LUCIO ANNEO SENECA
LA VITA
Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova (in Spagna) probabilmente nel 4 a.C.
da una ricca famiglia provinciale.
A Roma riceve la sua formazione retorica e filosofica e inizia la carriera
forense.
Le sue eccezionali qualità oratorie vennero subito riconosciute e
ammirate, tuttavia, però, i suoi rapporti con gli imperatori furono
difficili fin dall'inizio.
Caligola gli fu talmente ostile da progettare di farlo uccidere e da desistere
dal suo proposito soltanto perché convinto da una donna, potente a corte,
che Seneca era malato gravemente e che sarebbe morto in breve tempo.
Nel 41 d.c. per volere di Claudio viene relegato in Corsica, accusato di
adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola; torna a Roma nel 49
grazie all’intercessione di Agrippina, che lo vuole precettore di Nerone.
Nel 54 d.C., quando Claudio morì e gli successe Nerone, Seneca si trovò a
essere consigliere imperiale di un giovane non ancora diciottenne ed ebbe
praticamente nelle sue mani il governo dell'impero.
Nel 59 Nerone, già da tempo in contrasto con Agrippina, fece uccidere la
madre.
Seneca rimase al fianco di Nerone anche dopo il matricidio, fino al 62
d.c., anno in cui chiese a Nerone il permesso di abbandonare l'attività
pubblica e di ritirarsi a vita privata, per dedicarsi esclusivamente ai suoi
studi.
Nel 65 però, fu scoperta la congiura pisoniana e Seneca fu considerato
(non sappiamo se a torto o a ragione) tra i complici e costretto a togliersi
la vita.
IL SUICIDIO DI SENECA
Lo storico Tacito negli Annales racconta il suicidio di Seneca: il filosofo
affronta le ultime ore con coraggio e serenità, affiancato dalla giovane
moglie Paolina che tenta di morire con lui, ma ne è impedita dai soldati di
Nerone.
LE OPERE
I DIALOGI
E’ un gruppo di dieci opere di argomento filosofico.
Non sono come i dialoghi di Platone o Cicerone, in cui il dialogo si svolge
tra due o più personaggi in una cornice “drammatica” e un’ambientazione
storica; Seneca parla sempre in prima persona, avendo come
interlocutore la persona a cui è dedicata l‘opera.
L’impianto risente della tradizione della diàtriba cinico-stoica:
discorsiva, tendenza a rivolgersi al destinatario, introduzione di
domande e obiezioni di un interlocutore fittizio che non è sempre il
dedicatario.
I DIALOGHI DI GENERE CONSOLATORIO
La Consolatio ad Marciam (Discorso consolatorio rivolto a Marcia) è
stata scritta nel 37;
In essa si propone di consolare Marcia, una donna dell’alta società
romana, sofferente per
la morte del figlio Metilio.
Appartiene alla tradizione della “consolazione” filosofica, in particolare
presentata dalla Consolatio di Cicerone per la figlia.
Seneca quindi si impegna nella dimostrazione che la morte non è un
male, svolgendo sia la tesi della morte come fine di tutto, sia quella della
morte come passaggio ad una vita migliore.
La Consolatio ad Helviam matrem (Discorso consolatorio rivolto alla
madre Elvia) il destinatario è la madre dell’autore, che soffre per la sua
condanna e per la sua lontananza.
Si propone di sviluppare temi relativi all'esilio, dimostrando che non è
un male ma un semplice mutamento di luogo, che non può togliere
l’unico vero bene, la virtù (del resto il sapiente ha come patria il mondo
intero).
La Consolatio ad Polybium, rivolta ad un potente liberto
dell’imperatore Claudio, in occasione della morte di un fratello.
Essendo una consolatio mortis i temi proposti sono quelli della Consolatio
ad Marciam (ineluttabilità del destino, la dimostrazione che la morte
non è un male e che è insensato compiangere chi non è più in vita).
Il vero scopo dell’opera, il richiamo dall’esilio, condiziona molto l’opera: il
lutto diviene un pretesto per rivolgere all’imperatore una vera e
propria supplica e molto rilievo ha l’elemento encomiastico (esalta le
imprese militari di Claudio e si affida alla sua clemenza nella speranza di
ottenere la grazia).
I DIALOGHI-TRATTATI
Il De ira, in tre libri, è l’opera in cui si propone di combattere l’ira (su
Caligola), una delle passioni più odiose e pericolose; contro la dottrina
peripatetica (giustifica l’ira in alcune circostanze),
S. afferma, in coerenza con lo stoicismo, che l’ira non è mai accettabile nè
utile, è prodotta da un impulso che offusca la ragione ed è molto simile
alla follia. Indica anche i rimedi per prevenirla e placarla.
T. Spicca la figura di Caligola, l’imperatore ormai defunto su cui sfoga il suo
odio, facendo esempi della sua ira furiosa e descrivendolo come una belva
assetata di sangue.
Il De brevitate vitae (La brevità della vita), dedicato all’amico Paolino.
Sostiene che gli uomini non devono lamentarsi per la brevità del tempo
assegnato dalla natura alla loro esistenza; “la vita, se sai farne buon
uso, è lunga” ma la maggior parte degli uomini la spreca in
occupazioni frivole e vane (li chiama occupati, “indaffarati”),
contrapposti al sapiente che sfrutta il tempo ricercando la verità e
la saggezza.
Solo quest’ultimo può assicurarsi l’ autàrkeia, ossia l’autosufficienza, la
libertà da ogni condizionamento esteriore, che assicura pace e serenità.
Il De vita beata (La felicità) divisa in due parti e appartiene al periodo
in cui il filosofo era al potere al fianco di Nerone.
Nella prima parte espone la dottrina morale stoica che fa consistere la
felicità nella vita secondo natura e che indica il sommo bene nella virtù;
polemizza con gli epicurei che identificano il sommo bene con il piacere.
Anche la seconda parte ha carattere polemico, ma con evidenti
implicazioni personali.
Seneca respinge le critiche di chi accusa i filosofi di incoerenza,
rinfacciando loro di non vivere secondo i precetti che professano (anche se
parla in modo generico di filosofi riconosciamo in questa accuse quelle che
gli muovevano i suoi nemici nel periodo della sua massima potenza, ossia il
fatto di possedere enormi ricchezze e di condurre una vita lussuosa, in
contrasto con la semplicità prescritta dallo stoicismo).
Seneca si difende con eloquenza e con vigore sostenendo che il filosofo
non ama le ricchezze e non soffre quando ne è privato, ma preferisce
possederle perché gli permettono di avere un campo più vasto in cui
esercitare le virtù.
Il De tranquillitate animi (“La tranquillità dell’animo”. Fa parte della
raccolta dei Dialogi).
È dedicata all'amico Anneo Sereno, che Seneca introduce immaginando
che chieda a lui consiglio ed aiuto, trovandosi in una condizione di
insicurezza.
Dopo aver fatto una descrizione delle manifestazioni di un animo inquieto,
indica alcuni rimedi pratici che aiutano a raggiungere la tranquillità
dell'animo: l'impegno per raggiungere il bene comune, l'amicizia dei
buoni, l’accettazione delle avversità e della morte.
Il De otio (“La vita contemplativa”), appartiene al periodo
immediatamente antecedente o successivo al ritiro.
Si rivolge ad Anneo Sereno affrontando il problema dell'impegno e del
disimpegno, chiedendosi se il sapiente debba o no partecipare alla politica
attiva.
Seneca sostiene la validità della scelta dell' otium osservando che la
posizione stoica (secondo cui il sapiente deve impegnarsi politicamente a
meno che le circostanze glielo impediscano) viene a coincidere con quella
epicurea (il sapiente non deve impegnarsi politicamente, a meno che le
circostanze non glielo impediscano).
Il De providentia: Seneca risponde all'amico Lucilio che gli ha chiesto
perché i buoni sono colpiti dai mali se è vero che l'universo è retto
dalla provvidenza divina.
Il filosofo sostiene che in realtà quei mali sono prove cui gli dèi
sottopongono i buoni per aiutarli a perfezionarsi moralmente.
Il De constantia sapientis (La costanza del sapiente) dedicato ad
Anneo Sereno.
Seneca dimostra la tesi stoica secondo cui il sapiente non può essere
colpito da alcuna offesa perché la sua forza e la sua superiorità morale
lo rendono invulnerabile: non subisce nessun danno dal momento che
l'unico bene consiste per lui nella virtù, che nessuno gli può togliere.
→ I TEMI
1. La filosofia come arte di vivere -> Si concentra su tutto ciò che è
concreto e che scaturisce “gli affectus” (le paure, le speranze, le
affezioni d’animo che sfuggono dal controllo); la filosofia, nella poetica
di Seneca diventa uno strumento terapeutico che cerca di rimuovere
queste paure e questi dubbi, attraverso “l’admonitio” (esortazione al
ragionamento).
Seneca voleva diventare uno psicologo per aiutare e riflettere sulle
difficoltà della vita.
2. Il filosofo aspirante di saggezza -> Seneca sa bene di non essere un
“sapiens” ma di essere un “proficientes”, cioè un aspirante alla
saggezza; colui che trasmette ciò che capisce.
3. Gli errores degli uomini -> Riguardano la qualità della vita dell’uomo
e secondo Seneca, il problema è che se ci fissiamo su delle cose,
lasciamo andare l’esistenza umana.
4. La morte e il tempo -> La morte è una legge naturale (lex naturae),
con la quale facciamo i conti tutti i giorni, ma secondo Seneca
dobbiamo vivere al meglio e sfruttare il nostro tempo in maniera
sensata e felice.
5. La virtù -> Seneca invita tutti a realizzarsi e a dare il giusto peso
alle cose che non sono né un bene né un male.
6. La riflessione su di sé -> Secondo Seneca, attraverso la meditatio, si
può intensificare il dialogo con il proprio io e giungere alla
padronanza di sé.
I TRATTATI
L'autore parla in prima persona rivolgendosi a un dedicatorio con cui
immagina di dialogare e discutere; l'impianto è argomentativo e dialettico,
sono presenti i procedimenti diatribici, come la vivace polemica con
interlocutori fittizi.
De clementia (La clementia): trattato filosofico-politico in cui
teorizza ed esalta la monarchia illuminata.
Rivolgendosi a Nerone, da poco imperatore, Seneca lo elogia perché gli
dà prova di possedere la clemenza, la virtù più grande del sovrano,
definita come la moderazione e l'indulgenza di chi infligge delle pene.
Questa virtù contraddistingue il re giusto rispetto al tiranno e garantisce
la stabilità dell'impero: il re buono e clemente instaura con i sudditi un
rapporto paterno: punisce solo quando è indispensabile e sempre per
il bene dei sudditi, che lo contraccambiano con sincero affetto, devozione
e fedeltà.
Seneca prende atto del fatto che il principato è in realtà una monarchia
assoluta e per questo pone al centro del suo discorso non più la giustizia
ma la clemenza, una qualità che implica un rapporto di dipendenza.
E’ presente un solenne elogio del Princeps; i comportamenti che gli
attribuisce corrispondono ad un programma politico che implicitamente lo
esorta a realizzare.
Tuttavia è un programma astratto e utopistico, la cui realizzazione è
affidata alla volontà del sovrano.
De beneficiis: In 7 libri, dedicato all'amico Ebuzio Liberale, è un
trattato filosofico-politico.
Seguendo fonti stoiche Seneca da precetti che riguardano il giusto modo
di fare e ricevere benefici, presentati come il fondamento della
convivenza civile e della vita sociale.
Sono trattati i temi dell'aiuto reciproco, dei doveri del superiore verso
gli inferiori, della liberalità, della riconoscenza e dell'ingratitudine.
Le Naturales quaestiones: (Questioni naturali - simile al De Rerum
Natura di Lucrezio) è un trattato sui fenomeni atmosferici e naturali, in
sette libri, dedicato a Lucilio.
Le scienze naturali rientravano nel campo filosofico in quanto pertinenti
alla fisica (una delle parti della filosofia, insieme con morale e logica).
Lo scopo è morale: Seneca vuole liberare l'uomo dai timori che
nascono dall'ignoranza dei fenomeni naturali e insegnare l'uso dei
beni messi a disposizione dalla natura.
Viene esaltata più volte la ricerca scientifica, il mezzo con cui l'uomo può
elevarsi fino alla conoscenza delle realtà divine; Seneca si augura che gli
uomini si impegnino maggiormente nello studio dei fenomeni naturali ed è
certo che in futuro il progresso scientifico porterà alla luce le verità
ancora ignote.
LE EPISTOLE A LUCILIO
Le Epistole a Lucilio sono l’opera filosofica più importante di Seneca,
quella in cui esprime la sua visione della vita e dell’uomo.
Si tratta di una raccolta di lettere scritte dopo il ritiro dall’attività
politica, dunque dal 62 al 65 (ne sono conservate 124 in venti libri).
Il destinatario è un amico di Seneca, Lucilio Iuniore.
Seneca si presenta come un uomo che, giunta la vecchiaia, si dedica
esclusivamente allo studio, alla ricerca e al perfezionamento morale.
Egli assume nei confronti dell'amico più giovane l'atteggiamento del
consigliere e del maestro, per aiutarlo a raggiungere quella sapienza che
tuttavia ammette egli stesso di non possedere ancora, ma di cercare
faticosamente.
L’epistolario senecano vuole essere uno strumento atto a beneficare i
discendenti, oltre che a guidare Lucilio nei suoi progressi filosofici.
→ IL CARATTERE LETTERARIO MA NON FITTIZIO
Dunque quelle a Lucilio sono epistole letterarie, nel senso che sono state
scritte con il preciso scopo di essere pubblicate; anzi, questo è il primo
epistolario propriamente letterario in latino.
Ciò non significa tuttavia che le lettere senecane siano fittizie o che i fatti
e gli episodi a cui lo scrittore fa riferimento siano inventati.
Uno dei tratti caratterizzanti del genere epistolare era appunto il
riferimento personale ad avvenimenti e occasioni della vita
quotidiana: questo è presente anche in Seneca e occupa uno spazio
notevole, tanto da costituire la principale differenza tra le Epistole e le
altre opere filosofiche.
→ IL TONO COLLOQUIALE E IL PROCEDERE ASISTEMATICO
Un altro tratto tipico presente nelle lettere è il modo di procedere
dell'esposizione, libero, disinvolto, colloquiale, anche se a un livello non
"basso" e tanto meno volgare.
Il filosofo assimila infatti esplicitamente il suo discorso al sermo, cioè ad
una conversazione familiare, informale, tra amici.
Tipica del Sermo è l'assenza di sistematicità nell'esposizione della materia,
evidente sia all'interno delle singole lettere (in cui spesso il passaggio da
un tema all'altro avviene per associazione di idee e, con la libertà è la
spontaneità di un colloquio informale) sia all'interno della raccolta.
→ I PROGRESSI INTELLETTUALI E MORALI DI LUCILIO
S’individua una sorta di sviluppo sulla conoscenza filosofica.
Mentre le prime epistole costituiscono un insistente esortazione alla
filosofia rivolta a chi non ha ancora fatto una decisa scelta in quella
direzione, dalle successive Seneca, compiacendosi dei progressi del suo
allievo, abbandona l'ammaestramento adatto ai principianti per
passare a metodi di insegnamento più impegnativi.
Ma i progressi di Lucilio non sono soltanto di tipo intellettuale: ciò che più
conta per Seneca è il perfezionamento morale, che coincide con la scelta
dell'otium.
→ il filosofo infatti esorta ripetutamente Lucilio a lasciare le occupazioni
politiche per dedicarsi allo studio e alla pratica della sapientia.
I TEMI DELL'EPISTOLARIO
Le lettere a Lucilio sono percorse da alcuni temi ricorrenti:
la libertà del saggio dai condizionamenti esterni, realizzata da Seneca
attraverso il secessus, l’allontanamento dalla vita pubblica;
la pratica della ricerca filosofica e morale nell’otium;
la filosofia come via verso la sapientia, strumento di lotta contro
desideri e impulsi irrazionali, affrancamento dalla bramosia di
ricchezze e potere;
la solidarietà e il rispetto per tutti gli uomini, schiavi compresi,
dotati di ragione, riflesso del logos universale;
la dottrina stoica e temi epicurei come il disimpegno (otium) e
l’amicizia.
la fugacità del tempo e la necessità, attraverso la meditatio mortis, di
“esercitarsi a morire” → avvicinandosi alla fine della vita, Seneca si
prepara a morire, convinto che liberarsi dalla paura della morte sia
compito del filosofo: chi ha realizzato il vero scopo dell’esistenza,
ossia la virtù, è pronto a morire in qualsiasi momento senza
rimpianti né timori; stolto è invece chi teme la morte, essa non è
temibile per nessuno, ma è la liberazione dai mali dell’esistenza.
LO STILE DELLA PROSA SENECANA
Lo stile di Seneca:
è fondato sulla paratassi, con il ricorso a frasi brevi e non sempre
collegate da espliciti nessi sintattici (congiunzioni);
la retorica è dominata da un gusto “asiano” (caratterizzato da frasi
spezzettate, ricerca del ritmo della frase, acutezze, concettosità,
amore del nuovo e del raro).
Sorse dapprima ad Atene a opera dell’oratore attico Carisio.
esibisce il gusto per le sententiae (frasi ad effetto e brevi), collegate
per antitesi e parallelismo;
fa largo uso di figure ritmiche e di ripetizione (anafora, poliptoto)
LE TRAGEDIE
Ci è pervenuto sotto il nome di Seneca un Corpus di dieci tragedie, le
uniche di tutta la letteratura latina che conosciamo non frammentarie.
Nove sono di argomento mitologico (sono coturnate), una dal titolo
Octavia, ( è di ambientazione romana), ma viene considerata dagli studiosi
opera di un imitatore, (in una scena si allude alla morte di Nerone,
avvenuta del 68, tre anni dopo quella di Seneca, quindi IMPROBABILE).
Le tragedie di Seneca erano volte ad approfondire le dinamiche
psicologiche che portavano a scavare nelle storie (una sorta di True
Crime) e portavano il lettore a pensare a ciò che poteva succedere,
scaturendo Curiosità.
Anche l'Ercole sull'Eta è ritenuta pseudo- senecana.
Fra le tragedie più riuscite vi sono:
Medea: Medea, furiosa perchè è stata abbandonata da Giasone che sta
per sposare la figlia di Creonte, si serve delle sue arti magiche per
provocare la morte di Creonte e della figlia e uccide i suoi due figli,
volando poi su un carro trainato da serpenti alati.
Seneca mette in rilievo il gesto di Medea e a cosa può arrivare una donna;
donne folli come protagoniste.
Fedra: Fedra, moglie di Tesèo, si innamora pazzamente del figliastro
Ippolito (senza saperlo) e gli dichiara il suo amore ma viene respinta.
Si vendica accusando Ippolito di averle rivolto violenza ma quando,
dopo una maledizione di Teseo, muore Ippolito per via di un mostro
marino, Fedra confessa la sua colpa e si uccide.
Vengono evidenziati il Furor, l’amore incestuoso e lo sbaglio della donna,
vi è anche la presenza della nutrice che rivela i sentimenti di Fedra.
Tieste: Atreo, infuriato con il fratello Tieste che gli ha sedotto la
moglie e preso il regno, finge una riconciliazione e lo fa tornare nella
reggia. Tieste torna con i suoi figli e Atreo li uccide(i suoi nipoti); poi
ne cuoce le carni e imbandisce un banchetto al quale Tieste parteciperà
senza sapere nulla; Tieste è furioso e Atreo assapora la gioia della
vendetta.
→ LE CARATTERISTICHE
È molto incerta e discussa la cronologia di testi tragici senecani.
L'ipotesi più probabile è che siano stati scritti, in gran parte, nel periodo in
cui il filosofo era accanto al Nerone come precettore e poi come
consigliere, per mettere dinanzi agli occhi del giovane principe gli effetti
deleteri del potere dispotico ( in quasi tutte le tragedie è presente la figura
del tiranno, tratteggiata in termini violentemente negativi) e delle passioni
sregolate.
Un altro problema molto dibattuto e se le tragedie siano state scritte
per essere rappresentata in teatro o per essere lette in occasione di
recitationes organizzate in case private , alla stessa corte imperiale , per
gruppi più o meno ristretti di invitati come accadeva solitamente in questa
età .
Si pensa anche che le tragedie di Seneca siano state composte per la
lettura , davanti a un pubblico selezionato poiché gli imperatori non
consentivano la rappresentazione, dinanzi a un pubblico Vasto e
indiscriminato, di drammi, come questi, in cui sovrani sono raffigurati
come scellerati odiosi tiranni.
→ INTENTO PEDAGOGICO
Al centro di tutte le tragedie troviamo lo scatenarsi rovinoso di sfrenate
passioni, non dominate dalla ragione, e le conseguenze catastrofiche
che ne derivano.
Da un lato vi è la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi
secondari; dall'altra vi è il furor cioè l'impulso irrazionale, la passione
( amore, odio, gelosia, ambizione sete di potere, ira, rancore), presentata,
in accordo con la dottrina morale Stoica, come manifestazione di pazzia,
in quanto sconvolge l'animo umano e lo travolge irrimediabilmente.
In questa lotta tra il furor e la razionalità, vince il furor, la malvagità
poichè sono le esigenze imposte dal genere tragico.
L'interesse per la psicologia delle passioni, che può apparire quasi
morboso, sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-
morali.
Inoltre è caratteristica delle tragedie senecane, l'accentuazione degli
aspetti più atroci, macabri e raccapriccianti.
→ PATHOS E AMMAESTRAMENTO MORALE
In realtà la visione pessimistica, l'insistenza sugli elementi cupi e la forte
intensificazione patetica appaiono funzionali a quel valore di esemplarità
negativa, che i personaggi tragici rivestono agli occhi del filosofo.
Del resto il pathos, l'enfasi e la predilezione per i particolari orridi e
raccapriccianti erano già presenti nei tragici Latini arcaici e trovano piena
corrispondenza nel gusto dei tempi di Seneca, come conferma
significativamente il poema di Lucano.
Un'altra caratteristica vistosa delle tragedie senecane è l'interesse
prevalentemente concentrato sulla parola a scapito dell'azione.
Il poeta rivolge scarsa cura alla articolazione organica della trama e da
grande spazio ad elementi privi di funzionalità drammatica, come
lunghissime tirate moralistiche, ampie erudite digressioni
mitologiche,racconti di messaggeri molto dilatati rispetto a quelli delle
tragedie greche con l'inserzione di vasti pezzi descrittivi.
→ LO STILE
Ne deriva un tono magniloquente e declamatorio, che costituisce un
ostacolo per il lettore moderno, infastidito dalla sovrabbondanza delle
apostrofi, delle esclamative, delle interrogative retoriche.
Nonostante l'enfasi e i toni eccessivi lo scavo nell'animo umano è
profondo e potente.
Inoltre la capacità del nostro autore, di condensare il pensiero in formule
(sentenze) incisive produce risultati molto efficaci.
L’APOKOLOKYNTOSIS
Occupa un posto a sé nella produzione senecana un'operetta appartenente
al genere della satira menippea, importante ed interessante anche perché
è l'unico esemplare di questa forma letteraria che possiamo leggere per
intero. ( la satira menippea, così chiamata dal iniziatore del genere,
Menippo di Gàdara; caratterizzata a livello formale dalla mescolanza di
versi e di prosa, a livello contenutistico dalla commistione di serio e
scherzoso.)
L'operetta senecana è un caustico pamphlet senza alcuna implicazione
filosofica, scritta in occasione della morte di Claudio: Seneca (che aveva
dovuto scrivere l'elogio funebre ufficiale dell'imperatore defunto) da
libero sfogo al suo odio il suo disprezzo per colui che lo aveva
perseguitato e condannato all'esilio.
→ IL TITOLO
Il titolo latino che compare in alcuni codici è Ludus de morte claudii,
dove ludus ha il significato di gioco o scherzo letterario.
Il titolo Greco Apokolokyntosis è interpretazione incerta e discussa.
Poiché Kolokynte in greco significa zucca, il termine è stato inteso da
alcuni studiosi come "in zuccatura" nel senso di trasformazione in
zucca, con implicito riferimento e contrapposizione al apotheosis,
trasformazioni in Dio.
Tuttavia nell'opera Claudio non subisce alcuna trasformazione; perciò
altri hanno ipotizzato che il senso sia piuttosto "deificazione di una
zucca" , "divinazione di quello zuccone di Claudio".
Altri ancora hanno pensato a un'espressione idiomatica corrispondente
alla nostra infinocchiatura, nel senso di fregatura, e non sono mancate
altre ipotesi, tutte indimostrabili.
→ CONTENUTO
L'autore promette all'inizio che rifarà fedelmente gli avvenimenti che
seguirono alla morte dell'imperatore.
Il racconto comincia dal momento in cui le Parche recidono finalmente il
filo della sua vita e Apollo intona un canto di gioia per l'inizio del regno
felice di Nerone.
Mentre sulla terra tutti esultano, Claudio si reca in cielo e si presenta a
Giove, ma non viene riconosciuto perché parla in modo incomprensibile
(allusione alla balbuzia di cui l'imperatore soffriva); Giove affida dunque a
Ercole l'incarico di capire chi sia, e l'eroe, spaventato dall'aspetto
mostruoso di quel grottesco personaggio, si prepara alla sua tredicesima
fatica.
Dopo una lacuna del testo, troviamo gli dèi a concilio per discutere la
proposta di divinazione di Claudio, interviene Augusto che pronuncia una
violenta requisitoria contro il nipote, accusando di aver assassinato
numerosi membri della sua famiglia e chiede una severa punizione.
Claudio viene quindi trascinato negli inferi, qui gli si farà incontro la
folta schiera delle sue vittime, sottoposto a un processo è condannato a
giocare eternamente i dati con un bussolotto forato.
→ LO STILE
L'operetta è notevole sia per la Verve vivacemente satirica e mordace, sia
per la perfetta padronanza con cui l'autore si muove tra livelli linguistici
e stilistici diversi, dal colloquiale basso alla parodia dello stile alto e
solenne dell'epica, dal tono leggero, ironicamente scansionate umoristico,
al sarcasmo più feroce.
SENECA NEL TEMPO
➢ In vita Seneca fu molto apprezzato per la sua vasta cultura, ma già dai
contemporanei e dai posteri fu criticato per le contraddizioni tra gli
insegnamenti morali e l’effettivo modo di agire.
Ad esempio Tacito, pur celebrandone la morte coraggiosa, non negò la sua
complicità in alcune nefandezze di Nerone, quale l'assassinio di Agrippina.
➢ La cultura medievale non dimenticò le opere di Seneca, che
continuarono a essere trascritte e studiate.
➢ La produzione tragica senecana stimolò un interesse crescente a
partire dai secoli XIV e XV.
Apprezzata per il forte pathos, influenzò notevolmente il teatro italiano
ed europeo del Cinquecento e Seicento.
➢ Gli autori romantici, urtati dalla poca coerenza dell’uomo e
dall’eccessiva enfasi retorica di alcune opere, mostrarono, invece, scarso
interesse nei suoi confronti.
➢ A partire dal XX secolo le tragedie senecane diventano fonte
d’ispirazione.
Nei Dialogi e nelle Epistulae si colgono temi che rispecchiano la sensibilità
e la riflessione filosofica del Novecento, come il fluire del tempo (tema
sviluppato da Bergos), l’intellettualità della morte, unica certezza
contrapponibile alle innumerevoli possibilità della vita (Heidegger), la
condanna della guerra, il rifiuto della schiavitù.