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3 Sbobine Da Studiare Universitario

La psicologia sociale studia come emozioni, pensieri e comportamenti siano influenzati dalla presenza o assenza di altri individui. Essa si distingue dalla sociologia per il suo focus micro, analizzando i processi intrapersonali e interpersonali attraverso vari livelli di spiegazione. La disciplina ha evoluto le sue teorie e metodi di ricerca, affrontando critiche riguardanti l'individualismo e la rappresentatività dei campioni utilizzati negli studi.

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3 Sbobine Da Studiare Universitario

La psicologia sociale studia come emozioni, pensieri e comportamenti siano influenzati dalla presenza o assenza di altri individui. Essa si distingue dalla sociologia per il suo focus micro, analizzando i processi intrapersonali e interpersonali attraverso vari livelli di spiegazione. La disciplina ha evoluto le sue teorie e metodi di ricerca, affrontando critiche riguardanti l'individualismo e la rappresentatività dei campioni utilizzati negli studi.

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Sbobbine lezioni con slides

Psicologia Sociale
Università del Salento (UNISALENTO)
74 pag.

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PSICOLOGIA SOCIALE

Cos’è la psicologia sociale?

DEFINIZIONE: La psicologia sociale è una indagine scientifica del modo in cui emozioni, pensieri e
comportamenti dei soggetti sono influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita di altri esseri
umani.

La definizione può essere modificata tenendo conto non solo della presenza, ma anche dell’assenza,
anch’essa oggettiva, immaginata, implicita o virtuale di altri esseri umani.

ASSENZA: situazione di esclusione o isolamento sociale.

ABC della psicologia sociale: a) EMOZIONI --> AFFECTS


b) COMPORTAMENTI --> BEHAVIORS
c) PENSIERI --> COGNITIONS
La psicologia sociale può essere considerata una scienza in quanto utilizza un metodo scientifico per
l’analisi dei fenomeni sociali. Infatti, ciò che definisce una disciplina una scienza non è l’oggetto di studio,
ma il metodo di ricerca.

DIFFERENZA TRA PSICOLOGIA SOCIALE E SOCIOLOGIA


Entrambe studiano l’individuo all’interno della società, ma cambia solamente il focus di analisi dei
fenomeni sociali indagati.
Psicologia: opera utilizzando una ottica MICRO
Sociologia: opera utilizzando una ottica MACRO.

Come ricorda Doise (1989), esistono 4 livelli di spiegazione della psicologia sociale:
1. INTRAPERSONALE --> processi psicologici che si verificano all’interno della sfera individuale; le
teorie descrivono come gli individui organizzano la loro percezione dell’ambiente sociale e il loro
comportamento in questo ambiente.
2. INTERINDIVIDUALE --> dinamiche interpersonali tra più individui in un determinato contesto; le
teorie analizzano la manifestazione dei processi interpersonali in una determinata situazione e
dell’influenza esercitata da essi su cognizioni, affetti e comportamenti.
3. DIFFERENZE DI POSIZIONE --> posizione sociale (ruoli) di diverse categorie di individui; molto spesso
le ricerche considerano un terzo livello, rappresentato dalle differenze di posizione sociale, che
caratterizzano le interazioni tra diverse categorie di soggetti. In questo caso, esperienze e posizioni
sociali del soggetto creano delle relazioni sociali che incidono sulle dinamiche che si verificano in
una determinata situazione.
4. IDEOLOGICO --> è un sistema di credenze sociali condivise; ogni società sviluppa dei propri
sistemi ideologici, norme, valori e credenze, che mantengono, guidano l’ordine sociale e creano
delle interpretazioni degli eventi.

PSICOLOGIA SOCIALE E ALTRE DISCIPLINE PSICOLOGICHE

Psicologia sociale --> indaga come emozioni, pensieri e comportamenti dei soggetti sono influenzati
dal contesto sociale che li circonda.
Psicologia cognitiva --> studia i processi che regolano la cognizione dell’essere umano e
dell’ambiente esterno.

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Neuropsicologia --> studia la relazione tra i processi neurobiologici e quelli cognitivi e
comportamentali degli esseri umani.
Psicologia della personalità --> si occupa dello studio dei tratti individuali e processi psicologici interiori
delle persone.
Psicologia clinica --> studio dei processi psicologici disfunzionali o patologici delle persone, e le
relative modalità di trattamento.

PSICOLOGIA SOCIALE NELLE SCIENZE SOCIALI


ORIGINI, EVOLUZIONE E FUTURO DELLA PSICOLOGIA SOCIALE

Origini: differenza tra prospettiva INTERPERSONALE e INTRAPERSONALE

PROSPETTIVA INTERPERSONALE PROSPETTIVA INTRAPERSONALE

Dall’unità agli elementi Dagli elementi all’unità


Uniformità di comportamento Processi di adattamento individuali
Forze sociali esterne all’individuo Caratteristiche dell’individuo
 Come si sviluppa l’individuo quando  Quali sono i meccanismi psichici e
entra in contatto con l’ambiente sociale? biologici individuali che permettono di
 Qual è la sua eredità sociale? spiegare i fenomeni sociali?

LA PSICOLOGIA SOCIALE NELLE SCIENZE SOCIALI

● ORIGINI, EVOLUZIONE E FUTURO DELLA PSICOLOGIA SOCIALE


Tra il 1920-1930 la psicologia sociale si afferma come disciplina nel contesto statunitense.
Il COMPORTAMENTISMO diventerà una delle correnti più importanti della psicologia per tutta la prima
metà del Novecento.
Nel comportamentismo l’ambiente sociale è come una fonte di stimoli e rinforzi per l’individuo.
GESTALT --> per Lewin ogni individuo è immerso in un campo di forze che agiscono contemporaneamente e
in direzioni opposte (teoria del campo)
Inoltre, durante la Seconda Guerra Mondiale ci si è chiesto come le democrazie europee si siano potute
trasformare in dittature che, pur essendo assertori di azioni violente, godevano di grande consenso
popolare.
Negli anni ‘60 sono stati condotti studi sull’obbedienza all’autorità e sul conformismo.
Contemporaneamente nasce il COGNITIVISMO --> Uno degli psicologi importanti di questa corrente è Ulric
Gustav Neisser, egli mediante la sua opera “Psicologia cognitivista” (1967) associa la mente dell’uomo a
quella di un computer, cioè la mente umana elabora le informazioni provenienti dall’ambiente: analogia
mente-calcolatore.
Tra il 1960-1970 vengono svolti degli studi sull’influenza sociale delle minoranze, sulla categorizzazione
sociale e sui gruppi minimi.

Gustav Jahoda (2016). Settant’anni di psicologia sociale: una critica culturale e personale.
Cosa c’è di sbagliato in una psicologia sociale tradizionale?

1) INDIVIDUALISMO → Le definizioni dei libri di testo della psicologia sociale fanno spesso riferimento a
quanto la presenza reale o immaginaria degli altri influenzi il pensiero o il comportamento individuale: ma il
comportamento sociale nella vita quotidiana ordinaria è raramente discusso. La maggior parte di quel
comportamento è governato dal sociale norme e ruoli, che riguardano la sociologia e l'antropologia - forse
un altro motivo per cui questo è raramente toccato.

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2) PRESUPPOSTI DELL’UNIVERSALITÀ → Gli psicologi sociali, che trattano un'ampia varietà di argomenti (ad
es. influenza sociale, conformismo, cognizione sociale, dinamiche di gruppo) di solito scrivono come se i
risultati della ricerca nell'area di cui stanno discutendo fossero applicati a tutti gli esseri umani.
Ad ogni modo, la maggior parte degli esperimenti di psicologia sociale vede come partecipanti gli studenti
universitari, che non sono rappresentativi né della popolazione statunitense in generale, né tanto meno
dell'umanità.
3) SPERIMENTALISMO → I testi di psicologia sociale spesso sottolineano l'importanza degli esperimenti per
rendere l'argomento veramente scientifico.
Una tipica giustificazione dell'uso estensivo di questo metodo è che esso, in teoria, è presumibilmente in
grado di stabilire la causalità. Ma in pratica è raro, e ciò a cui arrivano solitamente gli psicologi sociali sono
"generalizzazioni empiriche"
Il controllo ottenuto dalla manipolazione delle "variabili" è spesso illusorio. Questo perché forse la
"variabile" più significativa potrebbe essere il contesto sociale dell'esperimento, che di solito non è
soggetto a manipolazioni.
(Partecipanti a WEIRD: Paesi occidentali, istruiti e dei paesi industrializzati, ricchi e democratici)

I LIVELLI DELL’INDAGINE EMPIRICA


Vi sono diversi tipi di indagini:
● Descrittive → descrizione dei fenomeni in cui vi sono rilevazioni molto approfondite su pochi casi e
descrizioni poco approfondite su molti casi.
● Correlazionali → studio delle relazioni tra molte variabili rilevate attraverso diverse misure.
È necessario indagare contemporaneamente le correlazioni tra molte variabili e coinvolgere un ampio
numero di partecipanti
● Sperimentali → manipolazione di una o più variabili indipendenti per verificare gli effetti su una o più
variabili dipendenti
è impossibile trarre conclusioni sulle relazioni causa-effetto tra le variabili.

Tra i livelli dell’indagine empirica vi sono:


- Esperimenti in laboratorio --> facilitano sia il controllo del ricercatore, sia la randomizzazione.
- Esperimenti sul campo → effettuati in ambienti naturalistici, hanno un’alta validità esterna.
I risultati sono generalizzabili con più facilità ad altri contesti e popolazioni rispetto agli esperimenti in
laboratorio.

I METODI DI RACCOLTA DATI


manipolazione della variabile indipendente; rinuncia alla randomizzazione
Bassa validità interna
Minore controllo sulla procedura sperimentale e sull’ambiente.
Anche qui abbiamo varie opzioni:

 Selof-port: misure che si basano sulla testimonianza diretta del partecipante


VANTAGGI: Indagare grande quantità di processi LIMITI: metodiche intrusive;
psicologici; semplici ed economiche da distanti dall’effettivo comportamento delle
implementare. persone.

 Archivio e tracce: si basano su dati o tracce fisiche raccolti precedentemente per scopi indipendenti
da quelli dell’attuale ricerca.
VANTAGGI: poco intrusive; rilevano variabili più LIMITI: il ricercatore non ha il controllo della
vicine al comportamento effettivo; permettono di raccolta dati.
confrontare i cambiamenti nel comportamento nel
tempo.

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 Osservazione
VANTAGGI: permette di accedere al comportamento dei partecipanti .
LIMITI: la presenza dell’osservazione può alterare il comportamento dei partecipanti

• Misure psicofisiologiche → misure che permettono di acquisire informazioni relative al substrato


fisiologico che accompagna i processi psicologici e il comportamento.
VANTAGGI: permettono di studiare processi automatici e fenomeni difficilmente accessibili altrimenti.
LIMITI: alcune tecniche possono essere intrusive; complessità di implementazione e costi di utilizzo;
Il ricercatore deve prestare molta attenzione alla validità del processo di operazionalizzazione.

 Misure implicite → misure che valutano i pensieri, gli atteggiamenti e i sentimenti delle persone in
modo indiretto.
Accedere a contenuti che sono difficilmente accessibili tramite introspezione;
Studiare processi che potrebbero risultare misurati in modo distorto attraverso i self-report;
Tipicamente, si basano sui tempi di reazione e sugli effetti di facilitazione o interferenza cognitiva (risposte
difficili da controllare dal partecipante).
lo IAT (Implicit Association Test) è un compito di categorizzazione che misura i tempi di reazione. L’idea di
base è che se gli individui hanno un atteggiamento positivo nei confronti di una categoria, saranno più
veloci nel rispondere quando gli elementi di questa categoria saranno presentati insieme a stimoli positivi
(vs. negativi).

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PSICOLOGIA SOCIALE 07/10/2022
LA COGNIZIONE SOCIALE

«Siamo al primo giorno di lezione. Al mio corso si presenta Martino con un paio di
pantaloni argentati arricchiti da piume di struzzo. Anche se non lo conosco, inizio a
pensare a questo studente come a una persona bizzarra e anticonformista.»

In questo modo abbiamo attivato due tipi di processi cognitivi veloci:


 Inferenze dai comportamenti ai tratti (quindi, sulla base del comportamento di questa
persona, facciamo delle inferenze su come questa persona è: fenomeno osservabile 
fenomeno non osservabile)
 Associazioni tra tratti (persona estroversa  è anche gentile)
La cognizione sociale si occupa di questo, ovvero di come noi percepiamo, elaboriamo e
interpretiamo le informazioni, quindi si tratta di un processo di elaborazione del senso.
PRINCIPI DI BASE DELLA COGNIZIONE SOCIALE
1. Siamo pigri  cioè tendiamo a risparmiare energia cognitiva, e ciò ci porta ad attuare
processi di elaborazione rapidi e superficiali. Inoltre, si usa distinguere due modi di
elaborazione: a) elaborazione centrale: percorsi di elaborazione profonda, controllata e
riflessiva; b) elaborazione periferica: risparmio energie cognitive, la utilizziamo la maggior
parte delle volte in quanto è la “via veloce”.
2. Siamo conservatori  tendiamo a conservare le informazioni, le idee, le impressioni che
abbiamo già elaborato poiché è più dispendioso confermarle che modificarle.
Noi selezioniamo informazioni e stimoli poiché siamo sempre esposti a nuove informazioni più
selettive o accessibili di altre in base a quelle che hanno un’influenza particolare per noi.
Quali sono le motivazioni che guidano la cognizione sociale?
Possiamo distinguere due tipi di principi motivazionali:
 Principio motivazionale direzionale  nella comparazione che facciamo tra due gruppi
sociali (gruppo x e gruppo di appartenenza) abbiamo la necessità di mostrarci in una luce più
positiva rispetto agli altri, ciò ha una motivazione specifica e una direzione specifica
(valorizzare se stessi o il proprio gruppo).
 Principio motivazionale non direzionale  è determinato dalla necessità di comprendere e
trovare un senso al mondo sociale.
Tipologie di processi:
 Controllati (elaborazione centrale)  quelli che mettiamo in atto in modo volontario
 Automatici (elaborazione periferica)  quelli che mettiamo in atto in modo non
intenzionale, quindi fuori dalla nostra consapevolezza.
Altra differenziazione tra processi cognitivi è la direzione:

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 Top-down  riguarda i processi cognitivi che ci permettono di analizzare attraverso schemi
il mondo sociale in base a conoscenze che già possediamo, questo processo tende ad
accorciare l’elaborazione cognitiva e può condurre a commettere errori (processi
automatici)
 Bottom-up  elaboriamo le informazioni per costruirci l’idea della situazione sociale,
questo processo è più accurato ma più dispendioso per quanto riguarda tempo e risorse
cognitive (processi controllati)
Gli strumenti attraverso cui elaboriamo la cognizione sociale sono: CATEGORIE, PROTOTIPI e
SCHEMI.
 CATEGORIE  è il risultato della nostra capacità di assicurare l’informazione e di classificare
cose o persone in base alla somiglianza o diversità.
Non tutti gli esemplari però hanno la stessa posizione all’interno della categoria, infatti, per
ogni categoria sociale abbiamo esemplari che rappresentano il PROTOTIPO.
 PROTOTIPO  possiede una posizione centrale, ha il massimo degli attributi in comune con
gli altri membri della stessa categoria, e il minimo di attributi in comune con i membri di
altre categorie.
 SCHEMI  sulla base delle categorie, ci costruiamo degli schemi. Microsistemi di
conoscenza che organizzano ciò che noi conosciamo di una determinata categoria sociale,
si formano appunto, attraverso l’esperienza. Una volta appresi, li depositiamo in memoria
per poi recuperarli all’occorrenza.
FUNZIONI DEGLI SCHEMI:
1. Completare l’informazione mancante;

2. Permettere attività inferenziali (ci consente di fare differenze);

3. Economizzare l’efficienza conoscitiva;

4. Rendere più accessibili le informazioni in memoria.

Secondo Sanford (1987) il sistema mentale si fonda su due tipi di processo:


 Processo di elaborazione secondaria (di base): chiamati anche processi bottom-up, quindi
l’elaborazione dell’informazione
 Processo di elaborazione primaria (ordine superiore): sono quelli che si basano sugli schemi
cognitivi, che ci permettono di
TIPI DI SCHEMI:
 Di persone  ovvero schemi di personalità, che contengono informazioni che ci aiutano a
descrivere le persone in base alla loro personalità e ai loro scopi.
 Di ruolo  i ruoli creano delle aspettative per quanto riguarda i comportamenti che una
persona deve avere, per ogni ruolo creiamo uno schema.

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 Di eventi (copioni o script)  come se fossero dei copioni comportamentali che ci
aspettiamo di trovare in determinati contesti sociali.
 Di sé  sono schemi che riguardano noi stessi. Dove il soggetto, pensando a se stesso, crea
degli schemi che formano la propria autocoscienza.
Questi ultimi sono molto importanti in quanto ci aiutano a regolare le funzioni del nostro sé.

PROCESSI DI RAGIONAMENTO  è l’attività mentale mediante la quale si da una spiegazione alle


cose. Appartengono ai processi automatici e vengono chiamate EURISTICHE (di pensiero o di
ragionamento)  sono strategie di ragionamento veloci, che ci permettono di formarci un giudizio.
EURISTICA DELLA RAPPRESENTATIVITÀ (O DEL MODELLO)  si utilizza quando le persone
esprimono giudizi sulla probabilità che un soggetto appartenga ad una determinata categoria.
Quindi quanto più l’esemplare rappresenta la categoria di riferimento (o è il prototipo), tanto più
tendiamo a giudicarlo come appartenente alla categoria stessa.
EURISTICA DELLA DISPONIBILITÀ (O DEL CASO CONCRETO)  è utilizzata per giudicare la frequenza
relativa di particolari eventi o la probabilità di verificarsi. Facciamo operazioni di recupero di
memoria dei casi e ne facciamo una stima quantitativa, che dipende dalla disponibilità dei casi che
abbiamo in memoria.
La disponibilità di un caso in memoria può dipendere dalla: salienza o dalla rilevanza personale degli
eventi.
EURISTICA DELLA SIMULAZIONE (CONTROFATTUALE)  utilizzata quando i soggetti devono
immaginare ipotetici scenari così da poter ipotizzare come certi eventi possano realizzarsi. Quindi
ipotesi di eventi che non si sono verificati ma che si sarebbero potuti verificare.
EURISTICA DELLA DECISIONE  questa è diversa dalle altre in quanto ci aiuta a prendere delle
decisioni. In primo luogo, c’è l’identificazione del problema, successivamente valutiamo tutte le
alternative possibili, ne selezioniamo una e infine prendiamo una decisione. Questo processo
decisionale lo utilizziamo solo in alcune circostanze.
TEORIA DEL PROSPETTO (Kahneman e Tversky, 1979)  i ricercatori hanno dimostrato che in
genere gli individui sono più propensi ad assumersi dei rischi per evitare una perdita, mentre sono
meno propensi a rischiare per realizzare un guadagno. Pertanto, le decisioni che noi prendiamo
possono essere influenzate dal modo in cui le opzioni tra cui dobbiamo scegliere sono presentate o
da noi percepite in termini di guadagni o perdite (effetto framing).
LA FORMAZIONE DELLE IMPRESSIONI  è un processo che si sviluppa immediatamente e si occupa
appunto di comprendere come le persone formano un giudizio sugli altri a partire dalle proprie
percezioni e da come, poi, riescono a modificarlo.
Ci sono due spiegazioni sul come ci formiamo un’impressione:
 Modello configurazionale (Asch, 1946)  quando noi percepiamo l’altro, la percezione
organizza coerentemente le informazioni che riceve, e inoltre, lo percepisce nell’insieme
della persona (non i singoli tratti). La formazione delle impressioni è guidata da un nucleo

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interpretativo e le informazioni vengono organizzate in configurazioni dotate di senso
(processo top-down).
 Modello algebrico (Anderson, 1981)  è inverso al modello configurazionale, ovvero,
quando incontriamo una persona non percepiamo l’insieme ma delle singole informazioni
che hanno un significato autonomo e siamo noi, poi a mettere insieme le singole
informazioni e così ci costruiamo l’impressione della persona (processo bottom-up).
Tra questi due modelli noi tendiamo a seguire maggiormente il primo, in quanto più rapido e veloce
dove vengono utilizzate informazioni categoriali (elaborazione top down  dall’unità agli elementi).
Ma nel momento in cui la persona diventa rilevante o significativa si attiva il secondo processo e
quindi tenderemo a produrre un’elaborazione più profonda e con maggiore sforzo (elaborazione
bottom up  attenzione a informazioni individuali).
Uno dei principi generali dei processi cognitivi è la tendenza a confermare le conoscenze che ci
siamo già formati  BIAS DI CONFERMA.

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PSICOLOGIA SOCIALE, LEZ. 3

CATEGORIZZAZIONE SOCIALE: GLI STEREOTIPI

Le categorie sono l’operazione di base con cui riusciamo a riconoscere gli oggetti e una volta che ci siamo
costruiti la categoria e il progetto, questo ci risparmia la fatica di dover elaborare informazioni.
La categoria si fonda su dei principi:
- processo di astrazione → processo di classificazione di stimoli all’interno di una particolare
categoria
- processo di economia cognitiva → categorizzare gli oggetti ci serve proprio per risparmiare energia
cognitiva, e funge da base per i processi inferenziali
La categorizzazione sociale riguarda anche stimoli sociali = categorizzazione sociale.

I GRUPPI E LA CATEGORIZZAZIONE SOCIALE


Le persone automaticamente categorizzano sé stessi e gli altri in categorie diverse in base ai livelli di
astrazione:
- interpersonale  in cui vi è un’identità di base
- intergruppi  in cui vi è un’identità sociale dove le persone vengono percepite come
rappresentanti di gruppi sociali
- interspecie vi è un’identità umana
Il contesto gioca una parte molto importante, in quanto stabilisce qual è il livello di categorizzazione che gli
individui adottano per rappresentare sé stesse e gli altri.

Inoltre, la categorizzazione può produrre delle distorsioni nell’elaborazione e nel giudizio degli stimoli.
Anche qui vi sono due principi: principio di accentuazione intercategoriale e principio di assimilazione
intercategoriale. Nel primo, vi sono differenze tra i membri appartenenti a categorie diverse, nel secondo,
invece, vi è un’accentuazione delle somiglianze tra i membri appartenenti alla stessa categoria.
Tuttavia, la categorizzazione produce anche l’effetto di omogeneità dell’outgroup, ossia la tendenza a
percepire i membri del gruppo di cui non si fa parte come più simili tra loro di quanto in realtà siano.
Ciò non si verifica per gli individui appartenenti al proprio gruppo.
L’individuo definisce sé stesso anche in base all’appartenenza a categorie sociali e qui si verifica un
processo di auto categorizzazione, ovvero quando un individuo accentua le somiglianze all’interno del
proprio gruppo e le differenze con altri gruppi distinti.

GLI STEREOTIPI SOCIALI


La rappresentazione sociale degli altri gruppi è definita sulla base degli stereotipi sociali.
Lo stereotipo è uno schema cognitivo che associa a un determinato gruppo o categoria una serie di
tratti distintivi o comportamenti tipici.
Gli stereotipi svolgono diverse funzioni, tra cui:
- Funzione descrittiva: descrivono come è un gruppo sociale, inglobando delle convinzioni su quel
gruppo condivise in un dato contesto sociale.

- Funzione prescrittiva: forniscono informazioni su come comportarsi nei confronti dei membri di un
determinato gruppo sociale, ma anche sul come ci si deve comportare per essere un buon membro
del proprio gruppo.

- Funzione di protezione dello status quo: legittimano l’organizzazione gerarchica esistente


all’interno della società.

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COSA FACCIAMO QUANDO PRODUCUAMO STEREOTIPI?
A) operiamo a partire da astrazioni indeterminate, cioè sulla base di informazioni insufficienti a
orientare la produzione di immagini concrete.
B) operiamo in termini di urgenza classificatoria (fretta di arrivare alle conclusioni)
C) non consideriamo i casi particolari (siamo abituati a pensare che non sono sufficienti a mettere
in discussione delle generalizzazioni)

La categorizzazione è il processo alla base degli stereotipi. Sostanzialmente, si attribuiscono certe


caratteristiche a un individuo perché categorizzato entro un determinato gruppo sociale. Infatti, gli
stereotipi sono una scorciatoia cognitiva estremamente funzionale in quanto permette di formarsi
rapidamente delle impressioni sul target.

Gli stereotipi si avvalgono di tre caratteristiche:


- valenza, può essere positiva o negativa
- polarizzazione dei tratti (schivi, freddi...)
- indice di dispersione (alta o bassa eterogeneità interna al gruppo)

FORMAZIONE DEGLI STEREOTIPI

- Apprendimento sociale: sono diffusi all’interno di un certo contesto, radicati nelle norme sociali,
nella cultura e nei valori di una società. Le persone li apprendono naturalmente durante la
socializzazione.

- Contesto culturale: gli stereotipi vengono mantenuti, diffusi e rinforzati all’interno del contesto
culturale, attraverso l’azione dei media, del cinema e della letteratura, del linguaggio quotidiano
ecc.

- Osservazione: l’osservazione del comportamento dei membri di specifiche categorie sociali porta
l’individuo a fare un’inferenza corrispondente dal comportamento al tratto e a generalizzarlo
all’intera categoria.

- Esperienze dirette: gli stereotipi si possono formare tramite esperienze personali dirette con
membri di una certa categoria.

L’ECCEZIONE CHE CONFERMA LA REGOLA

Gli stereotipi sopravvivono perché ammettono delle eccezioni:

- eccezione rara  si pensa che si confermi la regola, lo stereotipo rimane singolare, a sé.

- eccezione frequente  diventa difficile considerarlo un caso singolare e particolare, e così


subentra un altro stereotipo, un sotto stereotipo di quello generale

esempi di sotto stereotipi di donne e uomini:

- Donne con ruoli tradizionali (casalinga, segretaria…), definite calde ma incompetenti

- Donne con ruoli non tradizionali (atlete, astronaute, donne di successo…) definite competenti ma
fredde.

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I “BIG TWO: COMMUNATILY (CALORE) E AGENCY (COMPETENZA)

I giudizi sugli altri/gruppi sociali sono sottesi da due dimensioni fondamentali (spiegano oltre l’80% delle
impressioni), che si riferiscono a due diverse modalità di stare nella relazione sociale:

-Communality (calore): capacità di stringere relazioni interpersonali, associata a tratti di calore,


cooperatività, disponibilità, gentilezza espressività, affiliazione VS tratti opposti, quelli dell’irresponsabilità,
poca gentilezza, indisponibilità (amico-nemico).

-Agency (competenza): quanto percepiamo gli altri capaci di portare a termine, organizzare, realizzare. Chi
tende al raggiungimento degli obiettivi, volontà di lasciare un segno, associata a tratti di competenza,
strumentalità, potere (capace/non capace di realizzare le proprie intenzioni)

Diversi studi confermano come tuti gli stereotipi esistenti contengano sia tratti della dimensione di calore,
sia tratti di dimensione della competenza, in pesi diversi: alcuni stereotipi, come quelli del genere maschile
danno più peso alla dimensione della competenza e meno a quella del calore, sottolineando, quindi,
l’agency; mentre, invece, gli stereotipi femminili sottolineano la community  le donne sono più amate
dagli uomini, ma meno rispettate.

LA PERCEZIONE DEI GRUPPI SOCIALI

Queta particolare concezione dei soggetti, ci permette di categorizzarli, suddividendoli nei seguenti
“gruppi”:
- gruppo Caloroso ma non competente
- gruppo competente e caloroso
- gruppo né competente né caloroso
- gruppo competente ma non caloroso

PERCHÉ GLI STEREOTIPI DI GENERE HANNO QUESTI CONTENUTI?

“Uomini e donne sono portati a selezionare e sviluppare le capacità necessarie per il loro ruolo sociale”
(Eagley, 1987).

Il contenuto degli stereotipi di genere viene dato dai ruoli sociali, dalla divisione del lavoro, dai ruoli
storicamente definiti di uomini e donne, e dalla gerarchia di genere  i tratti communal sono coerenti con
il ruolo di cura e la posizione di status subordinato, i tratti agentic con il ruolo di lavoratori e la posizione di
status dominante.

Ma se nella società i ruoli di genere cambiano, perché non cambiano anche gli stereotipi?

- Il ruolo sociale delle donne è cambiato in alcuni settori (lavorano, ricoprono ruoli pubblici), ma non in altri
(continuano a farsi carico del lavoro domestico e della cura in misura preponderante quando non
esclusiva). Lo stereotipo si è modificato: c’è ancora una parte di stereotipo di genere tradizionale, ma
questa parte è stata affiancata da tratti di mascolinità che hanno dato luogo a numerosi sottotipi di
stereotipi associati a gruppi specifici di donne.

- Il ruolo primario dell’uomo, invece, non è cambiato, lo stereotipo è rimasto sostanzialmente invariato.

EFFETTI DELLO STEREOTIPO

Lo stereotipo non serve solo a descrivere gli altri ma viene utilizzato, in parte, anche per descrivere noi
stessi: quando parliamo di noi stessi, inevitabilmente introduciamo qualche stereotipo, creando così
l’autostereotipo, che si va a mescolare con il concetto che abbiamo di noi stessi (schema di sé insieme di

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tratti che una persona attribuisce a sé stesso, inglobando tratti di stereotipi sociali relativi a quella parte del
se che dipende dalla propria appartenenza sociale).

Quando diciamo chi siamo, diciamo delle cose che riguardano le nostre disposizioni personali, ma diciamo
chi siamo anche sulla base dei nostri ruoli sociali.
Nel momento in cui parliamo di noi stessi, lo facciamo sempre attribuendoci aggettivi e caratteristiche
positive: questo accade perché ognuno di noi ha un bisogno interno di avere una buona immagine di sé
stesso. Questo ci porta a pensare che anche i tratti negativi che sappiamo di avere, debbano essere spostati
sugli altri membri della stessa categoria di appartenenza.
Quando pensiamo a come gli altri ci percepiscono in quanto membri di una certa categoria sociale, si parla
di metastereotipi: in particolare per quanto riguarda uomini e donne, questi metastereotipi sono
tipicamente opposti e speculari.

Racconto di un afroamericano ad un giornalista bianco:

«Se tu, bianco, vai in un ristorante e ti servono in maniera ignobile, sai che c’è una sola ragione: il servizio in
quel locale è pessimo. Se io vado in un ristorante e mi trattano altrettanto male, non sono quale sia la vera
ragione. È perché sono nero, o perché il servizio è pessimo?»

Ambiguità attributiva  (incertezza circa l’attribuzione di causalità degli eventi)


Le persone vittime di uno stereotipo negativo, quando si trovano in situazioni in cui le loro prestazioni o
abilità devono essere valutati da altri (o semplicemente in situazioni di interdipendenza), possono avere
dubbi nell’individuare la causa dei risultati ottenuti (o più in generale, degli eventi): non sanno cioè se
attribuire ciò che accade alle loro effettive caratteristiche/capacità o allo stereotipo di cui sono oggetto.

Minaccia da stereotipo  (paura di confermare lo stereotipo mediante il proprio comportamento)


Quando le persone si trovano in una situazione che attiva la minaccia da stereotipo, l’ansia può
effettivamente determinare una prestazione di livello inferiore, confermando – agli occhi degli altri – lo
stereotipo.

ATTIVAZIONE DEGLI STEREOTIPI

L’attivazione degli stereotipi. Per influenzare un giudizio, lo stereotipo dev’essere attivato:

• Più evidenti sono gli indizi di appartenenza ad una categoria, più è probabile che vengano alla mente sia la
categoria sia gli stereotipi correlati

• Una categoria diviene particolarmente saliente in condizione di «effetto solo»

• Le emozioni forti accrescono la nostra dipendenza dagli stereotipi

•L’esposizione a linguaggi/etichette denigratorie rende più accessibili gli stereotipi (li porta alla mente con
grande prontezza)

• Maggiore l’accessibilità, maggiore l’uso (tendenza all’automatismo) e viceversa

L’ATTIVAZIONE DELLO STEREOTIPO GENERA INEVITABILMENTE RISPOSTE DI PREGIUDIZIO?

• Secondo Devine (1989), apprendiamo i contenuti degli stereotipi durante i processi di socializzazione, e
questi si attivano automaticamente quando incontriamo un individuo che richiama alla mente queste
credenze sociali

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• Ma: gli individui che considerano gli stereotipi delle credenze erronee (parziali, superficiali) hanno la
possibilità di inibire le risposte di pregiudizio (perlomeno in quelle situazioni in cui possono esercitare un
controllo intenzionale delle proprie reazioni)

• Al contrario, gli individui che credono nel contenuto di stereotipi (credono alla verità dello stereotipo)
tendono ad attivare direttamente risposte di pregiudizio.

SUPERARE GLI EFFETTI DELLO STEREOTIPO

Reprimere i pensieri basati sugli stereotipi (ma…effetto boomerang: reprimere uno stereotipo può renderne
il contenuto maggiormente accessibile in un momento successivo)

• Correggere i giudizi basati sugli stereotipi (riconoscerne la parzialità: ma è possibile che il risultato sia un
giudizio eccessivamente positivo)

• Meno capacità cognitiva, più stereotipizzazione (ridurre gli stereotipi richiede impegno cognitivo)

•Persone che devono prendere decisioni rapide sugli altri tenderanno ad utilizzare maggiormente gli
stereotipi Es. agenti di polizia

• I fattori temporali sono solo uno dei fattori: talvolta le informazioni sono troppo complesse per essere
elaborate adeguatamente

• Più emozione, più stereotipizzazione

• L’importanza dei contro-stereotipi

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PSICOLOGIA SOCIALE 14/10/2022
LE INFERENZE CAUSALI  sono processi di cognizione sociale attraverso cui noi individuiamo le
cause di ciò che accade, quindi, sono processi di spiegazioni delle vicende della vita quotidiana.
CONCETTI DI RESPONSABILITÀ:
 ASSOCIAZIONE  la responsabilità è attribuita ad un individuo anche in assenza di un
legame causale tra l’individuo e l’avvenimento; pertanto, c’è una associazione anche se non
c’è un legame diretto. ( RESPONSABILITÀ LEGALE)
 CAUSALITÀ  il soggetto viene giudicato in base ai risultati che la sua azione ha prodotto, a
prescindere dalle sue intenzioni. ( RESPONSABILITÀ OGGETTIVA)
 PREVEDIBILITÀ  non c’è l’intenzionalità di creare un “danno”, però c’è una possibilità (per
chi osserva) che quell’azione avrebbe potuto prevedere gli effetti della sua azione. (
RESPONSABILITÀ PER COLPA)
 INTENZIONALITÀ  quando il soggetto agisce intenzionalmente in modo da produrre un
determinato effetto. ( RESPONSABILITÀ PER DOLO)
 GIUSTIFICAZIONE  quando fattori esterni alla volontà del soggetto si ritengono
responsabili del risultato dell’azione. ( ATTENUANTI DELLA RESPONSABILITÀ)
La causalità è un meccanismo utilizzato per spiegare ciò che accade, quindi siamo noi a definire
cosa causa cosa. Noi “vediamo” la causalità senza processi di inferenza razionale o di
interpretazione.
L’intenzionalità presuppone la natura propriamente umana del soggetto, infatti, possiamo vedere
che quando accade qualcosa la responsabilità sia da attendere ad un agente umano e in qualche
modo tendiamo a considerare la responsabilità legata alle impressioni del soggetto.
I PROCESSI DI ATTRIBUZIONE CAUSALE  sono meccanismi psicologici che ci permettono di
collegare una causa ad un effetto. Questi meccanismi partono da un assunto fondamentale: quando
osserviamo qualunque tipo di comportamento che abbia caratteristiche diverse da quello che
consideriamo standard (e che siano potenzialmente dannosi per l’ordine sociale), noi tendiamo a
considerare quel comportamento voluto, intenzionalmente messo in atto.
Il primo ad occuparsi di questi processi è Sullivan (allievo di Heider), si deve a lui questa idea
dell’essere umano che funziona in analogia ad una figura di SCIENZIATO INGENUO  ovvero, i
principi con cui produce conoscenza e spiegazione degli eventi vengono sviluppati in modo ingenuo
(soggetto ad una serie di distorsioni). L’idea dell’uomo scienziato ingenuo significa che noi abbiamo
bisogno di spiegare le cose e gli eventi, e spiegare ciò che accade ci consente di comprendere
cognitivamente l’ambiente sociale e quindi ci permette di avere un certo controllo del contesto
attorno a noi.
La prima questione che Weiner mette a fuoco è quella del LOCUS (della causalità), ovvero dove
posizioniamo la causa di ciò che accade? Abbiamo due opzioni:
 LOCUS INTERNO  rimanda a fattori di tipo personali (come la motivazione o l’abilità)

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 LOCUS ESTERNO  rimanda a fattori di tipo esterni al soggetto, che possono favorire o
ostacolare quel comportamento.
Questo concetto di locus va ad unirsi ad altre due caratteristiche: stabilità e controllabilità.
Quale probabilità ha un certo comportamento di verificarsi nuovamente in futuro?
esempio: “x ha compiuto un omicidio” possiamo fare delle previsioni sul fatto che in futuro possa
ricompiere la stessa azione? Per fare una previsione possiamo basarci su tre elementi:
 LOCUS (interno o esterno)
 STABILITÀ DELLE CAUSE (stabile o instabile)
 CONTROLLABILITÀ (si o no)
Queste tre caratteristiche ci orientano per fare delle attribuzioni; inoltre, questo processo influenza
le aspettative che noi abbiamo rispetto a qualcosa che deve ancora avvenire.
Ci sono anche casi di auto-attribuzione, che riguardano noi e il nostro comportamento futuro. Oltre
ad essere una previsione è anche un’aspettativa, in quanto ci aspettiamo che una situazione vada
come l’abbiamo prevista  la profezia che si auto-adempie, quando un soggetto convinto o
timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale che tali eventi
avvengano.
LA TEORIA DELL’INFERENZA CORRISPONDENTE di Jones e Davis (1965)  secondo questo modello,
il processo di attribuzione della causalità si basa su un meccanismo di inferenza dai comportamenti
che osserviamo ai tratti della personalità dell’individuo, in quanto le caratteristiche della personalità
sono considerate stabili e durature; ciò porta all’impressione di poterne prevedere il
comportamento.
Ci sono delle caratteristiche del comportamento che osserviamo che ci sembrano particolarmente
informative e che producono degli effetti:
 Effetti non comuni  l’osservatore fa delle inferenze sulla personalità dell’individuo, quando
l’azione che compie provoca conseguenze non comuni, o addirittura uniche.
 Desiderabilità sociale  inferenze sulla desiderabilità sociale ovvero, se gli effetti sono
considerati socialmente approvati. Al contrario se ci sono comportamenti socialmente
indesiderati, sembrano dirci qualcosa sul possesso di certe caratteristiche dell’individuo.
 Volontarietà (possibilità di scelta)  se il comportamento è messo in atto dal soggetto
volontariamente, ci informa che sulle caratteristiche di esposizione del soggetto.
Se un comportamento produce queste tre caratteristiche, ci fanno inferire che quel soggetto è
dotato di determinati tratti di personalità; al contrario, se i comportamenti che osserviamo non
possiedono queste caratteristiche, noi non attiviamo il meccanismo.
IL MODELLO DI COVARIAZIONE di Kelley (1967)  due variabili presentano varianti concomitanti,
ovvero, che al variare di una corrisponde il variare dell’altra. Ciò parte dall’idea che dal cercare una
spiegazione agli eventi, noi tendiamo a osservare come le caratteristiche variano tra loro assieme.
Si considerano tre dimensioni della covariazione:

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 DISTINTIVITÀ  l’effetto si esterna quando è presente l’entità oppure è un effetto che non
si esterna quando l’entità è assente?
 COERENZA nel tempo e nelle modalità  l’effetto si verifica sempre nello stesso modo,
con la stessa entità?
 CONSENSO  altre persone subiscono lo stesso effetto con la stessa entità?
Se c’è un alto livello di distintività, di coerenza e di consenso, allora significa che l’attribuzione
causale è a carico dell’entità. Quindi, l’attribuzione causale dipende da come le tre dimensioni
covariano a secondo della nostra prospettiva.
Questo modello è stato molto criticato in quanto le persone sono poco abili nel valutare la
covariazione fra gli eventi; inoltre, molte ricerche hanno portato alla conclusione che la maggior
parte delle persone fanno attribuzioni in modo rapido e superficiale, compiendo spesso errori di
attribuzione (biases).
Gli errori di attribuzione sono tre, e sono di tipo cognitivo – motivazionale:
1. Self – serving bias;

2. Errore fondamentale di attribuzione;

3. Differenza attore – osservatore.

Self – serving bias  tendenza di attribuire esiti positivi a noi stessi ed esiti negativi a fattori esterni
(attribuzione auto-difensiva, illusione di controllo).
Errore fondamentale di attribuzione  tendenza a sovrastimare i fattori interni (e stabili) della
persona, e sottostimare i fattori esterni (e instabili). Anche quando sappiamo che le persone sono
“costrette” ad agire per cause esterne, tendiamo comunque a credere che siano i loro tratti di
personalità ad indurli ad avere un determinato comportamento. Questo errore si coniuga con il
terzo.
Differenza attore – osservatore  un errore di posizionamento, in quanto abbiamo la tendenza ad
attribuire cause diverse allo stesso comportamento in base al punto di vista (attore o osservatore).
Quando noi siamo osservatori, dal punto di vista percettivo è più saliente l’attore rispetto al
contesto; quando siamo noi l’attore questo rapporto si inverte, in quanto essendo attori, facciamo
fatica a percepire noi stessi. Questo fenomeno ha anche un aspetto normativo, ovvero che
seguiamo la norma sociale secondo la quale siamo persone libere di controllare le nostre azioni,
senza dover essere influenzati dalle circostanze.
SEVERITY EFFECT (errore di graduazione della responsabilità)  durante il processo di attribuzione
della responsabilità, la gravità del danno è spesso l’elemento più rilevante per chi deve emettere
giudizio anche se la gravità dei danni non dipende dall’attore. La spiegazione di base è che il fatto di
attribuire ad un agente umano la spiegazione di un fatto, che potrebbe avere una causa non
umana, in qualche modo ci “protegge” dall’ipotesi che un fatto simile potrebbe capitare a noi stessi.
In generale, facciamo fatica ad attribuire al caso l’accadere degli eventi, spesso troviamo qualcuno a
cui dare la responsabilità (bias autodifensivo). Nel ragionamento che porta all’attribuzione della
responsabilità, abbiamo due fattori che ci influenzano:

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 La possibilità situazionale  quanto l’osservatore (che sta valutando) ritiene che potrebbe
trovarsi in una situazione simile a quella del soggetto che sta osservando, ciò ci porta ad
essere meno severi;
 La similarità personale  quando percepiamo che il soggetto sia simile a noi.
VICTIM BLAMING (errore di colpevolizzazione della vittima)  questo processo sposta la
responsabilità dell’evento dall’autore alla vittima. L’errore sta nel favoreggiare gli atteggiamenti di
chi ha piena responsabilità del danno (autore), quindi si tende a giustificare l’autore; mentre, si
tende a svantaggiare, a rivittimizzare chi ha subito il danno (es. femminicidio, stupro). Dal punto di
vista percettivo, l’errore sta nell’attribuzione del locus della causalità  quindi viene attribuita una
parte della responsabilità ad entrambe le parti. Questo bias ha l’aggravante di essere sostenuto da
credenze socialmente condivise (miti dello stupro). L’errore percettivo del victim blaming deriva
dall’interiorizzazione e dall’accettazione di false credenze che influenzano il giudizio, questi portano
a delle conseguenze molto importanti come, per esempio, il silenziamento delle vittime, il minor
aiuto per le vittime (considerate responsabili) e ricadute sul benessere psico-fisico delle vittime.

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PSICOLOGIA SOCIALE
LEZ. 5

GLI ATTEGGIAMENTI

Gli atteggiamenti possono essere intesi come degli indicatori che ci aiutano a prevedere il comportamento
delle persone e, allo stesso tempo, sono la base di partenza per capire come fare a cambiare un
determinato comportamento.
Generalmente abbiamo 3 definizioni di atteggiamento, appartenenti a epoche diverse.
I primi ad utilizzare questo termine sono stati degli psicologi e dei sociologi: Thomas e Zaniesky, sociologi
della scuola di Chicago, sono stati i primi a proporre una definizione di atteggiamento che si riferisce ad un
processo mentale individuale e che viene definito come una risposta generica ad un incontro con un
soggetto sociale.
In quest’ottica, quindi: atteggiamento = processo di conoscenza dell’oggetto sociale, che serve a definire le
condizioni per un comportamento.
Questa definizione, però, risulta molto generica, non è specifica: forniamo quindi la definizione la
definizione classica:
Allport, comportamentista, sposta l’attenzione su una parte del processo psicologico che ha a che fare con
il substrato psicologico della mente: atteggiamento  stato mentale neurologico di prontezza, organizzato
sulla base dell’esperienza, che è quello che determina come l’individuo si rapporta all’oggetto sociale e alle
situazioni sociali con cui viene in contatto.
Essendo un comportamentista, Allport fornisce l’idea che l’atteggiamento non sia qualcosa osservabile
direttamente.
Dicendo che l’atteggiamento è uno stato di prontezza psico9lolgica, Allport dice che questo stato è una
variabile che sta tra lo stimolo dell’oggetto sociale e la risposta che l’individuo fornisce.
Anche questa definizione risulta molto generale, in quanto gli stati psicologici sono tantissimi e non
vengono considerati in questa definizione.
Terza definizione  fornita da Rosenberg e Hovland nel 1960, si concentra sulla struttura degli
atteggiamenti, mostrandoci come sono fatti, da cosa sono composti.
Questa definizione prende il nome di modello tripartito degli atteggiamenti: gli atteggiamenti sono
composti da 3 componenti distinte:
1. Componente COGNITIVA (credenze e informazioni che una persona ha rispetto all’oggetto di
atteggiamento) ES.  “i vaccini fanno male”
2. Componente AFFETTIVA (reazione emotiva, positiva o negativa, ad un determinato oggetto) ES. 
“i vaccini fanno paura”
3. Componente COMPORTAMENTALE (all’interno di ogni atteggiamento ci sono anche le reazioni e le
intenzioni comportamentali che ci avvicinano o ci allontanano da quell’oggetto) ES.  “non mi farei
mai un vaccino”
Queste 3 componenti sono sempre presenti nell’atteggiamento ma:
- Non tutte hanno lo stesso peso.
- Non necessariamente un oggetto attitudinale produce tutte e tre le risposte (intese come
manifestazione delle componenti).
- È possibile che le persone abbiano delle credenze riguardo ad un oggetto ma che queste non
inducano delle azioni né delle reazioni di tipo affettivo.
- La «base» dell’atteggiamento verso un oggetto può essere «più cognitiva» o «più affettiva»: oggetti
‘caldi’ vs ‘freddi’.

PUNTI CARDINE DEGLI ATTEGGIAMENTI

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 Con atteggiamento si intende una valutazione durevole e relativamente stabile nei confronti
di un oggetto, evento, situazione [Eagly e Chaiken, 1993].
 VALUTAZIONE  l’atteggiamento è una valutazione non direttamente osservabile (è interna
all’osservatore). La valutazione nei confronti dell’oggetto di atteggiamento si esprime con
attributi quali positivo-negativo, buono-cattivo, piacevole-spiacevole.
 DUREVOLE e RELATIVAMENTE STABILE  resistono nel tempo e nello spazio, anche se gli
atteggiamenti possono modificarsi.
 Giudizio STABILE (positivo o negativo), riguardo a persone, oggetti e idee.
 Oggetto:
 oggetti concreti/inanimati, ma con una funzione sociale (cibo, sigarette, tecnologie,
etc.)
 oggetti astratti (femminismo, ambientalismo, etc.)
 gruppi (partiti, politici, categorie professionali, gruppi etnici)
 persone con un ruolo pubblico (leader politici, personaggi del mondo sportivo, cinema
ecc.)

DIFFERENZA TRA ATTEGGIAMENTI E OPINIONI


Sono concetti simili, vicini, ma dal punto di vista scientifico non sono la stessa cosa:
ATTEGGIAMENTI  valutazioni stabili. L’atteggiamento è un orientamento permanente a rispondere (in
modo favorevole o sfavorevole) ad una classe di stimoli
OPINIONI sono più fluttuanti, volatili, ma più specifiche. L’opinione è una risposta specifica ad una
particolare questione.

L’atteggiamento è una variabile latente che organizza un corpus di opinioni (è l’istanza generatrice e
organizzatrice delle opinioni).

ATTEGGIAMENTI ESPLICITI ED IMPLICITI

ESPLICITI Valutazioni deliberate e consapevoli, che si fondano su processi di pensiero di tipo riflessivo o
controllato. La misurazione avviene attraverso il self-report.

IMPLICITI Valutazioni automatiche e per lo più non consapevoli e attivate senza alcuno sforzo, che
sono radicate nelle associazioni mentali immagazzinate nella memoria a lungo termine. La misurazione
avviene tramite misure implicite e compiti di categorizzazione (ES. IAT  strumento sviluppato per
studiare la forza dei legami associativi tra concetti rappresentati in memoria.)

Non sempre atteggiamenti espliciti e atteggiamenti impliciti coincidono: ambivalenza, contraddizioni, es.
razzismo moderno o neosessismo.

COME SI FORMANO GLI ATTEGGIAMENTI?

Si formano in più modi, attraverso più canali, ma le diverse origini della formazione degli atteggiamenti
possono essere raggruppate in due categorie generali:

FORMAZIONE CONSAPEVOLE
attraverso un processo ragionato di rielaborazione dello stimolo. Qui vi troviamo un approccio
funzionalista, secondo cui le persone si formano degli atteggiamenti perché gli atteggiamenti svolgono
delle funzioni e soddisfano dei bisogni psicologici.
4 funzioni dell’atteggiamento:

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1. Funzione CONOSCITIVA  è una funzione cognitiva, e gli atteggiamenti ci servono ad organizzare
le informazioni rispetto ad un certo oggetto. Dentro gli atteggiamenti ritroviamo tutte le strutture
di conoscenza che costituiscono la parte cognitiva dell’atteggiamento. Avere un atteggiamento ci
aiuta a conoscere un oggetto, ad organizzare le informazioni che quell’oggetto ci fornisce e ad
interpretare nuovi oggetti ed eventi.
Gli atteggiamenti, come tutti i costrutti cognitivi, ci richiedono sempre di recuperare delle nuove
informazioni: rispetto a questo processo, possiamo distinguere tra:
atteggiamenti BIPOLARI  sono quelli in cui sia le persone che si trovano su un polo, (che hanno
un atteggiamento favorevole), sia le persone che si trovano sull’altro polo, (con atteggiamento
sfavorevole), hanno molte informazioni su quell’oggetto, e recuperano facilmente altre
informazioni coerenti con questa fase cognitiva, ma sono anche capaci di recuperare le
informazioni che contraddicono ciò che per loro è la base del loro atteggiamento.
Quindi, bipolari perché includono sia le informazioni relative ad un polo (favorevoli), sia quelle
relative all’altro polo (sfavorevoli)
atteggiamenti MONOPOLARI  sono gli atteggiamenti in cui le informazioni sono recepite e
ricordate, tanto più sono coerenti e in linea con il polo in cui il soggetto si trova.

2. Funzione di ESPRESSIONE DEI VALORI  attraverso gli atteggiamenti, attraverso ciò che pensiamo
su un tema, su un oggetto sociale, noi esprimiamo anche quali sono i nostri valori che stanno alla
base dell’atteggiamento. Questa funzione permette di esprimere a sé stessi e agli altri i valori che
sono centrali per il sé e di affermare la propria identità.
3. Funzione UTILITARISTICA  funzione più sociale: poiché noi apprendiamo gli atteggiamenti
attraverso i gruppi sociali di cui facciamo parte, gli atteggiamenti diventano un mezzo attraverso cui
ci integriamo in un ambiente sociale, nei nostri gruppi.
4. Funzione EGO-DIFENSIVA  funzione di difesa del sé, viene svolta solo da alcuni atteggiamenti,
quelli he servono a proteggere chi descrive dal fare esperienze negative. Servono a proiettare
all’esterno le parti negative del se, spostandole sull’oggetto. Permettono di ridurre l’ansia derivata
da minacce esterne e interne, preservando senso di sicurezza e autostima.

FORMAZIONE AUTOMATICA
Abbiamo diversi modi attraverso cui possiamo formare gli atteggiamenti, ad esempio, uno è l’esperienza
diretta. Quando gli atteggiamenti si formano per esperienza diretta hanno la caratteristica di essere
particolarmente resistenti, perché sono più difficili da modificare. L’esperienza diretta si affianca a quella
mediata, il quale rispetto alla circostanza dell’esperienza diretta è più suscettibile al cambiamento. Un’altra
via di formazione degli atteggiamenti utilizza il meccanismo comportamentista del condizionamento
classico: apprendiamo ad associare due stimoli, uno, inizialmente neutro che attraverso l’esperienza viene
associato ad uno stimolo che attiva una risposta, positiva o negativa, nel soggetto. Quando questa
associazione viene automaticamente messa in atto si attiva il condizionamento classico.
Accanto al condizionamento classico vi è il condizionamento operante: gli atteggiamenti si possono
formare attraverso il meccanismo del rinforzo, positivo o negativo.
Altro meccanismo molto studiato, viene chiamato meccanismo della mera esposizione. Secondo questo
meccanismo, l’esposizione ripetuta ad uno stimolo determina un atteggiamento più favorevole nei suoi
confronti. Ad esempio, una canzone nuova che non suscita una reazione particolarmente favorevole o
sfavorevole, dopo averla riascoltata ripetutamente la canzone in questione inizia a piacere tanto che ci si
ritrova a canticchiarla. Quindi, maggiore è la frequenza di esposizione e più positivo sarà il giudizio dei
partecipanti, ma questo effetto positivo ha una soglia, cioè cresce fino ad un certo punto in quanto
successivamente si mantiene stabile quando l’oggetto diventa familiare.

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Esiste un altro modo per guardare come si formano gli atteggiamenti, cioè qualcuno ha proposto l’idea che
noi non conosciamo quali sono i nostri comportamenti cioè non stabiliamo che atteggiamenti abbiamo nei
confronti della questione X, ma dobbiamo inferirlo da come ci comportiamo. Questa si chiama Teoria
dell’autopercezione: solo attraverso la percezione che il soggetto ha del suo comportamento rispetto un
certo oggetto che può capire che atteggiamento ha rispetto a quell’oggetto.

RAPPORTO TRA ATTEGGIAMENTI E COMPORTAMENTI


È importante lo studio degli atteggiamenti perché:
- se conosciamo l’atteggiamento rispetto ad un oggetto, siamo in grado di predire l’atteggiamento
rispetto ad un altro oggetto correlato al primo.
- Conoscere l’atteggiamento rispetto ad un oggetto ci permette di predire il comportamento rispetto
a quell’oggetto
Ma uno studioso, Wicker grazie alle 42 ricerche sperimentali in cui ha studiato la relazione fra
atteggiamenti e comportamento conclude che l’atteggiamento non predice il comportamento. A questa
conclusione vi furono delle critiche in quanto esistono degli studi sul campo che dimostrano l’esistenza di
forti correlazioni tra atteggiamento e comportamento. Al tempo stesso, altri psicologi affermano che i
contesti pubblici non necessariamente permettono di trovare una relazione tra atteggiamento e
comportamento, infatti La Piere esplora l’atteggiamento nei confronti dei cinesi in un campione di gestori
di hotel chiedendo loro se ci fosse la probabilità di rifiutarsi di dare una camera a una coppia di cinesi. Gli
intervistati mostrano un atteggiamento negativo e un’alta possibilità di rifiutare la camera coppie di cinesi.
La Piere chiede a due comparse cinesi di presentarsi ad uno degli hotel intervistati per avere una camera e
osserva che la maggior parte degli albergatori accorda la camera alla coppia di cinesi. Esiste una norma
sociale che inibisce il comportamento discriminatorio. Perciò non è vero che gli studi sul campo
permettono di trovare una relazione A-C necessariamente più elevata.

FATTORI
Vi sono fattori che aumentano la corrispondenza tra atteggiamento e comportamento:
specificitàun atteggiamento può aiutarci a prevedere un comportamento quando entrambi sono rilevati
con lo stesso grado di specificità.
Tempomaggiore è il tempo che intercorre tra la misurazione di un atteggiamento e la misurazione del
corrispettivo comportamento, minore sarà l’associazione tra questi due elementi.
Accessibilità fa riferimento al grado in cui un atteggiamento è facilmente recuperabile dalla memoria e
disponibile. Gli atteggiamenti maggiormente accessibili hanno maggiori capacità di influenzare i
comportamenti.
Forza più gli atteggiamenti sono forti, più sono facilmente attivabili e dunque più probabile è la loro
influenza sul comportamento.

Accessibilità e forza- Modello Mode

MODELLO MODE
Fazio postula l’esistenza di due percorsi che collegano l’atteggiamento al comportamento:
1. Modalità di elaborazione volontaria riflette sui costi/benefici dell’azione e sul proprio
atteggiamento nei confronti di quel comportamento.
2. Modalità di elaborazione spontanea gli atteggiamenti guidano il comportamento senza che gli
individui considerino i relativi atteggiamenti e senza essere consapevoli che il loro comportamento
è influenzato da tali atteggiamenti.

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Nella modalità di elaborazione automatica degli atteggiamenti è centrale l’accessibilità
dell’atteggiamento. L’accessibilità è la forza dell’associazione tra uno stimolo e il nostro giudizio su di
esso. La forza è misurata attraverso la rapidità con cui riusciamo a ricondurre alla memoria le
associazioni ad un oggetto relativo (processo spontaneo ed automatico). Dipende dall’esperienza
(frequenza).

PREVEDERE I COMPORTAMENTI INTENZIONALI


Il comportamento è l’esito di un’intenzione del soggetto e quest’ultima è determinata da tre fattori:
l’atteggiamento verso quel dato comportamento, le norme soggettive e la percezione di controllo
sull’azione.

Vi sono due tipi di teorie:


- Teoria dell’azione ragionata antefatto del comportamento sono le intenzioni comportamentali,
ossia i propositi di attuare un determinato comportamento. Le intenzioni comportamentali sono a
loro volta determinate dall’atteggiamento verso il comportamento e dalle norme soggettive.
- Teoria del controllo pianificato il controllo comportamentale percepito viene definito come la
percezione di essere in grado di mettere in atto il comportamento.

Inoltre, gli atteggiamenti possono essere di due tipi: espliciti o impliciti. Nel primo caso, vi sono valutazioni
e opinioni che le persone detengono esplicitamente e consapevolmente. Nel secondo invece, sono
cognizioni spontanee e inconsapevoli che si affiancano con quelle esplicite.
Gli atteggiamenti impliciti ed espliciti possono essere compresi a partire dai loro processi sottostanti:
a. I processi associativi per gli atteggiamenti impliciti
b. I processi proposizionali per gli atteggiamenti espliciti.
Nel primo caso i processi associativi non sono altro che reazioni affettive e automatiche, risultato di
particolari associazioni attivate automaticamente quando un individuo incontra uno stimolo pertinente.
L’attivazione delle particolari associazioni in memoria è determinata dalla combinazione di
1. Una struttura preesistente di associazioni in memoria
2. Una configurazione di stimoli in input
Per quanto riguarda i processi proposizionali, le valutazioni ottenute sono caratterizzate da giudizi valutativi
basati su inferenze sillogistiche derivate da qualsiasi genere di informazione considerata attinente per un
determinato giudizio.
La più importante caratteristica che differenzia i processi associativi da quelli proposizionali è:
 i primi si verificano a prescindere dal fatto che una persona consideri l’associazione vera o falsa.
 I secondi, invece, hanno bisogno di una conferma delle valutazioni e delle credenze.

TRE MODELLI DI PREDIZIONE DEL COMPORTAMENTO


Modello additivo: sia glia atteggiamenti espliciti, sia quelli impliciti concorrono nello spiegare il
comportamento. Quindi i secondi aggiungono potere predittivo ai primi (coerenza)

Modello dissociativo: gli atteggiamenti espliciti predicono esclusivamente i comportamenti controllati,


quelli impliciti esclusivamente i comportamenti automatici.

Modello interattivo: interferenza fra atteggiamenti espliciti e impliciti (incoerenza).


- Ostacola l’espressione del comportamento nei confronti dell’oggetto cui gli atteggiamenti si
riferiscono.
- È fonte di disagio cognitivo
- Può portare a mettere in atto comportamenti fra loro contraddittori.

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PSICOLOGIA SOCIALE 21/10/22
IL CAMBIAMENTO DEGLI ATTEGGIAMENTI
Gli atteggiamenti sono tendenzialmente stabili, ma possono cambiare e ci sono due modi in cui lo
fanno:
 Per azione di una forma esterna, attraverso forme di comunicazione mirate a far cambiare
gli atteggiamenti  cambiamento indotto dalla comunicazione persuasiva;
 Per azione di un meccanismo interno al soggetto che autonomamente modifica il suo
atteggiamento  cambiamento autoindotto.
Quando parliamo di persuasione, entriamo nell’ambito della comunicazione, ed ha la finalità di
indurre il cambiamento dell’atteggiamento. Quando pensiamo al cambiamento dell’atteggiamento
generalmente lo associamo allo spostamento della polarità, ma in realtà ci sono varie forme di
cambiamento più difficili da rilevare:
 quando il soggetto cambia la sua base cognitiva  ovvero quando le informazioni, le
conoscenze ecc. di un soggetto cambiano perché vengono integrate ad altre o a nuove
informazioni, ma ciò non sempre porta ad un cambiamento della polarità;
 forma dell’estremizzazione  quando un soggetto parte già da una posizione positiva
rispetto ad una situazione e lo diventa ancora di più, quindi estremizza.
La persuasione, quindi, è una forma specifica di comunicazione basata su un messaggio verbale ed
ha uno scopo. In ogni messaggio verbale ci sono due componenti: il contenuto e il come il
messaggio viene imposto e comunicato.
Alcuni degli elementi che sono stati studiati che “aiutano” il messaggio ad essere persuasivo
riguardano diversi aspetti:
 l’esposizione al messaggio (la mera esposizione);
 come viene organizzato l’aspetto e il contenuto del messaggio  i messaggi richiedono
l’elaborazione da parte di chi riceve, quindi, il messaggio deve essere capace di attirare
l’attenzione di chi lo riceve e di concentrare la sua l’attenzione e di consentire ai destinatari
di memorizzare l’informazione ricevuta. Un altro aspetto più specifico sono le conclusioni a
cui il messaggio vuole giungere, esse possono essere esplicite o implicite;
 come formulare le argomentazioni del messaggio  l’argomentazione si può sviluppare in
maniera unilaterale (solo motivazioni positive), e in maniera bilaterale (ovvero a quelle
positive si aggiungono anche gli effetti negativi);
 ordine delle informazioni contenute nel messaggio  tendiamo a memorizzare meglio le
informazioni che riceviamo prima, e le memorizziamo a lungo termine (effetto primacy), c’è
anche un altro effetto che oltre a memorizzare le prima informazioni, ci fa memorizzare
anche le ultime (effetto recency);
 vividezza del contenuto  la vividezza del messaggio si può misurare in base alla
concretezza del contenuto (concreto o astratto), questo aspetto si lega ad una capacità di
attivazione emotiva e fa si che il contenuto venga percepito più vicino al soggetto. Quando il

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grado di vividezza è molto elevato o eccessivo potrebbe verificarsi l’effetto boomerang,
ovvero potrebbe distogliere l’attenzione dei riceventi dall’elaborare il contenuto del
messaggio e quindi impedire una buona elaborazione del contenuto del messaggio;
 il tono emotivo del messaggio  i messaggi possono attivare le stimolazioni sensoriali,
questa capacità aiuta a rendere il messaggio più incisivo. Però, il tono emotivo si deve
mantenere entro un certo limite in quanto se l’attivazione emotiva è di tipo negativo andrà
ad attivare paura, ansia ed emozioni negative (es. campagna antifumo) e se è presente
eccessiva ansia si attiveranno meccanismi difensivi che rendono inefficace il messaggio;
 modo di presentare un contenuto  tutti i messaggi che formuliamo sono presentati in un
certo modo che rappresenta la modalità in cui vogliamo che l’informazione venga recepita.
Noi possiamo presentare un certo argomento evidenziando le conseguenze negative o
quelle positive.
MODELLI DELLA PERSUASIONE (modello della probabilità di elaborazione)
Nell’ambito della comunicazione persuasiva ci sono due modelli  i modelli duali (Petty e Cacioppo,
1980), chiamati così in quanto presuppongono che ci siano due percorsi di elaborazione del
messaggio persuasivo. Essi si concentrano sul ricevente, e l’idea è che il ricevente ha due strade per
elaborare il messaggio:
 percorso centrale  è il percorso riflessivo, che guarda alle argomentazioni del messaggio.
Un messaggio che viene elaborato per via centrale funziona se le argomentazioni sono
convincenti;
 percorso periferico  il ricevente non si impegna nel recepire i contenuti del messaggio e la
sua elaborazione si sposta su altro che ha a che fare con gli elementi periferici del messaggio
e con le caratteristiche della fonte; quindi, la valutazione di affidabilità della fonte può
rappresentare l’elemento che induce il ricevente ad accettare o rifiutare il messaggio.
Come e quando il soggetto prende una via piuttosto dell’altra? La risposta si basa su due elementi:
la motivazione che il destinatario ha a elaborare il messaggio e le sue capacità cognitive. Se il
messaggio ha una rilevanza personale, il ricevente ha un’alta motivazione ad elaborare il messaggio
(percorso centrale); se il messaggio non ha rilevanza personale, il ricevente non si impegna ad
elaborare il messaggio (percorso periferico). L’altro fattore invece guarda al bisogno di cognizione,
ovvero il bisogno che noi abbiamo in misura diversa dagli altri, di acquisire molte informazioni
(percorso centrale) o poche informazioni (percorso periferico) per formarci un giudizio su un
qualcosa. La capacità di elaborare un messaggio non dipende solo dalle caratteristiche
dell’individuo ma dipende anche dal contesto, se c’è un messaggio molto complesso risulta per tutti
difficile da elaborare, o può dipendere dal contesto ambientale che ci rende difficile l’elaborazione
del messaggio.
Un altro modello è quello  euristico/sistematico, uguale a quello precedente; le due vie prendono
il nome di: elaborazione sistematica ed elaborazione euristica. L’unica differenza rispetto al modello
precedente riguarda la presenza nel messaggio persuasivo di argomentazioni ambigue, quando il
messaggio che ha una finalità persuasiva utilizza delle argomentazioni ambigue, i riceventi
tenderanno ad elaborare le informazioni per via euristica.

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Tra queste due vie qual è quella che rende il cambiamento degli atteggiamenti più efficace? Se il
cambiamento viene ottenuto attraverso il percorso centrale/sistematico l’effetto è più forte e
duraturo nel tempo, quindi più stabile e resistente; al contrario se il cambiamento viene ottenuto
attraverso il percorso periferico/euristico l’effetto sarà più di breve durata e soggetto a nuove
influenze.
Il nostro stato emotivo può influenzare il modo in cui noi elaboriamo il messaggio che riceviamo?
Quando ci troviamo in uno stato emotivo positivo tendiamo a non essere motivati a intraprendere il
percorso centrale ma quello periferico, mentre quando ci troviamo in uno stato moderatamente
negativo siamo più propensi ad intraprendere l’elaborazione centrale.
PAURA E CAMBIAMENTO DELL’ATTEGGIAMENTO  quando il messaggio attiva stati emotivi forti e
negativi, la reazione del ricevente è difensiva e tende all’annullamento dell’efficacia del messaggio.
Se però, all’attivazione di questi stati emotivi noi forniamo ulteriori strumenti cognitivi, possiamo
aiutare a contenere cognitivamente lo stato emotivo forte e quindi aiuta il messaggio ad ottenere
l’effetto desiderato.
IL CAMBIAMENTO AUTO-INDOTTO  i soggetti modificano il loro atteggiamento per effetto di un
meccanismo. Ci sono casi in cui un soggetto mette in atto un comportamento incoerenti con ciò
che pensano, casi in cui il verificarsi di alcuni eventi non succede e questo porta alla sconferma delle
aspettative o casi in cui i soggetti possono essere indotti o obbligati ad assumere un certo tipo di
atteggiamento senza esserne pienamente convinti. Questi sono casi di incoerenza, in cui non c’è un
allineamento tra ciò che le persone pensano e il comportamento che adottano; questa incoerenza
viola un principio del nostro funzionamento psicologico, ovvero il fatto che valorizziamo la
coerenza.
La teoria della dissonanza cognitiva (Festinger, 1956)  è uno stato che noi non siamo capaci di
tollerare in quanto ci crea disagio a livello psicologico; perciò, tendiamo a ripristinare uno stato di
coerenza. Il modo principale in cui lo facciamo è attraverso un processo di razionalizzazione,
ovvero, costruire delle argomentazioni che siano coerenti con il comportamento adottato.
Esposizione selettiva  quando siamo in una condizione di dissonanza cerchiamo di evitare di
esporci a informazioni o situazioni che ci fanno aumentare la dissonanza. Sarà invece ricettivo nei
confronti delle informazioni che confermano le sue razionalizzazioni.
Quando abbiamo una discrepanza tra atteggiamento e comportamento, abbiamo due soluzioni a
disposizione: modifichiamo ciò che pensiamo in modo che diventi coerente con il comportamento,
o viceversa, modifichiamo il comportamento in modo tale da renderlo coerente con
l’atteggiamento. La seconda opzione è più difficile da applicare, in quanto modificare il
comportamento è molto più complesso.

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PSICOLOGIA SOCIALE
LEZ. 7

L’AGGRESSIVITÀ

INTERPRETAZIONE NON UNIVOCA

L’aggressività è indice sia di un comportamento antisociale, violento, distruttivo verso l’altro, sia di una
carica interna ad affermarsi e a dominare le difficoltà (dal latino ad-gradior =mi avvicino, vado verso, entro
in contatto); ma la carica aggressiva dipende dalla capacità del soggetto di stare in relazione con l’altro in
modo assertivo.
L’aggressività è sempre stata studiata e definita come tendenza antisociale, ma in realtà è un elemento
costitutivo della natura umana; quindi, ha una funzione anche sociale o di adattamento sociale.
nell’approccio evoluzionistico, infatti, si evince come l’aggressività sia stata fondamentale per
l’affermazione della specie (funzione adattiva dell’aggressività).
quando parliamo di aggressività parliamo di comportamenti intenzionali, non c’è possibilità di mettere in
atto l’aggressività senza consapevolezza dell’oggetto.
La psicologia sociale definisce l’aggressività umana come qualunque comportamento intenzionalmente
rivolto verso un altro individuo con l’obiettivo di provocare dolore fisico o psicologico.
L’atto aggressivo comporta INTENZIONALITÀ
Il perpetratore è CONSAPEVOLE che la propria condotta nuocerà alla vittima

DISTINZIONE TRA AGGRESSIVITÀ OSTILE E AGGRESSIVITÀ STRUMENTALE

- Ostile  forma reattiva, aggressività impulsiva e non pianificata, che spesso si verifica come
risposta ad una provocazione, ed è caratterizzata da forti sentimenti di rabbia.
- Strumentale  aggressività fredda, razionale, pianificata è calcolata. Il soggetto mette in atto un
piano con l’intento di nuocere all’altro.

COSA ATTIVA I COMPORTAMENTI AGGRESSIVI?

Aggressività come fenomeno biologico (Freud)


- Teoria ISTINTUALE/PULSIONALE
Aggressività  comportamento innato degli esseri umani

Esistono due energie, due impulsi fondamentali dell’uomo: da una parte piacere ed evoluzione (eros),
dall’altra parte impulsi all’auto distruzione (thanatos).
L’aggressività è una energia pulsionale di morte che ha bisogno di essere scaricata fuori dal soggetto, al
fine di evitare l’autodistruzione.
Il fenomeno è inevitabile, ma incanalabile e “scaricabile” attraverso manifestazioni aggressive socialmente
accettabili
L’idea di aggressività presente in questo modello è tale che l’impulso diviene così forte da dover essere
espulso, ed è l’espulsione stessa che diminuisce poi il livello di aggressività.

- Approccio BIOLOGICO EVOLUZIONISTICO (Lorenz)


Aggressività  comportamento innato degli esseri umani

Dallo studio del comportamento umano si evince l’origine dell’aggressività come carattere reattivo che
serve a garantire la sopravvivenza, a mantenere la specie e l’aggregazione sociale.
QUINDI
Carattere dell’aggressività adattivo piuttosto che distruttivo.

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MA

Questa spiegazione è facile da applicare al mondo animale, ma trasferita nel mondo umano risulta
riduttiva, perché il comportamento umano è più complesso.
Quindi, l’aggressività non può essere esplicata solo come elemento di adattamento.
Non abbiamo mai la possibilità di individuare un solo fattore che ci permette di spiegare l’aggressività ma,
se esiste un fattore biologico, esso non può essere selezionato per spiegare il comportamento aggressivo
delle persone.

INFLUENZE NEURALI, GENETICHE E BIOCHIMICHE

L’aggressività è un comportamento complesso, non esiste un luogo preciso nel cervello deputato al suo
controllo.
Ci sono stati, però, degli studi che si sono occupati di studiare il versante neurale del comportamento,
cercando quali aree del cervello sono connesse al comportamento.

Questi studi sono stati condotti su popolazioni violente, riscontrando che ci sono dei sistemi neurali (aree
del cervello) che si attivano di più e altre di meno, notando che i soggetti più aggressivi risultano meno
attivi nell’area della corteccia prefrontale, l’area che consente di tamponare l’attivazione di aree più
profonde del cervello che sono coinvolte in comportamenti più aggressivi.

L’eredità generica  abbiamo un patrimonio genetico che ci costituisce, all’interno della quale c’è il
temperamento, che indica il livello di reattività emotiva, elemento che abbiamo sin dalla nascita e che
tende a conservarsi anche in età adulta.
Influenze biochimiche  Sono stati osservati anche i processi biochimici, cercando di capire come
determinate sostanze presenti nel sangue possano influenzare la sensibilità neurale alla stimolazione
aggressiva.
I comportamenti aggressivi sono associati ad alti livelli di ormone e testosterone, ma anche alcool, droghe
ecc, che attivano processi chimici nel sangue che alterano la sensibilità neurale: di conseguenza, la
probabilità di avere reazioni aggressive ad uno stimolo ambientale per chi le assume tende a crescere,
perché queste sostanze:
- rendono le persone incapaci di elaborare gli stimoli delle situazioni in modo corretto
- riducono il livello di auto consapevolezza
- rendono i riflessi meno lucidi
Tutto ciò spinge ad una valutazione non corretta delle conseguenze di un determinato comportamento.

DIFFERENZE INDIVIDUALI

Alcuni fattori che favoriscono le condotte aggressive dipendono dalle persone, mentre altri dall’ambiente
fisico e dal contesto sociale entro i quali gli individui interagiscono.
Come possiamo individuare la parte della popolazione più predisposta di altre a mettere in atto
comportamenti aggressivi?
I tratti che sono stati studiati sono diversi:
Ci sono sia fattori che predispongono all’aggressività, sia tratti che inibiscono l’aggressività:

L’AMICALITÀ
Dimensione del Big Five personality model (coscienziosità, nevroticismo, apertura all’esperienza,
estroversione).
Le persone con alto livello di amicalità sono meno propense a mettere in atto comportamento aggressivi.

AUTOSTIMA

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Gli individui con alti livelli di autostima tendono a mettere in atto più frequentemente i comportamenti
aggressivi quando il loro senso di superiorità non viene confermato dall’ambiente, non viene riconosciuto.
Quando si sentono minacciati, tendono a rispondere in modo aggressivo.

NARCISISMO
(la tendenza a considerare sé stessi, le proprie qualità fisiche e intellettuali, come oggetti degni di un
atteggiamento di compiaciuta ammirazione).
È associato all’aggressività e alla violenza, soprattutto quando il narcisista incontra qualcuno che mette in
discussione la visione che ha di sé stesso.

DIFFERENZE DI GENERE

La condotta aggressiva varia rispetto al genere in termini di espressione (aggressività diretta vs. indiretta),
piuttosto che in termini di frequenza.
Popolazione maschile  si sono sempre utilizzate forme di aggressività diretta.
Popolazione femminile  si è sempre usata l’aggressività indiretta e non fisica, ma psicologica, intesa
come intenzione di danneggiare psicologicamente e/o socialmente la vittima, spesso attaccandola in modo
sottile, attraverso pettegolezzi maligni o escludendola dalle relazioni sociali all’interno del gruppo di
appartenenza.

ESPERIENZE AVVERSIVE

Dolore e sofferenza  Le persone che sono state o in prima persona vittime di comportamenti aggressivi o
hanno avuto una vita dura e dolorosa, tendono a riprodurre quelle situazioni di cui sono state vittime: ‘ciclo
della violenza’, dove si passa da vittime ad aggressori.

FATTORI AMBIENTALI

Trovarsi in un ambiente estremamente rumoroso, affollato, inquinato o con temperature troppo basse o
alte o con troppo traffico crea stati di forte stress.
Di conseguenza, le persone tendono a diventare più aggressive in questi ambienti caratterizzati da forte
stress, poiché portano ad una maggiore attivazione fisiologica e a sensazioni di forte irritazione.
Effetti  queste situazioni hanno effetti sulla qualità delle prestazioni di vita, sui comportamenti e sulle
reazioni emotive.
Lo stress più studiato è stato quello della temperatura, in particolare l’effetto del rapporto tra temperature
elevate e livelli di comportamenti aggressivi.
Nel periodo estivo c’è un aumento del comportamento aggressivo generato da alte temperature (effetto
“lunga estate calda”)

ANTECEDENTI SOCIALI

La psicologia sociale ha proposto alcune teorie per spiegare come il contesto entro cui l’individuo
interagisce giochi un ruolo predominante nell’aumentare (o diminuire) le probabilità di mettere in atto
comportamenti aggressivi.
 Ipotesi della frustrazione-aggressività [Dollard e collaboratori, 1939];
 Modello neoassociazionista [Berkowitz, 1989];
 Teoria dell’apprendimento sociale [Bandura, 1973];
 Teoria degli script [Huesmann, 1988];
 General Aggression Model [GAM; Anderson e Bushman, 2002].

 IPOTESI DELLA FRUSTRAZIONE AGGRESSIVITÀ è stata la prima teoria psicologico sociale


sull’aggressività, osservandola come un fattore individuale e non come fattore innato ma
determinato dalla situazione.

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Il punto di partenza che innesca un comportamento aggressivo è il fatto che l’individuo si trova in uno stato
di deprivazione, in cui una persona ha un bisogno che non può essere soddisfatto, e questo stato si associa
ad uno stato di frustrazione, che poi attiva fisiologicamente l’organismo (arousal), che porta alla messa in
atto del comportamento aggressivo.

Frustrazione  condizione psicologica che insorge in chi incontra un ostacolo nel raggiungimento dei
propri fini – “interferenza” che interrompe una sequenza comportamentale.
Aumenta:
- quando la motivazione a raggiungere l’obiettivo è forte
- se l’obiettivo è fonte di gratificazione
- se l’ostacolo che si frappone al raggiungimento dell’obiettivo è insuperabile
Non è detto che l’energia aggressiva esploda direttamente contro ciò che l’ha originata.
Si impara ad inibire le ritorsioni dirette e a trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.

“Il manifestarsi di un atto aggressivo riduce l’istigazione all’aggressività stessa” CATARSI


- Scarica l’energia aggressiva prodotta dalla frustrazione
- Provoca una diminuzione della tendenza alle risposte aggressive
MA….
1) non sempre l’aggressività si manifesta in presenza di una frustrazione immediata (es. casi di
aggressività strumentale);
2) la frustrazione non produce sempre e solo comportamenti aggressivi, ma può essere
accompagnata anche da altri tipi di reazione (pianto, fuga o apatia; sindrome da impotenza
appresa, ecc.)
3) la scarica dell’energia aggressiva non sempre è efficace, talvolta è persino controproducente,
provocando un aumento di aggressività

 MODELLO NEOASSOCIAZIONISTA (Berkowitz, 1989)

Questo modello rappresenta un avanzamento rispetto all’ipotesi della frustrazione-aggressività, ma si attiva


solo se nell’ambiente in cui si trova sono presenti degli stimoli associati a comportamenti aggressivi.
Questi stimoli attivano nella mente delle associazioni che hanno a che fare con l’aggressività.

Definizione del modello  la frustrazione originata dallo stato di deprivazione determina un’attivazione
fisiologica (arousal), che si traduce in comportamento aggressivo solo in presenza di stimoli associati alla
violenza.
L’oggetto presente nell’ambiente deve richiamare l’aggressività.

Esempi  presenza di armi, prodotti culturali, artistici o mediatici che hanno contenuti violenti, o il fatto di
trovarsi in un ambiente in cui i comportamenti aggressivi sono frequenti o sono la norma per la risoluzione
delle controversie: tutti questi sono stimoli ambientali che possono sollecitare o attivare la condotta
aggressiva.

Effetto stimolo-arma  studio più famoso di Berkowitz.


Negli Stati Uniti ci sono le armi in casa, le quali diventano uno stimolo di forma ordinaria e comune
nell’ambiente.
Dunque, gli studiosi si sono chiesti se il fatto che ci fossero tante armi in giro aumentasse le condotte
aggressive.
I diversi studi hanno confermato che è così, perché la presenza diffusa di questo tipo di stimolo segnala
all’individuo che il comportamento aggressivo è normale, appropriato alla situazione.
QUINDI

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L’atto aggressivo può essere conseguenza non solo e non unicamente di una frustrazione, ma di
un’abitudine all’aggressione appresa attraverso l’identificazione con modelli aggressivi.

 LA TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE (Bandura, 1973)

Bandura sostiene che le persone apprendono i comportamenti aggressivi dall’esperienza, osservando i


comportamenti altrui.
Se una persona cresce in un ambiente caratterizzato da comportamenti aggressivi, di conseguenza questi
diventeranno un modello di risposta che il bambino avrà appreso dagli adulti.

 IL MODELLAMENTO SOCIALE: L’ESPERIMENTO DEL PUPAZZO BOBO (Bandura, 1961)

Obiettivi  studiare gli effetti dell’osservazione di comportamenti aggressivi sul comportamento dei
bambini.
Partecipanti  bambini in età prescolare e scolare.
Procedura  i bambini venivano portati in una stanza in cui erano presenti diversi giocattoli, tra cui il
pupazzo Bobo. I partecipanti venivano assegnati casualmente a tre condizioni sperimentali:
Condizione 1  modello aggressivo, in cui un complice dello sperimentatore adulto si dimostrava
aggressivo nei confronti di Bobo;
Condizione 2  modello pacifico, in cui un complice dello sperimentatore giocava con altri giocattoli, senza
mostrare atteggiamenti aggressivi nei confronti di Bobo;
Gruppo di controllo  in cui i bambini giocavano da soli, senza la presenza di complici dello
sperimentatore. In una fase successiva i bambini venivano condotti in una stanza nella quale vi erano dei
giochi neutri e la bambola Bobo.
Variabile dipendente  osservazione dei comportamenti aggressivi dei bambini nei confronti del pupazzo
Bobo.
Risultati  i bambini che avevano osservato lo sperimentatore picchiare Bobo (condizione 1)
manifestavano maggiori comportamenti aggressivi rispetto ai bambini nelle altre due condizioni.
I bambini nella condizione di modello aggressivo non solo riproponevano i comportamenti aggressivi
osservati, ma ne mettevano in atto anche di nuovi.

Il comportamento aggressivo dei bambini può essere modellato, cioè appreso per imitazione.

 LA TEORIA DEGLI SCRIPT

Huesmann [1988], similmente alla teoria dell’apprendimento sociale [Bandura, 1973], sostiene che
l’osservazione del comportamento violento (per esempio attraverso i media) porti l’individuo ad assimilare
degli script comportamentali aggressivi.

Script  una sorta di «copione» che viene appreso e seguito per semplificare e interpretare
comportamenti e situazioni sociali complessi che si ripetono con frequenza.

Una volta che lo script è assimilato, può essere richiamato e utilizzato per guidare il comportamento in
situazioni successive.
Es. Quando un bambino associa costantemente l’immagine di una pistola come strumento di risoluzione di
un conflitto fra due individui (come proposto da serie televisive e videogiochi) è possibile che renda questo
script comportamentale più saliente e lo generalizzerà anche ad altri contesti (risposta comportamentale
automatica)

 IL GENERAL AGGRESSION MODEL, GAM (Anderson e Bushman, 2002)

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Il General Aggression Model (GAM), rappresenta una cornice teorica integrata di natura socio cognitiva,
che sintetizza le teorie viste in precedenza in un unico modello.
Il GAM si struttura in tre differenti fasi:
1. Fattori prossimali  comprende tutti quei fattori dipendenti dalla persona e dall’ambiente che
possono influenzare il comportamento aggressivo.
2. Processi interni  comprende i processi che definiscono lo stato interno dell’individuo, cioè le
emozioni, le valutazioni cognitive e l’attivazione psicologica. Questi tre processi sono i possibili
percorsi attraverso i quali le variabili di input (fattori prossimali) influenzano la valutazione ad agire
o meno.
3. Conseguenze  riguarda le conseguenze e il comportamento aggressivo vero e proprio. In questa
fase ci si concentra sugli esiti dei processi di valutazione della fase precedente che possono dare
origine a risposte comportamentali riflessive o impulsive.

MEDIA, SOCIAL MEDIA E AGGRESSIVITÀ

C’è una relazione tra esposizione a contenuti violenti e tendenze ai comportamenti aggressivi.
L’esposizione alla violenza televisiva promuove atteggiamenti favorevoli rispetto ai comportamenti
aggressivi nella vita reale.
Anche le canzoni con testi dai contenuti violenti favoriscono pensieri ed emozioni collegate all’aggressività.
PERCHÉ (EFFTTI A LIVELLO COGNITIVO):
- Desensibilizzazione alla violenza  quando siamo esposti ripetutamente a un certo tipo di
stimolo, la nostra risposta emotiva a quello stimolo tende a ridursi nel tempo: in questo caso, è
come se ci si abituasse all’aggressività o alla violenza.
- Creazione di script violenti  questi contenuti violenti contribuiscono a creare dei copioni sociali
violenti che, una volta assimilati, possono essere trasferiti nelle situazioni della vita reale,
diventando situazioni abituali.
- Alterazione delle percezioni  la persona esposta a contenuti violenti utilizza il mondo virtuale
come modello del mondo reale causando, nei casi più estremi, una distorsione delle capacità di
giudizio.
- Effetto prime (riattivazione di schemi cognitivi)  lo stimolo violento innesca una associazione in
memoria di una serie di campi semantici collegati al nodo “violenza” e “aggressività”.

VIDEOGIOCHI E AGGRESSIVITÀ

Rispetto ai media tradizionali, i videogiochi presentano delle caratteristiche che li rendono peculiari
rispetto all’aggressività:
1. Il comportamento violento viene premiato
2. Il giocatore è parte attiva del gioco
3. Il giocatore sperimenta nuove identità
Bushman e Anderson sostengono che l’esposizione ripetuta ai videogiochi violenti causano la
desensibilizzazione alla violenza, arrivando a sottostimare la gravità dell’atto aggressivo, a giustificare un
comportamento aggressivo e a considerarlo come un fatto normativo e appropriato in quella situazione,
alterando le capacità di valutarie di atti violenti nel mondo reale attraverso:
1. Minore percezione della gravità dell’atto violento
2. Minore empatia nei confronti della vittima
3. Diminuzione degli atteggiamenti di condanna della violenza
4. Maggiore propensione a giustificare la violenza come qualcosa di normativo

SOCIAL MEDIA E AGGRESSIVITÀ

EFFETTO DI DISINIBIZIONE ONLINE  Suler, 1998

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Molto spesso, nell’interazione online c’è un aumento di comportamenti aggressivi che non trova riscontro
nelle interazioni offline.
Suler, uno degli psicologi che si è occupato di questa dinamica, ha messo a fuoco un fenomeno molto
diffuso, quello della disinibizione, che ha due varianti:

 forma BENIGNA  nelle interazioni online molte persone sono più disposte di quanto non siamo
nella loro vita offline a rilevare aspetti di sé o a condividere emozioni, paure, desideri: questa
forma, spesso, aiuta il soggetto a comprendere ed affinare alcune capacità, provare a risolvere
problemi interpersonali o esplorare nuove dimensioni emotive della Rosaria interiorità.

 forma TOSSICA  l’effetto di disinibizione si traduce in comportamenti aggressivi che veicolano


stati emotivi molto aggressivi.
Linguaggio volgare, critiche dure, rabbia, odio, minacce: catarsi cieca  dispiegamento di tutti quei
bisogni sgradevoli e insoddisfatti che on portano a nessuna crescita personale.

Entrambe queste forme sono il segnale di un meccanismo di disinibizione secondo cui le persone si aprono
di più, ma possono essere più aggressive.
Sono stati individuati 4 fattori che spiegano questo effetto:

1. ANONIMATO DISSOCIATIVO  nelle interazioni online le persone definiscono una identità che
non sempre corrisponde a quella reale. Hanno la possibilità di separare i loro comportamenti
online dai loro comportamenti reali, e questo li induce a rischiare di più, a sentirsi meno esposti ad
essere danneggiati dagli altri.
Il sé online diventa un sé compartimentato, e questo fa sì che la parte online renda le persone
meno responsabili dei loro comportamenti e delle conseguenze dei loro comportamenti, come se si
disattivassero le norme morali che regolano il comportamento nella vita reale, garantite
dall’anonimato e dalla possibilità di dissociare aspetti del sé.

2. INVISIBILITÀ FISICA  nelle interazioni online mancano tutti i segnali paraverbali che regolano le
interazioni faccia a faccia e che sono molto importanti per capire la reazione dell’altro.
Non vedo l’altro e non vedo neanche la reazione dell’altro rispetto a ciò che faccio.
La possibilità di essere fisicamente invisibile amplifica l’effetto di disinibizione.

3. ASINCRONICITÀ DELL’INTERAZIONE  non c’è immediatezza nella risposta come avviene in


un’interazione faccia a faccia, dove vige un ciclo di feedback continuo che rafforza alcuni
comportamenti e ne estingue altri. Le risposte modellano il flusso continuo di espressione
comportamentale, di solito nella direzione della conformità delle norme sociali.
Nel caso della comunicazione asincrona, il ritardo nella comunicazione piò generare processi di
disinibizione, sia benigna che tossica, che evita le norme sociali.

4. INTROIEZIONE SOLIPSISTICA  l’assenza di caratteristiche visive in una comunicazione basata sul


testo può alterare i confini del sé.
Il compagno online, che non si vede, diventa un ‘altro immaginario’, un personaggio interno del
proprio mondo psichico. Le persone possono fantasticare su aspetti come flirtare, litigare,
confrontarsi ecc…
In questo caso, la realtà viene completamente sostituita dall’immaginazione.

CASO DI STUDIO:
ANYONE CAN BECOME A TROLL: CAUSES OF TROLLING BEHAVIOR IN ONLINE DISCUSSION

L’analisi della simulazione di una discussione online getta luce sulle circostanze che spingono coloro che
commentano ad assumere comportamenti aggressivi.

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TROLLING  comportamento non direzionato, senza target specifico, il che lo rende diverso da altre
forme di aggressività come il cyberbullismo, che è un comportamento reiterato, inteso ad offendere, e
indirizzato ad un target specifico.
Il trolling è stato definito in molti modi dalla letteratura:
- Colui che inizialmente partecipa ad una discussione in maniera legittima per poi disturbarla.
- Qualcuno che intenzionalmente disturba una comunità online o prova piacere nell’infastidire gli
altri.
- Una persona che assume un comportamento online contraddistinto negativamente o che crea
problemi ai moderatori di un discussione.
Il trolling include un’ampia varietà di comportamenti: insulti, minacce, razzismo o altre forme di
aggressione verbale.

IL TROLLING: INDIVIDUALE O SITUAZIONALE?

Molte persone pensano che il trolling sia agito da una minoranza: convinzione consolidata grazie
all’influenza dei media e e alle ricerche che hanno privilegiato una prospettiva individuale.
- Alcuni studi hanno dimostrato che i trolls si contraddistinguono per alcuni tratti psicologici stabili,
come il sadismo e la tendenza a ricercare sensazioni forti.
- Inoltre, le persone tendono ad attribuire il comportamento altrui a cause interne piuttosto che a
fattori esterni (errore fondamentale di attribuzione).
Conclusione  il trolling è tipico dei soggetti antisociali.
Questo approccio non spiega il trolling situazionale, agito dalla maggior parte dei fruitori della rete.

CHIUNQUE PUÒ DIVENTARE UN TROLL

Cosa accadrebbe se i trolls non fossero “trolls per nascita”, se fossero persone come le altre, come noi?
La ricerca di Chang e colleghi evidenzia come le persone possono essere indotte a comportarsi come troll
in una comunità online al ricorrere di alcune circostanze.
Analizzando 16 milioni di commenti pubblicati sul sito [Link] e conducendo un esperimento online, gli
autori hanno individuato fattori chiave che spingono le persone a comportarsi come trolls:

- ANONIMATO  deindividualizza e riduce il senso di responsabilità, riducendo anche la qualità dei


commenti (effetto di disinibizione).
- UMORE NEGATIVO  quando le persone sono di umore negativo tendono ad essere più
aggressive, e adottano questi comportamenti in eventi che non sono più collegati a quelle
situazioni di stato aggressivo.
- CONTESTO DELLA DISCUSSIONE  quando una discussione online comincia con un commento
aggressivo, aumentano notevolmente le probabilità che altri commenti dello stesso registro
vengano immessi in quella conversazione.
C’è un rapporto tra il numero di commenti troll che si trovano in una discussione e l’aumento di
troll aggressivi correlati.

CONCLUSIONI

 Se il trolling è situazionale e le persone possono essere influenzate ad agire come troll, questo
comportamento può diffondersi tra gli individui.
 Un solo commento troll all’interno di una discussione può influenzare negativamente l’umore dei
partecipanti, aumentando la possibilità che questi pubblichino commenti grossi i altrove.
 Quanto più questo tipo di comportamento di diffonde, tanto più è probabile che diventi la “norma”
sul web.

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PSICOLOGIA SOCIALE 28/10/2022
ESCLUSIONE MORALE  questo termine indica l’esclusione di certi individui o gruppi da una comunità
morale. Questi soggetti vengono considerati al di fuori dei confini in cui si applicano i valori morali, le norme
e le regole di equità.

Si individuano due forme di esclusione morale che possiamo incontrare nella vita quotidiana: forme
moderate e forme severe. Le forme moderate spesso passano attraverso il non riconoscimento di una
situazione di disagio o sofferenza in cui gli individui si trovano, e ciò ci fa percepire questi individui come
“non entità”; in questi casi il problema è dato dall’indifferenza e dalla mancanza dei bisogni altrui e i contesti
in cui possono verificarsi sono le istituzioni sociali caratterizzate da relazioni sociali asimmetriche obbligate
(ospedali, scuole). Le forme severe sono quelle più riconoscibili e sono quei casi in cui i soggetti e i gruppi
vengono percepiti come una minaccia, come qualcosa che mette in discussione un sistema di valori. Queste
forme poi si tramutano in episodi di vera e propria aggressione e maltrattamento. Entrambe le forme hanno
degli elementi in comune:

 la distanza psicologia con cui questi soggetti vengono percepiti, quanto più lì percepiamo come
distanti tanto più lì consideriamo come “non persone”;

 si verifica un’abolizione di obblighi morali nei loro confronti;

 in quanto sono oltre i confini morali, fa si che i comportamenti che adottiamo nei confronti di questi
soggetti siano giustificabili e in certi casi accettabili.

Quali sono i fattori che contribuiscono a generare l’esclusione morale?

1. Le caratteristiche dei soggetti che mettono in atto queste forme di esclusione morale;

2. Processi di influenza sociale;

3. Processi cognitivi;

4. Condizioni di contesto difficili.

Per quanto riguarda il primo gruppo di fattori, abbiamo dei sottogruppi:

strategie di disimpegno morale  il disimpegno morale riguarda nello specifico il fatto che in alcune
situazioni, il soggetto può disattivare le norme morali che regolano il comportamento sociale e questa
disattivazione segue alcune strategie che hanno la finalità di rendere giustificabile quel comportamento. Il
presupposto della teoria di disimpegno morale è che le norme morali siano soggette all’influenza
dell’ambiente esterno. Quindi nel momento in cui le norme morali vengono disattivate, l’attore sociale è
libero di mettere in atto un comportamento che non è più vincolato da nessuna norma e perciò risulta ai
suoi stessi occhi giustificabile. Abbiamo però bisogno di ricomporre la dissonanza tra comportamenti messi
in atto e norme che abbiamo violato, e lo facciamo tramite le strategie (forme di razionalizzazione del
comportamento). Bandura ne individua 8 raggruppate in tre categorie:

o strategie per la ristrutturazione cognitiva del comportamento  servono a vedere in maniera diversa
il comportamento messo in atto, in modo tale che il comportamento risulti giustificabile agli occhi
dell’attore sociale. Le strategie sono 3: la giustificazione morale, ovvero quando il comportamento
deviante viene accettato a causa di un sistema di valori e principi socialmente e moralmente elevati
(principi religiosi, ideologici); l’etichettamento eufemistico, è una modalità di denominazione del
comportamento che ne sminuisce la gravità, fa da schermo tra le responsabilità dell’attore e le
conseguenze; il confronto vantaggioso, quando un’azione viene messa a confronto con un’azione
considerata più grave, utilizza il principio di contrasto. Queste tre strategie separano la violazione
della norma da parte dell’attore sociale dalla preoccupazione per le vittime e ciò consente all’attore

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di contenere i sentimenti di colpa e vergogna per aver violato una norma ed aver inflitto un danno a
qualcuno.

o oscuramento dell’azione individuale e distorsione del rapporto azione-effetti  strategie che vanno a
sminuire la responsabilità dell’attore. Una di queste strategie è il dislocamento della responsabilità,
ovvero quando la responsabilità delle proprie azioni viene attribuita ad altri (es. casi di obbedienza
distruttiva); altra strategia è quella della diffusione della responsabilità, quando si verifica uno
spargimento di responsabilità su più attori (es. violenza di massa); terza strategia è la distorsione
delle conseguenze.

o la rappresentazione delle vittime  qui troviamo l’attribuzione di colpa alla vittima, ridurre la propria
responsabilità corresponsabilizzando la vittima, come se la vittima abbia agito in modo da provocare
il verificarsi dell’evento; altro processo è la deumanizzazione della vittima, c’è la percezione della
vittima come soggetto privo di qualità umane rispetto all’attore, è un processo molto pericoloso in
quanto la percezione di “non umano” ci autorizza trattamenti che nei confronti dell’essere umano
non sarebbero consentiti.

Ricerca del brivido e dell’eccitazione  il bisogno di fare esperienza fuori dalla norma. Si parla di “sensation
seekers, ovvero c’è la ricerca sistematica di sensazioni forti, fuori dall’ordinario. Questa ricerca di esperienze
è legata a soggetti che tendono a comportarsi in maniera impulsiva impedendo di vedere realmente quali
potrebbero essere le conseguenze, ed è caratterizzata dal non provare sensi di responsabilità o di colpe
rispetto all’azione compiuta.

La teoria della personalità autoritaria (Adorno, 1950)  è un profilo della personalità che si sviluppa come
effetto di un processo educativo (relazione genitore-figlio) caratterizzato da estrema rigidità, dal
condizionare l’affetto all’obbedienza assoluta. Quando le persone crescono in un ambiente famigliare che
possiede queste caratteristiche, questi soggetti si trovano nella condizione per cui hanno bisogno di ottenere
l’affetto e l’approvazione dalle figure genitoriali ma allo stesso tempo provano ostilità nei loro confronti.
Questa situazione genera nei soggetti una sorta di occultamento dell’ostilità nei confronti delle figure
genitoriali, e lo fanno attraverso una formazione reattiva, cioè trasformando l’ostilità nell’atteggiamento
opposto quindi nell’eccessiva sottomissione. Però, essendo una formazione reattiva, l’ostilità resta e ha la
necessità di essere spostata su soggetti percepiti più deboli. Quindi, la personalità autoritaria è debole con i
forti e forte con i deboli. Queste personalità sono attraversate da un conflitto interno (di cui spesso i soggetti
non sono consapevoli) caratterizzato da risentimento nei confronti dell’autorità e allo stesso tempo da un
forte bisogno di sottomissione e approvazione. Adorno ha definito i “sintomi” della personalità autoritaria:
tendono a subire la sottomissione al conformismo che viene dal loro ambiente, hanno un forte bisogno
emotivo di sottomettersi, tendono ad avere uno stile cognitivo molto rigido, hanno paura di non riuscire a
dominare le proprie emozioni, sono persone con forte tendenza aggressiva e hanno bisogno di un oggetto su
cui scaricare i loro impulsi, e infine, tendono a fare esternazioni di forza che servono a compensare una
debolezza dell’io.

L’orientamento alla dominanza sociale  evoluzione dell’autoritarismo. È una credenza riguardante il fatto
che la società sia costituita da una gerarchia di gruppi e ciò significa che sia giusto che ci siano gruppi
dominanti e gruppi subordinati. Quali sono gli assi di gerarchizzazione su cui si fondano le società? Ne
possiamo trovare alcuni che sono universali (genere ed età) e altri che sono specifici (appartenenza religiosa,
classe sociale ecc.). Gli autori di questa teoria, Sidanius e Pratto (1994), affermano che questa
predisposizione a formare gerarchie sociali è la base che spiega il fatto che ci sia conflitti e competizioni fra
gruppi. Questa teoria, quindi, giustifica il fatto che non solo ci sia gerarchia fra gruppi, ma anche che questi
gruppi poi entrano in un rapporto di ostilità e di conflitto; però, nelle società ci sono anche dei sistemi di
credenze condivise che possono da una parte rafforzare la disuguaglianza e dall’altra parte possono anche
attenuarla, queste forze sono chiamate miti di legittimazione  abbiamo miti pro di stratificazione sociale
(razzismo, sessismo, nazionalismo, conservatorismo, etica protestante) che sono esplicitamente orientati a

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mantenere la gerarchia e miti anti stratificazione sociale (universalismo, multiculturalismo, socialismo,
cristianesimo, diritti universali) che hanno la funzione di equilibrare i rapporti di potere e di disuguaglianza
sociale ed individuale.

Altri fattori che contribuiscono all’esclusione morale sono sia  i processi di influenza sociale. Gli studi di
Milgram e Zimbardo ci fanno vedere in che modo le condotte aggressive vengono indotte dalle norme,
dall’ambiente e dal contesto in cui le persone si trovano; e anche i processi di categorizzazione sociale che
sono alla base di tutte le forme di discriminazione e di atteggiamenti negativi nei confronti di certi gruppi
sociali. La categorizzazione si attua quando percepiamo gli altri come rappresentanti di un diverso gruppo
sociale piuttosto che come individui con delle qualità; le conseguenze della categorizzazione sono quelle di
amplificare le differenze che ci sono tra i vari gruppi e rafforzare le somiglianze all’interno dello stesso
gruppo, ciò porta a percepire in modo più favorevole i membri dello stesso gruppo e ad avere
comportamenti discriminatori nei confronti degli altri gruppi. Allport fu il primo ad istituire una scala che
graduasse l’intensità dell’ostilità:

 diffamazione;

 evitare i contatti;

 discriminazione;

 violenza fisica;

 sterminio.

Ultimo fattore rappresenta le condizioni di vita difficili  non riguarda più i singoli individui ma una buona
parte della popolazione, basti pensare alla guerra, emergenze collettive ecc.; gli studi di psicologia sociale
hanno evidenziato che quando si creano queste circostanze ci sono due cose che cambiano:

 le condizioni difficili modificano la gerarchia delle motivazioni  le motivazioni all’autorealizzazione


passano in secondo piano per far spazio alle motivazioni autodifensive;

 le condizioni difficili minacciano i nostri bisogni di base  bisogno di sicurezza, bisogno di economia,
sentirsi autonomi ecc.

Queste due modifiche attivano delle reazioni in noi  strategie per fronteggiare la situazione, e possono
essere quelle che ci portano verso forme di aggressività sociale, veniamo attratti da gruppi fortemente
identitari gruppi politico-sociali).

Altre forme di esclusione morale e discriminazione:

DEUMANIZZAZIONE  significa negare l’umanità dell’altro. Questa negazione è il presupposto che separa o
contrappone chi possiede delle qualità tipiche o prototipiche e di chi ne è considerato carente. In quanto
carenti di qualità umana vengono posti al di fuori dei confini umani. Le funzioni che “svolge” la
deumanizzazione fondamentalmente sono giustificatorie nei confronti di comportamenti violenti,
legittimano lo status quo (in termini di relazioni tra gruppi e gerarchia sociale), e dal punto di vista
psicologico attua un meccanismo di difesa che entra in gioco quando l’altro rappresenta per noi un oggetto
che attiva sentimenti di angoscia.

Le forme attraverso cui la deumanizzazione sono diverse, e si suddividono in forme esplicite e forme
implicite.

Forme esplicite  la deumanizzazione può declinarsi come considerare l’altro dotato di qualità subumane
(non appartenenti alla specie umana): animalizzazione, meccanizzazione, demonizzazione, biologizzazione,
oggettivazione.

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Il modello più noto della deumanizzazione è quello di Haslam (2006), che ha proposto un modello fondato su
due modalità di intendere cosa rappresenta l’umanità:

 deumanizzazione animalistica  caratterizzato da proprietà unicamente umane (cultura, razionalità,


maturità, sensibilità) che definiscono il confine tra il mondo umano e il mondo animale, si associa a
disgusto e disprezzo ed ha la tendenza a spiegare il comportamento dell’altro sulla base dell’istinto,
bisogno e desiderio;

 deumanizzazione meccanicistica  caratterizzato da proprietà della natura umana (l’essere sensibili,


il calore interpersonale, ecc.) e si associa all’indifferenza e alla mancanza di empatia ed ha la
tendenza a spiegare il comportamento dell’altro in maniera non intenzionale in quanto il soggetto
manca di autonomia.

Scala dell’ascesa/evoluzione umana (Ktelly e Bruneau, 2017)  viene chiesto alle persone di graduare con
un punteggio che va da 0 (totalmente animale) a 100 (totalmente umano) la loro percezione di una serie di
gruppi sociali. Il risultato è che su una scala così grande, il punteggio che risulta più basso (77,6) è una
dimostrazione di una notevole deumanizzazione in chiave animalistica del gruppo sociale in questione.

Fattori che promuovono la deumanizzazione in chiave animalistica:

 status  i gruppi più soggetti ad essere deumanizzati sono quelli di status più basso;

 percezione di minaccia  quanto più i gruppi vengono percepiti come minacciosi o rappresentati
come nemici, tanto più vengono deumanizzati (conflitto arabo-palestinese);

 differenze individuali  orientamento alla dominanza sociale e personalità autoritaria;

 meta-deumanizzazione  la credenza che ci porta a pensare che un gruppo ci deumanizzi ci spinge a


deumanizzare l’altro.

FORME SOTTILI DI DEUMANIZZAZIONE (infraumanizzazione)  si riferire al considerare determinati gruppi


come “parzialmente umani”, quindi incompleti o imperfetti rispetto all’ingroup. Ciò si basa sull’attribuzione
di emozioni secondarie (emozioni esclusivamente umane), quindi quando parliamo si infraumanizzazione ci
riferiamo al fatto che l’altro abbia meno capacità di noi nel provare emozioni secondarie.

Chi e quando tendiamo ad infraumanizzare l’altro  il criterio principale è che questo altro sia percepito
come significativamente diverso da noi, ma i criteri sono vasti e a seconda del contesto vengono attivati (es.
gli studi sulla deumanizzazione che si sono occupati dei rifugiati ci spiegano che c’è una tendenza a
infraumanizzare i rifugiati).

Un’altra forma di deumanizzazione sottile è la riduzione del soggetto a cosa o oggetto  uno dei più
importanti contributi lo dobbiamo a Nussbaum (1999) che individua quali sono le proprietà che possono fare
di un essere umano un oggetto:

 strumentalità  l’oggetto è un mezzo che serve per realizzare scopi altrui;

 negazione di autonomia  l’oggetto non ha determinazione;

 inerte  l’oggetto non ha la capacità di agire;

 fungibilità  l’oggetto è interscambiabile, non ha una sua unicità;

 violabilità  l’oggetto è danneggiabile, non ha integrità da preservare;

 proprietà  l’oggetto appartiene a qualcuno;

 negazione della soggettività  l’oggetto non ha sentimenti ed emozioni.

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Gli studi di oggettivazione si sono affidati a due campi:

 campo del lavoro  campo più recente, si occupa di come vengono oggettivati i lavoratori. La
percezione è che i lavoratori sono considerati come entità prive di mente, tutti uguali, privi della loro
soggettività e sentimenti. I contesti industriali e post-industriali dove i lavoratori svolgono compiti
ripetitivi e controllati rigidamente portano all’oggettivazione del lavoratore.

 Campo dell’oggettivazione sessuale  è la riduzione della persona al suo corpo. Riguarda sia uomini
che donne ma è più indirizzata verso le donne, la caratteristica di oggettivazione sessuale è molto
sottile perché è pervasiva.

L’origine del processo dell’oggettivazione sessuale viene dallo sguardo oggettivante  questo sguardo
prodotto dall’altro (altro culturale, mondo mediatico) può essere introiettato, cioè che le persone vedono se
stesse come oggetti sessuali, assumono la prospettiva dell’altro come la prospettiva su se stessi.

L’interiorizzazione della prospettiva dell’osservatore su sul sé, si manifesta attraverso un persistente


controllo del proprio corpo che provoca vergogna ed emozioni d’angoscia:

 auto-oggettivazione di tratto  tendenza stabile a preoccuparsi per il proprio aspetto fisico, e a


guardarsi con gli occhi degli altri;

 auto-oggettivazione di stato  parte da determinate situazioni, come per esempio, guardare


determinate immagini, ricevere commenti negativi o apprezzamenti sul proprio aspetto fisico.

Le persone che si auto-oggettivano hanno delle conseguenze: provano sentimenti di ansia e di vergogna,
possono essere meno abili in una serie di prestazioni, sono più propense a sviluppare stati di depressione e
disturbi dell’alimentazione e mostrano un minore interesse per la sfera sessuale.

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Psicologia sociale 3.11.22
La comunicazione

È un processo dinamico e circolare che richiede la condivisione di codici astratti e di segnali non verbali. Vi
sono due sistemi di comunicazione: verbale, codice simbolico governato da regole; non verbale costituita
da segnali paralinguistici, espressione del volto e comportamento spaziale.

La comunicazione è un fatto sociale

- c’è una parte delle regole, ossia la sintassi con cui noi costruiamo una comunicazione che abbia senso e
che possa essere utilizzata e compresa. Ha a che fare con delle regole che cercano di costruire
correttamente un messaggio e che permettono di codificare e decodificare il messaggio;

-Semantica riguarda il significato degli elementi;

-Pragmatica, come noi usiamo questi segni e che effetti ha in termini di comportamento e relazione.

La comunicazione assolve tre tipi di funzione:

1. Funzione referenziale -> semantica veicolare i significati. La componente della pragmatica, invece, ha una
funzione relativa alla relazione che si instaura tra due persone che comunicano e ha anche una funzione di
metacomunicazione cioè comunicare sulla comunicazione stessa. La funzione referenziale vuol dire che in
uno scambio comunicativo, gli interlocutori si scambiano delle informazioni di un certo oggetto. La funzione
referenziale viene assolta da un linguaggio verbale, utilizza una serie di presupposizioni, cioè noi diamo per
scontato il fatto che le persone coinvolte nel sistema di comunicazione facciano le stesse assunzioni.

Ovviamente queste presupposizioni non sempre sono condivise tra gli interlocutori. La comunicazione,
verbale e non verbale, ha un’ambiguità che non è possibile eliminare, cioè non possiamo pensare che l’altra
persona decodifichi il nostro messaggio esattamente come noi l’abbiamo pensato. Quest’ambiguità gioca
un ruolo nel definire la relazione tra le persone.

2. Funzione interpersonale.

A cosa serve comunicare? Serve a definire la relazione che instauriamo con gli altri. Questa funzione viene
assolta prevalentemente da linguaggio non verbale. Si basa sul fatto che le persone si scambino una serie di
richieste che riguardano la loro posizione.

Che tipo di informazioni scambiamo?  informazioni relative all’identità sociale e alla personalità, relative
agli stati emotivi e anche riguardanti i ruoli che governano la relazione (relazioni di ruolo).

3. Funzione di metacomunicazione

Possibilità di comunicare con l’altro sulla stessa comunicazione.

Comprende linguaggio verbale e non. Metacomunicare comporta rendersi conto che il proprio sistema di
codifica può essere diverso da quello degli altri ed evidenzia gli aspetti relazionali dello scambio
comunicativo.

Modelli teorici:

Modello lineare, interattivo e dialogico.

Il linguaggio ha una valenza informativa.

Modello psicologico-relazionale

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La pragmatica della comunicazione

Scuola di palo alto

Psicologi che si occuparono della patologia in termini di sistema di relazioni all’interno della famiglia e
ragionando sulle relazioni come sistemi di comunicazioni.

Gli assiomi della comunicazione

Studio degli effetti pragmatici cioè comportamentali della comunicazione

Vengono definite alcune proprietà della comunicazione, proprietà che hanno natura di ASSIOMI, cioè non
dimostrabili.

Assioma 1 -> non si può comunicare (tutto è comunicazione)

Quando noi non vogliamo comunicare, in quel momento stiamo comunicando. Noi comunichiamo sempre
anche non guardando, non parlando, non facendo. Qualunque comportamento comunica qualcosa.

Per comunicare non è necessario che ci sia intenzionalità. Questo vuol dire che gli altri rispondono ai nostri
comportamenti interrogandosi su cosa abbia fatto quella persona e dandosi delle risposte ipotetiche.

Decodificare il comportamento (e di ciò che comunica) 

a. Osservare la realtà esterna: descrivere comportamenti, sguardo, postura ecc.

b. Leggere la realtà interna di una persona: interpreta segnali dell’interlocutore e filtrarli attraverso la

reattività personale: si colgono solo i segnali che ci si aspetta.

-pensiero magico/lettura del pensiero ovvero inferenza

-inevitabile fare inferenza, perché la dimensione cognitiva e affettiva dell’interlocutore non

sono direttamente osservabili (meccanismo proiettivo).

Assioma 2

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione

Contenuto: informazioni degli interlocutori si scambiano circa l’oggetto della loro comunicazione

Relazione: informazioni che si scambiano sulle loro persone (aspetto inconsapevole)

Esempio, non sono arrabbiato con te Quando non c’è coerenza tra contenuto e relazione, la relazione è
preponderante rispetto al contenuto.

Questo doppio livello di comunicazione viene veicolato dalla modalità di relazione tra gli interlocutori, cioè
un’affermazione del tipo “Fai attenzione” può voler dire diverse cose in base alla relazione in cui è inserita.
Ad esempio, tra madre e figlio può esser inteso come un avvertimento, tra un boss della malavita e un
rivale può essere una minaccia, ecc.

In genere, nelle relazioni sane, prevale l’aspetto di contenuto. Mentre se la relazione è problematica il
contenuto diventa meno importante. Questo avviene meno in maniera esplicita.

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Assioma 3

Parte da un assunto, la comunicazione è una sequenza di messaggi. Non un flusso continuo ma segmentato.

La comunicazione si costruisce come una sequenza di scambi organizzati in base una punteggiatura. Una
diversa “punteggiatura” cambia il senso della relazione.

Assioma 4

La comunicazione è analogica o digitale

Al codice digitale appartengono le parole

 Rapporto arbitrario tra significante e referente

 Funzione referenziale: sintassi complessa, semantica povera nell’ambito delle relazioni

Al codice analogico appartengono tutti gli aspetti non verbali

 Similitudine tra segno e la cosa rappresentata

 Funzione di metacomunicazione: sintassi inadeguata, semantica ricca nell’ambito delle relazioni.

Nella comunicazione non verbale vi sono sotto componenti:

- Segni paralinguistici che comprendono: tono, intensità, sottolineature = informazioni sul sesso, età

- Espressioni del volto: espressione di emozioni o atteggiamenti

- Comportamento spaziale

Comunicazione che precede l’apprendimento del linguaggio: posizione del corpo, contatto fisico,
gesti, uso dello spazio.

Una delle questioni più discussa sulla comunicazione non verbale è se sia innata o involontaria. La
comunicazione non verbale non è del tutto involontaria, ma parzialmente. In psicologia è molto radicata un
principio innatistico e questo orientamento è stato codificato in una teoria, teoria neuroculturale.

Teoria neuroculturale. Esiste un programma nervoso specifico pe rogni emozione che attiva l’azione
coordinata di determinati muscoli facciali. Questo assicura l’universalità delle espressioni facciali e la sua
forza prevale anche su quelle che Ekman ha chiamato regole di esibizione, apprese culturalmente e che
possono modificare la manifestazione non verbale delle emozioni.

Altra campana, approccio culturale antropologico sostiene l’origine culturale dei comportamenti non
verbali sono utilizzati dall’uomo soprattutto a fini sociali. secondo questa prospettiva, dunque,
l’acquisizione delle competenze non verbali avviene sulla base di meccanismi di apprendimento
condizionati dalla cultura di riferimento.

Un altro contributo lungo questa direzione, proviene dagli studi di prossemica condotti da Hall, il quale ha
analizzato le differenze culturali della distanza interpersonale, con particolare riferimento all’utilizzo e ai
significati attribuiti dagli individui ai quattro tipi di distanze: intima, personale, sociale e pubblica.

Funzioni cnv: serve ad accompagnare il discorso, esprimere emozioni e presentare se stessi-> informazioni
relative alle caratteristiche personali

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Altra funzione, ha a che fare con atteggiamenti interpersonali-> comportamenti affiliativi e di
dominanza/sottomissione. I primi sono quelli che tendono a stabilire una relazione di amicizia o intimità.

I secondi, sono quelli che vengono utilizzati per esprimere minaccia o subordinazione.

Assioma 5

Gli scambi comunicativo sono simmetrici o complementari.

Nelle relazioni simmetriche gli interlocutori sono sullo stesso piano e tendono a rispecchiare i
comportamenti dell’altro e minimizza le differenze. Il rischio è escalation simmetrica.

Differenze di genere nella comunicazione

Ci sono differenze tra modalità comunicative e perché ci sono queste differenze.

Posizioni spiegano le differenze facendo leva sull’aspetto biologico

1) Teoria deficit femminilela comunicazione delle donne è incompleta rispetto a quella degli
uomini. Le donne imparano un linguaggio debole in cui prevalgono aspetti di cortesia.

2) Successivamente si attribuiscono le differenze alla struttura sociale e ai processi di


socializzazione Teoria delle due subculture

3) Altri individuano le cause nel rapporto di dominio-sottomissione tra i sessi Teoria del potere
sociale: le differenze sarebbero la conseguenza dei rapporti di potere delle gerarchie di genere
esistenti nella società.

Come si manifesta questa dominanza maschile? Ad esempio, attraverso l’interruzione frequente dell’altro.

Stili linguistici tipicamente femminili

a. Le donne danno definizioni ricche di particolari e di sfumature, questa capacità viene vista come
mancata attenzione alle questioni centrali

b. Spesso usano eufemismi considerati superflui

c. Usano aggettivi ritenuti femminili come “adorabile, grazioso, delizioso...”

d. Usano tag-question anche quando fanno affermazione, il che è indice di insicurezza e di ricerca di
consenso.

Henley e Kramarae fanno notare che nelle teorie del deficit femminile le differenze sessuali nel linguaggio
sono interpretate come una deviazione delle donne da quella che si ritiene essere la norma, identificata con
le forme culturali maschili e che tutto questo porta ad un’espansione della nozione di normatività maschile.

Differenti regole di conversazione.

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Secondo l’approccio delle due culture uomini e donne appartengono a culture differenti, a mondi differenti
e hanno esperienze, concezioni e comportamenti irriducibili gli uni agli altri. Le differenze nel linguaggio
rispecchiano perciò una differenza culturale.

Studi empirici hanno messo in evidenza le differenti regole che uomini e donne utilizzano durante la
conversazione:

1. Le donne usano spesso la formula “risposta minima positiva” per dimostrare interesse e attenzione
al discorso.

2. Utilizzano domande per incoraggiare la conversazione, gli uomini per chiedere informazioni.

3. Tendono a stabilire una connessione tra ciò che dicono e le parole dell’interlocutore, riconoscendo
quindi il contributo dell’altro.

4. Quando discuto tra loro, hanno la tendenza a discutere e condividere i problemi e ad ascoltarsi (gli
uomini pensano invece che discutere di un problema voglia dire soprattutto fornire una soluzione e
tendono a dare consigli e a comportarsi da esperti).

5. Rispetto all’aggressività verbale, le donne vi attribuiscono un significato negativo, gli uomini la


usano per rafforzare il flusso della conversazione.

Diversi usi del linguaggio (Pennabaker, 1990)

 Le donne usano di più il pronome “io, mio”

Segnala il focus di attenzione.

 Uomini e donne usano nella stessa misura il pronome “noi, nostro”

vi sono due tipi di “noi”: uno di tipo inclusivo e uno di tipo freddo e impersonale (quando si una
per dire “tu” o “altri”) le donne usano di più il primo, gli uomini più il secondo tipo.

 Le donne usano più parole cognitive

parole che riflettono diversi modi di pensare (capire, pensare), esprimono ragionamenti causali
(perché, ragione) e dimensioni collegate

 Le donne usano più parole sociali

Differenze di genere nella comunicazione non verbale

In generale, le donne prestano più attenzione degli uomini agli indici non verbali.

Abilità di decodifica dei segnali non verbali le donne sembrano più abili nell’interpretarli correttamente; nel
giudicare le espressioni verbali di una persona; nel riconoscere un volto che si è visto in precedenza.

Rispetto a comportamenti specifici, tre gli adulti le donne sorridono di più rispetto agli uomini; guardano di
più e vengono guardate di più; sono più espressive, soprattutto nel volto e nella gestualità; toccano di più
gli altri; mostrano movimenti corporei meno irrequieti; fanno meno errori nel discorso e usano meno pause
riempitive.

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PSICOLOGIA SOCIALE 04/11

I gruppi sono un’unità importante e si formano su quattro livelli di socializzazione:

 Diade  rapporto uno ad uno;

 Piccolo gruppo  da qui si passa ad un livello più complesso;

 Intergruppo  relazione tra più gruppi;

 Macrogruppo  grande gruppo che possiamo definire come comunità.

È come se salissimo e scendessimo continuamente lungo questi livelli di socializzazione,


appartengono tutti alla nostra esperienza di vita. Ognuno di questi livelli si associa ad un certo
funzionamento psicologico  funzioniamo diversamente a seconda del livello di socializzazione in
cui ci troviamo.

Il passaggio più importante è quello dalla diade al gruppo  la diade è il piano di relazione che
definiamo interpersonale (uno ad uno), la formazione della diade è un passaggio spontaneo in
quanto si tratta di un incontro composto da tanti individui isolati che si trovano in una situazione
sociale in cui non hanno relazioni (es. primo giorno di scuola), quindi facilmente si instaurano
relazioni interpersonali in tempi molto veloci. Questa spontaneità è la ragione per cui questo livello
della socializzazione viene chiamata “interfaccia facile”; ciò non avviene se si passa al livello
successivo, ovvero il piccolo gruppo, in quanto il passaggio non risulta spontaneo e veloce come
quello precedente, e viene chiamato “interfaccia difficile”.

Tutti i livelli sono percorsi da un’ambivalenza  è data dal fatto che noi siamo tutti governati da
due bisogni di base fondamentali:

 Affiliazione  bisogno di appartenenza, di andare verso l’altro;

 Autonomia  bisogno di differenziarci dall’altro.

Quest’ambivalenza nei gruppi è ancora più intensa in quanto, per gli individui, lo stare nei gruppi è
motivo di tensione.

Per quanto riguarda i gruppi, la cornice culturale è molto importante in quanto c’è una relazione tra
il concetto di sé e il concetto di gruppo, tanto che in base al modo con cui le culture definiscono il
rapporto tra individuo e i suoi gruppi di appartenenza, si definiscono vari modi di intendere il sé. Le
culture si differenziano in base ad alcuni assi: uno di questi assi è capire se sono culture
individualiste o collettiviste  ci sono studi che collocano tutte le culture lungo una scala che va
dalle culture massimamente individualiste a quelle massimamente collettiviste, vediamo che la
parte nordoccidentale del mondo si colloca nelle culture individualiste, mentre l’est e alcune parti
del sud del mondo si collocano nelle culture collettiviste. Quest’orientamento culturale ha un
riflesso sulla concezione del sé, per cui alcuni ricercatori (Markus e Kitayama) hanno ipotizzato che
ci siano due grandi concezioni del sé:

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 Il sé indipendente  che caratterizza le culture individualiste, ovvero che si da maggior
valore all’individuo e alla sua capacità di autonomia e indipendenza rispetto ai gruppi di
appartenenza;

 Il sé interdipendente  che caratterizza le culture collettiviste, ovvero si dà maggior


importanza alle appartenenze; quindi, l’individuo è più connesso al rapporto con gli altri.

Ci sono due correnti che si sono occupate della psicologia dei gruppi, che si sono sempre distinte e
raramente incrociate:

 Pisco-sociale con Lewin  i gruppi non sono la somma delle persone che lo compongono,
Lewin introduce il concetto di interdipendenza, ovvero che il fatto che le persone stiano in
un gruppo non dipende dal fatto che siano simili tra loro, ma dal fatto che i gruppi hanno
degli obiettivi da raggiungere, e per raggiungerli è necessario che chi fa parte del gruppo
entri con gli altri in una relazione di interdipendenza, funziona come un sistema. Il gruppo è
un’unità psicosociale che ha la sua logica di funzionamento, ed è una grande fonte di
influenza sociale.

 Pisco-dinamico con Bion  introduce una nozione che spiega che i gruppi funzionano su
due livelli paralleli, un livello è finalizzato allo svolgimento degli obiettivi, e l’altro livello
sviluppa un pensiero di gruppo di cui spesso non è consapevole.

Che cosa è un gruppo? Come lo possiamo definire? Quali sono le caratteristiche essenziali?

Il significato originale di gruppo è nodo, da una parte è una connessione e dall’altra parte è un
vincolo. Ci sono state molte definizioni nel corso del tempo, che hanno enfatizzato uno degli aspetti
che rendono un gruppo, un gruppo:

 Lewin  destino comune (popolo ebraico nell’Europa nazista)

 Sherif  struttura sociale

 Bales  interazione diretta o faccia a faccia (che vale soprattutto per i piccoli gruppi)

Restando sulla definizione di Lewin, il gruppo è governato dalle relazioni di interdipendenza fra i
suoi membri ed ha una natura dinamica (i gruppi cambiano nel tempo, e cambiano a livello
sistematico), qualunque comportamento di qualunque membro del gruppo introduce elementi di
dinamicità, cioè contribuisce a rendere il gruppo quello che è.

Gruppi non sociali  un insieme di persone che si trovano nello stesso posto, nello stesso momento
(es. persone all’interno di un autobus). Però anche i gruppi non sociali sono capaci di esercitare
influenza (passiva) sulle persone che si trovano all’interno, ovvero che la semplice presenza fisica di
altri in un contesto, produce degli effetti sulle persone.

Le caratteristiche che ci permettono di parlare di gruppi da un punto di vista psicologico sono:

 Relazioni fra membri;

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 Consapevolezza di appartenenza (presenza di un legame);

 Essere riconosciuti come gruppo dall’esterno;

 Relazioni affettive che dipendono dal tipo di legame che una persona sviluppa con gli altri
membri e con il gruppo inteso come unità;

 Hanno una struttura.

Ci sono tanti tipi di gruppi, tanti criteri per distinguere i gruppi. Le prime differenziazioni li possiamo
fare tra piccoli e grandi gruppi, tra l’origine dei gruppi (spontanei/istituzionali) e tra tipi di legami
(primari/secondari). Gruppi diversi hanno obiettivi diversi  si parla di gruppi autocentrati e gruppi
eterocentrati ovvero che ci sono gruppi che hanno come obiettivo quello di esistere come gruppo
(autocentrati), e altri gruppi che possono avere obiettivi esterni da raggiungere (eterocentrati).

Perché si sta in gruppo?  da un punto di vista evoluzionistico, lo stare in gruppo appartiene a quei
meccanismi che hanno consentito alla specie umana di sopravvivere ed evolversi; questa
interdipendenza di uno con l’altro non è proprio una scelta ma è una necessità quasi obbligatoria.

Nell’affiliazione vengono soddisfatti dei bisogni fondamentali, uno di questi è l’appartenenza ed è


considerato un bisogno primario per l’essere umano. Ce lo spiega Maslow con “La piramide dei
bisogni” (1970), ovvero esprime l’idea che esiste una scala di bisogni universale che parte dai
bisogni di base (di sopravvivenza, mangiare, dormire ecc.), e subito dopo troviamo i bisogni
psicologici, ovvero l’essere umano ha necessità di soddisfare questi bisogni di ordine psicologico per
poter proseguire. Successivamente troviamo il bisogno di sicurezza e il bisogno di associazione, il
bisogno di stima, bisogno di autorealizzazione e infine il bisogno di trascendenza.

Perché si sta in gruppo? Abbiamo due teorie che ce lo espongono  teoria della distintività
ottimale di Brewer (1991) e l’ipotesi dell’incertezza soggettiva di Hogg e Abrahams (1993).

Teoria della distintività ottimale  questa teoria ha un collegamento alla tensione che troviamo tra
i due bisogni fondamentali (affiliazione e autonomia), e ritiene che gli individui facciano parte dei
gruppi che riescono a soddisfare nella stessa misura entrambi i bisogni. Quindi, da una parte
consentono agli individui di appartenere ad un gruppo, e dall’altra parte consentono agli stessi
individui di differenziarsi dagli altri (esterni al gruppo).

Ipotesi dell’incertezza soggettiva  questa teoria parte da un’altra motivazione fondamentale, cioè
il fatto che le persone hanno una motivazione a ridurre i sentimenti di incertezza che li riguardano.
In questa logica, i gruppi sono finalizzati a ridurre lo stato di incertezza relativo al sé degli individui
in quanto definiscono delle norme comuni, delle definizioni di realtà che aiutano gli individui ad
autodefinirsi. In particolare, ci sono alcuni gruppi che sono più capaci degli altri a ridurre
l’incertezza, e sono quelli che hanno un alto livello di entitatività  è quella proprietà dei gruppi per
cui vengono percepiti come se fossero un’entità dotata di precise caratteristiche e sono molto
riconoscibili.

Le proprietà strutturali dei gruppi:

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 Il sistema di status  lo status è la posizione che una persona occupa all’interno del gruppo,
ed è associata ad un certo grado di prestigio. Lo status si può definire sulla base di vari
criteri, tipo le caratteristiche sociali, l’età, la competenza, le caratteristiche individuali, ma
oltre questo il sistema di status va a definirsi all’interno del gruppo sulla base di una
dinamica interna. In genere c’è almeno una posizione che gode di un elevato prestigio, ed è
spesso occupata dallo stesso individuo che ricopre la funzione di leadership del gruppo.
Questo sistema esiste perché serve per il corretto funzionamento del gruppo. La maggior
parte degli studi sul funzionamento dei gruppi si basa sull’osservazione, da cui riusciremmo
a identificare qual è il sistema di status in un preciso momento; questi studi hanno
individuato degli indicatori che ci permettono di capire lo status (es. la frequenza con cui
uno o più membri promuovono iniziative);

 Sistema di ruoli  il ruolo ha a che fare con una serie di comportamenti che ci si aspetta che
vengano messi in atto da chi occupa una certa posizione, ed ogni gruppo definisce dei ruoli.
Gli studi hanno individuato 3 tipi di ruoli di base: divergenti (enfatizzano la diversità),
convergenti (promuovono la coesione), operativi (utili al compito).

 Le norme di gruppo  le norme hanno a che fare con le regole che governano la vita del
gruppo, sono regole che variano a seconda dei gruppi ed emergono in modo informale e
sono frutto di negoziazioni. Si applicano principalmente ai comportamenti che vengono
considerati accettabili nel gruppo, spesso hanno anche a che fare con la definizione di uno
stile identitario di un gruppo ed hanno la funzione di sentirsi inclusi. Come si generano le
norme? Possono essere spontaneamente negoziate e diventano dei modelli di
comportamento (norme evolutive); ci sono casi in cui la negoziazione deriva da conflitti o
contrattazioni volontarie (norme volontarie); e casi in cui c’è qualcuno dall’esterno che
definisce le norme (norme istituzionali). Le norme sono fondamentali nei gruppi perché
definiscono una specie di “range” tra ciò che viene accettato e ciò che non viene accettato,
ci si aspetta che un po' tutti rispettino le norme.

 Le reti di comunicazione  sono state studiate principalmente le strutture di


comunicazione, ovvero come si organizzano gli scambi comunicativi tra i vari membri di un
gruppo. In un piccolo gruppo possiamo avere diverse modalità di flusso di comunicazione:
circolo, ipsilon, catena e ruota, queste strutture si organizzano in base al loro grado di
centralizzazione. Il soggetto che invia il maggior numero di messaggi all’interno del gruppo è
solitamente anche quello che ne riceve di più e così diventa il leader della comunicazione.
Alcuni studi si sono occupati di capire in quale modo le diverse strutture di comunicazione
influenzano il funzionamento dei gruppi sotto due aspetti: l’efficienza e il morale dei
membri. Per quanto riguarda l’efficienza nella risoluzione dei compiti, i gruppi centralizzati
risolvono rapidamente compiti più semplici, mentre i gruppi decentralizzati svolgono i
compiti più complessi; invece, per quanto riguarda il morale dei membri del gruppo, nei
gruppi con reti centralizzate l’individuo in posizione centrale è quello più soddisfatto,
mentre nelle reti decentralizzate il morale medio del gruppo è più elevato.

 Il potere nel gruppo  per poter parlare di potere, dobbiamo fare delle distinzioni:

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o Potere  la capacità di influenzare gli altri, assicurandosi comportamenti di
adesione;

o Autorità  è una forma di esercizio del potere a cui si riconosce una base di
legittimità;

o Leadership  include gli aspetti precedenti, ma con la differenza che ha la capacità


di farsi accettare volontariamente dagli altri membri del gruppo.

Inoltre, la base della forma del potere può variare: potere di ricompensa, potere coercitivo,
potere legittimo, potere d’esempio e potere di competenza.

 La leadership  è il processo di influenza sociale in cui un individuo è capace di procurarsi


l’aiuto e il sostegno di altri individui per il raggiungimento di un obiettivo in comune. È
funzionale al gruppo in quanto serve a tenere insieme il gruppo e a guidarlo verso il
raggiungimento degli obiettivi. Inizialmente si pensava che si potesse individuare il leader
sulla base di tratti della personalità (teoria del grande uomo), successivamente ci si è
focalizzati sui comportamenti e sul rapporto tra il leader e i membri del gruppo. Sullo studio
dei comportamenti, nasce l’idea che possiamo individuare due grandi tipi di leader (Bales e
Slater,1955): leader socioemozionale  comportamenti focalizzati sul piano delle relazioni,
garantiscono un certo livello di coesione all’interno del gruppo, e leader centrato sul
compito  comportamenti orientati verso la realizzazione del compito e sull’organizzazione
del gruppo. Secondo Bales è raro che questi due tipi di comportamenti vengano svolti dalla
stessa persona, perciò, ci fa capire che all’interno di un gruppo ci possono essere più
leadership.

Lewin, Lippit e White (1939) hanno stilato una rappresentazione dei vari stili di leadership:

o Leadership autoritaria  aggressività tra membri del gruppo, scarsa capacità


propositiva, insoddisfazione, forte dipendenza da leader;

o Leadership permissiva  scarso rendimento, scarsa dipendenza dal leader,


aggressività fra i membri, ricca capacità propositiva ma scarsa capacità realizzativa;

o Leadership democratica  scarsa dipendenza dal leader, scarsa aggressività fra


membri, buone capacità propositive, soddisfazione per le attività.

Successivamente si è fondato un approccio situazionalista  fondato sull’idea che le funzioni a cui


la leadership assolve sono diverse, e che quindi, questo ruolo può essere diverso da gruppo a
gruppo.

Teorie transazionali  sono un’evoluzione dell’approccio situazionalista. Il termine transazione si


riferisce allo scambio sociale che avviene tra il leader e i seguaci e sottolinea un ruolo più attivo di questi
ultimi.

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PSICOLOGIA SOCIALE, LEZIONE 12: 18/11/2022

IL COMPORTAMENTO PROSOCIALE

ALTRUISMO, COMPORTAMENTO PROSOCIALE

Comportamenti prosociali  comportamenti di aiuto che hanno una ricaduta positiva per chi li
compie, a prescindere dallo stato motivazionale di chi li compie.

Comportamenti altruistici  aiutano gli altri senza ottenere vantaggi personali.

GLI APPROCCI
 APPROCCIO EVOLUZIONISTICO
- Evoluzionistico genetico  una motivazione del comportamento prosociale è la
conservazione della specie e la trasmissione del proprio patrimonio genetico. Gli animali,
infatti, possono attuare comportamenti prosociali (es: emettere segnali di pericolo per
avvisare gli altri della presenza di un predatore).
Hamilton (1964), si concentra sulla selezione parentale degli umani: le persone sono più
propense ad attuare comportamenti altruistici verso i consanguinei, per permettere la
sopravvivenza dei loro geni.
- Evoluzionismo culturale  la motivazione alla base dei comportamenti prosociali è il
mantenimento di una rete di relazioni sociali.
Le relazioni permettono ai membri di un gruppo di sviluppare un senso di appartenenza,
rispettando le norme e i valori del gruppo: in questo caso, non si tramandano i geni, ma
l’identità culturale del gruppo.

 LA TEORIA DELLO SCAMBIO SOCIALE


- Il calcolo costi-benefici  un individuo, quando deve scegliere se aiutare qualcuno, esegue
un calcolo costi-benefici. L’obiettivo del calcolo sarà minimizzare i costi e massimizzare i
benefici che si possono trarre dall’azione: una persona sceglierà di aiutare solo se i benefici
sono maggiori dei costi.
es. volontariato: costi (l’attività porterà via molto tempo ed energie), benefici (si potranno
conoscere nuove persone e aiutare qualcuno in difficoltà)
Questa regola, però, non è universale: per qualcuno il calcolo farà prevalere i benefici, ma
per qualcun altro prevarranno i costi, e quindi sceglierà di non impegnarsi.

 LA TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE


- Il comportamento altruistico e quello aggressivo sono appresi, modificati e modellati
dall’ambiente. (Insieme di abitudini e virtù apprese attraverso l’influenza degli altri.)

 LE NORME SOCIALI (il dover aiutare)


- La norma della reciprocità aiutare chi ci aiuta.
a) In chiave altruistica, corrisponde al principio del do ut des: si aiuta il prossimo perché ci
si aspetta che in futuro questo aiuto possa essere ricambiato.

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Se veniamo aiutati, saremo meno propensi a danneggiare la persona che ci ha aiutato,
e in questo modo viene sancito un patto di responsabilità.
b) Visione gratuita della reciprocità: supera il mero scambio utilitaristico per ribadire,
simbolicamente, il valore del legame sociale e rafforzarlo.
- La norma della responsabilità sociale  aiutare chi dipende da noi.
Il primo ambito in cui vige questa norma è la famiglia, ma può estendersi fino ad includere i
membri deboli della società: implica una relazione asimmetrica tra donatore e donatario.
Nelle società individualiste, vi è una applicazione selettiva della norma: si presta aiuto solo
a chi si trova in uno stato di bisogno che non è attribuito alla propria negligenza.

LE DIMENSIONI DELLA PROSOCIALITA’


- Livello BIOLOGICO  caratteristiche innate funzionali alla sopravvivenza della specie o
della cultura
- Livello INDIVIDUALE  (personalità) non si riesce ad identificare il profilo di chi aiuta, ma
gli si attribuiscono caratteristiche: autoefficacia, empatia, alto senso di responsabilità,
amicalità, stabilità emotiva…).
- Livello INTERPERSONALE e SITUAZIONALE  rapporto tra attore, destinatario e situazione.
- Livello MACROSOCIALE  norme sociali.

 LE DETERMINANTI INDIVIDUALI DEL COMPORTAMENTO PROSOCIALE:


LE MOTIVAZIONI EGOISTICHE
1) LA RICERCA DI VANTAGGI personali, materiali o sociali  attraverso il processo di
socializzazione, le persone imparano che aiutare gli altri è un comportamento premiato e
premiante, che porta con sé delle forme di ricompensa sociale e personale. ES: ricevere
approvazione dagli altri significativi, o sentirsi gratificati per l’aiuto prestato.
2) L’EVITAMENTO DI SANZIONI  non rischiare di essere denunciati o disapprovati dagli altri
per non aver prestato aiuto, non sentirsi delle brutte persone. Gli individui sono
consapevoli che esiste una norma sociale secondo la quale si deve prestare aiuto a chi ne
ha bisogno, e temono, trasgredendola, di andare incontro a conseguenze negative.
3) LA RIDUZIONE DELLO STATO DI TENSIONE INTERNO  bisogno di non sentirsi a disagio, in
colpa, o non adeguati alla situazione quando si è esposti alla sofferenza e allo stato di
bisogno altrui. In questo caso, il comportamento di aiuto è motivato dal bisogno di ridurre
uno stato di attivazione spiacevole, che porta alla messa in atto del comportamento che
riduce questa attivazione più efficacemente e con minori costi per il benefattore: può
essere l’aiuto, ma anche la fuga o la distrazione.

MODELLO ATTIVAZIONE: COSTI E BENEFICI (AROUSAL: COST-REWARD MODEL)


Ci sono 2 fattori che influenzano il comportamento prosociale:
1. Arousal  attivazione del sistema nervoso centrale: è una risposta emotiva ai bisogni
altrui, considerata come l’elemento motivazionale centrale.
2. Valutazione di costi-benefici del prestare/non prestare aiuto  processo cognitivo-
Molte delle variabili situazionali, sociali e di personalità che stimolano l’arousal, influenzano anche
i costi percepiti. Il grado di attivazione è direttamente collegato alla gravità dell’emergenza e alla
vicinanza e al coinvolgimento emotivo che l’osservatore sperimenta rispetto alla persona in
difficoltà.

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Arousal = diventa più sgradevole al crescere dell’intensità  l’osservatore è motivato a ridurlo per
rispondere alla situazione nel modo più efficiente, cioè quello che implica meno costi.

MODELLO DEL SOLLIEVO DAGLI STATI D’ANIMO NEGATIVI (NEGATIVE STATE RELIEF MODEL)
Autori: Cialdini, Schaller, Houlihan, Arps, Fultz e Beaman; 1987.
Si aiuta per mitigare lo stato d’animo negativo suscitato dall’esposizione alla situazione di bisogno.
Cialdini dimostra che talvolta alla base del comportamento altruistico sottostanno delle
motivazioni egoistiche (sollievo dallo stato negativo) con un esperimento:
- Richiesta a studenti di partecipare ad un esperimento (compilazione questionari fittizi) in
cambio di crediti formativi:
Gruppo sperimentale 1  Manipolazione empatia: cadono dei fogli mentre il soggetto
compila il questionario. Si comunica che sono fogli importanti per la tesi di un altro
studente impegnato con l’ultimo esame.
Richiesta di dare una mano in un altro esperimento (fare telefonate) senza incentivi.
Sperimentale: in media 6 telefonate.
Gruppo di controllo  nessuna manipolazione di empatia.
Richiesta di dare una mano in un altro esperimento (fare telefonate) senza incentivi.
Controllo: in media 3 telefonate.
Per dimostrare che la maggiore partecipazione dei soggetti sperimentali è imputabile al migliorare
l’umore attraverso l’altruismo, con un altro gruppo sperimentale:
- Richiesta a studenti di partecipare ad un esperimento (compilazione questionari fittizi) in
cambio di crediti formativi.
Gruppo sperimentale 2  Manipolazione empatia: cadono dei fogli mentre il soggetto
compila il questionario. Si comunica che sono fogli importanti per la tesi di un altro
studente impegnato con l’ultimo esame.
Omaggio (inatteso) di denaro per la compilazione del questionario.
Richiesta di dare una mano in un altro esperimento (fare telefonate) senza incentivi.
Gruppo sperimentale 2  In media 3 telefonate, come il gruppo di controllo.
[Il denaro ricevuto risolleva il tono dell’umore e quindi diminuisce la motivazione
all’altruismo]

 LE DETERMINANTI INDIVIDUALI DEL COMPORTAMENTO PROSOCIALE:


LE MOTIVAZIONI ALTRUISTICHE

La principale fonte della motivazione altruistica risiede nell’empatia.


Empatia cognitiva  consapevolezza cognitiva degli stati interni di un’altra persona (pensieri,
sentimenti)
Empatia affettiva  risposta affettiva orientata all’altro che si sintonizza sullo stato di benessere o
malessere dell’altro (risposta empatica).
I comportamenti prosociali a base empatica vengono definiti di altruismo puro, per differenziarli
da quelle condotte prosociali che hanno una base egoistica
L’idea centrale su cui si fonda l’ipotesi di Batson (1991)  I soggetti che dichiarano di avvertire
soprattutto un senso di disagio di fronte ad un’emergenza agiscono in risposta alla situazione
specifica, mentre i soggetti che riferiscono di provare delle preoccupazioni empatiche agiscono in
maniera altruistica, indipendentemente dalle caratteristiche della situazione.

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MODELLO EMPATIA-ALTRUISMO
ESPERIMENTO DI DANIEL BATSON E COLLEGHI (1981)
Si osserva un soggetto (Elaine) che riceve scosse elettriche e si propone ai partecipanti
all’esperimento la possibilità di sostituirsi a lei.
- Manipolazione della possibilità di fuggire: alta (se non ci si sostituisce si può andare via)
vs. bassa (si rimane comunque ad osservare).
- Manipolazione empatia: alta (si comunica che sulla base di un questionario compilato
all’inizio dell’esp. il soggetto che riceve le scosse è molto simile al soggetto sperimentale)
vs. bassa (i due soggetti sono poco simili)
Ipotesi:
•Se le persone avessero motivazioni egoistiche, potrebbero preferire l’alternativa della fuga, che
consentirebbe di ridurre lo stato di attivazione negativo provocato dalla presenza della vittima
•Al contrario, le persone che sono motivate da empatia è improbabile che abbandonino la
situazione, perché il loro desiderio di alleviare le sofferenze della vittima rimarrebbe anche dopo
l’abbandono dell’esperimento
•Una forte somiglianza di atteggiamenti rafforzerebbe la motivazione altruistica, mentre una
scarsa somiglianza di atteggiamenti favorirebbe una motivazione egoistica.
Risultati:
La più bassa percentuale del comportamento di aiuto si ha nella condizione “facile via di fuga-
diversità di atteggiamenti tra soggetto e vittima”.
La più alta nella condizione “difficile via di fuga-somiglianza di atteggiamenti tra soggetto e
vittima”.

 LE DETERMINANTI SITUAZIONALI DEI COMPORTAMENTI PROSOCIALI


Il caso di Kitty Genovese, 1964.
UN ESEMPIO DI “APATIA SOCIALE”? DI “DEUMANIZZAZIONE DA URBANIZZAZIONE”?
Catherine Susan Genovese (Kitty) Genovese, era una giovane donna ventottenne di New York.
Il suo nome è salito agli onori della cronaca per un evento tragico che la vide coinvolta.
Kitty Genovese, rientrando dal lavoro verso le tre e venti del mattino il 13 marzo del 1964, venne
assassinata da un uomo chiamato Winston Moseley.
Il suo assassinio si compì in due momenti. Il New York Times (NYT) raccontò che Moseley la
aggredì una prima volta, ma interrotto da alcuni rumori perse la presa su Kitty che, gridando, riuscì
a divincolarsi.
La giovane era seriamente ferita e cercò di arrancare verso casa, ma poco dopo venne raggiunta
nuovamente dal suo aggressore, che portò a compimento l’omicidio.
Il NYT scrisse che la donna aveva chiesto aiuto e che qualche vicino l’aveva udita, ma che dei 38
testimoni che avevano assistito al tragico evento nessuno aveva chiamato immediatamente la
polizia o era sceso a prestare soccorso.

L’INFLUENZA DELLA SITUAZIONE


GLI STUDI DI BIBB LATANE’ E JOHN DARLEY
ESPERIMENTO 1968 (LA SEIZURE SITUATION)
I partecipanti vengono fatti accomodare ciascuno in una stanza diversa. Si dice loro che lo scopo
della riunione è quello di intavolare una discussione sui problemi dell’università.

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I partecipanti comunicano con gli altri tramite un interfono. In ogni gruppo c’è un complice dello
sperimentatore, che all’improvviso chiede aiuto fingendo un attacco epilettico.
Gruppi sperimentali:
• 2 persone
• 3 persone
• 6 persone
(numero degli spettatori  è la variabile indipendente che viene manipolata)
Quanto tempo passa prima che qualcuno intervenga? Quanti intervengono?
Ipotesi: maggiore è il numero dei testimoni, minore è la probabilità che qualcuno aiuti la vittima.
Risultati: più spettatori sono presenti, minore il numero di soggetti che interviene.
La dimensione del gruppo causa un cambiamento nel numero di persone che forniscono aiuto.
Spiegazione: la presenza di altri provoca un effetto di DIFFUSIONE DI RESPONSABILITÀ.
Gli spettatori non si sentono personalmente chiamati a intervenire e/o ritengono che altri
intervengano (o siano già intervenuti).

ESPERIMENTO 1968 (LA SMOKE SITUATION)


Esperimento Si chiede a degli studenti di compilare un questionario, da soli o insieme ad altri.
Mentre sono nella stanza, da una feritoia viene fatto uscire del fumo
Ipotesi Verificare se la presenza di altre persone influisce su come i soggetti percepiscono,
interpretano e rispondono ad una situazione anomala
Risultati  Quanti si attivano?
75% dei soggetti soli si attiva comunicando la presenza di fumo. 38% dei soggetti in compagnia si
attiva comunicando la presenza di fumo
Conclusioni  La presenza di altre persone influenza il tipo di interpretazione della situazione e la
probabilità di intervento (INFLUENZA SOCIALE PASSIVA).
Spiegazione  IGNORANZA PLURALISTICA: nessuno dà chiari segnali su come interpretare la
situazione ambigua. Ognuno legge la situazione osservando il comportamento degli altri: il
risultato è una situazione di stallo e un’interpretazione collettiva distorta della realtà.

L’EFFETTO BYSTANDER
Nelle situazioni di emergenza può ingenerarsi un EFFETTO SPETTATORE (bystander effect), ossia
un effetto in virtù del quale una persona non fornisce aiuto perché la situazione in cui si trova
presenta delle caratteristiche che inibiscono la risposta d’aiuto.
In particolare, dai diversi esperimenti condotti emerge che gli spettatori sono meno propensi ad
intervenire in presenza di altri spettatori, in particolare se questi sono estranei e inattivi rispetto
all’evento osservato.

L’ALBERO DECISIONALE DELL’AIUTO


(LATANE’ E DARLEY, 1970)
In una situazione di emergenza le persone devono prendere una serie di decisioni, e solo una
particolare combinazione di scelte porterà a prestare soccorso.

o 1 NOTARE CHE STA ACCADENDO QUALCOSA


L’accuratezza della percezione di quanto sta avvenendo può essere influenzata da:
- Cattivo umore, rabbia.

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- Fretta (l’esperimento del BUON SAMARITANO, Darley & Batson, 1973).
- Credenze sociali: la Teoria del mondo giusto (Lerner, 1980)

L’ESPERIMENTO DEL BUON SAMARITANO (DARLEY E BATESON, 1973)


Compito  Darley e Bateson chiedono ai loro soggetti (studenti del Seminario Teologico di
Princeton) di recarsi in un edificio a pochi minuti di distanza per presentare un discorso
improvvisato su un tema assegnato.
Gli studenti hanno svariati orientamenti religiosi.
Per metà degli studenti il tema del discorso è la parabola del Buon Samaritano.
Variabile indipendente  Tempo a disposizione
Manipolazione  ad alcuni di essi si dice che potevano prendersela comoda, ad altri che sono in
ritardo.
La parte cruciale dell'esperimento avveniva sulla porta dell'edificio in cui i soggetti devono recarsi:
una persona giace per terra e chiede aiuto.
Risultati  Solo il 10% degli studenti in ritardo si ferma, contro al 64% degli studenti che non
hanno fretta.
Essere cattolici o protestanti, avere o non aver presente la storia del Buon Samaritano è
ininfluente. Il solo fattore correlato con l'aiuto è il tempo a disposizione.

TEORIA DEL MONDO GIUSTO (LERNER, 1980)


Credenza secondo la quale le persone ottengono quello che meritano, e meritano quello che
ottengono.
Melvin Lerner: estensione dei lavori di Milgram sull’obbedienza («shock paradigm»): 72 donne
monitorate sulla reazione alla vittimizzazione (osservavano un complice ricevere scosse elettriche
per errori in un compito di apprendimento).
Reazioni:
- Inizialmente mostravano turbamento, ma a mano a mano che la vittimizzazione continuava,
cominciavano a denigrare/sminuire la vittima (“è incapace di concentrarsi, di imparare…”).
- maggiore la sofferenza esibita dalla vittima, maggiore anche la denigrazione: ‘razionalizzazioni
post hoc’.
Spiegazione dei risultati:
• Secondo Lerner, nel corso del processo di socializzazione le persone sviluppano un’idea di
giustizia fondata sul concetto di MERITO. In parole semplici, sviluppano l’idea che per ottenere ciò
che si desidera bisogna meritarselo.
• Vogliamo credere che le persone ottengono ciò che meritano, e meritano quello che ottengono.
• Ne deriva che se accade qualcosa di ingiusto (o insensato) a qualcuno, possiamo pensare che
abbia fatto qualcosa per meritarlo (biasimo della vittima).

Questa credenza risponde a un complesso di esigenze psicologiche:


- Soddisfa il bisogno di controllo (attribuzione di causalità interna).
- Rafforza la motivazione al successo (need for achievement).
- Protegge dall’ipotesi di poter essere vittime di un mondo ingiusto.

Come ci si difende da un mondo ingiusto?


Strategie razionali: accettazione, prevenzione, riparazione.

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Strategie irrazionali: diniego, ritiro, reinterpretazione degli eventi che mirano a giustificare
l’ingiustizia:
- Nel caso di un’ingiustizia come la sofferenza di persone innocenti, si reinterpreta l’evento
considerando ciò che accade come «meritato» dalla vittima, ovvero come conseguenza di
sue azioni/predisposizioni: «blame the victim effect».
- Un effetto aggiuntivo di questa credenza è che le persone si sentono meno vulnerabili
all’ingiustizia, perché pensano di non aver fatto nulla per meritarla o per produrre
conseguenze di questo tipo: «self-serving bias».
La credenza in un mondo giusto può alterare la nostra percezione di un evento come (non)
emergenza, inducendoci a percepirlo come qualcosa che è causato (e meritato) dalla vittima.

o 2  INTERPRETARE L’EVENTO COME EMERGENZA


In condizioni di incertezza usiamo gli altri come fonte di informazione sulla realtà.
Presumiamo che gli altri sappiano cosa sta succedendo, ma gli altri pensano lo stesso di noi.
Quest’inganno reciproco produce uno stato di ignoranza pluralistica.
In presenza di altri spettatori che rimangono inerti e bloccati di fronte ad un’emergenza, il
comportamento di non-azione viene interpretato, erroneamente, come un’indicazione del fatto
che non sta accadendo nulla, innescando un meccanismo a catena di mancato intervento.

o 3  ASSUMERE RESPONSABILITÀ
Se ci sono altri testimoni tendiamo a pensare che qualcuno sia già intervenuto o interverrà Anche
questo è un inganno reciproco, che produce diffusione di responsabilità.
Ci si sente più responsabili – e ci si sente quindi in obbligo a fornire aiuto – se si pensa di essere
soli.
Poter distribuire la responsabilità tra più persone può indurre lo spettatore a non intervenire,
sollevandosi dalla colpa eventuale per non aver prestato soccorso e disattivando la norma di
responsabilità sociale che impone di aiutare chi si trova in difficoltà per il semplice fatto che si
trova in difficoltà.

o 4  DECIDERE COME AIUTARE


Intervento diretto o indiretto.

o 5 IMPLEMENTARE D’AZIONE DI AIUTO


L’azione potrà essere però resa difficile da un ultimo processo messo in luce da Latanè e Darley, da
una forma di influenza sociale nota come inibizione da pubblico.
In pratica, lo spettatore potrebbe essere frenato, nel passaggio all’azione, dal timore di essere
giudicato dagli altri astanti o anche dal semplice fatto di essere oggetto della loro attenzione
(INFLUENZA PASSIVA).

INCENTIVARE I COMPORTAMENTI PROSOCIALI


• Sostenere le norme prosociali: la norma di reciprocità e responsabilità sociale .
• Promuovere l’empatia (in particolare in adolescenza).
• Rendere consapevoli le persone dell’influenza dei fattori sociali ed ambientali.

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PSICOLOGIA SOCIALE

Appartenenza ed esclusione

Il bisogno fondamentale di appartenenza

Ipotesi di appartenenza  gli esseri umani possiedono una spinta fondamentale per formare e mantenere
una quantità minima di relazioni che siano durature, significative e positive.

Il bisogno di appartenenza è un bisogno che non deriva da altri bisogni. Il bisogno è diverso dal desiderio in
quanto la mancata soddisfazione del bisogno di appartenenza produce conseguenza che coinvolgono tutte
le dimensioni di una persona, inclusa salute e speranza di vita. Il desiderio invece, rappresenta una
motivazione e una spinta per gli esseri umani, ma con la mancanza di un determinato desiderio le persone
non si ammalano.

Due elementi distintivi caratterizzano i bisogni umani:

 Sostituzione: fa riferimento al fatto che in assenza di un determinato stimolo, uno stimolo diverso
ma con proprietà simili può fungere da sostituto. Nel contesto di appartenenza, se vengono a
mancare determinate relazioni sociali, l’individuo ne cercherà altre a seconda delle proprie
capacità.

 Sazietà: l’appagamento di un bisogno a un certo punto raggiunge un livello di soddisfazione tale per
cui l’individuo ne ha a sufficienza.

Il bisogno di appartenenza è universale, nel senso che non è specifico di una cultura o di un determinato
gruppo sociale, ci accompagna per tutta l’esistenza e consente l’accesso alla soddisfazione di altri possibili
bisogni e desideri. Il bisogno di connessioni sociali è il bisogno chiave, quello che se soddisfatto consente
l’accesso alla soddisfazione di altri possibili bisogni (fisiologici e psicologici) e desideri di un essere umano.

PROSPETTIVA EVOLUZIONISTA Per l’individuo isolato eseguire una serie di compiti risultava difficile se
non impossibile. Per questo è stato ipotizzato che nel corso del cammino evolutivo della specie siano stati
selezionati una serie di meccanismi psicologici finalizzati a spingere l’individuo a cercare, mantenere e
riparare le connessioni sociali.

DOLORE SOCIALE: le aree cerebrali che si attivano durante l’esperienza di dolore sociale (es. esclusione
sociale) sono in parte sovrapposte alle aree cerebrali che si attivano nel processamento del dolore fisico.

THE NEURAL BASIS OF SOCIAL PAIN

o Le regioni neurali attivate dal dolore fisico e dal dolore sociale. Questa sovrapposizione ha delle
conseguenze sulla sensibilità di tratto e di stato.

o Un’altra ricerca ha dimostrato che il paracetamolo riesce ad alleviare il dolore sociale.

o Altre ricerche hanno dimostrato che il perdono riesce a ridurre in modo consistente l’attivazione
delle regioni neurali implicate nel dolore.

Vi è una correlazione positiva tra sensibilità al dolore sociale e sensibilità al dolore fisico: i fattori che
aumentano (o riducono) il dolore fisico potrebbero aumentare (o ridurre) anche il dolore sociale.

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Quattro modi per soddisfare il bisogno di appartenenza

Secondo alcuni studiosi ci sono quattro percorsi principali per soddisfare il bisogno di appartenenza.

 RELAZIONI RECIPROCHE  basate su un supporto reciproco e caratterizzate da un attaccamento sicuro.


Questi tipi di relazioni sono tra le più gratificanti e impegnative, perché richiedono tempo, energia e
fiducia nell’altro.

 APPROVAZIONE GENERALE  strategie che una persona mette in atto per cercare di guadagnarsi
l’ammirazione degli altri, senza mostrare vulnerabilità e stabilire delle relazioni reciproche.

 SENTIRSI PARTE DI UN GRUPPO  ci si può sentire parte di un gruppo anche senza intenzionalità, ad
esempio, basandosi unicamente sulle caratteristiche demografiche (età, genere, etnia).

 FORME DI SOCIALITA’ MINORE  brevi interazioni, anche frequenti, intrattenute con persone con le
quali non si ha un rapporto di relazione reciproca (ad esempio, una rapida conversazione con il vicino di
casa).

Le minacce al bisogno di appartenenza

Se l’appartenenza è un bisogno psicologico fondamentale, le minacce alla soddisfazione di questo bisogno


devono produrre una varietà di effetti negativi che coinvolgono tutte le dimensioni della persona.

Tali minacce fanno riferimento a varie forme di separazione sociale (esclusione, solitudine, tradimento,
lutto) fenomeni accumunati al dolore sociale.

Autori come Riva ed Eck hanno proposto una definizione di esclusione sociale.

Con esclusione sociale si intende l’esperienza di essere tenuti separati dagli altri dal punto di vista fisico
(es. isolamento sociale) e/o emotivo (es. essere ignorati).

La definizione di esclusione sociale comprende una varietà di fenomeni che sono stati classificati in due
categorie. La prima, chiamata rifiuto sociale, riguarda atti comunicativi volti a esplicitare in modo diretto a
una persona che questa non è desiderata. La seconda categoria, chiamata ostracismo, comprende
l’esperienza di essere ignorati. Rientrano in questa categoria tutte le forme di “invisibilità” della persona
(es. il ghosting).

Cyberball – Simulazione Virtuale del Rifiuto Sociale

Cyberball è un paradigma sperimentale ideato da Williams nella metà degli anni ’90, con il fine di poter
studiare l’esperienza dell’ostracismo in laboratorio.

Cyberball è un gioco fisico, in cui due complici dello sperimentatore sono seduti in una sala assieme ad un
partecipante ignaro. Tutti e tre stanno stanno aspettando di prendere parte ad uno studio. Uno dei due
collaboratori dello sperimentatore prende una palla da uno scatolone e, sulla base della manipolazione
sperimentale, implementa una condizione di ostracismo (in cui gioca assieme al collaboratore ma esclude il
partecipante ignaro) o di inclusione (in cui gioca assieme a tutti i partecipanti).

Terminata questa fase, il complice dello sperimentatore termina il gioco e ripone la palla nello scatolone.

Al partecipante viene proposto un questionario per indagare le sue emozioni e i livelli di minaccia percepiti
ai bisogni psicologici di base.

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Nel 2000 il gioco fisico diventa virtuale e il giocatore siede davanti ad uno schermo. Alcuni avatar sono
presenti nell’interfaccia di cui uno rappresenta il partecipante e gli altri vengono attribuiti ad altri giocatori,
in realtà non esistenti.

Esclusione sociale e tecnologia

PHUBBING l’atto di ignorare qualcuno in un contesto sociale per prestare attenzione allo smartphone.

1. Avviene anche nelle relazioni significative;

2. Assume le caratteristiche di una norma sociale che caratterizza le relazioni tra le persone;

3. Le vittime sperimentano disagio simile a quanto avviene nell’ostracismo attuato nella realtà;

4. Minaccia la soddisfazione dei bisogni psicologici.

GHOSTING consiste nella chiusura unilaterale di un rapporto romantico o amicale secondo cuiu una
persona (disengager) cessa improvvisamente qualsiasi comunicazione con il partner senza dare alcuna
spiegazione del proprio comportamento.

a) Lascia la vittima in uno stato di incertezza e ambiguità;

b) La vittima potrebbe incolpare sé stessa;

c) È causa di distress e affettività negatività.

ORBITING una forma alternativa di ghosting in cui il disengager sparisce improvvisamente e senza dare
spiegazioni, evitando qualsiasi forma di contatto diretto, ma mantiene (o riprende dopo un certo lasso di
tempo) qualche forma di interazione online con la vittima.

 Rottura della relazione e comportamento sono in contraddizione;

 Il mantenimento di forme di interazione indirette con la vittima rende più difficile la chiusura
completa della relazione.

Il Social Monitorign System

Gli esseri umani possiedono in sistema di monitoraggio sociale che può essere attivato in un dato momento
e contesto. Una volta attivato, questo sistema motiva l’individuo a monitorare e a seguire i segnali sociali
che le altre persone emettono per migliorare le possibilità di re-inclusione (o evitare ostracismo e rifiuto
sociale).

Principale effetto Ipersensibilità verso gli stimoli di natura sociale (ad esempio, i volti).

Perché sia funzionale, il sistema deve attivarsi solo in date circostanze, ovvero quando l’inclusione sociale è
a rischio. Quando l’inclusione sociale è a rischio, gli individui sono più bravi a individuare volti sorridenti
(rispetto a volti negativi o neutri) e sguardi diretti (rispetto a sguardi evitanti). Questo perché, quando la
nostra inclusione sociale è a rischio, abbiamo bisogno di dedicare più risorse cognitive (del solito) per
leggere l’ambiente sociale che ci circonda e decidere chi può essere una buona fonte di affiliazione e chi no.

Come reagisce la mente all’esclusione sociale

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La mente dedica maggiori risorse (attenzionali, mnemoniche) a stimoli sociali al fine di massimizzare le
possibilità di riconnettersi con gli altri.

IL TEMPORAL NEED-THREATMODEL [WILLIAMS, 2009]

L’esperienza di essere esclusi e ignorati dagli altri costituisce una minaccia a quattro bisogni fondamentali
dell’essere umano:

- Appartenere a un gruppo e formare legami di attaccamento interpersonali

- mantenere un’autostima elevata

- esercitare e percepire controllo sull’ambiente e sulle proprie azioni

- percepire un significato della propria esistenza e essere riconosciuti dagli altri come esistenti e
dotati fi valore e significato.

Questo modello si articola in tre fasi in successione temporale

1. nel reflexive stage, che insorge dopo aver percepito un episodio di esclusione sociale (anche
piccolo), la persona sperimenta il dolore ed emozioni negative quali tristezza e rabbia, oltre che la
minaccia ai quattro bisogni prima descritti.

2. Dopo questa fase subentra il reflective stage, in cui l’individuo valuta l’episodio di esclusione
attraverso attribuzioni casuali, e attuando strategie cognitive e comportamentali riparative volte a
fortificare e ripristinare i bisogni minacciati. A seconda di alcune variabili disposizionali o
situazionali, l’individuo escluso può mettere in atto comportamenti di tipo prosociale, qualora sia
motivato a cercare nuova inclusione sociale, oppure di tipo antisociale, qualora sia motivato a
ricercare attenzione e rivendichi il proprio bisogno di controllo.

3. Esistono delle circostanze nelle quali episodi di esclusione sociale si protraggono nel tempo, per
diverse settimane, mesi o anni. In questi casi si entra nell’ultima fase, il resignation stage, in cui
tutte le risorse impiegate per ripristinare i bisogni minacciati si esauriscono e la persona sperimenta
sentimenti di alienazione, depressione, impotenza e mancanza di significato cronica della propria
esistenza.

RESIGNATION STAGE (ESCLUSIONE CRONICA)

In questa fase, i ripetuti fallimenti nelle strategie riparative e la risultante impotenza appresa, generano
nell’individuo cronicamente escluso una desensibilizzazione verso le situazioni di inclusione sociale e
un’iper-vigilanza verso gli stimoli di esclusione, inducendo la percezione di un mondo sociale minaccioso e
ostile.

 Ridotta sensibilità agli stimoli di inclusione difesa mal adattiva che previene le esperienze
negative di rifiuto sociale

 Ipersensibilità alle minacce di esclusione evitamento ad ogni costo la minima possibilità di


esclusione.

Insieme innescano un CIRCOLO DI ESCLUSIONE in cui la persona si ritrae sempre più dal mondo sociale,
perpetuando la condizione di esclusione cronica.

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IL MULTIMOTIVE MODEL

Prende in considerazione tre risposte comportamentali che possono seguire gli episodi di esclusione
sociale: prosocialità, antisocialità e evitamento.

PROSOCIALITA’ ricerca di supporto e accettazione sociale che passa attraverso un aumento di


comportamenti di conformismo e suscettibilità sociale.

AGGRESSIVITA’ (ANTISOCIALITA’) comportamento ostile intenzionalmente rivolto verso la fonte di


esclusione.

EVITAMENTO forme di auto-esclusione o auto-isolamento, in cui una persona evita i contatti con altre
persone, spesso per proteggersi dal dolore che ulteriori esperienze di rifiuto e separazione potrebbero
causare.

Le persone arrivano a queste diverse risposte comportamentali sulla base di sei fattori legati
all’interpretazione dell’esclusione sociale:

a) COSTI associati alla perdita della relazione

b) POSSIBILITA’ di relazioni alternative

c) ASPETTATIVE di poter riparare la relazione

d) VALORE dato alla relazione che si è persa

e) CRONICITA’ e PERVASIVITA’ dell’esclusione

f) GRADO di INGIUSTIZIA PERCEPITO circa l’esclusione sociale

A. COSTI ASSOCIATI ALLA PERDITA DELLA RELAZIONE Quando l’esclusione sociale deriva da una
fonte sulla quale l’individuo ha investito molto il costo psicologico è molto elevato e la vittima cerca
di riparare la relazione interrotta. Se il rifiuto sociale deriva da una fonte su cui non si è investito
molto, la vittima può dirigersi semplicemente verso la ricerca di fonti di affiliazioni alternative.

B. POSSIBILITA’ DI RELAZIONI ALTERNATIVE Quando le persone sono in grado di ricercare nuove


fonti di affiliazione, si assiste a una riduzione dei comportamenti prosociali e un aumento dei
comportamenti di evitamento. Quando le persone NON sono in grado di ricercare nuove fonti di
affiliazione, vengono messi in atto i tentativi e sforzi di riparare la relazione.

C. ASPETTATIVE DI POTER RIAPARARE LA RELAZIONE Ritiene che vi sia la possibilità di riparare la


relazione, porta l’individuo a conformarsi, cooperare e obbedire di più. Quando la riparazione della
relazione è percepita come improbabile, i comportamenti prosociali non vengono messi in atto e al
loro posto predominano le risposte antisociali.

D. VALORE DATO ALLA RELAZIONE CHE SI È PERSA L’esclusione derivata da una fonte di valore,
motiva l’individuo a mettere in atto risposte prosociali. Diversamente, quando il valore della fonte
di esclusione sociale è basso, l’individuo sarà più incline ai comportamenti antisociali e di
evitamento.

E. CRONICITA’ E PERVASIVITA’ DELL’ESCLUSIONE Quando l’esclusione sociale è cronica e pervasiva,


l’evitamento e il ritiro sociale sembrano essere la risposta dominante. In questo modo, l’individuo,
così esposto a minacce sociali, cerca di proteggersi dal ricevere ulteriori minacce

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F. GRADO DI INGIUSTIZIA PERCEPITO CIRCA L’ESCLUSIONE SOCIALE Maggiore la percezione di
ingiustizia, maggiori saranno le probabilità di mettere in atto comportamenti antisociali, volti a
danneggiare la fonte di esclusione. Rifiuto e ostracismo vengono, nella maggior parte dei casi,
percepiti come ingiusti da parte delle vittime.

PERCIO’

La RISPOSTA PROSOCIALE all’esclusione si verifica quando:

1. L’individuo percepisce un alto costo associato al rifiuto sociale

2. La relazione viene percepita come importante

3. Si percepiscono buone possibilità di poterla riparare

In questi casi la persona adotta strategie prosociali, nel tentativo di scongiurare le conseguenze negative
dalla rottura relazionale e di preservare una relazione significativa in cui si è investito molto. Diversamente,
un fattore che disincentiva la risposta prosociale è la possibilità di trovare fonti alternative a cui affiliarsi,
più facilmente raggiungibili.

In questa condizione ci si potrebbe rivolgere verso fonti di supporto sociale con cui si hanno già delle
connessioni o comunque in grado di offrire supporto, con il duplice intento ad alleviare il dolore
dell’esclusione e di soddisfare il bisogno di appartenenza.

La RISPOSTA ANTISOCIALE è favorita da:

1. La mancanza di aspettative di riparare la relazione

2. Un basso valore attribuitogli

3. La percezione di essere stati rifiutati ingiustamente

La risposta aggressiva dopo un rifiuto ingiusto o inaspettato nasce come un tentativo di restaurare un senso
di controllo e di efficacia dei propri schemi di interpretazione degli eventi. Secondo alcuni ricercatori i
comportamenti aggressivi nel contesto dell’esclusione sociale emergono nel tentativo di ripristinare livelli
ottimali dei bisogni di controllo e significato della propria esistenza.

La RISPOSTA DI EVITAMENTO e isolamento sociale è motivata da:

o cronicità dell’esclusione sociale

Le persone tendono a ritirarsi socialmente e a un isolamento volontario per prevenire il dolore che
potrebbe risultare da ulteriori esperienze di rifiuto.

È il meccanismo dell’importanza appresa, secondo cui l’individuo impara ad aspettarsi che queste si
verificheranno di nuovo in futuro, e si ritira dalle relazioni per evitare il dolore associato all’esclusione.

Un altro costrutto associato al rito relazionale è la paura di essere giudicati negativamente dagli altri che
sembra implicata sia nel comporto di evitamento relazionale tipico dell’ansia sociale, che nell’ostacolare
l’iniziativa di comportamenti prosociali dopo casi di esclusione.

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Le conseguenze dell’esclusione sociale

L’esclusione sociale attiva, in primo luogo, una vasta gamma di emozioni negative: la rabbia, l’ansia, la
vergogna. Queste emozioni negative, insieme al dolore sociale, coesistono insieme nell’esperienza delle
vittime. Ci si arrabbia verso la fonte di rifiuto e al contempo ci si sente in colpa. L’elaborazione cognitiva di
stimoli non sociali e complessi sembra essere inficiata in individui esclusi. Quando l’esperienza di esclusione
è prolungata, essere esclusi aumenta il rischio di depressione e pensieri suicidari. Le conseguenze non si
limitano ali impatti emotivi e cognitivi, ma coinvolgono anche il livello comportamentale. Infine,
l’esclusione sociale incrementa la tendenza di una vittima a obbedire a un comando esplicito di compiere
un compito in condizioni di disagio fisico. Tutto questo suggerisce che l’esclusione rende le persone più
vulnerabili all’influenza sociale. Tuttavia, quando pensiamo alle conseguenze negative dell’essere esclusi,
l’evidenza più forte della potenza di questa minaccia riguarda il tema della salute e dell’aspettativa di vita.

Affrontare l’esclusione sociale

La strategia migliore per ridurre le conseguenze negative dell’esclusione sociale è limitare l’incidenza del
problema, quindi non mettere in atto rifiuto sociale e ostracismo.

STRATEGIE FUNZIONALI

 ACCETTAZIONE: riconoscere l’esperienza del rifiuto e riconoscere in maniera non giudicante i propri
vissuti. Ciò significa anche lasciar andare la fonte dell’esclusione sociale

 CREAZIONE DI NUIOVI LEGAMI SOCIALI: creare nuove connessioni sociali o coltivarne di vecchie.
Non sempre questa strategia è benefica (le persone vittime di esclusione sociale sono più
suscettibili all’influenza sociale.

 RENDERE GLI INDIVIDUI CONSAPEVOLI: rendere le persone consapevoli della vulnerabilità


psicologica derivante dall’esclusione sociale.

Minority stress

Tutti i gruppi minoritari presentano uno stress cronico causato dalla frequente stigmatizzazione sociale
proveniente dall’esterno: ogni condizione sociale caratterizzata da pregiudizio, rifiuto, esclusione e/o
discriminazione rappresenta uno stress.

Stress: il modello classico

Lo stress è la risposta dell’organismo umano ad uno o più eventi che ne alterano l’equilibrio. Ogni
sollecitazione si presenta come una richiesta di modifica dall’omeostasi che è sempre mediata da reazioni
emozionali.

Lo stress coinvolge tre dimensioni: biologica, psicologica e comportamentale. Selye lo designa come la
sindrome generale di adattamento. Lo stress è una risposta aspecifica dell’organismo a uno stimolo che ne
minaccia l’integrità fisica.

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Le fasi della sindrome generale di adattamento

Davanti ad uno stressor la persona mette in atto alcune reazioni in risosta ad esso:

1) “reazioni di allarme” consiste nell’attivazione del sistema simpatico e dell’asse ipotalamo-ipofisi-


surrene (HPA). Si ha la liberazione di adrenalina e noradrenalina e la secrezione di glucocorticoidi.
Ciò aiuta la persona a fronteggiare lo stressor.

2) “resistenza” si incrementano varie strategie a causa dell’esposizione continua a stimoli stressanti.


È costituita da una serie di reazioni non specifiche.

3) “esaurimento” quando la resistenza risulta inadeguata iniziano a manifestarsi le conseguenze


negative dello stress, l’organismo non è più capace di adattarsi.

Stress: il modello transazionale

Lo stress è definito come una transazione tra la persona e l’ambiente, in cui le richieste superano le
risorse della persona. Il processo che lega l’ambiente alla persona è la valutazione cognitiva (appraisal).

Ci sono due diversi momenti nei processi di valutazione cognitiva:

1. L’appraisal primario: in cui opera il processo di valutazione primario del significato di un evento
(valutazione dello stressor).

2. L’appraisal secondario: si analizzano le risorse a disposizione e si valuta come far fronte alla
situazione (valutazione delle risorse per affrontare lo stressor).

COPING

Le forme di coping incentrate sull’emozione si manifestano quando si è valutato che non si può far nulla per
modificare le condizioni ambientali dannose, minacciose o impegnative: strategie dirette a limitare il
disagio emotivo.

Le forme di coping incentrate sul problema si manifestano quando tali condizioni sono considerate
suscettibili al cambiamento strategie di problem solving.

Minority stress

Secondo Meyer il minority stress ha tre caratteristiche:

a. Unico, in quanto rappresenta un fattore additivo ai fattori di stress generali vissuti da tutte le
persone; ciò significa che le persone stigmatizzate richiedono uno sforzo di adattamento superiore
a quello richiesto da coloro che non subiscono stigmatizzazioni.

b. Cronico, è collegato a strutture socioculturali relativamente stabili e indipendenti dall’individuo

c. Socialmente basato, dato che deriva da processi sociali, istituzionali e strutturali, anch’essi
indipendenti dall’individuo.

Chi può sperimentare il minority stress

Lo stress da minoranza non è limitato ai soli gruppi sessuali e di genere.

Può essere vissuto da:

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- Persone di colore (razzismo interiorizzato)

- Musulmani, sikh e altri individui di gruppi religiosi non maggioritari

- Individui con disabilità

- Altri gruppi visti come diversi nelle singole società

Lo stress da minoranza è sia additivo che intersezionale. In altre parole, gli individui che fanno parte di più
gruppi di minoranza spesso sperimentano uno stress maggiore rispetto agli individui che fanno parte di un
solo gruppo di minoranza. Inoltre, le persone con identità intersezionali possono sperimentare fattori di
stress unici in virtù di tali identità.

Stress distali e prossimali

Meyer descrive i processi distali derivanti dalle strutture sociali come degli stressor oggettivi che sono
indipendenti dall’individuo.

I processi prossimali, invece, sono dipendenti dall’individuo poiché hanno a che fare con i suoi sentimenti,
pensieri, ovvero con le percezioni soggettive e personali valutazioni.

Dai processi distali a quelli prossimali, gli stressor sono

1) Eventi e condizioni stressanti esterni ed oggettivi, cronici ed acuti (stigma vissuto)

2) Aspettative che questi accadano e conseguente vigilanza (stigma percepito)

3) Occultamento del proprio orientamento sessuale e/o della propria identità di genere

4) Interiorizzazione degli atteggiamenti negativi della società (stigma interiorizzato)

Effetti sulla salute mentale

Stigma percepito può portare sia all’ipervigilanza sia all’evitamento

L’ipervigilanza si lega a sentimenti di stress e depressione, cambiamenti nell’appetito e altri problemi di


salute. Può influenzare anche l’esperienza del dolore.

L’evitamento può avere effetti più diretti sulla salute. È dimostrato che il timore di subire discriminazioni in
ambito sanitario porta a evitare le cure.

Stigma interiorizzato quando le persone non amano un aspetto di loro stesse, possono aviluppare stati
d’ansia, depressione e altre forme di disfunzione mentale.

Minority coping

Risorse che consentono di migliorare l’autovalorizzazione e contrastare lo stigma.

 A livello individuale, le persone possono utilizzare una serie si strategie di coping o avere buone
capacità di resilienza.

 A livello sociale, invece, le strategie di coping possono manifestarsi in tre modalità:

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i. Consentire alle persone stigmatizzate di esprimere un ambiente sociale in cui non sono
stigmatizzate dagli altri;

ii. Fornire supporto al gruppo minoritario stigmatizzato;

iii. Sviluppare un senso di comunità che consenta di confrontarsi con gli altri membri del proprio
stesso gruppo sociale.

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PSICOLOGIA SOCIALE 01/12
IL PREGIUDIZIO  uno dei temi più studiati nella psicologia sociale, in quanto ha una base mutevole
ed ha la capacità di adattarsi ai vari contesti storici e culturali, così come ai gruppi verso cui è
indirizzato. Le sue modalità di espressione possono essere più esplicite e manifeste o più
“nascoste”.
Il termine deriva dal latino prae-judicium (giudizio dato prima) e nel diritto romano indicava l’atto
preparatorio al giudizio di un imputato. In psicologia sociale invece, rappresenta un atteggiamento
negativo verso un individuo che si fonda esclusivamente sull’appartenenza ad un determinato
gruppo sociale. In quanto atteggiamento ha una forma complessa ed assolve a delle funzioni
importanti per l’individuo (la protezione dell’autostima dell’individuo e la difesa degli interessi del
gruppo); inoltre, il pregiudizio non è sempre negativo, in alcuni casi può avere una valenza positiva,
ma sono quelli negativi che influenzano le relazioni tra gli individui. E nonostante sia un
atteggiamento spesso rivolto verso un solo individuo, esso si trasforma in un fenomeno di gruppo
nel momento in cui l’appartenenza ad un gruppo diverso dal proprio diventa rilevante.
Il pregiudizio può essere di diversi tipi a seconda del gruppo sociale verso cui è indirizzato:
 pregiudizio etnico  è quello più antico e storicamente più rilevante e viene definito come il
nucleo di atteggiamenti sfavorevoli nei confronti di individui che appartengono a gruppi con
uno sfondo socioculturale diverso dal proprio. Inoltre, è importante distinguerlo dal
razzismo, poiché quest’ultimo implica una credenza secondo cui si ritiene l’altro gruppo
geneticamente inferiore rispetto al proprio.
 sessismo  insieme di atteggiamenti negativi che un individuo nutre nei confronti dell’altro
in base al genere sessuale. È legato alle credenze sulla natura fondamentale delle donne e
degli uomini e sui ruoli sociali che ricoprono; in queste credenze rientrano tutti i
comportamenti, le norme, i meccanismi sociali ed istituzionali che rafforzano gli stereotipi di
genere e le differenze di status tra uomo e donna. Abbiamo due forme diverse di sessismo:
ostile e benevolo. Quello ostile è una forma di pregiudizio tradizionale nei confronti delle
donne e racchiude comportamenti misogini di svalutazione della donna, quello benevolo
invece è un caso di pregiudizio apparentemente positivo, in quanto si esprime attraverso
atteggiamenti di idealizzazione del genere femminile, ma fornisce una visione stereotipata
in quanto adatta a ricoprire certi ruoli tradizionali (brava madre, ottima moglie, ecc.).
 pregiudizio sessuale (o eterosessismo)  è l’insieme di atteggiamenti negativi nei confronti
di un individuo o un gruppo con orientamento sessuale diverso dal proprio. È importante
distinguerlo dall’omofobia, che si riferisce per lo più ad atteggiamenti negativi nei confronti
di uomini gay basato su paure irrazionali spesso scaturite da particolari caratteristiche
patologiche.
I termini stereotipo e pregiudizio spesso vengono utilizzati in modo intercambiabile, ed in verità
hanno molti punti in comune ma presentano delle importanti differenze. Entrambi nascono dal
processo cognitivo della categorizzazione sociale, perciò sono rivolti ad un individuo in quanto
categorizzato in un determinato gruppo sociale e sono fenomeni che avvengono a prescindere,
poiché avvengono prima dell’interazione o della conoscenza della persona. Per quanto riguarda le
differenze, lo stereotipo è definibile come la rappresentazione cognitiva che un individuo ha delle

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persone che appartengono ad un certo gruppo che consiste nell’attribuire determinate
caratteristiche a quel gruppo e di conseguenza anche a chi ne fa parte, questo è un processo che
avviene in modo automatico. Il pregiudizio essendo un atteggiamento, ha un contenuto più
generale e articolato in cui coesistono le tre componenti dell’atteggiamento (componente cognitiva
 stereotipo, componente comportamentale e componente affettiva). Successivamente abbiamo
la discriminazione  la traduzione in comportamento del pregiudizio, quindi, la messa in atto di un
trattamento iniquo nei confronti dei membri di un determinato gruppo sociale.
LE ORIGINI DEL PREGIUDIZIO  secondo Dovidio, gli approcci che hanno indagato sulle origini del
pregiudizio si possono identificare in due fasi, la prima (1920 – 1950) vedeva il pregiudizio come
espressione di particolari caratteristiche di personalità; durante la seconda fase (1960 – 1990) le
teorie psicosociali hanno descritto il pregiudizio come un normale processo psicologico che riguarda
tutti gli individui  fenomeno di gruppo.
Teoria della personalità autoritaria  nel 1950, Adorno e colleghi pubblicarono un approccio sulle
origini del pregiudizio (the authoritarian personality) basato su particolari caratteristiche individuali.
Secondo i ricercatori le persone autoritarie possiedono dei tratti peculiari (aderenza ai valori
tradizionali, atteggiamento servile verso le autorità), per spiegare questo fenomeno svilupparono
una scala di personalità  scala F, capace di rilevare i diversi aspetti del profilo autoritario:
 convenzionalismo  adeguamento acritico a modelli comportamentali tipici della classe
media;
 sottomissione all’autorità  tendenza ad esaltare valori legati alla valorizzazione
dell’autorità;
 aggressività autoritaria  sostegno a punizioni particolarmente severe per i membri
considerati devianti all’interno della società;
 anti – introspezione  paura delle proprie sensazioni, paura di essere inadeguati;
 potere e durezza  ricerca del potere e dell’integrità in sé stessi e negli altri.
In seguito ad interviste cliniche è emerso che le persone che riportano i livelli più alti di
autoritarismo sono coloro che hanno ricevuto un’educazione rigida e severa che li ha portati a
sviluppare un’esplicita devozione verso le autorità (ma allo stesso tempo un’ostilità inconscia) e uno
stato di rabbia che sfogano verso i gruppi deboli o devianti (capri espiatori). Questo approccio
individuale è criticabile sotto molti punti, in quanto trascura il ruolo delle norme sociali e non spiega
perché in certi contesti si assista ad un’uniformità di atteggiamenti ostili verso determinati gruppi.
Però, ci sono particolari predisposizioni individuali che possono predire la propensione delle
persone ad esprimere alti livelli di pregiudizio, spiegate da due espressioni:
 autoritarismo di destra (Altemeyer, 1996)  tendenza ad aderire alle norme convenzionali
della società, a sottomettersi alle autorità e a sostenere comportamenti punitivi per chi
viene considerato deviante. A differenza della teoria della personalità autoritaria, Altemeyer
non considera questa teoria come una disposizione stabile degli individui, ma come un
fattore modificabile in base all’ambiente entro cui l’individuo agisce;

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 orientamento alla dominanza sociale (Pratto, 1994)  tendenza individuale a credere che
ogni società debba essere gerarchicamente strutturata, in cui è legittima la presenza di
alcuni gruppi che occupano posizioni di potere e status superiore rispetto ad altri.
Teoria del conflitto realistico (Sherif, 1966)  è una delle prime spiegazioni del pregiudizio come
fenomeno di gruppo ed identifica la nascita del pregiudizio in situazioni di interdipendenza negativa
tra gruppi, cioè nasce quando c’è competizione tra ingroup e outgroup per l’acquisizione di risorse
(economiche, territoriali ecc.), e quando questa competizione comporta il successo di un gruppo e il
fallimento dell’altro. Assumere atteggiamenti negativi e comportamenti discriminatori verso i
membri dell’outgroup è un mezzo funzionale per legittimare e attuare l’emarginazione dei membri
facilitando l’accesso alle risorse. Attraverso un esperimento condotto sul campo (Robber’s cave
esperimento), si può notare come il pregiudizio è strettamente dipendente dalla natura della
relazione che si instaura tra i gruppi e che attraverso l’introduzione di obiettivi sovraordinati
(obiettivi salienti per entrambi i gruppi) si possano sviluppare strategie di riduzione del pregiudizio.
Anche questa teoria è criticabile in quanto non è capace di spiegare tutti i tipi di pregiudizio, e
attraverso l’esperimento possiamo notare che la tendenza a valorizzare il proprio gruppo e a
riferirsi in modo dispregiativo verso gli altri avviene ancora prima delle competizioni, perciò ci porta
a pensare che la semplice categorizzazione in ingroup e outgroup possa essere la base per il
pregiudizio che attiva nelle persone una tendenza a favorire il proprio gruppo e a svalutare l’altro
gruppo.
Il pregiudizio si fonda sul meccanismo della categorizzazione sociale  fenomeno inteso come un
processo psicologico che riguarda tutti gli individui. A seconda del contesto sociale, in noi si attiva
una tendenza a collocare l’altro nel proprio gruppo (ingroup) o in un determinato gruppo
(outgroup). Le ricerche di Tajfel hanno mostrato come la categorizzazione porti a delle distorsioni
percettive che consistono in un’accentuazione delle differenze tra esemplari che appartengono a
categorie diverse (principio di accentuazione intercategoriale) e in un’accentuazione delle
somiglianze tra gli esemplari appartenenti alla stessa categoria (principio di accentuazione
intracategoriale). Per avvicinarci al concetto di pregiudizio abbiamo bisogno di affiancare il processo
cognitivo (categorizzazione sociale) e il processo motivazionale  durante gli anni 70, Tajfel e
colleghi intrapresero una serie di studi, che inizialmente non erano legati a scoprire le ragioni del
pregiudizio; idearono un metodo sperimentale dove lo scopo era quello di identificare quali fossero
le condizioni psicologiche minime per costruire un gruppo sociale  paradigma dei gruppi minimi.
L’obiettivo era dimostrare che la semplice categorizzazione in ingroup e outgroup è una condizione
minima sufficiente per sviluppare atteggiamenti di favoritismo verso il proprio gruppo e negativi
verso l’altro gruppo, mentre i risultati dimostrano che c’è una tendenza a favorire il proprio gruppo
anche quando l’assegnazione al gruppo è fatta senza una base logica. In uno studio successivo
(1973), Tajfel e Billing mostrano come la tendenza a favorire il proprio gruppo e sfavorire l’altro non
dipenda da un’eventuale percezione di somiglianza con i membri del proprio gruppo. Ciò viene
spiegato ancora meglio attraverso la teoria dell’identità sociale (Tajfel e Turner, 1979)  secondo i
due autori, l’immagine del nostro sé deriva dall’interazione tra identità personale e identità sociale.
Come individui, abbiamo la tendenza a pensarci in modo positivo, lo stesso accade quando ci
pensiamo come membri di un gruppo, e valorizzare la distintività positiva dei membri del nostro
gruppo ci permetto di mettere in buona luce il nostro gruppo è quindi anche noi stessi; ciò
contribuisce a difendere la nostra autostima (bisogno fondamentale di ogni individuo). Quando

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invece, si sente di appartenere ad un gruppo socialmente svantaggiato si mettono in atto tre
strategie:
 la mobilità sociale  avviene quando si percepisce che i gruppi hanno confini permeabili,
ovvero c’è la possibilità di passare da un gruppo di status inferiore ad uno di status
superiore. Per farlo, gli individui possono ricorrere alla dis-identificazione o alla dissociazione
(anche fisica) dal gruppo. Se ciò non è possibile, si corre il rischio di marginalizzazione.
 creatività sociale  si enfatizzano le dimensioni entro cui il proprio gruppo è valutato
positivamente rispetto all’outgroup e sminuendo le dimensioni in cui l’ingroup è valutato
negativamente.
 competizione sociale  quando il rapporto tra i gruppi è percepito come illegittimo o
instabile, i membri appartenenti al gruppo di status più basso possono entrare in
competizione con il gruppo di potere mettendo in atto delle azioni collettive finalizzate a
cambiare il rapporto esistente tra i gruppi.
Teoria della giustificazione del sistema (Jost e Banaji, 1994) si concentra sui modi in cui i sistemi
sociali iniqui portino i membri di gruppi di basso status a interiorizzare un senso di inferiorità
personale o collettiva ed a legittimare un sistema ingiusto, in questo modo gli stereotipi e i
pregiudizi assumono la funzione di giustificazione del sistema. Spesso sono proprio i gruppi di basso
status che contribuiscono al mantenimento di questo sistema che li discrimina.
Forme moderne di pregiudizio:
 pregiudizio manifesto (o vecchio stile)  si tratta di una forma di pregiudizio espressa in un
modo plateale che può sfociare in atti di violenza con importanti conseguenze per le vittime.
È facile da osservare in quanto si esprime in maniera spontanea, diretta ed esplicita ed è
associata ad emozioni forti quali la rabbia, il disprezzo e il disgusto;
 pregiudizio sottile  si tratta di un pregiudizio espresso in maniera socialmente accettabile
che può manifestarsi attraverso l’enfatizzazione delle differenze tra ingroup e outgroup (per
quanto riguarda la cultura, l’educazione ecc.) e con il riservare emozioni positive
(ammirazione) per l’ingroup piuttosto che per l’outgroup. È spesso associato al pregiudizio
manifesto;
 pregiudizio moderno  si riferisce alla credenza per cui il pregiudizio oggi non esiste più, o
che comunque non sia rilevante per la società. Quindi, consiste nella negazione del
pregiudizio verso le minoranze e nella percezione della disparità nelle condizioni sociali dei
gruppi. Possiamo distinguere quattro tipi:
o la discriminazione è qualcosa del passato, dato che oggi le minoranze possono
partecipare attivamente a tutti i campi della vita pubblica;
o le minoranze esagerano nel voler occupare posizioni in luoghi/situazioni nella quale
non sono ben accetti;
o le richieste poste dalle minoranze e le loro strategie sono ingiuste;
o i successi ottenuti non sono meritati, e le istituzioni dedicano troppo spazio e
attenzione alle minoranze.

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 teoria degli stereotipi ambivalenti (Glick e Fiske, 1996)  prevede che hai gruppi vengano
attribuiti due principali dimensioni: la competenza (tratti stereotipici come la
determinazione e l’affidabilità) e il calore (tratti stereotipici come l’estroversione e la
socialità). Dall’incrocio tra queste due dimensioni si possono identificare gruppi sociali
percepiti come (poco) competenti e (poco) calorosi all’interno di una determinata società,
quando i gruppi sono percepiti come alti in una dimensione ma bassi nell’altra si ha lo
stereotipo ambivalente;
 pregiudizio riluttante (Dovidio e Gaertner, 2004)  parte dall’assunto che ci sia una
dissociazione tra pregiudizio esplicito ed implicito (inconsapevole). Si esprime attraverso il
sostegno all’uguaglianza e il supporto verso le vittime di discriminazione, infatti porta il
soggetto a vedersi privo di tendenze pregiudizievoli. Dal punto di vista consapevole le
persone si comporteranno in modo tollerante, ma dal punto di vista implicito attueranno
comportamenti e atteggiamenti negativi nei confronti delle minoranze.
Gruppi stigmatizzati  il concetto di stigma (Goffman, 1963) si riferisce ad una caratteristica della
persona che la porta a percepirsi come denigrata e discriminata agli occhi degli altri, è una
caratteristica che può essere visibile e non modificabile (colore della pelle) o non immediatamente
percepibile (orientamento sessuale). Questo “sentirsi portatori” di stigma può avere delle
conseguenze individuali e sociali:
 conseguenze individuali  può influire sul benessere fisico (stress, ansia, problemi
cardiovascolari), provoca un abbassamento dell’autostima che poi porta all’interiorizzazione
dell’inferiorità, causa situazioni di ambiguità attributiva (tendenza dei membri di gruppi
svantaggiati ad attribuire i motivi del loro basso status a cause esterne legate al pregiudizio
e alla discriminazione attuata dalla maggioranza), e infine c’è la minaccia da stereotipo,
ovvero il timore di confermare uno stereotipo diffuso in determinate società riguardo la loro
inferiorità intellettuale rispetto ai gruppi di maggioranza, questa minaccia interferisce con le
risorse cognitive che portano alla penalizzazione delle prestazioni dei gruppi stigmatizzati.
 conseguenze sociali  effetto soffitto di vetro, riconducibile al sessismo e alla natura
ambivalente degli stereotipi sessuali secondo cui le donne siano calorose ma non
competenti, quindi incapaci di occupare posizioni di potere. Disparità nelle cure sanitarie tra
i gruppi etnici di maggioranza e minoranza.
RIDURRE IL PREGIUDIZIO  fra le varie strategie, la più importante è il contatto intergruppi  l’idea
che il contatto tra membri di gruppi differenti può ridurre il pregiudizio, in quanto pregiudizio e
discriminazione nascono a causa della mancanza di conoscenza tra gli individui appartenenti a
gruppi differenti (ipotesi del contatto)
Secondo Allport (1954) per far si che il contatto intergruppi abbia effetti positivi, devono essere
rispettate le seguenti condizioni:
 ci deve essere la possibilità di una conoscenza approfondita tra i membri dei due gruppi;
 le persone che interagiscono devono avere uno status simile;
 ci deve essere sostegno da parte delle istituzioni (norme formali e informali);
 le persone devono collaborare per poter raggiungere gli obiettivi comuni.

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Contatto  riduzione dei pregiudizi.
Ci si è iniziato a domandare perché il contatto è funzionale, e sono stati proposti vari fattori che
possono spiegare gli effetti del contatto sul pregiudizio:
 fattori emotivi  diminuisce l’ansia intergruppi (che consiste nel senso di disagio e
incertezza al pensiero di incontrare membri dell’outgroup), aumenta l’empatia intergruppi
(il contatto porta ad empatizzare con le persone appartenenti all’outgroup), riduce la
percezione di minaccia che può derivare da considerazioni pratiche o simboliche.
 fattori cognitivi:
o modello della decategorizzazione (Brewer e Miller, 1984)  il contatto intergruppi
deve essere decategorizzato, perciò è importante che durante l’incontro tra ingroup
e outgroup siano salienti le caratteristiche dei singoli individui piuttosto che quelle
dei loro gruppi;
o modello della categorizzazione (Hewstone e Brown, 1986)  il processo di
categorizzazione non può essere cancellato, anzi deve essere rafforzato, in quanto
avere relazioni positive tenendo presente le varie appartenenze consente la
generalizzazione degli atteggiamenti positivi che si sono sviluppati durante il
contatto con specifici membri dell’outgroup;
o modello dell’identità dell’ingroup comune (Gaertner e Dovidio, 2000)  sostengono
che la categorizzazione sia fonte di pregiudizio, ma che allo stesso tempo sia
importante, perciò occorre che i membri dei gruppi di percepiscano come membri
dello stesso gruppo (gruppo sovraordinato che include ingroup e outgroup);
o modello di identità duplice (Gaertner, 1993)  consiste nell’includere ingroup e
outgroup in un gruppo sovraordinato, ma contemporaneamente mantenere la
salienza delle identità originali.
Forme alternative di contatto  non sempre il contatto diretto, faccia a faccia è possibile ed
efficace. Anche il contatto indiretto può avere effetti positivi sul miglioramento degli atteggiamenti,
abbiamo varie tipologie:
 contatto esteso  consiste nell’essere a conoscenza che un membro dell’ingroup abbia una
relazione positiva con un membro dell’outgroup;
 contatto vicario  osservare direttamente o indirettamente una relazione positiva tra
ingroup e outgroup riduce il pregiudizio;
 contatto immaginato  consiste nella simulazione mentale di un incontro positivo con un
membro dell’outgroup.

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