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Sothis 5

Sothis è una rivista amatoriale dedicata alla cultura magica, tradizionale e fantastica, pubblicata dall'associazione culturale Fosforo e Mercurio. Il numero include articoli su vari aspetti della magia, tra cui scritti di Aleister Crowley e riflessioni sulla psicologia e la magia. L'editoriale discute l'evoluzione del pensiero magico e la necessità di riconnettersi con l'esperienza del mistero cosmico.

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Vincenzo Patella
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1

Sothis
Anno II Numero IV
1 dicembre 2021 ev

realizzata dall'associazione culturale


Fosforo e Mercurio
Sez. Eremo di Thoth

Contatti: sothis_zine@[Link]

Sothis è una rivista amatoriale di cultura magica, tradizionale e fantastica, realizzata


senza fini di lucro, a diffusione interna tra i Soci e stampata in proprio.
Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei loro Autori e le immagini, laddove
non siano frutto del lavoro dei Soci collaboratori, si intendono scaricate liberamente
dal web.
Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa in
qualsiasi forma o da qualunque mezzo elettronico e meccanico senza l’esplicito
consenso scritto dell’Autore e dell’Associazione.

© Tutti i diritti sono riservati

In copertina N'Aton dal sito [Link]

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Sommario
Editoriale pag. 4

Inno all'eremita di Aleister Crowley pag. 6

La Visione e la Voce – Il tempo dei miracoli di Carlo Barbera pag. 10

Introduzione alla Magia di Hathor pag. 12

La Via del Chaos e del Matto di Umberto Parodi pag. 16

Maat Magick & Chaos Magick di Margaret Ingalls pag. 22

Le nozze biochimiche di Sir Peter Pendragon di Sapah Zimii pag. 28

Elementi e fonti della tradizione enochica di Magus Mizar pag. 35

Preghiera nei Misteri, Misteri nella Preghiera


di Giuseppe M. S. Ierace pag. 44

Paracelso e la Magia che cura di Luca Valentini pag. 54

Sex-tremebondo di Giuseppe M. S. Ierace pag. 60

"Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor. Lavabis me, et super nivem dealbabor"

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Editoriale

“Sfortunatamente molti aspiranti maghi nel ventesimo secolo, e più tardi ancora,
presero Crowley letteralmente e continuarono a immaginare che gli spiriti fossero
solo parti del loro subconscio o peggio ancora, del loro cervello. Il risultato di tutto
ciò fu che per loro la magia divenne semplicemente una psicologia applicata, non
realmente magia. Coloro che si ritenevano soddisfatti di questa spiegazione,
interpretavano eventi occorsi molte settimane o persino mesi dopo come prova che la
loro magia avesse funzionato. Questo portò alla creazione di due gruppi, chi
avvallava la visione psicologica basata appunto sulla psiche e chi preferiva il
modello magico basato sugli spiriti. Il modello della magia basato sugli spiriti fu
prevalente dall'antichità sino al diciannovesimo secolo. Con l'avvento
dell'illuminismo la credenza in angeli e spiriti scomparve. La Psicologia come
campo sperimentale di studi sulla coscienza ebbe i propri albori nel 1879 in Leipzig,
Germania, con Wilhelm Wundt, appena in tempo perché Crowley potesse
abbracciare le nuove teorie sulla struttura della mente che verranno poi diffuse da
profeti quali Freud e Jung. Prima di tutto ciò la psicologia era solo un ramo della
filosofia.”

Stephen Skinner

Trovo illuminanti queste parole di Stephen Skinner e allo stesso tempo avvilente che
ancora oggi si vogliano usare forzosamente alcuni riferimenti tratti dalle opere di
Crowley (principalmente l'interpretazione iniziatica della magia cerimoniale, inclusa
nella sua edizione della Goetia) per avvallare la posizione di una magia prettamente
psicologica e avulsa dalla oggettività di spiriti ed enti esterni. Questa esternazione fu
pubblicata nel 1904 ev, appena pochi mesi dopo la Rivelazione del Cairo, un evento
che aveva scosso le fondamenta della sua vita, anche se se ne rendeva ancora poco
conto. Un anno complesso per lui anche da un punto di vista familiare con un figlia in
arrivo, in cui il giovane Crowley pubblica tantissimo e si vuole affermare.
Ovviamente per farlo vuole legare il suo lavoro alle teorie del momento, alla mania
del nascente scientismo e cosa usare meglio della nascente psicologia con le teorie di
Sigmund Freud? Fu un'ottima mossa in quel momento per Crowley, che lo portò
anche di fronte ad importanti intuizioni, perché è vero: gli spiriti sono porzioni del
cervello. Ma non solo. Oggi possiamo dire che certi spiriti, nel loro manifestarsi,
attivano porzioni del cervello, o meglio, come sosteneva Ottavio Adriano Spinelli,
del tessuto inconscio. Crowley non ha mai negato la possibilità di esistenza di spiriti
quali enti individuali, autosufficienti e di esistenza oggettiva, tanto è vero che in suoi
scritti più tardi e maturi torna sull'argomento affrontando il tema dei maestri segreti,
dove arriva ad affermare che sono esseri di potenza tale da poter prendere in prestito
materia dall'ambiente per manifestarsi attraverso un corpo fisico e poi dissolverlo

4
quando non più utile allo scopo. Famosa la sua dichiarazione sulla effettiva necessità
per la razza umana di contattare esseri superiori:
“La mia osservazione dell'Universo mi convince che ci sono esseri d'intelligenza e
potere di gran lunga più elevati di qualsiasi cosa che possiamo concepire come
esseri umani; che essi non sono necessariamente basati sulle strutture cerebrali e
nervose che conosciamo, e che la sola ed unica possibilità per il genere umano di
avanzare nell'insieme è che gli individui prendano contatto con tali esseri.”
Siamo nel 1944 ev con questa dichiarazione; 40 anni dopo. Crowley ha scritto così
tanto che un lettore superficiale potrebbe credere che abbia scritto tutto e il contrario
di tutto, ma non è così. Stiamo parlando di un essere umano in un cammino evolutivo
straordinario: è assolutamente normale che in 40 anni certe opinioni siano riviste,
perfezionate, anche stravolte. E se nel 1904 ev era funzionale utilizzare l'ancoraggio
alla nascente disciplina della psicologia, nel 1944 ev già si era capito che non sarebbe
stata la soluzione di tutto e se ne incominciavano a vedere i limiti. Gli scrittori più
tradizionalisti, come Evola, già ne coglievano aspetti contro-iniziatici da non
trascurare. D'altra parte il giovane Crowley aveva provato a seguire le orme di Freud
anche su altre strade, come le sperimentazioni con la droga, come vedremo nel mio
articolo presente in questo numero. Ma anche in quel settore non si aveva allora una
conoscenza completa di quello che si stava facendo, degli effetti collaterali, di quello
che accade effettivamente al corpo usando certe sostanze. Oggi è tutto diverso. Oggi,
nel 2022 ev, possiamo dire che è concluso il tempo di provare a riabilitare la magia
ancorandola alle forme scientifiche, che è sicuramente ancora affascinante e
stimolante se proiettato sulle nuove scienze, come la fisica quantistica, ma sempre
tenendo a mente che non è quella la strada risolutiva. Perché l'obbiettivo della via
magica non è la soddisfazione della nostra parte razionale e matematica, ma è poter
tornare a gettare uno sguardo nel cielo notturno sopraffatti dal senso di mistero e
dalla grandiosità di un cosmo vivo, che è sia nostra proiezione sia indipendente da
noi, tornare a sentirsi niente di fronte a tutto questo, con la consapevolezza di poter
essere tutto.

Sapah Zimii

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INNO DELL’EREMITA
di Aleister Crowley

Altissimo sé! Supremo nell’auto-soddisfazione!


Unico spirito ruotante nella sua propria ellisse:
palpabile, privo di forma, infinita rappresentazione della tua propria anima!
Che i tuoi confini puri spazino
attraverso le vuote immensità che ti proteggono e le pieghino;
toccami, attirami con un tuo bacio nella tua profonda beatitudine,
nel tuo sonno, tua vita, tua corona imperitura!
Che la giovane divinità nei tuoi occhi trafigga i miei
e mi riempia dei loro segreti.
La tua pace, la tua purezza, le tue anime
sono impenetrabilmente sagge.
Tutte le cose che sono complete sono solitarie;
la luna ruotante, la marea delle stelle, i sistemi centrali.
Forse bruciano essi, cambiano, mutano?
Il loro non è un movimento al di là delle barriere eterne.
Stagioni e cicatrici non macchiano i pianeti,
i volti senza spazio né tempo della cupola più scintillante
e più nera di tutte le cose.
Solitari sono i boschi invernali e le caverne non abitate,
e quella nobile testa grigia che osserva gli alberi;
e oh! ancora più sola la montagna,
melanconico tempio e trono,
mentre lontano da tutte le cose siede dio,
il solitario per eccellenza.
Mi sedetti sul promontorio muschioso
dove la cascata non fendeva la roccia sua madre,
ma spazzava in frenetici mulinelli la schiuma lucente e la gloria,
ampio vortice di onde possenti e luminose
che attirano e serrano,
e là l’eco solenne colse la forza,
la corrente di quella marea impassibile,

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la scosse e la gettò lontano,
fino a quando tutta l’aria s’infiammò
di quel melodioso fragore;
ogni montagna silente porse l’orecchio,
s’inchinò, rise fragorosamente, fu coinvolta,
e passò parola: il segnale della grande guerra.
Tutta la terra raccolse il suono, e saldamente racchiusa nella melodia,
tranquilla come una stella, l’anima del silenzio si fece solenne.
E lì, al centro di quella morte che si oscurava,
mi sedetti e ascoltai,
per vedere se la voce di dio avrebbe rotto e trapassato
il silenzio del mio orecchio che stava attento,
per paura che dio potesse parlare e non trovarmi sveglio.
Nessun canto, nessuna voce poteva oltrepassare
quell’invidiabile condizione cosmica.
Il sole e la luna osservavano, tranquilli.
Solo l’asse dello spirito, la Volontà, considerava la propria anima
e cercava una profondità più mortale,
e nel sereno stato d’animo della suprema solitudine,
non era né triste né felice,
perché non dormiva ma sopportava con occhio calmo e paziente
il suo fardello galattico,
e sopportava da solo, non rincuorato neppure
dal sapere che esso era dio.
Tutti i mutamenti e i movimenti, tutti i suoni sono debolezza!
L’uomo non può sopportare l’oscurità della morte,
persino Cristo pianse sulla croce…
ma io dovrei restare ancora, in equilibrio
tra la paura e la volontà?
Dovrei restare silenzioso io, ed essere insoddisfatto?
Perché la solitudine dovrà unire il sé alla totalità
e avere un amico, il sé,
e guardare oltre la fine.

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Oh solitudine! quanti hanno scambiato il tuo nome per quello del dolore
o della morte, o della paura!
Solo i tuoi figli giacciono nella notte e si svegliano.
Come puoi parlare e dire che nessuno ti sente?
Oh anima di lacrime! perché mai la tua parola
è caduta come la rugiada
e neppure si mostra la tua fame,
né è udito come quello della saggezza
il tuo lamento sulla città,
nella casa dove non c’è pietà,
ma nei palazzi desolati e nelle deserte distese di sabbia;
non nella risata fragorosa, non nel lamento della folla,
ma sui mari inesplorati, nelle terre lontane.
Dove tu sei passata, io ti ho seguito,
i tuoi seguaci sono stati la mia gente,
e la tua dimora la mia, e la tua vita la mia vita,
e tu che sei dio, il mio dio,
legami con corde che corde non sono,
stregami con incantesimi mai uditi, intessuti di silenzio,
creati nelle case incantate.
Io non ho paura di seguire il tuo scosceso sentiero
oltre le strade e i palazzi del giorno,
oltre la notte, oltre ai cieli, oltre il cancello terribile dell’eternità.
Oh essenza segreta delle cose!
Non ho piedi né ali se non per raggiungere lontano dai cieli,
dalla terra e dall’inferno,
fino a che non fermi il mio animo, ed essendo in te,
come nel mio cappuccio da eremita,
io divento la cosa che contemplo:
quella solitudine priva di individualità.

tratto da "Trattato di astrologia magica"

In memoria di Marina Aracne

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"... a meno che l'occultismo diventi creativo nel senso di aprire nuovi approcci,
modificando e sviluppando concetti tradizionali, e in generale rivelando un poco di
più di quella Suprema Dea la cui identità è nascosta dietro il velo di Iside, Kali, Nuit,
o Sothis, vi sarà una stagnazione nella palude delle credenze rese inerti dalla recente
veloce accelerazione della coscienza umana, il che è poco meno di un miracolo. Se il
destino della scienza del non-manifesto non deve rimanere fermo ad uno stadio pre-
pubescente, mentre le scienze manifeste si librano nello spazio, l'occultismo maturo
deve mettere da parte le bagatelle della superstizione ed affrontare senza paura gli
Alberi dell'Eternità, i cui tronchi e rami brillano di fuoco solare ma le cui radici si
nutrono nell'oscurità."

Kenneth Grant - Il lato notturno dell'Eden

Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento;


abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di
vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.

Gabriele D'Annunzio, Le vergini delle rocce

"Tifone, dea delle sette stelle del nord, e da suo figlio Set, la stella cane Sothis, il
reggente del sud. Questo dio doppio precedette qualsiasi concezione di divinità mai
esistita; esso fu il prototipo in Egitto di Nuit e Hadit, che continuarono la tradizione
del bambino senza dio, cioè il bambino della madre prima che la paternità
individualizzata fosse accertata. Questa concezione iniziale della divinità era
femminile e quindi letteralmente senza dio, perchè a quel tempo non era conosciuto
nessun dio. In età più tarde gli aderenti del culto draconiano furono diffamati e
aborriti come diabolici a causa di questa mancanza di divinità. Il continuo e feroce
antagonismo tra il culto di Set e i posteriori culti solari di Osiride e Ammone che
rappresentavano il 'Padre in Cielo' come l'uomo rappresentava il padre sulla terra
ebbe come risultato la graduale dissoluzione dell'Egitto."

Kenneth Grant – Culti dell'ombra

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La Visione e la Voce
Il tempo dei miracoli
di Carlo Barbera

È il Tempo in cui tutti abbiano la Visione della Realtà e odano la mia Voce.
Avere la Visione della Realtà significa vedere ciò che si cela dietro il velo della
vostra incoscienza. A prescindere dalle vostre individuali capacità di penetrare il
velo, siamo entrati nella vostra dimensione attraverso la Porta che abbiamo
liberamente aperto, ad unione tra la Terra e il Cielo, e questo ci permette di rendere
visibile ai vostri occhi la presenza delle nostre Merkaba, nel momento in cui lo
riteniamo opportuno. I nostri veicoli organici stazionano su una frequenza intermedia,
fuori dalla vostra portata, pronti alla manifestazione.
Il potere che la Visione della Realtà eserciterà sulla vostra mente è insuperabile. Essa
produrrà poderosi squarci nelle pareti che imprigionano la vostra coscienza,
permettendovi di dilatarla, ed espanderla oltre i confini della vostra falsa identità.
Solo la vostra anima sarà in grado di cogliere l’incommensurabile segno d’amore
dietro eventi che scuoteranno le colonne portanti del vostro piccolo mondo
conosciuto e la radice dell’umana razionalità, lasciandola nello sbigottimento e
nell’incredulità.
Udire la mia Voce significa riconoscermi come un vostro simile, ascoltare la mia
voce umana, che ho voluto tale per rendermi intelligibile dimostrazione del Vero. Poi
semplicemente ascoltare ciò che ho da dire, e molto ne avrò, se verrò udito ed
ascoltato con il cuore.
Per voi posso anche cantare, nella mia lingua degli uccelli, sulla musica dolce che
suonano i miei amici diletti. Per voi posso anche ballare, l’antica danza della libertà
che non si balla mai soli.
Per voi sono disposto a tutto, non sarei qui altrimenti.
Sono qui ad offrirvi la buona occasione che ritorna, per mantenere tutte le promesse,
sono qui per invitarvi a penetrare il velo d’incoscienza che vi avvolge, per vedere con
i vostri occhi e vivere, al di fuori della bolla del sogno, l’intera architettura e la
meraviglia del Reale.
Sono qui per aprire tutte le porte, per costruire tutti i ponti, per consolare gli animi
stanchi e medicare i cuori infranti, sono qui per tracciare tutti gli arcobaleni, per
narrarvi una storia antica che diviene il vostro domani.
Non per tutti elettivo è il Tempo della Visione e la Voce. Gli eventi che seguiranno al
mio lieto annuncio metteranno tutti di fronte alla totalità di sé stessi ed in contatto
diretto con la propria ombra. Coloro che l’avranno già conosciuta sapranno intendere
la Nuova Gnosi rivelata dalla mia Voce.
È importante comprendere che la Porta che abbiamo aperto per penetrare questa
dimensione è la stessa Porta della vostra zona d’ombra, il vostro inconscio
individuale e collettivo, che avete usato malaccortamente, dalla vostra genesi in poi,

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sebbene segnata da una colpa che mai è stata vostra, come una discarica occulta di
tutti i vostri incubi e peggiori nefandezze.
Va da sé che con il nostro ingresso nella vostra dimensione, anche tutto questo ritorni
a voi, ripercuotendosi su questa civiltà, che, del resto, è destinata a finire, ponendosi
in questo modo in giudizio da sé, e condannandosi ad una pena impietosa, da scontare
subendo i suoi stessi strumenti di tortura.
Noi lasciamo che ciò avvenga, silenziosi veglianti sulla fine disastrosa di un tempo,
perché essendo venuta meno, in cielo, la contrapposizione degli opposti, non c'è
alcuna battaglia, per noi, da combattere in terra. Per questo motivo siamo ritornati ad
amare e a far festa, almeno con chi è in grado di farlo, ed essendo questa la nostra
Gnosi, essa è il migliore motivo per farlo. Solo chi non avrà paura, fuggendo dinnanzi
alla parte sconosciuta della propria coscienza, potrà varcare la soglia del Reale,
ritrovando in questo modo la propria Divinità, ma la Visione e la Voce sono e
saranno per tutti, perché sebbene questa civiltà sia destinata a finire, la radice reale
del genere umano ha avuto donato dal Supremo Pimandro un migliore destino. A
ciascuno la libertà di farne tesoro e trasmutarlo in Realtà.
Questo è l’atto d’amore più grande che un vero Dio può compiere per gli esseri
umani destinati ad essere Dei.
Si dia inizio al Tempo dei Miracoli.

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Introduzione alla Magia
di Hathor

"Mi corre l'obbligo di informarti che, quali che saranno i tuoi desideri nell'accostarti
a quest'Arte, da noi chiamata Magia, tali anche saranno gli esiti che ne ricaverai"
Francis Barret
The Magus

Con questo scritto cercherò di spiegare in un sunto teorico-pratico le basi di un


cammino di reintegrazione individuale con il Divino attraverso la magia cerimoniale,
al fine di offrirne a ciascuno la giusta prospettiva.
La Magia è l'Alta Scienza con cui possiamo acquisire la comprensione e
l'applicazione, nel loro rispetto, delle forze occulte che regolano l'universo, al fine di
ottenere un effetto direzionato alla personale realizzazione di Sè nel disegno della
Grande Opera.
Importante è sottolineare che il Mago dovrà agire sempre in modo attivo dominando
le Potenze Superiori che vorrà invocare per mezzo di una Volontà salda, sviluppata e
rettamente incanalata, in ciò consta la differenza sostanziale, tra le pratiche
medianiche e quelle magico-cerimoniali, nonchè l'opposta posizione dell'operatore
rispetto a esse, attiva quella del Mago e passiva quella del medium. E' bene ricordare
che quest'ultimo percorre un sentiero di assoluta discesa, diametralmente opposto a
quello iniziatico in cui tenderà sempre ad annullarsi per fare da tramite a Entità
(perlopiù del basso astrale) che pian piano lo disgregheranno, rendendolo di loro
succube, al contrario del Mago che agirà sempre asservendole per elevarsi verso uno
stato di assoluta purezza.
Per riuscire a operare efficacemente è quindi necessario in primis acquisire la di sè
padronanza, tenendo ben presente che l'uomo è un microcosmo in cui le forze
macrocosmiche si rispecchiano perfettamente. Ogni forza interiore potrà quindi
essere diretta e trasmutata secondo la propria volontà in base al potere personale
acquisito man mano su di sè per mezzo di svariate tecniche, in larga parte derivanti
dallo yoga, finalizzate ad ottenere il controllo della propria mente, degli stati emotivi
e del flusso dei pensieri. Lo Yoga è un efficace metodo in grado di far sperimentare
all'adepto per via diretta le Verità Superiori attraverso l'osservazione del mondo
interiore e il dominio della mente quale strumento del Sè per esperire se stesso
attraverso le impressioni date dall'interazione col mondo sensibile nell'incarnazione
corporea. Attraverso la disciplina Yogica il discepolo potrà acquisire un perfetto
controllo del Prana, ossia la forza vitale e sottile che permea e muove l'intero
universo, elevando il suo stato di coscienza e modificando la propria vibrazione
interiore per allinearsi e poter quindi interagire con piani di esistenza superiore. La

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disciplina imposta dagli esercizi yogici che l'adepto dovrà eseguire nel corso del suo
addestramento ha un valore molto più profondo di ciò che può inizialmente apparire,
poichè, al di là del compimento del fine di ciascuno, racchiude in sè un metodo
capace di allenare la volontà, potenziandola e rendendola efficace in qualunque
direzione venga applicata. Tuttavia ciò non sarà sufficiente per un corretto sviluppo
interiore, ma dovrà essere supportato da un'ampia conoscenza acquisita attraverso lo
studio di svariate e necessarie materie, solo allora il neofita potrà cominciare ad
avvicinarsi alle pratiche rituali in modo efficace poichè, oltre ad aver conquistato una
notevole capacità di concentrazione, conoscerà il valore simbolico-archetipale di ogni
strumento usato, di ogni energia e di ogni legge che andrà a utilizzare.
Per comprendere le dinamiche sottili che muovono l'universo sarà necessario, inoltre,
prendere coscienza che l'uomo è composto da vari corpi energetici, agenti sui relativi
livelli e sottomessi ciascuno alle loro leggi; ed è proprio questa qualità
multidimensionale che ci permetterà di agire magicamente nel piano corrispondente
spostandovi la coscienza, tale infatti sarà una delle capacità che l'Adepto acquisterà
gradualmente avanzando nel suo percorso.
Passiamo ora all'analisi del tempio in cui si svolgeranno le operazioni rituali e del
rito. Nel disporre arredi e strumenti sarà importante rispettare un perfetto equilibrio e
attente proporzioni, ricreanti esteriormente l'armonia del cosmo a cui interiormente
aspiriamo. Ogni strumento dovrà essere purificato e consacrato al suo scopo nonchè
costruito ed utilizzato esclusivamente dal Mago con i materiali adatti e senza badare a
spese, il valore di qualsiasi strumento di una Scienza Superiore non ha prezzo nel
mondo inferiore.
La prima fase del rituale verrà dedicata alle purificazioni (di se stessi, del luogo e
degli oggetti che verranno utilizzati), se tale operazione non sarà efficace rischieremo
che un elemento disarmonico mini la buona riuscita dell'operazione. Una fase di
purificazione personale dovrà essere già avvenuta nei giorni precedenti all'operazione
ed essere stata attuata in modo confacente al tipo di forza che verrà invocata/evocata.
Attraverso un rituale di bando si dovrà quindi circoscrivere un'inespugnabile cerchio
di protezione in modo che nulla di esterno possa "entrare" a disturbarci.
Consecutivamente si dovrà poi passare alla seconda fase, quella di consacrazione dei
vari strumenti, ossia la loro idonea attivazione. La terza fase, il giuramento o
proclamazione, direzionerà lo scopo del rituale, in essa il Mago dovrà presentarsi nel
grado raggiunto e affermare la sua Volontà, ossia l'obbiettivo assieme alla richiesta di
supporto per ottenerlo. Questo è un passaggio essenziale la cui riuscita sarà
direttamente proporzionata alla purezza d'animo con cui viene formulata.
Al centro del tempio, circoscritto nel cerchio di protezione, si ergerà l'altare nella sua
forma cubica a ricordare lo stato solido della materia e su di esso saranno posizionati
gli strumenti necessari. A simboleggiare il fuoco quale elemento purificatore, sarà il
turibolo, il fumo dell'incenso manifesterà la nostra aspirazione ad elevarci e il
rintocco della campana scandirà il passaggio dal tempo profano al non-tempo nella

13
sua nota sempre più flebile volta alla conquista del silenzio interiore. Di
fondamentale importanza sarà, inoltre, costruire il rituale con l'insieme di formule e
armi adatte al suo scopo e conoscerne i significati simbolici: la "Volontà diretta alla
Grande Opera" sarà rappresentata dalla bacchetta; la coppa rispecchierà la
comprensione delle leggi universali di una coscienza espansa tanto da abbracciare la
totalità della manifestazione; la Spada sarà il simbolo del discernimento, capacità di
analizzare e riconoscere ciò che è Verità da ciò che è illusione; il Pentacolo
rappresenterà il nostro corpo, il mezzo con cui evolvere attraverso le esperienze
sensibili.
La veste del Mago farà fede al grado conseguito nel colore e nelle decorazioni
simboliche e sarà per noi sia un mantello di protezione dalle influenze esterne, sia il
velo di segretezza che cela agli occhi profani il nostro cambiamento interiore. Il
Pettorale o Lamen che indosseremo all'altezza di Tipheret sarà il simbolo della
raggiunta suprema armonia, la conoscenza e conversazione con il Santo Angelo
Custode, la rivelazione del nostro verò Sè e quindi il fine della Grande Opera a cui
ogni adepto deve aspirare, traguardo simboleggiato dalla Luce della Lampada,
l'illuminazione interiore capace di superare la dualità del mondo materiale nel fine
raggiunto di unione tra Macrocosmo e Microcosmo.
Strumento fondamentale che il Mago dovrà saper utilizzare correttamente affinchè le
operazioni rituali risultino efficaci saranno le Parole di Potere, formule in cui si cela
una forza occulta dal profondo significato strettamente legato alla correlazione tra
energia, vibrazione, suono e valore alfanumerico.
Il Mago deve sempre cercare la perfezione nell'esecuzione di ogni rituale nonchè di
raggiungere, durante la cerimonia, un adeguato grado di esaltazione, condizione che
permette di trascendere l'ego umano lasciando spazio alla manifestazione della forza
invocata.
Nell'attuazione del rito ulteriori elementi di larga importanza sono i movimenti, gli
atteggiamenti, i gesti e i colpi o rintocchi che lo caratterizzano; la circumambulazione
che delimita il cerchio di protezione non va mai omessa nella pratica rituale, anche la
spirale risulta in largo uso, il senso orario o antiorario ne cambierà il fine, l’uno per
invocare, l’altro per bandire.
I colpi o rintocchi hanno valenze diverse in base al mezzo con cui vengono prodotti,
al numero e la modalita di ripetizioni, possono richiamare l’attenzione su di un
determinato oggetto e il suo significato simbolico o scandire le fasi del rito.
I principi su cui poggiano i rituali evocativi ed invocativi hanno una stretta
correlazione con l’offerta che il mago fa loro di una forma di energia in grado di
nutrirlo, una degna oblazione accrescerà le probabilità di manifestazione della
Divinità chiamata in causa. Essa può essere formulata attraverso una sorta di
adorazione, un sacrificio, un oggetto simbolico caricato dalla nostra Volontà, come
accade per esempio nella cerimonia dell'eucarestia, una delle forme rituali più
semplici, ma anche più potenti, per acquisire le qualità divine in cui si trasmuta

14
l'offerta data, cibo e bevanda in questo caso, nella divinità invocata, per poi
consumarla solennemente ed acquisirne in tal modo la potenza.
Palese rimane il fatto che l’energia vitale più vigorosa di cui possiamo disporre come
obolo è il sangue quale veicolo del Prana.
Se l'invocazione/evocazione dovesse fallire la si può ripetere per tre volte, se il
risultato non cambia bisognerà comprenderne il motivo, le cause possono essere
molteplici dalle scorrette condizioni astrologiche del momento in cui si intraprende il
rituale, all'intromissione di qualche entità ostile (etero-diretta o non) alla scarsa enfasi
con cui il mago pronuncia la stessa....un solo errore può bastare affinchè lo Spirito
non si manifesti, al contrario, nella riuscita del rito, importante sarà convogliare la
forza ottenuta in un oggetto che andrà conservato con cura e tenuto lontano da
manipolazioni profane.
Terminata l'operazione il rituale andrà concluso congedando l'Entità chiamata e
riportando dettagliatamente il resoconto della stessa nel proprio diario.
Al di là della fase rituale un punto che ritengo fondamentale e che ciascun Adepto
deve tenere a mente per la riuscita del proprio cammino di reintegrazione, sarà quello
di non circoscrivere la sua aspirazione verso la Grande Opera ai momenti del rito ma
ampliarla, rendendo ogni azione un atto magico e direzionando con coscienza il
nostro "fare di tutti i giorni" allo Scopo Supremo con dedizione assoluta.
L'inazione è staticità, la trasformazione è insita nel movimento, nella dissoluzione del
vecchio, ogni cambiamento apporta una morte e una rinascita ad uno stato superiore,
una volta compreso ciò ne verrà sfatato il valore negativo, conquistandone quello
relativo nella sua positività.
Per ottenere un cambiamento è quindi necessario agire, il desiderio in sè non è
sufficente a mettere in atto alcunchè se non viene concretizzato nel piano su cui ci è
dato farlo, ossia quello sensibile, attraverso il corpo, che dobbiamo sempre ricordare
essere il Prezioso Mezzo con cui potremo evolvere grazie alle esperienze.

"Tutto è magia, o niente"


Novalis

15
Le Vie del Chaos e del Matto
di Umberto Parodi

“La via del matto è la via del viaggiatore solitario in cammino verso l'iniziazione.”

Mark Hedsel

Dei 22 arcani Maggiori questa figura è l'unica a essere senza numero, spesso
attribuita allo 0, meno di frequente al XXII. Questo perché la figura del Matto può
rappresentare sia l'inizio che la fine di un viaggio. Tradizionalmente questo Arcano
Maggiore rappresenta il potenziale inespresso, una figura traboccante di Chaos e di
energia creativa.
Questa figura nei libri di Tarologia è spesso associata ad un seme, perché esattamente
come il seme ha tutte le potenzialità di crescere e mutare in qualcosa di nuovo, ma
ancora non è riuscito a esprimerle e quindi a “sbocciare”. Analizzando brevemente la
nostra carta vediamo un uomo portare il classico tricorno a sonagli dei giullari e
calzare vesti logore che hanno i quattro colori primari. Spesso viene raffigurata
assieme ad un animale (un cane, un gatto oppure un grosso felino) che sembra cercare
di trattenerlo (ottenendo però l'effetto contrario); questa belva però non turba il matto,
che pare non accorgersi del dolore o dello stesso animale, perché tradizionalmente
tutta la sua concentrazione è focalizzata sul suo lento incedere nella ricerca.
Questa figura solitaria porta con se 2 bastoni che, se estesi, possono ricordare la
squadra, uno dei principali simboli massonici, riconducendoci al percorso di

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“crescita” da pietra grezza a pietra cubica. In uno dei due bastoni troviamo un
fagotto, per trasportare gelosamente il suo “tesoro”, fatto delle esperienze passate che
potranno aiutarlo a superare le difficoltà che incontrerà nel suo cammino; questo
cammino però non viene scelto dal Matto in maniera conscia o consapevole; infatti il
Matto non prende nessuna strada, perché consapevole che comunque tutte le
opportunità di cui ha bisogno per evolvere si presenteranno a Lui in maniera
spontanea per il solo fatto di aver intrapreso un determinato tipo di Viaggio.
Questo ci porta a parlare di quella che è chiamata “Via del Matto”, un sentiero
iniziatico tradizionalmente solitario, come la figura dalla quale prende il nome.
Per parlare di questo Sentiero trovo essenziale analizzare la figura del Matto di un
altro Mazzo:

Il Libro di Thoth, nato dal genio creativo di Aleister Crowley e illustrato dall'artista
Lady Frieda Harris, ci mostra un Matto diverso da quello analizzato precedentemente,
infatti troviamo una figura demoniaca vestita di verde, che va a dominare lo spazio
dell'intera carta.
Gli Occhi evitano il nostro sguardo allo scopo di mostrarci il profondo lavoro di
introspezione a cui il nostro Matto si sta sottoponendo.
Per iniziare a intuire maggiori dettagli sulla Via del Matto, possiamo,
cabalisticamente parlando, collocare questo Arcano sul Sentiero che collega Kether a
Chokmah, sentiero attribuito alla lettera ebraica Aleph ‫א‬, dal valore numerico di 1. La
sua definizione di “intelligenza sfavillante” ci aiuta a comprendere il profondo

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legame tra questo sentiero e Kether; sempre a questo sentiero possiamo associare il
Signore del Silenzio, Hoor-Paar-Kraat. È sicuramente degno di nota come Crowley, il
cui Santo Angelo Custode prende il nome di “Aiwass”, che si autodefinisce “il
ministro di Hoor-Paar-Kraat”, abbia passato la maggior parte della sua vita in un
quasi costante pellegrinaggio, vivendo una vita da avventuriero, lontano dalla sua
terra natia tra cime inesplorate e terre esotiche.
Esattamente come il nostro Matto che trabocca di energia creativa lo vediamo
metaforicamente vestire i panni del poeta e dell'artista, poi letteralmente lo vediamo
vestire i panni del pellegrino, del principe indiano, dello yogi ma anche della Spia.
Come abbiamo già visto analizzando l'arcano maggiore del Matto, anche Hedsel nel
suo libro/biografia “L'iniziato” ci tiene a sottolineare come questo percorso sia
solitario, ed a conferma della precedente serie di coincidenze vediamo Crowley
perdere le persone a cui era legato, che fossero amanti o discepoli.
Mentre molte Vie prevedono in misure più o meno importanti un distacco dal mondo,
la Via del Matto invece fa dell'esperienza della carne uno dei suoi capisaldi; solo in
questo modo potremo arricchire la nostra esperienza e la nostra conoscenza.
Ma questo potremmo farlo solo lasciando la nostra zona di comfort, cosa che tanto
chi segue la Via del Matto quanto chi segue la Chaos Magick sa bene.
Sono molti i punti in comune tra le due scuole di pensiero, tanto da poter essere a
tratti sovrapposte; infatti Hedsel ci dice che il matto potrà avere Maestri, insegnanti e
anche collaborare con altri praticanti, ma nel suo cammino cercherà sempre di
mantenere il più possibile intatta la sua identità, e spesso rifiuterà di unirsi o legarsi a
scuole che lo obbligherebbero con giuramenti e voti di silenzio. Questa definizione
calza a pennello sia per il Viaggiatore sulla Via del Matto che per il Caota, infatti,
uno dei concetti fondamentali della Chaos magick è il rifiuto nell'accettare qualunque
dogma. Questa definizione calza al punto che, chiedendo a dieci caoti una definizione
della Chaos Magick e della loro pratica, molto verosimilmente si avranno dieci
risposte, molto diverse e a volte contrastanti tra di loro.
Le nostre due figure a pari modo andranno a raccogliere sulla loro strada ciò che è
utile alla propria crescita, lasciando cadere, esattamente come farebbe un cercatore
d'oro con un setaccio tutte le impurità e le cose di poco valore. La capacita di saper
individuare (ma soprattutto di riuscire ad abbandonare) impurità e zavorre inutili è un
requisito indispensabile per chi decide di percorrere queste due Vie.
È infatti lo scopo primario della Chaos Magick, quello di riuscire liberare la Magia da
quelli che sono secoli di preconcetti o addirittura, in certi casi, mera superstizione. Si
va a togliere tutto quello che non serve o che va ad appesantire inutilmente il Rituale
e si lascia solo ciò che effettivamente serve. Questo ha però portato negli anni molti
neofiti a lanciarsi nella Chaos Magick perché vista da fuori ha tutto l'aspetto di una
pratica più “facile” ed accessibile rispetto alle pratiche tradizionali; tuttavia questo
non ha il minimo fondamento ed ha solo avuto l'effetto di imprimere sulla Chaos
Magick la nomea di “approssimativa” quando non completamente “campata per
aria”. Molti infatti non sono riusciti a comprendere che per fare questo lavoro di

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“pulizia” il grado di conoscenza della materia deve essere ben più che avanzato, non
si può pretendere di iniziare a fare le maratone se prima non si sa camminare o
addirittura allacciarsi le scarpe...
È necessario però fare distinzione tra la Chaos Magick e la magia eclettica.
Un modo di dire discretamente diffuso nell'ambiente Caota (soprattutto in Inghilterra)
cita “La Chaos Magick è magia eclettica, ma la magia eclettica non è
necessariamente Chaos Magick”; li differenzia il fatto che la prima non ha un
“Corpus” di credenze da considerare “assolutamente vere”, anzi, il motto più
conosciuto della chaos magick (entrato poi nella cultura popolare anche attraverso la
celebre saga di videogiochi di Assassin's Creed) recita “nulla è reale, tutto è lecito”.
Non è raro che un caota vada ad utilizzare un giorno un salmo islamico, un altro un
rituale wiccan, per poi passare all'enochiano o al voodoo.
Il Caota è quindi fermamente convinto che nulla sia “vero” o “reale”, ma nel
momento in cui per i suoi scopi andrà a servirsi di una determinata tecnica o corpus
di credenze andrà a crederci con tutto se stesso, giusto per il tempo del rituale, infine
se ne libererà con una risata.
La risata nella Chaos Magick è paragonabile al battere le mani per chiudere una
pratica, per andare a creare un cambio a livello di vibrazione nell'area interessata.
Come nella Via del matto il caota si ritrova sospeso come un equilibrista su una fune,
tra il mondo materiale e quello divino; quando parliamo del mondo materiale non
dobbiamo essere tratti in inganno, chi percorre queste Vie non vuole fermarsi alla
semplice superficie, ma vuole bensì penetrare in profondità quella che è l'illusione del
velo di Maya.
Questo li porta spesso a creare contrasti e disagi con le persone che lo circondano,
infatti molte delle tecniche della Chaos Magick portano il praticante a uscire dalla
propria zona di comfort, questa uscita può essere svolta in diversi modi. Quello più
comune vede il Caota “accelerare” il decorso delle reincarnazioni andando a adottare
per un determinato periodo di tempo una religione o una filosofia, diventandone il più
ossequioso seguace per poi passare, con la medesima convinzione e “fede” a quella
successiva.
Un'altra strada per creare questo “contrasto” è quella che viene chiamata “Insight
Role” dove, per un minimo di sei mesi il praticante andrà a scegliere un “modo di
vivere” diametralmente opposto a quello che è il suo normale stile di vita; in maniera
sicuramente non esaustiva potremmo portare esempi in cui un pigro cronico potrebbe
decidere di intraprendere un cammino come quello di Santiago, o una persona molto
pacata potrebbe diventare un Ultras di una delle tante tifoserie calcistiche.
Un esempio in certa misura ci viene fornito nel Collegio fondato dal Dr. Moriarty, di
cui membro di spicco fu la nota Dion Fortune. All'interno di questa società, allo
stesso modo dell'abbazia di Thelema a Cefalù, gli allievi andavano a lavorare in aree
a loro non congeniali, dove le persone più “manuali” andavano a fare lavori d'ufficio,
e chi era più portato al lavoro intellettuale veniva incaricato a svolgere i lavori più
gravosi a livello fisico.

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A livello di pratica magica potremmo parlare dei cinque percorsi iniziatici legati al
monachesimo del Chaos, ognuna legata ai cinque elementi. Questi percorsi prendono
il nome di

 Escursione del Chaos (Chaos Excursion) legata all'elemento Terra


 Monachesimo del Chaos (Chaos Monasticism) legato all'elemento Fuoco
 Eucarestia del Chaos (Eucharista of Chaos) legata all'elemento Acqua
 Jihad del Chaos (The Jihad of Chaos) legata all'elemento Aria
 Il Trofeo del Chaos (Chaos Trophy) legata all'elemento Spirito

Queste strade possono essere percorse dal praticante con diversi gradi di difficoltà;
dalla via “minore” (che richiedere una singola pratica magica giornaliera) a quella
“estrema” (che ne richiede tre), ma tutte portano alla consacrazione finale di quella
che è l'arma magica dell'elemento con cui si è lavorato: nel caso del percorso in
oggetto parliamo del Pentacolo, della bacchetta, della Coppa, della Spada e infine
dell'Uovo.
Tutte queste pratiche, che siano effettuate in maniera minore o estrema chiedono al
praticante di operare materialmente dei rituali magici, e per sottolineare nuovamente
l'uscita dalla comfort zone queste prove iniziatiche chiedono di svolgere questi rituali
andando anche interrompere il sonno nel cuore della notte per svolgere ulteriori
pratiche, di portare per il periodo designato sempre con se l'arma magica in oggetto.
Questo ci porta a comprendere forse in maniera più approfondita come la Via del
matto e quella della Chaos Magick siano realtà profondamente operative rispetto alla
tendenza moderna, dove l'abitudine e quella di leggere molto, parlare anche di più
ma alla resa dei conti essere sempre carenti dal lato pratico. Per citare uno degli
esponenti di maggior fama nella scena attuale della Chaos Magick (e della Pop
Magick), il fumettista Grant Morrison: “Leggere di Magia è come leggere di sesso,
possiamo divertirci e anche appassionarci; ma non sarà mai soddisfacente come
posare il libro e iniziare a praticare sul serio”.
La Via del Matto va a utilizzare il “Linguaggio Verde” o “linguaggio degli uccelli”
una lingua parlata dagli iniziati e profondamente legata all'alchimia, la quale permette
di escludere i non iniziati dai discorsi in quanto essa risulta incomprensibile ai non
addetti ai lavori.
Anche se fu Fulcanelli a introdurci a questo linguaggio con il suo “Mistero delle
cattedrali” nel 1926, possiamo trovarne riferimenti anche in altre testi e strutture
iniziatiche, basti pensare ai celebri “piove” o “gocciola” nelle logge massoniche per
indicare che la conversazione non è più sicura o privata perché qualcuno sta spiando
o origliando.
Il linguaggio Verde non è però un metodo di comunicazione solo verbale, infatti
tramite questo linguaggio le informazioni possono essere passate da un iniziato ad un
altro anche tramite segnali non verbali, disegni, glifi, sculture o addirittura opere
architettoniche come chiese e cattedrali, tornando ai testi di Hedsel e Fulcanelli.

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Similmente al linguaggio verde anche i tarocchi, e nel caso specifivo il Matto,
comunicano con un linguaggio accessibile solo a pochi, parlando attaverso simboli,
sguardi, colori e posizioni,
Anche la Chaos Magick possiede un proprio linguaggio, chiamato “Barbarico
Uraniano” (Ouranian Barbaric in inglese, fu scelto di inserire la lettera O davanti alla
parola Uranus per l'evidente gioco di parole in lingua inglese) fu introdotto da Peter
Carrol, uno dei padri della Chaos Magick, per il Patto degli Illuminati di Thanateros;
una delle organizzazioni più importanti a livello mondiale riguardo questa corrente.
Negli anni, grazie ai membri scontenti, il dizionario interno degli Illuminati di
Thanateros è trapelato sul web, dove rimane tutt'ora ed è tranquillamente consultabile
da chiunque voglia approfondire l'argomento.
Il Barbarico Uraniano non è propriamente un linguaggio, esso viene utilizzato dai
Caoti durante i loro lavori e rituali, ma non viene utilizzato per comunicare nel senso
tradizionale del termine.
Anche se ai suoi albori come abbiamo detto il Barbarico Uraniano possedeva un
proprio dizionario, oggi molti praticanti si sono impegnati ad arricchirlo, andando
spesso a canalizzare (e per questo viene spesso paragonato alla Lingua Enochiana,
non inventata ma canalizzata o ricevuta) le parole di cui avevano bisogno. In questo
modo oggi i dizionari che possiamo consultare sono in grado di andare incontro a
qualunque esigenza del praticante. Sotto questo aspetto potremmo definirlo come un
linguaggio vivo, per la sua capacità di evolversi nel tempo.
Se, come abbiamo potuto vedere, le due strade sono parzialmente sovrapponibili,
tuttavia bisogna riconosce il merito alla chaos magick di essersi “venduta meglio” nel
corso degli anni, e di essere riuscita a coinvolgere una grossa fetta dei praticanti
moderni.

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Maat Magick & Chaos Magick
Il presente saggio è stato tradotto su autorizzazione dell’autore.
Traduzione a cura di Marco Rogante © Margaret Ingalls, 2005

Si ringrazia Roberto Migliussi e il sito [Link]


per il permesso alla pubblicazione

Nonostante molti anni fa abbia letto il “Liber Null” e lo “Psychonaut” di Peter Carrol,
non mi sono mai sentita particolarmente in risonanza con la Chaos Magick come lui
l’aveva presentata. Dal momento in cui scoprii Internet, però, ho incontrato molti
Maghi del Chaos online; uno di loro, il californiano Joseph Max , pubblicò il testo di
una lezione che aveva condotto ad un meeting magico. In quel testo, aveva citato la
Maat Magick come un buon esempio di Chaos Magick. Iniziai così subito
un’indagine, per paragonare i due metodi e vedere in cosa si distinguessero.
A questo punto sarebbe saggio fare una distinzione tra i metodi Magici come
appaiono nei libri e il singolo Mago che li utilizza. Sia i Maghi Caotici che i Maatiani
tendono ad essere molto individualisti (com’è tipico in questa Arte) e tutti di quelli/e
che ho incontrato, hanno una comprensione altrettanto individuale dei metodi
utilizzati. I Maghi sono molto più simili nella loro creatività individuale di quanto
non appaiano diversi nella loro filosofia e terminologia. Io baso le mie affermazioni
su come i due metodi appaiano sulla carta, modificate dall’esperienza e dai commenti
dei praticanti.
Con l’eccezione dell’opera di Austin Osman Spare, ci fu poco di innovativo, sempre
se ci fu, nel campo della Magick occidentale dalla morte di Aleister Crowley fino ai
primi anni Settanta. Il lavoro di Jack Parson è strettamente Thelemico, e si distingue
per la sua passione per la libertà e la sovranità del se e per la sua devozione alla
manifestazione di Babalon. Charles Stansfeld Jones dichiarò l’inizio dell’Eone di
Maat, ma fallì nello sviluppare un sistema iniziatico basato sulla ‘nuova’ frequenza
della Corrente Magic(k)a. Le esplorazioni di Kenneth Grant del Lato Notturno della
Magia, si manifestarono per la prima volta in carta stampata con il suo “I Culti
dell’Ombra” nel 1975 e continuano tutt’oggi; vedo scarsa menzione di lui e del suo
lavoro nella letteratura della Chaos Magick, a parte come la persona che rese pubblici
la vita e i lavori di Spare.
La somiglianza più ovvia tra la Chaos e la Maat Magick è che entrambe sono Magie
post-Crowleyane. La scienza, la tecnologia e le comunicazioni globali hanno alterato
radicalmente il mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Entrambi i metodi
si servono di queste sorgenti di nuove metafore nelle loro generali terminologie,
tecniche e visioni del mondo. La Chaos Magick si è dichiarata nuova, e la Maat
Magick onora le sue radici, ma come Mr. Max fa notare:

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Si, la Chaos Magick è una ‘nuova’ tradizione (non è questo un ossimoro?), ma essa
ha un debito nei confronti del passato in quanto si basa sulla decostruzione delle
forme tradizionali. Così io direi che la CM è derivata da tradizioni più vecchie per
decostruzione, mentre la Maat Magick ne è derivata per estrapolazione.
Le differenze nelle somiglianze tra le due Magick sono rispecchiate dalle somiglianze
nelle differenze, come diverrà chiaro nel corso delle nostre considerazioni.
Entrambe le Magick prevedono una mappa dell’Eone. Nel “Liber Kaos”, Carrol
presenta una tavola che riassume la sua visione del corso della passata, presente e
futura psicostoria. Utilizza quattro Eoni (Sciamanico, Religioso, Razionalista e
Pandemonico) ognuno diviso in due sub-eoni (Animista/Spiritista,
Pagano/Monoteista, Ateo/Nichilista e Caoista/?). Questi sono presentati da sinistra a
destra, e sopra di loro un albero gemello senza-onde rappresenta il Paradigma
Materialista, quello Magico e quello Trascendentale. Le forme d’onda mostrano il
dominio relativo di ogni paradigma (la realtà consensuale o Zeitgeist (spirito del
tempo) di una cultura contemporanea in ogni punto dato della storia) per ogni Eone e
sub-Eone.
È uno schema elegante e lo raccomando alla vostra attenzione. No so se ogni altro
Caotico lo sottoscriva o meno, ma per me ha un “click” soddisfacente di una idea
complessa e ricca di significato. La Mappa Eonica della Maat Magick consiste in un
Eone Senza Nome (preistorico-caccia/raccolta: animismo, sciamanesimo, Voodoo);
l’Eone di Iside ( pastorizia, agricoltura, pesca: la Grande Madre e i panteon pagani);
l’Eone di Osiride (città-stato, invasioni, guerra: Giudaismo, Cristianesimo, Islam);
l’Eone di Horus (energia atomica, radio, televisione: Thelema, ateismo,
esistenzialismo); l’Eone di Maat (teoria dei quanti, manipolazione genetica, Internet:
Chaos Magick, Maat Magick e un numero crescente di nuove scuole/metodi Magici.);
e l’Eone Senza Parola (il futuro che si manifesterà, vicino e lontano, quando una
nuova specie sorgerà dal genere umano).
L’Eone Senza Parola e l’Eone Pandemonico sembrerebbero rappresentare la stessa
‘condizione’; la visione Caotica lo vede come un’era in cui la Magick prevarrà come
modo di vita, e la Maatiana come un doppio stato di coscienza, individuale e
collettivo. Entrambe le Magick vedono il futuro che si manifesterà come
fondamentalmente diverso dal presente, in scala globale, ed entrambe vedono lo
sviluppo e l’uso della tecnologia come integrale in quella differenza.
(Nota: sviluppando e utilizzando la Maat Magick, ho incontrato la ‘personalità’ nel
nostro sé futuro dalla doppia coscienza, che ha chiamato se stesso N’Aton. Ho
riconosciuto in Internet lo scheletro e il sistema nervoso di N’Aton, che si ‘incarna’
anche mentre parliamo.)
Una sub-similarità esiste tra le due Magick, nel fatto che le formule Magiche di tutti
gli Eoni sono attualmente disponibili per un uso competente ed appropriato. Ho
realizzato ciò lavorando con la Maat Magick, e l’ho chiamata Magia PanEonica. In

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qualche luogo del mondo di oggi ci sono delle persone che praticano e vivono sotto
l’influenza di ciascuno degli Eoni. Al posto del modello lineare, o anche cumulativo,
di sviluppo della pratica e visione Magica, io credo che il modello eterno/infinito si
avvicini maggiormente alla realtà. Gli scritti che ho visionato sulla Chaos Magick
incoraggiano l’utilizzo aperto e libero delle metafore e delle tecniche di tutte le
culture ed età.
Sia la Chaos che la Maat Magick fanno uso della Magia di sigillazione di [Link],
il processo per cui un desiderio è scritto, ridotto, riarrangiato sulla carta (o altro
materiale adatto) in forma astratta, dimenticato, quindi richiamato in un momento di
intensa passione e rilasciato nell’universo affinché si manifesti. Il processo di
sigillazione sposta il desiderio dalla mente conscia all’Inconscio – o, secondo me più
accuratamente, nella Mente Profonda, un’espressione usata da Jan Fries (“Visual
Magick”, “Helrunar”). Ciò si realizza nell’atto del dimenticare. La Mente Profonda,
che consiste nei poteri accumulati nel corso della nostra evoluzione da singole
cellule, così come nella connessione soggiacente a tutte le cose, può agire ed
effettivamente agisce senza le restrizioni imposte dalla coscienza e dall’ego.
Trasformare un frase coerentemente scritta in un disegno astratto e incomprensibile
toglie il desiderio dalla morsa della coscienza ordinaria e lo consegna al regno
pre/post verbale della Mente Profonda.
La Chaos Magick e la Maat Magick condividono anche l’uso che Spare fa della fede
come uno strumento. Gli esseri umani tendono ad essere limitati dalla fede, costretti
in una specifica dottrina o serie di dogmi, e dotati di una pseudo-sicurezza in quella
restrizione. C’è uno slogan che ogni tanto si vede sugli adesivi da paraurti americani
che dice: “La Bibbia lo dice, io ci credo e così tutto è a posto!” Sono state combattute
guerre per differenti credi religiosi (crociate, jihad, pogrom) così come per differenti
filosofie etiche e/o biologiche (come nella Guerra Civile Americana riguardo la
schiavitù)
Io vedo la fede come un’estensione del nostro impulso di sopravvivenza a combattere
o fuggire, un riflesso ad afferrare saldamente il ramo più vicino quando il vento
scompiglia la cima degli alberi. La fede, comunque, deve essere svuotata di contenuto
per essere un mezzo Magico efficace. Per esempio, si deve credere totalmente e
appassionatamente nella forma-dio che si sta invocando o la trasformazione del mago
nel dio non avverrà. Ed è necessario essere in grado di ritornare al proprio sé comune
dopo il rituale, senza che quel dio abbia residenza permanente nella fede, in modo
che quando avrai bisogno di credere in qualcosa d’altro in un’altra occasione, avrai
un mezzo pulito e ricettivo a disposizione.
Il numero otto gioca un importante ruolo sia nella Chaos che nella Maat Magick. Otto
frecce che si irradiano da un punto centrale costituiscono il simbolo principale del
Chaos, utilizzato nel “Liber Kaos” come schema per otto tipi di Magick che sono
messi in relazione a vari colori:

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Nero: Magia della Morte, per fare esperienza personale della natura della morte e per
mandare incantesimi di morte (mi astengo dai commenti.) Sembrerebbe risuonare con
Saturno.
Blu: Magia della Ricchezza legata a Giove.
Verde: Magia d’Amore che riflette la natura di Venere.
Giallo: Magia dell’Ego che si accompagna all’energia solare. Qui esiste una sub-
similarità con la Danza delle Maschere della Maat Magick.
Porpora o Argento: Magia Sessuale. Porpora per la passione, e argento per la luna.
Arancione: Magia del Pensiero di natura mercuriale.
Rosso: Magia di Guerra.
Ottarino: Magia Pura, essendo l’ottarino il colore che il singolo individuo associa con
l’essenza della magia.
È interessante notare che sebbene la Chaos Magick non usi l’Albero della Vita come
struttura cardine, i colori enumerati sopra con le loro particolari Magie corrispondono
con la scala di colori della Regina, nei Sephiroth che condividono gli stessi attributi.
Per me, l’Ottarino richiama una triade rotante di bianco, grigio e nero, i colori della
scala della Regina di Kether, Chokmah e Binah.
La Maat Magick ha un bando ottuplice, e i Dimenticati, o gli impulsi di
sopravvivenza, sono legati ai sette-Chakra-più-Bindu in un ottetto.
Altre somiglianze che val la pena di indagare includono la costruzione di un tempio
astrale nel proprio ‘vestibolo’ privato al di fuori degli Spazi Astrali Comuni; i mondi
della probabilità e l’Akasha; l’origine umana degli dei e l’ottenimento da parte loro di
vita indipendente attraverso generazioni di fede e adorazione. Ci sono altre
somiglianze che scopro ogni volta che leggo qualcosa nella letteratura Caotica, e vi
invito a indagini vostre.
Ho trovato meno differenze che somiglianze tra le due scuole, e la prima riflette la
‘caparbietà’ della natura umana ad un livello affascinante.
Scrivendo e parlando della Maat Magick, ho dovuto faticare molto per chiarire che
essa non sostiene la fondazione di alcun ordine, coven o gruppo ufficiale di praticanti.
La ragione di ciò è semplice e basilare: la Maat Magick, come ogni valido sistema
‘iniziatico’, si auto-distrugge al momento del completamento derivato dal successo.
Essa opera al di fuori di un sistema corporativo. Ciò che rimane è un network di
colleghi che condividono informazioni progetti ed avventure, che aiutano uno con
l’altro con linee di ricerca e letture raccomandate, e occasionalmente si raduna per dei
rituali.

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I Maghi della Maat sono di solito immersi nel loro proprio e vario stile di pratiche
Magiche, ed è raro che si identifichino primariamente come ‘Maghi di Maat’. Io lo
considero una indicazione sana che il mojo sta lavorando come dovrebbe.
Malgrado questo spirito base anti-aziendalistico, esiste (soprattutto in Astrale) la
Loggia di Horus-Maat, il cui scopo è di spargere nel mondo la Doppia Corrente di
Horus e Maat. Fin dalla sua fondazione, il riconoscimento dell’esistenza della Magia
PanEonica sembra aver espanso il suo scopo. Non è stata una mia idea, ma le persone
che hanno voluto che la Loggia esistesse, hanno vinto la mia cooperazione nel
fondarla attraverso il loro carisma collettivo, la loro energia e le loro buone
intenzioni. La Loggia non ha un indirizzo ‘ufficiale’, incontri, tasse, statuto, status
senza tasse, officianti o gradi.
La Chaos Magick, d’altra parte, ha gli Illuminati di Thanateros (I.O.T.). Per una sua
completa descrizione vedete il ‘Liber Kaos’ di Mr. Carrol, Appendice 4, ‘Liber
Pactionis’.
Mr. Max scrive:
Ouch! Parole di guerra in alcuni circoli! Ci sono magi molto più potenti e avanzati
che sono stati scomunicati dallo I.O.T. di quanti ce ne sia attualmente nella loro
associazione! Nella mia non così modesta opinione lo I.O.T ha ceduto tutti i diritti e
le pretese di essere l’avatar della Chaos Magick quando ha deciso di diventare un
istituto tipo OTO junior con un sistema di gradi solo su invito, ha piazzato tutto il
potere amministrativo nelle mani di una sola persona e ha dichiarato ‘guerra magica’
a chiunque non gli piacesse. I fondatori Ray Sherwin e addirittura Peter Carroll lo
lasciarono disgustati molto tempo fa.
Ora si può discutere molto sul concetto che lo I.O.T. non è “Il Patto”, ma che Il Patto
è solo l’ordine ‘esterno’ e il vero I.O.T. è in se come un “invisibile AA praticare
la Chaos Magick è essere un Illuminato di Thanateros, e la ‘associazione’ non è
necessaria in alcuna organizzazione. Così mi piace pensarlo, ed è più in armonia
rispetto a come originariamente Shervin e Carroll lo concepirono.
Un’altra differenza che vedo, è che la Chaos Magick usa i ‘servitori’ mentre la Maat
Magick no. I servitori sono entità create, chiamate o ottenute per eseguire il volere
del Mago per delega come un congegno automatico. La Maat Magick tende a
lavorare per fissazione diretta dell’intenzione sulla Corrente Magica, o ‘corso degli
eventi’, attraverso il quale l’intenzione acquisisce il potere per manifestarsi.
Mr. Max:
Infatti i Caotici in generale si impegnano molto ad utilizzare i servitori, ma ci sono
comunque molti lavori che ricadono nella categoria dell’incantesimo’. Io non
dedurrei una tendenza generale ad una “legge” vincolante. Buona parte del lavoro che
faccio non è basato sui servitori…

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L’unica altra grossa distinzione che ho scoperto, solo sulla base del materiale
pubblicato, è che la Chaos Magick focalizza la sua attenzione sul singolo praticante,
mentre la Maat Magick inizia con l’individuo ma estende i suoi interessi alla razza
umana e oltre. Riguardo al concetto della focalizzazione della Chaos Magick
sull’individuo, Mr Max risponde:
Abbastanza vero in superficie. La mia esperienza è che ogni Caotico trova il suo
modo particolare di enfatizzare l’altro da lui’ ma questo interesse non è ‘canonico’,
per così dire. Nel mio caso, considero l’effetto ‘più grande’ della mia pratica magica
nell’attuazione dell’Eone Pandemonico – L’Eone del Chaos, la nuova età magica.
Cose come l’ESP artificialmente potenziata e le interfacce mente/macchina
potrebbero essere appena dietro l’angolo, confondendo la linea tra tecnologia e magia
(che è già sfumata – dimmi se il computer non è una macchina magica!). Secondo me
è questa la speranza e il sogno dell’umanità, e la nostra ultima salvezza.
Io vedo il sorgere della Chaos Magick come un buon segno che la magia è viva e
fiorente alla fine del Ventesimo Secolo. Mi sembra che stia andando nella stessa
direzione della Maat Magick, dietro un ‘Punto Omega’ di radicale trasformazione
dell’individuo e della specie. Prevedo il sorgere di altre Magick, scaturenti dalla
creatività di coloro che capiscono i principi sottostanti agli individui che stanno
attuando un cambio macrocosmico, grazie alla precisione e alla prontezza della loro
Opera microcosmica.

Se sei interessato a capire come funziona questo processo, ti consiglio di ottenere e


leggere i seguenti libri:
Carroll, Peter J.: Liber Null and Psychonaut, Samuel Weiser, York Beach, ME 1987.
Liber Kaos. Samuel Weiser, York Beach, ME 1993.
Fries, Jan: Visual Magick: a Manual of Freestyle Shamanism, Mandrake of Oxford,
1992.
Grant, Kenneth: Cults of the Shadow, Frederick Muller Ltd, London 1975. Skoob
Books Publishing, London 1993.(Edizione italiana: ‘I culti dell’Ombra’, Astrolabio,
Roma, 2005, trad. Roberto Migliussi)
Hine, Phil: Condensed Chaos: An Introduction to Chaos Magic, New Falcon
Publications, Tempe, AZ 1995.
Nema: Maat Magick: a Guide to Self-Initiation, Samuel Weiser, York Beach, ME
1995.

27
Le nozze biochimiche di Sir Peter Pendragon
Le droghe e l'esperienza mistica in Aleister Crowley

di Sapah Zimii

«Si sa che nell'antichità e ancor oggi presso certi popoli detti primitivi gli
stupefacenti furono conosciuti. Ma di essi si fece un uso particolare. Un non diverso
uso si fece di molti ritmi adoperati per pervenire all'estasi e perfino il tabacco che, in
estratti nell'America centrale e settentrionale fu impiegato anche come coadiuvante
in processi intesi a pervenire a delle visioni lucide e illuminatrici: in questi usi si
mirava a un contatto con qualcosa di ulteriore»

Julius Evola

E' un breve, ma necessario, preambolo il configurare le motivazioni dell'uso delle


droghe in ambito magico e mistico. Crowley ne fu sicuramente pioniere, ma non è
escluso che maghi e alchimisti medievali e rinascimentali usassero qualche sostanza
in grado di ampliare la coscienza al pari degli inziati ai misteri eleusini.
Tutto il mondo della filosofia fu sempre molto influenzato dalle droghe, sin
dall'antichità. Platone stesso probabilmente fondò gran parte del suo pensiero su
considerazioni derivanti da esperienze profonde vissute proprio ad Eleusi, i cui
misteri erano dischiusi da una magica e sacra bevanda, il Kikeon, che oggi sappiamo
aver avuto componenti allucinatorie. A svelarcelo fu Albert Hoffman, padre
dell'LSD, che ne rintracciò il principio all'interno di un parassita della segale cornuta,
uno degli ingredienti principali del bevanda.
Robert Gordon Wasson, che studiò i Misteri Eleusini proprio insieme a Hoffman e a
Carl Ruck, scrisse a riguardo:
"Per me è chiaro dove Platone aveva attinto le sue "Idee"; come era chiaro ai suoi
contemporanei che erano stati iniziati ai Misteri. Platone aveva bevuto la pozione
nel Tempio di Eleusi ed aveva trascorso la notte in contemplazione della grande
Visione".

E questa possibilità è talmente concreta da essere ormai accettata anche a livello


accademico, come dimostra questa affermazione dello studioso Giorgio Colli:
"Si può suggerire l'ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo
di divulgazione letteraria dei Misteri eleusini, in cui l'accusa di empietà veniva
prevenuta con l'evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell'iniziazione. E
ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene
ribadita."

28
Forti indizi tendono quindi a dimostrare che tutta la base dell'impianto filosofico
occidentale sia basato su esperienze iniziatiche influenzate da un apparato
mistico/magico adeguato a supportare specifiche Visioni allucinogene.
Tracce di tali reminiscenze ritornano nei culti stregoneschi in cui l'uso di particolari
unguenti conduce alla visione del Sabba. In oriente diverse correnti mistiche e
magiche utilizzano sostanze psicotrope, senza addentrarci nello sciamanesimo che,
dovunque nel mondo, ha studiato e utilizzato qualche agente fine. Castaneda forse è
l'esempio più noto ai nostri tempi. Ma probabilmente senza Crowley il mondo non
sarebbe mai stato pronto ad una discussione così aperta sulle sostanze stupefacenti.
Basti pensare che Timothy Leary, uno dei primi sperimentatori dell'LSD insieme ad
Hoffman, considerava il suo lavoro una prosecuzione di quello iniziato dallo stesso
magista inglese...
Troppo spesso si è puntato il dito sull'uso della droga in Crowely per tacciarlo di
tossicodipendenza, nel tentativo di infangare così tutta la sua opera.
Chi usa questo sotterfugio probabilmente è del tutto ignorante del fermento culturale
di fine ottocento e dei primi del novecento riguardo alle droghe e sul loro utilizzo. Se
è vero che Crowley fu tra i primi ad usarle in ambito magico in occidente, è altresì
vero che molti suoi contemporanei cercavano di usarle al meglio nei rispettivi fronti
di ricerca e i loro lavori non furono mai screditati per questo.
Credo quindi sia utile ampliare un minimo la visione a riguardo, il che non vuol dire
incentivare oggi al consumo di queste sostanze, ma capire il contesto nel quale furono
usate.

Se Sigmund Freud si fosse occupato di Magia probabilmente sarebbe stato tacciato


tanto quanto Crowley di essere un tossico, ma invece apparteneva a quegli studiosi
avanguardisti della nuova scienza psicologica, in cui molti riponevano un sacco di
aspettative e quindi i suoi peccati di giovinezza furono del tutto perdonati, quando
non completamente dimenticati.
Ma vediamo cosa scriveva nel 1884 ev:
"Nella mia ultima depressione ho preso di nuovo la coca e una piccola dose mi ha
portato alle stelle in un modo fantastico. Sono ora molto indaffarato a raccogliere la
letteratura per un inno in lode di questa magica sostanza."

E ancora:
"Non sarò stanco perchè viaggio con la coca per dominare la mia terribile
impazienza"

"Ho adoperato la cocaina e l'emicrania si è subito attenuata. Ho continuato a


scrivere la mia pubblicazione, e poi una lettera al professor Mendel, ma ormai ero
scatenato, bisognava che lavorassi e scrivessi ancora, sicchè prima delle quattro non
sono riuscito ad addormentarmi"

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"Quel poco di cocaina che ho preso mi rende chiacchierone mia cara"

E cosi via... In un continuo di assunzioni che figurerebbe bene anche nei diari di
Crowley, anche se Aleister era certamente più accurato in merito a quantitativi,
condizioni ed effetti. E forse anche più obbiettivo.
Freud fu invece grandemente ingannato dalla cocaina per molto tempo: la riteneva
una panacea, la consigliava agli amici, alla moglie, ai pazienti. Rovinò
completamente la vita ad un medico suo amico cercando di curargli la dipendenza da
morfina con la cocaina!
Sniffava coca per alleviare problemi al naso, derivanti probabilmente dallo stesso
eccessivo consumo della droga.
E con tutta probabilità la offriva ad alcuni clienti per indurli a parlare e sperimentare
il proprio metodo terapeutico. Ad esempio sappiamo che durante il primo incontro
con Jung i due rimasero chiusi nello studio di Freud a parlare per tredici ore
consecutive con le mogli ormai annoiate che li aspettavano nella stanza vicina! E'
facile immaginare cosa potesse avere spinto i due ad una simile dialettica, ignorando
pranzo, cena e il sopraggiungere della notte...
Freud non era pazzo, semplicemente figlio delle concezioni dell'epoca sulla sostanza.
Erano molto ben conosciuti gli aspetti positivi, ma venivano negate le complicanze.
Si pensava che non desse assuefazione: come anche Crowley, Freud negava che una
volontà sana potesse essere vittima di dipendenza. Se c'è da dare una colpa al giovane
dottore forse è quella di non aver voluto vedere gli effetti negativi nonostante fossero
sotto i suoi occhi, per la smania di trovare il successo nelle sue ricerche e una sorta di
panacea universale per i suoi trattamenti.
Ma se non giudichiamo Freud, perchè dovremmo giudicare Crowley? Le finalità sono
estremamente simili e sappiamo anche che Crowley studiò approfonditamente Freud
per cui immagino che avesse anche letto i suoi scritti sulla cocaina e conoscesse le
sue idee e i suoi esperimenti. Troviamo tanto di Freud negli esperimenti di Crowley
con le droghe.
Successivamente nella storia della filosofia troviamo grandi utilizzitari di sostanze in
Nietzsche, in Walter Benjamin (grande amico di Scholem), che fu un noto
utilizzatore di hashish e che si suicidò con 25 pillole di morfina per sfuggire
all'arresto dei nazisti. Ancora sappiamo della passione di Junger per l'LSD e della sua
amicizia con Hoffman, ma forse conosciamo poco delle abitudini di Sartre, il quale
faceva uso quotidiano di Corydrane, un prodotto farmaceutico francese che abbinava
l'aspirina a dosi di anfetamine, che all'epoca erano vendute liberamente. La cosa
sbalorditiva era la quantità che ne assumeva: praticamente 30 aspirine al giorno più
inclusa una quantita di anfetamina di circa 200 milligrammi, quando una dose già
importante è di 25 grammi....
Tutti i giorni... praticamente più della metà dell'opera scritta di Sartre è prodotta sotto
anfetamina... e poi beveva vino, alcool, whisky, caffè e the in quantità...

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Ecco cosa scriveva in proposito:
"Notate che la mia fiducia nel Corydrane era un poco la ricerca dell'immaginario; lo
stato in cui ero, dopo aver preso al mattino, mentre lavoravo, dieci Corydrane, era il
completo abbandono del mio corpo; mi sentivo attraverso i movimenti della penna,
le immaginazioni e le idee che si formavano...
Allora scrivere in filosofia, consisteva tutto sommato nell'analizzare le mie idee, e un
tubetto di Corydrane significava: queste idee verranno analizzate nei prossimi due
giorni."

Sartre era anche a conoscenza dei rischi che correva per la sua salute ma non ne era
preoccupato:
"Se anche mi uccidesse domani ne è valsa la pena. Voglio dire: non ho dormito più
di quattro ore per notte negli ultimi quarant'anni. Se consideri questo, ciò significa
che ho quasi novantanni, perlomeno di vita cosciente."

Sartre sperimentò anche la mescalina portandosi dietro gli effetti di alcuni bad trip
per diverso tempo, come visioni di granchi e ragni che lo accompagnavano nel corso
delle giornate e con cui intratteva anche conversazioni...

E dunque, dopo aver preso visione di come alcuni mostri sacri della cultura moderna
abbiano sperimentato tanto in questo senso e addirittura, forse, gran parte della loro
opera non sarebbe esistita senza la sperimentazione e l'uso delle droghe, possiamo
ancora demonizzare Crowley per essersi inserito perfettamente in un contesto
culturale che trovava normale l'uso di queste sostanze e che ancora non ne conosceva
gli effetti collaterali?

Lasciando a voi la risposta, credo si possa procedere e cercare di analizzare alcuni


degli aspetti fondamentali del suo lavoro con le droghe.
Il nostro Mago iniziò giovane a intuire che le droghe potevano aiutarlo in talune
operazioni mistiche e iniziò qualche timida sperimentazione con il suo mentore Alan
Bennett già ai tempi della Golden Dawn.
In India, sempre con Bennett, praticò intensamente lo Yoga unendolo all'assunzione
di alcune sostanze, come l'hascisch, sino ad arrivare a sperimentare il Dhyana yogico,
uno stato di intensa meditazione.
Ma il Crowley maturo, dopo aver girato il mondo e appreso dalle più disparate
culture, si spingerà molto più in là, quasi al limite delle possibilità umane, se non
oltre.
Nel 1922 ev la sua salute non era delle migliori, neanche dal punto di vista
psicologico, in quanto aveva appena perso un figlio e questo lo stava anche
trascinando verso un eccesso di quelle sostanze che, comunque, gli erano prescritte
per alleviare la sua asma. Ma da guerriero quale era, aveva provato di trasformare il
tutto in una sfida a se stesso, a vantaggio suo e dei suoi discepoli, intraprendendo una

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volontaria e sempre maggiore intossicazione di cocaina e eroina, al fine di provare a
se stesso di essere in grado di gestirne l'assunzione.
Da notare che un fine simile si ritrova anche all'origine della grande manifestazione
induista del Kumbha Mela, oggi purtroppo degenerata e spesso ritrovo di santoni
drogati, ma che doveva essere un festival in cui gli yogi dimostravano il loro totale
controllo sul corpo e sulla mente, e anche sulle sostanze stupefacenti.
Crowley trascrisse tutti i risultati della sua sperimentazione meticolosamente, come
sua consuetudine, ed il risultato fu il Liber Tzaba vel Nike, chiamato anche la Fontana
di Giacinto. La parola Tzaba viene calcolata cabalisticamente come 93, riportando al
numero stesso di Thelema, cioè di volontà. Il termine ha il signifcato di Arduo.
Crowley si oppose sempre alla teoria del fascino delle droghe e invece sostenne
sempre che una forte volontà poteva vincere qualunque dipendenza, opinione
condivisa, come abbiamo visto, con Freud.
Per avviare questo grande esperimento su se stesso scelse di alloggiare a
Fointainebleau e il 14 febbraio 1921 ev si sistema alla locanda Au Cadran Bleau.

Nella introduzione al Liber 93 scrive:

"Io, la bestia 666, desiderando provare la forza della mia volontà il grado del mio
coraggio, ho avvelenato me stesso nel corso degli ultimi due anni e sono alla fine
riuscito a raggiungere un grado di intossicazione tale che le droghe (eroina e
cocaina) mi producono un terribile attacco di "Tempesta del diavolo" 1. Gli acuti
sintomi insorgono improvvisamente, di norma al risveglio da un pisolino. Essi mi
ricordano la sensazione "per amor di Dio spegnilo", cioè di quando si viene
attraversati da una scossa di corrente elettrica, e dalla "superstruttura" del
ghiacciaio del Baltoro. La psicologia è molto complessa e curiosa: credo che una
dettagliata registrazione del tentativo di eliminare l'abitudine potrà risultare
interessante è utile"

Il Liber Tzaba è di fondamentale importanza per la comprensione di molti passaggi


descritti in uno dei romanzi più famosi di Crowley, Diary of a drug fiend, tradotto
qualche anno fa dalla casa editrice Diana e presentato all'epoca presso la sede di
Fosforo e Mercurio: ad esempio il Liber sarà spesso citato anonimamente da King
Lamus (uno dei personaggi principali) e sarà la base di tutta la teoria sulla droghe
esposta da questo personaggio nel corso delle vicende.
Questa intensa sperimentazione ebbe termine verso nel mese di marzo quando,
insieme a Leah Hirsig, partì alla volta di Londra. Qui recuperò alcune vestiti tipici
scozzesi da un amico che glieli aveva tenuti dal 1914 ev e, in perfetta tenuta scozzese,
con tanto di kilt, cominciò a girare per le strade londinesi, rinnovando le vecchie
conoscenze e cercando nuovi contatti.

1 Con questo termine Crowley identifica la sua bronchite cronica, contratta durante l'ascensione al Kangchenjunga.
Termine che in nepalese sembra significare proprio "tempesta del diavolo".

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Tra gli altri incontri fece visita all'ex cognato Gerald Kelly, il quale a tutti gli effetti
era diventato il padre adottivo di sua figlia, Lola Zaza, allora quattordicenne con
l'ovvia intenzione di vedere la figlia con cui non aveva contatti dal giorno del
divorzio con Rose Kelly, avvenuto nel 1910 ev.
Crowley annota la conversazione avuta con Kelly:
"Ho appena visto Gerald Kelly, irritato e sconcertato perchè le Figlie dei Leoni non
crescono come le pecore! Lola Zaza è ingovernabile. E' sprezzante con tutti, pensa di
essere un genio, è sciocca, approssimativa, schietta, irascibile, ecc. Ecc. Santo
Cielo! Ma è bene essere Leoni! Per la prima volta nella vita assaporo le gioie
dell'immortalità. Ma le pecore sono molte e la loro pressione può soffocare un
cucciolo di leone...."

Tuttavia Lola Zaza non rivide mai più suo padre; Gerald Yorke tentò di organizzare
un incontro quando il padre era ormai anziano, ma lei si rifiutò. Si era sposata, faceva
la maestra d'asilo e agli occhi di Yorke sembrava una donna normale e felice.
Questo incontro tuttavia riempì di entusiasmo Crowley, anche forse solo per il fatto
di aver ritrovato una figlia in salute, dopo l'ultima perdita avuta e con tutta probabilità
è pensando alla figlia Lola che si è modellata la figura di Lou in Diary of a drug
fiend.

In quei giorni ristabilì il contatto anche con Austin Harrison, direttore di "The
English Review" e ne divenne collaboratore per tutta l'estate del '22; era poco pagato,
ma aveva piena libertà di stampa e così, con diversi pseudonimi pubblicò alcuni
scritti, due dei quali per opporsi al Dangerous Drugs Act, il primo tentativo da parte
del Parlamento di stabilire sanzioni, anche penali, per determinati narcotici. Essi
erano The Great Drug Delusion e The Drug Panic. Entambi gli scritti furono firmati
come se ridatti da un medico. Nel primo in particolare con la sua solita irriverente
ironia e sarcasmo combatte contro il concetto di dipendenza affermando che sua
moglie più volte aveva tentato di provocargli una dipendenza senza successo,
tormentandolo sempre con frasi del tipo "non uscire senza la tua cocaina, caro"
oppure "Ti sei ricordato di prendere la tua eroina, giovanotto?". Già in questo
saggio, alla fine, si consigliava la clinica specialistica di Cefalù per risolvere i propri
eventuali problemi con le droghe, idea che troverà la sua completa espressione
proprio in Diary of a drug fiend.
D'altra parte l'idea del romanzo era già in testa e prese contatto con un editor, Grant
Richards, per cercare di vendere le sue memorie in merito. Così scriveva Crowley:
"Vorrei scrivere un racconto scandalistico su un argomento che possa soddisfare
l'isteria e la libidine di un pubblico che impazzisce per il sesso: la follia del traffico
della droga. [...] Come titolo gli ho proposto The Diary of a Drud Fiend e ho
abbozzato una sinossi dei contenuti del libro su un foglio di taccuino. In realtà era
tutto un bluff, perchè non avevo ancora una idea precisa sulla storia che volevo
scrivere."

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Richard rifiutò di pubblicare il libro, ma l'idea fu accetta da Collins che gli offrì un
anticipo di sessanta sterline. Il contratto prevedeva la consegna del manoscritto ad un
mese dalla firma, anche per avere la possibilità di farlo uscire prima delle estate e
proporlo come una lettura adatta alle vacanze.
Crowley e Leah presero dunque alloggio al 31 di Wellington Street, a Chelsea, e si
misero a lavorare. Dal 4 giugno al 1 luglio, in 27 giorni, dodici ore e tre quarti,
Crowley dettò un romanzo di 121mila parole.
Si trattava di uno dei suoi romanzi più avvincenti, che le Edizioni Diana hanno
coraggiosamente tradotto per la prima volta in italiano con il titolo di Le nozze
biochimiche di Sir Peter Pendragon e consigliamo spassionatamente a chi voglia
comprendere meglio questo lato della complessa figura che è stata Aleister Crowley.

Foto dalla presentazione del libro nella sede di Fosforo e Mercurio,


in collaborazione con le Edizioni Diana.

34
MAGOCRATIA
nimrod@[Link]

Elementi e Fonti della Tradizione


Enochica
Premessa

La Sapienza Magica si fonda in buona parte su una consolidata conoscenza della


storia sacra della più remota antichità, inclusiva degli aspetti mitologico-simbolici
delle tradizioni religiose risalenti.
In questo breve scritto porteremo alcuni elementi di riflessione sulla Tradizione
Enochica2 che inequivocabilmente svela il fraintendimento religioso sul Peccato
Originale e relativa Caduta Adamitica caratterizzante le religioni monoteiste Ebraica
e Cristiana.
Diversamente da quando comunemente ritenuto il rapporto fra la religione degli ebrei
e dei cristiani non è assimilabile a un rapporto tra genitore e figlio, sebbene ad una
relazione tra fratelli nati all’interno di uno stesso mondo religioso, quello del
Giudaismo del Secondo Tempio, che generò entrambi prima di scomparire
definitivamente dalla storia con la Distruzione del Tempio di Gerusalemme avvenuta
nel 70 E.V..

Per la precisione, il moderno Ebraismo è il derivato di una complessa e sofferta


riforma all’interno della religione giudaica, la riforma rabbinica, la quale si sviluppò
nello stesso periodo e con contrapposizioni e parallelismi al sistema Cristiano che
proprio di questo voleva essere riforma.

Tra il III secolo a.E.V. e la Distruzione del Tempio vigevano tre forme predominanti
di ebraismo rappresentate dai Sadducei, dai Farisei e dagli Esseni, i primi
costituivano e rappresentavano l’Aristocrazia Sacerdotale del Tempio; i Farisei
fondavano il loro credo ed operare sul rispetto della Legge Divina con il perno stabile
sulla rigorosa osservanza della Torah da cui derivò il giudaismo rabbinico e la

2 Si evidenzia che la MAGOCRATIA riserva il termine Enochico a tutta l’antica e originaria Tradizione
Sapienziale inerente il mito e la figura di Enoch, utilizzando invece l’espressione Enochiano in riferimento al
Sistema Magico ricevuto ed elaborato dal Mago rinascimentale John Dee.

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seguente evoluzione verso la moderna e contemporanea religione Ebraica; gli Esseni,
che esprimevano diversi sottogruppi alcuni dei quali associabili alle dottrine esposte
dal lascito dei Rotoli di Qumran, avevano invece caposaldo sapienziale-gnoseologico
nella Tradizione Enochica tramandataci con particolare enfasi dal Libro dei Vigilanti,
il primo tomo del Pentateuco Enochico.

Vediamo quindi le principali forme e contenuti di questo Deposito Sapienziale


incentrata sui Libri di Enoch.

La storia racconta che alcuni figli del Principio, di rango angelico, si ribellarono
contro l’Altissimo e guidati da Azazel e Semyaza vennero sulla terra per unirsi con le
donne del genere umano., ne nacquero figli di natura semi-divina, giganti in potenza
ma anche voraci divoratori di altri esseri, uomini compresi. Si sviluppò quindi un
conflitto tra le diverse schiere angeliche e le entità ribelli che furono sconfitte;
essendo queste di natura metafisica non risultano mortali, vennero così costrette
sottoterra nel deserto di Dudael, ove dovranno rimanere sino alla fine dei tempi.

I Libri di Enoch

All’interno del corpus degli Apocrifi Veterotestamentari, vi sono dei testi che
spiccano per originalità, simbologia e per gli spiccati contenuti visionari densi di
significanze profetiche ed escatologiche.
Tra questi in particolare l’insieme dei Libri di Enoch.
Enoch, o anche Chanokh, in ebraico significa “dedicato, realizzato”, per l’Antico
Testamento fu padre di Matusalemme e bisnonno di Noè, discendente di Set e
quindi di Adamo di cui esprime la settima generazione.

Secondo Genesi 5:19-21; 21-24 Enoch fu l’uomo che non conobbe la morte, giacché:

Iared aveva centosessantadue anni quando generò Enoch; Iared, dopo


aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie.
L’intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni; poi morì. Enoch
aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoch camminò
con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni
e generò figli e figlie. L’intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque
anni. Poi Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.

In considerazione dell’epoca in cui sarebbe vissuto Enoch, sempre che si voglia


propendere per un personaggio storico che abbia dato origine al mito, piuttosto che a
una entità simbolica in quanto tale, non può comunque essere fisicamente inteso
come l’autore di tutti gli scritti attribuitigli, giacché il mitologema si colloca intorno

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al III millennio a.E.V. mentre i testi a noi pervenuti sono stati redatti, seppur
consolidando una più risalente tradizione orale, in epoca tardo antica.

L’insieme dei testi è così riassumibile:

 Primo Libro di Enoch o Enoch Etiopico


 Secondo Libro di Enoch o Enoch Slavo anche noto come I Segreti di Enoch
 Terzo Libro di Enoch o Apocalisse Ebraica di Enoch

Tutti sono da considerare pseudoepigrapha3, ma attenzione, come già rilevato,


invariabilmente ancorati ad un narrato tradizionale legato alla più arcaica tradizione
non solo ebraica, bensì medio-orientale tutta.
In essi sono infatti evidenti gli elementi tipici degli apparati sapienziali sumero-
babilonesi, quando non antico-egiziani, e come tali dovrebbero essere di studio e
meditata riflessione per ogni ricercatore dell’Arcana Sapienza.

Il Primo Libro di Enoch – Enoch Etiopico

Il Primo Libro di Enoch è classificato quale apocrifo veterotestamentario, infatti non


è compreso né nella Bibbia Ebraica, Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria non lo
citano tra i libri canonici dell’ebraismo nel I secolo E.V., né in quella Greca detta dei
LXX, Septuaginta, è tuttavia canonico per la Chiesa Copta Etiope e Copta Eritrea.
Ciononostante esso fu tenuto in grande considerazione non solo nel mondo ebraico
ma anche dai primi Padri del Cristianesimo, tanto da potersene rintracciare eco in
alcuni passi anche nel Nuovo Testamento.
Solo sporadiche tracce ne compaiono nel Medioevo ad opera di pochi autori, tra i
quali Sincello e Cedeno nel VIII secolo dell’Era Volgare.
Il testo fu quindi largamente ignorato per diversi secoli sino al 1773, quando
l’esploratore scozzese James Bruce lo ritrovò, in ben tre copie, in uno dei suoi viaggi
in Abissinia; specifichiamo che alcuni frammenti del testo sono stati poi ritrovati nel
1947 nella grotta 4Q di Qumran.

La versione completa, tuttora l’unica esistente nei suoi 108 capitoli, resta comunque
quella scritta in ge’ez il linguaggio liturgico etiopico da cui il motivo del nome Enoch
Etiopico.
Tale testo fu tradotto per la prima volta in inglese da Richard Laurence nel 1821, va
detto che filologicamente si può presumere ragionevolmente che la versione
originaria fosse in aramaico o in paleo ebraico, vedasi appunto i frammenti ritrovati
in Qumran, da cui si sarebbe in un secondo momento sviluppata la trasposizione in
greco e quindi in ge’ez.
3 Pseudepigrafia, dal greco antico ψευδής, pseudès, falso e ἐπιγραφή, epigraphè, iscrizione, si intende
l’attribuzione di un testo a un autore non responsabile della stesura dello stesso.

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Il testo risulta fortemente composito, tanto che si contano almeno cinque
stratificazioni e l’ordine cronologico di stesura delle varie sezioni non segue l’ordine
dei Capitoli.

In esso sono contenuti sei capitoli nel seguente ordine:

 Il Libro dei Vigilanti – Trattato Angelologico;


 Il Libro delle Parabole;
 Il Libro dell’Astronomia;
 Il Libro delle Visioni;
 Le Parabole di Enoch o Similitudini;
 L’Apocalisse di Noè.

La parte più antica è plausibilmente costituita dal cosiddetto Libro dei Vigilanti o
Trattato Angelologico e dal Libro dell’Astronomia compilate attorno al IV/III secolo
a.E.V., quindi dal Libro delle Visioni risalente alla metà del II secolo a.E.V., seguita
dall’Epistola di Enoch e dalle Parabole di Enoch (o Similitudini), sezione che
riguarda per alcuni aspetti escatologici il Cristianesimo, chiude la raccolta
L’Apocalisse di Noè.
Ovviamente sulla datazione delle diverse parti ci sono state e continuano ad insistere
diverse posizioni tra gli studiosi, la disputa è particolarmente accesa proprio per le
numerose interpolazioni ed addenda al supposto testo originario.

Da un punto di vista esoterico emergono interessanti sfide sull’interpretazione da


attribuirsi alle visioni narrate nei primi capitoli; le stesse vanno considerate
esclusivamente come allegorie o diversamente si devono ritenere vere e proprie
narrazioni iniziatico-trasmutative?
È molto probabile che questo Primo Libro di Enoch si ispirasse a leggende e
tradizioni trasmesse, per lungo tempo, solo oralmente o comunque a scritti antichi
oggi perduti, ciò è reso evidente dalla presenza diffusa di arcaici mitologemi
ricorrenti anche in diverse culture tra loro distanti; questo induce a ritenere il testo
ricco di un simbolismo archetipico di indubbio valore e i cui effetti potranno essere
unicamente esperiti dal costante studioso di tale Arcana Sapienza.
A tal proposito molteplici sono i contenuti fruibili sia per un ascenso mistico che per
una formale rituaria magico-operativa, tra i principali annoveriamo:

 I racconti di un Diluvio Universale;


 Le analogie tra Azazel e il Prometeo del mondo classico greco-romano;
 La discesa di Potenze Incorporee, i Grigori o Vigilanti, nell’orbe
terracqueo che si sarebbero accoppiati col genere umano.

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Le affinità più interessanti riguardano, però, proprio i “figli di Dio”, antiche leggende
sumere parlano di dei che discendono dalle stelle e che si accoppiano con esseri
terrestri, dando vita ai primi uomini, nell’Epopea di Gilgamesh si tratta di
“guardiani” divini che accoppiatisi sulla Terra generano Giganti, traccia del mito è
poi riversata nel Genesi biblico (origine dei Nephilim, i “caduti”, in Genesi 6:1-4).
Elementi mitologici analoghi si riscontrano in un antico poema persiano che narra
come prima dell’arrivo di Zarathustra, alcuni demoni avessero modificato il genere
umano alleandosi e congiungendosi con le donne.
Anche nella tradizione induista vi sono chiari riferimenti ad un evento analogo, in
particolare nel Mahabharata, si parla di dei che generano figli da donne terrestri,
questi avranno diverse qualità soprannaturali
Per finire citiamo due esempi dell’estremo oriente; i Coreani pensavano che il Re
Celeste Hwanin avesse mandato suo figlio Hwanung sulla terra per sposare una
mortale e dar vita a Dangun Wanggeom, che per primo riunì le diverse tribù coreane
in un solo regno e l’antica tradizione Tango no Kuni Fudoki del Giappone riporta la
storia del “Figlio dell’Isola”, nato da un uomo terrestre e dalla sua sposa celeste.
I punti di contatto sono numerosi, forse troppi per parlare di semplici coincidenze,
tuttavia inoltrarsi nelle radici archetipiche di queste similitudini e la loro probabile
discendenza da eventi reali oppure da una matrice mitica comune, esula dal fine di
questa breve trattazione.

La visione di Ezechiele

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Il Secondo Libro di Enoch – Il Libro dei Segreti di Enoch

Il Secondo Libro di Enoch, anche noto come Il Libro dei Segreti di Enoch/Apocalisse
di Enoch o come Libro di Enoch Slavo, è individuato da un manoscritto slavo
rinvenuto nel VII secolo E.V. in Serbia; anch’esso si deve ritenere scritto
originariamente in ebraico o in aramaico, da cui sarebbe derivata una versione greca
ed infine slava.
È databile ad un’epoca posteriore a quella del Primo Libro di Enoch, presentando
alcuni aspetti comuni alla dottrina cristiana, gli studiosi ritengono doversi collocare la
sua redazione tra gli anni 50 e 70 dell’Era Volgare.
Il manoscritto fu infine riscoperto negli archivi della Biblioteca Civica di Belgrado da
Matvej Sokolov nel 1886 e fu pubblicato per la prima volta nel 1899.
Il Libro di Enoch Slavo era un testo utilizzato dai Bogomili e da questi venne portato
ai loro affini Catari e Patarini del sud della Francia e nella Catalogna, dove, oltre ad
alimentare la già riaffiorante mistica di origine gnostica contribuì alla nascita
dell’interpretazione cabalistica delle sacre scritture.

Quest’opera descrive un viaggio di Enoch attraverso i Sette Cieli, durante il quale egli
riceve una serie di rivelazioni, in particolare gli viene descritta la creazione del
mondo e gli sono svelati i segreti dell’avvenire. Il viaggio culmina con l’incontro con
l’Altissimo e la trasformazione di Enoch nell’angelo Metatron.

Sostanzialmente esso può essere suddiviso in quattro sezioni:

Nella prima parte (capitoli 1-21) Enoch, all’età di 365 anni è rapito da due angeli e
fatto passare attraverso i primi Sei dei Sette Cieli, uno ad uno.
Il Primo Cielo è il luogo dove le Potenze Incorporee controllano i fenomeni
atmosferici; nel Secondo Cielo si trova il luogo ove sono gli Angeli Ribelli e gli
Spiriti della Confusione; nel Terzo vi è sia il Paradiso che l’Inferno degli uomini; il
Quarto Cielo è il luogo dei movimenti del Sole e della Luna; nel Quinto cielo Enoch
trova alcuni Grigori afflitti dalle proprie mancanze, egli li convince a riprendere la
loro opera di assistenza divina; nel Sesto Cielo vi sono gli Angeli Governatori del
Cosmo e delle Nazioni.

Nella seconda parte (capitoli 22-37) a Enoch, ora guidato da Gabriele, è permesso di
entrare nel Settimo Cielo, dove vede l’Altissimo. Successivamente, consacrato da
Michael, diventa simile agli angeli. L’Altissimo chiede quindi all’angelo Vereviel di
dettare a Enoch i 360 libri che contengono tutto ciò che è conoscibile; l’Altissimo
stesso narra ad Enoch i segreti della creazione fino al diluvio, con dettagli sconosciuti
persino agli angeli. Quindi, Enoch è rimandato sulla terra per trenta giorni.

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La terza parte (capitoli 38-68) contiene una lista di istruzioni dottrinali ed etiche
conferite da Enoch ai suoi figli, su tutte primeggia il principio di amore unitivo per
tutti gli esseri viventi; dopo i citati trenta giorni Enoch viene portato definitivamente
in cielo.

L’ultima sezione, capitoli 69-73, a volte denominata l’Esaltazione di Melchisedek,


delinea la successione teurgo-sacerdotale di Enoch. Ivi figura tra l’altro la mirabile
nascita di Melchisedek e il suo Sacro Magistero; alcuni studiosi considerano questi
ultimi capitoli un’aggiunta o un’interpolazione non contenuti nella fonte originale
oggi perduta.
Va tuttavia considerato in merito il recente riscontro di frammenti papiracei
contenenti il nome di Melchisedek nei testi di Qumran, oltre che in un testo afferente
al deposito di Nag-Hammadi, questo ha determinato la convinzione in un numero
crescente di studiosi di una maggiore antichità del Secondo Libro di Enoch,
retrocedendone la redazione di almeno alcuni decenni.

L’universo teologico del Secondo Libro di Enoch è profondamente intriso della


letteratura apocalittica ebraica del periodo del Secondo Tempio. Eppure, il testo
apporta alcune differenze e novità alle concezioni dell’epoca, come ad esempio una
nuova dimensione mistica incentrata sull’Unzione e Consacrazione di Enoch, dopo
aver visto faccia a faccia l’Altissimo; tramite questo rituale egli diviene simile agli
angeli gloriosi e fiammeggianti consentendogli persino di collocarsi sopra altre
Potenze Incorporee, alla sinistra dell’Altissimo.

Il testo è improntato ad una complessa simbologia di matrice aritmosofica, Enoch,


che visse 365 anni, scrisse la sua visione in 365 capitoli, curiosamente nella
numerologia gnostica lo stesso numero è attribuito a Abraxas, una entità gnostico-
mitraica che compare in gemme talismaniche dallo stesso nome e che per Isopsefia
rende tale cifra.
Si noti che secondo questa narrazione Enoch è inizialmente un uomo comune, che
vive la vita ordinaria degli uomini, ma ad un certo momento ed improvvisamente una
facoltà terribile gli si presenta, quella di vedere in uno sguardo l’evoluzione delle
cose, della pianta scorge il seme e poi il suo maturare, crescere e decadere, così come
nel bambino vede già l’uomo ed il vecchio. Presente, passato e futuro diventano per
lui contemplabili in un olistico ed istantaneo sentire che trascende lo spazio e il
tempo; è la visione propria dei Realizzati, dei Profeti e degli AkhMagi.

All’umanità, tesa a superare il dolore e l’angoscia del quotidiano nella speranza e


nell’illusione di un futuro migliore, Enoch non concede alcuna speranza, la sua
visione del futuro è piuttosto pessimistica o forse e meglio semplicemente realistica.
Le conseguenze stesse delle azioni dell’uomo sono descritte in un rapporto di causa-
effetto, viste, più che castigo divino, quali ineluttabili conseguenze dell’evolversi di

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un Cosmo determinato che può essere teleologicamente e catarticamente trasceso solo
con il superamento dell’illusorio dualismo che immancabilmente incatena in una
visione particolaristica e autoreferenziale dell’Universo.
In questo scritto albergano diversi concetti e contenuti riscontrabili nello Gnosticismo
storico, con potenziali analoghe conseguenze teologiche, questo uno dei motivi che
ne ha determinato la non inclusione nel canone biblico.

Chiudiamo l’esame del Secondo Libro di Enoch ricordando che per alcuni studiosi, e
per il Magistero Sinarchico, esso rappresenterebbe una transizione tra la prima
tradizione apocalittica e la successiva caratterizzata da un accresciuto misticismo e
simbolismo, in buona parte legato alla tradizione cabalistica della Merkavah.

Il Terzo Libro di Enoch – Apocalisse Ebraica di Enoch

Il Terzo Libro di Enoch, anche detto Apocalisse Ebraica di Enoch o Il Libro di Rabbi
Ishmael Alto Sacerdote è uno scritto che si suppone avere un nucleo originario scritto
nel II secolo E.V. da tale rabbino Ishmael; redatto in ebraico è di chiara origine
giudaica e avrebbe visto comunque la sua redazione definitiva tra il V e il VI secolo
E.V..

Contiene quattro sezioni:

 Ascensione di rabbi Ismael ben Elisha;


 Ishmael incontra Enoch-Metatron;
 Descrizione degli Angeli;
 Descrizione del Paradiso.

In esso è chiaramente illustrata la visione trascendente dell’impianto mistico-salvifico


ebraico del periodo successivo all’ultima Distruzione del Tempio, la visione di
Metatron è pienamente allineata ai canoni della Letteratura Mistica degli Hekhalot.

Breve Conclusione

Secondo il racconto biblico canonico, dopo questi fatti la terra fu purificata dal
Diluvio ma, come è facile constatare, la sofferenza umana, che non deve essere
disgiunta alla contrapposta e per alcuni versi complementare realizzazione, risulta
nel tempo dinamica imprescindibile dello Stato Manifestativo dell’Essere.

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Chiara ed evidente quindi la diversa impostazione e concezione a monte di tutto il
sistema gnoseologico che si basa sul ritenere o meno fondante quanto espresso nella
Tradizione Enochica.

Tanto per chiarire il tema basti osservare come al tempo in cui furono originati questi
scritti, o quantomeno buona parte delle loro fonti, non tutti gli Ebrei attendevano la
venuta del Messia.
Per i Sadducei, il gruppo più tradizionalista ed influente in Gerusalemme, non erano
rilevanti le concezioni apocalittiche o comunque legate ad una Fine dei Tempi più o
meno prossima.
Diversamente i Farisei e gli Esseni condividevano l’attesa messianica, ma mentre gli
Esseni individuavano il Messia Escatologico nel Figlio dell’Uomo, la tradizione
farisaica si appellava ad esso come al Figlio di Davide.
Il punto saliente è che per la Dottrina Essena, il Figlio dell’Uomo è creato
dall’Altissimo ed è a questi inferiore in coscienza, sapienza e potenzialità ma
qualitativamente superiore agli angeli e all’uomo.
Ecco che in questa concezione il Figlio dell’Uomo è una sorta di Ente Superno
incarnante nel divenire storico il Messia Escatologico che si paleserà alla Fine dei
Tempi quale Regolatore e Riparatore Finale delle contaminazioni manifestative del
creato. In ciò una chiara e compiuta concezione iniziatico-esoterica di quello che sarà
in seguito il Mistero Cristico.

Magus Mizar

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Operativa – destinati a coloro, che pur esterni agli Ordini Magocratici
volessero approfondire tali antiche e Tradizionali Sapienze.
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Preghiera nei Misteri, Misteri nella Preghiera
di Giuseppe Jerace

"Ciò che differenzia i pagani da noi è che, all'origine di tutte le loro credenze, vi è un
terribile sforzo per non pensare da uomini, per conservare il contatto con l'intera
creazione, ovverosia con la divinità".
Antonin Artaud (1896-1948).

«Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem/ nasceris, possis
nihil urbe Roma visere maius…» (O Sole fonte di vita, che con il carro splendente
mostri e nascondi il giorno, e che sempre vecchio e nuovo/ risorgi, che tu non possa
mai vedere nulla di più grande della città di Roma), per l’Inno musicato da Puccini,
nello sforzo di rispecchiare e rispettare quella “preghiera perfetta” della cultura
pagana all’apoteosi dell’ideologia augustea, Fausto Salvatóri lo rese: «Sole che sorgi
libero e giocondo,/ sul Colle nostro i tuoi cavalli doma:/ tu non vedrai nessuna cosa
al mondo/ maggior di Roma…».

Carmen saeculare
Quando, infatti, Orazio, in metro lirico, compose il “Carmen saeculare”, affinché
venisse appositamente cantato da un coro di ventisette (XXVII) giovani fanciulle e
ventisette (XXVII) ragazzi, sul Campidoglio e il Palatino (in occasione dei Ludi
saeculares del 17 a.C., che Ottaviano volle far rivivere per sancire il regime da lui
stabilito, con tutte le sue riforme morali), occupava la superba posizione del “poeta
laureato” per eccellenza (Virgilio era morto da un paio d’anni). Meno d’un lustro
dopo avrebbe scritto l’ultima delle quindici del quarto libro di Odi.

Ludi Tarentini
Quei “giochi”, originariamente Tarentini, i Quindecemviri li avevano introdotti, dopo
che in seguito a una serie di presagi, consultarono i Libri sibillini (acquisiti a Cuma
da Tarquinio il Superbo e conservati nel Tempio Capitolino di Giove, almeno
seguendo Lattanzio Institutiones Divinae I, 6), il cui responso oracolare, in lingua
greca, ne imponeva la celebrazione ogni centodieci anni, presumibilmente la massima
lunghezza possibile della vita umana (saeculum), a partire dal 456 a.C. (Zosimo
Historia Nova, Libro II), anche se Censorino (De Die Natali, 17, 10) retrodata al 509
a.C. Di sicuro, una celebrazione ben documentata si svolse durante la prima guerra
punica (nel 249 a.C.) e un’altra al tempo della terza (nel 149 o nel 146 a.C.).

Valesius
L’antenato della Gens Valeria, il sabino Valesius, aveva frainteso il significato
dell’indicazione Tarentum per la destinazione magnogreca d’origini spartane, Τάρας,
nell’Italia meridionale e, con i suoi figli ammalati, intraprese il viaggio della speranza

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navigando lungo il Tevere, fin quando non venne fermato da un imperativo
soprannaturale all’altezza del Campo Marzio, fuori dal recinto cittadino (pomerium),
comunque “area sacra”, alla sua estremità occidentale, nei pressi del Tevere, dov’era
effettivamente la misteriosa, e più vicina, località denominata anch’essa Tarentum o
Terentum, in cui era stato interrato un antico altare dedicato a Dite e Proserpina, alle
quali divinità occorreva offrire i dovuti sacrifici per ingraziarsi la guarigione dei
bambini.

I sacrifici notturni in Campo Marzio


In età augustea, i Quindecemviri si riunirono sul Campidoglio e nel tempio di Apollo
Palatino, mutuando i rituali di purificazione da quelli in uso durante le feste per
l'anniversario della fondazione dell’Urbe (Parilia). I sacrifici notturni nel Campo
Marzio erano dedicati a Eiléithyia (Εἰλείθυια, Ilizia, dea del parto), Tellus (Madre
Terra) e alle Parche (Fatae, o Mòirai, Μοῖραι), ritenute “più benefiche, che
ciononostante condividevano con Dite e Proserpina la duplice caratteristica di
essere greche nella classificazione linguistica e senza culto nello stato
romano”[Denis Feeney 1998]. - Ulteriori complicazioni erano pervenute
dall’evocatio di divinità etrusche, come Veltumna dalla città di Volsinii nel nuovo
tempio che gli era stato innalzato sull'Aventino.

I sacrifici diurni in Campidoglio e al Palatino


Si avvicendavano quei sacrifici con dei doni diurni, sui colli Campidoglio e Palatino,
alle deità romane, con particolare attenzione alle “palatine” (il Palatino era all'interno
del recinto sacro e inviolabile del pomerium, il Campidoglio no), Apollo e Diana, più
strettamente accomunate ad Augusto, che a loro aveva fatto appositamente costruire
un tempio nel luogo in cui era caduto un fulmine all'interno delle sue proprietà, e alle
quali, come a Ilizia, si offrivano ventisette, XXVII (nove, IX pezzi per ognuno dei tre
tipi) “liba” (focacce di farro), e a cui erano indirizzati specificamente i versi dell’inno
oraziano che, rivolgendosi alle divinità greche mediante nomi latini, aggiunge un
ulteriore livello di complessità a quell'alternanza di immolazioni od offerte notturne e
diurne, tra numi greci e romani [Denis Feeney 1998].
Libum deriva dal verbo libare, fare cioè una libagione (libatio), la cerimonia rituale in
cui veniva versato, di solito del liquido prezioso, in “oblazione”, e di quest’ultimo
termine divenuta libatio quasi sinonimo.

Ilizia
A parte rare eccezioni (Apollo, Eolo, Nemesi, Tartaro, Urano), le denominazioni
greche hanno dei precisi corrispettivi latini: Artemide Diana, Hera Giunone, Zeus
Giove, Demetra Cerere, Persefone Proserpina …

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Unica dea minoica (della fertilità) a non avere per nome un aggettivo sostantivato,
Ilizia viene indicata nell'Iliade in forma plurale, "le Ilizie". L’etimo verrebbe da
ειλέω, ileo, spingo e θύω, thuo, gemo (mi dolgo per lo sforzo). A volte, per un
procedimento di ipostasi (ὑπόστᾱσις, sussistenza d’un’unica sostanza), venne
identificata con Artemide, Demetra, Hera (anche se da questa sarebbe stata impedita
di facilitare le doglie di Leto, Latona), e a Roma con Giunone Lucina, raffigurata con
in mano delle torce per portare i bambini fuori dall'oscurità; mentre nei santuari greci
Ilizia poteva corrispondere a iconiche immagini di kourotrophos (κουροτρόφος)
nell’atto di accudire e nutrire neonati. Secondo Oleno di Delo, sarebbe l'iperborea
madre di Eros, mentre, per Pausania, una delle Moire, Cloto, la filatrice dello stame
della vita.

Tria Fata
Anche la Parca latina, in origine, era una divinità singola, a tutela della nascita; e solo
in un secondo tempo le si affiancarono delle altre a presiedere gli ultimi mesi di
gravidanza, Nona e Decima; infine il nome di Parca fu modificato in Morta [Daniele
Federico Maras 2017]. Nel Fòro, dove vennero collocate le loro statue, erano
comunque chiamate “tria Fata” ("i tre destini"), dal participio passato (fatum) del
verbo latino fari, dire, con il valore di "ciò che è stato profferito", l'immodificabile
pronunciamento cioè a cui nessuno può sfuggire, nemmeno gli dei [Vanna Iori 2014].

Ade
Le Moire greche erano ritratte quali vecchie dimoranti nel regno dei morti, l'Ade
(Ἅιδης), trasposizione del nome del dio che lo governa e che nella tradizione romana,
prendeva la denominazione dal lago dell'Averno, dove si trovava uno dei suoi
ingressi. Oltre che Katachthònios (Καταχθόνιος), ovverossia "Sotterraneo", nei
misteri di Samotracia, era conosciuto anche come Axiòkersos (Ἀξιόκερσος), poiché
coniuge di Persefone, soprannominata Axiòkersa (Ἀξιόκερσα). La madre di
quest’ultima, corrispondente a Demetra (Ishtar, Cibele…), era Axieros, dall’etimo
ugaritico Ašerat o dal fenicio, Ashera, “desiderio” (da cui l’ebraico Asher) - come
pure originaria della Fenicia, dove la lettura procedeva da destra a sinistra, potrebbe
essere stata Athena (Ἀθηνᾶ), A-tinat, ovverossia T-anit letta al contrario.

Kabeira
Al Dardano, capostipite dei Dardani, la ninfa Kabeira avrebbe rivelato questi misteri
pelasgici, la cui prerogativa (adombrata dal cosiddetto “ratto di Elena”) i Troiani
dovettero proteggere dalle rivendicazioni degli Akawasa (Achei, Popoli del Mare, tra
i quali anche Shardana e Thursa/Tirreni/Etruschi).

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Tellus
All’Astarte dei Semiti corrispondeva, in Arabia Atar, tra gli Egizi Hathor, e l’Ishtar
mesopotamica, dai Greci chiamata anche Cibele e dai Romani Tellure (Tellus), fusa
in seguito con Cerere (Demetra), tra le Grandi Madri, “frugum matres” (Ovidio,
Fasti, I, 671).

Ploutōn
La forma latinizzata Ploutōn (Πλούτων) deriva da Πλούτος (Ploutos), che significa
ricco, andando a corrispondere così a un nume di tipo agrario, con cui poter
confondere Plutone/Averno, per via del diffondersi dei Misteri Eleusini. Cicerone
annota l’equivoco nel De natura deorum (II, 66): «Terrena autem vis omnis atque
natura Diti patri dedicata est, qui dives ut apud Graecos Plouton, quia et recidunt
omnia in terras et oriuntur e terris. Cui Proserpinam (quod Graecorum nomen est,
ea enim est quae Persephone Graece nominatur) quam frugum semen esse volunt
absconditamque quaeri a matre fingunt…» (La totalità della sostanza terrestre
considerata nella pienezza delle sue funzioni fu invece affidata a Dis Pater che è lo
stesso che dire il ricco (dives), il Ploutos dei Greci; denominazione giustificata dal
fatto che ogni cosa ritorna alla terra e da essa trae origine. A Dis Pater si ricollega
Proserpina (il nome è di origine greca, trattandosi di quella dea che i Greci chiamano
Persefone) che simboleggerebbe il seme del frumento e che la madre avrebbe cercata
dopo la sua scomparsa...).

Dite
La totale identificazione con Pluto, nome proveniente dall'aggettivo greco ploutos,
ricco, corrispondente al latino dives, divitis, nell’indicare il significato specifico di
"padre delle ricchezze", ha contratto divitis in Ditis e dives in Dis (Ditis).

Siue mas siue femina


A Roma, si teneva nascosto il nome della deità tutelare dell’Urbe, affinché non
potesse essere usato contro di essa la formula dell'evocatio e Servio parla
genericamente d’un misterioso Genio della città "siue mas siue femina" (Commentari
all'Eneide, II, 351), e non certo perché nel pantheon romano si annoverano numi il
cui sesso non risulta ben definito, come Robigus, al maschile (per Varrone, Verrio
Flacco e Festo), mentre (per Ovidio e Columella) Robigo, Robigine, è femmina come
la ruggine che sta a indicare.

Ab Urbe condita
Di Pales, addirittura, non solo non è determinato il sesso, ma neanche se trattasi d’un
singolo o d’una coppia; la sua, o la loro, festa di purificazione delle greggi (Palilia, o
Parilia), finì per coincidere con il Natale di Roma (Romaia o Dies Romana: 21 aprile

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del 753 a.C., e non dodici giorni prima, in base ai calcoli astrologici di Lucius
Taruntius Firmanus). L’imperatore Claudio, nel 47, fu il primo a far celebrare
l'ottocentesimo anniversario e, nel 249, Pacaziano, usurpatore contro Filippo l'Arabo,
l’anno dopo il primo millennio dall’Urbe condita, coincidente con i Ludi Saeculares
di tale decima circostanza, fece coniare dalla zecca di Viminacium una monetazione
attestante l’inizio (1001) d’una nuova era, "Saeculum Novum".

Chiunque tu sia
La formula “si divus si diva” veniva solitamente usata per rivolgersi al nume tutelare
d’un luogo oppure collegato a un determinato fenomeno (il terremoto, per esempio,
citato da Aulo Gellio, in Noctes Atticae, II, 28), dimostrandoci come la religione
romana fosse ben più complessa di quanto certe semplificazioni avrebbero voluto
suggerirci, anche se non mancano attestazioni similari nella letteratura greca, per
esempio tra i tragici, tipo Eschilo, in particolare nell’Agamémnon (Ἀγαμέμνων):
“Ζεύς, ὅστις ποτ' ἐστίν, εἰ τόδ' αὐτῷ φίλον κεκλημένῳ,/ τοῦτό νιν προσεννέπω.”
(Chiunque tu sia, Zeus, se ti piace così esser chiamato, come tale t'invoco - vv.160-
161).

L’impostazione “contrattuale” del rapporto col divino


Nelle religioni politeiste, in un certo luogo o attraverso fenomeni simili, potevano
manifestarsi più divinità; per cui l’eventuale impostazione “contrattuale” del rapporto
con esse non poteva assolutamente prescindere da una specifica individuazione per
funzione, legame a un sito noto, o per la fenomenologia della sua manifestazione; pur
nella consapevolezza della convenzionalità “umana” di tali operazioni di fronte alla
numinosa potenza del divino, nel caso di possibile incertezza di individuazione,
denominazione o di misteriosa inconoscibilità o impronunciabilità d’un nome
“segreto”, si ricorreva all'istituto dell'interpretatio, già praticata dai greci
nell’equiparare le divinità straniere a quelle del loro pantheon.

“Interpretatio” graeca et romana


Così Erodoto, riferendosi agli antichi dei egiziani Amon, Osiride e Ptah, li chiama
Zeus, Dionisio ed Efesto. Nel IX capitolo della Germania, riferendosi a Thor e Odino,
Tacito li identifica rispettivamente in Ercole e Mercurio, poi, nel raccontare del
rituale svolto nel bosco sacro dei Naarvali, sito nelle regioni più orientali, ravvisa le
principali divinità nei Castores latini (i greci Dióskouroi, Διόσκουροι): "Praesidet
sacerdos muliebri ornatu, sed deos interpretatione Romana Castorem Pollucemque
memorant" (Un sacerdote presiede in vesti femminili, ma nell'interpretazione dei
romani, venerano gli dei Castore e Polluce).

La cipolla degli orti di Numa


Era prevista, inoltre, l’eventualità d’una qualche rinegoziazione dell'«accordo»,
ovvero una discreta libertà di manovra all'interno dei termini stabiliti. Numa, per

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esempio, al quale Giove richiede una “testa” (caput), ricorre alla “permutatio
sacrificii” e gli offre la cipolla (cepa): “ … «Caede caput» dixit; cui rex
«Parebimus» inquit; / «caedenda est hortis eruta cepa meis»” (Ovidio, Fasti 3, 339-
40).

L'evocatio
Anche se autorevoli studiosi, come Vsevolod Ivanovich Basanoff e Georges
Dumézil, propendono per un’origine indoeuropea, soprattutto sulla scorta del fatto
che anche gli Ittiti sembra praticassero un rituale abbastanza analogo, per l'evocatio
s’è ipotizzata l'origine etrusca, forse perché i romani vi ricorsero nel 396 a.C., in
occasione dell’assedio all’irriducibile, quanto vicinissima, città della Dodecapoli,
Veio, così espressamente ricordata da Tito Livio: «Veientes ignari se iam a suis
vatibus, iam ab externis oraculis proditos, iam in partem praedae suae vocatos deos,
alios votis ex urbe sua evocatos hostium templa novasque sedes spectare…»
(Ignoravano gli abitanti di Veio d’essere stati consegnati al nemico dai propri vati [i
libri fatali dell'aruspicina] e da oracoli stranieri [Delfi], che dèi [Pythice Apollo et
Mater Matuta] erano stati chiamati a partecipare alla spartizione del bottino, e altri
[Iuno Regina] con preghiere evocati fuori dalla città già guardavano ai templi dei
nemici e a nuove sedi… - Ab Urbe condita libri V, 25).

La quadriga dei Veienti


Del resto, la quadriga in terracotta sul fastigio del tempio di Giove al Campidoglio,
considerata uno dei sette Pignora imperii (in base all’elencazione di Maurus Servius
Honoratus, In Vergilii carmina comentarii ad Aen. VII, 188: betilo di Cibele, ceneri
di Oreste, scettro di Priamo, velo di Iliona, Palladio, Ancilia), era stata eseguita dallo
scultore veiente Vulca (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 35, 157).

Questione di tattica
Minando il senso di sicurezza dell’avversario, con un’esplicita minaccia alla santità
delle mura della città e ad altre forme di protezione divina, l’evocatio rientrava nella
raffinata tattica d’una guerra esclusivamente psicologica, poiché una qualsiasi
“dimora” abbandonata dalla divinità poliade restava “desacralizzata”, nel senso di
non più “separata” (sacer) dai comuni luoghi che la circondano, potendo quindi
essere calpestata e utilizzata da chiunque.

Definizione di “urbs”
La sacralità del “recinto sacro” (pomerium, per Mommsen, e pomoerium, per
Madvig, se l’etimo è “post-moerium”, come per Marco Terenzio Varrone, De lingua
Latina, V, 32) non soltanto delimita materialmente, altresì definisce un’urbs, intesa

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quale “entità” consacrata agli dei, altrimenti si tratterebbe di òppida, racchiuse da
mura a scopo semplicemente difensivo.

Pomerium o Pomoerium?
Lo scrupoloso rituale di fondazione d’una città ci rende conto della gravità del gesto
di Remo nell’oltrepassare il solco disegnato dal fratello. Dopo la consultazione di
aruspici e auguri, si procedeva con lo scavo d’un fossato circolare (mundus)
all’incrocio ad angolo retto tra cardo maximus e decumanus maximus, le due strade
principali, rispettivamente in direzione nord-sud ed est-ovest. All’interno del mundus,
venivano interrati simboli religiosi che avrebbero dovuto assicurare benessere,
prosperità, pace e giustizia alla futura città, in tal modo consacrata agli dei prescelti;
poi, veniva tracciato un solco di confine che delimitava il territorio e successivamente
realizzato un secondo solco, parallelo al primo, dove elevare le mura. Per pomerium o
pomoerium, appunto, s’intendeva questa striscia di terra compresa tra il primo e il
secondo solco, dedicata esclusivamente agli dei protettori.
Anche le città della Grecia antica si facevano proteggere da una o più divinità: Atene
da Atena, Sparta da Ares, Efeso da Artemide, Argo da Hera, ecc. e poliadi delle città
mesopotamiche di Uruk, Nippur ed Eridu erano rispettivamente le entità trinitarie An,
Enlil ed Enki (Ea o Nudimmud).

Ne “La Preghiera nei misteri greci”, (Aseq, Roma 2021), Paolo Serra Zanetti, a
proposito della parziale somiglianza con le procedure “magiche”, citando il filologo e
storico delle religioni André Marie Jean (Jean-Paul-Philippe) Festugière, distingue il
“silenzio” a cui erano tenuti i mýstēs (μύστης, da μύω, myō o μυεω, myeō, sto
chiuso), nel corso della prassi “misterica”, da quello circa le disposizioni in merito
alla medesima, al rito d’iniziazione, alla “segretezza” del culto, agli appellativi divini
o ai nomi barbari.

Mystérion
L’etimologia di μυστήριον (mystérion), che rimanda alla radice indoeuropea “mu-“
(“[occhi e/o bocca] serrati”), ne evidenzia l’«inaccessibilità» alla comprensione, in
quanto va oltre la ragione umana, e pertanto l’«inspiegabilità», costituente il
fondamento stesso del “segreto”, il quale solo può eventualmente essere “rivelato”, o
“testimoniato” (da epoptes, ἐπόπτης, da ἐπί, sopra e ὀπ- vedere), ciononostante mai
“risolto”.

Il culto jahvista
Un problema, questo, ben presente anche nella tradizione rabbinica (Genesi 4, 26), in
specie connesso all’antidiluviano culto jahvista, di Chi poi si farà “riconoscere” dai

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patriarchi (Esodo 6, 2-3) come El Shaddai, derivato presumibilmente dall'influenza
del pantheon ugaritico (Ilu o El, Ašerat sua moglie, Yaw loro figlio, e Ba'lu).
Un problema filologico concerne l’etimo di Jahvé, un altro esegetico-teologico il
senso storico e la portata stessa di tale rivelazione. Sotto le abbreviazioni Jah, Jaho, o
Yaho, è riconoscibile una qualche forma arcaica del verbo “essere”, introdotto a bella
posta onde esprimere l’impossibilità di fornire una qualche adeguata ulteriore
definizione della divinità, come pure la necessità di non denominarla per non
depotenziarne la forza. È la medesima “magica” questione dell’eschileo “ὅστις ποτ'
ἐστίν”, o della formula “Siue mas siue femina”, nell’impostazione contrattuale del
rapporto pagano con il divino. Poiché conoscere il nome equivale a “evocarlo” in
modo efficace, col favorire impropriamente l’orante nell’essere esaudito, persino in
una sua richiesta inopportuna.

Éhyéh asher éhyéh


Pertanto, un “vero” dio, che non sia un “demone inferiore”, non si esporrà a tal punto
da lasciare alla mercé dei mortali l’espressione più autentica della sua essenza. E
questo rifiuto di compromettersi con gli uomini, nella religione ebraica (Esodo 3, 14),
viene riassunto nella formulazione del “tempo imperfetto” teso a trasmettere un’idea
di immutabilità omnicomprensiva di passato e futuro: éhyéh asher éhyéh, in cui (con
la denominazione di dio, implicitamente ripetuta sia al maschile, Jahvéh, che al
femminile, Asher) si ribadisce la sostanza del soggetto (“sono chi sono”) oppure la si
indica in quanto, e come, oggetto (“sono ciò che sono”), o ancora facendo riferimento
al proprio appellativo, con uno sdoppiamento, in terza persona (“sono colui che è”),
ovverossia “è”, divenuta denominazione, Jahvéh, cosicché non si definirà dio ma lo si
potrà “invocare” indirettamente in quei sottintesi attributi che una tale potenzialità
presuppone ed esprime.

Caratteristiche solo “isidosiridee”?


Secondo lo storico belga Franz Cumont, le eccezionali virtualità sincretistiche egizie,
già al tempo dei primi faraoni, facilitavano l’assorbimento delle molte entità locali,
complicando le caratteristiche “isidosiridee”, suscettibili d’un’estensione tanto
indefinita quanto infinita, ulteriormente nel periodo ellenistico-tolemaico. Per cui,
sull’Osiris dei Lagidi si convogliano l’Apis menfitico e l’olimpico re dei cieli, Eis
Zeus Sarapis (Είς Ζεύς Σαράπις) e la sua paredra (πάρεδρος, da παρά, presso, ed
ἕδρα, sedia, cioè «che siede accanto»), Iside, diviene poluònumos (πολυώνυμος) e
muriòmorfos (μυριόμορφος), tanto che, nel secondo capitolo dell’undecimo libro
delle Metamorfosi, il mago di Madaura mette in bocca al suo alter ego ancora
“onicomorfo”, questa implorazione: “O regina del cielo, o sia pure tu l'alma Cerere,
l'antichissima madre delle messi, che per la gioia d'aver ritrovata la figlia, offristi
all'uomo un cibo più dolce che non quello bestiale delle ghiande, e fai più bella con
la tua presenza la terra di Eleusi; o anche la celeste Venere che all'inizio del mondo
desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie umana con

51
una discendenza ininterrotta, onorata ora in Pafo, circondata dal mare; o la sorella
di Febo, che alleviando con dolci rimedi il dolore del parto, hai dato la vita a tante
generazioni e ora sei venerata nei santuari di Efeso; o che tu sia Proserpina, la dea
che atterrisce con i suoi ululati notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete
ombre dei morti e chiudi le porte dell'oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata
con riti diversi, tu che con la tua virginea luce illumini tutte le città, che nutri con i
tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari spandi il tuo incerto
chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito
invocarti, soccorrimi…”.

La preghiera di Teletusa a Io-Iside


La supplica riportata da Apuleio è stata, forse impropriamente, paragonata a quella
presente nelle Metamorfosi ovidiane (IX, 773-781), indirizzata alla dea egizia, qui
identificata con Io (Ἰώ), figlia di Inaco e giovenca amata da Zeus, da parte di
Teletusa, madre di Ifi, la cui storia è incentrata sul tema della trasformazione d’un
genere in un altro, che oggi definiremmo più correttamente della transessualità e/o del
lesbismo, piuttosto che d’uno scambio di ruoli: «Iside, che vivi a Paretonio, nei
campi di Màrea, di Faro/ e in quelli del Nilo, che si dirama in sette foci,/ aiutaci, ti
prego,» dice, «liberaci dai nostri timori!/ Io ti ho vista, o dea, ti ho vista e
riconosciuta con le tue insegne/ e tutto il resto, il tuo séguito, le fiaccole e il suono/
dei sistri, e porto impressi nella mente i tuoi precetti./ Se mia figlia è in vita ed io
non sono punita,/ è per consiglio e dono tuo. Abbi pietà di entrambe/ e portaci
soccorso!».

Tendenza “enoteista”
La tendenza “enoteista”, a escludere o inglobare ogni altra divinità, diversa da quella
“invocata”, che potrebbe essere interpretata quale formulazione preliminare del
monoteismo, divenne caratteristica del periodo in cui alle religioni semitiche
cominciò ad affiancarsi quel certo mitraismo santificatore del dies Solis. Quale
reazione a una tale diffusione, i misteri pagani subirono quindi una sorta di processo
di unificazione, che nell’alleanza tra entità differenti e prevalentemente territoriali o
etniche, come appunto il dio biblico, incrementava la potenza di quella espressamente
invocata o evocata, anche se con vari nomi, e in vari modi, senza trascinarsi dietro
difetti di parzialità e soprattutto pretese di esclusivismi. Cosicché, padri mitraici,
profeti di Iside, ierofanti di Ecate, tauroboli della Grande Madre, o “archibouviers de
Bacchus”, come scrive Cumont, riassumevano in un unico epiteto tutti i titoli
immaginabili, convogliandoli su quello di Pontifices del Sol Invictus.

Giuseppe M. S. Ierace

52
Bibliografia consigliata:

Alvar J. Materiaux pour l'étude de la formule sive deus, sive dea, "Numen", 32.2,
236-273, 1985
Basanoff V. Evocatio, étude d'un rituel militaire romain, Presses universitaires, Paris,
1947
Cumont F. Les religions orientales dans le paganisme romain, Geuthner, Paris 1929
Des Places É. La Preghiera nella Grecia antica, Aseq, Roma 2021
Dumézil G. Rituels indo-européens à Rome (Collection Études et commentaires,
XIX), G. Klincksieck, Paris 1954
Feeney D. Literature and Religion at Rome: Cultures, Contexts and Beliefs (Roman
Literature and its Contexts), Cambridge University Press, Cambridge 1998
Festugière A. M. J. L'idéal religieux des Grecs et l'Évangile, J. Gabalda et cie, Paris
1932
Ierace G. M. S. Ab Urbe condita, Kemi-Hathor, XXIV, 121, 65-89, Dicembre 2005
Ierace G. M. S. Roma occulta, Elixir XIV, 101-111, Rebis, Viareggio 2018
Ierace G. M. S. Roma, la città degli dei … teriomorfi - Abraxas, “segno di
Chnoubis”…, Primordia, XXVIII, LIV, 9-20, Equinozio di Primavera 2019
Ierace G. M. S. I bronzi di Riace. I miti… argivo, siracusano, locrese.
[Link]
Iori V. La morte nella nascita: l'assurdo inatteso e la domanda di senso, Rivista
sperimentale di freniatria: la rivista dei servizi di salute mentale, CXXXVIII, 3, 43,
Franco Angeli, Milano 2014
Maras D.F. Fortuna Etrusca, in A. Ancillotti, A. Calderini, R. Massarelli (a cura di),
Forme e strutture della religione nell'Italia mediana antica (Forms and Structures of
Religion in Ancient Italy), Atti del III Convegno Internazionale dell'Istituto di
Ricerche e Documentazione sugli Antichi Umbri (IRDAU), Perugia-Gubbio, 21-25
settembre 2011, pp. 453-467, L'Erma di Bretschneider, Roma 2017
Pighi G. B. La religione romana, Bottega d’Erasmo, Torino, 1967
Serra Zanetti P. La Preghiera nei misteri greci, Aseq, Roma 2021
Tommasi C. O. Il nome segreto di Roma tra antiquaria ed esoterismo. Una
riconsiderazione delle fonti, Studi Classici e Orientali, Vol. 60 pp. 187-219, 2014

53
Paracelso e la magia che cura
di Luca Valentini

“la Pietra dei Filosofi o Balsamo perpetuo non manifesta il suo potere, che quando è
a contatto con il corpo umano. Se questa Pietra è preparata con la materia giusta e
conformemente ai principi della Filosofia, rinnova e ristabilisce gli organi della
vita”4

Nel labirintico universo delle arte trasmutatorie post- medievali nel rapporto organico
tra astrologia, alchimia, spagiria e magia, un ruolo di indispensabile collante è sempre
stato assunto dalla Medicina Jeratica, con le sue nobili origini ancestrali che non solo
affondano nel culto divino riservato ad Asclepio nel santuario di Epidauro, ma anche
si esplicitò in storiche personale del settore come Ippocrate, Galeno e Celso 5. In tale
ambito l’insegnamento paracelsiano si inserisce come un faro misterico nella
nascente modernità, tramite cui un insegnamento antico legato ai riferimenti
astrologici, allo zodiaco, nell’ambito di un discorso legato alla magia concepita al di
là della sterile dicotomia tra la magia Naturale - che volgarmente alcuni definiscono
di natura stregonica cioè la magia degli effetti, la magia dei fenomeni – ed una pratica
ieratica che si interessa di aspetti puramente metafisici. E’ d’uopo recuperare il senso,
dell’organico ovvero dell’universale applicato alla molteplicità del cosmo, con
naturali applicazioni differenti e tramite cui risulti essere necessitante di teoria e
dinamiche effettuali multiple, che rappresentano le fondamenta di tutta una
trasfigurazione. Si usa il termine “magia” in senso esteso, perché sono dinamiche che
poi si ritrovano sia nella magia antica, sia in quella medioevale e rinascimentale, fino
ad arrivare all’800 e anche in parte del ‘900.
Quando ci si riferisce ad una medicina magica nell’ambito delle opere e della pratica
di Paracelso, si deve precisamente intendere un arcano della guarigione che solo
apparentemente sembra esterno all’operante, cioè al mago – medico, quale principale
protagonista dell’azione. In realtà, ed è fondamentale specificarlo, sia il principale
attore dell’azione terapeutica sia colui che beneficia della stessa, si presentano essere
in un rapporto simbiotico, perché le loro dimensioni sottili sono accumunate nel
grande mare astrale. Un elemento, che è alla base di tutta l’Opera sia magica che
epidaurica, si manifesta tramite un arcano, un principio primordiale e basale, che è
comune contemporaneamente alla Natura, all’Uomo e alla Divinità, anzi è l’Essenza
stessa sia dell’Uomo, sia della Natura sia della Divinità. In merito, se un Giordano
Bruno era arrivato a dire giustamente che Dio si incarna nella Natura, e Dio è
rappresentato dalla Natura, “Natura est deus in rebus”6, un po’ superando quello
4 Paracelso, Scritti alchimici e magici, Edizioni Phoenix, Genova 1987, p. 79.
5 Questi argomenti sono stati da noi approfonditi in: - L'abisso della sofferenza, Asclepio e la Magica
Terapeutica, Atrium, Anno 2011, numero 2; - Saggio introduttivo al testo “La Divina Terapeutica nel mondo
greco-egizio” di Dr. [Link] Edoardo Tinto, Stamperia del Valentino, Napoli 2022.
6 Giordano Bruno, «Dialoghi italiani», a cura di G. Gentile e G. Aquilecchia, Edizioni Sansoni, Firenze
1985, Dialogo III, p. 776.

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che è la dicotomia prettamente agostiniana delle divinità, confinata nel cielo e la terra
considerata di predominio esclusivo di entità diaboliche. Questa dicotomia in una
dimensione magica va assolutamente superata, perché secondo la dottrina ermetica
della trascendenza immanente, cioè la presenza di un divino che è
contemporaneamente nei cieli, in una dimensione iperuranica, metafisica e
contemporaneamente nelle profondità della materia, quale atto di confutazione
filosofica di un’aporia, secondo la quale, in modalità di assurda accettazione, l’Ente
non abbia accesso ad alcune sfere del cosmo, rinunciando, per assurdo, a due sue
proprie caratteriste pecuriali, l’onnipotenza e l’universalità. Porre delle limitazioni, di
ogni genere, alla divinità determina una profonda incomprensione della scienza
divina dell’Uomo. La vera divinità è tale quando è onnicomprensiva; i Romani
sapevano come Giove fosse presente in ogni dimensione del cielo e della terra, come
ogni entità geniale fosse presente in ogni parte della vita degli antichi cittadini, Jovis
omnia plena7.
Paracelso nella sua dimensione magica e terapeutica recupera questo principio che è
il principio anche tradotto in termini medioevali, già esplicitato dai i primi e più
famosi alchimisti, cioè Zosimo, il principio dell’omuncolo, il principio dell’Arcanum
cioè della matrice della natura stessa. Questo principio primordiale, questa
dimensione che è alla base di tutto, questa dimensione che informa tutto, è ciò che in
alchimia si intende per “allume” e per mercurio filosofico, cioè la sostanza
primordiale essendo il simbolo della Luna che non viene fissata, radice e utero in
potenza di ogni determinazione:
“E’ questo lo stato della Sostanza Primordiale, impalpabile e trasparente, uniforme e
indifferenziata, rappresentata dall’Allume O degli alchimisti”8.
Senza la conoscenza di questo principio quasi fisico, che è il fondamento di ogni
manifestazione, non vi può essere nessun tipo di interazione con l’uomo o con la
natura. Tutto questo ragionamento perché è importante? È importante evidenziarlo,
perché quando si ha a che fare con una operazione magica, ciò che agisce realmente
non è la formuletta o il talismano o la preghierina, ciò che opera la trasformazione o
la guarigione di una personao muta le sorti del destino o di un avvenimento, ma quelli
rappresentando, e questo ce lo spiega bene Paracelso, degli strumenti funzionale al
risveglio di quel principio sottile quell’Arcanum, nell’ambito dell’identità tra Natura,
Cosmo e Divinità, summenzionata. L’arcaico “Nomen omen”, è l’azione interiore
tramite cui si attiva appunto l’identità: l’interazione diviene fattuale solo quando la
volontà consente che il mago possa identificarsi con l’oggetto verso cui è rivolta la
propria operazione. La valenza della matrice lunare in Paracelso è la cosiddetta
materia primordiale a cui alludeva Aristotele, la οὐσία9, l’essenza che informa ogni

7 Virgilio, Egloghe, III, v. 60.


8 Oswald Wirth, Il Simbolismo Ermetico (nei suoi rapporti con l’alchimia e la massoneria), Edizioni
Melchisedek, Torino 2018, p. 18ss.
9 Aristotele, Metafisica, VII, 1042°:”E sostanza [οὐσία] è il sostrato [ὑποκείμενον], il quale, in un senso,
significa la materia , in un secondo senso significa l'essenza e la forma , e, in un terzo senso, significa
il composto di materia e di forma”.

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rivolo del mondo manifestato ed è importante capire che quello/a è la materia di
trasformazione ovvero senza la capacità dell’operatore ermetico di interagire con
quello stato che è ovviamente uno stato di natura interiore:
“Quello che cercate sta proprio davanti alle vostre case, entro la cinta delle proprie
mura, ma proprio perché voi ignorate l’alchimia, ignorate anche i misteri della
natura”10.
Tale essenza, l’Arcanum, è la matrice della nostra anima, è la matrice
contemporaneamente della nostra anima e dell’universo e questo Paracelso ce lo
spiega anche a livello rudimentale. Quando da un processo trasmutatorio della
personalità umana, ci pone l’attenzione su un processo di palingenesi del regno
vegetale, indi siamo nel ramo della Spagiria, dell’uso dei medicamenti erbacei,
metodica muta, ma rimane inalteralta la funzione. Uno spagirista come opera
preliminarmente quando tramite un’erba vuole realizzare un oleolito, oppure una
tintura madre? Egli riduce allo stato primario l’elemento, cioè recupera l’essenza
della stessa pianta, che successivamente verrà purificata, distillata, fatta marcire per
un determinato periodo - in Spagiria si prescrive che tali operazioni si svolgaono
prevalentemente in luna crescente, secondo un motivo analogico da riprendere dai
ritmi della natura -. Recuperato quello che è il fondamento, esso può essere
moltiplicato, può essere specificato per una determinata cura, per un determinato
medicamento; contemporaneamente il processo se traslato dalla dimensione spagirica
alla dimensione alchimico - trasmutatoria presuppone non da una pianta ma da noi
stessi la distillazione, il procedimento essendo assolutamente ed anagogigamente il
medesimo. L’alchimista di laboratorio è realmente uno spagirista della materia,
quando comprende che tutte le sue operazioni sono in realtà operazioni naturali ed
interiori, quando la sua operazione diventa realmente un rito: nei tre ambiti, alchimia,
spagiria e magia, i ritmi e le convergenze astrologiche risultano funzionali al
medesimo processo maieutico, applicato ad dimensione effettive differenti.
Similmente chi opera un processo di trasmutazione interiore ha dei riferimenti
astrologici precisi, tutto questo noi lo ritroviamo appunto in un percorso sia magico
che medicale:
“Il movimento del cielo si compie in circolo secondo i dodici segni, i quali fasciano il
cielo così come una cintura il corpo. Questa cintura, quasi una strada viene da noi
chiamata Zodiaco“11.

L’omuncolo che appare di definizione di natura lunare deve subire un processo di


raffinazione di natura solare, ridonandogli la possibilità di esprimere tutto il proprio
potenziale: interiormente, è possibile instaurare un parallelismo, in termini arcaici e
greco-romani, con la facoltà misterica di riconnettersi al proprio genio o al proprio
daimon interiore. Tutto questo non ha settori separati, ha applicazioni separate,

10 Paracelso, Paragrano, SE, Milano 2002, p. 122.


11 Paracelso, I sette libri dei supremi insegnamenti magici (con la curatela ed una postazione di Luca
Valentini), Stamperia del Valentino, Napoli 2022, p. 51.

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Paracelso intendendo queste applicazioni magiche, terapeutiche, con l’uso di sigilli,
di invocazioni, con talismani, non opere diaboliche, ma, al contrario, opera della
divinità che risiede e alberga all’interno della natura:
“Tutte le arti hanno origine nella divina sapienza, e nessuno ha mai inventato nulla
con i suoi propri poteri. L’uomo non può compiere nemmeno la cosa più futile senza
il potere della Volontà“12.
Gli astri, quali lumi del Dio, non sono altro che la rappresentazione simbolica e
funzionale di alcuni stati di coscienza: considerate in questo ambito la conoscenza e
la disposizione astrologica possono avere una funzione palingenetica, può ridestare
alcune visioni, alcuni premonizioni, nell’ambito centripeto dell’uomo e della sua
interiorità, senza alcun vagheggiamento parapsicologico. Se noi consideriamo tutti
questi effetti sempre esterni all’uomo, noi perdiamo il fondamento, appunto perdiamo
la matrice e perdiamo la causa dei cambiamenti. Se noi invece partiamo con un
paradigma semplice che era il paradigma degli orfici, che era il paradigma di Pindaro
cioè che non c’è una similitudine, ma una identità tra uomo, natura e divinità che
sono tre espressioni di una rappresentazione unica, abbiamo la capacità di
comprendere il perché magicamente si possa agire su una persona, su una pianta e
perché dalla pianta si possa estrarre la famosa quintessenza;
”La quintessenza ha in sé lo spirito di vita della sostanza, che vi è stato posto da
Dio: è virtù, forza e medicina…”13.
Il senso di questi cicli misterici ed iniziatici consiste in un lavoro di ampliamento
della coscienza; in alchimia ciò avviene attraverso una discesa (descensus) nel buio
della materia informe, seguita da una successiva ascesa (ascensus, sublimatio) che
libera la "anima del mondo" ("anima mundi", identificabile con "imago Dei","vinum
ardens", "spiritus mercurialis", "quintessenza", ecc.):”le tenebre s’infittiscono, l'alba
s'imbianca, la fiamma risplende”. Il famoso etere costituisce la matrice, il centro
della croce da cui si irradiano e ritornano i quattro elementi della natura, cioè il fuoco,
l’aria, l’acqua e la terra. Se abbiamo la possibilità e la capacità di ritornare al centro,
ritornando al centro di noi stessi, ritorniamo al centro dell’universo e chi opera in
maniera terapeutica, e chi opera in maniera spagirica appunto, ritrova la matrice.
Paracelso ha scritto circa gli Arcana, cioè l’Arcanum quali matrici, cioè i fondamenti
che sono presenti nei metalli, nelle piante, negli animali: una similitudine, un
ricollegarsi di un principio unico, per cui la capacità di ritornare al centro, la capacità
di riconnettersi a questa dimensione luminosa che è una dimensione naturale offre la
possibilità di agire su un’altra persona come se agissimo su noi stessi, come se la mia
mano diventasse la mano dell’infermo da curare. Elidendo tutte le fantasie para-
spiritualiste o new-age, tutti questi fenomeni che non sono tutti fenomeni casuali
possono realmente verificarsi perché c’è una identità di fondo, siamo nel capo della
Teleurgia. Quando gli antichi parlavano dell’Anima Mundi, o gli egiziani
rappresentavano la Dea Nuit, la dea che con il proprio corpo riusciva a ricomprendere

12 Franz Hartmann, Il mondo magico di Paracelso, Edizioni Mediterranee, Roma 1982, p. 177.
13 Carlo G. Nuti, Paracelso e la Scienza divina dell’uomo, OM Edizioni, Bologna 2014, p. 198.

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tutto il cosmo tramite una rete, rappresentavano simbolicamente il sostrato, la
matrice universale che ricomprende tutti gli elementi:
“in lei è presente lo spirito che viene dal Signore e che a Lui torna nuovamente”14.
Vi è, poi, un passo in più di là da fare. Quando gli alchimisti accennavano all’allume
è come se alludessero al bianco dell’uovo, avendo a disposizione una matrice, a
disposizione una sostanza. Nell’uovo oltre al bianco c’è il tuorlo che è la parte
rossa15, come alla simbolo alchimico della Luna si applicano a volte dei segni, come
in Venere c’è la croce sotto, nel simbolo di Marte c’è la freccia direzionata a destra o
a sinistra, ma soprattutto nel simbolo del Sole c’è il punto centrale con intorno la
circonferenza, configurandosi la fissazione (il rosso) di un connotato lunare (il
bianco). Pertanto, noi estraiamo una materia, la estraiamo, interiormente e dalla
natura e la ricolleghiamo al nume tutelare della terapeutica, la figlia generata dal
cerebro di Padre Giove, cioè Minerva, colei che nasce dal pensiero, quindi è la
volontà, il retto agire, l’Ibis che riprende il volo nell’intelligenza del cuore, ove non
vi è palingenesi senza matrice atta ad essere plasmata, modellata come la cera, come
l’artista modella il proprio marmo:
“Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo
scultore di una statua che deve diventar bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce
finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza
ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non smettere di
scolpire la tua propria statua interiore, finché non ti si manifesti lo splendore divino
della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro”16.
E, nel merito, emerge un concetto molto importante, su cui tematizzare
sinteticamente. Quando si allude solitamente al “miracolo”, la mentalità moderna ci
ha indotto a pensare ad un intervento straordinario di una entità sopraterrena, che
provenga da chissà da quale dimensione e che sappia condizionare la vita degli
uomini, stravolgendo il decorso ordinario di vita e soprattutto di morte. La vera
concezione tradizionale del miracolo rappresenta, al contrario, la natura che ritrova il
proprio equilibrio tramite l’Arte, che non la stravolge, ma ne accelera semplicemente
l’esecuzione, quindi è un processo di ritorno all’origine, non uno sconvolgimento,
non è un atto di ὕβϱις, di tracotanza nei confronti del destino, ma si esplicita essere
un processo in cui ogni elemento nella natura, contemporaneamente anche nell’uomo,
sia rappresentato da un seme che sappia magistralmente piantare all’interno del
proprio giardino oppure risvegliasse od abbia la possibilità di intaccare il seme
nell’anima dell’altra persona da curare, affinchè gli sia data la possibilità di
svilupparsi e di fiorire. L’Opus Magicum cura nella misura in cui induce l’infermo a
riattivare un fuoco sottile interno, atto a ritrovare da sé la via della guarigione.

14 Paracelso, De Matrice – Trattato sulle cause e origini di tutte le malattie delle donne, a cura di Carlo G.
Nuti, OM Edizioni, Bologna 2017, p. 46.
15 Primo aforisma di Iriz – ben - Assir, del Rito Egizio napoletano, in Giuliano Kremmerz, Il Mondo
Secreto, La Scienza dei Magi, vol. I, Edizione Mediterranee, Roma 2003, p. 327: “Uno è il mondo, uno è
l’uomo e uno è l’uovo. Il mondo, l’uomo e l’uomo fanno tre. In ognuno vedi il tre…”.
16 Plotino, Enneadi I, 6, 9.

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Medesimo è l’approccio che Paracelso ha nei confronti della dimensione magica e
terapeutica ovvero sempre un approccio introspettivo almeno per chi opera
nell’ambito della magia:
“…presuppone una visione filosofico – magica della natura e che la esperienza sarà
valida solo in quanto armonizzerà con la scienza superiore”17.
In conclusione, è doveroso collocare Paracelso in quel mondo che si sviluppò nel
centro Europa tra fine Medioevo, Rinascimento e prima età moderna fino ad arrivare
quasi a Bacone e a Newton e addirittura fino a Hegel (nel ritroviamo dei riferimenti
di natura ermetica). Quello che è importante è che il lavoro di tutti questi
sperimentatori dello spirito lo ritroviamo anche in Giambattista della Porta, in
Giordano Bruno, in Cornelio Agrippa, il fondamento essendo il medesimo, direzione
che si rivolge all’atto magico quale atto del pensiero, l’atto magico come atto del
pensiero, perchè non vi è vera magia se non vi è una capacità di estroversione di un
dato potenziale: un fuoco che accende fuoco, la Magia quale predisposizione calorica
interna. Paracelso è stato uno dei discepoli, insieme con Cornelio Agrippa, di
Tritemio18, in linea di continuità con quella che è stata la grande tradizione alchimica
europea. Tale tradizione prosegue in parte nell’800 e nel 900, per esempio in alcuni
ambiti, non solo con il citato Kremmerz, ma anche con un medico amico di Rudolf
Steiner, Alexander von Bernus:
“Ci illumina di nuovo Paracelso … il Paracelso esoterico e iniziato, che in virtù
della sua chiaroveggenza, che chiamava luce interiore, conosceva il rapporto che
intercorre tra le sfere superiori e quelle inferiori, conosceva l’astro nell’uomo e
aveva trovato la strada che porta all’intimo segreto della natura”19.

17 Antonio Miotto, Paracelso – medico e mago -, Ferro Edizioni, Milano 1971, p. 173.
18 Carlo G. Nuti, op. cit., p, 32ss.
19 Alexander von Bernus, Alchimia e Medicina, Edizioni Mediterranee, Roma 1998, p. 92.

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Sex-tremebondo
di Giuseppe M. S. Ierace

La 'costrizione erotica' dello Shibari (o Kinbaku) è un'antica forma artistica nipponica


di legatura, derivata da quell’arte marziale (hojōjutsu) adottata dai Samurai per
immobilizzare i loro prigionieri; una tecnica di bondage grazie alla quale si cerca di
suscitare profonde sensazioni in chi si sottopone a tale pratica sadomaso, sia pur nello
stile di ben altre forme tradizionali giapponesi, quali Ikebana, Chanoyu (cerimonia
del tè), o Sumi-e (pittura monocromatica con inchiostro nero). E infatti, tra le varie
modalità del Kinbaku non vi sono soltanto erotismo della costrizione, e scambio di
potere Top/Bottom, in una situazione di consapevole arrendevolezza, bensì anche
pratica meditativa condivisa, sederunt e rilassamento profondo per la flessibilità del
corpo e della mente. In “Modern Sex Magick - La Magia Sessuale proibita”
(Antipodi, Torino 2018), Donald Michael Kraig si sofferma su ciò che, in occidente,
è stata definita “la culla della strega”, un sacco, appeso a un ramo, da far oscillare
continuamente, fin quando il costante dondolio non procuri, al soggetto sottoposto a
questa “tortura”, totale disorientamento o melboos. Ray Buckland (1934-2017) ne ha
riconosciuto l’utilizzo positivo, sia nella variante della mummia a braccia incrociate
sul petto, sia in quella in cui è la stoffa ricoprente gli arti superiori a venire attaccata
al sostegno. Nella pièce teatrale del drammaturgo statunitense David Ives, “Venus in
Fur”, ispirata all'omonimo romanzo (Venus im Pelz) di Leopold von Sacher-Masoch,
è il protagonista maschile che si lascia soggiogare e legare da Vanda, la quale, prima
di scomparire, abbandonandolo al suo destino, declama i versi attribuiti ad Agave
nella tragedia euripidea Baccanti, volendo quasi alludere al tracollo della fallocrazia,
mentre forse costituisce un monito a non ritenere definitivamente sconfitte arcaiche
divinità che continuano a degustare rituali libagioni nel nostro abisso interiore, in
base anche a quanto asserito in Esodo (33, 1): “… non verrò in mezzo a te, per non
doverti sterminare lungo il cammino…”. Difatti, l’autenticità del reale è soprattutto
simbolica, poiché è con la creazione (Genesi) che si dà forma al senso; qualcosa che
non va compiuto con sole ‘cinque’ dita, come suggerisce il medesimo nome, Penteo,
del re di Tebe punito da Dioniso. “E proprio nel tuo nome sta scritto il tuo
pentimento e patimento…” (vv. 501-6). Gli affreschi pompeiani, a tema cultuale
pagano, nella Sala del Triclinium, sostituita dall’Exedra più esclusiva, in posizione
defilata, all’interno della Villa dei Misteri, dimostrano la reciproca propedeuticità di
matrimonio e iniziazione. Per i seguaci di Dioniso, τελετή e connubio assumevano la
medesima valenza. Tanto che uno dei due unici accessi conduce a una lussuosa
camera da letto coniugale. La decorazione a meandro, che gira tutt’attorno al
pavimento, funge da apotropaico nodo sacro, tipo cerchio magico di protezione,
delineando una specie di camminamento, sottolineato da svastiche e triple cinte, le
quali, coniugandosi tra loro, fanno ridiscendere ai quattro angoli della terra il riflesso
del centro cosmico. Davanti alla soglia, in piedi, fuori dal tappeto verde, sul quale si

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sviluppano le nove scene, con indosso il ricinum, che le vela il capo, la
“recipendiaria”, poiché attende, dinanzi alla porta del Tempio (pro-fanum), d’entrare
(in ire), e venire iniziata. Una sacerdotessa estrae rametti di mirto, vite ed edera per
intrecciare corone. La Panisca (Fauna) porge il capezzolo a una capretta; l’esperienza
dell’iniziazione (τελεῖσθαι) implica il “panico” della morte (τελευτάω), a cui si sfugge
nella danza dell’Oρειβασία e nell’invasamento della θεία μανία, uno stato analogo al
trapasso, in cui, fuoriuscendo da sé (ἔκστᾰσῐς), ci si smarrisce. La maschera del dio
“insonne”, nella perenne illuminazione spirituale, incombe coi suoi occhi sgranati e
l’insondabile sorriso. Da eroe “zoppo” perde un sandalo nel grembo della grande
madre che gli offre una pigna, o una melagrana. Inginocchiata, una sacerdotessa
veglia sui δεικνύμενα, normalmente velati per essere contemplati al tempo debito
della ιερογαμία: nel λίκνον uterino il “cuore” intagliato in legno di fico (φαλλός).
All’angolo tra la parete Est e la Sud, dove al Solstizio d’Inverno il Sole muore per
rinascere, chi s’accinge a divenire τελεσθείς, ovverossia “compiuta” (e coniugata), si
trova, a schiena nuda, e con il capo reclinato, tra le gambe d’una compagna, in attesa
d’essere sferzata dalla flessibile canna di ferula. La flagellazione avrebbe propiziato
la fertilità all’intera comunità, durante le none caprotine del 7 luglio, allorquando si
libava con il lattice del fico selvatico, o caprifico. Ma già, sei mesi prima, le donne
sarebbero state “februate” con strisce di pelle di capra (amiculus Iunonis). I
Lupercalia, affini al culto falisco di Hirpi Sorani (hirpus, in sabino, lupo), praticato
sul monte Soratte, potrebbero risalire a un rito arcade in onore di Pan Liceo (lupo e
luce insieme), recuperato dal mitico Evandro. Per Ovidio (Fasti, II, 425-452), fu lo
stormire delle fronde nel bosco sacro (dendromanzia) a decretare la fine della sterilità
femminile grazie a un atto di “bestialismo” (accoppiamento col capro, cioè, ini-to,
che rimanda all’altro nome di Fauno, Inuus, e pure all’ini-ziazione). La natura poteva
venire risvegliata, potando le piante e battendo il grano mietuto, e l’εποπτεία eleusina
consisteva quindi nella visione della spiga, in silenzio. Anche il grappolo d’uva
doveva essere colto e smembrato, per tradursi in sostentamento, più che materiale,
spirituale e, dopo la separazione dell’anima dionisiaca dalla buccia titanica, attivare il
nucleo lievitante nei semi, onde consentire il riprodursi d’una nuova pianta (νεο
φυτός, da cui neofita), far circolare la linfa vitale nei tronchi e germogliare i rami.

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