Vita
Nacque a Rammenau nel 1762 da famiglia povera. Con l’aiuto di un barone studiò a Jena e Lipsia, qui entrò
per la prima volta in contatto con l’ideologia di Kant e nel 1791 si recò a Konigsberg per far leggere al
filosofo un suo manoscritto, venne scambiata dopo la pubblicazione come una sua opera. Divenne
professore all’università di Jena. Fu accusato di ateismo in un libello. Negli ultimi anni di vita si recò a
Berlino dove pronunciò i Discorsi alla nazione tedesca nei quali affermava la superiorità del popolo tedesco.
Morì a Gennaio del 1814
Scritti
La vocazione filosofica nacque con gli scritti di Kant anche se Fichte vuole costruire una filosofia dell’infinito
a differenza di Kant. L’influenza del filosofo si nota nel primo periodo di scritti ma vi è un distacco già nel
1794 con la pubblicazione de Fondamenti dell’intera dottrina della scienza.
Paragrafo 1: l’origine della riflessione fichtiana
La speculazione di Fichte si innesta sulle riflessioni dei “critici immediati di Kant” un gruppo di pensatori che
avevano indirizzato le critiche sul concetto di noumeno partendo dalla contraddizione di base di Kant, il
quale, aveva affermato esistente e contemporaneamente inconoscibile la “cosa in sé”, considerata
un’affermazione filosoficamente inammissibile. Ragionamento dei critici: se l’oggetto risulta concepibile
solo in relazione a un soggetto, come può venir ammessa l’esistenza di una cosa in sé, di una realtà quindi
che non è pensata e pensabile e non è rappresentata e non rappresentabile? La cosa in sé non può che
configurarsi come un concetto impossibile. Che questo fosse il punto di vista di Kant è da escludere poiché
egli identifica il fenomeno non con la “rappresentazione” ma con “l’oggetto della rappresentazione” e parla
del noumeno come un concetto limite facendo intendere che il fenomeno è un oggetto reale, appreso con il
corredo mentale delle forme a priori. Nonostante le critiche i successori immediati si muovevano ancora in
un orizzonte gnoseologico, ci si sposterà su quello metafisico con Fichte, con cui coincide la nascita
dell’idealismo romantico.
Paragrafo 2: la nascita dell’idealismo romantico
Idealismo diversi significati: 1. Nel linguaggio comune è colui che si spinge anche fino a pagare con la vita
per seguire determinati ideali o valori etici. 2. In filosofia si parla di idealismo in relazione
alle visioni del mondo che privilegiano la dimensione ideale rispetto a quella materiale. in filosofia si parla
di:
Idealismo gnoseologico: tutte quelle prospettive che finiscono per ridurre l’oggetto della
conoscenza a idea o rappresentazione. Si accolgono tutte quelle dottrine per le quali vale la tesi
secondo cui “il mondo è una mia rappresentazione”
Idealismo romantico: grande corrente filosofica post-kantiana, sviluppatasi in Germania. Dai suoi
fondatori questo idealismo venne definito trascendentale (Kant aveva fatto dell’io penso il principio
della conoscenza), soggettivo (contrapposto a Spinoza che aveva ridotto la realtà a principio unico
la sostanza, intesa come oggetto o natura) e infine assoluto (io è il principio unico di tutto).
In Kant l’io era qualcosa di finito poiché non creava la realtà ma si limitava ad ordinarla, aveva quindi
ammesso l’esistenza della cosa in sé per spiegare la ricettività del conoscere. I seguaci immediati l’avevano
messa in discussione ritenendola gnoseologicamente inammissibile. Fichte sposte il discorso sul piano
metafisico e abolisce la nozione di qualsiasi realtà al di fuori dell’io il quale è un’entità creatrice e infinita, la
tesi è che “tutto è spirito”. Quest’ultimo è la realtà umana, attività conoscitiva e pratica. Irrisolti due quesiti:
in che senso lo spirito è fonte creatrice? Cos’è la natura? La risposta sta nel concetto di “dialettica” nella
convinzione per cui, non essendoci nella realtà il positivo senza il negativo, lo spirito non può esistere senza
la sua antitesi che è la natura. Dichiara lo spirito come causa della natura poiché quest’ultima esiste solo in
funzione dell’io. Lo spirito: crea la realtà e l’uomo rappresenta la ragion d’essere dell’universo e la natura
esiste solo come momento dialettico necessario della vita dello spirito. Se l’uomo è la ragion d’essere e lo
scopo dell’universo vuol dire che egli coincide con l’assoluto e l’infinito, quindi con lo stesso Dio. Dio
trascendente e perfetto è visto come una chimera. Per questo l’idealismo si identifica come una forma di
panteismo spiritualistico.
Paragrafo 3: la dottrina della scienza
Kant Critici immediati Fichte
Aveva riconosciuto nell’io penso Sorto il problema dell’origine del Se l’io è l’unico principio, non
il principio di tutta la conoscenza, materiale sensibile. Era stato solo formale ma anche materiale
ma presupponeva l’esistenza dimostrato come impossibile la del conoscere, è evidente che l’io
come già data. Era quindi attività derivazione di esso dalla “cosa in è sia finito che infinito, poiché
limitata dall’intuizione sensibile, sé”. tutto esiste nell’io e per l’io.
l’io è quindi finito.
Fichte vuole costituire un sistema con la quale la filosofia diviene sapere assoluto e perfetto, una scienza
della scienza, un sapere che mette in luce il principio su cui si fonda la validità di ogni scienza. Questo
principio è l’io o autocoscienza, infatti noi possiamo dire che qualcosa esiste solo rapportandolo alla nostra
coscienza la quale a sua volta è tale solo perché coscienza di sé stessa e quindi autocoscienza. La coscienza
è il fondamento dell’essere e l’autocoscienza è il fondamento della coscienza. Nell’esposizione della
Dottrina della scienza vi è il tentativo di dedurre dal principio dell’autocoscienza il complesso della vita
dell’uomo. Si tratta di una deduzione diversa da quella di Kant:
Kant Fichte
Mette a capo la possibilità trascendentale che Deduzione metafisica che fa derivare dall’io sia il
implicava sempre un rapporto tra l’io e soggetto che l’oggetto del conoscere
l’oggetto
I principi della deduzione di Fichte sono 3, i quali si ricavano dal primo: ricavati dalla riflessione del principio
d’identità posto alla base del sapere dalla filosofia tradizionale. Fichte non lo legge come un principio
primario ma ulteriore poiché implica l’io. Questo perché l’esistenza iniziale della A (A=A) dipende dall’io che
la pone poiché senza l’identità dell’io quella logica non si giustifica. L’io non può affermare nulla senza
affermare sé stesso. Il principio supremo del sapere è quindi l’io stesso che si pone da sé, con
l’autocreazione che coincide con l’intuizione intellettuale. Questa prerogativa viene chiamata Tathandlung
indicando che l’io è contemporaneamente attività agente e prodotto dell’azione stessa. Non è condizionato
da altro. I tre principi della dottrina della scienza:
L’io pone sé stesso (si chiarisce il concetto di io come attività autocreatrice)
L’io pone il non-io (l’io non one solo sé stesso ma oppone a sé stesso qualcosa che essendo opposto
è un non-io come il mondo e la natura. Essendo posto dell’io ne è interno e ciò deve accadere
affinché una coscienza reale sia possibile)
L’io oppone nell’io all’io divisibile un non-io divisibile (l’io avendo posto il non-io si trova ad essere
limitato, abbiamo una molteplicità di io finiti che hanno di fronte una molteplicità di oggetti finiti).
Paragrafo 4: la conoscenza
Dall’azione dell’io e del non-io nascono la conoscenza e l’azione morale. Per Fichte la conoscenza è il
prodotto di un’attività del non-io sull’io, ma poiché il non-io a sua volta è prodotto dall’io, l’attività che esso
esercita deriva proprio dall’io. Fichte quindi si dichiara al tempo stesso idealista e realista: realista poiché
alla base della conoscenza vi è un’azione del non-io sull’io; idealista poiché ritiene che il non-io sia un
prodotto dell’io. Questa dottrina genera alcuni problemi che risolve: al problema della percezione della
sussistenza del non-io indipendentemente dall’io risponde con l’immaginazione produttiva intesa con un
atto in cui l’io pone il non-io, fornendo anche i materiali del conoscere. Il filosofo ritiene che la ri-
approvazione umana del non-io avvenga attraverso i gradi della conoscenza, con una progressiva
interiorizzazione dell’oggetto. Questo processo viene denominato come la “storia prammatica dello spirito
umano” articolata in:
Sensazione
Intuizione
Intelletto
Giudizio
Ragione
Paragrafo 5: la morale
Forte esigenza dell’azione morale, crede che l’io pone il non-io ed esiste come attività conoscente solo per
poter agire. Il mondo esiste solo come teatro della nostra azione. Cosa significa agire?
Agire= imporre al non-io la legge dell’io e l’agire morale è legato l’imperativo volto a far trionfare lo spirito
sulla materia. Si spiega quindi la necessità dell’io di porre il non-io, in quanto per realizzare sé stesso l’io ha
bisogno di agire moralmente ma come insegna Kant, non vi è azione morale laddove non c’è uno forzo, di
conseguenza non c’è sforzo senza ostacolo (il non-io). Il non-io è quindi indispensabile per la realizzazione
morale dell’io il quale deve liberarsi dai propri vincoli. Il dovere morale realizzato solo con il complesso di
altri io finiti.
Ammessa l’esistenza di altri esseri intelligenti, siamo obbligati a riconoscergli la medesima finalità
dell’esistenza, vale a dire la libertà. Il senso dello Streben è quello di farsi liberi e rendere liberi gli altri in
vista della completa unificazione del genere umano. Per realizzare questo scopo si chiede una
mobilitazione di colore che possiedono la maggiore consapevolezza teorica, ovvero i “dotti”. Sostiene che
gli intellettuali non debbano essere coloro che sono isolati nella torre della scienza ma persone pubbliche
con precise responsabilità sociali. Il dotto deve essere l’uomo moralmente migliore del suo tempo e “il fine
supremo di ogni singolo uomo è il perfezionamento morale di tutto l’uomo”.
Paragrafo 6: il pensiero politico
Si sviluppa in fasi diverse: prima ammirazione rivoluzione francese poi delle guerre napoleoniche ed infine
l’invasione della Germania. Nei suoi scritti il filosofo mostra di condividere una visione contrattualistica e
antidispotica dello stato, afferma che:
Il fine del contratto sociale è l’educazione alla libertà di cui è corollario il diritto alla rivoluzione, se
lo stato non permette l’educazione alla libertà ciascuno ha il diritto di rompere il contratto sociale e
di fornirne un altro.
Il fine ultimo della vita comunitaria sta nella “società perfetta” ossia l’insieme degli esseri liberi e
ragionevoli i quali considerano lo stato come un mezzo indirizzato al proprio annientamento, lo
stato deve quindi rendersi inutile a favore di una società di persone libere e responsabili.
Lo stato è: garante del diritto il quale vale anche senza la buona volontà; i diritti originari e naturali
sono: libertà, proprietà e conservazione.
Lo stato deve rendere impossibile la povertà, garantendo a tutti i cittadini lavoro e benessere.
Deve organizzarsi come un tutto chiuso senza contatti con l’estero
I Discorsi alla nazione tedesca: è una delle opere più rilevanti della storia della Germania moderna. Il tema
fondamentale è l’educazione, il filosofo ritiene che il mondo moderno richieda una nuova azione
pedagogica capace di mettersi al servizio della maggioranza e della nazione. Il piano diventa però di tipo
nazionalistico poiché viene argomentato come solo il popolo tedesco risulti adatto a promuovere la nuova
educazione in virtù del “carattere fondamentale”, la lingua. I tedeschi sono gli unici ad aver mantenuto la
loro lingua fin dall’inizio e per questo i tedeschi rappresentano l’incarnazione dell’Urvolk, ossia un popolo
primitivo. I tedeschi sono quindi gli unici ad avere una patria nel senso più alto del termine e il discorso
assume un carattere patriottico. La missione è così importante che se la Germania fallisse, l’intera umanità
perirebbe. Male interpretazione nel periodo nazista