DRAMMATURGIATOTAL
DRAMMATURGIATOTAL
Aristotele, nella Poetica, riflette sulla natura dell’arte come mimesi, ovvero come imitazione. Questa imitazione,
secondo il filosofo, può avvenire in diversi modi: attraverso mezzi differenti, come la parola o il suono; mediante
oggetti differenti, ovvero rappresentando uomini migliori o peggiori di noi per virtù o vizi; e infine secondo
modalità diverse, come nella narrazione o nella rappresentazione diretta dell’azione. A partire da questa triplice
distinzione, Aristotele riconosce nella tragedia una forma particolarmente elevata di imitazione, tanto da
proporne una definizione dettagliata. La tragedia, scrive, è l’imitazione di un’azione seria e compiuta, dotata di
una certa grandezza, realizzata attraverso un linguaggio ornato e distinto nei suoi elementi, che si compie tramite
personaggi che agiscono – e non mediante semplice narrazione – con lo scopo di suscitare pietà e paura,
provocando la catarsi di tali sentimenti.
Il linguaggio usato nella tragedia è “condito da ornamenti”, ovvero arricchito da ritmo e melodia, e distribuito
in modo diverso nelle varie parti del dramma: talvolta si impiega solo il metro, altre volte anche la musica.
Poiché l’azione è imitata da personaggi in movimento e in relazione tra loro, risultano essenziali alcuni elementi
costitutivi: lo spettacolo, la musica e la dizione sono i mezzi espressivi con cui si realizza la mimesi; a questi si
aggiungono i caratteri, il pensiero e, soprattutto, la trama, che Aristotele considera l’anima stessa della tragedia.
La trama rappresenta l’organizzazione dei fatti, ovvero l’azione in quanto articolata e ordinata secondo un nesso
di necessità o verosimiglianza. I caratteri, invece, riguardano ciò che qualifica moralmente e psicologicamente
gli agenti, mentre il pensiero si manifesta nelle argomentazioni e nei giudizi espressi nel corso del dramma.
Complessivamente, Aristotele individua sei parti che determinano la qualità di una tragedia: la trama, i caratteri,
la dizione, il pensiero, lo spettacolo e la musica. Due sono mezzi dell’imitazione (lo spettacolo e la musica),
uno riguarda il modo dell’imitazione (la dizione), mentre gli altri tre sono gli oggetti imitati. Di questi, però, la
trama è senza dubbio la più importante. La tragedia, infatti, non imita degli uomini in quanto tali, ma le loro
azioni, e i caratteri si determinano a partire da ciò che i personaggi compiono o scelgono. Non è raro, nota
Aristotele, trovare tragedie che funzionano drammaturgicamente pur in assenza di caratteri ben delineati, mentre
non esiste tragedia efficace priva di un’azione coerente. È proprio nella trama che si esercita il maggior fascino
della tragedia: colpi di scena, riconoscimenti e rovesciamenti della situazione sono tutti dispositivi narrativi che
generano un coinvolgimento emotivo intenso, portando lo spettatore a provare pietà e paura.
Se anche una tragedia fosse impeccabile nei suoi discorsi morali, nel linguaggio o nei ragionamenti,
mancherebbe comunque del suo effetto se non avesse una buona struttura narrativa. In effetti, i poeti più antichi
raggiungevano la maturità prima nella dizione e nei caratteri, ma solo più tardi nella costruzione degli eventi.
Per questo Aristotele afferma che il principio e, per così dire, l’anima della tragedia è proprio la trama. Al
secondo posto vengono i caratteri, seguono poi il pensiero, la dizione, la musica e infine lo spettacolo che, pur
avendo un certo fascino, risulta l’elemento più esterno all’arte poetica. La tragedia, infatti, può conservare tutta
la sua potenza anche senza messa in scena: in tal caso, è più importante l’ingegno dello scenografo che quello
del poeta.
Una buona trama, secondo Aristotele, deve possedere unità e grandezza. L’unità non dipende dal fatto che si
rappresenti una sola persona – come spesso facevano gli antichi poeti con personaggi come Eracle o Teseo –,
ma dal fatto che tutti gli eventi siano connessi da legami di causa-effetto, così che togliendo o alterando una
parte, il tutto risulti compromesso. Hanno dunque sbagliato quegli autori che hanno accumulato episodi
semplicemente perché riguardano lo stesso personaggio. Omero, invece, si distingue per la sua capacità di
strutturare la narrazione intorno a un’unica azione: nell’Odissea, ad esempio, non inserisce tutti gli episodi della
vita di Odisseo, ma seleziona solo quelli funzionali alla coerenza narrativa.
La grandezza, invece, riguarda l’estensione della trama. Essa deve essere sufficiente affinché il pubblico possa
seguirla e comprenderla nella sua interezza, senza perdersi nei dettagli o confondersi per eccessiva brevità. Una
trama troppo piccola è indistinguibile, come nel caso di un animale troppo minuto per essere visto chiaramente;
una troppo grande sfugge alla percezione unitaria, come se fosse un corpo smisurato che non si riesce ad
abbracciare con lo sguardo. È dunque necessario trovare una misura equilibrata, tale che una sequenza
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ininterrotta di eventi collegati per necessità o verosimiglianza possa condurre da una situazione iniziale di
fortuna alla disgrazia, o viceversa. Questa trasformazione, fondata sul passaggio emotivo, è ciò che definisce
l’essenza stessa della tragedia.
In sintesi, Aristotele concepisce la tragedia come un organismo complesso ma perfettamente ordinato, in cui
ogni elemento trova il suo posto in funzione del fine ultimo: suscitare emozioni e portare a una catarsi. La
bellezza della tragedia risiede nell’armonia delle sue parti e nella precisione con cui esse concorrono a costruire
una rappresentazione viva dell’azione umana, capace di istruire, commuovere e purificare.
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COSA ACCADE NELLE NOZZE DI FIGARO? Analisi del Melodramma a cura di Fabrizio Della Seta
Soggiacente a ogni evento che si possa definire drammatico presuppone una struttura logica le cui condizioni
minime di esistenza sono: (1) la presenza della persona umana, intesa come condensazione simbolica di un
campo di idee e valori, che si pone in relazione significativa con altre realtà umane (Della Seta parla di ‘persona’,
in quanto essa non ha ancora assunto, e non deve necessariamente assumere, le determinazioni esteriori,
psicologiche e storiche, che ne fanno un ‘personaggio’); (2) che tale relazione sia concepita all’interno e
attraverso la mediazione di uno spazio parimenti simbolico; (3) che essa si modifichi nel tempo per mezzo di
interazioni vicendevoli tra le diverse entità del gioco.
Lo schema drammatico in cui vengono inseriti i vari elementi è un ponte tra il pensiero astratto e la
rappresentazione concreta: esso organizza idee e valori (il lato intellettuale) in forma di personaggi e relazioni
che, pur essendo inizialmente solo concetti, sono pronti a diventare agenti reali in scena (il lato teatrale).
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Nel suo saggio Cosa accade nelle Nozze di Figaro, II, VII-VIII?, Fabrizio Della Seta propone una lettura
approfondita e articolata di uno dei momenti più significativi dell’opera di Mozart: le scene VII e VIII del
secondo atto, che fanno parte del Finale II. Si tratta di una delle sezioni più complesse e drammaticamente dense
dell’intera opera, non solo per l’intreccio narrativo che vi si sviluppa, ma soprattutto per il modo in cui musica
e azione teatrale si intrecciano e si condizionano reciprocamente. L’analisi parte dal presupposto che in un’opera
come Le nozze di Figaro la musica non è un semplice ornamento del testo o un accompagnamento dell’azione,
ma un elemento costitutivo del dramma stesso, che concorre in maniera determinante alla costruzione del
significato e all’evoluzione dei rapporti tra i personaggi. Nelle due scene esaminate, si assiste a un’importante
inversione dei rapporti di forza tra i protagonisti. Il Conte, che fino a quel momento si sentiva in posizione
dominante perché convinto di aver colto la moglie in flagrante con il paggio Cherubino, resta completamente
spiazzato quando dal gabinetto esce invece Susanna. Il colpo di scena è tanto più efficace perché smentisce
bruscamente le sue aspettative e distrugge in un istante l’illusione di superiorità che egli aveva costruito. La
Contessa, inizialmente in imbarazzo e quasi inerte, inizia a riprendere il controllo, mentre Susanna, pienamente
consapevole della situazione e padrona del gioco, si diverte a provocare il Conte con ironia. Questa prima
sequenza segna un ribaltamento netto della dinamica scenica: il Conte, umiliato, diventa oggetto di scherno, e
il pubblico assiste alla perdita progressiva della sua autorità. Il ritorno del Conte dal gabinetto apre una seconda
fase: cerca di ricomporsi e si affretta a chiedere perdono, ma la Contessa lo respinge con durezza. La tensione
sale, anche grazie a una musica che alterna momenti lirici ad altri più agitati, riflettendo lo scontro emotivo tra
i personaggi. Il Conte tenta allora di ottenere l’appoggio di Susanna, ma anche lei inizialmente lo respinge,
rafforzando il fronte delle due donne. A questo punto, il confronto si fa più acceso: il Conte si trova costretto a
usare un tono supplichevole, mentre la Contessa ribadisce con forza il suo dolore e la sua dignità ferita. Della
Seta sottolinea come la musica accompagni in modo straordinario questa evoluzione, passando da tonalità
brillanti a sonorità più scure e tese, modellando il tempo e la melodia in funzione della progressione drammatica.
Nella terza sequenza, i sospetti del Conte si rinnovano: inizia a fare domande più pressanti e precise, e le donne,
nel tentativo di sviare, commettono un errore decisivo. Finiscono infatti per rivelare che il biglietto anonimo
che aveva fatto nascere i sospetti era stato scritto da Figaro. È una rivelazione cruciale che ridà forza al Conte e
gli fornisce un nuovo strumento per esercitare il proprio potere. In questo passaggio, la musica diventa veicolo
di una “climax” argomentativa: il ritmo accelera, le modulazioni armoniche si fanno più marcate, e tutto
converge verso un punto di svolta. Da questo momento, l’equilibrio tra le parti cambia ancora una volta: nessuno
dei personaggi è più completamente dalla parte della ragione, e il tono del dialogo si sposta verso una
riconciliazione forzata. Nella quarta e ultima sequenza, il Conte, sentendosi nuovamente in vantaggio, si mostra
generoso e offre lui il perdono. Le donne lo accettano, ma lo fanno con una certa freddezza: la loro ritirata è
calcolata, più che convinta. La pace viene sancita attraverso un terzetto finale in cui, per la prima volta, tutti e
tre i personaggi cantano all’unisono, segno apparente di armonia ma in realtà sintomo di una tregua provvisoria
e fragile. Secondo Della Seta, questa parte dell’opera è un esempio perfetto di come Mozart e Da Ponte
costruiscano il dramma non solo attraverso la parola, ma soprattutto con la musica. Ogni gesto musicale – che
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sia una variazione di tempo, un cambio di tonalità, una nuova entrata vocale – coincide con un cambiamento
nel rapporto tra i personaggi. La musica, in altre parole, non si limita a raccontare l’azione: la determina, la
struttura, la commenta dall’interno. Le Nozze di Figaro, in questo modo, si rivelano non solo una commedia
brillante, ma un’opera di straordinaria complessità formale, dove ogni scena è costruita come un vero e proprio
sistema dinamico di forze in tensione. Della Seta mostra come, attraverso l’intreccio magistrale di musica e
teatro, Mozart riesca a far emergere la profondità dei conflitti psicologici e sociali che muovono i suoi
personaggi, trasformando un’opera buffa in un capolavoro assoluto di equilibrio e intelligenza drammaturgica.
Le nozze di Figaro, libretto e guida all’opera (da fare su partitura e libretto)
Allestite per la prima volta il 1 maggio 1786 al Burgtheater di Vienna, Le nozze di Figaro riscossero un successo
caloroso, anche se l’opera circolò poco nei mesi successivi, beneficiando solamente di nove repliche entro la
fine dell’anno. Quando però il lavoro venne presentato nel mese di dicembre al pubblico di Praga, il trionfo fu
sensazionale: Mozart stesso fu invitato ad assistervi per dirigere l’opera di persona, ottenendo immediatamente
una nuova commissione, da cui sarebbe nato il Don Giovanni, secondo frutto del felice sodalizio con Lorenzo
da Ponte.
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LEZIONI DI DRAMMATURGIA MUSICALE
PROF. FABRIZIO DELLA SETA
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Aristotele individua sei componenti fondamentali della tragedia: la trama (mythos), i caratteri (ethos), il pensiero
(dianoia), la dizione (lexis), la musica (melos) e lo spettacolo (opsis). Di queste, la trama è la più importante,
perché è ciò che organizza gli eventi. È importante capire che Aristotele scrive in un contesto in cui la lingua
greca è tonale, ovvero con un’intonazione musicale interna: il discorso ha ritmo e melodia. Questo spiega perché
la dizione e la musica non sono elementi separati, ma intimamente connessi. La tragedia nasce da una forma di
declamazione intonata, simile al “recitar cantando” delle origini dell’opera.
Il pensiero, nella tragedia, è il contenuto dei discorsi: le riflessioni, i ragionamenti, le decisioni dei personaggi.
Il carattere è ciò che emerge da queste scelte: essere o non essere? Il pensiero è ciò che guida l’azione e la scelta.
Aristotele osserva che molti poeti raggiungono la perfezione nella dizione e nei caratteri, ma non nella
disposizione degli eventi. Alcuni sono ottimi poeti ma pessimi drammaturghi. La capacità di creare un buon
dramma risiede nell’organizzazione dell’azione, non solo nella qualità letteraria dei versi.
Lo spettacolo, dice Aristotele, non appartiene pienamente all’arte poetica, ma è piuttosto competenza dello
scenografo. Tuttavia, per la riuscita di uno spettacolo, lo scenografo può essere più importante del poeta.
L’azione è ciò che imita la vita. I personaggi non esistono come entità autonome, ma in funzione delle loro
azioni. Questo è un concetto fondamentale nella teoria drammatica: il dramma è azione, non narrazione.
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filologica del linguaggio. Negli ultimi anni, anche gli studiosi di linguistica più noti, come Luca Serianni, hanno
rivolto attenzione a linguaggi specialistici e non solo alla poesia colta. Ciò include il linguaggio del cinema e,
appunto, quello dell’opera lirica. Lo studioso di musica che si occupa di teatro musicale deve dunque possedere
solide competenze filologiche e linguistiche applicate al libretto e al testo poetico.
La varietà linguistica nei libretti ha conseguenze drammaturgiche: ad esempio, nelle opere buffe si impiegano
registri linguistici diversi a seconda dello status sociale dei personaggi. Anche le forme di allocuzione, cioè il
modo in cui un personaggio si rivolge a un altro, variano secondo la situazione e rivelano molto delle relazioni
gerarchiche e affettive tra i protagonisti.
C’è poi una componente letteraria. I libretti sono costruiti su un linguaggio poetico, strutturato in versi e
organizzato secondo convenzioni metriche e retoriche proprie di ciascuna epoca. L’analisi del libretto implica
lo studio delle figure retoriche, della sintassi, del lessico, e della versificazione.
Infine, vi è una componente estetica. I libretti non ambiscono a essere alta poesia; raramente hanno un valore
letterario autonomo. Sono sempre, o quasi sempre, scritti in versi, come la poesia, ma non devono essere
giudicati secondo i criteri della poesia lirica. Lo stesso Verdi affermava che il libretto di Rigoletto fosse uno dei
migliori da lui musicati, “salvo i versi”. E aggiungeva: “Le situazioni sono la cosa più importante, più del testo
poetico”. In un’altra lettera, scrivendo al librettista dell’Aida, osservava che né i poeti devono fare poesia, né i
musicisti devono fare musica: devono fare teatro. Anche una musica brutta, decontestualizzata, può funzionare
perfettamente se inserita nella giusta situazione drammatica.
Quando si parla di struttura drammatica, si può distinguere tra una struttura esterna e una interna. La struttura
esterna è quella organizzata in atti e scene, determinata in base all’entrata e all’uscita dei personaggi: ogni
ingresso e ogni uscita segnano un mutamento dell’azione e introducono nuove informazioni. Termini come
“quadro primo” o “quadro secondo” si riferiscono all’ambientazione scenica: il mutamento scenico implica uno
spostamento dell’azione nello spazio.
La struttura interna, invece, è quella più profonda e significativa: ciò che muta nel corso dell’azione tra i
personaggi. L’azione drammatica richiede tempo, e implica trasformazione. Se alla fine di un atto lo stato dei
rapporti tra i personaggi è diverso rispetto all’inizio, allora c’è stato dramma. Questa trasformazione può essere
fisica, ma più spesso è interiore, psicologica.
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2. L’orchestra
L’orchestra, d’altro canto, ha una funzione duplice. Nei primi esempi di opera, come quelle di Monteverdi, il
ruolo dell’orchestra era limitato: si parlava di “basso continuo”, un accompagnamento armonico suonato
tipicamente da strumenti come il clavicembalo, l’organo o il liuto. In epoca successiva, soprattutto con Wagner,
l’orchestra assume un ruolo di protagonista. Non accompagna soltanto: commenta, preannuncia, esprime
l’inesprimibile.
Wagner definisce l’orchestra come una vera e propria “orchestra sapiente”, alla stregua del coro nella tragedia
greca. Essa sa, conosce, interpreta l’azione anche quando i personaggi non verbalizzano nulla. In questo senso,
la musica orchestrale diventa il luogo della verità nascosta, il substrato emotivo della scena.
Un esempio interessante è dato da Berlioz, che scrive Roméo et Juliette definendola “sinfonia drammatica”. Qui
la voce è presente, ma molte delle azioni fondamentali vengono affidate all’orchestra. Ciò suggerisce che, nella
visione di Berlioz, l’orchestra possa sostenere da sola un discorso drammatico, pur non essendo propriamente
un’opera lirica.
La voce e l’intonazione musicale
Cosa significa intonare la parola? Qual è il legame tra parola e musica?
Storicamente, la voce nel teatro musicale nasce da una declamazione intonata, già nella tragedia antica. Il testo
non veniva semplicemente parlato: veniva modulato secondo un profilo melodico, un andamento musicale.
L’intonazione musicale ha la funzione di portare a compimento qualcosa che la parola da sola suggerisce ma
non realizza pienamente. In altri termini, la musica è una forma di linguaggio che completa, potenzia, talvolta
sovrasta il significato verbale.
La musica è un linguaggio irrazionale, o meglio, extrarazionale. Ha la capacità di rappresentare l’invisibile,
l’ineffabile. Esprime emozioni in maniera diretta e, allo stesso tempo, suscita le stesse emozioni nello spettatore.
È un linguaggio del corpo e dell’anima.
L’antichissimo mito di Orfeo è qui esemplare: con il suo canto riesce ad ammansire le belve, convincere gli dèi,
persino superare la morte per tentare di riportare Euridice tra i vivi. Orfeo non parla: canta. E proprio nel canto
risiede il suo potere.
In questo senso, la musica nel teatro non è solo rappresentazione: è azione. Crea effetti reali. Trasforma i
rapporti. Incide sullo spazio e sul tempo scenico.
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e fu inizialmente vietata in Francia per via del contenuto potenzialmente sovversivo. Nonostante il divieto, il
testo era noto e circolava in tutta Europa, dove suscitava ammirazione ma anche preoccupazione tra le élite.
Proprio per evitare problemi con la censura austriaca, Da Ponte decise di tagliare le scene più esplicitamente
politiche, quelle in cui veniva attaccata in maniera diretta la corte o i suoi privilegi. Questo lavoro di riduzione
e adattamento rese il testo più accettabile per l’imperatore Giuseppe II. Tuttavia, l’opera ebbe un successo
moderato alla sua prima rappresentazione: fu messa in scena solo nove volte a Vienna, nonostante oggi sia
considerata un capolavoro assoluto.
La versione che conosciamo si colloca all’interno del genere dell’opera buffa, tipico della tradizione italiana. Il
modello buffo si caratterizza per la presenza di situazioni comiche, ma anche per la forte struttura drammatica
e musicale. Il pubblico di allora, infatti, non andava a teatro per seguire la trama (che spesso già conosceva),
bensì per ammirare i cantanti, ascoltare la musica, e godere dello spettacolo in senso ampio.
Le Nozze di Figaro sono un esempio paradigmatico di drammaturgia musicale complessa e stratificata. L’opera
è costruita secondo uno schema quasi “bellico”: tutti contro tutti, in una sorta di guerra dei sessi e delle classi.
Tuttavia, c’è un’alleanza fondamentale, quella tra la Contessa e Susanna, che restano unite per tutta la vicenda,
pur provenendo da ceti sociali molto diversi. Questo legame può essere letto come una forma di “sorellanza”
motivata da interessi comuni più che da affinità sentimentali o ideologiche. È una solidarietà strategica.
Secondo un’ipotesi interpretativa proposta da Della Seta, Susanna potrebbe avere circa 17-18 anni, mentre la
Contessa è chiaramente più matura. Tra le due non si sviluppa mai una rivalità aperta, ma la differenza d’età e
di status potrebbe introdurre, almeno inconsciamente, una tensione latente. Il momento dello scambio degli abiti
tra le due donne è significativo da questo punto di vista: la Contessa si abbassa al livello della cameriera, mentre
Susanna si innalza. Mozart aveva inizialmente previsto un’aria aggiuntiva per Susanna, molto più nobile nel
tono, ma decise di scartarla. Probabilmente perché questa avrebbe reso la figura di Susanna troppo aristocratica,
snaturandone l’identità di serva astuta e brillante. Il personaggio di Susanna oscilla dunque tra innalzamento e
riabbassamento simbolico, fino a una rinobilitazione finale, ma sempre all’interno del suo ruolo sociale.
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ai personaggi nobili: Conte, Contessa, Figaro, Susanna. Il recitativo semplice (o secco), accompagnato solo dal
basso continuo, invece, è riservato alle situazioni quotidiane o ai personaggi comici.
Nell’opera seria metastasiana, l’aria rappresentava un momento di sospensione dell’azione: la trama proseguiva
nel recitativo, poi si fermava e il personaggio cantava, riflettendo sui suoi sentimenti. In Le nozze di Figaro,
invece, le arie non si limitano alla funzione lirica, ma contribuiscono a definire il carattere del personaggio. In
questo contesto, il carattere va inteso non solo come insieme di tratti psicologici, ma come costruzione scenica
complessa, emergente dalla musica, dal testo poetico, dalla vocalità e dal gesto scenico.
Nella drammaturgia settecentesca troviamo spesso personaggi “tipici” e non ancora “caratteri” nel senso
moderno: l’imperatore, l’amante, il malvagio. Sono figure codificate, che incarnano ruoli sociali e morali. Solo
con l’Illuminismo e poi con il Romanticismo si sviluppa un’idea più psicologica del personaggio teatrale, che
tende a diventare un individuo complesso, con contraddizioni interne e sviluppo. Shakespeare, in questo senso,
è già un autore moderno: i suoi personaggi sono costruiti come tipi individualizzati. Un esempio eloquente è
Iago nell’Otello, che è un malvagio unico, irripetibile, e proprio per questo indimenticabile.
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Questa successione culmina in un terzetto che prepara ciò che accadrà nel finale dell’atto. In una versione
successiva dell’opera (quella dell’89), Mozart sostituì un breve duettino con alcune battute di recitativo,
semplificando la transizione verso il finale d’atto, una delle strutture più complesse e spettacolari dell’opera.
Nel terzo atto, troviamo un importante duetto tra il Conte e Susanna, carico di tensione erotica e ambiguità.
Questo duetto pone anche problemi filologici, poiché in alcune fonti antiche il sestetto che segue appare prima
dell’aria della Contessa, mentre in altre la successione è invertita. L’ordine corretto prevede che il sestetto venga
prima.
Il sestetto, momento dell’anagnorisis, occupa il centro simbolico e strutturale dell’atto. È un pezzo molto esteso,
con caratteristiche da finale interno, che segna un punto di svolta nella vicenda: si scopre, infatti, che Figaro è
figlio di Marcellina. Questa rivelazione muta i rapporti tra i personaggi, riorganizzando la rete delle alleanze e
delle opposizioni.
Segue poi l’aria della Contessa, quindi un breve duettino tra Susanna e la Contessa, nel quale le due donne
scrivono insieme le parole di un’arietta che Susanna dovrà cantare al Conte per sedurlo. Questo è un caso di
canto nel canto, cioè un momento meta-teatrale in cui i personaggi compongono una canzone che verrà poi
eseguita sulla scena, amplificando il gioco dei livelli comunicativi.
Questi episodi confermano come la musica di Mozart non sia mai puramente illustrativa. Ogni elemento
musicale contribuisce a sviluppare l’azione drammatica, a costruire la psicologia dei personaggi, a stabilire un
equilibrio tra coerenza formale e varietà espressiva.
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In ambito tedesco, Wagner rappresenta l’estremo di questa tendenza. Scriveva da solo sia il testo sia la musica,
e concepiva l’opera come un “Gesamtkunstwerk”, cioè un’opera d’arte totale, in cui tutti gli elementi (musica,
poesia, regia, scenografia) devono essere concepiti unitariamente. Wagner vedeva sé stesso come l’unico
creatore dell’opera, e il suo pensiero fu determinante per la successiva estetica teatrale.
Giacomo Meyerbeer, seppur meno noto oggi, fu molto importante per affermare l’idea del compositore come
mente operante dello spettacolo. Anche lui agiva come regista ante litteram, controllando ogni dettaglio del
progetto scenico.
Nell’Ottocento, dunque, il compositore è il vero autore, il drammaturgo dell’opera. Ma nel Novecento la
situazione cambia nuovamente. Non si può più parlare di “opera” in senso tradizionale. Compositori come
Luciano Berio, Luigi Nono, György Ligeti e Karlheinz Stockhausen inaugurano un nuovo modo di concepire il
teatro musicale: un teatro sperimentale, concettuale, in cui la musica interagisce con la tecnologia, lo spazio, il
corpo, la voce, e spesso viene meno la distinzione tra autore, esecutore e pubblico.
Questo porta a interrogarsi non solo su chi sia l’autore, ma anche su cosa sia il testo dell’opera.
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Le arie sono molto numerose: sei su tredici numeri complessivi. Questa è una particolarità, perché le arie erano
diventate meno centrali nel modello napoletano. Ma in Semiramide tornano in forza, perché i cantanti stessi le
volevano: il gusto del pubblico e degli interpreti esigeva ancora una centralità del brano solistico.
Le arie si distribuiscono come segue:
Questa distribuzione garantisce un equilibrio vocale e consente a ciascun personaggio di sviluppare la propria
psicologia attraverso il canto. Le arie sono costruite secondo la forma scena – cantabile – tempo di mezzo –
cabaletta, che consente un’articolazione interna ricca e variata. Questa struttura, codificata da Rossini e molto
apprezzata dal pubblico, permette di rappresentare in musica una progressione drammatica interna al brano
stesso: dal momento lirico alla crisi, fino all’esplosione conclusiva.
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Lezione 12 - Semiramide e l'estetica rossiniana
Semiramide è l’ultima opera italiana composta da Gioachino Rossini, rappresentata alla Fenice di Venezia nel
1823. Il libretto, un melodramma tragico, fu affidato a Gaetano Rossi. L’opera si basa sulla tragedia Semiramis
di Voltaire, scritta nel 1748, un autore molto letto fino al 1830, nonostante il suo teatro fosse stato poi superato
dal dramma moderno. Questo conferma che la cultura teatrale di Semiramide si inserisce in una tradizione
illuminista e classicista, distante dalla poetica romantica emergente.
L’estetica dell’opera è permeata da un lessico aulico, personaggi sublimi e archetipici, e una trama che richiama
motivi classici come il tirannicidio, la vendetta filiale, e l’incesto implicito (il figlio che rischia di sposare la
madre). Il riferimento culturale è quello del neoclassicismo, in cui l’arte aspira a modelli ideali e armonici, e
dove la tragedia si manifesta come espressione razionale e misurata del conflitto umano.
La partitura di Semiramide, in 13 numeri musicali, è costruita secondo logiche monumentali e cumulative. I
brani sono lunghissimi e stratificati, alternando scene, cantabili, cori, cabalette, concertati e finali. I recitativi
secchi sono assenti: Rossini li aveva ormai abbandonati dopo Tancredi. I recitativi sono orchestrali, e si
integrano nei numeri musicali come sezioni narrative dense di significato.
Tra le tecniche più raffinate, troviamo l’uso di tableaux vivants: composizioni sceniche statiche ma cariche di
tensione, visivamente iconiche, che si susseguono come quadri drammatici. Rossini sviluppa anche il falso
canone: imitazioni vocali tra i personaggi che danno l’illusione della polifonia imitativa, ma che in realtà sono
libere sovrapposizioni. Questo consente di rappresentare la sospensione tragica del tempo, creando un effetto
rituale e sacrale.
Il Finale II, in particolare, è uno dei momenti culminanti. Dopo il giuramento collettivo a Semiramide, avviene
l’annuncio sconvolgente della successione: sarà Arsace a ereditare il trono e diventare suo sposo. Idreno protesta
e si accontenta di ottenere Azema. Nel caos seguente, l’ombra di Nino appare, annunciando a Arsace il dovere
di vendicare il padre ucciso. La tensione cresce in un concertato in Lab maggiore, tonalità che Verdi userà nel
Trovatore per una scena simile, il miserere.
L’ultima parte del finale è una stretta tragica in Do maggiore, ricca di dissonanze. Il maggiore, pur essendo
formalmente luminoso, viene “contaminato” dalla tensione armonica, suggerendo che anche le tonalità
“positive” possono essere tragiche. Rossini, quindi, sublima il terrore in bellezza formale, secondo un ideale
estetico classico.
Norma di Bellini – Revisione e approfondimento analitico
Vincenzo Bellini compone Norma nel 1831, su libretto di Felice Romani, tratto dalla tragedia francese Norma
ou l’infanticide di Alexandre Soumet. È una tragedia lirica in due atti che fonde elementi classici e romantici,
con un impianto formale ridotto ma concentrato.
Il personaggio di Norma si ispira al mito di Medea, come nella tragedia euripidea e senecana. È una donna
potente e sacrilega, sacerdotessa del culto druidico, madre segreta di due figli e amante del nemico. La tensione
drammatica esplode quando Norma scopre il tradimento di Pollione, che ama Adalgisa. In quel momento,
Bellini scrive una scena di monologo recitativo-arioso che apre il secondo atto: un momento vertiginoso di
meditazione sull’infanticidio. Il testo è composto in versi sciolti e presenta evidenti eco di Medea, sia nel
richiamo al sorriso dei figli dormienti, sia nella lotta interiore della madre-donna-sacerdotessa.
Dal punto di vista musicale, Norma si distingue per:
• L’unitarietà tematica e formale: molti motivi si riflettono da una sezione all’altra, generando coerenza
ciclica.
• L’abbandono del crescendo meccanico rossiniano, sostituito da un crescendo armonico e psicologico.
• L’uso strutturale dei recitativi accompagnati, che si fondono con i pezzi chiusi.
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• La gestione espressiva del canto legato, che diventerà il modello del belcanto “puro”.
Il duetto tra Norma e Adalgisa si trasforma in terzetto con l’ingresso di Pollione: i tre cantano insieme ma su
livelli emotivi e armonici distinti, senza mai unificarsi realmente. Questo rappresenta musicalmente il conflitto
irrisolto tra dovere, passione e pietà.
Nel Finale II, Norma si offre al rogo come vittima sacrificale, dopo aver ottenuto il perdono di Pollione. Il
concertato è lento, progressivo, e culmina in un crescendo corale. Norma ottiene il perdono del padre e affida i
figli a lui. La musica sublima la tragedia, chiudendo in una dimensione sacrale, quasi wagneriana ante litteram.
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In conclusione, mentre Bellini rappresenta l’estrema perfezione formale dell’ideale lirico italiano, Donizetti
incarna la sua trasformazione in senso teatrale, anticipando molte delle innovazioni che troveranno piena
realizzazione in Verdi.
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moderno, che si manifesta nella tensione emotiva, nel rapporto vocale tra i personaggi, e nell’uso simbolico dei
motivi musicali.
Infine, la metrica: Bellini predilige i settenari, tipici dei lamenti femminili nella tradizione letteraria italiana.
Questo rimanda all’archetipo virgiliano della donna abbandonata, in particolare alla figura di Didone, anch’essa
madre, regina, e tradita. L’impronta classica si fonde quindi con il modello tragico moderno.
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Otello: struttura drammatica e novità formali
Otello si distingue per una struttura drammatica innovativa. La divisione è ancora quella canonica in tre atti, ma
ciascuno di essi è articolato in due parti: parte prima e parte seconda. Ciò che colpisce è l’assenza totale di
“pezzi chiusi”, ovvero di quelle arie o duetti che nel melodramma tradizionale delimitano in modo netto episodi
musicali e drammatici.
In Otello, non ci sono numeri chiusi, non esistono cadenze finali chiaramente riconoscibili, e l’intera opera si
articola in sei grandi sezioni, ognuna delle quali si sviluppa come un flusso musicale continuo. Sebbene vi siano
momenti riconoscibili come arie o duetti, questi non si presentano come blocchi autonomi, ma si inseriscono
nel tessuto drammaturgico con una fluidità che li rende parte integrante dell’azione. Ciò significa che anche i
momenti musicalmente più lirici non interrompono il movimento drammatico, bensì lo potenziano.
Questa struttura ha fatto sì che molti osservatori parlassero di una svolta “wagneriana” nella concezione
operistica di Verdi, pur in un contesto stilistico completamente italiano. La continuità musicale e narrativa è
frutto di una concezione dell’opera come organismo unico, non frammentabile in numeri, ma mosso da un
impulso drammatico interno e coerente.
La metrica del libretto e il ruolo di Arrigo Boito
Il libretto di Otello fu scritto da Arrigo Boito, poeta e musicista di grande raffinatezza, e già dalla sua struttura
metrica si comprende l’altissimo livello formale dell’opera. In Otello non si riscontra la consueta distinzione tra
versi destinati al recitativo e versi destinati alla parte cantabile. Tutto è continuo, e la musica nasce direttamente
dalla qualità intrinseca del testo.
All’inizio dell’opera, per esempio, troviamo un doppio settenario spezzato tra due personaggi: un primo
settenario tronco seguito da un secondo. Si tratta di una costruzione metrica che richiama la versificazione
francese, offrendo al compositore una grande flessibilità ritmica e musicale.
Boito utilizza frequentemente l’endecasillabo, mentre evita i versi brevi, in quanto i versi lunghi consentono
una maggiore libertà compositiva. In alcuni passaggi, il livello di virtuosismo metrico raggiunto da Boito è
impressionante, arrivando a sfruttare le battute musicali come elemento di espressione autonoma. La distinzione
metrica non è fine a sé stessa, ma serve a caratterizzare i diversi gruppi di personaggi, conferendo loro una voce
poetica e musicale propria.
Virtuosismi espressivi e drammaturgia musicale
Il punto culminante del virtuosismo metrico e musicale si raggiunge in un passaggio in cui una posizione
sillabica del verso è occupata da un gesto silenzioso – un bacio – privo sia di testo sia di musica. Questo
momento è emblematico del livello di raffinatezza raggiunto da Verdi e Boito: anche il silenzio diventa elemento
drammaturgico, capace di veicolare significato.
L’effetto teatrale e musicale di un simile gesto è potentissimo: interrompe il flusso del discorso, crea un vuoto
espressivo, ma proprio per questo lascia emergere la tensione emotiva sottesa. Tale uso del silenzio dimostra
come in Otello l’intreccio fra parola, musica e azione scenica sia concepito in modo integrato e profondamente
consapevole. Dopo aver esplorato le innovazioni strutturali e linguistiche di Otello, l’attenzione si concentra
sulla figura di Verdi in una fase ancora successiva della sua carriera, in cui si manifesta la piena consapevolezza
del proprio ruolo e del proprio lascito artistico. È un momento di maturità, ma anche di riflessione: siamo ormai
prossimi al termine dell’Ottocento, e Verdi – pur non più giovane – sente di avere ancora qualcosa da dire, anzi
forse qualcosa di nuovo da creare. È proprio in questo clima che prende forma il progetto di Falstaff.
Rispetto al tormentato Otello, che aveva richiesto un lungo periodo di gestazione, Falstaff nasce in modo molto
diverso. La scrittura dell’opera procede con una rapidità sorprendente, con una leggerezza che sembra
contrapporsi al peso drammatico dell’opera precedente. Verdi appare qui come un autore liberato, capace di
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affrontare con humour e sottile ironia il tema della vecchiaia, dell’inganno, del desiderio, senza il bisogno di
piegarsi alle convenzioni tragiche.
Il libretto, ancora una volta affidato ad Arrigo Boito, mostra un equilibrio perfetto tra raffinatezza letteraria e
senso teatrale. La commedia è fluida, vivace, piena di ritmo, e si intreccia con una musica altrettanto agile.
Verdi si diverte a costruire un’opera che gioca su continue sorprese, doppi sensi, rovesciamenti, e questo gioco
teatrale è sostenuto da una musica densa, raffinata, piena di sfumature orchestrali e invenzioni armoniche.
Uno degli elementi più affascinanti di Falstaff è il trattamento del tempo musicale: la partitura è attraversata da
un flusso continuo, in cui le sezioni si susseguono senza mai ristagnare, e in cui ogni personaggio è caratterizzato
da un’impronta ritmica e timbrica che lo distingue e lo definisce. Non si trovano le grandi arie liriche del passato,
ma un insieme di momenti brevi, incastonati in una struttura che richiama da vicino la forma della commedia
elisabettiana.
Non manca però anche qui un gesto di rottura. Come era accaduto in Otello, anche in Falstaff il finale
rappresenta qualcosa di radicalmente nuovo. La chiusa dell’opera – con il celebre fugato “Tutto nel mondo è
burla” – segna un punto di sintesi tra commedia e riflessione filosofica, tra gioco e consapevolezza esistenziale.
È una risata amara, quella che chiude l’opera, una risata che nasce dall’intelligenza, dall’esperienza, dalla
consapevolezza dei limiti umani.
In questo senso, Falstaff non è semplicemente una commedia musicale, ma una sorta di testamento artistico.
Verdi vi riversa tutto ciò che ha appreso in una vita di teatro: l’arte della parola, la sapienza del tempo musicale,
l’ironia tragica della condizione umana. Il compositore ottuagenario si congeda con un sorriso, ma è un sorriso
che racchiude un intero mondo. E, proprio per questo, resta impresso con straordinaria forza.
Il percorso umano e artistico di Giuseppe Verdi, culminato con Falstaff, si chiude idealmente con una sintesi
brillante e disillusa sull’esistenza. Proprio l’epilogo dell’opera, con quella fuga finale intonata sulle parole
“Tutto nel mondo è burla”, non va considerata soltanto un divertissement accademico, un virtuosismo tecnico
fine a sé stesso, ma piuttosto come un gesto carico di senso. Quasi come se Verdi, giunto alla fine della sua
carriera e della sua vita, volesse lasciare un commento ultimo sul mondo, sulla natura umana, sull’arte e sul
teatro.
La scelta della fuga – una forma antica, quasi arcaica per i tempi – è significativa. È un richiamo implicito a
Bach, al contrappunto, alla disciplina e alla costruzione intellettuale. Ma allo stesso tempo, è anche una mossa
ironica: usare una struttura così rigorosa per celebrare la burla, il riso, la leggerezza, la follia del mondo. C’è in
questo gesto una consapevolezza acuta, una lucidità che unisce pensiero musicale e pensiero teatrale in un’unica,
affilata battuta finale.
Non sorprende, dunque, che Falstaff sia stato oggetto di grandissima ammirazione da parte di compositori del
Novecento come Strauss, Mahler, Casella e Stravinskij. In particolare, quest’ultimo riconobbe in Falstaff una
forma di “neoclassicismo ante litteram”, una riscoperta consapevole del passato che dialoga con la modernità,
anticipando molte delle tendenze novecentesche, come la riflessione metamusicale o la parodia stilistica.
Attraverso Falstaff, Verdi chiude la sua carriera non con un’ultima tragedia, ma con una commedia amara, con
un sorriso saggio e malinconico che sembra voler racchiudere tutto: gli anni di teatro, le battaglie artistiche, le
conquiste espressive, la fatica della vita. È un’uscita di scena degna di un grande maestro, ma anche
profondamente umana. Perché in fondo, come dice la fuga finale, la vita intera è una burla. E il teatro, forse, è
il luogo migliore per svelarlo.
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Lezione 16
L’opera Falstaff rappresenta un punto di svolta non solo nella carriera di Verdi ma nell’intera storia del teatro
musicale italiano. Composta in età avanzata, fu subito apprezzata da compositori come Strauss, Mahler, Casella
e Stravinskij, i quali riconobbero in essa un’opera profondamente moderna, capace di anticipare le poetiche
novecentesche. In effetti, senza Falstaff, non si comprenderebbero molte soluzioni adottate da Puccini nei suoi
drammi.
Uno dei tratti distintivi di Falstaff è la volontà di recuperare e rivitalizzare la tradizione musicale antica. Questa
tensione verso il passato si traduce, per esempio, nella fuga conclusiva, un gesto intellettuale e stilistico che
richiama deliberatamente il linguaggio barocco, in particolare quello di Bach. Tuttavia, Verdi non si limita a
imitare: quella fuga non è un semplice esercizio di stile, ma un discorso meta-musicale sul “fare musica”,
un’ironia compositiva che coincide con le finalità teatrali del personaggio e dell’opera stessa. È un’operazione
che può essere letta in chiave neoclassica, in linea con quanto faranno più avanti musicisti come Stravinskij.
Un altro aspetto interessante riguarda l'organizzazione delle scene e la distribuzione dei personaggi. La seconda
scena si apre in un giardino, dove le donne – in particolare Alice e Meg – diventano protagoniste assolute.
Questo è un passaggio centrale: se nel primo quadro predominavano le voci maschili, ora la dinamica cambia
radicalmente, e le comari prendono il controllo del discorso e dell’azione.
La scoperta della doppia lettera d’amore inviata da Falstaff, identica sia per Alice che per Meg, dà vita a un
momento di perfetto equilibrio tra comico e musicale. Le quattro donne – Alice, Meg, Quickly e Nannetta –
cantano insieme ma con testi diversi. È una scrittura polifonica fitta, dove ogni voce ha un’identità precisa, ma
contribuisce al gioco collettivo. Le donne cantano in versi senari, mentre quando entrano gli uomini, la metrica
cambia: gli uomini cantano in ottonari, in un metro diverso (addirittura si sovrappongono anche tempi musicali,
con le donne in 6/8 e gli uomini in 2/2).
Questa scena è un esempio straordinario di concertato, nel senso rossiniano del termine, ma con ulteriori
complessità metriche e ritmiche. Verdi porta all’estremo la tecnica dell’accumulo vocale, tanto che il pubblico
arriva quasi a perdersi nel groviglio delle voci – e questo è esattamente l’effetto voluto. L’illusione
drammaturgica è resa con una tale precisione musicale da tradurre la confusione scenica in “confusione
armonica”.
A un certo punto, però, la confusione si blocca improvvisamente: Ford, travolto da una valanga di parole e
consigli, si ferma e pronuncia la frase “un ronzio di vespe…”. Tutto si arresta. Si entra così in un breve momento
di sospensione, che serve a mettere in risalto la parola “onore”, scandita lentamente. Anche qui, Verdi usa il
silenzio e la rarefazione musicale per dare rilievo drammatico ed emotivo a una parola chiave. È un
procedimento raffinato, simile a quello usato nella Messa da Requiem, dove l’effetto della parola è amplificato
dall’interruzione della continuità sonora.
Lezione 17
L’ultimo atto del Falstaff presenta un caso curioso all’interno della commedia verdiana. Boito stesso, in una
delle prime lettere a Verdi dedicate all’opera, parlava di “fantastico”, un aggettivo che anticipa qualcosa di
straniante e meno legato alla concretezza drammatica dei primi due atti. Verdi, già durante la composizione,
mostrava qualche dubbio su questo terzo atto, che dal punto di vista drammaturgico appariva più freddo. Boito
stesso gli riconosceva questo limite: nel momento in cui la trama sta per risolversi, è naturale che la tensione
cali, specie in una commedia dove si sa che tutto si concluderà felicemente.
L’interesse emotivo, però, viene mantenuto attraverso il personaggio di Falstaff, che ora cambia tono: nel primo
quadro del terzo atto, egli è solo, seduto fuori dall’osteria al tramonto. È zuppo d’acqua dopo essere stato gettato
nel Tamigi, ed è visibilmente abbattuto. Chiama l’oste e chiede un bicchiere caldo. Questo è il suo terzo
monologo, e risulta molto diverso dai precedenti: meno baldanzoso, più umano. Non è più solo un buffone, ma
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una figura quasi patetica. Il tono della scena si fa malinconico, intimo, e richiama un passaggio shakespeariano:
“Va per la tua strada, vecchio Gianni...”.
Dal punto di vista musicale, questo monologo riprende motivi già uditi, ma li trasforma: se prima avevano il
ritmo spigliato di una marcia, ora sono rielaborati in chiave più grave, quasi funebre. Il carattere musicale
suggerisce che non è Falstaff ad essere ridicolo, ma è il mondo intorno a lui ad essersi deteriorato. È una
riflessione amara sull’età che avanza, sul disincanto. Eppure, anche in questo momento, l’eroe si rialza. Il vino
– simbolo della vitalità terrena – lo riattiva, e da lì si passa al successivo inganno orchestrato dalle comari.
Il secondo quadro è quello della mascherata notturna nel parco. Qui il tono cambia ancora, si entra nel regno
del grottesco e del fiabesco. Verdi e Boito costruiscono un’atmosfera quasi soprannaturale: il coro si traveste
da fate, folletti, spiriti della notte. Si sentono echi shakesperiani evidenti, specie da Sogno di una notte di mezza
estate. Anche la musica si adegua: l’orchestrazione diventa più leggera, rarefatta, puntellata da suoni acuti,
effetti tremolanti, scatti improvvisi. Si produce un senso di straniamento, di visione notturna che mescola sogno
e burla.
Falstaff, ignaro, cade nuovamente nella trappola. La farsa si consuma, ma il tono non è più lo stesso dei
precedenti atti. C’è una dimensione teatrale più surreale, simbolica. La beffa non è solo verso il personaggio,
ma verso la vanità umana in generale.
Alla fine, però, tutto si risolve nel celebre concertato conclusivo: “Tutto nel mondo è burla”. Questo finale,
scritto in forma di fuga, è una vera e propria riflessione musicale sull’essenza della commedia umana. Come
già anticipato nella lezione precedente, la fuga non è solo una prova di bravura contrappuntistica, ma un
commento meta-musicale: un’esplorazione ironica del passato, del linguaggio compositivo e delle convenzioni
teatrali. È come se Verdi volesse suggerire che tutto – l’amore, l’inganno, la reputazione, persino l’arte – è
soggetto alla stessa logica della burla.
Con questa affermazione, Verdi conclude non solo l’opera, ma simbolicamente anche la sua intera produzione
teatrale. Falstaff, lungi dall’essere un semplice divertimento, è un’opera colta, stratificata, che affronta temi
profondi con leggerezza apparente. È una commedia che chiude con un sorriso amaro, un’intelligenza disillusa,
una risata che sa già di addio.
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Vincenzo Bellini, la poetica del teatro musicale e il dramma di Norma secondo Fabrizio Della Seta
(mix intervista + libro suo + teatro musicale)
Nel panorama del melodramma italiano dell’Ottocento, Vincenzo Bellini occupa una posizione di grande
rilievo, pur nella sua apparente anomalia. La sua produzione si compone di sole dieci opere, distribuite nell’arco
di dieci anni. Una cadenza che riflette non tanto una limitazione biografica – sebbene egli sia morto
precocemente, a trentatré anni – quanto una scelta consapevole. Fin dagli inizi, Bellini perseguì un’idea precisa
di teatro musicale, rifiutando l’urgenza produttiva dell’industria teatrale a favore di una concezione più meditata,
qualitativamente sorvegliata. Nelle sue lettere e nei suoi manoscritti – pieni di correzioni, revisioni, pentimenti
– emerge chiaramente il ritratto di un compositore attento, rigoroso, mai indulgente con se stesso, distante dalla
retorica romantica del genio ispirato. La sua celebre affermazione «Col mio stile devo gomitar sangue»
sintetizza la fatica e la densità intellettuale che contraddistinguono il suo lavoro.
Tuttavia, l’immagine che di Bellini si è cristallizzata nella memoria collettiva è diversa, e in parte fuorviante. A
partire dal secondo Ottocento, fino a tutto il Novecento, si è imposta una visione del compositore come figura
angelicata e passionale, immersa in un mondo idealizzato di sentimenti puri, destinato fin dall’inizio a
un’esistenza tragica. Questa rappresentazione ha trovato ampia risonanza nella cultura popolare grazie anche a
due film biografici realizzati da Carmine Gallone, entrambi intitolati Casta diva (rispettivamente negli anni
Trenta e Cinquanta), che hanno contribuito a consolidare un’immagine estetizzante, romantica e talvolta
evanescente della sua arte.
In ambito musicale, il nome di Bellini è stato ed è tuttora associato a grandi interpreti che ne hanno incarnato la
voce. Nessuna figura è più emblematica, in tal senso, di Maria Callas: la sua interpretazione di Norma, La
sonnambula e I puritani ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’esecuzione. Eppure, proprio la
ricezione legata al culto del belcanto ha finito per ridurre Bellini al ruolo di melodista ispirato, oscurando la
reale portata drammaturgica della sua opera. Fabrizio Della Seta ha cercato di decostruire criticamente questa
visione, mostrando come Bellini sia stato in realtà uno dei più grandi costruttori di teatro musicale
dell’Ottocento: non solo autore di melodie memorabili, ma compositore colto, esigente, capace di pensare il
suono come azione, e la musica come struttura portante della scena.
Per comprendere appieno questa dimensione, è utile richiamare la definizione di teatro musicale proposta da
Della Seta. In una delle sue riflessioni teoriche più significative, egli definisce il teatro musicale come un genere
multiforme e multimediale, che abbraccia realtà assai diverse: dal melodramma serio all’opera comica, dal
Singspiel al dramma wagneriano, fino al musical e alle sperimentazioni delle avanguardie. La caratteristica
unificante di tutte queste forme è la compresenza corporea di attori e spettatori: il teatro musicale è, innanzitutto,
un evento dal vivo, in cui la musica, la parola, il gesto e la visione agiscono simultaneamente, sollecitando una
ricezione polisensoriale. In questo contesto, l’elemento sonoro non è una sovrastruttura decorativa, ma la
manifestazione sensibile del progetto stesso: la musica è ciò che definisce l’opera, ne determina il ritmo, la
percezione del tempo, la densità emotiva. L’esempio addotto da Della Seta è eloquente: mentre Amleto di
Shakespeare può essere rappresentato senza musica, Otello di Verdi non esiste senza la partitura; il libretto, da
solo, non basta a restituire il dramma.
Questa visione si applica perfettamente all’opera di Bellini, il quale – pur distante sia dall’enfasi sinfonica del
modello wagneriano che dalla teatralità sociale di Verdi – sviluppa una concezione unitaria di musica e dramma.
Per lui, la partitura non è soltanto una traccia sonora: è una sorta di copione sonoro-registico che contiene in sé
tutte le componenti dell’azione. La musica esercita due funzioni fondamentali: una funzione espressiva, legata
alla comunicazione dei contenuti emotivi e psicologici; e una funzione organizzativa, che struttura l’azione,
segmenta il tempo, crea lo spazio drammatico. Essa modula il rapporto tra recitativo e aria lungo un continuum,
senza cesure rigide, permettendo alla parola intonata di avvicinarsi di volta in volta al parlato o al canto, a
seconda delle esigenze della scena.
È proprio in Norma (1831) che tutto questo trova la sua espressione più alta e compiuta. Su libretto di Felice
Romani, tratto dalla tragedia Norma ou L’Infanticide di Soumet, l’opera racconta una vicenda ambientata nella
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Gallia sotto la dominazione romana. Norma, sacerdotessa figlia del capo dei druidi, ha infranto i voti d’amore
con Pollione, proconsole romano, da cui ha avuto due figli. Quando scopre che Pollione ama la giovane novizia
Adalgisa, Norma è attraversata da sentimenti contrastanti: l’ira, la gelosia, la disperazione. Medita di uccidere i
figli, ma rinuncia. Infine, si autoaccusa come traditrice e si sacrifica sul rogo, seguita da un Pollione pentito.
L’organizzazione musicale di Norma è fondata su una struttura formalmente classica (numeri chiusi), ma
internamente tesa verso la continuità. I collegamenti tematici tra i brani, l’equilibrio tra canto e parola, la
coerenza metrica e armonica, concorrono a dare all’opera una fluidità drammaturgica che sfugge alla rigida
partizione delle convenzioni. La celebre aria “Casta diva” è paradigmatica: una melodia ampia, flessuosa,
sospesa, che sembra cristallizzare il tempo scenico in un momento di pura astrazione lirica, capace di coniugare
ritualità religiosa e intensità interiore.
Ma la forza di Norma non risiede solo nei momenti lirici. Nella scena madre del secondo atto – quella in cui la
protagonista contempla l’infanticidio – si assiste a una stratificazione culturale e psicologica notevolissima.
Della Seta vi riconosce echi di Euripide e Seneca, ma anche una gestione musicale sapiente del silenzio, delle
pause, della rarefazione armonica. Bellini qui impone una sospensione emotiva assoluta, un “vuoto pieno” che
prepara il gesto drammatico con un’efficacia scenica pari solo ai grandi momenti tragici del teatro antico.
La storia esecutiva dell’opera è significativa: la prima rappresentazione, avvenuta alla Scala nel 1831, fu un
insuccesso, dovuto secondo Bellini alla stanchezza degli interpreti e alla claque ostile di Giovanni Pacini. Ma
già dalla seconda recita, l’opera conobbe un destino opposto, imponendosi stabilmente nel repertorio
internazionale. L’assegnazione originaria dei ruoli – con Giuditta Pasta come Norma e Giulia Grisi come
Adalgisa – è stata modificata nel corso del Novecento, con l’inversione delle vocalità. Solo a partire dagli anni
Settanta, grazie al Festival della Valle d’Itria, si è tornati a una distribuzione filologica: un recupero continuato
da Riccardo Muti e dalla registrazione Decca del 2013 con Cecilia Bartoli (Norma) e Sumi Jo (Adalgisa).
Oltre a Norma, Bellini compose opere oggi meno note ma di grande interesse, come Zaira (1829), compromessa
da dissidi locali e mai più rappresentata, e Beatrice di Tenda, che all’epoca non fu capita ma rivela una
complessità musicale e drammatica che meriterebbe maggior attenzione nei teatri contemporanei.
L’influenza di Bellini, infine, non si limita al contesto italiano. Compositori come Wagner e Berlioz – pur critici
verso il melodramma italiano – ne riconobbero l’eleganza formale e la profondità espressiva. Wagner, in
particolare, dichiarò apertamente di aver imparato da Bellini l’arte della melodia e dell’organizzazione del
tempo drammatico.
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