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King Lear

King Lear, scritto tra il 1605 e il 1606, è una tragedia di Shakespeare che presenta una trama principale e una sottotrama parallela, entrambe incentrate su temi di potere e inganno. La storia inizia con Lear che decide di dividere il suo regno tra le sue tre figlie, ma la sua richiesta di adulazione porta a conflitti e malintesi, specialmente con la figlia Cordelia. Le fonti della tragedia includono opere storiche e leggende celtiche, e il testo è noto per le sue edizioni variabili, con significative differenze tra l'edizione in-quarto del 1608 e quella in-folio del 1623.

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King Lear

King Lear, scritto tra il 1605 e il 1606, è una tragedia di Shakespeare che presenta una trama principale e una sottotrama parallela, entrambe incentrate su temi di potere e inganno. La storia inizia con Lear che decide di dividere il suo regno tra le sue tre figlie, ma la sua richiesta di adulazione porta a conflitti e malintesi, specialmente con la figlia Cordelia. Le fonti della tragedia includono opere storiche e leggende celtiche, e il testo è noto per le sue edizioni variabili, con significative differenze tra l'edizione in-quarto del 1608 e quella in-folio del 1623.

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KING LEAR

King Lear è stato scritto probabilmente tra il 1605 e il 1606.


Abbiamo una prima edizione, l’edizione in-quarto, del 1608; dopodiché abbiamo
direttamente l’edizione dell’in-folio del 1623, che è un’edizione alquanto differente rispetto
a quella del 1608: infatti, nell’edizione del 1623 mancano 300 versi (?) e ne vengono
aggiunti 100 del tutto nuovi e vengono aggiunte delle didascalie ecc. (quella che studiamo
ad oggi è una fusione tra le due edizioni).
Il frontespizio dell’edizione in-quarto presenta un titolo insolitamente lungo rispetto agli altri
(“La vera cronaca storica della vita e della morta del Re Lear e delle sue 3 figlie, con la
sfortunata vita di Edgar, figlio ed erede del conte di Gloster, e la sua improvvisa
trasformazione in Tom Bedlam- come fu interpretata davanti al re James I). Fu interpetrata
il 26 Dicembre a corte.
Questa è l’unica tragedia di Shakespeare che presenta una trama con una sottotrama,
che però non è ad un livello di interpretazione comico della trama (ad esempio in Othello
c’era una sorta di sottotrama con la caricatura della gelosia di Bianca), ma è una
sottotrama che sia dal punto di vista dell’estensione che da quello dell’intensità equivale
alla trama principale.
Per cui è come se fossero 2 opere parallele, da una parte quella del king Lear e da una
parte quella del conte di Gloster, che scorrono in parallelo, l’una amplifica gli stessi temi
dell’altra, e in alcuni punti topici dell’opera i personaggi e le storie delle due trame si
incontrano.
Il conte di Gloster ha due figli: Edgar, suo figlio legittimo, e Edmund, che invece è il figlio
illegittimo, e quindi nato al di fuori del matrimonio. Vedremo che l’illegittimo sarà il crudele,
il villain; King Lear invece ha 3 figlie legittime, di cui 2 sono crudeli e una è buona.
LE FONTI
Quella più esplicita è la historia regum britanniae di Geoffry of Monmouth (da cui viene
presa anche la storia di Re Artù), in cui viene fatto riferimento ad un re lear in un’epoca
remotissima (settimo-ottavo secolo a.C).
Un’altra fonte è un dramma anonimo che circolava all’epoca di Shakespeare, “the true
chronicles of king lear”.
Poi abbiamo le chronicle di Raphael Holinshed, in cui si fa riferimento a Lear.
Ci sono tracce anche nella tradizione celtica, di questo padre che ha 3 figlie che sono
malvagie ecc., ma non è una fonte certa.
Poi c’è un’opera che circolava all’epoca di Shakespeare, “The mirror of Magistrates” di
John Higgins”, che è un a raccolta di casi tragici, in cui c’è la voce di Cordilia.
Ancora, nella faerie queene di Edmund Spenser;
E l’Arcadia di Philip Sydney che poterebbe essere una fonte per la sottotrama, perché ci
sono due cavalieri erranti che incontrano un re che è accompagnato dal figlio e narrano le
loro tragiche vicende e degli inganni da parte del suo figlio illegittimo.

Introduciamo la prima scena.


Sul palcoscenico ci sono 3 personaggi: il conte di Gloster (protagonista del sub-plot), Kent
(fidato cavalier e suddito del Re Lear) e Edmund (figlio illegittimo del conte di Gloster).
Stanno dialogando tra loro, e Kent e Gloster stanno parlando di qualcosa che sta per
accadere; si trovano al palazzo reale e cominciano a raccontare che di lì a poco il re di
Britannia avrebbe diviso il suo regno tra le sue 3 figlie (2 sposate e una no), e si chiedono
chissà a chi tra loro 3 avrebbe dato maggiori possedimenti.
Nel frattempo Gloster fa riferimento a questo figlio nato fuori dal matrimonio, Edmund, e
anticipa che ha anche un altro figlio e che prova lo stesso affetto per entrambi.
Dopodiché c’è la scena in cui King Lear parla con le sue figlie. King Lear usa il plurale
maiestatis (parla di sé stesso dicendo “noi) e si fa portare la mappa dei suoi territori, e
vuole abdicare, teme di essere ormai troppo vecchio per sostenere il peso del potere
regale e quindi dice che vuole dividere il suo regno tra le sue 3 figlie, Goneril, Regan e
Cordelia. Vuole che tutte e 3 le figlie facciano un discorso di adulazione per dimostrargli,
attraverso le parole, l’amore e il bene che hanno verso di lui. Lui in cuor suo già sa quale
figlia gli ha dimostrato maggiormente l’amore, ma vuole una vera e propria recita retorica
per sentirsi adulato

ATTO I, SCENA I, VV.35-108


Lear: Nel frattempo esprimeremo il nostro proposito più nascosto.
Portatemi la mappa. Sappiate che abbiamo diviso
in 3 il nostro regno; ed è nostro fermo intento
scuotere dalle cure e dalle faccende dalla nostra età/scuoterci di dosso tutte le cure e le
faccende dalla nostra età,
affidandole a forze più giovani, mentre noi (io)
senza carico/senza pesi ci trasciniamo verso la morte. Nostro figlio di Cornovaglia (il
marito di Regan),
e voi, non meno amato figlio di Albania (il marito di Goneril),
abbiamo in questo momento la ferma volontà di rendere pubbliche
le diverse doti delle nostre figlie, affinché futuri litigi
possano essere prevenuti adesso. (ora farà riferimento ai diversi pretendenti per la sua
terza figlia che stanno soggiornando nella sua dimora)
I due grandi principi, Francia e Borgogna,
grandi rivali nell’amore della nostra figlia più giovane,
a lungo nella nostra corte hanno protratto il loro soggiorno amoroso,
e qui/oggi devono avere una risposta. Ditemi, figlie mie-
poiché noi ci svestiremo di entrambi i ruoli,
l’interesse del territorio e le cure dello stato- (il re sta rinunciando ai suoi poteri) (vedere il
re sul palco era come vedere il messaggero di Dio in terra, soprattutto dopo l’act of
supremacy)
quale di voi diremo che ci ama di più,
che noi il più grande dono potremo estendere
laddove la natura con il merito si sfida (intende dire che ora capirà chi di loro dovrà avere
una parte più ampia, e cioè in chi di loro la natura e il merito si sfidano, nel senso che sia
la natura che il merito sono di un livello alto)- Goneril,
nostra figlia maggiore, parla per prima.
Goneril: Signore, io vi amo più di quanto la parola possa contenere la questione/più di
quanto la parola possa esprimere
più caro della vista, dello spazio e della libertà,
un terzo più ricco rispetto a quello delle vostre sorelle? Parlate. (vuole darle qualcosa di
più grande rispetto alle due sorelle)
Cordelia: nulla, mio signore.
Lear: Nulla?
Cordelia: nulla.
Lear: Come, nulla verrà dal nulla. Parla di nuovo. (lui quantifica tutto, per cui a zero parole
equivale zero amore)
Cordelia: povera/infelice me, non riesco a sollevare
il cuore nella bocca (il suo cuore è più pesante della lingua, non ce la fa a parlare). Amo
vostra maestà
secondo il mio vincolo di sangue, né più né meno.
Lear: come, come Cordelia? Aggiusta un po’ il tuo discorso,
altrimenti potreste rovinare le vostre fortune.
Cordelia: (lei è molto schietta e sincera) Mio buon signore,
mi avete generata, allevata, amata, io
vi restituisco questi doveri nel modo adeguato,
obbedendovi, amandovi, e soprattutto onorandovi. (lei non usa qualche strategia retorica,
è totalmente schietta, non usa metafore o giri di parole) (in un mondo abituato e dominato
al sovraccarico di parole, ricchezze, di materialità e apparenza, un linguaggio così povero
e lineare non soddisfa il padre)
Perché le mie sorelle hanno dei mariti, se dicono
di amare totalmente voi? Forse quando mi sposerò,
quel signore la cui mano avrà la mia promessa porterà
con sé metà del mio amore (intende che non riesce a sposarsi perché nel momento in cui
si sposerà un uomo, il suo amore per il padre si dimezzerà), metà della mia attenzione del
mio dovere.
Di sicuro non mi sposerò mai come le mie sorelle
per amare mio padre completamente. (Cordelia incarna quella topica dell’essere
inesprimibile, lei realmente ama così tanto da non riuscire a parlare, a differenza di
Goneril)
Lear: ma il tuo cuore dice veramente questo? (ora le dà del tu)
Cordelia: sì, mio buon signore.
Lear: così giovane e così dura? (lui sente la sua schiettezza come durezza, freddezza)
Cordelia: così giovane, mio signore, e vera/sincera.
Lear: Bene, così sia. La verità allora sia la tua dote,
(qua inizia la maledizione) poiché per il sacro splendore del sole,
i misteri di Ecade (la dea greca signora della notte e dei misteri) e la notte,
per tutti gli influssi delle sfere
per i quali noi esistiamo e smettiamo di esistere,
qui io disconosco tutta la mia cura paterna,
l’affinità e la comunità di sangue (sta disconoscendo la figlia)
e come una straniera verso il mio cuore e verso di me
ti riterrò da ora per sempre. Il barbaro Scita
oppure colui che fa banchetti della sua generazione (significa “o colui che si nutre della
sua prole”)
per soddisfare il suo appetito (gli sciti sono delle popolazioni selvagge dell’Asia Minore
circondati dal mar nero, che probabilmente erano cannibali; questa tribù è anche legata
alla mitologia greca del mostro Echidna, un mostro metà donna e metà vipera che si
nutriva della sua prole, per cui in questo discorso sta dicendo che pur di non accogliere lei
accoglierebbe il barbaro scita, colui che si mangia i suoi figli) saranno dal mio petto/cuore
più ben ben accolti, compatiti e confortati,
di te mia figlia di un tempo.

In questo momento il King Lear sta dicendo che accoglierà questo mostro che si nutre dei
figli, proprio nel momento in cui sta mandando via Cordelia. Di qui a poco accadrà
tragicamente il contrario, perché in questo momento sta mandando via l’unica figlia buona
e sta accogliendo delle figlie che si nutriranno del proprio padre per soddisfare i propri
desideri.
Kent (è un personaggio importante, un fedele suddito del re, che cerca di farlo ragionare):
Mio buon signore-
Lear: Taci, Kent,
non intrometterti tra il drago e la sua furia.

Il re di Francia, dal discorso di Cordelia, si rende conto della sua bontà, e decide di
sposarla (dice che senza dote la sposerà, perché la sua dote è la sua purezza e bontà.
Dunque, Cordelia diventerà regina di Francia.

Nei versi che saltiamo, Cordelia andrà via con il re di Francia, dirà ancora delle parole (“io
sono stata ripudiata solo perché non ho quella lingua e quello sguardo falso delle mie
sorelle, io sono vera”).
A quel punto King Lear deciderà come trascorrerà il resto dei suoi giorni, e deciderà che
trascorrerà a mesi alterni il resto della sua esistenza nelle dimore delle altre due figlie,
prima andrà da Goneril e poi da Regan. Rinuncia a tutto, l’unica cosa che chiederà sarà di
portare con sé il suo seguito di 100 cavalieri.
Poi nella terza scena del primo atto capiremo qual è la situazione a casa si Goneril; c’è
Goneril che sta dialogando con il suo maggiordomo Oswald, in cui vediamo una Goneril
che è già totalmente irritata dalla presenza del padre; parla del padre come se si trattasse
di un bambino capriccioso, si sfoga con Oswald dicendo che non sopporta la presenza di
questi cavalieri litigiosi all’interno della sua dimora, non capisce perché suo padre volesse
tenere con sé i cavalieri; capiamo subito che, nel momento in cui King Lear ha dato via i
suoi poteri, egli è diventato agli occhi delle figlie “un vecchio inutile e capriccioso”.
nella sua dimora. Il padre ha picchiato il suo maggiordomo per aver preso in giro il suo
fool. Il fool è sempre accanto a Lear.
ATTO I SCENA 3 VV. 1-22
Goneril: mio padre ha picchiato il mio gentiluomo per aver preso in giro
il suo matto? Il padre, anche se è a casa della figlia, si sente ancora il re)
Oswald: sì, signora.
Goneril: Giorno e notte mi fa torto. Ogni ora/momento
scoppia in una grande offesa o in un’altra
che mette tutti noi in allarme/in subbuglio. Non lo tollererò.
I suoi cavalieri diventano rissosi e lui stesso ci rimprovera
per ogni sciocchezza (“trifle”: parola trovata in Othello quando si dice che per il geloso
ogni sciocchezza è pesante come le sacre scritture). Quando tornerà dalla caccia
non gli parlerò; ditegli che sono malata.
Se diventate svogliato dei servizi che prestavate prima/se non volete più prestargli i servigi
che gli avete reso finora
farete bene; risponderò io della vostra colpa/me ne prenderò io la responsabilità.
(nel frattempo si sentono i corni suonare -horns within-, per cui il re sta tornando dalla
caccia)
Oswald: sta arrivando, signora, lo sento.
Goneril: assumete quella fiacca/stanca negligenza che vi piace, (sta dicendo ad Oswald di
essere pigro quanto vuole, non deve più servire il padre)
voi e i vostri compagni (Lear ha sempre fondato la sua vita sulle ricchezze; nel
momento in cui le ha cedute, ha perso di valore agli occhi delle figlie, per cui le 2
figlie sono il risultato di quello su cui Lear aveva sempre basato la sua vita); farò in
modo che si arrivi alla questione/che si arrivi a parlarne.
Se non gli sta bene, che vada da mia sorella,
la cui mente e la mia io so in questo sono una/che so che la pensa come me,
nel non farsi sopraffare. Inutile vecchio,
che ancora eserciterebbe quei poteri
che ha dato via. Ora sulla mia vita
i vecchi sciocchi sono di nuovo bambini (è come se ci fosse la figura della figlia che
diventa madre, una madre malvagia) e devono essere trattati
con sgridate e lusinghe (con il bastone e la carota), quando li si vede sviati/quando stanno
diventando maleducati.
Ricorda quello che ho detto.

ATTO I, SCENA 4, VV.180-


(Questo è il momento in cui Lear torna dalla caccia, entra e, dopo che la figlia aveva detto
che non voleva vederlo ecc., Goneril va a parlare finalmente dal padre che vuole vederla.
Prima che Goneril risponda, vediamo comparire il fool).
Lear: come va, figlia? Cosa ci fa quel cipiglio? (cipiglio= fronte corrugata)
(methinks=it seems to me) Mi sembra che voi siate troppo accigliata ultimamente.
Fool: eri un tipo apposto/un tipo che mi piaceva quando non avevi bisogno
di preoccuparti del suo cipiglio. Adesso sei uno zero senza una
cifra (non vali niente); io sono meglio di te adesso. Io sono un matto, tu
non sei nulla. (a Goneril) Sì, certo, terrò a freno la lingua;
così mi chiede la vostra faccia, anche se non dite nulla.
Silenzio, silenzio!
Colui che non si tiene né la crosta né la mollica,
stanco di tutto, un po’ ne vorrà.
(sta parlando di Lear, e gli sta dicendo che lui ha dato via sia il potere temporale/il titolo/la
corona -la crosta, la sua parte esterna- che i possedimenti -la mollica-, per cui ora, stanco
di tutto, ne vorrebbe di nuovo un po’).
(indica Lear) È un baccello svuotato.

Il fool è la proiezione della verità: dimostra sdegno e scherno nei confronti di Lear e della
sua azione di aver scelto le due figlie malvagie e aver abbandonato l’unica figlia buona;
per cui è molto cinico, e sottolinea, attraverso un linguaggio figurato, la verità, ovvero che
Lear ha sbagliato, ha fatto un errore, ha dato via tutto, è rimasto uno zero senza niente, un
nulla.
Un’altra massima del fool la troviamo nell’ATTO 1, SCENA 4, VV.109-111, in cui dice “la
verità è un cane che deve essere cacciato/mandato in un canile; deve essere frustato,
mentre Madame la Levriera può starsene accanto al fuoco/camino e puzzare”, in cui dice
che la verità, ovvero Cordelia, è un cane che deve essere cacciato, mentre Goneril può
starsene bella accanto al fuoco e puzzare, e quindi stare lì con tutte le sue negatività.
Egli procede per puns, ovvero proverbi, giochi di parole, sillogismi ecc.
È sempre accanto a re Lear; la sua figura è la proiezione della consapevolezza dell’errore
e della verità che il re Lear raggiungerà solo al termine di un percorso, e in modo
paradossale, che inizierà tra poco e lo condurrò verso la follia. Il re Lear, sotto i colpi della
crudeltà delle due figlie, soffrirà tanti da perdere il senno, avrà delle allucinazioni, una
demenza senile; paradossalmente, questo percorso lo porterà a capire e a vedere la
verità, non solo riguardo a Cordelia, ma riguardo al mondo e a capire ciò su cui davvero la
vita umana dovrebbe porre l’attenzione.
Il fool è la proiezione della coscienza acquisita da king Lear soltanto attraverso il
paradossale percorso che attraverso la follia lo condurrà ad una visione lucida: infatti,
quando Lear capirà e raggiungerà la verità, il fool sparirà.
Le origini dello stage fool (il matto da palcoscenico) (che vive la sua epoca più importante
con Shakespeare: egli viene dal court fool, cioè il giullare di corte (sono due personaggi
differenti, in quando il giullare di corte era stato introdotto nelle corti europee a partire dal
15esimo secolo, ed era una figura professionale di attore, era un personaggio che veniva
dal popolo con capacità attoriali, e serviva come giullare da intrattenimento della corte -
dunque era un personaggio del popolo accolto nelle corti e quindi mescolato ad un ceto
sociale più alto-).
In realtà, la possibilità di mescolanza tra le classi alte e le classi basse viene dalla festa
Goneril dice al padre che, se vuole restare lì con lei, dovrà dimezzare il suo seguito di
100 cavalieri, e averne solo 50.
Andiamo a vedere la reazione del re Lear.
Sono dei versi che Lear pronuncia quando si è addentrato già nel dialogo con Goneril, che
continuava a manifestare la sua impazienza e aggressività nei confronti del padre. In
questi versi che ora leggiamo, iniziamo a vedere un cenno della follia di Lear.
ATTO I, SCENA 4, VV.217-222
Lear: (si guarda intorno stranito più che irritato)
Qualcuno qui mi conosce? Perché, questo non è Lear.
Lear cammina così? Parla così? Dove sono i suoi occhi? (l’incapacità di vedere è una vera
e propria isotopia all’interno del testo- il grande peccato di Lear è quello di non vedere la
realtà)
Il suo senno si indebolisce e le sue capacità di discernere/intendere sono
in letargo. Ah! Sto dormendo o sto dormendo? (questa frase sottolinea il suo stato
incapacità di capire e vedere la realtà che lo circonda) Sicuramente non è
così. Chi è che può dirmi chi sono?
Fool: l’ombra di Lear (risposta sarcastica ma estremamente lucida; Lear non c’è più, tutti i
suoi emblemi di regalità son evaporati).

Poi Lear torna in sé e diventa furioso, e comincia a inveire contro la figlia, e vuole andar
via.

ATTO I, SCENA 4, VV. 244-246


Lear: Tenebre e demoni!
Sellate i miei cavalli, riunite il mio seguito.
Bastarda degenerata, non ti darò più problemi:
mi resta ancora una figlia. (Regan; dunque, lui non ha mai pensato a Cordelia fino a
questo momento, lui ora pensa che gli sia rimasta solo Regan)
(più avanti) vv.251-253
Lear: Ingratitudine, tu demonio dal cuore di marmo,
più odioso quando ti mostri in un figlio
di un mostro marino.

Ora andiamo a vedere qual è la maledizione che King Lear scaglia su Goneril.
ATTO I, SCENA 4, VV.267-281
(ricorda che Albany alla fine dell’opera si dimostrerà l’unico non viscido quanto Goneril,
Regan e Cornwall. Non è del tutto coinvolto nel rancore che la figlia ha verso il padre, per
cui gli chiede cos’è che l’ha fatto irritare così. Leggiamo ora la risposta di Lear, con la
maledizione su Goneril, un’apostrofe alla natura; la natura è un concetto fondamentale in
quest’opera: la natura viene vista come una grande forza che viene evocata per fare
giustizia, ma che poi appare fondamentalmente come una forza indifferente che può
essere generosa o crudele secondo il banale circuito della casualità, sia sui buoni
che sui cattivi; dunque, ciò che emergerà è questa crudele casualità della forza della
natura. Qui Lear invocherà la natura come forza buona per maledire la figlia cattiva, ma ci
sarà un altro personaggio che invocherà la natura, ovvero Edmund -il villain del sub plot-
che si appellerà alla natura come sua protettrice, perché sentendosi come figlio illegittimo,
e quindi al di fuori delle regole della società civile e quindi escluso e disprezzato dalle
regole della civiltà nella quale lui vive, si sente parte della natura più che del mondo
civilizzato)
“apostrofe”: è un’invocazione ad un’identità, una persona ecc. che non sono presenti. Per
cui si parla ad alta voce rivolgendosi a qualche entità, sua umana che sovraumana che
non è presente in quel momento
Lear: Ascolta, Natura, ascolta cara dea, ascolta:
sospendi la tua intenzione/proposito se intendevi
rendere questa creatura fertile.
Nei suoi lombi/nel suo utero riversa la sterilità,
prosciuga in lei gli organi della riproduzione,
e dal suo corpo deteriorato non nasca mai
un figlio ad onorarla. Se deve brulicare, (“riprodursi, brulicare”, non usa semplicemente il
verbo “far nascere”, ma brulicare, che è un termine che si usa per gli animali)
creale un figlio di umore nero, che possa vivere
ed essere un perverso e snaturato tormento per lei.
Che le stampi rughe nella sua fronte di giovinezza,
con lacrime cadenti che scavino solchi nelle sue guance,
che volga tutte le pene e gioie di sua madre
in risata (dileggio/derisione) e disprezzo, che lei possa sentire
quanto più affilato del dente di un serpente (ricorda discorso di Cordelia sulla lingua ecc.,
vedi sopra) sia
avere un figlio ingrato. Via, via!

ATTO 2, SCENA2, VV.317-326


(arriviamo al momento in cui Lear giunge a casa di Regan. Nel frattempo nei versi non
letti, nel sub plot, accade che Edmund, geloso del fratello Edgar e intimorito dal fatto che
prima o poi Edgar possa diventare l’unico erede del conte di Gloucester, trama contro il
fratello, scrive una missiva firmata come se fosse firmata dal fratello -falsifica la firma-, la
dà al padre e gli fa credere che Edgar stia cercando di convincere Edmund ad uccidere il
padre per avere prima l’eredità. Edgar non sa nulla; Gloucester compie la stessa colpa di
Lear, in quanto pecca di cecità e di irascibilità, perché immediatamente crede a quanto
detto da Edmund, e quindi maledice Edmund e gli scaglia contro una condanna a morte.
Edgar è costretto a scappare e a travestirsi dal poor Tom -come sta scritto anche sul
frontespizio-, cioè Tom Bedlam: il Bedlam Hospital era il manicomio di Londra, per cui in
realtà sarebbe “Tom il pazzo” in un certo senso. Dunque, Edgar si dirige verso i boschi
dove comincia a dare una serie di cenni di vacillare della sua lucidità mentale; in questa
landa (nel bosco>) ci sarà un punto di connessione fra la trama e la sottotrama).
(Nei versi non letti, c’è qualcosa che sorprende Lear, perché ad anticiparlo c’era stato
Kent, il suo fedele suddito che sotto false spoglie gli aveva chiesto di poterlo seguire.
(leggermente più avanti, vv.347-352) Regan gli chiede di tornare da Goneril e Lear
risponde:
Lear: Mai, Regan:
ha dimezzato il mio seguito dei cavalieri,
mi ha guardato con sguardo cupo/sbilenco, mi ha colpito con quella lingua
del tutto simile ad un serpente, proprio sul cuore.
Tutte le vendette che il cielo ha in serbo/conserva
cadano sulla sua testa ingrata! Colpite le sue giovani ossa,
voi esalazioni nocive, con la zoppìa (le sta augurando di diventare zoppa).

(più avanti, vv. 378-383; ci sono dei battibecchi sul fatto che il suo servo fosse stato
messo in ceppi, legato, ma poi ad un certo punto suonano le trombe e viene annunciato
l’arrivo di Goneril)

Lear: chi ha messo in ceppi il mio servo? Regan, io spero bene


che tu non ne sapessi nulla. Chi arriva? O
cieli, se amate i vecchi, se la vostra dolce inclinazione
riconosce l’obbedienza, se voi stessi siete vecchi,
fate vostra questa causa/difendetemi. Venite giù, e prendete le mie parti!
(rivolgendosi a Goneril) Non ti vergogni di guardare questa barba? (la barba era
considerata una parte da rispettare, perché era segno di vecchiaia; tirare la barba ad un
uomo era un grande affronto)
Oh Regan, la prendi per mano?

(più avanti, vv.432-460); qui vediamo che iniziano i patteggiamenti: cercano di sottrarre
sempre di più al padre il suo seguito di cavalieri)
Goneril: perché non potreste, mio signore, ricevere assistenza
da quelli che lei chiama servi o dai miei?
Regan: perché no, mio signore? Se poi loro dovessero trascurarvi
noi potremmo controllarli. Se verrete da me-
perché io adesso intravedo il pericolo- (il pericolo che possa andare da lei) vi scongiuro
di non portarne più di 25: a un numero maggiore
io non darò né posto né alloggio.

(mentre nei discorsi iniziali, con la loro retorica, andavano al rialzo, cercando di ottenere
più possedimenti possibili, ora, sempre con la loro retorica, vanno al ribasso, cercando di
dimezzare il più possibile quello che a loro dà fastidio, i cavalieri)

Lear: vi ho dato tutto-


Regan: ed era tempo/era ora che ce lo deste.
Lear: -ho fatto di voi le mie guardiane, le mie depositarie,
ma chiedendo di riservarmi un seguito
di tale numero. Come, devo venire da te
con 25? Regan, hai detto questo?
Regan: e lo dico di nuovo, mio signore: non di più, con me
Lear. Quelle creature malvagie sembrano tuttavia più attraenti
quando altre sono più malvagie; (intende dire che nel momento in cui vediamo una
creatura più malvagia, a confronto quella di prima ci sembra un po’ meno malvagia, e
quindi era meglio Goneril che ne voleva 50) non essere il peggio
merita un qualche apprezzamento. -Rivolgendosi a Goneril- Verrò con te,
50 sono comunque il doppio di 25,
e tu dei il doppio del suo amore/mi ami il doppio di lei. (Sta continuando a quantificare
tutto)
Goneril: ascoltatemi, mio signore;
perché avete bisogno di 25 cavalieri? O 10? O 5?
Che vi seguano in una casa dove due volte tanti
hanno il comando di servirvi? (sta facendo riferimento ai suoi servi)
Regan: che bisogno avete di 1?
Lear: (ci rendiamo conto che Lear continua a sbagliare; ora continua ad andare a
sottolineare il concetto dell’indispensabilità del superfluo)
Non ragionate sul bisogno! I nostri mendicanti più umili/i più umili mendicanti
sono nelle cose più povere superflui/ nessun essere umano non ha un qualcosa di
superfluo/ anche i poveri hanno qualcosa di superfluo;
non concedete alla natura più di quanto la natura ha bisogno,
e la vita dell’uomo è povera come quella di una bestia. (intende che se noi essere umani
non abbiamo il superfluo, quindi i beni materiali ecc., la vita di un essere umano è come
quella di una bestia. Lui qui è ancora convinto che ciò che distingue un uomo dalle bestie,
le “addictions”, siano i beni materiali; solo più avanti capirà quali sono i veri valori)
Tu sei una signora (Regan):
se il solo tenerti al caldo fosse la cosa importante/la cosa meravigliosa,
vedi, la natura non avrebbe bisogno di ciò che tu sfarzosamente indossi (non avresti
bisogno di indossare questi vestiti sfarzosi),
che a stento ti tengono al caldo. Quanto al bisogno vero-
voi cieli, datemi la pazienza..(dopo c’è un’apostrofe, dice che avrà una vendetta che cadrà
su di loro, che non lo vedranno piangere, che non farà scorrere sulle sue guance le gocce
d’acqua delle donne, ovvero le lacrime, ma che piuttosto farà spaccare il suo cuore in mille
parti).

ATTO 3, SCENA I, VV.1-16


(Lear dice di voler andare via, quindi le figlie gli aprono il cancello, è notte, una notte di
tempesta, Lear esce e chiudono il cancello. Tra l’altro assumono un atteggiamento di
tranquillità improvvisamente, perché dicono “chiudete bene le porte perché fuori c’è un
brutto temporale, stiamocene qui al caldo -ricorda la metafora del fool sul cane che puzza
Serpieri dice che Lear che chiede alla natura di continuare a tormentarlo è un’invocazione
catastrofica che consiste nella chiamata dell’eroe alla fine del mondo, quindi alla morte
universale (in quel momento Lear dice “che tutto si calmi o è meglio che il mondo finisca”;
vuole che torni quell’equilibrio che è stato totalmente alterato nella sua vita dal
comportamento delle figlie, altrimenti è meglio che il mondo finisca).
Melchiori ci dice che la struttura di King Lear è concentrica e che il centro matematico è
l’invettiva di Lear nella tempesta.
Andiamo ora a leggere il momento della tempesta
ATTO 3, SCENA 2, VV.1-20 (tranne la parte del fool)
Lear: soffiate venti e squarciate le vostre guance! Infuriatevi, soffiate!
Voi “cateratte” (intende la patina buia che scende sul cielo quando giunge una tempesta) e
tùrbini/uragani, sgorgate
finché non abbiate infradiciato i nostri campanili (quindi vuole che vengano distrutti anche
quelli che sono i simboli del potere), annegato i galli! (galli nel senso di case, perché sopra
le case ci sono quei galli che segnano i punti cardinali per il vento)
Voi fuochi solfurei e rapidi come il pensiero,
forieri/annunciatori di fulmini che spaccano le querce (sta parlando dell’energia che dà
origine ai fulmini)
bruciate il mio capo canuto! E tu, tuono che tutto scuoti,
rendi piano/spiana la spessa rotondità del mondo (intende dire “appiattisci il mondo),
schianta/rompi gli stampi della natura (gli strumenti con cui la natura crea), in un colpo
solo distruggi i germogli
che generano l’uomo ingrato!
(…)
Fai rimbombare il tuo ventre! Sputa fuoco, scroscia la pioggia!
Né pioggia, né vento, né il tuono, né il fuoco sono figlie mie;
io non accuso voi, voi elementi, di ingratitudine.
Non vi ho mai dato un regno, non vi hi mai chiamato figlie;
non mi dovete obbedienza. Perciò, allora, scaricate
tutto il vostro orribile piacere. Qui io sono vostro schiavo;
un povero malato debole e disprezzato vecchio.

ATTO 3, SCENA 2, VV.67-74


(il re si è calmato, arrivano a soccorrerlo Kent e il fool, e Lear si rivolge al fool e poi a Kent
con queste parole:
Lear: il mio intelletto comincia a vacillare. (dopo aver ammesso che la sua mente sta
vacillando, è come se per la prima volta il re vedesse realmente coloro che lo circondano -
ricorda che è una follia paradossale perché pian piano gli farà aprire gli occhi-, per la
prima volta prova empatia per il fool e per Kent, si preoccupa per chi è intorno a lui, come
se nel momento della grande violenza della tempesta lui avesse cominciato ad uscire dal
proprio ego, inizia a vedere gli altri)
-al fool- Vieni ragazzo mio. Come sta il mio ragazzo? Hai freddo?
Anch’io ho freddo. -rivolgendosi a Kent- Dov’è questa paglia**, ragazzo mio? (Kent poco
prima aveva individuato una capanna in cui si potevano andare a riparare)
(ecco il momento della maturazione del re per quanto riguarda la prospettiva da cui guarda
il mondo; capisce qual è davvero la necessità, sulla quale non aveva mai riflettuto →)
L’arte delle nostre necessità è strana,
e può rendere preziose le cose vili. (contrasto con cui versi in cui aveva fatto un discorso
alle figlie sul superfluo; dal tema dell’indispensabilità del superfluo passa a quello della
comprensione del reale valore d’uso di ogni singolo oggetto di cui può disporre l’essere
umano, e quindi comincia a capire cos’è davvero la necessità)
Andiamo, la vostra capanna.
-al fool- povero sciocco, c’è un angolo nel mio cuore
che ancora si dispiace per te.
**probabile riferimento alla grotta dove si riparano la Madonna e San Giuseppe quando
nasce il bambino; ciò denota un’attenzione nei confronti dell’umiltà, degli umili, che è
sicuramente un atteggiamento di stampo cristiano

Il suo primo accenno di follia coincide col suo primo cenno di calore umani. È solo l’inizio
di questo processo; infatti, di lì a poco Lear chiederà di essere lasciato solo, dice agli altri
di entrare nella capanna, e pronuncia dei versi straordinari; egli si inginocchia. Andiamo a
leggerli.
ATTO 3, SCENA 4, vv.28-36
Lear: (questa è conosciuta come l’apostrofe ai diseredati/i poveri, che sono coloro che
hanno davvero necessità)
poveri nudi miserabili, ovunque voi siate,
che sopportate i colpi di questa tempesta senza pietà,
Come potranno le vostre teste senza casa e i vostri fianchi non nutriti/smagriti,
i vostri stracci (raggedness) bucati e rotti, difendervi
da tempi come questi? Oh, mi sono preoccupato
troppo poco di ciò/quanto poco me ne sono curato. Curati/prendi la medicina, pompa
regale (ovvero la sua presunzione e arroganza),
esponi te stesso a sentire ciò che sentono gli umili,
che tu possa scuoterti il superfluo di dosso e dallo a loro
e mostrare che i cieli sono più giusti/e mostrare che c’è una giustizia divina.

Vediamo ora il su plot con Edgar: sappiamo che anche lui si trova nella landa, vittima della
violenza della natura. Anche lui è in uno stato di confusione mentale, si fa chiamare Poor
Tom, si è ferito tra gli alberi perché non smette di correre. Il conte di Gloucester, ovvero il
padre, va a cercare il king Lear, ma non riconosce il figlio perché si è travestito; egli
(Edgar) pronuncia dei versi pieni di follia, perché lui crede di essere continuamente
perseguitato da un demonio, per cui continua a scappare; dice che c’è un demonio che lo
segue e che continuamente lo incita al suicidio (è tutta una metafora di questo ragazzo
accadendo al padre.
Ma, tramite Oswald (maggiordomo di Goneril) questa voce arriva alle due sorelle, che
vengono a sapere che Gloucester vuole aiutare king Lear e che vuole far intervenire la
Francia.

ATTO 3, SCENA 6, VV.46-61


(ci troviamo poco dopo l’incontro con Edgar qui Lear ad un certo punto ha una vera e
propria allucinazione. Si trovano nella capanna e lui crede di essere in un tribunale. Di
fonte a lui comincia a confondere le sagome e crea un’immagine; è un’altra di quelle
scene che possiamo definire metateatro, theatre in the theatre, ma è come se la scena
teatrale fosse la proiezione della mente folle di King Lear, la sua allucinazione. Lear
diventa quasi il regista; confonde il fool e Kent con Goneril e Regan.
Lear: chiamate in giudizio prima lei, è Goneril -io qui faccio giuramento
di fronte a questa onorevole assemblea- che ha preso a calci il povero re
suo padre
Fool: (lo asseconda) venite avanti, signora: il vostro nome è Goneril?
Lear: non può negarlo.
Fool: vi chiedo venia, vi avevo presa per uno sgabello (è una battuta sarcastica, perché in
realtà il re sta guardando uno sgabello)
Lear: (qui vediamo il rancore di Lear verso l’ingiustizia, la falsità delle figlie; in realtà
anche lui ha commesso molte ingiustizie, infatti lui stesso dirà che ricche vesti e mantelli
coprono i più grandi reati-la legge non è uguale per tutti)
Ed eccone un’altra le cui occhiate distorte (chi è malvagio non guarda dritto negli occhi, lo
aveva già detto versi prima riferendosi a Goneril) proclamano/dichiarano
di che stoffa è fatto il suo cuore. Fermatela!
Armi, armi, spada, fuoco, c’è la corruzione qui dentro (al tribunale)
Falso giudice, perché l’hai lasciata scappare?
Edgar: benedetti i tuoi 5 sensi (gli fa pena)
Kent: Che pena! Signore dov’è adesso quella pazienza
di cui voi tanto spesso vi siete vantato di avere?
Edgar (aside): le mie lacrime cominciano a prendere la sua parte così tanto
che mi impediscono di continuare a fingere. (è tentato di rivelare la sua identità)
Lear: (c’è una trasformazione delle figlie che vengono zoomorfizzate in dei cagnolini, per
cui c’è questo penoso ritorno all’infanzia in cui lui credeva che tutte e 3 le figlie lo
amassero e fossero buone)
Le cagnoline e tutti,
Trey, Blanch e dolce cuore (sicuro è Cordelia), guardate, abbaiano contro di me.
Nell’atto 3, scena 7, quando le due sorelle vengono a sapere del tradimento di Gloucester
che ha avvisato Cordelia, c’è una scena terribile nel palazzo di Gloucester, dove erano
ospitate Regan e il marito duke of Cornewall che cominciano a minacciare Gloucester e a
chiedergli se è vero che ha dato delle informazioni a Cordelia. Alla fine, Gloucester
confessa, e dice che l’ha fatto pur di non vedere conficcare le loro unghie malvagie e feline
nella carne del loro padre. Dunque, Regan e Cornovaglia lo legano ad una sedia, lo
insultano, gli strappano la barba e poi Regan gli ceca un occhio con uno strumento
appuntito. Poi arriva il marito e gli ceca anche l’altro.
Questo è legato al tema della cecità: come c’è stata la questione del king Lear che con la
tempesta ha acquisito la lucidità, quello che succede a Gloucester quasi
contemporaneamente è una terribile pena di contrappasso per colui che non ha visto
la verità, per tutti quelli che non riescono a capire cos’è che davvero conta e cosa no.
È un’opera che cerca di far capire quali sono i valori reali che vanno messi al centro
dell’esistenza umana per rendere l’uomo realmente vicino alla divinità e lontano dalle
bestie; si devono mettere al centro dei valori che né Gloucester né Lear avevano visto e
riconosciuto (valore della fratellanza, dell’amore, della solidarietà, della vicinanza, del
rispetto, dell’uguaglianza)
(si tratta di una delle scene più truci/sanguinarie del teatro shakespeariano -escludendo il
Tito Andronico in cui c’è la mutilazione delle mani e della lingua di Lavinia, per adeguarsi
alla tragedia senechiana di moda in quel periodo-)

ATTO 5, SCENA 3, VV.8-17


(nel frattempo, sia Goneril che Regan si innamorano di Edmund ed entrambe tradiscono i
mariti, e iniziano ad odiarsi. In questi versi che ora leggiamo, loro sono ancora vive, ma
successivamente Goneril avvelenerà Regan; poi verrà scoperta e per la vergogna si
suiciderà)
(per questi versi che stiamo per leggere, dobbiamo sapere che il re di Francia sbarca in
Britannia con l’esercito, e comincia la guerra; la Britannia comincia ad avere la meglio
sull’esercito di Francia, e Lear e Cordelia vengono messi in prigione. Lear aveva già visto
Cordelia qualche scena prima, era ancora in uno stato totale di confusione ma riconosce
la figlia, che è addolorata per ciò che è accaduto al padre, quindi cerca di confortarlo.
Vengono imprigionati e Lear pronuncia questi versi:
Lear: No, no. Vieni, andiamo in prigione;
noi due soli canteremo come uccelli in gabbia.
Quando tu mi chiederai di benedirti, io mi inginocchierò
e ti chiederò perdono. E così vivremo
e pregheremo, e canteremo, e ci racconteremo vecchie storie, e rideremo
alle farfalle dorate, e sentiremo quei poveri furfanti
parlare delle notizie della corte; e anche noi parleremo con loro -
di chi perde e di chi vince, di chi è dentro, di chi è fuori -
e prenderemo su di noi il mistero delle cose
come se fossimo le spie di Dio.

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