IMMANUEL KANT
Contesto storico e filosofico
Immanuel Kant è un filosofo del Settecento e si colloca nell’ultima fase
dell’Illuminismo. La sua filosofia nasce dal confronto con due grandi correnti
precedenti: il razionalismo e l’empirismo.
Un momento decisivo per Kant è la lettura delle opere di David Hume. Dopo
aver letto Hume, Kant afferma di essersi “svegliato dal sonno dogmatico”.
Con questa espressione intende dire che ha smesso di credere ingenuamente
che la ragione possa risolvere tutto e conoscere ogni cosa in modo assoluto. Il
“dogma” da cui si sveglia è proprio questa fiducia eccessiva nella ragione,
tipica di una certa metafisica razionalista.
Hume aveva mostrato che molte nostre certezze derivano dall’abitudine. Per
esempio, noi ci aspettiamo che il futuro assomigli al passato: se una cosa è
accaduta molte volte in un certo modo, pensiamo che continuerà ad accadere
così. Però questa aspettativa non è una certezza assoluta, perché l’esperienza
non ci dà mai tutti i dettagli e non ci permette di prevedere al 100% ciò che
accadrà. Kant prende molto sul serio questa critica di Hume, ma non si ferma
all’empirismo.
Infatti, Kant si collega anche a Leibniz, soprattutto alla distinzione tra verità
di ragione e verità di fatto. Le verità di ragione sono necessarie, universali,
fondate sul principio di non contraddizione; le verità di fatto, invece, riguardano
eventi reali e contingenti, che potrebbero anche essere diversi da come sono.
Kant riprende questo problema e lo rielabora nella sua teoria dei giudizi,
distinguendo giudizi analitici, sintetici, a priori e a posteriori.
Il suo obiettivo è trovare una via nuova tra razionalisti ed empiristi. I razionalisti
valorizzavano la ragione e usavano soprattutto giudizi analitici a priori, cioè
universali e necessari, ma incapaci di ampliare davvero la conoscenza. Gli
empiristi, invece, valorizzavano l’esperienza e usavano giudizi sintetici a
posteriori, cioè giudizi che ampliano la conoscenza, ma non sono universali e
necessari. Kant capisce che la scienza ha bisogno di un terzo tipo di giudizio: il
giudizio sintetico a priori, che amplia la conoscenza ma ha anche validità
universale e necessaria.
Il problema principale non è tutta la conoscenza, ma la metafisica: cioè il
tentativo di conoscere scientificamente realtà che non derivano dall’esperienza
sensibile, come Dio, l’anima, il mondo come totalità, la libertà. Kant vuole
capire se la metafisica possa essere una scienza oppure no.
Illuminismo, ragione e dubbio
Kant è pienamente illuminista perché invita l’uomo a usare la propria ragione. Il
motto dell’Illuminismo, per lui, è “Sapere aude”, cioè “abbi il coraggio di
sapere”. Questo significa che l’uomo deve uscire dallo stato di minorità, cioè
dalla condizione in cui non pensa con la propria testa e si lascia guidare
passivamente da altri.
Per Kant bisogna ragionare sempre su ciò che si ascolta, si legge o si riceve
dagli altri. Non basta subire le idee: bisogna elaborarle. Il senso critico consiste
proprio nel gestire le informazioni, analizzarle, confrontarle, distinguerle e
costruire un proprio pensiero.
Kant esalta la ragione, ma allo stesso tempo non la considera onnipotente. La
ragione deve sostenere ogni pensiero e ogni azione, ma deve anche conoscere
i propri limiti. Per questo Kant può essere visto come un filosofo della ragione,
ma anche come un filosofo del limite.
Qui si può collegare l’immagine dello scandaglio di Locke: non è necessario
sapere quanto sia profondo tutto l’oceano, ma bisogna sapere se la nostra nave
può passare. Allo stesso modo, Kant non vuole conoscere tutto in assoluto;
vuole sapere fin dove la ragione umana può arrivare legittimamente.
Questa è una frase chiave per capirlo: Kant non distrugge la ragione, ma la
mette alla prova per salvarla dagli errori. La ragione è potentissima, ma se
pretende di oltrepassare ogni limite cade nelle illusioni della metafisica
dogmatica.
Il criticismo
La filosofia di Kant è detta criticismo. Il termine “critica” viene dal greco
krínein, che significa separare, distinguere, discernere, giudicare. Quindi
criticare non significa “parlare male”, ma esaminare razionalmente qualcosa
per stabilirne valore, possibilità e limiti.
Nel libro, il termine “critica” indica l’esercizio di un’attività intellettiva rivolta a
esaminare e valutare diversi ambiti della realtà: situazioni, comportamenti,
opere, conoscenze, azioni. In Kant, la critica diventa l’esame delle facoltà
umane, per determinarne possibilità e limiti.
Il criticismo kantiano è nuovo perché non si limita ad analizzare l’intelletto, ma
sottopone a esame la ragione stessa. Kant vuole capire fin dove la ragione
può spingersi, che cosa può conoscere, che cosa non può conoscere, e se può
fondare scientificamente anche ciò che è immateriale.
Per questo si dice che nella filosofia kantiana la ragione è insieme imputato e
giudice. È imputato perché viene messa sotto accusa, cioè viene esaminata.
Ma è anche giudice, perché non esiste nulla al di fuori della ragione che possa
giudicare la ragione stessa. Se voglio capire se la mia ragione funziona bene,
devo usare proprio la ragione. La soluzione al problema si trova quindi dentro il
problema stesso.
“Mettere sotto accusa” significa proprio questo: non condannare, ma sottoporre
a giudizio. Kant mette la ragione davanti a un tribunale ideale e le chiede: che
cosa puoi conoscere davvero? Dove sei legittima? Dove invece superi i tuoi
limiti?
Il criticismo serve quindi a fondare un uso maturo della ragione: non una
ragione cieca e presuntuosa, ma una ragione capace di giudicare sé stessa.
Le tre domande fondamentali
Kant riassume la filosofia in alcune domande fondamentali. La più importante,
nella critica della ragion pura, è: Che cosa posso conoscere?
Questa domanda nasce dal confronto tra empiristi e razionalisti. Per gli
empiristi possiamo conoscere solo ciò che deriva dall’esperienza sensibile. Per i
razionalisti, invece, la ragione può arrivare molto oltre l’esperienza. Kant non
accetta pienamente nessuna delle due posizioni: vuole capire quali siano le
condizioni e i limiti della conoscenza.
Le grandi domande kantiane sono:
Che cosa posso sapere?
Riguarda la conoscenza ed è il tema della Critica della ragion pura.
Che cosa devo fare?
Riguarda l’azione morale ed è il tema della Critica della ragion
pratica.
Che cosa posso sperare?
Riguarda il destino dell’uomo, il rapporto tra morale, religione, Dio e
immortalità dell’anima. È il tema della Critica del giudizio
A queste si collega poi una domanda più generale: Che cos’è l’uomo?
L’uomo, infatti, non si limita a conoscere oggetti. Si chiede anche chi è, perché
esiste, qual è il senso della vita, che cosa deve fare, che cosa può sperare.
Queste domande mostrano che la ragione umana tende naturalmente ad
andare oltre l’esperienza.
Critica della ragion pura
IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA
La critica della ragion pura studia la ragione nel suo uso teoretico, cioè nel
campo della conoscenza. Kant vuole capire come sia possibile la conoscenza
scientifica e se la metafisica possa diventare una scienza.
Per Kant la conoscenza non deriva solo dall’esperienza e non deriva solo dalla
ragione. La conoscenza nasce dall’incontro tra:
materia, cioè il contenuto sensibile che riceviamo dall’esperienza;
forma, cioè le strutture a priori della mente che organizzano quel
contenuto.
Questo è un punto fondamentale: la mente non è una tabula rasa totale. È
tabula rasa di contenuti, perché non possiede già conoscenze determinate,
ma non è vuota di strutture, perché possiede forme a priori che rendono
possibile l’esperienza.
Quindi l’esperienza è necessaria, ma non basta. Senza dati sensibili non
avremmo nulla da conoscere; senza strutture mentali non potremmo
organizzare quei dati.
SENSIBILITÀ, INTELLETTO E RAGIONE
Kant distingue tre facoltà fondamentali: sensibilità, intelletto e ragione.
La sensibilità è la facoltà con cui riceviamo i dati dell’esperienza. Non coincide
semplicemente con i cinque sensi, ma è la capacità di ricevere sensazioni e
organizzarle secondo due forme pure a priori: spazio e tempo.
Quando tocchi qualcosa di liscio, non ricevi solo una sensazione: la collochi in
uno spazio e in un tempo. La percepisci “qui” e “ora”. Questo significa che
spazio e tempo non sono proprietà delle cose in sé, ma forme del soggetto.
Siamo noi a spazializzare e temporalizzare ciò che percepiamo. L’intelletto
interviene dopo la sensibilità. Esso organizza i dati sensibili attraverso le
categorie, cioè concetti puri a priori. Le categorie permettono di pensare i dati
dell’esperienza secondo rapporti come causa-effetto, sostanza, quantità,
qualità, possibilità, necessità.
Il flusso della conoscenza è quindi:
1. prima la sensibilità, che organizza i dati nello spazio e nel tempo;
2. poi l’intelletto, che li ordina attraverso le categorie.
La ragione, invece, tende ad andare oltre l’esperienza. Essa cerca l’assoluto,
l’incondizionato, la totalità. Per questo si occupa di idee come mondo, anima e
Dio. Però qui nasce il rischio: la ragione, andando oltre il sensibile, può cadere
in illusioni metafisiche. Quindi intelletto e ragione sono diversi: l’intelletto
lavora sull’esperienza e rende possibile la scienza; la ragione va oltre
l’esperienza e cerca risposte ultime.
ESTETICA, ANALITICA E DIALETTICA TRASCENDENTALE
In Kant, il termine trascendentale non significa qualcosa di misterioso,
inspiegabile o “oltre il mondo”, ma indica tutto ciò che riguarda le condizioni a
priori della conoscenza. In altre parole, è trascendentale tutto ciò che non
deriva dall’esperienza, ma che rende possibile l’esperienza stessa.
La frase chiave da ricordare è: “trascendentale è ciò che rende possibile
l’esperienza”. Questo significa che Kant non sta parlando di qualcosa che si
trova fuori dal mondo o al di là della realtà, ma di ciò che sta nella nostra
mente e permette alla conoscenza di formarsi.
È importante non confondere trascendentale con trascendente. Sono due
termini simili, ma hanno significati completamente diversi. Trascendentale
riguarda il modo in cui conosciamo: riguarda le strutture mentali che rendono
possibile l’esperienza e la conoscenza. Trascendente, invece, indica ciò che
va oltre ogni possibile esperienza e quindi non può essere conosciuto
scientificamente. Sono trascendenti, per esempio, Dio, l’anima come sostanza
e il mondo inteso come totalità assoluta.
Per capirlo in modo semplice, possiamo usare l’esempio degli occhiali: le
lenti degli occhiali sono come il trascendentale, perché permettono di vedere;
ciò che invece si trova completamente fuori dal nostro campo visivo è come il
trascendente, perché non può essere visto né conosciuto direttamente. Allo
stesso modo, per Kant, le strutture a priori della mente permettono di
conoscere i fenomeni, mentre ciò che oltrepassa l’esperienza possibile non può
diventare oggetto di conoscenza scientifica.
Noi, infatti, non conosciamo il mondo in modo passivo, come se la mente
ricevesse semplicemente dei dati dall’esterno; al contrario, la mente possiede
già delle strutture che organizzano ciò che percepiamo e permettono alla
conoscenza di formarsi. Queste strutture a priori non vengono dall’esperienza,
ma sono ciò attraverso cui l’esperienza diventa ordinata e comprensibile.
Per questo motivo, la sensibilità è trascendentale: attraverso essa riceviamo i
dati dell’esperienza, ma li percepiamo sempre dentro due forme pure a priori,
cioè spazio e tempo. Spazio e tempo non sono cose che impariamo
dall’esperienza, ma sono il modo in cui la nostra mente ordina ciò che
percepisce: ogni oggetto viene collocato in uno spazio e ogni evento viene
collocato in un tempo.
Allo stesso modo, anche l’intelletto è trascendentale, perché non si limita a
ricevere i dati sensibili, ma li organizza attraverso le categorie, cioè strutture
mentali a priori che permettono di pensare e comprendere l’esperienza. Tra gli
elementi trascendentali rientrano quindi lo spazio, il tempo, le categorie e
anche l’appercezione, cioè l’unità della coscienza che accompagna le nostre
rappresentazioni e permette di riferirle a un unico soggetto conoscente.
Da qui deriva il collegamento con l’estetica trascendentale e la logica
trascendentale. L’estetica trascendentale studia la sensibilità e le sue forme
pure a priori, cioè spazio e tempo; la logica trascendentale, invece, studia
l’intelletto e le strutture a priori con cui esso organizza i dati sensibili.
La logica trascendentale si divide in due parti:
Analitica trascendentale: studia l’intelletto e le sue categorie, cioè le
strutture a priori con cui l’intelletto organizza i dati della sensibilità. Qui
Kant spiega come sia possibile la conoscenza scientifica: i dati sensibili
arrivano tramite spazio e tempo, poi l’intelletto li ordina attraverso le
categorie. In questo modo noi conosciamo i fenomeni, cioè le cose così
come appaiono a noi, organizzate dalle forme della nostra sensibilità e
dalle categorie dell’intelletto.
Dialettica trascendentale: studia la ragione quando va oltre
l’esperienza possibile e pretende di conoscere realtà metafisiche come
anima, mondo e Dio. Qui Kant mostra gli errori della metafisica
tradizionale: la psicologia razionale cade nei paralogismi, perché
pretende di dimostrare l’anima come sostanza; la cosmologia razionale
cade nelle antinomie, perché la ragione entra in contraddizione quando
vuole spiegare il mondo come totalità assoluta; la teologia razionale cade
nelle prove fallaci dell’esistenza di Dio, perché cerca di dimostrare
razionalmente ciò che supera i limiti dell’esperienza.
La logica trascendentale è trascendentale perché studia le strutture a priori
dell’intelletto che rendono possibile la conoscenza dei fenomeni; non è
trascendente perché non pretende di conoscere realtà poste oltre
l’esperienza possibile.
LE CATEGORIE DELL’INTELLETTO
Le categorie sono i concetti puri dell’intelletto. Sono a priori, quindi non
derivano dall’esperienza, ma servono a organizzare l’esperienza. Le dodici
categorie kantiane sono divise in quattro gruppi:
1. Categorie della quantità:
unità, pluralità, totalità.
2. Categorie della qualità:
realtà, negazione, limitazione.
3. Categorie della relazione:
sostanza e accidente, causa ed effetto, azione reciproca.
4. Categorie della modalità:
possibilità/impossibilità, esistenza/non esistenza, necessità/contingenza.
A differenza delle categorie di Aristotele, che descrivevano i modi dell’essere,
le categorie di Kant non descrivono la realtà in sé. Sono invece strutture del
soggetto, cioè strumenti mentali con cui organizziamo i fenomeni.
L’IO PENSO
A questo punto nasce una domanda: chi unifica tutte queste rappresentazioni?
Chi formula i giudizi? La risposta di Kant è: l’Io penso.
L’Io penso è l’appercezione trascendentale. Il termine “appercezione” era
già presente in Leibniz, ma Kant lo rielabora. L’Io penso non è una percezione
particolare, ma la coscienza che deve poter accompagnare tutte le mie
rappresentazioni.
In parole semplici: se io vedo un banco, sento una voce, ricordo qualcosa,
faccio un calcolo, tutte queste rappresentazioni devono poter essere ricondotte
a un unico soggetto. Senza l’Io penso avrei solo percezioni sparse, non una
conoscenza unitaria.
L’Io penso è a priori, universale, presente in tutti. È il garante dell’unità della
conoscenza. Però non va confuso con l’io psicologico.
L’io psicologico è la personalità concreta di ciascuno: ricordi, esperienze,
emozioni, storia personale. Questo io non è a priori, perché si forma attraverso
la vita. Se fosse a priori, saremmo tutti identici.
L’Io penso kantiano non coincide con l’io psicologico.
I GIUDIZI
Un giudizio è la connessione tra soggetto e predicato. Quando dico “il corpo
è pesante”, sto collegando un predicato (“pesante”) a un soggetto (“corpo”).
Kant distingue vari tipi di giudizi:
I giudizi analitici a priori sono quelli in cui il predicato è già contenuto
nel soggetto. Per esempio: “il triangolo ha tre lati”. Il predicato “ha tre
lati” è già contenuto nel concetto di triangolo. Questi giudizi sono
universali e necessari, si fondano sul principio di non contraddizione, ma
non ampliano la conoscenza.
I giudizi sintetici a posteriori sono quelli in cui il predicato aggiunge
qualcosa di nuovo al soggetto, ma sulla base dell’esperienza. Per
esempio: “questa pietra è calda”. Il calore non è contenuto nel concetto
di pietra; lo so perché ne ho fatto esperienza. Questi giudizi ampliano la
conoscenza, ma non sono universali e necessari.
La scoperta di Kant è il giudizio sintetico a priori. Questo tipo di
giudizio amplia la conoscenza, ma non deriva dall’esperienza; è
universale e necessario.
L’esempio classico è: 7 + 5 = 12
Il 12 non è contenuto semplicemente nel 7 né nel 5. Devo compiere una sintesi,
cioè unire mentalmente il molteplice. Però il risultato non dipende
dall’esperienza: non devo contare oggetti reali per sapere che 7 + 5 fa 12. Il
giudizio è quindi sintetico, perché aggiunge qualcosa, ma è a priori, perché è
universale e necessario.
La sintesi del molteplice indica proprio questa attività della mente: i dati
molteplici vengono unificati dal soggetto attraverso le forme a priori e le
categorie. La conoscenza non è una copia passiva della realtà, ma un’attività
ordinatrice del soggetto. La scienza, secondo Kant, si fonda proprio sui giudizi
sintetici a priori: essi permettono una conoscenza nuova ma anche valida
universalmente.
METAFISICA E SCIENZA
Kant si chiede: la metafisica può essere una scienza? Possiamo conoscere
scientificamente qualcosa che non ha materia? Possiamo dimostrare Dio,
l’anima, il mondo come totalità?
La risposta kantiana è complessa: la metafisica nasce da un’esigenza naturale
della ragione, quindi non è una semplice assurdità. L’uomo tende
inevitabilmente a porsi domande metafisiche. Tuttavia, la metafisica non può
essere una scienza come la matematica o la fisica, perché le manca un
contenuto sensibile.
La scienza ha bisogno di materia e forma: contenuto sensibile e strutture a
priori. La metafisica, invece, pretende di conoscere oggetti che non possono
essere dati nell’esperienza. Perciò non può produrre conoscenza scientifica.
Qui bisogna chiarire anche il concetto di universalità. Universale non significa
semplicemente “tutti sono d’accordo”. Significa che una conoscenza vale
necessariamente per ogni soggetto razionale, indipendentemente dalle
esperienze particolari. Solo la ragione può dare universalità, perché
l’esperienza è sempre limitata, particolare, contingente.
Per questo l’empirismo è insufficiente: l’esperienza è la base della conoscenza,
ma è anche il suo limite. Da sola non può fondare verità universali e
necessarie.
LA RIVOLUZIONE COPERNICANA
Kant compie una rivoluzione copernicana del sapere. Prima si pensava che il
soggetto dovesse adattarsi all’oggetto: l’oggetto era al centro, e il soggetto
doveva girargli attorno per conoscerlo. Kant capovolge la prospettiva: non è
l’oggetto, da solo, a determinare la conoscenza; è il soggetto che organizza
l’oggetto secondo le proprie forme a priori.
Questo non significa che la realtà non esista. Significa che noi non conosciamo
mai la realtà “in sé”, ma sempre la realtà come appare a noi, cioè come
fenomeno.
Esempio del pennarello: quando dici “il pennarello occupa uno spazio”,
sembra che lo spazio sia una proprietà del pennarello. Per Kant, invece, lo
spazio è una forma della tua sensibilità. Sei tu, come soggetto conoscente, a
collocare il pennarello nello spazio. Lo stesso vale per il tempo.
Quindi non dobbiamo “girare intorno” agli oggetti come se la conoscenza fosse
una copia della realtà esterna. Dobbiamo capire quali sono le condizioni
soggettive che rendono possibile conoscere gli oggetti. Da qui nasce l’idea che
il cuore dell’oggettività sta nella soggettività: la conoscenza è oggettiva
non perché elimina il soggetto, ma perché si fonda su strutture soggettive
universali, comuni a tutti gli uomini, come spazio, tempo e categorie.
FENOMENO E NOUMENO
Kant distingue tra fenomeno e noumeno:
Il fenomeno è la realtà come appare a noi, cioè come viene organizzata
dalle forme della sensibilità e dalle categorie dell’intelletto. Il fenomeno è
conoscibile.
Il noumeno è la cosa in sé, cioè la realtà indipendente dal modo in cui
noi la conosciamo. Il noumeno non è conoscibile, perché non può essere
dato nell’esperienza sensibile.
Il noumeno non va inteso come “solo forma”: è ciò che sta oltre il fenomeno,
ciò che possiamo pensare ma non conoscere scientificamente. Qui Kant diventa
il filosofo del limite: la conoscenza umana è valida nel campo dei fenomeni, ma
non può oltrepassare legittimamente questo campo. La metafisica sbaglia
quando pretende di conoscere il noumeno come se fosse un oggetto
dell’esperienza.
LE IDEE DELLA RAGIONE : ANIMA , MONDO E DIO
La ragione tende naturalmente a formulare tre grandi idee:
anima, come totalità del soggetto interiore;
mondo, come totalità dei fenomeni esterni;
Dio, come fondamento assoluto di tutto.
Queste idee non sono oggetti conoscibili scientificamente, perché non hanno
materia sensibile. Non posso fare esperienza dell’anima come sostanza, del
mondo come totalità assoluta, o di Dio come oggetto dimostrabile. Però non
possiamo fare a meno di pensarle. Esse hanno una funzione importante:
orientano la ragione.
Kant distingue tra uso costitutivo e uso regolativo delle idee.
L’uso costitutivo è sbagliato: avviene quando considero anima, mondo e
Dio come oggetti conoscibili scientificamente. In questo caso nascono
errori metafisici.
L’uso regolativo è corretto: avviene quando uso queste idee come
orientamento del pensiero e della vita, senza pretendere di dimostrarle
scientificamente.
Quindi le idee della ragione non sono inutili. Sono pericolose solo quando
vengono trattate come conoscenze scientifiche.
PSICOLOGIA RAZIONALE , COSMOLOGIA RAZIONALE E TEOLOGIA RAZIONALE
Quando la ragione usa in modo costitutivo le idee di anima, mondo e Dio,
produce tre errori principali della metafisica tradizionale:
La psicologia razionale pretende di conoscere l’anima come sostanza
spirituale ma Kant critica questa pretesa perché non abbiamo
un’intuizione sensibile dell’anima, possiamo avere coscienza dei nostri
stati interiori ma non possiamo dimostrare scientificamente l’anima come
sostanza quindi cade nei paralogismi, cioè ragionamenti
apparentemente corretti ma in realtà falsi;
La cosmologia razionale pretende di conoscere il mondo come totalità
assoluta e qui la ragione cade nelle antinomie, cioè contraddizioni in cui
tesi e antitesi sembrano entrambe dimostrabili. Per esempio: il mondo
ha un inizio nel tempo oppure è eterno? È composto da parti semplici
oppure no? Esiste una causalità libera oppure tutto è determinato dalla
natura? Kant individua 4 antinomie della ragione pura, ma la terza è
la più importante, quella tra libertà e necessità naturale: da un lato
sembra possibile dire che esista una causalità libera, dall’altro sembra
possibile dire che tutto sia determinato dalle leggi della natura. Questa
contraddizione nasce perché la ragione pretende di applicare le categorie
oltre l’esperienza possibile;
La teologia razionale pretende di dimostrare l’esistenza di Dio ma Kant
critica le prove tradizionali perché non riescono a rendere Dio un oggetto
di conoscenza scientifica; quindi, Dio può essere pensato ma non
dimostrato. Kant però non distrugge anima, mondo e Dio, ma dice che
non sono oggetti di conoscenza scientifica e che hanno un valore
regolativo e morale. Egli approfondisce il tema nella sua opera “La
religione entro i limiti della semplice ragione”, dove chiarisce
l’errato concetto della ragionevolezza del cristianesimo.
Critica della ragion pratica
DAL CONOSCERE ALL’AGIRE
Nella critica della ragion pratica, Kant studia la ragione nel suo uso pratico,
cioè nel momento dell’azione. Nell’uso teoretico, la ragione si chiede che cosa
può conoscere. Nell’uso pratico, invece, si chiede che cosa deve fare. Qui entra
in gioco la morale.
Il problema è che gli uomini spesso sanno distinguere il bene dal male, ma
quando devono agire incontrano ostacoli: interessi personali, istinti, passioni,
paura, convenienze, educazione, cultura, religione, leggi esterne.
Per Kant la vera morale non deve dipendere da qualcosa di esterno. Se la mia
azione dipende dalla paura della punizione, dal desiderio di ricompensa,
dall’educazione, dalla società o anche semplicemente dal comando religioso,
allora la mia morale è eteronoma, cioè dipende da altro. La vera morale deve
essere autonoma: deve nascere dalla ragione stessa.
Kant riprende infatti il concetto di Bacone: “la verità è figlia del tempo e
non dell’autorità”, collegandosi all’idea che la morale non deve dipendere da
qualcosa di esterno ma dalla ragione stessa.
LIBERTÀ E MORALE
Nella Critica della ragion pura la libertà non poteva essere conosciuta
scientificamente, perché non è un fenomeno. Nel mondo fenomenico tutto
appare secondo il rapporto di causa-effetto. Se osservo l’uomo come
fenomeno, vedo azioni inserite in catene causali.
Ma nella Critica della ragion pratica la libertà diventa fondamentale. Non posso
dimostrarla scientificamente, ma devo postularla per rendere possibile la
morale.
Un postulato è qualcosa che non si dimostra teoricamente, ma che deve essere
ammesso perché rende possibile qualcos’altro. In matematica un postulato è
un principio assunto come base; in Kant, i postulati della ragion pratica sono
condizioni necessarie della vita morale. Se non fossi libero, non potrei essere
moralmente responsabile. Se non potessi scegliere, non avrebbe senso dire
“devo”. Quindi la libertà è il presupposto della morale.
La scelta mostra già la libertà: se posso scegliere tra istinto e ragione, significa
che non sono solo determinato dall’istinto. L’uomo è fatto di sensibilità e
ragione: non può eliminare gli istinti, ma può decidere se farsi dominare da essi
o dalla ragione.
AZIONE LEGALE E AZIONE MORALE
Kant distingue tra azione legale e azione morale.
Un’azione è legale quando è conforme alla legge, ma non necessariamente
compiuta per vero dovere morale. Per esempio, se aiuto un povero solo perché
voglio essere lodato, o perché mi conviene, o perché ho paura di essere
giudicato, l’azione può essere buona esteriormente, ma non è pienamente
morale.
Un’azione è morale quando viene compiuta per dovere, cioè perché la ragione
riconosce che quella cosa deve essere fatta. Per Kant, se agisci solo per
compassione, inclinazione o sentimento, l’azione può essere bella, ma non ha
ancora il valore morale più alto. Il valore morale nasce quando agisci per
rispetto della legge morale, anche se magari non ti conviene o non ti rende
felice.
Esempio dell’elemosina: se do l’elemosina perché ho molti soldi, perché mi
sento buono, perché voglio apparire generoso, l’azione non è pienamente
morale. Se invece aiuto perché riconosco razionalmente il dovere di rispettare
la dignità dell’altro, allora l’azione ha valore morale.
ETICA DEL DOVERE
La morale kantiana è un’etica del dovere. Questo non significa
semplicemente “se puoi fare qualcosa, allora devi sempre farla” in modo
meccanico. Significa piuttosto che il valore morale di un’azione dipende dal
fatto che essa venga compiuta per rispetto della legge morale. La formula è: il
dovere per il dovere.
Cioè: faccio il bene non per ottenere qualcosa, non per paura, non per
abitudine, non per interesse, ma perché riconosco razionalmente che devo
farlo.
La libertà è legata al dovere perché solo un essere libero può obbedire alla
legge morale. Se fossi costretto, non sarei morale. Se scelgo di far prevalere la
ragione sull’istinto, allora esprimo la mia libertà.
MASSIME E IMPERATIVI
Kant distingue tra massime e imperativi. Una massima è un principio
soggettivo dell’azione. È la regola personale secondo cui io agisco. Per
esempio: “quando mi conviene, mento”, oppure “quando posso aiutare
qualcuno senza danneggiarmi, lo aiuto”.
Il problema è che spesso gli uomini scambiano le proprie massime soggettive
per leggi oggettive. Ma non tutte le massime possono valere universalmente.
La morale non si fonda sulle massime soggettive, ma sull’imperativo
categorico.
Gli imperativi possono essere:
ipotetici, quando valgono a condizione di uno scopo. Per esempio: “se
vuoi essere promosso, devi studiare”. Sono soggettivi e condizionati.
categorici, quando comandano senza condizioni. Non dicono “se vuoi X,
allora fai Y”, ma semplicemente: devi.
L’imperativo categorico è formale: non ti dà un elenco preciso di contenuti, non
ti dice sempre “fai questa cosa concreta”, ma ti dà il criterio con cui valutare la
moralità delle tue azioni.
La formula principale è: Agisci in modo che la massima della tua volontà
possa valere sempre come legge universale.
Questo significa: prima di agire, chiediti se la regola che stai seguendo
potrebbe valere per tutti. Se non può diventare universale, allora non è morale.
Un’altra formula importante riguarda la dignità umana: Agisci in modo da
trattare l’umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni
altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
Significa che ogni uomo ha dignità e non può essere usato solo come
strumento. Se non riconosco la dignità nell’altro, finisco per negarla anche in
me stesso.
ANTIGONE E LA LEGGE MORALE
Possiamo collegare la morale kantiana con la storia di Antigone. Antigone,
nella tragedia di Sofocle, decide di seppellire il fratello Polinice anche se il re
Creonte lo aveva proibito. Lei sa che rischia la vita, ma segue una legge più
alta rispetto alla legge dello Stato: una legge morale e divina. Il collegamento
con Kant sta nel conflitto tra legge esterna e legge morale. Antigone non
agisce per convenienza, né per paura, né per obbedienza allo Stato. Agisce
perché riconosce un dovere superiore. Questo esempio mostra bene l’idea
kantiana secondo cui la moralità non dipende semplicemente dall’obbedienza a
una legge esterna, ma dal riconoscimento razionale del dovere.
VIRTÙ, FELICITÀ E POSTULATI DELLA RAGION PRATICA
Kant nota che nel mondo reale virtù e felicità non coincidono sempre. Spesso
una persona virtuosa soffre, mentre una persona ingiusta può essere felice o
fortunata. Questa tensione crea un problema: se la morale mi chiede di agire
virtuosamente, ma la virtù non garantisce la felicità, come posso pensare un
ordine morale completo?
Qui entrano i postulati della ragion pratica:
libertà, perché senza libertà non esiste responsabilità morale;
immortalità dell’anima, perché il perfezionamento morale richiede un
cammino infinito;
Dio, perché garantisce l’accordo finale tra virtù e felicità.
Kant non “scommette” sull’aldilà come Pascal. Pascal ragiona in termini di
convenienza: conviene credere in Dio perché, se Dio esiste, guadagni tutto.
Kant invece non fa una scommessa utilitaristica: postula Dio e immortalità
come esigenze della ragione pratica. Non li dimostra scientificamente, ma li
ammette come condizioni che danno senso al compimento morale. Quindi:
Kant non dice “credo perché mi conviene”; dice che la ragione morale ha
bisogno di pensare Dio, libertà e immortalità per dare senso all’ordine morale.
MONDO FENOMENICO E MONDO NOUMENICO NELLA MORALE
Nel mondo fenomenico vediamo gli eventi secondo causa ed effetto. Anche le
azioni umane, se viste dall’esterno, sembrano inserite in catene causali:
educazione, carattere, ambiente, passioni, circostanze. Ma nel mondo
noumenico l’uomo può essere pensato come libero. La libertà non è conoscibile
come fenomeno, ma è postulata dalla ragione pratica. Questo permette di dire
che l’uomo, pur appartenendo al mondo sensibile, appartiene anche a una
dimensione intelligibile, dove può essere considerato responsabile.
Quindi nel fenomenico troviamo causalità naturale; nel noumenico pensiamo la
libertà morale.
RELIGIONE, CRISTIANESIMO RAZIONALE , CHIESA VISIBILE E INVISIBILE
Kant non fonda la morale sulla religione. Per lui non è Dio a rendere morale
un’azione attraverso un comando esterno. Al contrario: è la ragione morale che
porta l’uomo a postulare Dio. Per Kant il cristianesimo può essere interpretato
in modo razionale, come religione morale. Il punto non è obbedire
esteriormente a riti o autorità, ma realizzare interiormente la legge morale.
Qui si può distinguere tra:
chiesa visibile, cioè l’istituzione esterna, fatta di riti, regole, comunità,
strutture storiche;
chiesa invisibile, cioè la comunità morale degli uomini che vivono
secondo il principio razionale del bene.
La chiesa invisibile è più importante perché riguarda la disposizione interiore
dell’uomo verso il bene. In questo senso, la vera religione deve essere
subordinata alla ragione morale.
Critica del giudizio
NON SIAMO SOLO CONOSCENZA E MORALE : IL SENTIMENTO
Nella Critica del giudizio, Kant analizza un altro aspetto dell’uomo: il
sentimento. L’uomo non è solo razionalità teoretica e non è solo moralità
pratica. È anche sentimento, gusto, esperienza del bello e del sublime.
Noi non possiamo non provare sentimenti: il sentimento appartiene alla nostra
esperienza umana. Ci sono sentimenti legati all’esperienza empirica, come il
dolore fisico: se mi faccio male e piango, quel sentimento deriva da un fatto
sensibile.
Ma Kant analizza soprattutto un tipo particolare di sentimento: quello legato al
giudizio riflettente, in particolare al giudizio estetico.
GIUDIZIO DETERMINANTE E GIUDIZIO RIFLETTENTE
Il giudizio determinante funziona quando abbiamo già un concetto
universale e lo applichiamo a un caso particolare. Per esempio: vedo un
oggetto e dico “questo è un bicchiere”. Qui determino l’oggetto attraverso un
concetto.
Il giudizio riflettente, invece, parte dal particolare e cerca un senso,
un’armonia, una finalità, senza avere già un concetto determinato. Non è
“riflettente” solo perché ci penso sopra, ma perché riflette il modo in cui il
soggetto sente e organizza quell’esperienza.
Esempio: se dico “il bicchiere è mezzo pieno” o “mezzo vuoto”, non sto solo
descrivendo una quantità, ma sto mostrando anche un modo soggettivo di
interpretare la situazione. Se invece dico semplicemente “il bicchiere contiene
metà della sua capacità”, faccio un giudizio più determinante e descrittivo.
Il giudizio riflettente riguarda soprattutto l’arte, il bello, il sublime e la finalità
della natura.
IL BELLO
Il giudizio estetico si basa sul gusto. Il gusto non è un concetto scientifico e
non ha un contenuto determinato. Quando dico “questo è bello”, non sto
dimostrando una proprietà oggettiva come in matematica. Sto esprimendo un
sentimento di armonia. Per Kant il bello è legato a una forma di piacere
disinteressato. Una cosa bella piace senza che io la desideri per possederla o
usarla. Il bello non dipende dall’utilità. Quando dici “ti deve piacere il bello”,
non stai indicando un contenuto preciso, perché non stai dicendo quale
oggetto deve essere bello. Stai indicando una forma, un modo di sentire
l’armonia.
Il bello è quindi senza contenuto determinato, ma pretende comunque una
certa universalità: quando dico “questo è bello”, tendo a pensare che anche gli
altri dovrebbero riconoscerne la bellezza, pur non potendolo dimostrare
scientificamente.
IL SUBLIME
Accanto al bello, Kant analizza il sublime. Il sublime è ciò che ci supera, ci
spaventa, ci fa sentire piccoli, ma allo stesso tempo ci affascina. Può essere
una tempesta, un mare in burrasca, una montagna enorme, uno tsunami, un
abisso, un cielo immenso.
Davanti al sublime, l’uomo sente la propria piccolezza sensibile. Tuttavia,
proprio perché riesce a pensare quell’immensità o quella potenza, scopre la
grandezza della propria ragione. Il corpo è piccolo, ma la ragione riesce a
comprendere ciò che la supera.
Per questo il sublime può farci crescere: ci spaventa, ma ci eleva. Ci mostra che
non siamo solo esseri naturali deboli, ma anche esseri razionali capaci di
pensare l’infinito, la grandezza, la potenza. Qui Kant anticipa alcuni elementi
tipici del Romanticismo: il sublime anticipa temi romantici come il fascino
della natura immensa, il senso dell’infinito, la sproporzione tra uomo e mondo.
Troviamo come esempio il Viandante sul mare di nebbia: l’uomo è piccolo
davanti alla natura immensa, ma allo stesso tempo la contempla, la interpreta,
la comprende.
Breve schema finale
Kant parte da Hume e si sveglia dal sonno dogmatico: capisce che la
ragione non può pretendere di conoscere tutto.
Vuole superare razionalismo ed empirismo: la conoscenza comincia con
l’esperienza, ma non deriva tutta dall’esperienza.
La sua filosofia è criticismo: la ragione giudica sé stessa per stabilire
possibilità e limiti.
La conoscenza nasce da materia e forma: la materia viene
dall’esperienza, la forma viene dal soggetto.
La sensibilità organizza i dati con spazio e tempo.
L’intelletto organizza i dati con le categorie.
L’Io penso unifica tutte le rappresentazioni.
La scienza si fonda sui giudizi sintetici a priori.
La rivoluzione copernicana mette al centro il soggetto: non conosciamo le
cose in sé, ma i fenomeni.
Il noumeno è pensabile ma non conoscibile.
Le idee di anima, mondo e Dio non sono conoscenze scientifiche, ma
hanno funzione regolativa.
Nella ragion pratica la libertà diventa postulato necessario della morale.
La morale è autonoma, fondata sull’imperativo categorico e sull’etica del
dovere.
Nella Critica del giudizio Kant studia sentimento, bello e sublime.
In sintesi: Kant limita la ragione per renderla più forte, più consapevole e
più legittima.