentarono nuove sfide per gli Alleati, che cercarono di bilanciare queste
dinamiche promuovendo una graduale apertura democratica, pur mantenendo un controllo significativo
sulla scena politica italiana.

Dopo la svolta di Salerno, l'equilibrio politico instaurato non poteva reggere a lungo. L'estate del 1944
segnò eventi militari fondamentali, come la liberazione di Roma e Firenze, anche se l'avanzata alleata si
bloccò lungo la linea gotica tra settembre e ottobre. Con la liberazione di Roma, il Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN) avanzò richieste decise per un governo apertamente antifascista, reclamando le dimissioni
di Badoglio. Dopo negoziati complessi, si giunse alla formazione di un governo guidato da Ivanoe Bonomi,
leader di Democrazia del Lavoro, un partito liberale. Questo nuovo governo, composto da partiti antifascisti
e guidato da un moderato dell'epoca prefascista, rappresentò un compromesso: il CLN accettò di congelare
la questione istituzionale fino alla fine del conflitto. Il decreto legge 151, emanato dal governo Bonomi,
stabilì che sarebbe stato il popolo italiano a decidere tra monarchia e repubblica, evidenziando l'interesse
degli Alleati nel mantenere la stabilità politica per concentrarsi sulla campagna militare.

A Washington, il governo Bonomi fu accolto favorevolmente, poiché rappresentava un'apertura


democratica e un passo verso la democratizzazione dell'Italia. A Londra, invece, la rimozione di Badoglio
non fu ben vista, poiché Churchill considerava la sua figura debole e compromessa un utile strumento di
controllo. Nel frattempo, la Resistenza italiana intensificò le sue attività, liberando aree nel nord Italia e
formando repubbliche partigiane. Tuttavia, i rapporti tra gli Alleati e la Resistenza non furono sempre
chiari. Gli anglo-americani accettarono la collaborazione dei partigiani solo per attività come il sabotaggio,
la raccolta di informazioni e il supporto ai prigionieri alleati. Manifestarono invece scarsa simpatia per le
iniziative di combattimento aperto e di formazione di zone liberate, poiché tali azioni contraddicevano la
loro strategia militare, che vedeva la Resistenza come un elemento ausiliario e subordinato.

Gli Alleati, pur collaborando con la Resistenza per garantire l'ordine e la sicurezza nelle retrovie,
monitorarono attentamente l'evoluzione politica italiana. Soprattutto gli inglesi temevano l'influenza
crescente del Partito Comunista Italiano (PCI) nella Resistenza e nelle zone liberate. Questi timori
riflettevano la preoccupazione di Churchill per il ruolo egemone dell'Unione Sovietica in Europa, sia
attraverso l'Armata Rossa sia tramite i partiti comunisti. La visita di Churchill a Roma nel giugno 1944
confermò i suoi sospetti e portò alla decisione, condivisa con Roosevelt, di ammorbidire le clausole
armistiziali. Questo ammorbidimento incluse l'accoglienza di rappresentanti diplomatici italiani a Londra e
Washington e la trasformazione della commissione alleata di controllo in una semplice commissione
alleata. Queste misure influirono positivamente sull'opinione pubblica italiana, che iniziò a vedere negli
Stati Uniti un interlocutore privilegiato per affrontare i problemi economici e sociali del dopoguerra.

Queste decisioni rappresentarono un delicato equilibrio tra le necessità militari, i timori politici per
l'influenza sovietica e il bisogno di mantenere la stabilità interna in Italia, in un contesto in cui ogni mossa
politica aveva profonde implicazioni per il futuro assetto del paese.

Nel periodo tra l'autunno del 1944 e la primavera del 1945, si delinearono dinamiche politiche complesse e
contraddizioni nei rapporti tra gli Alleati e la Resistenza italiana. Questo periodo riflette una fase di
transizione cruciale per il futuro assetto istituzionale e politico dell'Italia, caratterizzata da conflitti interni e
tensioni internazionali.

L'opinione pubblica italiana cominciava a percepire gli Stati Uniti come un interlocutore più favorevole
rispetto al Regno Unito, dato il loro atteggiamento meno interventista e maggiormente rispettoso
dell'autodeterminazione italiana. Questa differenza tra americani e inglesi emerse chiaramente durante la
crisi del governo Bonomi nell'autunno del 1944. La crisi fu innescata da profonde divergenze tra la
componente moderata, rappresentata dallo stesso Bonomi, e le posizioni più radicali dei partiti antifascisti,
in particolare sul tema dell'epurazione e sulla questione istituzionale. Bonomi, incapace di mediare tra
queste posizioni, rassegnò le dimissioni. A seguito di ciò, i partiti di sinistra proposero Carlo Sforza come
nuovo Presidente del Consiglio, ma la proposta incontrò il veto degli inglesi, che si opposero anche a un suo
eventuale ruolo come ministro degli Esteri.

La crisi si risolse con un compromesso: venne formato un terzo governo Bonomi, comprendente tutti i
partiti antifascisti. Apparentemente, il veto inglese sembrò prevalere, ma la reazione americana mostrò il
contrario. Il segretario di Stato americano Edward Stettinius condannò apertamente l'ingerenza inglese,
affermando che spettava esclusivamente al popolo italiano decidere il proprio futuro istituzionale, senza
interventi esterni. Questa presa di posizione segnò la fine dell'influenza diretta inglese sulle dinamiche
politiche italiane e confermò il crescente ruolo egemonico degli Stati Uniti.

Nel frattempo, i rapporti tra gli Alleati e la Resistenza italiana attraversarono una fase altalenante. Il
proclama Alexander, emesso nell'autunno del 1944, invitava i partigiani a sospendere le attività militari fino
alla primavera, suscitando profonde reazioni tra le forze di sinistra. Questi interpretarono il proclama come
un tentativo di limitare il potenziale rivoluzionario della Resistenza e di mantenere il controllo anglo-
americano sul processo di transizione. In realtà, il proclama rispondeva alla logica di una strategia militare
coordinata, che considerava la lotta partigiana un elemento subordinato alla pianificazione generale degli
Alleati.

Questo periodo culminò con la liberazione dell'Italia il 25 aprile 1945, segnando la fine della Seconda
Guerra Mondiale e l'inizio di una nuova fase storica per il paese. L'Italia si trovò di fronte a una scelta
cruciale tra due modelli socio-politici e culturali contrapposti: da un lato, il modello capitalista borghese,
fondato sulla libera iniziativa individuale e sull'etica del mercato; dall'altro, il modello collettivistico,
caratterizzato dall'intervento dello Stato nell'economia e da un'ideologia centrata sull'etica collettiva.
Questa decisione non riguardava solo l'assetto politico, ma anche l'identità culturale del paese,
determinando il suo futuro all'interno del nuovo ordine mondiale del dopoguerra.
LA GUERRA FREDDA
La guerra fredda è definita come il conflitto politico, ideologico e militare che ha caratterizzato i rapporti
tra Stati Uniti e Unione Sovietica dal 1945 al 1989. Questo periodo storico, fondamentale per comprendere
l'evoluzione del sistema internazionale del XX secolo, trova una delle sue origini nella Conferenza di Yalta
del febbraio 1945. La conferenza segna infatti il passaggio dal sistema multipolare al sistema bipolare,
aprendo un'era in cui due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, avrebbero dominato la scena
mondiale.

A Yalta, i leader dei tre grandi dell'Alleanza antinazista — Winston Churchill, Franklin D. Roosevelt e Joseph
Stalin — si riunirono per discutere le modalità di gestione del mondo una volta terminata la guerra. Era
ormai evidente che la sconfitta della Germania nazista fosse imminente, e le potenze alleate dovevano
decidere come gestire il dopoguerra.

Tra le questioni principali affrontate vi erano:

 Il futuro della Germania:


Già nella Conferenza di Teheran del 1943 era stata proposta, in maniera informale, l'idea di
smembrare la Germania, cedendo ampie porzioni del suo territorio orientale alla Polonia e all'Unione
Sovietica. A Yalta, questo tema tornò centrale, e i tre leader discussero se confermare questa ipotesi,
valutando anche le modalità di occupazione del territorio tedesco e la possibilità di imporre
riparazioni di guerra. Tuttavia, non si raggiunse una soluzione definitiva sul tema dello
smembramento. Alla fine, fu deciso un compromesso: dividere la Germania in quattro zone di
occupazione, assegnate rispettivamente a Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica e Francia.
La gestione della Germania suscitò opinioni divergenti:
- Roosevelt inizialmente sosteneva lo smembramento totale per impedire la rinascita del pericolo
tedesco.
- Stalin era interessato ad accedere alle risorse industriali della Ruhr e temeva un'eventuale
alleanza tra la Germania occidentale e gli Stati Uniti.
- Churchill, pur non essendo contrario allo smembramento, riteneva che la definizione delle
frontiere fosse troppo complessa per essere risolta in quella sede e propose la creazione di un
comitato specifico per studiare la questione. Alla fine, si scelse di accantonare l'idea di
smembramento e di optare per una divisione territoriale. Tuttavia, non furono stabilite modalità
chiare per il collegamento e la gestione delle quattro zone.
 Le riparazioni di guerra:
La questione delle riparazioni era particolarmente sensibile. Roosevelt, consapevole degli errori
commessi nel 1919 con il Trattato di Versailles, temeva che imporre alla Germania pagamenti
eccessivi potesse alimentare il revanscismo e portare a nuove tensioni internazionali. Al contrario,
l'Unione Sovietica, devastata dal conflitto, premeva per ottenere dalla Germania un contributo
significativo per la ricostruzione, sia in termini economici che materiali.

La Conferenza di Yalta è dunque significativa non solo per le decisioni prese, ma anche per le divergenze
emerse tra le tre potenze alleate. Essa segna l'inizio del bipolarismo, con Stati Uniti e Unione Sovietica che
emergono come superpotenze antagoniste, destinate a plasmare il mondo secondo i propri interessi e
ideologie contrapposte. Questo sistema di contrapposizione darà vita alla guerra fredda, un conflitto
globale caratterizzato non da scontri diretti tra le due potenze, ma da una competizione su più fronti:
politico, militare, economico e culturale.

La Conferenza di Yalta e i mesi successivi segnarono il culmine della tensione tra le potenze alleate e
l'inizio di una fase di crescente difficoltà nei rapporti tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna. La
discussione sulla Germania e sulle riparazioni di guerra si rivelò cruciale, con visioni contrastanti tra i leader
dei tre paesi.

 Riparazioni di guerra: A Yalta, la questione delle riparazioni fu affrontata con un compromesso. Pur
essendo consapevoli delle difficoltà economiche della Germania, si stabilì che essa avrebbe dovuto
pagare 20 miliardi di dollari di riparazioni. Tuttavia, Churchill e Roosevelt erano preoccupati che la
Germania non fosse in grado di sostenere tali oneri, mentre Stalin aveva individuato una soluzione
che gli permettesse di ottenere risorse, tra cui impianti industriali e materie prime, per risarcire i
danni inflitti ai paesi vittime dell'aggressione nazista. Sebbene non fosse stato definito un termine per
il pagamento delle riparazioni, non ci fu opposizione al principio che la Germania dovesse risarcire i
danni.
Per quanto riguarda Berlino, il destino della città rimase vago, ma si supponeva che essa sarebbe
rimasta sotto influenza sovietica.
 Pace separata e rapporti tesi:
Durante i mesi successivi alla conferenza, emerse una difficoltà crescente nei rapporti tra le potenze
alleate. Una delle cause fu la proposta tedesca di pace separata, specialmente in Italia, che tentava di
dividere gli alleati. I tedeschi speravano di separare gli alleati occidentali dall'Unione Sovietica, forse
con l'idea di un rovesciamento di alleanze, ma tale proposta risultò illusoria e mal vista da Stalin, che
temeva una trattativa segreta tra i servizi segreti alleati e i tedeschi. Questo episodio divenne un
grave incidente diplomatico, che si svelò pienamente solo ad aprile del 1945, chiarendo la crescente
tensione tra Sovietici e Anglo-americani.
 Morte di Roosevelt e ascesa di Truman:
La morte di Roosevelt il 12 aprile 1945 fu un evento cruciale. Sebbene la sua visione di un nuovo
ordine mondiale basato sulla collaborazione tra le grandi potenze continuasse, la sua morte segnò
anche un cambio di stile. Il suo successore, Harry S. Truman, adottò un approccio più diretto e meno
conciliatorio nei confronti dei sovietici, che diventerà evidente nel corso della Conferenza di San
Francisco. Qui, Stalin inviò una delegazione di alto profilo, guidata da Molotov, per chiedere di
continuare la collaborazione. Tuttavia, Truman fu poco diplomatico, ricordando che la collaborazione
era subordinata al rispetto degli accordi presi a Yalta, che i sovietici sembravano non rispettare.
Questo segnò il primo significativo allontanamento nel rapporto tra le due superpotenze.
 Fine della guerra in Europa:
Nel frattempo, la guerra in Europa volgeva al termine. Il 30 aprile 1945, Hitler si suicidò, mentre il 1
maggio la Germania si arrese incondizionatamente. Il potere in Germania passò alle forze armate, e
fu chiaro che non ci sarebbero stati rovesciamenti di alleanze. Gli alleati si incontrarono a Torgau,
dove il generale Eisenhower incontrò i sovietici, rallentando deliberatamente la marcia delle sue
truppe per consentire un incontro. Nel maggio 1945, la Germania fu costretta a firmare una resa
senza condizioni.
 Conferenza di Potsdam:
Con la fine della guerra in Europa, la Conferenza di Potsdam del luglio 1945 (dal 17 luglio al 2 agosto)
divenne il momento in cui le potenze alleate cercarono di perfezionare gli accordi presi a Yalta.
Tuttavia, la conferenza risentì delle nuove dinamiche: Roosevelt era morto e Truman era al comando,
mentre Stalin rappresentava ormai solo l'Unione Sovietica, senza l'influenza degli altri alleati. La
conferenza fu lunga e complessa, ma non portò alla risoluzione dei principali conflitti tra le potenze,
segnando un ulteriore passo verso la divisione e il rafforzamento della guerra fredda.
Stalin partecipò a tutte le sessioni della conferenza, mentre Truman cercava di difendere gli interessi
americani, soprattutto in relazione alla gestione della Germania e della Polonia.

In sintesi, la conferenza di Yalta e i suoi sviluppi successivi rivelano come la fine della Seconda Guerra
Mondiale non abbia risolto le problematiche politiche, ma abbia invece dato inizio a una fase di crescente
conflitto tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, dando così avvio alla guerra fredda. La
competizione tra i due blocchi avrebbe dominato la scena internazionale per i decenni successivi, con il
rischio di escalation costante, come dimostrato dalla crescente diffidenza e dalle divergenze che
caratterizzarono i vertici internazionali.

La fine della Seconda guerra mondiale segnò un punto di svolta cruciale nella ridefinizione dell'ordine
internazionale, delineando l'emergere di due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, come
protagoniste assolute della scena mondiale. Questo periodo fu caratterizzato da tensioni politiche, scelte
strategiche e divergenze ideologiche che gettarono le basi per la guerra fredda. Durante la Conferenza di
Potsdam (luglio-agosto 1945), il panorama politico internazionale iniziò a prendere una forma ben definita,
anche se non priva di contrasti.

Sul piano territoriale, venne confermata la divisione della Germania in quattro zone di occupazione
(statunitense, sovietica, britannica e francese), con Berlino, situata nella zona sovietica, ulteriormente
divisa in quattro settori. Tuttavia, rimaneva da chiarire tecnicamente il problema della libertà di
comunicazione tra Berlino e le altre zone non sovietiche, una questione che avrebbe avuto implicazioni
cruciali negli anni successivi.

Dal punto di vista amministrativo e finanziario, il nodo delle riparazioni rimase uno dei principali punti di
attrito. Truman si oppose con fermezza a soluzioni che avrebbero potuto spingere la Germania verso una
condizione di estrema indigenza, temendo che ciò avrebbe favorito l'influenza sovietica. Di fronte a questa
posizione, Churchill si allineò agli Stati Uniti, presentando una fronte comune contro le richieste sovietiche,
che prevedevano 20 miliardi di dollari di riparazioni, di cui la metà destinati all'URSS.

Parallelamente, gli Stati Uniti si concentrarono sul conflitto con il Giappone. Dopo la resa tedesca, Truman
cercò di accelerare la conclusione della guerra nel Pacifico. L'ultimatum di Potsdam inviato ai giapponesi,
pur senza specificare il futuro della dinastia imperiale, venne rigettato, portando alla drammatica decisione
di utilizzare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ad agosto 1945. Questo evento segnò un punto di
non ritorno, concludendo rapidamente il conflitto e lasciando Truman a gestire il peso morale e politico di
tale decisione. La resa giapponese fu firmata nel settembre 1945, chiudendo formalmente la Seconda
guerra mondiale.

Con la fine del conflitto, le conseguenze politiche e sociali furono enormi. Il nazifascismo fu definitivamente
sconfitto, ma il prezzo pagato fu altissimo. La Germania perse la sua unità statale, mentre Francia e Gran
Bretagna, ormai profondamente indebolite, videro il declino dei loro imperi coloniali e dello status di grandi
potenze. Sul piano internazionale, gli Stati Uniti emersero come la maggiore potenza economica mondiale,
con un'influenza commerciale senza precedenti e il rinnovato ideale del "sogno americano" come motore
della ricostruzione globale. L'Unione Sovietica, pur devastata dal conflitto, manteneva un'influenza
minacciosa sull'Europa centrale grazie alla sua vastità territoriale e alla rigidità del sistema politico.

Queste due superpotenze, con visioni ideologiche opposte e capacità economico-militari straordinarie, si
trovarono a modellare il futuro del mondo. L'espressione "superpotenza" assunse un significato concreto,
identificando Stati capaci di esercitare un'influenza globale. Tuttavia, questa nuova configurazione
geopolitica non avrebbe portato a una pace duratura, ma piuttosto all'inizio di una nuova era di conflitto
politico e ideologico: la guerra fredda.

La fine della Seconda guerra mondiale portò a un cambiamento radicale nel sistema internazionale, con il
centro delle potenze globali che si spostò dall'Europa agli Stati Uniti e all'Unione Sovietica, inaugurando
quello che sarebbe stato definito un sistema bipolare. Questo nuovo assetto non fu semplice né indolore,
poiché richiedeva che le potenze europee accettassero la loro decadenza e che gli Stati Uniti accettassero
l’esistenza di un antagonista a livello mondiale. Gli Stati Uniti rappresentavano il modello del pluralismo
politico, della democrazia liberale e della libertà fondata sull’etica individualista, mentre l’Unione Sovietica
si basava su un modello collettivista, con un partito unico, una programmazione economica statale e una
visione anticapitalista e anti-individualista. Queste differenze portarono a una rigida contrapposizione tra le
due superpotenze, facendo svanire l’idea di un possibile incontro tra socialismo e democrazia che alcuni
antifascisti avevano immaginato durante l’alleanza russo-occidentale.

Il 1946 rappresentò un anno cruciale per la definizione di questa contrapposizione. A gennaio, il presidente
Truman ricevette il cosiddetto Rapporto Ethridge, redatto dallo storico Cyril Black e dal giornalista Mark
Ethridge, entrambi inviati dal segretario di Stato americano nei paesi sotto l’influenza sovietica. Questo
documento delineava un quadro allarmante, descrivendo l’Unione Sovietica come una potenza imperialista
della peggior specie e giudicando illusoria qualsiasi politica di compromesso. Truman, colpito da questa
analisi, scrisse una lettera al segretario di Stato in cui espresse il suo malumore nei confronti dei sovietici,
affermando di essere stanco di “coccolarli”. Sebbene questa reazione potesse sembrare frutto di un
momento di irritazione, segnò un cambio di rotta importante nella politica americana.

Un secondo momento decisivo si verificò a febbraio, quando Stalin, durante la campagna elettorale per il
Soviet Supremo, pronunciò un discorso al teatro Bolshoi in cui celebrava i sacrifici del popolo sovietico per
la vittoria nella guerra. Annunciò tre piani quinquennali consecutivi, necessari per recuperare il potenziale
industriale dell’Unione Sovietica entro il 1961, e collegò il tema della ricostruzione al rapporto tra
comunismo e capitalismo. Stalin affermò che la guerra era stata causata dalle disuguaglianze nello sviluppo
delle potenze capitalistiche e che sarebbe stato necessario un riequilibrio economico globale per evitare
nuovi conflitti. Tuttavia, dichiarò anche che il capitalismo e il comunismo erano sistemi incompatibili,
rendendo inevitabile uno scontro futuro. Questo discorso, con il suo riferimento alla necessità di un
conflitto per superare il capitalismo, destò grande preoccupazione in Occidente, soprattutto perché non si
poteva ignorare il sostegno attivo che Mosca garantiva ai partiti comunisti nei paesi occidentali.

Queste preoccupazioni furono espresse pubblicamente da Churchill, che a febbraio si trovava in visita
privata negli Stati Uniti. Sebbene non ricoprisse alcuna carica di governo, Churchill rimaneva una figura
influente e fu invitato a tenere un discorso a Fulton, nel Missouri, terra di Truman. Questo discorso, noto
per aver introdotto il concetto di “cortina di ferro”, evidenziò la divisione tra l’Europa orientale, sotto
l’influenza sovietica, e l’Occidente democratico, denunciando i rischi dell’espansionismo sovietico e delle
attività ambigue dei partiti comunisti nei vari paesi. Questi eventi consolidarono ulteriormente l’idea di una
divisione globale tra blocchi contrapposti, con Stati Uniti e Unione Sovietica come principali protagonisti di
un sistema internazionale profondamente mutato rispetto al passato.

La Seconda guerra mondiale si concluse con la sconfitta del nazifascismo e il trionfo delle
democrazie, ma i costi della vittoria furono altissimi. La Germania perse la propria unità statale,
mentre Francia e Inghilterra, uscite indebolite dal conflitto, non erano più in grado di mantenere i
loro imperi coloniali. Sullo scenario internazionale emersero due nuove superpotenze extraeuropee,
gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, storicamente legate all’Europa ma ormai destinate a diventare i
nuovi poli del potere globale. Il concetto di superpotenza, che si affermò proprio durante la guerra
fredda, indicava realtà nazionali con un potenziale economico e demografico semicontinentale,
capaci di influenzare profondamente gli equilibri mondiali.

Gli Stati Uniti si distinguevano per essere la maggiore potenza commerciale del mondo, producendo un
terzo delle merci globali. La loro economia dominava il mercato mondiale, e con essa si affermarono anche
i concetti di "sogno americano" e "stile di vita americano". La ricostruzione dell'Europa si legò
inevitabilmente alla potenza commerciale e militare degli Stati Uniti. Al contrario, l’Unione Sovietica, pur
essendo uscita dalla guerra economicamente indebolita, rappresentava una minaccia crescente. La guerra
aveva provocato un regresso di circa un decennio per l’URSS, con enormi devastazioni: 1.700 città distrutte
e il 70% degli impianti industriali ridotti in macerie. Nonostante ciò, l’URSS esercitava un'influenza sempre
più preoccupante sull’Europa centrale, grazie alla sua vastità geografica e al controllo esercitato attraverso
strumenti di repressione e terrore.
Il discorso di Winston Churchill, pronunciato a Fulton nel Missouri nel marzo del 1946, segnò
simbolicamente l’inizio della guerra fredda. Churchill preparò il discorso in anticipo e ne fornì una copia ai
membri dello staff di Truman. Durante l’intervento, introdusse il celebre concetto di “cortina di ferro”, che
descriveva la divisione dell’Europa tra Stettino, sul Baltico, e Trieste, sull’Adriatico. Churchill dichiarò che
l’Unione Sovietica non cercava la guerra, ma puntava a espandere senza limiti la propria influenza e le sue
dottrine. Per contrastare questa minaccia e salvare la pace, Churchill propose un’alleanza fraterna tra i
popoli di lingua inglese, sottolineando che l’URSS rispettava solo la forza e disprezzava la debolezza
militare. Questo discorso evidenziò la necessità di un’alleanza militare tra le potenze anglosassoni per
fronteggiare l’espansionismo sovietico.

La contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica si basava su visioni opposte del mondo. Gli Stati Uniti
incarnavano la democrazia liberale, il pluralismo politico e la libertà individuale fondata sull’etica
individualista. L’Unione Sovietica, invece, promuoveva un modello collettivista basato sul partito unico,
sulla pianificazione economica statale e su un’ideologia anticapitalista e anti-individualista. Questa
differenza radicale di visione portò alla nascita del sistema bipolare e alla fine delle speranze di un incontro
tra socialismo e democrazia, che alcuni antifascisti avevano intravisto nella collaborazione russo-
occidentale durante il conflitto.

Il 1946 fu un anno cruciale per il deterioramento dei rapporti tra Occidente e Unione Sovietica. Episodi
come il rapporto Ethridge, redatto da Mark Ethridge e Cyril Black dopo una missione in Romania, Bulgaria e
Unione Sovietica, alimentarono l’ostilità. Questo documento, consegnato a Truman all'inizio di gennaio,
descriveva l’URSS come una potenza imperialista della peggior specie e sconsigliava qualsiasi politica di
compromesso. Truman, colpito dalla relazione, scrisse al segretario di Stato Byrnes esprimendo il suo
malumore verso i sovietici e dichiarando di essere "stanco di coccolarli". Questo cambio di atteggiamento
segnò una svolta nella politica statunitense, sancendo l’inizio della rigida contrapposizione che avrebbe
caratterizzato i decenni successivi.

Si analizza un periodo cruciale che segna la transizione dai rapporti bellici tra gli Alleati durante la Seconda
Guerra Mondiale a una nuova fase di ostilità ideologica e geopolitica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che
darà vita alla Guerra Fredda. La descrizione del discorso di Churchill, l'analisi degli sviluppi interni ed esterni
dell'Unione Sovietica e le azioni della classe dirigente americana rivelano le radici profonde della
contrapposizione tra i due blocchi.

Winston Churchill, pur essendo privo di incarichi ufficiali, svolge un ruolo simbolico fondamentale
attraverso il suo discorso pronunciato a Fulton, in Missouri, il 5 marzo 1946. In esso introduce l'idea della
Cortina di ferro, descrivendo il progressivo isolamento dell'Europa orientale sotto l'influenza sovietica.
Churchill non attribuisce ai sovietici l'intenzione diretta di scatenare una guerra, ma sottolinea la loro
volontà di espandere il proprio potere e le proprie dottrine. La sua proposta principale è quella di unire i
popoli di lingua inglese in una fraterna alleanza militare per contrastare il pericolo sovietico. Il discorso, per
quanto non rappresentasse ancora una linea politica ufficiale degli Stati Uniti, ha avuto una funzione
importante come detonatore per smuovere l’opinione pubblica americana dalle tendenze isolazionistiche
del dopoguerra.

Parallelamente, l'Unione Sovietica consolidava la sua posizione con una propaganda che enfatizzava il ruolo
decisivo dei sacrifici sovietici nella vittoria della guerra e pianificava la ricostruzione industriale tramite i
piani quinquennali. Stalin, nel discorso al teatro Bolshoi, ribadisce l’incompatibilità tra capitalismo e
socialismo, associando il capitalismo alla causa delle guerre e prefigurando la necessità di una
trasformazione economica globale per garantire la pace. Questo messaggio suscita preoccupazioni negli
Stati Uniti e nei loro alleati, specialmente a causa delle attività dei partiti comunisti sostenuti da Mosca in
vari paesi.
Un punto decisivo nella trasformazione dei rapporti internazionali è rappresentato dal lungo telegramma di
George Kennan, inviato da Mosca a Washington il 22 febbraio 1946. Questo documento, che sintetizza la
visione politica e teorica alla base della dottrina del containment, diventa il fondamento della strategia
americana per contenere l’espansione sovietica. Kennan, con una profonda conoscenza del sistema
sovietico, delinea un quadro chiaro delle motivazioni ideologiche e geopolitiche dell'Unione Sovietica,
evidenziandone il carattere imperialista e la necessità di adottare una politica di fermezza da parte degli
Stati Uniti.

Il passaggio dai rapporti collaborativi della Seconda Guerra Mondiale a una rigida contrapposizione bipolare
trova qui i suoi momenti paradigmatici. Il discorso di Churchill e il lungo telegramma segnano il consolidarsi
della percezione di un conflitto inevitabile tra i due blocchi, dando forma al sistema bipolare che dominerà
la scena internazionale per decenni.

La politica americana subisce una svolta decisiva all'inizio del 1946, quando si afferma la necessità di
mutare l’atteggiamento nei confronti dell’Unione Sovietica. Questa svolta nasce dall’analisi di George
Kennan, diplomatico americano di grande esperienza sulle questioni sovietiche, il quale, con il celebre
"lungo telegramma" del 22 febbraio 1946, getta le basi della dottrina del contenimento. Kennan attribuisce
l’aggressività sovietica a un senso storico di insicurezza che spinge il regime a compensare tale fragilità con
una politica espansionistica, priva di volontà di compromesso e orientata alla distruzione dell’avversario. Da
qui l’idea che gli Stati Uniti non dovessero più cercare un compromesso, ma chiarire i punti di dissenso,
arrivando, se necessario, alla rottura.

Tra la fine del 1946 e la primavera del 1947, questa nuova impostazione strategica si traduce in un insieme
di iniziative politiche ed economiche finalizzate a rafforzare i partiti anticomunisti in Europa occidentale.
L’obiettivo principale è quello di escludere i partiti comunisti dai governi dei paesi occidentali, considerato
un passaggio imprescindibile per promuovere una rinascita economica e politica fondata sul capitalismo.
Sebbene non si possa parlare di un piano studiato a tavolino, gli Stati Uniti esercitano pressioni sulle forze
anticomuniste affinché promuovano cambiamenti politici che rompano le alleanze con i comunisti,
favorendo così l’affermazione delle forze riformiste.

Parallelamente, l’Unione Sovietica attraversa una fase di consolidamento interno, abbandonando il


pluralismo, spesso solo di facciata, del primo dopoguerra a favore del dominio esclusivo del Partito
Comunista. Questo contesto di crescente tensione trova una sua formalizzazione ideologica con il discorso
di Harry Truman al Congresso il 12 marzo 1947. In questa occasione, Truman delinea una visione che
rappresenta un vero e proprio manifesto dell’impegno anticomunista americano. Gli Stati Uniti si
impegnano a difendere i regimi democratici e a sostenere i popoli nella scelta libera delle proprie
istituzioni, attraverso aiuti economici e finanziari. Truman propone al Congresso un progetto di legge per
fornire supporto economico a Grecia e Turchia, ritenuti essenziali per contenere l’influenza sovietica nel
Mediterraneo orientale. Questo discorso segna un ampliamento del concetto di sicurezza nazionale
americana, che dalla dottrina Monroe del 1823, limitata all’emisfero occidentale, si estende ora al
Mediterraneo orientale e al Medio Oriente. La dottrina Truman, oltre a sottolineare l’importanza di
difendere questa area strategica, rappresenta un momento cruciale in cui gli Stati Uniti abbandonano
l’ideale internazionalistico tradizionale per adottare una politica di potenza, sebbene con la difficoltà di
doverlo conciliare con la propria eredità morale.

A questo punto, un altro episodio determinante per la rottura definitiva tra i due blocchi ideologici è il
Piano Marshall. Annunciato dal Segretario di Stato George Marshall il 5 giugno 1947, questo programma di
ricostruzione europea è concepito per rafforzare un sistema economico capitalistico integrato oltre i confini
nazionali. Il Piano Marshall non solo mira a sostenere la ricostruzione economica dei paesi europei
devastati dalla guerra, ma si configura come uno strumento di contrasto all’espansione sovietica,
consolidando l’alleanza tra gli Stati Uniti e le democrazie occidentali. Il discorso di Marshall, che presenta il
piano, viene considerato uno dei momenti più significativi della politica internazionale del secondo
dopoguerra.

In sintesi, queste iniziative segnano l’affermazione di una strategia americana volta al contenimento del
comunismo e alla costruzione di un ordine internazionale basato sul capitalismo, definendo i termini della
contrapposizione ideologica e geopolitica che caratterizzerà l’intera epoca della guerra fredda.

Nel primo semestre del 1947, la crisi economica e politica europea raggiunse un punto critico, spingendo gli
Stati Uniti a intervenire con urgenza attraverso il Piano Marshall. Gli elementi che rendevano questa
situazione unica risiedevano sia nel peggioramento della questione tedesca, sia nell'aggravarsi della crisi
economica e finanziaria che colpiva i Paesi europei nel delicato momento della ricostruzione postbellica.
L'inverno del 1946-47 fu particolarmente rigido, uno dei più duri degli ultimi decenni, e in molti Paesi, come
l’Italia, la distribuzione di beni di prima necessità fu sospesa a causa della carenza di mezzi di pagamento e
della carestia. Questa situazione creò un diffuso pessimismo in Europa, dove il sistema economico
sembrava incapace di riprendersi autonomamente.

George Marshall, nel suo celebre discorso, sintetizzò le difficoltà economiche e politiche europee,
sottolineando che l’Europa avrebbe avuto bisogno del sostegno americano per almeno tre o quattro anni.
Questo aiuto era essenziale per l’acquisto di beni sul mercato americano, necessari non solo per la
sopravvivenza immediata ma anche per evitare un ulteriore deterioramento degli assetti politico-sociali
europei, che avrebbe avuto conseguenze anche sull’economia americana. Il Piano Marshall, quindi, si
poneva l’obiettivo di interrompere questo circolo vizioso promuovendo la ripresa di un’economia efficiente
e creando le condizioni politiche e sociali necessarie affinché libere istituzioni potessero prosperare.

Marshall insistette sul fatto che fosse finito il tempo dei palliativi: i Paesi che avessero accolto questo
principio avrebbero potuto contare sull’aiuto americano, mentre quelli che lo avessero rifiutato avrebbero
incontrato la ferma opposizione degli Stati Uniti. Nel suo discorso, emergono due aspetti fondamentali: la
genericità e il primo appello all’azione comune europea. La genericità, considerata inizialmente un segno di
improvvisazione, era in realtà una scelta consapevole. Gli Stati Uniti non volevano imporre condizioni agli
europei; spettava ai Paesi del continente definire i propri bisogni, mentre gli americani avrebbero stabilito
in che misura soddisfarli, mantenendo una chiara distinzione dei compiti. L’appello all’azione comune
europea, invece, avrebbe avuto un impatto cruciale, creando una divisione tra i Paesi che avrebbero aderito
al piano e quelli che lo avrebbero respinto.

In risposta al Piano Marshall, Londra e Parigi aderirono immediatamente, riconoscendo l’importanza di


questo sostegno per la ricostruzione. Tuttavia, l’Unione Sovietica, attraverso il ministro degli Esteri
Molotov, rifiutò categoricamente il piano, accusandolo di essere uno strumento anglo-americano per
isolare l’URSS e difendere l’Occidente dalla minaccia sovietica. Questo rifiuto pose i Paesi dell’Europa
orientale, sotto l’influenza sovietica, in una posizione delicata. Jugoslavia, Polonia e Cecoslovacchia
inizialmente manifestarono interesse a partecipare alla Conferenza di Parigi del 12 luglio 1947, dove si
sarebbero discussi principi, metodi e richieste dei singoli Paesi europei. Tuttavia, Stalin convocò
urgentemente i leader cecoslovacchi Gottwald e Masaryk, nonché i rappresentanti polacchi e jugoslavi,
avvertendoli che la partecipazione alla conferenza avrebbe contribuito all’isolamento dell’Unione Sovietica
e messo in dubbio l’amicizia con Mosca. Sotto questa pressione, Polonia, Jugoslavia e Cecoslovacchia
ritirarono la loro adesione, sancendo definitivamente la divisione tra i due blocchi ideologici.

Il Piano Marshall, dunque, rappresentò non solo un’azione strategica per la ricostruzione economica
europea, ma anche un elemento chiave nella definitiva contrapposizione tra blocchi ideologici, segnando
l’inizio della guerra fredda.

La Conferenza di Parigi, organizzata per discutere principi, metodi e richieste dei Paesi europei dopo la
guerra, portò alla creazione di un organismo internazionale, l'OECE (Organizzazione Economica per la
Cooperazione Europea), con il compito di analizzare le situazioni economiche dei diversi Paesi europei e
trasmettere agli Stati Uniti le richieste specifiche. Questo organismo rappresentava un primo passo verso
una gestione strutturata del Piano Marshall, che prevedeva aiuti economici e finanziari volti alla
ricostruzione europea. Il piano si articolò su due pilastri organizzativi: l'ECA (Economic Cooperation
Administration), che amministrava il piano negli Stati Uniti, e l'ERP (European Recovery Program), che ne
coordinava l'attuazione in Europa.

Dal punto di vista operativo, il Piano Marshall, formalizzato con una legge firmata nel maggio del 1948,
prevedeva uno stanziamento iniziale di 5 miliardi di dollari per il primo anno, arrivando a un totale di oltre
12,5 miliardi di dollari erogati tra il 1948 e il 1951. Gli aiuti consistevano nella cessione gratuita di materie
prime che i Paesi beneficiari avrebbero venduto sul mercato nazionale. I ricavi avrebbero finanziato fondi di
contropartita per la ricostruzione economica. In Italia, ad esempio, il Fondo Lire derivato da tali ricavi fu
utilizzato soprattutto per realizzare infrastrutture, con un forte impatto sullo sviluppo del Mezzogiorno.

Oltre a contribuire alla ricostruzione economica, il Piano Marshall offrì un nuovo approccio per affrontare la
questione tedesca, caratterizzata dalla divisione della Germania in quattro aree di occupazione stabilita a
Yalta e Potsdam. Tale divisione, pur ufficialmente riconosciuta, divenne sempre meno sostenibile nel
contesto della Guerra Fredda.

Tra il 1946 e il 1947, vi fu una svolta nella politica americana verso l'Europa. Gli Stati Uniti iniziarono a
percepire l'Unione Sovietica non più come un semplice alleato inaffidabile, ma come un nemico ideologico.
Questo mutamento portò a una serie di azioni politiche ed economiche mirate a rafforzare le forze
anticomuniste in Europa occidentale. Gli americani incoraggiarono i partiti riformisti e anticomunisti a
rompere le alleanze con i partiti comunisti, promuovendo un cambiamento politico necessario per
garantire l'efficacia degli aiuti americani e per contrastare l'influenza sovietica.

Gli episodi che segnano l’avvio della Guerra Fredda ruotano intorno a due eventi chiave: la dottrina Truman
e il piano Marshall.

 La dottrina Truman nasce dal “lungo telegramma” inviato da George Kennan nel 1946, in cui si
evidenzia l’insicurezza intrinseca dei sovietici, mascherata da una politica di attacco costante e senza
compromessi. Questo documento rappresenta un momento di svolta nella politica americana,
abbandonando la ricerca del compromesso con l’Unione Sovietica a favore di un approccio più netto
e, se necessario, conflittuale. Il discorso di Truman al Congresso, il 12 marzo 1947, è considerato il
manifesto ideologico dell'impegno globale anticomunista. Gli Stati Uniti si impegnano a difendere i
regimi democratici minacciati dall’espansione sovietica, aiutando i popoli a scegliere liberamente il
loro futuro attraverso aiuti economici e finanziari. Un esempio concreto è il programma di aiuti
economici per la Grecia e la Turchia, che il Congresso approva nel maggio del 1947, estendendo il
concetto di sicurezza occidentale al Mediterraneo orientale. Questa nuova politica di potenza si
muove con cautela, cercando di mantenere un equilibrio tra pragmatismo e i principi etici tradizionali
della politica estera americana.
 Il piano Marshall, invece, è presentato nel giugno 1947 con un discorso del segretario di Stato George
Marshall all'Università di Harvard, segnando un altro momento cruciale del secondo dopoguerra.
Questo piano, concepito come una strategia di ricostruzione economica per l’Europa, si basa sull’idea
che il deterioramento delle condizioni finanziarie europee avrebbe avuto ripercussioni negative anche
sugli Stati Uniti. Gli aiuti americani, previsti per almeno 3-4 anni, miravano a interrompere il circolo
vizioso della crisi economica e a favorire la ricostruzione. Il piano Marshall diventerà nel tempo un
modello di riferimento per affrontare crisi internazionali strutturali, come dimostrano i successivi
richiami a un “piano Marshall” per altre regioni in difficoltà.
Entrambi gli episodi sottolineano il crescente impegno degli Stati Uniti nella lotta contro l’espansione
sovietica e nel consolidamento dell’ordine mondiale attraverso interventi economici e politici strategici.

Il 1947 rappresenta un anno cruciale per l’Europa del dopoguerra, segnata da una drammatica inflazione e
da una situazione economica che sembrava irrecuperabile. Molti paesi, tra cui l’Italia, avevano sospeso la
distribuzione di beni di prima necessità, e la crisi economica aveva reso evidente la necessità di un
intervento straordinario.

In questo contesto, il piano Marshall, presentato dal segretario di Stato americano George Marshall nel
giugno del 1947 all’Università di Harvard, si configura come una risposta strategica e politica per affrontare
la crisi europea. Due aspetti chiave caratterizzano il piano:

1. La genericità del discorso: Sebbene fosse interpretata da alcuni come improvvisazione, questa scelta
era intenzionale, in quanto lasciava agli europei il compito di definire i propri bisogni, mentre gli
americani avrebbero stabilito i limiti entro cui soddisfarli. Questo approccio evitava di imporre
condizioni e favoriva la collaborazione.
2. L’appello all’azione comune europea: L’invito a un’azione coordinata tra i paesi europei mirava a
creare una spaccatura tra chi accettava gli aiuti americani e chi li rifiutava. La Francia e l’Inghilterra
aderirono immediatamente al piano, mentre l’Unione Sovietica, rappresentata da Molotov, lo rigettò,
interrompendo ogni possibilità di collaborazione tra i blocchi ideologici. Stalin, preoccupato per
l’adesione di Polonia, Jugoslavia e Cecoslovacchia alla conferenza di Parigi, convocò i loro leader a
Mosca e li costrinse a ritirare la partecipazione, consolidando la divisione tra Est e Ovest.

Parallelamente, la questione tedesca restava centrale. Durante il 1947, si cercava ancora di mantenere
un’apparente unità della Germania, ma i contrasti tra le potenze occupanti rendevano il compromesso
sempre più difficile:

 Nel febbraio-marzo 1947, avvenne la fusione delle zone americana e britannica, formando la
"bizona". Questa fu accompagnata dall’istituzione di un Consiglio Economico Germanico e di una
Commissione Esecutiva, ma le divergenze tra gli occupanti persistevano.
 Gli Stati Uniti sostenevano un modello federale per la Germania unita, con regioni autonome e un
governo centrale dai poteri limitati, mentre l’Unione Sovietica puntava a uno stato centralizzato.
Anche le politiche economiche differivano: gli inglesi, sotto l’influenza del governo laburista,
sostenevano la nazionalizzazione delle industrie, mentre gli americani oscillavano tra il sostegno
all’iniziativa privata e quello alle industrie di base.
 Nonostante la volontà dichiarata di mantenere una Germania unita, le posizioni inconciliabili
portarono al fallimento dei negoziati, prima alla conferenza di Mosca nella primavera del 1947 e
poi in autunno a Londra. A quel punto, la rottura tra le potenze occupanti era definitiva.

In sintesi, il 1947 vide il consolidarsi della divisione tra i blocchi ideologici attraverso il piano Marshall e la
questione tedesca, segnando l’inizio della contrapposizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica che
avrebbe definito la Guerra Fredda.

La rottura definitiva tra le potenze occidentali e l'Unione Sovietica si concretizzò nel 1948, a seguito delle
tensioni emerse durante le conferenze e delle decisioni assunte in maniera unilaterale dagli occidentali. La
conferenza di Londra, conclusasi nel giugno 1948, aveva prodotto un documento articolato su tre punti
fondamentali. Il primo prevedeva l’adesione della Germania occidentale all’ERP (Piano Marshall), il secondo
sollecitava la popolazione tedesca a promuovere organizzazioni politiche e istituzionali finalizzate
all’autogoverno e all’indipendenza, mentre il terzo stabiliva la gestione delle risorse della Ruhr da parte di
un’autorità internazionale, dalla quale l’Unione Sovietica veniva esplicitamente esclusa.
Queste decisioni ebbero conseguenze immediate. Berlino, situata interamente nella zona di occupazione
sovietica ma divisa a sua volta in quattro settori amministrati congiuntamente, divenne il punto focale delle
tensioni. Già nella primavera del 1948 si manifestarono le prime difficoltà: i sovietici imposero controlli
sugli spostamenti da e verso Berlino, richiedendo autorizzazioni specifiche per muoversi all’interno e
all’esterno della città. Questa politica, che limitava la libertà di movimento, rappresentò il primo segnale di
una frattura profonda, ma la situazione peggiorò ulteriormente con la decisione degli occidentali di attuare
una riforma monetaria.

In quel periodo in Germania circolavano tre tipi di valuta: il Marco prebellico, profondamente svalutato; il
Marco d’occupazione, stampato dalle truppe anglo-americane; e il Marco sovietico, prodotto con matrici
fornite dagli occidentali. Fino a quel momento, i due marchi di occupazione avevano mantenuto lo stesso
valore e potere d’acquisto, una scelta dettata dall’esigenza di amministrare la Germania come un’unica
entità economica. Tuttavia, gli occidentali non potevano controllare il sistema monetario nel suo
complesso, e ciò ostacolava l’applicazione del Piano Marshall nella loro zona di occupazione. Per questo
motivo, si decise di introdurre il Marco occidentale nel giugno 1948, conferendogli un valore differente
rispetto al Marco d’occupazione.

L’introduzione del Marco occidentale provocò una reazione immediata da parte sovietica. Mosca vietò la
circolazione del nuovo Marco nelle zone da loro controllate, mentre gli occidentali affermarono che
nessuna potenza occupante poteva deliberare unilateralmente sulle altre. Questa tensione monetaria
sfociò in un conflitto aperto quando l’Unione Sovietica decise di bloccare tutte le vie di accesso a Berlino
Ovest. Le comunicazioni ferroviarie, terrestri e fluviali furono interrotte, isolando completamente la città.
Berlino Ovest si trovava quindi in una posizione critica: circondata dalla zona di occupazione sovietica, era
completamente dipendente dai rifornimenti provenienti dalle zone occidentali.

Il blocco di Berlino rappresentò il culmine di una serie di eventi che avevano progressivamente acuito la
divisione tra le due sfere d’influenza. La città divenne il simbolo della contrapposizione ideologica tra il
blocco occidentale, che promuoveva un’economia di mercato sostenuta dal Piano Marshall, e il blocco
sovietico, che perseguiva un modello centralizzato. Questo evento sancì di fatto la fine della collaborazione
quadripartita e pose le basi per la successiva divisione formale della Germania, che si sarebbe concretizzata
con la nascita della Repubblica Federale Tedesca (RFT) e della Repubblica Democratica Tedesca (RDT). Il
blocco di Berlino non fu solo un momento cruciale della storia tedesca, ma anche uno degli episodi iniziali
della Guerra Fredda, segnando l’inizio di un conflitto ideologico che avrebbe dominato la scena
internazionale per decenni.

Il blocco di Berlino, avviato dall’Unione Sovietica, rappresentò una delle prime grandi crisi della
Guerra Fredda e mise in evidenza la netta divisione tra i due blocchi ideologici. Nonostante il
blocco delle vie terrestri, ferroviarie e fluviali per isolare Berlino Ovest, i sovietici decisero di non
estendere il blocco al traffico aereo. Questa scelta era motivata dal timore che tale azione potesse
innescare incidenti bellici, aumentando il rischio di un confronto diretto tra le potenze.

L’obiettivo sovietico era chiaro: impedire i rifornimenti a Berlino Ovest, costringendo gli
occidentali a fare ricorso alle scorte sovietiche. In questo modo, l’Unione Sovietica sperava di
ottenere un vantaggio politico, forzando le potenze occidentali ad accettare le proprie condizioni.
Tuttavia, questa strategia pose gli occidentali di fronte a una scelta critica: abbandonare la città,
subendo una pesante sconfitta politica, oppure rimanere, rischiando di esaurire le risorse disponibili.

La risposta americana, guidata dal presidente Truman, fu rapida e decisa. Gli Stati Uniti organizzarono un
massiccio ponte aereo per rifornire Berlino Ovest, inviando quotidianamente migliaia di tonnellate di cibo,
carbone e altri beni essenziali. Questo sforzo logistico, sostenuto anche da Regno Unito e Francia, non solo
garantì la sopravvivenza della popolazione di Berlino Ovest, ma si rivelò una vittoria politica per l’Occidente,
dimostrando la capacità di resistere alle pressioni sovietiche.

Nonostante il successo del ponte aereo, gli Stati Uniti tentarono di mantenere aperti canali di dialogo con
l’Unione Sovietica. Tuttavia, la risposta sovietica fu inizialmente di totale chiusura. Il comandante sovietico
Sokolov dichiarò che il blocco sarebbe continuato fino a quando gli occidentali non avessero rinunciato
all’idea di creare una Repubblica Federale Tedesca, considerata una minaccia agli interessi sovietici.

La situazione cominciò a mutare nei primi mesi del 1949, quando Stalin rilasciò un’intervista segnalando
un’apertura diplomatica. Egli dichiarò che il blocco di Berlino sarebbe stato eliminato se gli alleati avessero
discusso la questione tedesca in un Consiglio dei ministri degli Esteri, proponendo l’idea di una Germania
federale. Questo segnò un cambio di strategia sovietico, abbandonando l’opposizione di principio a una
struttura federale per la Germania.

Nel maggio del 1949, le quattro potenze occupanti raggiunsero un accordo. Un documento congiunto
annunciò la fine del blocco, prevista per il 12 maggio 1949. Come stabilito, il blocco fu effettivamente
revocato, ponendo fine a una delle fasi più tese della crisi di Berlino. Tuttavia, la normalità raggiunta era
solo apparente: la Germania rimase profondamente divisa, diventando una rappresentazione concreta
della spaccatura politica ed economica dell’Europa.

Questa divisione si formalizzò nel settembre 1949 con la creazione della Repubblica Federale di Germania
(RFT) nella zona occidentale, che incarnava il modello di ricostruzione americano basato sul capitalismo e
sul sostegno del Piano Marshall. Dall’altra parte, nella zona sovietica, prese forma la Repubblica
Democratica Tedesca (RDT), espressione del modello socialista. La divisione della Germania simboleggiava
ormai la frattura tra i due blocchi, definendo uno dei fronti principali della Guerra Fredda e influenzando
profondamente gli sviluppi politici ed economici dell’Europa nei decenni successivi.
LE ORIGINI DELL’UNIONE EUROPEA
Le origini dell’Unione Europea affondano le radici in un’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale,
in un contesto storico caratterizzato da distruzione materiale, milioni di vittime, crisi economica e una
situazione geopolitica dominata dalla Guerra Fredda. La divisione della Germania, frutto degli accordi di
Yalta e Potsdam, rappresentava in maniera plastica la contrapposizione tra blocco occidentale e blocco
sovietico. In questo scenario, l’Europa, pur beneficiando del sostegno economico fornito dal piano
Marshall, iniziò a delineare un percorso autonomo verso una progressiva integrazione economica e politica.
Il piano Marshall non era soltanto uno strumento per la ricostruzione, ma implicava anche una precisa
richiesta degli Stati Uniti agli europei di intraprendere un’azione comune. Gli americani avevano infatti
sollecitato l’Europa a indicare collettivamente i propri bisogni, lasciando poi agli Stati Uniti il compito di
definire come soddisfarli. Questo approccio era finalizzato a stimolare la cooperazione europea e a
contrastare l’influenza sovietica sul continente.

In questo clima di pressioni diplomatiche e di rinnovato slancio idealistico, promosso da intellettuali e


politici europei, nel maggio del 1950 venne presentato il piano o dichiarazione Schuman. Questa proposta,
avanzata dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman, suggeriva di sottoporre a un controllo comune
l’industria carbonifera e siderurgica di Francia e Germania. L’idea di Schuman, che mirava a creare una
dipendenza economica reciproca tra i due storici rivali, nasceva dalla convinzione che il controllo condiviso
delle risorse fondamentali per l’industria bellica avrebbe reso impossibile un nuovo conflitto tra i due paesi.
Questo progetto fu sviluppato con il contributo determinante di Jean Monnet, un economista e funzionario
francese con una profonda conoscenza delle dinamiche della diplomazia multilaterale. Monnet comprese
che la ricostruzione dell’Europa avrebbe richiesto un utilizzo coordinato di carbone e acciaio, risorse
concentrate prevalentemente nella regione della Ruhr. La necessità di evitare nuovi scontri tra Francia e
Germania spinse Monnet a proporre la creazione di un’organizzazione sovranazionale per la gestione di
queste risorse.

Il progetto si concretizzò nel 1951 con la nascita della CECA, la Comunità Europea del Carbone e
dell’Acciaio. A questo organismo aderirono, oltre a Francia e Germania, anche l’Italia e i paesi del Benelux
(Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo). La CECA rappresentava il primo passo verso una più ampia integrazione
europea, che, nelle intenzioni dei padri fondatori, avrebbe dovuto estendersi anche agli ambiti politico e
militare. L’Italia, grazie al ruolo di figure politiche di spicco come Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, fu tra i
membri fondatori di questa iniziativa, dimostrando un forte impegno nel progetto europeista.

Parallelamente alla CECA, si cercò di promuovere una collaborazione anche sul piano militare. Nel 1952 fu
proposta la creazione della CED, la Comunità Europea di Difesa, un progetto che intendeva integrare le
forze armate dei paesi europei sotto un unico comando sovranazionale. De Gasperi immaginava che la CED
potesse rappresentare un passo verso una federazione politica tra gli Stati europei. Tuttavia, il progetto
incontrò forti resistenze, in particolare da parte della Francia, che temeva il riarmo della Germania
occidentale. Gli Stati Uniti, nel tentativo di rafforzare il blocco occidentale contro l’Unione Sovietica,
intendevano riammettere la Germania nella legittimità internazionale e promuoverne il riarmo, ma questo
provocò timori nella Francia, ancora scossa dai ricordi delle due guerre mondiali. Di fronte a queste
difficoltà, il Parlamento francese respinse il progetto della CED nel 1954, segnando un grave passo indietro
per l’integrazione europea.

Nonostante questi ostacoli, il processo di integrazione europea non si arrestò. Il fallimento della CED portò
a una riorganizzazione delle priorità e a un rilancio delle trattative sul piano economico. L’anno cruciale fu il
1957, quando vennero firmati i Trattati di Roma, che istituirono la Comunità Economica Europea (CEE) e la
Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM). Questi trattati segnarono un punto di svolta, ponendo
le basi per la creazione di un mercato comune e per una cooperazione sempre più stretta tra gli Stati
membri. La nascita della CEE rappresentò il successo di un progetto ambizioso che, partendo dalla gestione
condivisa delle risorse strategiche, si estese progressivamente a settori sempre più ampi, gettando le
fondamenta di quella che oggi conosciamo come Unione Europea.

La Conferenza di Messina, tenutasi nel giugno del 1955, rappresentò un momento cruciale per il processo di
integrazione europea. Convocata dall’allora ministro degli Esteri italiano Gaetano Martino, un convinto
europeista e uomo di grande cultura, questa conferenza segnò un’importante svolta verso la realizzazione
di una cooperazione più stretta tra gli Stati europei. Martino, che ricopriva anche il ruolo di rettore
dell’Università di Messina, fu determinante nel rilanciare il progetto europeista, sottolineando la necessità
di superare le divisioni del passato attraverso un’integrazione economica e politica. Durante la conferenza,
venne istituita una commissione presieduta dal belga Paul-Henri Spaak, incaricata di redigere i trattati che
sarebbero stati firmati a Roma due anni dopo, nel 1957.

I Trattati di Roma sono due e segnano la nascita di due istituzioni fondamentali: la Comunità Economica
Europea (CEE) e la Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM). Il primo trattato, che istituisce la
CEE, aveva l’obiettivo principale di abolire gradualmente gli ostacoli alla libera circolazione di merci,
persone e capitali tra gli Stati membri. In particolare, si prevedeva l’eliminazione progressiva dei dazi
doganali tra i diversi paesi e l’istituzione di una tariffa doganale comune verso l’esterno, al fine di creare un
mercato unico europeo. Inoltre, il trattato stabiliva una politica economica comune in settori strategici
come l’agricoltura e i trasporti, ponendo le basi per una cooperazione economica senza precedenti. Questo
processo di integrazione economica non era solo un mezzo per migliorare il benessere economico, ma
anche un modo per prevenire futuri conflitti, eliminando alla radice le rivalità economiche che avevano
caratterizzato il periodo tra le due guerre mondiali.

Il secondo trattato, che dà vita all’EURATOM, rifletteva le esigenze e le preoccupazioni legate agli anni della
Guerra Fredda, in cui il tema della sicurezza era centrale. Questo trattato si concentrava sulla promozione
dell’uso pacifico dell’energia nucleare, incoraggiando la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico nel
settore, con l’obiettivo di garantire agli Stati membri un approvvigionamento energetico sicuro e condiviso.

Il processo di integrazione europeo venne ulteriormente rafforzato dalla creazione di istituzioni


sovranazionali che avrebbero coordinato e promosso lo sviluppo della Comunità. Tra queste, il Consiglio
Europeo, composto dai rappresentanti dei governi nazionali, venne dotato di potere decisionale, mentre
l’Assemblea, inizialmente formata da 142 deputati nominati dai parlamenti nazionali, aveva un ruolo
consultivo. A queste si affiancò la Commissione Europea, istituita nel 1957, composta da personalità
indipendenti nominate dai governi, con il compito di promuovere nuove leggi e monitorare l’attuazione
delle politiche comuni. Inoltre, venne istituita la Corte di Giustizia Europea, che aveva il compito di regolare
i rapporti tra gli Stati membri e tutelare i diritti dei cittadini, emettendo sentenze vincolanti per tutti i paesi
della Comunità.

Il successo della CEE si manifestò soprattutto durante gli anni del boom economico degli anni ’60, un
periodo di straordinario sviluppo economico per gli Stati membri, tra cui l’Italia, che emerse come una delle
maggiori potenze economiche del tempo. Tuttavia, il percorso di integrazione non fu privo di difficoltà. La
Gran Bretagna, inizialmente restia a entrare nella CEE, preferì mantenere un rapporto privilegiato con gli
Stati Uniti e il Commonwealth. Sebbene Winston Churchill avesse promosso l’idea di Stati Uniti d’Europa, la
Gran Bretagna inizialmente assunse un ruolo di patrocinio piuttosto che di partecipazione diretta. Solo nel
1961 chiese di entrare nella CEE, ma trovò l’opposizione della Francia, guidata da Charles de Gaulle, che
temeva che l’ingresso britannico potesse compromettere l’autonomia politica ed economica della
Comunità.

L’adesione della Gran Bretagna avvenne solo nel 1972, insieme a Irlanda e Danimarca, in un momento
storico segnato dalla crisi petrolifera degli anni ’70, che mise a dura prova le economie europee. In questo
contesto, venne creato il Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979, con l’obiettivo di stabilizzare i cambi
valutari e promuovere la cooperazione monetaria tra gli Stati membri. Sempre nel 1979 si svolsero le prime
elezioni dirette per il Parlamento Europeo, segnando un importante passo avanti verso una maggiore
partecipazione democratica nella gestione della Comunità.

In sintesi, il processo di integrazione europea, avviato con la Conferenza di Messina e consolidato con i
Trattati di Roma, ha rappresentato una svolta storica per il continente, ponendo le basi per un’Europa
unita, fondata sulla cooperazione economica e sulla solidarietà politica. Le istituzioni create e i principi
sanciti in questo periodo continuano a costituire il cuore dell’Unione Europea odierna.

Gli anni ’80 rappresentano un decennio cruciale per il consolidamento dell’integrazione europea, durante il
quale si cerca di rafforzare non solo la dimensione economica ma anche quella politica. In questo periodo,
l’Italia gioca un ruolo fondamentale, soprattutto attraverso la figura di Altiero Spinelli, uno dei padri
fondatori dell’idea europeista. Spinelli, deputato al Parlamento Europeo, fu il relatore del progetto per il
Trattato istitutivo dell’Unione Europea, firmato nel febbraio del 1984. Tuttavia, le profonde rivalità
nazionalistiche e le spinte autonomiste dei vari Stati membri portarono all’abbandono del progetto,
preferendo una soluzione di compromesso: l’Atto Unico Europeo, elaborato dalle commissioni dei Paesi
europei.

L’Atto Unico Europeo, siglato nel 1986, aveva come obiettivo principale la realizzazione di un mercato
comune entro il 1992. Questo mercato unico prevedeva la completa eliminazione delle barriere
commerciali e amministrative tra gli Stati membri, promuovendo una maggiore integrazione economica. La
caduta del muro di Berlino nel 1989, seguita dal crollo del comunismo, dalla disgregazione dell’Unione
Sovietica e dalla riunificazione della Germania, accelerò notevolmente i negoziati verso un’Europa più unita.
Questi eventi portarono al Trattato di Maastricht del 1992, un passaggio fondamentale che sostituì i
Trattati di Roma e ridefinì il futuro dell’Europa.

Il Trattato di Maastricht, firmato dai ministri degli Esteri e delle Finanze, tra cui gli italiani Gianni De
Michelis e Guido Carli, stabilì l’unione economica e monetaria, introducendo la moneta unica europea,
l’euro, e la creazione della Banca Centrale Europea (BCE). Oltre all’aspetto economico, il trattato segnò una
svolta politica, ampliando i poteri dell’Unione Europea e introducendo la cittadinanza europea, che
conferiva a tutti i cittadini degli Stati membri nuovi diritti e tutele. La cittadinanza europea divenne un
elemento simbolico e pratico di grande importanza, poiché riconosceva ufficialmente l’appartenenza a una
comunità sovranazionale.

Nonostante questi progressi, l’unificazione della Germania ebbe un impatto complesso e controverso
sull’Unione Europea. Da un lato, avrebbe dovuto rafforzare l’Europa; dall’altro, creò squilibri significativi. La
Germania, con la sua forte economia e la politica del marco, finì per esercitare un’influenza predominante
sull’intera Unione. Secondo alcune teorie, il cancelliere tedesco Helmut Kohl e il presidente francese
François Mitterrand avrebbero raggiunto un accordo segreto: Mitterrand avrebbe accettato la
riunificazione tedesca solo se la Germania avesse accettato l’introduzione della moneta unica europea.
Sebbene non ci siano prove certe di questo accordo, la politica economica tedesca divenne un punto di
riferimento, obbligando gli altri Stati a conformarsi o a subire le conseguenze.

Questa situazione suscitò critiche, poiché inizialmente si temeva che l’Unione Europea, guidata da una
Germania così forte, avrebbe soffocato le economie degli altri Stati membri. Tuttavia, col tempo, l’Unione
dimostrò la capacità di federare nazioni che, altrimenti, avrebbero avuto difficoltà a collaborare in modo
così stretto. Il processo di integrazione economica e politica portò alla creazione di un’Europa più coesa,
nonostante le tensioni e le sfide legate alle differenze tra gli Stati membri. L’approccio graduale, partendo
da un’unione economica per poi evolvere verso una dimensione politica, si rivelò vincente, evitando il
rischio di un fallimento immediato e gettando le basi per l’Unione Europea contemporanea.
SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA
Napoleone III si dimostrò sensibile all’appello di Cavour durante il Congresso di Parigi.
Accordi di Plombières (21 luglio 1858): alleanza Francia-Piemonte. Prevedevano che, in caso di
attacco austriaco, la Francia sarebbe venuta in aiuto al regno Sabaudo e l'Italia sarebbe stata divisa
in 4 parti:
- nord del Piemonte
- centro della Francia
- sud dei Borbone
- territori dello Stato Pontificio al Papa.
Da quel momento Cavour fece ogni cosa per provocare un attacco da parte dell'Austria, che alla fine
cedette: nel 1859 l'Austria (ignara dell'accordo con Napoleone III) attaccò il Piemonte dando inizio alla
Seconda guerra di indipendenza.
Gli austriaci furono sconfitti dai francesi a Solferino e dai piemontesi a San Martino.
Ma Napoleone III fu costretto a ritirarsi, in quanto i conservatori e il clero di Francia non tolleravano
che si toccassero i possedimenti del Papa, per questo:
11 luglio 1859: senza informare Cavour, Napoleone III firmò l’armistizio di Villafranca con Giuseppe I
d'Austria, che rinunciò alla Lombardia.
Cavour, infuriato, diede le dimissioni ma nel 1860 tornò al governo e convinse Napoleone III a cedere
Nizza e la Lombardia.
11 marzo 1860: attraverso un plebiscito ( consultazione del popolo) Cavour riesce ad annettere
Emilia, Romagna e Toscana al Regno di Sardegna.
L'Austria così venne tagliata fuori dal territorio italiano.

SPEDIZIONE DEI MILLE


Dopo l’annessione dei territori, rimaneva il problema del Regno delle due Sicilie.
4 aprile 1860: a Palermo scoppia un’insurrezione popolare contro i Borbone, che fallisce ma non
spegne le proteste. Giuseppe Garibaldi, democratico radicale e guerriero, organizza una spedizione a
sostegno dei ribelli siciliani, insieme a Francesco Crispi, Nino Bixio e un migliaio di volontari.
5 maggio 1869: Garibaldi con i Mille salpa dal porto di Quarto (Genova).
11 maggio 1860: sbarcano a Marsala (Sicilia) e sconfiggono i soldati borbonici nella battaglia di
Calatafimi.
20 luglio 1860: vittoria di Milazzo, che porta alla liberazione definitiva dell’isola.
Garibaldi e i Mille risalgono la penisola e il 7 settembre 1860 entrano trionfalmente a Napoli. Si
preparano a invadere lo Stato Pontificio, ma Cavour:
- per evitare complicazioni internazionali generate dalla marcia di Garibaldi verso Roma
- per evitare la nascita di un’Italia del Sud repubblicana
convince il re ad occupare le Marche e l’Umbria (dominio pontificio).
Incontro di Teano (26 ottobre 1860): Garibaldi cede terre conquistate a Vittorio Emanuele II.
Con un plebiscito, avviene l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte.
17 marzo 1861: viene proclamato il REGNO D’ITALIA (capitale Torino).

L’ITALIA UNITA: DESTRA E SINISTRA STORICA


Dopo l'unità del 1861, sono due gli schieramenti politici principali:

DESTRA STORICA (1861-1876) SINISTRA STORICA (1876-1887)


Successori di Cavour (liberali moderati). Repubblicani e anticattolici.
Conservatori, monarchici, grandi proprietari Piccola e media borghesia.
terrieri. Esponenti: Depretis, Crispi
Per lo più di origine piemontese, per questo
estranei alle diverse realtà che il territorio
italiano presentava.
Esponenti: Ricasoli, La Marmora, Minghetti
Forte distanza tra il “paese legale” e il “paese reale”: le classi dirigenti erano molto ristrette e
rappresentavano solo una piccola parte della popolazione. La legge elettorale piemontese dava il
diritto di voto agli uomini che avessero compiuto 25 anni, sapessero leggere e scrivere e pagassero
un’imposta annuale di almeno 40 lire (2% della popolazione).

DESTRA STORICA
I governi attuarono una politica di accentramento, con una forte impronta statalista.
La nuova organizzazione dello Stato non fu quindi frutto di una riflessione sulle reali esigenze del
paese, ma venne attuata attraverso l’estensione dell’organizzazione dello Stato sabaudo a tutto il
resto d’Italia. Venne esteso lo Statuto Albertino a tutto il territorio.

Obiettivi
➢ Istruzione
Alto tasso di analfabetismo (78%)→ LEGGE CASATI (1860) istruzione elementare
obbligatoria e gratuita per i primi due anni.

➢ Pareggio del bilancio


Forte deficit, che viene colmato con una forte politica fiscale.
TASSA SUL MACINATO (1868): tassa sui cereali, che provoca rivolte contadine, in quanto
l’alimentazione dei più poveri si basava sul consumo di pane e polenta.
Pareggio del bilancio raggiunto nel 1875, ma con alti costi sociali.

➢ Agricoltura
Sostentamento principale del popolo.
- Nord: buona agricoltura, aziende moderne, lavoratori agricoli salariati.
- Centro: agricoltura basata sulla mezzadria (contratto agrario con il quale un
proprietario di terreni e un coltivatore si dividono a metà i terreni e i prodotti).
- Sud: minuscoli appezzamenti; condizioni di vita precarie, con la diffusione della
pellagra (malattia causata dalla carenza di vitamina B3, nota anche come patologia
delle tre D, che stavano a indicare i tre principali sintomi: dermatite, diarrea e
demenza).

➢ Politica economica
- Unificazione monetaria e tributaria
- Adozione di una politica di stampo liberista: abbattimento delle barriere doganali per
agevolare i commerci.
- Scarso sviluppo industriale
- Costruzione di nuove infrastrutture (strade, ponti, ferrovie)

➢ Questione meridionale
- Malessere della popolazione→ con l’Unità i contadini speravano in forme di
autogoverno e di distribuzione delle terre, ma videro rimanere la situazione uguale a
quella di prima con la differenza che adesso erano governati dai piemontesi.
- Aumento della pressione fiscale.
- Viene imposto il servizio militare obbligatorio, che sottraeva braccia al lavoro dei
campi.
Come conseguenza si ebbe l’insurrezione dei contadini e l’aggravarsi del BRIGANTAGGIO,
fenomeno già presente nel sud Italia (bande armate che utilizzavano la forza per il controllo
del territorio in assenza di un forte potere centrale).
LEGGE PICA (1863): il nuovo governo istituì lo stato di guerra e inviò l’esercito a reprimere il
brigantaggio, che venne debellato nel giro di due anni.
➢ Completamento Unità
- VENETO: con la 3 GUERRA D’INDIPENDENZA (Italia e Prussia VS Impero
Asburgico), l’Italia ottiene il Veneto (1866).
- ROMA: l’acquisizione di Roma come capitale d’Italia era un progetto da molto tempo
auspicato da Vittorio Emanuele II, ma a frapporsi vi era sempre la Francia la quale
era la protettrice del Papa e dei propri possedimenti.
✦BATTAGLIA DI ASPROMONTE (1862): battaglia tra l'esercito italiano ed i volontari
garibaldini, per fermare il tentativo di Giuseppe Garibaldi di completare una marcia
dalla Sicilia verso Roma e scacciare papa Pio IX.
✦CONVENZIONE DI SETTEMBRE (1864): accordo stipulato tra Italia e Francia.
Prevedeva il ritiro delle truppe francesi da Roma per proteggere il papa in cambio
dell'impegno dell'Italia a non invadere lo Stato pontificio e a trasferire la capitale da
Torino a Firenze (1865).
✦La sconfitta di Napoleone III nella guerra franco-prussiana consente la rottura del
patto di non invasione dei territori papali.
BRECCIA DI PORTA PIA (1870): i bersaglieri, con comandante Cadorna, entrarono
in territorio del Papa senza trovare ostacoli. Roma diventa territorio del Regno d’Italia
e nel 1871 viene nominata Capitale del Regno d’Italia.
✦LEGGE DELLE GUARENTIGIE (1871): scopo di regolare i rapporti tra il Regno
d’Italia e lo Stato Vaticano.
- Papa capo del potere spirituale
- Propria scorta armata
- Contributo economico per il proprio sostentamento
- Assoluta indipendenza reciproca del Regno e del Papa.
La legge fu ritenuta inaccettabile da Papa Pio IX. Il Governo infastidito e in un’ottica sempre
più anticlericale avviò alcune riforme contro la Chiesa:
- fu introdotta la leva militare obbligatoria anche ai seminaristi;
- fu abolito l’insegnamento della teologia da tutte le università pubbliche.
✦NON EXPEDIT (1874): papa Pio IX vieta ai cattolici di partecipare alla vita politica del
paese.

SINISTRA STORICA
Crisi destra storica:
- rafforzamento delle forze di centro
- destra divisa in parlamento per decidere della statalizzazione delle ferrovie
- nascita di una sinistra giovane (borghesia moderata)
Il re affidò il nuovo governo ad Agostino Depretis, esponente dello schieramento di sinistra.

✦GOVERNO DEPRETIS (1876-1887)


Nuovo re Umberto I.
La nuova classe politica era espressione di ceti medio-borghesi e comprendeva anche operai e
artigiani.

➢ Riforme
- Suffragio universale→ legge elettorale 1882 (21 anni, da 40 a 19 lire di tassa,
alfabetizzazione minima)
- LEGGE COPPINO (1887): aumento dell’obbligo scolastico fino ai 9 anni e introduce
delle sanzioni per le famiglie che disattendono all'obbligo.
- decentramento amministrativo

➢ Politica economica
- diminuzione della pressione fiscale (abolizione tassa sul macinato 1884)
- aumento della spesa pubblica→ deficit nel bilancio statale
- Politica protezionista: per favorire il decollo industriale e la ripresa dell’agricoltura.
Dazi su siderurgico, lana, cotone, zucchero, cereali.

➢ Politica estera
- TRIPLICE ALLEANZA (1882) con la Germania e con l’Austria-Ungheria per uscire da
una situazione di isolazionismo (la Francia aveva occupato la Tunisia, possibile
sbocco coloniale per l’Italia), rinunciando quindi alla conquista dei territori irredenti,
Trentino e Venezia Giulia.
- Si inserisce nella politica imperialista che stava caratterizzando l’Europa e tenta
l’occupazione dell’Etiopia ma viene sconfitta a Dogali nel 1887.

Dopo l’attuazione di queste riforme la politica della Sinistra prese una piega più moderata, per paura
del diffondersi di tendenze estremiste. Ha inizio una pratica politica detta TRASFORMISMO,
attraverso accordi elettorali tra esponenti di sinistra (Depretis) e di destra (Minghetti) che portarono
alla creazione di un governo che si poneva al centro tra i due schieramenti.

Nel 1892 viene fondato il PARTITO SOCIALISTA ITALIANO da Filippo Turati, espressione della
classe operaia che si cominciava a presentare come soggetto politico.
Nel 1874 si forma l’OPERA DEI CONGRESSI, movimento cattolico controllato dal clero, il cui
programma rimaneva comunque ostile al nuovo governo.

✦GOVERNO CRISPI (1887-1896)


Rivoluzionario, repubblicano e mazziniano.
Crispi governò dal 1887 al 1896, con una interruzione di un anno (primo governo Giolitti). Attuò quella
che venne definita “DEMOCRAZIA AUTORITARIA”: vennero emanati alcuni provvedimenti come
l’eleggibilità dei sindaci, il diritto di sciopero, l’abolizione della pena di morte, ma
contemporaneamente veniva portata avanti una politica repressiva e accentratrice attraverso una
forte riorganizzazione dell’apparato statale.

➢ Politica estera
- obiettivo di riaffermare il valore dell’Italia come potenza coloniale. Venne fondata la
colonia Eritrea e si posero le basi per l’occupazione della Somalia.

Nel 1892 cade il governo Crispi proprio a causa della sua politica coloniale e sale al potere Giovanni
Giolitti, ma non riuscì a portare avanti il suo programma a causa di uno scandalo finanziario in cui
rimase coinvolto (scandalo della Banca di Roma).

✧Secondo governo Crispi (1893)


- istituzione della Banca d’Italia con funzioni di controllo del sistema bancario e finanziario
- proclamazione delle stato d’assedio in Sicilia per reprimere i Fasci siciliani
- emanazione delle leggi antisocialiste, il Partito socialista fu dichiarato fuori legge
- ripresa della politica coloniale. Secondo tentativo di conquista dell’Etiopia che si concluse con
la sconfitta di Adua (1896).

ETA’ GIOLITTIANA
❖ Governo Di Rudinì
Nel 1898, in seguito al rincaro del prezzo del pane, scoppia un moto rivoltoso a Milano
represso con inaudita violenza dal generale Bava Beccaris (il Re lo autorizza a sparare sulla
folla).
❖ Governo Pelloux
In conseguenza a questo episodio il governo Pelloux presenta una legge per limitare il diritto
di sciopero e la libertà di stampa e di associazione.
Ma la sinistra costituzionale, con Zanardelli e Giolitti, si unisce all’estrema sinistra, ricorrendo
alla tattica dell’ostruzionismo, che riesce a rimandare l’approvazione di quelle leggi.
L’opposizione è rafforzata e Pelloux deve dimettersi.

1900→ assassinio di Umberto I, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.


Sale sul trono il figlio Vittorio Emanuele III (1869-1947) che affida il governo al liberale Giuseppe
Zanardelli, che nomina ministro degli interni Giovanni Giolitti.

❖ Governo Giolitti-Zanardelli
Importanti riforme sociali
- tutela del lavoro minorile e femminile
- creazione di assicurazioni per i lavoratori
- municipalizzazione dei servizi pubblici (trasporti, elettricità, gas)
- sviluppo delle organizzazioni sindacali, che portano all’aumento dei salari e al
conseguente miglioramento del tenore di vita degli operai

1903→ dimissioni di Zanardelli; Giolitti è chiamato a formare il nuovo governo.

GOVERNO GIOLITTI (1901-1914)


Giolitti è un liberale progressista, un conservatore illuminato. La sua politica interna è caratterizzata
da una serie di successi verso la democrazia, tanto che durante il suo governo possiamo parlare di
stato liberal-democratico.

Il programma è volto a favorire l’industrializzazione del Paese: si sviluppano diverse industrie


siderurgiche, chimiche, automobilistiche, tessili. Il reddito nazionale aumenta del 50%.
Nonostante ciò il divario economico-sociale tra Nord e Sud è forte:
- Italia centro-settentrionale: sviluppo industriale, specialmente il “triangolo industriale” Milano,
Torino e Genova.
- Sud Italia: degrado, non ci sono interventi, problema dell’emigrazione verso l’estero
(coinvolge tra il 1900 e il 1914 circa 8 milioni di persone).

Nel suo tentativo di allargare le basi della maggioranza, Giolitti propone a Filippo Turati, leader del
partito socialista, di entrare nel governo. Al rifiuto di Turati, i socialisti si rifugiano su posizioni più
radicali suscitando timori nella borghesia. Giolitti, grazie al sostegno dei cattolici ottiene una forte
maggioranza alle elezioni.

Riforme
➢ leggi speciali per il mezzogiorno (1904): per lo sviluppo dell’agricoltura, dell’industria e
agevolazione fiscale.
➢ statalizzazione delle ferrovie (1904-1905): per rendere possibile una maggiore
organizzazione del servizio e una sua più accurata manutenzione. Progetto che incontra forti
opposizioni che costringono Giolitti a dimettersi.

1906→ Giolitti torna alla guida del governo, ma le difficoltà economiche derivanti dalla crisi
internazionale del 1907 intensificano notevolmente le lotte sociali, inasprendo le tensioni tra operai e
Confindustria (nel 1906 viene fondata la Confederazione generale del lavoro CGL).
Giolitti si dimette nuovamente.
1911→ Giolitti torna nuovamente al governo, con un programma orientato a sinistra.

➢ Riforma scolastica (1911): rese la scuola elementare, fino ad allora gestita dai comuni, un
servizio statale, ponendo a carico dello Stato il pagamento degli stipendi dei maestri
elementari. La legge vide l'istituzione dei patronati scolastici comunali.
➢ Introduzione del suffragio universale maschile (1912): oltre che per gli uomini che hanno
compiuto i 21 anni e sanno leggere e scrivere, anche per gli analfabeti e i nullatenenti, che
hanno prestato servizio militare o che hanno più di 30 anni.

Politica estera
Nel 1911 viene decisa l’occupazione della Libia, che sembra essere la terra promessa come
soluzione dei problemi economico-sociali. In realtà la Libia non è un Paese ricco (uno “scatolone di
sabbia”, come nel 1911 la definì Gaetano Salvemini), però il 20 settembre del 1911 l’Italia dichiara
guerra alla Libia. La Libia apparteneva all’impero ottomano, che si oppone agli Italiani, che sono
costretti ad occupare altri territori turchi (l’isola di Rodi e le 12 isole del Dodecaneso) per costringere i
Turchi a ritirarsi.
PACE DI LOSANNA (1912): termina la guerra. La Libia è colonia italiana, ma il sultano turco rimane il
capo religioso.

Partiti politici durante l’età giolittiana


★ I cattolici→ si sviluppa il movimento democratico-cristiano guidato dal sacerdote marchigiano,
Romolo Murri, la cui azione è fortemente osteggiata da papa Pio X, che lo scomunica.
Sul piano politico, le forze clerico-moderate stabiliscono alleanze elettorali con i liberali: tale
linea politica riceve piena consacrazione con il Patto Gentiloni (1913), in virtù del quale i
cattolici accettano di votare per quei candidati liberali che si impegnino, a loro volta, ad
opporsi a qualsiasi legislazione anticlericale. In questo modo, i cattolici aggirano il «non
expedit» di Pio IX che proibiva loro la partecipazione alla vita politica.
★ I socialisti→ il socialismo si sviluppa nei primi anni del Novecento. La corrente riformista
interna al PSI è favorevole alla politica di Giolitti, in quanto i suoi leader pensano che solo
tramite la collaborazione con la borghesia progressista sia possibile ottenere delle riforme.
Durante il congresso di Bologna del 1904, le correnti rivoluzionarie ottengono però la guida
del partito e pochi mesi più tardi indicono il primo sciopero generale nazionale italiano, che
mostra tutti i gravi limiti organizzativi del Partito socialista.
Nel 1912, dopo l’espulsione dei riformisti, i rivoluzionari tornano a controllare il partito. Uno
dei leader di spicco degli intransigenti diviene il giovane Benito Mussolini.
★ I nazionalisti→ il movimento dei nazionalisti, sorto intorno alla rivista «Il Regno», si estende
grazie all’eloquenza di Gabriele D’Annunzio e nel 1910 diviene una forza politica a carattere
antiliberale, antiparlamentare e militarista. Dopo la guerra di Libia, i nazionalisti guadagnano
supporti più ampi dichiarando il loro disprezzo per la cosiddetta «Italietta» di Giolitti e la loro
volontà di avere un’Italia potente e militarmente forte.

Critiche a Giolitti
● Dittatura parlamentare→ tentativo di trasformismo per creare un largo centro, attraverso il
controllo delle camere.
● Politica del doppio volto→ per il Nord Giolitti è progressista, moderno; per il Sud è uguale ai
suoi predecessori, cioè pur di avere voti ricorre ad intimidazioni e brogli elettorali.
Giolitti si giustifica utilizzando la metafora del sarto (come lui deve adattare l’abito ai difetti
della persona, così Giolitti deve adattare il governo in base alle zone d’Italia).

1914→ Giolitti si dimostra sempre meno in grado di controllare la situazione politica e rassegna le
dimissioni, indicando come suo successore Antonio Salandra.
Nei progetti giolittiani c’è l’idea di un ritorno al potere, ma la situazione è molto cambiata:
- il contrasto tra destra e sinistra provoca un inasprimento delle tensioni sociali.
- tra il 7 e il 14 giugno del 1914, il paese è scosso dalla cosiddetta «settimana rossa»:
un’ondata insurrezionale contro il divieto governativo di svolgere manifestazioni antimilitariste.
A capo del movimento di protesta si trovano: Pietro Nenni, Benito Mussolini ed Enrico
Malatesta. L’uccisione di tre dimostranti provoca un’ondata di scioperi in tutto il Paese.
ALLEANZE EUROPEE
L’Europa era divisa in due blocchi:
➢ TRIPLICE INTESA: Regno Unito, Francia e Russia.
➢ TRIPLICE ALLEANZA: Germania, Italia e Impero d’Austria (esteso non solo sull’Austria, ma
anche su Ungheria, Cecoslovacchia e parte della penisola balcanica).

PRIMA GUERRA MONDIALE


La Prima Guerra Mondiale, anche conosciuta come la Grande Guerra, si svolse tra il 1914 e il 1918 e
coinvolse le principali potenze mondiali dell'epoca. Fu un conflitto su vasta scala che cambiò
radicalmente il panorama politico, economico e sociale dell'Europa e del mondo intero.
Viene considerata uno spartiacque epocale, per diversi motivi:
- Erano coinvolti Stati e territori di gran parte del mondo;
- Grazie alla tecnologia, gli eserciti sono diventati più letali: i morti causati dalla Prima Guerra
Mondiale saranno più di 10 milioni;
- Segnerà la fine di ben quattro grandi imperi: russo, asburgico, tedesco, turco;
- Gli Stati Uniti si affermano nel ruolo di superpotenza mondiale al posto della Gran Bretagna;
- Determina l’avvento definitivo della moderna società di massa.

CAUSE
● Tra le potenze europee c'erano tensioni diplomatiche:
- BALCANI: penisola balcanica contesa tra alcuni imperi (ottomano, russo e austriaco)
e vari movimenti nazionalisti locali.
1912-13: due brevi guerre balcaniche; la Serbia emerge come maggiore potenza
della zona contro l’Austria, che avendo la Bosnia Erzegovina negava lo sbocco sul
mare alla Serbia.
- L’Italia rivendicava alcuni territori abitati da italiani, ma soggetti all’impero d’Austria:
Trieste, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia.
- Le colonie europee in Africa e in Asia: tensioni tra Germania e Inghilterra (leadership
sui mari)
● Ideologie imperialiste: ogni nazione cerca di ingrandirsi e di avere la meglio sugli altri Stati.
● Si erano sviluppate ideologie nazionaliste (fine 800-inizio 900), che auspicavano ad un
rinnovamento della società e consideravano la guerra un modo per imporre le nazioni a livello
internazionale.
● Le alleanze europee (Triplice Intesa e Triplice Alleanza).

Il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria, viene


assassinato insieme a sua moglie a Sarajevo, dove si trovava in visita ufficiale.
Attentatore→ Gavrilo Princip, studente bosniaco nazionalista di etnia serba. Per il governo
austro-ungarico, la responsabilità è in gran parte della Serbia, punto di riferimento per il nazionalismo
slavo (e dunque anti-austriaco) nei Balcani.
Ultimatum→ l’Austria impone un ultimatum alla Serbia, chiedendo che l’inchiesta sull’attentato sia
condotta da rappresentanti austriaci. In nome della propria sovranità nazionale, la Serbia rifiuta.
28 luglio 1914→ l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. È l'inizio della Prima Guerra Mondiale.

➔ La Russia entra in guerra in sostegno alla Serbia per due ragioni:


- la comune fede ortodossa
- l’interesse ad avere un ruolo guida nei Balcani
➔ La Germania, alleata dell’Austria, chiede alla Russia di ritirarsi e alla Francia di rimanere
neutrale: entrambe le potenze rifiutano. La Germania dichiara guerra ad entrambe all’inizio di
agosto. Il 4 agosto la Germania invade il Belgio, che si rifiutava di far passare i soldati tedeschi.
➔ La Gran Bretagna scende in campo in appoggio a Francia e Belgio.
➔ L’Italia, formalmente alleata di Austria e Germania, si dichiara per il momento neutrale.
➔ Il Giappone dichiara guerra alla Germania, perché una minacciosa flotta tedesca si trovava in
estremo oriente (Pacifico).
➔ L’Impero Ottomano dichiara guerra alla Russia a novembre.
Sarebbero in seguito intervenuti innumerevoli altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, la Romania e la Grecia
sul fronte Russo-Francese, la Bulgaria sul fronte Tedesco-Austriaco. Ma la Prima Guerra Mondiale
coinvolge anche l’America Latina, la Cina, il Medio Oriente ed il Portogallo.

1914
GERMANIA
La Germania attua il piano Schlieffen: rapido attacco contro la Francia (occidente) attraverso il Belgio
(neutrale), durante il tempo impiegato dalla Russia (paese molto arretrato; oriente) per preparare
l’esercito (guerra lampo o di movimento).
➢ Fronte occidentale
I tedeschi iniziarono attaccando la Francia, passando attraverso il Belgio dove avvenne il
primo scontro sulla Marna: qui l'esercito francese riuscì a bloccare l'avanzata dell'esercito
tedesco. Tuttavia, quella che era stata pensata come guerra di movimento si trasformò ben
presto in guerra di posizione: infatti tutta la guerra si svolse in trincea su una linea che andava
dalle Alpi svizzere fino al Belgio (fermi per 3 anni senza avanzare). Divenne una guerra di
logoramento (guerra di posizione).

➢ Fronte orientale
Dopo aver chiuso gli accessi sul fronte occidentale la Germania passò all'avanzata sul fronte
orientale per affrontare la Russia. Gli Austriaci si erano scontrati con i serbi, vincendo.
I Tedeschi riuscirono a fermare l'avanzata russa e ad occupare alcuni territori dell'attuale
Polonia, arrivando fino a Minsk (cittadina occidentale della Russia).

1915
ITALIA
Al momento dello scoppio della guerra l'Italia dichiara la propria neutralità, nel rispetto delle condizioni
della Triplice Alleanza, che prevedeva l'intervento dell'Italia solo in caso di una guerra difensiva,
mentre quella era una guerra offensiva.
Negli ultimi tempi i rapporti con l'Austria si erano raffreddati a causa della questione delle terre
irredenti (Trentino e Friuli) sotto il dominio austriaco.
In Italia si delineano due correnti d’opinione:
● INTERVENTISTI: favorevoli all'entrata in guerra.
- Irredentisti: Trentino e Friuli che volevano entrare in guerra con l’Intesa, per arrivare
all’unificazione.
- Radicali di sinistra: la guerra come acceleratore del processo rivoluzionario.
- Nazionalisti
● NEUTRALISTI: contrari all’entrata in guerra.
- Socialisti: spicca Benito Mussolini, facente parte dell’ala rivoluzionaria del partito, che
si dichiara a favore dell’entrata in guerra.
- Liberali giolittiani: l’Italia non era economicamente e militarmente pronta alla guerra.
- Cattolici
Salandra (presidente del consiglio) e Sonnino (ministro degli esteri), segretamente, iniziarono a
trattare con l'Inghilterra e la Francia fino ad arrivare PATTO DI LONDRA (1915): l'Italia si impegnava a
entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa nel giro di un mese. In cambio l'Italia avrebbe ottenuto il
Trentino, il Friuli, l'Istria (fatta eccezione di Fiume) e la Dalmazia. Il Parlamento non venne interpellato
ma venne informato solo a cose fatte. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra.
1916-1917
Le truppe italiane, con a capo il generale Cadorna, tentarono di sfondare le linee austriache lungo il
fiume Isonzo, senza successo. Di conseguenza, l'Austria fece la controffensiva (cosiddetta
"spedizione punitiva") contro l'ex alleato, colpevole di tradimento.
DISFATTA DI CAPORETTO (24 ottobre 1917): gli austriaci sfondano le linee italiane a Caporetto e
l'esercito italiano è costretto ad arretrare fino al Piave.
Cadorna venne sostituito dal nuovo comandante Armando Diaz.
Cadorna→ accusa i soldati di essere vigliacchi e deboli. Crea nell’esercito italiano un clima di sfiducia.
Diaz→ rinnovato spirito patriottico per riconquistare i propri territori.
In questa difficile situazione papa Benedetto XV chiese la fine dei combattimenti, invitava i paesi in
guerra a rinunciare ai propri interessi in favore di quelli generali dell'umanità.

Battaglia dello Jutland: la Germania cerca di sottrarre il dominio dei mari all’Inghilterra; la marina
inglese attua un blocco navale volto a strangolare l'economia tedesca.
La Germania, in risposta, attuò la guerra sottomarina, con la quale i sommergibili tedeschi
attaccavano le navi di qualunque nazionalità che si avvicinassero alle coste inglesi.
ENTRATA IN GUERRA USA: i tedeschi affondano la Lusitania, un transatlantico britannico su cui
viaggiavano passeggeri americani. Ciò provocò la decisione del presidente Wilson di entrare in guerra
a fianco della Triplice Intesa, portando nuove risorse e truppe.
Volevano combattere come prima e vera democrazia al mondo contro le forze oscurantiste degli
imperi centrali.

1918
Intanto in Russia esplose una rivoluzione che abbatté il regime dello zar, che portò alla Rivoluzione
sovietica. Per evitare l'invasione del proprio territorio, la Russia si ritirò dal conflitto.
PACE DI BREST-LITOVSK (3 marzo 1918)→ pace tra Russia e Germania, che stabili le condizioni
della resa: la Russia cedeva alla Germania la Polonia e i Paesi Baltici.

Battaglia di Vittorio Veneto (1918): l'esercito italiano ottenne la decisiva vittoria sull’Austria.
ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI (4 novembre 1918): armistizio tra Impero austro-ungarico e Italia.

Nella primavera del 1918 la Germania è nuovamente sconfitta dai Francesi e gli Inglesi nella seconda
battaglia della Marna, grazie all'appoggio americano.
Il 9 novembre il kaiser tedesco Guglielmo II è costretto ad abdicare per facilitare l’armistizio.
ARMISTIZIO DI COMPIÈGNE (11 novembre 1918): armistizio tra Germania e forze Alleate, con dure
condizioni imposte alla Germania:
- forte smilitarizzazione della Germania
- ritiro delle truppe tedesche da tutti i territori occupati
- consegna della flotta marina tedesca
- annullamento del trattato di Brest-Litovsk
- liberazione dei prigionieri

Guerra di trincea
- Vita pessima dei soldati: logoramento fisico e mentale, no condizioni igieniche, freddo,
continui bombardamenti nemici.
- Entusiasmo patriottico finisce subito: fenomeni di insubordinazione, diserzione e
autolesionismo. Aumentano i casi di ribellione collettiva.

Nuove tecnologie applicate in guerra:


- armi chimiche (usate dai tedeschi per la prima volta), con maschera antigas per proteggersi.
- sviluppo settori: automobilistico, aeronautica, telecomunicazioni, aumento uso mezzi
motorizzati (=veloci spostamenti). Carri armati usati per la prima volta dagli inglesi.
Mobilitazione totale:
- popolazione civile coinvolta (abitanti vicino ai fronti lasciano le loro case; minoranze etniche
sospettate di tradimenti).
- mobilitazione economica: industrie forniscono risorse alla guerra (manodopera militarizzata).
- L’esercito influenza le decisioni politiche
- Propaganda

TRATTATO DI VERSAILLES (28 giugno 1919)→ impose severe condizioni alla Germania e
ridisegnò il panorama politico dell'Europa.
Nacque la Società delle Nazioni: organizzazione internazionale istituita dalle potenze vincitrici allo
scopo di mantenere la pace e sviluppare la cooperazione internazionale in campo economico e
sociale. Era uno dei 14 Punti di Wilson, un piano per la pace mondiale presentato nel gennaio 1918.
Principi: rifiuto della guerra per risolvere contrasti, sanzioni economiche per punire.
Esclusi la Russia e i Paesi sconfitti; anche USA non partecipa a causa dell'opposizione politica
interna (Senato) e delle preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale e agli impegni internazionali.

Disposizioni territoriali
- Alsazia-Lorena restituite alla Francia.
- Danzica dichiarata città libera sotto la protezione della Società delle Nazioni.
- Le colonie tedesche in Africa, Asia e Pacifico furono affidate a diverse potenze alleate.
- TRATTATO DI SAINT-GERMAIN: Impero austro-ungarico disgregato e si originano 4 stati:
Austria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Ungheria.

Disposizioni militari
- Riduzione dell'esercito tedesco a 100.000 uomini senza servizio di leva obbligatorio.
- Marina tedesca ridotta, con il divieto di possedere sottomarini e grandi navi da guerra.
- Germania proibita di avere una forza aerea.

Disposizioni economiche
- Riparazioni di guerra: la Germania fu ritenuta responsabile del conflitto e condannata a
pagare ingenti riparazioni di guerra alle potenze alleate (132 miliardi di marchi oro).
- La Germania fu obbligata a cedere risorse come carbone e materie prime alle potenze
vincitrici.

Conseguenze
- Risentimento tedesco: le dure condizioni imposte alla Germania generarono un forte
risentimento tra la popolazione tedesca, contribuendo all'instabilità politica e all'ascesa del
nazionalsocialismo.
RIVOLUZIONE RUSSA
La Rivoluzione Russa fu un processo che portò al collasso della monarchia zarista e all'ascesa al
potere dei bolscevichi. Da quel momento in poi, la Russia, il più arretrato tra i grandi paesi d’Europa,
divenne il primo Stato socialista della storia.

Insoddisfazione popolare, a causa di:


- Condizioni economiche: povertà diffusa, disoccupazione e carestia.
- Prima Guerra Mondiale: pesanti perdite umane e materiali.

Crisi Politica
- L'inefficacia e la repressione del regime zarista.
- Fallimenti militari, che minarono la fiducia nel governo.

● La Rivoluzione di Febbraio (1917)


Manifestazioni e scioperi del popolo a Pietrogrado (San Pietroburgo) per chiedere allo zar più
libertà politiche e interventi. I soldati si unirono ai manifestanti, rifiutandosi di reprimere le
proteste. Nacquero spontaneamente i SOVIET, organismi rivoluzionari con rappresentanze
popolari elette nei luoghi di lavoro.
15 marzo 1917: lo zar Nicola II abdicò. Si formò un governo provvisorio guidato da Georgy
Lvov e, successivamente, da Alexander Kerensky. Il programma era:
- continuare guerra al fianco dell’intesa
- continuare occidentalizzazione del Paese
Gli oppositori erano i bolscevichi: credevano che solo la classe operaia poteva fare da guida
alla trasformazione del paese.

Vladimir Lenin, rivoluzionario in esilio in Svizzera, tornò in Russia in aiuto ai bolscevichi grazie a un
treno tedesco. Scrisse le “Tesi di Aprile” in cui esortava i bolscevichi a non sostenere il Governo
Provvisorio e a lavorare per una rivoluzione socialista:
- la guerra mondiale deve finire
- la presa al potere va attuata subito
- tutto il potere deve andare ai soviet

● La Rivoluzione d'Ottobre (1917)


Sotto la guida di Lenin, i bolscevichi ottennero sempre più supporto tra lavoratori, soldati e
contadini.
Promesse di "pace, terra e pane": una promessa ai contadini rispettivamente per la
redistribuzione delle terre confiscate e un'equa distribuzione di cibo per tutti i lavoratori.
25 ottobre 1917 (7 novembre nel calendario gregoriano): i bolscevichi presero il controllo di
Pietrogrado. Il governo provvisorio fu rovesciato e Lenin divenne il capo del nuovo governo,
con la creazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR).

Riforme:
- Decreto sulla terra: redistribuzione delle terre ai contadini.
- Decreto sulla pace: uscita dalla Prima Guerra Mondiale, culminata con il Trattato di
Brest-Litovsk (1918).

● Guerra Civile Russa (1918-1921)


I "Rossi" (bolscevichi) contro i "Bianchi" (controrivoluzionari) e altri gruppi.
Vittoria dei bolscevichi, consolidamento del potere sovietico.
Politica Economica
- Comunismo di guerra: nazionalizzazione delle industrie e requisizione dei prodotti agricoli.
- Nuova Politica Economica (NEP) nel 1921: reintroduzione di elementi di economia di
mercato per rilanciare l'economia.
➔ Abolizione delle requisizioni forzate delle eccedenze agricole.
➔ Imposta in Natura: i contadini dovevano pagare un'imposta in natura (una parte della
produzione agricola), ma potevano vendere il surplus sui mercati liberi.
➔ Permesso di operare a piccole e medie imprese private, specialmente nel commercio
e nella produzione di beni di consumo. Le grandi industrie e le banche restavano
sotto il controllo statale, ma con una gestione più flessibile.
➔ Introduzione di una nuova valuta per stabilizzare l'economia e controllare l'inflazione.

1922→ Firma del Trattato di Creazione dell'URSS tra la RSFSR e altre tre repubbliche sovietiche:
Ucraina, Bielorussia, e Transcaucasia (che includeva Armenia, Azerbaigian, e Georgia).
30 dicembre 1922→ Formazione ufficiale dell'URSS.

Struttura dell'URSS
Governo Centrale dominato dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS).
Sistema a partito unico, con controllo centralizzato: l'URSS era composta da diverse repubbliche
socialiste sovietiche, ognuna con un proprio governo, ma fortemente controllate dal centro.

● Stalin al Potere (1924-1953)


Dopo la morte di Lenin nel 1924, iniziò una lotta per il potere tra Joseph Stalin e Leon Trotsky.
- Trotsky: figura più importante dopo Lenin.
E’ contro il nazionalismo socialista, perché un socialismo solo russo e isolato
rappresenta un pericolo, in quanto potrebbe essere attaccato da potenze non
socialiste. Bisogna cercare di espandersi.
Politica economica: NO N.E.P: posizione filo industriale; si deve creare proletariato
(=classe rivoluzionaria)

- Stalin: segretario generale del partito comunista.


Favorevole al socialismo nazionalista: URSS forte e in grado di difendersi da altri
stati.
Politica economica: SI N.E.P: non danneggiare i contadini perché si sarebbero
rivoltati e creare classe operaia in un periodo lungo.

Stalin riuscì a consolidare il suo potere, esiliando Trotsky nel 1929.

Politiche Economiche
- Fine della NEP e introduzione dei Piani Quinquennali.
- Piani quinquennali: industrializzazione rapida e collettivizzazione forzata dell'agricoltura.
- Collettivizzazione: creazione di fattorie collettive (kolchozy) e statali (sovchozy), spesso con
violenza e repressione.

Repressione Politica
- Purghe Staliniane: campagne di arresti, deportazioni ed esecuzioni contro presunti
oppositori, inclusi membri del Partito Comunista, militari e cittadini comuni.
- Gulag: sistema di campi di lavoro forzato per prigionieri politici e criminali comuni.
CRISI DEL DOPOGUERRA
La crisi del primo dopoguerra (1918-1939) fu un periodo di instabilità economica, politica e sociale
che seguì la Prima Guerra Mondiale.

Cause
1. Conseguenze della Prima Guerra Mondiale
- Perdite umane e materiali: la guerra causò milioni di morti e feriti, oltre a devastazioni
materiali in molte regioni, soprattutto in Europa.
- Debiti e riparazioni di guerra: in particolare la Germania, contribuendo alla crisi
economica nel paese.
2. Instabilità politica
- Caduta di imperi: la guerra portò alla caduta di quattro grandi imperi (tedesco,
austro-ungarico, ottomano e russo), creando nuovi stati e frontiere instabili.
- Rivoluzioni: la Rivoluzione Russa del 1917 portò alla creazione dell'Unione Sovietica
e ispirò movimenti rivoluzionari in altre parti d'Europa.
3. Problemi economici
- Inflazione: in molti paesi, soprattutto in Germania (iperinflazione del 1923), la moneta
perse rapidamente valore, causando enormi difficoltà economiche per la popolazione.
- Disoccupazione
- Ricostruzione: le infrastrutture danneggiate dalla guerra richiesero ingenti
investimenti.

Manifestazioni della crisi


● Movimenti politici radicali→ la crisi economica e sociale portò all'ascesa di movimenti
politici radicali, sia di destra (fascismo in Italia, nazismo in Germania) che di sinistra
(comunismo in Russia e movimenti socialisti in altri paesi).
● Conflitti sociali→ scioperi e manifestazioni divennero frequenti, con lavoratori che
chiedevano migliori condizioni di lavoro e salari più alti.
● Crisi economica globale (Grande Depressione)→ la crisi culminò con la Grande
Depressione iniziata nel 1929 negli Stati Uniti, che si diffuse rapidamente a livello globale. Le
economie di molti paesi crollarono, portando a disoccupazione di massa e miseria.

Risposte alla crisi


★ Politiche economiche
- Piano Dawes e Piano Young: interventi internazionali per ristrutturare le riparazioni
tedesche e stabilizzare l'economia europea.
- New Deal: il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente
statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1943 allo scopo di risollevare il
Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d'America (1929).
★ Ascesa dei totalitarismi
- FASCISMO IN ITALIA: Benito Mussolini salì al potere nel 1922, promettendo stabilità
e ordine.
- NAZISMO IN GERMANIA: Adolf Hitler e il Partito Nazionalsocialista salirono al
potere nel 1933, sfruttando il malcontento popolare e la crisi economica.
- COMUNISMO IN RUSSIA: l'Unione Sovietica sotto Stalin intraprese una politica di
industrializzazione forzata e collettivizzazione agricola, con gravi costi umani.

Le potenze occidentali, per evitare un nuovo conflitto, inizialmente adottarono una politica di
appeasement nei confronti dei regimi totalitari, permettendo loro di espandersi senza opposizione
immediata.
Per appeasement si intende la politica di fare concessioni politiche, materiali o territoriali a una
potenza aggressiva nell'intento di evitare un conflitto.
Cambiamenti sociali del dopoguerra
❖ LAVORO: espansione industria di guerra, lavoratori non qualificati abbandonano la
campagna per lavorare nelle industrie e produrre armi.
❖ RUOLO DONNA: con gli uomini al fronte, le donne iniziano a lavorare in fabbrica (rottura
struttura patriarcale). Donne più consapevoli, economicamente indipendenti, più autonome.
❖ REDUCI DI GUERRA: reinserimento nella società. Mentalità da combattente,fierezza,
cameratismo, memoria dei morti, ostilità VS politica. Nascita di associazioni combattentistiche
per difesa dei propri interessi e valori.

GERMANIA e LA REPUBBLICA DI WEIMAR


La Germania del primo dopoguerra (1918-1933) attraversò un periodo di grandi cambiamenti e
turbolenze politiche. Questo periodo è comunemente noto come la Repubblica di Weimar.

Fine dell'Impero Tedesco e Nascita della Repubblica di Weimar (1918-1924)


L'11 novembre 1918, l'armistizio di Compiègne pose fine alla Prima Guerra Mondiale. Il Kaiser
Guglielmo II abdicò e fuggì nei Paesi Bassi.
Il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) proclamò la Repubblica. Un governo provvisorio, il
Consiglio dei Commissari del Popolo, fu formato sotto la guida di Friedrich Ebert (SPD).

La Repubblica di Weimar affrontò numerose insurrezioni e tentativi di colpo di stato:


- Rivolta Spartachista (gennaio 1919): Un tentativo di rivoluzione comunista a Berlino.
- Putsch di Kapp (1920): Un tentativo fallito di colpo di stato di destra.
- Putsch di Monaco (1923): Un fallito colpo di stato nazista guidato da Adolf Hitler.

Periodo di Stabilità Relativa (1924-1929)


Gustav Stresemann, cancelliere e poi ministro degli Esteri, giocò un ruolo chiave nella
stabilizzazione della Repubblica di Weimar. Stresemann promosse politiche di cooperazione
internazionale e integrazione economica con l'Occidente.
L'economia tedesca cominciò a riprendersi grazie ai prestiti americani e alle riforme economiche.

Crisi della Grande Depressione (1929-1933)


La crisi economica della Grande Depressione colpì anche la Germania e alimentò il supporto per i
partiti estremisti:
- Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP): il partito di Adolf Hitler
guadagnò rapidamente consensi.
- Partito Comunista di Germania (KPD): i comunisti ottennero un significativo sostegno.

Fine della Repubblica di Weimar (1933)


Il 30 gennaio 1933, Adolf Hitler fu nominato cancelliere dal presidente Paul von Hindenburg.
Utilizzando il Decreto dell'Incendio del Reichstag e altre misure repressive, Hitler consolidò
rapidamente il potere, trasformando la Germania in uno stato totalitario.
Con l'emanazione della Legge dei Pieni Poteri (marzo 1933), Hitler ottenne poteri dittatoriali.
La Repubblica di Weimar cessò di esistere, e iniziò il periodo del Terzo Reich.

NAZISMO DI HITLER
Nel 1920 Hitler diventa il leader del Partito Nazista, che combina nazionalismo estremo,
anticomunismo e antisemitismo. Nel 1923, tenta un colpo di stato fallito noto come il "Putsch di
Monaco", per il quale viene imprigionato. Durante la prigionia scrive "Mein Kampf", in cui espone la
sua ideologia.
Con la Grande Depressione del 1929, Hitler sfrutta la crisi per guadagnare consenso, promettendo di
ripristinare l'orgoglio tedesco e migliorare l'economia.
Nelle elezioni del 1932 il Partito Nazista diventa il partito con il maggior numero di seggi, anche se
non ottiene la maggioranza assoluta. Le continue crisi politiche portano i leader conservatori a
considerare Hitler come un potenziale alleato per stabilizzare il paese.
Il 30 gennaio 1933 Hitler viene nominato Cancelliere della Germania dal Presidente Paul von
Hindenburg, nella speranza di poterlo controllare e sfruttare il suo sostegno popolare.

Consolidamento del potere


- Febbraio 1933→ l'incendio del Reichstag viene utilizzato da Hitler per ottenere poteri
d'emergenza, sospendere i diritti civili e reprimere gli oppositori politici.
- Marzo 1933→ con il Decreto dei Pieni Poteri, il governo di Hitler ottiene l'autorità legislativa,
permettendogli di legiferare senza il Reichstag.
- 1934→ la "Notte dei lunghi coltelli" vede l'eliminazione dei potenziali rivali all'interno del
partito nazista. Alla morte di Hindenburg, Hitler unisce le cariche di Presidente e Cancelliere,
diventando Führer e dittatore assoluto della Germania.

LA CRISI DEL ‘29


Il 24 ottobre 1929, giorno noto come “giovedì nero”, alla Borsa di New York vi è una vendita di titoli
incessante. Questa corsa alle vendite causa un repentino crollo del valore dei titoli, colpendo
l’economia statunitense e tutte quelle ad essa collegate.
Questo giorno rappresenta una data simbolica per identificare una crisi economica che si protrarrà
per diversi anni.

L’economia statunitense negli anni ‘20


Superati i difficili anni successivi alla Prima guerra mondiale, l’economia statunitense comincia a
crescere e porta ad un periodo di grande prosperità.

Economia
➢ Taylorismo→ teoria ideata dall’ingegnere americano Frederick Taylor, che si basa sulla
scomposizione di ogni processo produttivo in semplici operazioni: la ripetitività e la semplicità
dell’azione permettono ad un lavoratore di raggiungere la massima efficienza.
L’esempio più noto di questo nuovo metodo industriale è rappresentato dall’azienda
automobilistica Ford, che riorganizza il lavoro in fabbrica con l’introduzione, nel 1913, della
cosiddetta catena di montaggio.
➢ L’industria dell’automobile guida la grande crescita economica, trascinando altri settori come
la metallurgia, la raffinazione del petrolio e quello delle grandi costruzioni civili.
➢ Aumenta il numero degli occupati nel settore dei servizi, a significarel’innalzamento del
tenore di vita della classe media.

Politica
➢ Politica economica di tipo liberista, mantenendo la spesa pubblica a livelli molto bassi.
➢ Viene favorita la nascita di grandi corporations e l’accumulazione di ricchezza privata.
➢ Poca attenzione verso le classi socialmente più svantaggiate: operai comuni, immigrati e
persone di colore.
➢ Disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, caratterizzata da un aumento dei salari
molto inferiore rispetto a quello dei profitti.

La borghesia americana è pervasa da uno spirito di ottimismo, questo perché molti iniziarono a
credere in una crescita continua e potenzialmente illimitata della ricchezza.
➔ Questo favorisce una grande attività presso la Borsa di New York (chiamata Wall Street
dal nome della via in cui si trova), dove le operazioni speculative aprono alla prospettiva di
facili guadagni: gli americani cominciarono a comprare azioni in vista del rialzo del loro
prezzo, che puntualmente rivendevano ad altri acquirenti ad un prezzo più alto.
➔ La gran massa di azioni circolanti altera l’economia reale ingigantendo il valore delle
aziende a prescindere dalla loro realtà industriale, così che la grande crescita economica
poggi in realtà su basi assai fragili. Inoltre, si ha una sovrapproduzione industriale.

1928→ aumento dell’inflazione che porta il ceto medio a perdere il proprio potere d’acquisto: come
prima conseguenza, i magazzini delle fabbriche statunitensi si riempiono di merce invenduta.

La crisi e la sua diffusione


24 ottobre 1929 (giovedì nero)→ giorno in cui si determina una grande corsa alle vendite dei
titoli, che ne fa precipitare improvvisamente il valore.
29 ottobre 1929 (martedì nero)→ la Borsa brucia 24 miliardi di dollari, la metà del suo valore.
Milioni di americani hanno perso i loro risparmi e il crollo della Borsa ha trascinato l’economia
dell’intero paese.
➔ Il crollo delle possibilità d’acquisto determina una forte restrizione del mercato, che a sua
volta conduce ad una diminuzione della produzione e alla chiusura delle fabbriche e
all’aumento della disoccupazione. Milioni di persone perdono il lavoro e la situazione sociale
diviene drammatica: la povertà cresce esponenzialmente.
➔ Vengono introdotte misure protezionistiche e sospensione dei crediti all’estero: questo
porta ad un’ulteriore contrazione del commercio mondiale.

Diffusione della Crisi a Livello Globale


Germania (fortemente dipendente dall’economia americana):
- Collasso del sistema bancario, crisi monetaria e inflazione e disoccupazione
- Terreno fertile per l'ascesa del Partito nazista di Hitler

Gran Bretagna (che aveva investito in USA e Germania):


- Crollo della sterlina, sospensione della convertibilità in oro
- Riduzione del commercio mondiale
- Svalutazione delle monete in tutta Europa e creazione di mercati nazionali protetti
- URSS: unica eccezione, non colpita dalla crisi globale

Risposte Politiche alla Crisi


Europa: taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse. Aggravamento di disoccupazione e crisi
sociale.

Stati Uniti: nel 1933 viene eletto presidente Franklin D. Roosevelt→ introduzione del NEW DEAL.
NEW DEAL→ il piano di riforme economiche e sociali che venne seguito dal 1933 al 1939 negli USA
ed inaugurò la concezione di Welfare State (o Stato del benessere: insieme di politiche pubbliche con
cui lo Stato fornisce ai propri cittadini protezione contro rischi e bisogni, in forma di assistenza,
assicurazione o sicurezza sociale).
Fu ispirato dalle teorie economiche di John Maynard Keynes: è la domanda a creare l'offerta.
Per superare le crisi lo Stato deve intervenire nell'economia e controllare il livello della domanda.
Questo perché se la domanda è superiore all'offerta si crea l'inflazione (lo Stato deve diminuire la
spesa e le entrate pubbliche), mentre, se la domanda è inferiore all'offerta, si crea disoccupazione (si
provoca una crisi e quindi lo Stato deve aumentare la spesa pubblica).
Il New Deal prevedeva una forte espansione della spesa pubblica in tutti i settori economici e sociali.
Con il New Deal si affermò la necessità dell'intervento diretto del governo federale nell'economia e si
superò il principio che l'assistenza ai bisognosi fosse un compito dell'Autorità locali e del volontariato.
LA CRISI DELLO STATO LIBERALE (1919-1922)
La crisi dello Stato liberale si verifica tra il 1919 e il 1922 (anno presa del potere dei fascisti).

Italia nel primo dopoguerra


L’Italia usciva dalla guerra militarmente vincitrice, ma estremamente indebolita e fragile.
Fu particolarmente esposta agli effetti della crisi post-bellica per due ragioni:
- i ritardi nell'evoluzione politica
- gli squilibri dell’economia

Durante l'età giolittiana erano state adottate delle riforme, in particolare il suffragio universale
maschile (1912); tuttavia, era mancata la graduale politicizzazione dei ceti sociali fino ad allora
esclusi dal diritto di voto (l’Italia entra in guerra contro la volontà di una parte del popolo).
Ciò che incombe in Italia tra il 1919 e il 1922 non è la minaccia bolscevica (come denunciano i
fascisti), ma il tentativo non riuscito di passare da un regime liberale diretto dalla classe dominante, a
un regime democratico diretto dai partiti di massa.

Economia
- Settori molto sviluppati (armi) e problemi di riconversione delle industrie
- Flussi commerciali sconvolti
- Deficit nel bilancio statale e forte inflazione
- Sviluppo economico asimmetrico: accentuazione delle disuguaglianze sociali ed
economiche. Ciò comporta un contrasto tra i ceti benestanti e i ceti meno abbienti, ma anche
un contrasto all'interno della stessa borghesia.

Società
Massiccia sindacalizzazione delle masse lavoratrici. Due organi sindacali:
- CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro): d’ispirazione socialista, 2 milioni iscritti.
- CIL (Confederazione Italiana dei Lavoratori) d’ispirazione cattolica, 1.5 milione di iscritti
(soprattutto contadini).

BIENNIO ROSSO (1919-1921)


Nel Paese si comincia a far sentire l'effetto del carovita e della disoccupazione: i ceti medi→ colpiti
duramente a livello economico dalla guerra, iniziano ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi.
Nei principali centri le organizzazioni sindacali promuovono scioperi e manifestazioni di protesta
per ottenere aumenti salariali, migliori condizioni di vita e di lavoro. I tumulti si diffondono in altri
centri nel nord e nel mezzogiorno, assumendo carattere insurrezionale.
Le manifestazioni rimangono separate nelle diverse aree d’Italia.
- Nord: nelle fabbriche si organizzano scioperi e occupazioni, fino ad arrivare alla formazione
di consigli operai (modello soviet russi).
- Centro-nord: nelle aree agricole le forze sindacali portano avanti una serie di lotte che
portano a un netto miglioramento dei contratti agrari e a un controllo del mercato del lavoro
da parte delle stesse leghe contadine.
- Sud: si organizzano marce e occupazioni delle terre nelle mani dei latifondisti, con i braccianti
che chiedono una profonda riforma agraria.

Nel settembre 1920, gli operai del triangolo industriale decisero di occupare le fabbriche (chiedevano
aumenti salariali e il riconoscimento dei consigli di fabbrica). Questo movimento di occupazione aveva
però un carattere limitato e settoriale, in quanto i lavoratori delle altre regioni non scendono in
campo in sostegno degli operai del triangolo industriale.
Giolitti si rende conto non solo del carattere limitato della protesta, ma anche del fatto che non c'è
effettivamente il rischio della rivoluzione e si adopera per:
❖ la MEDIAZIONE IMPOSSIBILE, per raggiungere un accordo tra le parti in causa→ viene
introdotta una larvata forma di controllo operaio delle fabbriche e vengono concessi aumenti
salariali. Questa conclusione scontenta gli operai, in quanto il riconoscimento dei consigli di
fabbrica incontrava nella realtà difficoltà che ne impedivano l’attuazione.

I moti così come spontaneamente erano iniziati, spontaneamente si placano: già a cavallo fra il 1920
e il 1921 comincia un rallentamento delle agitazioni. I miglioramenti ottenuti sul piano economico
cominciano a stemperare la tensione sociale e la prospettiva rivoluzionaria si allontana.

Scissione Partito Socialista


Questa situazione aumenta i contrasti nel Partito Socialista, che si rende conto che l'accordo
raggiunto tra ceto operaio e governo è una sconfitta politica per il movimento operaio.
Il partito, infatti, soffre una crisi interna: da una parte i riformisti (maggioranza; volevano sollecitare
la borghesia verso una graduale evoluzione politica) e dall’altra i rivoluzionari (accusano i riformisti di
esaltare la rivoluzione a parole, ma negarla nei fatti). Nel Congresso di Livorno del 1921 si verifica
la scissione dell’ala estrema dall’ala riformista: nasce così il Partito Comunista Italiano (Antonio
Gramsci).

Questione di Fiume
Con i trattati di pace della prima guerra mondiale l’Italia ottiene una parte dei territori garantiti dal patto
di Londra del 1915→ il Trentino Alto-Adige e il Venezia-Giulia (non Istria e Dalmazia).
➔ Alla conferenza di pace di Parigi (1919) la delegazione italiana, guidata dal capo di governo
Vittorio Emanuele Orlando, rivendica Fiume (città istriana) sulla base del principio di
autodeterminazione dei popoli e la Dalmazia (che diventerà Jugoslavia), trovando
l’opposizione. Orlando per protesta abbandona la conferenza e l’Italia resta esclusa dalla
spartizione delle ex colonie tedesche.
➔ 23 giugno 1919→ Vittorio Emanuele Orlando, sottoposto all’umiliazione diplomatica, si
dimette. Francesco Saverio Nitti→ nuovo presidente del consiglio.
➔ Fallita l’attività diplomatica per ottenere il riconoscimento della città, il governo italiano è
sottoposto a feroci critiche: spicca l’accusa mossa da Gabriele d’Annunzio, che conia la
definizione di “vittoria mutilata”, per denunciare la mancata annessione al Regno d’Italia.
Si comincia a richiedere l’occupazione di Fiume: nel settembre 1919 Gabriele d’Annunzio
guida un contingente di ex combattenti all’occupazione della città di Fiume.
Il governo Nitti si limita a temporeggiare.
➔ Nel 1920, Giolitti torna a capo del governo: per risolvere la questione, che stava creando
problemi nelle relazioni diplomatiche italiane, Giolitti firma con la Jugoslavia:
TRATTATO DI RAPALLO→ riconosce l’indipendenza di Fiume e l’Italia rinuncia alla Dalmazia.
Lo Stato perde il consenso del ceto intermedio, che aveva mal tollerato la prudenza e
l’arrendevolezza con cui era stata condotta la questione fiumana.

ELEZIONI 1919
La scarsa incisività dell'azione di governo era imputabile alla crisi del liberalismo nel suo
complesso, che fu ben evidente nelle elezioni del novembre 1919. Rappresentano un vero e proprio
cambiamento politico, a testimonianza della forte evoluzione del quadro sociale.
Sono le prime elezioni con sistema proporzionale (numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti).
E’ un disastro per la vecchia classe dirigente:
➢ I liberali, in maggioranza dall’unità d’Italia, mantengono a stento una maggioranza relativa.
Le quattro liste in cui sono divisi i gruppi liberali ottengono nel complesso il 35% dei voti.
➢ I socialisti vedono un’enorme crescita del proprio consenso, ottenendo il 32% dei voti.
➢ Il Partito Popolare si impone come grande novità del panorama politico, con il 20% dei voti.
Il Partito Popolare era stato fondato pochi mesi prima da don Luigi Sturzo; pur non facendo
diretto riferimento alla Chiesa, rappresenta il primo partito di chiara ispirazione cattolica
nella storia italiana. Alla base del programma del Partito Popolare vi è infatti la dottrina
sociale della Chiesa, ovvero: rifiuto della lotta di classe, difesa della proprietà privata, ma
anche attenzione alle condizioni dei ceti popolari in un’ottica di solidarietà sociale.

Dopo le elezioni viene confermato presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti (liberale), che si
trova però a guidare un governo fondato su basi fragili, con una difficile alleanza tra le aree dei
liberali e il Partito Popolare di Sturzo.

Dopo le dimissioni di Nitti, nel giugno 1920 il governo viene affidato a Giolitti, nella speranza che
egli potesse garantire un ritorno alla normalità, ripristinando l'autorevolezza dello stato.
Giolitti ottiene 2 importanti successi:
● Politica estera: Trattato di Rapallo con la Jugoslavia.
● Politica interna: la Mediazione Impossibile con gli operai

Tra il 1920 e il 1922 si assiste al blocco del sistema politico italiano, che porterà a una perdita di
potere da parte delle istituzioni statali:
1. Prima fase (1920-1921): rappresentata da una perdita di potere progressiva da parte delle
forze politiche tradizionali. Si conclude con le dimissioni di Giolitti.
2. Seconda fase (1921-ottobre 1922): situazione di stallo, dove le forze socialiste operano in
un vero e proprio vuoto di potere. Il governo dura appena 6 mesi e alla sua caduta tutti i
maggiori leader si traggono indietro senza indicare un successore; il governo entra in crisi.
In questo situazione si stava rafforzando una nuova forza politica, i Fasci di Combattimento.
3. Terza fase (ottobre 1922): la presa di potere da parte dei fascisti.

➢ FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO→ movimento che nasce nel marzo 1919 a San
Sepolcro da Benito Mussolini. Si presenta come forza nazionalista ma ha forti accenti
progressisti:
- a favore della Repubblica
- misure sociali a vantaggio dei lavoratori
Il movimento, a base piccolo-borghese, aveva un'esigua rappresentanza parlamentare, ma
era caratterizzato da una massiccia presenza nella società civile. Dal 1921 in poi, in
concomitanza con la crisi statale, comincia a crescere impetuosamente.
Raccoglie l'adesione della media borghesia urbana (fortemente anti-operaia e
anti-socialista) e soprattutto dei ceti agrari e degli ex-combattenti, che formeranno il nerbo
delle squadre d'azione, strumento con cui il fascismo afferma la sua presenza nella vita
politica italiana. Infatti, l'uso della violenza (quasi sempre tollerata dalle autorità) sarà
decisivo all'affermazione del Fascismo.

Fascismo Agrario
Il movimento fascista inizia a dotarsi di squadre paramilitari, le Squadre d’Azione, che iniziano a
imperversare nelle campagne della Pianura Padana, proponendosi come rivali delle leghe rosse
(controllano il mercato del lavoro e le amministrazioni comunali dell’area); erano contro gli interessi
delle categorie intermedie, che volevano diventare proprietari.
STRAGE DI PALAZZO D’ACCURSIO→ il 21 novembre 1920 a Bologna, i fascisti impedirono la
cerimonia di insediamento di una nuova amministrazione comunale socialista. Iniziò una sparatoria e per
sbaglio i socialisti spararono sulla folla (loro sostenitori).
I fascisti usano questo episodio per ottenere consenso e visibilità, e si comincia così a parlare di
fascismo agrario: garantire i redditi dei proprietari terrieri e ridurre i costi di gestione e a favore dei
benefici della meccanizzazione.
La classe agraria, che fino a quel momento era stata messa all’angolo dalle organizzazioni sindacali,
comincia a vedere nel fascismo un fattore per ripristinare l’ordine.
Le stesse forze istituzionali chiamate a gestire l’ordine pubblico decidono di guardare in silenzio il
dilagare della violenza fascista, favorendone la crescita.

La crescita del fascismo spinge Giolitti all’idea di utilizzare il consenso nel movimento di Mussolini
per rafforzare il suo governo.
ELEZIONI 1921→ liberali e fascisti si presentano alleati.
- i fascisti ottengono l’elezione di 35 deputati
- i liberali non ottengono il successo sperato
Giolitti si dimette e viene sostituito prima da Bonomi e poi da Facta, due figure liberali che si
dimostrano incapaci di arginare la crescente ondata di violenze da parte del fascismo.
Nell’estate del 1921 il fascismo sembra per un attimo sul punto di rompersi, dopo che Mussolini firma
con i socialisti un “patto di non aggressione” che trova l’opposizione dei Ras (capi locali del
fascismo). Mussolini straccia il patto. Avviene la trasformazione del fascismo da movimento a partito,
diventando PARTITO NAZIONALE FASCISTA.
Il nuovo programma politico abbandona totalmente i toni radicali e di natura sostanzialmente
socialista degli esordi. Aumenta il potere dello squadrismo.
Il 1° luglio 1922 i socialisti organizzarono uno sciopero generale legalitario, dove i fascisti si fecero
difensori dell’ordine e attaccarono tutti i movimenti operai, che ne uscirono distrutti.
Mussolini è così pronto a presentarsi come l’unico garante dell’ordine pubblico e, allo stesso tempo,
come difensore della proprietà privata e degli interessi dei ceti economici del Paese.

L’ultima tappa da compiere era la conquista del potere. Mussolini allora:


- iniziò trattative e premesse per un fascismo al governo, rassicurando i liberali e la
monarchia.
- fa preparare l’apparato militare fascista ad un colpo di stato.

➔ MARCIA SU ROMA
Per conquistare il potere centrale, Mussolini organizza la Marcia su Roma con la
mobilitazione di tutte le forze fasciste
Le camicie nere si accampano alle porte della capitale e il 27 ottobre 1922, il primo ministro
Facta sottopone al Re il documento per la dichiarazione dello stato d’assedio per
intervenire militarmente, ma Vittorio Emanuele III rifiuta. Le camicie nere cominciano a
entrare a Roma. Il 30 ottobre Mussolini viene incaricato dal re di formare un nuovo governo.
Il primo governo Mussolini si presenta come un governo di coalizione, con il sostegno di
liberali e popolari.

FASCISMO AL GOVERNO
Il 16 novembre 1922 Mussolini presenta il suo nuovo governo di fronte al parlamento.
Mussolini lavora per trasformare le strutture dello Stato dall'interno. Le prime leggi puntavano al
consolidamento e alla sicurezza del proprio potere:
- A legiferare, oltre al parlamento, è anche il governo, prendendo in mano uno dei tre poteri
più importanti in politica.
- Limita la libertà di stampa.
- Per avere anche il sostegno dei cattolici, vara la Riforma Gentile: l'insegnamento della
religione obbligatorio nella scuola.
- Legge Acerbo (1923): nuova legge elettorale basata sul principio maggioritario: chi avesse
ottenuto la maggioranza dei voti, avrebbe avuto i 2/3 dei seggi.

Alle elezioni del 1924 il partito fascista si presentò all'interno di una lista nazionale (il "listone"), di
cui facevano parte fascisti, nazionalisti, cattolici e liberali. Il listone ottenne la maggioranza.
Dopo le elezioni, Matteotti esordì con un discorso in cui denunciava il clima di violenze della
campagna elettorale e i brogli, e per questo fu rapito da una squadra fascista e ucciso.
Alla notizia della sua morte ci fu grande sdegno dell'opinione pubblica italiana; per evitare una
possibile complicazione all’interno del partito:
3 gennaio 1925→ Mussolini pronunciò il famoso discorso, con il quale si assunse le responsabilità
politica, morale e storica del delitto. Con questo discorso si ha il definitivo passaggio da un governo
autoritario all’organizzazione del regime.

Mussolini vara le LEGGI FASCISTISSIME (1925-1926)→ si riconosceva il potere dello Statuto


Albertino e della Chiesa. Il capo del governo è responsabile di ogni azione solo di fronte al re e non al
Parlamento.
Nel 1926 vengono dichiarati decaduti i parlamentari dell'opposizione (dopo l'assassinio di Matteotti, le
sinistre protestarono astenendosi dai lavori parlamentari) e i partiti politici delle opposizioni.
Il fascismo divenne regime totalitario a partito unico: ogni potere dalle idee differenti sarebbe stato
definito illegale.
Tutto (lo stato, la nazione, la società, la cultura e la stampa) avrebbe dovuto identificarsi col fascismo.

➢ il Gran Consiglio del Fascismo doveva essere consultato obbligatoriamente su questioni di


rilevanza costituzionale e su tutte le questioni importanti.
➢ Nuovo sistema elettorale→ per adeguarlo al partito unico. Viene introdotto il sistema
plebiscitario: tutte le organizzazioni collaterali al fascismo avevano il compito di sottoporre al
consiglio un elenco di 1000 nominativi; tra questi 1000 nominativi il Gran Consiglio ne
avrebbe scelti 400, che venivano poi sottoposti al plebiscito nazionale, in cui gli elettori, riuniti
in un unico collegio nazionale, avevano il compito di accettare o meno la lista.
➢ La legge del 19 febbraio 1939 cancella qualsiasi ombra di rappresentanza politica.
Viene istituita la Camera dei fasci e delle Corporazioni.

➢ Nel corporativismo fascista troviamo tre elementi:


- la critica dell’individualismo borghese
- l'opposizione al mercato
- il rifiuto della concorrenza
Questi tre elementi (individualismo, concorrenza e mercato) sono veicoli di disgregazione sociale.
Non c'è più, quindi, una dialettica politica, ma l'annullamento di posizioni contrapposte (elemento
proprio di tutti i regimi totalitari).

Elementi che caratterizzano tutti i regimi totalitari:


- l'affermarsi di un movimento che fa uso della violenza con un capo carismatico
- l'annullamento delle libertà borghesi
- la costituzione del partito unico
- il perseguimento di un’ideologia razzista antisemita
- in economia si ha un forte intervento dello Stato: a una fase liberista segue l’autarchia, con
una forma esasperata di protezionismo che culmina con l'annullamento dei rapporti
commerciali con l'estero.

PATTI LATERANENSI (1929)


Mussolini, data la sua intenzione di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, decise per la firma dei
Patti Lateranensi stipulati l'11 febbraio 1929.
Si tratta di un insieme di accordi tra il Regno d'Italia e la Santa Sede che posero fine alla "Questione
Romana" apertasi dal 1870 con l'annessione di Roma da parte dell'Italia.
I principali componenti dei Patti sono:

Trattato del Laterano


➔ Riconoscimento reciproco: l'Italia riconosce la sovranità della Santa Sede sulla Città del
Vaticano, che diventa uno stato indipendente.
➔ L'Italia accetta di risarcire la Santa Sede per la perdita dei territori dello Stato Pontificio con
un pagamento sostanzioso e una rendita annua (Convenzione Finanziaria).

Concordato
➔ Viene stabilito un quadro giuridico per regolare i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano.
➔ La religione cattolica viene riconosciuta come religione di Stato, con l'insegnamento
obbligatorio nelle scuole pubbliche.
➔ I matrimoni religiosi celebrati in Italia ottengono effetti civili.

Questi accordi furono firmati dal cardinale Pietro Gasparri per la Santa Sede e dal primo ministro
italiano Benito Mussolini per l'Italia. Rimasero in vigore fino al 1984, quando furono rivisti con un
nuovo concordato.

Politica Estera
Le linee perseguite da Mussolini sono due:
- la penetrazione militare in Africa (consolidamento dei possedimenti di Libia, Somalia, Eritrea)
- la penetrazione politico-diplomatica nell'area balcanica
Ciò avrebbe portato prestigio internazionale e soprattutto consenso al suo partito.
● ETIOPIA→ nel 1935 Mussolini incontra a Roma il ministro degli Esteri francese e raggiunge
un accordo che prevede un disinteressamento francese circa un'eventuale iniziativa italiana
in Etiopia.
Nell’ottobre 1935 viene dichiarata guerra all'Etiopia e con la vittoria italiana i territori
passarono sotto il controllo del Regno d’Italia. La guerra causa la rottura con l'Inghilterra e gli
Stati Uniti; la Società delle Nazioni impose all’Italia delle sanzioni economiche (il blocco
del commercio), che nel 1936 vengono ritirate.

Fascismo e Nazismo
L'Italia usciva dalla guerra in Etiopia piuttosto indebolita, isolata sul piano internazionale, fragile
sul piano industriale per la mancanza di materie prime. Si apre così una prospettiva di progressiva
sottomissione alla Germania di Hitler che comincia nel 1936.
Sempre nel ‘36 scoppiò la guerra in Spagna: l'Italia partecipò con corpi di volontari e con l'invio di
materiale bellico; ciò contribuì ad approfondire i rapporti tra i due regimi dittatoriali.
➔ I rapporti economici e militari tra fascismo e nazismo si moltiplicarono fino a configurare la
nascita di un vero e proprio ASSE ROMA-BERLINO (vero e proprio rapporto di
cooperazione). Nel 1938 Mussolini accettò l’annessione dell'Austria da parte della Germania.
➔ Nel 1938 viene pubblicato il “Manifesto della Razza”, che segna l’avvio di una campagna
razzista antisemita in Italia. Nel settembre dello stesso anno vengono varate
le LEGGI RAZZIALI→ viene vietato agli ebrei di insegnare in scuole e università, di
appartenere ad accademie e associazioni ufficiali. Si escludevano i cittadini di origine ebrea
dalla collettività nazionale, vengono sequestrati e bruciati tutti i libri di autori ebrei e
antifascisti (bonifica culturale).
➔ Nel maggio del 1939 viene siglato tra Italia e Germania
il PATTO D’ACCIAIO→ poneva l'Italia in un assoluto rapporto di dipendenza dalla politica di
potenza nazista. Non stabiliva l'obbligo di informazione preventiva tra i due contraenti.
SECONDA GUERRA MONDIALE (1939-1945)
Cause
➔ Trattato di Versailles (1919): impose severe sanzioni economiche e territoriali alla
Germania, causando risentimento e instabilità economica.
➔ Ascesa dei regimi totalitari: in Germania, Adolf Hitler e il Partito Nazista promisero di
ripristinare la grandezza tedesca. In Italia, Benito Mussolini instaurò un regime fascista.
In Giappone il militarismo divenne dominante.
➔ Per il suo progetto di un “Grande Germania” dominatrice dell’Europa, Hitler si cercò degli
alleati nei paesi con un regime autoritario.
Nel 1940 si costituisce l’ASSE ROMA-BERLINO-TOKYO: alleanza fra i 3 Stati.
➔ Espansionismo e aggressioni: la Germania annette l'Austria nel 1938; l'italia invade
l'Etiopia nel 1935; il Giappone occupa la Manciuria nel 1931 e la Cina nel 1937.
➔ Politica di appeasement: le potenze occidentali, in particolare Gran Bretagna e Francia,
adottarono una politica di appeasement verso le aggressioni tedesche, cercando di evitare un
nuovo conflitto su vasta scala.
➔ PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP: accordo tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica
firmato il 23 agosto 1939. Il patto era composto da due parti, una pubblica e una segreta.
- La parte pubblica consisteva in un accordo di non aggressione di 10 anni.
Prevedeva anche che, nel caso in cui uno dei due firmatari avesse subito l’attacco di
un Paese terzo, l’altro firmatario non avrebbe fornito assistenza di qualsiasi tipo al
Paese terzo in questione. Inoltre, entrambi i firmatari si impegnarono a non
partecipare ad accordi con altri poteri che avessero, direttamente o indirettamente,
l’obiettivo di danneggiare uno dei due firmatari.
- La parte segreta era un protocollo che stabiliva le sfere di influenza dell’Unione
Sovietica e della Germania in Europa orientale: la spartizione della Polonia e di altri
territori dell'Europa orientale.

Eventi principali
➢ Il 1° settembre del 1939 la Germania occupò la Polonia e ciò determinò l’entrata in guerra
della Francia e della Gran Bretagna e l’inizio, quindi, della Seconda Guerra Mondiale.
➢ L’Unione Sovietica occupò, secondo l’accordo con i tedeschi, la Polonia orientale, ma poi
proseguì la sua avanzata occupando la Lituania, la Lettonia, l’Estonia e la Finlandia.
➢ Nella primavera del 1940 la Germania attaccò e occupò, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio,
l’Olanda ed, infine, la Francia. Parigi venne invasa ed il 23 giugno la Francia si arrese.
➢ Il 10 Giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, a fianco della Germania, dichiarando guerra
alla Francia ed alla Gran Bretagna. Alla fine del 1940 l’Italia sferrò due offensive, una in Africa
(sconfitta dagli inglesi) e l’altra in Albania e Grecia (sconfitta dall’esercito greco appoggiato
dagli inglesi). Anche nel Mediterraneo l’Italia subì gravissime sconfitte: la flotta inglese vinse
la battaglia di Punta Stilo di Capo Teulada e di Capo Matapan.
➢ Con la sconfitta della Francia Hitler era quasi riuscito ad imporre il dominio tedesco
all’Europa; restava solo la Gran Bretagna, che riuscì a resistere e respinse gli attacchi aerei
dei nazisti. Per due mesi l’aviazione britannica e quella tedesca si scontrarono nei cieli
dell’Inghilterra (la Battaglia d’Inghilterra - Agosto/Settembre 1940). I Tedeschi alla fine
furono costretti a rinunciare all’idea di invadere la Gran Bretagna.
➢ Nel 1943 italiani e tedeschi vengono definitivamente cacciati dall’Africa.
➢ Il 7 dicembre 1941 un inatteso evento causò una svolta decisiva nella guerra: il Giappone,
senza neanche dichiarare guerra, attaccò e distrusse quasi metà della flotta degli Stati Uniti
nel porto di Pearl Harbour (Hawaii). Il giorno dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna
dichiararono guerra al Giappone, che venne subito sostenuto da Germania ed Italia.
➢ OPERAZIONE BARBAROSSA (22 giugno 1941): la Germania invade la Russia, a cui
prende parte anche un corpo di spedizione italiano.
BATTAGLIA DI STALINGRADO (42-43): una delle battaglie più sanguinose della guerra,
dove il maltempo favorisce la resistenza sovietica (tedeschi e italiani sono bloccati da un
inverno rigidissimo). Decisiva vittoria sovietica che segna l'inizio del declino delle forze
tedesche sul Fronte Orientale.
➢ SBARCO IN SICILIA (10 luglio 1943): lo sbarco americano in Sicilia accelerò la caduta del
regime fascista. Il regime era stato fortemente indebolito e i bombardamenti avevano messo
in forte crisi il consenso del popolo per Mussolini.
In poco più di un mese, l’esercito alleato conquistò tutta la Sicilia, e venne accolto
favorevolmente dalla popolazione locale.
➢ SBARCO IN NORMANDIA (1944): il 6 giugno 1944, gli Alleati aprono un secondo fronte in
Europa con lo sbarco in Normandia (Francia). Le difese tedesche sono definitivamente
stroncate e Parigi è libera.
➢ Nell’autunno del 1944 la Germania era ad un passo dalla sconfitta (bombardamenti).
➢ CONFERENZA DI YALTA (1945): i leader alleati si incontrano per discutere il riassetto
dell'Europa post-bellica e le strategie finali per la sconfitta della Germania (divisione della
Germania in zone di influenza).
➢ Il 25 aprile 1945 Berlino era accerchiata e i tedeschi abbandonano l’Italia.
Il 30 aprile 1945, Hitler si suicida a Berlino.
➢ L'8 maggio 1945, la Germania firma la resa incondizionata (Giornata della vittoria in Europa).

HIROSHIMA E NAGASAKI
Alla fine del 1944 gli americani iniziano a bombardare sistematicamente il Giappone.
Il Giappone non sembrava affatto sul punto di arrendersi (kamikaze continuavano a farsi esplodere
sulle navi americane).
Nel 1945 muore il presidente Roosevelt; il suo successore, Harry Truman, decide di utilizzare la
bomba atomica (o bomba a fissione nucleare), un devastante ordigno messo a punto da pochissimo
tempo, contro il Giappone.
L’obiettivo era quello di rendere più breve la guerra, ma l’America voleva anche dimostrare agli alleati
(ed in particolare i sovietici) la propria potenza.
- 6 agosto 1945→ la prima bomba viene sganciata su Hiroshima.
- 9 agosto 1945→ ne viene sganciata un’altra su Nagasaki.
Immenso numero di morti nell’immediato (100.000 e 60.000), devastazione di entrambe le città,
effetto a lungo termine delle radiazioni. Con la resa dell’imperatore Hirohito (2 settembre 1945) si
chiude una volta per tutte la Seconda guerra mondiale.

ITALIA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Mentre Hitler occupava la Francia, Mussolini, convinto di una prossima fine della guerra, annuncia
con notevole ritardo l’intervento italiano a fianco della Germania.
I motivi per cui l’Italia non era entrata in guerra prima erano l’effettiva impreparazione dell’esercito e
la carenza di materie prime. La velocità con cui la Francia era definitivamente crollata, però, aveva
fatto cambiare idea non soltanto a Mussolini, ma anche al re, agli industriali, e ai gerarchi fascisti.

I primi fallimenti italiani


L’offensiva contro la Francia non è il successo sperato. Contemporaneamente Mussolini attacca gli
inglesi nel Mediterraneo, ma la flotta italiana viene sconfitta. Mussolini era convinto che l’Italia poteva
combattere una propria seconda guerra mondiale, parallela ed indipendente da quella tedesca, e per
questo, per il momento, rifiuta le offerte di aiuto tedesche in Nordafrica.

La disfatta in Grecia e l'aiuto dei tedeschi


Nel 1940 l’Italia attacca la Grecia, scontrandosi ancora una volta con una resistenza al di sopra delle
aspettative e dovendo ripiegare in Albania.
Nel 1941 gli inglesi riusciranno a conquistare le colonie italiane in Africa orientale: Etiopia,
Somalia, Eritrea. Mussolini chiede l'intervento della Germania nei Balcani ed in Grecia.

Guerra civile in Italia


Nel luglio 1943 avviene lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani, che in poche settimane
conquistano l’isola. Il governo fascista aveva ormai perso credibilità a causa di una serie di
clamorosi insuccessi. Iniziano le prime proteste di massa, segno di un profondo malcontento
popolare causato dall’aumento dei costi della vita, dalla fame e dai bombardamenti alleati.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo e il re votano la sfiducia a
Mussolini, che viene arrestato mentre il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo.
Si costituiscono gradualmente in clandestinità i vecchi partiti antifascisti.
Intanto le truppe tedesche affluivano in Italia per contrapporsi agli anglo-americani e per premunirsi
contro il tradimento previsto degli italiani. Infatti, Badoglio inizia delle trattative segrete con gli
anglo-americani.
ARMISTIZIO DI CASSIBILE→ il 3 settembre 1943 (reso pubblico l’8 settembre) si firma la resa del
Regno d’Italia agli Alleati. Il re e Badoglio abbandonano Roma e si rifugiano a Brindisi.

Mussolini viene liberato dai tedeschi e posto a capo della Repubblica Sociale Italiana
(Repubblica di Salò) con capitale Salò (lago di Garda). Il piano era quello di creare un nuovo stato
fascista nel nord, controllato dai tedeschi.
L’Italia era divisa in 2:
- la parte meridionale, da cui risalivano lentamente gli anglo-americani
- la parte settentrionale assegnata a Mussolini

Alla fine del 1943 si formano le prime bande partigiane, riunendo sia antifascisti che disertori della
Repubblica di Salò. I partigiani tendevano a riunirsi in base all’orientamento politico:
- le brigate Garibaldi, in prevalenza costituite da comunisti
- Giustizia e Libertà liberal-socialista
- le Brigate Matteotti, socialisti
- bande autonome, composte da militari

I partiti antifascisti danno vita al Comitato di liberazione nazionale, che aveva lo scopo di dare
vita ad un’Italia democratica, antifascista, ma anche contraria al re (considerato anche lui un
responsabile del fascismo e della guerra). Il Cln rappresentava il movimento partigiano (sia di
sinistra che di centro-destra), ma non aveva né una base di massa né la fiducia degli alleati. A
sbloccare la situazione è Palmiro Togliatti (leader del PCI), che propone al Cln di formare un
governo di unità nazionale concentrato su guerra e lotta al fascismo, collaborando per il momento
con il re e Badoglio.
Le tecniche di combattimento erano quelle della guerriglia per bande a cui i tedeschi rispondevano
con la rappresaglia per ricattare le forze Partigiane e bloccarne l'azione. Furono numerosi e dolorosi
gli episodi di rappresaglia come il massacro di Marzabotto, quello delle Fosse Ardeatine, l’eccidio di
Boves (lunga serie di eccidi e di violenza sui civili italiani).
Il 25 aprile 1945, il Cln proclama l’insurrezione generale mentre i tedeschi abbandonano Milano.
Mussolini tenta di rifugiarsi in Svizzera travestito da soldato tedesco, ma viene catturato, fucilato
dai partigiani ed esposto a piazzale Loreto a Milano. Si proclama la Liberazione dell’Italia.

Conseguenze Seconda Guerra Mondiale


● Perdite umane e devastazione: la guerra causò circa 70-85 milioni di morti, inclusi civili e
militari, e immense distruzioni in Europa e Asia.
● Fine dei totalitarismi in Italia e Germania.
● Divisione della Germania: la Germania fu divisa in quattro zone di occupazione (americana,
sovietica, britannica e francese), con Berlino anch'essa divisa. Questo portò alla creazione
della Germania Ovest (Repubblica Federale di Germania) e della Germania Est (Repubblica
Democratica Tedesca).
● Nascita delle Nazioni Unite: fondata nel 1945 per promuovere la cooperazione
internazionale e prevenire futuri conflitti.
● Processi di Norimberga: i principali leader nazisti furono processati per crimini di guerra e
crimini contro l'umanità.
● Ricostruzione e Piano Marshall: gli Stati Uniti lanciarono il Piano Marshall per aiutare la
ricostruzione dell'Europa occidentale, promuovendo la ripresa economica e contrastando
l'influenza sovietica.
● Decolonizzazione: la guerra accelerò i movimenti di decolonizzazione in Asia e Africa, con
molte colonie che ottennero l'indipendenza negli anni successivi.
● Guerra Fredda: l'alleanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica si dissolse rapidamente, portando
a una lunga tensione geopolitica tra il blocco occidentale (capitalista) e quello orientale
(comunista).

ITALIA SECONDO DOPOGUERRA


Il re Vittorio Emanuele III, rifugiatosi a Brindisi, abdicò in favore del figlio Umberto II.
Con il referendum istituzionale tenutosi il 2 giugno 1946 l’Italia aboliva la monarchia, diventando
una Repubblica parlamentare. Nello stesso tempo fu eletta l’Assemblea Costituente, delegata alla
redazione di una nuova Costituzione, che sarebbe entrata in vigore nel 1948.
Per la prima volta votarono anche le donne.

Le elezioni per la Costituente delinearono anche i rapporti di forza tra partiti italiani.
Tre quarti dei voti andarono ai cosiddetti “partiti di massa”: Democrazia Cristiana, Partito
Socialista e Partito Comunista, che avevano partecipato ai Comitati di Liberazione Nazionale e ai
primi governi di unità nazionale. Questa collaborazione tra loro venne meno quando nel 1947 la guida
del governo fu assunta dalla DC in alleanza con partiti minori di centro.
Le elezioni del 1948 furono vinte dalla stessa DC, guidata da Alcide de Gasperi. La DC sarebbe
stata per 40 anni il fulcro del governo italiano, mentre il fronte comunista rimaneva all’opposizione.
Con l'entrata in vigore il 1° gennaio 1948 della costituzione viene eletto il primo presidente della
repubblica, Luigi Einaudi, con cui l’Italia avrebbe conosciuto una prima ripresa economica, favorita
dalla lotta all’inflazione e dal riflusso di capitali.

Gli esecutivi del primo decennio hanno visto i democristiani in posizione di netta preminenza,
alleati dapprima nel Quadripartito con socialdemocratici, liberali e repubblicani (1948-58).
Dopo una serie di governi monocolori (1958-68), la DC realizzò una significativa apertura, alleandosi
con i socialisti nei governi detti del centrosinistra. Questo accordo fu reso possibile dall’evoluzione
interna al partito socialista, provocata dalla crisi del movimento operaio italiano e dall’azione
regressiva dell’URSS sui Paesi satelliti.

Diverse sono state le riforme completate in quegli anni, da quella fiscale a quella dell’istruzione, da
quella agraria a quella della sanità pubblica. Parallelamente si tentò di porre rimedio all’arretratezza
del Sud utilizzando consistenti finanziamenti statali, gestiti dalla Cassa del Mezzogiorno, senza
però decisivi risultati.

Tra il 1952 e il 1962 il Paese ha attraversato un periodo di forte crescita economica, detto miracolo
italiano, che avrebbe portato l’Italia ad attestarsi tra le prime potenze industriali a livello mondiale.
Nello stesso tempo, però, questo rapido progresso, avviatosi nei diversi settori dell’economia, ha
acuito gli squilibri interni all’Italia: gli impianti industriali e il settore terziario si sviluppavano al Nord,
mentre l’economia meridionale non riusciva a decollare, dando luogo a un massiccio fenomeno di
emigrazione interna dal Sud verso le città industriali del Nord.

GUERRA FREDDA
La Guerra Fredda è stato il confronto politico, economico, ideologico e militare che ha contrapposto
gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica tra la fine della Seconda Guerra Mondiale (1947) e fino al 1991.
Il termine “fredda” fa riferimento al fatto che non vi sia stato uno vero e proprio scontro militare diretto
tra le due parti.

Cause
➔ Dopo la Seconda Guerra Mondiale, USA e URSS, che avevano combattuto come alleati,
emersero come i due Paesi più potenti. Paesi molto diversi tra loro, ma entrambi
desideravano affermare il proprio potere nelle dinamiche mondiali e ognuno temeva che
l’altro potesse rafforzarsi troppo.
➔ Ideologia: nei due Paesi erano in vigore sistemi politici ed economici completamente diversi:
- Stati Uniti: liberismo economico (capitalismo) e la democrazia politica
- Unione Sovietica: comunismo reale e statalismo.
Ognuno dei due era convinto della superiorità del proprio sistema e cercava di diffonderlo nel
mondo.
➔ Paura del comunismo: la diffusione del comunismo in Europa e in altre parti del mondo creò
un clima di paura e sospetto nei paesi occidentali, portando a politiche di contenimento per
limitare l'influenza sovietica.
➔ Corsa agli armamenti: entrambe le superpotenze accumularono vasti arsenali nucleari,
cercando di mantenere un equilibrio di potere, ma aumentando la tensione globale.

L’inizio del confronto


- Dottrina Truman (1947): gli Stati Uniti si impegnarono a sostenere i paesi minacciati dal
comunismo, segnalando l'inizio della politica di contenimento.
- Piano Marshall (1948): un programma di aiuti economici per la ricostruzione dell'Europa
occidentale, volto a prevenire la diffusione del comunismo in regione devastata dalla guerra.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa si trovò divisa in due blocchi:


- nella PARTE OCCIDENTALE, che era stata occupata dagli eserciti alleati, con USA si forma
il BLOCCO ATLANTICO.
Nel 1949 nacque la NATO, un’alleanza militare difensiva contro la minaccia sovietica.
- nella PARTE ORIENTALE, occupata dall’Armata rossa durante la guerra, furono fondate
delle repubbliche socialiste che si avvicinarono a Mosca (BLOCCO SOVIETICO).
Patto di Varsavia (1955): alleanza militare tra gli Stati socialisti.

La Guerra Fredda non interessò solo l’Europa, ma quasi tutto il mondo, perché USA e URSS
cercavano ovunque di fare sentire la propria influenza e procacciarsi alleati.
Nel 1949, inoltre, un altro grande Paese, la Cina, divenne comunista e si avvicinò a Mosca, sebbene
i rapporti tra i due giganti “rossi” siano sempre rimasti complessi.

I principali momenti di tensione


❖ BLOCCO DI BERLINO (1948-1949)→ la Germania dopo la sconfitta era stata divisa in 4
zone di occupazione (USA, Francia, Regno Unito e URSS; le prime tre furono in seguito
unificate); la città di Berlino, che si trovava geograficamente nella zona di occupazione
sovietica, era a sua volta divisa in 4 settori, con i tre alleati occidentali a ovest e quello russo
a est.
Nel 1948 l’URSS decise di chiudere tutte le strade di accesso a Berlino Ovest. Gli Usa
reagirono rifornendo la città per via aerea. Nel 1949, Stalin accettò di rimuovere il blocco, ma
la divisione si cristallizzò e la Germania restò divisa in due parti: una occidentale legata agli
USA e una orientale inserita nel blocco sovietico (stessa sorte toccò alla città di Berlino).
❖ GUERRA DI COREA (1950-1953)→ guerra tra la Corea del Nord comunista e quella del Sud
capitalista e filo-americana; si concluse con un compromesso nel 1953.
La tensione raggiunse l’apice nel biennio 1961-1962.
❖ MURO DI BERLINO→ nel 1961 a Berlino, poiché un numero sempre maggiore di cittadini si
trasferiva dall’Est all’Ovest, le autorità della Germania dell’URSS fecero costruire il muro che
sarebbe restato per anni il simbolo della Guerra Fredda.
❖ CRISI DEI MISSILI DI CUBA (1962)→ la scoperta di missili nucleari sovietici a Cuba portò il
mondo sull'orlo di una guerra nucleare (il governo di Fidel Castro si era avvicinato a Mosca).
La crisi fu risolta con il ritiro dei missili in cambio di un impegno americano a non invadere
Cuba e la rimozione dei missili americani dalla Turchia.

La corsa alle armi e allo spazio


La Guerra Fredda comportò l’investimento di enormi risorse in armamenti da parte di entrambe le
parti in causa. L’arma più importante fu la bomba atomica (costruita dagli Stati Uniti nel corso della
Seconda Guerra Mondiale e dall’Unione Sovietica nel 1949). Dagli anni ’50, pertanto, la guerra
nucleare entrò nell’immaginario collettivo, diventando una preoccupazione diffusa in tutto il mondo.
Tra USA e URSS si instaurò un equilibrio del terrore, che garantì che la Guerra Fredda non si
trasformasse in uno scontro diretto: entrambi i contendenti sapevano che un conflitto militare sarebbe
troppo distruttivo anche per il vincitore.
Trattato di Non Proliferazione Nucleare (1968) e gli accordi SALT (Strategic Arms Limitation
Talks): accordi sul controllo delle armi.
CORSA ALLO SPAZIO→ la Guerra Fredda comportò anche una prima corsa allo spazio: i due Paesi
promossero l’esplorazione spaziale sia per ragioni militari, sia di prestigio.
Iniziò nel 1957, quando URSS mise in orbita il primo satellite artificiale (Sputnik 1).
In una prima fase prevalse l’URSS, che riuscì a raggiungere traguardi importanti, come il lancio del
primo uomo nello spazio, ma in seguito gli Stati Uniti sconfissero i rivali nell’obiettivo di mandare una
missione umana sulla Luna e farla tornare sana e salva sulla Terra nel 1969.

Le “guerre per procura” e i non allineati


In molti casi ebbero luogo “guerre per procura”: le due superpotenze non combattevano direttamente,
ma sostenevano i nemici dei loro avversari.
GUERRA IN VIETNAM (1955-1975)→ conflitto tra il Nord comunista e il Sud sostenuto dagli Stati
Uniti, che si concluse con la vittoria del Nord e l'unificazione del Vietnam sotto il regime comunista.
INVASIONE SOVIETICA AFGHANISTAN (1979)→ l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan per
sostenere il governo comunista locale contro i ribelli mujahideen sostenuti dagli Stati Uniti.

Non tutti i Paesi del mondo, però, aderirono a uno dei due blocchi: nel 1955 fu fondato il Movimento
dei non allineati, composto da India, Indonesia, Jugoslavia, da quasi tutta l’Africa e da vari altri Stati.
Nei fatti, però, tutti i Paesi subirono in qualche modo le ingerenze delle due superpotenze.

La dissoluzione dell’URSS
La situazione cambiò dopo il 1985, quando alla guida dell’URSS salì Michail Gorbaciov, che avviò
una politica di riforme all’interno e instaurò rapporti più distesi con l’Occidente.
Il sistema sovietico, però, per molti aspetti si era dimostrato arretrato rispetto al suo rivale, in
particolare per il tenore di vita dei cittadini e la mancanza di libertà civili.
Nel 1989 gli Stati dell’Europa orientale caddero uno dopo l’altro e nel novembre del 1989 il Muro di
Berlino fu abbattuto, aprendo la strada alla riunificazione della Germania.
Nel 1991 la stessa URSS si dissolse e le repubbliche che la componevano divennero 15 Stati
indipendenti. La Guerra Fredda era così terminata con la vittoria degli Stati Uniti.
Conseguenze
- Nuovo ordine mondiale: la fine della Guerra Fredda portò alla preminenza degli Stati Uniti
come unica superpotenza mondiale.
- Transizione economica e politica: molti ex stati comunisti intrapresero transizioni verso
democrazie di mercato, con vari gradi di successo.
- Riduzione degli armamenti: accordi come il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear
Forces) e START (Strategic Arms Reduction Treaty) portarono a una significativa riduzione
degli arsenali nucleari.

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