Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
5 visualizzazioni9 pagine

Parte Speciale

Il documento analizza il diritto internazionale e la sua evoluzione nella protezione dei diritti umani, evidenziando la tensione tra universalismo e diversità culturale. Viene discusso il ruolo dei trattati internazionali e degli organi di controllo, nonché le sfide attuali legate alla sovranità responsabile e all'impatto delle tecnologie moderne. Infine, si sottolinea l'importanza di garantire i diritti delle minoranze e la diversità culturale nel contesto dei diritti umani.
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
5 visualizzazioni9 pagine

Parte Speciale

Il documento analizza il diritto internazionale e la sua evoluzione nella protezione dei diritti umani, evidenziando la tensione tra universalismo e diversità culturale. Viene discusso il ruolo dei trattati internazionali e degli organi di controllo, nonché le sfide attuali legate alla sovranità responsabile e all'impatto delle tecnologie moderne. Infine, si sottolinea l'importanza di garantire i diritti delle minoranze e la diversità culturale nel contesto dei diritti umani.
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

DIRITTI UMANI

Il diritto internazionale si occupa delle norme giuridiche che regolano le relazioni tra gli stati e
proteggono i diritti umani, indipendentemente dalla cittadinanza delle persone. Esistono numerosi
trattati internazionali che stabiliscono i diritti umani fondamentali e creano organi di controllo
internazionali per far rispettare questi diritti. Tali trattati prevedono anche restrizioni e deroghe ai
diritti umani in determinate circostanze, richiedendo un equilibrio tra diritti individuali ed esigenze
collettive. Oggi le norme internazionali sui diritti umani si applicano a molte aree della vita e i governi
hanno la responsabilità di proteggere questi diritti. Inoltre, c'è un crescente riconoscimento del
diritto alla diversità culturale, in particolare per le minoranze e i popoli indigeni.
Il diritto internazionale tradizionale proteggeva l'individuo attraverso il sistema interstatale e norme
specifiche che permettevano allo stato di proteggere i suoi cittadini dalle offese commesse da stati
stranieri. Non esistevano norme dirette per proteggere l'individuo dallo stato di appartenenza e non
esistevano norme per proteggere individui senza cittadinanza. Nel corso del XIX secolo si sono
iniziate a stabilire norme internazionali contro la tratta degli schiavi e altre norme per proteggere le
minoranze e i lavoratori.
Dopo la Seconda guerra mondiale e l'Olocausto nazista, c'è stata una forte spinta per creare norme
internazionali per proteggere gli individui in quanto tali, indipendentemente dalla loro nazionalità,
origine etnica, appartenenza religiosa, ecc. C'è stato un dibattito sull'universalità dei diritti umani e
il loro rapporto con la diversità culturale. Alcuni sostengono che i diritti umani debbano essere
universali e imporsi ovunque, indipendentemente dalle peculiarità culturali dei popoli. Altri
sostengono che l'universalismo comporta la soppressione delle specificità culturali dei popoli.
Inoltre, se si dà la priorità alla diversità culturale, si rischia di tollerare pratiche locali o regionali
inaccettabili.
Dal punto di vista giuridico, si tratta di stabilire se esistono norme giuridiche e poi applicarle secondo
i canoni interpretativi comuni. Il diritto internazionale prevede norme per proteggere i diritti umani
sia a livello universale che regionale. Le norme universali includono trattati multilaterali e
dichiarazioni solenni, come la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948. Le norme regionali
includono convenzioni in Europa, America e Africa, come la Convenzione europea dei diritti
dell'uomo del 1950, la Convenzione americana sui diritti umani del 1969 e la Carta africana dei diritti
dell'uomo e dei popoli del 1981. Questi trattati sono monitorati da organi internazionali come la
Corte europea dei diritti umani e la Commissione e la Corte inter-americana dei diritti umani. Esiste
anche una Carta asiatica dei diritti dell'uomo e una Carta araba dei diritti umani.
Il rapporto tra universalismo e regionalismo nel settore dei diritti umani è ambivalente, poiché le
convenzioni regionali possono favorire la protezione dei diritti umani non solo nella loro area
geografica, ma anche al di fuori, ma allo stesso tempo sollevano perplessità sull'effettiva efficacia
delle norme universali. L’Alta Corte del Kenya ha respinto un ricorso proposto da un medico per
dichiarare incostituzionale la legge keniota che vieta la pratica delle mutilazioni genitali femminili,
riconoscendo che tali pratiche violano i diritti delle donne alla salute, alla dignità umana e alla vita.
La sentenza mette in luce la questione dell'universalità dei diritti umani e il loro rapporto con la
diversità culturale.
Inoltre, si fa riferimento ad una "crisi" o "fine" dei diritti umani, attribuita alla pressione del
"sovranismo" e all'influenza della politica neoliberista. La questione è stata collegata all'utilizzo
dell'intelligenza artificiale e della tecnologia, che tende ad omogeneizzare e semplificare la persona
umana, rendendosi simile ai regimi totalitari. La Commissione UE ha proposto un regolamento
sull'intelligenza artificiale, sottolineando sia i benefici che i rischi della tecnologia. Gli obiettivi sono
quelli di raggiungere la leadership globale nell'IA, ma ci sono preoccupazioni sull'etica e sui diritti
umani. L'approccio è quello di una competizione tra potenze per il controllo dell'IA e parlare di etica
in questo contesto può essere visto come retorico ai più ingenui o perfettamente utile al
mantenimento del potere dai più scaltri.
La dottrina e la giurisprudenza concordano sul fatto che alcuni diritti umani sono protetti dal diritto
internazionale generale, come il divieto del genocidio e della tortura. Tuttavia, la rilevazione della
prassi in relazione a questi diritti rimane problematica. Esistono molti trattati sui diritti umani
vincolanti per molti Stati, ma i problemi sorgono soprattutto nell'applicazione di questi trattati: la
protezione dei diritti umani a livello internazionale è pacifica, ma la metodologia e l'applicazione
pratica sono controverse e spesso confuse.
Ci sono molte espressioni utilizzate in dottrina e giurisprudenza per descrivere i diritti umani, ma
queste espressioni hanno significati autonomi e possono essere legate a contesti specifici. Inoltre,
c'è una scarsa considerazione per la distinzione tra il diritto internazionale consuetudinario e altri
tipi di norme generali del diritto internazionale. Il diritto internazionale generale protegge i diritti
umani, ma spesso gli Stati violano questi diritti nonostante dichiarino di rispettarli. La dottrina e la
giurisprudenza spesso tendono a privilegiare l'opinio juris (cioè la convinzione degli Stati che una
norma sia vincolante) rispetto all'usus (cioè il comportamento effettivo degli Stati). Questo metodo
è improprio e può portare a norme "solo sulla carta" inefficaci e poco credibili. Inoltre, ci sono
diverse definizioni e discipline giuridiche per le violazioni dei diritti umani che possono creare
confusione su quale sia la definizione accolta dal diritto internazionale generale.
Il diritto internazionale consuetudinario è un insieme di norme non scritte ma accettate e rispettate
dalla maggioranza degli Stati. Ci sono dubbi su come queste norme si relazionino con quelle scritte
sui diritti umani e su come gli organi internazionali di controllo li interpretino. Ci sono anche varie
interpretazioni su cosa siano i principi generali di diritto e come possano essere utilizzati per
garantire la protezione dei diritti umani anche per gli Stati non legati da trattati specifici. Ci sono
state critiche su come la dottrina ha cercato di evitare le difficoltà nell'individuazione del diritto
consuetudinario. In generale, l'idea è che il diritto debba essere interpretato in modo che protegga
le persone nella loro convivenza.
La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti delle Nazioni Unite del 1966: La Carta
delle NU contiene poche disposizioni sulla tutela dei diritti umani e sono generiche: non definiscono
cosa debba intendersi per “diritti umani” né specificano quali obblighi si assumano gli Stati membri.
L’Assemblea generale adottò nel 1948 la Dichiarazione universale sui diritti umani, non
giuridicamente vincolante; si ritiene che corrisponda, per i diritti più essenziali, al diritto
internazionale consuetudinario. Nel 1966 vennero adottati due Patti: “sui diritti civili e politici” e “sui
diritti economici, sociali e culturali”. I due Patti contengono norme sia sostanziali che procedurali:

• Le norme sostanziali sanciscono i diritti fondamentali che gli Stati contraenti si impegnano a
rispettare.
• Le norme procedurali disciplinano il controllo sul rispetto dei diritti sostanziali e fanno capo
al Comitato dei diritti umani (organo istituito dal Patto sui diritti civili e politici).
I meccanismi di controllo sono 3:
1. Rapporti periodici → Gli Stati contraenti hanno l’obbligo di presentare rapporti periodici al
Segretario generale delle NU, che li invia al Comitato dei diritti umani o al Consiglio
economico e sociale. Rispetto a tali rapporti il Comitato formula “commenti generali” che
vengono trasmessi agli Stati e servono a registrare le linee di tendenza.
2. Ricorsi interstatali → Gli Stati parte del Patto possono presentare al Comitato dei diritti
umani ricorsi nei confronti di altri Stati contraenti accusandoli di aver violato il Patto, purché
sussista una dichiarazione unilaterale di accettazione della competenza. Il Comitato può
redigere un “rapporto” non vincolante indirizzato agli Stati, ed eventualmente sottoporre la
questione ad una Commissione di conciliazione, ma soltanto se vi è il consenso specifico
delle parti.
3. Comunicazioni individuali → Anche gli individui possono presentare al Comitato dei diritti
umani “comunicazioni” in cui accusano uno Stato contraente di aver violato il Patto purché
lo Stato accusato abbia accettato la competenza ratificando il Protocollo opzionale annesso
ad hoc. Il Comitato può formulare delle “considerazioni” non vincolanti. Tra gli altri organi
che nelle NU si occupano di diritti umani: Alto Commissario per i diritti umani 1993 e
Consiglio per i diritti umani del 2006. Il compito è di procedere ad un controllo universale
periodico attraverso informazioni oggettive/affidabili. Su richiesta di uno Stato membro o su
segnalazione di una ONG il Consiglio può decidere a maggioranza di avviare una “procedura
speciale”, rispetto ad uno Stato o ad una questione, diretta a verificare in loco se sia stata
commessa una violazione e redigere un rapporto non vincolante.
Accanto ai due Patti, sono stati conclusi dagli Stati numerosi altri trattati che hanno un carattere
settoriale: la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e la
Convenzione sullo status dei rifugiati. Inoltre, sono stati istituiti comitati di controllo competenti a
vigilare sul rispetto delle convenzioni (con poteri non vincolanti).
Convenzione europea sui diritti umani del 1950 e Carta sociale europea del 1961: la Convenzione
europea sui diritti dell’uomo è stata firmata a Roma nel 1950 ed è entrata in vigore nel 1953,
attualmente per 47 Stati. Ha istituito due organi di controllo: la Commissione europea e la Corte
europea per i diritti umani. L’art. 1 stabilisce l’obbligo generale degli Stati contraenti di riconoscere
i diritti fondamentali ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione, comprese le persone aventi la
nazionalità di Stati terzi, dello Stato accusato di violazione, o anche privi di nazionalità. La
Convenzione stabilisce che lo Stato ha l’obbligo di rispettare i diritti umani anche fuori dal territorio
nazionale. I diritti erga omnes, quindi valevoli nei confronti di tutti i contraenti previsti sono: diritto
alla vita, divieto della tortura e di trattamenti inumani e degradanti, della schiavitù e del lavoro
forzato. I diritti sanciti dalla Convenzione possono essere derogati in situazioni di guerra o di
emergenza nazionale (previa comunicazione al Segretario generale del Consiglio d’Europa sulle
misure prese e i motivi); restano inderogabili il diritto alla vita, divieto di tortura/schiavitù/servitù,
irretroattività della legge penale.
Diritti umani e “sovranità responsabile”
“Sovranità responsabile” = la sovranità esercitata al servizio della popolazione nel rispetto dei diritti
fondamentali dei cittadini. Si propone di proteggere la popolazione dal sovrano, il che ha senso con
le monarchie assolute ma non spiega come essa vada intesa quando in democrazia è la stessa
popolazione a rivelarsi “irresponsabile” e a favorire politici altrettanto irresponsabili. L’origine del
concetto risale al libro Sovereignty as Responsability, pubblicato nel 1996, la cui tesi era che “per
essere legittima, la sovranità deve dimostrarsi responsabile, debba quantomeno provvedere ai
bisogni fondamentali della popolazione”. Nel caso in cui i governi non siano in grado la stessa
comunità internazionale dovrebbe intervenire. Uno Stato può esercitare la sovranità in modo
“responsabile” secondo diversi significati:

• Agisce nei limiti alla sua sovranità posti dal diritto internazionale (quali che siano);
• Protegge i diritti fondamentali sanciti dalle norme internazionali sui diritti umani;
• Gestisce risorse comuni presenti nel suo territorio.
In queste accezioni uno Stato ha una responsabilità nei confronti di tutti gli altri Stati a conformarsi
a tutte o ad alcune norme di diritto internazionale, ma i suoi obblighi variano dall’una all’altra e la
loro violazione dà luogo a conseguenze che possono non coincidere. Può anche accadere che uno
Stato agisca irresponsabilmente senza violare il diritto internazionale. Il secondo significato è quello
che oggi è più diffuso: “sovranità responsabile” = governanti che devono agire per i governati in
conformità del diritto internazionale, presumendosi che esista uno standard internazionale che i
governanti devono rispettare ad ogni costo, anche contro la volontà della popolazione.
Diritti delle minoranze, dei popoli indigeni, diritto alla diversità culturale e “culturalizzazione” dei
diritti umani: l’art. 15 del Patto ONU sui diritti economici, sociali e culturali prevede il diritto “a
partecipare alla vita culturale, a godere dei benefici del progresso scientifico, a tutelare gli interessi
morali” e impone agli Stati parti l’obbligo di “rispettare la libertà indispensabile per la ricerca
scientifica e l’attività creativa”. Applicabili sono anche le norme pertinenti dei trattati sui diritti
umani, sia quelle che espressamente si applicano alle minoranze, sia quelle che proteggono gli
individui. È soprattutto nell’ambito dell’UNESCO che negli ultimi decenni sono state adottate norme
internazionali a tutela della cultura, del “patrimonio intangibile” e della diversità culturale. Esistono
specifici diritti intesi a proteggere l’identità culturale, sanciti esclusivamente dal diritto pattizio. Una
clausola spesso presente nei trattati sulla diversità culturale fa salvi i diritti umani fondamentali,
escludendo che il diritto all’identità culturale possa giustificare pratiche come il cannibalismo →
“multiculturalismo liberale”.
La limitazione è difficile da applicare, nella giurisprudenza degli Stati a forte immigrazione sempre
più spesso sorge il problema se l’“eccezione culturale” sollevata da immigrati come attenuante
possa essere accolta e fino a che punto uno Stato debba rispettare una cultura diversa dalla propria.
È dalla fine della Seconda guerra mondiale che vennero conclusi una serie di trattati intesi a
proteggere le minoranze religiose, attraverso l’attribuzione ad esse di un qualche grado di
autonomia nell’ambito dello Stato in cui si trovano.
La protezione delle minoranze ha ceduto il passo ai diritti umani individuali → art. 27 Patto ONU sui
diritti civili e politici che sancisce che le persone che appartengono a minoranze religiose hanno
diritto al godimento della propria cultura; non definisce le minoranze e si riferisce soltanto alle
“minoranze in uno Stato” nel suo complesso. Tale articolo può essere invocato soltanto dagli
individui membri di una minoranza e non dalla minoranza in quanto tale.
In ambito europeo va ricordata la Convenzione Quadro per la protezione delle minoranze nazionali
1995 → è animata dall’idea che la protezione delle minoranze è essenziale alla stabilità e alla pace
del continente; manca una definizione di minoranza nazionale e vengono attribuiti diritti alle
“persone appartenenti ad una minoranza nazionale” e non alla minoranza in quanto tale. I popoli
indigeni non aspirano alla secessione dagli Stati in cui oggi vivono ma bensì all’autogoverno;
rivendicano il diritto al controllo delle “loro” terre e al loro sfruttamento, alla rappresentanza presso
le NU. Secondo una definizione di Cobo, priva di valore giuridico vincolante ma spesso citata = le
comunità, i popoli e le nazioni indigene sono quelle che “presentano una continuità storica con le
società anteriori all’invasione e alla colonizzazione affermatesi sulle loro terre”. L’art. 1 della
Convenzione definisce i “popoli tribali” come popoli che si “reggono secondo le consuetudini
proprie” all’interno di Stati indipendenti. Gli Stati contraenti sono obbligati a riconoscere e tutelare
i valori e le usanze di questi popoli e rispettare il modo in cui agiscono compatibilmente con il
sistema giuridico nazionale e con i diritti dell’uomo riconosciuti a livello internazionale. L’approccio
più seguito in dottrina e nella prassi è di proteggere i popoli indigeni attraverso le norme sui diritti
umani.
CRIMINI INTERNAZIONALI
Sulla base dei principi di Norimberga si è affermata una prassi intesa a favorire la repressione dei
“crimini internazionali”: una serie di gravissime violazioni dei diritti umani compiute da individui
privati e non, in tempo di pace/guerra, così gravi da ledere valori della comunità internazionale. La
caratteristica è la loro repressione individuale, nel senso che di essi rispondono le persone che li
commettono e anche chi li ordinano/agevolano o non adottano le misure per impedirli. Vengono
giudicati da tribunali ad hoc creati dal Consiglio di sicurezza e dalla Corte penale internazionale e da
alcuni tribunali nazionali con competenza universale.
L’art. 6 dello Statuto del Tribunale di Norimberga distingue i crimini internazionali in:

• crimini di guerra → I crimini di guerra sono azioni commesse durante un conflitto armato
che violano le leggi e i trattati internazionali sulla condotta delle ostilità. Essi includono azioni
come la tortura, l'assassinio di prigionieri di guerra, l'uso di armi proibite e l'attacco
indiscriminato contro la popolazione civile. Inoltre, la Convenzione di Ginevra stabilisce la
responsabilità degli Stati per l'adozione di misure efficaci per prevenire e sanzionare i crimini
di guerra commessi da loro nazionali o su loro territorio.
• contro l’umanità → I crimini contro l'umanità sono violazioni gravi dei diritti umani
commesse in contesti di pace o di guerra. Essi includono atti come l'omicidio, la schiavitù, la
deportazione forzata, la tortura, lo stupro, i crimini contro la libertà personale ecc. La
definizione di crimini contro l'umanità è stata sviluppata dal diritto internazionale e le norme
che li sanzionano sono contenute in diversi trattati internazionali, tra cui lo Statuto del
Tribunale Penale Internazionale del 1998. I crimini contro l'umanità possono essere
commessi da individui o da organizzazioni e sono considerati crimini di responsabilità
individuale, il che significa che le persone possono essere processate e punite per questi
crimini a livello internazionale.
• contro la pace → I crimini contro la pace sono stati definiti come crimini internazionali nello
Statuto del Tribunale Militare Internazionale delle Nazioni Unite del 1945. Tali crimini
comprendono la pianificazione, la preparazione, l'inizio e la conduzione di una guerra contro
uno Stato o un gruppo di Stati in violazione delle leggi e delle usanze di guerra, nonché la
complicità in tali crimini. Inoltre, il concetto di crimini contro la pace include anche la
creazione di organizzazioni o la partecipazione a organizzazioni con l'intento di commettere
tali crimini. Il Tribunale di Norimberga del dopoguerra ha utilizzato lo Statuto per
condannare i leader del Terzo Reich per questi crimini. In seguito, la Convenzione per la
prevenzione e la repressione dei crimini di guerra e la Convenzione per la prevenzione e la
repressione dei crimini contro l'umanità del 1998 hanno rafforzato la definizione e la
repressione di questi crimini a livello internazionale. Il Crimine di aggressione è stato
aggiunto alla lista dei crimini contro la pace ed è stato definito come l'uso della forza armata
da uno Stato contro l'integrità territoriale di un altro Stato o contro la sua sovranità,
indipendenza o sicurezza, a meno che non sia stato autorizzato dall'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite o da un organo competente delle Nazioni Unite.
• genocidio → Il genocidio è un crimine grave contro l'umanità che consiste in qualsiasi atto
volto alla distruzione intenzionale di un gruppo nazionale, etnico, religioso o di altra natura.
Il genocidio è stato criminalizzato dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del
genocidio del 1948, adottata dalle Nazioni Unite. La convenzione stabilisce che il genocidio
è un reato punibile sia a livello nazionale che internazionale. Gli atti elencati nella
convenzione come costituenti genocidio includono l'uccisione di membri del gruppo, lesioni
fisiche o mentali ai membri del gruppo, la messa in stato di schiavitù o l'imposizione di
condizioni di vita indegne di essere umano, il trasferimento forzato di bambini del gruppo a
un altro gruppo e la discriminazione mirata contro il gruppo.
È attualmente in corso la predisposizione di un progetto di articoli sui crimini contro l’umanità da
parte della Commissione del diritto internazionale. Norme:

• Universalità della giurisdizione→ l’accusato di un crimine internazionale può essere


giudicato dai giudici di qualsiasi Stato. Ciò solleva preoccupazioni: spesso funziona a senso
unico, soltanto da parte dei giudici degli Stati più forti, perché gli Stati più deboli non
assicurerebbero il rispetto di standard di equo processo; e spesso i processi riguardano
organi statali supremi e si hanno dubbi sull’imparzialità/indipendenza. Le legislazioni
nazionali a favore sono poche; inoltre, le legislazioni divergono tra loro circa i crimini coperti
dalla giurisdizione universale e prevedono eccezioni diverse.
• Irrilevanza dell’immunità funzionale dell’individuo-organo → La commissione di un crimine
internazionale fa venir meno l’immunità funzionale nel senso che il presunto colpevole non
può obiettare di aver agito per conto di uno Stato e sottrarsi alla responsabilità personale.
• Inoperatività dell’esimente dell’ordine superiore → Non è chiaro se nel diritto
internazionale consuetudinario una persona accusata di un crimine internazionale possa
invocare il fatto di aver commesso i crimini in esecuzione di un ordine ricevuto da un’autorità
superiore. Negli Statuti dei Tribunali penali di Norimberga è ammesso solo come attenuante;
mentre nelle legislazioni e nella giurisprudenza statale si ammette la scusabilità. Un
compromesso è l’art. 33 par. 1 dello Statuto della Corte Penale Internazionale: quando
l’esecutore ha l’ordine giuridico di obbedire e non è consapevole che questo sia illegittimo,
e che l’ordine non sia manifestamente illegittimo.
• Imprescrittibilità del crimine → Nel diritto internazionale pattizio esistono due Convenzioni
che vietano la prescrizione dei crimini internazionali. Per gli Stati che non sono vincolati da
disposizioni pattizie, una legge che prescrivesse un crimine è internazionalmente lecita così
come lo sarebbe se non prescrivesse i crimini.
• Inamnistiabilità del crimine → illegittimità di qualsiasi legge di amnistia che estingua i
crimini. In passato le NU hanno appoggiato le leggi di amnistia ritenendo che le esigenze di
riconciliazione dovessero prevalere su quelle di giustizia/protezione; ma la tendenza si è
invertita. Dalla prassi si ricava che le amnistie possono risultare contrarie al diritto
internazionale se vietate da specifici trattati; al di fuori dei trattati, non risulta che siano
vietate dal diritto internazionale consuetudinario.
AMBIENTE NATURALE
L'efficienza economica è protetta dal diritto internazionale nei limiti della sostenibilità ambientale
e dei diritti delle generazioni future. Dal 1960, il problema dell'inquinamento è diventato sempre
più grave a causa della corsa al profitto incoraggiata dai principi neoliberisti. Esistono molti trattati
internazionali sulla protezione dell'ambiente, ma non ci sono norme generali che vadano oltre
l'obbligo di prevenzione in caso di inquinamento transfrontaliero e l'obbligo di cooperazione. Alcuni
principi, come lo sviluppo sostenibile, la responsabilità comune ma differenziata, la precauzione e
"chi inquina paga", sono considerati "progressivi" ma non sono di carattere consuetudinario. Il
principio della "valutazione degli impatti ambientali" è stato recentemente considerato un obbligo
di diritto internazionale consuetudinario dalla Corte internazionale di giustizia. Alcuni organi di
controllo del rispetto dei diritti umani hanno desunto un diritto all'ambiente salubre da altri diritti
previsti, come il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata. Ci sono anche diritti ambientali
di carattere procedurale, come i diritti di informazione, di partecipazione e di accesso alla giustizia
in materia ambientale, e meccanismi di non-compliance previsti da alcuni trattati. Il problema
dell'inquinamento si è posto nella comunità internazionale con sempre maggiore gravità a causa
della corsa al profitto incoraggiata dai principi neoliberisti. Il perseguimento del profitto individuale
non può permettersi l'idea di un bene comune, quindi anche di un ambiente comune, se non come
ulteriore valore di mercato e motivo a profitto individuale o all'interno di una logica politica di
potenza. Il sistema economico globale contemporaneo considera i "beni pubblici" come oggetto di
transazione per profitti privati e l'appello alla "morale" è strutturalmente retorico o un'ulteriore
occasione di profitto. Nonostante alcuni spiragli recenti, la pubblica opinione si rassegna a sperare
che il sistema in qualche modo si aggiusterà. In tali condizioni è difficile che il diritto internazionale
faccia abbastanza per la materia ambientale. Gli Stati e i loro popoli sono poco inclini a creare norme
e istituzioni giuridiche generali per la protezione ambientale, soprattutto quando questa opera
come freno alla crescita e alla competitività economica. Il valore della protezione ambientale, legato
alla sopravvivenza del pianeta e dell'umanità nel suo complesso, è garantito soprattutto dal diritto
internazionale convenzionale, ma queste norme sono eterogenee e non esiste un trattato
multilaterale di carattere generale che ne enunci i principi fondamentali. Inoltre, non esiste
un'organizzazione internazionale ad hoc per la materia ambientale; molte altre norme sono di soft
law ma non sono giuridicamente vincolanti, di conseguenza le norme di diritto internazionale
consuetudinario sotto piuttosto scarse.
INQUINAMENTO TERRESTRE TRANSFRONTALIERO
In passato gli Stati non ritenevano di dover rispettare norme internazionali per l'uso del loro
territorio e in particolare norme che vietassero loro di inquinare o permettere agli individui operanti
sul loro territorio di inquinare. Si riteneva che l'uso e la regolamentazione del territorio rientrassero
nella "competenza interna" degli Stati e che questa fosse di regola libera da obblighi internazionali.
L'unica eccezione era rappresentata dal divieto di produrre danni da inquinamento transfrontaliero,
come stabilito in una sentenza arbitrale del 1941 tra Canada e Stati Uniti a seguito della protesta
statunitense relativa ai danni transfrontalieri causati dalle immissioni di fumo provenienti da una
fabbrica situata in territorio canadese. In generale, il principio secondo cui uno Stato non può usare
(o permettere che privati usino) il proprio territorio per danneggiare gli Stati limitrofi corrisponde al
principio generale di diritto di "non nuocere agli altri".
PRINCIPI PROGRESSIVI DELLA PROTEZIONE AMBIENTALE
Il diritto internazionale generale riguardante la protezione dell'ambiente include norme come il
divieto di produrre danni da inquinamento transfrontaliero e l'obbligo di prevenzione. Tuttavia, ci
sono altri principi enunciati in accordi multilaterali ambientali e in altri strumenti di "soft law" che
sono meno chiari e vincolanti, come i principi dello sviluppo sostenibile, delle responsabilità comuni
ma differenziate, di precauzione, dell'inquinatore paga e della valutazione di impatto ambientale.
Questi principi non sono vincolanti se non previsti da trattati e possono fornire indicazioni per la
specificazione di norme future e direttive per la politica ambientale globale. Il principio dello
sviluppo sostenibile richiede che l'ambiente sia salvaguardato a beneficio delle generazioni attuali
e future, e si concentra sull'idea dello sviluppo umano sostenibile. Nonostante alcuni lo considerino
un principio importante, è difficile considerarlo parte del diritto internazionale consuetudinario.
INQUINAMENTO MARINO
L'inquinamento del mare è un problema importante causato da attività umane come la navigazione,
lo scarico di rifiuti dalle navi, l'attività economica sui fondali e l'inquinamento terrestre che si
estende sul mare. Esiste una regolamentazione per proteggere la fauna e la flora marina attraverso
una serie di trattati bilaterali e multilaterali, regionali e universali. In generale, l'inquinamento
marino è regolato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, che stabilisce l'obbligo degli Stati di
proteggere e preservare l'ambiente marino attraverso la prevenzione e la cooperazione
internazionale per la protezione dell'ambiente marino. Alcuni esperti sostengono che queste norme
non corrispondono al diritto internazionale generale e che si tratta più di un auspicio e di uno
sviluppo progressivo del diritto internazionale.
DEGRADO GLOBALE DELL’AMBIENTE
I fenomeni di inquinamento sono: danni causati dalle centrali nucleari, riversamento in mare di
ingenti quantità di petroli, scarico di rifiuti o scorie radioattive, contaminazione dell’acqua,
deforestazione, “effetto serra”. Esiste una netta opposizione tra gli Stati industrializzati e le imprese
multinazionali che vedono nel rispetto delle regole ambientali un fattore di costo aggiuntivo; e
dall’altro, gli Stati meno sviluppati che chiedono un’assistenza finanziaria/tecnologia, per poter
mantenere un livello più elevato di protezione ambientale.
L’ambiente globale è protetto da importanti trattati multilaterali che prevedono obblighi generici.
L’efficacia dei trattati “globali” anche per i terzi è diretta a “scavalcare” il rifiuto da parte di singoli
Stati di assumere obblighi per via pattizi e gli obblighi sono valevoli nei confronti di tutti i contraenti.
Fra i principali trattati: la Convenzione di Vienna sulla protezione dell’ozono; la Convenzione di NY
sui cambiamenti climatici e l’Accordo di Parigi 2015. Tale accordo è entrato in vigore nel 2016, e 55
Stati hanno aderito. L’Accordo è piuttosto debole e non prevede obblighi significativi di carattere
sostanziale, lasciando tutti gli Stati parti liberi, salvo un obbligo di “non regressione”, di stabilire il
rispettivo grado di “contribuzione”. Anche laddove sono previsti obblighi manca un meccanismo di
controllo effettivo. L’Accordo si fonda sul presupposto che “il cambiamento climatico rappresenta
una minaccia urgente/potenzialmente irreversibile” e richiede la massima cooperazione. Gli
obiettivi sono: mitigazione, adattamento e finanziamento.
Tutte le Parti contribuiscono alla lotta contro i cambiamenti climatici mediante la definizione
volontaria → ovvero “contributi che si intende perseguire, stabiliti a livello nazionale”.
Gli Stati parti hanno l’obbligo di preparare, comunicare e aggiornare periodicamente questi
contribuiti; i criteri di calcolo delle emissioni sono adottate a livello multilaterale. Gli impegni di
mitigazione sono riesaminati ogni 5 anni. Sulla base del principio delle responsabilità comuni ma
differenziate “le Parti che sono Paesi sviluppati rendono disponibili risorse finanziarie per assistere
le Parti che sono Paesi in via di sviluppo”. Gli sviluppati devono comunicare ogni due anni a titolo
indicativo le informazioni sulla quantità e qualità delle risorse messe a disposizione, e le informazioni
sul sostegno dato. La verifica periodica spetta alla Conferenza delle Parti, la quale tiene il suo primo
bilancio globale nel 2023, e periodicamente, ogni 5 anni successivi. L’Accordo istituisce un
meccanismo per facilitare l’attuazione dello stesso, cioè il Comitato, composto di esperti che opera
in modo non antagonistico/punitivo, senza possibilità di emanare sanzioni agli Stati inadempienti.
DIRTTO ALL’AMBIENTE SALUBRE
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che dichiara l’accesso ad un
ambiente pulito, sano e sostenibile, un diritto umano universale. La risoluzione invita gli Stati, le
organizzazioni internazionali e le imprese ad intensificare gli sforzi per garantire un ambiente
salubre per tutti. Si tratta di uno storico passaggio il cui obiettivo più ampio è mettere assieme i
Paesi per unirsi nella lotta collettiva contro la triplice crisi planetaria del cambiamento climatico,
della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Nella pratica la decisione aiuterà anche gli Stati ad
accelerare l’attuazione dei loro obblighi ed impegni in materia di diritti umani e ambientali. Il diritto
ad un ambiente sano è legato al diritto internazionale esistente e afferma che la sua promozione
richiede la piena attuazione degli accordi ambientali multilaterali. Riconosce, inoltre, che l’impatto
dei cambiamenti climatici, la gestione e l’uso non sostenibili delle risorse naturali, l’inquinamento
dell’aria, del suolo e dell’acqua, la gestione scorretta delle sostanze chimiche e dei rifiuti e la
conseguente perdita di biodiversità interferiscono con il godimento di questo diritto – e che il danno
ambientale ha implicazioni negative per l’effettivo godimento di tutti i diritti umani. Nel 1972, la
Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente a Stoccolma è stata la prima a porre le questioni
ambientali al centro delle preoccupazioni internazionali e ha segnato l’avvio di un dialogo tra paesi
industrializzati e paesi in via di sviluppo sul legame tra la crescita economica, l’inquinamento
dell’aria, dell’acqua e degli oceani e il benessere delle persone in tutto il mondo. Gli Stati membri
delle Nazioni Unite allora dichiaravano che le persone hanno un diritto fondamentale a “un
ambiente di qualità che consenta una vita dignitosa e di benessere”, chiedendo un’azione concreta
ed il riconoscimento di questo diritto.
DIRITTI AMBIENTALI PROCEDURALI E MECCANISMI DI COMPLIANCE
Il diritto all'ambiente è un diritto umano che include sia diritti sostanziali (come il diritto alla vita e
al rispetto della vita privata) che procedurali (come i diritti di informazione, di partecipazione e di
accesso alla giustizia in materia ambientale). La Convenzione di Aarhus del 1998 riconosce che ogni
persona ha il diritto di vivere in un ambiente salubre e il dovere di tutelare e migliorare l'ambiente
per le generazioni presenti e future. Ciò implica che i cittadini debbano avere accesso alle
informazioni, partecipare ai processi decisionali e avere accesso alla giustizia in materia ambientale.
Inoltre, molti trattati ambientali multilaterali prevedono meccanismi di compliance, volti a
prevenire i danni ambientali e a fornire assistenza economica e tecnologica per ripristinare la
conformità alle norme violate.

Potrebbero piacerti anche