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Pindar o Note

La poetica di Pindaro si basa sulla norma del καιρός, enfatizzando l'importanza di esprimere la cosa giusta al momento giusto. Nei suoi epinici, celebra le vittorie agonali, illustrando il significato di tali eventi attraverso esempi mitici, evidenziando le virtù del vincitore e il valore dell'agonismo. Il suo stile è caratterizzato da una concretezza fantastica e una complessità musicale, con un uso ricercato della lingua che riflette la grandiosità del divino.
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Pindar o Note

La poetica di Pindaro si basa sulla norma del καιρός, enfatizzando l'importanza di esprimere la cosa giusta al momento giusto. Nei suoi epinici, celebra le vittorie agonali, illustrando il significato di tali eventi attraverso esempi mitici, evidenziando le virtù del vincitore e il valore dell'agonismo. Il suo stile è caratterizzato da una concretezza fantastica e una complessità musicale, con un uso ricercato della lingua che riflette la grandiosità del divino.
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Note su Pindaro

Fulcro della poetica pindarica fu la norma del καιρός , un termine che indicava il “punto giusto" e soprattutto il
"momento giusto". Poeta vero è solo colui che sa dire la cosa giusta al momento giusto; che sa scegliere in modo sicuro
e puntuale, con tatto e con sapienza, ciò che è commisurato alla circostanza; colui che sa individuare il significato degli
eventi e sa evocarli, definirli e illustrarli con esempi mitici appropriati e pertinenti, indirizzando le sue parole con
precisione: come un arciere che scocca con perizia le sue frecce o come un’aquila che sulla preda piomba con volo
esatto, perfetto, inesorabile.

Come giudicava distintiva e propria dei ditirambi la celebrazione dell’entusiasmo e della vitalità dionisiaca, così
Pindaro riteneva distintiva e propria e dei peani la celebrazione dei valori apollinei: l’ordine, la misura, la calma, il
giusto equilibrio, la pace, l’armonia.
In modo altrettanto coerente, anche negli epinici Pindaro si propose di realizzare le norme che riteneva proprie di quel
genere letterario. L’epinicio era il canto per una vittoria agonale: Pindaro di conseguenza:
(a) celebra anzitutto l’evento;
(b) individua che cosa significa (γνώμη);
(c) illustra il significato con esempi mitici. Sono i tre livelli fondamentali dell’epinicio - attualità, riflessione, mito - e
sono presenti in quasi tutte le sue odi trionfali.

Di che cosa è segno la vittoria? La vittoria è anzitutto una rivelazione e una testimonianza: è una prova. E’ la prova
che il vincitore ha forza, ardimento, disciplina, capacità di sopportare le fatiche e le spese dell’addestramento . E’ la
prova che egli è saggio, perché si dedica a qualcosa di grande; che è liberale, perché remunera generosamente il poeta;
che è temperante, perché gioisce pienamente e con misura del successo. E poiché Pindaro ha della realtà una visione
organica, il successo momentaneo diventa ai suoi occhi la prova che il vincitore possiede tutte le virtù fondamentali
dell’uomo di valore: è giusto, è ospitale, onora la famiglia e la città. Ed è caro alla divinità: è caro agli dèi che gli
hanno concesso quelle doti e al dio della festa che gli ha concesso di vincere. Le sue doti sono tali “per natura”: sono
congenite e perciò possedute anche dalla famiglia e dalla stirpe.
Per Pindaro l’agonismo era un valore sommo, perché nobile, puro, disinteressato. Tutti gli uomini faticano per stornare
dal ventre la fame: solo chi partecipa agli agoni fatica unicamente per la gloria.
A differenza di Simonide, che amava comportarsi come un libero professionista, Pindaro non considerava il vincitore
che gli commissionava l’epinicio come un datore di lavoro, ma come un ἀγαθός di cui un altro ἀγαθός, cioè il
poeta, riconosceva i meriti e celebrava spontaneamente le gesta. Il poeta doveva lodare spontaneamente il valoroso e a
sua volta il lodato doveva dimostrare al poeta la sua gratitudine remunerandolo con generosità. Generoso di lodi l’uno,
generoso di doni l’altro, secondo il tradizionale costume aristocratico della reciprocità.

La grande lirica corale rappresenta un raro caso di destinazione plurima (pubblico della festa + committente) non
confrontabile né con l’epos (ecumenico), né con la lirica monodica (destinata al ridotto ambiente del simposio), e
neanche con il teatro (destinato a tutta la polis).
Il pubblico delle feste doveva cogliere solo il senso generale dell’ode, sia per la difficoltà del testo, sia perché
gli altri elementi della celebrazione (musica e danza) avevano il sopravvento e fondevano tutto in un ricco e articolato
spettacolo. Non bisogna dimenticare, d’altra parte, che la comprensione era facilitata dal fatto che nelle diverse opere si
ripresentavano sempre variazioni di un numero limitato di motivi1, che il pubblico aveva imparato a riconoscere.
Il principale destinatario delle complicate pieghe del discorso di Pindaro, delle sue studiate e alle volte coperte
allusioni, della sua preziosità nella scelta e nella disposizione delle parole era però soprattutto il committente e il suo
ambiente politico e familiare, all’interno del quale erano previste esecuzioni per così dire private, che erano
monodiche (con una musica meno invadente) e in cui la parola emergeva meglio, per di più senza l’interferenza della
danza. Alcune odi sembrano addirittura essere state destinate solo ad esecuzione privata, tanto chiara mostrano la loro
natura di epistole poetiche: per es. la Pitica III è per Ierone malato, che non è un epinicio, ma un elegante augurio di
guarigione per il tiranno. Inoltre dobbiamo considerare che il committente non era certo estraneo alla elaborazione del
carme che lo riguardava.

Pindaro non racconta il mito diffusamente e compiutamente, come Omero: lo racconta di scorcio, disponendo i vari
elementi intorno a un’immagine d centrale. Nella Nemea I per Cromio di Siracusa, racconta il mito di Eracle che,
appena nato, strozzò nella culla i serpenti inviati da Era. Le donne atterrite, Alcmena che balza discinta dal letto, i capi
tebani accorsi in armi, Anfitrione con la spada snudata incorniciano l’immagine centrale del prodi gioso neonato avvolto
nelle luminose fasce color croco, con in pugno i due serpenti strozzati. L’indovino Tiresia, subito chiamato, predice che

1
[Link] ne individua qualche centinaio; [Link]. b = biografia del cantato, div = ricchezza del cantato, sup = gli dei
sono superiori agli uomini, dig = il cantore ha divagato dal suo compito di cantare il cantato, f = fama del cantato, e
così via
Eracle impiegherà la sua forza e il suo coraggio eccezionali per far trionfare la giustizia di Zeus. E così il mito illustra la
riflessione iniziale che occorre realizzare la propria natura secondo giustizia.
Pindaro i predilige gli eventi prodigiosi: ne è l’ispirato cantore. Nella Olimpica VI per d Agesia di Siracusa il piccolo
Iamo, partorito e abbandonato dalla madre che lo ha avuto da Apollo, è nutrito con miele da due serpenti dallo sguardo
ceruleo: da cinque giorni egli giace tra giunchi e rovi inaccessibili «col tenero corpo irrorato dai raggi biondi e purpurei
delle viole» quando il nonno, spinto dall’oracolo, lo cerca. Nella Olimpica VII per Diagora di Rodi l’isola emerge dagli
abissi prodigiosamente: «Sbocciò l’isola dal salso mare e fu assegnata al padre che genera gli acuti raggi». Nella Nemea
III per Aristoclide di Egina, Peleo espugna Iolco da solo, senza esercito, e Achille uccide con l’asta leoni e cinghiali,
vince i cervi alla corsa a soli sei anni, senza cani né reti, lasciando attonite Artemide e Atena. Il prodigio è una
improvvisa manifestazione del divino e suscita religioso stupore.
Un altro segno del divino è la luce. Negli epinici tutto è luce e colore: tutto arde e risplende. Pindaro non ama i colori
per se stessi: li ama come varietà della luce. Ama il giallo, il rosso, la porpora, e ama soprattutto l’oro, che è
incorruttibile come il mondo degli dèi. La forte carica simbolica dell’oro lo porta a definire d’oro la corona di verde
ulivo o di verde alloro che il vincitore otteneva a Olimpia e a Pito.
Lo stile pindarico è caratterizzato da una sorta di concretezza fantastica che conferisce un’emozionante evidenza
anche alle formulazioni più ardite. L’idea si trasforma in immagine, così da esprimere un intero mondo narrativo e
concettuale in termini visivi, dominati dal bagliore della luce, dal trasmutare dei colori, dalla plasticità dei corpi.
Dei complessi schemi metrici di Pindaro (dattilo-epitriti, ampi, solenni con improvvise accelerazioni, o metri
eolico-coriambici e giambici) non ce n’è uno che si ripeta in due carmi diversi, tanto gli stava a cuore la varietà della
composizione.
Al tempo stesso, l’ampiezza del periodo si dilata nelle volute di una musicalità che privilegia un’armonia complessa e
severa. L’ordine delle parole è ricercatissimo, assai lontano da quello della lingua parlata, come dimostra un esame
statistico degli ipèrbati: Pindaro ne ha venti volte più di Omero e dieci volte più dei cori del dramma attico.
All’impressione di un’architettura monumentale, la cui staticità vale come simbolo dell’eterno, contribuisce la
preferenza accordata alle espressioni nominali, rispetto alle quali il verbo è limitato alle pure necessità funzionali.
Egualmente ridotto è l’impiego di particelle e di ogni altra transizione argomentativa: di conseguenza la dizione si
concentra in enunciati sintetici e definitivi, tra cui perentorie ellissi gettano i ponti di un pensiero che rifiuta di
assoggettarsi alle norme della dialettica umana.
Nell’epoca in cui la grandiosità della concezione tragica di Eschilo s’inoltrava a investigare le ragioni ultime della
divinità e il suo agire nella storia, Pindaro proclama in modi altrettanto grandiosi l’assolutezza metastorica del divino,
raffigurandola negli stessi caratteri formali dei propri carmi. Funzione della poesia pindarica è rivelare il divino, non
investigarlo secondo gli schemi della ragione.

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