PEC - Programmazione e Controllo
PEC - Programmazione e Controllo
La relazione tra efficienza ed efficacia non è automatica; ciò significa che è sempre possibile individuare
aziende efficienti, ma non necessariamente efficaci, e al contrario aziende inefficienti, ma efficaci.
La gestione aziendale deve essere in grado di garantire il perseguimento contemporaneo di adeguati livelli
di efficienza e di efficacia.
L’economicità della gestione è la capacita dell’azienda nel lungo periodo di utilizzare in modo efficiente le
proprie risorse raggiungendo in modo efficace i propri obiettivi e la strategia.
L’efficienza e l’efficacia dell’azione aziendale devono essere collegate a specifici parametri, quali
l’esplicitazione degli obiettivi di fondo, la strategia aziendale, la formula imprenditoriale. La formula
imprenditoriale è rappresentata dall’insieme delle scelte di fondo assunte da un’azienda. Una strategia
competitiva rappresenta l’esplicitazione delle modalità con cui un’azienda intende conseguire i propri scopi
e attraverso quali leve competitive cercherà nel lungo termine di conseguire livelli di reddito superiori.
Le aziende, e il management al loro interno, al fine di poter guidare, coordinare e controllare le attività
aziendali necessitano di adeguati supporti informativi e strumenti. Le funzioni del management sono:
1. Programmazione: definire le strategie, selezionale gli obiettivi aziendali e allocare le risorse in relazione
a essi.
2. Organizzazione: definire la struttura fisica dei luoghi di lavoro, le funzioni e ruoli organizzativi del
personale.
3. Gestione del personale: selezionare, formare, valutare e motivare adeguatamente il personale.
4. Controllo: misurare e adottare azioni correttive per il conseguimento degli obiettivi e della strategia
aziendale.
5. Comunicazione: trasmettere le informazioni all’interno e all’esterni dei confini aziendali.
6. Guida: orientare i comportamenti dei collaboratori, rispetto agli obiettivi, i principi e ai valori aziendali.
CARATTERISTICA DESCRIZIONE
Economicità Il costo di implementazione e di gestione del sistema di controllo deve essere
superato dai benefici in termini di bisogni soddisfatti.
Flessibilità del sistema implica la capacità di adattarsi e sapere rispondere a specifiche nuove
esigenze decisionali da parte del management.
Integralità implica l’esigenza di far permeare (penetrare e diffondere) il sistema di controllo
direzionale in tutte le funzioni aziendali. Sempre di più le imprese si
caratterizzano per una hidden-factory (fabbrica nascosta) cioè tutte le attività
legate a funzioni di supporto alla produzione o di natura amministrativa che
solitamente sono trascurate dal sistema di controllo direzionale. Il concetto di
fabbrica nascosta è stato esplicitato da Miller e Vollmann (1985), secondo i quali
in essa non si ottengono prodotti, ma si producono informazioni e servizi senza i
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quali il vero prodotto fisico offerto dall’impresa non uscirebbe dalla fabbrica
visibile.
Integrità del sistema si riferisce all’esigenza di considerare contemporaneamente tutti gli
equilibri aziendali (es: equilibrio economico, equilibrio finanziario/monetario
equilibrio patrimoniale). I tre equilibri aziendali sono tra di loro strettamente
collegati e non considerare le interrelazioni esistenti pone l’azienda a rischio di
trascurare potenziali patologie di gestione non monitorate dal sistema aziendale.
Continuità si riferisce alla necessità di consolidare il sistema di controllo direzionale
all’interno di prassi e routine organizzative e richiede di essere integrato con il
sistema informativo-aziendale e il sistema di gestione delle risorse umane. La
continuità risulta funzionale all’obiettivo di miglioramento continuo della
gestione.
Unicità del sistema si riferisce all’esigenza di non creare forme di separazione concettuale
e operative tra le diverse prospettive di controllo.
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1. Controllo preventivo: riguarda la verifica dell’adeguatezza e idoneità dei programmi, sia operativi che
strategici, nel dare un contributo al perseguimento degli obiettivi gestionali e della strategia.
2. Controllo concomitante: rappresenta il monitoraggio infrannuale dei risultati intermedi conseguiti.
Maggiore è la frequenza di monitoraggio e maggiore potrà essere la possibilità di intervenire rispetto a
eventi non previsti o scostamenti rispetto al programmato.
3. Controllo consuntivo: è l’ultima tipologia in ordine temporale ed è un insieme di attività volte a
evidenziare il grado di conseguimento degli obiettivi aziendali e di analisi e comprensione delle cause di
eventuali scostamenti.
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5) Valutazione e incentivazione: sulla base dei risultati di eventuali scostamenti, si procede a una
grande valutazione delle performance organizzative.
Nella realtà aziendale, il processo si caratterizza per momenti che sono tra loro strettamente interrelati e
difficilmente separabili in maniera netta.
La struttura organizzativa del controllo e gli strumenti e tecnologie rappresentano la dimensione STATICA
del sistema; il processo la dimensione DINAMICA.
Il SIC risulta esse un:
Sistema cibernetico: per sistema cibernetico si intende un sistema caratterizzato da fenomeni di
autoregolazione (ES: controlli automatici) che fa riferimento a meccanismi di retroazione di:
o Feed-back: si riferisce a quei controlli che si attivano a seguito di un confronto a consuntivo
tra un risultato e un obiettivo programmato. L’analisi delle varianze rappresenta un tipico
meccanismo di feed-back.
o Feed-forward: si riferisce a quei controlli e azioni che si attivano nel corso dell’azione.
Questa forma di controllo si attiva durante lo svolgimento delle attività aziendali nel
momento in cui i risultati fino a quel momento conseguiti non permetteranno al termine di
conseguire i risultati desiderati. ES: controllo di un cantiere navale in grado di stimare se la
nave che è in costruzione potrà essere terminata entro il termine contrattuale. Attraverso
specifici strumenti di controllo sarà possibile simulare il probabile tempo di fine lavori.
Questa visione cibernetica ha dei limiti: la natura aperta del sistema e la componente umana coinvolta
impediscono di creare nessi e relazioni causali forti, di tipo if-then.
Sistema cognitivo: il sistema di controllo direzionale ha la funzione di razionalizzare il flusso delle
informazioni aziendali, permettendo alla dirigenza di meglio comprendere la gestione e di assumere
decisioni di breve e di medio/lungo termine. I processi decisionali interni e le modalità di scelta tra più
alternative dipendono da “modelli mentali” cioè reti interconnesse di eventi e concetti, cioè l’insieme
della cultura e dei convincimenti di fondo di un’azienda che guidano i processi decisionali. I modelli
mentali possono essere modificati per effetto dell’esperienza e delle modalità di rappresentazione
passata (controllo e reporting) e futura (programmazione).
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CARATTERISTICA CONTABILITA’ GENERALE CONTABILITA’ DIREZIONALE
Livello di responsabilità Le aziende e i loro amministratori sono Al contrario, le informazioni
penalmente e civilmente perseguibili nel contenute nei report derivanti dal
caso in cui pubblichino documenti di sistema di contabilità direzionale
bilancio contenenti informazioni non non danno luogo a conseguenze
veritiere, non corrette. Il livello di rilevanti. Rimane comunque la
responsabilità rispetto alla tenuta del responsabilità individuale per
sistema di contabilità generale è elevato. comportamenti illeciti.
Scopo Finalizzata in maniera prevalente alla Si caratterizza invece per una
determinazione del risultato economico variabilità negli scopi. Questo si
d’esercizio e del capitale di lega alle diverse esigenze
funzionamento. decisionali della direzione
aziendale.
Destinatari Sono soggetti portatori di interesse, Produce informazioni rivolte
esterni all’azienda come investitori, principalmente a utilizzatori
finanziatori, sindacati, associazioni, clienti, interni, in particolare gli
fornitori, istituzioni pubbliche. amministratori (consiglieri
d’amministrazione,
amministratore delegato,
presidente), l’alta dirigenza
(direttore generale, finanziario,
commerciale), gli altri
responsabili di funzione aziendale
(responsabile di produzione). In
limitate situazioni, le informazioni
prodotte dal sistema di
contabilità direzionale sono
rivolte a destinatari esterni. ES:
report rivolto ai clienti di sintesi
degli acquisti effettuati.
Principi di modalità di Il Codice Civile e i principi contabili Trova un principale criterio guida
tenuta nazionali/internazionali rappresentano le nella sua progettazione e
fonti primarie che definiscono le regole e sviluppo della sua capacità di
le modalità di rilevazione delle adeguarsi alle caratteristiche
informazioni contabili. La discrezionalità aziendali e ai fabbisogni
del management aziendale è assente o decisionali e di controllo del
limitata management. Il livello di
discrezionalità e flessibilità in
questo caso risulta essere più
elevato e diffuso.
Ampiezza del sistema Concerne tutta l’attività aziendale in Al contrario, è funzionale a
particolare su tutte le operazioni esterne specifiche aree aziendali.
di gestione.
Prospettiva temporale E’ riferita al passato, dove il ricorso a Le informazioni possono essere
delle informazioni stime e congetture è limitato a pochi e storiche o prospettiche, con una
specifici casi, quali il sistema fondo rischi prospettica temporale che può
e spese e la determinazione degli essere rivolta al passato o al
ammortamenti. Le informazioni sono futuro in relazione al tipo di
economico-finanziarie. decisione o esigenza di controllo.
Le informazioni sono economico-
finanziarie, ma anche fisico-
tecniche, e di tipo qualitativo.
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Precisione dei dati Le informazioni sono caratterizzate da un I dati possono avere margini di
elevato livello di precisione. imprecisione, purché attendibili.
Caratteristiche del I report hanno una frequenza e una Il reporting direzionale è di
reporting tempestività di pubblicazione limitate. ES: natura infrannuale, giornalieri nel
i documenti di bilancio hanno una caso di report sulle vendite dei
frequenza di produzione normalmente negozi appartenenti a una catena
annuale, trimestrale nel caso di società commerciale.
quotate in borsa.
La contabilità direzionale è molto complessa quindi essa richiede il supporto di adeguate architetture
informatiche. Si parla di Information Management System, con flusso continuo di informazioni,
strutturato su 3 livelli:
1. Il sistema informatico di elaborazione dati (Electronic Data Processing) raccoglie e ordina dati.
2. Il sistema informativo manageriale (Management Information System) analizza i dati al fine di
supportare le attività di controllo e valutazione.
3. Il sistema di supporto decisionale (Decision Support System) procede a ulteriori analisi dei dati al fine di
sopportare le decisioni del management.
2. L’ORGANIZZAZIONE
L’organizzazione ha l’obiettivo di individuare le modalità attraverso cui fare il miglior uso delle risorse
disponibili e definire l’allocazione ottimale di tali risorse per soddisfare i bisogni di un individuo o di una
collettività. L’organizzazione risulta in articolazioni quali unità, dipartimenti, team, reparti al fine di creare il
contesto per combinare gli sforzi e le capacità dei singoli e ottenere più di quanto ogni individuo possa
produrre separatamente.
L’organizzazione quindi poggia su:
La divisione del lavoro: un compito complesso è scomposto in singole attività più semplici e ognuna di
queste è assegnata a un individuo o a un gruppo;
La specializzazione: ogni compito è affidato a chi ne ha le competenze e qualità più adatte;
Il coordinamento: la possibilità di ricomporre il lavoro in modo efficiente ed efficace, tale da soddisfare
il fabbisogno per cui è stato avviato.
Si tratta di principi fondamentali che vedono l’ampio coinvolgimento delle risorse umane nella realizzazione
di efficienti ed efficaci attività dell’azienda. Il processo viene scomposto in attività elementari per poi
dovere ritrovare una ricomposizione armonica, efficiente ed efficace, attraverso l’adozione di meccanismi
di coordinamento.
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Ogni azienda adotta questi principi, creando una struttura aziendale che costituisce un punto di riferimento
all’atto della progettazione del sistema di controllo di gestione.
Una serie di attività volte al business, che si avvale di sistemi e tecnologie informative e canali di vendita
diversi da quelli tradizionali, vengono raggruppate in una unità posta sotto la direzione di un dirigente che
ne ha anche la responsabilità dei risultati. Il direttore risponde anche dei risultati di efficienza, quindi dei
risultati economici (vendite, costi, fatturato ecc..). L’articolazione dell’attività ha previsto una macro unità
organizzativa denominata E-Business: per questa saranno individuati risultati attesi, un direttore al quale si
chiederà di rispondere dei risultati ottenuti e delle scelte effettuate e sistemi di rilevazioni dei risultati.
I meccanismi di coordinamento dell’organizzazione possono essere diversi da azienda ad azienda, tuttavia si
è giunti a una sorta di formalizzazione. Henry Mintzberg individua i seguenti meccanismi di
coordinamento:
adattamento reciproco
supervisione diretta
standardizzazione dei processi di lavoro
standardizzazione dei risultati
standardizzazione delle professionalità
La maggior parte delle aziende combina diversi meccanismi di coordinamento in relazione a diversi fattori
nei confronti dei quali il sistema di controllo di gestione assume caratteristiche diverse a seconda del
meccanismo di coordinamento organizzativo.
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Attraverso l’individuazione degli attori all’interno dell’organizzazione si delinea il sistema di delega di
autorità. In tal modo, diviene possibile definire per ciascun attore coinvolto:
a. Il ruolo ricoperto all’interno dell’azienda
b. La responsabilità assegnata
c. Le relazioni reciproche tra gli attori
Il sistema di delega di ruoli, responsabilità e relazioni all’interno di ogni azienda permette di delineare la
gerarchia organizzativa. La struttura gerarchica viene spesso rappresentata graficamente tramite il
cosiddetto organigramma, il quale è la rappresentazione della distribuzione di ruoli e responsabilità formali
all’interno della struttura organizzativa. In ciascuna azienda l’organigramma assume una struttura diversa a
seconda di come sono ripartite le responsabilità.
Il comportamento dei singoli è orientato all’esigenza di soddisfare un bisogno. Abraham Maslow nel 1954
propone una scala teorica delle necessità fondamentali dell’uomo articolata in cinque livelli in ordine
crescente di importanza:
1. Soddisfazione dei bisogni fisici fondamentali (bisogni fisiologici);
2. Sicurezza personale e familiare e stabilità dell’attività lavorativa (bisogni di sicurezza);
3. Essere accettati nel proprio contesto sociale (bisogno di appartenenza);
4. Stima di sé (bisogno di stima);
5. Realizzazione piena del proprio potenziale personale (bisogno autorealizzazione).
Da quanto riportato, emerge una finalità rilevante della scala dei bisogni ideata da Maslow: questa
influenza la gestione del cosiddetto “sistema di ricompense” in azienda, vale a dire ricompense, forme di
incentivazione, ai dipendenti, in relazione ai risultati ottenuti.
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È noto il concetto di responsabilità riferito all’azienda dal momento che viene spesso fatto riferimento alla
responsabilità ambientale di un’impresa, ad esempio, nel voler sottolineare l’impiego della stessa a
intraprendere attività che salvaguardino l’ambiente per il bene della collettività in generale. Spesso il
riferimento è fatto alla responsabilità economica, alla responsabilità sociale dell’azienda, in considerazione
del fatto che il suo operato produce un effetto nell’ambiente di riferimento, quindi sulla collettività prima e
sui singoli che la compongono poi.
Nell’organizzazione dell’azienda, la necessità di esercizio della responsabilità aziendale conduce a
un’articolazione della stessa a seconda dell’oggetto a cui è riferita. Il mezzo attraverso cui la responsabilità
globale viene suddivisa in aree di attribuzione è costituito dal processo di delega, attraverso il quale sono
attribuiti ambiti di autonomia decisionale.
Il processo di delega implica:
o Attribuzioni di responsabilità
o Riconoscimento formale della delega da parte del vertice aziendale
o L’attribuzione di un corrispondente potere decisionale
o La definizione degli obiettivi e delle risorse per la realizzazione delle attività di cui si ha la responsabilità
o La previsione di forme di controllo delle modalità di esercizio della delega, quindi di un controllo
concomitante sui risultati.
Il potere decisionale non resta limitato quindi a pochi top manager, ma viene ripartito in tutta
l’organizzazione. Si va dalla responsabilità del direttore della produzione, alla responsabilità di un
lavoratore specializzato. Inoltre le responsabilità non sono statiche, bensì vengono modificate nel tempo a
seguito di cambiamenti che intervengono nelle strategie aziendali. L’unità organizzativa di cui un manager
ha la responsabilità per i risultati attesi dall’azienda viene denominata “Centro di responsabilità”.
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ROA (misura la redditività lorda del capitali investito = utile netto al lordo degli oneri finanziari /
capitale investito medio di periodo)
ROCE (misura la redditività del capitale impiegato = utile netto/ capitale investito medio di
periodo).
Le metodologie di definizione dei prezzi di trasferimento possono essere molteplici e fanno riferimento ai
seguenti approcci:
Basato sul costo sostenuto, costituisce la metodologia più ampiamente utilizzata nella realtà delle
azienda. Il riferimento può essere al costo variabile, al costo pieno o al costo standard;
Basato sul prezzo di mercato, viene utilizzato nelle aziende che hanno linee strategiche basate su una
forte concorrenzialità. Tale metodologia è utile soprattutto nelle situazioni in cui le trattative tra le
unità coinvolte non conducono a risultati in tempi ragionevoli e riferirsi a prezzi di mercato può
risultare agevole in presenza di listini ufficiali di prezzi per prodotti o servizi simili;
La negoziazione: si tratta di una metodologia che salvaguardia molto l’autonomia dei manager coinvolti
nella negoziazione. Quest’approccio però può risultare molto lungo e dispendioso in termini di tempo
necessario per raggiungere a un accordo.
Nel caso di gruppi aziendali, multinazionali con siti aziendali in diversi paesi, il prezzo di trasferimento scelto
ha un impatto sulla redditività dell’azienda che opera in un dato paese. Subentra l’esigenza di una
attenzione ai rischi potenziali di sub-ottimizzazione; per sub-ottimizzazione si intendono quelle decisioni
assunte dai manager che generano effetti negativi sui risultati complessivi aziendali.
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Le tipologie di costo sostenute e il modo in cui i costi vengono classificati dipendono dalla natura
dell’azienda, dalle sue finalità, dal contesto in cui opera, dalle caratteristiche della sua organizzazione.
Le finalità d’uso dei concetti di costo sono principalmente due (Zimmerman 1997):
1) Controllo dei risultati: i costi vengono classificati allo scopo di individuare forme più funzionali di analisi
volte a monitorare i risultati raggiunti. Pertanto, la ricerca dei costi e l’attenzione alla loro misurazione
è finalizzata a realizzare il più efficace controllo sui risultati.
2) Supporto alle decisioni: i costi vengono rilevati e classificati allo scopo di generare informazioni
funzionali a scelte che i manager dell’azienda, o l’imprenditore, devono intraprendere.
L’analisi di costi variabili e costi fissi può quindi essere ricondotta alle seguenti finalità:
L’analisi del comportamento dei costi, vale a dire permettere ai manager di conoscere come variano i
costi e in che misura, al variare delle quantità prodotte.
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L’analisi della relazione tra costi, quantità prodotte e vendute, e risultato operativo aziendale,
consentendo così di effettuare previsioni delle variazioni dei livelli di redditività operativa.
La determinazione del punto di pareggio, di modo tale da conoscere quando l’azienda raggiungerà il
pareggio tra costi totali e ricavi.
Le finalità dei costi effettivi e dei costi standard, oltre a quello di migliorare i risultati dell’azienda, sono:
La ricerca dell’efficienza e il controllo delle performance delle unità organizzative;
La predisposizione di un efficace processo di programmazione;
La valorizzazione di semilavorati e prodotti in corso di lavorazione;
L’analisi degli scostamenti tra valori effettivi e standard di costo e di volume.
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5. COSTI DIFFERENZIALI E COSTI OPPORTUNITA’ (RILEVANTI NELLA SCELTA TRA ALTERNATIVE)
L’esigenza di scegliere tra diverse alternative quella che meglio soddisfa gli obiettivi strategici aziendali
conduce spesso a valutazioni effettuate sulla base di costi differenziali e costi di opportunità.
Il costo differenziale è la differenza che si rileva nel costo totale di due o più alternative possibili, entrambe
in grado di soddisfare lo stesso obiettivo dell’azienda. Qualora il costo rimanga invariato, è da considerarsi
irrilevante per la decisione, poiché non genera alcuna differenza. L’analisi dei costi differenziali ha una sua
efficacia e validità nel breve termine, poiché nel medio-lungo termine i costi dei singoli elementi su cui si
basa l’analisi sono suscettibili di modificazioni dettate dall’operatività aziendale e dal mercato. I costi
differenziali sono anche denominati costi rilevanti, ovvero costi che sono influenzati da una decisione
alternativa.
I costi opportunità, invece, sono costi preventivi, rivolti al futuro e alle conseguenze di decisioni.
Il costo opportunità è il costo che deriva dal mancato sfruttamento di una alternativa, quindi rappresenta il
beneficio potenziale a cui si rinuncia (o il sacrificio che si accetta) quando si sceglie un’alternativa rispetto
ad un’altra.
I costi opportunità si usano per valutare gli aspetti di scelte che non comportano necessariamente un’uscita
monetaria; tra questi, il fattore tempo, la rigidità di una scelta.
Occorre quindi tenere presente che:
Anche se non appaiono in bilancio, i costi opportunità sono sempre presenti nelle scelte intraprese e
sono costi reali;
Essendo riferiti a eventi futuri, i costi opportunità sono spesso difficili da quantificare.
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esplicativa il volume/quantità di produzione o di vendita del prodotto/servizio, che deriva dall’utilizzo dei
fattori produttivi.
Si distinguono essenzialmente:
Costi variabili;
Costi fissi;
Costi misti o semi-variabili.
All’interno dell’intervallo di rilevanza, gli altri costi (non fissi) possono avere un comportamento:
a) completamente variabile in base al volume
b) variabile a scatti (o a scalini)
c) costi la cui variabilità non ha come fattore esplicativo il volume.
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può essere zero, in quanto anche in corrispondenza di un volume di attività nullo, l’azienda sostiene
un’entità di costo pari a K (fisso).
Esistono due tipi di costo fisso:
1. Costi impegnati, di capacità o sunk costs, perché relativi a elementi di costo che dotano l’azienda di una
certa capacità produttiva, la quale perdura fino alla dismissione della relativa risorsa impegnata.
2. Costi discrezionali cioè costi fissi rispetto ai volumi di attività produttiva ma frutto di decisioni che il
management, almeno una volta all’anno, può riprogrammare in base a una stima sull’attività futura.
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Dal punto di vista matematico la funzione dei costi “a scalini” è il risultato di più funzioni, definiti su
intervalli di valori della variabile indipendente (Q).
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2. IL MARGINE DI CONTRIBUZIONE
Il margine di contribuzione rappresenta una delle principali misure di redditività, sia a livello aziendale sia
di unità organizzativa o di prodotto.
Il ricavo unitario deriva dalla vendita di ogni prodotto: una quota è destinata alla copertura del costo
variabile unitario connesso ai fattori produttivi consumati in modo proporzionale alla quantità di prodotto.
Ciò che residua dopo questa prima copertura è il margine di contribuzione unitario. Esso dà un contributo
unitario alla copertura del recipiente dei costi fissi totali di periodo. Una volta che l’insieme di questi
contributi unitari ha raggiunto il livello dei costi fissi totali di periodo si dice che è stato raggiunto il livello di
pareggio. Ogni ulteriore margine di contribuzione unitario, in eccedenza rispetto al livello di pareggio,
genera reddito netto.
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L’utilizzo del margine di contribuzione percentuale nel calcolo del fatturato di pareggio consente di cogliere
rapidamente l’effetto economico derivante da aumenti di prezzo, senza passare per la determinazione del
volume/quantità di pareggio.
Poiché nell’intervallo di rilevanza i costi fissi non subiscono variazioni rispetto a volumi, essi possono non
essere considerati nel calcolo del ∆RO a numeratore del rapporto. Ciò lega direttamente il numeratore del
rapporto al margine di contribuzione. Quindi, nel caso di [∆RO/RO]/[∆Q/Q] si può riscrivere l’equazione in
funzione del solo margine di contribuzione:
numeratore: (∆Q*Mdc)/[(Q*Mdc)-CF]
denominatore: ∆Q/Q
La semplificazione misura al numeratore il grado di leva operativa in un punto, cioè il valore dell’indicatore
di leva calcolato in corrispondenza di un dato volume di vendite.
L’ulteriore sviluppo matematico della relazione consente di esplicitare il grado di leva operativa in punto,
come: Mdc totale/RO.
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La possibilità effettiva di incidere sulla struttura di costo di un’azienda dipende dalla propensione al rischio
di imprenditori e management, dal tipo di settore e dal previsto andamento dei ricavi nel medio/lungo
termine.
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p*Q= CF + (v*Q)
da cui si ricava:
Q*= CF/(p-v)
dove Q*= punto di pareggio in quantità o volume e (p-v) è il margine di contribuzione unitario (MdCu),
dunque
Q*=CF/MdCu
Il punto di pareggio espresso in valore (monetario o in fatturato) si può ottenere, moltiplicando il punto di
pareggio in volume (Q*) per il prezzo (p):
F*=(Q*)*p
Dove F*= punto di pareggio monetario in fatturato
oppure sfruttando il margine di contribuzione percentuale:
F*= CF/ [(p-v)/p] = CF/MdC%
Oppure, ancora, se disponibili, utilizzando i valori totali di ricavi e costi variabili:
F*=CF/[(R-CV)/R]
E’ possibile rappresentare graficamente queste relazioni in un sistema di assi cartesiani in cui l’asse x=Q e
l’asse y= Costi o Ricavi in valore monetario (€).
Il grafico (detto profittogramma, diagramma costo-volume-risultato o grafico CVR) può essere tracciato in
tre fasi:
posizionamento della retta dei CF=K;
disegno delle rette e dei ricavi e dei costi variabili;
individuazione della retta dei CT, avente la stessa inclinazione della retta dei costi variabili, con
intercetta a livello K dei costi fissi.
Il punto di pareggio (BEP) è individuato dall’incontro fra la retta dei costi totali e quella dei ricavi. Sull’asse
x, si legge il punto di pareggio in quantità (Q*) e sull’asse y quello in fatturato (F*).
L’utilizzo del profittogramma consente di individuare facilmente l’area di perdita e l’area di profitto.
La formula del punto di pareggio può essere sfruttata per determinare il livello di attività/produzione che
occorre per ottenere un eventuale livello di reddito operativo (RO) superiore a 0.
Poiché il RO è stato identificato come differenza fra ricavi, costi variabili e costi fissi, occorre semplicemente
svilupparla formula del BEP come segue:
RO= R- CV – CF
RO= p*Q-v*Q-CF
Dunque:
Q (a RO obiettivo)= (CF+RO)/Mdcu
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(pA∙QA+pB∙QB)-vA∙QA-vB∙QB-CF=0
Dove Q= quantità vendute e v= costi variabili unitari.
L’equazione può essere riscritta attraverso Mdcu, come:
(pA-vA) ∙QA+(pB-vB) ∙QB-CF=0
MdcuA∙QA+MdcuB∙QB-CF=0
Data la relazione QA+QB=QTOT, il mix di vendita corrisponde all’incidenza percentuale della quota parte di
A e di B sulle vendite globali, che può essere espresso in termini percentuali come incidenza:
QA/QTOT∙100=%A dunque QA=QTOT∙%A
QB/QTOT∙100=%B dunque QB=QTOT∙%B
Quindi:
MdcuA∙QTOT∙%A+MdcuB∙QTOT∙%B-CF=0
Raccolgo QTOT:
QTOT∙ (MdcuA∙%A+MdcuB∙%B)-CF=0
Dove:
(MdcuA∙%A+MdcuB∙%B)=Mdcue
occorre imputare il risultato ad A o a B, ricavando Q*A e Q*B di nuovo attraverso il mix di vendita e cioè
moltiplicando:
Q*A=%A∙Q*
Q*B=%B∙Q*
Se sono noti il mix delle vendite e il valore del Mdcu in ogni prodotto, questa soluzione è applicabile a
qualsiasi caso di azienda multiprodotto (con numero di linee produttive almeno pari o superiore a due).
Per il management di un’azienda multiprodotto non è importante conoscere il punto di pareggio di per sé,
ma capire in che modo le variazioni rispetto a un dato mix dei vendita, possono influire sul reddito
operativo (RO).
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4. LE FINALITA’ E I LIMITI DELL’ANALISI
Per cogliere le opportunità dell’analisi CVR occorre innanzitutto valutare:
Quando l’analisi viene condotta;
Quali informazioni sono utilmente ricavabili dall’analisi e qual è la sua vera funzione;
Quali aggiustamenti è necessario imporre per rimuovere le principali ipotesi semplificatrici;
Cosa sono i concetti di rischio operativo e leva operativa.
L’analisi CVR costituisce uno strumento di analisi propedeutica al budget (in prospettiva futura). Più in
generale si può dire che sviluppa un calcolo di convenienza economica, avente per oggetto le scelte di
volume.
Il punto di pareggio quantifica quanto occorre agire sulle variabili indicate permettendo, ad esempio, di
rispondere alla seguente domanda: quale sarebbe l’effetto sul livello del punto di equilibrio, espresso in
volume e a valore se:
I costi fissi aumentassero?
Il costo variabile unitario diminuisse?
Il volume delle vendite aumentasse?
Il prezzo di vendita aumentasse?
Il margine di contribuzione può essere utilizzato per varie decisioni che implicano l’utilizzo della capacità
produttiva o la scelta di mix di vendita fra diverse linee produttive. L’utilizzo della leva operativa aiuta gli
imprenditori e il management a riflettere sulla struttura dei costi più vantaggiosa.
I principali limiti dell’analisi CVR sono legati alle ipotesi semplificatrici di costruzione:
Approssimazione dei costi in funzioni lineari
Identificazione dell’intervallo di rilevanza
Scelta dell’unità di misura
Presenza di una serie di concause che determinano la variazione dei costi da un periodo all’altro.
Per passare dalla configurazione di costo primo a quella di costo di fabbricazione (o di produzione o pieno
industriale) , deve essere aggiunto al costo primo l’ammontare dei costi relativi alle condizioni produttive
interne onerose indirette o permanenti (macchinari, energia, manodopera indiretta). Il costo industriale è,
al pari del costo primo, una figura di costo parziale perché esclude i costi generali di natura non industriale.
I costi industriali generali sono distribuiti fra gli oggetti di calcolo dei costi sulla base di criteri di
imputazione.
3. Un’altra configurazione è quella relativa al costo di trasformazione (conversion cost). Il costo di
trasformazione è dato dalla sommatoria di tutti i costi relativi al processo manifatturiero con esclusione
delle materie prime. Sommando al costo di fabbricazione una quota di costi generali commerciali, si ottiene
il costo di fabbricazione e commercializzazione. Se si aggiunge al costo industriale una quota dei costi
generali amministrativi, una quota dei costi discrezionali e una quota degli oneri finanziari, si ottiene la
configurazione di costo pieno aziendale o costo complessivo.
4. Aggiungendo al costo complessivo (pieno aziendale) gli oneri figurativi, si parla di costo economico
tecnico. I tipici costi figurativi sono:
Gli interessi di computo sul capitale proprio investito nell’azienda;
I fitti figurativi sugli immobili di proprietà;
Gli stipendi figurativi per l’opera prestata dall’imprenditore;
Il compenso per il rischio imprenditoriale.
I costi figurativi non vengono effettivamente sostenuti cioè non si generano per effetto di operazioni di
acquisizione dei fattori produttivi. I costi figurativi rappresentano il valore della remunerazione di tali fattori
che diventano rilevanti nei giudizi di convenienza economica.
Le varie configurazioni di costo sono definibili in relazione al tempo di riferimento del calcolo.
La disponibilità di diverse configurazione di costo si lega alla loro finalità:
Il costo variabile di produzione realizza l’analisi di redditività, analisi costi-volumi-risultati, decisioni tra
alternative di breve termine.
Il costo primo viene utilizzato per valutare e controllare i rendimenti e l’efficienza dei fattori produttivi
e per effettuare comparazioni dei costi nel tempo.
Il costo di trasformazione realizza l’analisi di efficienza e produttività dei costi produttivi.
Il costo pieno di produzione è impiegato nelle valutazioni delle rimanenze per scopi di determinazione
del reddito di periodo e del capitale di funzionamento.
Il costo pieno aziendale supporta invece la determinazione del risultato economico di classi di
operazioni.
Il costo economico tecnico viene considerato il costo aziendale da remunerare mediante ricavi e viene
impiegato per determinare i prezzi di vendita o per valutare la convenienza dei prezzi di vendita fissati
dal mercato e per determinare la convenienza economica comparata di certe produzioni.
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In un sistema a costi pieni le fasi da seguire per giungere alla costruzione di un report economico sono tre:
1. La prima fase: consiste nell’aggregazione e valorizzazione dei costi per natura.
2. La seconda fase: si procede a una prima aggregazione di costi in presenza di una relazione causa-
effetto tra la risorsa consumata e l’oggetto di costo.
3. La terza fase: consiste nell’allocazione dei costi indiretti di produzione all’oggetto di costo, che
avviene per il tramite di appositi criteri di riparto.
Nella scelta dei criteri di riparto subentra una discrezionalità che può incidere più o meno
ampiamente sul risultato finale. I criteri di riparto sono delle approssimazioni del legame tra fattore
produttivo indiretto e oggetto di costo. Tra i criteri di riparto più diffusi troviamo:
o Volume di produzione/vendita;
o Numero ore di manodopera diretta;
o Costo della manodopera diretta;
o Numero ore macchina;
o Costo/consumo delle materie prime;
o Costo primo (materie prime + MOD).
Le aziende possono utilizzare un unico criterio (o base) di riparto, oppure un sistema più articolato di basi
multiple. Il sistema a base unica è suggerito nel caso in cui i costi indiretti rappresentino una percentuale
ridotta dei costi totali e se il processo produttivo è semplice e il numero di prodotti è limitato. In caso
contrario è opportuno utilizzare un sistema a basi multiple.
Il costo pieno è utilizzato da parte delle imprese al fine di supportare le seguenti analisi e decisioni:
La determinazione del prezzo normale dei beni e servizi prodotti. Il prezzo normale è il risultato della
somma tra il costo pieno di un prodotto e il mark-up di profitto desiderato dall’azienda.
Il prezzo normale è quel prezzo in grado di remunerare tutti i fattori produttivi consumati,
compreso il capitale di rischio.
La determinazione di prezzi contrattuali basati sul costo.
La determinazione del valore delle rimanenza di magazzino di prodotti finiti, anche ai fini del bilancio
d’esercizio.
L’analisi di redditività delle diverse produzioni anche per valutazioni strategiche relativamente
all’inserimento o meno di nuovi prodotti, alle politiche commerciali nei confronti dei clienti. (ESEMPIO
LIBRO).
L’adozione di un sistema di determinazione dei costi full costing implica la costruzione di report economici
per il controllo strutturati al fine di evidenziare periodicamente i costi assorbiti dalle produzioni in relazione
ai ricavi generati.
Il conto economico per il controllo porta alla determinazione di due valori economici, uno intermedio e uno
finale. Un primo valore è rappresentato dal Margine Industriale lordo (o Utile industriale lordo)
determinato tramite la differenza tra i ricavi netti di vendita e i costi industriali del venduto. Il costo
industriale del venduto è la risultanza della somma algebrica tra i costi diretti di produzione (variabili e
fissi), i costi indiretti di produzione (variabili e fissi) e la differenza tra le rimanenze iniziali e finali di prodotti
finiti.
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renderebbe il processo di allocazione dei costi indiretti inefficiente e poco attendibile, e risulta altresì utile
in quanto evidenzia il margine di contribuzione con il quale è possibile procedere ad analisi economiche
storiche, per un’analisi di economicità delle diverse produzioni e inoltre anche per conoscere il livello
minimo di prezzo (detto prezzo di contribuzione) sotto il quale non dovrebbe mai scendere: esso è quel
prezzo superiore ai costi variabili, ovvero in grado di generare un margine di contribuzione positivo, ed è
utile per evitare il fenomeno di avvitamento della domanda cioè quel fenomeno per il quale di fronte alla
contrazione dei volumi di vendita, il costo pieno di produzione aumenta in ragione del fatto che i costi fissi
verranno allocati su un numero inferiore di prodotti, aumentando la loro incidenza unitaria.
L’aumento del costo pieno comporta l’aumento del prezzo normale (costo pieno + mark-up di profitto).
Il direct costing non è considerato come alternativo al metodo full costing. I due metodi sono tra loro
complementari in quanto permettono di avere una visione più ampia di un fenomeno complesso.
La conoscenza tra il sorgere del costo e la sua causa risulta essere fondamentale al fine di gestire i costi non
solo in produzione, ma altresì in tutte le altre funzioni aziendali.
Con il calcolo a costi variabili si pone l’enfasi sull’efficienza e sui volumi di vendita, mentre con il calcolo a
costi pieni l’impresa è stimolata a concentrarsi sui volumi di produzioni.
All’interno di questa classificazione possono esservi contesti produttivi aziendali ibridi (mescolanza,
costituito da elementi di natura diversa).
Le diverse tipologie produttive possono essere ricondotte a due fattispecie particolari:
1) La determinazione dei costi per commessa: configurabile, per tutte le produzioni, per singole unità o per
progetto o per le produzioni in serie o lotti caratterizzati da un ritmo produttivo discontinuo legato alle
richieste specifiche provenienti dai clienti. La produzione si avvia o si completa solo al raggiungere
dell’ordine o della firma del contratto.
2) La determinazione dei costi per processo: il flusso produttivo è continuo e la produzione non è
interrotta in relazione al sopraggiungere di una richiesta del cliente.
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Gestiscono maggiori livelli di incertezza e di rischio.
Una variabile fondamentale nella gestione e nel controllo economico delle commesse è rappresentata dalla
durata: le commesse di breve durata di realizzano in un arco temporale inferiore all’anno; le commesse di
lunga durata si realizzano lungo più anni.
Le aziende che lavorano per commessa devono essere in grado di adeguarsi continuamente alle specifiche
richieste del cliente, non potendo anticipatamente conoscere tutte le variabili che potranno emergere.
Nel caso si tratti di un lotto di prodotto realizzato secondo le specifiche del cliente, il costo unitario di
produzione sarà dato dal costo pieno di produzione diviso il numero di prodotti realizzati nel lotto.
La gestione di una commessa implica per l’azienda l’attivazione di un processo di controllo caratterizzato da
tre fasi tra loro concatenate:
Fase di preventivazione: ciascuna commessa potrà avere un prezzo di vendita diverso e unico in
relazione alle specifiche richieste del cliente. In questa fase, il sistema di contabilità deve preventivare
l’ammontare delle risorse che saranno impiegate. Sulla base della stima preventiva dei costi verrà
definito il prezzo di offerta al cliente, aggiungendo il cosiddetto margine di commessa.
Fase di monitoraggio: la commessa ha solitamente una durata di realizzazione che può essere anche
pluriennale. Il fattore tempo diventa centrale non solo al fine di rispettare i tempi di consegna ma al
fine di poter procede con fatturazioni periodiche e per poter assumere interventi correttivi.
Fase di controllo a consuntivo: la commessa procede alla fase di chiusura, controllo e valutazione dei
risultati effettivi. Si evidenzieranno gli scostamenti tra i costi effettivamente sostenuti, i tempi di
realizzazione e i livelli di efficienza conseguiti. Il valore economico principale è il Margine di Commessa.
La preventivazione della commessa è una fase fondamentale soprattutto per commesse di lunga durata,
nelle quali le variabili coinvolte aumentano. Il preventivo di commessa ha una duplice funzione interna ed
esterna. Internamente permette di formalizzare i fattori produttivi necessari per la realizzazione della
commessa, i tempi di concatenamento delle diverse fasi di lavoro. Esternamente, il preventivo di
commessa ha il ruolo fondamentale di essere la base per la negoziazione commerciale e la definizione del
prezzo di vendita. Il preventivo di commessa è un documento nel quale sono aggregati tutti i costi diretti di
commessa (progettazione, materiali, manodopera diretta, costi fissi specifici) e una quota di costi indiretti di
commessa (amministrazione, fabbisogno finanziario, gestione del personale ecc..).
Nelle commesse pluriennali sono presenti tre tipologie di preventivi:
I. Preventivo iniziale d’offerta;
II. Preventivo definitivo o esecutivo;
III. Preventivo aggiornato.
Il preventivo iniziale si realizza nel momento in cui l’azienda riceve una proposta d’ordine da parte del
cliente. La direzione aziendale deve valutare due aspetti: un primo aspetto riguarda la natura del progetto e
l’opportunità strategica da parte dell’azienda di acquisirlo. ES: competenze e tecnologie di cui l’azienda non
dispone; un secondo aspetto è riferito alla valutazione di convenienza economica del progetto stesso.
Il preventivo iniziale può sfociare nella conferma dell’ordine e la stipula del contratto.
In questa fase la direzione procede alla stesura del preventivo esecutivo.
Un’azienda che lavora per commesse può adottare particolari strumentazioni. Una delle strumentazioni più
diffuse è quella della work break-down structure (WBS) che rappresenta la scomposizione logico-costruttiva
della commessa in unità elementari di lavoro (WP work package) e della sequenza temporale che le lega.
L’individuazione delle unità elementari di lavoro permette alla direzione di stimare i costi di produzione al
fine di definire un preventivo esecutivo.
A seguito dell’approvazione del preventivo esecutivo si avvia la fase di esecuzione della commessa. Il
sistema di controllo direzionale dovrebbe garantire il periodico monitoraggio che potrà riguardare il
rispetto dei tempi di esecuzione e i costi sostenuti in corrispondenza di un dato stato di avanzamento. Nelle
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commesse pluriennali, si pensi agli appalti pubblici, il monitoraggio dello stato di avanzamento ha una
duplice dimensione:
a. Uno stato di avanzamento (SAL) fisico-tecnico che permette di confrontare l’andamento realizzativo
rispetto ai tempi programmati;
b. Uno stato di avanzamento (SAL) economico che permette di evidenziare lo scostamento tra il budget
esecutivo e i dati consuntivi.
Il monitoraggio dello stato di avanzamento della commessa è realizzata attraverso la tenuta di una scheda
di commessa che permette di rilevare giornalmente:
o Le tipologie e le quantità di materie prime prelevante dal magazzino;
o Lavorazioni ed i relativi costi che giornalmente si sono realizzate per la produzione di una specifica
commessa;
o Il numero di pezzi realizzati o la percentuale di completamento raggiunta;
o La data prevista di completamento.
Uno dei valori più significativi al fine del monitoraggio delle commesse pluriennali è rappresentato dall’
Earned Value (o EV – valore maturato). L’EV viene poi confrontato con il costo di budget e il costo effettivo
al tempo della verifica ottenendo scostamenti quali:
SCOSTAMENTO DI COSTO (Earned Value - Costo effettivo): se il risultato è positivo, significa che il costo
previsto a budget per realizzare il lavoro realizzato (EV) è maggiore di quanto è stato realmente speso per la
stessa quantità di lavoro eseguita (AC). Significa che si sta spendendo meno del previsto.
SCOSTAMENTO DI TEMPO (Earned Value - Costo budget): indica se il progetto è in piano o fuori piano. Se il
risultato è positivo significa che al momento del controllo il progetto è più avanti rispetto alla
programmazione quindi è stato fatto di più nel periodo di verifica.
COST PERFORMANCE INDEX – CPI (Earned value/Costo effettivo): è la percentuale di spesa del progetto. Se
il progetto è <1, il progetto è sovra-budget.
SCHEDULE VARIANCE INDEX – SVI (Earned value/Costo budget): ci dà la relazione tra il costo previsto a
budget del lavoro eseguito e la previsione di costo del lavoro da ultimare alla data della verifica.
Rappresenta la percentuale di lavoro realizzato. Se è <1 significa che il lavoro è in ritardo rispetto ai
programmi e viceversa. (ESEMPIO LIBRO)
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Quantità di produzione equivalente = Q – (WIPi ∙ gcWIPi) + (WIPf ∙ gcWIPf)
Il numero di unità equivalenti rappresenta quindi l’output che l’impresa avrebbe ottenuto se avesse
realizzato esclusivamente prodotti finiti.
Il metodo analitico implica la conoscenza da parte dell’azienda dello stato di completamento di ogni singolo
prodotto.
Questo metodo richiede un maggior numero di rilevazioni e potrebbe risultare complesso, per tali ragioni,
spesso le aziende non ritengono economicamente conveniente l’adozione di questo metodo e ricorrono al
metodo sintetico. In questo caso si utilizza il concetto di prodotto equivalente. Per prodotto equivalente si
intende il procedimento di conversione dei prodotti in corso di lavorazione in quantità equivalenti di
prodotto finito. Se in un reparto vengono realizzati più prodotti, nel calcolo delle unità equivalenti è
necessario tener conto dei differenti consumi specifici delle risorse che caratterizzano ciascun prodotto.
Il problema si pone in particolare per le imprese nelle quali, accanto al prodotto principale, si ottengono dei
sottoprodotti anticipando l’interruzione del ciclo di produzione. In questo caso il volume realizzato
nell’unità di tempo viene espresso in funzione di un unico prodotto di riferimento, normalmente il prodotto
che svolge per intero il ciclo di produzione.
Il process costing rappresenta il metodo di calcolo del costo di un prodotto meno preciso e oneroso.
Esso appare valido nel caso di produzione omogenea; nel caso di produzione disomogenea risulta
impossibile determinare i coefficienti di equivalenza tra i diversi prodotti con un grado sufficiente di
precisione.
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Materie prime, sussidiarie e di consumo;
Prodotti in corso di lavorazione e semilavorati;
Lavori in corso su ordinazione;
Prodotti finiti e merci.
L’ Art. 2426 del c.c. stabilisce che “Le rimanenze di magazzino devono essere valutate al minore tra il costo
storico ed il valore di mercato”. Per costo storico si intende, per quanto riguarda le materie prime,
sussidiarie e di consumo e merci, il costo d’acquisto dei materiali che include, oltre al prezzo del materiale,
anche tutti gli oneri accessori, come le spese di trasporto, di dogana al netto degli eventuali resi e sconti.
Per valore di mercato si intende per le merci il valore netto di realizzo, rappresentato dal prezzo di vendita
al netto di eventuali spese dirette di vendita, per esempio trasporti, imballaggi, provvigioni; per le materie
prime, sussidiarie e di consumo il valore di mercato è rappresentato dal loro costo di sostituzione, cioè al
loro prezzo di acquisto.
I prodotti in corso di lavorazione e semilavorati e prodotti finiti prendono a riferimento il costo per le
materie prime con la precisazione che in tal caso per costo si intende il costo di fabbricazione.
Non sono compresi nel costo di fabbricazione/produttivo o inventariabile, tutti quei costi che non sono
propriamente produttivi, siano questi diretti o indiretti, quali i costi commerciali, di distribuzione e i costi
riconducibili ad attività generali ed amministrative non attinenti al processo produttivo.
Il costo pieno industriale o di fabbricazione è dato da:
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g) Controllo dei costi della qualità e non qualità.
La progettazione e sviluppo del sistema sono attività fondamentali per garantire la qualità delle
informazioni prodotte.
La progettazione di un sistema di contabilità dei costi si basa su:
Procedimento di determinazione cioè la modalità con cui le voci elementari di costo sono raccolte deve
garantire in primo luogo l’oggettività dei dati. Nel caso in cui i dati si riferiscano a stime e congetture, il
principio a cui far riferimento è quello dell’obiettività. Infine il procedimento di determinazione dovrebbe
garantire la congruenza tra i dati raccolti.
Procedimento di elaborazione attiene ai criteri e modalità di classificazione, selezione, attribuzione,
raggruppamento e articolazione dei dati elementari al fine di produrne informazioni utili per il controllo e le
decisioni. I principi da seguire sono quelli di chiarezza del dato, di costanza, di rilevanza del dato, di
inerenza rispetto all’oggetto, di affidabilità e di flessibilità.
I procedimenti di determinazione e di elaborazione supportati da sistemi informativi vanno finalizzati alla
produzione di report economici per conseguire gli scopi conoscitivi fissati dal management. Gli scopi
conoscitivi definiti da un’azienda potranno modificarsi nel tempo per effetto di cambiamenti nelle scelte
strategiche, operative, organizzative e produttive, ovvero per cambiamenti nell’ambiente esterno, in
termini di concorrenti, clienti, fornitori, tecnologie.
Questo procedimento potrà essere utilizzato per tutti i costi diretti variabili. I costi diretti fissi saranno
attribuiti all’intera produzione di periodo. L’incidenza unitaria dei costi diretti fissi si modificherà di periodo
in periodo in relazione ai volumi di produzione.
I costi indiretti, invece, dovranno attraversare il procedimento di allocazione tramite adeguate basi di
riparto. E’ possibile seguire due percorsi. Il primo, più semplificato, prevede la determinazione di un unico
coefficiente di allocazione, utilizzando una base unica per tutti i costi indiretti; il secondo percorso, un po’
più complesso, prevede l’utilizzo di basi di riparto diversificate in relazione alla natura dei costi indiretti
(riparto a base multipla).
Indipendentemente dal modello adottato, i costi indiretti di produzione sono allocati sulla base di
coefficienti di riparto. Un coefficiente di riparto è dato dal rapporto tra il costo indiretto da allocare e la
sommatoria della base di riparto prescelta. Quindi:
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Coefficiente di allocazione = Costo indiretto da allocare/Base di riparto
Il coefficiente di allocazione rappresenta la quota di costo indiretto da allocare per ogni unità di base di
riparto assorbita dai prodotti. Poi bisognerà quantificare la quota di costo indiretto da allocare,
moltiplicando il coefficiente di allocazione per la quantità di base di riparto assorbita da ciascun prodotto.
Quindi:
Costo indiretto allocato = Coefficiente di allocazione * Quantità di base di riparto assorbita dal prodotto
2. LOCALIZZAZIONE DEI COSTI AI CENTRI DI COSTO: Il sistema informativo contabile richiede di essere
impostato al fine di classificare i dati di costo relativi al centro in cui si sono consumati. I costi localizzati
ai centri possono a loro volta essere riferiti sia a costi specifici di centro (ES: il personale nel centro di
costo commerciale) sia a risorse utilizzate da più centri di costo (ES: gli ammortamenti della sede
aziendale che ospita tutti i centri di servizio). In quest’ultimo caso, i costi comuni dovranno essere
allocati ai diversi centri utilizzando delle basi di riparto adeguate e congrue (ESEMPIO LIBRO).
3. CHIUSURA DEI CENTRI DI COSTO: Nel corso di questa fase, i centri di costo attraversano un
procedimento contabile denominato di chiusura o ribaltamento dei centri di costo.
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In linea generale, la gerarchia di chiusura prevede di iniziare con i centri di servizio, proseguendo con
quelli ausiliari e terminando con i centri di produzione.
Il procedimento di chiusura dei centri di costo può seguire 3 modalità:
Metodo diretto: prevede la chiusura dei centri di costo nei confronti dell’oggetto di coso finale,
senza nessun particolare criterio di gerarchia applicata. Questo metodo ha lo svantaggio di non
rilevare eventuali assorbimenti di risorse che avvengono tra centri di costo, individuando la causa
dei costi solamente nei confronti del prodotto finale.
Metodo a cascata: i centri di costo di servizio sono i primi a essere chiusi nei confronti di tutti gli
altri centri di costo ancora aperti e che assorbono parte delle risorse. Una volta chiusi i centri di
servizio, il metodo prevede la chiusura dei centri ausiliari nei confronti di tutti gli altri centri di
costo ancora aperti. Infine i costi localizzati nei centri di produzione sono a loro volta chiusi nei
confronti dell’oggetto di costo finale. (ESEMPIO LIBRO)
Metodo iterativo o ricorsivo: il procedimento prevede che i centri di costo di servizio siano chiusi
nei confronti dei centri di costo ausiliari e di produzione. A loro volta, alcuni centri di costo
ausiliari potrebbero fornire funzioni ai centri di costo di servizio ai quali spetta una quota equa
del loro costo. Così facendo il centro di servizio si riapre e verrà nuovamente chiuso, sui centri
ausiliari e di produzione e così via all’infinito.
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Gli strumenti di management accounting sono focalizzati su 4 finalità:
Calcolare un costo unitario di prodotto più oggettivo rispetto agli approcci tradizionali;
Sviluppare logiche di analisi dei costi più significative rispetto al mutato contesto competitivo,
caratterizzato da tecnologie più moderne;
Consentire un miglior controllo dei costi indiretti (overhead costs);
Fornire al management un supporto per la gestione strategica dei costi.
L’orizzonte temporale sul quale si registra l’impatto delle decisioni di prodotto è il lungo periodo. Nel lungo
periodo, infatti tutti i costi sono variabili dato che tutte le risorse possono essere acquisite o cedute.
L’ABC rispetto ai metodi tradizionali consente di ridurre il rischio di informazioni fuorvianti e di focalizzare
le decisioni sul breve termine ma anche sul lungo-termine. Inoltre l’ABC permette di gestire tutti i costi
aziendali, anche i costi indiretti e generali.
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luogo a un eccesso di capacità, ma se la produzione aumenta, si cerca di utilizzare al meglio quell’eccesso di
capacità, ad esempio lavorando di più o più a lungo. (ESEMPIO LIBRO).
Il sovvenzionamento incrociato rappresenta una delle principali distorsioni dei metodi tradizionali di cost
accounting: le produzioni meno complesse tendono a sovra-assorbire i costi indiretti di produzione, rispetto
alle produzioni più complesse che quindi sono sovvenzionate dalle produzioni meno complesse.
Alcuni step fondamentali del sistema ABC sono:
1) Preparazione di un inventario di tutte le attività;
2) Determinazione del costo delle specifiche attività, o activity cost pool (contenitore dove sono accumulati
i costi relativi ad una singola attività ???);
3) Attribuzione degli activity driver per ogni attività (determinante di costo o activity cost driver. I costi delle
attività delle risorse sono attribuiti agli oggetti in base ad essi ???).
4) Selezione finale degli activity cost pool e activity driver: dall’operazione precedente risulta un largo
numero di attività e activity driver associati che è necessario razionalizzare per l’operatività del sistema. La
scelta deve tener conto del fatto che:
Il costo dell’attività deve essere sufficientemente significativo da giustificare un separato
trattamento;
Deve essere garantita l’omogeneità dei cost pool
Se c’è differenza nel consumo di attività da parte di diverse linee di prodotto l’aggregazione dei cost
pool relativi potrebbe risultare inaccurata.
Dove più di un driver continua a essere pertinente per l’informazione che si vuole ottenere, il cost pool può
essere suddiviso. Determinare quindi la quota di costo indiretto (cioè l’activity rate) di ciascuna attività da
imputare a ciascun prodotto, moltiplicando i costi per unità di driver per il numero di driver assorbito da
ciascun prodotto (ciò significa applicare i coefficienti di activity driver ai prodotti). (ESEMPIO LIBRO)
Cooper (1991), alla domanda “quanti e quali activity driver?”, suggerisce alcuni elementi di decisione.
I fattori che incidono sono:
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1) Diversificazione del prodotto;
2) Costo relativo di ogni unità: è una misura di quanto ogni attività pesa sul costo totale di prodotto;
3) Diversità di volume.
Una volta determinato il numero minimo di activity driver, tre fattori incidono sulla selezione di quelli più
appropriati, sempre secondo Cooper (1991):
a) Costo di rilevazione: è necessario usare driver che sia relativamente facile ottenere e che non
comportino grosse rielaborazioni
b) Grado di correlazione fra driver e consumo di una determinata attività da parte del prodotto: il rischio è
quello di errare cioè distorcere il calcolo dei costi di prodotto usando driver che non sono in grado di
catturare esattamente il reale consumo
c) Effetti comportamentali: la selezione degli activity driver influenza il comportamento individuale e
organizzativo se i driver vengono usati come base per la misurazione delle performance degli individui.
Il costo degli errori si sostanzia nelle più diverse forme di “cattive o scadenti decisioni” (relative al mix
produttivo, all’introduzione di nuovi prodotti, ecc.), ma i fattori più influenti sul costo degli errori sono il
grado e la natura della competizione.
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Il primo passo per l’implementazione di un sistema a costi standard è la definizione degli standard per le
due principali voci di costo di produzione: i materiali diretti e la manodopera diretta.
Le aziende possono seguire due metodi principali: il metodo dello standard teorico e quello dello standard
normale.
a) Gli standard teorici rappresentano i livelli di efficienza che la produzione potrebbe conseguire in
situazioni di perfezione ovvero in assenza di inefficienze, quali per esempio, i fermi macchina, le
manutenzioni, ecc. Il livello di standard così definito è di fatto non raggiungibile da parte dell’azienda. Per
tale ragione è scarsamente utilizzato nella pratica.
b) Gli standard normali rappresentano al contrario i livelli di efficienza che la produzione potrebbe
conseguire in situazione di ragionevole operatività.
Una volta definito il metodo di definizione degli standard è possibile procedere con la costruzione del
sistema. Le fasi da seguire sono:
1. Definire gli standard per ciascun elemento di costo (materiali, MOD, costi indiretti);
2. Rilevare i costi effettivamente sostenuti nel periodo;
3. Determinare il costo standard per il volume di produzione effettuato nel periodo di analisi;
4. Calcolare gli scostamenti confrontando i costi standard con i costi effettivi;
5. Rilevare i costi di produzione e gli scostamenti.
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Il sistema richiede di conoscere due valori: la quantità standard di lavoro necessaria per svolgere un
determinato lavoro e il costo orario standard. Il ciclo di lavorazione rappresenta la descrizione delle fasi di
lavoro necessarie per la realizzazione di un prodotto e la loro durata in termini di ore di lavorazione
macchina e ore di lavoro del personale. Il dato di costo orario della MOD dovrà essere determinato
partendo dal costo annuo del personale proveniente dall’ufficio stipendi. Il costo annuo dovrà essere diviso
per il numero di ore standard di lavoro. In tal senso, dovranno essere presi in considerazione i giorni di ferie
dovuti da contratto, i giorni di permessi, i giorni di malattia, i giorni di assenza al fine di giungere al numero
di giorni e ore di lavoro che sono disponibili per l’azienda.
Al pari del costo dei materiali diretti, la fase successiva riguarda la rilevazione dei tempi di lavoro e del costo
orario della MOD effettivamente sostenuta. Questo permette di procedere all’analisi di eventuali
scostamenti rispetto allo standard. Lo scostamento complessivo del costo della MOD è scomponibile nei
due suoi elementi costitutivi: il costo orario del lavoro e il livello di impiego delle ore di lavoro. Lo
scostamento è quindi separabile come l’effetto congiunto di uno scostamento di costo orario del lavoro e di
uno scostamento di impiego o di consumo ore di MOD:
Scostamento di impiego H MOD= (Quantità H Std – Quantità H Eff) ∙ Costo H Std
Scostamento di costo = (Costo H Std – Costo H Eff) ∙ Quantità H Eff
2. Rilevare i costi effettivamente sostenuti generali di produzione: questo potrà avvenire annualmente, al
termine dell’esercizio, ovvero più volte nel corso dell’anno.
Lo scostamento può dipendere da:
una differenza tra le quantità di produzione previste a budget e la quantità di produzione effettiva
(scostamento di volume);
una differenza tra il livello di costi fissi e variabili generali di produzione che si sarebbero dovuti
sostenere ai volumi di produzione effettivi e costi effettivamente sostenuti (scostamento di spesa)
3. Rilevare lo scostamento tra il costo effettivo e i costi standard allocati alla produzione effettuata
CAPITOLO 7- IL PRICING
1. IL CONCETTO DI PRICING
La determinazione del prezzo di vendita riveste un ruolo fondamentale nell’economia delle aziende.
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Il prezzo di un bene o servizio è la sintesi monetaria del valore punto di incontro tra il valore d’acquisto del
cliente e il valore che l’azienda venditrice ritiene congruo quale corrispettivo della cessione.
Il processo di determinazione del prezzo del prodotto implica di orientare il giudizio in considerazione di
due profili di convenienza:
Interno: connesso alla convenienza di stabilire il prezzo del prodotto finalizzato a specifici obiettivi di
redditività.
Esterno: le variabili di questo secondo tipo possono essere riferite al posizionamento competitivo
adottato e la natura del mercato di riferimento.
Per pricing possiamo intendere quel processo decisionale volto a individuare il prezzo ottimale. Per
prezzo ottimale si intende quel prezzo in grado di massimizzare la redditività aziendale di breve e di lungo
periodo.
Esistono inoltre tre determinanti del prezzo di vendita:
1. Il posizionamento competitivo e gli obiettivi commerciali dell’azienda: il posizionamento competitivo
dell’azienda riguarda la strategia di prodotto perseguita, che può essere classificata in due grandi
categorie: strategia di differenziazione e strategia di leader di costo. Un’ azienda persegue una strategia
di differenziazione di prodotto, nel momento in cui centra il proprio vantaggio competitivo sul livello di
innovazione, sulla qualità, sulla tecnologia, sul design dei prodotti/servizi cioè un prodotto che è in
grado di poter conseguire dal mercato un mark-up di prezzo superiore agli altri prodotti concorrenti. Al
contrario, una strategia di best buy (o leader di costo) focalizza il suo vantaggio competitivo sulla sua
capacità di offrire il prezzo più basso sul mercato e di produrre al costo di produzione più basso. ES: voli
aerei Ryanair. In entrambi i casi, l’obiettivo dell’azienda è quello di massimizzare il risultato economico.
2. Il comportamento dei clienti target: Ogni azienda dovrebbe cercare di conoscere quel è l’elasticità
della domanda rispetto al prezzo di vendita, che riguarda la disponibilità a pagare del cliente.
L’elasticità della domanda permette di poter stimare anticipatamente quella che potrebbe essere la
variazione, in aumento o in diminuzione, dei volumi di vendita in corrispondenza di una variazione di
prezzo. A volte, una riduzione del prezzo di vendita potrebbe essere percepito dal cliente
negativamente, riducendo la domanda (si pensi a una Ferrari economica).
3. Il costo di produzione, di vendita, di distribuzione: Il costo di produzione rimane una variabile
fondamentale per valutare l’impatto sulla redditività aziendale di un aumento o di una riduzione del
prezzo, cosi come per individuare il prezzo minimo a cui poter accettare un ordine di un cliente.
L’obiettivo finale permette all’azienda di individuare il prezzo ottimale in grado di massimizzare il beneficio
economico di breve e lungo periodo.
In relazione alle caratteristiche dell’azienda, del suo prodotto e del mercato nel quale opera, esistono varie
modalità di determinazione del prodotto:
Metodo basato sul costo di produzione.
Metodo basato sulla concorrenza.
Metodo basato sulla domanda.
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Margine percentuale sul prezzo al consumo (Mark-down): applicato diffusamente negli acquisti delle
aziende commerciali.
Prezzo Di Vendita = Costo di acquisto + (Prezzo di vendita ∙ Mark-down %)
Margine di ricarico: calcolato in percentuale sul costo di produzione/acquisto del distributore (Mark-
up) e applicato diffusamente nella determinazione del prezzo di vendita da parte delle aziende di
produzione.
Prezzo Di Vendita = Costo di produzione + (Costo di produzione ∙ Mark-up%)
Quindi
Prezzo Di Vendita = Costo di produzione ∙ (1+Mark-up%) (ESEMPIO LIBRO)
In entrambi i casi il metodo seguito è quello del cost-plus, ovvero il prezzo di vendita è pari al costo di
produzione incrementato di un margine di profitto obiettivo.
I due concetti di prezzo sono rappresentati da:
o Prezzo normale di vendita: è determinato utilizzando come costo di produzione il costo pieno
incrementato del margine di profitto obiettivo. Il prezzo che se ne determina è quindi in grado di
coprire tutti i costi aziendali e di generare un profitto;
o Prezzo di contribuzione: è determinato utilizzando come costo di produzione i soli costi diretti di
produzione incrementato del margine obiettivo. Il margine obiettivo, in questo caso, si configura come
un margine di contribuzione applicato.
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Metodo per detrazione: l’obiettivo di costo risulta dalla differenza tra prezzo di vendita e profitto
desiderato. Poiché il prezzo viene determinato sulla base delle condizioni competitive generali, emerge
un target cost orientato al mercato, deriva quindi:
Target Cost= prezzo obiettivo – reddito operativo obiettivo
Metodo per aggiunta: il costo obiettivo viene determinato attraverso l’analisi delle tecnologie e della
capacità produttiva attuali. Ne risulta un target cost che ignora la situazione di mercato tanto da non
presentare sostanziali differenze con il costo standard.
Questo metodo presenta tre varianti: nella prima il target cost viene determinato revisionando i
costi attuali di prodotti similari. In una seconda variante il target cost è basato sui costi di prodotti
similari correlati con caratteristiche fisiche del prodotto oggetto di cambiamento. Nella terza
variante il target cost è pari al 50% del costo del prodotto da sostituire o al 70%, qualora il prodotto
sia poco innovativo.
Metodo per integrazione: si basa su un processo di negoziazione dei risultati emersi con l’applicazione
degli altri due metodi.
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Differenziazione di secondo grado: il produttore lavora intorno a una gamma di prezzo e/o di prodotto
cercando di individuare i driver di acquisto che accomunano gruppi più o meno ampi di clienti. Saranno
poi i clienti a scegliere l’offerta più conveniente.
Differenziazione di terzo grado: la differenziazione e segmentazione della clientela viene effettuata
direttamente dall’azienda produttrice in relazione a caratteristiche specifiche e oggettive che il cliente
deve rispettare.
Oltre a queste categorie di differenzazione di prezzo, è possibile considerare ulteriori strategie in relazione
a sei dimensioni di analisi, in particolare (Simon e Zatta, 2006):
CLIENTE: il cliente può essere definito in relazione: alle caratteristiche anagrafiche, in particolare l’età e
il sesso, caratteristiche economiche, offrendo, ad esempio, prezzi e servizi differenziati in relazione alle
dimensioni aziendali, caratteristiche comportamentali (abitudini di consumo).
TEMPO: la domanda tende a concentrarsi in alcuni orari della giornata, giorni della settimana o mesi
dell’anno o stagione di consumo (alta e bassa stagione).
GEOGRAFIA: un medesimo capo di abbigliamento acquistato in una catena (ES: Zara o H&M) a Roma o
a Parigi potrebbe essere venduto a prezzi sostanzialmente diversi. Le ragioni economiche per questa
politica di prezzo possono essere diverse. In alcuni casi incidono sul prezzo ulteriori costi legati allo
specifico contesto geografico nel quale il bene/servizio è ceduto. In quei luoghi nei quali il livello di
consumo è basso e maggiori sono i costi di logistica/distribuzione il prezzo tenderà a essere
sostanzialmente più elevato.
VOLUMI DI VENDITA: è la politica di prezzo più comunemente diffusa nelle aziende per la semplicità di
applicazione e alla sua efficacia con il cliente (promozioni e sconti). All’interno di questa dimensione è
riconducibile la strategia di pricing che prende il nome di bundling che rappresenta un pacchetto di
prodotti diversi offerti al cliente in un unico acquisto. Permette alle aziende di ridurre i costi di
produzione, di logistica, di fatturazione simultanea dei prodotti e di comunicazione del prezzo di
vendita.
CARATTERISTICHE PRODOTTO: legata alle diverse specifiche e configurazioni che un medesimo
prodotto può assumere. Le differenze possono essere legate al packaging o alle performance tecniche
del bene o servizio.
In tal modo, un’azienda è in grado di cogliere le diverse esigenze e modalità di consumo da parte dei
clienti (quindi la diversa willingness to pay) e di differenziarne il prezzo.
CANALE DI DISTRIBUZIONE: esso può essere corto, attraverso la vendita diretta al consumatore finale
del bene/servizio oppure lungo, attraverso uno o più passaggi prima che il bene giunga al consumatore.
Esiste anche il canale di vendita on-line tramite computer.
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La rilevanza degli elementi di costo e/o di ricavo varia a seconda della tipologia di decisione e delle
alternative in esame. Per distinguere fra costi e/o ricavi differenziali e non occorre valutare:
Accadimenti che si manifesteranno in futuro;
Specifiche delle alternative in esame;
Elementi che variano nelle diverse alternative decisionali;
Elementi che sono incrementali o eliminabili, se riferiti a una data alternativa.
Secondo Simon (1972) il processo decisionale avviene in condizioni di incertezza, tuttavia, per poter
prendere delle decisioni, occorre supporre:
La disponibilità di informazioni a un costo sostenibile;
l’individuazione di un paniere completo di alternative d’azione;
La possibilità di ipotizzare tutti gli stati di natura e la loro probabilità di manifestarsi;
la disponibilità di algoritmi di calcolo dei risultati attesi per ogni alternativa.
Il processo logico con il quale si procede all’analisi e alla decisione tra le alternative in oggetto può essere
così sintetizzato:
I. Definizione del problema;
II. Identificazione delle alternative;
III. Descrizione delle alternative;
IV. Individuazione, per ogni alternativa, delle conseguenze in termini quantitativi;
V. Individuazione, per ogni alternativa, delle conseguenze non in termini quantitativi;
VI. Identificazione e valutazione delle conseguenze “rilevanti” o differenziali;
VII. Scelta
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Il costo delle rimanenze di prodotti obsoleti può essere determinato valutando il costo di produzione
iniziale e con l’eventualità di una svalutazione delle rimanenze.
Il valore contabile dei vecchi impianti e attrezzature è dato dal costo storico (valore inizialmente pagato
per l’acquisto dell’impianto o dell’attrezzatura) meno la somma degli ammortamenti cumulati fino a
quell’anno. Gli ammortamenti si possono calcolare dividendo il costo storico per il numero di anni di vita
utile.
Costituiscono voci irrilevanti:
Il valore contabile del macchinario vecchio e di quello nuovo, in quanto si tratta di costi storici e la
differenza tra i due è solo di tempo;
L’ammortamento del vecchio macchinario;
L’utile o la perdita da alienazione;
Costituiscono voci rilevanti:
Il valore di rivendita del vecchio macchinario: rappresenta un flusso monetario futuro;
Il valore di acquisto del nuovo macchinario: rappresenta un flusso monetario in uscita;
L’ammortamento che il nuovo macchinario potrà generare;
I costi operativi generati per i prossimi anni dal macchinario vecchio o da quello sostitutivo.
L’analisi si incentra sul calcolo del margine di contribuzione differenziale, calcolato tenendo conto dei
ricavi e dei costi rilevanti per la scelta fra alternative in oggetto.
La rilevanza deve soddisfare due criteri:
Riguarda un costo o un ricavo futuro previsto;
Presenta almeno un elemento di differenza tra i corsi di azione alternativi.
Alcune decisioni riguardano:
La determinazione di una misura di redditività dei prodotti;
La determinazione dei prezzi (pricing);
Il calcolo del prezzo di vendita;
L’introduzione o meno di un nuovo prodotto mediante utilizzo del target costing.
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Come in ogni scelta tra alternative, nel make or buy devono essere messe in campo sia considerazioni di
tipo economico-finanziario (analisi differenziale), sia di tipo qualitativo (valutazione della valenza strategica
del componente).
L’analisi differenziale può essere effettuata se non vi sono usi alternativi della linea produttiva riguardante
la componente sul quale si sta decidendo.
Se sono possibili usi alternativi della capacità produttiva liberata, occorre considerare anche il costo
opportunità dell’impiego alternativo della capacità produttiva liberata. Tale costo opportunità va calcolato
come reddito incrementale (margine di contribuzione incrementale meno costi fissi incrementali) generato
dal componente/prodotto/servizio.
Si può in ogni caso contemplare una tipica break-even analysis, dove il calcolo del margine di contribuzione
differenziale tiene conto dei componenti rilevanti:
Costi variabili specificatamente riferibili alle varie alternative;
Costi fissi, quando gli stessi debbano essere sostenuti;
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E’ possibile riconoscere dei vincoli anche dal lato dei ricavi, qualora l’azienda debba affrontare un limite al
numero massimo di prodotti.
In un processo produttivo, la fase con produttività inferiore rallenta di fatto tutte le fasi successive,
costituendo quello che viene definito “collo di bottiglia”. Il vincolo è rappresentato dal limite che questa
fase impone ai volumi di produzione realizzabili nelle altre fasi e quindi dall’azienda nel suo complesso.
Dove non sia possibile una gestione del vincolo, l’azienda deve utilizzare al meglio le risorse vincolate
(scarse) di cui dispone.
In presenza di vincoli, le possibili decisioni che permettono di gestirli sono: il ricorso al lavoro
straordinario, investimenti in macchinari e impianti per aumentare la capacità produttiva disponibile ecc.
La valutazione di convenienza economica, in questi casi, si basa sulla massimizzazione del margine di
contribuzione per unità di fattore scarso. In quest’analisi differenziale, i costi fissi non sono rilevanti in
quanto il loro ammontare non varia al variare del mix di produzione e vendita. Gli elementi decisionali
rilevanti sono quelli che determinano il mix di produzione che massimizza il reddito operativo.
Nel caso in cui non si abbiano semplicemente due prodotti ma un mix di vendita di più prodotti da
identificare in base al vincolo, il calcolo del margine di contribuzione unitario su unità di risorsa scarsa serve
per effettuare un ordinamento (scala a priorità) dei prodotti. Si darà la priorità al prodotto che presenta il
margine su risorsa scarsa più alto e via via si considereranno i prodotti con margine inferiore.
Nel caso in cui si verifichino più vincoli si procede calcolando il margine di contribuzione unitario su unità di
risorsa scarsa (interna) per ordinare i prodotti in modo decrescente. Partendo dal prodotto con maggiore
margine di contribuzione unitario su unità di risorsa scarsa (interna), lo si confronta con il suo eventuale
vincolo esterno e si decurtano le unità producibili, al numero di unità contingentate dal mercato per il
prodotto in oggetto.
La teoria dei vincoli (Theory of Constraints) si preoccupa di identificare e rimuovere i vincoli che
impediscono al sistema aziendale di raggiungere i suoi obiettivi globali di breve termine (Burch, 1997).
Il miglioramento per l’azienda, avviene intervenendo sui “colli di bottiglia” a partire da quello più limitante
fino al “collo di bottiglia” successivo e così via.
Le misure di prestazione della Theory of Constraints sono: il throughput (margine di contribuzione
ottenuto sottraendo ai ricavi i soli costi variabili dei materiali diretti), l’investimento in attività operative
(rimanenze e immobilizzazioni tecniche per la parte di competenza) e i costi operativi di periodo (che,
secondo questo approccio, sono costituiti dalla manodopera, dalla manutenzione ordinaria e dalle altre
attività operative).
L’obiettivo del management è dunque quello di aumentare il throughput riducendo possibilmente
l’investimento in attività operative e i costi operativi di periodo. Ciò permetterebbe di verificare un
aumento del ROI, del reddito operativo e dei flussi di cassa.
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Le produzioni congiunte spesso pongono il problema di valutare se vendere al punto di separazione (split-
off) i prodotti realizzati nella produzione congiunta oppure procedere a ulteriori lavorazioni. Il punto di
split-off rappresenta il momento della produzione in cui i prodotti congiunti diventano identificabili
singolarmente e dopo il punto di split-off i costi sono separabili perché non fanno più parte del processo
produttivo congiunto e il sistema amministrativo-contabile può identificarli attribuendoli in modo esclusivo
ai singoli prodotti. Prima del punto di split-off, invece, i costi di produzione non sono separabili. Esempi di
prodotti congiunti: sono i prodotti chimici, i derivanti del petrolio, la farina e il legname.
Laddove la variazione di ricavo risulti superiore al costo incrementale della lavorazione e in assenza di
ulteriori elementi decisionali, risulta conveniente la lavorazione sul semilavorato per ottenere il prodotto
finito. Ulteriori elementi decisionali riguardano la generazione di possibili colli di bottiglia. In questo caso,
occorrerà valutare il margine di contribuzione complessivo, generato dai volumi di produzione e vendita del
prodotto finito. Per i prodotti congiunti occorre individuare gli elementi di analisi differenziale rilevanti. La
presenza di costi congiunti per raggiungere il punto di split-off non è rilevante per la scelta. I costi e i ricavi
separabili dopo il punto di split-off sono invece gli unici elementi validi di analisi differenziale.
In caso di decisioni in condizioni di incertezza si procede costruendo la matrice dei pay-off cioè del margine
incrementale di ciascuna combinazione azione-evento, dove l’azione è l’alternativa decisionale e l’evento è
l’alternativa/l’insieme di alternative in termini di volumi di vendita ipotizzabili.
Nella scelta decisionale finale, il criterio può essere prescelto fra i seguenti:
Maxmin, se si preferisce l’alternativa con il profitto più alto fra quelli peggiori;
Maximax, se si preferisce l’alternativa con il profitto più alto fra quelli migliori;
Sacrificio Minimax, se si preferisce l’alternativa che minimizza il costo opportunità o il sacrificio.
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5. CONSIDERAZIONI COMMERCIALI E CONFIGURAZIONI DI COSTO
La possibile presenza di ricavi differenziali o la necessità di fissare un prezzo di vendita in una scelta fra
alternative porta a diverse considerazioni di tipo commerciale. La fissazione del prezzo di vendita in una
scelta fra alternative deve considerare:
a) La relazione tra curva di domanda e di offerta per il/i prodotto/i in esame e la loro elasticità rispetto alle
variazioni di prezzo;
b) La configurazione di costi del prodotto sottostante (ad esempio in decisioni relative al “se interrompere
o meno la produzione” e a che livello).
Per quanto riguarda la configurazione di costi del prodotto sottostante alla scelta fra alternative si ricorda
che il prezzo di vendita di un prodotto non può essere generalmente fissato inferiore al costo, a meno che
non si perseguano politiche di contribution price (prezzo inferiore al costo pieno ma superiore ai costi
variabili di produzione, per assicurarsi un ordine importante) oppure di dumping (vendita di quantità
eccedenti sottocosto in maniera sistematica in un dato mercato per eliminare la concorrenza o penetrarlo
in modo efficace) oppure per altre considerazioni qualitative o strategiche.
Le differenze fra costo pieno e costo differenziale per le decisioni di breve termine sono più numerose e
riguardano la natura del costo, la fonte dei dati e il periodo di riferimento.
Le differenze fra costo variabile e costo differenziale per le decisioni di breve termine possono essere
meno numerose, laddove il costo variabile sia rilevante per la decisione. Particolare attenzione va posta sui
costi a gradino, approssimati come costi variabili standard e sugli eventuali e ulteriori costi fissi rilevanti per
l’analisi differenziale.
Rispetto all’approccio di calcolo dei costi di prodotto, le tecniche di definizione del prezzo possono essere
del tipo cost-plus o target costing, con risultati differenti a seconda sia dell’approccio di calcolo dei costi,
sia della tecnica di fissazione del prezzo adottata.
Per comprendere la reale dimensione della performance raggiunta è necessario confrontare il risultato
raggiunto con le diverse decisioni prese nelle diverse fasi del processo di pianificazione.
Le 4 fasi del processo di pianificazione sono:
Fase di pianificazione strategica: lo scopo di questa fase è la definizione degli obiettivi di lungo periodo
e le strategie per il loro perseguimento al fine di:
Comprendere l’evoluzione degli scenari ambientali;
Fissare gli obiettivi di sviluppo;
Rendere l’impresa proattiva rispetto all’ambiente esterno.
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Le informazioni elaborate in questa fase trovano evidenza nella redazione del Piano Strategico del
Business (PSB).
Le informazioni contenute nel PSB possono riguardare:
La definizione dell’ambiente esterno attuale e futuro (mercato, clienti, fornitori..);
La definizione dell’ambiente interno;
La definizione dei FCS;
La definizione degli obiettivi;
La definizione delle strategie;
Il controllo di fattibilità degli obiettivi;
Durante e dopo lo svolgimento della gestione vengono rilevati i risultati effettivamente conseguiti e
confrontati, attraverso l’analisi degli scostamenti, con gli obiettivi prefissati a budget al fine di
verificare il grado di realizzazione dei piani previsionali. In caso di anomalie, esse possono essere
presenti a livello gestionale, qualora i risultati ottenuti si differenziano dagli obiettivi in termini di
efficienza; oppure a livello strategico qualora gli scostamenti siano imputabili a errori nella costruzione
di business. Nel caso di anomali a livello gestionale è possibile intervenire sul piano annuale, mentre
nella seconda ipotesi le azioni correttive intervengono direttamente a modificare la strategia iniziale.
2. IL CONCETTO DI STRATEGIA
Una strategia descrive la direzione generale verso la quale un’organizzazione tende muoversi per conseguire
i propri obiettivi. Le strategie possono essere anche definite come insiemi di decisioni coerenti per
conseguire gli obiettivi di fondo dell’impresa derivanti dalla mission (filosofia di fondo di un’impresa, la sua
“ragione d’esistere”) e dalla vision aziendali (l’esplicitazione della mission, gli ideali che orientano le azioni
dei soggetti aziendali). Si tratta di valori che agiscono da collante tra la missione, le strategie e le singole
azioni.
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Per tale ragione anche per la vision così come per la mission, è importante che sia presente un alto livello di
condivisione tra soggetti aziendali.
Gli obiettivi ai quali la strategia dovrebbe tendere possono essere molteplici. Tra i più rilevanti vi è la
possibilità di determinare, per l’impresa, un funzionamento strutturale in relazione ai molteplici mercati nei
quali opera. Per raggiungere tale obiettivo è necessario che la strategia adottata ponga l’azienda in una
posizione di equilibrio tale da determinare le condizioni per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’impresa
stessa e tale equilibrio deve essere capace di modificarsi e di ridefinirsi al mutare dell’ambiente esterno.
Un aspetto cruciale della strategia è la relazione con l’ambiente esterno: la strategia si focalizza
sull’individuazione di un fit tra l’ambiente in cui opera l’impresa e le risorse di cui la stessa dispone per
perseguire un vantaggio competitivo stabile.
Esistono 3 tipologie di strategia:
1) LE STRATEGIE DI CORPORATE: sono di competenza del vertice aziendale e riguardano gli obiettivi da
perseguire, le decisioni da assumere, gli strumenti da impiegare e i comportamenti da adottare in relazione
alla missione aziendale e quindi a livello di azienda.
Le principali azioni di competenza della strategia a livello corporate sono:
Scelta del settore (o settori) in cui operare (o rimanere);
Definizione della mission aziendale;
Ricerca delle interdipendenze tra i business della struttura strategica;
Scelta della strategia da adottare e quindi:
Strategia di integrazione verticale o orizzontale;
Strategia di diversificazione.
(TABELLA DA SPIEGARE PAG 246)
2) LE STRATEGIE DI BUSINESS: sono di competenza del direttore di divisione o dell’Area Strategica di Affari
(aree di risultato economico differenziato che concorrono al generale equilibrio aziendale) o di business.
Le strategie che possono essere individuate a livello business sono:
Strategia competitiva di leadership dei costi;
Strategia competitiva di differenziazione;
Strategia competitiva di focalizzazione.
3) LE STRATEGIE DI FUNZIONE: sono di competenza del direttore di funzione, fanno riferimento alle singole
funzioni aziendali e il loro scopo è quello di fare calare dall’alto verso il basso le strategie di corporate
definite dal vertice aziendale.
Si occupano di supportare la gestione delle operazioni delle diverse funzioni all’interno delle ASA o SBU tra
cui il:
o Piano delle vendite;
o Piano del personale;
o Piano degli approvvigionamenti;
o Piano della produzione.
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Per pianificazione formale si intende quel processo organizzativo per mezzo del quale i manager
concorrono a razionalizzare il comportamento competitivo dell’impresa e dei suoi concorrenti, a delineare
linee di azioni future, a prendere decisioni e impegni coerenti con le strade prescelte e a formalizzare il tutto
in un documento di piano.
La pianificazione è quel processo con cui si formulano e si valutano le strategie aziendali in vista del
raggiungimento degli obiettivi di fondo della gestione e si redigono i piani operativi mediante i quali il
disegno strategico viene reso realizzabile.
Non tutte le imprese scelgono di introdurre il processo di pianificazione strategica al loro interno, ma ciò
non significa che queste imprese non impieghino linee strategiche di azione.
I VANTAGGI DELLA PIANIFICAZIONE STRATEGICA sono:
Coordina le ASA e le funzioni aziendali verso il perseguimento di obiettivi generali e condivisi;
Indirizza l’agire organizzativo attraverso l’individuazione di obiettivi intermedi e l’assegnazione di
risorse per il loro raggiungimento;
Favorisce lo sviluppo di capacità manageriali;
Responsabilizza i diversi livelli di management verso il raggiungimento di obiettivi di lungo periodo;
È funzionale al miglioramento del “clima” e della “cultura” aziendale.
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b) Sull’azienda stessa per valutarne i punti di forza e di debolezza (L’analisi SWOT: Strenghts, Weaknesses,
Opportunities, Threats consiste nell’analisi di supporto alle scelte e risponde a un’esigenza di
razionalizzazione dei processi decisionali. I punti di forza e di debolezza sono propri della realtà aziendale e
sono modificabili grazie alle scelte di indirizzo politico adottate dall’alta direzione. Le opportunità e le
minacce invece, derivano dal contesto esterno e non possono essere modificate dall’agire aziendale).
L’analisi dell’ambiente esterno e del settore specifico in cui opera l’impresa implica una valutazione in
termini non solo economici ma anche culturali, sociali, politici, tecnologici con lo scopo preciso di
individuare le prospettive di reddito e di sviluppo esistenti. Alcuni dei fattori oggetto dell’analisi
saranno: l’andamento della domanda, la concorrenza, il posizionamento dell’azienda rispetto ai
concorrenti, l’impatto di nuove tecnologie sul business e sui consumatori, l’individuazione del mercato
di riferimento.
L’analisi dell’azienda consiste invece nell’analisi delle proprie caratteristiche interne dei tratti distintivi
al fine di comprendere le potenzialità presenti e future.
4. REDAZIONE DEL PIANO STRATEGICO: esso sfocia nello sviluppo dei documenti di budget. La
pianificazione operativa rappresenta il trait d’union tra la pianificazione strategica e il controllo e si
configura nella formulazione di:
Programmi strategici;
Politiche di gestione corrente;
Piani operativi, creando un documento amministrativo che sintetizzi in termini economico, finanziari e
patrimoniali i programmi strategici e di gestione corrente.
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Mentre i sistemi di controllo diagnostico vincolano l’innovazione e la ricerca di opportunità per
garantire il raggiungimento degli obiettivi prevedibili e necessari alla strategia ideata, i sistemi di
controllo interattivi possono essere definiti come sistemi informativi formali che la dirigenza usa per
coinvolgere personalmente se stessi nelle attività decisionali.
Gli strumenti interattivi di controllo rappresentano il controllo basato sul feedforward.
Gli aspetti da considerare nell’impiego di un sistema di controllo interattivo sono:
Affinché l’interazione tra i soggetti coinvolti diano i risultati attesi è necessario che l’informazione in
esso contenuta sia di agevole interpretazione;
Poiché le incertezze strategiche del business rappresentano la base delle strategie concorrenti è di
cruciale importanza che tali sistemi di controllo siano capaci di fornirne tutte le informazioni utili;
La loro applicazione richiede attenzione e un impiego da parte del management ai vari livelli
dell’organizzazione;
Il loro utilizzo è principalmente volto all’adozione delle strategie emergenti.
Nelle aziende del primo tipo, il budget può assumere le seguenti funzioni:
Strumento di programmazione: il budget permette di effettuare previsioni sull’impatto che futuri
scenari produttivi potranno avere sui risultati economico-finanziari dell’azienda.
Strumento di responsabilizzazione/motivazione: la formalizzazione di chiari e misurabili obiettivi
economico-finanziari comporta la possibilità di attivare una forte responsabilizzazione e motivazione
all’interno della struttura organizzativa.
Strumento di valutazione/incentivazione: gli obiettivi di budget diventano gli oggetti sui quali
focalizzare la misurazione e la valutazione della performance.
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Strumento di coordinamento: nell’individuare gli obiettivi, il budget considera le relazioni esistenti tra
le diverse funzioni aziendali e il sistema di vincoli produttivi organizzativi presenti. In tal senso, il
processo di budget dovrà assicurare che gli obiettivi attribuiti a ciascuna funzione aziendale non siano
tra loro in conflitto.
Strumento di comunicazione/informazione: Il budget, una volta completato e redatto, può assumere
una efficace funzione di comunicazione e informazione per tutta la struttura organizzativa.
Strumento di apprendimento/formazione: il processo che conduce alla redazione del budget permette
di comprendere i meccanismi di funzionamento della stessa azienda.
Nelle aziende di secondo tipo, il budget assume un ruolo sostanzialmente ridotto e diventa uno strumento
di attuazione della gestione programmata e di simulazione dei risultati economico-finanziari.
2. IL SISTEMA DI BUDGET
Il sistema si budget è composto dall’insieme coordinato di diversi documenti di budget il cui fine è quello di
creare il cosiddetto master budget, ovvero la presentazione preventiva del risultato economico e del
capitale di funzionamento.
Il master budget deriva dall’insieme di tre tipologie di budget, nel dettaglio:
Budget operativi: sono rappresentati dalla quantificazione dei programmi d’azione legati alla gestione
(vendita prodotti, acquisto fattori produttivi, produzione). I principali budget operativi sono:
Budget commerciale, composto a sua volta dal budget dei costi commerciali;
Budget dei costi di produzione (Budget delle rimanenze di magazzino, Budget della
manodopera, Budget degli acquisti di materiali e materie prime);
Budget dei costi amministrativi e generali;
Budget degli investimenti: questo documento definisce l’impegno finanziario necessario per far fronte
a nuovi impieghi di capitale per l’acquisizione di beni materiali e immateriali.
Budget finanziari: gli obiettivi operativi e di investimento incidono direttamente sugli equilibri finanziari
e monetari aziendali.
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2.2 IL BUDGET COMMERCIALE
Il BUDGET DELL’AREA COMMERCIALE è composto da due budget separati:
Il budget delle vendite;
Il budget dei costi commerciali.
I due documenti sono il risultato di un più ampio processo di definizione del piano di marketing aziendale.
Nel piano di marketing si presentano le modalità tramite cui la direzione intende tradurre le strategie
competitive in un concreto piano delle vendite.
Occorre affrontare le seguenti fasi:
1. Esplicitare gli obiettivi di marketing;
2. Verificare la coerenza delle strategie commerciali correnti con la politica di marketing;
3. Definire le leve di marketing-mix, ovvero:
Il prodotto (servizio);
Il prezzo;
Promozione/Pubblicità: si riferisce alla complessiva politica di comunicazione volta a influenzare le
attitudini di consumo. Il piano di marketing deve esplicitare come l’impresa intende muoversi in
termini di:
o Pubblicità diretta, ossia la comunicazione su temi legati alla conoscenza dell’azienda e dei
suoi prodotti, tramite i media quali radio, tv, o canali diretti quali posta, telefono o forme
ibride quale il web;
o Pubblicità indiretta, ossia la forma di comunicazione che si indirizza all’oggetto da
promuovere come riflesso di un evento esterno ES: sponsorizzazione di eventi;
o Promozione, quali sconti di lancio di prodotti o coupon di acquisto;
o Merchandising, nell’accezione di strumenti volti a valorizzare la visibilità dell’offerta e
l’esposizione dei prodotti in vendita.
Canali di distribuzione/vendita: rappresentano la modalità attraverso cui l’azienda riesce a far
giungere il proprio prodotto/servizio al cliente finale. La scelta del canale distributivo dovrà essere
affrontata considerando in maniera appropriata i seguenti aspetti:
o Costi/benefici, valutando cioè i benefici commerciali di una determinata scelta con i relativi
costi;
o Caratteristiche del prodotto, idoneità della soluzione distributiva rispetto alle
caratteristiche dei prodotti;
o Caratteristiche del mercato, situazione di contesto e verifica della disponibilità/accesso a un
canale;
o Strategie di marketing mix, coerenza della scelta rispetto alle altre leve di marketing.
Una volta definito il marketing mix, è possibile procedere all’analisi dei potenziali obiettivi di vendita, in
termini di volume, di fatturato e di margine lordo. Le fasi attraverso cui procedere sono:
Prevedere le tendenze economiche globali, andamento del PIL;
Prevedere le tendenze economiche che potranno influire sulla classe di prodotto o sulla categoria;
Esaminare l’andamento della domanda nella classe di prodotto e/o categoria;
Esaminare in che modo la strategia aziendale e il piano di marketing influirà sulla domanda di prodotto;
Definire gli obiettivi di volume di vendita, di fatturato e di margine, sulla base dei dati provenienti dalle
fasi precedenti.
La fase più critica risulta essere quest’ultima. La direzione aziendale può supportare l’analisi scegliendo tra
diverse tecniche disponibili:
1. Tecniche con base di indagine prevalente nel passato;
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2. Tecniche con base di indagine prevalente nel futuro.
Nella prima categoria, è possibile individuare metodi di stima che fanno riferimento all’andamento passato
di variabili interne o esterne, quali:
Dati aziendali (estrapolazione storica);
Dati di settore (trend settoriale);
Fattori di mercato;
Ritorno di marketing.
Nella seconda categoria, si adottano processi di stima su dati previsionali come:
Indagini di mercato;
Stime e pareri di manager.
Il budget assegnato all’area dei costi commerciali discrezionali segue alcuni metodi:
% sule vendite;
Disponibilità di risorse;
Perseguimento degli obiettivi.
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Il budget dei costi di produzione richiede il programma di produzione cioè la quantità di prodotti/servizi
necessaria. Nel caso in cui sia richiesta dalla direzione aziendale la presenza di un quantitativo minimo di
prodotti in magazzino, le quantità di produzione potrebbero non coincidere con le quantità di vendita.
Alla base del rapporto tra il programma di vendita e il programma di produzione è presente la seguente
equazione:
Programma di produzione = Programma di vendita – Rim. Iniziali + Rim. finali
Le aziende di servizi non dispongono di un magazzino prodotti finiti. In tali casi, vi sarà sempre una perfetta
equivalenza tra le quantità di produzione e le quantità di vendita.
Il lead-time (chiamato anche tempo di attraversamento o tempo di risposta, è il tempo che intercorre tra
l’accettazione di un ordine e la consegna del bene al cliente) spesso è superiore a quanto commercialmente
richiesto. Al fine quindi di poter far fronte in tempi celeri alle richieste dei clienti, le aziende mantengono
una scorta minima di prodotto finito in magazzino.
La politica delle scorte potrà essere vincolata da: capienza fisica del magazzino, la quale potrà essere
limitata, e il rischio di obsolescenza dei prodotti finiti rimasti per lungo tempo in attesa della vendita.
La capacità produttiva potrebbe essere limitata e non in grado di far fronte alle esigenze di produzione.
Per la direzione si possono porre alcune possibili scelte alternative:
Aumentare la capacità produttiva attraverso investimenti;
Nel caso in cui il fabbisogno di capacità produttiva riguardi picchi di domanda, legati a eventi la cui
ripetibilità è incerta, è possibile ricorrere a sub-fornitura attraverso la richiesta di lavorazioni da
fornitori esterni;
Rivedere il programma di produzione e quindi il programma delle vendite.
Al fine di poter passare dal programma di produzione al budget di produzione è necessario che il sistema di
contabilità analitica disponga dei dati di consumo e costo standard per i diversi fattori produttivi, in
particolare:
Gli standard di consumo delle materie prime e il costo unitario standard di acquisto delle materie
prime;
Gli standard di consumo della manodopera diretta e il costo orario standard della manodopera diretta;
Gli standard di consumo di altri materiali, componenti e il loro costo unitario standard;
Il coefficiente di allocazione dei costi generali di produzione;
Gli standard di consumo dell’energia e di altre utenze, e il loro costo unitario standard.
Una volta noti i dati relativi agli standard di consumo (è la quantità di fattore produttivo richiesta per
ottenere una unità di bene o servizio) e di costo (è il prezzo di acquisto di una singola unità di fattore
produttivo) dei diversi fattori produttivi coinvolti, è possibile procedere alla quantificazione dei costi di
budget tramite l’applicazione di una semplice moltiplicazione:
Costo budget MOD = Std fisico unitario ∙ Costo orario Std MOD ∙ Volume di produz.
Costo budget materie prime = Std fisico unitario ∙ CU materie prime ∙ Volume di produz.
Costo budget energia (o altre utenze) = Std fisico unitario ∙ CU Std energia ∙ Volume di produz .
Costo budget materiali/componenti = Std fisico unitario ∙ CU Std materiali/componenti ∙ Volume di produz.
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Il fabbisogno è dato dalla moltiplicazione tra la quantità di produzione e lo standard di consumo unitario di
ore di manodopera.
Si avrà quindi:
fabbisogno di manodopera= (quantità di produzione)*(standard consumo unitario di ore di MOD)
Da cui discenderà il budget della MOD, dato dalla moltiplicazione tra il fabbisogno di ore di manodopera e
il costo unitario ora MOD:
budget della MOD= fabbisogno di manodopera * costo unitario ora MOD
Se il fabbisogno è inferiore rispetto alla quantità di MOD disponibile, la direzione aziendale dovrà valutare
se l’eccesso di capacità produttiva è strutturale o temporanea. Nel primo caso dovrà valutare la possibilità
di ridurre il numero di operai e di ore di lavoro disponibili. Nel caso di un’eccedenza temporanea, la
direzione potrà decidere comunque il mantenimento degli attuali livelli occupazionali.
Nella seconda fase si prende in considerazione l’esistenza di una politica delle scorte. Nel caso in cui non vi
sia un magazzino materiali, il programma degli acquisti sarà pari al fabbisogno. Nel caso più diffuso in cui le
aziende mantengono una seppur minima quantità in magazzino, si avrà:
58
L’ultima fase prevede la valorizzazione dei quantitativi determinati nel programma degli acquisti con i costi
unitari di acquisto che si programma di sostenere sul mercato di approvvigionamento (rifornimento):
Budget flessibile dei costi generali di produz. = CFG + (Cvg ∙ Volumi di produzione Programmati)
Dove:
CFG= costi fissi generali di produzione;
Cvg= costi variabili unitari di produzione.
Costi generali di produzione allocati a budget al prodotto X = (CA) ∙ Volumi di produzione programmati
prodotto X
A consuntivo i costi generali di produzione effettivamente assorbiti da parte dei prodotti saranno:
Costi generali di produzione assorbiti a budget al prodotto X = (CA) ∙ Volumi di produzione effettivi
prodotto X
59
2.4 IL BUDGET DEI COSTI AMMINISTRATIVI E GENERALI
Al suo interno sono rappresentati i costi relativi alle funzioni legate alla direzione, amministrazione, finanza
e controllo, ricerca e sviluppo, gestione del personale.
Molti di questi costi sono configurabili come costi discrezionali, cioè che non hanno un legame diretto con i
livelli di produzione e la cui quantificazione è periodicamente fornita dal management.
Il budget dei costi amministrativi è costituito con una logica incrementale, che perviene alla determinazione
dei valori programmati utilizzando come base di partenza i livelli di costo storico delle diverse funzioni
aziendali coinvolte.
Le voci di costo possono riguardare:
Costi del personale;
Costi di funzionamento (ES: spese postali);
Costi discrezionali (ES: consulenze);
Costi finanziari (ES: interessi attivi, passivi e altri oneri).
I budget operativi possono contenere al loro interno programmi e progetti che richiedono risorse
economiche e finanziarie legate al BUDGET DEGLI INVESTIMENTI. In particolare:
Il budget dei costi commerciali potrebbe richiedere investimenti nel canale della distribuzione ES:
l’acquisto o realizzazione di nuovi punti di vendita.
Il budget delle vendite e delle rimanenze di prodotti finiti ha un’influenza diretta rispetto agli
investimenti di attivo circolante.
Il budget dei costi di produzione può comportare richieste legate sia all’ampliamento della capacità
produttiva, nel caso in cui si verifichino “colli di bottiglia”, sia al mantenimento della capacità
produttiva e dei livelli di qualità, nel caso in cui siano richieste manutenzioni straordinarie sugli
impianti;
Il budget delle rimanenze di materiali e semilavorati può avere implicazioni sia sull’attivo circolante
sia sull’attivo immobilizzo.
Il budget dei costi amministrativi e generali può comportare l’avvio di progetti di investimento
legati alle funzioni: amministrazione e finanza (consulenze pluriennali di riorganizzazione), ricerca e
sviluppo (investimenti in nuovi progetti di innovazione).
60
Dal punto di vista economico-finanziario, un investimento ha implicazioni sulla struttura e flusso dei costi
nel tempo; dal punto di vista strategico, gli investimenti incidono sulla capacità produttiva, sulle leve
competitive e modificano nel lungo termine le condizioni operative e strutturali della gestione e la loro
scelta deve allinearsi con il posizionamento strategico e competitivo dell’azienda. Il budget degli
investimenti, quindi, dovrà collegarsi con la pianificazione strategica.
61
risorse, connesse all’ottenimento di nuovi finanziamenti; impieghi di risorse, derivanti dai rimborsi
dei finanziamenti.
o Gestione tributaria: riguarda la dinamica legata alle imposte sul reddito.
Budget di cassa: si integra con l’analisi delle fonti-impieghi approfondendo un particolare oggetto di
indagine (il flusso di cassa).
Il budget di cassa è finalizzato alla misurazione e controllo preventivo del flusso di cassa e può definirsi
come una “tecnica contabile per l’analisi e il controllo della gestione d’impresa”. In questo budget la
gestione aziendale è osservata nei suoi effetti in termini di: entrate in denaro (incassi), uscite in denaro
(esborsi, pagamenti). Sia le entrate sia le uscite di denaro possono essere associate a 3 categorie di fatti
di gestione:
o Gestione caratteristica: entrate da ricavi e uscite da costi operativi;
o Gestione finanziamenti: entrate da aumenti di capitale rischio o da finanziamenti di capitali di
terzi, uscite da rimborso di capitale di rischio o da rimborsi di finanziamenti di capitali di terzi;
o Gestione investimenti: entrate per realizzo di investimento, uscite per nuovi investimenti.
I due stili di direzione rappresentano gli estremi all’interno dei quali potranno collocarsi situazioni
intermedie.
Un sistema intermedio è quello di tipo negoziale. In questo caso si mantiene una prima fase top-down in
cui l’alta direzione comunica gli obiettivi di budget.
Indipendentemente dal differente stile adottato nel processo di budgeting, è possibile individuare alcune
fasi che lo caratterizzano:
1. Fase preliminare: il team di budget raccoglie le informazioni necessarie per le analisi successive;
2. Fase di analisi: il team di budget procede a valutazione circa le linee strategiche da perseguire;
3. Fase decisionale: si procede alla simulazione della compatibilità dello stesso con i vincoli o le scelte
alternative esistenti negli altri budget. I vincoli emergenti potrebbero riguardare la presenza di
capacità produttiva limitata per alcuni fattori (ES: ore macchina) oppure limiti negli
approvvigionamenti di materiali e materie prime (ES: acquisto di acciai speciali);
4. Fase di consolidamento e deliberativa: la risoluzione di tutti i vincoli e scelte tra alternativi corsi
d’azione permette di procede con il consolidamento di tutti i budget all’interno del master budget;
5. Fase di aggiornamento: il budget deve essere considerato come l’avvio della sua gestione lungo il
periodo di validità.
62
CAPITOLO 11 - L’ANALISI DEGLI SCOSTAMENTI
1. DEFINIZIONE E CONCETTI FONDAMENTALI
L’analisi degli scostamenti rappresenta un procedimento di indagine tramite cui il management indaga
circa le cause di differenze tra gli obiettivi di budget (o a preventivo) e i risultati effettivamente conseguiti a
consuntivo.
Esistono alcuni prerequisiti necessari al fine di poter svolgere tale analisi. Infatti, l’analisi richiede la
presenza in azienda di dati preventivi i quali possono derivare da un sistema di budgeting. L’azienda, infatti,
deve avere formalizzato in un qualche documento gli obiettivi e i risultati attesi. L’analisi degli scostamenti
riferiti ai costi richiede, inoltre, la disponibilità di dati standard, sia in termini di consumi che di costo. Solo
in questo modo è possibile dare all’analisi degli scostamenti una valenza interpretativa tramite il quale è
possibile avviare degli interventi correttivi. L’analisi degli scostamenti rappresenta una delle fasi conclusive
del più ampio processo di programmazione e controllo, permette di attivare le fasi di reportistica, di
retroazione, di revisione della pianificazione strategica, di supportare il processo di valutazione e di
incentivazione del management.
L’analisi è idealmente scomponibile nelle seguenti fasi:
1. Fase preparatoria: si raccolgono i dati consuntivi;
2. Fase di analisi: i dati raccolti sono utilizzati al fine di determinare gli scostamenti globali e analitici;
3. Fase informativa: il controller prepara report al fine di informare in maniera tempestiva il
management;
4. Fase interpretativa: i risultati sono oggetto di interpretazione;
5. Fase correttiva: alla luce delle cause, sono individuate le possibili azioni correttive che potranno
consistere in: nessuna azione, azione correttiva nei confronti della gestione, azione correttiva nei
confronti della pianificazione strategica.
Gli scostamenti possono essere la conseguenza di diversi fattori, sia interni che esterni alla gestione
aziendale. È possibile individuare come causa di scostamenti:
Fattori di mercato (come l’andamento del mercato),
Fattori di produzione (legati, ad ES, all’efficienza produttiva e all’efficienza dell’attività gestionale),
Altri fattori gestionali (legati, ad ES, all’efficacia degli investimenti realizzati).
63
I costi commerciali, amministrativi e generali poiché sono spesso costi fissi, non sono oggetto di
scomposizione e quindi saranno analizzati tramite il confronto tra i valori di budget con i valori a
consuntivo.
Ricavi= P*V
Dove:
P= Prezzo unitario di vendita
V= volume di vendita
Lo scostamento dei ricavi è la differenza tra i ricavi previsti e i ricavi effettivi ma la semplice differenza non
permette di individuare le vere cause dello scostamento. Quindi bisogna scomporre lo scostamento in
diverse componenti e identificare i principali fattori che incidono su ciascuna componente.
Lo scostamento complessivo dei ricavi sarà quindi dato da dalla differenza tra i ricavi effettivi e i ricavi di
budget:
∆tot. dei ricavi = Ricavi effettivi – Ricavi di budget
Sostituendo si avrà:
∆ tot. dei ricavi = (Peff∙Veff) - (Pbdg∙Vbdg)
Dove:
Pbdg= Prezzo unitari di budget
Vbdg= Volume di vendita di budget
Peff= Prezzo unitario effettivo
Veff= Volume di vendita effettivo
Se i ricavi effettivi > Ricavi di budget, il risultato è positivo e lo scostamento si dice favorevole.
Se i ricavi effettivi < Ricavi di budget il risultato è negativo e lo scostamento si dice sfavorevole.
I fattori che incidono sui ricavi di vendita sono le quantità vendute e il prezzo di vendita, una variazione di
uno o di entrambi i fattori influisce direttamente sul reddito. Lo scostamento totale dei ricavi è
scomponibile quindi in due scostamenti: di volume (a sua volta scomponibile in: quota di mercato e volume
di settore) e di prezzo.
Lo scostamento di volume è causato da un volume effettivo diverso dal volume di budget mentre lo
scostamento di prezzo deriva da un prezzo effettivo diverso dal prezzo budget.
Lo scostamento dei ricavi risulta essere la somma algebrica di due scostamenti di volume e di prezzo,
ovvero:
∆tot. dei ricavi = ∆Volume + ∆Prezzo
Concetto di budget flessibile: è impostato secondo i vari livelli del volume di vendita e quindi dà a priori i
ricavi corrispondenti a ciascun volume. La formula per calcolare i ricavi secondo il budget flessibile è:
Ricavi budget flessibile = Veff ∙ Pbdg
La formula di budget flessibile permette di isolare l’effetto di ciascuna componente e di conseguenza
calcolare lo scostamento del prezzo e del volume di vendita.
64
Lo scostamento di volume si verifica quando il volume di vendita effettivo è diverso dal volume di budget, e
ciò è l’effetto di una variazione del volume di vendita sui ricavi totali. La formula è:
∆ di volume = (Pbdg ∙ Veff) – (Pbdg ∙ Vbdg) = (Veff – Vbdg) ∙ Pbdg
Lo scostamento elementare di volume è quindi dato dalla differenza tra i ricavi del budget flessibile e i
ricavi del budget normale. Se i volumi di vendita effettivi sono superiori ai volumi di budget, lo scostamento
sarà favorevole, in caso contrario sarà sfavorevole.
Lo scostamento di prezzo si verifica quando il prezzo di vendita praticato è diverso da quello preventivato.
Questo scostamento è dato dalla differenza tra i ricavi effettivi e i ricavi del budget flessibile. La differenza
quindi misura l’effetto della variazione del prezzo sui ricavi di vendita:
∆ di prezzo = (Peff ∙ Veff) – (Pbdg ∙ Veff) = (Peff – Pbdg) ∙ Veff
Se il prezzo effettivo è superiore al prezzo di budget, lo scostamento è favorevole, nel caso contrario è
sfavorevole.
Lo scostamento della quota di mercato è dato dalla differenza derivata da una quota di mercato effettiva
diversa rispetto a quella programmata.
∆ quota di mercato = [(Veff di settore ∙ Quota % di mercato eff) – (Veff di settore ∙ Quota di mercato % bdg)]
∙ Pbdg
Oppure: ∆ quota di mercato = (Quota % di mercato eff – Quota % di mercato bdg) ∙ Veff di settore ∙ Pbdg
Lo scostamento del volume di settore si verifica quando il volume di settore previsto è diverso dal volume
di settore effettivo:
∆ del volume di settore = (Veff di settore ∙ Quota % di mercato bdg ∙ Pbdg) – (Vbdg di settore ∙ quota % di
mercato bdg ∙ Pbdg)
Oppure: ∆ volume settore = (Veff di settore – Vbdg di settore) ∙ (Quota % di mercato bdg ∙ Pbdg)
Quando il volume di settore effettivo è superiore al volume di settore previsto lo scostamento è favorevole,
nel caso contrario lo scostamento è sfavorevole.
La scomposizione dello scostamento di volume in scostamento della quota di mercato e del volume di
settore permette di responsabilizzare i manager del centro dei ricavi sui risultati ottenuti, i quali sono
responsabili della quota di mercato ma non del volume di settore che dipende dalle condizioni di mercato.
65
h
∆tot. dei ricavi = ∑i=1 [( Pi eff * Mix i* V eff ) – (Pi bdg * Mix i* Vbdg)]
Dove:
P i= Prezzo di vendita del prodotto i-esimo
Mix i= Mix di vendita del prodotto i-esimo
V= Volumi di vendita complessivi aziendali
Questo scostamento complessivo dei ricavi di vendita è generato da ciascun prodotto commercializzato da
un’azienda.
Al fine di comprenderne le cause è necessario procede a una sua scomposizione a livello di scostamento di
singolo prodotto. In tal modo diviene possibile scomporre lo scostamento dei ricavi di ogni prodotto come
effetto congiunto di tre variabili: il volume di vendita complessivo, il mix di vendita del prodotto i-esimo e
il prezzo unitario di vendita del prodotto i-esimo.
Lo scostamento di volume netto misura l’effetto di un volume di vendita complessivo diverso rispetto a
quello programmato. Per isolarlo è necessario procedere attraverso la differenza tra i ricavi del budget
flessibile a mix standard e i ricavi di budget. La formula è la seguente:
∆Volume netto i = (Ricavi budget flessibile a Mix standard – Ricavi di budget)
∆Volume netto i = (V eff ∙ Mix i bdg ∙ Pi bdg) – (V bdg ∙ Mix i bdg ∙ Pi bdg)
∆Volume netto i = (V eff – V bdg) ∙ (Mix i bdg ∙ Pi bdg)
Lo scostamento del mix di vendita è la variazione nei ricavi causata da una modifica nella composizione
percentuale dei volumi dei singoli prodotti rispetto alla quantità totale di vendita. La formulazione per
calcolare lo scostamento del mix di vendita del prodotto i-esimo è la seguente:
∆Mix di vendita i = (Ricavi budget flessibile – Ricavi budget flessibile a mix standard)
∆Mix di vendita i = (V eff ∙ Mix i eff ∙ Pi bdg) – (V eff ∙ Mix i bdg ∙ Pi bdg)
∆Mix di vendita i = (Mixi eff – Mix i bdg) ∙ (V eff ∙ Pi bdg)
Lo scostamento elementare di prezzo rappresenta l’ultima variabile da isolare che incide sui ricavi
complessivi. Questo scostamento è generato da una variazione del prezzo rispetto al programmato. La
formula è la seguente:
∆ prezzo i = (Ricavo effettivo – Ricavo budget flessibile)
∆ prezzo i = (V eff ∙ Mixi eff ∙ P eff) – (V eff ∙ Mix i eff ∙ P bdg)
∆ prezzo i = (Pi eff – Pi bdg) ∙ (V eff ∙ Mix i eff)
Lo scostamento di prezzo è la differenza tra il prezzo effettivo e il prezzo di budget moltiplicata per il
volume effettivo. Esso misura, a parità di volume di vendita, l’incidenza di una variazione del prezzo di
vendita sul ricavo. Quando il prezzo effettivo è superiore al prezzo di budget lo scostamento è favorevole
perché influisce positivamente il risultato, quando il prezzo effettivo è inferiore del prezzo di budget lo
scostamento è negativo o sfavorevole.
Lo scostamento totale di prezzo è la somma degli scostamenti di prezzo di ciascun prodotto.
66
Margine lordo complessivo = (Margine lordo unitario ∙ volume di vendita)
Nel caso di un’azienda multiprodotto è necessario considerare anche lo scostamento del mix di vendita.
Anche ai fini della responsabilizzazione dei manager, gli aumenti in termini di vendite dovrebbero avvenire
mantenendo un margine unitario programmato. Questo permette di evitare possibili comportamenti
opportunistici da parte dei responsabili vendite che adottano politiche commerciali aggressive tramite
sconti e promozioni, le quali deprimono il margine lordo. Lo scostamento di margine lordo:
∆Margine lordo = (Margine lordo effettivo – Margine lordo bdg)
A sua volta il margine lordo è scomponibile in due scostamenti:
∆ di volume = (V eff – V bdg ) ∙ ML bdg unitario
e
∆ di margine lordo (ML) unitario = (ML eff unitario – ML bdg unitario) ∙ Q eff
Il margine lordo unitario è determinato utilizzando i costi standard di produzione. I costi di produzione
sono di responsabilità della funzione produzione e non della funzione commerciale. Se si utilizzassero i costi
effettivi di produzione, si attribuirebbero alla funzione commerciale dei costi non controllabili. Il margine
lordo unitario è quindi la differenza tra il prezzo di vendita e i costi standard di produzione.
Nel caso in cui l’azienda sia multiprodotto, la scomposizione dello scostamento complessivo di margine
lordo dovrà considerare non più due, ma tre scostamenti elementari: lo scostamento volume netto, lo
scostamento di mix e lo scostamento di margine unitario.
∆netto di volume = (V eff – V bdg) ∙Mixi bdg ∙ MLi unitario bdg
∆del mix di vendita = (Mixi eff – Mixi std) ∙ MLi unitario bdg ∙ V eff
∆ ML unitario = (MLi eff unitario – MLi bdg unitario) ∙ Mixi eff ∙ V eff
67
4.1 SCOSTAMENTO DELLA MANODOPERA DIRETTA
Lo scostamento della manodopera diretta è la differenza tra il costo effettivo e il costo standard della
manodopera diretta. Se il costo effettivo è superiore al costo standard, lo scostamento è sfavorevole
perché influisce negativamente sul risultato operativo, nel caso contrario lo scostamento è favorevole.
Il costo standard ed effettivo della MOD dipende da tre variabili: tempo MOD unitario, costo orario MOD e
volumi di produzione. Le formule sono le seguenti:
Costo eff totale MOD= Tempo eff unitario MOD ∙ Costo orario eff di MOD ∙ Veff
Costo budget MOD = tempo std di MOD ∙ Costo orario std di MOD ∙ V bdg
Lo scostamento complessivo della manodopera diretta è dato da:
∆MOD complessivo = costo budget MOD – Costo effettivo MOD
Sostituendo:
∆MOD complessivo = (Tempo std unitario MOD ∙ Costo orario std MOD ∙ V bdg) – (Tempo eff unitario MOD ∙
Costo orario eff MOD ∙ V eff)
Lo scostamento della manodopera diretta è scomponibile quindi in 3 scostamenti elementari: di costo
(costo standard della MOD è diverso dal costo effettivo), di efficienza (tempo impiegato per la produzione
di unità produttiva è diverso dal tempo standard), di volume (quando il volume di vendita effettivo è
diverso dalla quantità standard):
∆MOD complessivo = ∆ volume + ∆ efficienza + ∆ prezzo
La differenza tra le due componenti della formula misura la maggiore o minore efficienza, rispetto allo
standard, nell’utilizzo del tempo MOD sul costo della manodopera diretta. Se la differenza è positiva lo
scostamento è favorevole significando una maggiore efficienza nell’utilizzo della MOD. Questo vuol dire
che, a parità di volume e del costo orario, si sostengono costi inferiori rispetto al previsto.
Lo scostamento totale di efficienza è la somma algebrica degli scostamenti di tutti i prodotti.
Lo scostamento di costo è la parte dello scostamento totale della manodopera diretta determinata da un
costo orario diverso rispetto allo standard. E’ la differenza tra il costo effettivo a prezzo standard e il costo
68
effettivo, cioè la differenza tra il costo della manodopera, se il costo orario fosse uguale al costo standard, e
il costo effettivo della manodopera.
∆ di costo = Costo effettivo a prezzo standard – Costo effettivo
∆ di costo = (Tempo unitario eff MOD ∙ Costo orario std MOD ∙ V eff) – (Tempo unitario eff MOD ∙ Costo
orario Eff MOD ∙ V eff)
∆ di costo = (Costo orario std MOD – Costo orario eff MOD) ∙ (tempo unitario eff MOD ∙ Veff).
Se il costo effettivo a prezzo standard è maggiore del costo effettivo lo scostamento è favorevole, in
quanto il costo orario standard è superiore al costo orario effettivo, e di conseguenza si sostengono meno
costi rispetto al budget. Nel caso contrario lo scostamento è sfavorevole.
Lo scostamento totale di costo è la somma degli scostamenti relativi a ciascun prodotto.
Lo scostamento complessivo di costo MOD è la somma di tre scostamenti elementari:
∆ costo manodopera = ∆ di volume + ∆ di efficienza + ∆ di costo orario.
Lo scostamento complessivo dei costi dei materiali diretti dipende da tre fattori: il costo unitario, la
quantità unitaria dei materiali diretti e il volume di vendita.
Lo scostamento complessivo risulta scomponibile in tre scostamenti elementari:
Scostamento di volume: esprime la variazione dei costi dovuta a un volume di produzione di budget
diverso dal volume effettivo;
Scostamento di impiego: si verifica quando la quantità standard unitaria è diversa dalla quantità
unitaria effettiva consumata per realizzare un’unità di prodotto;
Scostamento di costo: si verifica quando il costo standard unitario è diverso da costo effettivo unitario
sostenuto nell’acquisire dai fornitori il materiale.
Lo scostamento complessivo del costo dei materiali è:
∆Costo materiali diretti = ∆V + ∆Quantità unitaria di materiali + ∆costo unitario materiali.
Lo scostamento di impiego è:
∆di impiego = Costo budget flessile – Costo effettivo e prezzo standard
69
∆di impiego = (V eff ∙ Quantità unitaria std ∙ Costo unitario std) – (V eff ∙ Quantità unitaria eff ∙ Costo
unitario std)
∆di impiego = (Quantità unitaria std – Quantità unitaria eff) ∙ (Costo unitario std ∙ V eff).
Lo scostamento di costo indica l’effetto di un prezzo di acquisto dei materiali diretti diverso da quello
previsto a budget.
Il costo dei materiali diretti a prezzo standard quantifica il costo secondo il prezzo di standard dei materiali
diretti, mentre il costo effettivo lo quantifica secondo il costo effettivo, la differenza dei quali misura
l’effetto della variazione del prezzo delle materie dirette.
∆di costo = Costo effettivo a prezzo standard – Costo effettivo
∆di costo = (V eff ∙ Quantità eff unitaria ∙ Costo std unitario) – (V eff ∙ Quantità eff unitaria ∙ Costo eff
unitario)
∆di costo = (Costo std unitario – Costo eff unitario) ∙ (Quantità eff unitaria ∙ V eff).
Se la differenza è positiva lo scostamento è favorevole perché il prezzo effettivo dei materiali diretti è
inferiore al prezzo standard, nel caso contrario quando il prezzo unitario standard è inferiore al prezzo
unitario effettivo lo scostamento è sfavorevole. In presenza di più prodotti lo scostamento è la somma
degli scostamenti di ciascun prodotto.
I costi indiretti di budget sono la somma di tutti i costi indiretti standard secondo il volume programmato e
questo valore è necessario al fine di determinare la quota unitaria standard dei costi indiretti di produzione
allocata ai vari prodotti al fine di giungere al costo pieno di produzione.
Il coefficiente di allocazione dei costi indiretti di produzione è:
CA = (CFT + CVU ∙ V)/V
Il coefficiente di allocazione è quindi il costo indiretto medio di produzione relativo al volume standard; se
varia il volume di vendita variano anche i costi indiretti di produzione.
Si possono quindi distinguersi due casi:
Quando il volume di vendita effettivo è inferiore al volume di vendita di budget i costi allocati alla
produzione sono inferiori a quelli di budget. In questo caso si verifica un sotto-assorbimento dei costi
indiretti di produzione.
Quando il volume di vendita effettivo è maggiore del volume di vendita di budget i costi indiretti di
produzione allocati sono superiori a quelli di budget. In questo caso si verifica un sovra-assorbimento
dei costi indiretti di produzione.
Lo scostamento dei costi indiretti di produzione può essere spiegato da due fattori: dal volume di
produzione e dai costi indiretti di produzione effettivamente sostenuti:
∆ Costi indiretti produzione = Costi assorbiti (allocati) – Costi effettivi
Per calcolare i costi assorbiti si procede moltiplicando il coefficiente di allocazione per il volume di vendita
effettivo.
70
Lo scostamento complessivo è scomponibile in:
1. Scostamento di volume: è dato dalla differenza tra costi allocati o assorbiti e i costi di budget flessibile,
cioè i costi che avrebbe sostenuto l’azienda se aumentasse solo il volume.
∆ di volume= costi assorbiti (allocati) – costi budget flessibile
2. Scostamento di spesa: è la differenza tra i costi del budget flessibile e i costi effettivi, quindi la differenza
tra i costi che avrebbe sostenuto l’azienda secondo le ipotesi di budget ma a volume effettivo e i costi
effettivi. La varianza di spesa può essere spiegata da una variazione di prezzo o di efficienza.
∆ di spesa= costi budget flessibile – costi effettivi
71
È nel processo di elaborazione che si ha la trasformazione finale dell’input in output.
Una volta definiti i processi di un sistema informativo è necessario procedere ad analizzare le variabili
critiche che devono essere tenute in opportuna considerazione nella fase di valutazione dell’efficienza e
dell’efficacia:
L’integrazione: è da intendere sia in un’ottica di scambio tra azienda e ambiente esterno, sia nelle
capacità del sistema informativo di favorire lo scambio di dati. Maggiore sarà il livello di integrazione
del sistema informativo aziendale rispetto alla moltitudine dei fenomeni che la caratterizzano e minori
saranno i tempi di elaborazione dei dati grezzi; e minori saranno i tempi per la raccolta dei dati e la loro
selezione e classificazione.
Tempestività: si riferisce alla capacità del sistema informativo di produrre le informazioni in tempi utili
rispetto alle esigenze dei processi decisionali. Tale requisito può essere scomposto in 3: il tempo di
elaborazione, cioè il periodo di tempo necessario per svolgere le operazioni di trasformazione dei dati
in informazione; la periodicità, cioè il tempo che intercorre tra due informazioni successive dello stesso
tipo; l’intervallo temporale coperto dell’informazione, cioè l’arco di tempo a cui fa riferimento
l’informazione prodotta dal sistema.
Costo dell’elaborazione: la diffusione della tecnologia e dell’informazione ha contribuito ad abbassare i
costi di elaborazione dei dati e della messa a disposizione delle informazioni, si pensi ad internet.
Qualità del sistema informativo: è data dal grado di efficacia delle informazioni che riesce a produrre e
dalla misura in cui l’informazione fornita ai responsabili è in grado di orientare le decisioni e le azioni
conseguenti.
Il grado di efficacia può a sua volta essere espresso attraverso l’analisi dei parametri, ovvero:
A. La selettività: esprime la capacità del sistema informativo di fornire soltanto le informazioni rilevanti
e realmente utilizzabili ai fini decisionali.
B. La flessibilità: è data dalla capacità del sistema informativo di rispondere in un arco temporale
limitato alle mutevoli esigenze degli utenti.
C. L’affidabilità: è rappresentata dalla capacità del sistema informativo di fornire informazioni che
siano rappresentative del fenomeno rilevato attraverso la raccolta e l’elaborazione dei dati.
D. La verificabilità è legata alla possibilità che gli utenti del sistema informativo possano verificare il
processo attraverso il quale vengono erogate le informazioni, monitorando i momenti di passaggio
dalla raccolta dei dati grezzi alla loro elaborazione.
E. L’accettabilità: è legata alla possibilità che gli utenti del sistema informativo utilizzano le
informazioni prodotte.
72
Le informazioni quantitative sono, invece, esprimibili attraverso dei numeri. Il sistema informativo può
essere scomposto in informazioni di carattere contabile ed extra-contabile. Fra le prime si annoverano le
contabilità elementari, la contabilità generale, le contabilità analitiche (economica e finanziaria). Le
seconde comprendono sia informazioni esterne (sull’ambiente, sul mercato), che interne (statistiche sulla
struttura).
L’evoluzione degli strumenti informatici non è andata sostituendo quelli precedenti, ma ha incrementato le
possibilità di scelta di un’azienda in ragione delle specifiche esigenze informative.
I diversi sistemi informatici si sono evoluti in funzione del diverso utilizzo delle informazioni prodotte. È
negli anni ’70, con la nascita delle strutture EDP, che si ha una prima spinta all’informatizzazione. In questa
prima fase i sistemi informativi sono ancora orientati all’interno delle aziende e riguardano l’inserimento di
procedure automatizzate per attività altamente ripetitive.
I sistemi di reporting direzionale (MIS) sono stati la risposta alla nuova esigenza di adottare supporti
automatizzati anche per i processi informativi rivolti ai manager impiegati nell’attività di programmazione e
controllo. L’obiettivo di questi sistemi consiste nell’aggiornamento continuo con frequenze periodiche dei
report di controllo. I report sono stati predisposti per le principali funzioni aziendali.
La terza fase di sviluppo dei sistemi informatici riguarda l’introduzione dei sistemi DSS, ossia quei sistemi
ideati per rispondere alle esigenze dell’attività direzionale. Fino quel momento, i sistemi informativi
automatizzati erano stati in grado di offrire informazioni predeterminate nei contenuti e nei tempi. I nuovi
sistemi informativi, invece, sono orientati a offrire la possibilità di accedere a informazioni non strutturate e
tantomeno ripetitive.
3.1 DAI SISTEMI INFOMATIVI AUTOMATIZZATI AI SISTEMI INFORMATIVI INTEGRATI
La globalizzazione dei mercati, l’aumento della competizione, l’affermarsi dell’era della conoscenza hanno
comportato per le aziende il sorgere di nuove esigenze in termini di flessibilità, velocità nel cogliere i
mutamenti e rapidità nel rispondere alle nuove esigenze del mercato.
Numerosi tra i software presenti nelle aziende sono, ancora oggi, veri e propri satelliti scollegati gli uni dagli
altri. I dati, generati dalle attività aziendali o provenienti dall’esterno, devono essere caricati più volte nelle
73
diverse aree di attività aziendale e si spostano da un’area aziendale all’altra attraverso il passaggio di
materiale cartaceo.
L’esigenza di integrazione tra le diverse aree aziendali e tra i diversi sistemi è funzionale al tentativo di
riuscire ad accorciare i tempi di raccolta ed elaborazione dati.
Poiché l’integrazione tra i diversi programmi informatici non è automatica, si è cercato di rispondere a tali
nuove esigenze attraverso lo sviluppo dei “sistemi di integrazione di ciclo”. Tra i principali sistemi sviluppati
in questa direzione troviamo il MRPII (Manufacturing Resource Planning), i sistemi MPR (Material
Requirement Planning) e CRP (Capacity Requirement Planning).
Nelle aziende si sono andati creando i cosiddetti sistemi legacy, architetture a isole, in cui si hanno diverse
base dati separate le une dalle altre e che richiedevano, per “l’integrazione”, sistematici processi di
riallineamento.
Il livello massimo di integrazione oggi raggiungibile si ha con i sistemi informativi ERP (Enterprise Resource
Planning) i quali nascono già come sistemi integrati.
4. I SISTEMI ERP
L’innovazione tecnologica che ha caratterizzato i sistemi informativi aziendali ha portato il superamento
della tradizionale ottica settoriale a favore di un nuovo livello di integrazione tra gli strumenti operativi
aziendali.
Con il termine “Enterprise Resource Planning” (ERP) ci si riferisce ad applicazioni informatiche integrate di
gestione, pianificazione e controllo di tutte le risorse di un’impresa, capaci di inserire in un “unico ambiente”
la quasi totalità delle informazioni qualitative e quantitative.
Gli ERP sono sistemi cosiddetti di tipo transazionale, in quanto ogni avvenimento dà origine a una
transazione oggetto di registrazione e che produce effetti sul database interno. A sua volta il database
interno è organizzato in modo da essere correlato con un numero estremamente elevato di file di raccolta
dati tra loro collegati, in modo che ogni transazione crea un aggiornamento di tutti i file di raccolta dati.
Affinché ciò sia possibile a livello di azienda è necessario che il sistema sia completamente integrato
nell’intera attività aziendale. I sistemi ERP, attraverso l’integrazione, permettono:
Di codificare il patrimonio di conoscenze che contraddistingue ogni azienda;
Di favorire la rapidità di accesso alle informazioni;
Di migliorare i processi di gestione aziendale attraverso una migliore governabilità della complessità.
Tale integrazione tra le attività aziendali è raggiungibile attraverso la presenza di un unico database per
tutto il sistema informativo aziendale.
Attraverso un sistema così strutturato, l’azienda è in grado di svolgere in modo automatizzato tutti i
processi gestionali e amministrativi, di produrre i documenti a supporto, di analizzare le informazioni in
esso contenute, di controllare i risultati e gli indicatori.
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Prescrittività: riconosciuta ai sistemi ERP fa riferimento alla pre-definizione dei comportamenti degli
utenti aziendali. Questi ultimi, infatti, sono obbligati a seguire le procedure previste dal software per
inserire le diverse operazioni aziendali.
I moduli ERP più diffusi nelle aziende sono distinti in 5 categorie: (catena del valore di Porter ? )
1. LOGISTICA
2. CONTABILITA’
3. GESTIONE RISORSE UMANE
4. CONTROLLO DI GESTIONE
5. GESTIONE DEL CAPITALE.
LOGISTICA: risulta essere alquanto complesso in termini gestionali e per tale ragione è opportuno
suddividerlo in ulteriori tre sottocategorie che sono:
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o L’area approvvigionamento, essa gestisce e controlla le politiche delle scorte e
dell’immagazzinamento del materiale;
o Produzione, tra i processi supportati dai moduli relativi all’attività di produzione troviamo la
produzione a lotti, produzione ripetitiva, produzione make-to-order, produzione di processo,
produzione legata alla commessa, gestione della qualità;
o Vendita, i quali moduli sono orientati alla gestione delle attività volte a soddisfare le esigenze del
cliente in termini di vendita. Le attività principali interessate da questi moduli sono: gestione
ordini, contratti, piani di consegna, gestione delle disponibilità.
CONTABILITA’: consente di gestire la contabilità integrata per tutte le attività aziendali e per ogni
singola azione svolta al suo interno. Le attività legate alla contabilità sono raggruppabili in: gestione
fornitori, gestione clienti, gestione dei crediti, gestione anagrafiche, gestione dei libri contabili,
consolidamento.
CONTROLLO DI GESTIONE E ORGANIZZAZIONE DELLE RISORSE UMANE: Tra le attività caratterizzanti
questi elementi si hanno: gestione delle risorse umane, gestione e programmazione della formazione,
gestione note spese, gestione orario di lavoro, calcolo dei compensi retributivi, amministrazione dei
benefit.
GESTIONE DEL CAPITALE: consente la gestione degli approvvigionamenti, dell’amministrazione, della
manutenzione. Le attività tipiche svolte da questi sistemi sono: manutenzione impianti programmata,
manutenzione impianti relativa a progetto, cash flow management, budget, gestione cespiti.
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Una volta definiti questi aspetti e individuato il modello di ERP e i rispettivi moduli, è necessario individuare
e gestire in modo adeguato le resistenze al cambiamento e cercare di minimizzare l’impatto del passaggio
al nuovo sistema sulle prestazioni dei processi aziendali.
È fondamentale che l’introduzione del sistema ERP sia comunicato in modo preciso e puntuale, e inoltre,
devono essere ben definiti i ruoli e le responsabilità per “mettere in sicurezza” le procedure.
In ultimo, l’introduzione di un sistema ERP dovrebbe essere accompagnata dall’analisi delle conoscenze e
delle competenze specifiche dei componenti dell’organizzazione per favorire il massimo grado di coerenza
con i nuovi processi.
CAPITOLO 13 - IL REPORTING
1. DEFINIZIONE
Il reporting è l’insieme di report (cioè di rendiconti periodici di controllo) messi a disposizione del
management, ai vari livelli organizzativi, per informare sull’andamento della gestione e per agevolare il
coordinamento e controllo dell’attività aziendale. Il reporting rappresenta in pratica la sintesi di tutte le
rilevazioni finalizzate al controllo direzionale o di gestione.
L’utilizzo del reporting ha importanti risvolti comportamentali:
L’atto di misurare e informare condiziona gli individui coinvolti e il loro comportamento;
Le persone tendono a migliorare i valori degli indicatori che si riferiscono alla loro attività;
L’analisi degli eventuali errori produce apprendimento individuale e organizzativo.
Il reporting è evoluto nel corso del tempo e oggi si identificano tre grandi tipologie di controllo:
Controllo burocratico: ha per oggetto la conformità o legittimità a leggi e norme aziendali (ES: controllo
contabile);
Controllo manageriale: è rivolto a oggettivare l’insieme delle responsabilità su obiettivi e risultati di
tipo operativo. ES: reporting tradizionale;
Controllo manageriale evoluto: si preoccupa di recuperare il collegamento tra strategia e
programmazione.
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1.1 LEGAME FRA REPORTING E CONTROLLO
Il reporting agevola la fase di valutazione e decisione che scaturisce dall’analisi dei report stessi, data la sua
funzione di feed-back (opinione).
Il feed-back si riferisce a sistemi progettati in modo tale che gli output del sistema vengano costantemente
confrontati con gli output previsti.
Il controllo è un processo scomponibile in tre fasi:
L’individuazione delle aree che richiedono ulteriore analisi;
L’analisi delle aree suddette per identificare eventuali necessità di intervento;
L’intervento, laddove le analisi ne abbiano mostrato la necessità.
Secondo Quagli i possibili e successivi interventi si concretizzano in:
Correzione delle azioni, se ritenute inefficaci rispetto ai traguardi posti;
Rafforzamento delle azioni medesime;
Correzione degli obiettivi nel successivo ciclo di pianificazione nel caso in cui questi ultimi si siano
dimostrati inadeguati.
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Si identifica come benchmarking il confronto tra taluni risultati aziendali e il livello raggiunto dagli stessi
parametri presso realtà esterne.
Particolare enfasi viene posta sull’analisi del ROI (Return on Investiments) che è l’indice di sintesi della
redditività della gestione operativa.
L’albero del ROI mostra come gli indicatori di successo siano rappresentati dai rapporti con la clientela
(ricavi), dalla struttura dei costi dell’azienda (in fissi e variabili) e dalla capacità di assicurare una buona
rotazione finanziaria.
Tuttavia, Brusa (2000) individua nel report tradizionale una serie di limiti:
Redditività a breve termine;
Scarsa attenzione agli effettivi driver (cause) dei risultati;
Scarsa capacità di monitoraggio precoce;
Scarsa attenzione ai processi e alle attività;
Scarso orientamento all’esterno;
Limiti di forma, cadenza temporale e scarsa selettività dei dati;
Limitato supporto nella decisionalità a lungo termine (miopia).
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Individuazione degli indicatori di prestazione va calibrata sul monitoraggio completo delle performance
aziendali;
La misurazione economico-finanziaria è insufficiente a guidare il management verso il raggiungimento
degli obiettivi;
La considerazione e il monitoraggio delle variabili esogene sono importanti quanto le variabili
controllabili;
L’individuazione di indicatori di prestazione va affrontata criticamente alla luce delle vere cause che
generano i risultati attesi;
L’individuazione di indicatori di prestazione deve tenere in considerazione una prospettiva esterna al
mercato di riferimento e alle esigenze dei clienti/utenti.
Tra gli strumenti di reporting per variabile chiave, i report sulla qualità e i modelli di business performance
(tra cui la Balance Scorecard che è un sistema di misurazione e reporting delle prestazioni che bilancia le
misure finanziarie e quelle non finanziarie, preoccupandosi di far dialogare “strategia” e
“programmazione”; il Tableau de Bord; l’Intangible Assest Monitor, lo Skandia Navigator) hanno conosciuto
una recente diffusione.
3. TIPOLOGIE DI REPORT
La tipologia di informazioni contenute in un report può essere di tipo economico (richiama gli indicatori
economico-finanziari) o di tipo non economico (ES: relativi all’efficienza produttiva).
A seconda della finalità informativa, si distinguono i report:
Informativi: sono progettati per comunicare ai manager/responsabili quello che sta accadendo.
Economici: riguardano la prestazione economica del centro di responsabilità e sono costituiti sulla base
delle informazioni contabili convenzionali. Servono per decisioni di allocazione delle risorse.
Di Controllo: sono report di prestazione del manager/responsabile e hanno come riferimento la
contabilità per centro di responsabilità e servono per valutare i responsabili di centro. I report di
controllo si strutturano sui livelli organizzativi, a seconda dell’ampiezza del binomio di
autonomia/responsabilità che caratterizza ogni livello.
La letteratura riconosce, in generale, almeno 3 tipologie di standard di confronto per i report di controllo:
Programmati: derivano dal budget. L’attenzione deve essere posta sull’accuratezza e affidabilità dei
valori di budget;
Storici: derivano dalla rilevazione dei risultati passati. L’attenzione deve essere posta sia sulla verifica di
permanenza delle condizioni di rilevazione passate sia sull’effetto di demotivazione che potrebbe
insorgere dal confronto con le prestazioni passate, sulle quali potrebbe non essere stata espressa una
valutazione di soddisfacimento o meno;
Esterni: sono i risultati conseguiti da altri CdR dell’azienda o esterni alla stessa. L’attenzione deve
essere posta sulla similarità di condizioni operative.
Secondo Anthony, i report di controllo devono fare proprio il principio dell’eccezione cioè è necessario che
il management indirizzi la propria attenzione su pochi e selezionali elementi rispetto ai quali la prestazione
è significativamente diversa se confrontata con quella programmata.
Nonostante il ruolo di orientamento dei comportamenti e di feed-back sugli eventuali errori di gestione,
Anthony avverte sulle possibili distorsioni comportamentali derivanti dai report di controllo.
Tra gli indicatori di prestazione non contabile vengono identificati quelli di qualità, di produttività e di
tempo di ciclo produttivo, che hanno un impatto indiretto sui costi.
Il controllo di qualità è lo sforzo atto a garantire che i prodotti e i servizi rispondano alle esigenze dei clienti.
Il raggiungimento della qualità presuppone lo sforzo di affrontare determinati costi a fronte, però, di una
serie di benefici.
Horngren e Seed III classificano gli indicatori di qualità in 4 categorie:
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o Prevenzione: misurano la realizzazione di prodotti difettosi o al contrario, i miglioramenti delle
caratteristiche dei prodotti/servizi;
o Valutazione: misurano i tempi e le risorse per test e ispezioni volte ad identificare i prodotti o servizi
difettosi;
o Omissione interna: misurano scarti, rilavorazioni, ritardi nel processo produttivo legati a prodotti o
servizi difettosi;
o Omissione esterna: misurano gli interventi presso clienti (riparazioni) per difettosità del prodotto o
servizio.
Per quanto riguarda le misure di produttività (costruite come output/input), queste variano ampiamente in
relazione al tipo di risorsa che il management desidera utilizzare in modo efficiente e al tipo di
comportamenti che si desidera ottenere dai subordinati.
Una serie specifica di indicatori di produttività può avere a oggetto il tempo di ciclo produttivo cioè il
tempo necessario per completare fisicamente un prodotto/servizio o un suo componente. L’applicazione di
codici a barre ai prodotti può aiutare il monitoraggio dei loro passaggi attraverso le varie fasi del ciclo.
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A. Report sui problemi: illustra i problemi che si sono già verificati e quelli che si prevede si
verificheranno;
B. Report sullo stato di avanzamento: mettono a confronto tempi e costi effettivi delle attività già
compiute con quelli programmati. Permettono anche il calcolo delle previsioni a finire: una
previsione aggiornata dei costi totali del progetto in un determinato momento è data dalla somma
dei costi effettivamente sostenuti fino a quel momento e la previsione dei costi ancora da
sostenere per portare a termine il progetto;
C. Report economici: rilevano accuratamente i costi del progetto e sono documenti ufficiali per
ottenere i pagamento dello stato di avanzamento secondo le clausole contrattuali concordate.
Per quanto riguarda le aziende di servizi, pubbliche e non profit, le criticità del reporting riguardano le
peculiarità intrinseche relative alla formulazione dei loro obiettivi strategici e alla tipologia di output.
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Investimenti con effetto su capitale circolante (ES: riorganizzazione produttiva);
Investimenti con effetto su una combinazione dei costi, ricavi e capitale circolante (ES: realizzazione di
un nuovo impianto produttivo).
Il processo di valutazione e di scelta necessita di tenere conto, sia del profilo economico sia del profilo
finanziario. Sotto il profilo economico, l’investimento sarà osservato per il suo impatto sulla dinamica dei
costi e ricavi aziendale e sugli equilibri patrimoniali. Sotto il profilo finanziario, l’investimento è chiamato a
generare flussi in grado di rimborsare il capitale investito oltre che a remunerarlo adeguatamente.
Gli impieghi in capitale investito (CI) sono finanziabili da due fonti principali, cioè dalle risorse provenienti
dai soci, che confluiscono nel capitale proprio, e dalle risorse provenienti da terzi a titolo di prestito, che
rappresentano un indebitamento (D). Si avrà quindi:
Capitale investito (CI) = capitale proprio (E) + Indebitamento (D)
Entrambe le fonti di finanziamento hanno un costo. In particolare, il capitale proprio avrà un costo
opportunità del capitale proprio (Ke) mentre l’indebitamento avrà un costo pari al tasso di interesse (Kd)
che il finanziatore richiede.
Il costo medio ponderato del capitale si ottiene quindi dalla somma tra il costo di ogni componente del
capitale moltiplicato per il proprio peso proporzionale.
Il costo medio ponderato del capitale investito sarà quindi dato dalla seguente formula:
WACC = [Kd ∙ (1-T)] ∙ [D/(D+E)] + Ke ∙ [E/(D+E)]
Dove:
Kd ∙ (1-T)= Costo del debito al netto dell’effetto fiscale
E= Valore di mercato del patrimonio netto
D= Indebitamento
Ke= Costo del capitale proprio
Utilizzando il modello di Capital Asset Pricing Model (CAPM) il costo del capitale proprio (Ke) è determinato
dalla somma tra il rendimento dei titoli privi di rischio e un premio per il rischio a sua volta dipendente dalla
rischiosità sistematica dell’azienda oggetto di valutazione.
Ke = rf+ẞ (rm-rf)
Dove:
rf= tasso free risk, rendimento dei titoli a rischio nullo
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Rm= Rendimento atteso del mercato finanziario
ẞ= Coefficiente di rischiosità sistematica.
Le fasi da percorrere per giungere a una valutazione e decisione finale possono essere:
A. Determinazione del costo opportunità del capitale;
B. Stima della vita economica dell’investimento;
C. Stima dei flussi di cassa differenziali;
D. Determinazione dei flussi di cassa netti;
E. Calcolo del valore attuale di tutti i flussi di cassa differenziali generati dal progetto;
F. Calcolo del valore attuale netto dell’investimento;
G. Raggiungimento della decisione finale.
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o Ai ricavi non monetari;
o All’effetto delle politiche commerciali sull’incasso dei ricavi o sul pagamento dei costi.
Tra i flussi finanziari in uscita, il più rilevante è quello relativo alle risorse necessarie per l’avvio
dell’investimento.
Tra i flussi finanziari in entrata è importante considerare il valore di recupero dell’investimento.
n
Essendo ∑t=0 Ft /(1+i)t = VAN + I e sostituendo avremo:
IR= 1 + VAN / I
Un investimento con in VAN negativo potrebbe comunque essere realizzato dal management in quanto
considerato strategico per lo sviluppo competitivo dell’impresa.
85
4. IL PAY-BACK PERIOD
Il pay-back period, o tempo di recupero dell’investimento, è il tempo che intercorre tra l’esborso iniziale
richiesto dall’investimento e il suo recupero sotto forma di entrate monetarie.
Questo metodo risulta finalizzato a evidenziare il periodo necessario affinché l’impresa rientri nella
disponibilità delle somme investite in forma liquida.
La sua formulazione, in caso di flusso di cassa netto costante, è pari a:
Tempo di recupero = investimento iniziale / flusso di cassa costante
Il metodo del tempo di rientro ha due limiti principali:
1. Non permette di giungere alla determinazione della redditività dell’investimento;
2. Il presente metodo non considera il valore del denaro nel tempo e utilizza i valori non attualizzati.
Il metodo del tempo di recupero ha il vantaggio della semplicità: non richiede eccessive complicazioni di
calcolo.
Ha il vantaggio di utilizzare il medesimo linguaggio della contabilità e del bilancio. In tal modo, è possibile
valutare il suo impatto in termini di competenza.
Da un punto di vista strategico, tuttavia, non è sempre consigliabile posticipare un investimento in quanto
aspettare può risultare vantaggioso ma può anche comportare svantaggi quale, ad es, la perdita di flussi di
cassa causata dalla non immediata operatività di un certo impianto.
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