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Numismatica

La numismatica studia le monete come strumenti di scambio e unità di conto, evidenziando il loro valore storico ed economico. Durante il tardo impero romano, la svalutazione delle monete e le crisi economiche portarono a riforme monetarie significative, come l'introduzione del solidus aureus da parte di Costantino. Il sistema monetario bizantino, ancorato all'oro, divenne la moneta di riferimento nel Mediterraneo, resistendo a cambiamenti politici e sociali per secoli.

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La numismatica studia le monete come strumenti di scambio e unità di conto, evidenziando il loro valore storico ed economico. Durante il tardo impero romano, la svalutazione delle monete e le crisi economiche portarono a riforme monetarie significative, come l'introduzione del solidus aureus da parte di Costantino. Il sistema monetario bizantino, ancorato all'oro, divenne la moneta di riferimento nel Mediterraneo, resistendo a cambiamenti politici e sociali per secoli.

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La Numismatica, dalla parola greca nomisma = moneta, è la disciplina che studia le monete, piccoli oggetti

in metallo che sono stati coniati, che hanno ricevuto un’impronta e che sono stati immessi in circolazione
da un’autorità pubblica nel rispetto della legge che ne garantisce il potere d’acquisto. La moneta è un
tondello di metallo dal peso definito su cui lo stato ha impresso un’immagine (il tipo) per garantire il potere
d’acquisto e la legittimità e renderla così accettabile da parte di tutti i cittadini. Gli elementi essenziali della
moneta sono i metalli, il peso e l’immagine. La moneta funzione come unità di conto che consente di porre
a confronto oggetti di natura diversa stabilendo il prezzo e il valore di ciascuno.
Nel medioevo (ètà intermedia tra l’antica la e moderna: tra caduta impero romano,476 a.C., e scoperta
America, 1492) la moneta è intesa come merce accettata da tutti come mezzo di scambio.

La crisi economica del III secolo aveva stravolto il mercato monetario del tempo. Il denarius d’argento, la cui
percentuale di metallo prezioso era scesa al 50% già al tempo di Marco Aurelio, aveva continuato a perdere
valore, fino a diventare una moneta di Bronzo imbiancata. La continua svalutazione e la conseguente
inflattiva aveva portato a passare dal “contare” la moneta a “pesare” la moneta, questo atteggiamento
interessò tutte le specie monetate. Dopo la stabilizzazione del peso degli aurei – battuti da Diocleziano – e
ancora dopo l’introduzione del solidus di Costantino l’uso di pesare monete rimase legato alla sola moneta
di rame. In questo modo, scomparse le serie in mistura, rimase sul mercato solo il nummis/follis di rame, il
cui peso passò, nel V sec. d.C., da 1,5 a 0,5. La perdita graduale del peso delle monete è compensata da una
sovrapproduzione, soprattutto di nummi, e dal rientro in commercio di monetazione più antica. Con
Costantino non si ebbe una vera e propria riforma monetale, ma soltanto il passaggio dell’aureus al solidus
come moneta di conto. Da Costantino in poi il sistema monetario fu saldamente ancorato all’oro,
ingenerando una repentina svalutazione delle monete contenenti argento e un vertiginoso ed immediato
aumento dei prezzi delle merci. Il costo crescente dell'esercito nel Tardo Impero (erano necessari continui
aumenti di stipendio ed elargizioni per tenerlo quieto) e le spese della corte e della burocrazia, non
potendo più ricorrere troppo alla svalutazione monetaria che aveva causato tassi d'inflazione incredibili, si
riversarono sulle imposte con un intollerabile peso fiscale. A tutto ciò si aggiungeva il fatto che nei primi tre
secoli dell'età imperiale, l'acquisto di enormi quantità di prodotti di lusso provenienti dalle regioni asiatiche,
regolato con monete soprattutto d'argento, aveva provocato una continua fuoriuscita di metallo prezioso
(non bilanciata dalla produzione delle miniere, visto che i giacimenti erano ormai in esaurimento dopo
secoli di sfruttamento) tanto da generare una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini
imperiali, accelerando così la perversa spirale di diminuzione della quantità effettiva di metallo prezioso
nelle monete coniate dai vari imperatori. L'imperatore Diocleziano prima nel 294 tentò di stabilizzare la
moneta coniando una buona moneta d'oro, l'aureus, che tuttavia sparì subito dalla circolazione, poi nel 301
decise di imporre un calmiere (Editto sui prezzi massimi), che venne però subito eluso dalla speculazione
(un fenomeno che adesso chiameremmo "mercato nero"). L’impero tentò di difendere fino all’estremo il
potere d’acquisto del denarius ma il sostanziale fallimento dell’Edictus de pretiis (editto sui prezzi massimi)
di Diocleziano aveva dimostrato l’impossibilità di calmierare i prezzi delle merci in modo efficace e
duraturo. Ancorando l’economia imperiale al solidus aureo, Costantino poteva sperare di stabilizzare il
mercato legando le contrattazioni ed i prezzi ad un metallo più stabile come valore. Il passo successivo fu
quello di obbligare al pagamento delle tasse solo mediante monete d’oro, su cui peraltro veniva esercitata
una implacabile dokimasia, onde evitare che entrassero nelle casse imperiali monete false, di cattivo peso o
bassa lega. I principali tributi dovuti all’Imperatore dai sudditi erano: Aurum oblaticium (offerto dal senato
all’Imperatore al momento della sua incoronazione e nelle celebrazioni di anniversari di regno); Aurum
coronatum (in origine offerta di vere e proprie corone d’oro); Follis senatorius (tassa a carico
esclusivamente dei senatori); Collatio lustralis o chrysargyrion (tassa a carico dei negotiatiores); Aurum
tironicum (pagamento in oro per evitare il servizio militare). Con l’oro recuperato l’Impero non solo pagava
stipendi, ma anche prestava ad imprenditori e commissionava grandi lavori pubblici. Quindi, l’oro era
riservato agli affari istituzionali; il rame alla piccola economia. Il primo effetto della riforma del solidus fu la
difficoltà di mantenere sul mercato monete in argento o in mistura. Il sistema tendeva “naturalmente” a
strutturarsi su un bimetallismo oro-rame. Con la riforma dei nummi voluta dall’imperatore Anastasio (491-
518) ebbe inizio convenzionalmente la monetazione bizantina (romea; nel latino medievale i Romei erano
Romani di lingua greca, abitanti dell’Impero Romano d’Oriente. Bizantini è stato introdotto dagli illuministi,
18 secolo). Sotto il suo potere fu emessa nel 498 una nuova serie di monete in rame da 40, 20, 10, 5
nummi. Il pezzo di maggiore peso fu il follis (sacchetto di monete) da 40 nummi. Nel 512 si dovette
intervenire per raddoppiare il peso del follis. Per contrastare definitivamente la prassi della pesatura della
moneta, venne specificata sulle monete la zecca di emissione e venne aggiunta anche l’indicazione
dell’anno di coniazione. I rovesci delle nuove monete portano il numerale greco M per il follis da 40 nummi,
il K per il mezzo follis da 20 nummi, la I per 10 nummi e la E per 5 nummi.
Sistema egiziano: fin dai tempi di Tolomeo I d’Egitto, probabilmente a causa del diverso valore dell’argento
rispetto al resto del Mediterraneo, aveva costituito un’area di circolazione monetale chiusa con monete di
peso differente rispetto al resto del mondo greco prima e di quello romano poi. La riforma di Anastasio
dovette tenere conto di questa riforma secolare ostacolando la fuoriuscita dall’Egitto di numerario
alessandrino. Oltre alle zecche di Tessalonica e Alessandria, nell’impero romano erano attive altre officine
monetali: Costantinopoli, Nicomedia, Cizio e Antiochia. La riforma prese avvio anche in Italia dove so
trovavano i Goti e nell’Africa sottomessa ai Vandali. In Italia, la monetazione vede “municipale” vede la
coniazione di follis dal valore di 40 nummi, mentre la zecca vandala di Cartagine batteva monete da 42
nummi. Tornando all’Impero dei Romei, il peso del follis non rimase stabile. Tra il 538 e il 562 si ipotizza che
il rapporto tra follis e il solidus sia stato modificato in seguito a proteste e sommosse dei poveri, che
sembra abbiano obbligato Giustiniano I (imperatore bizantino, 527-556) nel 553 a fare ripristinare il valore
originario di cambio ed il peso del follis. Un solido equivaleva a 24 siliquae (monete di argento) e una siliqua
equivaleva a 12 folles. In seguito, oltre al solidus, vennero emessi in oro anche il semissis, piccola moneta
romana di bronzo (nella monetazione della tarda antichità il semisse venne reintrodotto da Costantino I
come moneta d’oro avente il valore di mezzo solido) e il tremissis il cui valore era di un terzo di solido.
I solidi aurei continuarono ad utilizzare al diritto l’iconografia del busto corazzato dell’Imperatore di sbieco,
con elmo e diadema, lancia e scudo con cavaliere che atterra un nemico; mentre al rovescio rimase la
Vittoria/Angelo con lunga croce gemmata, simbolo del nuovo patto tra Dio e l’Imperatore poiché secondo
la dottrina cristiana l’imperatore era scelto da Dio come suo rappresentante, posto a capo di tutte le genti;
da qui deriva la sacralità dell’imperatore , dunque lo è anche la moneta dato che è segnata dall’effigie
imperiale. I folles di rame, invece, mantennero fino a Giustiniano I la raffigurazione del busto
dell’Imperatore di profilo con diadema, corazza e un mantello che usava mentre combatteva. Ogni
falsificazione o danno ad essa arrecato deve essere considerato un crimine di lesa maestà. Tutti i contenuti
simbolici ei dei soggetti monetali rimandavano sempre ad un significato cristiano. Dunque il processo può
dirsi compiuto con Giustiniano I che, sui solidi d’oro e sui falles di bronzo, viene raffigurato nell’atto di
sorreggere un globo sormontato da una croce, simbolo del potere su tutta l’ecumene ( = la comunità
universale dei fedeli) come onnipotente (kosmokrator) conferito dal Dio dei cristiani. Invece, sulle frazioni
del solido, sui nominali in argento e su una parte di quelli in bronzo, viene mantenuta inalterata la vecchia
iconografia del ritratto imperiale. Inoltre, fino al regno di Foca (imperatore romano d’Oriente, 602-610) che
amava farsi raffigurare con una breve barba appuntita, il viso dell’imperatore era sempre rimasto glabro.
L’iconografia monetale restò però invariata in una buona parte dei pezzi con il busto di profilo.
La monetazione bizantina è costituita da due tipi di monete: solidus aureus e una serie di monete di
bronzo. La moneta d’oro riformata da Costantino fu chiamata solidus aureus; da Costantino in poi il sistema
monetario fu ancorato all’oro causando una continua svalutazione dell’argento. Il solidus divenne la
moneta di riferimento dell’intero bacino del Mediterraneo.

CAPITOLO 2: IL SISTEMA MONETALE ROMEO DOMINA IL MEDITERRANEO


Il sistema monetale formatosi dopo la riforma di Anastasio fu in grado di resistere per secoli alla scomparsa
di popoli e nazioni ed alla nascita e affermazione di nuove compagini statali e politiche. Il solidus aureus
divenne la moneta “internazionale” del medioevo, la moneta di riferimento nel Mediterraneo. Date le
necessità del tempo, il prezzo dell’oro variava molto da mercato a mercato.
I GOTI IN ITALIA
Mentre a Costantinopoli regnava l’imperatore Zenone, in Italia Odoacre, il goto, riuscì ad ottenere il titolo di
Re e così Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente, fu deposto. Nel 476 crollò l’Impero
Romano d’Occidente e seguirono una serie di regni detti romano-barbarici. Ebbe così inizio la dominazione
barbarica dell’Italia. Ai Romani furono affidati incarichi legislativi e amministrativi e Odoacre si fece
nominare re della sua tribù dal momento che, non essendo romano, non poteva essere acclamato
Imperatore d’Occidente. Per potersi garantire lo status quo, Odoacre fece inviare dal Senato di Roma
all’imperatore Zenone le insegne (gioielli) imperiali, chiedendo che gli venisse riconosciuto in cambio il
titolo di patrizio e garantita la sua posizione in Italia. Zenone accettò la sovranità teorica sull’Italia e non
marciò contro Odoacre. La situazione divenne poi ingovernabile e Zenone incoraggiò l’ostrogoto Teodorico
a scacciare Odoacre. Dal punto di vista numismatico occorre notare come le zecche italiane (Roma,
Ravenna e Milano) intensificarono la loro produzione e il sistema monetario non subì variazioni. I tipi
rimasero quelli “Romani” e continuarono a portare sul D l’immagine e il nome degli Imperatori d’Oriente.
Su di essa continuò ad apparire sul D il busto di scorcio dell’imperatore d’Oriente, con la titolatura corretta,
e sul R la Vittoria/Angelo con croce gemmata. Un’unica eccezione è rappresentata dal cosiddetto
Medaglione di Teodorico (moneta d’oro di 15,32 grammi rinvenuta nel 1894 a Marro d’Alba in provincia di
Ancona); un vero e proprio manifesto che alcuni studiosi datano al 493, quando Teodorico si recò a Roma
dopo la presa di Ravenna, quasi a ratificare il suo potere presso il Senato. Davanti ritrae il busto frontale di
Teodorico, a volto scoperto, con corazza e paludamentum (mantello); nella mano sinistra tiene un globo,
mentre la mano destra è mostrata con il palmo rivolto verso lo spettatore. Nel retro ritrae la
Vittoria/Angelo con corona e ramo di palma che cammina con passo solenne verso destra, con piede destro
posato su di un globo, simbolo del cosmo. OSTROGOTI= RAMO ORIENTALE DEI GOTI
Fu uno straordinario esempio delle abilità degli incisori romani e un chiaro tentativo da parte del nuovo
regime barbaro sia di integrazione agli usi e costumi romani che diede rassicurazione nei confronti della
popolazione conquistata. Solitamente i barbari non modificavano le monete d’oro, ma sull’argento e sul
bronzo si sentirono liberi di modificare le iconografie tradizionali. Durante il regno di Teodato (re degli
Ostrogoti) per molti aspetti rivoluzionari si dovette assistere alla creazione di un’iconografia sulle grosse
monete in bronzo da 40 nummi emesse dalla zecca di Roma subito prima dell’occupazione romea avvenuta
nel dicembre del 536 d.C. Teodato al diritto viene raffigurato non con il diadema e la clamide, ma con un
copricapo e con un vestito al cui centro campeggia una croce gemmata. Al rovescio abbiamo una Vittoria
con corona e palma su una prua di nave. La caduta di Roma nel 536 e di Ravenna nel 540 in mano romea
obbligò i Goti a spostare le officine reali in una nuova zecca a Ticinum, odierna Pavia. . A partire dal regno
di Atalarico, sul rovescio delle frazioni d’argento e dei divisionali in rame trovò posto una menzione più
esplicita del governante goto, con leggende su più righe. Negli anni del regno di Totila(541-552), durante la
guerra tra l’impero romeo e i Goti per la riconquista dell’Italia, la coniazione di monete auree raffiguranti
l’imperatore d’oriente Giustiniano cessò in favore della celebrazione iconografica monetale di Anastasio. La
motivazione di questo cambiamento è di natura prettamente politica: Anastasio era l’imperatore che aveva
incoraggiato, legittimandolo, il potere dei Goti sull’Italia, mentre Giustiniano li aveva dichiarati semplici
invasori barbari.

I VANDALI IN AFRICA
Il regno dei Vandali durò un secolo(435-533/4). Originari della Norvegia e della Svezia meridionale,
discesero in Europa predando e razziando, fino a giungere nella penisola iberica, dove si insediarono. Dopo
l’arrivo degli Unni in Europa, nel 406, i Vandali furono accolti nell’Impero in qualità di federati (= Stati alleati
di Roma che avevano stipulato un patto) per opera del generale Stilicone, magister militus (= ufficiale di
cavalleria) dell’esercito romano. Nel 435 i Vandali stipularono un trattato con l’Impero Romano in base al
quale essi si potevano stanziare in Numidia, parte del Nord Africa in qualità di federati, ma questo non
impedì loro di espugnare l’ultimo baluardo romano in Africa, Cartagine, nel 439. La ripresa della guerra con
i Romani indusse il re dei Vandali, Genserico (428-477), al primo saccheggio di Roma nel 455. L’ultimo
sovrano del regno dei Vandali del Nord Africa fu Gelimero, il quale si arrese nel 534 a Belisario, generale
bizantino che servì Giustiniano I, pochi mesi dopo la conquista romea di Cartagine avvenuta nel 533. Il
sistema monetario dei Vandali si basa su coniazioni in argento ed in rame. La monetazione dei Vandali è in
parte regale ed in parte municipale, con un’impotente emissione di piccole monete di rame locali e non
ufficiali. La prima monetazione vandala di presentava omogenea dal punto di vista del peso e
comprendeva: per quanto riguarda le monete d’argento:
- siliquia da 100 denari;
- siliquia da 50 denari;
- siliquia da 25 denari.
Per quando riguarda le monete di rame comprendeva:
- monete da 42 nummi;
- monete da 21 nummi;
- monete da 12 e 4 nummi.
La circolazione dell’oro nell’Africa vandalica è stata studiata da Cecile Morrisor nel 1987 che notò che due
terzi dei ritrovamenti di moneta aurea sono costituiti da coniazioni di zecche imperiali orientali. Lo studio
ha mostrato che i vandali hanno coniato principalmente due tipi di monete:
- una per commerciare con i paesi dell’impero;
- una prettamente collegata all’Africa, monetazione che non uscì mai dai confini africani.
Morrison ipotizzò che la monetazione d’argento svolgesse nella regione il ruolo di moneta sussidiaria (=
sottomultiplo della moneta principale), aggiuntiva nei confronti della valuta aurea. Questo potrebbe
spiegare perché nessuna moneta d’argento vandalica sia stata rinvenuta fuori dall’Africa. Sono tre le zone
fuori dall’Africa interessate alla circolazione dei piccoli bronzi vandalici: area Siro/Palestinese; Grecia
Meridionale; Italia Centrale. Dopo le prime imitazioni i re vandali scelsero un itinerario ponderale che portò
alla creazione di un’area chiusa dell’argento del loro regno; l’unico modo per evitare che l’argento dei
vandali fuoriuscisse dal proprio regno fu quello di coniare dei nominali ad un peso diverso rispetto a quello
delle monete d’argento dell’impero. Fu proprio il mercato comune mediterraneo, luogo di traffici
commerciali di piccola entità basati sulla valuta di rame, a promuovere le piccole imitazioni vandale.
L’iconografia della monetazione vandalica, nonostante fosse strettamente legata alla tradizione romana,
mirava ad affermare con la forza delle immagini l’esistenza di un nuovo regno distinto dall’impero, la cui
capitale Cartagine era equiparabile persino a Roma.

CAPITOLO 3: L’EVOLUZIONE DELLA MONETA ROMEA


L’Italia fu protagonista del conflitto goto-bizantino combattuto tra il 535 e 553; ebbe inizio la dominazione
bizantina in Italia. Dal punto di vista numismatico, durante gli anni della guerra si registrò una notevole
riduzione dell’attività delle zecche che battevano moneta in Italia. I Goti si trovarono a dover far fronte ad
una difficile situazione economica, oltre che alla perdita delle principali zecche italiche. Nel periodo della
guerra gotica dovette riprendere la coniazione in oro nella zecca di Roma, ormai direttamente controllata
da Costantinopoli. Per quanto riguarda il rame, un ruolo importante fu svolto dalla zecca di Salona,
nell’Illyricum, che ebbe il compito di fornire alle truppe romane in combattimento le monete divisionali
indispensabili. Per rispondere ad esigenze pratiche diverse venne aperta una zecca in Sirilia che si
specializzò nella coniazione di piccoli nominali di rame, soprattutto decanummi. La coniazione di questi
piccoli divisionali doveva servire a pagare le esigenze dell’amministrazione civile. Probabilmente la zecca
aprì a Catania. Terminata la guerra gotica, negli anni del governo romeo 553-568, l’attività delle zecche
imperiali riprese nei tre metalli. La zecca di Ravenna batté soprattutto in argento. Per quanto riguarda il
rame non apportò alle sue serie sostanziali differenze rispetto alle emissioni delle altre officine dell’impero.
Dopo la morte di Giustiniano nel 565, la riconquista romea non riuscì a resistere all’urto dei Longobardi.
Mentre il resto dell’Italia era caduto in preda al disordine, l’impero tentò con tutte le forze di mantenere e
preservare le regioni meridionali, greche da sempre per lingua o cultura. Gli interventi statali si
concentrarono sulla Sicilia con la creazione di una zecca a Catania. La coniazione appare fortemente civile e
non militare: la sua prerogativa era di pagare contadini e soldati. Nell’ambito della monetazione imperiale
di Costantinopoli, la prima vera riforma si registra sotto l’imperatore Eraclio (imperatore bizantino, 610-
641), con la creazione dello hexagrammon (6 scrupula) in argento. Per finalità celebrative la nuova moneta
appare curata stilisticamente. La nuova moneta fu coniata in abbondanza e con regolarità anche durante i
regni dei tre successori di Eraclio: Costante II, Costantino IV, Giustiniano II e fu battuta anche nelle zecche di
Roma, Ravenna e Cartagine. Il regno di Eraclio fu caratterizzato da numerosi conflitti. Nella Sicilia il riflesso
di queste vicende è mostrato dalle monete. Sotto Costante II (imperatore bizantino, 641-668), Siracusa
divenne la nuova capitale dell’impero romano, con il trasferimento dell’imperatore e della sua corte (663).
La nuova situazione durò poco a causa dell’assassinio di Costante II, ma la presenza imperiale nell’isola
segnò l’apertura de una zecca a Siracusa, abilitata a battere in oro e in rame. La zecca di Siracusa doveva
assicurare la copertura finanziaria ed i pagamenti dell’intera Sicilia e per i domini imperiali nell’Italia
meridionale. Dopo il 697, caduta di Cartagine in mano agli Arabi, il personale della zecca africana fu
trasferito a Cagliari, dove fu aperta una nuova zecca. La dinastia fondata da Eraclio durò fino alla fine del VII
secolo e l’ultimo suo rappresentante, Giustiniano II (regnò due volte: 585-695 e 705-711), apportò un
fondamentale cambiamento nella tipologia dei nomismata aurei. Le monete delle zecche romee e
longobarde d’Italia centro-meridionale, tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo, cominciarono ad
allontanarsi dallo standard aureo di Costantinopoli con riduzione del peso e del titolo. Nel 751 Ravenna
cadde in mano longobarda, la sua zecca fu chiusa e nell’Italia centrale si continuò ad emettere moneta a
nome dell’imperatore di Costantinopoli solo nell’officina di Roma. Gli anni di Leone III (basillus dei romei dal
717) e di suo figlio Costantino V furono molto difficili non solo per le vicende militari, ma anche per l’eresia
iconoclasta, favorita dagli isaurici, che vide le regioni occidentali, compresa Roma, opporsi con
determinazione alle decisioni teologiche della corte di Costantinopoli fino alla vittoria del culto delle
immagini sancita nel concilio ecumenico di Nicea (787). ICONOCLASTIA: la base dottrinale di questo
movimento fu l’affermazione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in una forma di idolatria.
ISAURICI: seguaci di una dinastia bizantina originaria dell’Isauria (antica regione nel sud della penisola
anatolica) fondata da Leone III e l’Isaurico. La prima significativa RIFORMA MONETALE avvenne sotto il
regno di Leone III con l’introduzione del miliarensis d’argento di 2 grammi e completamente aniconico
(= non ammette immagini) battuto a nome suo e del figlio Costantino. Si tratta di una moneta con funzioni
cerimoniali creata per alleggerire il carico delle spese che gravava interamente sulle emissioni in oro.
Nell’827 una nuova invasione minò i possedimenti imperiali in Italia. Un poderoso esercito arabo sbarcò
nella Sicilia occidentale sconfiggendo l’esercito tematico siciliano presso Calcare. L’arrivo dei guerrieri
islamici coincide con la sparizione della moneta spicciola e conseguente ritorno al baratto nel mercato
interno. L’828 d.C. fu l’anno cruciale di questa lotta in cui la capitale romea dell’occidente, Siracusa, venne
presa e saccheggiata dagli Arabi. Da allora, per decisione degli arabi invasori, Palermo divenne la nuova
capitale siciliana. Per rimediare alla sconfitta, l’imperatore Basilio I (imperatore d’oriente) decise di spostare
la zecca e il praetarium a Reggio, alloggio del comandante romano dell’esercito. Le emissioni reggine in
rame continuarono fino al 901, anno in cui Reggio fu devastata dalla conquista araba. La fine
dell’iconoclastia, e quindi la vittoria del culto delle immagini, fu celebrata sulle monete del regno di Michele
III. Nell’843 il busto di Cristi riprese il suo posto al diritto dei nomismata imperiali. La qualità di peso fino
(contenuto di oro puro in una moneta) nei solidi di Costantinopoli si mantenne alta fino al regno di Michele
VII (1071), fino a quando il nomisma cominciò a divenire una moneta di elettro (= frutto della fusione di oro
e argento) e il peso delle monete cominciò a diminuire e la moneta a svalutarsi. Tra Costantino VII (911-
912, 913-959) e Michele IV (1034-1041) si registrò un lento peggioramento della lega della moneta aurea.
Fu proprio in questa fase che sotto Nicefaro Foca ebbe inizio il fenomeno della coesistenza di un nomisma
leggero, tetarteron, con un nomisma più pesante, histamenon. La lenta svalutazione della moneta aurea
iniziò ad essere percepita a partire dal regno di Romano IV (1068-1071). Alla svalutazione della lega della
moneta aurea fece riscontro un analogo processo di alterazione del fino della moneta d’argento. La
situazione giunse al punto che occorreva una riforma generale. Tale riforma fu attuata da Alessio I (basileus
dei romei, 1081-1118). La moneta cardine del nuovo sistema economico divenne l’hyperperon aureo e
accanto ad esso vennero emesse monete anche il elettro, mistura e rame. Con la quarta crociata del 1204 e
la conquista occidentale di Costantinopoli, si moltiplicarono le zecche operanti nel territorio dell’impero
romeo. L’erede legittimo dell’impero romano fu il cosiddetto impero di Nicea, dove si continuarono a
battere monete secondo la riforma di Alessio I. Dopo la riconquista di Costantinopoli nel 1261, ad opera
dell’imeratore Michele VIII paleologo, il rapporto delle forze economiche in campo era ormai
completamente a svantaggio dell’impero romeo. Accanto all’hyperperon venne coniata nel 1295 una nuova
moneta in argento. Il basilikon che imitava il grosso veneziano. Prima della conquista turca di
Costantinopoli del 1453 prese avvio un’altra riforma voluta dall’imperatore Giovanni V: vennero introdotte
tre nuove monete d’argento di buon titolo, chiamate stavraton (intermedio) e doukatopoulon e due
nominali in rame, il tarnese ed il fallaro.

CIRCOLAZIONE MONETARIA NELLA CALABRIA ROMEA


Il vero ingresso della Calabria nell’ambito della circolazione romea avvenne in seguito alla guerra gotico-
bizantina degli anni 535-553. La guerra è testimoniata da molte monete possedute dai soldato romei che
combattevano in Italia. L’ordinamento monetale vigente in Calabria che si evince da alcuni dati è basato sul
solidus aureus. I solidi aurei presenti in Calabria e in Sicilia venivano battuti a Roma e a Ravenna; i fallis ed i
mezzi fallis provenivano da zecche orientali; i decanummi e i pentanummi venivano coniati nella zecca
imperiale di Catania. La presa di Siracusa da parte degli arabi aveva comportato la necessità di spostare il
praetorium a Reggio. Questa situazione è testimoniata da due serie monetali, una in oro e una in bronzo.
L’emissione in oro è molto rara, ma quella in rame è abbastanza nota al mondo numismatico ed è stata
classificata dalla Morrison come battuta da zecca ignota. La zecca di Reggio rimase aperta fino al 901.

CAPITOLO 4: LA MONETA DEI LONGOBARDI


I Longobardi, popolazione germanica, dopo aver lasciato la Pannonia (parte occidentale dell’attuale
Ungheria, dove consolidarono le proprie strutture politiche e sociali), già dal loro re Alboino (560-592) si
diressero verso l’Italia nel 568. L’occupazione longobarda diede inizio ad un processo di frantumazione
dell’assetto politico, economico, culturale e militare che contraddistinse per più di un millennio la storia
nazionale. Dal punto di vista numismatico, l’arrivo dei longobardi segnò la fine dell’economia monetale e il
regresso al baratto. L’utilizzo del baratto è dimostrabile tramite la scelta dei Longobardi di coniare quasi
esclusivamente tremissi aurei. La maggior parte dei rinvenimenti monetali ci mostra come, nei primi anni
della dominazione longobarda, furono effettuate molte coniazioni di tremissi aurei battuti cercando di
imitare le monete romee. Il potere centrale era nominalmente nelle mani del re, ma di fatto era gestito da
35 duchi. Ciascun duca era insediato in una città (ducato) e godeva del potere di coniare moneta; una
grande autonomia anche se tale prerogativa doveva essere esclusiva proprietà del re. Solo nel 584 d.C. il re
Autari riuscì a limitare il potere dei duchi e a consolidare l’autorità regale; dunque mirò al rafforzamento
della coesione interna del paese. Sulla sua scia, il re Agilulfo (590-615) rafforzò ulteriormente il potere
centrale ed è in questo periodo, secondo gli storici, che i rapporti tra Longobardi e Romei cominciarono a
normalizzarsi. Con l’obiettivo di normalizzare i rapporti anche in ambito religioso, il re Autari (di fede ariana)
decise di sposare un principessa ortodossa, Teodolinda. Il rafforzamento delle autorità regali fece in modo
che anche le monete d’oro, emesse dalla zecca di Pavia (controllata direttamente dal re), cominciarono a
presentare dei segni particolari. In particolare è stata notata la peculiarità longobarda di assottigliare il
tondello dei tremissi e la tendenza stilistica alla stilizzazione delle figure, facendo appunto perdere il
volume a quest’ultime. Il documento più importante del periodo longobardo è L’EDITTO DI ROTARI del 643.
In particolare, il capitolo 242 riguarda esclusivamente la monetazione definendo i termini legali per
l’emissione delle monete stesse. Nel capitolo si attesta: - L’ESPRESSO DIVIETO A AURUM FIGURAE, cioè il
divieto di apporre un’immagine sulle monete d’oro, pena il taglio della mano destra. Per esercitare il
controllo sulle coniazioni i re longobardi introdussero la figura del monetiere; il più antico monetiere a noi
noto, in area longobarda, è Marinus. Le coniazioni longobarde continuarono ad essere effettuate imitando
le monete imperiali e citando il nome dell’imperatore regnante. Tra il 688 e il 700 il re Cuniperto si volle
legare sempre più alle regioni franche, tanto che pose sulle monete coniate dalla zecca regia una leggenda
con il suo nome. Cuniperto è inoltre ricordato per una riforma monetaria nel 692/3 che riguardò
essenzialmente il peso e il titolo aureo dei tremissi della zecca di Pavia che furono riportati dal 60% fino a
più del 95%. L’intervento di Cuniperto riguardò anche la tipologia. La riforma iconografica voluta da
Cuniperto si mantenne fino alla metà dell’ VIII secolo quando Ratchis (744-749) rese frontale il busto di
profilo dell’immagine regale. Anche lo stile delle monete cedette sempre di più alla cultura barbarica.
L’evoluzione si accentuò sempre di più sotto il regno di Astolfo (749-756) che abolì il ritratto regale sul
diritto che venne sostituito da un monogramma dal significato incerto. La moneta più celebre di tutto il
periodo longobardo è rappresentata dal solidus attribuito alla zecca di Ravenna che fu conquistata da
Astolfo nel 751. Il significato propagandistico di questa emissione è chiaro: la conquista di Ravenna, capitale
dei domini imperiali in Italia, fa del suo conquistatore un nuovo imperatore romano, degno di governare
l’Italia. nel corso dell’VIII secolo ebbero una circolazione piuttosto vasta i tremissi “stellati” emessi da
alcune città della Tuscia (Etruria dopo la fine del dominio etrusco), in particolare Lucca, Pisa, Pistoia. Il loro
nome di “stellati” deriva dalla presenza di un astro al centro del diritto attorniato da una leggenda indicante
il nome della zecca di emissione, mentre sul rovescio si trova una croce attorniata dalla leggenda con il
nome del re. A partire da Desiderio (757-774) gli stellati cominciarono ad essere coniati anche nella
Padania. Gli ultimi anni dell’occupazione longobarda nell’Italia Settentrionale sono segnati da una ripresa
economica. Nel sud della penisola le emissioni dei Longobardi meridionali si mantennero più fedeli alle
tipologie imperiali romee, tranne nel periodo della supremazia di Carlo Magno in Italia in cui si emisero
monete d’argento ad imitazione dei denari carolingi.

CAPITOLO 5: LA MONETA DEGLI ARABI


La conquista da parte degli Arabi del governo Persiano, di gran parte dei territori romei del Vicino Oriente,
della Sicilia, dell’Africa Occidentale e della Spagna fu un fenomeno relativamente rapido. Sotto il califfato di
Omar, gli Arabi ottennero una sola vittoria contro i Romei nel 636 a Yarmuk che permise loro di conquistare
l’intera Siria. Nel 638 la capitale della Palestina cadde nelle mani di Omar. Nel 639/640 gli Arabi distrussero
il governo persiano di Cosral (sovrano persiano) e conquistarono l’intero paese insieme alla Mesopotamia
romea. Nel 640 gli Arabi conquistarono l’Armenia e contemporaneamente cominciavano la conquista
dell’Egitto. Nel IX secolo gli Arabi intrapresero la conquista della Sicilia. Gli Arabi, popolo di beduini nomadi,
per secoli vissero ai margini della grande politica mediterranea. Inizialmente utilizzarono le monete romee
che erano in circolazione sui mercati locali; quando non furono più sufficienti decisero di emettere delle
vere e proprie imitazioni. Nella Palestina e nella Siria furono aperte alcune secche locali specializzate nella
coniazione di nominali in bronzo di imitazione romea. La vera e propria riforma del sistema monetale arabo
fu attuata solo nell’anno 75 dell’Egira (694-695 d.C.) ad opera del califfo Abal al-Malik. EGIRA: l’abbandono
della Mecca da parte di Maometto e il suo trasferimento a Medina nel 622 a.C. (anno iniziale della
cronologia islamica). La nuova monetazione fu effettuata in tre metalli:
- il dinar d’oro (cardine del sistema arabo) fu coniato con il peso del nomisma romeo e si diffuse in tutta
l’Europa Continentale;
- il dirhem d’argento, coniato sull’esempio della monetazione d’argento persiana;
- i fals di rame, coniati sull’esempio dei fallis romei.
Dal punto di vista iconografico, le nuove emissioni non portarono né immagini né simboli che furono
sostituiti da formule religiose che si riferivano a Maometto, da professioni di fede e da versetti dl Corano.
Ogni moneta riportava il nome della zecca di emissione e l’anno esatto. Le emissioni ebbero un grande
successo per la capacità delle emissioni arabe di rapportarsi alle principali valute mediterranee. Dopo la
conquista araba della Sicilia, il ruolo di capitale isolana passò da Siracusa a Palermo. Il sistema monetale
siciliano differiva da quello del resto del mondo arabo. La zecca di Palermo emetteva frazioni di dinar (1/4),
chiamati roba’i kharruba, 1/10 di dirhem. Per gli scambi commerciali con Amalfi, Salerno, Bari e Reggio, la
moneta d’oro prese il nome di tarì, che significa “fresco” di battitura. A metà del X secolo, il califfo Al-Mu’izz
propose una nuova tipologia di dinar e roba’i, il cosiddetto muezzino, caratterizzato da leggende circolari su
due giri, articolate intorno ad un gedetto centrale. Il divieto islamico di raffigurazioni umane non venne
applicato da tutte le zecche; il caso più particolare riguarda la dinastia degli Urtuqidi di Mardin, città a sud-
est della Turchia, che nel corso del XII secolo erano riusciti ad imporre la loro autorità nelle regioni
dell’attuale Turchia. Le loro coniazioni consistevano nelle emissioni di dirhem di largo modulo,
caratterizzate da una varietà di tipologie imitate: dalle monete greche e romane, tra cui spicca l’imitazione
della testa della ninfa Aretusa frontale, alle emissioni romee. Le monete degli Urtuqidi non sono rarissime
in Sicilia, essendo anche presenti nella collezione Baldanza del rettorato dell’Università di Messina.

CAPITOLO 6: IL DENARIUS DI CARLO MAGNO


Fino all’arrivo degli Arabi nel Mediterraneo il sistema economico della tarda antichità era sopravvissuto. Il
solidus aureo romeo continuò a svolgere la sua funzione di moneta privilegiata e di riferimento negli scambi
commerciali. In Italia si continuarono ad emettere monete di imitazione romea: solidi e tremissi nelle
regioni meridionali; quasi esclusivamente tremissi in quelle centrali e settentrionali. Per quanto concerne
l’argento, a partire dalla seconda metà dell’VII secolo, cominciò ad essere utilizzato per le coniazioni con
maggiore intensità e regolarità. Una spiegazione di tale fenomeno potrebbe essere lo spostamento verso
nord dell’asse dei commerci internazionali provocata in parte dalle flottiglie saracene che occupavano il
Mediterraneo. Si inserisce in questa visione la celebre “tesi di Pirenne”, storico belga che credeva
nell’equivalenza tra moneta aurea e traffici internazionali (dunque società ricca), mentre l’uso di moneta
argentea si doveva alla sostanziale assenza di traffici (dunque società piuttosto povera). La tesi di Pirenne
non convinse del tutto gli storici del suo tempo e delle generazioni successive, infatti fu contestata
affermando che la sostituzione della moneta in argento di basso valore a quella in oro nella circolazione
monetale dell’Europa occidentale non può essere intesa solo come trasferimento della ricchezza. In Italia si
crearono due macroaree di circolazione monetaria, distinguibili in base al tipo di moneta usata:
- la Padania e il centro della penisola fecero parte dell’area di circolazione dell’argento dell’Europa franca;
-l’estremo sud e la Sicilia, inserite nei commerci mediterranei, non si staccarono mai dall’area di
circolazione dell’oro, sia esso romeo o arabo.
La situazione di assenza di direttive dell’epoca merovingia cambiò radicalmente sotto la nuova dinastia
carolingia. MEROVINGIA: nome che deriva dal loro leggendario capostipite Meroveo ; fu la prima dinastia di
re Franchi. Il primo re carolingio fu Pipino il Breve (751-768). Nel 754 realizzò una riforma monetale che
aveva il duplice scopo di riportare ordine nella circolazione monetaria del paese e di demonetizzare le
monete di argento inferiori al peso di un grammo. Per integrare le nuove serie di monete nel vecchio
sistema di conto romano si stabilì che la lira, cioè la libbra, teorica fosse stimata in 22 solidi aurei e che
ciascun solido valesse 12 nuovi denari d’argento. Le misure prese da Pipino non furono efficaci e risolutive.
Suo figlio e successore al trono, Carlo Magno (768-814), si adoperò per realizzare una nuova radicale
riforma guidato dal suo obiettivo di creare un nuovo impero romano, governato però dai Franchi. Con
questo scopo, mediante l’Admonitio Generalis (esortazione generale) del 789, Carlo Magno sostituì la
millenaria libbra romana di 327,45 g con una nuova libbra di circa 410 g, detta franca. Alla riforma
ponderale fece poi seguito la riforma della moneta, caratterizzata da un breve aumento di peso e da una
maggiore regolarità e cura delle incisioni. L’ultimo atto della riforma avvenne nel 794 durante il Concilio o
Sinodo di Francoforte sul Meno quando il re Carlo Magno proclamò un Editto nel quale si specificava a tutti
i sudditi del regno di accettare e utilizzare solo “isti novi denari”. I “novi denari” erano delle monete che si
rifacevano ad una nuova misura di conto relativo al peso legata alla nuova libbra franca. Tali monete si
distinguevano perché contrassegnate dal monogramma reale (la firma del re). Carlo Magno voleva proibire
l’uso delle monete longobarde, imponendo gli esemplari franchi. Dopo la conquista carolingia dei territori
longobardi, Carlo Magno decise di non modificare la struttura amministrativa assumendo il titolo di Lex
Longobardorum. In seguito alla deposizione dei duchi longobardi, le zecche che producevano tremissi di
tipo longobardo nel 781 passarono all’emissione di denari carolingi. Nell’ambito dei domini longobardi
dell’Italia meridionale, la monetazione non subì variazioni, ma a lungo andare anche i Longobardi del Sud si
stavano dissociando dal commercio mediterraneo per entrare in contatto con le regioni settentrionali.
Ludovico il Pio, figlio e successore di Carlo Magno, lasciò invariate la tipologia e le misure del sistema
monetario paterno. Al nord Italia la moneta carolingia svolgeva la sua funzione a vantaggio esclusivo
dell’imperatore, con il fine di pagare le tasse e balzelli (= imposte ritenute ingiustificate). Dal punto di vista
iconografico, fu adottata una nuova tipologia di ritratto imperiale che tentava di rifarsi alle monete dei
primi secoli dell’impero romano:
- l’imperatore, di cui era raffigurato il busto, al posto del diadema indossava la corona d’alloro come
legittimazione per l’assunzione del titolo imperiale;
- oltre al busto imperiale, le monete di Carlo portarono anche raffigurazioni simboliche riferite alle città in
cui la moneta era stata coniata. Nell’Italia settentrionale alcune monete godevano di un raggio
particolarmente ampio di circolazione. È questo il caso dei pavesi (papienses) o di quelli di Milano. Nelle
regioni a Sud del Po’ dominava la moneta veneziana. In Italia centrale la monetazione maggiormente
utilizzata fu il denaro della zecca di Lucca (luccenses), Milano, Verona, Pavia, Venezia. Roma si dovette
adeguare alla coniazione di denari d’argento, pur essendo formalmente provincia romea, peraltro
autorizzata alla coniazione in oro.

CAPITOLO 7: LE MONETE DEI COMUNI


All’inizio del nuovo millennio molte delle antiche città italiane del centro-nord uscirono dai secoli bui e
cominciarono a ripopolarsi. La necessità di aumentare la produzione e di introdurre nel mercato un numero
sempre maggiore di monete circolanti indusse le zecche italiane ad intraprendere la strada della
svalutazione. Già dopo il 1024 ebbe inizio il grande processo di svalutazione che portò alla perdita del 90%
di fino d’argento presente nelle monete circolanti in Italia tra l’XI e il XII secolo = PERIODO IN CUI
INIZIARONO A SORGERE I COMUNI IN VARIE PARTI D’EUROPA. Il comune, cioè la forma di governo
autonomo cittadino, apparve per soddisfare il desiderio di leggi, tribunali, organismi amministrativi e politici
retti da cittadini stessi. Ai comuni serviva coniare emissioni svalutate per sostenere le proprie esportazioni
(infatti imporre la propria moneta ai paesi confinanti significava esportare a minor prezzo) ed imporsi sui
mercati delle città concorrenti sfruttando LA LEGGE DI GRESHAM. Legge attribuita a Thomas Gresham che
spesso viene sintetizzata nell’espressione “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Secondo questa
relazione, se in uno stesso paese circolano due monete diverse aventi lo stesso valore nominale, ma un
diverso valore intrinseco, il pubblico tenderà a conservare la moneta che ha un maggiore valore intrinseco e
ad utilizzare l’altra. La moneta cattiva (= argento) tenderà, quindi, a scacciare dal mercato la moneta buona
(= oro). Dopo il Mille, nell’Italia settentrionale solo alcune zecche imperiali erano sopravvissute alla crisi e
proseguirono nella loro produzione: Pavia, Milano, Verona, mentre Venezia, pur coniando denari a nome
dell’imperatore Enrico,era riuscita comunque a mantenersi autonoma rispetto alle potenze dell’epoca. Nel
centro Italia era rimasta attiva solo la zecca di Lucca. In Sicilia continuavano le coniazioni abbondanti di
roba’i arabi da parte della zecca di Palermo, fino all’apertura della zecca di Messina, sotto i Normanni.
Federico I Barbarossa, imperatore tedesco in lotta con il Papato e i Comuni italiani, mirava da sempre alla
creazione di una moneta stabile ed unica. L’imperatore tentò di invertire la tendenza alla svalutazione
imponendo nell’area della Lombardia una moneta forte, di buon peso e di buon titolo: il denarius
imperialis coniato a Milano nel 1162. Questa moneta fu quasi immediatamente relegata alla funzione di
moneta di conto e venne tesaurizzata (conservata) precocemente, uscendo presto dalla circolazione locale.
In questo momento storico si assistette anche alla nascita delle “lettere di cambio” , documenti che
permettevano la conclusione di affari senza l’utilizzo effettivo di moneta.

CAPITOLO 8: LE MONETE DEI NORMANNI DEL REGNO DI SICILIA


I Normanni (= uomini del nord) dell’Angiò, perché divennero ben presto i più potenti signori di Francia, di
stirpe vichinga provenienti dall’Europa settentrionale, si erano affacciati nelle vicende dell’Italia meridionale
solo agli inizi dell’ XI secolo. I Normanni non erano parte di uno stato, erano un popolo di pirati viaggiatori e
conquistatori, figli cadetti e diseredati dell’intera Europa. Chiamati come mercenari, in cambio dei loro
servigi avevano ottenuto dai principi longobardi castelli e terre. In un primo momento furono osteggiati dal
papa e anche dall’imperatore tedesco. Riuscirono però ad avere la meglio sui propri nemici; catturarono
persino il papa dopo la battaglia di Civitate del 1053. La liberazione del papa segnò un ribaltamento delle
alleanze: il papa, alla ricerca di un alleato da contrapporre all’imperatore germanico, legittimò i Normanni
ad occupare le terre meridionali, in cambio di un giuramento di vassallaggio. I Normanni approfittarono
della frammentazione politica; così, terrorizzando le popolazioni e vivendo di razzie, i tre fratelli della
potente famiglia normanna (fratelli degli Altavilla), Roberto il Guiscardo, Ruggero I e Guglielmo Braccio di
ferro, riuscirono ad occupare la Puglia, la Calabria e la Sicilia. VASSALLAGGIO: accordo di servizi reciproci tra
una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra che sotto questi aspetti era
superiore. Nel 1061 i Normanni presero Messina e nel 1072 presero Palermo, poi Siracusa e poi Agrigento. I
Normanni non avevano leggi da applicare e nemmeno un sistema monetario da esportare. Inizialmente
infatti non apportarono modifiche. Dal punto di vista numismatico, questa prassi si tradusse nella necessità
di continuare a coniare monete già presenti in ciascun territorio: roba’i e kharrube in Sicilia nelle zecche di
Palermo e Messina; fallari, monete di bronzo, per la Calabria nella zecca di Mileto. La prima emissione nota
dei Normanni è quella di un roba’i del 1072 battuto a Palermo dopo la conquista della città. La moneta è
una perfetta imitazione degli esemplari arabi palermitani su cui la leggenda è presentata in caratteri CUFICI
(= stile calligrafico della lingua araba). Le monete normanne si distinsero per il simbolo del TAU ( 19esima
lettera dell’alfabeto greco; interpretato come iniziale di tarì), segno distintivo del popolo per differenziarsi
dalle monete arabe. All’inizio del regno di Ruggero II fu introdotta nella leggenda del tarì il suo nome. La
riforma globale del sistema monetario normanno fu effettuata da Ruggero II nel 1140 durante le Assise di
Ariano (= furono alcune storiche adunanze convocate dal re Ruggero II di Sicilia nella città di Ariano tra il
1140 e il 1142; ponevano le basi giuridiche di una nuova struttura dello stato siciliano. Il vecchio numerario
romeo e arabo fu sostituito con nuovi nominali in bronzo e fu istituita una nuova moneta di conto
d’argento, il ducale, che era destinato alla circolazione nel Ducato di Puglia. Durante il regno di Guglielmo
detto il Melo (1154-1166) furono apportate solo alcune correzioni al sistema di Ruggero II. Guglielmo II
dovette abbassare il titolo dell’argento monetato del 25%. Il re abolì il ducale sostituendolo con
l’apuliense, moneta d’argento detta apuliense normanno per distinguerla da quello degli Svevi, e le sue
frazioni. Sui fallari di rame il re volle due tipologie che rimarcavano con forza la legittimità con cui i
Normanni si sentivano di possedere le terre meridionali. Il regno di Tancredi (1189-1194) non fu
caratterizzato da nuove creazioni di numerali. Si conosce solo un tipo di fallaro battuto a nome del re e del
figlio.

CAPITOLO 9: GLI SVEVI (= “uomini uniti”, sono un popolo germanico proveniente dal Mar Baltico)
Alla morte di Tancredi, la Sicilia fu conquistata da Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di
Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II). Le emissioni sveve iniziarono proprio in questo periodo. Dal punto
di vista monetario, Enrico VI fece coniare denari di mistura o nella zecca di Messina o in quella di Brindisi. È
importante evidenziare che l’introduzione dei denarii segnò un distacco rispetto alla circolazione monetaria
precedente: mentre fino a Tancredi la Sicilia si poteva considerare appartenente alla zona di circolazione
dell’oro, con Enrico VI entrava nella circolazione dell’argento. Dopo la morte di Enrico, Costanza governò la
Sicilia da sola per un anno. Pochi mesi prima della sua morte incoronò il figlio di 4 anni Federico II, posto
sotto tutela papale dopo la morte della regina. Il lungo regno di Federico II (1198-1250) si può suddividere
in tre fasi:
- la prima quando il re era ancora minorenne e posto sotto la tutela papale, durante il quale fu mantenuto il
sistema di Enrico VI;
- la seconda compresa tra 1209 e 1220, in cui i tarì (= moneta araba) furono battuti oltre che a Messina
anche a Brindisi, insieme ai loro multipli;
- nella terza, durata dal 1221 al 1250, è da porsi la riforma del 1231 in cui venne creata una nuova moneta
aurea, l’augustale, multiplo del tarì ed ispirato agli aurei imperiali romani. Federico II anche quando
divenne imperatore del Sacro Romano Impero nel 1220 preferì mantenere la propria corte a Palermo,
facendo della Sicilia il cuore del suo Stato. Politicamente il sovrano chiamato “Stupor Mundi” (meraviglia
delle genti) anticipò la figura del principe rinascimentale, anche con le cosiddette Costituzioni Melfitane o
Liber Augustalis che furono promulgate nel 1231 nella città di Melfi. Queste rappresentano un corpo di
leggi, con chiaro richiamo alle leggi del “corpus iuris civilis” di Giustiniano, che regolamentano il vivere
comune nel regno di Sicilia. Dal punto di vista economico l’imperatore svevo preferì affidare il commercio
internazionale nelle mani delle repubbliche marinare italiane (Amalfi, Pisa, Venezia e Genova). La maggiore
riscossione di tributi per Federico II risiedeva nella scelta di aumentare i servizi offerti dallo stato che
doveva farsi carico del mantenimento in perfetta efficienza dei porti, delle strade, delle fiere. L’ambizioso
programma di Federico II si mostrò superiore rispetto alle aspettative economiche del Regno, infatti, alla
sua morte, le casse dello Stato risultavano vuote. Sul versante monetario bisogna notare come la
circolazione di valuta nel Regno presentasse poca uniformità. Per porre ordine alla circolazione monetaria,
Federico II attuò una riforma per gradi, sviluppatasi tra il 1221 e il 1231, con la creazione di un sistema
monetale in oro e in argento. È importante notare come le nuove monete furono, per legge, scambiabili a
tariffa fissa (senza uso della bilancia) e le coniazioni furono limitate a poche, controllate, officine imperiali.
Solo nel 1231 venne ordinata la coniazione di una nuova moneta d’oro, l’Augustale (da Gaio Giulio Cesare
Augusto, primo imperatore romano), considerata la moneta più bella del Medioevo. Questa moneta
presenta un busto laureato (porta la corona d’alloro o trionfale) con la legenda “CAES AVG IMP ROM”, sul
rovescio un’aquila ad ali spiegate (aquila imperiale) e la legenda “FEDERICVS”. Nelle intenzioni di Federico
II, l’Augustale doveva sostituire l’ormai obsoleto impero romeo, ponendo il Regno di Sicilia in una posizione
di preminenza nel commercio internazionale. Ma l’augustale fallì in quanto non era una moneta d’oro puro,
bensì oro di pagliola, cioè oro proveniente dal mercato africano, e dunque non riuscì ad affermarsi su vasta
scala. I tipi di augustale rimasero costanti fino alla morte di Federico II.

CAPITOLO 10: LA NASCITA DELLA MONETA GROSSA


Nel XIII secolo le zecche italiane introdussero la coniazione della moneta grossa in argento. L’obiettivo era
quello di coniare una moneta d’argento di buona lega e di peso elevato capace di rappresentare un valore
consistente e stabile. La creazione di questa moneta fu necessaria dopo la cessazione/diminuzione di
produzione da parte di romei e arabi, impegnati nelle guerre per la difesa dei loro territori. I primi a
comprendere questa necessità furono i Normanni di Sicilia che realizzarono la prima grossa moneta in
argento: il Ducale. Ma questo non dava sufficienti garanzie riguardo la sua stabilità. (era destinato alla
circolazione nel Ducato di Puglia). Un altro tentativo di coniare moneta grossa fu realizzato dagli imperatori
germanici, in particolare da Federico I, che coniarono i denari imperiali, monete non sufficientemente forti
da diventare cardine del sistema internazionale di scambi, ma tali da patire, per la legge di Gresham, la
progressiva scomparsa dal mercato. La situazione internazionale cambiò nel XIII secolo grazie alla capacità
delle città mercantili e dei banchieri italiani di organizzarsi nel migliore dei modi per trarre più profitto.
Genova, Pisa e Venezia conquistarono la supremazia commerciale nelle varie piazze mediterranee. La
principale beneficiaria fu Venezia. Le compagnie venete si dimostrarono maestre nella speculazione sul
prezzo dell’argento. Il Ducato di Venezia, detto anche matapan, era battuto in ottimo argento con un peso
di poco superiore a 2 g. La sua tipologia presenta al diritto San Mareo che consegna uno stendardo al dux
Enrico Dandalo, mentre sul retro è rappresentata la figura di Cristo sul trono. Forse contemporaneamente
Genova aveva prodotto una moneta dalle identiche caratteristiche, il genovino. Verona cominciò a coniare
moneta grossa a partire dal 1230 circa. Subito dopo anche Trento, Aquileia (aquilini), Gorizia, Trieste (grossi
tirolini). A Firenze assistiamo alla coniazione dei primi fiorini dal 1237 chiamati così dalla città Florentia. A
Roma, dopo la chiusura della zecca nel X secolo, la moneta principale era quella di Pavia. I provisini erano
delle monete note per il commercio delle fiere dello Champagne. Roma, quando riprese a battere, decise di
coniare i propri provisini. La prima moneta grossa coniata dalla zecca fu il romanino di 3,5g. Prima della fine
del XIII secolo fu coniata una nuova moneta d’argento, il grosso samperino, caratterizzato dalle figure dei
santi Pietro e Paolo, ma la moneta non riuscì nel suo intento e non ebbe seguito.

CAPITOLO 11: LE PRIME MONETE D’ORO IN OCCIDENTE


Nel 1252 Genova iniziò la coniazione di moneta aurea. Genova, per riuscire a rientrare nei grandi e ricchi
mercati dell’Egeo, decise di allearsi con l’Impero Romeo di Nicea e appoggiò l’imperatore Michele VIII
Paleologo (nome gentilizio dell’ultima dinastia che regnò Bisanzio) che riuscì, nel 1261, a riprendere
possesso del trono di Costantinopoli. L’oro acquisito veniva poi venduto con grandi profitti dai genovesi
stessi in Europa continentale. La posizione di forza permise la coniazione dei genovini aurei con i suoi
divisionali (quartarola, ¼ del genovino, e ottaviano). La sua tipologia recava una ianua (= porta), simbolo
della città di Genova, e la croce greca, simbolo dell’appartenenza al sistema monetale occidentale. Per
evitare la svalutazione, al genovino aureo non fu assegnato nessun rapporto fisso con l’argento. La moneta
genovese fu imitata dai fiorini d’oro di Firenze. Venezia decise di passare all’oro nel 1284 battendo però le
nuove monete solo nel 1285. La tipologia rispetto ai Ducati aurei rimase la stessa, ma fu cambiato lo stile
dell’incisione. A Milano furono coniati gli ambrosini d’oro e agli inizi del XIV secolo anche a zecca di Roma
cominciò la sua coniazione di ducati d’oro.
CAPITOLO 12: LE MONETE DEGLI ANGIOINI E DEGLI ARAGONESI (= abitanti dell’Aragona, regione nord-
orientale della Spagna)
Dopo la morte di FedericoII, i pontefici Urbano IV e Clemente IV (entrambi di origine francese), offrirono la
corona di Sicilia e l’Italia meridionale al francese Carlo I, conte d’Angiò e di Provenza, figlio di re Luigi VIII di
Francia. La resistenza opposta dagli Svevi e dal re Manfredi venne superata dopo la vittoria di Benevento
del 1266, dopo la quale Carlo I occupò in poco tempo tutto il regno. Nel 1268 gli Angioini sconfissero
l’ultimo re svevo, Corradino. Nel 1282 si creò una generale insoddisfazione contro gli Angioini che ebbe
seguito con la celebre rivolta dei “Vespri siciliani”. L’obiettivo della ribellione, appoggiata dai siciliani e dai
calabresi, era di cedere la corona del regno al re Pietro d’Aragona, marito di Costanza di Svevia, figlia del re
Manfredi. La lunga guerra tra Angioini e Aragonesi si concluse con la pace di Caltabellotta che spezzò
l’unità del Regno di Sicilia con conseguente creazione del Regno di Napoli. Dal punto di vista monetale,Carlo
I d’Angiò in Sicilia continuò il precedente sistema svevo. La principale innovazione consisteva nella
coniazione dal 1266 di una moneta d’oro di alto valore, il reale, nata con lo scopo di sostituire l’Augustale.
La nuova moneta recava al diritto il busto di Carlo I con corona di gigli, tunica e mantello reale, mentre il
rovescio era occupato da uno scudo con lo stemma del giglio di Francia. La situazione monetaria del Regno
di Sicilia era però destinata a cambiare poiché dal 1278 Carlo I portò avanti una radicale riforma che
allineava le coniazioni siciliane con quelle francesi. Nel 1278 tutte le nuove monete furono coniate
esclusivamente dalla zecca di Napoli (la nuova capitale del Regno): in sostituzione dei vecchi nominali, che
vennero aboliti, Carlo I creò una moneta d’oro da 24 carati, il carlino detto anche”saluto” perché al rovescio
presentava la scena dell’Annunciazione con a sinistra la figura dell’Arcangelo Gabriele con la mano destra
nel segno dell’oratore ed un melograno nella mano sinistra, e a destra la figura della Vergine Maria. Tra le
due figure è posto un vaso con tre gigli; mentre al diritto è rappresentato uno scudo con due stemmi: a
destra i gigli degli Angiò; a sinistra la vera croce detta anche Croce di Gerusalemme a rivendicare la pretesa
alla corona di Gerusalemme acquisita da Carlo I. Il Carlino d’argento presenta gli stessi tipi di quello aureo,
tranne che per la mancanza di stelle, rosette e per la presenza di manici nel vaso con i tre fiordalisi del
rovescio. Durante il regno di Roberto d’Angiò (1309-1343) il carlino d’argento venne sostituito da una
nuova moneta, il robertino o gigliato (dalla presenza di una croce gigliata al rovescio); si tratta di una
moneta dal peso di 4 gr. Circa che presenta al diritto la figura del re con corona gigliata seduto su un trono
di leoni con mantello affibbiato mediante una grossa croce sul petto, con scettro gigliato e globo crocifero.
Il rovescio è occupato da una croce gigliata accantonata da 4 fiori di giglio. Durante il lungo periodo del
dominio aragonese e spagnolo fino al 1676, Messina si trovò ad essere praticamente l’unica zecca operante
in Sicilia. Fino a Ferdinando il cattolico (1479-1516), a Messina vennero battuti in oro i Reali, in argento i
Pierreali (fatti coniare da Pietro). Da Ferdinando il Cattolico si cominciò a coniare il Doppio Trionfo e il
Trionfo d’oro, mentre in argento si batterono il Doppio Tarì, il Tarì ed il Mezzo Scudo; in bronzo si batterono
i Piccioli. Dal 1563 venne introdotto lo Scudo d’argento ed il Mezzo Scudo. Tale riforma rimase in vigore fino
alla chiusura della Zecca, dovuta all’insurrezione di Messina del 1674 contro gli spagnoli. L’ultima emissione
della zecca, prima del passaggio definitivo alle officine di Palermo, è datata al 1678.

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