DECAMERON
Datazione
Non si conoscono con esattezza gli anni di composizione: è certo però che sia avviata dopo la peste del ’48, che
costituisce lo spunto iniziale, e si crede che sia conclusa nei primi anni ‘50. Gli effetti dell’epidemia, che colpisce
l’Europa intera, sono drammaticamente descritti ad inizio opera e fanno da contraltare ai successivi temi di amore e di
allegria. Non si esclude, tuttavia, che alcuni racconti, magari solo abbozzati, risalgano agli anni precedenti.
Nome
Il titolo Decameron, indicato anche come Decamerone, è greco: proviene da δέκα ed ἡμερῶν e significa dunque “(opera) di
dieci giorni”: in tale arco di tempo, infatti, dieci giovani autoreclusi raccontano dieci novelle. Il titolo è greco e dimostra
il carattere preumanistico dell’autore; i racconti sono in volgare fiorentino: il testo dà anzi un notevole contributo alla
adozione del dialetto di Firenze come lingua nazionale. Nelle prime parole introduttive, precedenti il proemio, Boccac-
cio afferma che il libro è “cognominato prencipe Galeotto”, indica cioè che ha la stessa funzione del personaggio che
avvicina Ginevra e Lancillotto, alter ego di Paolo e Francesca (Inferno, V 137): quella di accostare all’amore.
Proemio
Il Decameron è esplicitamente dedicato alle donne sofferenti di pene amorose: nel proemio l’autore dichiara lo scopo di
consolare le donne afflitte; precisa di essere rimasto vittima in passato anche lui, e di essere stato aiutato dai “piacevoli”
racconti di un amico. Perché alle donne? Perché esse non hanno come gli uomini la possibilità di distrarsi con la
politica o gli affari. Nel contempo, intende spiegar loro cosa fuggire e cosa cercare: intende suggerire comportamenti
utili a risolvere positivamente tali sofferenze.
Struttura
Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini appartenenti alla borghesia cittadina, che, incontratisi
nella chiesa di Santa Maria Novella, per quattordici giorni si trattengono nelle campagne fiorentine per sfuggire alla
peste nera; a turno si raccontano delle novelle. Cibo e pulizia sono assicurati da servitori. Il δέκα nel titolo allude ai
dieci giorni dedicati alle narrazioni, escludendo i quattro di pausa: i due venerdì, in memoria della passione di Cristo; e i
due sabati, destinati all’igiene e al riposo. Cento è numero perfetto e può essere dovuto al ricordo degli altrettanti canti
danteschi. Il meccanismo della cornice (presente per esempio ne Le mille e una notte) serve a dare unità: serve anche a
fornire commenti e trasmettere quell’atmosfera di allegria che si contrappone alla malattia e alla morte. I ragazzi non
solo raccontano, ma passeggiano, cantano, scherzano. La decisione di isolarsi non ha solo lo scopo di evitare il
contagio, ma anche di evitare la volgarità e la corruzione imperanti. La stessa cornice è tuttavia inserita in un contesto
più ampio: la voce dell’autore, che compare all’inizio (quando presenta in prima persona l’opera e la dedica alle donne)
e alla fine, (in cui difende la scelta di un contenuto e un linguaggio licenziosi). La voce dell’autore rappresenta dunque
una macro cornice, che contiene in sé la vicenda dei ragazzi, che danno vita alle dieci narrazioni giornaliere. Gli
argomenti delle novelle non sono causali: ad inizio di ogni giornata è una breve introduzione in cui viene indicato
l’argomento a cui i ragazzi si atterranno; ogni singolo racconto ha poi un breve riassunto iniziale. Lo stesso Boccaccio
afferma che tali informazioni hanno il compito di orientare il lettore e permettergli una scelta in base ai gusti personali.
Nella cornice sono i ragazzi a individuare il “re” o la “regina” del giorno, che stabilisce il tema; al tema prescelto non è
legato l’ultimo narrante che è per nove volte Dioneo (modo di dire: “privilegio di Dioneo”); e non viene fissato nel
primo e nel nono giorno. I giovani prendono la parola in modo casuale -Dioneo a parte-; a fine giornata è cantata a
turno una canzone. L’ambiente è un palazzo all’interno di un rigoglioso giardino; dopo le prime due giornate di
narrazione e altre due di riposo, la brigata si trasferisce definitivamente in un secondo palazzo con giardino.
Analisi
Temi dominanti sono la Fortuna, il binomio Amore-Natura e l’Ingegno. I racconti hanno di solito spazio e tempo
definiti. Alcune sono ambientate nel passato, ricostruito con cura; ma molte nella società contemporanea. Appaiono
comunque estremamente realistiche. Si esprimono anche ricchezza e attaccamento ai beni materiali, che da Dante
erano stai condannati. La celebrazione del mondo borghese e mercantile significa trattare del cinismo, degli inganni,
degli interessi personali. Boccaccio si dimostra anche nostalgico dei valori cortesi. Sogna la fusione tra questi mondi,
per cui parla anche di personaggi che, arricchitisi con le proprie attività, sanno essere generosi e di animo nobile. Viene
sottolineata la capacità dei borghesi di farsi spazio nella società con le proprie forze ed intelligenza, fino ad assimilarsi
con l’aristocrazia. Ma esiste anche un mondo di piccoli lavoratori -artigiani, bottegai, servitori-, che resta ai margini
della società. Come la Divina Commedia, anche Boccaccio vuole esprimere la vita umana nei suoi infiniti aspetti. Il
mondo è però dominato da una forza capricciosa e superiore, la Fortuna, che è estranea alla dimensione divina. Dio
esiste, ma la visione del mondo è in Boccaccio decisamente laica. Laica è terrena è la concezione dell’amore, al centro
di tante novelle. E’ inutile perdersi in considerazioni teologiche: si crede per fede. Del mondo ecclesiastico è tuttavia
spesso messa in evidenza la sua corruzione. La sfera amorosa è declinata nei suoi vari aspetti: dal tenero romanticismo
alla passione sfrenata. Ambiente prediletto è il contesto cittadino, luogo di traffici e di vita sociale. Sono rappresentate
varie città d’Italia (tra cui Palermo e Messina).
La duplice mentalità
L’opera mostra le due diverse mentalità acquisite dal suo autore: 1) quella borghese mercantile, che proviene dalla
famiglia del padre e dalla sua Firenze; 2) quella cortese, appresa quando da giovane frequenta la corte angioina di
Napoli, ancora legata alla cultura francese del secolo precedente. Il secondo punto è chiara e illustre manifestazione
dell’ “autunno del Medioevo”.
Stile
Solitamente fabula ed intreccio coincidono. Gli stili espressivi sono diversi: non in base alla voce narrante (uguali a loro
volta a quella dell’autore), ma dei luoghi e dei personaggi di volta in volta trattati, come nella Commedia. La fortuna del
libro lo fa diventare modello per autori delle età successive.
Le fonti
Modelli e materiale utili alla realizzazione del Decameron sono rintracciabili nelle tradizioni letterarie di altri tempi e
luoghi: nel mondo greco-latino; nei romanzi cavallereschi medievali; nei racconti soprattutto in versi del basso
Medioevo; nei testi agiografici; nella tradizione giullaresca; dal mondo arabo-indiano proviene la raccolta Le mille e una
notte (quella di Alì Babà e i quaranta ladroni, Aladino e la lampada, Simbad il marinaio, il tappeto volante, ecc.). Punti di
contatto sono anche con la Divina Commedia.
Boccaccio e Dante
Il primo approccio
Boccaccio rimane affascinato dalla figura di Dante sin da bambino, quando viene educato da insegnante privato nella
casa del padre. Da notare che stesso entusiasmo non è manifestato invece da parte di Petrarca.
I testimoni
Da notare che la prima moglie di Boccaccino, Margherita de’ Mardoli, è imparentata con i Portinari. Si ritiene, sulla
base di alcune indicazioni, che la madre Lippa, suocera di Boccaccino, abbia con la sua personale testimonianza
affascinato il piccolo circa le figure di Beatrice e Dante.
La stessa funzione stimolante avrà negli anni napoletani Cino da Pistoia; Boccaccio suo è allievo nell’anno accademico
1330/31.
Importante incontro è nel 1250 con Antonia, figlia dello stesso Dante, ora suor Beatrice nel monastero a Ravenna.
Boccaccio ha l’incarico di consegnare a lei una somma di denaro come risarcimento dei danni patiti dal padre, per
conto di una confraternita religiosa fiorentina.
Filologia dantesca
Boccaccio dà in via alla filologia dantesca. È il primo che, sulla base dei vari codici manoscritti in suo possesso, cerca di
emendare gli errori di copiatura e risalire al testo originale.
Significativamente, alcune opere in versi presentano le terzine dantesche.
Nel Decameron
Alcuni personaggi della Divina Commedia sono ripresi da Boccaccio. È il caso di Ciacco, protagonista del canto VI
dell'Inferno e di una novella del Decameron (l’ottava della IX giornata, tema libero). Qui si dice che questo fiorentino era
noto per la sua ghiottoneria e apprezzato dai concittadini perché pieno di motti e piacevoli arguzie. In essa compare
come personaggio facile alla rabbia anche il fiorentino Filippo Argenti, protagonista del canto VIII dello stesso Inferno,
girone iracondi, immersi nella palude stigia.
Nelle prime parole introduttive, precedenti il proemio, Boccaccio afferma che il libro è “cognominato prencipe
Galeotto”, indica cioè che ha la stessa funzione del personaggio che avvicina Ginevra e Lancillotto, alter ego di Paolo e
Francesca (Inferno, V 137): quella di accostare all’amore.
Il percorso dal peccato alla beatitudine è riscontrabile anche nel Decameron, se si considera che nella giornata finale il
tema riguarda esempi di nobiltà e virtù.
Non è escluso che il numero delle novelle rimandi ai canti danteschi. In comune le due opere hanno comunque la
presenza di una umanità varia e uno stile variabile in base alle caratteristiche dei personaggi.
Una differenza notevole riguarda invece la visione della vita, che per Boccaccio ha i caratteri del laicismo. La fortuna,
tema ripetuto, ha natura assolutamente casuale, quando per Dante anch’essa dipende dai disegni divini.
Il trattatello
Il Trattatello in laude di Dante risale agli anni della maturità. Alla figura del sommo poeta viene attribuito un valore quasi
mitico e leggendario, e la parte relativa al rapporto con Beatrice assume quasi i contorni di un romanzo d’amore.
Tuttavia il testo contiene anche informazioni preziose sullo scrittore, ricavate dalle testimonianze di chi aveva
conosciuto Dante personalmente. È qui che per la prima volta al titolo Comedìa viene associato l’aggettivo Divina, che
nel Cinquecento, nelle edizioni a stampa, diventerà definitivo.
La lettura
Verso la fine della vita Boccaccio inizia una pubblica lettura dell'Inferno dantesco. La esegue in un’abbazia nel cuore di
Firenze. La lettura rimane interrotta al canto XVII, dunque a metà della cantica, a causa della vecchiaia.