Capitolo 1 – La Prima Volta
L'ho vista per la prima volta un martedì sera, verso le sette.
Stavo correndo sul mio solito percorso, quello che parte dal parcheggio del parco e si inerpica sulla
collina attraverso il bosco. Cinque chilometri di salita, poi altri cinque di discesa. Lo faccio tre volte
a settimana, sempre alla stessa ora, quando il sole comincia a calare e il parco si svuota.
Mi piace correre da solo. Mi piace il ritmo del respiro, il battito del cuore, quel momento in cui
smetti di pensare e diventi solo corpo in movimento.
Quel martedì indossavo per la seconda volta i collant.
La prima era stata tre settimane prima, quasi per scherzo. Li avevo comprati in un negozio di
running, convinto dal commesso che erano perfetti per le serate fresche di fine estate. "Li usano tutti
i professionisti" aveva detto. "Venti denari sono ideali per questa temperatura, non sudi ma non hai
freddo."
Li avevo provati a casa. Neri, opachi, venti denari. Quando li avevo infilati, la sensazione era stata...
strana. Aderente, quasi imbarazzante. Ma anche eccitante, in un modo che non sapevo spiegare.
Quella prima corsa ero uscito con i pantaloncini sopra, ovviamente. Ma il fruscio continuo del
nylon, il modo in cui stringeva le cosce a ogni passo, la sensazione del tessuto che scivolava sulla
pelle... tutto questo mi aveva accompagnato per tutti i dieci chilometri.
Ero tornato a casa con un'eccitazione che non provavo da anni.
Da allora, avevo corso sempre con i collant. Prima sotto i pantaloncini. Poi, la settimana dopo, solo
con i collant e una maglietta lunga che copriva i fianchi.
E quel martedì sera, per la prima volta, avevo osato di più.
Maglietta corta. Collant in vista. Niente sopra.
Correvo da circa venti minuti quando l'ho incrociata.
Veniva in direzione opposta, in discesa mentre io salivo. L'ho vista da lontano: corporatura asciutta,
quasi magra, capelli corti raccolti in una coda, andatura leggera ed efficiente.
E gambe nere.
Lucide.
Fasciate.
Ho rallentato istintivamente. Lei anche.
Quando ci siamo incrociati, per una frazione di secondo i nostri sguardi si sono agganciati.
Non ha detto nulla. Io nemmeno.
Ma c'era tutto, in quello sguardo.
Sorpresa. Riconoscimento. Complicità.
È passata oltre. Io ho continuato a salire.
Ma il cuore mi batteva più forte, e non era per la corsa.
Capitolo 2 – La Seconda Volta
Giovedì sera. Stessa ora. Stesso percorso.
Non avevo smesso di pensarci. A lei. A quello sguardo. Al fatto che anche lei...
Ero uscito di nuovo con i collant in vista. Stavolta senza nemmeno esitare.
L'ho incrociata di nuovo. Stesso punto, stessa dinamica. Lei in discesa, io in salita.
Stavolta ci siamo guardati più a lungo.
Ha rallentato. Io anche.
Per un attimo ho pensato che si sarebbe fermata. Invece ha fatto un piccolo cenno con la testa — un
saluto appena accennato — e ha continuato.
Io ho risposto allo stesso modo.
Niente parole. Solo quel gesto.
Ma bastava.
Martedì successivo. Terza volta.
Questa volta l'ho aspettata.
Ero arrivato in cima alla salita, al punto panoramico dove di solito mi fermo a bere. Sapevo che
sarebbe passata di lì. Lo sapevo.
E infatti, dopo dieci minuti, eccola.
Correva piano, il respiro regolare. Quando mi ha visto fermo lì, ha rallentato ancora.
Si è fermata a qualche metro da me.
Silenzio.
Ci siamo guardati. Più a lungo stavolta. I suoi occhi scendevano sulle mie gambe, poi risalivano. I
miei facevano lo stesso.
Indossava collant color antracite, opachi. Trenta denari forse. Aderivano perfettamente alle sue
gambe magre, asciutte, muscolose. Sopra, una canottiera tecnica scura. Aveva un viso angolare, non
dolce. Lineamenti decisi, quasi da ragazzo. Zigomi alti, mascella definita, occhi chiari penetranti.
Non era bella nel senso classico. Ma aveva qualcosa di magnetico, di vero.
"Ciao" ha detto alla fine. Voce bassa, un po' roca.
"Ciao" ho risposto.
Altro silenzio.
Poi lei ha sorriso. Un sorriso appena accennato, quasi complice.
"Non capita spesso di incontrare qualcuno..." ha fatto una pausa, cercando le parole "...che corra
così."
"No" ho risposto. "Non capita."
Si è avvicinata. Ha appoggiato una mano sulla ringhiera del belvedere, a pochi centimetri dalla mia.
"Da quanto?" ha chiesto.
"Un mese. Forse meno. Tu?"
"Anni" ha detto. Poi ha riso piano. "All'inizio mi vergognavo. Adesso non più."
"Nemmeno io."
Mentivo. Un po' mi vergognavo ancora. Ma lì, davanti a lei, sembrava tutto normale.
Abbiamo parlato per dieci minuti. Di running. Di percorsi. Di scarpe. Cose tecniche, neutre.
Ma sotto, c'era altro.
Il modo in cui i suoi occhi tornavano sempre sulle mie gambe. Il modo in cui io guardavo le sue.
A un certo punto ha detto: "Ti va di correre insieme? Un giorno?"
Il cuore mi ha fatto un salto.
"Sì. Perché no."
"Sabato mattina? Ore otto. Qui."
"Va bene."
Si è allontanata di qualche passo. Poi si è voltata.
"Come ti chiami?"
"Luca."
"Io Sara."
E ha ripreso a correre, sparendo nel bosco.
Capitolo 3 – La Corsa
Sabato mattina. Otto in punto.
Ero lì da dieci minuti. Il cuore in gola, le gambe fasciate dai soliti collant neri, una maglietta tecnica
aderente.
Quando è arrivata, ho capito subito che anche lei aveva pensato a questo momento.
Indossava collant diversi. Color bronzo, quindici denari. Sottili, quasi trasparenti alla luce del
mattino. Facevano sembrare le sue gambe nude a prima vista, ma con quel luccichio sottile che
tradiva il nylon.
"Pronto?" ha detto, sorridendo.
"Pronto."
Abbiamo cominciato a correre insieme.
All'inizio in silenzio, solo il ritmo dei passi, il respiro che si sincronizzava piano.
Correre con qualcuno è sempre diverso. Ma correre con lei era... diverso in un altro modo.
Sentivo la sua presenza accanto a me come qualcosa di fisico. Il fruscio doppio del nylon quando le
nostre gambe si sfioravano nei tratti stretti del sentiero. Il suo respiro che si mescolava al mio.
Dopo un chilometro ha cominciato a parlare.
"Sai quando l'ho capito?" ha detto. "Che mi piaceva correre così?"
"Quando?"
"Tre anni fa. Autunno. Correvo con i leggings, ma volevo provare i collant. Li avevo visti indosso a
una runner professionista. Mi sono detta: perché no?"
"E?"
"E ho scoperto che era tutta un'altra cosa. Il modo in cui si muovono sulla pelle. Come si adattano
senza stringere. La sensazione del vento che filtra attraverso. Era come... correre nuda, ma protetta.
Libera ma avvolta."
Annuii. Sapevo esattamente cosa intendeva.
"E poi?" chiesi.
"E poi ho continuato. All'inizio solo in allenamento. Poi anche in gara. Ora è l'unico modo in cui
riesco a correre davvero."
Si è voltata verso di me mentre correva.
"Tu?"
"Io... è recente. Un mese. Ma sì. È la stessa cosa."
Abbiamo corso per cinque chilometri senza fermarci.
Il ritmo era buono, costante. Le nostre gambe si muovevano quasi in sincrono. Quando il sentiero si
stringeva, le nostre cosce si sfioravano. Nylon contro nylon. Un fruscio sottile, continuo.
Non era sessuale. O almeno, non solo.
Era complicità. Riconoscimento. Il piacere di condividere qualcosa che fino a quel momento era
stato solo mio.
Ci siamo fermati in una radura, lontani dal sentiero principale.
Bevevamo in silenzio, il respiro ancora un po' affannato.
Sara si è seduta sull'erba. Io mi sono seduto accanto a lei.
"Posso?" ha detto, indicando la mia gamba.
Non ho capito subito. Poi ha allungato una mano e ha sfiorato il mio polpaccio.
Le dita scivolavano sul nylon fresco, liscio. Una carezza lenta, esplorativa.
"È diverso" ha detto. "I tuoi sono più pesanti."
"Venti denari" ho risposto, la voce più bassa.
"I miei quindici. Ma sono color bronzo. Sembrano pelle, da lontano."
Ho allungato la mano. Ho sfiorato la sua coscia.
Il tessuto era quasi impalpabile. Sentivo il calore della sua pelle sotto, la linea asciutta del muscolo,
la gamba magra e forte.
"Sì" ho detto. "È come se fossi nuda."
"Quasi."
Siamo rimasti così per minuti.
Seduti nell'erba, le gambe sfiorate dal sole, le mani che esploravano il tessuto dell'altro.
Non era sesso. Non ancora.
Era solo... contatto.
Il piacere di sentire sotto le dita qualcosa che fino a quel momento avevo sentito solo su me stesso.
Il fruscio del nylon che si muoveva. Il calore che passava attraverso le fibre. Il modo in cui il
tessuto si tendeva e si allentava sotto la pressione.
Sara ha portato la mano più in alto, sulla mia coscia. Le dita disegnavano cerchi lenti, ipnotici.
Sentivo il respiro farsi più profondo.
"Non ho mai..." ho cominciato, ma lei mi ha fermato.
"Neanch'io. Ma qui... adesso... va bene così."
Si è spostata più vicina. Le nostre gambe si sono sfiorate. Nylon contro nylon. Caldo contro caldo.
Ha portato la mano all'interno della mia coscia.
"Sei eccitato" ha detto. Non era una domanda.
"Sì."
Ha sorriso. "È normale. Anch'io."
Capitolo 4 – Senza Vergogna
Ci siamo sdraiati sull'erba, uno accanto all'altro.
Il sole ci scaldava, le gambe fasciate che brillavano alla luce. Il fruscio continuo del nylon quando
ci muovevamo era l'unica colonna sonora, insieme al nostro respiro.
Sara si è voltata su un fianco, mi ha guardato negli occhi.
"Posso toccarti?" ha chiesto.
"Sì."
La sua mano è scesa tra le mie gambe. Ha cominciato ad accarezzarmi attraverso il collant.
Lentamente, con una delicatezza quasi curiosa.
Il nylon amplificava tutto. Ogni movimento delle sue dita era un'esplosione di sensazioni. Il tessuto
scivolava, si tendeva.
"Posso anch'io?" ho chiesto.
"Sì."
Ho portato la mano su di lei. I suoi collant color bronzo erano così sottili che sembravano quasi non
esserci. L'ho accarezzata piano, attraverso il tessuto.
Lei ha chiuso gli occhi, ha trattenuto il respiro.
Ci toccavamo così. Attraverso il nylon. Lentamente. Senza fretta.
"Voglio vedere" ha sussurrato.
"Cosa?"
"Voglio vederti. Così."
Mi sono messo seduto. Lei si è inginocchiata davanti a me, tra le mie gambe.
Mi guardava. Guardava il tessuto nero teso, la forma evidente sotto.
"È bellissimo" ha detto.
Ha continuato ad accarezzarmi. Io guardavo le sue mani che si muovevano sul nylon. Mani magre,
dita lunghe, unghie corte.
"Fallo" ha detto. "Voglio vederti."
Ho portato la mano su me stesso. Ho cominciato a toccarmi, attraverso il collant, mentre lei
guardava.
Lei si è seduta davanti a me, le gambe leggermente aperte. Ha portato una mano tra le sue cosce,
sopra il tessuto bronzo.
Ci guardavamo.
Ci toccavamo.
Nylon contro nylon.
Il piacere saliva lento, progressivo.
Non c'era urgenza. Solo quella danza silenziosa, fatta di sguardi, di respiri, di tessuto che si
muoveva.
Sara si muoveva piano, la mano che andava avanti e indietro sul suo collant sottilissimo. Vedevo il
tessuto che si tendeva, che si increspava.
Io continuavo a toccarmi, sempre più veloce. Il nylon era caldo ora, teso.
"Non fermarti" ha sussurrato lei.
"Neanch'io voglio che ti fermi" ho risposto.
Ci siamo guardati negli occhi mentre il piacere saliva, cresceva, esplodeva.
Sono venuto così, con la mano sul nylon, mentre lei mi guardava. Il tessuto ha trattenuto tutto, si è
bagnato, è diventato più scuro.
Sara ha continuato ancora qualche secondo. Poi l'ho vista irrigidirsi, la bocca aperta in un gemito
silenzioso, gli occhi che si chiudevano.
È venuta anche lei.
Siamo rimasti così, seduti nell'erba, a pochi centimetri di distanza.
Il respiro che tornava normale. Il sole che continuava a scaldare.
Dopo qualche minuto, Sara ha riso.
"Non so cosa dire" ha fatto.
"Non serve dire niente."
Si è guardata i collant. C'era una piccola macchia più scura, appena visibile sul tessuto bronzo.
"Dovrò tornare a casa così" ha riso.
"Anch'io."
Ci siamo alzati. Ci siamo rivestiti — magliette, scarpe. Ma i collant li abbiamo lasciati così,
testimoni silenziosi di quello che era successo.
Abbiamo corso insieme fino al parcheggio.
Piano, senza fretta. Le gambe leggere.
Quando siamo arrivati alle nostre auto, ci siamo fermati.
"Giovedì?" ha chiesto lei.
"Giovedì."
"Stesso posto?"
"Stesso posto."
Si è avvicinata. Mi ha dato un bacio sulla guancia. Veloce, leggero.
"Grazie" ha detto.
"Di cosa?"
"Di essere qui. Di non aver avuto paura."
"Neanch'io avevo mai..."
"Lo so."
L'ho guardata salire in macchina. Ho guardato le sue gambe ancora fasciate di nylon color bronzo,
sottile e lucido.
Poi sono salito nella mia.
Durante il viaggio di ritorno, ho continuato a sentire il fruscio del tessuto sulle mie cosce. A sentire
il suo sguardo. A pensare a giovedì.
A quando ci saremmo ritrovati.
Di nuovo soli. Di nuovo insieme.
Di nuovo avvolti in quella strana, meravigliosa libertà fatta di nylon, pelle e silenzio complice.
Epilogo – Giovedì
Giovedì è arrivato.
Ero lì alle otto, come sempre. Il cuore che batteva forte, le gambe di nuovo fasciate — stavolta con
collant nuovi, puliti. Neri, opachi, venti denari.
Sara è arrivata puntuale.
Indossava gli stessi collant color bronzo di sabato.
Ci siamo guardati. Sorriso complice.
"Pronti?" ha detto.
"Pronti."
E abbiamo cominciato a correre.
Questa volta non abbiamo parlato molto. Non ce n'era bisogno.
Correvamo vicini, le gambe che si sfioravano nei tratti stretti. Il fruscio doppio del nylon. La
complicità silenziosa di chi sa di condividere qualcosa di unico.
Quando siamo arrivati alla radura, ci siamo fermati.
Ci siamo guardati.
E senza dire nulla, senza esitazione, ci siamo seduti sull'erba.
E abbiamo ricominciato.
Fine